PICCOLI GRANDI LIBRI    PIERO GHEDDO
LA MISSIONE CONTINUA
Mezzo secolo a servizio della Chiesa e del terzo mondo

SAN PAOLO

PREFAZIONE di mons. Renato Corti, Vescovo di Novara PRESENTAZIONE di P. Piero Gheddo

Capitolo I:
MISSIONARIO PERCHÉ?

Perché il Vangelo è fautore di sviluppo?
«Vangelo e sviluppo»: tema ignorato
Perché il «maoismo» si è afflosciato?
«Annunzio il Vangelo curando i disabili»
Come evitare la guerra per le terre in Amazzonia
No Global-New Global: anti-occidentali, non per i poveri
Perché i missionari producono sviluppo?
Inserirsi nella vita di un popolo
Una visione statica del mondo
Dalla fede nuova identità e dignità
Missione: dare e ricevere!
«Uno sviluppo senz'anima non basta all'uomo»
Educare allo sviluppo donando la vita
Lo sviluppo da comunità coscienti e unite

Capitolo II:
I MIEI CINQUANT'ANNI DI MISSIONE

Capitolo III:
LA MISSIONE NASCE DALL' AMORE DI CRISTO

Capitolo IV:
DALLE MISSIONI ESTERE ALLE CHIESE LOCALI

Capitolo V:
IL VANGELO E LE CULTURE NON CRISTIANE

Capitolo VI:
IL DIALOGO CON LE RELIGIONI NON CRISTIANE

Capitolo VII:
IL CRISTIANESIMO PROMUOVE LO SVILUPPO DELL'UOMO

Capitolo VIII:
L'ANIMAZIONE MISSIONARIA IN ITALIA

Capitolo IX:
PRETI CON PASSIONE MISSIONARIA

Capitolo X:
QUALE FUTURO PER LA MISSIONE ALLE GENTI?

CAP. VII - IL CRISTIANESIMO PROMUOVE LO SVILUPPO DELL'UOMO 

    Quand'ero giovane, l'entusiasmo per le missioni estere mi veniva dal grande ideale di "salvare le anime". A 14-15 anni ho letto e meditato con passione il volume del beato padre Paolo Manna "Operarii autem pauci!" (pubblicato nel 1909): descriveva "i popoli che vivono nelle tenebre e nell'ombra della morte", "le anime dei pagani che in terre lontane si perdono perchè ignorano Gesù Cristo"; ed esortava noi giovani, con appelli personali e infuocati, a diventare missionari per "correre alla conquista delle anime" e preparare "il trionfo del Regno di Dio in tutto il mondo". Terminologia oggi superata, ma a quel tempo infiammava molti adolescenti, educati nella fede, che cercavano la loro via.
Ho scelto di diventare missionario per "salvare le anime". Entrato nel Pime, ho conosciuto da vicino i missionari e intervistato i reduci; visitando poi le terre di missione, mi è apparso chiaro un altro motivo al quale non avevo pensato: l'annunzio di Cristo e la fondazione della Chiesa hanno un fine molto più immediato e concreto (oltre alla salvezza delle anime): migliorare la condizione umana, aiutare i popoli poveri ad elevarsi con l'istruzione, l'assistenza sanitaria, la presa di coscienza della loro dignità e dei loro diritti come figli di Dio "creati a sua immagine e somiglianza".   

    Perchè il Vangelo è fautore di sviluppo? 

    La prima volta che sono andato in India (nel 1964), mi sono fermato in particolare nello stato di Andhra Pradesh, dove il Pime lavora ([1]). Il viaggio durò circa tre mesi: rimanendo a lungo nelle campagne, ho visto la condizione miserevole dei paria, nella loro situazione strutturale di "fuori casta", cioè fuori della società indiana.
Mi sono reso conto che ogni villaggio era formato da due insediamenti, divisi da uno steccato, una siepe spinosa: la gente di casta nel villaggio vero e proprio, i fuori casta isolati nei campi. I primi avevano scuola, tempio indù, mercato, trasporti, terre, "panchayat" (consiglio di villaggio); i secondi vivevano fuori, in capanne di fango e paglia, senza assistenza né scuola, non potevano andare al mercato né al tempio ed erano schiavi dei proprietari di terre e dei "saukar", gli strozzini che imprestano un sacco di riso a marzo e ne pretendono di ritorno due a ottobre; se uno non restituisce è sottomesso al saukar, lui e la sua famiglia, tutta la vita.
Oggi l'India è molto migliorata, situazioni del genere sono rare, ma a quel tempo erano ancora comuni. Visitando i villaggi col padre Augusto Colombo, che già si era dedicato anima e corpo agli "harijans" (fuori casta, paria), gli chiedevo: ma perchè questi non protestano? perchè non organizzano manifestazioni, non vanno dalle autorità a denunziare? perchè non fanno qualche azione di forza, andare tutti assieme nel villaggio di quelli di casta, entrare nel tempio, nel mercato? Augusto rideva e diceva:

« Tu stai dicendo cose assurde. Il fuori casta accetta la sua situazione come un fatto inevitabile, perchè si è sempre fatto così. Non ha in testa nessuna idea diversa, non gli viene nemmeno in mente di protestare, di darsi da fare per migliorare la sua situazione: il suo "karma" è quello, è nato paria e muore paria, punto e basta. Spera di rinascere bramino o in un'alta casta nella vita seguente. All'inizio mi arrabbiavo anch'io, poi ho capito che la "rivoluzione culturale" di cui hanno bisogno è un'opera lenta, di educazione graduale. Il nostro lavoro è proprio di dare loro una coscienza e una mentalità diversa: nei loro villaggi costruiamo le prime scuole, il dispensario, raccogliamo i bambini abbandonati negli orfanotrofi, iniziamo l'alfabetizzazione degli adulti e le scuole per le donne (taglio e cucito, igiene, lavori d'artigianato come il ricamo). Parliamo anche di Gesù Cristo e della fede, ma il nostro primo lavoro è di carattere educativo e sociale e a poco a poco i fuori casta acquistano coscienza della loro dignità di uomini eguali agli altri e vanno anche nei tribunali per fare causa a chi li opprime e noi li aiutiamo».

Da quel primo viaggio in India mi sono accorto che lo sviluppo nasce dall'interno di un popolo, da una "rivoluzione culturale" che mobilizzi culture statiche, che non hanno stimoli interni per per creare un mondo migliore. Lo sviluppo viene dalle idee nuove portate dal Vangelo: la dignità dell'uomo, l'uguaglianza di tutti gli uomini figli dello stesso Padre, i diritti dell'uomo, la giustizia sociale, il rispetto della donna e dei bambini, il bene pubblico, l'importanza del lavoro per mantenere la famiglia, ecc. Quante volte ho sentito dire, in paesi islamici ma anche asiatici e africani in genere, che il concetto di impegno nel lavoro l'ha portato il cristianesimo: nella tradizione locale è fortunato chi può vivere senza lavorare (nel mondo greco-romano dell'antichità il lavoro manuale era riservato agli schiavi).
Perchè il Vangelo è fautore di sviluppo? Perchè mette la persona umana al centro di tutto. Lo scopo dello sviluppo non è principalmente economico (aumentare la ricchezza, i beni materiali), ma promuovere la persona umana, tutto l'uomo e tutti gli uomini: l'uomo al centro della politica, dell'economia, della tecnica, della scienza, della finanza, ecc. ([2]).  "L'uomo è la via della Chiesa", ha detto più volte Giovanni Paolo II, che parlando di "globalizzazione della solidarietà" ha detto ([3]):«Non c'è vera soluzione della questione sociale fuori del Vangelo (Centesimus annus, 5)... La soluzione dei molteplici problemi dell'uomo non può avvenire se non con la riscoperta dei valori spirituali. Non basta dare risposte concrete ad interrogativi economici e materiali, occorre suscitare e coltivare un'autentica spiritualità del lavoro, che aiuti gli uomini ad avvicinarsi a Dio, Creatore e Redentore.»
Il cristianesimo promuove l'uomo e lo sviluppo dei popoli. Gesù Cristo è l'unico Salvatore, l'unico che può portare all'uomo quello che Paolo VI definisce, nella Populorum Progressio, l'"umanesimo plenario" (n. 42); cioè « il vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane » (n. 20).
Per Paolo VI lo sviluppo dell'uomo comprende gli aspetti materiali, intellettuali, sociali, culturali; ma poi anche « il riconoscimento, da parte dell'uomo, dei valori supremi e di Dio che ne è la sorgente e il termine... e soprattutto la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell'uomo, e l'unità nella carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini » (n. 21).
Il decreto "Ad Gentes" dice (n. 8):

« L'attività missionaria è intimamente congiunta anche con la natura umana e le sue aspirazioni. Difatti, per il fatto stesso che annunzia il Cristo, la Chiesa rivela agli uomini la genuina verità intorno alla loro condizione e alla loro integrale vocazione, poichè è Cristo il principio e il modello di questa umanità rinnovata permeata di amore fraterno, di sincerità e di spirito di pace, alla quale tutti vivamente aspirano... Cristo e la Chiesa... superano ogni particolarismo di razza, di nazione...» 

