PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

X - «Passare il Gange» in Bengala (Bangladesh)

Sei missionari di san Calocero ad Agra (1856-1859)
I tre distretti missionari all'inizio degli anni sessanta
«I missionari (di Milano) sono i migliori del nord India»
Le novità del periodo di Limana (1864-1867)
La prefettura apostolica del Bengala centrale (1870)
Padre Broy in Assam e la .casa di Sonada
Suor Nazzarena: un esempio di suora dedicata e coraggiosa
Francesco Pozzi vescovo della diocesi di Krishnagar (1886)
Difficoltà e ostacoli nei primi 50 anni in Bengala (1855-1905)
Giuseppe Macchi: la testimonianza della carità (1868-1947)
L'inizio della letteratura cattolica in bengalese
Santino Taveggia: fra i santal,oltre il Gange (1906)
La missione fra i santal fruttuosa fin dall'inizio
Ferdinando Sozzi: «Non eravamo eroi ma ci mancava poco»
Dinajpur diventa diocesi (1927), Krishnagar ai salesiani
Dhanjuri: lebbrosario; Jalpaiguri: missione fra gli oraon
Il piccolo «boom» di conversioni fra i santal (1932-1940)
Durante la guerra in campo di concentramento (1940-1944)
Formazione religiosa e umana dei tribali (1948-1960)
Nata e morta la prefettura apostolica di Malda (1952-1962)
Il cammino della diocesi di Jalpaiguri (1952-1996)
La «Novara Technical School» di Suihari (1963)
Padre Nebuloni costruisce il seminario diocesano (1962-1963)
Guerra civile in Pakistan e nascita del Bangladesh (1971)
Mariampur: come funziona l'impegno sociale della Chiesa
Luigi Pinos: la missione tra i «khotryo» indù
«Vie nuove» per annunciare Cristo in Bangladesh
Carlo Buzzi e altri: missione fuori dalle strutture
Padre Enzo Corba: prete contadino
Com'è nata la Chiesa a Rajshahi (diocesi dal 1990)
Due missionari medici in Bangladesh
Una casa di preghiera fra i musulmani a Bogra

X

«PASSARE IL GANGE» IN BENGALA (BANGLADESH)

Nelle relazioni della «Compagnia delle Indie» al governo di sua maestà britannica, il Bengala era definito «la tomba dell’uomo bianco»: clima caldo umido, pianura densamente abitata, attraversata da fiumi maestosi, con periodiche carestie, pestilenze, cicloni, terremoti e inondazioni. Una definizione non invitante nemmeno per i missionari.
Il vicariato apostolico del Bengala era esteso da Calcutta alla Birmania e al Tibet. Eretto nel 1834 (prima l’India dipendeva dal patriarcato di Goa), viene diviso nel 1850 in Bengala occidentale (Calcutta) e Bengala orientale (Chittagong), ancor troppo vasti. Propaganda Fide vuol costituire il vicariato apostolico del Bengala centrale e lo offre inutilmente a tre congregazioni già impegnate in India (missioni estere di Parigi, salesiani di Annecy, carmelitani scalzi).
Dopo il fallimento della missione in Oceania, il Seminario lombardo dice di sì a Propaganda. I primi tre padri destinati al Bengala, Albino Parietti, Luigi Limana e Antonio Marietti, col «catechista» Giovanni Sesana, sbarcano a Calcutta all’inizio di giugno 1855 e il 17 giugno arrivano a Berhampur, dove li manda il vicario apostolico della capitale bengalese dal quale dipendono. Cominciano una vita da monaci: studio e preghiera, preghiera e studio, imparano l’hindi e il bengalese, oltre a perfezionare l’inglese che conoscevano solo dai libri.
Vivono in una povertà estrema. Appena riescono a farsi capire, i tre sacerdoti si stabiliscono in tre località diverse. Il superiore Parietti a Berhampur, Limana a Krishnagar (con fratel Sesana) e Marietti a Jessore. I protestanti erano arrivati decenni prima di loro e in tutte e tre le missioni debbono subire angherie, calunnie, tentativi di cacciarli.
A Krishnagar p. Limana ospita alcuni ragazzi che fratel Sesana segue nella scuola e nella vita quotidiana (nel settembre 1857 ne battezza 15). Poi apre la scuola femminile diurna con dieci ragazze assistite da donne bengalesi. A Jessore p. Marietti, quando si reca da Limana o da Parietti deve abbandonare i suoi ragazzi all’assistenza di locali. Una volta, tornando a casa dopo due giorni di assenza, non ne trova più nessuno: i protestanti avevano pagato i genitori perché li riportassero a casa. Nell’aprile 1557 Parietti scrive a Marinoni che i missionari non erano minacciati da pericoli mortali, ma avevano un immenso dolore morale per l’aridità del campo loro affidato: solo si poteva sperare qualcosa nel lontano avvenire. Ci vogliono «missionari pronti ai lavori forzati e contenti della minima messe».

Sei missionari di san Calocero ad Agra (1856-1859)

Nella primavera 1857 scoppia la «rivolta dei sepoys», i soldati indigeni dell’esercito coloniale, con battaglie e massacri di europei: è stata l’unica vera minaccia alla dominazione inglese del continente indiano, che fa passare l’Inghilterra dalla politica commerciale a quella coloniale, con l’abolizione della «Compagnia delle Indie» (1858) e l’incoronazione della regina Vittoria imperatrice delle Indie (1876). La rivolta scoppia a Meerut nel maggio 1857, ma si diffonde subito in tutto il nord India. A quel tempo l’esercito anglo-indiano era formato da 280.000 uomini, di cui solo 6.000 ufficiali e 38.000 fra sottufficiali e soldati erano inglesi: il resto indigeni, aperti agli influssi anti-occidentali del loro ambiente. L’origine della ribellione va ricercata nei molti motivi di malcontento dei militari indiani, anche per cause sociali e religiose (1).
La rivolta è domata in un anno di vera guerra, combattuta con grande spargimento di sangue dalle due parti, grazie all’uso di truppe irregolari armate dagli inglesi (nepalesi, musulmani del nord-ovest). L’ultimo gran Moghul, Bahadur Shah II, che era stato assunto dai militari ribelli come loro bandiera, viene esiliato a Pegu in Birmania.
Nel Bengala i civili inglesi fuggono. I missionari restano, affermando di essere «protetti dalla sola Divina Provvidenza», come scrive Parietti, il quale però diverse notti fugge in foresta col SS. Sacramento, per timore di assalti notturni. Non hanno invece nessun fastidio da parte dei ribelli.
Diversa la situazione dei missionari ad Agra (nella valle del Gange a poca distanza da Delhi). L’impegno di Agra, ancora proposto da Propaganda, non era voluto dai giovani a san Calocero perché non era «missione propria» (2). Marinoni l’aveva preso in obbedienza a Propaganda Fide. Quattro padri e due «catechisti» (fratelli) giungono ad Agra il 19 novembre 1856, con un lungo viaggio di due mesi da Bombay, pieno di peripezie. Il cappuccino mons. Persico li accoglie calorosamente e li mette ad insegnare in scuole e collegi per i figli degli europei e degli eurasiani. Ma quasi subito scoppia la rivolta dei «sepoys» e i missionari si chiudono nel forte con i civili inglesi e i pochi cristiani indigeni. I ribelli devastano la città, ma non riescono a conquistare il forte, bella e solida costruzione degli imperatori Moghul. Mentre sono nel forte, il 26 luglio 1857 muore di colera il «catechista» (fratello) Giuseppe Beltrami che dirigeva un collegio (3); il 3 ottobre lo segue il p. Cesare Cattaneo: il primo aveva 34 anni, il secondo 35.
Al termine della guerra, con l’aumento delle truppe inglesi che richiedono assistenza religiosa, mons. Persico manda i missionari di Milano come cappellani militari e insegnanti in punti estremi della sua vastissima diocesi: p. Angelo Curti a Delhi ed a Lucknow, p. Luigi Brioschi a Dookshay quasi alle falde dell’Himalaya, p. Luigi De Conti a Cawnpore; il «catechista» Paolo Mauri rimane ad Agra col prefetto apostolico, anche se il «collegio» passa sotto la direzione di sacerdoti irlandesi.
Vista la difficile situazione dei missionari in Bengala, che chiedevano altro personale, e la dispersione di quelli di Agra (mons. Persico li spostava e li usava per compiti non concordati senza consultare Milano), Marinoni decide di unire i due gruppi in Bengala. La cosa presenta qualche difficoltà (Persico protesta con Propaganda Fide), ma nel settembre 1859 i padri Brioschi e De Conti col fratello Mauri vanno in Bengala. Curti invece rimane ad Agra come cappellano dei militari ed esce dall’Istituto.
Un fatto che rivela due diverse concezioni di apostolato nell’India di quel tempo: i missionari lombardi pensavano di essere inviati per «convertire i pagani»; mons. Persico (come il vicario apostolico di Calcutta), erano soprattutto impegnati nell’assistenza religiosa ai molti militari cattolici, ai funzionari civili della colonia e alle loro famiglie (irlandesi, inglesi, indiani del Kerala e tamil): i pochi sacerdoti presenti su vaste distanze, bastavano appena per questo compito!

I tre distretti missionari all’inizio degli anni sessanta

Dopo la rivolta dei «sepoys» torna la calma in Bengala e la missione può svilupparsi nei tre distretti iniziali:
1) Berhampur (200 km. a nord di Calcutta), città militare con un forte contingente inglese, impegna molto il p. Albino Parietti come cappellano militare, anche se avrebbe preferito lavorare fra i non cristiani. Benvoluto dalle autorità, Parietti ha la casa gratis e il suo stipendio è utile alle altre due missioni. Costruisce un orfanotrofio e una scuola che affida a fratel Paolo Mauri. Muore il 30 novembre 1864 (4).
2) A Krishnagar (100 km. a nord di Calcutta, a metà strada per Berhampur), il p. Limana, con p. De Conti e fratel Sesana, proietta la missione verso i non cristiani: gli alunni e le alunne delle due scuole-orfanotrofio ricevono una formazione cristiana, alcuni si fanno battezzare e formano famiglie cristiane; inoltre, altri cattolici, andati con i protestanti perché senza sacerdote per lunghi anni, tornano alla Chiesa (un intero villaggio con una quarantina di famiglie); dal 1859 si nota un certo movimento di conversioni. Il p. Luigi Brioschi è mandato a Fulbary e vi resta tre anni in ascetismo e preghiera, visto che nessuno accettava i suoi approcci e si convertiva: è all’origine della missione di Bhoborpara (come vedremo più avanti).
Il 7 febbraio 1860 partono da Lovere (Bergamo) cinque suore della Carità (di Maria Bambina), col missionario p. Enrico Longa, nuovo destinato in Bengala. A Venezia trovano mons. Angelo Ramazzotti ad accoglierle, con p. Carlo Salerio che accompagna la comitiva fino a Suez. Arrivano a Calcutta l’11 marzo 1860: sono le prime suore italiane in Bengala (5). Da Calcutta in tre giorni di barca sono a Krishnagar il 17 marzo e subito aprono una scuola-orfanotrofio femminile.

«Prima le figlie erano la mia disperazione — scrive Limana a Marinoni — ora la mia consolazione. Ammiro le suore che hanno tanta pazienza, tanto ardore di lavorare questa vigna molto faticosa. Eppure ci riescono».

3) Jessore (oggi in Bangladesh), 100 km. ad est della linea ferroviaria che va da Calcutta a Krishnagar: è la missione che all’inizio ha dato i migliori risultati, suscitando l’opposizione di pastori protestanti, arrivati sul posto molto prima. Ma fedeli e anche catechisti protestanti si orientano verso la Chiesa cattolica. Forse perché c’era un missionario come Marietti, che Parietti così descrive a Marinoni (6):

«Marietti è assai attivo, tenta tutto, prova tutto e Dio, ne sono certo, lo premierà con vistosi successi... È attivissimo, zelantissimo, coraggiosissimo...
Con un buon catechista indigeno predica tutti i giorni in Jessore o nei villaggi vicini e spesso si porta fino a Khulna e nei Sunderbunds. Parla il bengalese correntemente. Battezzò 14 famiglie intere e altri individui... Molti villaggi l’ascoltano volentieri».

«I missionari (di Milano) sono i migliori del nord India»

Negli anni sessanta la missione bengalese ha un buon sviluppo. Il 10 aprile 1861 p. Parietti prepara un promemoria per Propaganda Fide (7): dopo sei anni della missione i cattolici sono 495, di cui 102 europei, il resto indiani. Sui 301 battesimi dati, 92 sono figli di cattolici, 123 di protestanti passati al cattolicesimo, 45 di indù e 41 di musulmani. La missione comprende 7 padri e due fratelli, 4 suore italiane, 4 catechisti indigeni; 4 orfanotrofi maschili con 68 allievi, 2 femminili con 33 ragazze.
Come già detto, i missionari del Seminario lombardo hanno avuto fin dall’inizio (con la scelta dell’Oceania) l’aspirazione di andare «ai popoli più lontani e più abbandonati». In Birmania, nei primi 50 anni i missionari sospiravano di «passare il Salween», il fiume oltre il quale vivevano popoli primitivi e non ancora evangelizzati. Per i missionari del Bengala, l’aspirazione era di «passare il Gange», il fiume sacro dell’India che divideva le regioni più evolute e più abitate attorno a Calcutta, da quelle forestali al nord, meno sviluppate e con popolazioni tribali.
Dal 28 maggio al 7 giugno 1862 p. Luigi Parietti convoca i confratelli a Krishnagar. Stabiliscono di estendere la loro azione in nuovi distretti civili (specie in direzione di Khulna), aumentare scuole e orfanotrofi, impiantare una tipografia per stampare in bengalese (8); e chiede altre suore della Carità dall’Italia (arrivano nel 1863 e vanno a Jessore). Poi discutono su come «passare il Gange». Il superiore Parietti vuole esplorare quelle regioni. Parte l’8 giugno 1862, ma è costretto a tornare subito a Berhampur: la sua salute stava rapidamente declinando.
Parietti incarica Marietti di fare il viaggio ma nemmeno Marietti riesce a realizzare l’esplorazione del territorio. In quello stesso 1862 i medici inglesi lo sollecitano a tornare in Italia per ritrovare la salute: egli va in vacanza nel sud India, con clima più secco, e ritorna rinfrancato, ma non in grado di sottoporsi a mesi di viaggio.
Dopo la morte di Parietti (30 novembre 1864), come superiore gli succede padre Luigi Limana, ma per poco. Anche lui, con la salute rovinata dal micidiale clima bengalese, nel 1867 è consigliato dai medici di ritornare in Italia se vuol salvare la vita (aveva i polmoni irrimediabilmente compromessi): muore a Borgo Valsugana (Trento) il 17 marzo 1870 a 46 anni, rimproverandosi fino alla fine di essere rimpatriato. A quel tempo il «partire per non più tornare» e il «morire in missione» erano due propositi che i giovani missionari facevano, come segno di donazione totale alla vocazione missionaria.
Anche in Bengala, come nelle altre missioni dell’Istituto, i primi missionari sono stati davvero grandi. Nel 1861, Propaganda Fide manda in India un «visitatore apostolico», mons. Clemente Bonnand, delle Missioni Estere di Parigi, vicario apostolico di Pondicherry, ma muore poco dopo. Nel novembre 1861 la visita apostolica è ripresa da mons. Stefano Charbonneaux, anch’egli missionario di Parigi in India e vicario apostolico nel Mysore, che manda i suoi due segretari in Bengala. Il 21 maggio 1862 uno dei due, p. Laouenan, scrive (9):

«Non abbiamo dovuto pentirci della fatica costataci questa deviazione. Abbiamo trovato a Berhampur ed a Krishnagar dei missionari degnissimi di questo nome, pii, dediti al loro ministero, che si occupano attivamente ed efficacemente della conversione degli indigeni, industriosi nel cercare e trovare i mezzi per procurare questa conversione, poveri, viventi poveramente e risoluti a perseverare in questa via della povertà apostolica. Sono, senza smentita, i migliori missionari del nord dell’India... Questa è, di tutte le missioni del nord dell’India, quella nella quale ci si occupa seriamente e il più efficacemente alla formazione di cristianità indigene».

Il secondo segretario, p. Dépommier, scrive a Limana:

«Molti fanno il voto di povertà, ma voialtri, senza farlo, lo osservate. Voi ci avete assai edificati».

Le novità del periodo di Limana (1864-1867)

Padre Limana, nei brevi anni della sua direzione (1864-1867), porta avanti due orientamenti di fondo: occupare il territorio e mutare rotta nel metodo di evangelizzazione. Giungono intanto nuovi missionari da Milano: p. Enrico Longa (1860), p. Paride Bertoldi (1862), p. Remigio Pezzotti (1863), i padri Giuseppe Bersani e Jacopo Broy col catechista Angelo Galimberti nel 1866. Muoiono però fratel Paolo Mauri (16 gennaio 1966, 34 anni) e p. Luigi Brioschi (27 luglio 1866, 37 anni).
Limana sviluppa le stazioni secondarie di una certa importanza, mandando i padri ad abitare per qualche tempo anche fuori della residenza principale, per avere contatti più frequenti con la popolazione. Nel distretto di Krishnagar, a Fulbary si costruisce una casa per il padre e lo seguono varie famiglie cattoliche; a Bhoborpara si convertono i «nikri», pescatori musulmani (150 fra battezzati e catecumeni nel 1865), ad opera di p. Luigi Brioschi (10). Nel distretto di Jessore: a Jogdanandakati si convertono i «muci» (scorticatori di animali e lavoratori del cuoio), una delle caste più basse e disprezzate, ad opera di p. Giovanni Nava; a Simulia e Beniali molti protestanti entrano nella Chiesa: la missione aveva successo tra i fuori casta e i protestanti, ma anche tra i musulmani.
Limana promuove orfanotrofi e scuole ed estende la presenza missionaria in regioni nuove. Manda Marietti nei Sunderbunds, dove il Gange si riversa nell’oceano Indiano dividendosi in mille canali, fra terre ricoperte di fitta foresta. Marietti scrive nel giugno 1866 (11):

«Tutto intorno non vi sono che leopardi, tigri, rinoceronti, bufali salvatici. Questa povera gente vanno in foresta in truppa per paura delle tigri a tagliare il bosco. Praticano dei buchi nei quali spargono la semente. Se i porci e i bufali selvatici non distruggono il riso, la messe è splendida. Di tratto in tratto poi vanno a tagliare le canne d’India (vendute ad alto prezzo), ma a rischio della vita. Qualche anno fa il mio catechista fu portato via dalla tigre, così quattro mesi fa un altro cristiano».

Altro elemento di novità: nel novembre 1865 per la prima volta due suore di Maria Bambina vanno a piedi di villaggio in villaggio, trattenendosi alcuni giorni in ciascuno di essi e occupandosi dell’istruzione di donne e ragazze, cura degli infermi, carità verso tutti. Il successo è immediato: da allora il metodo non è più abbandonato. Si discuteva anche la possibilità di cambiare il modo di presentarsi ai locali. I missionari venuti in Bengala nel 1855 continuavano a vestire ed a presentarsi come in Italia; alcuni però, avendo visitato le missioni del sud India, propongono un cambiamento. Limana scrive a Marinoni (12):

«L’esperienza ci mostra che il vestire e il vivere da europei causa molte difficoltà e allontana il nativo piuttosto di avvicinarlo. Oltre a questo, il nativo ci confonde troppo con i protestanti. Conviene dunque adottare un altro metodo che ci avvicini più ai nativi e ci distingua dai protestanti». In altra lettera Marietti aggiunge: «Qui bisogna essere, parlare, vestire, ecc., da nativi; guai se si vuole europeizzare».

I missionari abbandonano il vestito clericale italiano, per indossare il «longhi» (veste tipica bengalese) e il turbante. Mons. Marinoni, dopo la morte di Limana (14 marzo 1870), nomina superiore della missione p. Antonio Marietti, dietro indicazione dei suoi confratelli. Marietti accetta con molte titubanze, dichiarandosi non adatto a quella carica.

La prefettura apostolica del Bengala centrale (1870)

La missione del Bengala mancava però di un riconoscimento ufficiale. Ai missionari milanesi era stata promessa la nuova prefettura apostolica del Bengala centrale, ma dopo dieci e più anni ancora dipendevano dal vicario apostolico di Calcutta, mons. Oliffe e dal 1864 da mons. Van Heule, gesuita belga. L'erezione della prefettura del Bengala Centrale con sede a Krishnagar, ritardata per resistenze di Calcutta (13), viene il 19 luglio 1870.
In precedenza, Propaganda Fide aveva inviato (8 gennaio 1870), ai vicari apostolici dell'India che dovevano riunirsi in assemblea a Roma (29 marzo - 5 aprile 1870), una nota in cui chiedeva loro di esprimere un parere sulla divisione della missione di Krishnagar da Calcutta. Il vicario apostolico di Calcutta, mons. Steins, s.j., manda parere negativo e non interviene; ma la quasi totalità dei vicari e prefetti apostolici esprimono un «voto» positivo, presente anche il primo vescovo del Seminario lombardo, mons. Domenico Barbero vicario apostolico di Hyderabad (14). Secondo i vicari apostolici dell'India, i missionari di Milano

«vivono nella povertà più completa... Tutti quelli che li hanno visti al lavoro rendono testimonianza del loro zelo e delle loro virtùe mons. Dufal, loro vicino, assicura che i loro neofiti sono assai attaccati ad essi e sarebbero ben dolenti qualora dovessero esserne privati» (15).

Nel decreto di erezione firmato da Pio IX, si legge che la nuova prefettura apostolica affidata ai missionari di Milano comprende, oltre al Bengala centrale (oggi diviso fra India e Bangladesh) fino ai confini settentrionali dell’India, anche l’Assam, il Bhutan e altre province del nord «alle quali non sono ancora arrivati i nunzi del Vangelo». Il campo di lavoro era immenso e ancora da occupare ed evangelizzare. Il 1o agosto 1870 Pio IX nomina prefetto apostolico p. Antonio Marietti: 15 anni dopo l’inizio, quando i nostri avevano trovato qualche centinaio di cristiani (in maggioranza stranieri) e nessun missionario residente, la missione del Bengala centrale aveva circa 2.000 battezzati (quasi tutti indigeni) con otto sacerdoti residenti, tre «catechisti» europei, nove suore e 15 catechisti indigeni.
La prima preoccupazione di Marietti è di «passare il Gange» e inviare missionari fino agli estremi confini della prefettura apostolica, per esplorare il territorio e studiare dove stabilirsi. Programma un suo viaggio, ma i frequenti attacchi di febbre lo sconsigliano di partire. Nel novembre 1871 il p. Paride Bertoldi finalmente «passa il Gange» e si spinge fino all’Assam giungendo a Gauhati, dove si ferma un mese con una trentina di cristiani. Riceve buone informazioni sulla regione e torna a Krishnagar chiedendo a Marietti di mandare un padre in Assam (16).

