PIERO GHEDDO
LA MISSIONE CONTINUA
Mezzo secolo a servizio della Chiesa e del terzo mondo
SAN PAOLO
| PREFAZIONE di mons. Renato Corti, Vescovo di Novara | PRESENTAZIONE di P. Piero Gheddo |
|
Capitolo I: |
La perenne validità della missione alle genti La Chiesa locale fondata ovunque Missionari per i non cristiani Incarnare il Vangelo nelle culture dei popoli La Cina: partire dalla realtà della vita Ritrovare l'entusiasmo della fede Le giovani Chiese sono missionarie La Chiesa non dei ricchi, ma per i poveri In Africa il Vangelo sta maturando comunità nuove I martiri: segno di speranza e di una Chiesa matura Lo Spirito si manifesta nella diversità dei carismi |
|
Capitolo II: |
|
|
Capitolo III: |
|
|
Capitolo IV: |
|
|
Capitolo V: |
|
|
Capitolo VI: |
|
|
Capitolo VII: |
|
|
Capitolo VIII: |
|
|
Capitolo IX: |
|
|
Capitolo X: |
CAP. IV - DALLE MISSIONI ESTERE ALLE CHIESE LOCALI
Com'è cambiata la missione alle genti nell'ultimo mezzo secolo? E'
l'interrogativo a cui mi sono proposto di rispondere con questo volume. La
missione alle genti è cambiata molto e in modo positivo. Nei miei viaggi
attraverso i continenti ho spesso toccato con mano l'azione dello
Spirito Santo, vedendo le trasformazioni che sono avvenute sotto i miei occhi
e che hanno portato dalle "missioni estere" dell'Occidente cristiano alle
"Chiese locali" incarnate nei vari popoli.
Certo, siamo ancora all'inizio di questo cammino. Giovanni Paolo II dice per
ben tre volte nella "Redemptoris Missio" che «l'attività missionaria è solo
agli inizi (n. 30)... non è per nulla invia di estinzione (n. 35)... La
missione ad gentes è ancora agli inizi: nuovi popoli compaiono sulla scena
mondiale e hanno anch'essi il diritto di ricevere l'annunzio della salvezza»
(n. 40).
Ma intanto dobbiamo ringraziare lo Spirito per il volto attuale della Chiesa
universale, che ci dà speranza. Voglio aggiungere che, per quanti aspetti
negativi io possa notare, in questo come nei capitoli seguenti, ho maturato
una visione ottimista della missione alle genti e della Chiesa universale. Non
solo per un motivo di fede ("Lo Spirito Santo protagonista della missione",
Redemptoris Missio, capitolo III), ma perchè i fatti storici confermano questo
dato di fede nella Provvidenza.
La perenne validità della missione alle genti
Anzitutto occorre dire che l'espressione "missione alle genti" è fluttuante:
quante volte si sente dire: "Le missioni oggi sono qui da noi!". Per il
Vaticano II "le missioni" (o "missione ad gentes") sono «le iniziative
speciali con cui gli annunziatori del Vangelo, inviati dalla Chiesa, andando
nel mondo intero, svolgono il compito di predicare il Vangelo e di impiantare
la Chiesa stessa in mezzo ai popoli e ai gruppi che ancora non credono in
Cristo... Le missioni... si svolgono per lo più in determinati territori
riconosciuti dalla Santa Sede» (Ad Gentes, 6).
Un concetto chiaramente territoriale. Paolo VI nella "Evangelii Nuntiandi"
(1975) introduce il termine "evangelizzazione" e scrive che «il primo annunzio
si rivolge specialmente a coloro che non hanno mai inteso la buona novella di
Gesù... esso si dimostra ugualmente sempre più necessario, a causa delle
situazioni di scristianizzazione frequenti ai nostri giorni, per moltitudini
di persone che hanno ricevuto il battesimo ma vivono completamente al di fuori
della vita cristiana» (E.N., 52).
La Chiesa, dice Paolo VI, è ovunque in missione, anche se non allo stesso
modo. Giovanni Paolo II con la "Redemptoris Missio" (1990) riafferma la
perenne validità della missione "ad gentes" ([1]) nel quadro dell'unica missione
universale della Chiesa; ma ritorna ad una visione specifica e geografica
dell'attività missionaria, operando una distinzione tra "ri-evangelizzazione
dei popoli cristiani" (o "nuova evangelizzazione") e "missione alle genti"; e
denunziando «il
rischio di livellare situazioni molto diverse e di ridurre, se non far
scomparire, la missione e i missionari ad gentes. Dire che tutta la Chiesa è
missionaria non esclude che esista una specifica missione ad gentes, come dire
che tutti i cattolici debbono essere missionari non esclude, anzi richiede,
che ci siano i "missionari ad gentes e a vita" per vocazione specifica» (n.
32).
«L'attività missionaria ad gentes, essendo
diversa dalla cura pastorale dei fedeli e dalla nuova evangelizzazione dei non
praticanti, si esercita in territori e presso gruppi umani ben delimitati»
(n. 37/a).
Perchè questa posizione del Papa, che può sembrare un ritorno al passato, cioè
di dividere la missione alle genti dalla missione della Chiesa? L'enciclica è
stata scritta per rilanciare l'attività missionaria specifica (cioè ai non
cristiani), ma il Papa nota che la missione "ad gentes" attraversa una "crisi
d'identità" e "crisi di slancio missionario": lo ripete più volte nella "Redemptoris
Missio" ([2]): «La missione specifica ad
gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni
del Concilio e del magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno
indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani ed è un
fatto, questo, che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo. Nella storia
della Chiesa, infatti, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità,
come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede» (R.M., 2).
La Chiesa locale fondata ovunque
Il
fatto positivo, come dire, più macroscopico degli ultimi cinquant'anni, è la
nascita delle giovani Chiese e la loro rapida maturazione. Ormai si può dire
che in tutto il mondo c'è un vescovo locale, ci sono preti, suore, comunità,
che vanno avanti bene anche quando vengono meno i missionari stranieri, per
mancanza di vocazioni in Occidente oppure perchè i governi ne proibiscono
l'entrata nel paese, e persino in casi di persecuzione. Quando la Chiesa è
fondata, è difficile per chiunque sradicarla da un popolo, come vedremo.
I primi
vescovi asiatici dell'epoca moderna sono stati i due indiani di rito orientale
consacrati nel 1923 e i sei cinesi del 1926; il primo vescovo africano è del
1939, i primi giapponesi nel 1941: 60-80 anni fa. Nel 1959 Giovanni XXIII dava
queste cifre ([3]): «Nel 1959 si contavano 68
vescovi di stirpe asiatica e 25 di stirpe africana».
Nel 2000 i vescovi asiatici sono 627 (quasi tutti indigeni), quelli africani
601 (per i quattro quinti locali).
Il
clero nativo in Asia è passato da 919 membri nel 1918 a 5.553 nel 1957 ed a
43.000 sacerdoti nel 2000 (in grandissima maggioranza locali); in Africa da 90
membri (1918) a 1.811 (1959) e a 17.000 sacerdoti nel 2000 (circa 12.000
locali).
I cattolici asiatici erano 35 milioni nel 1960 e 107 milioni nel 2000 ([4]);
quelli africani 24 milioni nel 1959 e 130 milioni nel 2000 ([5]).
Le circoscrizioni ecclesiastiche dipendenti dalla Congregazione per
l'evangelizzazione erano 877 nel 1985 e 1.006 nel 1997. In vent'anni, dal 1975
al 1995 si è passati da 99 a 341 seminari maggiori e da 397 a 577 seminari
minori. I seminaristi maggiori sono aumentati da 8.562 a 28.120 e i
seminaristi minori da 35.420 a 53.882 ([6]).
Le
statistiche dicono che la Chiesa locale è fondata, se non in tutti, nella gran
maggioranza dei paesi. Formalmente è vero, praticamente non è così. Basti dire
che in Africa si parlano circa 800 lingue, ma solo in 53 di esse è tradotta
l'intera Bibbia e in circa 200 il Nuovo Testamento. In India, in uno dei 26
stati e territori federati, l'Uttar Pradesh con 152 milioni di abitanti, i
cattolici sono 0,2 milioni (quasi tutti immigrati dal sud del paese); e nel
Madhya Pradesh con 71 milioni, i cattolici sono 0,03 milioni (idem). Non
parliamo dell'immensa Cina (1.250 milioni) dove i cattolici sono 10-12
milioni! In Giappone, su 126 milioni di abitanti, i cattolici sono 0,4
milioni, circa la metà di quanti sono i protestanti in Italia (in rapporto
alla popolazione totale).
«Il moltipicarsi delle giovani Chiese nei tempi recenti non deve illudere. Nei
territori affidati a queste Chiese, specie in Asia, ma anche in Africa,
America Latina e Oceania, ci sono vaste zone non evangelizzate: interi popoli
e aree culturali di grande importanza in non poche nazioni non sono ancora
raggiunte dall'annunzio evangelico e dalla presenza della Chiesa locale
»(R.M.,
37/a).
Quando il
Papa dice che la missione alle genti è "appena agli inizi" non ha tutti i
torti, se crediamo che Gesù è nato per tutti gli uomini e ha detto: «Andate,
dunque, annunziate il Vangelo a tutte le creature, battezzandole nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto
ciò che vi ho comandato» (Matt. 28, 19-20).
Comunque
si può affermare che il passaggio dalle "missioni estere" alle "Chiese locali"
è in buona parte compiuto. Le responsabilità sono affidate agli autoctoni, gli
stessi missionari stranieri insistono su questo passaggio. Un esempio: ad Hong
Kong nel 1969 il vescovo mons. Lorenzo Bianchi ([7]) si ritirò per lasciare spazio al primo vescovo cinese;
e da allora i missionari del Pime, che vi hanno fondato la Chiesa e sono
presenti dal 1858, insistono con i vescovi locali di nominare sacerdoti
cinesi nei posti più importanti, anche come titolari delle maggiori
parrocchie. Lo spazio d'azione per i missionari stranieri non manca affatto.
