PICCOLI GRANDI LIBRI    PIERO GHEDDO
LA MISSIONE CONTINUA
Mezzo secolo a servizio della Chiesa e del terzo mondo

SAN PAOLO

PREFAZIONE di mons. Renato Corti, Vescovo di Novara PRESENTAZIONE di P. Piero Gheddo

Capitolo I:
MISSIONARIO PERCHÉ?

 

 

La Chiesa italiana rinnovata dalle missioni
I missionari italiani sono aumentati di numero!
A cosa servono l'animazione e la stampa missionaria?
«Un fuoco straordinario per il Vangelo»
«L'amore di Cristo ci sospinge»
«Metterete a fuoco tutta l'Italia»
Almeno in parte siamo fuori strada
«Scopo dell'animazione missionaria sono le vocazioni»
«La messe è molta, gli operai sono pochi» »
Quali proposte per un'animazione rinnovata?
«La fede si rafforza donandola!»

Capitolo II:
I MIEI CINQUANT'ANNI DI MISSIONE

Capitolo III:
LA MISSIONE NASCE DALL' AMORE DI CRISTO

Capitolo IV:
DALLE MISSIONI ESTERE ALLE CHIESE LOCALI

Capitolo V:
IL VANGELO E LE CULTURE NON CRISTIANE

Capitolo VI:
IL DIALOGO CON LE RELIGIONI NON CRISTIANE

Capitolo VII:
IL CRISTIANESIMO PROMUOVE LO SVILUPPO DELL'UOMO

Capitolo VIII:
L'ANIMAZIONE MISSIONARIA IN ITALIA

Capitolo IX:
PRETI CON PASSIONE MISSIONARIA

Capitolo X:
QUALE FUTURO PER LA MISSIONE ALLE GENTI?

   CAP. VIII - L'ANIMAZIONE MISSIONARIA IN ITALIA  

    Dopo cinquant'anni che vivo nell'animazione e nella stampa missionaria in Italia, mi sono formato questa convinzione: l'ideale missionario, la vita delle giovani Chiese, gli esempi dei martiri e le testimonianze dei missionari sono capaci di suscitare sentimenti di fede, di amore, di donazione al prossimo: in una parola, evangelizzano o rievangelizzano il nostro popolo. L'animazione e la stampa missionaria, se sono quello che debbono essere, rappresentano un antidoto alla secolarizzazione  e alla scristianizzazione: possono far rinascere l'entusiasmo della fede e della vita cristiana nelle stanche file dei nostri fedeli.
Dico questo non a priori, ma a partire dalla storia e dall'esperienza personale: l'animazione e la stampa missionaria, che pure hanno avuto alti e bassi, hanno sempre contribuito alla rinascita cristiana del popolo di Dio. Ecco una brevissima sintesi storica, per giungere all'attualità nell'Italia del nuovo millennio.
 

     La Chiesa italiana impegnata nelle missioni 

     L'Ottocento è il secolo della ripresa per la missione alle genti, dopo il fulgido periodo del 1500-1600 e la stasi del Settecento. La lunga maturazione dello spirito missionario inizia con l'Opera della Propagazione della Fede (Lione, 1822) e col beato Pio IX a metà del secolo XIX. La vita cristiana in Europa rinasce animata da tre movimenti che lo Spirito suscita nel popolo di Dio: il movimento missionario, l'impegno caritativo-sociale per i poveri e la spiritualità devozionale (Sacro Cuore, eucaristica, mariana, il culto dei santi, i pellegrinaggi ai santuari). L'Ottocento è il secolo in cui la Chiesa, abbandonata dalle "monarchie cattoliche" e dagli intellettuali, rinasce nel piccolo popolo più forte e più autentica di prima, attraverso i tre movimenti carismatici di cui ho detto. Anche la perdita del "potere temporale" dei Papi è provvidenziale per questo rinnovamento e purificazione della Chiesa.
Negli anni venti e trenta del Novecento, il movimento missionario riprende con Benedetto XV e Pio XI, due "Papi missionari", come si diceva a quel tempo. Dopo il 1945, la Chiesa cattolica è animata da un rinnovato e forte impulso per la missione alle genti. Già nel 1946-1948 Pio XII invita i cattolici alla missione universale e pone il problema della fame nel Sud del mondo, ben prima dell'Onu e della Fao (la prima "Campagna mopndiale contro la fame" della Fao è del 1960). Negli anni cinquanta, lo stesso Pio XII e Giovanni XXIII pubblicano tre encicliche missionarie: fondamentale la "Fidei Donum" (1957), che produce un terremoto benefico nel tran-tran abitudinario della vita cristiana, responsabilizzando diocesi, vescovi, sacerdoti, religiosi e laici credenti nella missione alle genti.
Come già ho ricordato (capitolo II°), in Italia quello è il tempo degli entusiasmi missionari, con la nascita di molte iniziative ed enti di animazione missionaria, di numerose vocazioni negli istituti missionari e dei preti "Fidei Donum" che dalle diocesi partono per l'Africa e l'America Latina. Negli anni sessanta, durante e subito dopo il Concilio, la Chiesa italiana vive un'atmosfera di fervore missionario: matura nei vescovi e nel clero italiano la coscienza della loro corresponsabilità in ordine alla missione universale.
Nascono così organismi ecclesiali per suscitare e organizzare questa spinta alla missione fra le genti. Un elenco completo sarebbe troppo lungo. Basti ricordare la nascita del "Seminario Nostra Signore di Guadalupe per l'America Latina" a Verona nel 1961, per chierici e sacerdoti diocesani che si mettevano a disposizione delle diocesi latino-americane; nel 1962 sempre a Verona nasce il Ceial (Comitato episcopale italiano per l'America Latina), per orientare la cooperazione missionaria delle diocesi verso il Centro e Sud America; e nel 1964 il Mlal (Movimento laici per l'America Latina).
La nascita di questi enti promossi dalla Conferenza episcopale causa una svolta epocale nella cooperazione e nell'animazione missionaria. Svolta perchè? Per due motivi:
1) La Chiesa italiana incomincia a rendersi conto che non siamo più in un "paese cristiano": la secolarizzazione, la corsa verso il superfluo e l'avere di più, l'affermarsi della cultura di radice marxista nei vari settori della vita italiana (scuole e università, mass media, editoria, ecc.), allontanano il popolo di Dio da una sensibilità cristiana e dalla pratica religiosa. La "missione alle genti" non è più solo un'appendice lontana e folcloristica della Chiesa stabilmente costituita, ma diventa l'imperativo prioritario della "Chiesa locale che è in Italia", proprio per rievangelizzare il nostro popolo (con Giovanni Paolo II assume il nome di "nuova evangelizzazione"). 
2) La Chiesa italiana incomincia a darsi proprie strutture di formazione, di invio, di animazione missionaria, com'era richiesto dalla "Fidei Donum" e dal decreto conciliare "Ad Gentes"; in precedenza, la missione alle genti era compito di istituti missionari e congregazioni religiose aventi missioni, la cooperazione e l'animazione erano promosse ufficialmente dalle Pontificie opere missionarie con i loro Uffici missionari diocesani.
Nel giugno 1966 si costituisce la "Commissione episcopale per la cooperazione missionaria", nel 1968 il "Consiglio missionario nazionale" e nel 1969 è approvato lo statuto dei "Centri missionari diocesani", che sostituiscono quasi ovunque gli Uffici missionari diocesani delle PP.OO.MM. e tentano di collegare la missionarietà ad extra con la missione interna delle singole diocesi. La presa di coscienza missionaria dei vescovi e delle diocesi italiane era un fatto estremamente positivo, ma non sempre realizzato con sufficiente equilibrio e rispetto dell'esistente. Fenomeno non solo italiano. In Belgio, in Germania e forse anche in Francia (se ben ricordo) ci furono polemiche pubbliche spiacevoli; il buon senso italiano ha mantenuto le polemiche ad un livello interno e amichevole, ma non per questo meno dolorose e negative per l'animazione missionaria in Italia. Storicamente, è stato l'inizio di una divisione che qualche anno dopo, nel tempo della "contestazione" ecclesiale, si è manifestata anche in senso politico-ideologico (Vietnam, Cuba, Sandinisti in Nicaragua), teologico (Teologia della liberazione) e, a volte, anti-romano.

     I missionari italiani sono aumentati di numero!