      "Vangelo e sviluppo": tema ignorato 

    Nel 1973 (durante la "rivoluzione culturale" di Mao) sono andato per la prima volta in Cina e ho acquistato il "Libretto rosso" di Mao, che ho letto attentamente. Alcune massime ricordano San Paolo o il Vangelo stesso: « Servire il popolo; a chi ha di più sarà chiesto di più e a chi ha di meno sarà dato di più; da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo le sue necessità; contare solo sulle p
I giornali cinesi del tempo erano pieni di racconti moralistici, la buona mamma che alleva i figli con sacrifici e amore, il lavoratore modello che fa ogni giorno il suo dovere, il militare che dona volentieri la vita per la patria minacciata, ecc. Avevo visto films che esaltavano le virtù naturali del popolo, il lavoro, lo studio, l'aiuto ai più deboli, il sacrificarsi per gli altri, l'esaltazione del lavoro volontario. Ho scritto che la Cina di Mao tentava di costruire un "uomo nuovo" senza Dio e il tentativo a prima vista sembrava riuscito; però, aggiungevo "la vera rivoluzione viene dall'amore" non dall'odio, dalla composizione dei contrasti non dalla "lotta di classe", dalla libertà non dalla violenza di una dittatura ([1]). A quel tempo in Italia si diceva che Mao, pur essendo un dittatore, era però riuscito a dare a tutti i cinesi una ciotola di riso al giorno. Semplicemente non era vero, ma chi faceva una visita guidata alla Cina, vedeva tutto bello, tutto positivo.
Poi, un mese dopo la morte di Mao (9 settembre 1976), Deng Siao Ping afferma solennemente che "la Cina ha perso quasi trent'anni nel cammino verso lo sviluppo" e demonizza la "rivoluzione culturale" e la "banda dei quattro", cioè l'approdo finale del maoismo più autentico (anche i Khmer rossi in Cambogia si proponevano di realizzare "il maoismo integrale"). Soprattutto, Deng cambia radicalmente la "via cinese allo sviluppo" e rivela che, ad esempio, nella crisi alimentare del "grande balzo in avanti" (1959-1961), sono morti milioni di cinesi: dai 20 ai 43 milioni secondo una stima ufficiale in Cina e altre stime di esperti stranieri; quel periodo è stato definito "la più grande carestia della storia". Nella "rivoluzione culturale" ne sono stati fatti fuori un'altra decina di milioni (in Italia si diceva che in Cina c'era fraternità, giustizia, amore ai più poveri).
L'orientamento di Deng, che sta alla base della Cina di oggi, è l'opposto di quanto voleva fare Mao. L'ultima conseguenza di questa impostazione è stato il XVI Congresso del Partito comunista cinese (novembre 2002), nel quale Jiang Zemin ha affermato che "i ricchi non vanno visti come oppositori della classe operaia" e apre le porte del partito alle "forze più produttive". L'imperativo della nuova Cina è uno solo: arricchitevi! Così, uno dei più grandi tentativi di costruire un mondo diverso, rispetto a quello liberal-capitalista, finisce nella totale sconfessione dell'opera di Mao. Oggi in Cina il prodotto nazionale lordo (Pil) cresce del 7-8% all'anno, ma solo perchè ha abbandonato la via socialista di Mao ed è diventata uno dei maggiori paesi capitalisti al mondo, pur mantenendo il controllo totalitario del popolo e l'ateismo ufficiale. Tutta la costruzione ideologico-utopistica del "maoismo" si è afflosciata per opera dello stesso popolo cinese che l'ha sperimentata per trenta e più anni!
La storia conferma quanto avevano già espresso con la parola e la loro stessa vita i vescovi e i cattolici cinesi nel tempo del comunismo trionfante: condannavano il regime perchè fondato sull'odio di classe e la violenza e affermavano che: "la sola rivoluzione è quella dell'amore", che proviene da Dio, da Gesù Cristo. E' vero questo e perchè? Ecco un tema che andrebbe studiato a fondo, mentre è ignorato negli studi e nella pubblicistica su sviluppo e sottosviluppo. Si parla, si scrive, si studiano i problemi tipo debito estero, Tobin tax, prezzi materie prime, aiuti economici ai governi dei paesi poveri, vendita delle armi; tutto giusto, ma su "Vangelo e sviluppo", silenzio quasi assoluto. Anni fa "La Civiltà Cattolica" lamentava che ([4])«il numero dei documenti ecclesiali riguardo al problema del debito internazionale è tale da rendere impossibile una panoramica esauriente: in pochi anni la macchina ecclesiastica ha prodotto più di 250 prese di posizione da parte di conferenze episcopali, di singoli vescovi, di gruppi ecclesiali.»
Ma se si cerca qualche documento su "Vangelo e sviluppo" non si trova, eccetto le dichiarazioni della Gaudium et spes, dell'Ad gentes e di alcune encicliche degli ultimi Papi. Non ci sono studi, non ci sono tesi di laurea, non ci sono testimonianze su un tema che è fondamentale per la missione alle genti nell'epoca della globalizzazione. Eppure i missionari partono per fare che cosa, se non, anzitutto, portare il Vangelo e annunziare Gesù (anche con opere di sviluppo e di educazione), che cambia le situazioni dei popoli dall'interno? 

     Perchè il "maoismo" si è afflosciato? 

    Gesù Cristo ha portato l'unica rivoluzione positiva per l'uomo perchè lo cambia dall'interno, gli rivela l'amore del Padre e lo orienta a Dio che l'ha creato. Le altre rivoluzioni cambiano le regole del vivere umano senza convertire l'uomo; cambiano l'economia, i sistemi di governo, le leggi e i modi di produzione, ma se l'uomo non rinnova la sua coscienza e la sua vita, non c'è speranza di miglioramento né personale né dell'umanità.
Cosa vuol dire "cambiare dall'interno"? Questa è la vera "rivoluzione culturale": rendere l'uomo da egoista altruista, da chiuso in se stesso ad aperto agli altri, da aggressivo pacifico, da menzognero verace, da pigro buon lavoratore, da avaro generoso con gli altri, ecc. Questo è l'ideale del credente in Cristo, l'imitazione del Dio fatto uomo: ma non è detto che tutti i cristiani lo vivano! Mao Tze Tung, nel "Libretto rosso" ha scritto questa grande verità:

« La vera rivoluzione è cambiare il cuore dell'uomo».

Povero Mao, pensava di cambiare il cuore dell'uomo con le leggi, la dittatura, la violenza. Quando visitai la Cina nel 1973 ebbi la netta impressione di vivere in una caserma o in una prigione: tutti vestiti più o meno allo stesso modo, il popolo era militarizzato, non esisteva vita privata, controlli e spie ovunque, persino i bambini erano educati a riferire cosa dicevano e facevano i genitori. Il popolo cinese era inquadrato in un "pensiero unico" e in un sistema unico di vita che non ammetteva deroghe, imposto con la repressione e la rieducazione per chi andava fuori strada.
Quando si è tolto il coperchio alla pentola, è venuto fuori che la società cinese è la più violenta che si conosca; che l'uomo cinese, finito il "pensiero unico" imposto con la violenza, non è affatto cambiato. Ed oggi gli esperti di Cina dicono che nel paese di Mao c'è il capitalismo più selvaggio del mondo intero, perchè le autorità dicono solo: arricchiamoci, arricchitevi! L'uomo e i diritti dell'uomo non contano nulla.
Il cristianesimo, per realizzare la rivoluzione della mente e del cuore dell'uomo, dà motivazioni forti partendo dalla fede e dall'imitazione di Cristo; crea nelle coscienze profonde convinzioni; il credente deve proporsi di cambiare l'"uomo vecchio" nell'"Uomo nuovo" che è Cristo, come dice San Paolo. Con l'aiuto della grazia di Dio (ecco il valore della fede e della preghiera), l'uomo può dominare le sue passioni, le tendenze cattive, orientarle al bene, mortificare il suo egoismo, chiedere perdono a Dio e al prossimo quando sbaglia, promettere di fare meglio in futuro, controllarsi, migliorare il suo carattere, ecc.
Questa è la vera rivoluzione cristiana. La fede ha un senso se cambia in senso positivo la vita dell'uomo, altrimenti è solo formalismo, esteriorità. Con le leggi si cambiano le regole del gioco, ma non si cambia il cuore dell'uomo: le leggi ci vogliono, ma se l'uomo non diventa migliore nel cuore, nel suo interno, tutto ritorna come prima, l'egoismo trionfa sotto qualsiasi regime, comunista o capitalista che sia: anzi, in un regime totalitario l'egoismo di chi è al potere è molto peggio, perchè senza controlli da parte dell'opinione pubblica. Le arrabbiature più grandi Gesù le ha avute con i farisei che sono diventati il simbolo dell'ipocrisia, della religione esteriore che si accontenta di riti e dell'osservanza formalistica della "Legge".
Il cristiano, sull'esempio di Gesù, deve proporsi di vivere non in modo egoistico, ma altruistico, per gli altri. Non tutti i cristiani fanno così, ma il modello evangelico è questo. L'affermarsi del volontariato gratuito in molti paesi del mondo non cristiano è un segno grandioso della penetrazione nascosta del Vangelo. Quando sono stato in Giappone nel 1986, parlando con p. Fedele Giannini, che era in Giappone da più di tren'anni, mi diceva:

« Un grande influsso sotterraneo dello spirito evangelico nella società giapponese è l'affermarsi negli ultimi tempi del volontariato in tutti i campi. Quando sono venuto in Giappone nel 1952 non esisteva il concetto di gratuità, né di volontariato gratuito. Il giapponese è obbediente e osservante della legge, gentile e con molte virtù umane, ma negli anni cinquanta il senso del gratuito non esisteva nella cultura popolare. Tant'è vero che si meravigliavano perchè noi facevamo assistenza ai poveri senza chiedere nulla. Questo modello di vita l'hanno portato le missioni cristiane e l'influsso dell'Occidente. Il paganesimo è egoismo: c'è solidarietà familiare e di clan, ma non come costume abituale verso l'estraneo. Oggi, sebbene i cristiani siano meno dell'uno per cento di 126 milioni, i giapponesi sono animati da questo spirito nuovo, nascono molti gruppi e associazioni che lavorano per gli altri in spirito di gratuità, anche all'estero, nei paesi più poveri. Nella tradizione giapponese tutto questo non esisteva.» 

     "Annunzio il Vangelo curando i disabili" 

     Nel 1995 un disabile motorio italiano, Claudio Vezzaro di Somma Lombardo (Va), è andato in Thailandia e ha fondato un centro di accoglienza per disabili come lui, oggi forte segno di Vangelo in una società non cristiana. Claudio ha 37 anni, da ragazzo era un appassionato ciclista e partecipava a gare già a 11 anni.

« Un giorno del 1976 - racconta - durante la corsa un'auto mi ha investito, ho picchiato la testa e sono andato in coma. Nei piani di Dio, mentre ero investito nell'altro senso della strada passava un'autoambulanza che mi ha subito soccorso, altrimenti morivo soffocato: avevo già inghiottito la lingua! Sono rimasto tre mesi in coma, il giorno di Natale 1976 mi sono risvegliato, ma non muovevo né gambe né piedi. Ho passato tre anni in ospedale e altri 10-12 mesi per rimettermi in piedi con la fisioterapia.
Quella che poteva sembrare una disgrazia, continua Claudio, è stata invece per me un fatto che ha dato senso alla mia vita: mi sono interessato di disabili, ho studiato, ho sentito che Dio mi chiamava e questo l'ho capito anche da un fatto straordinario. Mentre ero in coma, volevano operarmi al cervello, perché temevano non mi risvegliassi più; ma la mattina fissata per l'intervento, improvvisamente mi sono svegliato e mi son messo a leggere il giornale. Hanno sospeso l'operazione che mi avrebbe distrutto.
»

Nel 1986 Claudio, appassionato lettore di riviste missionarie, conosce a Milano padre Angelo Campagnoli, parroco di Phrae, allora direttore del Centro missionario Pime, che lo invita a visitarlo in Thailandia. Così nel 1991 va a Phrae per una prima visita, a cui ne seguono altre, per studiare come poter essere utile ai disabili locali.

« All'inizio - racconta - pareva che in Thailandia non ci fossero handicappati. Non apparivano, li tenevano nascosti, si vergognavano di loro. Con Campagnoli abbiamo interessato l'ospedale di Phrae che ha fatto un'inchiesta: è risultato che c'erano 1.900 casi nella provincia di Phrae, ma io sono convinto che sono molti di più (su 800.000 persone, n.d.r.). Nel 1995 sono venuto stabilmente a Phrae, ho studiato il thailandese e mi sono sposato con Margherita, una ragazza thai che già lavorava con padre Campagnoli: oggi abbiamo una figlia di tre anni, Sonia».

Claudio fa parte dell'Alp (Associazione laici Pime), l'organismo che forma i laici missionari. Prima di partire, per quattro anni ha avuto la sua formazione in Italia, ha fatto esperienza con i disabili e imparato vari mestieri. Il progetto "Casa San Giuseppe" a Phrae è stato finanziato dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) con i proventi dell'8 per mille e da varie fondazioni e privati. Il primo blocco di costruzioni è stato realizzato nel 1996, il secondo nel 1998, poi sono venute le case per il personale e per l'alfabetizzazione degli adulti.  All'inizio era prevista l'ospitalità a 30 persone; oggi sono già una sessantina, maschi e femmine, tutti disabili motori. Claudio Vezzaro sta però interessandosi dei disabili mentali, ancor più numerosi: il governo chiede di fondare un'opera per loro. La volontaria Mirca Minaretto di Scorzé (Venezia) dell'Alp, impegnata nel progetto di Phrae, sta visitando i villaggi per conoscere la situazione dei disabili e vedere come la Casa San Giuseppe può aiutare quelli che non riesce ad ospitare: già è aperta agli esterni con la fisioterapia e le scuole per adulti. Agli ospiti della Casa viene offerta tutta l'assistenza, compresa quella medica in accordo con l'ospedale governativo di Phrae, che ospita gratis i malati della Casa San Giuseppe e invia all'opera della missione i disabili o chi ha bisogno di fisioterapia.
L'attrezzatura della Casa San Giuseppe, importata dall'Italia, è di prima qualità. Inoltre la Casa ha iniziato attività per le ragazze (taglio e cucito) e per i ragazzi (elettronica). Un italiano in Thailandia che importa dall'Italia macchine per fare il gelato ha regalato alcune di queste macchine: si insegna ai ragazzi l'arte di fare i gelati come in Italia. Lo scopo è sempre di rendere autonomi questi fratelli e sorelle colpiti da handicap motori. I disabili educati nella Casa San Giuseppe quando superano i vent'anni vengono dimessi e quasi tutti sono assunti da ditte locali o da uffici  governativi.