L'assunzione di
responsabilità da parte delle Chiese locali ha favorito la creazione di
organismi di coordinamento nazionale e internazionale. Un tempo le singole
diocesi missionarie (o vicariati o prefetture apostolici) erano praticamente
autonomi: in passato c'era lo "jus commissionis", cioè l'affidamento di un
territorio ad un istituto missionario o congregazione religiosa; non era
facile coordinarli, ciascun istituto si sentiva responsabile.
Dagli anni
sessanta si sono create le conferenze episcopali e poi organismi continentali
come il Celam (Consiglio episcopale latino-americano) nel 1955, la Fabc
(Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche) nel 1970 e vari organismi
regionali africani. Questi enti nuovi hanno dato un impulso formidabile alla
vitalità delle giovani Chiese, che non sempre ha visibilità sulla stampa anche
missionaria. Sono stati molto ricordati gli incontri decennali del Celam per
le risonanze politiche che hanno suscitato ([8]), ma ho l'impressione che gli incontri e il lavoro della
Fabc e delle sue commissioni hanno movimentato ancor più le Chiese asiatiche,
dando loro una forte spinta missionaria (fra i Sinodi episcopali continentali,
quello dell'Asia - 19 aprile-14 maggio 1968 - pare il meglio riuscito).
Missionari per i non cristiani
I
missionari sono sempre necessari alle giovani Chiese, per stimolarle ad
orientarsi verso i non cristiani ([9]): anzi, credo più indispensabili oggi di ieri, perchè
nessuna Chiesa raggiunge la maturità evangelica se non è missionaria. In
Africa, America Latina e Oceania questa presenza è ancora utile soprattutto
come supplenza per la scarsità di clero locale (molti battezzati e pochi
preti). In Asia, dove le comunità cattoliche sono piccole isole in oceani non
cristiani, la tendenza a chiudersi, a formare villaggi cristiani o ghetti
nelle città è molto forte, favorita anche dalle difficili condizioni di vita
delle minoranze religiose in molti paesi: i missionari stranieri anno il
compito prioritario di indicare, con l'azione concreta, le vie dall'annunzio a
popoli nuovi, del dialogo interreligioso, della promozione umana. Il Papa
insiste molto su questo concetto: le giovani Chiese sono missionarie, sono la
speranza della Chiesa perchè missionarie.
«Mi rivolgo ai battezzati delle giovani comunità e delle giovani
Chiese. Siete voi, oggi, la speranza di questa nostra Chiesa che ha duemila
anni: essendo giovani nella fede, dovete essere come i primi cristiani e
irradiare entusiasmo e coraggio, in generosa dedizione a Dio e al prossimo; in
una parola, dovete mettervi sulla via della santità. Solo così potete essere
segno di Dio nel mondo e rivivere nei vostri paesi l'epopea missionaria della
Chiesa primitiva. E sarete anche fermento di spirito missionario per le Chiese
più antiche» (R.M.,
91).
Oggi
l'imperativo per i missionari stranieri è questo: fare davvero i missionari,
cioè andare ai non cristiani, limitando gradualmente i compiti pastorali di
supplenza per la cura delle comunità cristiane. E' vero che, in genere, la
missione ai non cristiani inizia proprio in parrocchie aperte agli altri, ma è
anche vero che ogni comunità cristiana deve darsi il suo clero e la sua
struttura pastorale, favorendo i carismi laicali, per assistere i battezzati,
lasciando liberi i missionari di andare ai non cristiani. Nelle Costituzioni
del Pime l'articolo primo dice ([10]): «Di
tutta la vasta gamma dell'attività missionaria, descritta dal Decreto
conciliare "Ad Gentes", il Pontificio Istituto Missioni Estere sceglie e
stabilisce come suo impegno prioritario l'annunzio del Vangelo ai non
cristiani. A tale impegno l'Istituto darà la precedenza nell'assegnazione del
personale e nella ricerca di nuovi campi di lavoro. L'Istituto presterà la sua
collaborazione per la maturazione delle giovani Chiese, e specialmente per
promuovere la loro fattiva partecipazione all'evangelizzazione dei non
cristiani dentro e fuori del loro territorio.»
Ricordo
un giovane missionario italiano laureato in teologia, incontrato in Uganda.
Era scoraggiato perchè si accorgeva, dopo alcuni anni di missione, che la sua
vita sarebbe stata più o meno come quella del prete in una parrocchia
italiana: tutta dedicata alla cura pastorale della comunità cristiana
(catechismi, confessioni, Messe, visite ai malati, lavoro d'ufficio, ecc.),
senza tempo libero per avvicinare regioni e villaggi nuovi, per dedicarsi a
studiare lingua e costumi del suo popolo. Mi chiedeva: "Dov'è la missione ai
non cristiani?". Fortemente portato agli studi, avrebbe voluto approfondire la
conoscenza della lingua locale, tradurre alcuni libri della Bibbia, preparare
e stampare le prime pagine di una letteratura locale. Diceva: «Vale la pena di restare abbonato a riviste teologiche,
bibliche e antropologiche europee, oppure debbo bruciare i ponti alle spalle e
gettarmi nell'apostolato che mi è stato affidato?»
Si
difendeva con una grande fede, ma io mi chiedevo se questo missionario (e
tantissimi altri missionari come lui) non avrebbe potuto essere meglio
impiegato per la missione alle genti. Un esempio in senso positivo conosciuto
in India. Il padre Abramo Ayckara, missionario indiano del Kerala ([11]), vive dal 1974 nel Madhya Pradesh (diocesi di Ujjain),
centro dell'Induismo più tradizionale e con poche migliaia di cristiani (71
milioni di abitanti). Padre Abramo racconta:
Sono venuto a formare una piccola comunità cristiana con tre suore del Kerala
(oggi sono cinque) a Malikhedi, in una regione totalmente indù, senza gruppi
tribali. Qui veramente Cristo non è ancora stato annunziato. E' una società
chiusa, molto religiosa ed economicamente non evoluta. Giriamo i villaggi a
piedi o col carro a buoi, perchè non esistono vere strade. La mia attività di
sacerdote è molto limitata. Non posso visitare i cattolici perchè non ci sono.
Prego molto, assisto spiritualmente le suore e le accompagno nelle visite ai
villaggi. La nostra comunità si presenta non come "Chiesa cattolica", ma come
"Devata Ashram", il monastero della Madre di Dio. Abbiamo una piccola cappella
in stile indiano, nella quale preghiamo e celebriamo le funzioni religiose,
con il concorso di un certo numero di indù, specie nelle feste. Usiamo la
lingua locale, suoniamo strumenti musicali locali.
Le suore danno testimonianza di vita con la gente e di aiuto. La nostra
presenza è basata sui rapporti di amicizia e sull'aiuto educativo e sanitario.
Abbiamo una scuola elementare con 190 alunni, tutti non cristiani, che vengono
dai vari villaggi. Le suore cercano di far veniva a scuola anche le ragazze,
mentre la cultura locale rifiuta che le bambine vadano a scuola. Diamo
un'educazione morale ispirata al Vangelo, gradita alle famiglie. Due suore
sono impegnate nel dispensario medico e altre due suore girano i villaggi,
curando i malati, visitando le famiglie, interessandosi soprattutto di bambini
e anziani.
In Madhya Pradesh c'è una legge contro le conversioni al cristianesimo; se
battezzi qualcuno devi avvisare il governo... In questi anni il fanatismo indù
è in crescita grazie ad organizzazioni intolleranti... La nostra piccola
comunità è riuscita a stabilirsi in ambiente indù non solo senza suscitare
reazioni negative, ma anzi facendosi apprezzare per la preghiera e l'aiuto
educativo e caritativo. In 12 anni ho battezzato solo tre coppie di sposi, che
sono gli unici cristiani della mia vasta regione. Ma non siamo venuti per
convertire: vogliamo creare rapporti di stima e amicizia con gli indù. Sono in
contatto e in dialogo con i sacerdoti dell'induismo dei nostri villaggi ed ho
adottato molto del loro stile di vita; ad esempio in comunità siamo
vegetariani. Diamo importanza alla preghiera... La nostra è, insomma, una
testimonianza molto semplice ed a livello di gente semplice: preghiera,
carità, verginità e povertà.
Non sarà mai ripetuto abbastanza che per più di metà degli uomini (sei miliardi e mezzo!) Cristo è ancora uno sconosciuto: non ne hanno mai sentito parlare. Può sembrare incredibile, ma è così. Una quarantina di anni fa il padre F. Legrand, che dirigeva la rivista "Eglise Vivante", fece un'inchiesta sui missionari fra i non cristiani e scriveva che nel mondo c'erano 359.000 sacerdoti cattolici per l'assistenza di 510 milioni di cattolici; nelle missioni d'Asia, Africa, America Latina e Oceania 33.000 sacerdoti per 70 milioni di cattolici; ma i sacerdoti dedicati direttamente ai 1.900 milioni di non cristiani erano meno di 1.000 ([12]).
Incarnare il Vangelo nelle culture dei popoli
In un
passato non molto lontano, in molti paesi asiatici i cristiani vivevano in
villaggi o ghetti quasi separati dal resto della società. Ricordo la visita
che ho fatto nel 1982 a Kushpur nella pianura del Punjab in Pakistan
(5.000 abitanti), villaggio fondato dai missionari cappuccini belgi all'inizio
del secolo XX per i nuovi convertiti, che non potevano vivere in villaggi
islamici o animisti. La differenza fra Kushpur e i villaggi islamici vicini
che ho visitato era chiara a occhio nudo: pulizia delle strade e delle case,
la libertà con cui le donne parlano, sorridono e si lasciano persino
fotografare, le bambine che vanno a scuola, l'atmosfera di cordialità e di
gioia che non si trova altrove, un livello di vita superiore sia pur di poco a
quello degli altri villaggi. Il parroco pakistano mi diceva: «Da villaggi
islamici anche lontani vengono gruppi di uomini curiosi di capire come si vive
in un villaggio cristiano. A volte dicono ai nostri uomini, vedendoli
lavorare: "Ma voi siete così stupidi, che avendo moglie e figli lavorate
ancora?". La dignità del lavoro pesante, manuale, è un concetto cristiano, non
esiste nella tradizione indiana e nemmeno in quella islamica: lavorano i
tribali, i paria, i senza terra, le donne, i giovani, non l'uomo adulto e ben
sistemato.»
