PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

XI - In Borneo (1855-1860), Hortg Kong (1858) e Taiwan (1986)

La missione del Borneo e di Labuan (1855-1858)
Fra i «murut» del sultanato di Brunei (1858-1860)
A servizio della missione di Hong Kong (1858-1867)
Hong Kong al Seminario lombardo: da Ambrosi a Raimondi (1868)
I ferventi anni di Timoleone Raimondi (1868-1894)
Luigi Piazzoli: l'apostolato fra i cinesi (1894-1905)
Domenico Pozzoni: cinese fra i cinesi (1905)
Domenico Pozzoni e la missione nel Kwangtung (1905-1924)
La bufera bolscevica nel Hoifung (1924-1927)
Enrico Valtorta «non lasciava dormire nessuno (1926-1951)
L'editrice «Catholic Truth Society» (1938)
La tragedia della seconda guerra mondiale (1939-1945)
La diocesi di Hong Kong e il «Catholic Centre» (1946)
Lorenzo Bianchi: il vescovo dalle carceri cinesi (1951-1969)
L'opera sociale ed educativa della Chiesa negli anni sessanta
Bianchi: «Sono un convertito dal Concilio Vaticano II»
«Mettere la Chiesa in mano al clero cinese» (1969)
Valeriano Fraccaro, un martire santo (1974)
Come rispondere alle nuove sfide di Hong Kong e della Cina?
Il primo impegno dei missionari: la parrocchia
Il Pime intende restare ad Hong Kong dopo il 1997
«Una Chiesa matura e il Pime al suo servizio»
L'impegno nella Cina nazionalista di Taiwan (1986)
 

XI

IN BORNEO (1855-1860), HONG KONG (1858) E TAIWAN (1986)

Dopo il ritiro forzato dall’Oceania e il martirio di Giovanni Mazzucconi (1855, vedi cap. II), i superstiti di quella prima spedizione si disperdono: Carlo Salerio, ammalato, torna in Italia, fonda le Pie Signore della Riparazione e muore nel 1870 (1); Paolo Reina, Timoleone Raimondi e Angelo Ambrosoli, col fratello Luigi Tacchini e l’indigeno di Woodlark, Puarer (testimone del martirio di Mazzucconi), rimangono in Australia in attesa di decisioni ed anche per condurre a termine le ricerche su Mazzucconi: erano intenzionati a ritornare nelle isole della Melanesia e intanto si mettono a disposizione del primo vescovo di Sydney, mons. John Beda Polding, che li utilizza nella pastorale e vuole trattenerli nella sua vastissima diocesi, per affidar loro il nord dell’Australia come missione propria.

La missione del Borneo e di Labuan (1855-1858)

Solo Ambrosoli, dietro richiesta dell’arcivescovo, rimane a Sydney fino alla morte nel 1891 (2), gli altri vengono richiamati per una nuova «missione nei mari del sud», intesa come base per un ritorno in Melanesia, quando si fossero presentate le condizioni necessarie. Il 27 agosto 1855 la Santa Sede erige la «prefettura apostolica di Labuan e Borneo» e il 4 settembre nomina prefetto apostolico padre Carlos Cuarteron, al quale il Seminario lombardo affida due suoi sacerdoti, Ignazio Borgazzi e Antonio Riva.
Carlos Cuarteron era, come dice Tragella, «una figura singolare». Nato in Spagna nel 1816, figlio di padre milanese e di madre romana (3), si era dato fin da giovane alla vita marinara avventurosa. Capitano di lungo corso (navigava in oriente dalla metà degli anni trenta), arricchitosi con la scoperta di un tesoro in una nave naufragata, aveva una sua piccola flotta con la quale viaggiava tra le Filippine, il Borneo e Celebes fino alle Marianne, con intenti commerciali e missionari: si proponeva di fondare missioni «nei mari del sud» e di liberare gli schiavi cristiani presi prigionieri dai pirati musulmani nelle loro scorrerie lungo le coste filippine.
Uomo carismatico ed entusiasta, Cuarteron concepiva la vita missionaria come un’avventura della fede: voleva essere il «conquistador» di Cristo, pensava e progettava in grande trascinando gli altri nei suoi progetti e convincendoli con la conoscenza precisa che aveva dei luoghi e dei popoli di cui parlava. Fra oriente asiatico e Oceania poteva vantare molti viaggi, conoscenze di persone e di lingue, tentativi fatti per impiantarvi missioni cattoliche. Amministrava un grande patrimonio finanziario, ma disponeva di scarso personale apostolico.
A Roma era conosciuto a Propaganda Fide, godeva di buona fama e aveva ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 1855 dopo tre anni di studi teologici. Data la sua conoscenza della regione attorno alle Filippine (allora colonia spagnola) dove aveva la sua base, Cuarteron viene incaricato di fondare la missione di Labuan e Borneo, guidando i missionari di san Calocero e aiutandoli a ristabilire la missione in Melanesia. Nel novembre 1855 Cuarteron con Riva e Borgazzi partono per la Spagna e si fermano a Cadice, dove alloggiano presso la famiglia del prefetto apostolico (considerato un santo in città), studiando lo spagnolo e l’inglese. Ripartono da Cadice il 25 febbraio 1856 e con un viaggio durato quasi quattro mesi sbarcano a Manila il 16 giugno 1856. I tre della Melanesia (Reina, Raimondi, Tacchini), che portano con sé Puarer, destinati anch’essi al Borneo, giungono da Sydney a Manila il 3 settembre 1856.
La missione del Borneo stenta a decollare e nel 1858 Propaganda Fide dirotta i missionari di san Calocero verso Hong Kong. Ma perché la missione del Borneo è fallita pochi anni dopo l’inizio? Certo ha influito l’urgenza che Propaganda Fide avvertiva per un intervento ad Hong Kong, come vedremo; comunque, a mons. Cuarteron non è stato dato il tempo necessario per impiantare da zero una missione difficile e forse mal concepita fin dall’inizio. Infatti si poneva due finalità:
1) stabilire una procura, cioè una base di aiuto, per la missione in Melanesia (di cui padre Reina continuava ad essere prefetto apostolico), da riprendere appena possibile. Ma la sede logica di questa procura poteva essere solo Sydney, ben collegata con l’Europa e da dove partivano le navi per le isole oceaniche; non il Borneo, a quei tempi isolatissimo nelle rotte di navigazione commerciale!
2) Fondare la Chiesa nel Borneo. Missione quanto mai problematica perché il nord della grande isola era già islamizzato e la situazione politica di quei territori molto incerta: infatti erano contesi fra l’Inghilterra (che occupava Labuan e il Sarawak), l’Olanda (isola di Giava e il sud del Borneo) e i sultanati locali islamici (ad esempio quello di Brunei dove Cuarteron riesce a fondare una stazione missionaria), mentre la missione dei nostri si presentava come spagnolo-italiana con base a Manila, cioè collegata con la colonia spagnola delle Filippine!
I missionari di San Calocero lavorano alcuni mesi a Manila (4), dove Cuarteron aveva due fratelli sacerdoti, uno carmelitano e uno agostiniano; il 27 dicembre 1856, onomastico del Mazzucconi, battezzano Puarer, che Raimondi aveva ben preparato e sul quale contavano molto per la ripresa della missione in altre isole dell’Oceania. Il 12 marzo 1857 partono tutti per Labuan col brigantino «Martiri del Tonchino», che trainava con una fune due imbarcazioni minori (5). Arrivano a Labuan il 14 aprile e la missione nell’isola si prospetta promettente. Non solo perché già esistevano cattolici abbandonati (filippini, indiani, cinesi), ma perché non c’era nessun’altra assistenza religiosa ai cristiani e il governatore inglese James Brooke (6), che aveva conquistato quella colonia all’Inghilterra solo da una decina d’anni, era favorevole ai missionari cristiani.

Fra i «murut» del sultanato di Brunei (1858-1860)

Ma l’isola di Labuan, piccola e poco abitata, non poteva bastare. L’8 maggio 1857 Cuarteron, con Raimondi e Riva, si imbarcano per Brunei, sotto protettorato inglese, dove riescono ad ottenere un’udienza dal sultano musulmano, che accetta la presenza dei missionari per i filippini cattolici e altre popolazioni non islamizzate. Nel giugno seguente altro balzo verso l’interno del Borneo: lasciato Riva a Brunei, con una spedizione di un mese e mezzo Cuarteron e Raimondi si dirigono verso il nord-ovest del Borneo dove sono ospiti dei «rajah» di Mankabung e di Mangatta: anche questi accettano i missionari. Raimondi in due spedizioni verso l’interno visita alcuni villaggi di tribali: la prima volta questi scappano, la seconda accolgono Raimondi, accompagnato da uno della loro tribù.
L’episodio non ha seguito. Tornati i missionari a Mankabung in novembre, costruiscono una casa e una chiesa, lasciando sulla collina che domina la cittadina e la baia un segno della loro presenza: su una parete rocciosa scolpiscono «Propaganda Fide 1857». Cuarteron dà ordine di disboscare per creare un villaggio di filippini ex schiavi cattolici. A Natale 1857 sono ancora sul posto con Reina, ma non possono celebrare Messa per mancanza di vino. Lasciano due cristiani filippini e rientrano alla base di Labuan, promettendo di ritornare.
Rimaneva il problema della missione in Melanesia, per la quale insisteva il prefetto apostolico padre Reina. Cuarteron si era impegnato a impiantare nella Nuova Guinea una missione «a sue spese». Ma i missionari si rendono conto che la «procura» per la Nuova Guinea non poteva essere nel Borneo e nemmeno a Celebes, dove il vicario apostolico olandese li avrebbe accolti a braccia aperte. Si decide di andare ad Hong Kong per ripartire di là verso il nord-est della Nuova Guinea col «Pacifico».
Il 25 febbraio 1858, Cuarteron, Reina, Raimondi, Tacchini e Puarer, partono con Cuarteron da Labuan per Singapore e Hong Kong, col proposito di ripartire per Dory, nella Papuasia nord orientale, dove stabilire la procura per la missione nella Melanesia. Ma giunti a Singapore trovano una lettera di Propaganda Fide: recatevi con urgenza ad Hong Kong per esercitarvi il ministero e aiutare mons. Luigi Ambrosi «procuratore» di Propaganda per la Cina e prefetto apostolico. La missione della Melanesia non è abolita, ma da Hong Kong si può meglio studiare come riprenderla.
Intanto nel Borneo restano due missionari di San Calocero: Ignazio Borgazzi e Antonio Riva, il primo a Labuan, il secondo a Brunei. Continuano nel loro apostolato per più di due anni, con buoni risultati specie nelle foreste del Brunei, dove p. Riva avvicina i tribali «murut». I due missionari costruiscono chiese e cappelle e fondano alcune comunità cristiane fra non poche difficoltà: fra l'altro i pirati musulmani rapivano i cristiani! Riva e Borgazzi si incontrano ogni mese per confessarsi a vicenda, in attesa del prefetto apostolico mons. Cuarteron, che ritorna solo nel luglio 1959, mentre aveva previsto il suo ritorno nel giugno 1858.
Nell'aprile 1860 Propaganda Fide comunica a mons. Cuarteron di lasciar partire i due missionari per Hong Kong per unirsi ai loro confratelli. I due, con il lavoro ormai ben avviato, si sentono «condannati», ma obbediscono: d'altronde ad Hong Kong c'era veramente bisogno di loro. La missione del nord Borneo rimane col solo prefetto apostolico e uno dei suoi due fratelli sacerdoti, don Manuel, in attesa di altri rinforzi che non vengono, a parte qualche sacerdote raccogliticcio e provvisorio. Cuarteron chiede più volte missionari a mons. Marinoni, ma per il superiore del nascente Seminario lombardo diventava sempre più imperativo tener uniti i missionari e non disperderli in troppe direzioni. Nel 1879 mons. Cuarteron è a Roma e dà le dimissioni da prefetto apostolico del Borneo a Propaganda Fide. Nel 1880, la missione viene assunta dai missionari inglesi di Mill Hill.

«Veramente strana e triste — commenta Tragella — la storia di una missione che, aperta sotto una stella apparentemente tanto luminosa, languisce, abbandonata anche da Roma nelle mani del prefetto apostolico senza quasi missionari, per un ventennio!».

A servizio della missione di Hong Kong (1858-1867)

La «procura» di Propaganda Fide per le missioni in Cina era stata fondata a Canton nel 1705 dal legato pontificio in Cina, mons. Carlo Tournon de Maillard. La sua sede fa la spola fra Canton e Macao (a seconda delle vicende politiche in Cina) e nel 1842 viene trasferita ad Hong Kong, dove già era stata fondata la prefettura apostolica il 22 aprile 1841, pochi mesi dopo la presa di possesso dell’isola da parte delle truppe inglesi. La procura di Propaganda aveva compiti importanti: trasmissione di documenti da Roma ai vicari apostolici e dei rapporti di questi a Propaganda; resoconti sulla situazione anche economica delle missioni in Cina; amministrazione dei beni di Propaganda; rapporti col governo cinese per quanto possibile, liberando le missioni dal Padroado portoghese (7) e dalle protezioni interessate delle potenze europee, ecc. La procura rimane ad Hong Kong fino al 1922, quando è sostituita dalla delegazione apostolica a Pechino, col primo delegato mons. Celso Costantini (1876-1958). Don Luigi Ambrosi, sacerdote diocesano di Verona giunto ad Hong Kong nel 1845 come vice-procuratore del francescano p. Antonio Feliciani, nel 1855 è nominato procuratore e prefetto apostolico fino alla morte il 10 marzo 1867 (8).
Per capire perché Hong Kong venne affidata al Seminario lombardo e non ad altri ordini e congregazioni con lunga esperienza cinese, va notato che Propaganda Fide voleva dare questa colonia inglese, di molto valore per le missioni in Cina, non ad un ordine religioso, ma a sacerdoti diocesani: il procuratore di Hong Kong, rappresentante della congregazione per le missioni di Cina, era bene non appartenesse alle grandi corporazioni religiose che vi lavoravano (9).
Infatti Propaganda nomina p. Feliciani (francescano già missionario nello Shensi), solo prefetto apostolico «ad interim» per sostituire il sacerdote svizzero Teodoro Joset (che muore nell’agosto 1842), finché si fosse trovata la persona giusta; e prima dei missionari di Milano manda ad Hong Kong alcuni sacerdoti diocesani: oltre a Teodoro Joset (primo procuratore e prefetto apostolico), Luigi Ambrosi di Verona e Francesco Buffa di Genova; e tenta di mandare Luigi Sturla anche lui di Genova, in servizio ad Aden per conto di Propaganda: il quale però non accetta la proposta di diventare procuratore e prefetto di Hong Kong.
Reina è il primo missionario di san Calocero che giunge da Singapore ad Hong Kong il 12 aprile 1858; lo seguono il 15 maggio Raimondi e Tacchini (con Puarer). Nel 1860 molti i nuovi missionari: il 7 febbraio giungono dall’Italia tre padri, Simeone Volonteri, Gaetano Favini e Giacomo Scurati; il 12 aprile arrivano padre Giuseppe Burghignoli con le prime sei suore canossiane (10); e il 9 settembre Ignazio Borgazzi e Antonio Riva dal Borneo. Una bella squadra di missionari per gli inizi di una missione che allora contava 73.000 abitanti, dei quali 3.000 europei e gli altri cinesi: i cattolici erano 1.500 portoghesi, 600 cinesi, 300 filippini (di Manila), 300 indiani, malesi ed europei (soprattutto militari irlandesi). Questa la colonia inglese, poi c’erano i territori cinesi della prefettura apostolica, con circa 200.000 abitanti. Nel 1859 esistevano nell’isola di Victoria una chiesa dell’Immacolata Concezione e quattro cappelle (Wanchai, Stanley, Aberdeen e Tsuen Wan).
Le occupazioni per i missionari non mancano: studio dell’inglese e del cinese, cura dei cristiani, seminario, apostolato fra i cinesi, cappellania militare e per i marinai di passaggio, visite alle carceri e agli ospedali, scuola per le ragazze e orfanotrofio. Il prefetto Ambrosi è contentissimo di quei giovani missionari e missionarie che lavorano «in una povera vigna ancora tutta da dissodare ». Hong Kong infatti, già un secolo e mezzo fa, aveva la fama di essere «tutta racchiusa in tre P: pietre, piastre (cioè soldi, n.d.r.) e peccati» (così diceva Ambrosi) e un vero lavoro apostolico non era mai stato fatto (11). Il 1860 è un anno euforico per mons. Ambrosi, che ringrazia Propaganda e Milano per i missionari ricevuti. Tragella scrive che

«l’ancor giovane prefetto Ambrosi (appena quarantenne), entusiasta del bene e dimentico che agli anni dell’abbondanza seguono quelli meno fortunati, non seppe resistere alla tentazione di largheggiare col suo personale a vantaggio anche di altre missioni; sì che, mentre due utilissimi missionari stavano per mancargli per malattia seguita poi dalla morte, altri due venivano incaricati di speciali missioni fuori di Hong Kong».

Dopo i trattati fra Pechino e le potenze europee del 18581860 che garantivano la libertà religiosa (12), il 24 gennaio 1860 Pio IX nomina il francescano vicario apostolico del Hupé, mons. Luigi Spelta, visitatore delle missioni in Cina: doveva preparare un concilio plenario della Chiesa cinese. Passando da Hong Kong, chiede come segretario padre Giacomo Scurati. I due partono da Hong Kong il 22 giugno 1860 diretti a Shanghai e visitano varie province e missioni, ma negli ultimi mesi del 1861 ambedue si ammalano e gravemente: Spelta muore a Wuchang il 12 settembre 1862, Scurati è costretto a rimpatriare; a Milano sarà l'aiutante principale di mons. Marinoni e suo successore alla guida del Seminario lombardo per le missioni estere (vedi il cap. III).
Il secondo missionario che si assenta da Hong Kong (per due anni e mezzo) è il p. Burghignoli, primo apostolo nel territorio della prefettura apostolica sul continente cinese. Nell’agosto 1861 Ambrosi lo manda a Tientsin come cappellano militare delle truppe inglesi residenti in quella città a poca distanza da Pechino: ritorna ad Hong Kong all’inizio del 1864, dopo un altro anno passato ad assistere i militari inglesi a Shanghai.