« Con queste nostre attività - dice Claudio Vezzaro - abbiamo attirato l'attenzione delle autorità e della stampa. Il governatore della nostra provincia, il comune di Phrae, gli ospedali collaborano con noi per formare personale, strutture e mentalità adatti, affinché le strutture pubbliche abbiano facilitazioni per i disabili. Oggi in Thailandia un handicappato non può andare da nessuna parte, non ha formazione, la gente non lo accetta. Stiamo diventando un esempio per tutta la Thailandia. Nel settembre 2001 è venuta a visitarci una delegazione del governo (quattro uomini): sono giunti e ripartiti in aereo, hanno visto, interrogato, parlato con noi e con il personale. Li aveva invitati il governatore di Phrae, che non perde occasione per presentare il nostro esempio.»

L'iniziativa sta dando i suoi frutti. Claudio Vezzaro ha  affidato la sua struttura al fratello Marco Monti del Pime (era già in Thailandia, stava studiando la lingua), a personale locale e ad altri volontari italiani; si è messo a disposizione per fondare qualcosa di simile altrove in Thailandia. "Abbiamo bisogno di altri volontari laici, ma è difficile trovarne", aggiunge. Padre Campagnoli è responsabile dell'opera di fronte al vescovo e alle autorità e accoglie i ragazzi della Casa San Giuseppe nella scuola da lui fondata (2000 alunni e alunne); conferma la testimonianza cristiana dell'opera, che ha sulla facciata la parola di Gesù (Giov. 12, 4): "Come io vi ho amati, così amatevi anche voi".

« Tanti vengono a visitarci e sono incuriositi di quello che facciamo - dice Claudio - sorpresi del fatto che io sono handicappato: pensano che un disabile ne ha combinate tante nella vita precedente e adesso deve farsi dei meriti soffrendo la sua condizione stando nascosto e in silenzio, in modo da stare meglio nella vita futura. La reincarnazione fa parte della loro cultura buddhista profonda e ci credono davvero. Quindi non capiscono l'aiuto agli handicappati; non capiscono l'atto gratuito, né la giustizia sociale: chi è ricco è ricco e chi è povero è povero, perchè questi sono i loro "karma" della vita precedente. Alcuni vengono a chiedermi: perché lo fai? E io rispondo: lo faccio per amore a Dio e all'uomo, perchè credo in Gesù Cristo che ha dato la sua vita per tutti noi.» 

    Come evitare la guerra per le terre in Amazzonia 

    Ecco un altro caso esemplare, su tanti che si potrebbero citare. Padre Emilio Buttelli, 61 anni, è in Amazzonia dal 1967 e lavora nella diocesi di Parintins, fondata dai missionari del Pime dal 1955: ha continuato l'esperienza di padre Augusto Gianola (1930-1990), la cui biografia e le lettere hanno suscitato vastissimi consensi ([5]).
Buttelli racconta che negli anni sessanta e settanta si era creata in Brasile una spinta (favorita dalla dittatura militare) verso l'Amazzonia, che si immaginava come il nuovo Far West, con tante terre da coltivare o mettere a pascolo. Ma l'Amazzonia non è il Far West statunitense: sono terre allagate da grandi fiumi, senza humus profondo: tolta la foresta, diventa deserto. I missionari, che avevano una secolare esperienza della terra amazzonica, questo lo dicevano, ma nessuno voleva sentirli. Si costruivano grandi strade per favorire la colonizzazione, arrivavano capitali e ondate di immigrati dalle regioni povere del Brasile. Le multinazionali anche straniere andavano al catasto di Brasilia e comperavano decine di migliaia di ettari di terra, che poi facevano disboscare, senza curarsi di chi già le coltivava. In diverse regioni dell'Amazzonia e del Mato Grosso ci furono lotte sanguinose con indios e caboclos che abitavano da sempre quelle terre, ma senza averne i documenti di proprietà.
Buttelli racconta ([6]) che nella vasta diocesi di Parintins (estesa metà Italia) si è evitata la "guerra per le terre" perchè, prima che venissero i coloni e le multinazionali, i missionari del Pime avevano coscientizzato e unito indios e caboclos, creando delle "comunità rurali" e ottenendo dal governo i titoli di proprietà, con l'impegno di non vendere le terre.

«Quando la Chiesa, a Parintins, ha preso questa iniziativa, il governo brasiliano e dello stato di Amazonas ci hanno appoggiati; lo stato vede bene tutto quello che si fa per tenere la gente nell'agricoltura ed evitare l'immigrazione selvaggia nelle città. Si sono fatti incontri con la gente e con le autorità per realizzare queste "comunità rurali", che però non sono nate dal nulla, ma sulla base delle comunità cristiane che avevano fondato mons. Arcangelo Cerqua e i primi missionari negli anni cinquanta. C'erano già decine di cappelle lungo i fiumi, nelle quali la gente veniva per la Messa, il catechismo, le feste religiose. Queste cappelle e relative comunità di fedeli sono state la base per la trasformazione della nostra regione amazzonica. Noi abbiamo incominciato col dire ai nostri cristiani che bisognava andare a vivere assieme costituendo "comunità rurali" a volte lontano dal fiume, sulla terra ferma.
Cambiare una mentalità secolare di isolamento e di individualismo, non è cosa da poco: molti non volevano, cedevano solo quando vedevano degli esempi concreti e capivano certi vantaggi. Lungo i fiumi si sono costituiti, attorno alla cappella, dei centri comunitari di servizio alla gente: campo da pallone, salone per le feste, emporio commerciale, mercato per vendere i prodotti coltivati o pescati, scuola, mezzi di comunicazione con la città, farmacia e dispensario medico, silos per immagazzinare i prodotti. Poi, sulla terra ferma, si sono costituite "comunità rurali" per dare sviluppo all'agricoltura in zone allora occupate dalla foresta: si doveva dislocare la gente e creare villaggi stabili, con terre da distribuire alle famiglie che vi abitavano. Il governo ci ha aiutato dando i titoli di proprietà non ai singoli ma alle comunità, mandando insegnanti e medicine, ecc.
Oggi abbiamo 230 comunità rurali nella diocesi, anche di 500 famiglie l'una. Alcune sono grandi villaggi (
[7]). L'abitudine al nomadismo non è del tutto scomparsa. Vi sono comunità rurali che funzionano bene, poi basta una lite, il miraggio della città e tutti se ne vanno. La maturità verrà con la seconda o terza generazione. Ma oggi queste comunità sono riconosciute civilmente e il capo della comunità ha l'autorità di sindaco, riconosciuta dal governatore dello stato di Amazonas. Tant'è vero che quando il governatore dell'Amazonas o altra autorità statale vogliono dare una comunicazione alla gente, o fare un'opera comune, convocano questi capi delle comunità fondate dalla Chiesa, che sono in genere "mariani" ([8]), ma oggi sono capi di comunità civili eletti da tutta la gente della comunità.
Da quando c'è questa organizzazione alla base, i ricchi latifondisti girano al largo. So di alcuni grandi proprietari, che sono venuti in battello da Manaus a Parintins col libretto degli assegni in tasca, pronti a pagare qualsiasi prezzo per comperare terre lungo il tale o tal'altro fiume. Ebbene sul battello stesso, o appena sbarcati, chiedevano alla gente quanto costava la terra e dove si potevano comperare trenta o quaranta mila ettari. Ma la gente comune diceva loro: "Guarda che le terre di questa regione sono già tutte comperate dalle comunità rurali della Chiesa. E' inutile dare soldi, perché nessuno vende".
Allora, parlo di casi precisi, questi mediatori di grandi compagnie se ne tornavano a Manaus; andavano da qualche altra parte dell'Amazzonia. Leggo la stampa italiana e quel che scrive sull'Amazzonia: mi chiedo spesso perchè riporta sempre e solo casi di conflitti per le terre in Brasile e mai i casi - numerosi - di come, attraverso un lavoro paziente di formazione, si sono potuti evitare i conflitti e rendere un popolo protagonista del proprio sviluppo.
Secondo la mia esperienza di vent'anni in Amazzonia, lo sviluppo di un popolo parte dalla sua formazione. Se c'è un popolo formato, unito e attivo, le multinazionali e le grandi compagnie brasiliane girano al largo. Anche quanto ha fatto p. Augusto Gianola è meraviglioso, io sto in parte continuando la sua opera: ha creato una scuola agricola fra gli indios e i caboclos, riuscendo a migliorare la tradizione degli indios, erano cacciatori e pescatori nomadi, oggi sono agricoltori. Una cosa impensabile, che meraviglia tutti: ci voleva proprio il carisma e la testardaggine di p. Augusto per riuscire in una simile impresa. La scuola è un ginnasio agricolo riconosciuto dallo Stato: vi rimangono 15 giorni i giovani e 15 giorni le ragazze, in modo che studiano, sperimentano, praticano subito quello che imparano, non rimangono mai lontani dal villaggio e dalla famiglia. E' una scuola veramente adatta al posto, ha il più alto tasso di perseveranza nello stato di Amazzonia. I giovani più capaci di questa scuola nella foresta, vengono mandati alla scuola agricola "Nostra Signora degli Apostoli" che il Pime ha fondato nei pressi di Manaus (ora diretta da Comunione e Liberazione brasiliana, n.d.r.). Al termine degli studi, i diplomati (tutti indios e caboclos!) vengono impiegati dal governo come tecnici di agronomia, oppure tornano ai loro villaggi e tribù, per realizzare qualcosa di nuovo nel loro ambiente. Io non vedo altra via per la "liberazione" dei poveri in Amazzonia
».