     A quel tempo ero direttore di "Le Missioni Cattoliche" e scrivevo su "L'Italia" (dal 1969 "Avvenire") e altri giornali cattolici (e in diversi giornali laici). In vari interventi, pur lodando l'entusiasmo missionario delle Chiese locali italiane, cercavo di esprimere quello che era il sentimento comune negli istituti missionari, che si sentivano messi da parte e considerati ormai superati, ostacolati in varie loro attività di animazione. Questo infatti era quanto dicevano autorevoli personalità della nuova ondata, in cattedrali e convegni nazionali: la missione alle genti è responsabilità delle Chiese locali, gli istituti missionari non hanno più senso, sono un resto del passato destinato a scomparire.
Si teorizzava che la missione alle genti sarebbe diventata "collaborazione fra le Chiese"; infatti negli anni settanta la Commissione della Conferenza episcopale per la cooperazione missionaria si definiva "Commissione per la cooperazione fra le Chiese". Le Pontificie opere missionarie, continuamente raccomandate dai Papi, erano snobbate, ostacolate, dimenticate, con un rapido e forte crollo di iscrizioni. Certamente è vero che le PP.OO.MM. non hanno saputo rinnovarsi (
[1]), ma alla radice c'era il nuovo mito della "Chiesa locale" (tutto va ricondotto alla Chiesa locale, nulla fuori della Chiesa locale), imposto da una certa corrente teologica "localista", che, spiace dirlo, in campo religioso ha preceduto di 10-15 anni, senza volerlo, la "Lega Lombarda" di Umberto Bossi.
Pur facendo il debito sconto all'intemperanza propria dei giovani (l'impegno missionario diocesano era appena nato!), a molti tutto questo pareva negativo. Allora scrivevo sui giornali e cercavo di dire con sincerità quello che pensavo, ma mi trovavo sempre di fronte a un muro che si può sintetizzare in quanto mi disse una volta un amico: "Tu dici cose giuste, ma sei fuori della Chiesa locale" (e pensare che ho fatto parte per cinque anni del Consiglio presbiterale diocesano nominato dal card. Giovanni Colombo e per altri cinque del Consiglio pastorale diocesano di Milano, nominato dal card. Carlo Maria Martini!).
Il movimento verso le missioni, nato dalla "Fidei Donum" e dal Vaticano II, ha avuto però risultati molto positivi:
- ha fatto scoprire ai sacerdoti diocesani la dimensione universale della loro consacrazione;
- ha suscitato entusiasmo nelle diocesi e la nascita di numerose iniziative e organismi diocesani e parrocchiali di aiuto alle missioni;
- a livello nazionale ha impegnato direttamente la Conferenza episcopale italiana nella missione alle genti ([2]), che ha realizzato i due Convegni missionari nazionali a Verona (12-15 settembre 1990) e a Bellaria (Rimini, 10-13 settembre 1998) (sul documento "L'amore di Cristo ci sospinge" vedi più avanti);
- ha stimolato congregazioni religiose maschili e femminili, che non avevano missioni ad gentes, ad aprirsi inviando preti e suore nelle missioni (
[3]);
- negli anni settanta i laici cattolici, che già da 20-30 anni collaboravano con i missionari nelle missioni, si sono organizzati e hanno prodotto associazioni di laici missionari e di volontari cattolici internazionali (la Focsiv, Federazione organismi cattolici di servizio internazionale volontario);
- un altro aspetto rilevante della rinascita missionaria italiana nel post-Concilio è stata l'apertura dei vari "movimenti ecclesiali" alla dimensione internazionale, con l'invio di numerosi membri a servizio delle giovani Chiese (Focolarini, C.L., Neo-catecumenali, Opus Dei, Carismatici, ecc.).
Nonostante la diminuzione delle vocazioni specificamente missionarie (cioè ad vitam e degli istituti missionari), occorre dire che l'Italia è stato uno dei pochi paesi cattolici (con Irlanda e Polonia) che è riuscito a mantenere ed anche ad aumentare il numero dei missionari e missionarie sul campo (circa 16-17.000), nonostante la crisi di fede e di vocazioni che attraversa la nostra Chiesa.
Nel 1934 l'Italia aveva 4.013 missionari nei territori di missione, nel 1943 7.713 e nel 1954 10.523, secondo un'inchiesta delle Pontificie opere missionarie di quell'anno ([4]). Nell'anno 1965 "Fede e Civiltà" dei missionari saveriani (oggi "Missione Oggi") ha realizzato un'altra inchiesta da cui risulta che in quell'anno i missionari italiani in missione erano 10.708 ([5]). Che oggi ne abbia più di 16.000 è davvero un fatto straordinario, anche se è vero che questo aumento è dovuto soprattutto al fatto che molti istituti, congregazioni e ordini religiosi, soprattutto femminili, sono diventati missionari mentre non lo erano 50 anni fa. La Francia è passata da 22.000 negli anni cinquanta a 11.000, l'Olanda da 6.000 a 2.000, la Germania da 14.000 a 6.000, gli Stati Uniti da 15.000 a 7.000 (statistiche del 1989: oggi non è certo meglio).

     A cosa servono l'animazione e la stampa missionaria?

    Non si può quindi essere pessimisti sul futuro della missione alle genti, almeno per quanto riguarda il nostro paese. Nella situazione italiana esiste però un dato di fatto negativo, che non si può ignorare. Dagli anni settanta, l'animazione missionaria specifica (quella sulla missione alle genti) è in crisi di contenuti, nonostante il moltiplicarsi di convegni, associazioni, gruppi, comitati, documenti, campagne, iniziative varie. La crisi di vocazioni è comprensibile nel quadro italiano; molto meno la crisi di ideali, di contenuti, di immagine. Vorrei fermarmi su questo tema, sempre partendo dalla mia esperienza e non per criticare, ma per far riflettere e aiutare il mondo missionario italiano a ritrovare unità ed a riprendersi.
Viviamo il tempo della globalizzazione: il mondo si restringe e diventa più piccolo. E' un chiaro "segno dei tempi" per la Chiesa d'oggi: indica l'urgenza della missione universale. Visitando continuamente popoli e paesi non cristiani, questa attualità della "missione alle genti" mi risulta spesso evidente: i popoli attendono ancora Gesù Cristo, il Messia, il Salvatore! Lo dice anche il Papa ([6]):

«Già dall'inizio del mio pontificato ho scelto di viaggiare fino agli estremi confini della terra per manifestare la sollecitudine missionaria, e proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo mi ha ancor più convinto dell'urgenza di tale attività, a cui dedico la presente enciclica... Ciò che ancor più mi spinge a proclamare l'urgenza dell'evangelizzazione missionaria è che essa costituisce il primo servizio che la Chiesa può rendere a ciascun uomo e all'intera umanità nel mondo odierno, il quale conosce stupende conquiste, ma sembra aver smarrito il senso delle realtà ultime e della stessa esistenza. "Cristo Redentore - ho scritto nella prima enciclica ([7]) - rivela pienamente l'uomo a se stesso... L'uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo deve avvicinarsi a Cristo... La redenzione avvenuta per mezzo della Croce ha ridato definitivamente all'uomo la dignità e il senso della sua esisteza nel mondo»

     Che la Chiesa sia di natura sua missionaria lo diciamo spesso; noi credenti, infatti, ci definiamo "cattolici", cioè "universali"; ma in pratica accettiamo tranquillamente il fatto che il cristianesimo sia diventato e considerato la religione dei popoli europei e americani, mentre sappiamo bene che Gesù è venuto al mondo per salvare tutti gli uomini, tutti i popoli. Noi crediamo alla salvezza universale in Cristo, ripetiamo col Concilio che la Chiesa è "il sacramento universale di salvezza" ("Lumen Gentium"), ma viviamo come perfettamente normale il dato di fatto che questo non è vero: non ci scandalizziamo più, non lo sentiamo come il problema prioritario della nostra vita cristiana. Insomma, nella fede certo siamo cattolici, nella prassi della vita cristiana no (questo è vero anche in tanti altri campi!).
A cosa serve l'animazione missionaria se non a suscitare nel popolo cristiano, nei vescovi e nei preti, in tutti i battezzati, il fuoco dell'amore di Cristo che va annunziato a tutti i popoli? Ho l'impressione che spesso noi missionari, con questo specifico carisma nella Chiesa, perdiamo il senso della nostra identità e voliamo basso restringendo i nostri orizzonti: passiamo dall'universale al particolare e dai temi della fede a quelli della politica e dell'economia, della sociologia e dell'etnologia. Allora è inevitabile che la nostra vocazione si svirilizzi, si immiserisca, non inviti più i giovani a seguirci.
Negli anni del dopoguerra, quand'ero giovane seminarista del Pime, nelle mie vacanze in famiglia a Tronzano vercellese mi stupivo di come il Partito comunista italiano (Pci) era capace di trasmettere ai giovani come me la passione dell'"internazionale comunista". In un piccolo paesino tra le risaie vercellesi con poco più di tremila abitanti, dove si vendevano qualche decina di quotidiani, una volta l'edicolante mi dice che circa la metà erano "L'Unità" del PCI. In contadini, operai e gente povera (in parte ancora semi analfabeti), il Pci riusciva a trasmettere la voglia di leggere, di informarsi, di allargare gli orizzonti della mente e del cuore al di là delle risaie e delle file di pioppi che circondano Tronzano da ogni parte. Ragazzi della mia età e lavoratori adulti (ricordo persone precise, da me ben conosciute) parlavano di paesi lontani come Russia, Cina, Corea con interesse e passione.
Più tardi, come direttore di "Le Missioni Cattoliche" (dal 1969 "Mondo e Missione"), acquistavo spesso "L'Unità" e lo trovavo un giornale aperto all'universale molto più dei giornali laici italiani, alla pari del quotidiano cattolico "L'Italia" al quale collaboravo ("Avvenire" dal gennaio 1969). Con questa differenza, che "L'Unità tirava 600-700.000 copie (i comunisti la leggevano), "L'Italia" non arrivava a 100.000: i cattolici preferivano i quotidiani laici che di universale e di cattolico avevano (e ancor oggi hanno) poco o nulla.
Un altro fatto. Nel 1970 ho trascorso un mese a Cuba, dove ho fatto amicizia con un dirigente milanese del Pci e di "Unità Vacanze": eravamo nello stesso albergo. Mi raccontava dell'attività culturale del partito e di come interessavano i loro fedeli ai temi internazionali d'attualità, mandando proposte e sussidi ai circoli culturali collegati col partito; poi sono andato a trovarlo a casa sua a Milano per qualche tempo e sinceramente ero ammirato di quel che mi diceva dell'attività culturale del Pci. Sono stato invitato a due "Festival dell'Unità" e nel 1981 (o nel 1982?) a tenere una conferenza sul Nicaragua (ci ero stato da poco) alla Biblioteca comunale di La Spezia. Avendo saputo che era un'istituzione culturale in qualche modo collegata col Pci, ho telefonato al vescovo per avvisarlo. Mi dice: "Vada pure a parlare: sono comunisti, ma a volte invitano anche i cattolici". A cena, con la direttrice della biblioteca, chiedo come mai hanno invitato un missionario, cioè da dove è nata l'idea di invitare me. Risponde: «
Padre, ogni mese o due noi riceviamo dalla sezione culturale del Pci da Roma i suggerimenti sui temi da discutere, un elenco di oratori che è possibile invitare, i libri da vendere. Mandano pure, se vogliamo, le foto per una mostra, i manifesti, i sussidi da distribuire per sensibilizzare su quel dato tema, che viene rilanciato da vari enti a noi collegati, dai nostri insegnanti nelle scuole, ecc.».
Ho pensato che nel mondo cattolico (e democristiano) italiano non c'era e non c'è nulla di simile (a livello nazionale) in campo culturale e "cattolico", cioè universale. La Conferenza episcopale ha lanciato il "Progetto culturale" (ottima idea), ma quando c'è qualche fatto da discutere e su cui prendere posizione (i terzomondiali, il non facile rapporto con l'islam, la globalizzazione) i cattolici di base sono abbandonati a se stessi: molte iniziative locali, ma manca un orientamento comune. Forse dovrebbe pensarci il movimento di animazione missionaria, ma siamo divisi e assieme combiniamo poco.
La missione alle genti (e il movimento missionario in Italia) sono ancora visti come un'appendice lontana della Chiesa: bisogna pregare e aiutare le missioni, questo sì, ma riviste, libri, dibattiti culturali e temi missionari non entrano nella pastorale ordinaria di diocesi e parrocchie, nelle omelie e nella catechesi. Sarebbe interessante studiare a fondo (magari con una tesi di laurea basata su una ricerca seria) perchè il Pci è riuscito a formare una mentalità "universalista", noi cattolici molto meno. E' vero che nel Pci quell'interesse per l'universale era strumentalizzato a fini politici (la conquista del potere) ed è scomparso appena l'"internazionale comunista" è crollata col Muro di Berlino. Per cui oggi il mondo cattolico continua ad interessarsi ed a mandare personale e aiuti ai popoli poveri, gli eredi del Pci molto meno. Ho visto in passato volontari del Pci in Mozambico, Guinea-Bissau, Somalia, Etiopia-Eritrea, Burkina Faso, Nicaragua... Oggi mi pare siano scomparsi.