Hong Kong al Seminario lombardo: da Ambrosi a Raimondi (1868)

Intanto la missione di Hong Kong cresce anche di personale: nell’aprile 1861 giungono padre Gaetano Origo (13) e tre suore canossiane; inoltre due sacerdoti cinesi provenienti da Canton. Nell’estate 1861 p. Raimondi, vice-prefetto apostolico, ritorna in Italia per sistemare vari affari della missione, fra l’altro le finanze gravemente deficitarie e il contrasto con le suore francesi di S. Paul de Chartres (a Hong Kong dal 1848): mons. Ambrosi interdice prima la superiora e poi la comunità, che si rifugia a Macao (14).
Raimondi torna ad Hong Kong portando con sé, oltre ad altre due canossiane, un prete boemo che sostituisce p. Burghignoli come cappellano militare a Tientsin; a Milano, ritornando dal suo viaggio attraverso l’Europa, aveva lasciato due laici irlandesi a san Calocero, perché studiassero per diventare sacerdoti e poi andare ad Hong Kong (uno solo sarà da lui ordinato). Altri due laici irlandesi li porta ad Hong Kong come insegnanti (15).
Dopo aver dato un buon avvio all’apostolato nella colonia inglese, i missionari si stabiliscono nel territorio cinese del vicariato, avendo ottenuto da mons. Guillermin di Canton la cessione del distretto civile di San On (in seguito Po On). Il primo missionario a lavorare nell’interno è Burghignoli, subito seguito da Volontari (16) e da Origo, che nel 1867 scrive:

«Mi trovo circondato da interi paesi che si convertono alla fede e mi sento trascinato dal movimento religioso. Io non basto, né i miei catechisti bastano per istruire, nei vari paesi, gli uomini e i fanciulli; per le donne la difficoltà è maggiore».

La missione nei territori cinesi era quindi ben avviata con tre distretti (Van Yan, Tang Kok e Sai Kung), mentre in Hong Kong non si contavano molte conversioni anche perché l’azione pastorale era dispersa in tante direzioni: assistenza ai cattolici di varie nazionalità, ai malati negli ospedali, ai carcerati, ai marinai; e poi preoccupava molto il problema delle scuole che Feliciani aveva trascurato, avendo concepito Hong Kong quasi solo come sede della procura di Propaganda per la Cina. Nel 1855 c’erano già dieci scuole governative con 400 alunni e una scuola dipendente dal vescovo anglicano sussidiata dal governo (17). Questa era una sfida per la Chiesa, ma i tentativi di Ambrosi di avere missionari per una scuola maschile vanno a vuoto e le suore di Chartres si occupavano di orfani e bambini abbandonati. Ai missionari interessavano le scuole anche per poter educare i giovani desiderosi di diventare sacerdoti: accanto alla casa dei padri istituiscono subito un pre-seminario.
Fino all’arrivo di san Calocero, l’unica scuoletta maschile era quella nella casa della missione con una quarantina di alunni ed insegnanti laici (18). Per le ragazze la situazione era migliore perché le canossiane, giunte ad Hong Kong nell’aprile 1860, in maggio aprono una scuola con 40 alunne e prima ancora ricevono come «novizia» una signora inglese figlia dell’ex-governatore di Hong Kong, sir John Bowring, che si fa canossiana (sister Aloysia) e persevera fino alla morte dieci anni dopo (19). Negli anni sessanta la missione si impegna soprattutto nelle scuole, che saranno (col seminario e la cattedrale) la principale preoccupazione di mons. Raimondi.
Nel 1864 viene aperta una nuova scuola maschile sotto la direzione di p. Borgazzi e l’aiuto di insegnanti laici irlandesi, portoghesi e cinesi (collegio san Salvatore). Accanto alla «casa della missione» in Wellington Street si apre nel 1863 un «riformatorio» per giovani in difficoltà, all’inizio con 12 ospiti: un’opera di successo che spinge il governo della colonia a concedere alla missione un ampio terreno, dove si costruisce il «West Point Reformatory » (e in seguito «St. Louis’ Industrial School»). L’orfanotrofio femminile ha 150 ragazze europee e cinesi. Un’altra decina di scuole vengono fondate negli anni sessanta. Il rapporto governativo sull’educazione ad Hong Kong del 1870 afferma (20):

«Le scuole della Chiesa cattolica hanno fatto tremendi passi in avanti e si è registrato un momento quando gli alunni che frequentavano le scuole cattoliche raggiungevano quasi il numero di quelli delle scuole governative. Quando si considera che più di 12.000 dollari sono stati dati a sussidio delle scuole governative, mentre le scuole cattoliche non hanno ricevuto nulla, il progresso di queste ultime risulta ancor più notevole. A riguardo del riformatorio, sappiamo che nel 1866 aveva 42 interni. La scuola femminile, l’orfanotrofio e la casa della s. Infanzia nel convento italiano sono continuati in modo soddisfacente, ma tra le istituzioni cattoliche la più prominente è il collegio san Salvatore» (21).

Il 10 marzo 1867 muore il prefetto Ambrosi, lasciando un buon ricordo come sacerdote di spirito, ma anche una pesante eredità dal punto di vista finanziario: la procura era gravemente indebitata e aveva perso credibilità presso i vicari apostolici di Cina. Nel gennaio 1868 Propaganda Fide nomina p. Raimondi pro-prefetto, abbinando ancora in lui le due cariche di procuratore e capo della missione (sarà nominato vicario apostolico e vescovo nel novembre 1874): la missione e la procura di Hong Kong sono così affidate al Seminario lombardo. L’incertezza nel nominare Raimondi (Ambrosi aveva segnalato a Propaganda Fide padre Gaetano Favini come suo successore) veniva dal suo «carattere troppo forte», di cui si lamentavano i missionari e lo stesso Ambrosi. Raimondi aveva però le qualità adatte per rimettere in sesto l’amministrazione della procura e la missione di Hong Kong.

I ferventi anni di Timoleone Raimondi (1868-1894)

Il suo impegno è molto travagliato. Mentre inizia l’opera di risanamento finanziario, nel 1868 si vede morire due giovani missionari: Origo (33 anni) e Favini (39), ottimi preti che lasciano un grande vuoto. Ad Hong Kong rimangono cinque italiani (Raimondi, Burghignoli, Volonteri, Bernardo Viganò e Giovanni Valentini) e cinque sacerdoti cinesi da Canton (Giovanni Yang, Stefano Chu, Marco, Andrea e Giacomo Leang). Nel 1869 p. Simeone Volonteri è nominato capo della nascente missione del Honan nell’interno della Cina (vedi cap. XIII).
Nel giugno 1869 mons. Raimondi parte per il nord della Cina e in sei mesi visita quasi tutte le missioni con risultati positivi: ottiene dai vicari apostolici una riduzione del debito che la procura di Hong Kong aveva nei loro riguardi e la risposta al questionario di Propaganda in preparazione al prossimo Concilio Vaticano I. Raimondi era discusso per il suo carattere imperioso (22), ma Tragella esprime la sua ammirazione (23) per

«lo spirito di ardore che quest’uomo veramente eccezionale metteva in tutto il suo operare, pur attraverso le delusioni, le incomprensioni e gli alti e bassi del suo temperamento».

Entusiasta e attivissimo (24), Raimondi era severo con se stesso e con gli altri. Chiede nuovi sacerdoti a mons. Marinoni, ma esige che il missionario

«sia un uomo di Dio, viva del cielo, non della terra, che abbia in sé, nel suo interno, la vita, che possa vivere contento e soddisfatto anche solo, senza compagnia, senza consolazioni esterne... un uomo forte di spirito, che non fa caso se sia considerato o no, se gli usino riguardi, consolazioni o no... Sia qui, sia là, per lui è uguale: il Signore è dappertutto...» (25).

In una lettera del 3 agosto 1870 26, ricordando i primi momenti dopo la morte del prefetto Ambrosi, la drammatica situazione della procura e i suoi molteplici impegni, Raimondi scrive:

«Avanti, sempre avanti! L’energia cresceva in proporzione delle difficoltà. In quel momento avrei sfidato il mondo intero e riconobbi come un favore speciale la sensibile assistenza che in quei momenti ebbi dal Signore».

Ci voleva davvero un uomo eccezionale come lui, per non lasciarsi abbattere dalle avverse situazioni, non solo di carattere finanziario, ma anche i difficili rapporti con i missionari stessi e con il governo coloniale inglese. Raimondi è stato molto aiutato dal suo più stretto collaboratore p. Giuseppe Burghignoli, che egli nomina suo vice-prefetto: il primo era irruente e autoritario, il secondo paziente a amabile, ma anche lui determinato e uomo di spirito. Una coppia unita che si completava bene: Burghignoli sostituisce in tutto il vescovo, nei suoi frequenti viaggi all' estero.
Hong Kong si presenta fin dall’inizio una missione difficile (o per lo meno più complessa di altre). I missionari di san Calocero non erano soli: convivevano e collaboravano con i sacerdoti cinesi abbastanza numerosi, le procure (e relativo personale) dei missionari di Parigi e dei domenicani, le suore di Chartres e le canossiane; Raimondi stesso cerca subito altri istituti e congregazioni, che lo aiutino nel fondare scuole cattoliche. Alle difficoltà interne si aggiungono quelle esterne. I rapporti col governo non erano facili, per la corrente di laicismo che dominava nelle alte classi della colonia. Il 19 gennaio 1876 Raimondi scrive a Marinoni (27):

«Le scuole cattoliche cominciano a far ombra ai promotori e patrocinatori delle scuole atee... Quando aprirono queste grandi scuole dove il nome di Dio non si pronunzia, speravano i poveretti di attirare a sé tutti i cattolici e di far chiudere le nostre scuole; quindi quantità di denaro speso per tenere su questo grande colosso contro il quale credevano che tutte le altre scuole dovessero frantumarsi. I giornali comperati non parlavano se non di quelle ‘‘magnifiche scuole’’, che in tutte le parti dell’isola si fabbricavano a spese della comunità. Alle scuole cattoliche si nega denaro e solo qualche sovvenzione si ottiene per gli orfanotrofi. Tutti scrivevano che saremmo morti o vicini a morire, ma noi eravamo ben vivi. Con tutti i loro mezzi, fra una popolazione di 120.000 pagani cinesi, a stento radunarono poco più d’un migliaio di alunni. Amara fu la loro sorpresa quando dai resoconti nostri del novembre scorso videro che le scuole cattoliche, benché povere, avevano quasi mille alunni. A compiere la loro disdetta poi, proprio in quel tempo arrivarono i fratelli delle scuole cristiane, i quali dopo solo due mesi ebbero 140 alunni. I difensori delle scuole governative partirono in guerra contro la Chiesa cattolica...».

Il 23 settembre 1874 un terribile tifone distrugge o danneggia fortemente metà delle proprietà della missione. La stampa locale ne dà questo resoconto:

«La rapida discesa del barometro preannunciò il disastro. A sera il tifone si scatenò su Hong Kong: nessun bastimento in porto fu senza danno e i morti superarono i due mila. La città dopo il disastro era in rovina. Dappertutto, case senza tetto e minaccianti rovina; le strade ingombre di rottami, di barche e di alberi anche giganteschi. Il telegrafo locale e quello sottomarino con Saigon interrotti. La marea straordinariamente alta accrebbe i danni nella parte occidentale dell’isola: l’acqua era più alta di un metro. All’acqua successero gli incendi. Tutti i traffici sono sospesi e anche la vita della città è morta».

L’8 maggio 1875 il vescovo-vicario apostolico apre il primo sinodo diocesano e due anni dopo ne pubblica i risultati in «Monita ad missionarios vicariatus hongkonensis» (136 pagg.), manuale di azione pastorale che riporta anche i canoni ed i decreti del Concilio Vaticano I.
Gli anni del vicario mons. Raimondi (1868-1894) sono fervidi di attività missionaria che porta buoni risultati. A Wanchai, sull’isola di Hong Kong, nasce una solida comunità di cattolici cinesi, assistiti da sacerdoti cinesi. Nei distretti in territorio cinese, la persecuzione anti-francese e anti-cristiana che si scatena nel 1884 (dopo la guerra francese in Tonchino e le ostilità tra Francia e Cina) porta all’immigrazione in Hong Kong di circa 600 cristiani e una trentina di missionari francesi (tre dei quali vescovi) dalla vicina provincia del Kwantung. Il lavoro apostolico nei distretti su territorio cinese della missione di Hong Kong rimane quasi bloccato per sei-sette anni, anche se i missionari continuano a risiedervi: tra i fedeli ci sono veri martiri per la fede. Il sacerdote cinese p. Matteo Fu (del distretto di Hoifung) pensa di creare un villaggio di raccolta per i nuovi cristiani, ai quali la persecuzione rendeva la vita impossibile. Con padre Luigi Sasso acquistano il paese di Gu-pué-ti, con tutti i suoi campi attorno: in pochi anni vi accorrono i neofiti e si forma il «villaggio di san Giuseppe» con circa 400 cristiani (costruito da Sasso), che negli anni venti verrà cintato di mura da p. Lorenzo Bianchi.
In seguito allungo periodo di persecuzione autentica (diversi cristiani uccisi e molti altri incarcerati), si registrano numerose conversioni, con l'erezione di una quindicina di cappelle. Nel 1872 i cattolici nel vicariato erano 4.250, quando Raimondi muore (1894) 8.315; i missionari italiani otto, i preti cinesi 5, le religiose europee 52, le cinesi 21; il seminario aveva 12 aspiranti.
Una grande opera compiuta sotto mons. Raimondi è la cattedrale in stile gotico dedicata all’Immacolata Concezione, in una magnifica posizione nell’isola di Victoria e capace di 3.000 posti a sedere. L’inaugurazione avviene il 7 dicembre 1888, a cinque anni esatti dalla posa della prima pietra. Una seconda realizzazione importante è il quindicinale «The Hong Kong Catholic Register», che nasce il 22 settembre 1877; nel 1878 diventa settimanale e nel 1882 cambia nome: «The Catholic Register».
Mons. Raimondi è considerato il fondatore della missione di Hong Kong. Capo carismatico anche se spesso all’estero, è emerso soprattutto come organizzatore, amministratore e costruttore di opere ecclesiali; ha affermato la presenza della Chiesa in Hong Kong, anche ingaggiando forti battaglie con le autorità coloniali per l’educazione religiosa e la salvaguardia del matrimonio cattolico. Il suo limite è stato il carattere intransigente e autoritario, che non favoriva i rapporti con i suoi sacerdoti, portandolo ad una rigida applicazione dello «jus commissionis» secondo la linea di Propaganda a quel tempo (28): rifiuta alcuni ordini religiosi disposti a lavorare ad Hong Kong, come gesuiti, benedettini, salesiani; li avrebbe accolti, ma solo se facevano quel che voleva lui (cioè scuole), non altro!

Luigi Piazzoli: l’apostolato fra i cinesi (1894-1905)

Fino al 1898 la colonia inglese di Hong Kong era una piccola isola rocciosa (Victoria) e una minuscola parte di terraferma (Kowloon). In quell’anno la Cina è costretta a concedere altro territorio all’Inghilterra, affittandole per 100 anni i cosiddetti «New Territories», di cui le truppe inglesi prendono possesso nell’aprile 1899. Hong Kong raggiunge così i 1.012 chilometri quadrati (29), un’estensione rispettabile (10 volte più di prima), e acquista stabilità e crescita economica cambiando la sua natura: non solo più porto franco per navi di passaggio, ma vera colonia residenziale con attività industriali e commerciali.
All’inizio del secolo c’erano solo dodici sacerdoti nel vicariato (30), tre chiese nell’isola di Hong Kong e nessuna a Kowloon (solo una cappella per i militari), perché ai 7.000 cattolici dell’isola corrispondevano 70 battezzati a Kowloon e nei «New Territories » e più di mille sul territorio cinese del vicariato (31). La rapidità del cambiamento che registra Hong Kong all’inizio del secolo si misura dal fatto che la prima chiesa costruita a Kowloon nel 1904 («Rosary Church»), tuttora in piedi e funzionante, è capace di 600 fedeli (32).
Mons. Piazzoli era tutto l’opposto di Raimondi: simpatico, di carattere stabile, calmo e imperturbabile, sempre disponibile ad incontrare le persone. I cinesi lo chiamavano «Padre Pace». A Hong Kong, dopo quasi cinquant’anni dall’inizio dell’evangelizzazione, si incomincia a registrare un buon numero di conversioni fra i cinesi: non però nella colonia inglese, ma sul continente. Nel 1903 vengono battezzati 708 adulti, 376 figli di cattolici e 2.494 bambini figli di genitori pagani. Con un maggior numero di preti a disposizione, i frutti sarebbero stati maggiori.
Negli anni di mons. Piazzoli si sviluppa l’apostolato fra la popolazione cinese del vicariato. In precedenza, il numero dei cattolici cinesi era piuttosto limitato: l’apostolato ad Hong Kong si è sviluppato soprattutto fra i militari, gli europei e gli eurasiani. L’inizio del nostro secolo segna il passaggio verso la popolazione locale, che, pur non essendo trascurata, veniva dopo la cura dei cattolici provenienti da altri paesi (portoghesi, inglesi, irlandesi, indiani, filippini, ecc.). All’inizio del secolo, la maggior parte dei cattolici erano portoghesi di Macao: in cattedrale tutte le domeniche c’era una messa per loro e la «Rosary Church» (chiesa del rosario) solennemente consacrata il 27 maggio 1905 a Kowloon era per i portoghesi. Nei «New Territories» si aprono varie missioni e sul continente cinese si sviluppano i tre distretti di San On, Kwai Shin e Hoifung.
Dopo la persecuzione dei Boxers, nel 1902 mons. Piazzoli visita tutto il vicariato e trova sul territorio cinese missionari che vivono in grande povertà (alcuni ancora in capanne di paglia), con scuole e chiese distrutte negli anni precedenti; non pochi cristiani, che si erano allontanati dalla Chiesa, stanno ritornando. Piazzoli, giunto ad Hong Kong nel 1869, all’inizio era stato missionario proprio nelle regioni interne del vicariato, dove la popolazione, in uno stato di estremo abbrutimento per ignoranza, miseria e isolamento, si abbandonava a costumi degradanti. P. Domenico Pozzoni scrive nel 1895 (33):

«Uno degli impedimenti alla sincera e duratura conversione di questo popolo sono le inimicizie e vere guerre tra paese e paese. Un paese d’un cognome facilmente fa guerra ad un altro paese composto di famiglie di un altro cognome. Durante queste lotte si odiano a morte e non solo si guerreggiano apertamente, ma cercano di giorno e di notte di prendersi a tradimento... I mandarini, anche se lo volessero, non hanno la forza militare sufficiente e lasciano fare... I danni morali e materiali di queste guerre sono grandi: generalmente, battezzati e catecumeni, volenti o nolenti, vi si trovano coinvolti» (34).