Oggi
tutto questo è in gran parte superato, non il singolo caso di Kushpur che è
ancora attuale, ma l'abitudine a formare villaggi cristiani separati. E' un
aspetto dell'inculturazione (o incarnazione) della giovane Chiesa
nell'ambiente locale, che ha ricevuto una forte spinta dal Concilio Vaticano
II. Quando si parla di "inculturazione", in genere si pensa alla liturgia
secondo l'arte e i simboli del posto, alle teologie locali, all'assunzione di
valori culturali tradizionali nella vita cristiana, ecc.
Sono
problemi che i teologi e gli intellettuali discutono (e fanno bene ad
approfondire), ma che interessano poco il popolo cristiano. Il quale invece si
trova di fronte ad un dilemma che si può così esprimere: la conversione a
Cristo è una rottura, un cambiamento radicale dalla vita precedente.
Convertirsi a Cristo significa aderire ad un modello di vita evangelico, che
fa a pugni col modello tradizionale in quasi tutti gli aspetti dell'esistenza:
valore assoluto della persona umana, dignità della donna e del bambino,
matrimonio, carità verso il prossimo sconosciuto (il senso del gratuito!),
perdono delle offese, rispetto del bene pubblico, ecc.
In
Giappone mi hanno detto che il maggior ostacolo ad accettare la fede cristiana
è l'impegno morale a perdonare le offese ricevute; nella cultura e nella
moralità tradizionali, la vendetta è addirittura un atto sacro, cioè un dovere
che ristabilisce la giustizia fra gli uomini, si tramanda di padre in figlio.
Nelle giovani generazioni cristiane prevale quindi il rifiuto della cultura
tradizionale, mentre il ricupero dei valori locali matura a poco a poco con la
vita cristiana.
In Costa
d'Avorio ho visitato il seminario nazionale di Anyama, dove si insegna
teologia praticamente come in Europa, con qualche corso sulle religioni
africane: si trasmette la dottrina fondamentale della Chiesa a giovani che
entrano in seminario pieni di buona volontà, ma spesso privi di una profonda
istruzione religiosa. L'abbé Emile Kouassi, prefetto degli studi del
seminario, mi dice ([13]):
Il
cristianesimo richiede un cambiamento radicale di tutto il comportamento
morale... Secondo me, l'importante è vivere di Gesù Cristo. il resto verrà di
conseguenza. Il cristiano africano deve incontrare Gesù Cristo in profondità
ed esprimerlo nella sua vita, quindi incarnandolo nella mentalità africana.
Siamo ancora ai primi passi. Si parla molto di "teologia africana", ma secondo
me la cosa essenziale è vivere di Cristo: non abbiamo bisogno di parlare di
teologia africana, ma di viverla. Se ne parliamo troppo, facciamo della
"teologia africana" un assoluto ideologico e non siamo più autentici.
Ci
sono dei teologi africani che a tavolino inventano le formule più strane e poi
pretendono di fare della "teologia africana". Io dico loro: dove queste cose
sono vissute dalla gente? Dove sono maturate nella coscienza del popolo
cristiano? Quando voi vivete con la gente? Molte vostre idee non vengono forse
dalla teologia europea, dai vostri maestri europei che vogliono imporre loro
soluzioni? Ci sono alcuni che si definiscono "teologi africani" e sono
continuamente in Europa per congressi, incontri, università, pubblicano libri
e articoli a raffica, non hanno più agganci con la realtà africana. Non basta
avere la pelle nera per parlare a nome dell'Africa e della Chiesa africana.
Chiedo all'abbé Kouassi cosa noi cristiani d'Europa (anche nella stampa missionaria) e i missionari europei in Africa possiamo fare per aiutare la loro giovane Chiesa. Risponde:
Per un'inculturazione autentica abbiamo bisogno di molto tempo. Non sollecitateci in modo indebito. Se venite in Africa mettetevi a servizio dei nostri vescovi e della Chiesa, non imponeteci i vostri schemi e le vostre idee. Noi vogliamo mantenere i contatti con la Chiesa universale, per questo abbiamo bisogno di missionari e del magistero papale. Poi la teologia africana verrà dalla vita cristiana, si imporrà da sè, non dev'essere una costruzione ideologica, aprioristica, fatta a tavolino. S. Tommaso non ha mai detto: adesso mi metto a scrivere la teologia occidentale, ma ha scritto quello che era maturato al suo tempo nella vita della Chiesa.
La Cina: partire dalla realtà della vita
Il Card. Ratzinger ha dichiarato che, fra tutti i Sinodi continentali, il più ricco di contenuti è stato quello asiatico ([14]). Ne parlo con padre Sergio Ticozzi, uno dei tre "esperti" di origine non asiatica del Sinodo. Missionario del Pime ad Hong Kong dal 1969, ha lavorato in Cina una decina d'anni a servizio del governo di Pechino e gode di fama internazionale come conoscitore della lingua e della realtà cinese ([15]). Perchè - gli chiedo - questo giudizio di Ratzinger?
-
Voleva dire che il Sinodo asiatico è stato più provocatorio di altri per la
Chiesa. I vescovi erano preparati e ogni Conferenza episcopale ha portato
avanti idee e proposte in modo organico. Il tema più sottolineato è stata la
missionarietà delle Chiese locali. Sebbene tutti abbiano riconosciuto di
essere minoranza nel loro paese, certe volte anche oppressa, moltissimi
vescovi hanno messo l'accento sull'impegno di evangelizzazione all'interno e
di missionarietà all'esterno, soprattutto in termini di dialogo: con i poveri
dell'Asia, con le culture e i membri delle altre religioni. Cioè, per
evangelizzare occorre dialogare, l'evangelizzazione non è un'imposizione o
solo una proclamazione, ma è il dialogo della salvezza con tutti i popoli.
- Le Chiese asiatiche chiedono ancora missionari?
- Sì, ringraziano i missionari fondatori delle loro Chiese e ne chiedono
altri, come segno di comunione e di scambio. Però, avendo in genere abbondanza
di vocazioni, vogliono diventare missionarie, mandare missionari anche in
Occidente.
- Le Chiese e soprattutto i teologi d'Asia sono sospettati di mettere in
sordina l'unicità di Cristo Salvatore. Hai avuto questa impressione?
- Il problema esiste per alcuni teologi di India e Sri Lanka, non per tutte le
Chiese asiatiche ([16]).
Per annunziare Cristo in Asia si tratta di fare il primo passo, che è di
dialogare, condividere la vita dei popoli. I teologi in Occidente distinguono
dialogo e annunzio, ragionano a tavolino. Nella pratica, l'evangelizzazione è
dialogo, se non dialoghi non evangelizzi. Proclamare semplicemente una verità
in Asia non ha senso.
- E'
questa la provocazione che viene dall'area cinese?
- Il
Sinodo ha fatto incontrare rappresentanti delle aree culturali asiatiche:
Medio oriente, India, Sud-est asiatico, Asia ex-sovietica, Cina, Estremo
oriente. Ne è risultata la varietà e la ricchezza delle culture asiatiche. Gli
indiani sono speculativi e accettano la logica occidentale, affrontano la fede
nella linea intellettuale: nel Sinodo, quando si parlava di dottrina, gli
indiani guidavano la discussione. Invece, il mondo dell'area cinese (che
comprende Giappone, Corea, Vietnam, Mongolia, n.d.r) è pragmatico. Per il
cinese qualsiasi cosa che esce dall'ambito della vita gli interessa poco.
Molti vescovi sono intervenuti sulla spiritualità e sull'esigenza di partire
dall'esperienza di Dio nell'evangelizzazione dell'Asia; dalla vita, non dalla
dottrina. La rivelazione va concepita come rapporto con Dio, esperienza di
Dio, non come ragionamento sulle verità di fede.
Secondo me la sfida per la Chiesa del futuro è di essere capaci di partire
sempre dalla realtà. Mi baso sull'esperienza del buddhismo che è nato in India
e poi è venuto in Cina. La vera creatività cinese sta in quella forma di
buddhismo, poi passata in Giappone col nome di Zen, che è una rivoluzione
contro tutte le speculazioni dottrinali che venivano dall'India. Lo Zen è
andato subito all'esperienza di illuminazione: non importano tutte le dottrine
che tu sai, tutti i ragionamenti che puoi sviluppare, tutte le pratiche
religiose; se non fai l'esperienza dell'Illuminazione, non serve a nulla.
Questo capovolgimento del buddhismo è dovuto allo spirito cinese, concreto,
pratico.
- Tu
pensi che il Sinodo asiatico avrà influsso sulla Chiesa universale?
- Potrebbe averlo se fossimo aperti e disposti ad imparare dalle giovani
Chiese e dalle altre culture. Uno dei motivi per cui la Chiesa è rimasta
minoritaria in Asia, dopo secoli di presenza, è perchè è troppo occidentale,
ha un volto europeo. Quando sono andato in missione io ero un intellettuale,
la Cina mi ha messo con i piedi in terra, ho preso coscienza che bisogna
partire non dalle idee generali o dalle teorie e teologie, ma dalla vita. I
primi anni di ministero ad Hong Kong, per bilanciare la mia tendenza
intellettuale ho chiesto al vescovo di andare a lavorare in fabbrica. Vivere
con la gente mi ha aiutato molto.
La mia formazione in seminario era molto intellettuale, non percepivo la sfida
della realtà, rimanevo nel mondo della dottrina. Anche oggi è così per molti
preti: basta sentire certe prediche nelle chiese italiane. Partiamo dall'alto,
facciamo esercizio teologico, esegetico, filosofico, culturale: insegnamo una
verità, non trasmettiamo una vita. Per cui parliamo in modo non interessante,
non coinvolgente. Siamo stati educati a prendere la fede come dottrina, idee
astratte da dimostrare con dotte citazioni, non come esperienza di Dio. Se la
Chiesa si incultura in Asia, tutto questo può cambiare. Questo la vera sfida
della Chiesa oggi: farsi ascoltare, farsi capire, non diventare noiosa,
incidere nella vita degli uomini e dei popoli.