     "Un fuoco straordinario per il Vangelo"

      Quando si parla o si scrive di "animazione missionaria" a molti vengono in mente le offerte per le missioni. Non è un fatto negativo perchè realmente, l'ho visto in tutto il mondo, le missioni e le giovani Chiese hanno bisogno di aiuti economici; vale sempre quanto Giovanni XXIII disse ricevendo le zelatrici missionarie nel 1959: « Tutto quello che date alle missioni lo date a Cristo e lo ritroverete come un sicuro tesoro in Cielo».
L'animazione missionaria rischia però di essere intesa come un'attività di interessi e orizzonti limitati, mentre è opera di evangelizzazione, anzi di "nuova evangelizzazione": un'attività pastorale per riportare il nostro popolo ad apprezzare il dono della fede e ritornare a viverlo con fedeltà ed entusiasmo. Padre Giovanni Battista Tragella, storico del Pime, ha scritto che "Le Missioni Cattoliche" dei tempi di Giuseppe Marinoni e Giacomo Scurati (1872-1901) presentava «
"l'attività missionaria non tanto come un problema di cui urge la soluzione, ma piuttosto come un esempio che stimoli al bene, come un elemento dell'educazione cristiana della nostra società". La rivista era intesa come strumento di evangelizzazione del popolo italiano, attraverso l'interesse e la collaborazione con le missioni» ([8]).
Mi chiedo a volte perchè l'animazione missionaria ha perso molto della sua incisività. Non voglio mitizzare i tempi passati, ma è indubbio che negli anni cinquanta e sessanta le missioni e i missionari avevano un forte fascino popolare e le iniziative a favore delle opere delle missioni trovavano grande rispondenza nel nostro popolo. Noi missionari eravamo uniti e lanciavamo "campagne d'opinione pubblica" con forte impatto sulla società italiana. Quanti esempi potrei citare, ma lo spazio è tiranno!

    Poi, dagli anni settanta in avanti, ci siamo divisi e questa spinta propulsiva è progressivamente diminuita d'intensità fino al punto che oggi, quando si discute sul come essere solidali col Sud del mondo e si parla dei molti modi di aiuto (finanziamenti governativi, Tobin tax, azzerare debito estero, prezzi materie prime, non vendere armi, mercato equo solidale, ecc.), i missionari non sono quasi mai ricordati, persino dalla stampa cattolica e missionaria. Il che è assurdo, perchè sono stati i primi ad interessarsi dei popoli poveri, quando ancora non esisteva l'Onu né la Fao né la campagna contro la fame nel mondo né i No Global; non solo, ma proprio annunziando il Vangelo producono sviluppo là dove molti enti e governi falliscono!
Per l'animazione missionaria in Italia, il problema di fondo è di testimoniare la fede in Cristo che salva tutti gli uomini: e li salva non solo per la vita eterna, ma migliorando la loro condizione umana qui in questo mondo! Quando il discorso sulle missioni diventa troppo centrato sui micro-progetti, la liberazione degli oppressi, la protesta contro le multinazionali e la "globalizzazione capitalista", la gente finisce per vedere i missionari come operatori sociali. Mi accorgo che lo sbaglio più grave che l'animazione e la stampa missionaria, in genere, hanno fatto negli ultimi 30-40 anni è stato di presentare a volte in modo quasi esclusivo l'aspetto economico-sociale della missione, dando per scontato il discorso sulla fede e la vita cristiana. Invece è assolutamente fondamentale, altrimenti non si capisce nulla del missionario e nemmeno perchè l'attività missionaria produce sviluppo.
Il 7 settembre 1982, mons. Giacomo Biffi (allora ausiliare di Milano, poi arcivescovo di Bologna), è venuto al Pime e ha detto ([9]): 

     Mi si stringe il cuore quando vedo un raduno missionario dove continuiamo a parlare della gente che ha fame, che ha bisogno dei pozzi... Tutte cose santissime, ma molte volte non ci si ricorda di dire che è Gesù che dobbiamo annunziare, che questa è la salvezza: altrimenti, non valeva la pena che il Padre mandasse il Figlio in terra soltanto per scavare dei pozzi. La salvezza è che venga fatto conoscere Gesù Cristo.
Fratelli miei, che vi chiamate missionari, non lasciate che il vostro ardore, l'ardore di quelli che hanno fondato il vostro Istituto, l'ardore di mons. Angelo Ramazzotti (
[10]) e di mons. Eugenio Biffi ([11]), sia mai raggelato dalle beghe ecclesiali, dalle ipotesi teologiche, dall'ideologia di moda tra i cristiani istruiti, quelli che sono più lontani dal Regno di Dio, secondo il capitolo XI del Vangelo di San Marco... Se guardo alla mia esperienza, io debbo dire che sarei certamente un po' diverso e credo, tutto sommato, peggio di quanto non sia, se non avessi incontrato ad esempio gli articoli di padre Clemente Vismara ([12]), se non avessi letto la vita di mons. Eugenio Biffi.

 Il 2 dicembre 1992 il card. Carlo Maria Martini ha parlato a Milano ai missionari del Pime impegnati nella stampa missionaria ([13]): diceva che le lettere di san Francesco Saverio avevano  

     un fuoco straordinario per il Vangelo. Ancor oggi le sue lettere hanno una forza comunicativa straordinaria. Noi vorremmo che la nostra stampa missionaria fosse sempre così, cioè che avesse questa forza comunicativa del Vangelo proprio attraverso le notizie sulla diffusione del Vangelo.... Ridateci lo stupore del primo annunzio del Vangelo, ridatelo alle nostre comunità, non soltanto ai cristiani delle terre di missione, ma anche a noi... perchè questo stupore riscaldi il cuore di tutti e  tutti possiamo rivivere la gioia di cui parla Isaia: "Prorompete in canti di gioia perchè il Signore ha consolato il suo popolo".

    "L'amore di Cristo ci sospinge" 

    Duemila anni di cristianesimo non sono passati invano per il popolo italiano. Le radici cristiane sono ancora profonde e vive. La mentalità e i valori evangelici sono penetrati nella cultura nazionale e producono tanti "santi", che la gente comune non immagina nemmeno. Nella nostra cultura mediatica (cioè fondata sull'effimero dei mass media), il bene non fa notizia, mentre il male occupa le prime pagine: finiamo tutti per pensare che si va sempre più verso il peggio. Questo non è vero e non solo perchè abbiamo fede nello Spirito Santo che guida la storia e gli uomini. Luigi Accattoli ha scritto un volume ([14]), per raccontare 224 "fatti di Vangelo" ([15]) di cui sono stati protagonisti i cristiani d'Italia negli ultimi vent'anni, dai quali trae questa conclusione:   

    Essi nell'insieme attestano una straordinaria attualità del Vangelo nell'Italia di fine millennio. Inducono a pensare che la vita cristiana, osservata nelle cose essenziali, sia meno precaria nel nostro popolo di quanto non dicano le statistiche o le inchieste d'opinione. Invitano - infine - a scommettere sul destino del paese: la sua anima più antica, che è appunto quella cristiana, ha saputo dare in questi ultimi anni risposte creative a incredibili esplosioni di violenza, alle solitudini metropolitane, alla crisi sociale della famiglia, all'arrivo tra noi di altre genti, alla droga e all'Aids, a ogni nuova paura della morte. 

     Il popolo italiano ha ancora, come sempre, fame e sete di Dio e la nostra vocazione di missionari è proprio questa: trasmettere l'amore a Gesù Cristo con la vita e le parole. Il nostro cammino di santità, la nostra forza e la gioia della nostra vita stanno nella riscoperta della nostra vocazione e nel darne testimonianza. Ecco il senso dell'animazione e della stampa missionaria.
Il Convegno missionario nazionale di Bellaria sul tema "Il fuoco della missione" (10-13 settembre 1998) era inteso come "uno stimolo pastorale significativo per la vita delle comunità cristiane in Italia". Alcuni mesi dopo (il 4 aprile 1999), il Consiglio episcopale permanente della Cei pubblicava l'opuscolo  "L'amore di Cristo ci sospinge", un documento splendido e accorato ([16]), che dà orientamenti concreti per accendere nelle comunità cristiane "il fuoco della missione": indica con chiarezza le finalità dell'animazione e della stampa missionaria. E' un testo da rileggere per confrontarsi con quanto i nostri vescovi vogliono dai missionari e dal movimento missionario italiano. Il I° capitolo parte dall'incontro e dall'amore a Cristo: «La coscienza missionaria nasce e si forma nell'incontro con Cristo. Ne deriva che ogni debolezza cristologica indebolisce la radice stessa della missione. Forse sta proprio qui la ragione di certe nostre esitazioni. Accanto a una forte ricerca teologica, per altro già in atto, lo slancio missionario richiede una forte spiritualità di cui, forse, siamo ancora carenti... Il fuoco della missione si accende quando lo Spirito Santo trasforma i nostri cuori...»
Il breve ma prezioso documento della Conferenza episcopale insiste sulla radice dello "spirito missionario", che è la fede e l'amore a Cristo:

    La vivacità missionaria delle prime comunità cristiane - di cui parlano gli Atti degli Apostoli - nasceva dall'esperienza di un personale incontro con Cristo. L'urgenza della missione nasce dall'interno, e la stessa convinzione che Cristo è atteso da ogni uomo è colta a partire dalla propria esperienza di incontro con lui. E' questa la risposta al "perchè" della missione. La riflessione teologica chiarisce e rende rigorosa questa spinta interiore, ma non basterebbe in nessun modo da sola a suscitarla. Indugiare troppo sul "perchè" della missione può essere un segno della debolezza della nostra fede. Non si abbia paura di questa forte accentuazione della centralità di Cristo. Essa non mortifica il dialogo con le altre religioni, né impedisce di riconoscere verità che in esse sono presenti. 

    Quale lo scopo dell'animazione missionaria? Prima ancora di far cooperare il popolo cristiano all'attività missionaria, è di accendere il fuoco dell'amore di Cristo e l'entusiasmo di farlo conoscere a tutti: suscitare la "passione missionaria", indispensabile per una fede viva e autentica.
«
Le nostre comunità cristiane dovranno imparare a riconoscere che, fra tante urgenze, la più urgente è ancora e sempre la missione». (
[17]).   