    No Global-New Global: anti-occidentali, non per i poveri 

    Ho riportato alcuni passi del racconto di p. Emilio Buttelli perchè la sua esperienza è esemplare, l'ho vista e sentita molte volte nel mondo dei più poveri, in situazioni diverse ma molto simili a quella di indios e caboclos dell'Amazzonia: in Papua Nuova Guinea e in Birmania, in India e Bangladesh, ecc. Per suscitare sviluppo ci vuole l'educazione, l'istruzione, la formazione di comunità nuove, animate da spirito evangelico.
Sono convinto che nel rapporto fra Nord e Sud del mondo si impone una pausa di riflessione, una revisione profonda e severa di tutte le nostre convinzioni e schemi di giudizio. Se negli ultimi 40 anni (nel 1960 la Fao lanciava la prima "Campagna mondiale contro la fame nel mondo") si è sbagliato molto nel rapporto con i popoli poveri è perché manca una "cultura dello sviluppo", fondata sulla conoscenza dei popoli e sulla chiarezza degli obiettivi e dei mezzi da usare per raggiungerli.
Su questa mancanza di studio e di cultura è nato il variegato arcipelago dei "No Glogal" (o New Global), formato anche da molti membri di associazioni e movimenti cattolici: ritengo che, se lo scopo è di aiutare i popoli poveri e colmare l'abisso che divide il Nord dal Sud del mondo, la loro ideologia è sbagliata, porta fuori strada. Ecco in sintesi alcuni punti su cui riflettere, discutere:  

    1) Il "movimento dei movimenti", come si definiscono i "No Global" (o "New Global"), organizza manifestazioni di grande impatto sull'opinione pubblica. Potrebbe essere un fatto molto positivo, ma si ha l'impressione che sia soprattutto un movimento politico anti-americano e anti-occidentale, più che a favore dei poveri: getta infatti tutte le colpe del sottosviluppo sui paesi ricchi. Senza dubbio questi hanno le loro colpe storiche e attuali, ma non sono certo la causa radicale della povertà e del sottosviluppo. Il fallimento economico (prima ancora che politico) dei 30 paesi a regime comunista, che seguivano e applicavano questa ideologia anti-occidentale, dovrebbe aver insegnato qualcosa! Esiste un'alternativa alla libertà politica, di stampa, di pensiero, di educazione, di religione ed economica?
Questo guardare solo all'Occidente, e alle sue colpe vere o presunte, ignorando le realtà del "terzo mondo", porta a giudicare i grandi fenomeni storico-culturali della fame e del sottosviluppo sulla base di schemini ideologici in parte veri, ma assolutamente non esaurienti; come la "teoria della dipendenza", che ha dominato per quaranta e più anni le letture del sottosviluppo ("Loro sono poveri perché noi siamo ricchi") e che oggi è del tutto superata, perché smentita più volte dalla realtà dei fatti: può spiegare alcune situazioni particolari, ma è una lettura inadeguata alle complesse realtà di interi continenti.
Altrimenti non si capirebbe più perché, ad esempio la Somalia, per ipotesi povera perché dominata e sfruttata dal colonialismo italiano (durato poco più di mezzo secolo), da quando gli italiani se ne sono andati continua ad andare indietro e non avanti ([9]). E di "Somalie" in Africa ce ne sono molte! Deve esserci qualche "causa interna", che la nostra insufficiente "cultura dello sviluppo" non ha ancora considerato né approfondito.
L'ideologia No Global è inquinata di nichilismo: siccome noi non siamo contenti del modello di vita che viviamo, allora crediamo che bisogna negare lo sviluppo anche agli altri (
[10]). L'ideologia dei No Global, derivata dall'ateismo e materialismo imperanti nelle società ricche, ritiene che sviluppo materiale sia uguale a felicità. Il che è falso e alla fine l'ideologia dei No Global nega tutto il bene che c'è nel nostro modello di sviluppo, per aderire a che cosa? Ad un progetto che è distruttivo: dato che non possiamo fare qualcosa di bene per il terzo mondo e portiamo solo il nostro sviluppo che rovina le culture e l'ecologia, allora la cosa migliore è stare lontani dal mondo dei poveri, rimanere qui a fare la rivoluzione, a distruggere il sistema.
I New Global pensano che tutta la storia dell'Occidente è stata negativa, un disastro; e che l'Occidente non ha nulla da dare agli altri: quindi meno cose facciamo e meglio va il mondo. Si può chiedere ai New Global cattolici: è possibile che Gesù Cristo sia nato del tutto invano? Che in duemila anni la sua Parola di verità, i suoi esempi, la sua Grazia, non abbiano prodotto nulla di buono nell'Occidente cristiano? La fede in Cristo è un valore da testimoniare e da trasmettere oppure i popoli ne fanno a meno?  

    2) I No Global non protestano contro le dittature e l'assenza di libertà nei paesi poveri, la tortura abituale nelle carceri, la corruzione spaventosa dei governi, il predominio dei militari, costumi evidentemente disumani che andrebbero cambiati (inferiorità della donna, poligamia, pene punitive tipo il taglio della mano, ecc.). Si protesta quando i dittatori sono Mobutu o Pinochet, legati all'Occidente, non quando sono Fidel Castro, Saddam Ussein, la Cina e il Vietnam comunisti, la Cambogia di Pol Pot esaltati come "liberatori" del popolo... ([11]); non si protesta per i genocidi di radice etnica in Ruanda e Burundi, né contro un dittatore "socialista" come Mugabe che ha ridotto alla fame lo Zimbabwe, vent'anni fa definito "il granaio dell'Africa"! Nel 1994 ho chiesto ad un missionario della Consolata da trent'anni in Tanzania quali sono, secondo la sua esperienza, i pilastri del sottosviluppo africano. Risposta: « Sono quattro: l'ignoranza (mancano le scuole), il fatalismo (causato dalla religione degli spiriti), governi assolutamente corrotti e i militari, responsabili di guerre e colpi di stato a ripetizione.»
I No Global non protestano contro queste radici locali del sottosviluppo, non pensano a come aiutare, positivamente, i popoli. Protestano solo contro l'Occidente, con quali vantaggi per i poveri? 

    3) Quando i New Global fanno proposte su come aiutare i popoli poveri (ad esempio, il "Manifesto delle Associazioni Cattoliche ai Leaders del G8") parlano quasi solo di soldi: Tobin tax, prezzi materie prime, medicinali a basso prezzo, debito estero, finanziamenti dei piani di sviluppo, ecc. Ma il Papa scrive:

« Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. E' l'uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica. La Chiesa educa le coscienze rivelando ai popoli quel Dio che cercano, ma non conoscono, la grandezza dell'uomo creato ad immagine di Dio e da lui amato, l'eguaglianza di tutti gli uomini come figli di Dio, il dominio della natura creata a servizio dell'uomo, il dovere di impegnarsi per lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini...»(Redemptoris Missio, n. 58).

Sbaglia il Papa o sbagliano i New Global cattolici? I missionari la pensano come il Papa: sanno che per lo sviluppo (anche economico ma non solo) è indispensabile l'educazione, l'istruzione, la formazione dell'uomo.
A Vercelli produciamo 75 quintali di riso all'ettaro, nell'agricoltura africana 4-5 quintali: l'abisso fra 75 e 4-5 è l'abisso fra ricchi e poveri del mondo. Le vacche della pianura padana danno 25-30 litri di latte al giorno: nell'Africa nera, che ha eserciti di vacche, queste non producono latte, eccetto un litro al giorno quando hanno il vitello. Anche questo è colpa dell'Occidente oppure di una mancata istruzione, educazione? Molti stabilimenti industriali nelle capitali africane (ne ho visitato i due terzi) producono meno del 50% della capacità produttiva, non pochi sono chiusi. Perchè? Per mille motivi: non c'è elettricità regolare, se si rompe una macchina non si sa riparare, l'operaio è spesso alle prime armi e non ha l'idea del lavoro ad orario fisso, non ci sono strade per distribuire la produzione, mancano le materie prime, ecc. ([12]).
Quando cito questi dati, c'è sempre chi ribatte: "E' colpa del colonialismo che non ha educato". E' vero, la colonizzazione non ha preparato i popoli africani all'indipendenza. Ma è durata 50-60 anni, con in mezzo due guerre mondiali. Però nei quarant'anni dall'indipendenza del 1960 ad oggi l'Africa nera è andata indietro, non avanti. Perchè?
L'Africa è il continente più povero. Dei 49 LDC (Less developed coutries) paesi del "quarto mondo" (o "in via di sottosviluppo"), riconosciuti come tali dall'Onu (quindi meritevoli di aiuti da parte del resto dell'umanità), ben 33 sono africani. Dal 1980 al 1990, il continente africano a sud del Sahara (escluso il Sudafrica) ha visto diminuire il suo prodotto nazionale lordo (cioè la ricchezza prodotta) da 225 a 190 miliardi di dollari, ma in dieci anni gli africani sono aumentati del 25% (nel 1990 680 milioni). Dal 1970 al 1990 la produzione di cibo nel continente è diminuita del 12% in rapporto all'aumento della popolazione, la partecipazione africana al commercio mondiale dal 3% all'1,8%. "Le Monde" scrive: «
Il continente africano potrebbe essere sommerso dagli oceani e il mondo non se ne accorgerebbe nemmeno».
Qualcuno definisce questi dati come "afro-pessimismo". Ma si può tentare di dare una mano per risolvere un problema ignorando la realtà dei fatti? Il pericolo che oggi l'Africa corre è di essere dimenticata, abbandonata a se stessa, con un futuro che le situazioni di Somalia, Sudan, Etiopia, Liberia, Sierra Leone, Congo, Ruanda, Burundi, ecc. indicano fin troppo bene. Anche se non mancano i casi positivi, l'Africa sub-sahariana ha avuto una quarantina di guerre civili e un centinaio di colpi di stato negli ultimi quarant'anni, chiaro segno di un continente ancora in formazione, continente giovane che ha bisogno della simpatia e dell'assistenza di popoli e paesi più evoluti.
Non si è ancora capito, né si vuol capire (e nessuno risponde a tono su questo tema), che lo sviluppo non è una torta già fatta da distribuire fra tutti i popoli del mondo, ma una torta da produrre. Lo slogan dei No Global: "Il 20% della popolazione mondiale si è accaparrato e consuma l'80% delle ricchezze" è una menzogna e non si possono aiutare i poveri raccontando bugie. Bisogna dire: il 20% della popolazione mondiale produce l'80% delle ricchezze! E produce perchè noi veniamo da duemila anni di storia influenzata dalla Parola di Dio, molti popoli poveri sono usciti dalla preistoria un secolo fa o poco più (non avevano scrittura, cioè non avevano storia). Se non si risale a queste cause storiche, culturali e religiose, non si capiscono più le radici dell'abisso fra Nord e Sud del mondo: e quindi non si è in grado di dire cosa bisogna fare per aiutare il mondo dei poveri. 

     4) Nel dibattito su questi temi e nelle iniziative che si sviluppano in Italia (e in Europa) per aiutare i popoli poveri i New Global prestano attenzione quasi unicamente agli aspetti economici, tecnici, politici e di commerci internazionali; trascurano gli elementi culturali, religiosi, la scuola, il mondo dei valori, le mentalità, i costumi, l'influsso che la cultura e la religione hanno nella vita quotidiana dei popoli, quindi anche nel campo dello sviluppo e del sottosviluppo. Si guarda solo alle cause esterne del sottosviluppo, quasi mai a quelle interne.
L'Africa nel 1960 aveva 280 milioni di abitanti, oggi circa 800 milioni: nel 1960 esportava cibo, oggi importa il 30% del cibo che consuma. Perchè molti popoli poveri non producono nemmeno per la loro sopravvivenza? Perchè nessuno li ha educati a produrre. In Africa i governi privilegiano le città, le élites, i militari e trascurano le campagne. In genere, in Asia, sono più attenti alle campagne. Ad esempio, l'India ha avuto governanti saggi che hanno puntato sull'educazione, la democrazia, le strade fin nell'ultimo villaggio. L'India ha un miliardo di abitanti e l'ultima carestia l'ha avuta nel 1966: oggi esporta cibo, eppure è estesa meno di Etiopia e Sudan sommati assieme. Ma questi due paesi africani, con 80 milioni di abitanti, sono alla fame: guerre, dittature, ignoranza del popolo spiegano l'abisso che li separa dall'India. Dal 1947 (anno dell'indipendenza) al 1997 l'India ha avuto un aumento demografico medio del 2,1% l'anno, ma l'agricoltura è aumentata del 3,5% l'anno. Molti paesi poveri vanno nel senso opposto: aumenta la popolazione, ma l'agricoltura diminuisce o non aumenta la produttività, a causa dell'instabilità politica, guerre, isolamento delle regioni agricole, mancanza di educazione e di assistenza sanitaria, ecc. 

    Perchè i missionari producono sviluppo? 

