EMI 2000
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PREFAZIONE
La missione «ad gentes», e con essa anche il PIME, si trova oggi
ad una svolta importante tra passato e futuro. All’inizio di questa sua ultima
fatica, presentando il lavoro dell’Ufficio storico dell’Istituto, padre Piero
Gheddo scrive: «Il culto delle memorie storiche è alla base della tensione verso
l’aggiornamento e il ritorno allo spirito delle origini, che caratterizza il
PIME nel tempo del post-Concilio».
Padre Gheddo, che fino ad oggi ha servito la Missione facendo conoscere ed
apprezzare le quotidiane vicissitudini di tanti missionari e missionarie, è
stato pure in grado, con la sua ispirata verve giornalistica, di dar voce al
bisogno di Dio di quanti vivono negli angoli più remoti del pianeta. Eco fedele
di un «underground» prezioso quanto inascoltato, egli ha esplorato i 150 anni
del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano, delineando anche i futuri
traguardi dell’impegno missionario della Chiesa universale.
Nel presente volume egli tratteggia in modo circostanziato l’itinerario percorso
dal suo Istituto missionario dalla sua fondazione ai nostri giorni (1850-2000).
Descrive la gloriosa storia del PIME, fondato il 31 luglio 1850 da mons. Angelo
Ramazzotti, Vescovo di Pavia e poi Patriarca di Venezia. Il nuovo Seminario,
vagheggiato da Gregorio XVI e realizzato sotto l’impulso di Papa Pio IX, doveva
consentire, nello spirito di quel Pastore santo e lungimirante, la nascita di un
Centro capace di preparare, sul modello dell’Istituto «Missioni Estere di
Parigi», il clero secolare italiano per l’invio «ad gentes».
L’opera di padre Gheddo fa emergere alcuni elementi di riflessione prospettica.
Si possono infatti percepire dalla lettura del prezioso volume alcuni passaggi
decisivi della storia della cooperazione missionaria, ed altrettanti suoi
crocevia nodali. Gli uni e gli altri permettono così di cogliere alcuni segni
del domani che verrà. Da un simile orizzonte l’occhio contempla riconoscente una
stagione missionaria che si conclude, segnata da affanni e da speranze, da buoni
propositi e da miracoli, da sangue e da sudore versato, da guarigioni dello
spirito oltre che del corpo.
* * * * *
Nel campo della missione appaiono però i segni del nuovo. Se
l’occhio osserva con maggior facilità gli avvenimenti del passato, il cuore sa
protendersi verso il futuro, buio per i più, ma meno oscuro per quanti sono
familiari con il Dio della Provvidenza. Così, pur tra le nebbie che si addensano
su un incerto domani, ma che fan parte di un mistero di redenzione, intravede
nuovi popoli che accolgono il Vangelo. Ma soprattutto scorge l’unicità di un
progetto trascendente che, tra luci ed ombre, si va gradualmente realizzando
secondo i tempi di Dio e dell’uomo.
Di fatto, come si augurava mons. Ramazzotti, cresce una nuova consapevolezza
missionaria «ad gentes» nel clero secolare. Ciò che Ramazzotti profeticamente
intuiva ed attuava nel 1850 con il PIME, oggi è storia di cooperazione
missionaria tra Diocesi e Diocesi. Non solo. Molte Chiese di antica tradizione,
pur subendo i contraccolpi dell’attuale crisi religiosa, non cessano di vivere
la cooperazione missionaria. L’allarmante scarsità di vocazioni sacerdotali e
religiose, infatti, che impedisce talvolta di soddisfare le stesse necessità
pastorali interne, non frena l’impegno dell’invio. Le situazioni precarie in cui
si trovano le Chiese d’Occidente rendono ancor più chiara la ragione fondante
della missione «ad gentes».
Lo ricorda il Papa nella «Redemptoris Missio» (n. 63): «I fratelli Vescovi sono
con me direttamente responsabili dell’evangelizzazione del mondo, sia come
membri del collegio episcopale, sia come pastori delle Chiese particolari...
Essi sono consacrati non soltanto per una Diocesi, ma per la salvezza di tutto
il mondo. E questa responsabilità collegiale ha conseguenze pratiche».
La medesima coscienza missionaria si sta sviluppando nel popolo di Dio, tanto
che alcuni cristiani hanno chiesto e ottenuto di andare in missione come laici
missionari. In tal modo, la Chiesa si fa tutta missionaria. E oggi anche giovani
Chiese si aprono alla missione.
È singolare quanto capita in Burkina Faso. Pur contando solo un milione di
cattolici su 11 milioni di abitanti, e dipendendo ancora in gran parte
dall’apporto dei missionari stranieri, la Chiesa del Burkina sta inviando i suoi
preti come missionari in Mali, Niger e Senegal. Tale Chiesa, che nel 2000
celebrerà il I centenario della sua fondazione, vive così l’interiore
consapevolezza che «la missione rinnova la Chiesa, ringiovanisce la fede e
l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni» (Redemptoris
Missio, 2).
I Vescovi di quella giovane Chiesa stanno compiendo un salto di maturità a
vantaggio dell’intera area del Sahel. Nei seminari maggiori del paese si dà
spazio allo studio della missiologia, oltre che di qualche lingua straniera; ed
è stata creata un’apposita commissione episcopale per spronare le undici diocesi
a prendersi direttamente cura di un qualche specifico territorio in altri paesi
africani. Il progetto è stato pure assunto dalle Chiese di Uganda, Nigeria,
Tanzania e Kenya. Non è meno rilevante la cooperazione missionaria avviata in
America Latina e in qualche Chiesa dell’Asia.
* * * * *
I missionari a vita restano, tuttavia, importantissimi per la
missione. Se per le Chiese locali la cooperazione «ad gentes» è un impegno pari
a quello del mantenimento della fede, per i missionari a vita è priorità
assoluta. La loro è «vocazione speciale», modellata su quella degli Apostoli. Si
manifesta nella totalità dell’impegno per il servizio dell’evangelizzazione:
coinvolge tutta la persona e la vita del missionario, ed esige una donazione
senza limiti di forze e di tempo (Redemptoris Missio, 65).
In tale quadro si situa il PIME, Istituto missionario internazionale a servizio
della comunione tra le Chiese per l’evangelizzazione dei non cristiani
(«Costituzioni», n. 10). Il PIME è stato benedetto da Dio con testimoni
esemplari: il fondatore mons. Angelo Ramazzotti; il Beato Giovanni Mazzucconi,
martire in Oceania nel 1855; padre Paolo Manna che, dopo 12 anni in Myanmar, nel
1916 fondò l’Unione Missionaria del Clero, allargata nel 1949 a Religiosi,
Religiose, Seminaristi e laici consacrati; Mons. Eugenio Biffi, Arcivescovo di
Cartagena in Colombia; padre Clemente Vismara, missionario per 65 anni di
Myanmar, e fratel Felice Tantardini, suo prezioso collaboratore; il dottor
Marcello Candia, singolare figura di laico missionario in Amazzonia; ma pure i
due ultimi martiri nelle Filippine, padre Tullio Favali e padre Salvatore
Carzedda.
Il PIME conta oggi 18 martiri, ha scritto padre Franco Cagnasso, attuale
Superiore generale. Essi rimangono per i più ragione di interrogativi, ma per i
missionari di questo carissimo Istituto essi sono icona di un amore che trae da
Gesù stesso la sua origine fondante e la sua risposta piena e definitiva.
La Chiesa si accinge a percorrere un nuovo tratto di storia, quello del terzo
millennio, cosciente che l’invio in missione rimane il segno della sua maturità.
Non invecchia la missione, né la Chiesa che la trasmette, perché l’una e l’altra
traggono freschezza dalla Parola viva del Signore. Con una mano la Chiesa riceve
il Vangelo, con l’altra lo dona. Come l’acqua del fiume che continua a portare
il proprio dono a sempre nuovi destinatari.
Cresce una speranza: il Grande Giubileo, il X anniversario della «Redemptoris
Missio» (1990-2000), nonché le conclusioni dei Sinodi per l’Africa, l’America,
l’Asia, l’Oceania e l’Europa, potranno diventare un ottimo trampolino per il
rilancio della missione.
Roma, 23 novembre 1999
Card. JOZEF TOMKO
Prefetto della Congregazione
per l’Evangelizzazione dei Popoli
PRESENTAZIONE
Centocinquant’anni possono essere tanti per un’organizzazione
atipica come un Istituto esclusivamente missionario, che per certi aspetti è una
sfida alle leggi dell’organizzazione sociale: troppo proiettato fuori di sé, su
obiettivi esterni, perché i suoi membri possano identificarsi con precisione;
troppo poco organizzato e strutturato per reggere all’usura e al mutare del
tempo.
Il PIME è una piccola «Società missionaria di vita apostolica». Ha origini
interessanti, non però un Fondatore unico che abbia lavorato per molto tempo per
dare un’impronta carismatica e spirituale marcata; ha attraversato momenti
difficili, dal lungo periodo di puro servizio missionario che lasciava tutta
l’organizzazione sulle spalle di una persona sola, alla fusione dei due Seminari
da cui ha avuto origine il PIME vero e proprio con l’attuale nome; dalle
numerose sofferenze e persecuzioni in Cina ai difficili passaggi del tempo in
cui pareva si volesse farne un Istituto religioso; dalle espulsioni comuniste
degli anni ’50 alla ricerca di nuove modalità di servizio missionario dopo il
Concilio.
Società piccola e travagliata, e tuttavia non invecchiata, pare. Questo volume
al quale P. Piero Gheddo si è dedicato con passione crescente, mostra la grande
flessibilità unita ad una forte coerenza nel mantenimento dei fini che questi
pochi uomini hanno vissuto fin dalla prima fondazione.
Il collante che ne fa un gruppo vario, e tuttavia unito, è certamente l’opera
dello Spirito che non s’inquadra troppo, ma invita a tenersi aperti ad ogni
strada che sia d’incontro con i «lontani», nel nome del Signore Gesù.
Leggere la loro storia aiuta a percorrere le dinamiche della fede che non è mai
punto d’arrivo, né appagamento personale o comunitario, ma fermento e anche
inquietudine ad andare, cercare, incontrare, proporre.
Aiuta anche a scoprire quanto si possa fare e in quanti luoghi se si è
disponibili alla grazia.
La storia dei 150 anni del PIME infatti è anche storia, o parte della storia di
molti paesi e Chiese.
Di quella italiana anzitutto, sempre generosa nel sostenere e nel darsi
attraverso gli Istituti missionari, ma forse troppo poco attenta a capire e
valorizzare questo fenomeno che è molto legato alla fede popolare e troppo poco,
penso, alla cura dei Pastori e dei Teologi.
E poi di tante altre Chiese: fondate dal PIME, come in Cina, Hong Kong, India,
Bangladesh, Myanmar, Amazzonia, o con le quali il PIME ha camminato e sta
camminando per lunghi tratti. Leggendo di preti e laici partiti come missionari
dalla Lombardia, dalla Campania, dal Veneto, dalla Sicilia, ci s’incontra con
stupore con vita e storia di popoli diversi, si ha sentore di come influiscano
reciprocamente gli uni sugli altri.
Piccolo Istituto, ma coinvolto con storie grandi, nelle quali a volte ha
influito in modo rilevante, altre volte con la rilevanza di chi partecipa stando
insieme, di chi «subisce» una parte di storia mescolato fra coloro che non
contano, fra i perdenti; ma proprio per questo dà testimonianza della forza del
Vangelo, dello Spirito di Cristo che si fa ultimo.