     "Metterete a fuoco tutta l'Italia" 

     Come realizzare l'animazione missionaria, per "accendere il fuoco della missione" nelle comunità cristiane? La Conferenza episcopale italiana dà alcuni suggerimenti pratici ([18]): 

    a) Per maturare la coscienza missionaria, occorre conoscere e meditare il decreto conciliare "Ad Gentes" (1965), la "Evangelii Nuntiandi" di Paolo VI (1975) e la "Redemptoris Missio" di Giovanni Paolo II (1990): "Sono tutti testi di formazione pastorale per le nostre Chiese e quasi un catechismo missionario. Particolarmente ispiratori di prospettive missionarie possono risultare i capitoli secondo e terzo della Redemptoris Missio...".
     b) "Aprire il libro delle missioni, con la consapevolezza che anche in questo modo può essere alimentato in noi l'ardore apostolico... Scoprire infatti quanto ovunque nel mondo, per amore del Vangelo e servizio all'uomo, molti fratelli e molte sorelle stanno vivendo, permette alle nostre Chiese di ricevere una grande ricchezza: quella di risvegliare la propria passione missionaria che provoca sempre segni vivi, forti e tangibili di rinnovamento pastorale... Il confronto con le varie realtà che danno volto all'unica Chiesa cattolica, ripropone alle nostre Chiese di antica evangelizzazione un richiamo potente per tornare all'essenza della vita cristiana: Parola, Eucarestia, testimonianza. Dalle giovani Chiese della missione, quasi come da un laboratorio ecclesiale, può dunque trarre ispirazione la necessità sempre più avvertita e invocata di intraprendere nuove strade pastorali".
     c) "Valorizzare alcuni strumenti che le comunità cristiane possono facilmente avere in mano, dalle riviste missionarie agli incontri con i missionari... creare apposite strutture di ascolto delle altre Chiese... ad esempio istituti di scienze religiose che già introducono nei loro corsi un gruppo di lezioni per studiare le esperienze delle altre Chiese... Nei seminari teologici vengano previste giornate di incontro con testimonianze missionarie... Vi sono diocesi che dedicano annualmente alla riflessione missionaria almeno una delle riunioni mensili del clero; altre realizzano visite allargate ai missionari, coinvolgendo sacerdoti e laici...". 

    Il testo continua ricordando la Giornata missionaria mondiale e le Pontificie opere missionarie e conclude questa parte  rilevando che "sarebbe opportuno rileggere l'impegno missionario a partire anche dalle istanze della giustizia e della pace", riconoscendo in questo "la dimensione profetica" del missionario e dell'animazione missionaria nei confronti della nostra società opulenta. La Conferenza episcopale afferma che "dobbiamo disporci ad una conversione pastorale": 

    Il fuoco della missione è capace di trasformare profondamente la nostra pastorale in tutte le sue forme e nelle sue stesse strutture e di incidere in tutto il nostro lavoro pastorale... Non c'è vera cura pastorale che non formi alla missione e alla mondialità. E non c'è comunità che possa rinchiudersi in se stessa, unicamente preoccupata delle proprie necessità, pur se importanti e numerose. Anche se piccola e povera, antica o nuova, ogni comunità deve farsi segno dell'amore di Dio per tutti. L'universalità è veramente essenziale per un'autentica testimonianza evangelica. 

    Da trent'anni i vescovi italiani parlano di Chiesa missionaria, pastorale missionaria, spirito missionario... Il card. Anastasio Ballestrero, allora presidente della Cei, diceva al Convegno della Chiesa italiana a Loreto (aprile 1985): « Il popolo italiano deve essere rievangelizzato con spirito e metodi missionari... Voi siete quelli che devono riaccendere il fuoco della missione nella Chiesa italiana, nelle diocesi e parrocchie, soprattutto nei preti, religiosi, religiose e operatori di pastorale. Ecco l'importanza del vostro compito nella nuova evangelizzazione del popolo italiano». 
Nello stesso Convegno della Chiesa italiana a Loreto (aprile 1985), Giovanni Paolo II, citando santa Caterina da Siena, gridava ai cattolici italiani (e tanto più agli animatori e ai redattori della stampa missionaria): «Se sarete quello che dovete essere, metterete a fuoco tutta l'Italia».

    Almeno in parte siamo fuori strada   

    Quando leggo e medito questo il documento della Cei "L'amore di Cristo ci sospinge" e seguo le campagne di animazione missionaria che si realizzano in Italia, e scorro le riviste missionarie, mi viene la tentazione di dire che, almeno in parte, siamo fuori strada. Non intendo giudicare nessuno, la responsabilità non è di questo o quello, ma di tutti, della stessa Chiesa italiana e del popolo di Dio, che attraversano un lungo periodo di crisi della fede: è venuto a mancare l'entusiasmo della fede.
Lo scopo primo della missione (e dell'animazione missionaria) è di far conoscere e amare Gesù Cristo e annunziarlo ai popoli che non lo conoscono. La missione è comunicazione di un'esperienza di fede in Cristo e dell'amore a Cristo; deve far ricuperare il senso forte della fede, una fede che conta nella vita, che guida i nostri criteri di giudizio e le nostre azioni. La Redemptoris Missio afferma che «
la missione é un problema di fede, é l'indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi» (n. 11).      
Leggendo libri e riviste missionari, guardando programmi di convegni e di campagne "missionarie", a volte mi chiedo: dov'è finito Gesù Cristo? L'animazione missionaria deve dare al Popolo di Dio l'entusiasmo della fede, la coscienza che la fede è il più grande dono che Dio ci ha fatto e dobbiamo comunicarlo agli altri; deve far riscoprire Cristo come unico Salvatore dell'uomo e comunicare la passione di portare Cristo a tutti i popoli. Se l'animazione missionaria (e la stampa missionaria) non comunica questi sentimenti e si dedica ad altri compiti, può realizzare buone azioni sociali, culturali, politiche, sindacali, ma non fa più "animazione missionaria". Oggi la Chiesa rischia di apparire come un'agenzia umanitaria, una specie di Croce Rossa Internazionale di pronto intervento per i casi più urgenti. Enzo Bianchi, ragionando su questo tema, scrive: «
La pastorale dominante oggi nelle parrocchie è quella che porta i nomi del volontariato, dell'impegno, dell'attivismo, in cui cioè un cristiano passa praticamente il suo tempo di vita ecclesiale in opere filantropiche, impegnato nell'organizzazione della carità. Tutto questo trasforma la Chiesa in un'istituzione filantropica tra le altre, che non è più in grado di pronunziare quella parola di salvezza...» ([19]).
Madre Teresa diceva che "la più grande disgrazia del popolo indiano è di non conoscere Gesù Cristo". Il dono più grande che possiamo fare ai popoli è il Vangelo: ne siamo convinti, ma poi, nell'azione pratica, questo non risulta più evidente, si dà per scontato, non è più ricordato, non se ne parla mai o quasi mai.
Un esempio. Al Sinodo episcopale dell'Africa (Roma, aprile 1994), secondo il testo finale lo scopo prioritario della Chiesa in Africa è di annunziare Cristo ai non cristiani. Poi ho letto articoli e dossier sulle riviste missionarie, si sono fatti dibattiti e convegni sul Sinodo organizzati da enti ed istituti missionari (parlo sempre dell'Italia): l'annunzio non esisteva più. I temi ricordati e dibattuti erano: inculturazione, dialogo con le religioni, teologie e liturgie africane, la donna nella Chiesa in Africa, giustizia e pace, Chiesa e politica, Chiesa e giustizia sociale, ecc. Paolo VI lamenta che ([20])  

     molti cristiani, anche generosi e sensibili alle questioni drammatiche che racchiude il problema della liberazione, volendo impegnare la Chiesa nello sforzo di liberazione, hanno spesso la tentazione di ridurre la sua missione alle dimensioni di un progetto semplicemente temporale; la salvezza di cui essa è messaggera, e sacramento, a un benessere materiale; la sua attività, trascurando ogni preoccupazione spirituale e religiosa, a iniziative di ordine politico o sociale. Ma se così fosse, la Chiesa perderebbe il suo significato fondamentale. Il suo messaggio di liberazione non avrebbe più alcuna originalità e finirebbe per essere accaparrato e manipolato da sistemi ideologici e da partiti politici. 

    Nella "Redemptoris Missio" Giovanni Paolo II scrive  (n. 11): 

    La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una graduale secolarizzazione della salvezza, per cui ci si batte, sì, per l'uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi invece sappiamo che Gesù Cristo è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l'uomo e tutti gli uomini, aprendoli ai mirabili orizzonti della filiazione divina ([21]). 

    L'animazione missionaria in Italia dovrebbe rappresentare al popolo italiano le esperienze, i sentimenti dei missionari italiani, ma io noto una schizofrenìa tra chi in Italia parla, scrive e discute della missione alle genti e chi sul campo la realizza, la vive. Non ho mai capito com'è possibile un fenomeno così strano: quante volte ho sentito missionari lamentare che quando tornano in Italia non sono richiesti di raccontare la loro esperienza, di dire i motivi della propria vocazione, di documentare perchè i popoli hanno bisogno di Gesù Cristo e del suo Vangelo; ma debbono parlare delle adozioni internazionali, del commercio ineguale, delle multinazionali, del debito estero, ecc. Rischiamo di ridurre il cristianesimo ad un messianismo terreno, che a poco a poco, senza volerlo, esclude la dimensione religiosa dalla vita dell'uomo e dei popoli. Nel 1993, l'amico prof. Giuseppe Butturini, esperto di storia delle missioni, mi diceva ([22]): «C'è una schizofrenìa tra la missione e la riflessione teologica sulla missione. Questa tratta problemi (come l'inculturazione, il dialogo interreligioso, la teologia missionaria) che nella vita dei missionari hanno scarso peso; e viceversa, l'esperienza dei missionari non influisce sulla riflessione teologica, che corre su tutt'altri binari. Lo si vede nelle biografie dei missionari, che vanno in un'altra direzione rispetto all'animazione missionaria e alla riflessione teologica».
Quando per anni e anni una certa "animazione missionaria" e certe "riviste missionarie" sono centrate su temi di carattere economico-politico-sociale: debito estero, commercio equo-solidale, banca etica, vendita delle armi, multinazionali, neo-colonialismo, finiscono per dare un'immagine sbagliata della missione e per votarsi all'infecondità sul piano vocazionale. Non perchè quei "problemi" non siano importanti in sè, ma perchè diventano sostitutivi dell'animazione e della stampa missionaria autentica. La rivoluzione politico-sociale è importante, ci vuole, facciamola pure: ma non è lo scopo dell'animazione missionaria e comunque non basta. Noi missionari andiamo oltre, perchè siamo missionari di Cristo, ripartiamo da Cristo, che converte i cuori educando l'uomo, i popoli e le culture a cambiare le situazioni disumane della società.
Un esempio recente. Nel 2000 la campagna per il condono del debito estero ha mobilitato tutta la Chiesa italiana. Si sono raccolti circa 150 miliardi di lire. Tutto bene, una campagna sacrosanta. Esaminando i sussidi pubblicati dalla Cei ho visto che si limitano a documentare tecnicamente i dati sul debito (tassi bancari, aumento degli interessi, flussi finanziari). Ma è del tutto ignorato il problema che sta alla base del debito stesso: la mancanza di educazione nei paesi poveri. L'Africa nera importa il 30% del cibo che consuma perchè l'agricoltura tradizionale continua a produrre come 40 anni fa, mentre la popolazione aumenta (da 280 milioni nel 1960 a 800 oggi!): è inevitabile che, azzerato il debito, fra cinque-dieci anni saranno da capo. Inoltre, in quei sussidi pubblicati dalla Chiesa italiana, si tace il contributo allo sviluppo dei popoli da parte delle Chiese locali, dei missionari italiani.
Nell'aprile di quell'anno andavo in auto da Vicenza e Pordenone. Sull'autostrada mi fermo a fare benzina. Due ragazze mi riconoscono e mi chiedono di firmare una petizione per la riduzione del debito estero dei paesi poveri. Appartengono ad un gruppo missionario di un paese vicino: "Quest'anno siamo impegnati a raccogliere firme per il debito estero. Studiamo il tema, ne discutiamo, abbiamo organizzato la conferenza di un esperto, vendiamo libri e opuscoli sul debito estero". E l'anno prima cosa avete fatto? La campagna di protesta contro la Nestlé, colpevole non so più di quale ingiustizia contro i poveri. E l'anno prima? La protesta contro le mine e la vendita delle armi. E l'anno prima? La denunzia delle multinazionali che sfruttano i popoli poveri... Chiedo: ma siete un gruppo missionario? Risposta: "Sì, questi sono gli impegni missionari di oggi".
Nella cultura del nostro tempo prevale la protesta, la denunzia: tutti protestano o denunziano qualcosa. Ma basta "essere contro"? Quando si faranno campagne nazionali su proposte positive nel senso della fede e della missione, della vocazione missionaria? Nel discorso ai direttori nazionali delle Pontificie opere missionarie (16 maggio 2002), Giovanni Paolo II afferma ([23]): 