Padre Broy in Assam e la casa di Sonada

Ci va il p. Jacopo Broy che parte il 21 maggio 1872 e arriva a Gauhati il 20 giugno, ospite di un cattolico scozzese. Nei mesi seguenti visita tutto l’Assam inferiore, ma deve anche mantenersi: è ospitato dai cattolici inglesi e scozzesi, ma non ha niente, viaggia quasi sempre a piedi e visita le famiglie europee chiedendo offerte per costruire una chiesa e una casa. In Assam non ci sono quasi cattolici indigeni e i cattolici

«piantatori di tè sono Godless (senza Dio, n.d.r.), senza morale, senza rossore e con figli illegittimi avuti da donne musulmane... Da tempo immemorabile non vi sono stati preti in Assam e i cattolici naturalmente sono grandemente ignoranti in fatto di religione».

Nei circa 18 anni di permanenza in Assam (con varie interruzioni e sostituzioni), visitato una volta da Marietti e due-tre volte da mons. Pozzi, Broy costruisce chiesa e casa del missionario a Gauhati e ancora chiesa e casa a Shillong; visita le varie regioni dell’Assam fondandovi piccole comunità cristiane, specie fra i tribali «Miska» («Mikirs») dove ottiene un buon numero di conversioni. Ma si lamenta di essere lasciato solo, lontanissimo dai suoi confratelli di Krishnagar.
Marietti avrebbe voluto prendere l’Assam per costruirvi un sanatorio e casa di riposo per i missionari e le suore (morivano soprattutto di dissenteria e di affezioni polmonari). Ma non era risolto il problema di sapere se l’Assam apparteva al Bengala centrale (dei missionari di Milano) o a quello orientale (Dacca) affidato ai padri della Santa Croce. I quali però a metà degli anni settanta si ritirano e la loro missione, offerta da Propaganda a tre congregazioni religiose, è rifiutata da tutte.
Marietti chiede Dacca e Chittagong per il Seminario Lombardo, sollecitato dal voto unanime dei suoi missionari. Della cosa si interessa a fondo mons. Marinoni, ma Propaganda la affida ai benedettini inglesi che però poco dopo già desiderano ritirarsi. Propaganda decide di erigere la prefettura apostolica dell’Assam, ma la offre inutilmente a ben cinque congregazioni. San Calocero la voleva, ma non poteva mandare più di due o tre missionari. Nel 1889 l’Assam è eretto in prefettura apostolica e affidato ai padri salvatoriani. I primi quattro giungono a Gauhati il 21 febbraio 1990. Broy viene autorizzato da mons. Pozzi a restare un po’ di tempo con loro per aiutarli. Egli consegna la missione dell’Assam con 3.004 cattolici battezzati (17).
Così Marietti deve rinunziare a quella lontana regione abitata da tribali (più facili alla conversione che i bengalesi) e di buon clima. Il problema della casa di riposo sarà risolto dal suo successore mons. Francesco Pozzi, che nel 1881 ottiene dal cappuccino mons. Tosi, vicario apostolico di Patna, una correzione dei confini fra Patna e Krishnagar, in modo da assegnare a questa prefettura apostolica un territorio sui monti che precedono l’Himalaia.

«Non fu facile impresa neppure questa perché, intesisi mons. Tosi e mons. Pozzi sulla cessione di questo territorio dalla prima alla seconda missione, con convenzione in data 21 dicembre 1879, la curia generalizia dei cappuccini impugnò l’atto di mons. Tosi come eccedente i suoi poteri di vicario. Dovette così intervenire Propaganda Fide, finché l’affare fu concluso dalla congregazione con decreto del 15 febbraio 1881, che approvava la convenzione fra Tosi e Pozzi di due anni prima» (18).

Il Bengala era veramente «la tomba dell’uomo bianco». Ecco alcuni casi estremi (ma ce ne sono altri simili a questi).
— P. Giuseppe Bersani: nato a Lodi nel 1842, entra nell’Istituto nel 1864 già sacerdote diocesano, parte per il Bengala nel marzo 1866. Rimane poco più d’un anno in missione sempre ammalato e febbricitante. Ritorna nella sua Lodi e vi muore il 22 dicembre 1867 a 25 anni.
— P. Giuseppe Galesi: nato a Niscemi (Caltanissetta) nel 1851, parte per il Bengala nel 1874, ritorna in Italia nel 1876 e muore il 28 giugno 1878 (27 anni).
— P. Vincenzo Gorga: nato nel 1852 a Broccostella (Frosinone), entra nell’Istituto nel 1876, parte per il Bengala nel 1878, ritorna in Italia l’anno dopo affetto da tisi e muore a Milano il 25 marzo 1880 a 26 anni (19).
— P. Candido Uberti: nato a Casargo (Como) nel 1857, giunge in Bengala nel 1881, muore di colera il 3 aprile 1884 a 27 anni.
— P. Gaetano Ponzoni: nato a Lodi nel 1870, parte per il Bengala nel 1894, nel febbraio 1896 ritorna in patria in fin di vita. Muore il 9 aprile 1896 a 26 anni (20).

Mons. Marietti e poi Pozzi volevano un territorio in montagna per costruirvi sanatorio e casa di riposo, per missionari e suore bisognosi di vacanza e di cure. A Sonada, a poca distanza da Darjeeling, nel marzo 1881 Marietti acquista con denaro della sua famiglia una casa ammobiliata ben esposta al sole (2200 m. sul livello del mare), in un giardino piantato a pini, tè e alberi da frutta. Ne prende possesso il 16 aprile 1881 (21).

Suor Nazzarena: un esempio di suora dedicata e coraggiosa

Dopo il 1870, la missione bengalese registra un certo movimento di attenzione alla Chiesa, anche se non di conversioni. Berhampur perde molta della sua importanza perché non più sede di un comando militare. Krishnagar diventa centro della missione e p. Enrico Longa realizza diversi progetti di aiuto ai poveri e allo sviluppo agricolo, per impedire l'emigrazione dei cristiani verso Calcutta. Dopo di lui, p. Giovanni Battista Scatti, giovane e fervente, tenta un oratorio per giovani e continua l'aiuto all' agricoltura e all' artigianato, ma le suore, lavorando con le donne in campo sanitario ed educativo, hanno maggior successo.
Nel 1878 a Bollapur si determina una frattura nel gregge protestante: ben 2.000 fedeli (circa 30 villaggi), indignati per il comportamento di un loro pastore riguardo alle caste (22), si presentano per diventare cattolici: circa un migliaio entrano nel catecumenato, ma pochi ricevono il battesimo.

«Secondo J. Vaughan — scrive uno storico indiano (23)— un motivo per cui i missionari milanesi hanno fallito nel prendere i cristiani protestanti di casta è stata la loro insistenza nel voler ribattezzare i catecumeni... La mancanza di personale e di fondi è però la principale ragione del fallimento, in confronto con la relativa forza dei missionari CSM (Church Missionary Society), sia in personale che in risorse».

Nel 1871 il distretto di Krishnagar dà origine ai nuovi distretti di Fulbary e di Bhoborpara: i fedeli aumentano per conversioni di piccoli gruppi e poi durante la grande carestia del 1886 quando i missionari cattolici danno tutto quel che hanno al popolo che sta morendo di fame.
Il distretto di Jessore si sviluppa in direzione di Khulna. Il primo a risiedervi stabilmente è il p. Alberto Cazzaniga nel 1874: per un suo intervento in difesa di povera gente oppressa dal proprietario terriero del luogo, un villaggio si fa cattolico. Più a sud, la regione dei Sunderbunds risponde ancor meglio, sempre attraverso la carità dei missionari e delle suore di Maria Bambina, veramente provvidenziali per lo sviluppo della missione. Varie testimonianze citano suor Nazzarena Cavallotti, coraggiosa e dedicata, che visitava i villaggi restando fuori per settimane, ammirata anche dai missionari. Il p. Ambrogio Giuliani così scriveva di lei a Marinoni (24):

«Lo zelo di suor Nazzarena in quelle contrade mi mette in dovere di farne almeno una parola. I cristiani e tutta la gente si meravigliano al vederla così assidua e puntuale... Al mattino, appena ascoltata la Messa accoglie gli ammalati che vengono assai di buon’ora per farsi visitare e dà gli opportuni rimedi. Dopo quest’opera di carità si porta al gruppo di case più vicine... Dal primo gruppo di case passa a un secondo e raduna le cristiane, poi sedendo spezza loro il pane della divina parola. Indi passa a due-tre case poste fra canneti e cespugli e piante che sono in comunicazione con la grande foresta di Sunder, corsa per ogni parte dalle fiere. A mezzogiorno ritorna alla capanna dove dimora per ristorarsi e fare le preghiere. Tra le due e le tre esce di nuovo a località lontane più di mezz’ora di cammino, per sentieri tortuosi fra i canneti e arriva alle case cristiane, ove sedendo fra le donne le istruisce.
L’amore del prossimo la fortifica contro il timore delle fiere che, in questi luoghi, hanno in comune i sentieri con gli uomini. I nativi stessi si stupiscono e la ammirano vedendola ritornare alla sua dimora in compagnia appena di qualche donna bengalese o, in loro assenza, anche da sola sul crepuscolo e persino di sera. Ma essa si tiene con Dio e Dio è con lei; e così, pur sentendo timore, lo può superare. Ma non sentirne non è possibile poiché di quando in quando le fiere assalgono non solo i pedoni, ma pur chi cavalca animali domestici. Oltre il grosso lupo dorato, vi sono grossi bufali selvatici, cinghiali e rinoceronti, con la tremenda tigre. Nello spazio di sei settimane ivi trascorse, la tigre involò tre buoi e suor Nazzarena medesima ne vide uno col collo sanguinante che, erompendo dai folti ed alti canneti, fuggiva verso l’abitato» (25).

Francesco Pozzi vescovo della diocesi di Krishnagar (1886)

Il 1° settembre 1886 Leone XIII crea in India la gerarchia ecclesiastica ordinaria, dopo aver sottratto al «Padroado» portoghese il continente indiano (la Chiesa in India dipendeva dal patriarca di Goa): istituisce la diocesi di Krishnagar e ne nomina primo vescovo mons. Francesco Pozzi (17 marzo 1887).
Pozzi veniva da Hyderabad (India del sud) dove aveva lavorato vent’anni ed era prefetto apostolico di Krishnagar dal 1879 quando Marietti — sempre ammalato e bisognoso di frequenti e lunghi rimpatri — aveva dato le dimissioni (26).
La nascita della diocesi viene dopo 31 difficili anni di lavoro del Seminario lombardo in Bengala. Marietti scrive a Marinoni: è sbagliato pensare che la missione del Bengala centrale ha poche conversioni in rapporto all’estensione del territorio:

«Da Calcutta fino a Delhi, Punjab, ecc., la missione del Bengala centrale è la più fiorente delle missioni native» (27).

La forza dell’affermazione sta in quel «native». Nel nord India, la presenza della Chiesa era intesa come cappellanie militari e assistenza religiosa ed educativa per i civili europei ed i cattolici immigrati dal Kerala e da Goa. Nel Bengala centrale i missionari milanesi sono andati nelle campagne con i «nativi», fondando una Chiesa davvero «locale».
L’episcopato di mons. Pozzi (1886-1905) chiude il primo periodo della missione bengalese del Seminario lombardo: la fondazione della diocesi di Krishnagar, istituita come abbiamo detto nel 1886 (poi passata ai salesiani nel 1927). Segno visibile di questa maturazione di una Chiesa locale è la costruzione della cattedrale di Krishnagar inaugurata nel 1899 dall’arcivescovo di Calcutta mons. Goethals.
Fino all’inizio del secolo XX, i missionari milanesi hanno lavorato a sud del Gange fra il popolo bengalese, cioè indù, musulmani e protestanti: le conversioni erano venute quasi solo dalla basse caste come i «muci» di Simulia e di Jessore («disprezzati dagli uomini, ma cari a Dio») o da protestanti. Conversioni più facili da fare che da conservare: nei tempi di calamità molti villaggi si avvicinano alla Chiesa, per chiedere aiuto, ma poi se ne allontanano. Il problema di fondo era, fra gli altri, sempre quello: la missione, troppo povera, non poteva assistere la sua gente specie nei tempi d’emergenza.

«Questa povera gente passata al cristianesimo — scrive Tragella (28)— non aveva più nessuno al mondo che li potesse aiutare e ricorrevano con tutta naturalezza al missionario, che per loro era il ‘‘Padre’’. A farlo apposta, erano proprio queste le occasioni in cui più valevano i protestanti per adescare i cattolici: di qui il pericolo di defezioni, la fame essendo sempre stata cattiva consigliera». Mons. Pozzi scriveva a Lione (29): «È sempre da noi che i cristiani vengono a dimandare soccorso. Da qualche tempo il loro stato è molto doloroso. Non c’è riso, non lavoro... L’anno è appena incominciato e il raccolto è tanto lontano! Per andare fino a luglio, tempo in cui ci si spedisce il loro assegno (della Propagazione della Fede, n.d.r.), dovremo prendere a prestito 6.000 franchi. Come potrei aiutare i poveri?».

Il 22 ottobre 1905 mons. Francesco Pozzi muore a Krishnagar, dopo 51 anni di vita missionaria (in India e in Bengala).

«Del santo vescovo — scriveva p. Giuseppe Armanasco (30) — erano entusiasti persino alti funzionari inglesi protestanti. Gli stessi pagani lo ammiravano e s’inchinavano con grande rispetto al suo passaggio. Lo spirito di preghiera e la continua unione con Dio erano la sua vita: passava lunghe ore notturne in chiesa».

Difficoltà e ostacoli nei primi 50 anni in Bengala (1855-1905)

La missione bengalese, inserendosi nelle popolazioni locali e di villaggio, incontra nei primi 50 anni gravi ostacoli a cui i missionari di san Calocero non erano preparati (31):
1) Forti reazioni ai missionari cristiani da parte dei movimenti indù, in quel tempo molto attivi, specie nel Bengala, patria della «Brahma Samaj» fortemente anti-cristiana. C’era una vivace propaganda anti-missionaria, con gruppi militanti, pressioni sui convertiti, certamente anche perché i missionari, protestanti e cattolici, partivano lancia in resta contro i «pagani» e gli «idolatri», considerandoli tutti «una massa dannata all’inferno». Non facevano distinzione fra indù e musulmani: tutti erano da convertire e battezzare.
2) Il conflitto con i protestanti. La gente semplice non faceva distinzione fra cattolici e protestanti, ma i pregiudizi diffusi contro i protestanti (giunti 30-40 anni prima dei missionari di Milano in Bengala) danneggiavano molto i cattolici. Il conflitto fra le due missioni cristiane era forte e la propaganda anti-cattolica vivace. Il contrasto non dipendeva dalle divergenze dottrinali, ma dai diversi metodi di missione. I protestanti condannavano le caste come intrinsecamente cattive, i cattolici tolleravano la separazione tra le caste anche in chiesa; i protestanti condannavano ogni segno di superstizione, quindi anche le immagini sacre, le medaglie e i crocifissini da mettere al collo, che i missionari cattolici diffondevano ampiamente e la gente riceveva volentieri; i protestanti adottavano in tutto lo stile di vita degli europei in Bengala, i missionari cattolici vivevano poveramente, vestivano e mangiavano alla bengalese...
Bisogna anche dire che i missionari italiani, venendo da un paese interamente cattolico, non erano abituati alla convivenza ecumenica comune in Inghilterra. Per cui interpretavano rigidamente il principio «Extra Ecclesiam nulla salus» (fuori della Chiesa non c’è salvezza) e lo predicavano con forza ai loro fedeli, condannando con durezza i protestanti.
3) Le calamità naturali erano pane quotidiano specie per i fedeli cattolici, che appartenevano alle categorie più umili della popolazione: il caldo soffocante e umido, inondazioni, cicloni, pestilenze, carestie, abituale denutrizione, malattie debilitanti (malaria, tisi). Marietti lamenta (nel 1871) che fra i suoi cattolici, molto poveri con tanti figli, le morti sono superiori alle nascite! Gran parte delle scarse risorse della missione venivano spese per ricostruire cappelle e case distrutte da cicloni, inondazioni e terremoti e per aiutare i poveri.
4) La povertà della missione diventa particolarmente pesante dopo che, nel 1871, cessa lo stipendio del cappellano militare a Berhampur, dato lo spostamento della base militare. Questa piccola somma mensile era l’unica sicurezza della missione, con l’assegno annuale della Propagazione della Fede di Lione e gli stipendi delle messe che mandava san Calocero! Il superiore passava mensilmente un piccolo sussidio a ciascun missionario e suora: Kottuppallil afferma che i pastori protestanti in Bengala ricevevano dalla loro centrale missionaria uno stipendio da cinque a dieci volte maggiore di quello dei missionari cattolici!
5) La scarsezza del personale apostolico e le morti premature. Il Seminario lombardo per le missioni estere doveva inviare missionari a cinque grandi missioni in Asia (India, Bengala, Birmania, Hong Kong e Honan in Cina): un compito superiore alle forze di quella minuscola struttura di reclutamento e di formazione che era san Calocero (cap. III). La missione del Bengala soffriva più delle altre per la scarsezza del personale, a causa di morti e rimpatri prematuri: dal 1864 al 1884, su 53 missionari e suore (tutti giovani!), 30 muoiono in Bengala o vengono rimpatriati per non morire (32)! La vita povera, lo scarso nutrimento e la mancanza di adeguate cure e riposo erano le cause principali di questo sperpero di energie e di persone consacrate!

Giuseppe Macchi: la testimonianza della carità (1868-1947)

Nei primi 31 anni i missionari di san Calocero e le suore di Maria Bambina si sono impegnati soprattutto nell’assistenza ai più poveri: orfanotrofi, scuole, dispensari, aiuti per la sopravvivenza e la promozione umana, educazione delle donne, difesa contro le prepotenze dei proprietari terrieri. Lo scopo dei missionari era di evangelizzare i non cristiani, mentre il vicario apostolico di Calcutta, mons. Carew, li aveva mandati nel Bengala centrale per assistere gli europei e i cattolici immigrati da altre parti dell’India: non poteva quindi introdurli in un compito di cui egli stesso non aveva alcuna esperienza. Così hanno dovuto farsi un’esperienza partendo da zero.
I missionari preparavano i catechisti indigeni in una scuola adatta per loro a Krishnagar. L'evangelizzazione era fatta attraverso la visita ai villaggi («moffusil»), molto faticosa per i bianchi, e l'opera dei catechisti. Il missionario che bene rappresenta questo primo periodo della missione bengalese è p. Giuseppe Macchi, l'uomo della carità: giunto in Bengala nel 1892, vi lavora per 51 anni (muore nel 1947), dando il suo nome a due missioni, Bhoborpara e, dopo il 1927 , Dinajpur. P. Luigi Acerbi scrive (33):

«Nel 1966 ho avuto la fortuna di percorrere la missione di Krishnagar. I padri salesiani, succeduti a quelli del Pime nella cura di quel territorio, mi riferivano che la gente, dopo tanti anni, conservava ancora la memoria del padre Macchi e lo considerava un vero santo, rivolgendosi a lui nella preghiera. Perfino alcuni indù e musulmani ricorrevano a lui invocandolo per le loro necessità».

Macchi era così stimato da tutti, che gli stessi giudici dei tribunali lo chiamavano per risolvere le cause anche fra indù e musulmani. Oltre al lavoro pastorale nel suo vasto distretto, si impegnava a liberare la povera gente dalle vessazioni dei latifondisti e degli usurai. Fonda banche del riso e cooperative (34). Il 1906 fu un anno terribile: carestia e terremoto devastano il Bengala, poi un incendio a Bhoborpara distrugge le misere capanne. P. Macchi aiuta fin che può dando tutto e poi dice: «Cosa possiamo fare ancora? Siamo poveri, non abbiamo più nulla: abbiamo speso tutto per aiutare i colpiti dalla carestia» (35). I missionari suoi confratelli l’avevano definito «l’uomo dalle mani bucate»: tanti soldi riceveva e altrettanti ne dava via, avendo fatto suo il motto evangelico: «Date e vi sarà dato». Era solito dire che quanto donava intendeva donarlo al Signore. P. Antonio Bonolo, procuratore della missione di Dinajpur, testimonia:

«Nessuno sa quanti soldi sono passati per le mani di mons. Macchi. Egli aiutava tutti e si teneva in relazione con i benefattori, scriveva lettere toccanti ai suoi amici appunto per aiutare quelli che avevano bisogno. Padri e suore nativi furono i suoi beneficati, nessuno dei numerosi poveri che quotidianamente venivano alla missione se ne andò disilluso dalla carità di monsignore. Egli non sapeva quanto avesse e sovente dovevo litigare con lui, per frenare la sua inesauribile carità. Mi chiudeva la bocca affermando che la Banca della Divina Provvidenza non fallisce mai» (36).

L’inizio della letteratura cattolica in bengalese

I missionari di san Calocero sono stati i primi a stampare libri cattolici in bengalese. La Chiesa era presente in Bengala da secoli, fondatavi da preti portoghesi sotto il patriarcato di Goa, ma non c'erano pubblicazioni in bengalese, mentre i protestanti avevano inondato il Bengala con i loro libri, opuscoli, testi liturgici e biblici.
I primi libri (vita di Cristo e catechismo) li pubblica già nel 1859 il p. Luigi Limana, a cui ne seguono altri anche se, per la povertà della missione, non si riuscì ad impiantare una propria macchina tipografica, chiesta invano a Milano. P. Marietti si è particolarmente distinto in questa produzione. Il suo primo libro è «Sat Sakramento» (I sette sacramenti) del 1860: destinato ai protestanti che volevano conoscere la Chiesa cattolica, rispondeva alle obiezioni più comuni. Nel 1862 Marietti pubblica «Katholik Gitaboli» (inni cattolici), con canti e preghiere in bengalese; l’anno dopo «Dhaner Pustok» (libro di meditazioni), poi «Sadhu Chorito» (vite di santi) nel 1868.
Dopo le dimissioni nel 1879, mons. Marietti (che si era stabilito a Jessore) si dedica a preparare una «Vita del Signore Gesù Cristo» («Probhu Jisu Krister Jibon Chorito») di 252 pagine, di grande successo: diffusa in tutto il Bengala è adottata anche dai gesuiti di Calcutta per le loro scuole. Due anni dopo Marietti pubblica «Prarthona Pustok» (libro delle preghiere) di 340 pagine; nel 1892 l’opera sua più importante pubblicata: «Storia generale della Chiesa cristiana» («Kristo Sobhar Sadharon Itihas»), in tre volumi per complessive 734 pagine.

Santino Taveggia: fra i santal oltre il Gange (1906)

Nuovo vescovo di Krishnagar, dopo la morte di mons. Pozzi, è mons. Santino Taveggia, consacrato il 4 novembre 1906 nella cattedrale di Krishnagar. Cinquant’anni dopo la fondazione della missione bengalese, i missionari di san Calocero (37) passano il Gange e si dedicano all’apostolato fra gli aborigeni. P. Francesco Rocca, giunto in Bengala con p. Macchi nel 1892, è l’uomo che apre le strade verso il nord Bengala e le popolazioni tribali (38). Il Bengala centrale comprendeva 13 distretti civili (o province), i missionari ne avevano evangelizzati solo quattro (Krishnagar, Murshidabad, Jessore e Khulna). Per mancanza di personale e di mezzi, non avevano potuto «passare il Gange», anche se l’aspirazione era quella. P. Rocca, appena arriva, è mandato a Pakuria, sulla sponda meridionale del fiume sacro.