Ringrazio di cuore P. Piero Gheddo per questa sua fatica, nata da un’obbedienza
non facile per lui; ringrazio quanti lo hanno aiutato e consigliato, anzitutto i
Padri Angelo Bubani, Domenico Colombo e don Virginio Cognoli, con tutti i membri
dell’Ufficio Storico del PIME.
Mi auguro che questo volume aiuti i nostri amici a rinsaldare i vincoli di
amicizia e stima che ci uniscono, e i membri dell’Istituto a guardare avanti con
coraggio, disponibilità, fiducia. Per molti anni i giovani di vari Paesi che si
preparano ad entrare nella nostra Famiglia di Apostoli potranno trovare qui
elementi storici su cui fondare la loro capacità di rinnovare il nostro futuro.
P. FRANCO CAGNASSO
Superiore Generale PIME
INTRODUZIONE
(Perché e come è nato questo volume)
Il primo cronista-storico del nascente «Seminario Lombardo per le Missioni Estere», padre Giacomo Scurati, inizia i suoi «Annali familiari» del Seminario missionario con queste parole (1):
«Come le memorie de’ genitori son sempre care ai figli, e la memoria delle vicende e delle pene, cui quelli andarono soggetti, è scuola ed eccitamento al bene; così le cose difficili, i patimenti e le virtù dei nostri primi padri narrate ai futuri, sono luce che rischiara la via, son fuoco che accende il cuore a nobile gara, nell’arduo corso della vita apostolica. Gli stessi errori, semmai nel volgere di cose grandi e nuove ne fossero stati commessi, giovano sia d’avvertimento per non ricadervi, che di ricordo per far degnamente apprezzare quanto costino le Istituzioni lasciateci. Il seguito della narrazione dimostrerà lo sviluppo del primo seme e le vie sempre adorabili della Provvidenza nel condurre le opere sue; mentre il sapere che anche il presente sarà tramandato alla memoria, può tenerci più attenti a non fornire una pagina di dolore a chi ci seguirà».
* * * * * *
Il 31 luglio 2000 il Pime compie 150 anni: nasce nel 1850 come
«Seminario lombardo per le missioni estere», fondato su invito di Pio IX da
mons. Angelo Ramazzotti (degli oblati di Rho) e dai vescovi della Lombardia, per
offrire ai loro sacerdoti la possibilità di andare in missione come preti
diocesani, senza dover entrare in una congregazione religiosa.
All’inizio il Seminario missionario accoglieva solo sacerdoti diocesani (che
rimanevano incardinati nelle proprie diocesi) e laici: nel 1875, le difficoltà
di ricevere sacerdoti convincono il primo direttore mons. Giuseppe Marinoni ad
aprire il seminario teologico per accettare anche studenti di teologia. Dal 1911
in avanti si aprono il seminario filosofico e le «case apostoliche» (seminari
minori).
Il «Seminario lombardo per le missioni estere» diventa nel 1926 «Pontificio
istituto missioni estere» per volere di Pio XI che lo unisce al «Pontificio
Seminario romano per le missioni estere», fondato a Roma nel 1971 per volere di
Pio IX da mons. Pietro Avanzini. L’Istituto supera i confini della Lombardia e
si diffonde in tutta Italia. Nel 1989 si compie l’evoluzione durata 140 anni: il
Pime, da lombardo e italiano che era, diventa pienamente internazionale, a
servizio della missionarietà non solo delle diocesi italiane o di paesi
cristiani, ma anche di quelle che l’Istituto stesso ha contribuito a fondare in
tutto il mondo.
Questo cammino di mondialità il Pime lo realizza anche nella scelta dei
territori di missione: nato con l’aspirazione per l’Oceania («i popoli più
lontani e abbandonati»), dopo il fallimento della prima missione in Melanesia
Propaganda Fide lo manda in Asia e per un secolo si afferma come Istituto
dedicato al continente asiatico; poi la Santa Sede e la storia lo spingono verso
l’Africa, le Americhe e il ritorno in Oceania.
Un piccolo Istituto presente oggi nei cinque continenti. Piccolo il Pime perché,
essendo partito come «Seminario lombardo» in dipendenza dei vescovi della
Lombardia, per sessant’anni non ha pensato ad avere una seconda casa, oltre a
quella di Milano. Poi, fra discussioni e contrasti, ha iniziato i seminari in
altre parti d’Italia e nell’ultimo dopoguerra ha compiuto i primi tentativi di
accogliere vocazioni anche dagli Stati Uniti, dal Brasile, dall’India. Ma solo
nel 1989 matura nell’Istituto la convinzione che il carisma di fondazione (la
missione alle genti) non può, nel tempo della globalizzazione, essere rinchiuso
in confini geografici o ecclesiali: così, per trasmettere l’ideale missionario e
formare missionari locali, si apre alle giovani Chiese, anche dietro richieste
dei loro stessi vescovi.
Nei suoi 150 anni il Pime ha dato alla Chiesa circa 1660 missionari, quasi tutti
italiani; negli anni sessanta, al massimo della sua crescita numerica, è giunto
ad averne 710; oggi, nell’anno 2000, i sacerdoti, i diaconi e i missionari laici
a vita (fratelli) del Pime sono 550. Con l’apertura internazionale si sta
superando la tendenza verso la diminuzione numerica: già in questo 1999 i nuovi
missionari (sacerdoti e laici consacrati a vita alla missione) sono più numerosi
di quelli defunti o usciti dall’Istituto. Le prospettive per il futuro, con
l’aiuto di Dio, sono buone .
Ma non conta solo il numero, conta quello che, con la grazia di Dio, i
missionari hanno realizzato: la fondazione di più di trenta diocesi e il lavoro
in un’altra quarantina in cinque continenti. Questo libro racconta, in modo
storicamente rigoroso ma anche, spero, attraente, l’epopea di questo Istituto e
dei suoi missionari, con l’evoluzione delle singole missioni spesso partendo da
zero, cioè dal primo annunzio di Cristo fino alla Chiesa locale interamente
costituita.
* * * * * *
Si può affermare che il passaggio del Pime dalla Lombardia alla
nazione italiana e all’internazionalità (inter-ecclesialità e interculturalità)
assume quasi il valore di una rifondazione dell’Istituto: apre prospettive nuove
e impone nuove responsabilità.
Ecco perché, alle soglie del 2000, la direzione generale ha pensato di far
scrivere una storia completa dei suoi 150 anni. È vero che la storia si
incomincia a scrivere, dicono gli accademici, solo cent’anni dopo che i fatti
sono successi: ma le etichette non hanno molta importanza, altrimenti non si
potrebbe ancora scrivere né la storia della I e II guerra mondiale, né di
fascismo, nazismo e comunismo.
L’Istituto si è preoccupato fin dall’inizio di documentare e riflettere sul suo
passato. Padre Giacomo Scurati ha compilato, partendo dalla fondazione, gli
«Annali familiari del Seminario lombardo per le missioni estere di Milano» e le
biografie dei singoli missionari defunti (2). Poi sono venuti i missionari che
hanno scritto la storia dell’Istituto e delle sue missioni, soprattutto Gerardo
Brambilla, Giovanni Battista Tragella e Carlo Suigo (3): oltre a questi, altri
si sono dedicati ed hanno prodotto studi su aspetti particolari dell’Istituto e
delle singole missioni, biografie, diari, ecc. Al termine di questo libro sono
elencati nell’appendice bibliografica circa 230 volumi, quasi tutti in lingua
italiana, che rappresentano la produzione libraria più importante sulla storia
del Pime (oltre agli articoli, non segnalati).
Un materiale notevole come mole, ma scarsamente reperibile e utilizzabile dai
più. All’inizio degli anni novanta, il superiore generale padre Franco Cagnasso
mi dice più volte che per il 2000 bisognerà pensare ad un’opera complessiva e
attuale sulla storia del Pime e delle sue missioni; non tanto e non solo come
strumento celebrativo dei 150 anni, ma per mettere una base storica al nuovo
cammino che l’Istituto stava iniziando, dopo l’Assemblea generale di Tagaytay
(Filippine, 1989): diventare internazionale, assumendo vocazioni dalle giovani
Chiese che abbiamo contribuito a fondare.
Quando il 21 maggio 1994 padre Franco mi ha incaricato dell’Ufficio storico del
Pime a Roma (fondato nel 1972), si è formato un comitato dello stesso e discusso
i passi da fare per giungere a questo volume: pubblicare intanto una serie di
volumi sulla storia delle circoscrizioni che celebravano in quegli anni il 50o
di fondazione (Brasile, Amazzonia, Stati Uniti, Guinea-Bissau); e stimolare i
missionari a raccogliere materiale e ad impegnarsi nell’iniziare delle sedi
locali dell’Ufficio storico per produrre biografie, memorie, studi sulla storia
di quella missione o regione, raccogliere documenti, diari e lettere di
missionari.
Prendendo visione dell’Archivio generale, iniziato negli anni trenta da p. G.B.
Tragella, poi continuato da p. Francesco Frumento e dal 1986 ordinato con tanta
passione e maestria da p. Angelo Bubani, mi sono reso conto che gli antichi
documenti dell’Istituto si consultano con difficoltà: carta fragile e
trasparente, scritture a mano con calligrafie a volte quasi incomprensibili,
inchiostri ormai sbiaditi ed evanescenti, impossibilità di fare fotocopie perché
i documenti erano rilegati in volumoni di 1.500 pagine (adesso si è iniziato a
restaurarli ed a sistemarli diversamente).
Solo uno studioso armato di una buona lente e di molta pazienza può ancora
consultare quelle antiche carte.
Il primo lavoro messo in opera è stato quindi di far trascrivere al computer
(dalla sig.na Marcella Massimi, oggi Clarissa nel monastero di San Cosimato a
Roma) i documenti di fondazione del Seminario Lombardo per le Missioni Estere
(tre volumi rilegati e fotocopiati); poi quelli di fondazione del «Pontificio
Seminario per le Missioni Estere» di Roma (da p. Giuseppe Gariboldi, due
volumi); infine, oggi p. Paolo Pivetta sta trascrivendo i documenti sull’unione
fra i due Seminari missionari da cui nel 1926 è nato il Pime (4). Sono
programmate altre trascrizioni di documenti e lettere dalle singole missioni,
partendo dalla prima in Oceania.
Un materiale interessante, quasi del tutto ignoto. Ma la storia ricompensa
ampiamente chi si mette a studiarla: la ricerca del nostro passato è
indispensabile per capire il presente e programmare il futuro. Con l’aiuto di
Dio, ho toccato con mano che anche le vecchie carte possono essere affascinanti.
Soprattutto quelle scritte dai missionari.
* * * * * *
Il presente volume è frutto di un un lungo e accurato lavoro di
ricerca, di scrittura e riscrittura (ogni capitolo ha avuto tre-quattro
stesure), che ho compiuto con l’aiuto di diversi confratelli, alcuni dei quali
voglio qui ringraziare in modo particolare: i padri Angelo Bubani (archivista
del Pime), Domenico Colombo, Angelo Lazzarotto, Ferdinando Germani e altri,
compreso il superiore generale p. Franco Cagnasso, che è stato largo di consigli
e osservazioni sui testi che andavo producendo. Poi ringrazio don Virginio
Cognoli (appassionato delle missioni e con esperienza di studi storici, che si è
messo gratuitamente a servizio dell’Ufficio storico del Pime) e i confratelli
sul campo che hanno avuto la pazienza di rileggere i capitoli delle rispettive
missioni, mandandomi correzioni e aggiornamenti.