Negli anni dal 1894 al 1898 la peste bubbonica fa strage in Hong Kong, muoiono circa 8.000 persone. Padri e suore si impegnano nell’assistenza. Soprattutto sei canossiane, inviate nell’ospedale degli appestati, danno prova di vero eroismo rischiando la propria vita (35): una di esse muore di peste (Anna Pereira, portoghese), come un missionaio del Seminario lombardo, padre Francesco Maria Bianchi, a soli 26 anni. Episodi come questi danno alla gente di Hong Kong, quella inglese ed europea soprattutto, la misura esatta dell’amore che i missionari portano al popolo cinese; così come i 700 e più orfanelli ed orfanelle che la missione cattolica ospita ed educa nei suoi ospizi (36)!
Nel 1896 le istituzioni cattoliche comprendono un seminario e 36 fra collegi e scuole. In quell’anno le canossiane iniziano la costruzione di un ospedale (terminato due anni dopo) e nel 1897 aprono un dispensario ad Aberdeen. Il riformatorio ospita 80 ragazzi, una parte dei quali, colpevoli di atti criminosi, sconta la pena del carcere in una casa di rieducazione e istruzione.

Domenico Pozzoni: cinese fra i cinesi (1905)

Il 26 dicembre 1904 muore a Milano mons. Luigi Piazzoli, tornato in Italia il 2 ottobre precedente per rimettersi da una grave malattia. La scelta del suo successore è alquanto difficile: tre missionari avevano qualità adatte e Propaganda Fide non sapeva chi scegliere. Presentati i tre nomi al Papa, Pio X chiede: «Di questi tre, chi ha lavorato di più fra i cinesi?». Gli rispondono: «Padre Pozzoni». Il Papa dice: «Ebbene, scelgo lui come vicario apostolico».
La nomina di Pozzoni suscita stupore fra i missionari, perché pareva che il vescovo Piazzoli avesse designato come suo successore padre Pietro De Maria, suo vicario e missionario di grande saggezza e capacità di lavoro (teneva i rapporti col governo, era procuratore di Propaganda Fide, si interessava delle scuole, ecc.); inoltre, Piazzoli non aveva mai lavorato ad Hong Kong, ma solo, dal 1885, sul continente fra i cinesi (nei distretti di Po On e di Hoifung).
Mons. Piazzoli conferma De Maria suo vicario generale: formano una coppia affiatata e si completano bene a vicenda; ma dà al suo episcopato un carattere particolare: «Dobbiamo farci cinesi » dice ai suoi missionari, cioè diventare cinesi con i cinesi! Da giovane missionario aveva adottato in tutto i costumi locali, non solo facendosi crescere il «codino», ma mangiando qualsiasi cosa gli venisse offerta, anche ributtante per i gusti europei. Ryan afferma (37) che Pozzoni

«è probabilmente la figura più amata che la Chiesa di Hong Kong ha conosciuto. Era un uomo straordinario per la sua gentilezza e dignità, ma anche coraggioso e di grandi prospettive: grazie a queste sue qualità, le chiese, le scuole e le opere di misericordia si moltiplicano in modo che a quel tempo sembrava persino eccessivo, mentre erano programmate per le crescenti necessità della popolazione. Il suo successore mons. Valtorta seguì la sua politica di coraggiosa espansione, così negli anni fra l’inizio del secolo e la seconda guerra mondiale la Chiesa cattolica seppe tenere il passo con la trasformazione della città e della colonia».

La vita del missionario Pozzoni è affascinante (38). Forte e robusto, nessuno si ricordava di averlo visto ammalato, restò immune da malattie tropicali che colpivano gli altri missionari (malaria, ameba, ecc.). Si sottoponeva a fatiche che avrebbero demolito chiunque altro. Nei distretti di terraferma, molto vasti e senza strade, era noto come instancabile camminatore, capace di fare 50-60 chilometri al giorno, per più giorni di seguito, visitando i villaggi cristiani. Era catechista, medico, costruttore, avvocato, protettore dei deboli e difensore degli oppressi. Non aveva quasi stabile dimora, ma visitava continuamente i villaggi, tra mille pericoli di ladri e di fanatici anti-occidentali. Era coraggioso, quasi temerario.
Una volta gli dicono che un cristiano ammalato vuole l’estrema unzione, ma il suo clan lo tiene sotto stretta sorveglianza per impedire al missionario di vederlo. Pozzoni si informa bene dov’è il malato, si nasconde nelle vicinanze e mentre alla sera la famiglia è a cena, salta un muro, si introduce nella stanza del malato, gli amministra i sacramenti e ritorna da dov’era venuto senza che nessuno l’abbia visto.

«Un’altra volta — racconta Ryan (39) — il vicario apostolico di Canton, mons. Chausse, gli manda un avviso: ‘‘Non andare nella regione dell’East River, perché la gente ha giurato di far fuori qualsiasi occidentale e soprattutto qualsiasi missionario’’. Pozzoni deve visitare alcuni suoi cristiani a Waichow che erano in serio pericolo. Entra in Waichow tutto solo, senza mimetizzarsi. In un attimo lo circonda una folla di esaltati con fucili, spade e bastoni che grida: ‘‘Ammazziamo il diavolo straniero!’’. Padre Domenico rimane calmo, alza la mano e chiede di parlare. Tutti fanno silenzio e lui dice:
— Io sono padre Su (il suo nome cinese) e sono sempre stato in mezzo a voi, mi conoscete bene. Ho cercato di fare del bene a tutti. Adesso voi volete uccidermi? Va bene, vediamo chi è che vuole uccidermi. Tu, per esempio, dice rivolto ad uno che brandiva una spada, tu vuoi uccidermi davvero?
— Veramente, io no...
— E tu, dice ad un altro, sei tu che vuoi uccidermi?
— Mah, io no, certamente no.
— Come vedete io sono al sicuro fra tanti amici, conclude il missionario. Vi ho sempre voluto bene e voi mi volete bene, non è vero? Così rimane al sicuro a Waichow per alcuni giorni».

Domenico Pozzoni e la missione nel Kwangtung (1905-1924)

Il 1° ottobre 1905 Domenico Pozzoni è consacrato vescovo nella cattedrale di Hong Kong. Non avendo mai lavorato in città, si temeva ci fosse poca gente alla cerimonia. Invece, dalle regioni interne del vicariato vengono centinaia di cristiani e non cristiani, anche camminando alcuni giorni.
Hong Kong intanto inizia una nuova vita, dopo l’acquisizione dei New Territories e la costruzione di strade per tutta l’estensione della colonia. Kowloon (sulla terraferma) diventa la città gemella di Victoria sull’isola di Hong Kong: si aprono nuove prospettive economiche, l’immigrazione dalla Cina aumenta rapidamente, mentre l’Inghilterra manda numerose truppe, fra le quali molti indiani e irlandesi cattolici.
Mons. Pozzoni nomina padre Pietro De Maria suo vicario e braccio destro; e il padre Giovanni Spada rettore a Rosary Church in Kowloon, la nuova città dove in breve cresce una forte comunità cattolica cinese ma anche di immigrati europei. Sorgono altre chiese a Tai O (sull’isola di Lantau, 1920) e Tai Po (1922) e numerose cappelle. Padre Spada è il motore dell’evangelizzazione in questa parte del vicariato (Kowloon e New Territories), anche con iniziative originali: ad esempio è lui che inizia la tradizione delle processioni sacre per le vie della città, segno forte di crescita della comunità cattolica in un mondo pagano. A Kowloon i fratelli delle scuole cristiane costruiscono il collegio san Giuseppe, presto frequentato da 600 alunni che studiano fino alle soglie dell’università.
Mons. Pozzoni inizia nel gennaio 1906 la visita pastorale in territorio cinese: è il vescovo che più sviluppa questo campo di missione. Dopo l’inizio della rivoluzione di Sun Yat-sen nel 1911, la provincia del Kwangtung, da cui parte Sun per la conquista della Cina, è in situazione di caos: le comunità cristiane ed i rispettivi sacerdoti sperimentano assalti, saccheggi, persecuzioni, brigantaggio. Eppure proprio in questo periodo si registra un forte incremento delle conversioni. La Chiesa si radica fortemente nel territorio cinese del vicariato.
Il 22-26 luglio 1914 si svolge il primo congresso eucaristico di Hong Kong che, per la partecipazione massiccia dei fedeli, segna un’importante svolta nella pastorale: si sviluppano le associazioni laicali (terz’ordine di san Francesco, Confraternita del S. Rosario, Associazione per la Propagazione della Fede, Apostolato della Preghiera, Lega delle Donne Cattoliche, Società S. Vincenzo de’ Paoli, Gioventù cattolica cinese) ed entrano nel vicariato forze nuove: missionari e missionarie di Maryknoll, Piccole suore dei Poveri, suore vincenziane; nel 1922 nasce dalle canossiane in Hong Kong la congregazione «Chinese Sisters of the Precious Blood» («suore cinesi del Prezioso Sangue»).
Lo scoppio della I guerra mondiale tocca anche Hong Kong: legge marziale, decadenza dei commerci e dell’economia, aumento astronomico dei prezzi, carestia e pestilenze. Nell’interno del vicariato, sul territorio cinese, «regna l’anarchia e trionfano i ladri» scrive un missionario. Ma la Chiesa continua il suo lavoro apostolico. Nel 1916 i cattolici del vicariato sono 19.820; i battesimi di adulti 1.897, di bambini figli di pagani 4.982, di bambini figli di cattolici 538. Le conversioni vengono soprattutto da Waichow e da Hoifung in Cina, nonostante il permanere dello stato di persecuzione contro i cristiani. P. Baldassare Pilenga scrive nel 1917 (40):

«Qui a Waichow, cambiati i mandarini, le cose sono andate di male in peggio. Il mandarino militare ha inaugurato una vera persecuzione contro di noi e l’opera nostra. Con tutto ciò i cristiani aumentano sempre più. Oggi sono stato a visitare i catecumeni di tre villaggi convertiti solo in quest’anno. In tutti e tre abbiamo il catechista e le suore poi istruiscono le donne. Mi sono sembrati molto fervorosi e presto avremo dei battesimi... Ho il cuore veramente straziato.
Sono condannato a vedere i miei cristiani sgozzati sotto gli occhi senza poterlo impedire. Qui siamo in continua rivoluzione, i mandarini non intervengono, non intendono che il linguaggio del denaro e noi diamo solo delle buone parole».

Mons. Pozzoni era fermamente convinto della necessità del clero locale. Promuove il piccolo seminario diocesano già esistente e si adopera, con gli altri vescovi della Cina meridionale, per la costruzione di un seminario regionale, che viene poi eretto ad Aberdeen nell’isola di Hong Kong e inaugurato nel 1931. Nel 1923 mons. Pozzoni visita ancora una volta il distretto di Hoifung minacciato da turbolenze politiche. Si ferma un mese amministrando 200 battesimi e 1.200 cresime e benedice sette nuove cappelle nei villaggi cristiani. P. Pilenga scrive nel 1923 (41):

«In questa anarchia, mai come ora si è visto un così consolante movimento di conversioni e non già di individui spersi qua e là. Sono villaggi interi che vengono a noi: anche ultimamente due villaggi si sono convertiti. A Siakpiacktam il catechista li istruisce e la gente si raccoglie alla sera, per la preghiera e il catechismo, nella pagoda per il momento convertita in cappella. Consolante e promettente il fatto che le donne sono fervorose e diligenti nello studio del catechismo e delle preghiere, cosa che avviene ben di rado. Alcuni giorni or sono ho detto messa nella pagoda, che da tante generazioni era la casa del diavolo. Nell’altro villaggio, Lantonn, con il catechista feci il giro delle case togliendo tutti i diavoletti finiti in un grande falò, con molta allegria specialmente dei ragazzi».

Il 21 febbraio 1924 muore mons. Domenico Pozzoni, dopo quasi 39 anni di missione. Lascia nel vicariato 31 preti (20 stranieri e 11 cinesi), 65 chiese e 367 cappelle; 130 suore europee e 35 cinesi, 138 catechisti e catechiste. Nella colonia di Hong Kong i cattolici sono circa 20.000 e 8.000 nel territorio del vicariato in Cina; i catecumeni 6.500. La popolazione del vicariato è aumentata fino a circa due milioni e mezzo in seguito alle immigrazioni dalla Cina (42).

La bufera bolscevica nel Hoifung (1924-1927)

Negli anni venti tre poteri politico-militari si contendono la Cina in una interminabile guerra:
1) il debole governo centrale di Pechino, in mano a generali e funzionari inetti e corrotti, conservatore e compromesso col Giappone (che ha occupato Corea, Manciuria e Taiwan);
2) i generali «signori della guerra», che dopo la morte di Yuan Shih-kai nel 1916 (che aveva tentato una restaurazione monarchica) in teoria obbediscono a Pechino, in pratica governano ciascuno la propria provincia combattendosi fra di loro e sconfinando nel brigantaggio;
3) il «governo del sud» del Kuomintang, a Canton, fondato nel 1911 da Sun Yat-sen (morto nel 1925) e comandato dal giovane generale progressista, Chiang Kai-shek, si è alleato con i comunisti per mettere ordine in Cina e compiere una rivoluzione sociale radicale. Nel 1928 Chiang sconfigge Pechino e i «signori della guerra». Il suo governo a Nanchino è riconosciuto dalle potenze straniere come unico governo cinese. I comunisti, prima alleati, non lo riconoscono e cominciano la loro rivoluzione sul modello di quella leninista (sovietica).
Questo il quadro generale. Nella provincia del Kwangtung (di cui Canton è la capitale), il Partito comunista cinese aveva le sue basi e organizza negli anni 1924-1927 (fino alla rottura dell’alleanza fra Kuomintang e Partito comunista) alcune «repubbliche sovietiche». Nei due distretti di Hoifung e di Lukfung il movimento parte nel 1924 con l’animazione politica dei contadini contro i ricchi proprietari e contro tutte le tradizioni anche religiose. Nel 1925 inizia nel Hoifung la campagna anti-cristiana dei comunisti cinesi: profanazione di chiese e crocifissi, irruzione nelle case dei cristiani per strapparvi ogni segno religioso, pressioni sui credenti per farli apostatare. Per dare un’idea di quel che succede, ecco alcune testimonianze di padre Lorenzo Bianchi missionario nel Hoifung dal 1923 (poi vescovo di Hong Kong 1951-1969), che scrive (43):

«Un giovane bolscevico andava da un villaggio cristiano all’altro con la rivoltella in pugno per far apostatare i  cristiani. Ma questi non ebbero paura di dire che preferivano la morte piuttosto che rinunziare alla fede. Fu una grande consolazione per noi... Il 9 agosto 1925 una squadra di comunisti entrò nel villaggio cristiano di San Giuseppe, mia residenza abituale. Nella chiesa spogliarono i tre altari, si impadronirono di tutti i paramenti, immagini, calici, pissidi, perfino dei vecchi sgangherati candelieri e delle candele: in casa fecero man bassa di tutte le mie cose. Io non ero presente».

Il giorno di Natale 1925 più di cento comunisti irrompono nel villaggio di S. Giuseppe: qualche soldato armato, capi partito, maestri delle scuole bolsceviche e una folla di manifestanti con cartelli anti-cristiani. Sul piazzale della chiesa tengono un comizio inneggiando all’ateismo e lanciando calunnie contro la religione cristiana e i missionari.

«Nonostante le proteste mie e dei cristiani — racconta padre Bianchi — fanno irruzione in chiesa. Io, con alcuni cristiani, ci mettiamo sui gradini dell’altare pronti a tutto pur di difendere il ss. Sacramento. Si accontentano però di urlare e di insudiciare le pareti con scritte blasfeme. I bolscevichi non sono ancora fuori del paese che i cristiani, spontaneamente, accorrono in chiesa a fare atto di riparazione».

Il 18 novembre 1927 ad Hoifung si tiene il primo congresso dei «soviet» che hanno occupato i distretti di Hoifung e di Lukfung, creando ufficialmente il governo sovietico della regione, sotto la direzione del loro capo comunista P’eng P’ai. Il PCC (Partito comunista cinese) del Kwangtung ammonisce che «l’uccisione dei proprietari di terre deve continuare fino a non lasciarne vivo neppure uno». Questo «governo sovietico» (che dura dal 20 novembre 1927 al marzo 1928) è caratterizzato dal «terrore rosso», cioè dal metodo ideologicamente teorizzato e sistematicamente applicato di eliminare fisicamente tutti gli avversari (o supposti tali), non solo come individui, ma come classe: cioè poteva esserci un proprietario buono e onesto, ma anch’egli veniva ucciso con tutti i suoi familiari, come membro della classe odiata. Un sistema talmente crudele che i contadini finiscono per rifiutarlo, determinando poi la fine delle repubbliche sovietiche nel sud della Cina.
Padre Fernando Galbiati, missionario ad Hong Kong e superiore generale del Pime (1984-1989), ha condotto uno studio approfondito su questo periodo del comunismo cinese nel Kwangtung, esaminando fonti cinesi e inglesi (44). Afferma che, dopo la presa di potere nel Hoifung e nel Lukfung, la risoluzione «Eliminazione dei contro-rivoluzionari» scatena la caccia a qualsiasi membro delle classi avversarie o collaboratori col nemico:

«I massacri vennero incoraggiati e c’erano anche premi per chi uccideva di più. La ‘‘purga’’ si diffuse ovunque e i contadini erano zelanti nel far fuori tutti i loro nemici» (45).
«Ne seguono orribili carneficine — scrive p. Bianchi riferendo il caso della città di Giap-gin che si era difesa dall’assalto dei comunisti — compiute nel modo più barbaro. Seicento e più persone massacrate in tre giorni... La folla scatenata non conosce più nessuna pietà... Diversi nostri cristiani uccisi e le loro case rase al suolo sono veri martiri, solo colpevoli di seguire una religione troppo opposta al bolscevismo».
«I rei (da uccidere) — scrive ancora padre Bianchi (46) — erano i ricchi o quelli che avevano qualcosa più degli altri; i non bolscevichi nel fondo del cuore; i fumatori d’oppio e giocatori di sapeche; gli antichi capi del paese; i vecchi sopra i 60 anni, che non hanno più diritto di vivere; i mediatori di matrimoni perché impediscono il libero amore, ecc. Naturalmente fu proclamato lo sterminio di qualsiasi religione; molti bonzi e bonzesse furono uccisi, vari cristiani scannati solo perché cristiani e le loro case rase al suolo».