«Decide di indianizzarsi, di fare suo lo spirito religioso indiano; e per avere il prestigio dei fachiri, si fa lui stesso fachiro cristiano e indiano, nel vestire, nel cibo, nella condotta, nel non comunicare con le basse caste. Per circa dieci anni passa di villaggio in villaggio, pianta la sua tenda vicino al bazar e a sera discute con quanti vengono a lui. Traduce in bengalese le vie di San Tommaso, ma la breccia non si apre. Si parla di un solo convertito di casta alta, che traduce anche il catechismo, ma poi non persevera. Succede a padre Rocca quel che era successo a San Paolo: ‘‘Parli bene, ma ti ascolteremo un’altra volta’’ (Atti 17). Tentativo eroico, profetico, ma isolato e senza seguito» (39).

Alla fine del 1901 un lebbroso cattolico di fede viva, Gabriel Topno, emigra dal Chotanagpur (stato di Bihar in India) a Begumbari, presso Benedwar, a nord del Gange. Non trova nessuna comunità cattolica, i suoi contribali «mundari» sono pagani o battisti. Incomincia a parlar loro dei cattolici e della «sola vera Chiesa di Gesù Cristo». Una commissione di mundari vanno alla ricerca di un prete cattolico: si rivolgono ad un gesuita della missione di Ranchi, il quale scrive a mons. Pozzi, che incarica p. Rocca di visitare Begumbari. Il 28 gennaio 1902 Rocca attraversa in traghetto il Gange col suo carro a buoi: va da Gabriel Topno che lo accoglie nella sua capanna e battezza cinque infanti. Padre Macchi scrive di p. Rocca (40):

«Gli abitanti di Begumbari, di razza mundari, ben presto si dichiararono cristiani e costruirono una cappelletta di paglia che servì al buon padre di abitazione per la notte, donde poi al mattino partiva per evangelizzare gli altri villaggi. Sulle prime, non incontrò certo in tutti buona accoglienza: da qualche villaggio fu scacciato, in altri non gli si diede neppure da sedere, in altri gli si negò la legna per cucinare e perfino l’acqua e i commestibili. Ma egli imperterrito continuò le sue fatiche che finirono alfine nella conversione del villaggio santal di Dhanjuri, dove con p. Armanasco nel 1909 ebbe la consolazione di battezzare più di 40 adulti, i primi di quella tribù».

Dal 1902 al 1910 p. Rocca visita le regioni dove oggi ci sono le diocesi di Dinajpur, Raishahi, Jalpaiguri (Malda) e Dumka (41), stabilendo nel 1906 la sua sede a Saidpur, importante nodo ferroviario, anche se la maggior parte del tempo lo passava visitando i villaggi, tanto che diceva: «La mia residenza è la strada». Si spinge fino all’estremo nord della missione, trovandovi i «santal» e gli «oraon», tribù aborigene meno evolute dei bengalesi, ma di costumi semplici e più propense ad accogliere il Vangelo. Lancia un messaggio ai confratelli di Krishnagar: «Passiamo il Gange! Nelle foreste e giungle del nord, fra i santal e altre tribù aborigene, la messe è matura!».

«Visto che il movimento di conversioni pareva estendersi — racconta p. Monfrini (42) — si venne nella determinazione di sollecitare da Milano l’invio di missionari da destinarsi esclusivamente all’evangelizzazione dei santal. Nel 1910, comprato il terreno (a Dhanjuri) ed erettivi tre capannoni coi muri di fango e il tetto di paglia, la residenza fu pronta e i padri Edoardo Ferrario e Stefano Monfrini vi si installarono appena arrivati dall’Italia. L’anno dopo p. Ferrario rimaneva fra i neofiti a Dhanjuri e p. Monfrini si stabiliva a Benedwar. P. Rocca, ricco di un ventennio di esperienza, era con l’uno o con l’altro padre a consigliare e incoraggiare i giovani sacerdoti. Tanto a Dhanjuri che a Benedwar il movimento di conversioni fra i santal andava sempre più accentuandosi. Nel 1913 la venuta di p. Luigi Mellera permise l’apertura di una terza stazione a Bulakipur, dove il p. Ferrario portò la sua residenza, affidando al nuovo missionario i suoi cristiani di Dhanjuri».

Nel 1891 i cattolici della diocesi di Krishnagar erano 3.004 (43). Nel 1906 la diocesi contava 4.600 battezzati [di cui 1.281 a Bhoborpara e villaggi vicini e 950 fra Khulna e Jessore (44)]: vi lavoravano 8 missionari, un fratello, 16 suore italiane, 3 scuole-orfanotrofio maschili e 3 femminili, con un totale di 260 alunni. Nel 1916 10.019 cattolici e 1.239 catecumeni, 14 missionari (45).

La missione fra i santal fruttuosa fin dall’inizio

Nel 1916 arriva nella missione dei santal p. Valentino Belgeri, appena in tempo per sostituire p. Ferrario che muore all’ospedale di Calcutta il 10 luglio 1917 a 34 anni. La sciagurata guerra mondiale impedisce l’invio di missionari dall’Italia e si deve chiudere la residenza di Bulakipur, anche perché p. Rocca era stato chiamato in Italia nella Direzione generale dell’Istituto. Nel dopoguerra giungono altri missionari e nel 1923 la missione fra i santal conta tre distretti: Benedwar, Dhanjuri, Rohanpur. In quell’anno se ne aggiunge un quarto, Dinajpur, in cui si stabiliscono i padri Guido Margutti e Michele Bianchi; e, fattore molto importante per la missione, le prime quattro suore di Maria Bambina sono presenti fra i santal da ottobre a febbraio (dal 1914 venivano saltuariamente dalle loro case a sud del Gange).

«Tra noi però le conversioni — scrive p. Angelo Rusconi (46) — non sono mai state un fenomeno di massa, come tra gli oraon e i mundari del Chotanagpur per opera del p. Lievens. Cause? Gli aborigeni del Bengala centrale sono immigrati, formano piccole comunità sparse e alla mercè di indù e musulmani. Poveri di tutto, spostano la loro abitazione secondo le possibilità del vivere quotidiano».

I santal sono uno dei popoli aborigeni dell’India, immigrati in Bengala dal 1000 dopo Cristo e poi portativi nel secolo scorso dagli inglesi dallo stato di Bihar per costruire le ferrovie. Si stabilivano nelle foreste, allora vastissime, ideali per la caccia e la pesca e con terreni fertilissimi, senza integrarsi nella maggioranza indù o musulmana.

«Vivendo tra i bengalesi — scrive ancora Rusconi (47) — molto più furbi e padroni delle terre, si trovarono ad affrontare ingiustizie, oppressioni. Peserà sempre su di loro un complesso d’inferiorità e anche un po’ d’infantilismo».

La missione fra i santal è fruttuosa fin dall’inizio perché la Chiesa cattolica appare loro come un porto sicuro, una difesa contro la popolazione maggioritaria oppressiva nei loro confronti. I primi battesimi di santal sono dati nel 1909 a Dhanjuri dal p. Francesco Rocca (48): 38 in tutto. In seguito ecco l’incremento dei cattolici santal (49):

1910: 254 — 1912: 1.274 — 1915: 2.335 — 1918: 3.650
1921: 6.035 — 1924: 8.290 — 1926: 9.290

L’evangelizzazione dei santal parte dal «moffusil», che significa «andare nei villaggi», fermarsi in ogni villaggio cristiano o catecumeno o interessato al cristianesimo, incontrare le persone, la comunità, pregare assieme, catechizzare, discutere i problemi, aiutare. Rusconi aggiunge (50):

«Oltre al lavoro religioso c'era tutta una vasta gamma di lavoro sociale. Per difendere i diritti degli oppressi il padre spesso andava anche nei tribunali. Allora non c'era nessuna assistenza medica, non c'erano medicine. I malati erano assistiti sul posto o mandati ai dispensari della missione gratuitamente. Molti villaggi sono diventati cristiani, meravigliati di questa carità... Oltre alla grande fede e ad un coraggio da leoni, caratteristica di questo periodo è l'iniziativa privata, l'opera del singolo (missionario). Tempo di "carismatici" diremmo oggi. L'idea del "lavoro in équipe" era lontana da venire, impossibile da realizzare. Nella conversione al cattolicesimo dei santal i nostri furono i primi ad usare la lingua santal, anche nella liturgia. P. Rocca compose il catechismo "Dhorom reak"; p. Monfrini, con p. Belgeri, preparò una raccolta di preghiere e di canti: "Serma Hor e Seren' Puthi"; p. Obert e p. Brambilla iniziarono una rivista "Dha~ak" formativa, interessante».

Per facilitare l’educazione cristiana furono composte «jattre», come le «sacre rappresentazioni» del nostro medioevo, come i molti «kirton» indù. Il soggetto della rappresentazione riguardava argomenti di fede o la storia della Chiesa, i martiri. Il popolo andava volentieri a questi teatri religiosi. Ogni anno al centro della diocesi si radunavano grandi masse di fedeli per «corsi di aggiornamento», con significato anche sociale: far incontrare i santal, rafforzare il loro senso di identità, l’amore alla propria cultura, storia, lingua. I catechisti, anche se non molto preparati, avevano un grande spirito di sacrificio e di zelo nel diffondere la fede: stabilivano le prime relazioni con i villaggi pagani che mostravano interesse all’istruzione cristiana.
Molto importanti le suore, indigene e italiane, che nella stagione buona (da ottobre a febbraio) spendevano mesi lontane dai loro conventi, visitando i villaggi col carro a buoi o a piedi, spesso con la malaria nel sangue. Attraverso le suore e le donne da esse educate il messaggio cristiano giungeva nel cuore delle famiglie e della società. Padre Rusconi afferma (51):

«Quattro sacerdoti aborigeni erano il frutto migliore dell’apostolato fra i santal (fino allo scoppio della II guerra mondiale, n.d.r.). Tutto questo lavoro era però sempre ai margini della società. In pratica, ancora una volta ai blocchi indù e musulmani si era rinunziato».

«La relazione di amicizia con i santal — aggiunge padre Luigi Scuccato (52) — e il movimento di conversioni divennero così impegnativi e attraenti, che i missionari praticamente pensarono di non aver a che fare con la reale popolazione del paese: gli indù e i musulmani. Questi, a loro volta, vedendo il ‘‘saheb’’ sempre dalla parte dei tribali, si disinteressarono di lui e l’ostacolarono».

Ferdinando Sozzi: «Non eravamo eroi ma ci mancava poco»

Il p. Ferdinando Sozzi, giunto in Bengala nel 1929, viene la prima volta in Italia nel 1973 (è morto in Bengala l’11 gennaio 1977), suscitando grande impressione per la sua vita spirituale e la saggezza umana che testimoniava. Così diceva (53):

«Il tempo dei pionieri è stato un qualcosa di inimmaginabile. Ancora nel 1930 una commissione medica inglese che visitava le colonie britanniche, giudicò il Bengala la zona più malarica del mondo. I primi missionari erano veramente uomini straordinari. A leggere oggi i resoconti dei loro viaggi alla ricerca di tribù nuove da evangelizzare e di cristiani dispersi da confortare, si rimane stupiti per lo spirito di sacrificio, la fede incrollabile. Facevano viaggi di mesi, rimanevano assenti da casa senza nessun conforto in un clima micidiale, spostandosi a piedi o su un carro a buoi, dormendo in capanne di fango col tetto di paglia, fra gente che in grandissima maggioranza non riusciva nemmeno a capirli...
Io sono arrivato in Bengala nel 1929, quando già stava cominciando la seconda fase dell’attività missionaria: il territorio era quasi tutto esplorato, alcune comunità cristiane esistevano un po’ ovunque e si incominciava ad avere qualche mezzo di comunicazione, treno, cavallo, prime biciclette. Però anche noi non avevamo nulla, ci sentivamo abbandonati. Quanta fede era necessaria per resistere e con gioia, con entusiasmo! A quel tempo il lavoro missionario era impostato sulla visita ai villaggi e la cura delle opere educative, mediche, assistenziali. La scuola soprattutto era il cuore della missione perché permetteva di formare persone con un minimo di istruzione, che potevano essere utili al loro popolo e alla diffusione del messaggio cristiano...
A quel tempo, se uno si ammalava doveva sopportare tutto sul posto: al massimo si andava al centro della missione, a Dinajpur, dopo giornate di viaggio faticoso, ma non era molto meglio che nei villaggi... lo lavoravo con altri tre missionari: p. Martinelli e io siamo scampati, ma gli altri due, p. Luigi Brambilla e p. Angelo Re, sono morti stroncati dalle febbri a 28 e 32 anni. Se dovessi descrivere tutte le malattie che ho avuto, non finirei più: difterite, filaria, malaria, kalajor, ernia doppia, febbre nera, appendicite, ascessi vari... Non so come ho fatto a resistere. lo sono svenuto diverse volte per strada, per la malaria; una volta mentre camminavo nei campi sono svenuto, poi, quando mi sono ripreso, sono andato ancora un po' avanti e sono svenuto di nuovo. Mi ha raccolto della buona gente... Un'altra volta mi sono svegliato in mezzo alla foresta, di notte, ero svenuto senza accorgermene, con le gambe in su e la testa in giù... Non so nemmeno quante volte mi hanno dato l'estrema unzione. Resisteva solo chi aveva un cuore molto forte. C'erano dei padri che morivano da un' ora all' altra senza che si potesse fare niente. Con la febbre nera ad esempio, si moriva in 24 ore. L'ho presa anch'io, ma il cuore ha sempre resistito e non mi sono mai lasciato andare. Parecchi confratelli morivano perché "si lasciavano andare": era difficile e doloroso resistere senza medicine, con forti dolori, nell'isolamento. Gli aborigeni, quando si scatenavano queste epidemie, morivano come . mosche, non avevano nessuna resistenza.

C'era anche il problema che, di fronte a queste febbri, avremmo dovuto mangiare bene per avere energie sufficienti, invece non andavamo più in là del riso, verdure, pesce di fiume e qualche pollo. Non c'era possibilità di avere altro cibo: io per lunghissimi anni non sapevo più che gusto avevano il formaggio, i salumi, il burro, la carne di manzo, l'olio d'oliva e qualsiasi altra cosa che non crescesse sul posto. Poi i viaggi sul carro a buoi. Si facevano trenta chilometri al giorno, al massimo. I giorni e le notti che ho passato su quel carro senza molle! Si stava in giro mesi e bisognava, per portarsi tutto e il catechista, andare col carro a buoi. Non per strade lastricate, ma per sentieri polverosi o fangosi. Quando era il tempo delle piene dei fiumi con la pianura tutta allagata, non si sapeva più nemmeno dov' era il fiume e dove il sentiero; si rimaneva anche un giorno o due rifugiati su qualche promontorio a lasciar passare l'acqua.

Quel che ti faceva veramente soffrire era l’isolamento, oggi quasi del tutto scomparso. Il vivere fra popoli primitivi che non ti capivano, con i quali ti intendevi pressapoco solo quando parlavi di mangiare e di cose materiali... Anche con i nostri cristiani, quanto tempo ci voleva per educarli un po’. Così ti sentivi isolato, sprecato: tornavi a casa dopo uno o due mesi di vitaccia e non avevi nemmeno un cane a cui raccontare le tue storie. Se ogni tanto ci incontravamo tra confratelli, erano feste che non finivano più, si stava alzati tutta la notte a chiacchierare. Anche se c’era solo acqua di pozzo da bere, bastava poter parlare con uno che ti capisse.

Mi fanno ridere quelli che oggi dicono che noi missionari eravamo colonialisti e non rispettavamo le "culture". Nei miei primi tempi di missione non avevamo niente, eravamo poverissimi e isolati da tutto il mondo: l'importante era sopravvivere e aiutare la gente a sopravvivere. Una volta capitò nel mio villaggio una commissione reale inglese per lo studio della geografia del Bengala. Erano tre inglesi, professori di chissà dove, con qualche decina di portatori, servi, tende, strumenti, medicine, ecc. (fu la prima volta che vidi la birra in scatola). Si fermarono un po' nel mio villaggio e poi mi dissero: "Qui in Bengala voi missionari siete tutti degli eroi!". La risposta mi venne spontanea: "Proprio eroi no, ma ci manca poco"».

Dinajpur diventa diocesi (1927), Krishnagar ai salesiani

Il 25 maggio 1927 il Papa istituisce la diocesi di Dinajpur e nomina vescovo mons. Santino Taveggia. Nel 1928 la diocesi di Krishnagar è affidata ai salesiani di don Bosco. Facile immaginare il dolore di mons. T aveggia nel lasciare i suoi bengalesi di Krishnagar con i quali viveva dal 1879 (quasi mezzo secolo), come di p. Macchi a Bhoborpara dal 1892, nell'andare a Dinajpur, dove si parlava quasi solo santal! Si sentivano, loro come gli altri che erano a Krishnagar da molto tempo, quasi degli esiliati.
La divisione della missione l’aveva voluta proprio Taveggia. Il 20 luglio 1926 spiega a Marinoni (54) i motivi che l’hanno spinto a questa decisione, discussa nel maggio 1926 con i suoi missionari: la grande responsabilità di evangelizzare un territorio troppo vasto e densamente abitato: concentrando

«i nostri uomini e i nostri mezzi in una sola parte della missione, si avrà certamente un lavoro più proficuo... Fra le due parti, noi scegliamo la parte nord, fra gli aborigeni».

Interessante questo fatto: il Seminario lombardo poteva tenersi la missione di Krishnagar, già iniziata da più di 70 anni, ed offrire ad altri la seconda, dove c’era tutto da fare. Era suo diritto. Invece compie una scelta generosa e missionaria: va «oltre il Gange». Anche qui, come altrove, sceglie i più poveri, i più lontani e abbandonati.
Merita di essere raccontata l’udienza che Pio XI concede al vescovo Taveggia (55), che lo visita col superiore generale p. Paolo Manna in una sera del novembre 1925 (quand’era ancora vescovo di Krishnagar). In anni lontani, Achille Ratti (Pio XI) e Santino Taveggia erano stati compagni nel seminario diocesano di Milano. Si erano sempre scritti e ogni anno mons. Ratti mandava il suo obolo al missionario. Da quando Achille era Papa, Santino, abbandonando il «tu» confidenziale, gli scriveva chiamandolo «Vostra Santità»; il Papa invece rispondeva col «tu» e si firmava «tuo aff.mo Achille, Papa Pio XI».
L’accoglienza al vescovo ed a p. Manna è cordiale, il Papa dà del «tu» a Taveggia, che risponde con «Vostra Santità»; gli fa domande sulla sua missione, conversano da vecchi amici. Quando si giunge al nocciolo della visita (Taveggia aveva assoluto bisogno di soldi per la nuova diocesi di Dinajpur), il vescovo chiede al Papa un grosso aiuto e il Papa si dice spiacente, ma gli risponde di passare per le vie ordinarie. Racconta padre Manna che Taveggia, carattere forte che si era imposto di andare dal Papa con umiltà,

«non potendone più, si alzò; si tolse la croce e la catena e consegnandole al Papa gli disse in pretto dialetto meneghino: ‘‘La croce è tua, prenditela e vai tu a far andare avanti la baracca’’. Il Papa si mise a ridere e lui pure in dialetto disse: ‘‘Santino, adesso mi piaci, ora ti riconosco per il mio vecchio amico. L’avevo detto al tuo superiore: se mons. Taveggia non mi dà del tu, non prenderà nemmeno un centesimo. Hai visto che ce l’ho fatta? Beh, prenditi tutto quello che c’è in questo cassetto. Sono dollari americani che mi hanno dato proprio oggi’’».

Al momento della nascita (1927) la nuova diocesi di Dinajpur contava 18.329 cattolici su circa 9 milioni di abitanti, in un territorio esteso 44.949 kmq., comprendente lo stato indigeno di Cooch-Behar e sei distretti civili del Bengala indiano: Dinajpur, Jalpaiguri, Rangpur, Bogra, Malda e Rajshahi. Il vescovo Taveggia muore a Dinajpur il 2 giugno 1928, dopo 49 anni di Bengala: giunto dall'Italia nel 1879, era vescovo di Krishnagar dal 1906; e il 13 novembre muore di febbri malariche a Saidpur un giovane missionario, p. Luigi Brambilla, in Bengala da quattro anni: aveva 28 anni. Il 7 febbraio 1929 il Papa nomina vescovo mons. Giovanni Battista Anselmo, in Bengala dal 1912.
Il primo problema che la nuova diocesi affronta è il seminario diocesano. All'inizio il vescovo manda i suoi seminaristi (9 nel 1928) alla scuola apostolica della vicina diocesi di Dacca; poi, nel 1929, si apre nell' episcopio di Dinajpur il piccolo seminario e viene organizzato un centro per la preparazione dei catechisti diretto da p. Ferdinando Sozzi. Il 15 settembre 1928 sono benedetti a Dinajpur il primo convento e orfanotrofio femminile delle suore di Maria Bambina, che hanno seguito i missionari del Pime da Krishnagar a Dinajpur, senza abbandonare la prima diocesi.

Dhanjuri: lebbrosario; Jalpaiguri: missione fra gli oraon

Un’altra importante opera della nuova diocesi è il lebbrosario di Dhanjuri. Nel 1926 il p. Luigi Brambilla scrive (56):

«Tra i santal la lebbra è malattia molto comune, è raro trovare un paese che non ne sia toccato. Il problema che noi missionari ci siamo posti fin da quando mettemmo piede nella tribù dei santal è questo: cosa possiamo fare noi per i poveri disgraziati infetti dalla lebbra?... Qui a Dhanjuri l’idea del lebbrosario potrebbe essere tradotta in pratica con poca difficoltà. Dhanjuri è situata in una foresta che circonda un lago. I lebbrosi, pur vivendo un po’ isolati, potrebbero darsi alla pastorizia, alla pesca, alla caccia prediletta dai santal».