Un grazie anche alla redazione della EMI, che ha faticato non poco per produrre
gli indici finali; a Bruno Maggi, a cui si deve la grafica di copertina e le
numerose cartine geografiche, documentazione preziosa per un libro come questo.
Ringrazio anche la mia segretaria a Milano, suor Franca Nava delle missionarie
dell’Immacolata, per le ricerche fatte sulle riviste del Pime e la trascrizione
al computer di numerosi testi utilizzati nel volume.
* * * * * *
Il libro che presento, in 23 capitoli e alcune appendici, è
idealmente diviso in tre parti:
1) I primi otto capitoli seguono il cammino dell’Istituto dalla nascita al 2000,
con attenzione agli avvenimenti che riguardano le direzioni generali e le
vicende in Italia, paese d’origine: le fondazioni di Milano e di Roma,
l’unificazione dei due Seminari missionari, i vari direttori e poi superiori
generali, i Capitoli e Assemblee generali, i seminari e le case, la formazione e
l’animazione, l’economia, le Costituzioni e i problemi giuridici, i rapporti con
la Santa Sede ed i vescovi, ecc. Inoltre ho dedicato il capitolo II alla prima
missione in Oceania (1852-1855), terminata col martirio del beato Giovanni
Mazzucconi, perché è talmente legata alla fondazione dell’Istituto da non
poterla disgiungere.
2) I 15 capitoli dal IX al XXIII riguardano le singole missioni e regioni
d’Istituto fuori d’Italia (con le missioni in cui il Pime ha lavorato in
passato), in quest’ordine:
— India del centro-sud (Andhra Pradesh, Bombay, Pune);
— Bangladesh - India del nord (Agra, Bengala);
— Hong Kong - Taiwan (con la missione in Borneo);
— Birmania;
— Cina;
— Stati Uniti - Messico - Canada - Inghilterra (con Colombia);
— Guinea-Bissau (con Sudan ed Etiopia);
— Camerun;
— Costa d’Avorio;
— Brasile del sud - Mato Grosso;
— Amazzonia;
— Giappone;
— Filippine;
— Thailandia - Cambogia;
— Papua Nuova Guinea.
Di ogni missione ho cercato di raccontare abbastanza compiutamente le vicende
dall’inizio ad oggi, inquadrando il lavoro dei missionari nella storia del paese
e della Chiesa locale.
3) La terza parte comprende la bibliografia e due appendici (i 18 martiri,
cronologie ed elenchi vari), le cartine geografiche, gli indici dei luoghi, dei
nomi e generale.
* * * * * *
Note per spiegare alcune caratteristiche di questo libro:
a) Nei primi otto capitoli la storia dell’Istituto è narrata con una certa
ampiezza, che si riduce nei capitoli seguenti: non solo per necessità di spazio,
ma anche perché alle singole missioni o regioni fuori d’Italia sono dedicati
altri libri pubblicati dalla Emi in questa stessa collana dell’Ufficio storico
5: la serie è appena iniziata e verrà continuata anche con contributi di altri
Autori. E poi per un altro motivo: il 2000 celebra la nascita dell’Istituto, più
che delle sue missioni. Bisognava quindi illuminare soprattutto l’evoluzione
storica del Pime, finora studiata solo nella fondazione e nei primi 50 anni di
vita.
b) Nel raccontare la storia e soprattutto l’attualità dell’Istituto e delle
missioni, oltre alle fonti scritte ho attinto anche a quelle orali. Più ci
avviciniamo al tempo attuale, più il materiale scritto diminuisce: i missionari
scrivono molto meno che in passato e per gli ultimi decenni gli archivi sono
chiusi. Se si vuol dare un’idea del lavoro che oggi i missionari del Pime
compiono, bisogna per forza visitare le missioni e fare interviste. Qualcuno mi
ha rimproverato queste fonti che a volte sono interessate o dubbie oppure i
protagonisti dimenticano, non ricordano bene. È vero, bisogna controllare con
altre fonti, far leggere ad altri. Ma se non volevo chiudere il volume al 1950
(come qualcuno aveva proposto), le fonti orali sono inevitabili. E colgo
l’occasione per ringraziare padre Domenico Colombo che dal 1972 dirige «InforPime»,
bimestrale interno dell’Istituto, fonte preziosa con numerose interviste ai
missionari, indispensabile per conoscere la vita dell’Istituto e delle missioni
degli ultimi trent’anni.
c) Nel volume non ci sono fotografie. Per 150 anni di storia, con missioni in
ogni parte del mondo, pensavo di fare almeno cinque inserti fotografici per
complessive 80 pagine. Poi ci siamo accorti che per un panorama significativo
dell’evoluzione storica del Pime e delle singole missioni, si dovevano
pubblicare 100-120 pagine di foto! Rimando perciò i lettori al fascicolo
speciale intitolato «Pime 1850-2000: una storia lunga 150 anni», pubblicato
nell’ottobre 1999 (116 pagine), con molte fotografie. Chi ne desidera una copia
in omaggio la chieda alla redazione della rivista «Mondo e Missione» - Centro
missionario Pime - via Mosè Bianchi, 94 - 20149 Milano - tel. 02-43.82.01.
d) Nei capitoli sulla Cina e Hong Kong - Taiwan ho usato la scrittura cinese
tradizionale e non il «pinyin» moderno, mettendo alcune volte tra parentesi la
grafia attuale (es. dopo Honan ho aggiunto Henan, dopo Kinkiakang Jingang, dopo
Shensi Shaanxi, ecc.). Tutti i volumi e i documenti d’Archivio sulla storia del
Pime in Cina sono scritti secondo la scrittura tradizionale (ancora usata ad
Hong Kong ed a Taiwan): non potevo renderli incomprensibili al lettore d’oggi.
Si pensi solo ad un classico come «I miei trentatre anni in Cina» di Lorenzo
Maria Balconi (forse il miglior diario di un missionario del Pime): se nel
presente volume avessi usato il «pinyin», Balconi non si potrebbe più leggere
inquadrandolo nella storia della missione di Hanchung, perché tutti i termini
geografici risultano diversi da quelli attuali. E mettere sempre accanto al
termine moderno la grafia tradizionale, oltre che improba fatica, diventa
impossibile quando si scende ai piccoli paesi e cittadine cinesi: ignoriamo come
sono identificati oggi nella nuova terminologia!
* * * * * *
Mi è capitato spesso, leggendo le carte ingiallite del nostro
Archivio generale, di ringraziare il Signore e di commuovermi per quanto mi
passava sotto gli occhi:le testimonianze di dedizione assoluta alla missione, di
scelte coraggiose e a volte temerarie per andare «ai più lontani e ai più
abbandonati»; lo spirito di sacrificio in termini che oggi stentiamo persino a
credere possibili; soprattutto l’amore appassionato ai popoli e alle Chiese che
i missionari andavano fondando in Asia, ma anche in altri continenti.
Non si può scrivere la storia del Pime (come di altri Istituti missionari) senza
dare risalto a questo spirito missionario, non merito o vanto di uomini ma
prodotto dallo Spirito «protagonista della missione», come lo definisce Giovanni
Paolo II nell’enciclica «Redemptoris missio» (capitolo III).
Quando, nel vivere le vicende quotidiane, abbiamo la tentazione di intristirci o
di lamentarci della diocesi, della parrocchia, della congregazione o istituto a
cui apparteniamo (e senza dubbio le occasioni non mancano mai!), la storia ci
insegna che nella nostra comunità ecclesiale, piccola o grande che sia, è
presente lo Spirito che produce in modo misterioso ma reale, anche in uomini
deboli e peccatori come noi siamo, frutti spirituali, soprannaturali, di grazia
e di gioia.
Padre Manna diceva ai missionari del Pime: «Siamo figli di santi» e mai come
ripercorrendo con amore la storia dell’Istituto mi sono convinto di quanto
questa frase corrisponde alla pura verità storica. Nello scrivere questo volume
ho tentato di percorrere questa duplice via: leggere la storia dell’Istituto e
delle missioni con attenzione scrupolosa ai fatti rilevanti in quel periodo
storico, ma mettendo anche in risalto le testimonianze di santità, di spirito
missionario che vivificano ogni nostro tempo storico. I 150 anni del Pime,
almeno per noi dell’Istituto, sono quindi stimolo per continuare su questa via
della santità e della missione, sia pur nelle forme nuove e diverse che lo
Spirito vorrà suscitare.
La storia vera va illuminata da una lettura spirituale delle vicende umane, non
per nascondere gli errori e i peccati commessi, ma per dare risalto anche ai
buoni esempi che debbono tramandare ai posteri la forza dello Spirito presente
in chi ci ha preceduto. Lo Spirito Santo agisce ancor oggi come negli «Atti
degli Apostoli»: non è mai andato in pensione, non è mai invecchiato, non ha per
nulla diminuito la sua forza di rinnovamento e di santificazione. Ne era
convinto anche padre G.B. Tragella, che presentando il primo dei suoi tre volumi
sul «Seminario lombardo per le missioni estere» (dal1850al1901) scriveva:
«La storia non è un trattato di ascetica; essa è quello che è e
il primo dovere dello studioso è quello di rispettarla, non violentarla, sia
pure a scopo di edificazione; una edificazione che non scaturisca genuinamente
dalla verità storica è un pietoso inganno. Ma quando le dure vicende della vita
noi le vediamo vissute e sofferte da uomini come noi alla pura luce del Vangelo,
allora sì che la storia acquista una forza d’attrattiva irresistibile sulle
anime non ignobili.
Storia veritiera, quindi. Non che essa debba accogliere il pettegolezzo che
lascia intatto il corso degli avvenimenti, ma che non debba tacere nulla di
quanto ha influito su questo sviluppo medesimo, venendo a farne parte
integrante. Una tale eliminazione equivarrebbe ad una vera mutilazione della
verità storica, come sarebbe mutilo il racconto evangelico dei Sinottici, se
essi avessero soppresso la negazione di Pietro, l’incredulità di Tommaso,
l’ambizione dei figli di Zebedeo, il tradimento di Giuda».
Ma Tragella non si fermava qui. Spiegando il «criterio storico » seguito nella compilazione dei suoi tre volumi di storia dell’Istituto, affermava che, oltre alla presentazione veritiera degli avvenimenti, si proponeva di far
«rivivere gli antichi protagonisti di questa vicenda missionaria, quasi sorprendendoli nel mezzo della loro attività giornaliera, con le preoccupazioni, gioie ed affanni del momento, uomini tra gli uomini, ma spessissimo nobilissime figure di molto superiori alla comune. Solo la Chiesa ha il metro per misurare i Santi: noi non possiamo che porgerle il materiale greggio sul quale essa possa, domani, lavorare, qualora le circostanze conducano gli avvenimenti per questo cammino. Noi siamo ben felici che questo primo periodo della vita dell’Istituto offra una storia che, pur attraverso le immancabili deficienze dei figli di Adamo — e sono figli di Adamo anche i Santi canonizzati! — può mostrare un volto sì luminoso da far arrossire tutti noi, lontani e, ahi!, quanto tardi, camminatori di quella via».
Parole che si possono pienamente condividere anche per il presente volume. Il sottotitolo di questo libro riprende il comando di Gesù: «Andate in tutto il mondo». Nella storia del Pime, grazie a Dio, non mancano i buoni esempi di missionari che hanno realizzato con grande dedizione questo comando, indicando la via che anche oggi dobbiamo percorrere.