Ritrovare l'entusiasmo della fede
Il
problema fondamentale delle giovani Chiese oggi è di ritrovare o rafforzare
l'entusiasmo della fede e dell'annunzio missionario, che le ha animate agli
inizi della predicazione del Vangelo: attraverso una più profonda istruzione
religiosa e una vita autenticamente cristiana. Le giovani Chiese vivono in un
tempo di grandi cambiamenti dei loro popoli: le emergenze e le urgenze dei
problemi politico-culturali ed economico-sociali assorbono tutta l'attenzione,
tutto il tempo. Si preparano società nuove nelle quali i cristiani sono
chiamati a dare il loro contributo.
Tutto
questo è una sfida alla loro fede. Guai se si chiudono e imitano l'Occidente
cristiano, che si è lasciato omologare alla cultura dominante, chiaramente
materialista (il dio denaro, consumismo, intellettualismo, laicismo, marxismo,
ateismo pratico cioè "vivere come se Dio non esistesse", ecc.): preparano
anche loro una "società senz'anima", che noi in Europa sperimentiamo essere
nefasta. Nei suoi viaggi in Africa, Giovanni Paolo II spesso ripete quanto ha
detto parlando ai giovani in Kenya: «Non imitate l'Occidente, non costruite
una civiltà senz'anima! Mantenete la vostra carica di sentimento religioso...
L'uomo vale per quello che è, non per quello che ha... Aprite le porte a
Cristo...»
Per dare
un'anima alla società bisogna ritornare alla fede e alla testimonianza
cristiana, come individui e come Chiesa. Spesso visitando le
missioni mi son detto: qui viviamo al tempo degli Atti degli Apostoli! I
neofiti ricevono il messaggio di Gesù con entusiasmo. E spontaneamente lo
annunziano agli altri, lo proclamano: "La fede si rafforza donandola!", come
ha scritto il Papa.
Ricordo
che nel primo viaggio fatto in Vietnam del sud (1967), ero rimasto ammirato
dalla fede di quei cattolici e dalla viva coscienza di venire da una Chiesa
che ha avuto circa 300.000 martiri in due secoli (XVIII e XIX).
«Per i nostri fedeli, dare la vita per la fede fa parte della loro tradizione
e non ci penserebbero due volte», mi diceva
a Saigon il rettore delle Missioni Estere di Parigi dov'ero ospite, padre Dozance. Visitando le parrocchie mi sono accorto che in Vietnam i preti
facevano veramente i preti: studio e preghiera, sacramenti, istruzione
religiosa, direzione spirituale, visite ai malati... Pur essendo il sacerdote
capo indiscusso della parrocchia, per antica tradizione i laici sono aggregati
in confraternite (del Rosario, del SS. Sacramento, del Crocifisso), nei
moderni movimenti come la "Legione di Maria" e gestiscono la parrocchia:
catechesi, economia, carità, giovani, preparazione ai sacramenti e al
matrimonio, guida delle comunità di villaggio senza sacerdote; soprattutto
sono missionari nell'avvicinare i non cristiani e portar loro il messaggio di
Cristo ([17]). Per i vietnamiti il cristianesimo è una cosa seria,
estremamente seria e impegnativa, che fa parte della loro vita quotidiana,
influenzandone tutti gli atti, i comportamenti, i discorsi, i giudizi. Il
delegato apostolico mons. Palmas mi diceva: «E'
una Chiesa con numerose vocazioni: seminari e noviziati sono pieni. I vescovi
rimandano ogni anno circa la metà dei giovani che vorrebbero diventare
sacerdoti».
Mons.
Cesare Bonivento, missionario del Pime e vescovo di Vanimo in Papua Nuova
Guinea (Oceania), mi dice che i suoi giovani cristiani sono in parte
analfabeti, conoscono ancor poco della dottrina cristiana, ma hanno ricevuto
la fede con l'entusiasmo dei neofiti e diventano subito missionari, trovano
mille modi per annunziare Gesù Cristo. Bonivento dice: «Tutto il mio impegno è di dare contenuti a questa fede, di
insegnare il catechismo, di far leggere la Scrittura. Ma loro parlano
spontaneamente a tutti di Gesù Cristo e di Maria, sono missionari. Io non so
bene cosa dicono, ma mi fido dello Spirito Santo: la missione è sua. Io dico
sempre: Spirito Santo, pensaci tu!».
In
Corea del sud ho ammirato una Chiesa in crescita e missionaria, in un paese
moderno e sviluppato come il Giappone. Le molte conversioni (circa 150.000
battesimi di adulti l'anno) avvengono soprattutto nelle città, non nelle
campagne. A Seul sono stato nella parrocchia dei salesiani di Kuro 3-Dong, in
ambiente operaio di periferia. I cattolici sono 9.537 su circa 150.000
abitanti, i battesimi di convertiti adulti più di 600 l'anno. A Seul le
parrocchie sono una settantina, ne vengono fondate tre-quattro nuove ogni
anno, ma non bastano mai perchè la popolazione cristiana cresce molto in
fretta. Il parroco padre Paul Kim Bo Rok, mi dice ([18]):
In
parrocchia siamo solo due sacerdoti e quattro suore, ma il vero lavoro di
istruzione religiosa lo fanno i laici, sia negli otto corsi di catechesi che
si svolgono in parrocchia, in ore e per persone diverse, sia nei movimenti
ecclesiali molto attivi, specie la "Legione di Maria". Noi sacerdoti abbiamo
solo la supervisione di tutto questo movimento, mentre le suore sono
direttamente impegnate nella catechesi e visita alle famiglie dei catecumeni.
Inoltre vi sono numerosi corsi per catecumeni a livello cittadino, a cui
mandiamo persone che chiedono il battesimo e hanno bisogno di particolare
attenzione, ad esempio professori universitari, professionisti, medici...
Ogni
anno celebriamo in parrocchia due cerimonie di battesimi di adulti: ogni volta
sono 300 e più battezzati, dopo circa un anno di catecumenato: è poco, ma non
possiamo dare più tempo per le tante richieste di istruzione religiosa. La
formazione profonda della fede viene data dopo il battesimo ed è compito dei
movimenti ecclesiali. Diventare cristiano è certo un atto di fede, ma è anche
entrare in un gruppo che ti impegna a fondo, ti dà norme di comportamento e
d'impegno, ti fa pagare le quote di partecipazione, ti dà le preghiere da dire
tutti i giorni. Quando si entra nella Chiesa si accetta tutto. Questo è lo
spirito coreano: o accetti e ti impegni o non accetti e te ne vai.
In Corea la
religione è una cosa seria, impegnativa. E' vero che c'è il pericolo del
formalismo, ma è tutta la cultura del popolo che è impostata in questo modo.
Anzi, il cristianesimo è la forza principale che crea la coscienza personale,
la libertà della persona. E poi stanno arrivando i pericoli opposti al
formalismo, il secolarismo e il materialismo pratico che allontanano dallo
spirito religioso. La Corea del sud conosce un prodigioso sviluppo economico,
la povertà di trent'anni fa è scomparsa: oggi c'è per noi il passaggio
all'abbondanza e anche alla ricchezza. Dobbiamo reagire con una formazione
cristiana più profonda e personale. Siamo travolti dall'ondata delle
conversioni, chiediamo al mondo cristiano almeno l'aiuto della preghiera.
Le giovani Chiese sono missionarie
Come dirò meglio nell'ultimo capitolo, in vari paesi di missione, soprattutto asiatici, le conversioni a Cristo sono diminuite e quasi bloccate. O se avvengono, come in India e in Indonesia, si tengono ben nascoste, e non risultano nelle statistiche, per timore di reazioni da parte di circoli estremisti delle religioni locali. Il viaggio che ho fatto in Sri Lanka nel 1990, mi ha fatto toccare con mano la forte rinascita delle religioni: bisogna essere prudenti in tutto, dicevano vescovi e sacerdoti, le conversioni sono rifiutate ovunque dalla mentalità e cultura corrente. La proclamazione del Vangelo ai non cristiani si fa con la presenza, la carità, la letteratura cristiana, il dialogo. Le conversioni sono molto rare, avvengono per via di matrimoni, eccetto che nelle città, dove a volte si convertono studenti e persone colte. Il vescovo di Jaffna in Sri Lanka, mons. Jacob Bastiampillai Deogupillai, mi dice ([19]): «Le singole parrocchie non hanno neppure il catecumenato finalizzato alla conversione degli adulti, perchè le conversioni sono individuali. Prima del 1960, con le scuole cattoliche, era più facile. Però bisogna dire che in Sri Lanka non ci sono mai state conversioni in massa dopo il primo periodo dell'occupazione portoghese: in tutta la mia vita di sacerdote (sono stato parroco dal 1954 al 1984) avrò battezzato 50 adulti».
La
formazione cristiana in Sri Lanka è volta a creare nei fedeli uno spirito
missionario, inteso però non direttamente a convertire, ma a diffondere la
luce del Vangelo tra il popolo e nella cultura. Un parroco singalese a Colombo
mi dice: «Voi
occidentali, quando parlate di "primo annunzio" lo immaginate finalizzato alle
conversioni. Qui in Oriente, in particolare in Sri Lanka e in India, la parola
stessa "conversione" suscita reazioni negative in tutti, è sentita come
un'imposizione, una violazione della libertà dell'altro. La conversione invece
è un dono di Dio, un mistero del cuore dell'uomo, noi evitiamo perfino di
parlarne. Quel che conta è che i cristiani diano un'autentica testimonianza di
vita nuova in Cristo e di servizio all'uomo».
La presenza
dello Spirito Santo nelle giovani Chiese si rivela con un segno molto forte:
il fiorire dello spirito missionario. In America Latina c'è stata una rapida e
positiva evoluzione. Ho partecipato alle due Conferenze continentali del Celam
a Puebla (1979) ed a Santo Domingo (1992): i testi approvati sono chiaramente
orientati alla missione universale. Le Chiese latino-americane negli anni
settanta e ottanta erano sotto il segno della "liberazione" (lanciato alla
Conferenza di Medellìn nel 1969); negli anni novanta sotto il segno della
"missione". Non perchè non ci sia più bisogno di liberare i popoli
latino-americani dalla schiavitù del bisogno, ma perchè la Chiesa nel suo
assieme ha recepito e sta realizzando i valori della carità, della
solidarietà, dell'impegno socio-politico.