    5) La soluzione del problema "fame nel mondo" sta anzitutto e soprattutto nell'educazione dei popoli. Non ho mai sentito i No Global (o New Global) protestare perchè in Africa circa il 40% dei bambini (e il 60% delle bambine) non vanno a scuola o perchè i bilanci degli stati africani danno ai militari hanno il 30%, alla scuola il 2% e alla sanità meno ancora!
Vorrei dire ai No e New Global: ammiro le vostre buone intenzioni, ma cosa siete disposti a fare, personalmente, per i poveri? Rinunziare al vostro superfluo? Donare qualche anno della vostra vita per andare a condividere e aiutare i poveri? Oppure donare tutti voi stessi a Gesù Cristo e alla missione della Chiesa? Nelle regioni più isolate e abbandonate, l'ho visto decine di volte specie in Africa, se non ci fossero la Chiesa con i suoi missionari e i volontari laici che li accompagnano, ci sarebbe ben poca assistenza ed educazione per i più poveri. I missionari non vogliono applausi, ma molti giovani che li seguano, che consacrino la vita per condividere, gettare ponti di comprensione e di solidarietà fra Nord e Sud del mondo.
Mi sono sempre chiesto perché nella generale incertezza sul come aiutare lo sviluppo dei popoli poveri, non  si presta maggior attenzione all'esperienza dei missionari (almeno di quelli italiani!), che vivono con le popolazioni diseredate. I missionari sono ammirati, utilizzati come punto di appoggio quando si viaggia in regioni difficili (ospitalità, interpreti, guida), ma poi la loro esperienza è sostanzialmente ignorata nel dibattito su sviluppo e sottosviluppo; e non solo dagli ambienti politici e dai mezzi di comunicazione laici, ma persino dal mondo cattolico e dall'animazione e stampa missionaria, che spesso ripetono quanto già detto da altri, rinunziando a dare il proprio contributo originale, che viene appunto dall'esperienza dei missionari.
"Non si può pretendere che tutti facciano i missionari", mi diceva il dirigente di un organismo di volontariato internazionale d'ispirazione cristiana. Certo, ma la lezione dei missionari (e delle Chiese locali) va studiata, fatta conoscere, deve insegnare qualcosa a tutti noi. Il Papa scrive:
« La Chiesa ha sempre saputo suscitare, nelle popolazioni che ha evangelizzato, la spinta verso il progresso, e oggi i missionari, più che in passato, sono riconosciuti anche come promotori di sviluppo da governi ed esperti internazionali, i quali restano ammirati del fatto che si ottengano notevoli risultati con scarsi mezzi»("Redemptoris Missio", n. 58).
E' venuto il momento di approfondire l'esperienza delle giovani Chiese e dei missionari, che sono esemplari per tutto l'Occidente. Queste poche pagine vogliono solo avviare un dibattito che andrebbe continuato da testimonianze concrete, convegni, studi, tesi di laurea. Non perché quel che fanno i missionari vada sempre bene (errori ne facciamo tutti!), ma perché la loro esperienza molto concreta di "terzo mondo" può guidare il popolo italiano, e gli "esperti" che dibattono di sviluppo e sottosviluppo, a penetrare più a fondo nella comprensione di quei popoli: condizione indispensabile, questa, per una proficua "cooperazione internazionale".
Importante notare l'approccio ai popoli, perchè la soluzione del contrasto e dell'abisso fra Nord e Sud sta in un diverso rapporto fra i popoli, che si potrebbe definire "religioso-culturale, educativo". Ma, attenzione: una educazione vicendevole, un dare e ricevere, un cambiare e un essere cambiati dall'incontro con gli altri, con i "diversi". 

     Inserirsi nella vita di un popolo 

         Il punto di partenza di ogni azione missionaria è la fede in Gesù Cristo, unico salvatore dell'uomo: se si ignora la motivazione della fede, che diventa amore e donazione totale al popolo (sul modello di Cristo), non si capisce più tutto il resto. E' come volere discutere di un albero e dei suoi frutti, senza interessarsi delle sue radici.

 «Intervistato dalla televisione italiana, al giornalista che diceva: "Ecco l'industriale Marcello Candia che ha venduto le sue industrie ed è andato in Amazzonia per amore ai lebbrosi", Marcello rispondeva: "Mi scusi, ma sono andato in Amazzonia per amore di Gesù Cristo, per imitare Gesù Cristo e in Lui amo tutti i lebbrosi e i poveri che incontro".
I missionari - scrive mons. Giuseppe Pasini, direttore della Caritas Italiana (
[13]) - vengono pian piano e giustamente riscoperti dalle forze politiche, anche laiche, come agenti di sviluppo: ma noi sappiamo che il loro essere benefattori dell'umanità è legato soprattutto all'annunzio del Vangelo di Cristo, annunzio che precede e provoca una catena di solidarietà e promozione umana, di riscatto e autosviluppo dei popoli, soprattutto nel terzo mondo... Il Cristo non è un "optional", un oggetto di lusso; è essenziale alla vita umana, è il vettore che conduce l'uomo verso la piena realizzazione di sé, è condizione di piena liberazione. »

Il missionario è il miglior "agente di sviluppo" proprio in forza della fede in Cristo, che gli dà le motivazioni profonde e soprannaturali per fare quello che fa: andare a vivere con i popoli più poveri e marginali per tutta la vita, senza nessuna speranza di guadagno o di carriera o di gloria umana, disposto a perderla anche in modo violento, se necessario: negli ultimi decenni si calcola che vengano uccisi due-tre missionari al mese, in media, in qualche parte del terzo mondo.
E' evidente che questa disponibilità alla donazione rende il missionario capace di condividere fino in fondo le vicende del popolo col quale va a vivere: ricordo, ad esempio, nel Nord Uganda, durante la guerra fra i due eserciti di Amin e di Obote nel novembre 1980, quando tutti gli stranieri erano fuggiti dalle regioni devastate, nel West Nile ho trovato presenti solo missionari e suore del Comboni e medici cristiani del Cuamm di Padova. Il pericolo di perdere la vita era quotidiano, tant'è vero che tre fra padri e suore persero la vita, altri vennero feriti.
Così in Angola, nel periodo di guerra senza quartiere fra i vari "movimenti di liberazione" che prendevano possesso del paese abbandonato dai portoghesi (estate 1975) ho trovato nelle regioni distrutte dall'odio tribale, solo missionari cappuccini italiani (anch'essi ebbero le loro vittime) e varie suore di congregazioni italiane e portoghesi. La stessa situazione ho visto in Mozambico, in Eritrea, nelle Filippine, nella guerriglia in Perù (ma potrei raccontare di tanti altri paesi visitati in situazioni di guerra o pestilenze).
Il missionario che va a vivere tutta la vita presso un popolo povero, ne impara la lingua, si adatta alle difficili condizioni locali (cibo, clima, povertà, isolamento), è nelle condizioni migliori per diventare animatore di sviluppo; educa e si lascia educare, e questo per un motivo di fede. Si conoscono pochissimi casi di donazione totale e gratuita della vita, fino a darla volentieri, senza una motivazione religiosa.
C'è un altro valore importante da tener presente. Se lo sviluppo di un popolo è anzitutto frutto di educazione, bisogna dire che il punto migliore e più profondo di inserimento in un popolo povero è quello del sentimento religioso, condiviso da tutti e sentito come la massima espressione delle civiltà del "terzo mondo". Non vi sono popoli atei; soprattutto non vi sono popoli poveri e "tecnicamente sottosviluppati" che non siano profondamente religiosi. E' l'esperienza fondamentale che i missionari fanno, in qualsiasi parte del mondo: la vita dei popoli è tutta impregnata di sacralità (la nascita, la morte, il matrimonio, il lavoro dei campi, le feste popolari, ecc.): tutto viene riferito a Dio o alla divinità misteriosa che governa l'universo. La "secolarizzazione" come la conosciamo noi in Occidente, frutto della desacralizzazione della natura operata dalla Bibbia, semplicemente non esiste al di fuori del mondo cristiano occidentale, nemmeno nell'evoluto Giappone dove tutte le cose hanno un'anima spirituale, in rapporto col mistero del cosmo e della divinità. Quando a popoli così profondamente immersi in un universo sacrale si avvicinano i nostri "tecnici dello sviluppo", che prescindono da ogni riferimento a Dio (es. non pregano mai), non c'è intesa né educazione possibile. Questi tecnici possono certo costruire una diga, scavare un pozzo, impiantare un'industria e consegnarla "chiavi in mano", ma non educano, quindi non creano sviluppo. L'Africa è un cimitero di industrie che non hanno mai funzionato, di pompe per l'acqua inutilizzate, di trattori arrugginiti, ecc. In Burkina Faso mi dicevano che più di metà delle migliaia di pompe per l'acqua impiantate da tecnici stranieri nei villaggi sono rotte: non solo perché nessuno ha insegnato ai locali come ripararle, ma semplicemente perché non sono state inserite nel loro universo culturale e religioso; sono viste come un corpo estraneo, non integrato nella vita locale. Al di sotto del problema tecnico, c'è sempre un motivo spirituale, religioso, che quasi sempre sfugge a chi non conosce e non si preoccupa di conoscere questi popoli dall'interno, le loro culture e religioni.
In Guinea Bissau un missionario del Pime, p. Luigi Scantamburlo, ha fondato una novantina di cooperative di pesca nelle isole Bijagos, presso questo popolo che vive in un mare pescosissimo, ma non aveva tecniche di pesca, di conservazione del pesce, ecc. P. Gigi scrive ([14]) che la difficoltà maggiore per varare questo progetto è venuta non dai giovani che imparano volentieri nuove tecniche, ma dalla resistenza culturale degli anziani e della gente dei villaggi, che occorre vincere con un lavoro educativo, senza imporre nulla, altrimenti il progetto di sviluppo fallisce.

« Anzitutto è da tener presente che i bijagos non intraprendono alcuna attività semza considerare prima la religione. Per loro è più facile negare l'esistenza della propria madre che quella di Dio. Nella società bijagos la vita e tutto ciò che aiuta a proteggerla e ad accrescerla (quindi anche lo sviluppo) sono dono di Dio, ricevuto attraverso gli antenati, i quali aiutano i viventi con legami invisibili (cerimonie religiose) a conservare questo dono... Naturalmente la novità introdotta dai vari progetti di sviluppo viene accettata dagli antenati ed entra a far parte della loro cultura, quando diventa "culto", quando cioè il lavoro dell'uomo s'incontra con quello di Dio e degli antenati. Ed è proprio qui che spesso falliscono tanti progetti di sviluppo... I volontari o cooperanti hanno concezioni troppo tecnicistiche nei confronti dello sviluppo ed una mentalità occidentale di tipo secolarista...» 