* * * * * *
La storia infatti è scritta per conoscere il passato, ma anche
per illuminare il presente e orientare verso il futuro. Quando sono venuto a
Roma per dedicarmi alle vicende storiche del Pime, all’inizio ho sofferto perché
mi sembrava di staccarmi dalla vita, dall’attualità, dal giornalismo
missionario, dai problemi gravi della missione nel tempo presente. Poi il
Signore mi ha fatto capire che proprio la storia dell’Istituto è il vento più
forte e gagliardo, dopo la grazia di Dio naturalmente, perché il vascello del
Pime gonfi le sue vele e continui a solcare i mari e gli oceani per annunziare
Cristo ai «popoli più lontani e abbandonati».
Di cosa ha bisogno oggi un Istituto missionario, se non di ritrovare e
rafforzare lo spirito delle origini e della sua tradizione? La missione è opera
di fede, viene dalla fede, senza la fede non sussiste; se la fede si appanna o
la si dà per scontata, la missione perde senso e valore. Il Pime (come gli altri
Istituti missionari) è nato dalla fede dei primi in Gesù unico Salvatore
dell’uomo e dei popoli: se non si ricupera integralmente quella fede forte,
viva, appassionata, entusiastica, commossa, tutti i discorsi che facciamo e i
fatti che poniamo hanno poco senso. Ecco perché la storia è importante, non solo
per la formazione dei missionari, ma anche per l’animazione missionaria e per
suscitare nuove vocazioni alla missione. Cosa presentiamo ai giovani per gettare
in loro il seme della vocazione missionaria tra le genti?
Il 7 settembre 1982, mons. Giacomo Biffi (allora ausiliare di Milano, oggi
cardinale arcivescovo di Bologna), è venuto al Pime per una celebrazione
eucaristica e ha detto (6):
«Mi si stringe il cuore quando vedo un raduno missionario o una
marcia missionaria dove, per avere il coraggio di fare la manifestazione,
continuiamo a parlare della gente che ha fame, che ha bisogno dei pozzi... Tutte
cose santissime, ma molte volte non ci si ricorda di dire che è Gesù che
dobbiamo annunziare, che questa è la salvezza: altrimenti, non valeva la pena
che il Padre mandasse il Figlio in terra soltanto per costruire dei pozzi. La
salvezza è che venga fatto conoscere Gesù Cristo.
Fratelli miei — aggiungeva Biffi, — che vi chiamate missionari, non lasciate che
il vostro ardore, l’ardore di quelli che hanno fondato il vostro Istituto,
l’ardore di mons. Ramazzotti e di mons. Eugenio Biffi, sia mai raggelato dalle
beghe ecclesiali, dalle ipotesi teologiche, dall’ideologia di moda tra i
cristiani istruiti, quelli che sono più lontani dal Regno di Dio, secondo il
capitolo XI del Vangelo di San Marco... Se guardo alla mia esperienza, e ormai
sono in un’età in cui si incomincia a fare i bilanci, io debbo dire che sarei
certamente un po’ diverso e credo, tutto sommato, peggio di quanto non sia, se
non avessi incontrato ad esempio gli articoli di padre Clemente Vismara... se
non avessi letto la vita di mons. Eugenio Biffi».
Il 2 dicembre 1992 il card. Carlo Maria Martini ha parlato a Milano ai missionari del Pime impegnati nella stampa missionaria (7): ricordando le lettere di san Francesco Saverio diceva che avevano
«un fuoco straordinario per il Vangelo. Ancor oggi le sue lettere hanno una forza comunicativa straordinaria. Noi vorremmo — continuava Martini — che la nostra stampa missionaria fosse sempre così, cioè che avesse questa forza comunicativa del Vangelo proprio attraverso le notizie sulla diffusione del Vangelo.... Ridateci lo stupore del primo annunzio del Vangelo, ridatelo alle nostre comunità, non soltanto ai cristiani delle terre di missione, ma anche a noi... perché questo stupore riscaldi il cuore di tutti e tutti possiamo rivivere la gioia di cui parla Isaia: ‘‘Prorompete in canti di gioia perché il Signore ha consolato il suo popolo’’».
Ecco il senso della storia di un Istituto missionario, nel quale i san Francesco Saverio sconosciuti, ne sono convinto, sono tanti, ma purtroppo ignorati da noi stessi che siamo i loro successori. In questo libro sono rievocati decine di missionari capaci di infiammare i giovani (dai nove ai novant’anni!) con la loro santità, le avventure, la donazione totale all’ideale missionario di portare Cristo ai popoli, convinti che proprio di Lui i popoli hanno soprattutto bisogno.
Roma, 3 dicembre 1999
PIERO GHEDDO
NOTE
[1] AME (Archivio Missioni Estere), XXXV, pag. 9.
[2] I manoscritti sono nell’Archivio generale del Pime a Roma.
[3] Si vedano le loro opere nella bibliografia al termine del volume.
[4] Da queste trascrizioni al computer di tutti i documenti della
fondazione e dell’unione fra i due Seminari missionari di Milano e Roma (sette
volumi per circa 1.600 pagine), padre Domenico Colombo e don Virginio Cognoli
hanno tratto il volume «Pontificio Istituto Missioni Estere - Documenti di
fondazione» (Emi, 2000, pagg. 464), che contiene i documenti più importanti e
significativi sulla fondazione del Pime, con adeguato commento storico-critico.
È il testo base sulla nascita dell’Istituto, da affiancare al presente volume
sulla storia dei 150 anni: la nascita del Pime, infatti, ha caratteri originali
e provocatori.
[5] Mi riferisco alla serie dei volumi di Piero Gheddo sulle singole
missioni affidate al Pime, pubblicati dalla Emi: Missione Brasile, Missione
Amazzonia, Missione America e Missione Bissau (vedi elenco nella bibliografia
finale).
[6] Omelia di mons. Giacomo Biffi all’Assemblea generale della regione
Italia nord del Pime, Milano, 6-9 settembre 1982, in «Quaderni di Infor-Pime»,
n. 26, pagg. 5-9.
[7] «Infor-Pime», n. 101, marzo 1993, pagg. 1-3.
I
LA FONDAZIONE DEL «SEMINARIO LOMBARDO PER LE MISSIONI ESTERE»
(1850-1851)
La fondazione dell’Istituto missionario di Milano è uno dei
segni più belli del risveglio missionario che caratterizza la vita cristiana nel
secolo scorso. Nel 1700, l’orgoglioso «secolo dei lumi», la missione ai non
cristiani era in totale decadenza. In Europa, i contrasti fra i governi e la S.
Sede, l’illuminismo e le filosofie razionaliste avevano mortificato la Chiesa,
diffuso idee e costumi pagani; la soppressione dei gesuiti e la Rivoluzione
francese (che spogliava gli ordini religiosi dei loro beni) avevano portato ad
un blocco quasi totale delle partenze per le missioni.
Nel 1773 Voltaire aveva previsto che «nella cultura nuova non ci sarà futuro per
la superstizione cristiana: io vi dico che fra vent’anni il Galileo sarà
spacciato». D’altra parte, nei paesi asiatici, dove in prevalenza si dirigevano
i missionari, la famosa «questione dei riti cinesi» (come pure indiani e
vietnamiti), i contrasti fra gli ordini religiosi e le persecuzioni ebbero
l’effetto di inaridire lo spirito missionario dell’Europa cristiana, che aveva
caratterizzato i secoli XVI-XVII, ai tempi di s. Francesco Saverio, Ricci, De
Nobili e De Rhodes, per ricordare solo i missionari più rappresentativi.
Basti dire che l’istituto delle missioni estere di Parigi, braccio destro di
Propaganda Fide (1) in Asia, negli undici anni dell’impero napoleonico
(1804-1815) era riuscito a mandare solo due missionari in oriente! Per più d’un
secolo, le piccole comunità cristiane in Cina, Giappone, Vietnam, India,
Birmania, Thailandia, Sri Lanka, vennero quasi abbandonate a se stesse.
Il popolo cristiano protagonista della ripresa missionaria
Nei primi decenni del 1800, dopo la Rivoluzione francese e le
guerre napoleoniche, si determinano condizioni favorevoli ad una ripresa
dell’attività missionaria: le nuove scoperte geografiche,la rinascita dei
gesuiti, dei missionari di Parigi e di altri istituti soprattutto francesi, la
restituzione dei beni a Propaganda e lo spirito missionario dei Papi, che appare
rinvigorito rispetto al secolo precedente. Nell’800 la Chiesa perde in Europa i
privilegi di cui godeva quando era alleata delle corti reali e della nobiltà;
non solo, ma viene combattuta dai governi della «restaurazione» e dalle scuole
di pensiero che rappresentavano allora lo «spirito moderno» (liberalismo,
mazzinianesismo, socialismo, marxismo, razionalismo scientifico, nazionalismo).
Ma, nello stesso tempo, l’800 è un secolo di vigorosa rinascita cristiana che
parte dal popolo con la forza di nuovi carismi, fino a far saltare tutti gli
schemi teologico-giuridico-pastorali, che parevano immutabili.
Un Istituto per mandare in missione il clero diocesano
La necessità di un istituto missionario italiano era stata
avvertita anche da Papa Gregorio XVI (1831-1846), ma senza alcun risultato pratico. Mons. Ludovico de’ Conti Besi (che fu poi missionario in Cina), contemporaneo di Papa Gregorio, dopo la nascita del «Seminario per le missioni estere» di Milano testimoniò che «questo era il continuo voto di Papa Gregorio, il quale a me
giovanetto spesso soleva dire molto meravigliarsi come all’Italia mancasse tale seminario»
(5).
In Piemonte, il vescovo di Mondovì, il domenicano Mons. Giovanni Tommaso Ghilardi, per ricordare solo il tentativo più vicino a quello che poi diede origine al Seminario lombardo per
le missioni estere, aveva varato nel 1843 il progetto di un
«Collegio di preti secolari per le estere missioni» per l’invio di preti
diocesani in missione, dandone notizia al ministro degli esteri di re Carlo Alberto e a Gregorio XVI. Il progetto aveva tutte le carte
in regola per riuscire: invece quel «Collegio di preti secolari»
nacque solo nel 1867 e poi subito si chiuse (due dei suoi sacerdoti
passarono all’Istituto di Milano). Negli anni 1846-1850 anche Antonio Rosmini aveva progettato di aprire a Susa un «Seminario per le missioni estere».
L’idea si realizza a Milano nel 1850 non per il carisma di un solo fondatore (come in genere avviene per le congregazioni
religiose), ma per il convergere di varie espressioni ecclesiali che
manifestano una forte coscienza missionaria: il Papa, i vescovi e le diocesi della Lombardia, i giovani sacerdoti e gli alunni dei
seminari diocesani milanesi, infiammati dalle letture delle riviste
missionarie che giungevano dalla Francia. Padre Angelo Ramazzotti, oblato di Rho, è il Fondatore del «Seminario lombardo per le
missioni estere», che però ha realizzato un progetto non esclusivamente suo.
L’impulso concreto alla fondazione dell’Istituto missionario di Milano lo dà Pio IX nel 1847. Per la Chiesa e per lo stato
pontificio quelli erano tempi burrascosi, tali da non invogliare ad
intraprendere nuove opere. Ma Pio IX aveva da tempo l’intenzione di erigere in Italia un istituto per le missioni estere, progetto
ricevuto in eredità dal suo predecessore Gregorio XVI: un istituto di clero secolare, che inviasse nelle missioni non religiosi come
facevano già molti ordini e congregazioni, ma sacerdoti delle diocesi, a quel tempo in Italia abbondantemente rifornite di clero
(6). Il modello erano le «Missioni Estere» di Parigi, che avevano
l’unico scopo di fondare la Chiesa locale dove ancora non esisteva,
dipendevano unicamente da Propaganda Fide e quindi erano più malleabili, in mano alla S. Sede, di quanto non lo fossero le corporazioni religiose non totalmente dedicate all’apostolato missionario e spesso compromesse col potere politico (specie il «Patronato» spagnolo-portoghese).