    L'attività missionaria non può mai ridursi a semplice promozione umana, ad aiuto ai poveri e a liberazione degli oppressi. Anche se deve intervenire sui questi fronti, in collaborazione con ogni persona di buona volontà, la Chiesa ha un altro compito primario e specifico, quello di far incontare ogni uomo e ogni donna con Cristo, unico Redentore. L'attività missionaria pertanto, prima di tutto deve preoccuparsi di trasmettere la salvezza che Gesù ha operato. E, d'altra parte, chi meglio di voi può testimoniare che i poveri hanno fame anzitutto di Dio, e non solo di pane e di libertà? 

     "Scopo dell'animazione missionaria sono le vocazioni"  

     Il testo della CEI ("L'amore di Cristo ci sospinge", 1999) dice di "aprire il libro delle missioni", ascoltare i missionari, i sacerdoti "Fidei Donum", i volontari laici, le giovani Chiese. Ma nei convegni e incontri di animazione missionaria parlano più gli intellettuali che i testimoni. Oggi l'animazione missionaria soffre degli stessi mali di cui soffrono la Chiesa e l'evangelizzazione: intellettualismo, teologia disincarnata dalla vita, più attenzione ai "problemi" che alle persone, riduzione della missione ad un'opera di tipo politico-sociale. Nei convegni e incontri di animazione missionaria c'è grande abbondanza di esercitazioni biblico-esegetiche, teologiche, missiologiche, sociologiche, filosofiche, culturali, politiche, economiche. Manca la vita missionaria, la testimonianza dei missionari. I giovani non si appassionano, il buon popolo cristiano nemmeno.
Per me è assolutamente scandaloso (e indice di una mentalità diffusa) questo fatto: nel 1983 morì Marcello Candia, che il Cardinale C.M. Martini, aprendo la sua Causa di Canonizzazione (12 gennaio 1991), ha così definito: «
Una perla evangelica, un modello di laico impegnato, dedito, coraggioso, capace di prendere sul serio la parola di Gesù, creativo, capace di mettere la sua professionalità al servizio degli ultimi. E' dunque per noi un testimone straordinario, un cristiano esemplare di questa fine del secondo millennio, un modello nel nome del quale vorremmo avviarci verso il terzo millennio per incominciarlo con speranza».
Quando Marcello Candia (prossimo Beato, se Dio vorrà) è morto nel 1983, "Mondo e Missione" gli ha dedicato un numero speciale, ma le riviste missionarie (poche le eccezioni) l'hanno ignorato o liquidato in poche righe. Una rivista ha avuto il coraggio di definirlo (ignorando tutto di lui!) "un ricco paternalista"; un'altra ha scritto che "ha potuto fare molte opere perchè aveva molti soldi", dimenticando che il card. Martini e la Chiesa ambrosiana hanno istituito un "tribunale diocesano" per esaminare la sua vita affinché sia proclamato beato non perchè era ricco e aveva fatto molte opere, ma perchè era un cristiano che ha vissuto davvero il Vangelo ([24])! Ebbene, Candia ritornava in Italia tutti gli anni per due-tre mesi e non è mai stato invitato ad un convegno di animazione missionaria (eccetto la Veglia missionaria del 1975 a Milano): era chiamato in parrocchie, cattedrali, scuole, università, associazioni laicali; era intervistato da giornali, radio e televisioni, riceveva riconoscimenti nazionali e internazionali ([25]); ma ai convegni dell'animazione missionaria (Suam, Fesmi, Focsiv, Ceial, Emi e sigle del genere di enti e istituti missionari) non è mai stato invitato!! Se questo non ci scandalizza, ditemi voi cosa ancora ci può scandalizzare.
Il direttore della E.M.I., p. Ottavio Raimondo, mi dice che negli ultimi vent'anni sono crollate le vendite delle biografie dei missionari; i libri che vanno oggi sono quelli sulla banca etica, il commercio equo-solidale, il debito estero, ecc. Questo vuol dire che, in genere, l'animazione missionaria punta le sue carte su quei temi.  E' pensabile che un ragazzo possa farsi missionario leggendo e appassionandosi al commercio equo e solidale e al debito dei paesi poveri? Ripeto, per non essere frainteso: queste iniziative sono buone, vanno fatte perchè sono anche educative: ma se sostituiscono l'animazione missionaria in senso proprio, diventano negative! Scopo primo dell'animazione missionaria, dice la "Redemptoris Missio" (n. 79) sono le vocazioni missionarie:  

     La cooperazione missionaria si esprime nel promuovere le vocazioni missionarie. Va riconosciuta la validità delle diverse forme d'impegno missionario, ma bisogna al tempo stesso riaffermare la priorità della donazione totale e perpetua all'opera delle missioni, specialmente negli istituti e congregazioni missionarie, maschili e femminili. La promozione di tali vocazioni è il cuore della cooperazione: l'annunzio del Vangelo richiede annunziatori, la messe ha bisogno di operai, la missione si fa soprattutto con uomini e donne consacrati a vita all'opera del Vangelo, disposti ad andare in tutto il mondo per portare la salvezza. 

     Nelle direttive della Cei all'animazione missionaria in Italia si legge ([26]): «La promozione delle vocazioni missionarie è il cuore di ogni animazione perchè diretta a suscitare l'elemento primo e indispensabile della missione».
Mi chiedo se oggi, nella nostra animazione missionaria, si fa ancora ai giovani la proposta precisa della vocazione missionaria: il dono più grande che possono fare a Dio e ai popoli è di donare se stessi alla missione della Chiesa. Ho l'impressione che la vocazione missionaria è spesso dimenticata. Nello stesso testo della Conferenza episcopale "L'amore di Cristo ci sospinge", molto bello come ho detto, mentre si esaltano i missionari e gli istituti missionari, non si parla della vocazione missionaria! Eppure suscitare vocazioni missionarie è il primo scopo della cooperazione alle missioni: nessuno può negarlo!
Il 26 maggio 1998 ho parlato a Lodi. Mi hanno dato un opuscolo fatto dal Centro missionario diocesano e dal Centro diocesano di pastorale giovanile, intitolato: "Un mondo più giusto incomincia da te - Proposte di stili di vita" (pagg. 78): scritto per i giovani, interessante, propositivo. Ci sono una trentina di proposte: consumo critico, informazione alternativa, obiezione di coscienza al servizio militare, turismo responsabile, risparmio etico, commercio equo solidale, educazione alla pace e alla mondialità, anno di volontariato sociale, adozioni a distanza, raccolta differenziata dei rifiuti, ecc.
Manca del tutto la proposta della vocazione missionaria: manca la missione, manca la preghiera, manca la vita cristiana, manca Gesù Cristo! In un testo preparato da due organismi diocesani per l'animazione missionaria e la pastorale giovanile! La preghiera quotidiana non è uno "stile di vita" che rende il mondo più giusto? Pare di no, non se ne parla... E' credibile che un giovane pensi di farsi sacerdote o suora missionaria praticando la "raccolta differenziata dei rifiuti" o il "commercio equo-solidale"? Bellissime cose, ma con l'animazione missionaria non c'entrano. «
Dobbiamo tutti domandarci - scrive Giovanni Paolo II (
[27]) - perchè in varie Nazioni, mentre crescono le offerte, minacciano di scomparire le vocazioni missionarie, che danno la vera misura della donazione ai fratelli. Le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata sono un segno sicuro della vitalità di una Chiesa»

      "La messe è molta, gli operai sono pochi" 

    Una settantina di anni fa padre Paolo Manna, il fondatore dell'Unione missionaria del Clero, scriveva ([28]):  

   Il fine principale della nostra propaganda tanto scritta che orale deve essere quello di suscitare vocazioni... Se i nostri congressi missionari, i circoli missionari nei seminari, la nostra stampa e tutta la propaganda missionaria non arrivano a dare alla Chiesa un numero adeguato di missionari, noi siamo degli illusi e perdiamo il tempo a fare conferenzine teoriche, mentre il mondo va in rovina per mancanza di missionari,...
Il giovane non si decide a darsi senza grandi stimoli di fede che debbono agire nel più profondo del suo spirito; non si muove se non davanti all'esempio di altri come lui che l'hanno un giorno preceduto nel sacrificio... Generano altri missionari le narrazioni che vengono dalle missioni, scritte come quelle degli Apostoli, per far conoscere i progressi della fede, le difficoltà dell'apostolato, i bisogni delle anime, più che non quelli materiali dei corpi e delle opere.   