Nel 1929, p. Giuseppe Obert, parroco di Dhanjuri, compera un bel terreno sulle sponde del lago e non lontano dalla missione, un luogo ideale per il lebbrosario: subito si incomincia a costruire le casette per i lebbrosi. L’armatura in ferro con tetto di zinco, le pareti di bambù intrecciati e intonacati con fango, il tetto della veranda di paglia. Nel 1934 arrivano le suore di Maria Bambina, «vere madri amorose dei lebbrosi» scrive p. Gerardo Brambilla. Nel 1940 il lebbrosario di Dhanjuri ospita 42 malati.
Non tutto il lavoro dei missionari di Dinajpur si svolgeva fra i santal delle foreste bengalesi. Alcuni vengono mandati nelle regioni del nord, ai confini con l’Assam, il Bhutan e il Sikkim, dove incominciano le colline che preparano il massiccio dell’Himalaya con cime sopra i 7.000-8.000 metri. Nel distretto di Jalpaiguri (oggi diocesi) vi sono estese piantagioni di tè. I primi missionari nella regione sono stati quelli di san Calocero all’inizio del secolo: Francesco Rocca, Giuseppe Armanasco, Giuseppe Lazzaroni, che nel 1911 si ferma nella regione e pone la sua residenza a Mal, dove vive fino al 1923. Nel 1915 scrive (57):

«Il numero dei cattolici di questo mio distretto di Mal ascende ora a 1.140 ed ho avuto la consolazione di battezzare 28 adulti e di ricevere nella Chiesa due protestanti convertiti; ho pure battezzato 10 figli di pagani e  81 di cattolici. Ogni volta che visito le 25 piantagioni di tè ove si trovano i miei cristiani, questi si confessano e si comunicano. In sei piantagioni dove i cristiani sono un po’ più numerosi, cioè Dalgaor, Kumlai, Denguajar, Naia Saili, Ridak, Sankos, i catechisti fanno scuola serale insegnando i primi rudimenti del leggere e dello scrivere, più un po’ di catechismo. Il direttore (delle piantagioni di tè, n.d.r.) vede di buon occhio le visite del padre perché i cristiani si diportano molto meglio da ogni punto di vista. Se si considera l’ambiente pagano nel quale vivono e, purtroppo, il cattivo esempio della maggior parte degli europei, non è da meravigliarsi che alcuni cristiani, buoni e praticanti a casa loro, qui ridiventano pagani o quasi».

Dopo la I guerra mondiale, con p. Lazzaroni vengono mandati p. Ambrogio Galbiati (1919) e p. Adamo Grossi (1922). Nel 1923 sorge la residenza di Nagrakata e nel 1930 p. Galbiati si trasferisce a Damanpur, fondandovi un’altra residenza. Nel 1930 i cristiani nel distretto di Jalpaiguri sono 4.000, quasi tutti aborigeni oraon e mundari; nel 1935 8.000. Il 22 febbraio 1936 il vescovo mons. G.B. Anselmo benedice solennemente la prima vera chiesa fra gli oraon a Nagrakata. P. Teodoro Castelli scrive:

«Degnissimo di nota e molto consolante il fatto che alla costruzione di questa chiesa concorsero non poco i cristiani con le loro offerte ed i catechisti che per ben due anni rinunziarono ai loro già miseri stipendi pur di vederla finita. Non è dunque vero che i nostri cristiani sono, come qualcuno ha detto, i cristiani della pagnotta».

Il piccolo «boom» di conversioni fra i santal (1932-1940)

Dal 1929 al 1938 arrivano nella nuova diocesi di Dinajpur 19 giovani missionari (16 padri e 3 fratelli). Negli anni trenta si registra a Dinajpur un piccolo «boom delle conversioni» tra i santal, gli oraon, i munda e altri gruppi aborigeni. Purtroppo questo movimento è bloccato dalla II guerra mondiale, quando quasi tutti i missionari finiscono in campo di concentramento. Comunque, negli anni trenta si aprono nuove residenze a Ruhea, Mariampur, Boldipukur, Khoribari, (oltre a Damanpur nella zona di Jalpaiguri, già ricordata). Il p. Tommaso Cattaneo scrive in una relazione del 1933 (58):

«Il movimento di conversioni tra i santal, nel senso di movimento imponente, data dal 1932 e sorse come reazione al movimento dei sadhu, che tentarono l’induizzazione politico-religiosa dei santal e in seguito alla loro sconfitta».

Negli anni venti e trenta, nonostante i tentativi di Gandhi di tenere uniti indù e musulmani in vista dell’indipendenza, in Bengala scoppia il contrasto fra i due gruppi religioso-sociali (che porterà nel 1947 alla divisione del Bengala fra India e Pakistan). La lotta politica diventa lotta religiosa: in ogni festa indù o musulmana, a Calcutta e in altre città, ci sono sommosse, lotte accanite, scontri e accoltellamenti con numerose vittime, incendi di casupole e capanne, nonostante la vigilanza e la repressione della polizia.
In questo quadro nascono in Bengala due movimenti indù per conquistare gli aborigeni all'induismo: la «Missione indù» e il «Sadhuismo» (59); entrambi apertamente anti-cristiani, esercitano forti pressioni per «convertire» i santa!. Hanno qualche successo con gli animisti (che rimangono come prima: invocando divinità indù e dichiarandosi indù, ricevono alcuni benefici), ma falliscono con i cristiani: ecco allora l'odio, le minacce, la lotta e le calunnie contro i cristiani ed i missionari. Il Sadhuismo, passato poi a vie di fatto contro i cristiani, gli inglesi e le leggi civili, subisce una sconfitta con l'arresto dei suoi capi e di vari militanti.
Ma la pressione indebita contro i santal favorisce, per reazione, il movimento di questi verso la Chiesa. Sconfitti dalla legge, i «sadhuisti» iniziano (60)

«un’accanita campagna contro i cristiani, prima nei giornali e poi attraverso le autorità locali, che sono tutte indù. I latifondisti e gli strozzini di professione, gli avvocati e quelli della polizia si uniscono ai nazionalisti e mandano le loro accuse nientemeno che al prefetto di Raishahi, chiedendo l’espulsione dei missionari non solo dalla provincia di Malda, ma anche dal Bengala. Questa bufera è durata tre mesi... Io ebbi un magistrato permanente con l’incarico di difendere i santal e di aiutarli nei loro bisogni; gli usurai e i padroni di terre furono e sono soggetti ad un implacabile controllo, tanto che, per evitare mali maggiori, ora si mostrano miei amici. Di conseguenza i santal riconoscono nel padre un amico sicuro e utile...
La situazione attuale è questa:
1) I «sadhu» non sono più aggressivi, non minacciano più i cristiani e un centinaio di loro stanno imparando le orazioni e si preparano a ricevere il battesimo.
2) I santal pagani vedono di buon occhio il missionario, si rivolgono a lui nei loro bisogni, promettono che si faranno cristiani, mandano i loro ragazzi alle nostre scuole e sono contenti che questi imparino a cantare i nostri inni al Signore.
3) I catecumeni seri sono più di settecento: da quasi otto mesi studiano con impegno la nostra santa religione e spero di poterli battezzare per il prossimo Natale.
4) I catecumeni un po’ superficiali saranno un duemila: per loro ci vorrà un po’ di tempo, ma bisogna aver pazienza e pregare. I villaggi con catecumeni saranno un centinaio.
Come risultato pratico, mons. vescovo ha diviso il mio distretto di Rohanpur ed è nato il nuovo distretto di Khoribari».

P. Tommaso Cattaneo scrive nel 1934 (61):

«Dietro nostra pressione, il governo inglese ha stabilito un magistrato appositamente per i santal, che poi si sono uniti sotto capi loro propri; si sono aggiustati i pasticci con i padroni dei terreni, eliminate le angherie degli agenti dei ‘‘zemindar’’ (latifondisti, n.d.r.); si è fatta guerra agli stregoni e cercato di regolare i loro matrimoni... Insomma, a poco a poco i santal si sono fatti uomini e apprezzano la nostra religione; hanno preso a considerare il missionario come il loro solo e vero protettore, il loro padre, il loro capo».

Durante la guerra in campo di concentramento (1940-1944)

Negli anni trenta la missione inizia le «banche del riso», le cooperative e altre forme di aiuto ai poveri («credit unions», ecc.). L’apostolato fra gli aborigeni è ben avviato, ma i bengalesi indù e musulmani, che sono la grandissima maggioranza, rimangono fuori dell’influsso dei missionari. Dopo una visita alla missione del Bengala negli anni trenta, p. Brambilla scrive (62):

«Tra le basse caste e i reietti della società le conversioni sono numerose... Ma tra le persone dell’alta società bengalese sono scarsissime. Per una persona d’alta casta il farsi cristiano richiede un coraggio e una virtù che non esito a definire eroici. La sua conversione è ritenuta un’apostasia, un marchio d’infamia per tutto il parentado e la sua casa. Il convertito è boicottato e ostracizzato. Egli trova la pace e le consolazioni della vera fede, ma socialmente si trova a disagio: dagli eurasiani non è compreso e tra gli altri cristiani bengalesi (poveri, di bassa casta o fuori casta, n.d.r.) non trova la società a cui era abituato. Tuttavia, grazie a Dio, dobbiamo constatare un progresso anche tra i bengalesi, lento ma sicuro e continuo. I cristiani bengalesi non sono molto aumentati di numero, ma tra loro si è intensificato lo spirito di fede e la vita religiosa.
Tra i pagani bengalesi notiamo pure un cambiamento in meglio. Molti anni addietro i bengalesi avevano per il cristianesimo solo disprezzo. Era la religione di europei mercanti, affaristi venuti a sfruttare l’India e quindi una religione materialista, di gran lunga inferiore alla religione e filosofia indiana. Oggi sono tanti i bengalesi che studiano, si confrontano, riflettono: anche il cristianesimo è divenuto oggetto dei loro studi. E tante belle intelligenze riconoscono il grande valore spirituale e rigenerativo del cristianesimo. Gesù non è più il Dio ignoto: molti bengalesi sarebbero pronti a farsi cristiani, se non fossero trattenuti dall’idea dei grandi sacrifici che tale passo impone».

All’inizio del 1940 la relazione di mons. G.B. Anselmo presenta per la diocesi di Dinajpur queste statistiche (63):

Superficie: 45.000 kmq. Catechisti: 340
Popolazione: 9.689.784 Maestri e maestre: 64
Cattolici: 32.974 Scuole elementari: 43
Protestanti: 22.663 Alunni: 1.366
Stazioni principali: 12 Alunne: 217
Stazioni secondarie: 319 Scuole medie: 2
Chiese: 6 Alunni: 199
Cappelle: 340 Orfani: 59
Sacerdoti: 33 (4 indigeni) Orfane: 95
Fratelli: 4 Lebbrosario con 42 lebbrosi
Suore italiane: 13 Dispensari: 12
Suore indigene: 2  

All’entrata in guerra dell’Italia nel giugno 1940, 25 sacerdoti e due fratelli del Pime vengono internati in campo di concentramento. Rimangono in Bengala il vescovo, tre anziani del Pime e i quattro sacerdoti indigeni (64). Si chiudono diverse sedi missionarie, le conversioni cessano del tutto e non pochi battezzati di prima generazione abbandonano la fede. La grande carestia del 1942-1943, che infuria in tutta l’India ma soprattutto in Bengala, aggrava la situazione della missione, del tutto isolata anche dalle sue fonti italiane di aiuto.

«Complessivamente - scrive p. Giuseppe Cavagna (65) - noi missionari del Bengala fummo lontani dalla nostra missione tre anni e dieci mesi (66). Per quelli di Jalpaiguri invece la prigionia fu di circa sei anni».

Nel dopoguerra si prepara l’indipendenza dell’India e sono ancora anni di lotte sanguinose e massacri reciproci fra indù e musulmani. Il 15 agosto 1947 gli inglesi dichiarano l’India indipendente e questa si divide fra India e Pakistan: occidentale (Punjab, Sind e altre regioni ai confini con l’Afghanistan) e orientale: cioè quella parte del Bengala in cui i musulmani erano la maggioranza.
Con la nascita del Pakistan (67), la diocesi di Dinajpur è spezzata in due parti: delle otto province che la formavano, quattro rimangono in India (68); le altre quattro costituiscono il nuovo territorio della diocesi, quasi dimezzato rispetto all’anteguerra. Anni di grande trepidazione e incertezza: in vari centri del Bengala, sia indiano che pakistano, si susseguono prima polemiche fra indù e musulmani, poi scontri aperti, incendi, saccheggi, massacri. Infine, la «grande fuga» degli indù verso l’India e dei musulmani verso il Pakistan: milioni di uomini, donne, bambini, anziani, che scappano e si scontrano con gli altri che vanno nella direzione opposta! Calcoli prudenti affermano che in quella divisione fra India e Pakistan hanno perso la vita dai sei agli otto milioni di persone!

Formazione religiosa e umana dei tribali (1948-1960)

A Dinajpur si riprende il lavoro ma mons. G.B. Anselmo dà le dimissioni per motivi di salute e si ritira a lavorare nella missione di Rohanpur (dove muore il 19 febbraio 1953). Mons. Giuseppe Obert è nominato vescovo di Dinajpur il 9 dicembre 1948 e nello stesso anno arrivano cinque nuovi missionari, tre dei quali ancora oggi sul campo (Luigi Pinos, Cesare Pesce, Luigi Scuccato).
La guerra ha insegnato molte cose ai missionari: anzitutto la fragilità dei fedeli, inevitabile data la scarsa formazione ricevuta e i pochi anni di esperienza cristiana; secondo, la debolezza dei missionari, che da un giorno all’altro vengono portati via in blocco per anni; terzo, la constatazione, in un periodo di grandi cambiamenti, che i santal e gli altri aborigeni non sono preparati ad affrontare il mondo moderno: in Bengala le giungle diminuiscono e scompaiono e i santal, se non sono formati e aiutati ad entrare nel mondo moderno, si trovano a fare i braccianti, gli ultimi della società, sfruttati da tutti.
Negli anni venti e trenta la missione del Bengala si era impegnata soprattutto ad occupare il territorio, gettando i semi evangelici a vastissimo raggio, per raggiungere tutte le popolazioni e fondare nuove comunità di credenti. Dal 1950 cambia la strategia: bisogna formare i cristiani in senso evangelico ed ecclesiale, ma anche in campo educativo-economico-sociale-politico. Altrimenti non li si aiuta davvero e non si fonda una vera Chiesa locale. Più che il numero, conta la qualità.

«I santal — mi diceva un confratello nel 1964 (69) — imbattibili nella giungla, diventano come bambini nella vita moderna e facilmente si lasciano imbrogliare da gente più astuta ed evoluta di loro». Un altro diceva: «Basta che un musulmano sternuti e cento santal fuggono terrorizzati». «Un bel mattino — aggiungeva un terzo — potremmo svegliarci e trovarci senza più nemmeno un cristiano. Un giorno o l’altro tutti i santal potrebbero scappare in India, qualora ci fosse un pericolo o anche solo si diffondessero voci allarmistiche».

Qualcosa di simile è successo nel 1950, in seguito a gesti d’intolleranza verso i musulmani compiuti da indù e tribali.

«I musulmani reagirono violentemente. Nella rivolta furono coinvolti non solo gli indù rimasti nel Pakistan orientale, ma tutti i santal, gli oraon e altri tribali: picchiati, arrestati, qualcuno ci lasciò la pelle. In un baleno tutta la diocesi fu presa da un panico indicibile: ‘‘I musulmani ci perseguitano, fuggiamo!’’. I fuggiaschi erano migliaia ed era impressionante non solo il numero, ma la determinazione con la quale fuggivano. ‘‘Arrivati in India — essi dicevano — scacceremo i musulmani dalle loro abitazioni e noi ne diventeremo i padroni...’’.
«Diversi furono i missionari coinvolti nella dolorosa vicenda: tra essi il p. Tommaso Cattaneo, messo in prigione perché difendeva i poveri santal; p. Luigi Scuccato bastonato dalla polizia perché difendeva i santal impauriti; p. Michele Bianchi percorse a piedi lunghi chilometri per sottrarre i suoi fedeli alle minacce dei musulmani; p. Giuseppe Cavagna faceva fronte ai bihari (musulmani immigrati dall’India, n.d.r.) che avevano occupato tutto il territorio di Jogdol, Kornai, Lokitara, Talbona; i padri Ferdinando Sozzi e Cesare Pesce si spingevano fino a Hili per portare la pace e impedire l’esodo travolgente... Nel 1951 la situazione rimase ancora molto tesa per gli indù e i santal, perché dall’India arrivavano messaggi segreti di una guerra imminente fra i due stati: se non avessero lasciato il Pakistan ci sarebbe stata una carneficina...» (70).

Ancora nel 1950 molti santal aderiscono alla setta «Sottom Sibon Sundhoram» fondata da un avvocato di Dinajpur, che si proponeva di creare in loro diffidenza e avversione verso i missionari e li spingeva a fuggire in India:

«‘‘La religione che vi insegnano i bianchi — veniva detto loro (71) — è straniera. Voi siete come noi, indù. La nostra religione è quella della dea Kalì. È lei che dovete adorare per essere protetti. La penna e i libri non fanno per voi. Stringete in pugno l’arco e le frecce. Preparatevi alla guerra. Con l’aiuto della dea Kalì conquisteremo il paese’’. Si voleva la loro fuga e si riuscì nell’intento. Abbandonavano tutto: terre, bestiame, capanne, riso, attrezzi di lavoro... I rifugiati che speravano la terra promessa non solo non ebbero né terreni né sistemazione, ma si videro abbandonati in preda alla fame. Nel frattempo, una moltitudine di musulmani... vennero ad occupare i villaggi abbandonati... Quell’anno fu segnato anche da altre disgrazie: una ostinata siccità e l’epidemia di vaiolo».

Nonostante questi disastri, la diocesi di Dinajpur aumenta i suoi cristiani, perché molti pagani, scossi dai luttuosi fatti di sangue, si orientano verso la Chiesa e chiedono il battesimo. Ecco l’impegno degli anni cinquanta e sessanta: rafforzare la fede, la forza anche sociale ed economica dei cristiani per renderli cittadini istruiti, maturi, convinti. I centri missionari vengono fondati stabilmente in muratura (e non in fango e paglia), si danno ai cristiani scuole elementari e superiori, si costruiscono pensionati, dispensari, si organizzano corsi regolari per catechisti e corsi di cultura religiosa e di promozione umana; in campo economico e sociale nascono scuole d’avviamento al lavoro, cooperative agricole, iniziative di promozione della donna; in campo giuridico, la lotta contro gli usurai e la difesa dei tribali e delle loro terre anche in tribunale, ecc.
Nel dopoguerra e negli anni cinquanta le conversioni non avvengono soltanto fra gli aborigeni (santal, oraon, munda, ecc.), ma tra i bengalesi, come profetizzava il vicario generale della diocesi di Dinajpur, p. Francesco Ghezzi: «Il futuro quasi imminente della Chiesa bengalese sarà nelle mani dei bengalesi». Infatti, mentre si continua il lavoro fra i tribali, alcuni missionari giunti dall’Italia nel dopoguerra riprendono l’opera dei padri Pietro Costa e Ruggero Bibini fra gli «harijans» indù (72) nel nord del paese: i padri Cesare Pesce, Mario Alvigini e Antonio Mapelli, col fratello Massimo Teruzzi (morto nel 1963 dopo essere guarito dalla lebbra). In quegli anni, migliaia di fuori casta indù, disprezzati da tutti, sono battezzati nei distretti di Ruhea, Thakurgaon, Ponchagor e Tetulia (73). Il movimento continua ancor oggi fra i «khotryo» indù (vedi più avanti).

Nata e morta la prefettura apostolica di Malda (1952-1962)

La spaccatura fra India e Pakistan orientale nel 1947 divide la diocesi di Dinajpur in tre parti, due delle quali in India. Nascono la diocesi di Jalpaiguri (a nord) e la prefettura apostolica di Malda (ad ovest), nelle quali già vi erano missionari del Pime al lavoro. L’Istituto si trova ad avere tre circoscrizioni ecclesiastiche invece di una sola (74). A Jalpaiguri (diocesi dal 17 gennaio 1952), il primo vescovo è mons. Ambrogio Galbiati, a Malda (nella stessa data) il prefetto apostolico mons. Adamo Grossi.
Nel distretto civile di Malda c’erano già due padri del Pime, Arsenio Favrin ed Ettore Bellinato, nelle missioni di Khoribari e di Rajibpur, con due sacerdoti tribali, Lambert Kisku e Lucas Topno. Nei primi tempi i confini fra India e Pakistan non erano sorvegliati, per cui i missionari passavano facilmente il confine. Nel 1951 p. Favrin decide di tornare la prima volta in Italia, dopo 40 anni di India (di cui 4 in campo di concentramento). Al suo posto mons. Obert, vescovo di Dinajpur, manda p. Adamo Grossi che diventa prefetto apostolico di Malda. P. Tarcisio Manfredotti racconta (75):

«All’inizio del 1952 arriviamo dall’Italia noi quattro giovani preti sprovveduti. A Milano ci era stato detto: ‘‘Andate in Bengala e qualcuno vi dirà dove andare’’. Nessuno di noi sapeva alcuna lingua oltre l’italiano. Abbastanza fortunosamente, dopo oltre un mese di viaggio, arriviamo a Calcutta passando per Colombo (isola di Ceylon) e capitiamo in casa dei salesiani italiani, dove ci sistemiamo in attesa che quel ‘‘qualcuno’’ venga a prenderci. Dopo un po’ di giorni, arriva p. Grossi che veniva in città una volta l’anno a fare le sue spese (circa 600 km., due giorni e mezzo di viaggio a piedi, in barca, in treno). Trova noi e senz’altro ci recluta per la sua missione. A proposito, i quattro eravamo: Mario Carraro, Giuseppe Guccione (76), Luigi Acerbi e Tarcisio Manfredotti.
Così arriviamo a Khoribari dove passiamo la Pasqua in mezzo ai santal. Intanto p. Grossi diventa mons. Grossi, prefetto apostolico di Malda e si stabilisce a Rajibpur, la missione più sviluppata con scuola elementare e media, un grande orfanotrofio e un buon numero di cristiani. P. Bellinato era a Khoribari, ma poco dopo anche lui va in Italia e poi viene inviato negli Stati Uniti; Favrin, tornato in India, diventa parroco a Nuova Delhi. Restiamo noi quattro giovani alle prese con le lingue: inglese, bengalese e soprattutto santal; con due preti locali p. Lucas e p. Lambert (un terzo, p. George, originario del Kerala, mons. Obert lo manda in aiuto da Dinajpur). Abbiamo riaperto (disboscando la giungla) la missione di Alampur fondata prima della guerra da p. Angelo Del Corno, dove sono stato mandato con un fratello indigeno di etnia oraon, Francis Lakra, che si rivelò provvidenziale.
Intanto il cristianesimo si diffondeva molto rapidamente soprattutto fra i santal e altre tribù meno numerose in quei distretti. Nelle zone di Khoribari e di Alampur le conversioni in massa di interi paesi diventavano sempre più frequenti: sia i due di Khoribari (Carraro e Acerbi) che il sottoscritto, come anche negli altri distretti, facevamo difficoltà a stare dietro a tutte le insistenti richieste di istruzione religiosa e di battesimo. Da Khoribari la missione viene spostata a Rahutara, più facilmente accessibile. Qui sorgono in breve tempo la scuola media (diretta da p. Acerbi) e la «scuola di arti e mestieri» nelle mani esperte di p. Carraro. La chiesa e la casa in muratura per i padri arrivarono molto più tardi. Lo stesso successe ad Alampur dove il terreno disponibile era già grande, ma bastava abbattere e ripulire la giungla per ampliarlo. La scuoletta elementare fatta all’inizio venne triplicata per far posto a tutti gli alunni.
Da notare che agli inizi dovevamo pagare i genitori perché lasciassero venire i figli a scuola: non erano contrari all’istruzione, ma i maschietti erano mandati a servizio da famiglie più ricche per poter mangiare e le bambine si prendevano cura dei fratellini più piccoli mentre la mamma lavorava nei campi. Se fossero venuti a scuola, chi avrebbe dato loro da mangiare quando tornavano a casa? I magri raccolti che facevano nei campi erano appena sufficienti a mantenere la famiglie per tre o quattro mesi l’anno. Il resto del tempo era fame nera!
Molti anni più tardi sono tornato sul posto e ho toccato con mano la grande differenza che l’istruzione aveva operato per i santal e gli altri tribali. I nostri bambini si erano fatti una famiglia, avevano trovato un lavoro ben retribuito, si erano costruite belle case in muratura e i loro vecchi avevano imparato a coltivare la terra con sistemi meno antiquati. Non solo più nessuno sapeva cosa vuol dire ‘‘fame’’, ma avevano raccolti da vendere e quindi denaro da investire in altri beni e terreni».