Nel 1847 il Papa incarica il suo legato mons. Giovanni Luquet, delle missioni estere di Parigi e già missionario in India, di comunicare al nuovo arcivescovo di Milano, mons. Bartolomeo Carlo Romilli, e a tutto l’episcopato lombardo «il desiderio del
S. Padre di aprire un «Seminario di missioni straniere, fiducioso
nel concorso dei vescovi» (7). Al colloquio del legato pontificio con l’arcivescovo, svoltosi nella casa dei padri oblati di Rho, è
presente il superiore degli oblati, padre Angelo Ramazzotti, il quale già da tempo coltivava per conto suo lo stesso progetto, in
accordo con altri sacerdoti milanesi. L’apprendere il desiderio del Papa è per p. Ramazzotti come un’ispirazione dall’alto che mette in fuga tutte le incertezze: da allora si impegna totalmente in
quest’opera, parlandone subito al clero milanese e ai giovani chierici dei seminari.
Ramazzotti, visitando la diocesi ambrosiana ed essendo in contatto con molti sacerdoti giovani e i seminaristi dei
seminari diocesani, aveva toccato con mano che fra di loro c’erano
numerose vocazioni alle missioni estere. Dal 1845, i giovani sacerdoti e seminaristi animati da spirito missionario (di Milano e di Lodi)
facevano riferimento ad un monaco della Certosa di Pavia, p. Taddeo Supriès, che era stato missionario in India come membro delle missioni estere di Parigi
(8), il quale manteneva vivo in
loro il desiderio della missione. Supriès e i suoi giovani amici avevano maturato il progetto di
«fare opera durevole, continuativa, e quindi unirsi in una congregazione intitolata a san Francesco Saverio, aprendo così la porta ai molti giovani preti lombardi oggi mancanti di una opportunità per realizzare il loro ideale missionario» (9).
Paolo Reina, che sarà il superiore della missione in Oceania, aveva scritto ad un vescovo francese (il beato Eugenio de Mazenod fondatore nel 1816 degli oblati di Maria Immacolata) chiedendo di essere aggregato ai sacerdoti che partivano per le missioni. Ramazzotti era il confessore e il confidente di parecchi di questi giovani. Così nasce in lui l’idea di iniziare anche in Italia un seminario missionario come esisteva in Francia, progetto che condivide conl’amico e confratello p.Angelo Taglioretti (10), in seguito provvidenziale aiuto del primo direttore, mons.Giuseppe Marinoni (11). Padre Scurati nota che
«fin dalla giovinezza... Ramazzotti aveva sentito viva l’inclinazione alle missioni tra gli infedeli».
Diventato sacerdote ne parlò col suo direttore spirituale che gli disse: «Le tue Indie e la tua Cina sono qui». A
Ramazzotti non restava che pregare e, assicura Scurati, fin dal 1844 egli pregava perché sorgesse in Italia un seminario per le
missioni.
L’invito di Pio IX cade quindi in un terreno fertile, ma la pratica realizzazione del disegno è rimandata di tre anni a causa dei torbidi politici e delle guerre che si susseguono a ritmo incalzante. All’inizio del 1850 Ramazzotti invia a Pio IX,
all’arcivescovo di Milano e ai vescovi della Lombardia, un progetto particolareggiato dell’Istituto, discusso con Taglioretti, Supriè se alcuni dei giovani che volevano farne parte, offrendo anche la casa di sua proprietà a Saronno per la prima sede. Giunta nei mesi seguenti l’approvazione del Papa e dei vescovi lombardi, l’Istituto si apre nella casa del Fondatore il 31
luglio 1850 con i primi quattro sacerdoti milanesi (ai quali poco dopo si uniscono due laici «catechisti»). Ma essendo stato
p.Ramazzotti consacrato vescovo di Pavia il 30 giugno precedente, il primo direttore dell’Istituto è il sacerdote milanese
mons.Giuseppe Marinoni.
La nascita del Seminario missionario lombardo (31 luglio 1850)
Il Fondatore dell’Istituto missionario milanese, di cui è in corso la causa di canonizzazione, merita un breve profilo
(12).
Pur non avendo influito molto sull’evoluzione del Seminario dopo i primi anni (dal 30 giugno 1850 è vescovo di Pavia, dal 1858
patriarca di Venezia, muore il 24 settembre 1861), Ramazzotti gli ha però trasmesso alcune caratteristiche che vanno rilevate.
Nato a Milano il 3 agosto 1800 da famiglia agiata e
profondamente cristiana, Angelo Ramazzotti si laurea in diritto civile ed
ecclesiastico a Pavia nel 1823 e per due anni esercita la professione di avvocato presso uno studio legale a Milano. Di grande bontà d’animo e vita cristiana, sente fin da ragazzo la vocazione
sacerdotale: nel 1825 entra nel seminario diocesano, è ordinato sacerdote il 13 giugno 1829 e il giorno stesso accettato fra i missionari
oblati di Rho, sacerdoti diocesani per la predicazione al clero e al
popolo.
Appassionato predicatore, nei vent’anni dal 1830 al 1850 tiene 179 corsi di otto giorni e 35 corsi di 15 giorni ciascuno,
fra missioni al popolo ed esercizi spirituali! Nel 1836 inizia un
oratorio festivo nella sua casa patrimoniale di Saronno (dieci anni prima che don Bosco aprisse il primo oratorio a Valdocco); la stessa casa è anche orfanotrofio per gli orfani del colera del
1835-36, ai quali si aggiungono nel 1848 i figli dei militari
austriaci costretti a fuggire da Milano durante le famose «Cinque giornate» dell’insurrezione popolare. L’arcivescovo di Milano si serviva
di lui per missioni particolarmente delicate, per sedare
malcontenti e comporre litigi: la sua opera di mediazione era gradita a tutti.
Più avanti, da vescovo e da patriarca, mantiene i rapporti
dell’episcopato italiano col governo austriaco, è nominato consigliere privato della Corona d’Austria e membro del consiglio della Corona imperiale a Vienna (parlava bene il tedesco).
Ramazzotti coltivava il desiderio di dedicarsi alle missioni estere, ma non esisteva ancora in Italia un istituto apposito
per i sacerdoti diocesani. Un concorrere di situazioni favorevoli,
come s’è detto, lo portano a realizzare il progetto: il 30 luglio
1850 accompagna i primi alunni del «Seminario lombardo per le missioni estere», don Giovanni Mazzucconi e don Carlo Salerio, dalla sede degli oblati di Rho alla sua casa di Saronno.
«Lungo il viaggio — scrive Scurati — l’ottimo Pastore li intratteneva con pensieri di fede e li consolava dicendo: ‘‘Noi andiamo ora a Saronno in un misero calesse, e forse ci precedono a schiere gli angioli...’’».
Giunti a Saronno sul far della sera, si fermano prima al santuario della Madonna:
«e dopo avervi pregato alquanto — è sempre Scurati che racconta — invocata la benedizione della Regina degli Apostoli e dei martiri, andarono insieme alla casa di monsignore, detta di s. Francesco, per la chiesa annessavi dedicata a questo santo».
Qui trovano ad attenderli il direttore mons. Giuseppe Marinoni, alcuni sacerdoti dei dintorni e gli altri aspiranti missionari già sacerdoti: Alessandro Ripamonti (che rimase a Milano
procuratore delle missioni), Paolo Reina (prefetto apostolico della
Melanesia) e due giovani chierici che diventeranno ambedue vescovi in Bengala: Francesco Pozzi e Antonio Marietti. Nell’ottobre 1850 saranno pure ammessi don Timoleone Raimondi (vicario apostolico di Hong Kong), don Angelo Ambrosoli (morto in
Australia nel 1891) e il «catechista» Giuseppe Corti (nel 1851 viene ammesso Luigi Tacchini), ambedue missionari in Oceania.
La cerimonia ufficiale di apertura del Seminario missionario avviene il giorno seguente, 31 luglio 1850, con la messa
celebrata non dal vescovo Ramazzotti e nemmeno dal direttore Marinoni, ma dal sacerdote più giovane, Giovanni Battista Mazzucconi, nella cappella interna della casa di Ramazzotti. Secondo il rito ambrosiano che la comunità seguiva, si celebrava la festa di s.
Calimero (vescovo di Milano) e il Vangelo del giorno portava le parole di Cristo: «Chi ama suo padre e sua madre più di me non è degno di me... Chi tiene conto della sua vita la perderà e chi
avrà perduto la sua vita per amore mio la salverà». Mazzucconi,
leggendo
queste parole,
«applicando quanto leggeva a sé, fu preso da tanta commozione che diede in pianto; e per quanto cercasse di frenarlo, non poté impedire che tutti se ne accorgessero».
La nascita del Seminario lombardo per le missioni estere e il suo battesimo con una Eucarestia privata e senza solennità, è avvalorata da questo brano del Vangelo e dalle lacrime di un martire e beato.
Il servo di Dio mons. Angelo Ramazzotti (1800-1861)
Ramazzotti, lasciando l’Istituto alla saggia guida di mons. Giuseppe Marinoni, non lo abbandona, ma lo segue col consiglio e l’aiuto concreto quando è necessario per i rapporti con la Santa Sede e i vescovi lombardi. Ma soprattutto lascia ai giovani missionari l’esempio della sua santa vita e il modello del suo episcopato. La dott.sa Francesca Consolini, che ha composto la biografia documentata («Positio») per la causa di canonizzazione, testimonia (13):
«Da quanto ho studiato anche di altri personaggi e santi di quel tempo, Ramazzotti è uno dei più grandi vescovi italiani prima dell’unità d’Italia... Era un santo vescovo, vissuto in un tempo difficile per il Lombardo-Veneto... Un uomo molto intelligente ed equilibrato, amato e venerato dal suo popolo perché veniva incontro alle necessità più concrete della sua gente».
Nell’episcopato a Pavia e Venezia si distingue per un
infaticabile ardore apostolico ed un inesauribile spirito di carità: visita spesso ospedali e carceri, istituisce opere per la gioventù
abbandonata e per i poveri, scuole regolari e serali, ecc. Ramazzotti voleva un clero diocesano di spirito missionario: esorta i sacerdoti a vivere in piccole comunità e lui stesso ne prende alcuni con sé
in episcopio, che inviava come sostituti di sacerdoti ammalati o
per le missioni al popolo. Nella prima lettera al clero veneziano
lamenta che nelle zone più povere e abbandonate della diocesi (ad esempio l’Estuario di Venezia) ci sono pochi preti e chiede ai
suoi di offrirsi volontari per andarci a vivere: il prete, scrive,
dovrebbe pretendere di essere mandato in quelle situazioni di povertà,
non rifiutare di andarci! Aggiunge che i preti debbono essere come soldati di prima linea: dove nessuno vuole andare, voi dovete
essere quelli che chiedono di essere mandati. Questa lettera è un documento missionario di grande forza, valido anche oggi!
Metropolita della regione triveneta, Ramazzotti convoca diverse volte i vescovi e celebra il primo concilio provinciale del Triveneto, svoltosi nel seminario patriarcale di Venezia
nell’ottobre 1859. Per la prima volta da moltissimo tempo, nei soli tre anni e mezzo di permanenza a Venezia riesce a realizzare la visita
pastorale delle parrocchie del patriarcato. Ramazzotti ha mandato le prime suore italiane in missione: nel 1860 partono da Venezia,
per diretto suo interessamento, le canossiane per Hong Kong (14) e le suore di Maria Bambina per il Bengala indiano, in aiuto ai
missionari dell’Istituto da lui fondato.