Padre Bianchi e gli altri missionari dimostrano nella circostanza un grande coraggio nel rimanere al loro posto, mentre avrebbero potuto facilmente fuggire ad Hong Kong. Anch’essi vengono poi arrestati e corrono il pericolo di essere uccisi, il giorno di Natale 1927. I padri Michele Robba e Lorenzo Bianchi scrivono (47):

«A Swabue avevamo un lebbrosario: 18 uomini, 7 donne, 11 ragazzi. Vivevano della carità dei buoni e non davano fastidio a nessuno, in un luogo appartato dalla città, come in un romitaggio. Anche su di loro si scatenò la furia bolscevica. Il 12 gennaio 1928 una cinquantina di soldati rossi entrati nel lebbrosario, quanti ne videro, tanti ne atterrarono a fucilate: poi diedero fuoco a tutto, bruciando così quei vivi che s’erano potuti nascondere. È la dottrina bolscevica: vecchi, zoppi, ciechi, ecc. insomma, tutti quelli che non lavorano e non producono devono essere soppressi. Simile mostruosa dottrina bolscevica è purtroppo entrata nella testa di certi così detti intellettuali, che hanno perso la fede in Dio Padre di tutti noi uomini».

Enrico Valtorta «non lasciava dormire nessuno» (1926-1951)

L’8 marzo 1926 il Papa nomina padre Enrico Valtorta vicario apostolico di Hong Kong. Lo consacra nella cattedrale il 28 agosto 1926 il delegato apostolico mons. Celso Costantini, del quale era stato segretario durante il concilio cinese di Shanghai nel 1924. Valtorta, giunto ad Hong Kong nel 1907, aveva lavorato sul continente e poi in città: la sua esperienza pastorale era molto varia ed infatti dà un forte impulso alla crescita del vicariato, fra l’altro favorendo l’ingresso di nuove forze: ad esempio i gesuiti nel 1926, che aprono il pensionato Matteo Ricci per i giovani universitari e assumono la direzione del seminario regionale inaugurato nel 1931 ad Aberdeen; i salesiani (1927) che aprono la scuola industriale S. Luigi; le suore canadesi di N. Signora degli Angeli (1926) e le suore dell’Immacolata Concezione (1928), per l’educazione della gioventù femminile. Le congregazioni femminili già presenti in Hong Kong sono: suore di S. Paolo di Chartres, canossiane e missionarie di Maryknoll, che non cessano di espandersi aprendo scuole e opere caritative.
Anche mons. Valtorta è stato un grande vescovo. Ecco come lo descrive p. Nicola Maestrini, suo segretario (48):

«Mons. Valtorta diede un esempio di vita molto austera. Non dava nessuna importanza alle comodità e non si preoccupò mai per la sua salute. La sua abitazione consisteva di una sola stanza di media grandezza, che serviva da camera da letto e studio privato. Il suo letto, una tavola di legno senza materasso, era relegato in un angolo della balconata che aveva chiuso con finestre. Consumava pochissimo cibo e non si lamentava mai: mangiava tutto ciò che il cuoco cinese serviva alla comunità. Lavorava sodo dalle 5,30 fino a sera tardi. La mia camera da letto era vicina alla sua: udivo la sveglia suonare alle 5,30 e poco dopo lo sentivo andare in cappella per la sua ora di meditazione. Non prendeva mai un giorno di vacanza, non faceva mai niente per il suo piacere, non andava mai a teatro o al cinema.
La sua vita può essere riassunta in tre semplici parole: preghiera, lavoro, digiuno. Come suo segretario lo potei osservare molto da vicino. La sua austerità e la sua totale devozione al lavoro missionario e al bene dei poveri mi impressionarono profondamente. Credeva che lui stesso, i suoi uomini e gli edifici della missione esistessero per un unico scopo: servire i poveri. Con un simile esempio, ci sentivamo tutti spronati a prendere la nostra vita di preti molto sul serio».

Il governo di Valtorta fu definito la «santa impazienza» nei confronti di tutto ciò che stava fermo: il vescovo incoraggiava, stimolava, apriva nuove prospettive d’azione, non lasciava dormire nessuno (49). Nel 1931, su sua iniziativa, nasce ad Hong Kong l’Azione Cattolica nei suoi vari rami e le varie associazioni laicali ricevono un forte impulso. Nel 1928 padre Andrea Granelli fonda il «Kung kao po», giornale diocesano cinese (prima mensile e poi settimanale), che incontra un grande successo con 8.000 copie. Padre Spada, conosciuto come «il parroco di Kowloon», costruisce la chiesa di S. Teresa del Bambino Gesù, inaugurata dal vescovo nel dicembre 1932: quando padre Spada aveva celebrato la prima messa a Kowloon trent’anni prima, i fedeli presenti erano 52: adesso, per la nuova chiesa, tremila.
Nel 1936 mons. Valtorta celebra i dieci anni di episcopato, anni di grande crescita sia della colonia che della Chiesa. I sacerdoti in diocesi crescono da 31 nel 1926 (di cui dieci cinesi), a 62 nel 1936 (17 dei quali cinesi). I fratelli dei vari istituti da 12 a 38 (i cinesi da uno a 5). Le suore passano, da 165 nel 1925 (35 cinesi) a 249 (133 cinesi) nel 1939. Nel decennio 1926-1936 sono aperte 15 nuove scuole cattoliche: gli alunni aumentano da 4.859 a 9.964, un terzo dei quali cattolici. Gli ospedali cattolici passano da tre a sei; le case per anziani, ciechi e handicappati da quattro a nove.
Le parrocchie e i distretti missionari crescono da 18 a 39, le chiese e cappelle (dal 1926 al 1939) da 118 a 306 (di cui 16 chiese). Nel 1939 i cattolici sono 37.821 (31.421 cinesi), mentre nel 1926 erano circa 28.000. I battesimi di adulti, sempre nel 1939, sono 846, con 3.583 catecumeni. Padre Brambilla, che dà queste cifre e che per scrivere il suo volume su Hong Kong era stato sul posto conducendo un’indagine approfondita (50), nota:

«A qualcuno può sembrare che 846 battesimi di adulti siano pochi rispetto a 3.584 catecumeni. Ecco la spiegazione. In genere il missionario non è troppo corrivo a battezzare i nuovi convertiti. Dovendo questi vivere in mezzo a popolazioni pagane e spesso contrarie alla religione, è della massima importanza istruire bene e provare a lungo i catecumeni per non avere poi a deplorare delle defezioni di battezzati».

Il battesimo era amministrato dopo almeno due anni di catecumenato, che spesso diventavano tre o quattro. Le conversioni venivano soprattutto dai distretti in territorio cinese, dove i missionari, nel periodo abbastanza calmo dopo il 1929 (sconfitta dei comunisti in Kwangtung), erano sommersi dalle richieste di istruzione religiosa. Padre Antonio Zago scrive, ricordando quegli anni trascorsi in territorio cinese (51):

«Noi missionari dovevamo preoccuparci, oltre che di convertire i pagani, di pagare i catechisti e costruire chiese e cappelle. Qualche notte non si dormiva, pensando a come trovare i soldi necessari. Bussare dal Vescovo era come mettergli una spina nel cuore, ne soffriva quanto e più di noi. Le offerte dall’Italia erano molto rare e spesso non sufficienti. Qualche volta mi venne in mente di pregare il Signore che non mi mandasse più conversioni: ‘‘Signore, lasciami un po’ respirare per cercare qualche benefattore e poi... continua a convertire quei poveri pagani che non ti conoscono’’. Spesso mi capitava di rimanere proprio al verde, mentre era necessario dare la giusta mercede agli operai. Non si poteva aspettare: maestri e catechisti vivevano proprio alla giornata» (52).

L’editrice «Catholic Truth Society» (1938)

Con mons. Valtorta la vita cattolica diventa più dinamica. Nasce la commissione per l’insegnamento della religione nelle scuole e per i corsi di catechismo in preparazione al battesimo e agli altri sacramenti. L’Azione Cattolica e le altre associazioni laicali si diffondono suscitando entusiasmo ed impegno soprattutto fra i giovani: si moltiplicano i corsi di formazione religiosa.
Padre Nicola Maestrini racconta (53) che l’ editrice «Catholic Truth Society» è nata da una sua intuizione appena giunto ad Hong Kong nel 1931. Si accorge che non esiste alcuna libreria cattolica o una qualsiasi vendita di libri, riviste ed opuscoli cattolici. Con cento dollari offerti da una signora americana, Maestrini mette nelle sei parrocchie di Hong Kong e di Kowloon degli scaffali in legno e li rifornisce di materiale religioso, importato dall’Inghilterra (in inglese) e da Shangai (in cinese). Il successo è immediato.
Con l’aiuto e il consiglio del gesuita p. Thomas Ryan, Maestrini inizia nel 1935 la «Società della buona stampa» che coinvolge l’élite cattolica di Hong Kong, professionisti, banchieri, avvocati, dottori, insegnanti inglesi, cinesi, portoghesi. Nel frattempo p. Nicola diventa segretario di mons. Valtorta ed è nominato segretario della nuova associazione. Il primo impegno di pubblicare un catalogo di tutti i libri cattolici editi in cinese è realizzato nel 1938 col «Catalogo generale sulla stampa cattolica in cinese» di 300 pagine, che presenta ogni libro in quattro lingue (cinese, inglese, francese e latino). Il secondo passo è la pubblicazione di libri in cinese, con la nascita di una vera editrice cattolica.

«Essendo un missionario — scrive Maestrini (54) — il mio scopo nell’editoria era in linea con la mia vocazione di portare il messaggio di Cristo in Cina. Ero convinto, e lo sono tuttora, che la parola scritta è uno degli strumenti più importanti nell’evangelizzazione di paesi non cristiani. Tuttavia, in quei giorni, praticamente tutti i missionari stranieri operanti in Cina si dedicavano al lavoro pastorale e il ministero della parola scritta veniva trascurato. Così decisi di specializzarmi in quel ministero. Di conseguenza, il mio scopo fu quello di pubblicare dei testi per presentare il cristianesimo ai cinesi come completamento e sviluppo di tutto ciò che è buono e accettabile nelle loro antiche religioni e tradizioni» (55).

Le difficoltà, oltre a quella finanziaria, sono gravi. Maestrini manda lettere in tutta la Cina, cercando missionari, sacerdoti cinesi o laici cinesi cattolici che scrivano opuscoli e libri, «ma purtroppo questa ricerca ebbe poco successo». Poi si pone il problema di tradurre in cinese dei testi preparati in inglese o in altre lingue europee. Ma in pochi anni, con l’entusiasmo che lo anima e che egli trasmette ai suoi collaboratori, ogni ostacolo è superato e dal 1938 al 1941 l’editrice pubblica opuscoli e libri in cinese con un buon successo di vendita.
Purtroppo nel 1941, con l’invasione di Hong Kong da parte delle truppe giapponesi, l’editrice sospende il suo lavoro,

«ma al nostro attivo avevamo la pubblicazione di una dozzina di libri e opuscoli e altre pubblicazioni in preparazione. Persino il conto bancario era in attivo... I nostri libri erano apprezzati, i missionari ne acquistavano grossi quantitativi».

Fra gli autori cinesi che Maestrini pubblica, merita di essere ricordato il dottor John Wu. Pio XII, ricevendolo in Vaticano il 16 febbraio 1947 come primo ambasciatore cinese presso la Santa Sede, così lo salutava:

«Porgiamo il benvenuto a Sua Eccellenza, figlio fedele della Chiesa, il cui cammino verso la fede cattolica è stato illuminato dalla Divina Commedia di Dante e i cui pensieri ed azioni uniscono in modo esemplare l’amore di Dio e la devozione alla sua terra natia».

Maestrini racconta la storia del suo incontro con Wu e la straordinaria testimonianza di questo scrittore (56), che lui stesso ha scoperto e sollecitato a scrivere e poi pubblicato. John Wu, sposato con dodici figli, laureato in legge nella Università metodista di Shanghai, si converte al cristianesimo; ma perde la fede quando va a studiare negli Stati Uniti. Tornato a Shanghai nel 1927 e nominato giudice del tribunale provinciale, nel 1933 diventa membro del parlamento della Cina nazionalista. Si considera un convertito di Santa Teresa del Bambino Gesù di cui legge le opere e dice a se stesso:

«Se questa santa rappresenta il cattolicesimo, allora non vedo alcun motivo per non essere io stesso un cattolico! Essendo protestante, ero libero di scegliere l’interpretazione che meglio si adattava alla mia ragione e la mia interpretazione era esattamente quella giusta per me. Questo mi fece diventare cattolico».

Quando il Giappone invade la Cina nel 1937, Wu fugge con la famiglia ad Hong Kong come altri intellettuali nazionalisti antigiapponesi, incontra Maestrini e scrive varie opere d’intonazione cattolica, fra le quali il suo capolavoro tradotto in 14 lingue (anche in italiano), «La scienza dell’amore»: una introduzione a Cristo per il mondo cinese (57). Il dottor Wu è ricordato nella storia della Chiesa di Cina anche per aver tradotto i salmi.

La tragedia della seconda guerra mondiale (1939-1945)

Il 7 ottobre 1938 le truppe giapponesi, entrate in guerra contro la Cina nel 1937, partendo dal nord giungono al sud e ai confini con Hong Kong. L’8 dicembre 1941 (anno centenario di fondazione della colonia inglese), festa dell’Immacolata Concezione, mentre si sta celebrando la Messa nelle varie chiese, si sentono i colpi del bombardamento giapponese sull’aeroporto cittadino. In due settimane i giapponesi prendono possesso della colonia. I missionari italiani, che erano stati internati dagli inglesi (eccetto il vescovo e tre suoi collaboratori) come nemici, sono liberati dai giapponesi; alcuni erano andati a Macao per assistervi i cattolici portoghesi di Hong Kong, che vi si erano rifugiati.
Nei quattro anni di occupazione giapponese, la popolazione di Hong Kong si riduce a mezzo milione nel 1945: molti fuggono verso la Cina libera, Macao o in altri paesi asiatici. Inenarrabili le atrocità commesse dagli invasori. Resi furiosi dalla resistenza inglese che aveva causato molti morti fra le loro truppe, i militari giapponesi si abbandonano al saccheggio e allo stupro sistematico delle giovani donne che incontrano, massacrando sul posto chiunque si opponga loro. Persino l’anziano direttore inglese dell’ospedale di santo Stefano è ucciso solo perché si mette davanti alla porta d’ingresso e chiede di rispettare l’ospedale e gli ammalati che vi sono curati. Lo slogan con il quale i giapponesi si erano presentati ai popoli asiatici per entrare in guerra contro Inghilterra e Stati Uniti, «L’Asia agli asiatici», ad Hong Kong diventa quasi una barzelletta.
L’economia di Hong Kong, basata sul commercio internazionale, decade rapidamente. Quasi nessuno ha più un lavoro: banche, uffici, fabbriche e molti negozi sono chiusi, il porto è quasi inattivo. La povertà diventa per molti angosciosa: ogni giorno si raccolgono circa 200 morti per fame, ovunque vagano persone appena capaci di stare in piedi, con gli occhi pieni di disperazione, nella vana ricerca di cibo e di assistenza. Vescovo, missionari, suore e associazioni cattoliche si impegnano al massimo nel portare aiuto ai bisognosi: si utilizzano gli aiuti che riescono a giungere dalla Santa Sede e si vendono i terreni del vicariato, le campane della cattedrale, l’oro di calici e pissidi, arredi sacri e persino la croce pettorale del vescovo.
I giapponesi avevano uno stretto controllo dell’isola di Hong Kong e di Kowloon, ma i distretti rurali dei Nuovi Territori erano più liberi: vi dominavano ladri, banditi e partigiani comunisti. Nell’estate e autunno 1942 tre preti sono uccisi nel distretto di Saikung: due cinesi e un italiano del Pime.
Nell’agosto 1942 il p. Renato Kwok, mentre sta parlando sulla piazza di Saikung con alcuni uomini, è portato via da un gruppo di sconosciuti con i suoi amici: sono uccisi e sepolti ai piedi di una montagna. Ignoti i criminali e il motivo del massacro.
A sostituire Kwok, pur sapendo di mettere a rischio la propria vita, si offre padre Emilio Teruzzi del Pime, che già aveva lavorato a Saikung. Dopo più di due mesi che è sul posto, il 25 novembre Teruzzi visita le comunità nei villaggi, in compagnia di un catechista e del suo domestico. A Taitung viene portato via da un gruppo di armati. Condotto alla spiaggia, è caricato su una barca e una settimana dopo il suo corpo galleggia in mare vicino a Samchung, col cranio fracassato (58). Del catechista e del domestico portati via con lui non si hanno più notizie.
Pochi giorni dopo questo fatto luttuoso, il p. Francis Wong, che coraggiosamente continua l’attività sacerdotale a Saikung, è chiamato a Chekking per incontrarsi con i guerriglieri e scompare anche lui. Più tardi si scopre che è stato preso dai partigiani comunisti anti-giapponesi, condotto su una montagna non lontana da Tailong, ucciso e sepolto nel dicembre 1942. Qualunque siano le cause di queste uccisioni, non c’è dubbio che i tre sacerdoti erano ben coscienti di mettere a rischio la propria vita, continuando nel servizio alla gente di Saikung.