Adesso è il momento di esprimere la maturità della fede nella
missione alle genti. Ecco l'azione dello Spirito che continuamente rinnova la
Chiesa! I vescovi brasiliani proclamano con orgoglio che, pur essendo ancora
in estrema necessità di personale apostolico, hanno un migliaio di preti,
suore e volontari laici in missione soprattutto in Africa (il primo vescovo
brasiliano in Africa è mons. Pedro Zilli del Pime, consacrato nel giugno 2001
per la nuova diocesi di Bafatà in Guinea-Bissau).
Nel 1994,
ho intervisto mons. Matthias Isuja, vescovo di Dodoma in Tanzania, che mi
dice:«Sai,
ho dato due miei preti alla Chiesa di Giamaica. E' un popolo di neri senza
preti!». A Dodoma lavorano i passionisti e gli stimmatini italiani. Ho detto
al vescovo che la sua diocesi ha pochi preti. Mi ha risposto: "Sì, ma la
Giamaica ne ha di meno". Quando sento un vescovo ragionare così, mi si allarga
il cuore.
In Guinea-Bissau, nel 1997, i missionari mi dicevano che nelle loro giovani
comunità l'azione dello Spirito è evidente. Cristiani che non sanno ancora
bene cos'è il cristianesimo e nel fondo sono rimasti pagani, hanno
l'entusiasmo della fede che li porta a diventare missionari... Nella missione
di Bafatà (dal 2001 nuova diocesi) sono state fondate nuove cappelle e
comunità cristiane a Gabù, Xime, Contuboel, Pitche, Sonaco, in posti in cui il
missionario non è mai andato: i veri missionari sono i nuovi battezzati!
Nell'Esortazione apostolica "Ecclesia in Asia" ([20]), Giovanni Paolo II scrive (n. 44):
Nel contesto della comunione della Chiesa universale, non posso non invitare la Chiesa in Asia a inviare missionari, anche se essa stessa ha bisogno di operai nella vigna. Sono lieto di constatare che sono stati recentemente fondati Istituti missionari di vita apostolica in diversi paesi dell'Asia, come riconoscimento del carattere missionario della Chiesa e della responsabilità delle Chiese particolari in Asia di annunziare il Vangelo in tutto il mondo. I Padri del Sinodo hanno raccomandato "là dove ancora non esista, l'istituzione in seno ad ogni Chiesa locale dell'Asia, di Società missionarie di vita apostolica caratterizzate da specifico impegno per la missione ad gentes, ad axteros, ad vitam". Una simile iniziativa porterà sicuramente frutti abbondanti non soltanto nelle Chiese che ricevono i missionari, ma anche in quelle che li inviano.
In Asia sono nati nel post-Concilio Istituti missionari di clero secolare e diocesano (con le Costituzioni sul modello di quelle del Pime e in alcuni casi con l'aiuto del nostro Istituto) in Vietnam, Filippine, Corea del sud, Thailandia, Giappone, Birmania (Myanmar). In India ne sono nati tre: il Pilar di Goa, gli "Herald of Good News" (Annunziatori della Buona Notizia) di Eluru in Andhra e l'Istituto missionario San Tommaso di rito siro-malabarico nel Kerala. Ho visto missionari indiani in Pakistan, Cambogia (un vescovo indiano dell'Istituto Missioni Estere di Parigi), Papua Nuova Guinea, Filippine, Sud Africa, Amazzonia, Mato Grosso, ecc. Sacerdoti dello Sri Lanka sono andati in Pakistan e in Bangladesh, quelli della Birmania in Papua Nuova Guinea e Filippine...
La Chiesa non dei ricchi ma per i poveri
Com'è
cambiata la Chiesa nell'ultimo mezzo secolo? Il discorso diventa complesso,
difficile sintetizzarlo. Un tema significativo è la fioritura di nuovi
"modelli pastorali" delle giovani Chiese: proprio perchè giovani e libere da
condizionamenti secolari, hanno la "fantasia pastorale" che spesso manca alle
nostre Chiese antiche, ricche di dottrina e di santità ma a volte
sclerotizzate in modelli superati. Le giovani Chiese arricchiscono la Chiesa
universale.
Quando
pensiamo a cosa ha dato e dà l'America Latina a tutti noi credenti in Cristo,
non possiamo che ringraziarne lo Spirito Santo! Le "comunità ecclesiali di
base" diffuse in tutto il mondo vengono dall'America latina; la varietà e
genialità dei ministeri laicali vengono dall'America Latina; la "Teologia
della liberaziome" (molto positiva nel suo complesso) viene dall'America
latina; l'efficace coordinamento delle Chiese a livello continentale (il Celam
e le sue Conferenze) viene dall'America latina; la resistenza del popolo
cristiano e delle Chiese alle dittature (Cuba, Brasile, Cile, Argentina,
Uruguay, Paraguay, Nicaragua, Guatemala...) viene dall'America Latina...
Ricordo cos'era la Chiesa latino-americana meno di 40 anni fa, la prima volta
che vi sono andato nel 1966: una Chiesa di impronta coloniale, succube dei
poteri politici ed economici, arroccata su posizioni conservatrici (ad
esempio, proprietà di terre), ben stabilita lungo le coste e nelle città ma
quasi assente nelle regioni interne più difficili (nel 1965 il Brasile aveva
140 Diocesi, oggi ne ha più di 300!), con scarsissimo clero locale e laici
poco istruiti e disimpegnati... Insomma, in meno di quarant'anni c'è stata una
rivoluzione totale, clamorosa, miracolosa, che dà speranza a tutta la Chiesa
universale. Da dove viene tutto questo se non dall'azione dello Spirito Santo?
Un altro
aspetto fortemente positivo degli ultimi cinquant'anni è lo slancio per lo
sviluppo: oggi la Chiesa è identificata come stimolatrice dello sviluppo. In
molti paesi poveri (specie dell'Africa nera), se non ci fosse la Chiesa
cattolica, in certe situazioni o regioni non ci sarebbe quasi nulla per
aiutare il popolo. La gente povera si fida della Chiesa.
E' vero
che il discorso dello sviluppo si è un po' sostituito alla predicazione
diretta, ma questo non cancella il fatto che la dedizione forte per i poveri
caratterizza sempre più la Chiesa cattolica; anche dove è piccola minoranza ([21]), s'impegna per la promozione umana in tutti i sensi:
educazione, sanità, diritti dell'uomo, creazione di una coscienza sociale e
politica nel popolo, attenzione privilegiata agli ultimi, educazione specie
delle categorie più infime, ecc. Questo ha creato nel mondo un'immagine molto
positiva della Chiesa cattolica; che decisamente, negli ultimi decenni, si è
schierata con i poveri ed è vista come l'ultimo baluardo dei diseredati.
Quaranta
o cinquant'anni fa, almeno in America Latina ma anche altrove, si parlava
della "Chiesa dei ricchi". Oggi, universalmente, è riconosciuta come "Chiesa
per i poveri": è l'unica che difende i valori del Vangelo e quindi i poveri.
Non solo, è l'unica che giustifica, dà un senso alla povertà, considerata e
predicata come un valore, una virtù (le Beatitudini!): gli esempi infiniti che
si trovano nella Chiesa, da san Francesco d'Assisi a madre Teresa, sono tali e
tanti che formano un modello, una cultura nuova: l'austerità di vita, vivere
del giusto necessario, non inseguire il duperfluo e l'avere di più.
Nell'ebraismo e nelle religioni non cristiane, la povertà è una maledizione di
Dio, la ricchezza una benedizione.
Nel tempo
della globalizzazione, quando viene alla ribalta l'abisso che divide il Nord
dal Sud del mondo, si riflette poco su questo fatto: la povertà per il
cristiano è una virtù. Ma il tema "Vangelo e sviluppo" è ignorato persino da
enti, università e riviste cattoliche e missionarie! Pensando alle
Beatitudini, siamo proprio sicuri che la meta da raggiungere, nella
collaborazione e solidarietà tra i popoli, è di rendere tutti i popoli ricchi
come noi? E se la meta invece fosse che noi dobbiamo rinunziare al superfluo,
all'opulenza consumistica, ricercando assieme ai poveri un modello di vita e
di sviluppo più austero e più umano? La corsa all'avere di più abbiamo già
sperimentato che non porta a nulla di positivo. E se i poveri del mondo ci
indicassero che, conseguiti i beni materiali necessari alla vita (l'"avere di
più"), dobbiamo anzitutto ricercare l'"essere di più", cioè privilegiare la
ricerca del senso della vita umana, in campo sociale, educativo, culturale,
religioso?
Il mio
confratello mons. Cesare Bonivento è vescovo di Vanimo in Papua Nuova Guinea.
Siamo nell'altra parte del mondo, con una Chiesa cattolica molto, ma molto
diversa dalla nostra. Bonivento racconta che in occasione di un recente
viaggio in Italia ha presieduto la solenne Messa domenicale al Santuario di
Sant'Antonio a Padova. Mi dice di essersi scandalizzato: «Tutto schematico, tutto freddo, tutto formalistico! Al bacio
della pace, nessuno che si sia permesso di andare da una parte della navata
all'altra, solo brevi strette di mano fra vicini di banco! Non c'erano nemmeno
i chierichetti. In Papua Nuova Guinea la liturgia è vivacissima, il popolo
partecipa davvero. Le Messe domenicali sono una festa spontanea. E' nella
natura del popolo agire così, anzi io devo stare attento a frenare senza
scoraggiare, altrimenti non finiscono più.»
Da poco
meno di cinquant'anni visito le missioni e vedo che la bellezza della Chiesa
sta in questa varietà di espressioni, di teologie, di linee pastorali, che
sono segni di presenza dello Spirito. E non abbiamo ancora visto niente: man
mano che la Chiesa cresce nei vari popoli e culture, si arricchisce di
espressioni nuove e diverse. Il terzo millennio sarà caratterizzato dalla
missione universale e dalle Chiese locali inculturate nei diversi popoli:
l'unità nella diversità. Bonivento continua:
Anche da noi in Papua le sette cristiane hanno successo, perchè danno a tutti
la possibilità di essere attivi, di predicare. I nostri cristiani sentono la
predicazione nel sangue, vogliono annunziare, proclamare, raccontare. Noi
diamo spazio e abbiamo capito che dobbiamo dare ancora più spazio ai laici e
alle laiche, ma queste sette e Chiese protestanti non pongono limiti. La
Chiesa della Papua Nuova Guinea ha una potenzialità missionaria grandiosa,
perchè il popolo è contento di predicare, di annunziare Gesù Cristo... Bisogna
dar loro una formazione, dei contenuti, ma la carica missionaria ce l'hanno
spontaneamente.