Muore poverissimo (aveva venduto tutto per i poveri) a Crespano del Grappa il 24 settembre 1861, tre giorni prima di
ricevere la berretta cardinalizia da Pio IX. Quando viene a sapere, mesi prima, che il Papa vuol farlo cardinale, scrive al card.
Antonelli, segretario di stato: «Dica al Santo Padre che per piacere non mi faccia cardinale, il denaro mi serve per altro». Gli serviva
per i poveri. Un episodio della sua vita merita di essere ricordato
(15):
«Non è raro che ci sia tra il cassiere e un buon Vescovo controversia per le spese: perché il cassiere misura i bisogni altrui con la propria cassa, il Vescovo li misura col proprio cuore. Così succedeva anche a s. Carlo col suo cassiere. Il cassiere di mons. Ramazzotti, uomo d’altronde di specchiatissima probità, raccomandava spesso al vescovo di andare adagio con le spese. Mons. Ramazzotti leggeva un giorno un manoscritto di un Vescovo di Pavia, nel quale si parlava dei doveri dei Vescovi e, tra gli altri, inculcandosi quello della elemosina affermava che un buon Vescovo non deve conservare denari in cassa. Non appena ebbe letto questa sentenza, fu di subito al suo cassiere e ‘‘leggete, gli disse, leggete su questo libro, voi che mi raccomandate di andare adagio; guardate cosa dice un Vescovo riguardo alle elemosine che debbono fare i Vescovi’’».
Nel 1961, il vescovo di Pavia mons. Carlo Allorio, in un discorso commemorativo del suo predecessore tenuto in cattedrale, ha detto:
«Specialissima cura ebbe del seminario che era diventato quasi il centro del giansenismo lombardo. Mons. Ramazzotti vi riattivò la vita soprannaturale, rinnovò il corpo insegnante e si riservò personalmente l’ufficio di rettore, tanta era l’importanza che attribuiva all’educazione dei futuri sacerdoti. La sua linea direttiva riguardo all’ammissione agli ordini sacri è stata molto chiara a tutti coloro che l’hanno conosciuto: pochi ma buoni! Si preoccupava più della qualità che della quantità... L’opera episcopale di mons. Ramazzotti, sia a Pavia che a Venezia, fu veramente grande e sta a dimostrarlo questo semplice fatto che, nonostante la brevità della sua permanenza in ambedue le città, egli fondò tali e tante opere, ebbe un tal numero di felici iniziative, da stupire ancor oggi chi si accosta anche solo superficialmente al racconto della sua vita».
A Venezia, dopo la sua morte, il popolo subito lo acclama santo:
«Questa acclamazione a voce di popolo — ha scritto il suo successore card. Angelo Giuseppe Roncalli 16 — tocca il punto più luminoso di questa grande anima: e io debbo confessare che da quando in questi anni del mio umile ministero pastorale a Venezia, ricercando nel solco lavorato da lui e dai miei predecessori le tracce della sua attività personale, ho potuto renderla familiare al mio spirito, da allora anche in me si è fatta profonda e schietta la convinzione che davvero il titolo di Santo gli convenga e ... di Santo da altare... Volesse il cielo che uno studio più profondo delle virtù e dei meriti di mons. Ramazzotti, e la devozione accresciuta alla sua memoria, determinassero anche per lui le circostanze più propizie per l’introduzione (della causa di canonizzazione), per una glorificazione corrispondente al voto dei suoi contemporanei — vox populi, vox Dei — ed a quel riconoscimento delle sue virtù che in occasione della morte il santo Pontefice Pio IX volle solennemente esprimere con pubblico documento, che confermava l’imminente creazione del patriarca di Venezia a cardinale della Chiesa romana (Breve di Pio IX, 7 ottobre 1861)».
I vescovi lombardi e la missionarietà della Chiesa locale
L’atto di fondazione del «Seminario lombardo per le missioni estere» è firmato il 1o dicembre 1850 da tutti i vescovi lombardi, compreso mons. Ramazzotti vescovo di Pavia, riuniti a Milano in consiglio provinciale (quello di Bergamo, non presente alla riunione, lo firmò in seguito). In esso si legge che i vescovi,
«mossi da sincero desiderio di veder dilatato il Regno ss. di Gesù Cristo nelle regioni infedeli, hanno risolto di istituire, come di fatto istituiscono col presente atto, il detto Seminario delle estere missioni... Essi intendono di dare al detto Seminario tutto l’appoggio della loro autorità ed assicurano quelli ecclesiastici che si sentono chiamati ad entrarvi della loro benevolenza e protezione».
Queste idee, che sono alla base dell’atto di fondazione, le troviamo più ampiamente esposte nel primo testo dell’Istituto (17), alla cui stesura concorsero i primi missionari durante i mesi di agosto-settembre 1850 a Saronno: testo approvato dai vescovi lombardi nell’atto di fondazione del 1o dicembre 1850, in attesa del giudizio di Propaganda Fide (18). Mons. Marinoni, dopo l’approvazione dei vescovi, parte il 6 dicembre da Saronno e va a Roma, dove rimane fino al 30 gennaio 1851. Il 16 gennaio ottiene dal card. Fransoni, prefetto di Propaganda Fide, una lettera (19)
«con cui questi, indirizzandosi all’Arcivescovo Romilli, dopo aver accusato ricevuta della documentazione riguardante il Seminario missionario, l’informava del favore con cui il Santo Padre — cui aveva subito consegnato la lettera di Ramazzotti, informandolo di ogni cosa — aveva accolto la notizia di ‘‘essersi già dato principio ad una sì pia ed utile fondazione, che ardentemente bramava veder effettuata’’; perciò, per dare ‘‘un attestato del paterno Suo animo a favore del medesimo Seminario’’, accogliendo la proposta fattagli, ordinò subito di scrivere al Nunzio di Parigi perché ‘‘con la massima efficacia’’ si impegnasse ad ottenere dalla Pia Opera della Propagazione della Fede ‘‘almeno per qualche anno al nascente Seminario di Saronno un regolare copioso soccorso’’».
Il card. Carlo Maria Martini scrive (20) che
«è interessante il testo dell’atto di costituzione del Pime, firmato nel 1850 da tutti i Vescovi lombardi, dove si esprime la teologia della Chiesa locale e la sua missionarietà in termini che precorrono il Vaticano II».
Ecco alcuni passaggi dell’«Avvertenza preliminare sulla natura e l’ordinamento dell’Istituto» con cui inizia la «Proposta» (approvata e fatta propria dai vescovi lombardi nel documento del 1° dicembre 1850):
«L’Arcivescovo di Milano e i Vescovi comprovinciali, non
trattenuti dal timore di perdere qualche soggetto ai bisogni della Diocesi; considerando il compenso che devono attendere le loro Chiese dal Signore;
considerando che gli splendidi esempi di distaccamento e di
sacrificio sono atti più che altro a svegliare la fede e possono rendere fruttuoso alla diocesi non meno il missionario, il quale parte
per un altro emisfero, che il sacerdote rimasto ad operare fra i suoi;
che, anzi spingendo in alcuni individui la vocazione
ecclesiastica al suo pieno sviluppo, viensi a suscitarla e meglio maturarla in
altri;
ma più che tutto considerando che è interesse di ogni Chiesa
particolare la dilatazione della Chiesa universale, e che ciascuna delle diocesi è in qualche modo tenuta a fornire per questo intento il
suo contingente di milizia apostolica, pensarono di dover favorire e
tener cura delle vocazioni al ministero delle estere missioni con non
minor zelo di quello che usino per la buona educazione del clero
destinato alla diocesi.
Interprete di questo pio pensiero dei Vescovi ed esecutrice di esso, in nome loro e per conto loro, dovrebbe essere la casa
iniziata in Saronno per le missioni; aspira cioè a costituirsi in un
piccolo Seminario provinciale per le missioni straniere».
Il testo prosegue tirando le conseguenze di questa «missionarietà della Chiesa particolare» (o «locale»): i vescovi lombardi affermano infatti che il loro seminario missionario si dice «provinciale» perché vuol raccogliere le vocazioni missionarie di sacerdoti e chierici delle diocesi lombarde. Ma esprimono
«il voto che anche altrove, e massime dove abbonda il clero,
aprano i Vescovi ai loro giovani ecclesiastici con favore questa
carriera, e convenendo nel medesimo intento nobilissimo le intere provincie
ecclesiastiche, formino di siffatti Istituti provinciali, per la prova,
l’educazione, l’assistenza degli aspiranti alle missioni straniere...»
«In questo modo — continuano i Vescovi lombardi — ciascuna Diocesi avrebbe un espediente regolare ed opportuno a pagare il
proprio tributo per l’ampliazione della Chiesa universale, e il supremo
di lei capo troverebbe in questa attiva cooperazione dei Vescovi alla
propagazione del Vangelo un aiuto in più, oltre a quello delle corporazioni
religiose, e questo aiuto gli verrebbe da quelli che sono con lui e sotto
di lui per divina istituzione più direttamente incaricati di continuare
l’opera affidata agli Apostoli, di istruire nella fede e convertire le
nazioni. Di più queste spedizioni diocesane e provinciali stabilirebbero un
vincolo fra le Chiese native dei missionari e quelle che il loro zelo benedetto
da Dio verrebbe a formare nelle popolazioni convertite, e dovrebbe
risultarne un impegno delle nostre Diocesi e provincie a proteggere gli
interessi di quelle Chiese, le quali si raccomanderebbero a noi coi dolci
titoli di una quasi parentela spirituale» (21).
I Vescovi poi avanzano la «proposta» di «stabilire fisso e
immutabile questo principio, che è la conseguenza e il riassunto delle cose accennate: che cioè, sotto gli auspici e per mano dei Vescovi,
anzi per commissione loro e loro autorità, intende l’Istituto offrire
umilmente (se Dio lo farà crescere e prosperare) i suoi servigi al Sommo Pontefice e alla sacra congregazione di Propaganda Fide. Su
questo principio è basato l’ordinamento interno ed esterno
dell’Istituto che viene qui appresso ad esporsi».
Un testo del genere, a parte la lingua che ne rivela la data,
farebbe onore a qualsiasi conferenza episcopale del nostro tempo, dopo il
Concilio Vaticano II: eppure l’hanno adottato i vescovi lombardi, prima del
Vaticano I. Questa formula profetica di invio in missione di sacerdoti diocesani
viene presto dimenticata, disattesa dai vescovi stessi che l’hanno firmata e dai
loro successori e infine abolita dal Codice di diritto canonico (1917): è poi
ripresa da Pio XII con la «Fidei donum» (1957).
Nel consiglio provinciale dei vescovi lombardi (Milano, 1° dicembre 1850), in
cui è approvato e firmato l’atto di fondazione del Seminario lombardo per le
missioni estere, i vescovi approvano «per acclamazione» la proposta di mons.
Giovanni Corti di Mantova, milanese e amicissimo dei missionari:
«Gli anni spesi dai missionari nel servizio delle missioni, quando essi ritornino per giusta causa, e con l’assenso dei loro superiori, siano contati come anni di ministero spesi nella diocesi, talché il vescovo possa provvederli di qualche posto».