La diocesi di Hong Kong e il «Catholic Centre» (1946)

Al termine della guerra (15 agosto 1945) Hong Kong è semidistrutta dai bombardamenti alleati. Ma gli antichi abitanti ritornano nella colonia inglese al ritmo di 50-60.000 al mese: nell’agosto 1945 c’erano mezzo milione di persone, alla fine del 1948 poco meno di due milioni. Il porto e l’economia riprendono subito, banche e compagnie internazionali ricostruiscono la città. Mentre la Cina ricade nel caos della guerra fra nazionalisti di Chiang e comunisti di Mao, Hong Kong si afferma come il porto libero più importante dell’Asia orientale.
Anche la vita della Chiesa riprende a pieno ritmo, con una vitalità nuova, segno dello spirito di rinascita che animava la comunità cattolica ma anche l’intera colonia. Nei primi giorni di settembre 1945, due missionari realizzano il «Catholic Centre» di Hong Kong: p. Bernard Meyer, americano di Maryknoll appena uscito dal campo di concentramento giapponese, e p. Nicola Maestrini segretario di mons. Valtorta. Molti edifici sono liberi in quella che era ancora una «città fantasma» (15 giorni dopo la fine della guerra) e l’idea di un «Centro» propulsore delle attività pastorali e culturali della Chiesa era ormai matura: così i due missionari firmano un contratto d’affitto per due piani del «King’s Building», un maestoso edificio che le bombe hanno risparmiato, proprio nel centro della città, di fronte al porto. In un piano (3.000 metri quadrati) sistemano gli uffici diocesani, la cappella, la stampa diocesana, la libreria e la vendita di articoli religiosi, le sedi delle varie associazioni laicali; nell’altro piano il nascente «St. Nichola’s Club», per l’accoglienza ai militari e ai marinai di passaggio da Hong Kong, con ristorante, sale di ritrovo e di rappresentanza, ecc.
Il 4 ottobre 1945 si inaugura ufficialmente il «Catholic Centre». L’affitto di 6.000 metri quadri in centro città è altissimo: 4.000 dollari americani al mese! Ma in breve viene coperto dalla vendita di libri e di articoli religiosi e dal ristorante che serve fino a 1.500 pasti al giorno! Il Catholic Centre diventa la forza propulsiva delle attività cattoliche in Hong Kong, per le varie associazioni che vi vengono ospitate e per l’attrattiva che esercita sui laici con le sue molte attività culturali, ricreative, spirituali, sociali. P. Nicola Maestrini è segretario del Catholic Centre e anche dell’editrice «Catholic Truth Society», che riprende dopo la guerra e stampa libri e sussidi religiosi in cinese per le diocesi di Cina. Nel 1946 un missionario francese in Cina scrive a Maestrini (59) che prima della guerra aveva acquistato diversi libri in cinese pubblicati dalla «Catholic Truth Society» di Hong Kong e aggiunge:

«Ero diventato il bersaglio prediletto degli scherzi dei miei confratelli. Loro spendevano tutto il denaro che avevano per acquistare riso per la loro gente. Anch’io spendevo molto in riso e medicinali, ma riservavo un po’ di denaro per l’acquisto delle tue pubblicazioni, in modo da poter distribuire, assieme al riso, anche dei libri.
Durante la guerra noi missionari francesi siamo stati internati dai giapponesi in campo di concentramento. Quando, dopo la guerra, potemmo ritornare trovammo che molti cristiani erano venuti meno. Il mio distretto missionario costituiva la sola eccezione: nessuno dei miei parrocchiani aveva abbandonato la fede. Tramite la lettura di buoni libri la mia gente aveva assimilato meglio il cattolicesimo, raggiungendo una maggior saldezza di fede. La mia politica di nutrire la mente oltre che il corpo aveva dato i suoi frutti».

L’11 aprile 1946 la Santa Sede istituisce la gerarchia episcopale in Cina: il vicariato apostolico di Hong Kong diventa diocesi e mons. Valtorta il primo vescovo. Nel febbraio 1946 nasce il settimanale cattolico inglese «Sunday Examiner» (direttore Nicola Maestrini), mentre riprende il settimanale in cinese «Kung kao po» e all’inizio del 1947 il mensile «Eastern Messenger of the Sacred Heart». Vengono fondate nuove scuole cattoliche e nel 1948 gli alunni di queste scuole nella colonia sono più di 10.000. Nello stesso anno i padri francescani aprono il loro «Biblical Institute», trasferito da Pechino e impegnato, sotto la direzione di padre Gabriele Allegra, nella traduzione completa dell’Antico e del Nuovo Testamento in cinese.
Nel dicembre 1948 un missionario irlandese fonda ad Hong Kong la «Legione di Maria», che si diffonde rapidamente: il vescovo stesso è il direttore spirituale del «presidio» della cattedrale. Questa associazione, che tanta parte ha avuto in Cina nella formazione del laicato cattolico, anche ad Hong Kong diventa nel dopoguerra il motore dell’apostolato dei laici.

Lorenzo Bianchi: il vescovo dalle carceri cinesi (1951-1969)

Quando nel 1947 mons. Valtorta è a Roma, insiste per avere un vescovo coadiutore. La sua richiesta è accettata da Propaganda Fide, ma la nomina arriva solo nel maggio 1949 e cade su padre Lorenzo Bianchi, in diocesi dal 1923 e da 26 anni nel difficile distretto di Hoifung sul continente cinese. Nell’ottobre 1949 Bianchi è consacrato vescovo nella cattedrale di Hong Kong, ma poi ritorna nella Cina comunista, da dove molti missionari e suore stavano fuggendo, spesso espulsi dopo processi, carceri, lavoro forzato. Dopo la morte di mons. Valtorta il 3 settembre 1951 ritorna ad Hong Kong per assumere il governo della diocesi.
In questo periodo emerge la caratteristica figura di padre Ambrogio Poletti, chiamato «il portinaio della Cina rossa», perché era l’unico missionario ad aver ottenuto dal governo inglese uno speciale permesso per arrivare fino al confine con la Cina, sul famoso ponte di Lowu, sul quale passa la ferrovia che congiunge Canton con Hong Kong. Qui Poletti veniva tutti i giorni in moto, dal marzo 1951 al 1955, dal suo distretto di Fanling vicino al confine, per aspettare l’unico treno passeggeri che giungeva dalla Cina e accogliere missionari e suore provenienti dalle varie missioni dell’immenso paese (60).
Quando l’ho intervistato ad Hong Kong nel 1968 mi diceva:

«Dal ponte di Lowu sono passati più di tremila missionari e missionarie e li ho accolti quasi tutti personalmente, portandoli ad Hong Kong, alcuni anche in autoambulanza perché avevano bisogno di cure immediate in ospedale. La cosa che più mi ha impressionato è stato di non aver sentito, da parte di questi uomini e donne scacciati dalla loro patria adottiva, parole di astio e di rivalsa verso chi li aveva ingiustamente perseguitati, condannati, battuti, espulsi. Erano sereni, avevano perdonato, pregavano per il popolo cinese che continuavano ad amare. Alcuni di loro si sono fermati ad Hong Kong, altri sono andati a Taiwan o altrove».

Quando mons. Lorenzo Bianchi ritorna definitivamente ad Hong Kong il 17 ottobre 1952, passando anche lui sul ponte di Lowu, dichiara (61):

«Ero contento di essere libero ad Hong Kong: l’unica tristezza era quella di aver lasciato al di là del confine i miei cristiani che mai più avrei rivisto. Dopo quasi trent’anni di Cina sentivo fortemente il distacco. Se piangevo andando verso Hong Kong non era soltanto per l’estrema debolezza fisica, ma perché sentivo che la parte migliore di me era rimasta in Cina».

Bianchi aveva sperimentato in varie forme, nei suoi ultimi tre anni di Cina, quando già era stato consacrato vescovo, le carceri comuniste: dal 23 marzo 1951 al 18 ottobre 1952. Quando giunge ad Hong Kong, avendo trascorso nel Hoifung i suoi primi trent'anni di Cina (1923-1952), era quasi sconosciuto. Ma è accolto trionfalmente. Da una condizione di povertà e semplicità condivisa con i più miseri contadini, Lorenzo Bianchi si trova proiettato da un giorno all' altro a capo della Chiesa in una metropoli come Hong Kong, a quel tempo unico punto di collegamento del mondo esterno con il continente cinese, in rapida crescita di commerci, traffici di capitali, turismo e immigrazioni massicce dalla Cina: la colonia inglese passa dal mezzo milione di abitanti nel 1945, al milione nel 1947, ai due e mezzo nel 1952 e ai tre nel 1955.
La Chiesa pure cresceva per l’ingresso di forze nuove, specialmente missionari e missionarie espulsi dalla Cina, provvidenziali per assistere le ondate di profughi cinesi. Nei primi anni cinquanta si poteva ancora fuggire con una certa facilità dalla Cina. Ogni giorno erano centinaia i cinesi che arrivavano nella colonia inglese: persone disperate che avevano perso tutto, alla ricerca di un lavoro qualsiasi per sopravvivere, d’un tetto, di cibo quotidiano. Mons. Bianchi si butta con entusiasmo nell’animare la Chiesa locale ad assistere i profughi:

«Ricco della mia esperienza di povertà e di vita tra i poveri, sentivo l’urgenza che anche quella Chiesa così piccola (nel 1952 avevamo 12 parrocchie e 40.000 cattolici) doveva porsi come segno di carità e di speranza per quella marea di profughi disperati».

Il lavoro di assistenza diretta ai profughi era già iniziato nel 1950, quando mons. Valtorta aveva eretto il centro di accoglienza di Junk Bay, affidandolo ai fratelli di san Giovanni Battista (cinesi). Nel 1952 i missionari americani di Maryknoll, che ricevevano grandi aiuti dall’America, sono i primi a creare centri per i rifugiati. Seguono la stessa via i missionari del Pime, quelli di Parigi, i salesiani ed i francescani, oltre naturalmente ai sacerdoti diocesani cinesi.
Quando mons. Bianchi giunge ad Hong Kong già sono aperti otto centri cattolici per l’accoglienza ai profughi; ne apre subito altri cinque e poco dopo altri quattro: sei mesi dopo aver preso in mano la diocesi, mons. Bianchi annunzia con una lettera al card. Pietro Fumasoni-Biondi di Propaganda Fide che la diocesi ha aperto 18 nuovi centri per i profughi! Ogni centro è attrezzato con scuola, cappella, cucina, distribuzione di viveri e vestiti, dispensario medico e docce, sala di lettura, corsi di qualificazione professionale, asilo infantile, ufficio per trovare lavoro e casa... Due missionari espulsi dalla Cina emergono come figure carismatiche in questa assistenza a condivisione con i profughi: padre Amelio Crotti del Pime (che la stampa locale definisce «il padre dei profughi») e p. Howard Trube di Maryknoll.
Proprio con l’assistenza ai profughi dalla Cina nasce nel 1953 la «Caritas Hong Kong» (affiliata alla Caritas internazionale nel 1955), per l’opera di mons. Charles Vath, tedesco diocesano di Hong Kong, che ne è il primo direttore. Gli succede nel 1974, quando Vath muore, il p. Francesco Lerda del Pime, già suo collaboratore fin dall’inizio, che ancor oggi dirige la Caritas Hong Kong.

L’opera sociale ed educativa della Chiesa negli anni sessanta

La generosa assistenza ai profughi dalla Cina determina nella diocesi di Hong Kong un cambiamento di rotta: l’apertura totale alla società cinese, evitando il pericolo di chiudersi nel lavoro pastorale all’interno delle parrocchie. Il parere abbastanza comune a quel tempo era che il governo comunista cinese avrebbe presto occupato Hong Kong soffocando la Chiesa: era quindi superfluo lavorare in campo sociale, bisognava impegnarsi soprattutto in quello spirituale. Mons. Bianchi non condivideva affatto questo pessimismo e la sua spinta all’impegno educativo e sociale ha dato un’immagine molto positiva della Chiesa di Hong Kong fra il popolo.
Bastino due cifre: nel 1950 la Chiesa ad Hong Kong aveva 70 scuole con 20.570 alunni; nel 1969 (quando Bianchi lascia il posto ad un vescovo cinese) le scuole erano 251 e gli alunni 211.548. Il governatore di Hong Kong, David Trench, inaugurando nel 1966 il grandioso complesso di scuole della parrocchia di San Po Kong (con 4.000 alunni!) diceva:

«Non dubito che l’istituzione che oggi inauguriamo abbia davanti a sé un grande avvenire, perché essa è gestita dalla missione cattolica, la cui storia nel campo dell’educazione non è seconda a nessuno. Con il suo personale sperimentato e progressista, il successo di queste scuole è assicurato... Desidero esprimere il mio apprezzamento per il grande spirito di collaborazione della missione cattolica, sempre disposta a costruire scuole là dove sono necessarie».

Il coraggio di mons. Bianchi risulta da questa testimonianza di fratel Mario Colleoni:

«Nei primi tempi del suo episcopato, tutta la Chiesa di Hong Kong era un cantiere. Andavo con lui a vedere i terreni, le scuole e le chiese in costruzione, pensavamo ai finanziamenti. Alcuni dicevano che ormai non si doveva più costruire, perché prima o poi sarebbero arrivati i comunisti. Ma lui sosteneva che si doveva comunque andare avanti, perché la gente aveva bisogno di scuole. Altre procure di ordini o istituti religiosi portavano via i soldi da Hong Kong, mentre mons. Bianchi ne chiedeva a tutto il mondo. Tanto era deciso nella linea politica da seguire, altrettanto era umile nel seguire i consigli che noi della procura gli davamo».

Due le linee «politiche» di mons. Bianchi: invitare ad Hong Kong quanti più istituti e ordini religiosi era possibile, affidando a tutti compiti precisi, nei quali era sempre presente la scuola; secondo, una cordiale collaborazione col governo della colonia, che apprezzava il lavoro educativo e sociale della Chiesa, concedeva i terreni, dava contributi per le costruzioni. La fama delle scuole cattoliche ad Hong Kong, soprattutto sotto mons. Bianchi, diventa così vasta e profonda, che anche scuole dirette da pagani assumono nomi cristiani: «Scuola Santa Maria», «Scuola San Pietro».
Il 5 dicembre 1967 il governatore David Trench scrive a mons. Bianchi avvisandolo che sta scrivendo alla Regina Elisabetta d’Inghilterra per chiederle di concedergli un’alta onorificenza britannica, per le sue benemerenze sociali. Mons. Bianchi risponde che ringrazia per l’onore che gli viene fatto, ma avanza l’«umile richiesta» che non se ne faccia niente perché

«ogni servizio che ho reso alla comunità di Hong Kong l’ho reso come missionario, che non riceve alcuna onorificenza civile».

Un altro settore d’impegno della Chiesa è quello della carità, sviluppato e diretto dalla Caritas con la collaborazione di tutte le istituzioni ecclesiali. Nell’annuario della diocesi di Hong Kong 1999, l’«Index of Caritas Hong Kong Social Service Centres» occupa 116 pagine (379-495). La Caritas diventa il secondo ente (dopo il governo della colonia) di assistenza e di promozione umana: attualmente ha circa 6.000 impiegati a tempo pieno e 15.000 cooperatori volontari. Per dare un’idea della varietà dei servizi che la Caritas offre alla popolazione, basti un elenco sommario dei settori operativi: asili, ospizi per anziani, ospedali, dispensari medici, opere di riabilitazione (drogati, ex-carcerati, handicappati, alcoolizzati, ecc.), assistenza ai poveri e alle famiglie in difficoltà, centri sociali parrocchiali, centri ricreativi per giovani, scuole professionali, scuole serali, uffici per ricerca di lavoro e di casa, aiuto ai rifugiati (da Cina e Vietnam), ostelli per la gioventù, insegnamento di lingue per interpreti (cinese, cantonese, giapponese, inglese, francese, italiano, tedesco, spagnolo), ecc.
Negli ultimi vent’anni alla Caritas Hong Kong è stato richiesto dal governo cinese di collaborare per impiantare e orientare in Cina opere di assistenza ai disabili e ad altre persone in difficoltà e corsi di formazione del personale per queste opere.
Una caratteristica di mons. Lorenzo Bianchi era l’amore alla povertà, alla semplicità delle strutture delle opere e chiese che costruiva. Padre Filippo Commissari ricorda che (62)

«voleva far conoscere la carità di Cristo al popolo cinese attraverso le opere di assistenza, di aiuto ai poveri. Ma poiché veniva da una vita missionaria in ambiente veramente povero, avrebbe voluto che quello stile di vita semplice, poco appariscente, fosse adottato anche per la nascente Caritas. In questo ebbe qualche dissenso con p. Vath, che prima di diventare sacerdote era stato rappresentante d’affari di varie ditte tedesche in Cina. Raccomandava sempre di non fare nulla che non fosse strettamente necessario per il servizio ai poveri. Ma poi, quando si accorgeva che una grande opera era orientata al servizio, ad un miglior servizio, allora aveva l’umiltà e il realismo di accettarla».

Bianchi: «Sono un convertito dal Concilio Vaticano II»

Una delle grandi qualità di governo di mons. Bianchi era di saper mettere «the right man in the right place» (l’uomo giusto al posto giusto). Come quando scelse p. Vath e p. Lerda per la Caritas, p. Angelo Lazzarotto e p. Francis Hsu per il «Catholic Centre » (quest’ultimo fu il suo successore come vescovo di Hong Kong). O ancora la scelta di padre Edmondo Bruzzone, un geniaccio che sapeva le lingue, diventa cancelliere di curia e organizza la struttura diocesana in modo mirabile; p. Lido Mencarini suo «procuratore», che ha fatto miracoli per finanziare le varie iniziative e potenziare le finanze diocesane; p. Antonio Riganti suo primo vicario generale, compositore musicale di valore, un vero «gentleman» pieno di tatto, che sapeva appianare i contrasti, coordinare, convincere (Bianchi era umile e alla mano, ma anche ruvido e di poche parole). Infine, la scelta felice del primo vicario generale cinese, mons. Felix J. Shek, e di diversi parroci cinesi, anche con missionari esteri come coadiutori. Il primo vice-parroco europeo di un parroco cinese fu padre Fernando Galbiati nel 1958 a Yuen Long, col parroco don Giovanni Wong. P. Osvaldo Pisani testimonia:

«Saper scegliere gli uomini voleva dire per mons. Bianchi dare loro piena fiducia. Non solo, ma era pronto ad accogliere le idee di altri, le proposte, le iniziative che non nascevano da lui: vagliava e approvava e incoraggiava. Non era di quei capi che vogliono fare tutto loro e mettere il loro timbro su tutto quello che si fa e nemmeno di quelli che vogliono sapere tutto, controllare e coordinare tutto. Era veramente uno spirito missionario, aperto a tutte le nuove forme apostoliche, non un burocrate preoccupato delle strutture o degli schemi».
«Sembrava un uomo che non avesse idee o facesse poco — aggiunge p. Enrico Beretta. — Invece, anche se non era lui a proporle, accettava le idee di altri, era contento che si discutessero progetti e si avanzassero proposte. Aveva un’enorme fiducia in Dio e nella Provvidenza, non si spaventava nemmeno di fronte alle imprese più colossali ed era talmente umile da non sentirsi mai diminuito dal successo o dalle proposte degli altri. Tutto concorreva al bene comune e mons. Bianchi lavorava solo per Dio e per il popolo cinese, mai per se stesso. Questa per me è una delle sue più grandi lezioni di vita».