La prefettura apostolica di Malda apre due nuove stazioni missionarie nel distretto del West Dinajpur e mons. Grossi compera il terreno nella città di Malda per spostarvi la sede della missione. Nascevano le prime vocazioni sacerdotali, alcuni ragazzi erano già in un seminario del vicino Bihar. Ma sul più bello,

«arrivò imprevista la stangata, continua Manfredotti. Apprendemmo dai giornali indiani e italiani che la nostra prefettura apostolica era presa dai gesuiti maltesi: unendola al loro territorio, si sarebbe chiamata diocesi di Malda e Dumka (77). Era evidente che noi dovevamo andarcene, senza nemmeno essere consultati. I superiori ci fecero sapere che dovevamo trasferirci a Jalpaiguri. Il primo ad andarsene fu mons. Grossi (aveva già lavorato a Jalpaiguri), noi lo seguimmo alla spicciolata, scappando, letteralmente, di notte per non farci vedere dai nostri cristiani, che non ci hanno mai dimenticati. A Jalpaiguri la gente e le lingue erano del tutto diverse da quelle di Malda. Ma questa è la vita del missionario».

Il cammino della diocesi di Jalpaiguri (1952-1996)

Quando dalla diocesi di Dinajpur nasce quella di Jalpaiguri (17 gennaio 1952), il nuovo vescovo mons. Ambrogio Galbiati stabilisce la sua sede a Damanpur, mentre la casa regionale dei missionari del Pime per il nord India è nella parrocchia di Nagrakata con il regionale p. Amatore Artico.
Nel periodo del vescovo Galbiati (78) si fondano nuovi distretti missionari: oltre a Mal (fondata nel 1903), Nagrakata (1922) e Damanpur (1927), nascono Maria Basti (1953), Dem Dima (1959), Rydak (1964) e Siliguri (1964). Nel 1964 Jalpaiguri aveva 35.400 cattolici, 201 catechisti e 78 maestri delle 7 scuole elementari e delle 5 scuole di altro tipo.
La diocesi aveva un certo numero di missionari italiani, specie dopo che erano venuti i quattro da Malda (1962): i padri Giuseppe Milozzi, Alessandro Perico, Ambrogio Dell’Orto, Edoardo Tagliabue, Eugenio Petrin, Luigi Marcato, Pasquale Persico, Teofilo Lucatello, John Thwaytes (79). Nel 1964 i sacerdoti indiani erano sei, le suore locali sei e le straniere cinque.
Una delle sofferenze di mons. Galbiati era quella di non essere riuscito ad ottenere suore per la sua diocesi, eccetto quelle spagnole a Damanpur e quelle di Maria Bambina a Nagrakata, che p. Artico vi aveva portato nel 1947, dove avevano una scuola elementare e una superiore per ragazze tribali. Ad Alipurduar Junction, presso Damanpur, la grande scuola superiore S. Giuseppe, fiore all’occhiello della diocesi, costruita e diretta da p. Edoardo Tagliabue, nella quale hanno lavorato i padri Luigi Acerbi, Tarcisio Manfredotti, Pasquale Persico e Luigi Marcato. Padre Acerbi scrive (gennaio 1999):

«Io ero incaricato del pensionato (circa 400 ragazzi e giovani), un lavoro molto pesante, ma necessario poiché la maggioranza degli studenti abitavano lontani dalla scuola e non potevano andare avanti e indietro a piedi. Una volta i gesuiti, che lavoravano pure tra i santal in India, vennero a visitarci e chiesero al direttore p. Edoardo Tagliabue perché noi avevamo ogni anno buoni risultati agli esami statali e loro no. Tagliabue chiese se avevano il pensionato per gli studenti interni. ‘‘No, dissero, perché questo richiede un lavoro eccessivo’’. Tagliabue rispose: ‘‘La mancanza di pensionato è la causa dei vostri miseri risultati. Un ragazzo non può prepararsi agli esami di stato quando ogni giorno deve camminare parecchie ore sotto il sole, a casa non ha un posto, a volte nemmeno un tavolino dove studiare; e quando non ha il cibo e il letto assicurati’’.
Nella nostra scuola regnavano disciplina e serietà di insegnamento. Ogni anno avevamo sempre buoni risultati e la St. Joseph’s High School era considerata una delle migliori del Bengala. Molti dei nostri studenti, lo so perché sono ritornato sul posto molti anni dopo, ora godono di una buona posizione sociale. Va anche detto che la nostra scuola ha dato parecchie vocazioni sacerdotali alla diocesi. A Damanpur c’era la scuola superiore femminile, tenuta da suore spagnole, anch’essa famosa per i buoni risultati agli esami e concorsi statali».

Gli ultimi missionari italiani del Pime che hanno lavorato a Jalpaiguri sono stati p. Amatore Artico e p. Tarcisio Manfredotti a Nagrakata, tornati in Italia all’inizio degli anni ottanta (80). P. John Thwaytes è rimasto fino al 1996 a Mal, dov’era parroco e aveva fondato una «Boys Town» (città dei ragazzi).
Il primo vescovo indiano di Jalpaiguri è stato mons. Francis Ekka nel 1968, trasferito nel 1971 a Raigarh e sostituito dall’attuale vescovo mons. James Toppo, che nel 1974 ha portato la sede episcopale nella capitale del distretto civile Jalpaiguri. Mons. Toppo scrive (15 gennaio 1999) che la diocesi di Jalpaiguri oggi ha circa tre milioni e mezzo di abitanti, 800.000 dei quali sono ‘‘adivasi’’ (tribali) venuti dal Chotanagpur per lavorare nelle piantagioni di tè. I cattolici sono più di 100.000, le parrocchie 21, i sacerdoti locali 33 e due religiosi, le suore 160 di una dozzina di congregazioni, comprese le missionarie dell’Immacolata (suore del Pime); gli istituti di educazione cattolici 85.

La «Novara Technical School» di Suihari (1963)

Negli anni cinquanta un fenomeno di grandi proporzioni aiuta a ridare speranza ai cristiani: gli aiuti della Chiesa cattolica americana attraverso il CRS («Catholic Relief Service»). D’accordo con le autorità pakistane, questi aiuti vengono distribuiti, ai più poveri e senza distinzione di casta o di religione, dalle Chiese cristiane e una parte consistente tocca alla Chiesa cattolica: riso, mais, grano, fagioli, piselli, latte in polvere, burro, formaggio, oli vegetali, e poi stoffe, vestiti, attrezzi di lavoro, ecc. Una benedizione in tempi di fame.
Naturalmente, a lungo andare gli aiuti rivelano anche aspetti negativi: corruzione, accuse contro le missioni. Però sulla base di quegli aiuti nascono iniziative di sviluppo: ad esempio, la strada dal lebbrosario di Dhanjuri (allora in foresta) verso il mondo esterno (la «via lattea»), è stata costruita dando latte in polvere in cambio di lavoro («Food for Work», cibo in cambio di lavoro) (81). Gli aiuti cessano all’inizio degli anni sessanta.
Nel 1963 nasce a Dinajpur la «Novara Technical School», per la preparazione professionale dei giovani in meccanica, motoristica, falegnameria, carpenteria, elettricità, radiotecnica. È diventata una delle più stimate scuole professionali del Bangladesh. Negli anni delle prime «Campagne contro la fame nel mondo» (dopo il 1960), don Ercole Scolari, assistente diocesano dei giovani di Azione Cattolica, lancia l’iniziativa di un «gemellaggio» con la diocesi di Dinajpur e propone di realizzare una scuola tecnico-professionale. Nasce così a Suihari (Dinajpur) il «Novara Center», con l’aiuto delle associazioni cattoliche e delle scuole novaresi, coinvolgendo anche la diocesi, la città e la provincia di Novara.
Un’impresa che in quasi quarant’anni ha portato in Bangladesh molti novaresi (82), volontari, notevoli somme di denaro (si possono calcolare 5-6 miliardi di lire), macchine; e a Novara studenti bengalesi, vescovi e preti locali, missionari. Il Novara Center incomincia con una scuola elementare in capannoni di bambù, a poco a poco sostituiti da costruzioni in muratura; poi nascono gli ostelli per gli studenti, gli edifici scolastici, le abitazioni di padri e suore, la chiesa, le casette per insegnanti e collaboratori, i campi da gioco, ecc. La scuola tecnica, pensata e costruita da p. Faustino Cescato e da p. Angelo Villa, è poi affidata ai fratelli del Pime: Mario Fardin ne è il primo direttore e completa il progetto; Ettore Caserini, perito meccanico, ha diretto per un ventennio la scuola di meccanica e motoristica; e poi altri fratelli del Pime e volontari italiani.
Nel 1969 i primi nove giovani ricevono il diploma in falegnameria. Otto di essi, con gli attrezzi del lavoro, ritornano ai loro villaggi per impiantare una loro bottega, uno rimane come istruttore nella scuola: il primo di un folto nucleo di diplomati che attualmente formano il corpo docente interamente bengalese. Il Novara Center comprende la scuola tecnica (160 alunni), la scuola elementare (400 bambini), la scuola di economia domestica per le ragazze, la parrocchia con i suoi servizi sociali. Le continue richieste di ammissione alla «Novara School» dimostrano quanto gli alunni trovano subito un impiego (hanno poi ancora bisogno di essere seguiti e aiutati), ma richiede un continuo lavoro di aggiornamento degli insegnanti e degli strumenti. Anche in Bangladesh l’economia si diversifica e si modernizza, bisogna sempre inseguire il progresso tecnico (83).

Padre Nebuloni costruisce il seminario diocesano (1962-1963)

Nel settembre 1965 la guerra tra Pakistan e India combattuta in Bengala costringe i missionari stranieri a lasciare le missioni entro 70 km. dal confine con l’India: Ruhea, Thakurgaon, Dinajpur, Nijpara, Mariampur, Dhanjuri e Boldipukur sono abbandonate da preti e suore italiani. L’arcivescovo di Dhaka viene in aiuto mandando sacerdoti bengalesi a dirigere le missioni abbandonate e affida ai missionari del Pime le sue parrocchie. Questa prova dura tre mesi, fino a Natale, ma è stata anche una grazia perché ha accelerato la formazione del clero locale.
La diocesi di Dinajpur ha dato origine alla diocesi di Rajshahi il 21 maggio 1990 affidata al clero locale bengalese, nella quale però sono rimasti diversi missionari del Pime.
Dopo mons. Giuseppe Obert, dal 1968 Dinajpur ha avuto tre vescovi bengalesi. Il primo è stato mons. Michael Rozario (5 settembre 1968), diventato il 17 dicembre 1977 arcivescovo di Dhaka, la capitale del Bangladesh. Il secondo mons. Theotonius Gomes (19 dicembre 1978), trasferito nel 1996 a Dhaka come ausiliare dell’arcivescovo. Il terzo è l’attuale vescovo, mons. Moses Costa, consacrato vescovo il 6 settembre 1996.
Il seminario di Dinajpur rinasce con un certo colpevole ritardo nel dopoguerra, nonostante i sei sacerdoti già ordinati prima della guerra: le tante emergenze mettevano in secondo piano la formazione del clero locale (84). Nel 1959 giunge a Dinajpur il p. Ovidio Nebuloni: 40 anni, due lauree in scienze sacre, insegnante nel seminario teologico del Pime a Milano, p. Ovidio non ha nessuna idea di come si costruisce una casa. Incaricato di ridare vita al seminario diocesano, mentre ancora studia le lingue si butta a capofitto nella nuova avventura. Predica a tutti che il seminario è una cosa seria e va dotato di una sede moderna, adeguata, non si può tenere i ragazzi in locali di fortuna. A chi gli dice che non si possono spendere troppi soldi per educare un po’ di ragazzi dei quali forse uno su cinquanta diventerà prete, Nebuloni risponde che per far capire che i sacerdoti locali sono la prima preoccupazione del vescovo e dei missionari italiani, bisogna fare le cose bene.
Lancia appelli a parenti e amici, associazioni e fondazioni benefiche per raccogliere fondi; scrive invano agli ingegneri patentati dell’Istituto e ai costruttori famosi di altre missioni, poi decide di fare da solo. Acquista libri di ingegneria e di tecniche varie e li studia a fondo: si improvvisa progettista, architetto, ingegnere, capomastro, muratore, elettrotecnico, tubista. In tre anni costruisce a Dinajpur, con la povera manodopera locale, un bell’edificio in cemento armato a due piani, arieggiato e ben articolato nei vari blocchi, con i più moderni ritrovati in campo di serramenti e servizi. Il seminario di Dinajpur era, nel 1963 quando venne inaugurato, la meraviglia di quanti lo visitavano. Non avrebbe sfigurato in Italia. Nel 1964, accompagnandomi nella visita, Nebuloni mi diceva: «E se adesso qualcuno vuol darmi la Laurea honoris causa in ingegneria, me la sono meritata».
I risultati sono venuti: due sacerdoti ordinati nel 1970, due negli anni 1973, 1974 e 1975, tre nel gennaio 1978 e poi un flusso regolare di nuove ordinazioni. Oggi la diocesi di Dinajpur ha 13 sacerdoti locali, quella di Rajshahi 16, altri sono andati a servizio delle diocesi di Dhaka e di Chittagong.

Guerra civile in Pakistan e nascita del Bangladesh (1971)

Il 25 marzo 1971 il Bangladesh si dichiara indipendente: comincia la guerra di liberazione e la brutale repressione da parte dell’esercito pakistano. Dopo circa nove mesi di guerra sanguinosa, il 16 dicembre 1971 i militari pakistani si arrendono: il Pakistan orientale è indipendente e diventa Bangladesh. Le testimonianze dei missionari su questa guerra civile sono drammatiche. Il p. Angelo Rusconi, missionario a Borni, scrive alla mamma nel gennaio 1972 (85):

«Il genocidio (da parte dell’esercito pakistano, n.d.r.) incomincia con sincronia perfetta in diverse parti del Bengala, segno di una premeditazione ben organizzata; e si diffonde man mano nelle campagne fino a raggiungere i nostri distretti missionari, anche quelli isolati e privi di ogni importanza. Dove avanza l’esercito il popolo fugge. I villaggi vengono incendiati. Quando i militari arrivano a Dinajpur, il maggiore che comanda l’operazione trova una città del tutto deserta, ad eccezione di noi missionari e cristiani sotto la nostra protezione. Continuava a ripetere: ‘‘Impossibile! Impossibile!’’. Non riusciva a rendersi conto di quanto l’esercito pakistano è temuto e odiato... La missione di Bonpara si riempie di indù che fuggono. La presenza del vescovo e dei padri non serve a nulla. Il comandante di un gruppo di soldati ordina l’arresto di tutti gli uomini e i giovani indù, oltre ottanta, che si sono rifugiati nella missione: li portano via e li fucilano poco distante. Se ne salva uno solo: la pallottola gli trapassa il polmone ma non altre parti vitali e sopravvive.
Vicino a Bonpara c’è uno zuccherificio. Con tutti i permessi del comando militare, viene riaperto e comincia a lavorare. Più d’un centinaio di uomini, quasi tutti musulmani, vanno al lavoro. Un mattino arrivano i soldati, chiamano le maestranze e i dirigenti, li fanno sedere sulla sponda di uno stagno, poi scatta la mitraglia e il laghetto si riempie di sangue e di cadaveri. Ma casi del genere non sono affatto rari: questi due che ho raccontato sono capitati qui a casa mia e li conosco bene» (86).

Dopo fatti del genere inizia un esodo di massa verso l’India. I campi profughi indiani si riempiono: da marzo ad ottobre 1971 circa dieci milioni di bengalesi scappano in India! Nel giugno 1971 padre Angelo Canton va a visitare i campi. Altri padri lo seguono e si installano fra i profughi per assisterli: Mario Alvigini (Islampur), Paolo Poggi e Giovanni Vanzetti (Rajibpur), Salvatore Di Serio (Rahutara). Alvigini, dopo aver assistito a scene spaventose di atrocità contro i bengalesi, racconta che il 15 aprile 1971 mentre percorre in bicicletta Thakurgaon,

«trovo tutto vuoto in un silenzio di tomba. Improvvisamente vedo la morte in faccia. Stanno entrando in città reparti dell’esercito e sparano all’impazzata con un volume di fuoco impressionante e assurdo, dato che nessuno oppone resistenza. Salto giù dalla bici e mi nascondo dietro un albero, ma le pallottole fischiano da tutte le parti. Vedo diverse persone che fuggono impazzite al fiume, corro e mi getto anch’io in acqua in una pioggia di proiettili. Nuoto con la forza della disperazione. Un ragazzetto accanto a me viene colpito e l’acqua si arrossa del suo sangue.
Arrivato all’altra sponda mi butto a terra, quei pazzi soldati fanno il tiro a segno sui fuggitivi. Non ho più scampo, vedo altri che sono usciti dall’acqua cadere colpiti. Mi butto riverso come se fossi stato colpito. Sento i fischi delle pallottole e le grida dei moribondi. Per più di mezz’ora rimango fermo come un sasso con il cuore in gola. Noi preti diciamo: ‘‘Quando stai per morire, raccomandati l’anima a Dio!’’. Storie! Io pensavo: se mi uccidono, pazienza, muoio; ma se mi colpiscono solo, dovrò passare lunghe ore a perdere sangue qui sulla sponda, nessuno verrà in mio aiuto, morirò dissanguato col sole che picchia... Però ogni tanto pensavo anche al buon Dio. Gli dicevo: se mi aiuti a non morire, giuro che scappo in India...».

L’alba della liberazione e dell’indipendenza spunta nel dicembre 1971. I militari pakistani sono travolti dall’esercito indiano e dai «mukti bahini», i «partigiani» bengalesi: si arrendono e riescono, almeno in parte, a ritornare nel Pakistan occidentale. Molti di loro, tuttavia, rimangono in Bengala con parecchi civili loro collaboratori, specie i «bihari», musulmani immigrati in Bengala dal Bihar indiano nel 1947. Le reazioni di vendetta dei bengalesi contro questi civili bihari resta una pagina oscura della «guerra di liberazione» del  Bangladesh. Deprecabile anche se comprensibile, poiché i bihari, da alleati dell’oppressore pakistano, ne avevano fatte di cotte e di crude. La Chiesa durante la guerra ospitava i bengalesi per proteggerli dai pakistani e dai bihari; poi ha ospitato i civili bihari, uomini, donne, bambini, per proteggerli dai bengalesi...
Il Pime ha pagato il suo prezzo di sangue. In conseguenza dei disordini causati dalla guerra (aumento del brigantaggio), il 14 agosto 1972 è stato ucciso da una banda di ladri nella sua missione di Andharkota il p. Angelo Maggioni: nato a Trezzo d’Adda (Milano), aveva 55 anni ed era in Bangladesh da 24 anni. Diverse missioni sono state saccheggiate, missionari battuti e minacciati di morte. P. Pesce ha passato brutti momenti, accusato di essere a capo della resistenza locale, lui che aveva fatto il partigiano nella recente guerra civile in Italia: è salvato all’ultimo momento da alcuni militari; p. Gregorio Schiavi è minacciato di morte e p. Adolfo L’Imperio arrestato e minacciato di morte. Ucciso il padre Luca Marandi, unico sacerdote santal della diocesi di Dinajpur (87). P. Paolo Poggi scrive (88):

«A Ruhea p. Luca è stato ucciso nel pomeriggio del 24 aprile 1971 da militari che hanno saccheggiato la casa: la pallottola gli ha trapassato la testa. Il corpo è stato ricuperato dai cristiani in una pozza di sangue... Di carattere semplice e mite, non si faceva mai pregare per il lavoro. Era in una missione difficile, Ruhea ai confini con l’India. Ha voluto rimanere sul posto, in mezzo a gente poverissima e fra tante difficoltà, mentre poteva facilmente raggiungere l’India».

Mariampur: come funziona l’impegno sociale della Chiesa

La guerra di liberazione ha messo in risalto la presenza benefica della Chiesa, che continua anche nel dopoguerra, quando tornano dall’India milioni di profughi e bisogna ricostruire capanne, scuole, strade, agricoltura, ecc. Nel febbraio 1972 i vescovi di Dhaka e di Dinajpur vengono a Roma per incontrare Paolo VI e visitano gli organismi di aiuto in tutta l’Europa. Il vescovo di Dinajpur, mons. Michael Rozario, informa (89):

«In accordo col governo abbiamo varato un piano che prevede la riabilitazione di 200.000 famiglie, per una spesa complessiva di 30 milioni di dollari. Un programma concentrato in alcuni gruppi di villaggi, 50.000 famiglie per ciascuna delle quattro diocesi del paese. Gli aiuti che vogliamo dare consistono in alcuni pezzi di lamiera per famiglia (per i tetti delle capanne), cibo e assistenza medica e poi quanto è necessario per riprendere la produzione agricola: buoi e bufali, attrezzi vari, sementi, pozzi e pompe per l’irrigazione... Per la Chiesa questa è un’occasione unica per testimoniare la carità di Cristo in modo disinteressato a tutti i bengalesi».

Il Corr (la Caritas), nato nella Chiesa del Bengala dopo l’eccezionale inondazione del 1970 per distribuire gli aiuti, si rivela come l’organismo non governativo più efficiente e dedicato a servizio di un popolo in grandissima maggioranza non cristiano. Per il Pime si sono impegnati nel Corr, a livello diocesano e nazionale, p. Adolfo L’Imperio e p. Faustino Cescato (il Corr ha poi assunto il nome di Caritas): all’inizio con distribuzione di aiuti di emergenza, poi con interventi di sviluppo a più lunga scadenza, impegnandosi anche a risvegliare una nuova coscienza sociale nei poveri (90).
L’azione della Chiesa non si limita alle grandi opere (ospedali, scuole tecniche e superiori, lebbrosario) o ad interventi d’emergenza, ma è basata su una rete di iniziative che partono dalle parrocchie. Ecco un esempio, uno dei tanti: Mariampur, descritta da p. Carlo Menapace (91). Il consiglio parrocchiale ha istituito un «comitato per l’educazione» col compito di curare che tutti i bambini e le bambine vadano a scuola, costruendo anche scuolette almeno fino alla terza elementare nei villaggi dei tribali che ne sono privi. Ogni villaggio deve assumersi la responsabilità della scuola:

«Per lo stipendio del maestro, il villaggio deposita in missione due quintali di riso l’anno, da cui il segretario della commissione preleva ogni mese quanto spetta all’insegnante: salario minimo, da volontariato, la metà di quanto percepisce un insegnante delle scuole governative».