Un ultimo testo importante per capire lo spirito da cui è nato il «Seminario lombardo per le missioni estere» è la lettera che mons. Giuseppe Marinoni manda ai vescovi lombardi il 26 novembre 1850 (in forma di «Supplica», per chiedere l’approvazione formale del Seminario), per la loro conferenza episcopale lombarda (27 novembre - 1o dicembre 1850). In questa Supplica si legge fra l’altro (22):
«I nostri alunni supplicano caldamente Vostra Ecc.za (l’arcivescovo di
Milano, n.d.r.) e i Vescovi con lei riuniti a conservare sempre verso questo
Collegio da essi creato quella paterna benevolenza e quell’amorosa sollecitudine
di cui gli hanno già dato sì belle prove, ed a considerare gli alunni in esso
raccolti o da qui spediti in lontane regioni come loro sudditi devoti ed
ossequiosissimi figli. Nell’obbedire agli impulsi della divina vocazione i
missionari non intendono separarsi se non materialmente dai loro venerabili
Pastori, né interrompere giammai quella dolce corrispondenza di affetto e di
spirituale parentela, che nella sacra Ordinazione hanno con essi contratta.
Come essi non entrano in questa Casa se non col consenso scritto dei loro
Vescovi, come non partono in nome proprio né di proprio talento, ma dopo aver
maturate le prove dell’ispirazione divina in un Seminario, sotto una regola e
con consiglio di Direttori dal loro Ordinario approvati; così confidano che non
verranno mai meno per essi la premura e l’amore dei loro Pastori, dei quali si
riguardano sempre come inviati, riportandone in pegno all’atto di loro partenza
la Pastorale Benedizione».
Seminario missionario nato per fondare la Chiesa locale
Padre Tragella scrive (23):
«Se il 31 luglio fu il giorno natalizio del Seminario delle missioni estere, il 1° dicembre fu il giorno del battesimo solenne per mano dei Vescovi di tutta una provincia ecclesiastica. Si tratta di un avvenimento unico, fino allora, nel suo genere: unico come seminario di missioni, unico come provinciale... I Vescovi riconoscevano i loro sacerdoti missionari come diocesani, ritenendoli incardinati, e ciò non tanto per motivazioni più o meno giuridiche, quanto per un motivo sentimentale, che fa loro grandissimo onore. Essi stimavano così altamente l’apostolato tra gli infedeli, che si reputavano onoratissimi che dei loro sacerdoti vi prendessero parte; e volendo mostrare la loro ammirazione e il loro compiacimento si offrivano a considerarli sempre come loro diocesani e a calcolare gli anni passati in missione — qualora giusti motivi li avessero obbligati al ritorno — come anni passati al servizio della Diocesi stessa. Cosa certamente magnifica!».
Un altro storico del Pime, p. Costanzo Donegana, scrive (24):
«Volendo tradurre in termini attuali queste idee, si potrebbe dire che esse evidenziano una realtà di Chiesa, nella quale la missione era concepita e vissuta in forma di comunione. Lo testimoniano fra l’altro le lettere che i primi missionari partiti inviavano — oltre che ai loro parenti — all’Arcivescovo di Milano e agli altri Vescovi, ai sacerdoti e agli amici... in modo da coinvolgere il maggior numero possibile di persone, con l’evidente convinzione che la missione interessava tutti i cristiani. Non erano certamente quelli tempi in cui fosse sviluppata una teologia del laicato e della sua corresponsabilità nella Chiesa: tuttavia qualche germe qui lo si vede affiorare. L’espressione più esplicita la si trova nel ‘‘Saluto ai concittadini’’ che il beato Mazzucconi scrisse a nome dei compagni in occasione della loro partenza per l’Oceania (marzo 1852): ‘‘E se un giorno quei popoli nuovi, dopo aver ascoltato le parole del Signore (...) ci verranno intorno e ci domanderanno di quelli che abbiamo abbandonati per essi, noi parleremo di voi, noi racconteremo l’amore e l’interesse col quale ci inviaste in mezzo a loro, le preghiere e i voti coi quali ci accompagnaste nel nostro viaggio’’ (25). È chiara in queste parole la convinzione che i missionari sono mandati dalla Chiesa nel suo assieme, compresi i laici».
Il valore profetico del documento che è all’origine del Seminario lombardo per le missioni estere risulta anche da un altro fatto: 130 anni dopo, la S. Sede pubblica la «Postquam apostoli» (1980) che sembra parafrasare le espressioni usate dalla «Proposta» del 1850 (26). Questa ad esempio:
«La Chiesa particolare non può chiudersi in se stessa, ma, come parte viva della Chiesa universale, deve aprirsi alle necessità delle altre Chiese. Pertanto la sua partecipazione alla missione evangelizzatrice universale non è lasciata al suo arbitrio, anche se generoso, ma deve considerarsi come una fondamentale legge di vita. Diminuirebbe infatti il suo slancio vitale se essa, concentrandosi unicamente sui suoi problemi, si chiudesse alle necessità delle altre Chiese. Riprende invece nuovo vigore tutte le volte che si allargano i suoi orizzonti verso gli altri» (n. 14).
Tornando alla fondazione del Seminario lombardo per le missioni estere, la doppia dipendenza dell’Istituto dai vescovi lombardi e da Propaganda Fide è così delineata nell’atto costituzionale (27):
«1) L’Istituto dipende in primo luogo, e di sua natura dev’essere interamente
ed assolutamente subordinato al Sommo Pontefice ed alla Sacra Congregazione di
Propaganda; di là ha ricevuto e riceverà le facoltà opportune, di là aspetta
l’ultima e definitiva sanzione di un regolamento, di là la designazione di una
missione particolare e la patente per ciascuno dei missionari.
2) Queste relazioni col Sommo Pontefice e con la Sacra Congregazione la nostra
Casa delle Missioni le manterrà, come finora ha fatto, per mezzo
dell’Arcivescovo di Milano e dei suoi suffraganei da lui rappresentati.
3) Nessun soggetto sarà ammesso nella Casa delle Missioni estere, il quale non
presenti documento scritto dell’assenso del proprio vescovo e non abbia
riportata la sua benedizione.
4) Il superiore di questo seminario, scelto ordinariamente tra i missionari già
provati nell’esercizio delle funzioni apostoliche, sarà pure nominato
dall’Arcivescovo di Milano di concerto con i Vescovi della provincia.
5) L’Arcivescovo e i Vescovi comprovinciali saranno accuratamente informati con
un rapporto che si presenterà loro ogni anno dell’andamento della casa, degli
studi e in genere di tutto ciò che si riferisce al successo delle missioni.
6) L’Arcivescovo e i Vescovi, avendo per la casa quell’affezione che hanno per i
loro seminari diocesani, si spera che si degneranno di onorare questo Seminario
provinciale di qualche loro visita, per vedere sul posto lo stato delle cose e
il loro progresso».
La dipendenza totale dal Papa e da Propaganda (sull’esempio delle missioni
estere di Parigi) aveva un grande significato per le missioni del tempo.
L’attività missionaria era svolta da ordini e congregazioni religiose, che anche
nelle missioni portavano il carisma del fondatore, formavano sacerdoti e
tenevano parrocchie e opere per la propria famiglia religiosa: la Chiesa locale
aveva difficoltà a nascere.
Nel secolo XVII, la nascente congregazione di Propaganda Fide (fondata da
Gregorio XV nel 1622) non aveva forze missionarie proprie e totalmente
disponibili alla volontà della S. Sede, ma doveva dipendere da ordini e
congregazioni, in parte anche compromessi con le potenze coloniali del tempo,
Spagna e Portogallo. Ecco perché poco dopo (28) nasce a Parigi l’istituto delle
missioni estere con tre caratteristiche ben precise: totale dipendenza dal Papa
e da Propaganda Fide, fondazione della Chiesa locale nelle missioni, invio in
missione di sacerdoti diocesani senza voti religiosi. Sono le stesse
caratteristiche ereditate dal Pime di Milano e poi da una ventina di istituti
nati nel nostro secolo (29).
In attesa di partire per l’Oceania (1850-1852)
Prima di partire per l’Oceania, i giovani aspiranti alle missioni trascorrono
assieme un anno e mezzo di formazione (agosto 1850 - marzo 1852), sotto la
direzione di mons. Giuseppe Marinoni: prima nella casa del Fondatore a Saronno e
dal 1°giugno 1851 nel piccolo santuario di san
Calocero a Milano (30).
Mons. Marinoni dà ai primi missionari una formazione severa e orientata ad una
scelta radicale per Dio, in un ambiente familiare e di condivisione delle
responsabilità. Si incomincia con la discussione e la stesura dell’orario
giornaliero che comprendeva, oltre alle pratiche di pietà abituali per i
sacerdoti (s. messa, rosario, visita al ss. sacramento, preghiere del mattino,
di mezzogiorno e sera, recita del s. uffizio), due meditazioni al giorno: un’ora
al mattino e mezz’ora la sera. E poi, studio delle scienze sacre, dopo cena la
discussione di un «caso di morale» (una volta la settimana), lo studio
dell’inglese e del francese, l’assistenza e l’istruzione catechistica dei
ragazzi dell’oratorio e dell’orfanotrofio annessi alla casa del Fondatore;
infine, il ministero sacerdotale nella chiesa di s. Francesco (e più tardi di s.
Calocero).
Il suono della campana era alle 4,30 in estate, alle 5 in autunno e primavera,
alle 5,30 in inverno. Alle nove di sera, dopo le preghiere e l’esame di
coscienza, ci si chiudeva in stanza. Questo tirocinio di
preghiera-studio-lavoro-vita comunitaria era svolto in un ambiente di povertà
che allenava ai ben più pesanti sacrifici della vita missionaria, come vedremo.
Il Seminario lombardo per le missioni estere nasce da una radice evangelica
autentica. I primi erano dei santi, a partire da Ramazzotti e Marinoni. Bisogna
leggere gli appunti e le osservazioni che i giovani missionari fanno nei mesi in
cui preparano la «Proposta» da presentare ai vescovi lombardi (agosto-ottobre
1850), per capire come la loro passione missionaria veniva non dal senso di
avventura o di evasione, ma da un profondo e appassionato amore a Gesù Cristo, a
cui consacravano con entusiasmo le loro giovani vite.
Fra gli aspiranti missionari e il direttore si stabilisce una «vita di
famiglia», che consisteva non solo nel vivere sotto lo stesso tetto, nel dire le
preghiere e nel prendere assieme i pasti, ma nel «mettere tutto in comune»:
studio, discussioni, progetti di vita, affetti, amicizia. Lo spirito era quello
di una «famiglia»: quando c’era un problema o una difficoltà, si pregava, si
discuteva e si decideva in comune. Nei casi più importanti tutti dovevano
esprimere il loro parere per iscritto.
C’era il senso vivo di appartenere ad una comunità di missionari: quei primi
alunni andavano in missione come comunità, come Istituto, non come singoli
missionari e tutto dipendeva dalla comunità, dai superiori. In una lettera ad un
amico sacerdote, Giovanni Mazzucconi, dopo aver parlato della vita di comunità
(«si prega, si studia, si ride»), scrive:
«La grazia che Dio ci fece radunandoci assieme tanti d’un sol pensiero e con un solo desiderio, è una grazia grande che impone un dovere di gratitudine e di corrispondenza».
Questa vita comunitaria, con l’abitudine di mettere tutto in comune,
continuerà nelle isole dell’Oceania e farà evitare lo scoraggiamento
nell’ambiente difficilissimo che quei missionari dovranno affrontare.