Forse la più bella testimonianza mons. Bianchi l’ha data durante e dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965). Si autoproclamava «un convertito dal Concilio». Quando celebra il primo centenario di fondazione della missione di Hong Kong (1958) scrive (63):

«Negli ultimi anni la diocesi ha visto crescere i neofiti a decine di migliaia: la situazione va mutando rapidamente dai tempi della pesca all’amo. E questo comporta una serie di problemi nuovi per l’evangelizzazione... Mentre ringraziamo Dio per gli innumerevoli benefici concessi a questa missione nella sua già lunga storia, sentiamo vivo il senso della responsabilità che grava sulle nostre spalle».

Infatti, negli anni cinquanta Hong Kong conosce un inizio di «conversioni in massa». P. Amelio Crotti afferma che si è passati, dal «lungo periodo di lento progresso della cristianità», alla «pesca miracolosa»; e aggiunge (64):

«Le folle si riversano nelle chiese a tutte le ore, specie alla sera, per essere istruite e battezzate. E sono costituite non soltanto di rifugiati dalla Cina, ma anche di residenti appartenenti a tutti i ceti sociali: impiegati, studenti, contadini...».

I cattolici della diocesi di Hong Kong erano 16.000 nel 1945, 24.000 nel 1950 e 112.000 nel 1958; 250.000 quando mons. Bianchi lascia Hong Kong nel 1959. Negli anni dal 1950 al 1965 i battesimi di adulti raggiungono i 10.000 l’anno, con punte anche di 15.000. L’annuario cattolico di Hong Kong del 1954 segna in tutto 30 chiese e cappelle aperte al pubblico (escluse quindi quelle di istituti religiosi e scuole cattoliche): secondo l’annuario del 1968 le chiese e cappelle erano 83, di cui 23 per più di 400 persone: quasi triplicate in 14 anni!
Questa crescita tumultuosa della Chiesa è stata ben orientata secondo lo spirito del Vaticano II. Mons. Bianchi partecipa a tutte le sessioni conciliari, nell’autunno degli anni 1962-1965, entrando a poco a poco in quella «mentalità conciliare» che è docilità alla voce dello Spirito e al cammino della Chiesa. Tornato a Hong Kong inizia gli incontri ecumenici con le Chiese cristiane, realizza con entusiasmo la riforma liturgica, realizza per quanto è possibile i decreti conciliari.
Già nel 1965 scrive a Propaganda Fide per avere un vescovo cinese ad Hong Kong. Il 7 ottobre 1967 consacra lui stesso come suo vescovo ausiliare il p. Francis Hsu, direttore del «Catholic Centre». Come sempre, quando affida un incarico a qualcuno, mons. Bianchi dà piena fiducia a mons. Hsu, che incomincia subito convocando una «convenzione diocesana» (in pratica un sinodo), per «una revisione della nostra attività pastorale e una pianificazione del suo futuro sviluppo alla luce del Concilio». È importante notare che la convocazione del sinodo da parte di mons. Hsu precede di quasi un anno la partenza di mons. Bianchi per l’Italia nell’aprile 1969 (65): Bianchi lascia agire il suo vescovo ausiliare in piena libertà come se già avesse piena responsabilità in diocesi, lo accompagna nei primi passi incoraggiandolo, ma senza sovrapporsi alla sua iniziativa.

«Mettere la Chiesa in mano al clero cinese» (1969)

La statura di Lorenzo Bianchi come pastore e leader emerge anche in occasione della «rivoluzione culturale» di Mao, quando la città di Hong Kong (1966-1967) era in mano a giovani estremisti scatenati, con manifestazioni quotidiane e violenze contro gli stranieri; sembrava che da un momento all’altro l’Inghilterra fosse indotta a liberarsi del peso della sua colonia, in crisi anche economica. P. Lido Mencarini, il collaboratore più intimo di mons. Bianchi, ricorda:

«Fu colpito dal clima di incertezza che si andava creando. In quella situazione, qualche congregazione religiosa o missionaria, che aveva già sofferto l’esperienza comunista in Cina, cominciò a temere che Hong Kong potesse essere assorbita dalla Cina da un momento all’altro. Cominciava a farsi strada un atteggiamento di disimpegno nei confronti delle opere scolastiche e sociali che gestivano, in vista di un prossimo abbandono. Mons. Bianchi allora prese l’iniziativa di chiamare i superiori e le superiore delle congregazioni interessate, chiedendo loro di rimanere sul posto e di continuare il loro apostolato ad Hong Kong. Poi ne diede relazione a Roma».
P. Domenico Bazzo aggiunge: «Negli anni 1966-1967 seppe essere una guida sicura per affrontare la tempesta durante le sommosse della rivoluzione culturale in Hong Kong. Dicevano che era timido, ma in quell’occasione dimostrò invece di essere coraggioso, anche se sapeva mantenere sempre la calma».

Le novità del Concilio suscitano anche ad Hong Kong un certo disagio, qualche dissenso, soprattutto nelle più antiche comunità cristiane, ferventi ma un po’ bloccate nell’osservanza della tradizione. Mons. Bianchi ha saputo, con coraggio ma senza rotture, far accettare le novità, anche quelle non facili, ad esempio la lingua cinese nella liturgia. È un fatto difficile da capire in Italia, in un paese cristianizzato da duemila anni. In paesi non cristiani invece, diventare cristiani vuol dire rompere con la religione pagana, i suoi riti, la sua lingua, i suoi simboli e canti. Una Chiesa che abbandona il latino per assumere la lingua locale, l’arte, i canti, i simboli della tradizione locale, sembra a molti che perda qualcosa della sua identità e si avvicini troppo alla tradizione sacra del paganesimo.
Appena tornato dalla Io sessione del Concilio (dicembre 1962), Bianchi incarica p. Fernando Galbiati di formare la Commissione liturgica che lancia l’«Hymnal» con canti liturgici in cinese (opera di p. Riganti e di preti cinesi): forse il primo in assoluto nel mondo missionario. Già mons. Bianchi si era preoccupato di riunire le associazioni e i gruppi cattolici nell’«Hong Kong Central Council for the Apostolate of the Laity» (8 gennaio 1959). Nel 1968 più del 10% dei cattolici partecipavano a qualcuna delle trenta associazioni laicali: 29.000 iscritti su circa 250.000 cattolici. Oltre ai vari rami dell’Azione Cattolica, la «Legione di Maria» era al tempo di Bianchi il movimento più diffuso e attivo nelle parrocchie: nel 1968 aveva 265 presidi e 4.100 membri. Padre Osvaldo Pisani, delegato vescovile per l’apostolato dei laici nel 1968, dichiarava:

«Gran parte delle conversioni che ha avuto la Chiesa durante l’episcopato di mons. Bianchi sono venute dall’attività apostolica dei laici, organizzati in numerose associazioni e movimenti. Il vescovo approva tutti, accetta ogni forza nuova che entra in diocesi, contento che ogni movimento svolga apostolato secondo il suo carisma, raggiungendo nuovi ambienti e categorie di persone».

Tornato dal Concilio, mons. Bianchi ripeteva spesso: «Bisogna mettere la Chiesa di Hong Kong in mano al clero cinese». Il padre Stefano Lam, che l’ha conosciuto bene, afferma:

«Ha lavorato molto perché la diocesi di Hong Kong fosse affidata al clero cinese. È stato lui a volere noi cinesi al comando di tutti i settori della vita ecclesiale».

Preoccupato della formazione del clero cinese, trasferisce il seminario da Saikung a Pokfulam Road, in locali più adatti, affidandolo nel 1957 ad un giovane missionario che sarà poi vicario generale con i vescovi cinesi. P. Secondo Einaudi ricorda:

«Nel 1957 ero coadiutore in una parrocchia. Mons. Bianchi mi viene a trovare e mi dice che poiché p. Pietro Bonaldo era stato chiamato a Milano per fare il superiore, io devo prendere il suo posto come rettore del seminario (66)... Ho visto poi che mi ha sempre seguìto, veniva a trovarmi, si interessava del seminario e degli alunni, mi ha appoggiato in tutte le novità che volevo introdurre nell’educazione dei giovani, nonostante il parere contrario di altri. Appena poteva, mandava studenti e sacerdoti a Roma per gli studi superiori. Voleva che i preti cinesi fossero ben preparati in tutti i sensi, come i missionari stranieri».

Al termine del suo episcopato in diocesi lavorano 331 sacerdoti, di cui 117 diocesani (53 cinesi e 62 italiani del Pime), 109 fratelli e 772 suore, appartenenti a 11 congregazioni maschili e 21 femminili (67). Proverbiale l’attenzione che mons. Bianchi dava ai suoi preti. Il p. Lido Mencarini ricorda:

«Mi ha sempre colpito il molto tempo che mons. Bianchi dedicava a parlare con i suoi preti. Li andava spesso a visitare, amava chiacchierare a lungo con loro. Si era attirato la simpatia generale del clero. Una volta mi disse: ‘‘Tu non immagini quanto tempo mi prendono queste visite. Ma sono convinto che sono molto utili. Posso essere in contatto con tutti i preti e se ho qualcosa da dire glie la dico con franchezza. E loro, sentendosi amati e considerati dal vescovo, rispondono con più impegno. Tanti pensano che io perdo tempo, ma lo  considero parte del mio apostolato’’».

Valeriano Fraccaro, un martire santo (1974)

Con la partenza di mons. Bianchi per l’Italia (aprile 1969), la diocesi di Hong Kong è affidata ai vescovi cinesi: — Francis C.P. Hsu 1969-1973
— Peter W.K. Lei 1973-1974
— John Baptist Wu Cheng-Chung dal 1975 (Cardinale il 28 giugno 1988), che nel 1996 crea due vescovi suoi aiutanti:
— Joseph Zen Ze-Kiun, salesiano, vescovo coadiutore (con diritto di successione)
— John Tong Hon, vescovo ausiliare (68).
Dal 1969 il Pime non si identifica più con la diocesi di Hong Kong, anche se i suoi sacerdoti continuano ad essere considerati «diocesani» (69). Nel 1971 l’Istituto riceve da Propaganda Fide uno speciale «mandato» per impegnarsi ancora ad Hong Kong, sostituito nel 1987 da un «Agreement» (accordo) fra la diocesi di Hong Kong e il Pime: il vescovo chiede di continuare a collaborare nelle attività della diocesi e il Pime assicura il vescovo che cercherà di mantenere il livello numerico dei suoi membri ad Hong Kong sulla quarantina (70). Nel gennaio 1969 mons. Hsu nomina due vicari generali, uno cinese e uno del Pime, p. Secondo Einaudi. Alla fine del 1969 i membri del Pime ad Hong Kong sono 63 (59 padri e 4 fratelli). Il 1° luglio 1969 la popolazione di Hong Kong è di 4.045.300, i cattolici 252.800.
Nel 1974 un fatto luttuoso. A Saikung è ucciso, in modo barbaro e misterioso, il quarto prete (gli altri tre nel 1942): padre Valeriano Fraccaro, dopo 15 anni di apostolato nell’interno della Cina (diocesi di Hanchung) e 22 anni ad Hong Kong. Un fatto che sconvolge la diocesi e la comunità del Pime, perché assolutamente inspiegabile, in quanto Fraccaro era un uomo buono e pacifico, amico di tutti e senza nemici. È morto lasciando un forte ricordo di santità.
Era parroco a Saikung con due missionari più giovani, Adelio Lambertoni e Francesco Frontini (26 anni, da poco arrivato in missione). Quel sabato 28 settembre 1974 i tre missionari passano una giornata del tutto normale. Padre Valeriano visita nel pomeriggio, percorrendo sei chilometri a piedi e riparandosi dal sole cocente con l’ombrello (non voleva prendere la patente dell’auto), una vecchietta e alcune famiglie in un villaggio vicino. Poi cena assieme agli altri due missionari, l’amico sacrestano e i tre orfani adottati da padre Lambertoni. I due padri giovani escono per impegni di ministero serale, Valeriano rimane solo in casa e riceve gente come tutte le sere, pare fino alle undici di notte. Padre Frontini racconta (71):

«Sono rientrato a mezzanotte e l’ho trovato in camera sua. Svestito, per terra, in una pozza di sangue sotto la testa, la faccia coperta da un asciugamano. È stato ucciso con la piccola accetta da macellaio che si trova in tutte le cucine cinesi per tagliare le cotolette di maiale».

Padre Lambertoni, che è stato con lui otto anni, non sa spiegarsi in alcun modo questo massacro. Dice che a Saikung il popolo ha attribuito subito i titoli di martire e di santo a padre Valeriano e così lo ricorda (72):

«Aveva una spiritualità molto semplice, ma autentica; era capace di pregare anche in tempi di superlavoro, qualità che gli ho sempre invidiato. Forse è questo suo continuo e intimo contatto con Dio che spiega tutta la sua vita e come fosse un uomo molto aperto, libero, moderno in certi aspetti e tradizionale nelle cose più importanti. Ad esempio, non aveva lasciato nulla delle pratiche di pietà tradizionali... la sua vita intensa di pietà non era stata scossa da nessun cambiamento esterno, da nessuna novità.
Padre Valeriano era molto rigido con sé e comprensivo con gli altri. Nel prete voleva vedere la preghiera, l’umiltà, la carità con tutti. Anche sulla povertà insisteva spesso: se noi pensiamo troppo al denaro, diceva, siamo già fuori strada. Vestiva poveramente, non so se si sia mai fatto fare una camicia nuova. Per il cibo era molto semplice, viveva con poco in tutti i sensi... Vedeva bene le nuove forme di apostolato, purché ci fosse la preghiera alla base. Io credo che proprio la sua santità e semplicità di vita gli facesse vedere le cose essenziali e quelle non essenziali nel cristianesimo. Aveva l’idea che abbiamo caricato la Chiesa di troppe leggi, che finiscono per soffocare lo spirito o almeno per nascondere le cose essenziali. I pagani, diceva, ci vedono troppo come una burocrazia, una società di beneficenza, non come una proposta di vita valida anche per loro».

Il 5 aprile 1977 muore per un incidente stradale p. Enea Tapella, dopo alcuni giorni di ospedale, durante i quali molti cinesi vengono a visitarlo e ad offrirsi per trasfusioni di sangue. Anche lui lascia un grande ricordo di bontà e di santità. Lavorando in parrocchia, si era fatto promotore di diverse attività verso le persone anziane, gli infermi, gli handicappati. La prima casa intitolata al suo nome è aperta da padre Franco Gritti, per rispondere ad una esigenza incontrata nel suo lavoro in parrochia: gli handicappati rimanevano soli in casa, quando i genitori uscivano per il lavoro. Pochi mesi dopo, il 27 giugno 1977, p. Giosuè Bonzi, cappellano dell’ospedale della Caritas, apre (assieme ad altri del Pime e ad alcune missionarie dell’Immacolata) (73)

«la ‘‘Father Tapella Home’’, che accoglie sette giovani donne handicappate. La casa ha svolto anche una funzione di sensibilizzazione nei confronti di una categoria di persone che la società di Hong Kong tende ad emarginare. Il seme gettato porta frutti. Negli anni seguenti padre Bonzi ottiene la fiducia del governo e gli aiuti finanziari necessari per aprire una serie di centri di accoglienza e di riabilitazione.
Oggi la «Società delle case per handicappati» («The Society of Homes for the Handicapped», SHH) gestisce una quarantina di unità di servizio (e un ufficio centrale di amministrazione) a beneficio di circa 1.500 handicappati mentali gravi, con circa 600 operatori impiegati a tempo pieno e un gran numero di volontari. Alcuni psichiatri, medici, dentisti (la SHH ha un suo gabinetto dentistico), architetti, avvocati e vari altri professionisti prestano assistenza volontaria in maniera regolare e continua. Ogni unità di servizio attrae un buon numero di individui e di volontari. All’associazione dei genitori aderiscono più di 700 genitori e familiari, molti attivamente impegnati nella conduzione della SHH partecipando ai diversi comitati di gestione.
Ultima fondazione in ordine di tempo è ‘‘Incontro’’, una casa-famiglia dove abitano 4-5 portatori di handicap mentali in età adulta, che non hanno più una casa dove tornare perché i loro genitori sono morti o li hanno abbandonati. Con essi stanno 3-4 persone, come il sottoscritto, disposte ad abitare nello stesso appartamento e condividere la vita come fratelli e sorelle. La casa non riceve aiuti governativi e vive di Provvidenza. Ogni giorno, ciascun membro di questa comunità passa gran parte del tempo fuori casa nell’esercizio della propria professione, compresi i fratelli e sorelle con handicap che continuano a frequentare le unità di servizio della SHH. Poi, come in una normale comunità familiare, ci si ritrova sotto lo stesso tetto per condividere i pasti, la preghiera, la riflessione, la ricreazione e il disbrigo degli affari domestici.
Gli scopi principali di questo progetto sono di dare una casa e una famiglia ai portatori di handicap che ne sono privi; dare opportunità agli altri fratelli e sorelle di conoscere più profondamente e sviluppare una più efficace comunicazione con i portatori di handicap, di apprezzare i loro doni e soprattutto, per noi cristiani, di lasciarsi evangelizzare; educare la società ad apprezzare, comprendere, accogliere i portatori di handicap mentale; avere un campo opportuno ed efficace per la formazione di uomini e donne di Chiesa che intendono diventare operatori della pastorale dei portatori di handicap».

Come rispondere alle nuove sfide di Hong Kong e della Cina?