     Una visione statica del mondo 

    La Chiesa educa l'uomo annunziando e proponendo il modello di Cristo; si appella alla coscienza dei singoli e chiede la "conversione del cuore" a Cristo, cioè un cambiamento profondo, radicale. Evangelizzare significa sviluppare l'uomo in modo autentico, perché non si propone un "avere di più" ma un "essere di più"; cioè risvegliare la coscienza dell'uomo facendogli conoscere la grandezza del suo essere e del suo destino.
L'ostacolo maggiore allo sviluppo delle popolazioni tecnicamente sottosviluppate consiste nell'arretratezza delle mentalità; l'ideale delle società tradizionali non è di progredire, ma di osservare leggi, riti e costumi del passato, ritenuti immutabili. Di qui l'inerzia dei popoli, abituati (anche dalla dominazione coloniale e poi da governi totalitari) a rimettere ad altri le decisioni. Il missionario non è un tecnico dello sviluppo, ma del risveglio delle coscienze, per far superare quello che i vescovi africani definiscono "atavismo africano", cioè
« una brutta maniera di riferirsi al passato, che denota abitudini e mentalità incompatibili con una effettiva e reale volontà di sviluppo. In fin dei conti questo atavismo è tanto pericoloso quanto l'imitazione servile di quanto è straniero, poiché fa girare i nostri popoli su se stessi »
([15]).
Quando si parla delle popolazioni tecnicamente sottosviluppate, non si riflette abbastanza sul fatto che l'accettazione di quello che chiamiamo "progresso moderno" non è un fatto pacifico: anche semplici strumenti come l'aratro di ferro, i fertilizzanti, la pompa per l'acqua, il pesticida per uccidere i topi che distruggono il raccolto, una piccola macchina per pilare il riso, richiedono un cambiamento di mentalità, di cultura, di visione del mondo, della vita, della donna.
Per noi occidentali tutto questo è maturato in secoli di lento cammino, che hanno permesso un graduale adattamento culturale, di mentalità ([16]). I popoli poveri sono invece costretti a un salto culturale di secoli e di millenni nello spazio di una o due generazioni: le loro culture non sono preparate a ricevere queste "novità", instintivamente le rifiutano perché vanno contro la tradizione. Non si possono imporre le novità che alterano l'universo culturale e religioso di un popolo, perché si crea un trauma, una rivolta degli animi; d'altra parte, i popoli stessi desiderano entrare nel mondo moderno, godere dei diritti dell'uomo, della democrazia, del benessere che vedono presso i popoli più evoluti. Nessun popolo, neppure gli indios dell'Amazzonia o i papua della Nuova Guinea, desiderano restare così come sono!
Ecco il significato dell'evangelizzazione per lo sviluppo. Partendo da quello che unisce, cioè la presenza di Dio nella vita dell'uomo, il missionario rivela ai popoli quel Dio che cercano e non conoscono incarnato nell'uomo Gesù Cristo; la dignità dell'uomo creato "ad immagine di Dio"; la superiorità dell'uomo sulla natura e l'impegno a conoscerla ed a trasformarla; il senso del progresso verso condizioni di vita più umane; l'uguaglianza di tutti gli uomini e quindi la fraternità universale che supera ogni tribalismo o casta o razzismo; il rispetto della donna, persona come l'uomo, con uguali diritti e doveri, ecc.
Si parla molto della "fame di pane" dei popoli, ma poco della "fame di Dio" che non è minore; anzi, molto spesso, a parte i casi di vera morte per fame e di emergenza per calamità naturali, la fame di Dio è avvertita in modo più profondo del desiderio di beni e di progresso materiale. In popoli profondamente religiosi, non conoscere Dio (la paternità di Dio, la misericordia e il perdono di Dio), significa vivere nell'angoscia esistenziale e in una cultura bloccata. Il mondo secolarizzato in cui viviamo, ("come se Dio non esistesse") ci impedisce di comprendere questa realtà, che ha influsso determinante anche sullo sviluppo materiale, economico, sociale. P. Giuseppe Fumagalli, che da 35 anni vive con la tribù africana dei "felupe" (in Guinea Bissau) scrive:
« La cultura dei felupe è statica per natura sua, non ha sbocchi verso il futuro; è una cultura tradizionalista, conservatrice, non progressista. Manca il concetto stesso di progresso, cioè il cammino in avanti verso una vita migliore. Ecco perché si sperimenta in concreto, col primo annunzio di Cristo, che la conversione a Cristo e l'inserimento in una comunità cristiana sono fattori di progresso per tutti gli aspetti della vita... Il felupe ha una concezione della vita che è tutta in un recinto chiuso. Quando muori... ritorni in questo mondo a vivere in un altro. Credono nella rinascita in un'altra persona. Quando nasce un bambino che assomiglia al nonno, dicono: "E' il nonno che è tornato fra noi".
La vita quindi diventa senza scopo, senza meta. Un ripetere quello che è già stato, senza cambiare nulla. Infatti, quando tu rinasci di nuovo, devi ritrovare il tuo villaggio come l'hai lasciato, senza che sia cambiato nulla, altrimenti non ti ritrovi più. Loro dicono: "La nostra vita è teitor" che vuol dire "Correre continuamente nello stesso posto". Cioè corri e ricorri nello stesso villaggio, ripetendo gli stessi atti. Questa è la vita e non c'è nessuna possibilità di sfuggire al destino; nessun futuro, nessun scopo se non quello di vivere giorno per giorno conservando la tradizione della tribù. E' evidente che con una cultura e mentalità del genere, il progresso, lo sviluppo (in tutti i sensi) è impossibile.
» 

    Dalla fede nuova identità e dignità 

         Gesù è venuto a rompere questo schema ripetitivo, a sbloccare le culture ripiegate su se stesse, rivelando la partecipazione dell'uomo alla vita di Dio come meta suprema dell'esistenza: il cammino verso il Padre, il "Regno di Dio" che incomincia già qui su questa terra, il messianismo dei "cieli nuovi e terra nuova" dove "avrà dimora stabile la giustizia". La vita dell'uomo acquista significato solo se ha uno scopo; la vita dei popoli diventa storia se c'è un passato e un futuro, una meta a cui tendere; il concetto stesso di "progresso" è giustificato e diventa motore di impegno, se si crede possibile un "mondo migliore" e uno sbocco che superi la fragile esistenza dell'uomo.
Nello stesso nostro mondo ricco, tecnicizzato, industrializzato, che ha abbandonato Dio, la sola ricerca dell' "avere di più" non soddisfa i desideri del cuore dell'uomo, per cui la vita diventa un andare avanti senza scopo, senza futuro. "Andare avanti" verso dove? L'amico Indro Montanelli, quando ero andato a fargli gli auguri per gli 80 anni, mi diceva:
« Fra noi due il fortunato sei tu  perchè hai la fede e sai perchè vivi. Io la fede non ce l'ho e non so ancora perchè vivo. Più vado avanti e più vedo che quel che ho fatto scompare, non conta più nulla. Perchè sono vissuto? Perchè vivo? Quando incontrerò il Padreterno gli chiederò: "Perchè a me non hai dato la fede?".»
Il segno caratteristico delle civiltà che non conoscono Dio è la ripetività dei gesti, della vita, delle stagioni, con lo sguardo rivolto al passato, non al futuro; il segno della nostra civiltà che ha conosciuto e rifiutato Dio è la "noia" (di Satre, di Moravia, ecc.) e la generale, quasi spasmodica "ricerca di senso della vita" come dicono i sociologi e gli psichiatri.
Paolo VI, parlando ai membri della Fao, diceva ([17]):

« Gli sforzi per risolvere il problema della fame e della povertà mondiali sarebbero destinati al fallimento, se non si arrivasse ad effettuare un cambiamento reale nel cuore delle popolazioni del mondo ed a svilupparvi un altruismo più profondo e più effettivo, allargato alle dimensioni del globo. E qui, ci sembra, su questo piano spirituale che è propriamente il suo, che la Chiesa porta il suo contributo più efficace ai problemi che sono vostri. Essa può agire sul cuore degli uomini, perché essa sa "quello che c'è nell'uomo": essa ha una dottrina sulla sua origine, la sua natura, il suo destino. Se il compito della Chiesa non è di fornire soluzioni tecniche per la riforma delle strutture della società, essa può, in compenso, stimolare la coscienza, risvegliarla ai suoi nuovi doveri nel mondo d'oggi. Essa può, quindi, in questo modo, agire sul riorientamento delle strutture politiche, sociali ed economiche delle nazioni, nel senso più vero del progresso, che è la partecipazione di tutti gli uomini ai benefici dello sviluppo, l'accesso degli uomini a condizioni di vita degne di esseri umani».

L'esperienza dei missionari che vivono lunghi anni con i popoli poveri conferma queste due verità: primo, che i popoli poveri vogliono dal missionario, dalla Chiesa, l'annunzio della verità che salva; secondo, che proprio il Vangelo, la conversione a Cristo diventa il motore dello sviluppo. P. Natale Fumagalli missionario in India, già ricordato, dopo aver parlato degli aiuti della Chiesa allo sviluppo (pozzi, dispensari medici, scuole, ecc.), scrive ([18]):

« Qui tutti i missionari sono testimoni di questo fatto: i villaggi vogliono Cristo e si convertano a Cristo, anche se io non costruisco loro la scuola né il dispensario medico, anche se non organizzo cooperative, né scavo pozzi, né distribuisco farina o riso o vestiti usati. Io non condanno questi aiuti allo sviluppo, né questi atti di carità, li ho compiuto anch'io molte volte; ma mi convinco sempre più che in India ci sono moltissimi che vogliono da noi soprattutto la fede in Cristo...
Quando un villaggio accetta la fede cristiana rimane povero come prima, ma quel villaggio ha acquistato una nuova dignità, una nuova coesione, un sentimento di solidarietà e di carità che prima non aveva, una voglia di lavorare ed impegnarsi per lo sviluppo e la giustizia. Questo mi pare il frutto più chiaro dell'annuncio evangelico in campo sociale
». 

    Missione: dare e ricevere! 

    Nel 1976 ho assistito, nella missione di Gundi (Ciad del sud), ad un'accesa discussione fra il padre Angelo Gherardi, missionario gesuita sul posto da una dozzina d'anni, e tre volontari (italiani) che erano andati ad aiutarlo da circa un anno. I tre avevano elaborato un progetto integrato di aiuti all'agricolture e di irrigazione che comportava una spesa di 350 milioni di lire, con buona probabilità di essere approvato e finanziato dal governo italiano. Il missionario rifiutava il progetto:

« La gente qui non lo capirebbe - diceva - e quindi la sua realizzazione sarebbe negativa per lo sviluppo di questa popolazione. Se portate qui macchine moderne, troppi soldi, tecniche avanzate, non riuscirete mai a coinvolgere i contadini, che lavorano ancora con la zappetta e con l'aratro di legno. Ci vuole pazienza, gradualità, soprattutto non bisogna fare nessun passo senza che la gente ne sia convinta. Non è possibile alcun sviluppo se non parte da loro, se non ne diventano i responsabili, i protagonisti».

Sono princìpi che a volte violano i missionari stessi, quando non si sono ancora convertiti dal ruolo di "protagonisti" che la tradizione assegnava loro. L'azione e la presenza dei missionari non vanno naturalmente mitizzati: nessuno ha la soluzione pronta in tasca per tutti i problemi dello sviluppo. Ma c'è in loro uno spirito, uno stile di presenza, che sono esemplari per un'autentica "collaborazione allo sviluppo" da parte dei popoli ricchi. Purtroppo questi "valori esemplari" non sono studiati, sistemizzati, fatti conoscere; i missionari stessi, in genere, non riflettono sulla propria esperienza, difficilmente ne scrivono o vengono intervistati e richiesti di comunicare quanto hanno imparato nei lunghi anni di vita con i popoli più poveri.
Mi chiedo spesso perché, mentre esistono numerosi studi, ricerche fatte sul campo e si organizzano convegni per conoscere i risultati dei progetti realizzati da governi europei e da organismi di volontariato internazionale; perché dicevo, gli Istituti missionari producono così poco sui risultati di sviluppo che l'evangelizzazione e l'esercizio della carità hanno prodotto. Se guardo al Pime (per non parlare di altri istituti), mi rendo conto che ha realizzato molto nel campo dello sviluppo in India fra i fuori casta (una presenza che dura dal 1855!); in Birmania (dal 1868), in Bengala (dal 1855), in Thailandia fra i tribali, in Guinea Bissau, in Amazzonia, nelle Filippine, in Cameroun, Papua Nuova Guinea, ecc. Mi chiedo come mai non esiste un solo studio di valore, una sola tesi di laurea su questo patrimonio di esperienza, di dedizione e anche di risultati positivi (pur in mezzo ad errori e fallimenti).
Le forze missionarie (istituti missionari, Chiese locali, la stessa Congregazione per l'evangelizzazione) sono poco orientate alla riflessione sulla propria esperienza, sullo spirito e metodo di lavoro, sulle iniziative di sviluppo e l'incidenza delle comunità cristiane anche in campo politico-economico. Ancora il p. Natale Fumagalli spiega come, vivendo certe realtà dall'interno, si vedono in modo diverso da come le vediamo noi dall'esterno. Scrive in una sua testimonianza:
« Ho 38 villaggi da visitare e ogni sera sono in un villaggio diverso: vivo con i paria, con pochissime differenze. La loro indigenza o miseria, vista con gli occhi dell'europeo, può spaventare, ma non va vista così. Se in Italia io dico che da 18 anni non uso né lenzuola, né scarpe, né calze; se dico che dormo benissimo nelle capanne indiane, su terra battuta o su un graticcio di bambù; se dico che mi mantengo con 300 lire al giorno, tutto compreso, con la carne una volta alla settimana o anche meno, eppure sto benissimo, forse molti di voi non mi credono. Eppure è la verità. Certo, la miseria e la fame sono degradanti per la dignità dell'uomo, ma una povertà dignitosa come quella dei miei indiani non so davvero se è meglio o peggio della ricchezza che avete voi in Italia...
Io conosco bene l'Italia e la Brianza, sono partito per l'India che avevo già 30 anni: ebbene posso dire che i miei indiani non sono meno felici dei miei amici brianzoli, che camminano sulla cresta del progresso. Non dico che non abbiano bisogno di scuole, di medicine, di case più sane, di un lavoro stabile: d'accordo, è dovere anche dei paesi ricchi fare in modo che abbiano questi beni. Dico solo che gli indiani hanno tante qualità e virtù che noi abbiamo perso...
» 