Come Vescovo - aggiunge mons. Bonivento - svolgo opera di mediazione, cerco di
moderare e di preparare. Bisogna stare attenti perchè farebbero tutto loro.
Gli annunzi in chiesa debbono darli i laici, ma poi quando prendono la parola
è difficile fermarli. Se potessero mettere da parte il prete sarebbero
felicissimi. E infatti lo fanno perchè nella maggior parte dei servizi
domenicali parlano i laici: il prete ha difficoltà per la lingua, il "pidgin"
e altre lingue.
La
soluzione è di creare dei luoghi particolari in cui tutti possano esprimersi.
L'anno di preparazione al Giubileo del 2000 dedicato a Gesù Cristo unico
Salvatore è stato una cosa meravigliosa. Una specie di "missione popolare",
incontri di preghiera e proclamazione della Parola di Dio e di Gesù. Andavano
avanti per ore e tutti hanno avuto modo di parlare, di esprimersi, di
testimoniare. Anch'io ho dovuto predicare e ascoltare a lungo. La
predicazione, le testimonianze, le preghiere e i canti andavano avanti per tre
ore e io ero presente, dovevo intervenire. Il bello è che io mi stancavo, ma
loro non si stancano. Dopo le tre ore in chiesa non vanno a casa, si fermano
ancora lì a fare i canti, sono capaci di andare avanti fino a notte
inoltrata... Questo per dirti la natura della mia gente.
In Africa il Vangelo sta maturando comunità nuove
Domenica mattino 10 aprile 1984, la Tv italiana ci ha offerto,
all'inaugurazione del Sinodo episcopale africano in San Pietro ([22]), una visione commovente e movimentata della santa Messa
in "rito africano", che ha fatto il suo ingresso trionfale nella Basilica
delle Basiliche cristiane. Davanti agli occhi commossi e quasi increduli del
Papa, di cardinali e vescovi, l'Africa cristiana ha espresso se stessa più e
meglio che con tanti discorsi. Le processioni danzanti di preti e suore,
giovani e ragazze, i rulli dei tamburi, i suoni dei pifferi, le percussioni
dei balafon, i rutilanti colori delle vesti, le solenni volute d'incenso che
avvolgevano persone e cose in una nube surreale, tutto contribuiva a suscitare
commozione, partecipazione. Davanti al televisore, mi sono sentito coinvolto
in quei gesti antichi, mi è capitato di trovarmi con gli occhi umidi a
ringraziare il Signore per avere dato, a noi vecchi cristiani di travagliata
fede, la giovane Africa entusiasta e neofita.
Commosso
perchè? Perchè rivedevo le mille volte che in tanti paesi d'Africa ho
partecipato a queste cerimonie festose, con tutto un popolo che danza, canta,
batte le mani ed i piedi, sollevando un polverone rossastro che tiene il posto
dell'incenso. Cara Africa! E tutt'attorno la tua povertà, la tua miseria, i
tuoi mali antichi, le cicatrici delle oppressioni di cui sei stata e sei
vittima, l'isolamento e la marginalizzazione da parte di un mondo sempre più
evoluto, sempre più computerizzato, sempre più ricco di denaro e povero di
umanità.
Otto anni
fa in Mozambico, un padre bianco a Maputo, di fronte alle miserie di quel
paese e di quel popolo (guerra, dittatura, fame, massacri), mi diceva: "Sono
convinto che qui in Africa c'è la riserva di umanità per tutto il mondo".
Possiamo aggiungere: "Una riserva di fede e di entusiasmo della fede per tutta
la Chiesa". In Angola, il cappuccino padre Flaviano Petterlini mi diceva:
«Dillo in Italia, che quando l'Europa cristiana incomincerà a capire che ha
molto da imparare da quest'Africa, di cui vede solo la miseria e le piaghe
secolari, le cose da noi incominceranno a migliorare».
Il Sinodo africano, che abbiamo avuto la fortuna di ospitare a casa nostra, è
stata un'occasione mancata, una delle tante. La stampa laica l'ha quasi del
tutto ignorato, quella cattolica (e in parte anche missionaria) ha preferito
dare spazio alle contestazioni (perchè il Sinodo si svolge a Roma e non in
Africa? celibato dei preti sì o no?), nelle diocesi e parrocchie non si è dato
il giusto risalto ad un avvenimento fra i più significativi della Chiesa in
Africa oggi. E' stato un momento di "comunione fra le Chiese" che avrebbe
dovuto provocarci. Mi son letto ogni giorno i testi degli interventi dei Padri
sinodali, molti veramente belli e commoventi: ma chi li ha fatti conoscere?
Pensate che pazzia: con tutto quell'ottimo materiale missionario a
disposizione, noi discutevamo se il Sinodo avrebbe dovuto tenersi in Africa o
a Roma!
Abbiamo
dato tanto all'Africa, noi cristiani d'Italia,: missionari e volontari, aiuti
economici, educazione alla fede, macchine, "container", medicine, ospitalità
in Italia per studenti, sacerdoti e suore. E' venuto il momento di ricevere
qualcosa da loro, di metterci umilmente alla scuola di queste giovani comunità
cristiane. Hanno da insegnarci una cosa sola, ma fondamentale: l'entusiasmo
della fede.
La Chiesa
africana è giovane, neofita, affollata di martiri e di testimoni. In Africa il
Vangelo sta maturando comunità nuove, l'ho toccato con mano anche nelle
situazioni più drammatiche. In Uganda, nel 1980, durante la guerra senza
quartiere fra le tribù del sud (baganda) e quelle del nord (acholi) e fra i
seguaci di Dada Amin e quelli di Milton Obote, quando il paese era un carnaio,
ho visto decine di villaggi bruciati e tanti di quei cadaveri che a volte sono
ancora un incubo nei miei sonni. Ebbene, in quella situazione l'unica forza
che si opponeva allo sbando generale era la Chiesa, le organizzazioni
ecclesiali e i fedeli coscienti del dovere di "amare i propri nemici".
All'estremo nord-ovest dell'Uganda, nel West Nile, il comboniano padre Adelmo
Spagnolo mi diceva: «Qui ci sono decine di martiri della carità. Semplici
fedeli che si fanno ammazzare per proteggere gente delle tribù nemiche».
I martiri segno di speranza e di una Chiesa matura
Quando le cronache del mondo lontano portano sulle prime pagine dei giornali
la notizia di nuovi "martiri", dico la verità, non riesco a rattristarmi.
Provo dolore sì, per quelle vite spezzate, ma penso subito che per la Chiesa e
per gli uomini la loro morte è un segno di speranza. Il protagonista della
missione è lo Spirito Santo, che attraverso il martirio segnala la sua
costante presenza in mezzo ai credenti e nella Chiesa locale e universale.
"Beati
voi quando vi perseguiteranno" dice Gesù (Mt. 5, 11; Lc. 6, 22), che è morto
in Croce come "segno di contraddizione" (Lc. 2, 34). San Tommaso Moro, poco
prima del martirio, così consola la figlia: "Nulla accade che Dio non voglia e
io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto possa apparire cattiva,
sarà in realtà sempre per il meglio".
Il
martirio è la purificazione radicale di una vita, come il Battesimo. Più
ancora, è la purificazione radicale di una Chiesa e "seme di nuovi cristiani",
come dice Tertulliano. Il martire dà la suprema testimonianza alla verità
della fede e della dottrina cristiana, affronta la morte con un atto di
fortezza.
Che senso
ha il martirio? Il martire è ancor oggi, come Gesù, un segno di
contraddizione. Richiama il dovere di testimoniare la fede, andando
contro-corrente rispetto alla cultura pagana del mondo. Se la nostra Chiesa
occidentale non ha più martiri, non sarà per la nostra poca fede? O perchè nel
nostro mondo ricco, colto, tollerante, sincretista, democratico, garantista,
ammalato di intellettualismo, abbiamo lasciato che la fede in Cristo
diventasse uno dei tanti "optionals", "hobbies" personali, tollerato a livello
intimista, personale, ma senza alcun rilievo nella vita delle famiglie e della
società? I martiri sono continuamente lì a dirci cos'è la Chiesa. Il cardinale
Carlo Maria Martini ha scritto ([23]): «Mazzucconi, missionario
e martire, è per la nostra Chiesa più che una memoria. E' ispirazione e
riferimento al cammino missionario che deve espandersi in noi allargandosi a
tutto l'ambiente che ci circonda».
Nel 1994
è venuta a Milano Wang Xiaoling e suo marito, due cattolici di Shangai che
hanno trascorso 20 e 19 anni nelle carceri cinesi. Il libro che hanno
presentato in vari incontri, "L'allodola e il drago - Sopravvissuta nei gulag
cinesi" (Piemme, 1993), è una toccante testimonianza di come la fede vissuta
contro-corrente rispetto alla cultura dominante, porta sì alla persecuzione,
ma evangelizza. Nella prefazione, la giornalista Renata Pisu, esperta della
Cina e in passato entusiasta del maoismo, afferma che visitando Pechino dopo
la repressione di Piazza Tienanmen nel giugno 1989 si è resa conto del crollo
di tutti i suoi ideali maoisti e "terzomondisti" e scrive: «Sono
andata in chiesa. Quei fedeli cinesi che cantavano inni sacri in latino erano
gli unici esseri umani che, in quella città devastata dalla violenza,
riuscivano ad esprimere una speranza».
Ecco la "follìa della Croce", sconvolgente per il buon senso comune, scandalo
per gli ebrei e non senso per i pagani. La Chiesa e il cristiano devono sempre
misurarsi con il rifiuto e la morte propri di Cristo, sapendo che poi c'è la
Risurrezione. Secondo alcuni autori, il tema centrale del Vangelo di Luca è il
rifiuto e l'accoglienza di Gesù, mentre Matteo insiste sul rifiuto che
accomuna Maestro e discepoli. Per Paolo accoglienza e rifiuto hanno sempre
accompagnato l'annunzio del Vangelo e rendono il missionario solidale con
l'esperienza di Cristo, a volte fino al martirio.