Negli anni settanta e ottanta la situazione del Pime ad Hong Kong cambia radicalmente. Con la nomina di vescovi cinesi, l’Istituto si sente spinto verso il suo carisma originario: il primo annunzio ai non cristiani e la consegna della Chiesa già fondata al clero locale, per iniziare campi nuovi di attività missionaria specifica. I missionari non abbandonano affatto il servizio pastorale nelle parrocchie e opere varie, ma si matura una diversa visione del «servizio alla diocesi», più secondo il carisma missionario dell’Istituto e non semplicemente come supplenza allo scarso clero cinese.
Intanto si avvicina il 1° luglio 1997, quando la scadenza dei 100 anni di affitto dei «New Territories» apre interrogativi inquietanti. Le trattative fra Pechino e Londra, iniziate nel 1982 e poi nel 1984 con la decisione del ritorno di Hong Kong alla Cina il 1° luglio 1997, creano un’atmosfera pessimistica nella colonia inglese. Inoltre, gli interventi di Pechino nei problemi di Hong Kong e le varie dimostrazioni studentesche preannunziano tempi difficili e incerti. Chi se lo può permettere decide di emigrare, la comunità cristiana diminuisce numericamente, nonostante le nascite dei figli di cattolici e i battesimi annuali di adulti (circa 1.500-2.000 l’anno).
Negli anni settanta e ottanta la comunità del Pime discute molto e si divide (74): come rispondere alle nuove sfide che si prospettano per la Chiesa ad Hong Kong e in Cina? Si decide ad esempio, come linea generale di Istituto, di lasciare ai preti cinesi i posti di comando. Decisione non sempre facile da applicare: a volte il vescovo stesso dice al missionario italiano di restare al suo posto perché non sa come sostituirlo. Bisogna obbedire, e favorire un certo «conservatorismo», oppure venir via?
Ma il vero motivo di divisione è questo: se le parrocchie, le scuole e le opere sociali le passiamo ai cinesi, cosa dobbiamo fare per andare ai non cristiani, nella stessa Hong Kong? Ferve soprattutto nei giovani la tensione verso le «vie nuove» e il desiderio di sperimentare modi nuovi di presenza. Nella «due giorni» del 1980, alla presenza del superiore generale p. Fedele Giannini, la comunità di Hong Kong

«decide di lasciare i posti di comando: vicario generale, cancelliere, procuratore e presidente della Caritas, e invita il vescovo, possibilmente entro due anni, a scegliere personale locale che sostituisca i missionari del Pime attualmente impegnati in questi posti. Per lo stesso motivo, riconosce l’opportunità che i suoi membri lascino anche la direzione delle parrocchie che sono già sufficientemente formate e la direzione delle scuole. Per attuare questo piano si suggerisce un periodo di 5-6 anni.
La comunità chiede che il nuovo contratto (fra vescovo e Pime) includa anche un articolo che sottolinei la priorità del Pime di dedicarsi all’evangelizzazione dei non cristiani ed esprime il desiderio che un certo numero di missionari possa dedicarvisi in forme di presenza non contemplate dalle strutture diocesane, pur continuando a restare alle dipendenze del vescovo; incoraggia e sostiene coloro che, in accordo con i superiori, volessero dedicarsi, anche a tempo pieno, a una presenza di testimonianza e al servizio delle persone svantaggiate nella società; si impegna a costituire al suo interno, attraverso la direzione regionale, un gruppo ‘‘giustizia e pace’’, che promuova la conoscenza dei problemi sociali, sensibilizzi la comunità e proponga eventuali iniziative».

Padre Sergio Ticozzi così descrive questo «cammino travagliato» della comunità Pime di Hong Kong (75):

«Questi anni sono stati scossi fortemente dal vento innovatore delle riforme e dalla diffusione sconvolgente delle nuove idee, divulgate tramite raduni e dibattiti. Sembrava che tutto dovesse essere cambiato o riformato: per il clero giovane anche del Pime, istintivamente proteso in avanti, questo era fonte di speranza e di entusiasmo; mentre dal clero più anziano era percepito come un giudizio negativo su quanto si era fatto in passato. Oltre al divario generazionale, c’era la diversa formazione teologica, la diversa concezione di come essere Chiesa, istituto, missione; si scontravano concezioni differenti sul come fare il missionario, sulle nuove vie da intraprendere, ecc. La comunità del Pime di Hong Kong ha quindi registrato momenti di forte conflittualità, che hanno richiesto persino soluzioni insolite, ma che esprimevano un notevole coinvolgimento e senso di corresponsabilità da parte di tutti nella vita comunitaria. Ha anche avuto esperienze di forte comunione in occasione di vari raduni comunitari di verifica e periodi di armonia e di tranquillità...».

A Shek Lei si forma un gruppo di tre padri (Gritti, Zamuner e Mella) che vivono assieme in un appartamento affittato, si mantengono col loro lavoro insegnando inglese e italiano e lavorando in fabbrica (76) e aiutano nella parrocchia di Tsuen Wan. Padre Gianni Giampietro, dopo un anno trascorso in Vietnam, incomincia a lavorare a tempo parziale in una fabbrica e aiuta come assistente nella parrocchia di Wanchai. Padre Vittorio  Grioni, dopo studi di specializzazione in Inghilterra, si impegna a lavorare nel mondo della delinquenza giovanile, combinando questo lavoro con l’insegnamento.
Alla fine degli anni settanta cresce fra i membri del Pime ad Hong Kong la sensibilità per la Cina e il desiderio di fare qualcosa per la Chiesa cinese. Dall’Italia (dov’è stato consigliere di mons. Pirovano, 1965-1977) ritorna p. Angelo Lazzarotto, incaricato di stabilire contatti e raccogliere informazioni sulla Chiesa di Cina. Anche altri missionari compiono viaggi nell’interno, raccolgono notizie, aiutano i cattolici cinesi. All’inizio degli anni ottanta nasce in modo informale il «Gruppo Cina» con l’intenzione di gettare un ponte fra Hong Kong e il continente cinese, specie in campo ecclesiale (77). Nel 1984 padre Melchiorre Arnoldi inizia un gruppo di preghiera per la Cina (primo incontro 6 febbraio 1984) che stimola nei membri dell’Istituto l’interesse per quella Chiesa sorella.
Lo stesso anno 1984 p. Sergio Ticozzi si inserisce come interprete in un progetto di cooperazione fra i governi italiano e cinese e parte per Pechino con un contratto di lavoro per tre anni, poi rinnovato: ritorna ad Hong Kong nel luglio 1991 (78). Dopo di lui due padri del Pime, provenienti dall’Italia, ottengono il permesso di studiare il cinese a Shanghai: Gilberto Orioli (giugno 1988-1990) e Ciro Biondi (1990-1991); quest’ultimo (che ha lavorato 21 anni in una tipografia in Italia) è istruttore di giovani cinesi per l’uso delle macchine di stampa regalate dalla Caritas tedesca alla diocesi di Shanghai. Ciro è espulso improvvisamente dal governo cinese il 28 giugno 1991, forse anche come gesto di protesta di Pechino per il cappello cardinalizio consegnato dal Papa proprio il 28 giugno 1991 a mons. Ignazio Gong Pin-mei, che la Santa Sede considera ancora arcivescovo di Shanghai (79).
Nel 1986 padre Giancarlo Politi si dedica al settore comunicazioni e stampa; oltre al bollettino interno del Pime ad Hong Kong, incomincia a pubblicare l’agenzia «Asia Informazioni», mentre al Centro missionario Pime di Milano nasce (ottobre 1986) l’agenzia «Asia News» (col supplemento «Cina Oggi»), di cui Politi diventa il corrispondente da Hong Kong. Il 30 novembre 1993 lo sostituisce p. Bernardo Cervellera (giunto ad Hong Kong il 19 febbraio 1990), quando Politi è richiamato a Milano per dirigere «Mondo e Missione». L’ufficio «Asia News» di Hong Kong è chiuso il 15 febbraio 1997.
Nel 1993 il p. Giacomo Girardi è incaricato, dal superiore generale p. Franco Cagnasso, di studiare la fattibilità di una rivista missionaria in inglese per l’Asia, da pubblicare ad Hong Kong o a Manila. Nel gennaio 1994 si incontrano ad Hong Kong i padri Giacomo Girardi, Piero Gheddo (inviato dal superiore generale da Milano) e Bernardo Cervellera, che preparano e discutono con la comunità locale il progetto concreto di rivista per l’animazione missionaria delle Chiese d’Asia (poi discusso anche con Giorgio Licini a Manila). I superiori regionali dell’Asia, nel loro incontro a Zamboanga (1-4 marzo 1994), non approvano il progetto (80).

Il primo impegno dei missionari: la parrocchia

In questo carosello di impegni del Pime ad Hong Kong e in Cina, non va dimenticato che il lavoro fondamentale fatto dall’80% dei missionari è quello parrocchiale. La parrocchia infatti, con le sue strutture (soprattutto scuole e opere di carità), è il principale strumento di formazione dei cristiani e di annuncio e contatto con i non cristiani. Lo spazio dato ai tentativi di «vie nuove» indica la vitalità e vivacità della vita missionaria proiettata verso i non cristiani, i campi aperti ai carismi di ciascuno: ma non va dimenticato che la parrocchia è la struttura territoriale della diocesi che evangelizza e crea la Chiesa.
Il Pime fin dall’inizio si è impegnato soprattutto nel lavoro parrocchiale e anche oggi, dopo aver lasciato la responsabilità delle parrocchie principali ai sacerdoti cinesi (cattedrale, s. Margherita, Rosary Church, s. Giuda, s. Paolo, s. Francesco d’Assisi, s. Teresa, s. Lorenzo, Spirito Santo, San Po Kong, Tsuen Wan...), ha  buona parte dei suoi sacerdoti nel lavoro parrocchiale, come assistenti di sacerdoti cinesi o come responsabili di parrocchie periferiche (Sha Tin, Tai Po, Saikung, Fang Lin, Yuen Long...), oltre ad una centrale (s. Giuseppe) con la liturgia tutta in inglese per i fedeli di lingua inglese (oggi soprattutto filippini). Nell’ambito del lavoro parrocchiale meritano di essere ricordati il «Movimento del Vangelo» iniziato da p. Melchiorre Arnoldi e il «Movimento delle famiglie cattoliche» di p. Gianni Giampietro. Ma sarebbe difficile seguire i singoli missionari impegnati in parrocchie.
In genere si può dire che i padri del Pime cercano di dare, nel lavoro parrocchiale, una impostazione missionaria, cioè di proiettare la parrocchia verso i non cristiani. Ad esempio con queste iniziative: l’avvio di gruppi familiari e di piccole comunità nei quartieri, che coinvolgono anche i non cristiani; la visita sistematica delle famiglie con membri non cristiani, degli ospedali e delle prigioni; il catecumenato della durata di due anni; incontri con persone non cristiane in giornate ricreative ma anche di presentazione del messaggio evangelico, e con alunni delle scuole cattoliche e loro genitori non cristiani, ecc. In una Chiesa già fondata come quella di Hong Kong, il compito di un Istituto missionario appare sempre più di trasmettere lo spirito missionario alla Chiesa locale, non tanto con discorsi ma con l’esempio e quindi a partire dalla struttura di base che è la parrocchia.

«La comunità del Pime di Hong Kong — scrive il superiore regionale p. Renzo Milanese (81) — è riuscita a ritrovare un proprio ruolo missionario in una Chiesa che è gestita da locali: siamo passati da essere amministratori di una diocesi all’essere servi di una Chiesa, realizzando il sogno di p. Manna ed entrando in una fase completamente nuova, in cui la Chiesa locale si serve del personale internazionale senza più complessi».

L’impegno pastorale a livello parrocchiale comprende anche il coinvolgimento nei problemi sociali delle famiglie, del lavoro (creare lavoro attraverso cooperative), dell’emarginazione, degli anziani (apertura di piccoli ostelli), della delinquenza giovanile, delle abitazioni (case per i poveri), della protesta contro l’ingiustizia e la violenza ed a sostegno dei diritti umani, ecc. Ci sono missionari impegnati in gruppi che lavorano per i diritti umani, per la giustizia sociale. Dice p. Fernando Galbiati (82):

«Una caratteristica comune del Pime nelle parrocchie, che suscita ammirazione anche tra i missionari di altre nazionalità e i sacerdoti cinesi, è l’impegno totale a servizio del popolo, 24 ore su 24, senza day off, cioè senza giorno libero settimanale, sempre disponibili alle richieste della gente. Gli impegni in parrocchia sono tantissimi: sacramenti, predicazione, catechesi, direzione spirituale e confessioni, attenzione ai non cristiani e ai catecumeni, cura dei gruppi di fedeli (giovani, sposi, bambini, terza età, gruppi familiari, associazioni, movimenti, ecc.), visita ai malati, ai carcerati e alle famiglie in difficoltà, scuole e carità ai poveri, problemi amministrativi e burocratici, problemi organizzativi, ecc.
Tutto questo è vero anche nelle parrocchie italiane, ma c’è una differenza. Ad Hong Kong il lavoro lo svolgono principalmente i laici, che naturalmente vanno seguiti, animati e incoraggiati. Ma quando il prete riesce a formarsi e ad avere un buon rapporto umano con i suoi collaboratori, allora fa veramente il prete. È l’esperienza che ho fatto io a San Po Kong. Avevo un consiglio pastorale che funzionava bene, con 15 membri eletti dalla comunità, ciascuno dei quali era responsabile di un gruppo di fedeli per le varie attività: liturgia, catechesi, carità, attività ricreative, giovani, famiglie, ammalati e anziani, amministrazione, scuole parrocchiali (a San Po Kong avevo una scuola parrocchiale con 4.000 alunni, di cui ero responsabile io!), ecc. Facevano tutto i laici, io facevo il prete, dando tempo alla preghiera e al ministero pastorale. Naturalmente, bisogna controllare, animare, dare uno spirito, ma poi lasciare fare, non voler fare il «boss» che decide tutto e comanda ovunque...».

Un esempio fra tanti. Padre Luigi Gambaro, giunto ad Hong Kong nel 1953, ha sempre lavorato in parrocchia; dal 1969 al 1988 è parroco a santa Margherita a Happy Valley in Hong Kong e poi coadiutore in cattedrale fino alla morte il 16 aprile 1997. Ecco come lo descrive un libretto pubblicato dai suoi confratelli con molte testimonianze (83):

«Pregava moltissimo, era sempre a disposizione di tutti, pronto a venire incontro ai bisogni di ciascuno. Ogni mattina si alzava prima della cinque, poi scendeva in chiesa: teneva le chiavi della chiesa sempre in tasca perché era il primo ad arrivare, l’ultimo ad andarsene. Vi si fermava per la meditazione e per la recita del breviario, quindi celebrava la messa e restava ancora a pregare, con l’inseparabile corona del rosario in mano.
Dalle nove del mattino a mezzogiorno era nell’ufficio parrocchiale, rispondeva al telefono, riceveva i parrocchiani, preparava le prediche consultando libri. Tutte le sue omelie erano dapprima dattiloscritte in inglese e poi tradotte in cantonese. Nel pomeriggio verso le due era di nuovo in chiesa per la visita al ss. sacramento, poi tornava in ufficio per restarvi fino alle sei. Lasciava la parrocchia solo per casi urgenti o per visitare chi si trovava in ospedale, attività questa che svolgeva con grande zelo. La sera dopo cena era solito partecipare agli incontri delle varie associazioni cattoliche fin dopo le 22, quando ritirava per il riposo.
La domenica passava lunghe ore in confessionale, molti andavano da lui a confessarsi. Padre Gambaro era ricercato anche come direttore spirituale. Un giovane mi disse di aver scelto padre Luigi come guida spirituale perché lo vedeva trascorrere moltissimo tempo in chiesa, vicino al confessionale, sempre a disposizione.
Lo stile di vita che conduceva padre Luigi era quello di un monaco e nello stesso tempo di un apostolo. Totalmente assorto in Dio, in continua preghiera, e totalmente dedito ai bisogni della sua gente... Era convinto che la preghiera è per il missionario la cosa più importante della vita, la sorgente del successo apostolico. Quando incontrava delle difficoltà andava in chiesa e, davanti al tabernacolo, cercava e trovava soluzioni secondo la volontà di Dio. Questo il segreto della sua calma e della sua serenità in ogni circostanza della vita: era sempre attivo e sempre orante».

Il Pime intende restare ad Hong Kong dopo il 1997

La tragedia dell’intervento militare sulla piazza Tienanmen a Pechino (4 giugno 1989), contro i giovani che manifestano per una maggior democrazia, infligge un gravissimo colpo alle speranze del popolo di Hong Kong nei confronti del destino che attende la colonia inglese quando, otto anni dopo, passerà al governo cinese. La conseguenza più immediata è l’incremento dell’emigrazione per chi può permetterselo 84, mentre in Hong Kong si rafforzano i movimenti filo-democratici.
Una decina di missionari del Pime sono stati molto attivi nel campo della giustizia sociale e dei diritti umani, negli anni settanta e ottanta: collaboravano con la commissione «giustizia e pace» della diocesi e hanno avviato gruppi di impegno sociale nelle parrocchie. Nella seconda metà degli anni ottanta, l’aumentata coscienza sociale e politica e le riforme politiche in atto verso una maggior partecipazione popolare al governo della colonia, vede il formarsi di gruppi politici locali. I missionari del Pime, secondo il principio di sussidiarietà, riducono il loro impegno in questo settore.
Significativo il fatto che, proprio nell’anno 1989, arriva e fissa la sua residenza ad Hong Kong mons. Jean Gobel, rappresentante speciale della S. Sede per la Cina (non riconosciuto dal governo cinese), che viene ufficialmente presentato al clero di Hong Kong l’8 dicembre (sostituito qualche anno dopo da mons. Fernando Filoni).
Un mese prima di Tienanmen, il giorno di Pentecoste 14 maggio 1989, l’arcivescovo di Hong Kong, card. G.B. Wu, pubblica la lettera pastorale «March into the bright decade» («Il cammino verso il decennio luminoso: l’impegno pastorale della diocesi cattolica di Hong Kong»), che mette l’accento sulla necessità di maturare nella fede, vivendo pienamente la missione cristiana, soprattutto nell’ambito delle parrocchie e delle piccole comunità di fede. L’impegno di costruire la comunità dev’essere portato avanti migliorando i servizi diocesani in questi settori: mezzi di comunicazione, educazione, assistenza sociale, formazione continua del clero e delle persone consacrate, rapporti con la Cina (85).
La comunità Pime discute molto sull’orientamento da prendere in vista del 1997. La decisione è unanime: vogliamo restare a qualunque costo e dare segni chiari che non abbandoniamo i cristiani e la Cina. Decisione non facile poiché si era creato, in diocesi oltre che nella colonia inglese, un atteggiamento di pessimismo sul futuro, che spingeva anche istituti religiosi e persone consacrate a progettare una «via di scampo». In un testo preparato per l’assemblea comunitaria del 12 maggio 1993 si legge (86):

«Di fronte alla data storica del 1997, la nostra gente attraversa un periodo difficile. Si tratta di una vera e propria crisi, specialmente per coloro che non hanno possibilità di lasciare Hong Kong. E quando, già alcuni anni fa, dopo lunga discussione fra noi, decidemmo di far sapere che non intendevamo lasciare Hong Kong in vista del 1997, facemmo una scelta missionaria che ora sta influenzando la nostra azione pastorale. Vogliamo rimanere a fianco della nostra gente, camminare con loro, perché siamo convinti che ogni crisi porta con sé anche un’occasione di crescita interiore e che questo momento storico è provvidenziale per il Regno di Dio. I cinesi di Hong Kong saranno il lievito tra i loro fratelli e sorelle della Cina continentale. Tocca a noi aiutarli a crescere nella fede, in vista della testimonianza che dovranno dare dopo il 1997».