Il sistema funziona. L’aiuto ai poveri deve essere anzitutto di animazione e di educazione a unirsi e diventare protagonisti del loro sviluppo. La missione provvede alla formazione degli insegnanti, all’acquisto del materiale didattico e, per alcune scuole, all’arredamento essenziale. Nel pensionato di Mariampur vivono 80 ragazzi e 40 ragazze, giudicati degni di continuare gli studi oltre le elementari. Le famiglie debbono contribuire alle spese. Una volta p. Menapace dice al papà molto povero di una ragazzina sveglia e desiderosa di continuare a studiare:

«‘‘Io pago gli studi, i libri, i viaggi, i vestiti, il cibo... ma tu paga almeno il sapone e l’olio per ungersi!’’. Il papà abbassa gli occhi e dice: ‘‘Ma noi non ci laviamo con il sapone’’. Erano così poveri da non potersi permettere nemmeno il sapone!».

La commissione sociale costituita dal consiglio parrocchiale ha varie attività: dalla mediazione nelle liti non risolte nel villaggio, ai processi per salvare le terre ingiustamente espropriate, agli aiuti per liberarsi dagli usurai, la terribile piaga delle campagne bengalesi. Chi cade sotto il loro dominio non riesce più a liberarsi. Il comitato parrocchiale apposito studia caso per caso, concede prestiti al 3% d’interesse, si impegna a pagare i debiti agli usurai portandoli se necessario in tribunale. Il contadino restituisce il prestito non più all’usuraio ma al consiglio parrocchiale. Questo tipo di lavoro sociale aiuta a creare la volontà di risparmio. Molti depositano i loro pochi soldi alla missione, che dà l’interesse delle banche: per un tribale è molto difficile conservare il denaro in casa e la banca non accetta piccoli depositi.
Il consiglio parrocchiale amministra anche un fondo per lo sviluppo e concede prestiti a basso interesse a chi vuole avviare un commercio o acquistare del bestiame o un terreno. Ma non è facile aiutare i tribali ad uscire dall’economia di sussistenza. Vari tentativi sono falliti: ad esempio, allevare anatre da uova e capre per il latte. C’è sempre il rischio di favorire l’indolenza o l’invidia se qualcuno riesce ad emergere. Sul piano sanitario, la missione svolge opera di educazione sanitaria, distribuisce medicine, cura nel dispensario parrocchiale tenuto dalle suore.

«I ‘‘primitivi’’ credono che la malattia sia causata da spiriti cattivi, che bisogna propiziarsi con sacrifici e offerte. Si deve individuare lo spirito, fargli un sacrificio e se non si indovina la prima volta — perché il malato non guarisce — occorre ripetere la trafila e le poche risorse economiche svaniscono senza risultati. La maggioranza arriva al dispensario della missione senza un soldo e già debilitata fisicamente. La suora del dispensario ha un compito delicato: assieme al corpo deve curare anche le storture della concezione religiosa animista».

In Bengala, fin dall’inizio del secolo i missionari si sono interessati del popolo santal, pubblicando studi e letteratura cristiana in questa lingua. Vanno ricordati i padri Stefano Monfrini, Giuseppe Obert, Ferdinando Sozzi; nel dopoguerra, soprattutto p. Carlo Calanchi, giunto in Bengala nel 1956. Dopo lo studio delle lingue (bengalese e santal), dal 1958 al 1967 è stato nella parrocchia di Nijpara: ogni settimana preparava in santal, con un duplicatore a spirito, i fogli con le letture da distribuire alla domenica, componeva i responsori cantati e traduceva in santal le orazioni della messa.
Dopo un periodo in Italia (1969-1971) per il Capitolo postconciliare, ritorna in Bangladesh, è parroco ad Andharkota e segretario della regione dell’Istituto in Bengala a Suihari: in questi anni prepara e pubblica tre volumi con le letture domenicali ed i commenti per i tre anni liturgici (A, B, C). Dal 1980 in avanti Calanchi è a Dinajpur per il seminario: cura la traduzione in santal e la pubblicazione di un libro con un racconto sintetico della Bibbia («Nuton manusher abir bhab, Nawa manwawak upel»), scritto in bengalese da un missionario saveriano di Khulna; e pubblica cinque volumetti di meditazione sui Vangeli delle messe feriali (molto usati in seminario, noviziati, centri di formazione laicale, gruppi giovanili). Dopo tanti anni di insegnamento in seminario e nei noviziati di suore, padre Carlo ha preparato due volumi in lingua bengalese (600 pagine complessive, non ancora stampati), sulla vita spirituale e il diritto dei religiosi. Non esiste ancora un’edizione completa della Bibbia in santal.

Luigi Pinos: la missione tra i «khotryo» indù

Gli indù del Bangladesh sono circa il 12% dei 130 milioni di bangladeshi. Dopo la divisione tra India e Pakistan nel 1947, gli indù sono una piccola minoranza in un paese dominato dai loro secolari antagonisti, i musulmani. Questo ha spinto la maggior parte degli indù, soprattutto quelli benestanti e istruiti, a fuggire in India, lasciando i loro correligionari senza quadri dirigenti. Mentre in India l’appartenenza del popolo all’induismo si va rafforzando, in Bangladesh succede il contrario: l’ambiente, quasi totalmente musulmano, non favorisce la fedeltà alle pratiche religiose; il ragazzo indù che va a scuola trova i suoi compagni musulmani che mettono in ridicolo le sue credenze e le sue divinità. Padre Luigi Pinos scrive (92):

«Tutto ciò, in diversa misura, spinge gli indù bengalesi alla ricerca di nuovi valori religiosi e di un diverso modello di vita e alcuni vengono da noi... Nell’induismo i khotryo (o kshatrya) sono la casta guerriera, cioè la più alta dopo quella dei bramini. I khotryo del nord Bengala oggi coltivano la terra e hanno perso ogni tendenza bellicosa: anzi la loro caratteristica è la timidezza. Non mangiano carne bovina né suina, non bevono alcolici, hanno un forte senso religioso e una buona moralità. Al contrario di altre caste, non vengono a noi perché considerano falso l’induismo, ma perché sono alla ricerca di un ‘‘guru’’, un maestro o modello di vita e l’hanno trovato in Gesù».

Il movimento dei khotryo verso la Chiesa nasce a Ruhea (nord della diocesi di Dinajpur) nel 1972-1973, dopo la guerra per l’indipendenza, quando anche i khotryo ricevevano aiuti dai missionari cattolici; chiedono di essere battezzati, ma p. Cesare Pesce e p. Antonio Mapelli dicono: «Incominciate a ricostruire le vostre case,  coltivate i campi e riempite i vostri ventri; poi ne parleremo». Diversi khotryo vanno a farsi battezzare dai battisti, ma altri aspettano e nel 1973 p. Mapelli e p. Julian Rozario accolgono il primo convertito, Turu Chandra Roy, un medico di villaggio secondo la medicina indigena, battezzato dai battisti e deciso a farsi cattolico: è il primo apostolo fra i khotryo, ha portato loro il Vangelo in tutte le parrocchie del nord.
Nel 1976  giunge a Ruhea il p. Luigi Pinos, che si dedica ai khotryo organizzando gli incontri con i membri di questa casta: invece di andare a visitarli nei loro villaggi, li invita alla missione per incontri mensili. Nel primo incontro intervengono in 40, poi aumentano e il movimento di conversioni si estende da Ruhea alle missioni vicine. Oggi i khotryo battezzati sono circa 1.500 e centinaia i catecumeni. Il movimento è portato avanti da sacerdoti locali. Scrive p. Pinos:

«Dopo tanti anni di lavoro fra i nuovi convertiti, ho cambiato il sistema di catechesi. All’inizio seguivo l’esempio dei vecchi missionari, che dicevano ai catecumeni: ‘‘Vai in chiesa la domenica, impara le preghiere e il catechismo, osserva le feste comandate e poi riceverai il battesimo’’. Ma passando dai tribali animisti ai khotryo, ho capito che per gli indù c’è religione soltanto attraverso un ‘‘guru’’: l’uomo non è abbastanza grande per mettersi in contatto con Dio, ha bisogno di un guru che gli sia maestro di vita. Perciò i khotryo, appena decidono di prendere Gesù come guru, vogliono essere battezzati. Restando in attesa del battesimo per anni sembra loro di trovarsi in un limbo senza religione: soltanto quando ricevono il battesimo sentono di entrare in contatto con Dio e il guru Gesù.
Questo modo di pensare ribalta la catechesi. Il punto di maggior importanza per gli indù è di conoscere la persona di Gesù, il guru del quale vogliono essere discepoli per vivere come lui. La formazione dei catecumeni segue quindi queste priorità: Vangelo, feste liturgiche e catechismo, non viceversa. L’ultima tappa è il catechismo... Per quanto riguarda l’abbandono di determinate osservanze tipiche dell’induismo non faccio alcuna propaganda: quanto più Gesù Cristo entra nella loro vita, tanto più essi comprendono se una cosa non è più necessaria...
Qual è l’accettazione da parte dei missionari? L’esperimento lascia perplessi alcuni confratelli. C’è chi dice che finirà con il canonizzare la piaga sociale delle caste anche nel cristianesimo. Rispondo che le caste esistono anche in molte società di antichi cattolici, dove la parola di Gesù: ‘‘chi tra voi è il più grande sia servo di tutti’’ non è stata del tutto assorbita. Questo spirito sconfiggerà le caste.
Altri hanno l’impressione che questo essere cristiani e indù al tempo stesso, oltre che confondere, declassi in qualche modo la novità di vita in Cristo. Ribatto che non è il distanziare le due maniere di credere che rende genuina la conversione, bensì l’avvicinare intimamente il neofita alla persona di Gesù e alla sua Parola. Altri ancora sono contrari a queste conversioni e obiettano che la spinta di questi catecumeni non è chiara e spesso è determinata da necessità economiche e sociali, più che da una reale ricerca. È vero, ma il Signore si serve di piccole cose per incontrare il cuore dell’uomo.
Un vecchio musulmano, soppesando il sacchetto di medicine ricevute nel dispensario della missione, si è affacciato al mio studio per dirmi: ‘‘Guarda, padre, quante medicine mi hanno dato per poche taka. Se fossi andato al mercato non ne avrei acquistate neppure la metà. La tua è proprio la religione dell’amore’’».

«Vie nuove» per annunciare Cristo in Bangladesh

Il 7 giugno 1988 il superiore generale p. Fernando Galbiati (1983-1989), dopo una visita ai missionari del Pime in Bangladesh, scrive loro una lettera in cui si legge fra l’altro (93):

«La vostra comunità si è sempre distinta per la sua ricerca apostolica e per l’articolazione delle sue esperienze: le testimonianze udite nell’incontro con voi dimostrano che tale slancio è tuttora in atto. Me ne congratulo con voi che posso annoverare, senza paura di sbagliarmi, tra le comunità più vive ed attente dell’Istituto. Tutto questo naturalmente non è avvenuto e non avviene senza un prezzo: quello di una ricerca continua, di uno scontro tra visioni apostoliche e di una sana tensione comunitaria».

Nel Pime si è parlato molto di «vie nuove» della missione, specie dopo il «Capitolo di aggiornamento» (1971-1972), che stimolava a rivedere la pastorale missionaria (94). In Bangladesh, nel nuovo clima creato dalla guerra civile e dall’indipendenza, i missionari si interrogano sul loro apostolato (95). Gli anni settanta e ottanta sono caratterizzati da una riflessione comunitaria e da tentativi di «vie nuove» di evangelizzazione. I dati fondamentali di partenza erano e sono questi:
1) Finora abbiamo dato quasi esclusiva attenzione ai tribali. Si sono ottenuti risultati di conversioni e di promozione umana, ma la Chiesa è ai margini della società e della cultura bengalese. Diamo l’impressione di essere una comunità religiosa straniera, formata da poveracci che si convertono per sopravvivere.
2) La maggioranza della popolazione (musulmani e indù) non è stata nemmeno sfiorata dall’annunzio evangelico. È urgente iniziare una pre-evangelizzazione e poi un dialogo inter-religioso (96): altrimenti si conferma la mentalità comune, che farsi cristiani vuol dire scendere al livello degli aborigeni!
3) Per far crescere la Chiesa locale, i missionari debbono ritirarsi dai posti di responsabilità nella comunità cristiana e tentare «vie nuove» di presenza, di annunzio, di dialogo fra i non cristiani, specie in ambienti culturali e religiosi della maggioranza bengalese.
Non è possibile dare conto di tutti i fermenti ed i tentativi compiuti negli ultimi trent’anni dai missionari del Pime in Bangladesh. Basta qualche cenno per dare l’idea di quanto vario e complesso sia il panorama, nel quale non bisogna cercare «i risultati» in termini di conversioni.
P. Arturo Speziale, prima di partire per l'India nel 1972 aveva studiato negli Stati Uniti filosofie e religioni dell' Asia. È rimasto in India fino al 1978 frequentando l'università di Calcutta e scrivendo una tesi sui valori etici e religiosi dell'India antica (97). Poi in Bangladesh ha vissuto a Narikelbari in una zona indù della diocesi di Chittagong, praticando attività di sviluppo e il dialogo con i «nomosudra» (popolo di bassa casta), attraverso assemblee durante le quali si leggevano la Bibbia e i testi sacri dell'induismo. Esperienza positiva sul piano del contatto umano e dell' esperienza concreta dei valori indù nel popolo (tolleranza, pazienza, tensione verso le realtà spirituali, non violenza), ma scioccante nel senso di aver toccato con mano l'impenetrabilità del sistema castale e dei suoi tabù, che rendono difficile l'annunzio evangelico di fraternità universale. Padre Arturo afferma (98):

«Molte volte ho pensato di prendere la via del ‘‘guru’’, di un maestro dello spirito a servizio sia dei cristiani che degli indù e di legarmi meno ai problemi sociali. Una tensione che ho sempre sentito, ma che non ha prevalso per tanti motivi. Per sé tutti i sacerdoti sono dei guru, ma non nel senso inteso dagli indù. Sarebbe bene che alcuni di loro, e anche dei religiosi e religiose, diventassero veri guru o guide spirituali, segni chiari del trascendente, di Dio. Lo si dice, ma non è ancora stata percepita a fondo questa necessità. Non voglio dire che il cristianesimo debba limitarsi a questo, ma darvi più spazio sì, in certi centri, con persone dedicate solo a  questo compito, capaci di incarnare questa realtà».

Dal 1989 padre Speziale si è ritirato da Narikelbari, tra l’altro perché non essendoci l’elettricità non poteva usare il computer: sta traducendo in bengalese libri sui padri dei primi secoli e i santi della Chiesa, che mancano del tutto in Bengala. Padre Arturo è

«scettico sul dialogo interreligioso a livello alto: con i musulmani penso sia ancor più difficile che con gli indù. Bisogna poi tener conto delle tendenze integraliste che esistono oggi nell’islam in Bangladesh e impongono prudenza. Non quindi dialogo ufficiale, organizzato, ma rapporti nell’esistenza di ogni giorno, con iniziative concrete che promuovono la comprensione, la tolleranza, la carità. Ma tutto questo è difficile. Non bisogna  dimenticare che i cristiani hanno molte difficoltà con i musulmani ecc.».

Carlo Buzzi e altri: missione fuori dalle strutture

La missione del Pime in Bangladesh è particolarmente fertile di tentativi per evangelizzare al di fuori delle strutture ecclesiali, evitando il pericolo comune ad una Chiesa stabilita, di rinchiudersi trascurando la gente che sta fuori (99).
Il padre Carlo Buzzi è giunto in Bengala nel 1975 dopo cinque anni di parrocchia in diocesi di Milano. Prete di punta, coraggioso e pieno di energia, si impegna anzitutto nella Caritas a Rajshahi, poi in un villaggio oraon con un lavoro sociale ed educativo, distinguendosi per aver vinto in tribunale 75 casi riguardanti terre dei  tribali: bisognava riscattare le terre, portate via dai musulmani con falsi documenti o perché i tribali non avevano avuto cura di tenere i documenti, oppure perché i tribali, essendo in genere analfabeti, erano stati ingannati. Padre Carlo viveva in un villaggio santal e, oltre alla scuola, banca del riso, ecc., si è impegnato a fondo in quest’opera di giustizia, pagando di tasca sua avvocati, studiando le leggi, ricorrendo ai tribunali. Ha dimostrato che i tribali, se si impegnano, possono difendere o riscattare le loro terre: i bengalesi glie le stanno portando via anche contro le leggi dello stato. Tutto ciò gli ha procurato inimicizie e anche una solenne bastonatura: ne è uscito con un ginocchio rotto.
Il vescovo l’ha incaricato di sistemare i terreni della diocesi: anche qui sono stati tempi difficili, di sacrificio e di pericolo, ma è riuscito a regolare i documenti delle proprietà ed a sistemare i conflitti esistenti. Problema molto importante per la diocesi. I missionari infatti avevano comperato in passato vasti terreni per gli sviluppi delle singole missioni: è stata una benedizione che ha permesso l’armonioso sviluppo delle parrocchie e opere parrocchiali (ostelli, scuole, residenze, centri pastorali, ospedali, ecc.). Esempio tipico è la «Bishop’s House» di Dinajpur, nella cui proprietà hanno sede sei enti ecclesiali: casa del vescovo e curia, seminario vescovile, centro pastorale diocesano, casa madre delle suore diocesane, ospedale san Vincenzo, due internati-ostelli (maschile e femminile).
Padre Buzzi ha poi chiesto di fare un’esperienza fra i musulmani di Nator. Insegnava in una scuola per musulmani e gli volevano bene: viveva la loro vita poverissima, quasi impossibile per un italiano. Ha dimostrato che si può vivere con i musulmani, in un dialogo di vita. Dopo un periodo a Mothurapur come coadiutore di p. Canton, il vescovo l’ha mandato in una missione del tutto nuova e molto difficile. Racconta p. Paolo Ciceri (100):

«Da anni si stava costruendo il nuovo e maestoso ponte (cinque chilometri) a nord di Dacca per attraversare il Bramaputra, presso Sirajgonj. Il vescovo di Mymensingh diceva al nostro vescovo di Raishahi che spettava a lui assistere le centinaia di tribali ‘‘garo’’ cattolici che andavano da Mymensingh a lavorare, ma nessuno c’era ancora andato: anche perché i garo sono molto dispersi e l’ambiente locale è di islam integrista, quindi non facile per la prima missione cattolica. All’inizio ti tirano sassi, ti ostacolano, ti insultano e minacciano... Poi, quando te li fai amici e vedono che sei venuto solo per aiutare, incominciano a nutrire simpatia.
Buzzi ha accettato con coraggio. È andato nel 1997, ha trovato una casa in affitto. A Natale ha portato un paio di suore per organizzare la festa e poi con la moto faceva centinaia di km. per visitare i gruppetti di garo cattolici. Alla fine ha scelto un terreno centrale rispetto a questi garo nella città di Sirajgonj ed ha fatto una missione. La prima volta glie l’hanno abbattuta. Ma lui ha resistito, si è fatto voler bene. Poi si è interessato dei fuori casta hindù, ‘‘hajra’’, venuti dall’India per fare la ferrovia al tempo degli inglesi: ha visto che non avevano scuola e si è messo a fare scuole per loro. Ha avuto successo anche se non conversioni: lo stimano molto, sono amici e basta.
Buzzi è un lavoratore tenace, ha una resistenza incredibile, con una salute di ferro. Ha uno spirito missionario eccezionale, ama le situazioni nuove e difficili, vuol sempre andare dove la Chiesa non è ancora arrivata».

Fratel Ettore Caserini si è inserito dal 1982 al 1998 nel villaggio di Puthimari (diocesi di Dinajpur) per la promozione umana di cristiani e non cristiani (101). Padre Gregorio Schiavi vive da più di vent’anni in un villaggio santal (Moheshpur) con una forma di presenza unica e potremmo dire «laica». Vive poverissimamente nel contesto santal, aiutando iniziative di sviluppo senza coinvolgimento ecclesiale. Dirige un centro diocesano con quattro suore residenti che hanno un dispensario, un «boarding» diurno, una scuola e varie altre attività. Padre Gregorio, con la presenza fraterna all’interno del mondo santal, ha infuso coraggio ai tribali soggetti alla paura e tentati di fuggire in India: i suoi villaggi sono rimasti.
Anche padre Sandro Giacomelli vive da una quindicina d’anni in un villaggio santal (Kodbir), adattandosi alla vita, ai ritmi e alla povertà dei tribali: è però inserito ecclesiasticamente nella parrocchia ed ha una presenza più attiva della precedente. Com’è facile capire, esperienze come queste (e la prossima che descrivo più ampiamente) sono tutt’altro che pacifiche nel contesto ecclesiale, con missionari e sacerdoti locali fortemente impegnati nell’assistenza religiosa e in opere sociali ed educative; e sono soggette a non poche critiche. Ma  fanno parte di quella «ricerca di vie nuove» che caratterizza la missione oggi, naturalmente senza dimenticare o sottovalutare il lavoro pastorale e sociale quotidiano che compiono il 90% dei missionari.

Padre Enzo Corba: prete contadino

Giunto in Bengala nel 1957, dopo aver fatto il parroco, il direttore di scuole e superiore regionale del Pime, il 20 febbraio 1975 p. Enzo Corba va a vivere a Rajapur, diocesi di Chittagong, su un’isola nel delta del Gange: 6.500 pescatori e contadini, 1.500 dei quali indù, 1.000 cristiani e 4.000 musulmani. Nel villaggio non c’è sacerdote fisso. P. Enzo si propone di vivere come le gente, praticare lo stesso lavoro, servire la comunità, coltivare la preghiera. Trascorre nel villaggio 17 anni in una casetta (7 × 7 metri) con pareti di lamiera e tetto in eternit e tegole. Intorno, un terreno di mezzo ettaro dove Enzo coltiva, alleva i pesci, tiene due vacche che gli danno il latte e galline per le uova. Poco lontano, la chiesa: «Celebro la Messa per i cristiani, ma loro sanno che non sono lì in primo luogo e solo per loro» (102).
A 45 anni Enzo incomincia una seconda vita. Il contadino non l’aveva mai fatto, ma la gente lo consiglia su cosa piantare, come coltivare la terra, la frutta, gli ortaggi. Cucina da solo ma è sempre con il suo popolo perché è venuto per conoscere e condividere. Non vuol fondare niente né costruire, ma solo inserirsi nella vita ordinaria del villaggio e aiutare com’è possibile senza creare strutture.