Bene ha fatto
Antonio Socci a richiamare i martiri del secolo scorso, definito "il secolo
del martirio" ([24]), non per lanciare proteste o condanne, ma per ricordare
alla nostra distratta generazione di cristiani che il misterioso piano della
salvezza è quello realizzato da Cristo: la Parola di Dio è accolta e rifiutata
per tanti motivi che sfuggono alla nostra analisi, ma che ci indicano la
continuità storica, attraverso secoli e millenni, del modello di Cristo,
crocifisso e risorto.
Elencare
i martiri laici indigeni nelle missioni è impresa impossibile: sono troppi e
anche le Chiese locali hanno perso la memoria di molti di loro. Lo stesso Socci, ad esempio, nonostante l'accuratezza dell'indagine sui martiri del
1900, non ricorda le migliaia di cristiani uccisi in Myanmar (solo il Pime ne
ha avuti sei, cinque italiani e il primo sacerdote della diocesi di Kengtung).
Ancor
oggi la situazione non è cambiata. Questo fatto me l'ha raccontato nel
febbraio 2002 in Myanmar il padre Paolo Noè, missionario del Pime che è là dal
1948, ormai incarnato nella sua gente. Un suo giovane catechista è andato in
Thailandia per lavorare e costruire una casetta per la famiglia. E' ritornato
in Birmania clandestinamente, come fanno molti che vivono alla frontiera,
perchè in Thailandia c'è lavoro e si guadagna bene, mentre Myanmar è ancora un
paese poverissimo, bloccato dalla dittatura socialista. I militari di
frontiera l'hanno arrestato e vedendo la piccola croce che porta al collo gli
chiedono:
- Tu di che
religione sei?
- Sono
cariano e cattolico.
- Allora il
tuo Dio è quello messo a morire in croce?
- Sì, Gesù Cristo è morto e risorto per tutti gli uomini.
- Allora, se tu sei un discepolo del Dio messo in croce, mettiamo in croce
anche te.
Il giovane dice:
- Va bene, sono pronto. Così imiterò di più il mio Signore.
Dopo qualche giorno, interviene un'autorità superiore (trattandosi di un catechista della missione temevano una denunzia pubblica); lo lasciano andare e se la cava con una multa. Padre Noè aggiunge:
Non credere che questo sia un caso unico. In Myanmar ufficialmente non esiste persecuzione anti-cristiana, ma in pratica, specie nelle regioni più isolate e di guerriglia, i cattolici sono penalizzati parecchio, tartassati, sospettati di essere amici dei guerriglieri, i loro villaggi bruciati, ecc. Mi meraviglia sempre la forza della fede di questi nostri fedeli, spesso semi-analfabeti e molto poveri, che hanno ricevuto pochissimo dalla Chiesa, quasi solo l'annunzio della salvezza in Cristo. Però vivono la fede con gioia, come una rivoluzione benefica della loro vita. Quando prego lo Spirito Santo, lo ringrazio perchè io tocco molte volte con mano la forza della sua azione sulle menti e sui cuori dei nostri fedeli: è Lui che fa tutto, noi preti e suore facciamo pochissimo.
Quando
venne ucciso p. Tullio Favali nella diocesi di Kidapawan (isola di Mindanao,
Filippine), sono subito andato sul posto per un'inchiesta giornalistica e
chiedevo al vescovo quanti cattolici erano stati uccisi in diocesi dall'inizio
di quel 1985, nelle stesse condizioni di padre Tullio e per gli stessi motivi:
nessuno ha saputo darmi la cifra esatta, ma da un conteggio sommario venivano
fuori 73 cattolici morti ammazzati... In Burundi, un missionario saveriano mi
diceva nel 1994: «Tu non sai quanti martiri della carità ci sono fra i nostri
cristiani: persone che hanno perso la vita per aver voluto salvare quelli
dell'etnia avversaria...»
In Guinea-Bissau, nella parrocchia di Suzana mi hanno raccontato che i primi
cristiani trent'anni fa sono stati uccisi, avvelenati, torturati, frustati,
espulsi dal villaggio... I missionari hanno dovuto costruire il villaggio di
Santa Maria vicino alla missione, per sottrarli alla persecuzione sistematica.
Lo Spirito si manifesta nella diversità dei carismi
Il cardinale Léon Joseph Suenens, in un libro di qualche anno fa ([25]), dice che bisogna "equilibrare la nostra visione di
Chiesa... mettendo in risalto il posto e il ruolo dello Spirito Santo". Nel
libro parla di "due dimensioni della Chiesa", quella istituzionale e quella
carismatica. Ma è sbagliato contrapporle: lo Spirito non divide, ma anima e
unisce. Andiamo verso un tempo di più grande libertà nella vita della Chiesa:
meno obblighi legali e meno inibizioni interiori, l'esercizio dell'autorità
sarà temperato, intolleranza e assolutismo aboliti. Ma attenzione, il "tempo
dello Spirito" porta la Chiesa e noi stessi - ecco il senso della Pentecoste!
- verso la giovinezza dello Spirito, cioè la santità personale e la missione
alle genti, in duemila anni realizzata solo in parte.
San
Paolo parla a lungo dei doni dello Spirito, dei carismi distribuiti per far
crescere la Chiesa. Nel "tempo dello Spirito" che stiamo vivendo, ci
orientiamo sempre più verso una varietà di ministeri ed espressioni, un
pluralismo di metodi, di teologie e liturgie, che rappresentano il volto
futuro della Chiesa universale. Quando si parla e si scrive sull'attività
missionaria fra i non cristiani, ho l'impressione che spesso si coltiva una
visione tradizionale e poco articolata di come la Chiesa oggi annunzia Cristo
a tutti gli uomini. L'enciclica "Redemptoris Missio" (1990), che 25 anni dopo
è stata pubblicata come aggiornamento del Decreto conciliare "Ad Gentes"
(1965), essendo totalmente dedicata alla "missione alle genti" è oggi il
documento ecclesiale più completo di cui disponiamo per avere un'idea del
cammino fatto dall'attività missionaria specifica. La R.M. è citata, ma
specialmente nei primi tre capitoli di natura teologica (Gesù Cristo unico
Salvatore, Il Regno di Dio, Lo Spirito Santo protagonista della Missione), che
rispondono alle domande di natura teologica e danno una inquadratura
biblico-teologica ai problemi nuovi sorti dopo il Vaticano II.
Ma la
R.M. non è solo quello. I capitoli IV e V (Gli immensi orizzonti della
missione Ad gentes, Le vie della missione), rispondono in modo concreto alle
domande che normalmente si fanno sulle missioni. Ho avuto modo di seguire
molto da vicino la preparazione della R.M.: mi ha stupito ed edificato il
fatto che l'enciclica è stata il frutto di una vasta consultazione della base
(vescovi, facoltà teologiche, istituti missionari, ecc.) e naturalmente delle
congregazioni romane, in particolare di quella per l'evangelizzazione dei
popoli (Propaganda Fide), il cui prefetto di quel tempo, card. Josef Tomko, ha
avuto gran parte nella preparazione del documento papale. L'enciclica
naturalmente è di Giovanni Paolo II che l'ha fortemente voluta e orientata (la
passione missionaria che lo anima è visibile e commovente!); ma voglio dire
che è nata da una consultazione che non immaginavo così ampia e profonda, con
un lungo periodo di preparazione durato tre-quattro anni e diversi
rifacimenti.
Una delle
novità più originali della "Redemptoris Missio" è la descrizione degli ambiti
(o "aeropaghi") in cui si esercita la missione alle genti (nn. 37-38): un
panorama molto attuale dell'argomento di cui trattiamo in questo capitolo. Non
più quindi il solo concetto "territoriale" della missione alle genti, ma anche
culturale e sociale: le città, i giovani, le università, le migrazioni, i
profughi, il mondo della comunicazione e della cultura, l'impegno per la pace,
lo sviluppo e la liberazione dei popoli, la ricerca scientifica, i rapporti
con organismi e convegni internazionali, l'inculturazione del messaggio
evangelico, il dialogo interreligioso, ecc. Ecco in breve le tre direzioni di
marcia che oggi sembrano prioritarie per la missione ad gentes:
1) In
immense regioni dell'Asia, dove vivono più del 60% di tutti gli uomini ([26]), Cristo non è ancora stato annunziato e la Chiesa è
presente solo in alcune regioni e presso alcune popolazioni. Nel prossimo
futuro l'Asia avrà un peso determinante nello sviluppo dell'umanità. Basti
pensare a Cina e India, ancora paesi poveri, ma che ogni anno crescono
economicamente del 7-8%, hanno governi stabili e grandi civiltà alle spalle.
La storia
del cristianesimo rivela che il primo millennio ha visto l'evangelizzazione
dell'Europa, il secondo delle Americhe, dell'Africa e dell'Oceania, nel terzo
che abbiamo appena iniziato la missione universale della Chiesa sarà orientata
soprattutto verso il continente asiatico, come dice il Papa nella "Redemptoris
Missio" (nn. 37/a, 40).
Ecco "la
sfida prioritaria della missione universale" per la Chiesa oggi: interessarsi
all'Asia, stabilire ponti di comprensione, di incontro, di dialogo, di
aiuto e di evangelizzazione verso i popoli asiatici, evidentemente senza
trascurare gli altri continenti e paesi non cristiani. Nelle Chiese locali
d'antica cristianità occorre una "conversione" e un entusiasmo paragonabili a
quelli che si sono verificati dopo la "Fidei Donum" (1957) verso l'Africa e
l'America Latina. Gli aiuti da dare alle Chiese asiatiche sono molteplici,
anche oltre a quello del personale apostolico. Qualcosa si sta muovendo ma
questo potrebbe essere un tema di rilancio, in Italia, per una campagna
d'opinione pubblica sulla missione alle genti ([27]).