In quei mesi di attesa prima della partenza, gli alunni lavorano, dopo la bozza
già preparata da mons. Ramazzotti, alla stesura del primo testo base del giovane
Istituto, in collaborazione con mons. Giuseppe Marinoni, p. Angelo Taglioretti e
p. Taddeo Supriès. Così nasce la «Proposta di alcune massime e norme per
l’Istituto delle missioni estere» che i vescovi di Lombardia approvano come
progetto provvisorio di norme nel documento di erezione (1°dicembre
1850) e Propaganda approva nella stessa forma il 16 gennaio 1851.
Il secondo problema di cui discutono è la scelta della missione, ma di questo si
dirà al capitolo II. Il tema però è strettamente collegato con la fondazione
dell’Istituto, perché proprio nel travaglio per la scelta collegiale della prima
missione risaltano le caratteristiche del Seminario lombardo per le missioni
estere, com’era inteso all’inizio dal Fondatore e dai suoi primi alunni:
1) i missionari volevano avere una loro missione propria per rimanere uniti;
2) volevano andare «fra le popolazioni più derelitte e più barbare»;
3) ci andavano per fondare la Chiesa e non l’Istituto;
4) dimostrano obbedienza totale e cordiale al Papa, anche quando sembra
orientarli ad un altro compito nella Chiesa, diverso da quello scelto fin
dall’inizio, cioè la missione fra i non cristiani; oppure disperderli (come farà
dal 1854 in avanti) in tante missioni a servizio di ordinari non propri;
5) infine, i primi missionari realizzano in Oceania una vita comunitaria
esemplare: non vanno a fare ciascuno una propria missione, ma affermano con la
loro vita che la missione affidata dalla Santa Sede è responsabilità del
Seminario missionario a cui appartengono.
NOTE
[1] La congregazione di Propaganda Fide fu
fondata da Gregorio XV nel 1622 per dirigere le missioni cattoliche fra i non
cristiani. Oggi si chiama «Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli».
[2]
GIACOMO MARTINA, «Una Chiesa più pura e più giovane», nel volume «Storia della
Chiesa», Centro «Ut unum sint»,Roma 1980, pagg. 417segg.
[3] Si veda: «Piemonte missionario», fascicolo redatto da Silvio Beltrami ed edito a cura degli uffici missionari diocesani del Piemonte,
Torino 1959.
[4] Nel 1646 a Napoli don Sansone Carnevale fondò la
«Congregazione delle apostoliche missioni» per le missioni agli infedeli: venivano
accettati sacerdoti diocesani e studenti di teologia e filosofia. Una decina di
missionari vennero offerti a Propaganda Fide, ma la terribile peste del 1656, che fece
250.000 vittime a Napoli, colpì anche il fondatore e alcuni missionari che si
preparavano alla partenza. In seguito la congregazione si orientò alle «missioni al
popolo», anche se continuò a mandare alcuni missionari all’estero. Vedi:
FERDINANDO GERMANI, «Un primato missionario del clero secolare napoletano», «Venga il
Tuo Regno», novembre 1961.
[5] GIOVANNI BATTISTA TRAGELLA, «Le Missioni Estere di Milano nel
quadro degli avvenimenti contemporanei», vol. I (1850-1861), Milano
1950, pag. 26.
[6] Nel 1870 l’Italia aveva circa 25 milioni di abitanti e 100.000
sacerdoti!
[7] CARLO SUIGO, «Pio IX e la fondazione del primo Istituto
missionario italiano», Pime, Roma 1976 (estratto da vari fascicoli del 1975 e 1976
della rivista «Pio IX»), pagg. 148 (pagg. 47-51).
[8] Prima e dopo la fondazione del Seminario missionario da parte
di Ramazzotti, Supriès è suo ascoltato consigliere.
[9] G.B. TRAGELLA, op. cit., vol. I, pag. 20.
[10] Angelo Taglioretti era nato a Milano nel 1811, sacerdote nel
1834 e poi oblato di Rho, predicatore efficace, direttore di coscienze e
personalità di primo piano nella diocesi ambrosiana. Era amicissimo di Ramazzotti e
suo principale consigliere: fu Taglioretti a consigliare Ramazzotti a chiedere
al card. Tosti Marinoni e poi a convincere questo ad accettare la proposta. Si dedicò
con passione alla fondazione del Seminario missionario e continuò ad aiutare
il primo direttore mons. Giuseppe Marinoni. Morì nel 1899. Mons. Giacomo Scurati,
primo storico dell’Istituto ambrosiano, definisce Taglioretti «coistitutore
del Seminario per le missioni estere» («Memorie dell’Istituto», manoscritto,
pag. 455); secondo p. Tragella ha avuto «una parte di primissimo piano nella
fondazione e direzione dell’Istituto delle missioni estere, che senza di lui non
sarebbe concepibile» («Le Missioni Estere di Milano», Vol. I, Pime, Milano 1950, pag. 24).
[11] Per i cenni biografici di Marinoni vedi il capitolo III (nota
1).
[12] Si veda la «Positio» per la sua causa di canonizzazione
scritta da FRANCESCA CONSOLINI, Roma 1999, pagg. 610. Inoltre: PIETRO CAGLIAROLI, «Mons.
Angelo Ramazzotti», Rovigo 1862, pagg. 334; ALFONSO BASSAN, «Da
avvocato a patriarca, Cenni biografici di mons. Angelo Ramazzotti», Pime, Milano 1961,
pagg. 208; ALBERTO MORELLI, «La spiritualità missionaria del Patriarca
Ramazzotti, fondatore del Pime», Pime, Milano 1961, pagg. 40; «Numero speciale per il
centenario di mons. Angelo Ramazzotti», «Le Missioni Cattoliche», dicembre
1961, pagg. 361-436. È in preparazione una nuova biografia ad opera di
Angelo Montonati.
[13] FRANCESCA CONSOLINI, «Mons. Angelo Ramazzotti, Fondatore del
Pime», «Il Vincolo», aprile 1997, pagg. 39-48.
[14] Per diretto interessamento di Ramazzotti vennero modificate
le regole delle canossiane, per aprirle alle missioni, e aperto un
noviziato missionario a Pavia.
[15] PIETRO CAGLIAROLI, op. cit., pag. 104.
[16] «Mons. Angelo Ramazzotti Fondatore del Pime, nel ricordo del
cardinale Angelo Giuseppe Roncalli», Pime, Milano 1960, pagg. 36 (citaz. a
pag. 21). Il 3 marzo 1958 il card. Roncalli patriarca di Venezia, porta la
salma di mons. Ramazzotti a Milano, dove viene tumulata nella chiesa di s. Francesco
Saverio in via Monterosa.
[17] «Proposta di alcune massime e norme per l’Istituto delle
Missioni Estere», Milano, settembre 1851. Questo documento era stato presentato ai
vescovi lombardi nell’ottobre 1850 come «Proposta» (lettera di Marinoni
all’arcivescovo di Milano del 4 ottobre), da essi approvato con alcune piccole
modifiche il 1° dicembre 1850 e stampato nel settembre 1851.
[18] Nel documento firmato dai vescovi il 1° dicembre 1850 si
legge che, nella «Pia Casa» (di Saronno) «si osserverà quel progetto di regole
che già ora è in corso e che è stato assentito dall’Autorità civile e da noi pure
temporaneamente approvato, finché emani sul medesimo il giudizio della S.
Congregazione di Propaganda».
[19] G.B. TRAGELLA, op. cit., vol. I, pag. 70.
[20] Nella prefazione al volume di PIERO GHEDDO: «Mazzucconi di Woodlark»,
Emi, Bologna 1984, pagg. 277.
[21] Partendo dal centenario della «Proposta», nel 1951 p. Paolo
Manna pubblica «Le nostre Chiese e la propagazione del Vangelo» (la seconda
ediz. più ampia nel 1952): riprende l’idea centrale della «Proposta», che ogni
diocesi e ogni provincia ecclesiastica abbia il suo «seminario missionario di
clero diocesano». Questo testo di p. Manna è all’origine della «Fidei donum» di
Pio XII (1957) e della «Postquam Apostoli» (congregazione per il clero, 1980).
[22] AME, vol. III, pagg. 167-169.
[23] G.B. TRAGELLA, op. cit., vol. I, pagg. 67-68.
[24] COSTANZO DONEGANA, «Una nuova concezione della missione: il Pime», «Humanitas»,
Brescia 1984, n. 2, pagg 282-291. GIANNI COLZANI, «La nascita del Pime e la
Chiesa italiana: un fatto, un auspicio», «Mondo e Missione», gennaio 1984, pagg.
27-30.
[25] «Scritti del servo di Dio p. Giovanni Mazzucconi», a cura di Carlo
Suigo, Milano, Pime 1965, pag. 191.
[26] La «Postquam apostoli» è un documento della congregazione per il
clero (25 marzo1980) dal titolo significativo: «Norme direttive per la
collaborazione delle Chiese particolari fra di loro e specialmente per una
migliore distribuzione del clero nel mondo». Si veda l’ampio commento di
COSTANZO DONEGANA, «Comunione e missionarietà delle Chiese», «Mondo e Missione»
1982, pagg. 389-415.
[27] «Proposta e alcune massime di norme per l’Istituto delle missioni
estere», ristampa del settembre 1961 (Roma, direzione generale del Pime) del
testo stampato a Milano nel settembre 1851, citaz. alle pagg. 19-20.
[28] Le «Missions Etrangères» di Parigi nascono nel 1659 su iniziativa
dei vescovi francesi per l’invio di clero diocesano in missione, in totale
dipendenza da Propaganda Fide, con lo scopo di fondare Chiese locali.
[29] Gli «Istituti esclusivamente missionari senza voti» (cioè non
religiosi, definiti «Società di vita apostolica» dal nuovo Codice di diritto
canonico del 1983), di diritto pontificio dipendenti da Propaganda Fide sono 15:
dopo gli istituti di Parigi e di Milano, vengono la Società per le Missioni
Africane (SMA, Lione 1856), i missionari di Mill Hill (Inghilterra 1866), i
Padri Bianchi (Algeri 1868), l’istituto di Burgos (Spagna 1899), di Maryknoll
(USA 1911), di San Colombano (Irlanda 1917), di Scarboro (Canada 1918), di
Quebec (Canada 1921), di Bethlehem (Svizzera 1921), di Yarumal (Colombia 1927),
di Saint Patrick (Irlanda 1930), di Cucujàes (Portogallo 1930), di Guadalupe
(Messico 1939).
Nel dopo-Concilio sono nati altri istituti missionari di clero secolare, ancora
di diritto diocesano: in Brasile, India (due), Vietnam del Sud, Corea del Sud,
Thailandia, Filippine, Argentina.
[30] Il 26 aprile 1851 l’arcivescovo Romilli aveva staccato il santuario
di san Calocero dalla parrocchia della Basilica di Sant’Ambrogio per affidarlo
ai missionari. Il santuario venne distrutto dalle bombe nell’ultima guerra
mondiale: rimane ancora la via San Calocero. Lunghe e laboriose le trattative di
Marinoni per ottenere il santuario di s. Calocero, per le difficoltà che
opponeva la fabbriceria di s. Ambrogio e i sospetti degli austriaci (si veda la
documentazione in «Inizi del Seminario lombardo per le missioni estere,
Documenti d’archivio, voll. I e II», Ufficio storico del Pime, Roma 1995). La
casa di Saronno venne abbandonata solo il 20 marzo 1856 e la sede di Milano
ottenuta gradualmente: prima la chiesa di s. Calocero il 1°giugno 1851; poi,
dopo lunghe trattative, la casa e l’orto; infine, dopo l’acquisto di un altro
orto e la costruzione del nuovo fabbricato per il seminario, terminata nel 1856,
la proprietà definitiva e l’abbandono di Saronno.