    Se l'animazione missionaria si riduce a presentare dei "problemi", a fare dei "discorsi teologici", a informazioni e proteste di tipo politico, finisce per mortificare l'esperienza dei missionari, quella che suscita vocazioni missionarie. La crisi di vocazioni è crisi di fede, crisi di ideali e crisi di modelli.  Il giornalista Giorgio Torelli ha definito i missionari: "Straordinari provocatori che non ci lasciano mai tranquilli". E' vero. La presentazione di un missionario che ha vissuto una vita donata a Dio e al prossimo, vale molto più, per suscitare vocazioni, di esortazioni e spiegazioni sulla vocazione o sulla "teologia missionaria".
Su una rivista cattolica americana ho letto questa "pubblicità vocazionale" di un Istituto missionario: «
Giovani, se amate l'avventura, venite con noi. Se vi attira l'incontro con altri popoli e culture, venite con noi. Se volete aiutare i poveri che hanno fame, venite con noi. Il nostro Istituto ha la missione più avventurosa nell'Africa centrale...»
Un bel messaggio pubblicitario, capace di suscitare nei giovani curiosità, interesse, immagini forti. Ma Gesù usava un  altro linguaggio: «
"Lascia tutto, vieni e seguimi" (Matt. 4,19-22). Gesù non promette nulla, chiede tutto: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perchè chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà"» (Matt. 16, 24-25).
La sequela di Gesù è sempre scandalosa e contro-corrente per la logica del mondo. Nel mese di maggio la Chiesa italiana celebra la "Giornata per le Vocazioni", collegata con il Vangelo del Buon Pastore. Lo scopo di questa Giornata è di far pregare perchè il Signore susciti numerose e sante vocazioni di sacerdoti, religiosi e religiose; ma è anche di responsabilizzare tutti, le famiglie ed i giovani in particolare, su questo tema, e di lanciare ai giovani credenti messaggi e appelli forti, che li provochino e facciano riflettere.
Quand'ero ancora un ragazzino, era facile trovare il sacerdote oppure anche l'adulto di Azione Cattolica che con delicatezza e amore ti diceva: "Hai mai pensato che potresti consacrare la tua vita a Dio e diventare sacerdote?". Erano frasi che facevano riflettere. Allora si studiava il Catechismo sui testi di "Veritas", il concorso catechistico annuale dell'Azione Cattolica. Ricordo che al termine di alcune lezioni, fra i compiti che venivano assegnati c'era anche questo: «
Medita e prega per conoscere la volontà di Dio sul progetto della tua vita. E se Gesù ti chiama, non dirgli di no».
Qualche anno fa, per una tesi di laurea sull'India, è venuto a trovarmi uno studente universitario di buona famiglia e membro dell'Azione Cattolica nella sua parrocchia: parlando del suo futuro mi diceva di varie ipotesi che stava esaminando. Vedendolo ben animato dalla fede gli dico: "Hai mai pensato di diventare sacerdote?". Risponde: "Potrei pensarci, ma nessuno mi ha mai fatto questa proposta". Ogni rivista missionaria dovrebbe interrogarsi, in modo molto concreto: quanti articoli pubblichiamo in un anno, di appello cordiale ed esplicito per le vocazioni missionarie? Quante lettere riceviamo di giovani che hanno intenzione di diventare missionari? Lo so che Dio ci pensa lui a seminare nei cuori il germe della vocazione, ma se di questo germe non si parla mai, come fa un giovane a maturarlo, nel caso che Dio lo chiami? Certo che prima di fare la proposta, bisogna crederci! Allo stesso modo, la proposta della verginità consacrata: è ancora fatta in modo chiaro ai ragazzi e alle ragazze cristiani? Per la Giornata vocazionale del 2002 Giovanni Paolo II ha scritto: «E' venuta l'ora di rivalutare la verginità, l'ora di riproporla ai ragazzi e alle ragazze come un serio progetto di vita».
Forse una delle cause per la scarsezza delle vocazioni alla vita consacrata è proprio questa: manca la chiamata, manca l'autorità di un adulto che dica ad un ragazzo, ad una ragazza: "Il Signore ti chiama, seguilo". Non facciamo più proposte forti ai giovani, non prospettiamo più, con amore e con forza, grandi ideali. Questo si fa ancora nei cosiddetti "movimenti" (Opus Dei, C.L., Focolarini, Neo-catecumenali, Carismatici, ecc.) che hanno una forte carica missionaria. Infatti generano tante vocazioni consacrate per la Chiesa. Si dice che mancano le vocazioni alla vita consacrata, ma i "movimenti" ne producono, come ne produceva l'Azione Cattolica del passato, di cui io stesso, i miei genitori e i miei fratelli siamo figli. 
Nulla di grande si compie nella vita cristiana se manca non solo la fede, ma l'entusiasmo della fede, la passione per la fede. L'animazione missionaria deve proporsi di suscitare questi sentimenti, radicati nella preghiera e nella vita cristiana. Il giovane vuole grandi ideali per cui impegnarsi, dei modelli che lo ispirino, un ambiente che gli dia certezze e ottimismo, che lo spinga alla dedizione per gli altri, che gli comunichi serenità e slancio nell'affrontare le scelte della vita. Com'è possibile amare le missioni se il giovane sente spesso dire che i missionari hanno sbagliato tutto, hanno soffocato le culture locali, si sono compromessi con il colonialismo, non si impegnano per la "liberazione" degli oppressi? Se nei grandi dibattiti attuali, sulla fame nel mondo, sulla globalizzazione, si parla di tutto (debito estero, multinazionali, commercio ineguale, Tobin tax, vendita delle armi, ecc.), ma i missionari che producono sviluppo annunziando Gesù Cristo non sono mai ricordati?
Una certa "animazione missionaria", centrata quasi esclusivamente sui temi politico-sociali, è negativa perchè finisce per far dimenticare il carisma del missionario e degli Istituti missionari, che è di annunziare Gesù Cristo ai non cristiani e di fondare la Chiesa dove ancora non esiste; non solo, ma che proprio l'annunzio di Cristo e la conversione dei popoli alla fede in Cristo sono alla base dell'autentico sviluppo dell'uomo e dei popoli, perchè cambiano in profondità i cuori.  Non solo quindi è errata l'educazione che propone ai giovani mete materiali ed egoistiche: la carriera, il denaro, la macchina, le comodità, i piaceri a buon mercato, il superfluo; ma è anche dannosa la formazione di una mentalità secolarizzata che rende arida la formazione religiosa e toglie al ragazzo il sogno, la possibilità di nutrire grandi ideali senza vederseli distrutti dalla critica pessimistica dell'adulto.
Per suscitare vocazioni "ad gentes" e possibilmente "a vita", bisogna portare i giovani a scegliere Cristo, a innamorarsi di Cristo; non di un ideale umano, qualunque esso sia (sia pure la "liberazione dei popoli"), ma la persona di Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo per liberarci anzitutto dai nostri peccati. La radice della vocazione missionaria sta nell'esperienza dell'amore e della vita di Cristo in noi e nella convinzione di fede che tutti gli uomini e tutti i popoli hanno bisogno di Cristo! 

      Quali proposte per un'animazione rinnovata?

   Come tutte le azioni ecclesiali e pastorali, anche l'animazione missionaria ogni tanto dev'essere rivista criticamente in base agli scopi che si propone di raggiungere: primo fra tutti, "accendere il fuoco della missione"; secondo, suscitare vocazioni missionarie.
Quali proposte si possono fare, in senso positivo, per una revisione dell'animazione e della stampa missionaria? Non parlo di temi organizzativi, giuridici, tecnici. Il problema centrale dell'animazione e della stampa missionaria sono i contenuti: il rischio oggi è di essere travolti dalle mode e ideologie correnti, dal vuoto spinto dei mass media che determinano la nostra cultura e sensibilità, dall'intellettualismo e dal laicismo di cui è vittima la nostra società. Ecco un breve elenco di temi importanti nell'animazione missionaria, spesso ignorati in libri, riviste, incontri e congressi missionari, animazione missionaria:
     a) Raccontare fatti e vite dei missionari. Non solo fatti episodici, ma racconti lunghi di come un missionario si è inserito, con molti sacrifici, nella vita di un altro popolo fino a sentirsi come a casa sua; la gioia e le difficoltà della vita missionaria. I missionari vanno fatti parlare a lungo perchè si sblocchino e comunichino la loro esperienza: non bastano poche domande convenzionali, bisogna stimolarli e lasciarli raccontare, se vogliamo trasmettere qualcosa della loro esperienza. Quando ero direttore di "Mondo e Missione" ogni anno pubblicavo due "servizi speciali" (allora circa 25-28 pagine) su un solo missionario, del Pime ma anche di altri istituti. Parecchie volte abbiamo dovuto ristampare quelle pagine come estratti, perchè il racconto lungo di una vita appassiona i lettori.
   
b) La gioia del missionario. Occorre stimolare a raccontare perchè, lavorando nelle missioni, hanno trovato la gioia di vivere, il senso della loro vita ([29]). Tanti sono, in ogni tempo, i problemi e le sofferenze della vita missionaria ed è giusto renderli noti ai lettori; ma la stampa missionaria non deve assumere un tono pessimistico perchè questo non corrisponde all'autentico spirito missionario che non pochi nostri confratelli vivono. Occorre dare ai lettori, soprattutto ai giovani, testimonianze di come chi è chiamato dal Signore a consacrare la sua vita alla missione, se rimane fedele alla chiamata, trova la sua felicità pur in mezzo a mille difficoltà.
    
c) Testimonianze di giovani sulla vocazione missionaria: perchè e come sono diventato missionario, ostacoli e difficoltà per la decisione di seguire la chiamata di Dio, il lungo cammino di formazione, i valori dello spirito missionario che danno senso alla vita, ecc. Ci lamentiamo che ci sono poche vocazioni missionarie, ma nelle nostre riviste missionarie parliamo poco della vocazione missionaria: non lanciamo appelli, richiami, provocazioni ai giovani...
d) Il valore della preghiera nella cooperazione all'opera missionaria. Nel 2001 diversi missionari del Pime mi dicevano in Bangladesh: «
Il primo aiuto che potete darci è la preghiera. Viviamo in un paese islamico in cui è già difficile conservare la fede. Abbiamo bisogno soprattutto di molte preghiere».
E' difficile leggere appelli del genere sulle riviste missionarie. La preghiera è data per scontata. Il primo editoriale di padre Paolo Manna, quando diventò direttore di "Le Missioni Cattoliche" nel febbraio 1909, era intitolato: "Preghiamo!". 
e) Non ci siamo ancora liberati dall'immagine che la missione ha bisogno di soldi... e poi di tutto il resto. E' sbagliato: la missione ha bisogno di preghiere, di vocazioni, poi di tutto il resto e anche di denaro. Padre Manna scriveva ([30]): 