2) Le
città ([28]); e con le città, tra grattacieli e "favelas", i
diseredati delle baraccopoli, l'informazione, i mass media, l'evangelizzazione
della cultura, l'editoria, il giornalismo, i centri di formazione del prete e
del cristiano... Oggi l'immagine della missione ad gentes sta cambiando:
luoghi privilegiati stanno diventando le capitali, le grandi città, dove
sorgono nuovi costumi e modelli di vita, nuove forme di cultura e di
comunicazione, che poi influiscono sulla popolazione... Il futuro delle
giovani nazioni si sta formando nelle città (R.M., n. 37/b).
Da sempre
le missioni sono state combattute nella scelta fra campagne e città. In
passato si privilegiavano in genere le campagne, dove la vita è più semplice e
il popolo più omogeneo. Oggi decisamente si scelgono le città, dov'è in
gestazione il futuro culturale e politico di quel popolo. Gli istituti
missionari indicano la via. Anche il Pime, nelle ultime Assemblee generali, ha
assunto questo orientamento. Il superiore generale p. Franco Cagnasso, nella
sua relazione al "consiglio plenario" del Pime 1999, scriveva:
C'è stata una levata di scudi quando si è incominciato a dire che la missione andava verso le città. Qualcuno ha gridato allo scandalo, ad un Pime che rinunzia agli ultimi. Ma quando davvero le città hanno cominciato ad ingigantirsi sotto i nostri occhi, quando abbiamo visto che la gente dei nostri villaggi si perdeva nelle periferie squallide e disumane, quando si è visto che andare in cità voleva dire dedicarsi agli ultimi e alla fondazione di comunità cristiane, allora le obiezioni e le paure sono cadute e si è trovato chi era pronto ad andare non per stare comodo, ma per seuire le genti...
Oggi il
Pime lavora, per ricordare solo le capitali e le grandi metropoli, nelle
periferie di Bombay, Dacca, Manila, Zamboanga, Bangkok, Hong Kong, Canton,
Tokyo, Osaka, Phnom-Penh, Yaoundé, Bissau, San Paolo, Belem, Manaus, Acapulco.
Ma il Pime non è un'eccezione, tutti gli istituti missionari hanno
privilegiato questo orientamento. Ad esempio, solo in anni recenti ho visitato
i saveriani a Bujumbura, Bukavu, Giakarta, Dacca; i missionari della Consolata
a Buenos Aires, Bogotà, Dar Es Salaam, Maputo; i comboniani a Lima, Quito,
Kampala, Città del Messico...
3)
Incontro e dialogo con l'islam, le religioni e le culture.
Nel nuovo millennio appena
iniziato, la "frontiera" forse più importante della missione universale sarà
probabilmente quella dell'incontro, dialogo, scambio e collaborazione con le
religioni, soprattutto con l'islam, per la pace nel mondo e la solidarietà fra
i popoli. Giovanni Paolo II scrive ([29]): « Nella condizione di più
spiccato pluralismo culturale e religioso, quale si va prospettando nella
società del nuovo millennio, il dialogo (tra le religioni) è importante anche
per mettere un sicuro presupposto di pace e allontanare lo spettro funesto
delle guerre di religione, che hanno rigato di sangue tanti periodi della
storia dell'umanità. Il nome dell'unico Dio deve diventare sempre di più, qual
è, un nome di pace, un imperativo di pace».
Il Concilio
Vaticano II, Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno realizzato molti
incontri e gettato ponti di comprensione fra le religioni, ma il buon popolo
cristiano ha fatto appena i primi passi in questa direzione; e questo vale
anche per il dialogo ecumenico con i "fratelli separati" delle altre Chiese
cristiane: molti gli incontri di vertice (anche con comitati di teologi che
hanno svolto un lavoro nascosto e prezioso), ma ancor scarsa partecipazione
alla base.
Questo conferma che la "missione alle genti", un tempo considerata compito esclusivo dei missionari e dei loro istituti, oggi diventa sempre più opera di tutto il popolo di Dio: è inevitabile che sia così, nel tempo della globalizzazione. E non è un compito facile, soprattutto riguardo all'islam, nel quale non esiste un'autorità: quindi ci sono molti islam, uno diverso dall'altro! Inoltre, mancando di una concezione laica dello stato, i musulmani fanno fatica a vivere in una società che non sia fondata sulla religione islamica. Questa la sfida perchè, nonostante le grandi differenze e le lotte storiche ed attuali, bisogna incontrarsi, capirsi, andare d'accordo, collaborare, vivere in pace, senza guerre e senza terrorismi. Non è questo uno dei compiti prioritari della "missione alle genti"?
[1]. Redemptoris Missio, nn. 1, 2, 3, 11, 30, 33, 35, 39, 40, 62, ecc.
[2]. Redemptoris Missio, nn. 2, 4, 11, 32, 35, ecc.
[3]. Nell'enciclica missionaria "Princeps Pastorum" del 28 novembre 1959.
[4]. Bisogna notare che in diversi paesi asiatici la Chiesa locale non dà statistiche aggiornate dei cattolici, per non suscitare reazioni nei governi e nei circoli estremisti delle religioni locali: le "conversioni" da una religione all'altra quasi non sono ammesse. Ad esempio, in India l'Annuario della Chiesa 2000 dice ufficialmente che ci sono 16 milioni e mezzo di cattolici, mentre negli ambienti ecclesiali indiani si dice (e si è anche detto e scritto in congressi nazionali) che hanno raggiunto i 25 milioni. La stessa osservazione vale per l'Indonesia, il Vietnam, lo Sri Lanka, forse anche il Pakistan. Il paese asiatico in cui i cristiani hanno registrato il più rapido aumento è la Corea del sud (oggi sono circa il 20%): i cattolici da 300.000 nel 1960 a circa 4 milioni oggi, il 7-8% dei 46 milioni di abitanti.
[5]. Le statistiche del 2000 sono riprese dall'"Annuarium statisticum Ecclesiae 2000", Libreria Editrice Vaticana 2002.
[6]. Discorso del card. J. Tomko, prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione (Propaganda Fide) ai 110 direttori nazionali delle Pontificie opere missionarie nel maggio 1997 a Roma.
[7]. Si veda: P. Gheddo, "Lorenzo Bianchi di Hong Kong", De Agostini 1988, pagg. 250.
[8]. Rio de Janeito 1955, Medellìn 1968, Puebla 1979 e Santo Domingo 1992.
[9]. Il missionario collabora con la crescita delle giovani Chiese anche aiutando il clero locale (ma non si può dire tutto in poche pagine!). Mi piace il Pime anche per questo. In varie missioni (recentemente ho visto in Hong Kong, in Guinea-Bissau, in Bangladesh, in Giappone) i vescovi locali mandano i loro preti diocesani con i missionari del Pime, con i quali si trovano meglio che in comunità di religiosi.
[10]. "Costituzioni e Direttorio generale del Pontificio Istituto Missioni Estere", Pime, Roma 1991.
[11]. Ha studiato nel Pime a Milano e negli Stati Uniti ed è membro dell'Istituto missionario di San Tommaso, fondato in Kerala nel 1970 dai vescovi di rito siro-malabarico sul modello del Pime, per mandare in missione sacerdoti diocesani dello stesso rito. Sono diffusi nel Nord India fra i non cristiani.
[12]. Legrand F., "Le Concile Oecuménique et l'évangelisation du monde", Salvator, Mulhouse, 1962, pagg. 25-28.
[13]. P. Gheddo, "Costa d'Avorio, l'alba dello sviluppo", "Mondo e Missione", giugno-luglio 1986, pag. 364.
[14]. Il Sinodo asiatico s'è svolto a Roma il 19 aprile - 14 maggio 1998: 180 rappresentanti di quelle Chiese, 30 uditori e 18 esperti, oltre a una dozzina di Cardinali di Curia.
[15]. La Fondazione Agnelli gli ha pubblicato "Il Tao della Cina oggi" (316 pagine), cioè la via che la Cina ha imboccato dal 1976, dopo Mao.
[16]. Vanno segnalati due studi importanti di p. Domenico Colombo su questo tema, tradotti e discussi in riviste missiologiche in varie lingue, anche in inglese: "Missionari senza Cristo?", "Mondo e Missione", maggio 1988, pagg. 315-334; "Asia, il Vangelo dimezzato", M.M., novembre 1990, pagg. 603-622.
[17]. P. Gheddo, "Cattolici e buddhisti nel Vietnam, Il ruolo delle comunità religiose nella costruzione della pace", Vallecchi, 1968, pagg. 397.
[18]. P. Gheddo, "Corea, Chiesa dei record", "Mondo e Missione", agosto-settembre 1986, pagg. 459-478.
[19]. P. Gheddo, "Sri Lanka, guerra in paradiso", "Mondo e Missione", ottobre 1990, pagg. 531-553.
[20]. "Ecclesia in Asia", pubblicata da Giovanni Paolo II a Nuova Delhi il 6 novembre 1999, in seguito al Sinodo episcopale asiatico svoltosi a Roma dal 18 aprile al 14 maggio 1998.
[21]. Quanti esempi si potrebbero raccontare! In Birmania, dove i cattolici sono lo 0,5% dei circa 48 milioni di abitanti, tutti si rendono conto del fatto che, per promuovere lo sviluppo, l'educazione e la sanità per il popolo, dopo il governo viene la Chiesa cattolica!
[22]. Dal titolo: "La Chiesa in Africa e la sua missione evangelizzatrice verso l'anno 2000. Sarete miei testimoni".
[23]. Nella prefazione al volume di P. Gheddo, "Mazzucconi di Woodlark" (Emi, 1994), il Beato martire ambrosiano in Oceania.
[24]. A. Socci, "I nuovi perseguitati", Piemme 2002, pagg. 160.
[25]. L. J. Suenens,"Lo Spirito Santo nostra speranza", Paoline 1975.
[26]. 3.698 su 6.047 miliardi dell'umanità, secondi i dati dell'"Annuarium Statisticum Ecclesiae 2000", Libreria Vaticana 2002.
[27]. Le diocesi del Veneto hanno stabilito una missione in Thailandia, nella diocesi di Chiang-Mai, in collaborazione con i missionari del Pime.
[28]. Si veda il numero speciale di "Mondo e Missione" (agosto-settembre 1996), dedicato all'evangelizzazione delle città.
[29]. "Novo millennio ineunte" (2001), n. 55.