     "Uno sviluppo senz'anima non  basta all'uomo" 

         E' possibile che discorsi di questo genere vengano capiti nell'Italia d'oggi? E' possibile che vengano presi sul serio nel dibattito su sviluppo e sottosviluppo, facendoci comprendere più a fondo le realtà del mondo dei poveri e orientandoci ad una cooperazione internazionale attenta all'uomo, ai valori umani? Giovanni Paolo II scrive ([19]):

«Il Nord (del mondo) è esposto alla miseria morale e spirituale, causata dal "supersviluppo". Certa modernità a-religiosa, dominante in alcune parti del mondo, si basa sull'idea che, per rendere l'uomo più uomo, basti arricchire e perseguire la crescita tecnico-economica. Ma uno sviluppo senz'anima non può bastare all'uomo e l'eccesso di opulenza gli è nocivo come l'eccesso di povertà. Il Nord del mondo ha costruito un tale "modello di sviluppo" e lo diffonde nel Sud, dove il senso di religiosità ed i valori umani che vi sono presenti rischiano di essere travolti dall'ondata del consumismo».

Nel 1982 il "Comitato ecclesiale contro la fame nel mondo" (di cui facevo parte) lanciò la campagna nazionale "Contro la fame cambia la vita". Lo scopo era di svolgere un'azione educativa del nostro popolo, che soffre i mali fisici e morali dell'opulenza, affinché ritrovi, nel contatto con i poveri, i valori di una vita più austera, più essenziale, come appunto l'esperienza dei missionari insegna. Se non si entra in questa logica di un ritorno all'austerità, come si fa ad essere veramente fratelli dei poveri?
Paolo VI lo diceva in tutti i toni: lo sviluppo autentico non è solo economico! E scriveva ([20]):«I popoli poveri non staranno mai troppo in guardia contro questa tentazione che viene loro dai popoli ricchi, i quali offrono troppo spesso, assieme al loro successo nel campo della civiltà tecnica, un modello di attività tesa prevalentemente alla conquista della prosperità materiale.
Giovanni Paolo II parlando ai giovani della Costa d'Avorio diceva (
[21]): "Non imitate certi modelli occidentali, basati sullo sfruttamento dell'uomo e sull'interesse. Non correte dietro a sogni artificiali che vi danno una libertà illusoria o che vi condurranno all'individualismo... Siate voi stessi!".» 

    Educare allo sviluppo donando la vita 

         Lo stile di presenza del missionario (e della Chiesa) non è di imporre delle verità astratte, ma, sull'esempio di Gesù, di andare a vivere con un determinato popolo per stabilire rapporti di amicizia e di dialogo. L'evangelizzazione non è insegnamento, ma condivisione, dialogo di vita, testimonianza di Cristo inserendola nella cultura di un popolo. Non è detto che tutti i missionari realizzino bene questo stile di presenza, ma queste sono le linee formative e le direttive che ricevono e sulle quali sono verificati e richiamati. In un testo fondamentale del Pime si legge ([22]):

«Il missionario è per definizione uno che lascia il suo popolo, per portare il Vangelo a gente diversa, ponendosi fra essa non come un estraneo, ma come uno che vuol condividere le realtà degli altri e vuole arricchirsi da questo contatto intimo e prolungato. Questo inserimento, esigenza essenziale dell'evangelizzazione, non richiede tanto di essere "come" gli altri, quanto di vivere "con" gli altri e "per" gli altri, solidarizzando con la loro vita, i loro problemi. Bisogna quindi parlare di "comunione" del missionario col suo popolo...
Soprattutto nei primi anni di vita in un ambiente nuovo, il missionario ascolti molto e sia disposto a rivedere con umiltà i propri pregiudizi, sapendo quanto è facile sbagliare nel giudicare cose che non si conoscono ancora bene. Il missionario deve sapersi adattare all'ambiente socio-culturale in cui vive e comunicare profondamente con esso. Quindi: conoscere la lingua, la cultura, la storia, la religione popolare, gli usi e i costumi, appassionandosi al loro studio; cercare di comprendere dal di dentro la maniera di vedere e di giudicare della sua gente; praticare il dialogo, l'incontro con gli altri.
»

La mia segretaria suor Franca Nava, delle Missionarie dell'Immacolata, che è stata in Bangladesh (dal 1952) come infermiera dei lebbrosi, mi racconta che quando ancora non aveva imparato la lingua bengalese, una volta si lamentava con un padre anziano di non saper parlare. Il padre le dice: « Sorella, è una fortuna, così non dice stupidaggini, non dà giudizi avventati. Quando lei avrà imparato a parlare, capirà tante cose che la renderanno prudente nel dare giudizi».
Non si creda che l'inserimento in un altro mondo culturale sia cosa da poco! Richiede tanto amore, tanta pazienza, tanto tempo (ecco perché il missionario è disposto a restare tutta la vita!). E' noto che in qualsiasi paese del terzo mondo venga destinato, il missionario, appena arriva sul posto, passa da uno a due anni in una "casa di studio", anche se ha già alle spalle studi universitari in Europa e conosce due o tre lingue europee. Poi viene inviato con un confratello più sperimentato e per alcuni anni è ancora "in cammino di formazione", prima di poter assumere responsabilità. Ricordo il discorso che mi faceva nel 1976 un confratello, p. Silvano Zoccarato nel Nord Camerun:

« Dopo cinque anni di presenza e di studio in Camerun, incomincio a sentirmi come a casa mia. Ma quante sofferenze in questi anni! Se non avessi avuto una forte motivazione di fede, non so se avrei resistito. Integrarti in una cultura diversa (lingua, mentalità, cibo, clima, usi, costumi, ritmi di vita...), pur rimanendo un italiano, è un po' come morire e rinascere di nuovo: ti ritrovi in prima elementare mentre hai già trenta e più anni; vedi molte cose che ti pare potrebbero essere fatte meglio e devi tacere: tutto il tuo sapere, la tua esperienza, ti pare non servano a nulla... Per anni devi essere disposto più ad ascoltare che a parlare, ad imparare più che insegnare, a fare quel che ti dicono gli altri, non quel che vorresti fare tu... Poi, quando sei giunto a sentirti veramente a casa tua in Africa, allora non vorresti più tornare in Italia, perché la vita con questo popolo che ti accetta come fratello è piena di tante soddisfazioni: ti rendi conto giorno per giorno di quanto il tuo donare la vita per gli altri è utile a molti...»

Forse il lettore può pensare che discorsi di questo genere c'entrano poco con la "fame nel mondo" e la cooperazione internazionale. Invece c'entrano, eccome! Stanno alla base di un rapporto "spirituale-culturale-educativo" fra i popoli ricchi e quelli poveri, senza il quale l'abisso fra Nord e Sud è destinato ad aumentare. Se non si conoscono la vita del missionario, le sue motivazioni di fede, il suo modo di inserirsi nel "terzo mondo", non si riesce a capire perché con pochi mezzi egli realizza molto, nel campo dell'educazione e dello sviluppo.
L'assistenza tecnica, come praticata dagli organismi dell'Onu e dai governi dei paesi ricchi, si propone di dare ai popoli del terzo mondo le tecniche, le finanze, gli strumenti, i meccanismi per produrre ricchezza. Il "modello ideale" rimane il nostro, capitalista e consumista: uno sviluppo senz'anima, che non tiene conto delle profonde diversità culturali; quindi è assimilato poco o nulla, non educa, non fa evolvere le mentalità, le culture, la vita delle famiglie e dei villaggi. Anche i governi africani, spesso animati dal "sacro furore" di far compiere in pochi anni ai loro popoli il cammino di decenni, assumono i modelli e gli strumenti di sviluppo occidentale senza chiedersi come la gente può capirli ed accettarli.   Il vescovo di Morongoro (Tanzania) mons. A. Mkoba, diceva ([23]):

«Lo Stato può fondare un ospedale, il quale funziona presupponendo che l'infermità ha cause naturali e può essere curata con mezzi naturali come la medicina. Ma se la gente è convinta che l'infermità e il male vengono prodotti da agenti soprannaturali, la fondazione di un ospedale risulta inutile, poiché la gente non vi andrà. Tutta la vita tradizionale degli africani è intesa in questo contesto soprannaturale, che penetra tutti gli aspetti della vita. I nuovi progetti di sviluppo cozzano contro questa vecchia mentalità, non preparata al modo nuovo di vedere la vita. Una delle ragioni per cui la Chiesa, con mezzi finanziari e di personale molto ridotti, ha ottenuto risultati migliori di quelli dei governi, consiste appunto nel fatto che essa ha saputo dare questa nuova visione della vita.
La Chiesa - continua il vescovo di Morongoro - ha effettuato questo processo educativo attraverso la sua organizzazione ecclesiale, la sua liturgia, i suoi sacramenti, attraverso il lavoro pastorale del personale ecclesiale. Persino i governi non cristiani apprezzano l'opera della Chiesa, riconoscendo il benefico influsso della religione e del cristianesimo nel rapido sviluppo di quei popoli... Per questo il governo della Tanzania cerca avidamente la cooperazione dei missionari e del personale ecclesiastico, che hanno grande influenza sulla mentalità della popolazione. Il governo... comprende che il lavoro che essi svolgono è la condizione essenziale per garantire l'esito del suo programma di sviluppo.
» 