     Oggi parlare di missioni è quasi come parlare di denaro... Le anime, anche oggi, le converte lo Spirito Santo con le preghiere, la vita penitente e santa, con lo zelo dei missionari... Non diamo troppo valore al denaro come mezzo di apostolato... Se quello che occorreva per ottenere la conversione del mondo fosse stato il denaro, il Vangelo ce lo avrebbe fatto sapere... Quante volte nella storia delle missioni s'è visto che, dove per disgrazia c'è stato denaro e potenza con poca santità, non solo non si è convertito gran che di gente, ma hanno perduto la fede, almeno praticamente, anche i missionari... La cooperazione missionaria non è solo questione di denaro: è una questione squisitamente, sovranamente spirituale... è soprattutto questione di personale. La più urgente forma di cooperazione  è di favorire le vocazioni all'apostolato, di dare operai alla Chiesa. 

    f) Presentare storie di neoconvertiti. Si possono fare interviste significative: cosa mi ha spinto a diventare cristiano? Quali le maggiori difficoltà per questo passo? Cosa ho trovato di nuovo nel cristianesimo e nella Chiesa, rispetto alla mia precedente fede religiosa? Com'è cambiata la mia vita, la mia mentalità, la mia famiglia? Chi è per me oggi Gesù Cristo?
    g) Le differenze della vita in un paese cristiano e in un paese non cristiano, che dimostrano la necessità e l'urgenza dell'annunzio di Cristo. La maggioranza del popolo italiano non ha mai vissuto in società non cristiane: l'unica differenza che avverte, perchè è l'unica ricordata dai mass media, è quella tra ricchi e poveri. Ma ce ne sono molte altre, che riguardano i diritti dell'uomo e della donna, il senso del gratuito e del bene pubblico, la coscienza di essere perdonati da Dio Padre, il perdono delle offese, la vita matrimoniale e familiare, l'atteggiamento di fronte al lavoro, alla sofferenza...
    h) L'influsso negativo della credenza negli spiriti per lo sviluppo di un popolo. Spesso in Africa ho sentito raccontare come la credenza negli spiriti crea nell'uomo adulto e religioso un senso di oppressione, di incertezza, di timore continuo che gli capiti qualche disgrazia. Un missionario in Costa d'Avorio, padre Giovanni De Franceschi, che ha studiato a fondo i "baoulé", dice: «
La credenza negli spiriti distrugge l'uomo, lo pone in uno stato di angoscia. Non conoscere Dio come Padre che ama e perdona impedisce la piena espansione dell'animo nella gioia di vivere, ostacola il formarsi di un senso di misericordia e di perdono verso il prossimo».
Infine, la credenza negli spiriti, ai quali si attribuisce tutto quello che capita in bene o in male, porta a credere che la malattia fisica non ha cause fisiche, ma cause misteriose ed extra-naturali. Di qui i sacrifici agli spiriti, lo stregone che caccia il malocchio. Un medico italiano in Benin mi diceva che uno degli ostacoli più gravi nella cura dell'Aids è che l'africano quando avverte dei dolori va dallo stregone, fa sacrifici e spera che gli passi; dal medico va quando è già agli estremi. La conoscenza di questi fatti molto concreti spiega perchè la Chiesa annunzia Gesù Cristo: ma se non ne parliamo mai (o quasi mai), si continua a pensare che una religione vale l'altra.
i) Perchè il Vangelo produce lo sviluppo dell'uomo e dei popoli? (vedi il capitolo VII). E' vero quello che spesso dicono i missionari: a parità di condizioni, il cristiano vive meglio del non cristiano, ha una coscienza più chiara dei propri diritti e doveri, si sviluppa anche economicamente di più, è più aperto alle necessità degli altri, più sereno e pieno di speranza, più rispettoso della donna, più attento al bene pubblico? E perchè tutto questo? Perchè le religioni non cristiane (buddhismo, induismo, islam, shinto, animismo africano) non facilitano il progresso dei popoli e dell'uomo? Sono temi da studiare, non solo in senso teologico, ma ascoltando le esperienze di chi vive sul posto.
l) Come avviene il catecumenato nelle missioni: metodi e contenuti, i tempi di maturazione nella fede e nella vita cristiana, educazione alla missionarietà (ancor prima del battesimo) come parte essenziale della vita cristiana, come suscitare nei neofiti la fede e l'amore a Gesù Cristo, ecc.
m) Esempi concreti della vita cristiana e della pastorale nelle giovani Chiese: un campo d'indagine vastissimo, da cui si possono trarre insegnamenti validi anche in Italia. Un missionario mi ha raccontato come i preti giapponesi fanno le prediche domenicali: sono molto, molto concrete, con precisi riferimenti al quotidiano, in uno stile semplice, quasi elementare, con esempi di vita che tutti conoscono; i fedeli stanno attenti perchè capiscono tutto e sono provocati direttamente.
n) La missionarietà delle giovani Chiese: come e perchè i cristiani, specialmente i neofiti, spesso diventano spontaneamente missionari. E' un'esperienza che fanno tutti i missionari che operano fra i non cristiani. Andrebbe raccontata con esempi molto precisi. Ad esempio, in Corea del sud mi dicevano che le molte conversioni alla Chiesa cattolica sono dovute, oltre che allo Spirito Santo, soprattutto ai cristiani impegnati in vari movimenti a servizio della parrocchia, soprattutto la "Legione di Maria". Nel catecumenato è incluso l'esercizio della missionarietà con gesti concreti. Ma gli esempi sono molti in ogni parte del mondo missionario.
o) L'animazione missionaria deve diventare più propositiva: non basta essere contro, denunziare, protestare! Oggi c'è nel popolo italiano una grandissima richiesta di senso della vita, di Assoluto, di preghiera, di certezze della fede. Noi cattolici siamo sempre un passo indietro rispetto all'evolversi della storia: negli anni Settanta ci siamo innamorati dell'"analisi scientifica del marxismo" (i "Cristiani per il socialismo"!) quando il fallimento dei regimi che avevano applicato quell'analisi era palese a tutti; adesso continuiamo a parlare di materie prime, di multinazionali, di rivoluzioni... quando la gente comincia a capire che la soluzione sta nella cultura di ogni popolo e nell'educazione. La "cultura della denunzia e della protesta" è in ribasso: si è visto che conclude poco o nulla e lascia il vuoto dietro di sè. La gente oggi ha bisogno di una "pedagogia degli affetti": se la Chiesa e i cattolici non rispondono vanno a finire nella New Age e nelle sette evangeliche o orientali.
Anche questa tendenza è un "segno dei tempi" che va purificata e orientata a Cristo: facciamo pure le campagne ecclesiali per il debito estero e contro la vendita delle armi, ma sarebbe il momento di rilanciare il culto dei santi e dei martiri ([31]). Penso alle cause di canonizzazione dei missionari: negli ultimi tempi se ne sono iniziate molte da parte di tanti istituti e congregazioni, ma vedo che sono quasi ignorate dalle riviste missionarie, non sento di congressi e raduni missionari, né di campagne nazionali su questo tema! 

      "La fede si rafforza donandola!" 

    L'animazione missionaria dovrebbe approfondire e far riflettere la Chiesa italiana sul valore di questa affermazione di Giovanni Paolo II: "La fede si rafforza donandola!" ([32]); che lo stesso Papa così commenta ([33]): 

    Chi è il cristiano? Un uomo "conquistato" da Cristo e perciò desideroso di farlo conoscere e amare dappertutto, "fino agli estremi confini della terra". La fede ci spinge ad essere missionari, suoi testimoni. Se questo non accade, significa che si tratta ancora di una fede incompleta, parziale, non matura... La missione è il più sicuro antidoto contro la crisi della fede. Attraverso l'impegno missionario, ogni membro del Popolo di Dio rinvigorisce la propria identità, comprendendo a fondo che non si può essere cristiani autentici senza essere testimoni.                            

    L'impegno dell'animazione missionaria e degli istituti missionari in Italia è appunto di contribuire a rendere missionaria la Chiesa italiana ([34]), ancor oggi rivolta più all'interno che all'esterno. Da vent'anni la pastorale italiana è centrata sulla missione: si dice spesso, nei documenti e nei discorsi che si fanno, che non viviamo più in una società cristiana, però le strutture ecclesiali e le mentalità sono rimaste quelle di una volta, quando il paese e il popolo erano cristiani. Alla pubblicazione della "Redemptoris Missio" (1990) il card. Tomko disse che quel documento poteva causare una vera "rivoluzione missionaria" nella Chiesa: in Italia è stato quasi ignorato dalle stesse riviste e dall'animazione missionaria, o almeno non ne sono discese correzioni significative alla linea operativa adottata.
A che punto è oggi il nostro "fuoco della missione"? Si potrebbe dare, rispettando la verità, una risposta molto positiva, ricordando come eravamo noi sacerdoti e le nostre comunità cristiane mezzo secolo fa, ben felici di vivere in un "paese cattolico" e in una "cultura cattolica" e di avere "il sicuro possesso della verità". Oggi siamo convinti di vivere in un paese che deve essere rievangelizzato: dobbiamo ringraziare il Signore del cammino che si è fatto. Abbiamo almeno capito che la Chiesa stessa è in continua tensione verso il modello evangelico. Il Card. Martini disse una volta parlando ai giovani in Duomo a Milano: "Noi cristiani... o meglio, noi che vorremmo tanto essere cristiani...". 
Ma nella Chiesa italiana, sinceramente, il "fuoco della missione" (che infiamma per l'annunzio di Cristo ai non cristiani) ancora non si avverte come atmosfera generale, fatte le debite eccezioni.
«
Se il fuoco della missione - ha scritto un parroco ([35]) - è spento o langue, tutta la vita di una comunità cristiana è spenta o quasi. Se la parrocchia non sente la sfida della missione come qualificante, perde di senso e allora prende il sopravvento il rimpianto, la conservazione, il liturgismo... e il distacco dal territorio e dalla gente in genere ingigantisce a dismisura».
Bene che vada, anche tra i gruppi missionariamente impegnati, il tono dominante è il "buonismo", l'impegno per il "debito estero" e la "vendita delle armi": ottime cose, ma orientate alla protesta contro gli "altri", i banchieri, i guerrafondai. Non toccano la  nostra vita! Nel maggio 1999, a Pentecoste, sono andato a predicare in un paese della Brianza, Brivio (Lecco). Il giovane parroco, pieno di fervore missionario, mi dice:  

    La mia è buona gente: più del 40% vengono a Messa la domenica. Nel panorama italiano non posso lamentarmi. Però l'entusiasmo della fede e la disponibilità per la missione contagiano pochi. Qui non c'è disoccupazione, anzi cercano operai; hanno belle case, proprietà, macchine, molto superfluo; lavorano tanto, guadagnano, accumulano, comperano e vendono. L'idolo è il denaro. Poi sono anche generosi con la Chiesa, le missioni e i poveri del terzo mondo e acquistano i prodotti del commercio equo-solidale. Ma l'idolo rimane il denaro, non la missione. 