«La mia giornata è semplice - dice Enzo. - Mi alzo alle 5, alle 6 vado in chiesa per un' ora e mezzo. Tutti mi conoscono come uomo di preghiera. Poi faccio colazione. Cucino per conto mio: riso soffiato, a volte frittelle di pane ("chapati"). Subito dopo mi metto a disposizione della gente che viene a cercarmi. In qualsiasi momento sono disponibile ad ascoltare chiunque abbia una necessità: in genere malattie, problemi scolastici, problemi personali o di villaggio. Interrompo il lavoro e ascolto. Nessuno viene a chiedermi aiuti materiali perché hanno capito che il mio metodo è un altro.
Poi lavoro. Faccio il contadino, coltivo ortaggi, ho due mucche e diverse galline. Il terreno è per metà occupato da una grande fossa colma d’acqua che mi serve per i pesci. Ho piantato un centinaio di alberi da frutto: mango, albero del pane, palme da cocco. Quando sono in viaggio, un uomo accudisce gli animali e bada alle colture...  Anche i miei pomeriggi sono dedicati al lavoro della terra. C’è modo di pregare ancora prima di pranzo e a sera. I cristiani di Rajapur hanno l’abitudine di radunarsi per gruppi di vicinato e pregare e io mi unisco a loro. Altre volte invece la sera è dedicata a riunioni di villaggio: vengono a riunirsi da me i vari comitati per le cooperative, l’educazione, le terre da riscattare, ecc.».

Padre Corba ha sempre svolto il ruolo di animatore, senza assumere una qualsiasi responsabilità diretta. Un comitato misto (musulmani, indù e cristiani) veniva formato per ogni problema e gestiva tutto in proprio: banca del riso, prestiti, contadini senza terra, calamità, salute, educazione, vita religiosa, programma per l’acqua potabile e i servizi igienici, costruzione di una strada di 14 miglia (23 km.) in terreno paludoso, che ha cambiato la vita del villaggio. Padre Enzo ha servito come animatore. Le tre comunità (musulmana, indù, cristiana) hanno lavorato insieme in spirito di fraternità.
Sembravano falliti i prestiti per investimento, ma poi sono stati restituiti con l’interesse fino all’ultima «taka» (la moneta bengalese). Lavorando la terra come tutti e vivendo all’interno del villaggio, Enzo si è reso conto del perché gran parte dei progetti e piani di sviluppo falliscono: se ci sono soldi che girano, favoriscono la corruzione e non riescono ad animare la gente, a far superare le divisioni, a impegnare tutti per un programma comune. Il segreto dello sviluppo sta nell’educazione del popolo fatta dall’interno del popolo stesso. In campo religioso, p. Corba ha organizzato incontri di preghiera di tre giorni diretti da capi musulmani, cristiani e indù (103).

Com’è nata la Chiesa a Rajshahi (diocesi dal 1990)

La diocesi di Rajshahi è nata da quella Dinajpur il 21 maggio 1990, col vescovo locale mons. Paulinus Costa. In questa quarta città del Bangladesh (dopo Dhaka, Chittagong e Khulna) con circa 750.000 abitanti la Chiesa è presente solo dalla fine degli anni settanta. Al tempo degli inglesi era città proibita per i missionari cattolici.  Negli anni settanta, p. Faustino Cescato, direttore della Caritas di Dinajpur, distribuendo aiuti ai poveri ha aperto a Rajshahi un centro di aiuti e un «Sick Shelter» (centro di accoglienza per ammalati). Ma la persona che per prima ha portato la Chiesa a Rajshahi è suor Silvia Gallina, superiora delle suore di Maria Bambina ad Andarkhota: andava in moto nella vicina Rajshahi per prendersi cura degli aiuti e dei malati, poi vi si è stabilita con due consorelle, vincendo non poche resistenze e anche minacce, insulti, boicottaggi.
Il missionario e le suore si accorgono che la città è piena di «adibasi» (tribali) che vivono negli «slums» (baraccopoli), dove si sfasciano le famiglie. Cescato e suor Silvia fondano tre quartieri di tribali, in maggioranza animisti. Cescato compera dei terreni di poco valore perché all’estremo della città e paludosi  (oggi sono quasi in centro); li ha redenti, ha portato terra, ha spianato e ha costruito tre villaggi con casette di fango e tetto di lamiera (circa 200 in tutto), che ha dato ai tribali, cominciando per loro piccole scuole, assistenza, aiuti. Nel 1987 arriva a Rajshahi p. Paolo Ciceri che vi fonda la parrocchia, con l’aiuto di suor Silvia, donna carismatica.

«Da solo — dice Paolo (104) — forse non ce l’avrei fatta, perché nei villaggi tribali c’erano lotte continue e immoralità gravi. Alcune famiglie vivevano sulla vendita illegale di vino di palma che importavano dai villaggi, venivano a berlo di notte anche i musulmani. Poi, ubriachi, mettevano le mani sulle donne, succedevano risse furibonde. Ragazze e donne andavano di notte in città a prostituirsi. Questo nei villaggi fatti da Cescato, ancora quasi tutti animisti.
Allora, d’accordo col consiglio parrocchiale, abbiamo messo delle regole precise: chi vuol fare il commercio illegale dell’alcool o la prostituzione vada fuori dai villaggi costruiti dalla Caritas. Il terreno era sempre nostro e potevamo mandarli via: voi siete ospitati gratis e assistiti, se non osservate le regole andate via. Ma le minacce non funzionavano: dicevano di sì e continuavano. Io diventavo matto e mi sono infuriato. Rischiando molto, sono andato là con alcuni miei giovani e ho tirato via i tetti di lamiera alle famiglie che non volevano andare via.
All’inizio hanno reagito e anche i musulmani implicati in questi traffici illeciti mi minacciavano: avevo paura più dei musulmani che dei tribali. Infatti, ad esempio, una volta mi hanno seguito con due moto, minacciosi, cercando di chiudermi in un angolo: mi avrebbero battuto per bene. Ma io che guido la moto da molti anni, sono riuscito a sfuggire buttandomi giù per la scarpata di un fiume quasi a secco».

Così la parrocchia si stabilisce a Rajshahi, aiutando i tribali e unendoli in villaggi propri, dove possono conservare lingua, cultura, tradizioni. Si è cominciato con scuolette elementari, pagando le insegnanti e fornendo tutto il materiale didattico. Poi, con l’aiuto della Cei (Conferenza episcopale italiana), p. Ciceri ha costruito una grande scuola, costata 240 milioni di lire (in Italia sarebbe costata almeno due miliardi). Oggi vi sono 460 alunni, tutti tribali e un po’ di bengalesi cristiani. È un’ottima scuola perché hanno fatto scelte precise: ad esempio, aggiunge p. Paolo,

«le classi devono avere non più di 40 alunni, mentre nelle scuole statali sono da 80 a 120! Chi può studiare a casa propria impara qualcosa, gli altri non imparano nulla, sono analfabeti di ritorno. Poi abbiamo preteso dalle maestre di essere bilingui (bengalese e santal) e non diamo vacanze, eccetto il mese nel tempo natalizio: quindi insegnano tutto l’anno, mentre nelle altre scuole fanno vacanza più della metà dei giorni. Le nostre insegnanti sono tutte cattoliche, accettano questo forte impegno e scarsa paga per fare un servizio ai tribali. La scuola è fino all’ottava (Junior High School) e si è acquistata buona fama. Curiamo molto anche l’insegnamento della religione».

La città di Rajshahi ha una sola parrocchia, quella di padre Ciceri (105), con p. Paolo, p. Luigi Pinos, p. Piero Parolari e un coadiutore bengalese. La «Bishop’s House» è vicina e la domenica il vescovo o altri vengono ad aiutare. Sempre a Rajshahi, le suore di Maria Bambina hanno il «Sick Shelter», la scuola e hanno costruito un’opera per le ragazze a rischio, cioè da curare ed educare. In città vi sono altre due congregazioni di suore, quelle di madre Teresa e le «Santi Rani Sisters», fondate da mons. Obert.
Padre Ciceri, dopo aver fondato la parrocchia in città, si è accorto che anche fuori, in campagna, ci sono adibasi, che vivevano come servi e schiavi dei proprietari di terre. Padre Paolo racconta:

«Andavo a trovare questi tribali che abitavano sul terreno del proprietario e non erano liberi di incontrarsi con me. Alcuni erano cattolici, gli altri volevano diventarlo. Allora ho comprato i terreni meno costosi (ad esempio non serviti dalla strada asfaltata) e ho fatto sei villaggi con scuola, chiesa e case, riunendo i santal dispersi: le suore di madre Teresa mi aiutano nell’assistenza e nella catechesi fuori città.
Oggi abbiamo circa tremila cristiani in campagna. Lavorano come prima dai proprietari di terre, ma sono in casa propria e nel proprio villaggio, i figli vanno a scuola, sono assistiti sanitariamente e aiutati. Non sono più servi o schiavi, ma uomini liberi anche se poveri. Ho fatto casette unifamiliari, con due stanze, una veranda, il servizio e un cucinino. Ogni famiglia ha in media 5-6 membri, alcune hanno anche i loro vecchi e allora sono di più. Ogni villaggio ha casa, scuola e chiesa. Ogni domenica c’è la messa.
Oltre ai villaggi da me costruiti, oggi abbiamo altri 35 villaggetti adibasi nelle campagne che vogliono diventare cattolici. Gli adibasi sono pahari, santal e oraon. Parlano anche bengalese, ma con 200 parole, in casa usano ancora la loro lingua. I bambini invece, se vanno a scuola, imparano bene. Una delle mie consolazioni più belle è vedere quelle bambinette che ho preso negli ‘‘slums’’ piccole, povere, denutrite, stracciate: oggi sono maestre, infermiere, hanno un diploma e una loro dignità e capacità».

Gli «adibasi» in Bangladesh sono dai tre ai quattro milioni (su 130, in grandissima maggioranza musulmani). Sono animisti, ma prendono coscienza che la loro fede tradizionale non ha senso e sono disprezzati per questo: per cui si volgono al cristianesimo. Se entrano nella Chiesa acquistano identità, forza sociale e poi assistenza, scuola, sanità, ecc. Il governo è contento che le Chiese cristiane si interessino degli adibasi, per tirarli su e perché nessun altro fa qualcosa.

«Se noi convertissimo un musulmano — dice p. Paolo — saremmo subito mandati fuori; ma un adibasi no, sono contenti, tanto non si faranno mai musulmani. Se ti interessi di loro, si convertono, anche perché vedono che a farsi cristiani ci guadagnano, anzitutto nella pace nei e fra i villaggi. Io non ho mai visto un villaggio tribale che viva in pace: c’è la legge della giungla, il più forte comanda e opprime gli altri. Anche nella  famiglia, il cristianesimo porta molti vantaggi e mentalità nuove, di rispetto per la donna e il bambino, di perdono, di aiuto vicendevole.
Quello che li convince è la scuola. Quando i loro bambini vengono a scuola, vedono subito che diventano svegli, sanno parlare e leggere, crescono senza complessi. Le ragazze che sono state nelle nostre scuole quando si sposano non perdono più tempo, non chiacchierano, fanno la piccola economia domestica, guadagnano con diverse attività: allevano anatre, polli, caprette, cuciono, ricamano, insomma diventano attive mentre prima erano passive; e quando c’è un malato in famiglia se la sbrigano, sanno dove portarlo, sanno leggere le prescrizioni... I musulmani non possono diventare cristiani, ma due-tre volte la settimana io ho giovani musulmani che vengono in missione. Alcuni per chiedere qualcosa, ma altri sono interessati a notizie sul cristianesimo... Sono stufi dell’islam, i più sensibili non ne possono più».

Due missionari medici in Bangladesh

Piero Parolari, 48 anni, si è laureato in medicina nel 1979 ed è entrato nel Pime l’anno seguente. Ordinato sacerdote nel 1984, è in Bangladesh dal 1985, con la ferma intenzione di non fare il medico ma il missionario. Poi si accorge che nel paese le malattie tropicali tradizionali (lebbra, malaria, ecc.) sono abbastanza controllate dal servizio sanitario nazionale, mentre la tubercolosi è oggi il peggior malanno che colpisce i bengalesi (ogni anno vi sono circa 100.000 morti per Tbc): viene dalla denutrizione, dal clima caldo umido, dalla sporcizia, ma non ci sono specialisti, né soprattutto attenzione e prevenzione da parte degli operatori nel campo sanitario. Padre Piero capisce che in un paese così povero lui deve testimoniare Cristo anche facendo il medico: decide di impegnarsi nella cura della tubercolosi. Forma la sua équipe di infermiere e di personale paramedico e fonda il «Tbc Hospital» (70 letti), accanto alla parrocchia di Rajshahi.
L’opera di padre Parolari è assai apprezzata dal governo bengalese, che gli ha dato l’autorizzazione a realizzare un suo programma di ricerca del malato. I suoi paramedici vanno nelle scuole, nei villaggi, visitano la gente a rischio, poi parlano ai capi villaggio e ai sindaci e dicono: noi offriamo questo servizio di assistenza e cura ai malati di Tbc, non si paga nulla: segnalateci i casi e noi li curiamo; quando vedete questi sintomi, mandateci il malato e noi lo curiamo gratis.
All’ospedale cattolico di Rajshahi i malati vengono mandati anche da lontano. Ricevono cure intensive per due- tre mesi o anche più: non solo cure mediche, ma relative al cibo, all’igiene, al sostegno psicologico; una volta dimessi, sono seguiti e aiutati attraverso i dispensari periferici.

«Una difficoltà molto grossa — afferma padre Piero (106) — consiste nel convincere il paziente a seguire con regolarità le terapie. Agli inizi avevamo adottato uno schema terapeutico che prevedeva la somministrazione di farmaci per un anno. Dopo un mese di trattamento, massimo due, la gente riscontrava ottimi risultati e smetteva di prendere le medicine. In questo modo la cura finiva per fallire. La questione si ripropone nei medesimi termini anche ora che il ciclo terapeutico è più breve... La soluzione che abbiamo trovato sta nel coinvolgimento delle missioni. Noi diciamo chiaramente ai responsabili: iniziamo il trattamento se ci assicurate di seguire questa persona tramite un paramedico anche dopo il suo ritorno a casa. Così in cinque missioni è stata introdotta la figura del paramedico».

Parolari è diventato un esperto della tubercolosi, ha attrezzato modernamente il suo ospedale; soprattutto, dice p. Paolo Ciceri,

«è medico ma è anche missionario. Fa il suo lavoro con una finezza, un rispetto, un amore grande ed ha educato le infermiere: qui non si fa solo medicina, si dà una testimonianza di amore cristiano. Sono infermiere tutte cattoliche, le ha portate ad un alto livello di professionalità e di dedizione ai malati. Tutti si accorgono che non è un dottore come gli altri perché ha un modo di fare che è unico».

Un altro missionario medico è padre Francesco Rapacioli, sacerdote dal 1993 e subito partito per l’India, ma senza riuscire ad ottenere un visto permanente. Dal 1997 è in Bangladesh e vive a Bogra nel centro Emmaus (vedi a pag. seguente). Anche lui ha lo stesso problema di Parolari: non vuol fare solo il medico, ma il missionario. Avendo buone capacità organizzative, è stato nominato direttore della «Health Commission» (commissione per la sanità) delle diocesi di Dinajpur e Rajshahi e visita continuamente dispensari, ospedali, lebbrosari, suore e infermiere cattoliche che sono riunite in associazione. Padre Francesco tiene i ritiri per loro a Rajshahi, nella Bishop’s House, per tre giorni: due giorni di aggiornamento e un giorno di ritiro spirituale. Rapacioli ama molto fare il prete: ovunque lo chiamano ci va, per ritiri, conferenze, confessioni, celebrazioni.

Una casa di preghiera fra i musulmani a Bogra

«Vai a Bogra e prega. Rimani a Bogra anche se dovrai essere solo per un po’ di tempo, prega e accogli chi desidera pregare con te. Incontra la gente, soprattutto i più poveri e quelli che soffrono, contempla il mistero di Dio presente in loro. Aiuta chi ha bisogno soprattutto con la preghiera perché chi non è cristiano possa intuire che la missione è scoprire Gesù che ci viene incontro».

Così il vescovo di Dinajpur, mons. Theotonius Gomes, inviava p. Achille Boccia nel 1988 per una presenza missionaria tra i musulmani: è la sfida del centro di Bogra, iniziato il 1° ottobre 1980 dai padri Franco Cagnasso, Gianni Zanchi e Achille Boccia, ma sospeso alcuni anni dopo per le diverse destinazioni dei missionari (107). Il 15 gennaio 1988 il centro di Bogra viene riaperto da Achille Boccia, con una casa più grande che prende il nome di «Emmaus». Nel 1980 c’erano a Bogra tre famiglie cattoliche, oggi sono una trentina, cattolici venuti perché ci sono i padri e le suore. La prima presenza nel 1980 era in una casa in affitto, oggi è su terreno proprio e il tempo ha dimostrato la sua efficacia.

«Non sono io che predico — dice p. Boccia 108 — ma loro che mi incontrano in città, nei negozi e vogliono sapere: a chi me lo chiede spiego perché sono cristiano, li invito alla festa, a Natale, ecc. È una presenza tipica dell’oriente dove non si va in giro con l’altoparlante a predicare, però la gente ci accoglie volentieri, sono ospitali. Il centro è impostato sull’adorazione eucaristica, la preghiera e l’assistenza ai cristiani e ai poveri. Le  poche famiglie cattoliche in città mi hanno provocato: perché non fai come gli altri preti la tua chiesa, la missione, la scuola per i nostri bambini? Ci siamo proposti di costruire una chiesetta, abbiamo raccolto i soldi fra i cristiani e quando avevamo da parte 10.000 taka (circa mezzo milione di lire), un musulmano amico si è ammalato, aveva bisogno di andare a Calcutta per un’operazione. Ci siamo riuniti e abbiamo deciso di non fare la chiesa ma di aiutare il musulmano. E quando nel 1997, è arrivata la decisione di comperare il terreno e di costruire, eravamo benvisti da tutti».

Il 31 luglio 1997 si acquista il terreno con due palazzine da ristrutturare. Il 15 settembre 1998, terminati i lavori, tre suore dell’istituto «Santi Rani» si stabiliscono a Bogra. Il 22 novembre 1998 il superiore generale del Pime, p. Franco Cagnasso, apre ufficialmente la nuova Emmaus. L’approvazione di avere una presenza stabile a Bogra è venuta dai vescovi bengalesi, che sentivano il bisogno di un’esperienza del genere fra i musulmani. La Chiesa bengalese sta cercando come si può fare la missione in modo diverso dal tradizionale,  che pure è indispensabile per fondare la Chiesa e deve continuare. Il centro di Bogra si è dimostrato esemplare: attualmente vi sono quattro centri simili in Bangladesh, più uno dei protestanti (Taizè).
Il centro funziona con varie iniziative: vengono catechisti, preti e suore a fare giornate o anche settimane di ritiro (c’è la disponibilità di ospitare una cinquantina di persone); messa quotidiana e catechesi settimanale per i bambini dei cattolici; incontri mensili per i musulmani che vogliono conoscere il cristianesimo; le suore visitano le famiglie, curano i malati, si interessano dei bisogni e aiutano; padre Boccia è molto impegnato per ritiri, corsi (ad esempio alle 20 infermiere cattoliche che lavorano in città), visite ai villaggi fuori di Bogra dove vi sono cattolici, ritiri e incontri in altre parrocchie. E poi naturalmente, l’impegno prioritario della preghiera.

«La priorità di Bogra — dice padre Achille — è di sperimentare come si fa la missione fra i musulmani. Dico ai miei cristiani: andate in chiesa e pregate, perché almeno i musulmani capiscono che i cristiani pregano. Quando ho 20 catechisti che vengono e stanno con me una settimana, tutto il quartiere sa che sono arrivati e siccome non sono né preti né suore, appena li incontrano chiedono informazioni: chi sei, da dove vieni, cosa fai qui? Ormai a Bogra tutti ci conoscono. A parte dei giovinastri che possono fare dispetti, in genere vi è molto rispetto. Ad esempio, durante la guerra del Golfo, tutti gli stranieri non potevano uscire in strada. Io uscivo liberamente, anzi un giovane musulmano è venuto a chiedermi di organizzare la marcia per la pace! Vi è quindi una disponibilità, nata dal fatto che io sono lì a pregare e basta, con un’attenzione ai poveri, agli ammalati (specie dopo che ci sono le suore). I pregiudizi sono stati smontati. Anche all’ospedale dove visito i malati mi dicono: vai dal nostro imam e digli che bisogna fare così... Mi ha aiutato molto l’esempio, la figura di Madre Teresa, che è morta proprio poco dopo che abbiamo comperato il terreno e incominciato a costruire, nell’agosto 1997. La televisione nazionale ha trasmesso il funerale in diretta, un funerale di stato, con tutti i discorsi e le testimonianze sulla carità di questa missionaria straniera...
Io ho dei gruppi di musulmani che vorrebbero diventare cristiani, perché dicono: noi siamo musulmani ma chi ci aiuta sono i cristiani, non i nostri musulmani anche se ricchi. Per esempio chi torna dall’Arabia Saudita dice che là ha incontrato dei filippini cristiani che aiutano i musulmani, ma nessun sceicco islamico o ricco del posto si scomoda».

Per concludere, il Pime ha accettato, dopo 140 anni di lavoro in Bengala, di ammettere nell’Istituto vocazioni locali al sacerdozio e al laicato consacrato a vita, senza avere strutture formative proprie in Bangladesh.
Il primo frutto di questa decisione (presa nel Capitolo generale del 1989 a Tagaytay nelle Filippine) è il padre Amal Gabriel Costa, ordinato sacerdote nel 1997 e giunto in Costa d’Avorio il 14 febbraio 1999, dopo aver studiato il francese a Parigi. Vive nella casa dell’Istituto a Bouaké e sta ancora studiando la lingua locale (il «baoulé»), ma già incomincia a svolgere il ministero in varie parrocchie. Due giovani bangladeshi vogliono consacrarsi missionari laici a vita nel Pime e sono nella casa di formazione di Busto Arsizio; un altro vuol diventare sacerdote dell’Istituto, ha già studiato filosofia in Bangladesh nel suo seminario diocesano ed è nel seminario del Pime a Roma per l’anno di spiritualità; poi passerà alla teologia.