    Lo sviluppo da comunità coscienti e unite 

         Proprio in Tanzania, la fallimentare vicenda dell'"Ujamaa" (villaggi comunitari o collettivi sull'esempio delle "comuni" cinesi) dimostra con evidenza che al centro dei progetti di sviluppo deve esserci l'uomo concreto con la sua mentalità e cultura, non uno schema imposto dall'alto. Ricordo che nel 1969, visitando la Tanzania mentre l'Ujamaa era iniziata da circa due anni ("Dichiarazione di Arusha", 5 febbraio 1967), avevo raccolto fra i missionari della Consolata ed altri, solo pareri negativi. Tutti erano disposti a riconoscere la retta intenzione di Nyerere, ma vivendo fra il popolo dicevano: «"Un progetto del genere non può riuscire, il popolo non lo capisce e non lo condivide, perché è imposto con la forza della burocrazia statale, dal partito e dall'esercito!". Infatti qualche anno dopo Nyerere ammetteva con sincerità di aver fatto molti errori ([24]): "Quando tentammo di promuovere lo sviluppo rurale, spendemmo grosse somme per stabilire i villaggi e ci siamo illusi che fosse una scorciatoia per giungere allo sviluppo rurale. Spesso ci siamo ridotti a persuadere le masse a portarsi nella nuova zona, promettendo loro che avrebbero trovato una ricchezza facile".
In realtà, ammette Nyerere, non fu così; creare comunità nuove, unire un popolo disperso non è facile, poiché lo schema teorico del "villaggio comunitario" è ostacolato dalle divisioni che vi sono fra il popolo: tribali, familiari, claniche, separatiste, dialettali: occorre superare queste divisioni con motivazioni superiori, per unire i contadini in un'unico villaggio... Ritirandosi da Presidente della Tanzania il 27 ottobre 1985, Nyerere riconosceva di "non aver avuto la pazienza di attendere" che il popolo si convincesse o fosse educato a vivere in villaggi e non disperso
» (
[25]).
Se si esamina la letteratura sull'Africa di quegli anni (1967-1975), non si trovano che iperboliche esaltazioni dell'"Ujamaa": la voce del buon senso di chi dall'interno del paese e del popolo, diceva la verità, non era ascoltata perchè "politicamente non corretta". E' un altro esempio di come i missionari e la Chiesa, se venissero ascoltati, potrebbero dare utili indicazioni, poiché spesso sono "la voce di chi non ha voce", cioè dei popoli che non hanno parola.
Il caso della Tanzania è significativo per tutto il terzo mondo: lo sviluppo non può venire dall'ideologia "rivoluzionaria" che impone a popoli ancora viventi in una cultura tradizionale uno schema di società che la gente rifiuta. Per cui si finisce per imporlo con la forza. Da Mao a Ho Chi Minh, da Fidel Castro a Pol Pot, da Menghistu al Nicaragua "sandinista" (in realtà marxista-leninista), la storia dei tentativi "rivoluzionari" è ricca di fallimenti sanguinosi, senza poter presentare un solo esempio di successo.
Lo sviluppo può venire solo dalla formazione di comunità coscienti, che sappiano esercitare il potere politico in una logica di servizio al bene comune, liberandosi da regimi totalitari, superando divisioni, tribalismi. In Africa, come spesso nel resto del terzo mondo, il potere politico è sequestrato dalle élites intellettuali e militari, che opprimono popoli divisi e non allenati alla democrazia.
La soluzione è evidente: anche in campo politico, come in quello tecnico-economico, protagonista dello sviluppo è l'uomo riconosciuto e rispettato in tutti i suoi diritti (libertà, dignità, ecc.), e le comunità che maturano nella libertà e responsabilità. La Chiesa indica ancora una volta la strada da percorrere: ad esempio, le "comunità ecclesiali di base", che rappresentano (con forme e nomi diversi) la scelta prioritaria delle giovani Chiese nel Sud del mondo, hanno una notevole valenza e incidenza politica. Come scriveva mons. Jean Zoa, arcivescovo di Yaoundè (Camerun) ([26]), in queste comunità « le persone imparano a conoscersi in modo concreto, ad organizzare una solidarietà vera, ad assumere le loro responsabilità per il bene comune. A popoli oppressi da dittature e mancanza di parola, le piccole comunità cristiane offrono un ambiente di formazione pre-politica, facendo superare divisioni e tribalismi, abituando la gente a parlare, a discutere, a decidere. Tant'è vero che spesso tali comunità sono prese di mira da poteri politici oppressivi, in America Latina come in Africa e in Asia».

Ero nelle Filippine pochi mesi prima che scoppiasse la "Rivoluzione dei fiori e del rosario" (26 febbraio 1986), che in pochi giorni, senza alcuna violenza, sbalzava dal trono il dittatore Marcos al potere da vent'anni. Ricordo che girando per Manila e dintorni e nell'isola di Mindanao, pur in una situazione di guerra e di violenza, c'era ovunque un senso di speranza, di ottimismo, di attesa di prossimi cambiamenti. Alla base, proprio attraverso il lavoro di "coscientizzazione" delle comunità cristiane, il popolo era maturato e si era unito, minando il regime dalle fondamenta: è bastata poi l'occasione esterna (una delle tante elezioni truccate) e l'invito rivolto al popolo di scendere nelle strade, che il regime si è afflosciato come un castello di carta. Fra tante rivolte armate nel terzo mondo, fra tante "guerriglie di liberazione", che hanno innescato un seguito interminabile di violenze, questa rivoluzioen pacifica delle Filippine (e altre simili, in Corea del sud, Brasile, Argentina, Cile e Paraguay) rappresenta un segno di speranza.

 

 



[1]. I missionari del Pime lavorano in India dal 1855 e nell'Andhra Pradesh hanno fondato le diocesi di Hyderabad, Vijayawada, Warangal, Eluru, Nalgonda e Khammameth. In Bengala altre sei diocesi; Krishnagar, Malda e Jalpaigury in India; Dinajpur, Khulna e Raishahi in Bangladesh.

[2]. Perchè è fallito il comunismo, che pure proclamava grandi ideali, si potrebbe dire "evangelici"? La sua analisi dei rapporti sociali s'interessava solo delle strutture produttive e dei rapporti di forza: l'uomo come persona singola ne era escluso. L'antropologia marxista è fallita ben prima dell'economia e della politica dei regimi comunisti! Quando penso che, negli anni settanta, non pochi cattolici adottavano l'"analisi scientifica del marxismo", con quell'antropologia alla base più volte condannata dalla Chiesa...

[3]. Giovanni Paolo II, "Messaggio a mons. Ferdinando Charrier, presidente della commissione episcopale per i problemi sociali e del lavoro", in occasione del convegno nazionale sul tema: "La questione del lavoro oggi. Nuove frontiere dell'evangelizzazione", "L'Osservatore Romano", 9 maggio 1998, pag. 5.

[4]. "La Civiltà Cattolica", 20 luglio 1991.

[5]. P. Gheddo, "Dio viene sul fiume - Augusto Gianola, Una tormentata ricerca di santità", Emi 1994 (quattro edizioni), pagg. 331; "In missione per cercare Dio - Lettere di Augusto Gianola dal Brasile", a cura di P. Gheddo, San Paolo 1998, pagg. 442; P. Gheddo, "Missione Amazzonia - I 50 anni del Pime nel Nord Brasile (1948-1998)", Emi 1998, pagg. 481.

[6]. E. Buttelli, "Amazzonia, acqua della vita", "Mondo e Missione", aprile 1988, pagg. 243-262.

[7]. Il racconto di padre Buttelli è del 1988: oggi la diocesi di Parintins ha circa 400 comunità rurali da assistere.

[8]. In Amazzonia, per antica tradizione, gli uomini cattolici sono uniti nella "Congregazione mariana", con precisi impegni di vita cristiana; le donne fanno parte dell'"Apostolato della preghiera".

[9]. La "teoria della dipendenza", oltre a non corrispondere alla verità dei fatti, suscita negli africani un forte senso di vittimismo e li deresponsabilizza, non li stimola a cambiare situazioni interne impossibili: la colpa è sempre degli altri! Quanti esempi potrei citare, molto concreti! Nel 1998-1999 si è combattuta in Guinea Bissau una guerra civile nata dalle vicendevoli accuse tra il Presidente Nino e il capo delle forze militari Ansumane Mané. In un anno il paese è precipitato in una desolazione terribile. Ero stato da poco sul posto e poi a Roma ho pranzato con due guineani, un sacerdote e un laico che lavora a Roma. Sono andati avanti a discutere se la colpa era della Francia o del Portogallo o degli Stati Uniti... Le responsabilità dei due capi locali e delle due etnie che rappresentavano erano del tutto ignorate!

[10]. Uno slogan che circola è questo: se tutti i cinesi avessero l'auto come noi, la terra scoppierebbe... Ebbene, l'Italia ha 191 abitanti per kmq. (il Piemonte 325 e la Lombardia 378!), mentre la Cina solo 128. Perchè pensare che i cinesi non sono capaci, a poco a poco, di organizzarsi e vivere bene anche avendo l'auto? Tanto più che tra dieci anni verrà l'auto ad idrogeno (già in avanzata sperimentazione) che non inquina!

[11]. In Italia sono stato il primo a denunziare i massacri dei "Khmer rossi" in Cambogia, nei primi mesi dopo la "liberazione" nell'aprile 1975. Non ci credeva quasi nessuno, nemmeno, in parte, la stampa cattolica e missionaria; "L'Unità" pubblicò un articolo in cui denunziava il sottoscritto come "nemico del popolo" e "un missionario finanziato dalla Cia"...

[12]. A Bissau, capitale della Guinea Bissau, l'Italia ha costruito un enorme mulino per il riso, che non ha mai funzionato: è saccheggiato e distrutto, una delle mille "cattedrali nel deserto" che si vedono girando l'Africa. Perchè? Semplicemente perchè i contadini, col poco riso che producono e con scarse strade, non lo portano al mulino, le donne se lo lavorano in casa! Si veda: P. Gheddo, "Missione Bissau, I 50 anni del Pime in Guinea Bissau (1947-2997)", Emi 1997, pagg. 460; specie il capitolo "Il progresso della Guinea nella formazione dell'uomo" (pagg. 285-318).

[13]. G. Pasini, "Agenti di sviluppo o annunziatori della fede?", in "Italia-Caritas", ottobre 1988, pag. 1.

[14]. L. Scantamburlo, "E i bijagos divennero pescatori, Un progetto di sviluppo in Guinea-Bissau", "Mondo e Missione" agosto-settembre 1994, pagg. 457-472.

[15]. "Chiesa e dignità umana nell'Africa d'oggi", messaggio dei vescovi africani dello SCFAM (Simposio delle Conferenze episcopali d'Africa e di Madagascar) pubblicato a Lomé (Togo) il 5 maggio 1985. Si veda "Regno Documenti", 1986, n. 5.

[16]. Si legga il formidabile volume di Christopher Dawson "Il cristianesimo e la formazione della civiltà occidentale", Rizzoli 1997: spiega come il Medioevo ha portato al mondo moderno, attraverso una continua trasformazione, secondo i princìpi evangelici, della società pagana (matrimonio, schiavitù, libertà personali, diritti dell'uomo, ecc.); e come sono cambiati gli strumenti e le tecniche di produzione e di governo, le leggi, la cultura popolare, ecc. I popoli non cristiani, senza loro colpa, non hanno avuto nessun medioevo, nessun passaggio graduale da una società pagana, conservatrice e bloccata, ad una società moderna attraverso l'influsso del modello di Cristo e del Vangelo.

[17]. Discorso di Paolo VI del 26 aprile 1967.

[18]. N. Fumagalli, "Predicare il Vangelo o aiutare i poveri?", in "Evangelizzazione o sviluppo?", volume di autori vari, Emi, l1072, pag. 49.

[19]. "Redemptoris Missio", n. 59.

[20]. "Populorum Progressio", n. 41.

[21]. Discorso ad Abidjan, 12 maggio 1980.

[22]. "Documenti capitolari" (il testo fondamentale de Pime per l'aggiornamento post-conciliare), Roma 1972, pagg. 174-176.

[23]. Conferenza tenuta in Olanda, "Fides", 12 settembre 1970, pagg. 468-473.

[24]. Nyerere J., "Man and Development", Oxford University Press, Dar Es Salaam 1974,  pag. 35.

[25]. P. Gheddo, "Tanzania, Cammino in salito verso lo sviluppo", "Mondo e Missione", maggio 1994, pagg. 29-44.

[26]. "L'Effort Camerounais", settembre 1973, pagg. 19-26.