      La nostra Chiesa, senza colpa di nessuno, è ancora rivolta verso l'interno e non verso l'esterno. L'85-90% di tutte le attività di evangelizzazione che fa una parrocchia sono rivolte a chi già crede. La Prima Comunione impegna per mesi: tutto poi si esaurisce in una giornata, che lascia scarse tracce nella vita. Dopo i 15 anni, li perdiamo quasi tutti. La pastorale delle nostre parrocchie privilegia i bambini e trascura i giovani e gli adulti. Quando si programma la "nuova evangelizzazione" del nostro popolo, le azioni previste sono quasi tutte rivolte a quelli che già credono: conferenze, dibattiti, incontri biblico-teologici, celebrazioni, piani pastorali, ecc. Si parla tanto di "catechesi degli adulti", esistono testi, sussidi, ecc.; ma la "catechesi degli adulti" raggiunge dall'uno al due per cento della popolazione adulta! I credenti e i praticanti sono supernutriti, ma poco missionari; i non credenti e non praticanti abbandonati. Nella "Redemptoris Missio" il Papa scrive:  

  La nuova evangelizzazione dei popoli cristiani troverà ispirazione e sostegno nell'impegno per la missione universale (n. 2). Esorto tutte le Chiese e i Pastori, i sacerdoti, i religiosi, i fedeli, ad aprirsi all'universalità della Chiesa, evitando ogni forma di particolarismo, esclusivismo o sentimento di autosufficienza.... La tendenza a chiudersi può essere forte: le Chiese antiche, impegnate per la nuova evangelizzazione, pensano che ormai la missione debbono svolgerla in casa e rischiano di frenare lo slancio verso il mondo non cristiano, concedendo a malincuore le vocazioni agli istituti missionari, alle congregazioni religiose, alle altre Chiese. Ma è dando generosamente del nostro che riceveremo e già oggi le giovani Chiese, non poche delle quali conoscono una prodigiosa fioritura di vocazioni, sono in grado di inviare sacerdoti, religiosi e religiose a quelle antiche (n. 85). 

    Il compito primo dell'animazione e della stampa missionaria è di suscitare nei battezzati la passione per Gesù Cristo: dovremmo tutti esaminarci se siamo su questa linea di convinzione e operativa, oppure no. Se ci proponiamo primariamente, nell'animazione e nella stampa missionaria (libri e riviste), di trasmettere ai nostri cristiani l'entusiasmo per la fede e la "missione alle genti". 

   La formazione missionaria... deve essere intesa non come marginale, ma come centrale nella vita cristiana. Per la stessa nuova evangelizzazione dei popoli cristiani il tema missionario può essere di grande aiuto: la testimonianza dei missionari, infatti, conserva il suo fascino anche presso i lontani e i non credenti e trasmette i valori cristiani. Le Chiese locali inseriscano quindi l'animazione missionaria come elemento-cardine della loro pastorale ordinaria nelle parrocchie, nelle associazioni e nei gruppi specie giovanili (Redemptoris Missio, 83).

 

 


[1]. Nel 1972 ho pubblicato su "Mondo e Missione" un lungo servizio speciale ("Quale il futuro dell'animazione missionaria?, giugno-luglio, pagg. 368-395), nel quale avanzavo proposte su "il rinnovamento delle Pontificie opere missionarie", con i loro "valori da non perdere". Si discusse molto su quelle proposte, ma senza giungere a decisioni operative.

[2]. Nel giugno 1966 nasce la "Commissione episcopale per la cooperazione missionaria"; nel giugno 1968 il "Consiglio missionario nazionale"; nel 1969 (5 dicembre) è approvato lo statuto per i "Centri missionari diocesani"; nel 1971 nasce la "Commissione episcopale per la cooperazione fra le Chiese"; 27 marzo 1974 la Cei pubblica "La cooperazione missionaria della Chiesa che è in Italia" (primo documento specificamente missionario della Cei: ne seguono altri); gennaio 1975 è costituito a Verona, sul modello del Ceial, il Ceias (Centro ecclesiale italiano Asia-Africa); nel 1982 il documento "L'impegno missionario della Chiesa italiana", il più completo sulla missione ad gentes pubblicato finora dalla Cei; 22 giugno 1986: il "documento pastorale" della Cei "Comunione e comunità missionaria", che esemplifica come la pastorale della Chiesa italiana può diventare missionaria nel nostro paese; 22 settembre 1988: costituzione del Cum (Centro unitario missionario) a Verona, unificando Ceial e Ceias; ecc. Segnalo ancora il Convegno della Cei "Preti per le missione. La dimensione missionaria nella spiritualità del presbitero diocesano" (Roma, 3-6 febbraio 1997).

[3]. Dalla fine degli anni settanta in avanti, questo movimento verso le missioni è stato rafforzato dal fatto che molti istituti religiosi, specie femminili, hanno aperto missioni nelle giovani Chiese con la speranza di avere vocazioni. Ma in precedenza la spinta aveva motivazioni più autenticamente missionarie e veniva dalla conversione delle diocesi italiane alla missione universale. 

[4]. Statistica realizzata da un'inchiesta del missionario saveriano padre Luigi Grazzi e pubblicata sulla rivista "Clero e Missioni", luglio-agosto 1954, pagg. 241-296.

[5]. Fede e Civiltà, marzo 1965, pagg. 1-50 (specie pagg. 47-50).

[6]. Redemptoris Missio, n. 2.

[7]. Redemptor Hominis (1979), n. 10.

[8]. P. Gheddo, "Dai nostri inviati speciali - Da Le Missioni Cattoliche a Mondo e Missione - 1872-1997", Emi 1997, pag. 23.

[9]. Discorso all'assemblea della regione Italia nord del Pime, 6-9 settembre 1982, "Quaderni di Infor Pime", n. 26, pagg. 5-9.

[10]. Fondatore del Pime (1800-1861), di cui è in corso la causa di canonizzazione. Vedi: Angelo Montonati, "Angelo Ramazzotti", Emi 2000, pagg. 223.

[11]. Mons. Eugenio Biffi (1829-1896), prefetto apostolico in Birmania e poi vescovo di Cartagena in Colombia. L'arcivescovo di Cartagena, mons. Carlos José Ruiseco, sta iniziando la sua causa di canonizzazione.

[12]. P. Clemente Vismara (1897-1998), eroe della prima guerra mondiale e missionario in Birmania per 65 anni, di cui è in corso la causa di canonizzazione. Vedi: P. Gheddo, "Prima del sole", Emi 1991, pagg. 221; C. Vismara, "Lettere dalla Birmania", San Paolo 1995, pagg. 239.

[13]. "Infor Pime", n. 101, marzo 1993, pagg. 1-3.

[14]. L. Accattoli, "Cerco fatti di Vangelo - Inchiesta di fine millennio sui cristiani d'Italia", S.E.I. 1995, pagg. 315.

[15]. "Per fatti di Vangelo, scrive Accattoli, intendo le testimonianze cristiane più radicali e disinteressate, direttamente ispirate alle beatitudini e all'esempio di Gesù: la fede pagata con la vita, ogni forma di misericordia, la povertà scelta o accolta, la sofferenza redenta dalla grazia, l'amore senza motivo e quello per i nemici, l'accettazione della morte nella speranza della risurrezione".

[16]. Redatto da mons. Renato Corti vescovo di Novara e segretario della commissione missionaria della Cei, che ha pure tenuto la relazione principale al convegno "Preti per la missione" (1997) già segnalato.

[17]. "L'amore di Cristo ci sospinge", n. 2.

[18]. Nel documento citato "L'amore di Cristo ci sospinge" (aprile 1999).

[19]. Enzo Bianchi, "Ricominciare nell'anima, nella Chiesa, nel mondo", a cura di Marco Guzzi, Marietti 1991, pag. 50.

[20]. "Evangelii Nuntiandi", n. 32.

[21]. Paolo VI sviluppa ampiamente il concetto di sviluppo come "umanesimo integrale" nella "Populorum Progressio", soprattutto nei numeri 14-16, 21, 41-42.

[22]. In un'intervista dell'8 luglio 1993 sulla nuova epoca missionaria, non pubblicata.

[23]. L'Osservatore Romano, 17 maggio 2002.

[24], Prima di iniziare il processo diocesano per la causa di canonizzazione, il card. C.M. Martini ha mandato una lettera a tutti i vescovi italiani, chiedendo il loro parere. Una settantina hanno risposto, con lettere anche lunghe e piene di ammirazione per questo testimone della carità, che era stato anche nelle loro città e diocesi.

[25]. Ad esempio, il Premio Feltrinelli dalle mani del Presidente Pertini e il più importante riconoscimento del Brasile dalle mani del Presidente del Brasile (l'Ordine nazionale "Cruzeiro do Sul"), l'unico straniero a riceverlo!

[26]. Commissione episcopale per la cooperazione fra le Chiese, "L'impegno missionario della Chiesa italiana", Emi 1982, n. 34/d, pag. 85.

[27]. Redemptoris Missio, n. 79.

[28]. P. Manna,  "Virtù apostoliche - Lettere ai missionari", Emi 1997, pagg. 329-331. Sul beato padre Manna si veda il capitolo IX.

[29]. Ad esempio, l'articolo di p. Natale Fumagalli, "La felicità del missionario", "Mondo e Missione" 1972, pagg. 396-399.

[30]. Paolo Manna, "Virtù Apostoliche - Lettere ai missionari", Emi 1997, Lettera n. 10: "Distacco dai beni di questo mondo", pagg. 159-174. Vedi pure: F. Germani, "Padre Paolo Manna", vol. III, Ducenta 1992, pagg. 159, 160, 175. 

[31]. Si veda il volume di Antonio Socci, "I nuovi perseguitati, Indagine sulla intolleranza anticristiana nel nuovo secolo del martirio", Piemme 2002.

[32]. Redemptoris Missio, 2.

[33]. Nel messaggio per la Giornata missionaria mondiale del 1996.

[34]. Si veda l'ottimo volume: "Insieme prendere il largo, Gli Istituti missionari oggi in Italia", con i contributi al "Forum Istituti Missionari, 4-8 febbraio 2002, Ariccia (Roma)", Emi 2002, pagg. 160.

[35]. SIR (Servizio Informazione Religiosa) della Cei, 19 maggio 1999.