 

 

NOTE

[1] Nell’esercito non si rispettavano le diversità e i privilegi delle caste; ai militari erano state date cartucce di fucile unte col grasso di vacca e di maiale: una grave offesa all’induismo e all’islam; la modernizzazione dell’India (ferrovie, telegrafo, ecc.) era considerata un’europeizzazione del paese, che faceva temere la cristianizzazione obbligatoria (come avevano fatto gli imperatori musulmani imponendo l’islam nel nord India), ecc.
[2] Come già s’è detto (capitoli I, II, III), il Seminario lombardo riceve all’inizio una forte impronta di vita comunitaria: la «missione propria» era voluta per poter lavorare e vivere assieme.
[3] ANGELO DEL CORNO, «Pionieri del Bengala» (Pime, Milano 1961, collana Oltremare n. 26, pagg. 5-26), parla di fratel Giuseppe Beltrame.
[4] Dal 1863 Parietti soffriva di una forma grave di dissenteria, era sempre spossato e dimagriva. I medici inglesi gli dicono che deve tornare in Italia se vuol salvare la vita. Rifiuta il rimpatrio, va a Calcutta dove si rimette in un po’ in sesto e torna a Berhampur, dove muore poco dopo. «Starò male ma non morrò — scriveva al procuratore p. Ripamonti il 4 giugno 1864. — Da me non mi deciderei mai a lasciare qui queste anime per venire a salvare la mia pelle» (AME, Archivio Missioni Estere, XIII, pag. 509). «Il ritorno in patria mi ributta troppo», scriveva ai suoi colleghi del Bengala.
[5] Quando le suore arrivano a Calcutta, padre Limana va ad accoglierle al porto. Ne aspettava tre, se ne vede davanti cinque. Alza gli occhi al cielo e dice: «Come faccio a mantenere cinque suore?». Poi le accompagna nella casa del vescovo per la notte. Un sacerdote inglese le vede vestite con gli ingombranti abiti italiani e scommette 50 rupie con Limana che non resisteranno un anno. Invece resistono e le 50 rupie vengono date alle suore per costruire la loro cucina.
[6] Lettera di Parietti a Marinoni del 21 aprile 1858 (AME, XIII, pag. 261).
[7] AME, XII, pagg. 872-879.
[8] A soli 6-7 anni dall’inizio, la missione aveva già stampato diversi libri in bengalese: p. Limana un catechismo e una breve vita di Cristo; p. Marietti un altro catechismo, un libretto sui novissimi e un altro sui sette sacramenti. Sono l’inizio di una letteratura cattolica in bengalese, fino ad allora inesistente. I missionari chiedevano invano a Milano una macchina da stampa per insegnare ai ragazzi indiani l’arte tipografica e risparmiare sulla stampa dei loro libri e opuscoli.
[9] G.B. TRAGELLA, «Le Missioni Estere di Milano nel quadro degli avvenimenti contemporanei», Vol. I, Milano 1950, pag. 340-341. Laouenan scriveva al Procuratore delle Missioni Estere di Parigi perché spiegasse alla Propagazione della Fede la povertà e lo zelo dei missionari di Milano, ottenendo che l’assegno annuale alla missione del Bengala fosse elevato a 20.000 franchi.
[10] Brioschi muore nel 1866 a 37 anni: è stato il fondatore della missione di Bhoborpara. «Oggi ci sono a Bhoborpara 4.867 cattolici coi classici cognomi musulmani (Khan, Mollah), un quinto dei battezzati della diocesi di Jessore (Khulna). Dopo la creazione del Pakistan, un gruppo religioso musulmano iniziò una campagna per riportare all’islam, con l’aiuto del catechista Tustu Biswas, questi musulmani fattisi cristiani un secolo prima. Organizzarono adunate islamiche con oratori di gran nome. Ma proprio durante uno di questi comizi, il figlio più sfegatato di Tustu Biswas è colpito dal colera ed egli stesso dice che quella è la punizione di Dio per aver abbandonato la fede cristiana. Si avvia verso la chiesa per avere il sacramento del perdono, ma non vi arriva. Cade per strada e chiama il missionario, che lo confessa e gli dà l’estrema unzione poco prima che muoia. Così termina la campagna per la riconversione degli ex-musulmani» (Lettera di p. Luigi Pinos a p. Gheddo il 20 marzo 1999). Bhoborpara è uno dei pochi esempi di un intero villaggio musulmano che s’è fatto cattolico ed è rimasto nella Chiesa fino ad oggi, dando preti e suore (oggi in diocesi di Khulna).
[11]
AME, XIII, giugno 1866.
[12] Lettera del 17 febbraio 1866, AME, XIII, pagg. 654-656.
[13] Il card. Barnabò, prefetto di Propaganda, dice a Marietti: «Dovete lottare con i gesuiti», AME, XIII, 1137. I gesuiti temevano di dover cedere la città climatica di Darjeeling all’estremo nord del Bengala, sotto l’Himalaya. Quando poi la divisione avvenne, Darjeeling restò al vicariato apostolico di Calcutta.
[14] Si veda la lettera di Barbero a Marinoni (5 aprile 1870) che riporta le discussioni e i risultati di questa assemblea (AME, XIII, 629-630). Conclude dicendo che la votazione finale fu «trionfale» per i missionari di Milano.
[15] G.B. TRAGELLA, op. cit., vol. II, pagg. 121-122.
[16] Nel 1884 l’Assam viene eretto in prefettura apostolica e affidato ai padri salvatoriani; il 21 luglio 1921 passa ai salesiani, il 3 luglio 1934 Shillong diventa diocesi.
[17] Padre Jacopo Broy, in polemica con i suoi confratelli di Krishnagar che non l’avevano aiutato, ritorna in Bengala ed entra dai gesuiti a Calcutta. Muore in India nel marzo 1900.
[18] G.B. TRAGELLA, op. cit., II, pag. 347.
[19] Anche le suore di Maria Bambina lamentano nel secolo scorso numerose morti di giovani suore. Il 31 gennaio 1886 la superiora chiude la casa delle suore, la scuola e l’orfanotrofio di Jessore, incontrando la protesta dei missionari, per il clima di Jessore «micidiale per eccellenza»: vi erano morte 14 suore giovani in vent’anni! Così diceva la superiora provinciale, madre Cecilia Uetz, mentre Marietti dimostrava che la maggioranza erano morte per cause diverse dal clima (colera, cancro, ecc.).
[20] In Italia viene ricoverato in ospedale. I medici, dopo i primi esami gli dicono che non può guarire. P. Ponzoni dice: «Se l’avessi saputo prima, non mi sarei mosso dal Bengala. Ho intrapreso il viaggio solo per guarire, ma per me il luogo dove morire era il Bengala».
[21] La casa viene abbattuta e ricostruita nel 1932-1933 e venduta nel 1967 non potendo più essere utilizzata dai missionari in Bangladesh. Sulla casa di Sonada si veda G. BRAMBILLA, «Il Pontificio istituto missioni estere e le sue missioni, vol. III, «Il Bengala», Pime, Milano 1941, pagg. 394-396.
[22] Il ministro anglicano James Vaughan, nel suo zelo di sopprimere le caste, aveva invitato i suoi fedeli ad un grande pranzo a Bollapur, facendoli mangiare tutti assieme, gente di casta e paria: la rivolta contro il pastore era inevitabile.
[23] GEORGE KOTTUPPALLIL, s.d.b., «History of the Catholic Missions in Central Bengal 1855-1886», Vendrame Institute, Shillong 1988, pag. 193.
[24] Lettera del 29 aprile 1873, pubblicata da «Le Missioni Cattoliche», 7 giugno 1873, pagg. 271-272.
[25] Suor Nazzarena muore il 29 marzo 1886. Dopo che si era ritirata da Jessore con le altre suore il 31 gennaio precedente, saputo che nella zona infuriavail colera, tornò per curare i malati e morì lei stessa di colera.
[26] Marietti rimane nella missione fino alla morte, il 27 novembre 1892 a Jessore. Chiamato da cristiani e non cristiani «il padre di Jessore», era generosamente aiutato dai parenti. Tragella, che ha studiato a fondo l’archivio, scrive: «Se non fosse stato per l’aiuto che la sua famiglia gli passava ed egli elargiva largamente alla missione, questo povero Bengala centrale, col solo sussidio della Propagazione della Fede, poteva chiudere» (TRAGELLA, op. cit., III, pag. 343).
[27] Marietti a Marinoni il 17 aprile 1882, AME, XIII, pag. 1421.
[28] TRAGELLA, op. cit., III, pag. 264.
[29] Il 6 gennaio 1897, «Le Missioni Cattoliche», 1897, pag. 75.
[30] Citato da LUIGI BIGONI, «La croce nella giungla», Pime, Milano 1962, pag. 42.
[31] Per questo bilancio seguo soprattutto il volume già citato di George Kottuppallil, alle pagg. 277-314; e il III vol. di Tragella, pagg. 257-270.
[32] Di 22 sacerdoti, 5 muoiono in Bengala e 10 sono rimpatriati; di tre fratelli, due muoiono in Bengala; di 28 suore 10 muoiono e 3 sono rimpatriate. Vedi: FRANCESCO POZZI, «Prefettura apostolica del Bengala centrale», in «Numero unico in onore di mons. Marinoni», Milano 1884, pag. 190.
[33] LUIGI BIGONI, «Giuseppe Macchi, 55 anni nel Bengala», prefazione di Luigi Acerbi, Emi, Bologna 1983, pag. 5.
[34] L. BIGONI, op. cit., pagg. 89-91.
[35] L. BIGONI, op. cit., pag. 83.
[36] L. BIGONI, op. cit., pag. 151.
[37] Dal 1906 diventati missionari di via Monterosa a Milano.
[38] GIUSEPPE CAVAGNA, «Padre Francesco Rocca», «Il Vincolo», n. 130, agosto- ottobre 1980, pagg. 150-153, scritto in occasione del 50o anniversario della sua morte.
[39] ANGELO RUSCONI, «Esperienze apostoliche in Bengala», «Attività missionaria del Pime», Sussidi Capitolo 1971, n. 7B, Pime, Roma 1970, pag. 40. Vedi anche: LUIGI PINOS, «Catholic Beginnings in North Bengal», Catholic Church, Saidpur 1994 (II ediz.), pagg. 84.
[40]
Necrologio di p. Rocca, «Le Missioni Cattoliche», 2 marzo 1930, pagg. 137-142.
[41] Le prime due oggi sono in Bangladesh, le altre in India.
[42] P. Stefano Monfrini racconta com’è nata la missione fra i santal nel volume di MARIO E. MODAELLI, «L’India», Pime, Milano 1937, pagg. 244-351. Padre Monfrini è stato il primo a studiare i santal pubblicando «La tribù dei Santal», Pime, Milano 1929, pagg. 80 (II ediz.); GIUSEPPE OBERT, «La tribù dei Santal», De Agostini, Novara 1971, pagg. 252; LUIGI PUSSETTO, «I Santal del Bangladesh, Tradizioni e feste», Emi, Bologna 1983, pagg. 184; LUIGI ACERBI, «Le strutture sociali della tribù dei Santal», tesi di laurea, università cattolica di Milano, facoltà di scienze politiche, anno accademico 1975-1976.
[43] G.B. TRAGELLA, op. cit. III, pag. 123.
[44] FRANCESCO ROCCA, «Cenni storici sulla missione del Bengala centrale», «Le Missioni Cattoliche», n. 17, 1906, pag. 203. Per i cristiani di Bhoborpara e di Khulna-Jessore vedi BRAMBILLA, op. cit., pagg. 62 segg.
[45]
Relazione annuale nel 1916 di mons. Taveggia (BRAMBILLA, op. cit., pag. 225).
[46]
Rusconi, articolo citato, pagg. 41-42.
[47] ANGELO RUSCONI, «L’opera dei missionari del Pime in Bangladesh», «Quaderni di Infor-Pime», n. 15, luglio 1979, pag. 14.
[48] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 286.
[49] STEFANO MONFRINI, testo citato in «India» di Mario E. Modaelli, pagg. 350-351.
[50] ANGELO RUSCONI, «Esperienze apostoliche in Bengala», cit., pagg. 42-43.
[51] A. RUSCONI, «Esperienze apostoliche in Bengala», cit., pagg. 43-44.
[52] LUIGI SCUCCATO, «L’evangelizzazione dei santal», dattiloscritto, pag. 4.
[53] FERDINANDO SOZZI, «I miei 44 anni di missione in Bengala», (intervista di Piero Gheddo e Sandro Bordignon), «Mondo e Missione», ottobre 1974, pagg. 501-522.
[54] L. BIGONI, «Giuseppe Macchi, 55 anni in Bengala», Emi, Bologna 1983, pag. 131.
[55] ANGELO DEL CORNO, «Pionieri del Bengala», Pime, Milano 1961, pagg. 88-89. Una bella figura di missionario morto in Bengala a soli 24 anni, appena giunto in missione, è p. Giacomino Ceroni (1902-1926): ANTONIO LOZZA, «Il missionario fanciullo del Bengala», Pime, Milano 1945 (II ediz.), pagg. 130.
[56] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 313-314.
[57] G. BRAMBILLA, op. cit. pagg. 216-217. Sulla missione nel distretto di Jalpaiguri e in Cooch-Behar vedi ibidem, pagg. 163 segg., 182-183, 356-362, 399-400, 402-403.
[58] G. BRAMBILLA, op. cit., pagg. 390-392.
[59] «Sadhu» significa «santo», in opposizione a «immondo», com’erano considerati gli aborigeni, che convertendosi all’induismo sarebbe diventati puri, rispettabili.
[60] Relazione di p. Tommaso Cattaneo nel 1933, in G. BRAMBILLA, op. cit., pagg. 390-392.
[61] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 401.
[62] G. BRAMBILLA, op. cit., pagg. 331-332.
[63] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 405.
[64] I padri Domenico Pedrotti, Michele Bianchi e Adamo Grossi, col vescovo mons. G.B. Anselmo.
[65] FERDINANDO GERMANI, «Giuseppe Cavagna, Padre dei poveri del Bangladesh», Pime, Napoli 1993, pag. 56.
[66] Dopo l’8 settembre 1943 l’Italia è considerata alleata dell’Inghilterra. Nei primi mesi del 1944 i missionari vengono liberati. I missionari del distretto di Jalpaiguri non potevano rientrare in missione perché i giapponesi erano in Birmania, alle porte dell’Assam, e si temeva una loro invasione dell’India.
[67] Sulla nascita del Pakistan e i suoi primi 13 anni di vita (compresa la situazione della Chiesa) si veda lo studio di p. CESARE PESCE, «Pakistan, il massimo paese dell’Islam», «Le Missioni Cattoliche», agosto-settembre 1961, pagg. 256-270.
[68]
Le due province al nord danno origine alla diocesi di Jalpaiguri e le due all’ovest alla prefettura apostolica di Malda, ambedue affidate al Pime (vedi più avanti).
[69] PIERO GHEDDO, «Una visita alla missione di Dinajpur», «Il Vincolo», gennaio 1965, pagg. 29-33.
[70] FERDINANDO GERMANI, «Giuseppe Cavagna, Padre dei poveri bengalesi», Pime, Napoli 1993, pagg. 68-70.
[71] LUIGI SCUCCATO, «L’evangelizzazione dei santal», ciclostilato, pag. 6.
[72] Gli «harijans» sono i fuori casta secondo la definizione di Gandhi: figli di Hari (Dio).
[73] P. Cesare Pesce ha raccontato l’avventura di quest’epopea missionaria in due libri: «Strade della vita», Cooperativa editoriale Oltrepò, Voghera 1989, pagg. 44-53; «Bangladesh Jindabad», Gruppo poligrafico editoriale, Novi Ligure 1995, pagg. 103-119.
[74] Nel 1952 la diocesi di Krishnagar (in India) cede ai missionari saveriani di Parma i distretti di Jessore e di Khulna (nel Pakistan orientale), da cui è nata la diocesi di Khulna (14 giugno 1956).
[75]
In un dattiloscritto (del gennaio 1999) in cui ricostruisce la storia della missione di Malda.
[76] P. Guccione torna presto in Italia e si inserisce nella sua diocesi in Sicilia: in seguito ad un’operazione a Calcutta aveva avuto un braccio paralizzato.
[77] La nuova diocesi di Malda e Dumka è creata l’8 agosto 1962. Il 15 dicembre 1962 Giovanni XXIII scrive una lettera a mons. Adamo Grossi, prefetto apostolico di Malda (India) per ringraziare lui e i suoi missionari del lavoro fatto («Il Vincolo», gennaio 1963, pag. 5). L’8 giugno 1978 è creata la diocesi di Raiganj, nella quale è inserito il territorio dell’ex-prefettura apostolica di Malda (West Dinajpur). P. Luigi Acerbi scrive (nel gennaio 1999): «Il vescovo di Raiganj, mons. Alphonsus D’Souza, s.j., mi ha scritto diverse volte dicendomi che, dove i padri del Pime hanno lavorato, ci sono numerose vocazioni sacerdotali e religiose».
[78] Mons. Galbiati si ritira in Italia nel 1965 (era in Bengala dal 1919).
[79] Missionario inglese del Pime, che proprio perché inglese poté entrare nel 1966 in India e nella regione di Jalpaiguri, proibita agli stranieri.
[80] P. Eugenio Petrin è morto a Binnaguri il 14 giugno 1980: grande missionario entrato nel Pime già sacerdote della diocesi di Vicenza. Aveva organizzato un ufficio di raccolta degli aiuti e sapeva suscitare e coltivare i benefattori: con le somme che riceveva, tra l’altro, manteneva centinaia di studenti poveri. Il 17 marzo 1973 a Jalpaiguri moriva in un incidente stradale il p. Teofilo Lucatello.
[81] Le missioni più antiche della diocesi di Dinajpur sono quasi tutte isolate in luoghi dove in passato c’era foresta, lontane dai centri maggiori, da strade e ferrovie: i missionari del passato fondavano le loro residenze e chiese dove vivevano i santal, cioè nei luoghi più isolati e forestali.
[82] Don Ercole Scolari, parroco di Varallo Sesia (diocesi di Novara, morto il 29 dicembre 1998), ci andava quasi tutti gli anni portando amici e benefattori. Diceva: «Per me un viaggio in Bangladesh è come un corso di esercizi spirituali. Torno a casa rinnovato anche spiritualmente».
[83]
GIANLUIGI TALLER, «Novara Technical School», «Infor-Pime», n. 125, gennaio 1998, pagg. 37-42.
[84] Negli anni cinquanta mons. Giuseppe Obert e p. Francesco Ghezzi fondano una congregazione diocesana femminile chiamata «Santi Rani» (Regina Pacis) dal nome del convento-casa madre, che ha avuto un buon sviluppo.
[85] Le voci dei missionari sono state raccolte da Piero Gheddo in «Testimonianze di missionari dal Bangladesh», «Mondo e Missione», aprile 1972, pagg. 227-260.
[86] A Dhaka, nel massacro dell’università il 25-26 marzo 1971, è stata decimata la classe dirigente del paese. P. Giulio Schiavi testimonia: «Insegnanti e studenti sono le prime vittime, tutti quelli su cui riuscivano a mettere le mani li uccidevano: in quei giorni bastava essere bengalesi ed intellettuali (o apparire come intellettuali) per essere uccisi. L’università di Dhaka era un cimitero. Ho visto io stesso le fosse comuni con i corpi degli studenti e dei professori ancora mezzo insepolti».
[87] Nella vicina diocesi di Khulna, dove lavorano i saveriani di Parma, il p. Mario Veronesi è stato ucciso davanti alla sua chiesa il 4 aprile 1971 a Jessore.
[88] «Mondo e Missione, aprile 1972, pag. 244.
[89] «Mondo e Missione», aprile 1972, pag. 260.
[90] ADOLFO L’IMPERIO, «Bangladesh: la Chiesa a servizio dello sviluppo» (intervista di Sandro Bordignon), «Mondo e Missione», ottobre 1974, pagg. 523-528. PAUL ROZARIO, «Ruolo della Chiesa nello sviluppo sociale di Dinajpur», «Quaderni di Infor-Pime, n. 15, luglio 1979, pagg. 56-58.
[91]
«Mariampur: fra i tribali del Bangladesh», «Mondo e Missione», gennaio 983, pagg. 44-58.
[92] LUIGI PINOS, «Il nostro guru si chiama Gesù», «Mondo e Missione», dicembre 1996, pagg. 686-689; Id., «Catholic Beginnings in North Bengal», Catholic Church, Saidpur 1994 (II Edition), pagg. 84; Id. «Taraganj, Il mercato delle stelle» (ricordi di missione), Centro libri punto di incontro, Varallo (No) 1991, pagg. 159; Id., «Lo seguirono» (ritratti di missionari in Bengala), Seminario diocesano, Foggia 1994, pagg. 244.
[93] FERNANDO GALBIATI, «Ai confratelli della Regione Bangladesh», «Il Vincolo», giugno 1988, pagg. 54-55.
[94] Si veda il capitolo VII di questo volume.
[95] Si vedano vari studi di missionari nel numero unico di «Quaderni di Infor-Pime» (n. 15, luglio 1979, pagg. 104), «Missione Bangladesh, Storia, attualità, problemi, prospettive».
[96] Sui tentativi di dialogo inter-religioso con l’islam vedi: FRANCO CAGNASSO, «Bangladesh: i primi passi con l’islam», «Mondo e Missione», febbraio 1983, pagg. 125-127.
[97] «The ethical and religious Values in ancient India», Università di Calcutta, 1987, pagg. 508.
[98] ARTURO SPEZIALE, «I molti interrogativi di un’esperienza di dialogo», «Infor-Pime», dicembre 1995, pagg. 23-29.
[99] Una descrizione esauriente di questi tentativi «fuori delle strutture» richiederebbe ben altro spazio. Ci limitiamo a citare alcuni casi dei quali abbiamo avuto precise informazioni, che sono particolarmente indicativi di una tendenza generale dei missionari nel periodo del post-Concilio e attuale: tentare in ogni modo di «andare ai lontani»; anche se poi, nel concreto, la grande maggioranza dei missionari svolgono il loro  ministero nelle strutture parrocchiali tradizionali.
[100] Intervistato a Milano il 25 ottobre 1999.
[101] ETTORE CASERINI, «Io sono un missionario con la m minuscola», «Infor-Pime», n. 125, gennaio 1998, pagg. 43-44; «Disposto ad aiutare il prossimo», «Infor-Pime», n. 129, ottobre 1998, pagg. 9-15.
[102] ENZO CORBA, «L’oro del Bengala» (intervista di Roberto Beretta), «Mondo e Missione», marzo 1989, pagg. 171-190.
[103] ENZO CORBA, «A servizio della comunità umana», «Infor-Pime», gennaio 1989, pagg. 9-11. Attualmente p. Corba è a Dinajpur dove ha aperto un centro di formazione per i catechisti.
[104] Intervistato a Milano il 14 ottobre 1999.
[105] Intitolata al Redentore perché all’inizio padre Cescato è stato aiutato molto dalla parrocchia del Redentore in Milano.
[106] GIANCARLO POLITI e GIAMPIERO SANDIONIGI, «Qui in Bangladesh la Tbc uccide più dell’Aids», «Mondo e Missione», gennaio 1996, pagg. 52-54.
[107] Cagnasso è stato eletto prima vicario e poi superiore generale del Pime; Zanchi superiore del Pime in Bangladesh e poi vicario di Cagnasso; Boccia si è ammalato ed è tornato in Italia, poi è andato ad insegnare nel seminario diocesano di Dinajpur. Cagnasso e Boccia avevano fatto i corsi al Pisai di Roma (Pontificio istituto studi arabo-islamici) e un’esperienza in Marocco per prepararsi al dialogo con l’islam in Bangladesh.
[108] Intervistato a Milano il 10 luglio 1999.