Il Pime infatti continua a mandare giovani missionari ad Hong Kong. Nel 1989 arrivano i padri Luigi Bonalumi, Massimo Sfriso e Fernando Cagnin; nel 1990 Bernardo Cervellera, anche per sostituire quelli che muoiono o vengono richiamati in patria per qualche servizio temporaneo all’Istituto. Nel 1969 (quando mons. Bianchi si ritira) i membri dell’Istituto ad Hong Kong erano 63 (di cui 4 fratelli); nel 1989 46 (di cui un fratello); nel 1999, 42 (di cui un fratello; tre padri a Taiwan e due nell’interno della Cina). Come si vede, una diminuzione minima (87) rispetto alla grave crisi delle vocazioni negli ultimi trent’anni e all’aumento degli impegni assunti dal Pime nel mondo missionario (88).
Questa decisione di restare in forze ad Hong Kong, dando l’esempio di reagire contro la tendenza alla fuga, spiega l’atteggiamento di rifiuto che la comunità di Hong Kong ha avuto quando p. Fernando Galbiati, su raccomandazione dell’assemblea generale del 1983 che l’ha eletto superiore generale, fa i passi necessari per fondare una missione a Taiwan. L’occasione è stata la richiesta dell’arcivescovo di Kaohsiung di avere missionari del Pime nella sua diocesi. Vi vengono destinati due missionari di Hong Kong, p. Pietro Martinelli e p. Gaetano Matera, con p. Antonio Sergianni, che veniva da un impegno in Australia col movimento neo- catecumenale. La missione incomincia nel 1986 (vedi più avanti), ma il rifiuto della comunità di Hong Kong era motivato dal fatto che andare a Taiwan era giudicato un segno negativo per il popolo e la Chiesa di Hong Kong.
Nell’agosto 1988 l’arcivescovo di Toronto chiede un padre per il servizio dei cinesi immigrati nella sua diocesi. Il superiore generale, p. Fernando Galbiati, contatta Hong Kong e inizia le procedure richieste. P. Nicola Ruggiero, già superiore regionale ad Hong Kong, parte nel gennaio 1989 per il Canada (vedi il capitolo XIV); nel 1993 va ad aiutarlo, sempre da Hong Kong, p. Benito Bottigliero, che però nel giugno 1994 diventa cappellano dei cinesi in Inghilterra, Scozia e Galles (vedi cap. XIV). Quando nell’agosto 1998 p. Ruggiero, colpito da paralisi, deve abbandonare la parrocchia che ha fondato, l’arcivescovo di Toronto chiede al Pime un padre che parli cinese, ma da Hong Kong non si sentono di privarsi di un altro missionario valido. Padre Renzo Milanese scrive (nella lettera citata):

«Nella prima metà degli anni novanta richieste di aiuti per le comunità di neo-immigrati da Hong Kong, Taiwan e Cina continentale sono arrivate da Canada, USA e Australia. Le richieste serie erano precise e ben mirate: chiedevano personale trilingue (inglese, cantonese e mandarino) o per lo meno bilingue (inglese, cantonese o mandarino), disposto ad inserirsi nella pastorale diocesana per facilitare l’integrazione dei nuovi arrivati nella comunità, non per avviare ‘‘parrocchie-isola’’ dal punto di vista etnico-culturale. Allora ero superiore e ne ho discusso col card. Wu e con il consiglio e la comunità del Pime di Hong Kong. Le difficoltà erano due: non volevamo dare l’impressione che il Pime si stesse ritirando da Hong Kong; ci volevano padri  capaci e qualificati, in un momento in cui quelli pienamente efficienti del Pime ad Hong Kong non superavano i quindici».

«Una Chiesa matura e il Pime al suo servizio»

La comunità di Hong Kong è favorevole al lavoro in Cina e per la Cina, ma lascia agli individui la responsabilità dell’impegno. All’assemblea regionale del 19 febbraio 1992, p. Giancarlo Politi è eletto coordinatore del gruppo di missionari che si interessano di stabilire contatti con la Cina. Il 3 dicembre 1993 il superiore regionale costituisce l’«Ufficio Cina della regione Pime di Hong Kong» (89), formato inizialmente da Sergio Ticozzi, Luigi Bonalumi, Massimo Sfriso e Bernardo Cervellera (Politi è stato richiamato in Italia). Questo ufficio ha svolto un buon lavoro soprattutto nei contatti con sacerdoti e cristiani di Cina (90), provvedendo loro sussidi e aiuti. Ad esempio i padri Luciano Aletta, Michele Pagani, Lido Mencarini che in passato hanno lavorato nei territori della diocesi di Hong Kong in Cina, aiutano i loro cristiani nel costruire o riparare chiese: ne sono state costruite una ventina (acune delle quali veramente grandi); ma anche inviando articoli religiosi, libri in cinese, specie nel Hoifung.
Negli ultimi tempi si sono avuti alcuni tentativi, da Hong Kong, di inserirsi in Cina in un lavoro riconosciuto dal governo cinese: Franco Mella come insegnante di inglese e per servizi agli emarginati; Gianni Criveller a livello di studi universitari (91); Fernando Cagnin ha lavorato a Canton a servizio degli handicappati (92); Bernardo Cervellera è stato a Pechino da gennaio a settembre 1996 per studiare cultura cinese e prepararsi ad insegnare storia della civiltà occidentale all’università di Pechino: in settembre, dopo aver firmato il contratto col governo, a 15 giorni dall’inizio delle lezioni, senza preavviso e senza spiegazioni, si è visto annullare il contratto. Torna in Italia e nel febbraio 1997 diventa direttore dell’agenzia internazionale Fides a Roma (vedi cap. VIII).
La Caritas Hong Kong ha una consistente esperienza in progetti di sviluppo sociale e di formazione in Cina, seguiti da p. Francesco Lerda; anche p. Giosuè Bonzi, attraverso l’opera da lui fondata per i disabili, ha realizzato alcuni servizi in Cina.
Negli ultimi vent’anni la Chiesa di Hong Kong ha sofferto molto l’esodo dei cristiani: si calcola che su 700.000 cinesi che hanno lasciato la colonia inglese prima del 1997, circa 30-35.000 sono cattolici, certamente fra i più preparati e intraprendenti. «L’esodo di insegnanti qualificati e con diversi anni di esperienza ha creato per la nostra scuola gravi difficoltà» ha dichiarato una missionaria dell’Immacolata. È quello che ripetono non poche parrocchie e opere ecclesiali; il laicato cattolico ha perso molti giovani e personalità influenti. Ma soprattutto la comunità cattolica di Hong Kong è stata travolta dalla secolarizzazione e dal consumismo, dalla febbre di lavoro e di denaro. Il vicario generale p. Secondo Einaudi diceva nel 1984 (93):

«Abbiamo registrato  recentemente un grande calo nella presenza alla Messa festiva: dal 70% alla fine degli anni sessanta al 30% negli anni ottanta. Qui entrano in gioco molti fattori: i continui spostamenti della gente, il crescente influsso del materialismo in una società orientata al consumismo, il cambiamento dello stile di vita e dei modelli della famiglia, l’incremento rapido dei convertiti negli anni cinquanta e sessanta al quale non ha corrisposto lo sforzo di formazione e di integrazione (94), o anche l’irrequieta instabilità di molti delle nuove generazioni. Ciò succede mentre le parrocchie stanno affrontando seri problemi. La maggior parte di esse sono troppo vaste per poter dare ai loro membri il senso della comunità. Spesso diventano luoghi dove i fedeli si radunano la domenica ma senza incontrarsi fra di loro».

Negli anni settanta l’indigenizzazione della Chiesa locale pareva il problema fondamentale; negli anni ottanta è in gran parte risolto e appare quasi secondario di fronte al fenomeno della secolarizzazione: poche vocazioni sacerdotali e religiose, scarsa affluenza alla messa domenicale, diminuzione delle conversioni di persone adulte, crisi del clero, ecc. Il problema, molto dibattuto nel Pime, di abbandonare i posti di responsabilità al clero locale, viene risolto senza scosse nell’anno 1985: il vicario generale p. Einaudi è richiamato in Italia come padre spirituale del seminario internazionale di Propaganda Fide a Roma; p. Lido Mencarini (procuratore della diocesi) è eletto superiore regionale del Pime; le dimissioni del cancelliere di curia p. Osvaldo Pisani sono accettate dal vescovo.
Rimane solo, in un posto di grande responsabilità, il p. Francesco Lerda, ancor oggi segretario generale della Caritas Hong Kong (presidente è il vescovo); rimangono 15 parroci del Pime su 59 parrocchie e tre di essi sono «vicari foranei» nelle nove vicarie, «segno questo della stima che il Pime gode ancora in diocesi», scrive il cronista di Hong Kong. Inoltre, «i membri del Pime che lavorano alle dipendenze del vescovo sono trattati alla pari del clero diocesano e il superiore regionale del Pime, a differenza dei superiori di altri istituti missionari o congregazioni religiose, è membro della commissione per il personale della diocesi» (95). Padre Fernando Galbiati afferma (96):

«Dopo la partenza di mons. Bianchi nel 1969 e il passaggio della Chiesa di Hong Kong ai vescovi locali, il Pime ha continuato a lavorare per la diocesi come e più di prima, ma ha insistito per abbandonare i posti di comando al clero cinese. È stato un gesto missionario e profetico, che può insegnare molto a ordini e congregazioni religiosi che rimangono attaccati a quello che hanno fondato e costruito. Noi siamo dentro tutte le strutture e commissioni diocesane, diamo un aiuto al clero cinese in tutto quanto ci è richiesto, cerchiamo di stimolare, di proporre, siamo punto di riferimento per non pochi sacerdoti e fedeli, ma in modo nascosto, sotterraneo, non vogliamo apparire: il Pime non appare più come prima e questo è il suo merito. Bisogna dare atto che la diocesi di Hong Kong, credo anche per questo nostro gesto di abbandono delle responsabilità e di stimolo nelle parrocchie e strutture diocesane, è una Chiesa matura, che sta in piedi e va avanti da sola».

L’impegno nella Cina nazionalista di Taiwan (1986)

Nel 1985 «Il Vincolo» pubblica, nella rubrica «Decisioni e comunicazioni della direzione generale», l’articolo non firmato «Verso una nuova missione a Taiwan» (97), nel quale si ricorda che già mons. A. Pirovano aveva fatto passi per riportare il Pime in quella parte della Cina aperta ai missionari, cioè a Taiwan:

«Recentemente il vescovo di Kaohsiung ci ha fatto un pressante invito a lavorare nella sua diocesi... I motivi di questo orientamento, che è il risultato di più d’un anno di consultazioni e di ricerche, vanno trovati nella necessità per l’Istituto di impegnarsi di più per la Cina. La nostra presenza ad Hong Kong può essere problematica, al di fuori del nostro controllo. Ma soprattutto va considerato il fatto che la Cina presenta, per un Istituto missionario tradizionalmente legato alla sua storia come il Pime, una sfida di prima grandezza per l’evangelizzazione. Si tratta infatti della più grande nazione del mondo, di un quinto dell’umanità. La nostra presenza a Taiwan, territorio cinese anche per Pechino, ci riporterebbe ad un’azione diretta in Cina. Questa presenza, in funzione di un servizio per quanto limitato alla Chiesa di Kaohsiung... dovrebbe avere per obiettivo il grande continente Cina attraverso l’acquisizione della lingua cinese e la preparazione di confratelli specialmente dedicati alla missione-Cina».

Il 21 febbraio 1986 i padri Antonio Sergianni e Pietro Martinelli (già missionario in Cina e ad Hong Kong) arrivano a Kaohsiung e sono cordialmente accolti dall’arcivescovo mons. Joseph Cheng, che li tiene nella sua casa per la scuola di lingua e l’ambientazione. A fine maggio i due si portano nella parrocchia di Chishan, cittadina di 50.000 abitanti (la parrocchia circa 100.000) con una piccola comunità cattolica di 200 battezzati, già evangelizzata dai domenicani spagnoli (98).
Nel novembre 1986 giunge dall’Italia p. Gilberto Orioli, che dopo alcuni mesi trascorsi a Chishan nel marzo 1987 si trasferisce a Taipeh per lo studio del cinese. A maggio 1987 giunge dall’Italia p. Paolo Spanghero e anche lui si impegna nello studio del cinese. Nel luglio 1987 p. Antonio può visitare varie comunità cristiane  nella Cina continentale: attraverso il movimento neo-catecumenale riesce a stabilire rapporti di amicizia e di fede con le Chiese locali in Cina. Nel 1988 giunge da Hong Kong p. Gaetano Matera, che diventa parroco prima di Chishan (99) e dal 1o gennaio 1993 di Hengchun (sempre nella diocesi di Kaohsiung). Nel luglio 1990 p. Bernardo Cervellera lascia Hong Kong e si reca a Taiwan per studiare il cinese mandarino, con l’intenzione di recarsi poi in Cina.
Il 17 aprile 1991 p. Franco Cagnasso erige la delegazione di Taiwan, nominandone superiore p. Antonio Sergianni per due anni (100). Ma la missione stenta a decollare per gli scopi previsti, anche  se da Taiwan tre missionari si sono recati in Cina (Orioli, Sergianni e Cervellera). Nella breve storia del Pime a Taiwan sono abbastanza numerosi i padri che vi hanno lavorato: Pietro Martinelli (1986-1989, oggi ad Hong Kong), Gilberto Orioli (1986-1996, ad Hong Kong), Marco Brioschi (1991-1996, nelle Filippine), Gianni Criveller (1991-1993, ad Hong Kong), Bernardo Cervellera (1990-1992, poi ad Hong Kong, in Cina e oggi in Italia). Amelio Crotti (1993- 994, in Italia). A Taiwan rimangono in tre: Antonio Sergianni; Paolo Spanghero, segretario del vescovo di Kaohsiung, e Gaetano Matera parroco a Hengchun.
Padre Sergianni è rettore del seminario missionario di Chishan, intitolato a S. Francesco Saverio (101), fondato nel 1992 dall’arcivescovo di Kaohsiung, card. Paul Shan (gesuita e presidente dei vescovi di Taiwan), per preparare missionari orientati all’evangelizzazione della Cina e dei cinesi sparsi nel mondo. Sergianni è stato incaricato di realizzare questo seminario nello spirito del movimento neo-catecumenale.
Oggi i giovani aspiranti (finora due ordinati sacerdoti) sono venti e provengono da vari paesi: Malesia, Filippine, Italia, Spagna, Argentina, Colombia, Ecuador, Venezuela. Sono ordinati sacerdoti per la diocesi di Kaohsiung: il seminario infatti è diocesano, ma ha anche lo scopo di preparare personale per l’evangelizzazione della Cina. Gli alunni imparano il cinese nella scuola per stranieri di Kaohsiung (due anni di studio) e poi seguono i corsi interni di filosofia e teologia con l’aiuto di insegnanti esterni, fra i quali anche il p. Amedeo Barbieri, biblista del Pime che viene da Milano, e altri docenti italiani. Attorno al seminario s’è creato un movimento di laici e di famiglie neo-catecumenali, alcuni provenienti dall’Italia, con la finalità di evangelizzare la Cina (102).
Il 6 novembre 1995 p. Franco Cagnasso scrive ai missionari della delegazione di Taiwan (103): annunzia una sua prossima visita, «per non trascinare una situazione di fatica e di incertezza che logora tutti». La direzione generale ha già deciso di abolire la delegazione di Taiwan per la scarsezza di personale e la mancanza di prospettive («Non vediamo possibilità di inviare a Taiwan personale nei prossimi anni»). D’altra parte la direzione non vuol dire: veniamo via e basta, perché questo danneggerebbe programmi e lavoro che si sta svolgendo. La presenza a Taiwan

«viene così a configurarsi come quella di un piccolo gruppo di missionari del Pime che lavorano in diocesi di Kaohsiung con incarichi affidati ad personam: di fatto questa è la situazione in cui si trovano i padri Matera, Sergianni e Spanghero e per l’incarico affidato dalla conferenza episcopale a p. Orioli (104). A questo punto riteniamo che la presenza del gruppo a Taiwan non sia più da configurarsi come una delegazione: il numero troppo esiguo e la mancanza di prospettive di sviluppo esigono che si trovi una configurazione analoga a quella del gruppo che opera in Cambogia» (105).

Il 15 febbraio 1997 i tre missionari che lavorano nella diocesi di Kaohsiung a Taiwan sono incorporati ufficialmente nella regione Pime di Hong Kong e si presentano all’assemblea comunitaria annuale del 15 maggio seguente. La regione di Hong Kong, con alcuni missionari che lavorano in Cina e tre a Taiwan, e soprattutto con la fine della colonia inglese e il ritorno di Hong Kong alla madrepatria, è diventata di fatto la «regione Pime della Cina».

 

 

NOTE

[1] Salerio è morto in concetto di santità. G.B. TRAGELLA, «Carlo Salerio, Apostolo della fede e della riparazione», Pime, Milano 1947, pagg. 366. Le suore della Riparazione da lui fondate vanno col Seminario lombardo in Birmania nel 1895 (vedi cap. XII).
[2] Anche Ambrosoli è morto in concetto di santità. Negli anni settanta, quando padre Suigo faceva ricerche per la beatificazione di padre Mazzucconi, ebbe notizia da Sydney che la diocesi era intenzionata ad iniziare la causa di canonizzazione di padre Ambrosoli.
[3] L’enciclopedia spagnola lo chiama Cuarteroni.
[4] Studiano lo spagnolo, l’inglese e il malese e si dedicano all’assistenza pastorale in varie parrocchie e ai marinai delle navi nel porto. Raimondi si rivela subito la figura dinamica e carismatica del gruppo, inventando diverse iniziative per tenere sotto pressione i compagni. Fra l’altro, per istruire nella fede Puarer, compone un catechismo in lingua «mujù», quella di Woodlark, e scrive a p. Salerio: «Peccato che sia per una sola persona.... ma per un’anima sola val bene la pena di fare un catechismo nella lingua delle isole!».
[5] Cuarteron a quel tempo possedeva quattro piccole navi: due di 14-20 tonnellate con cinque marinai a bordo per risalire i fiumi del Borneo («Refugium peccatorum» e «Consolatrix afflictorum»), una di 100 tonnellate con dieci marinai («Martiri del Tonchino») e una grossa nave appena acquistata ad Hong Kong e non ancora giunta a Manila («Pacifico», con riferimento all’oceano omonimo), utile anche per attività commerciali, che poteva servire per il collegamento con l’Europa e per le spedizioni previste verso le isole oceaniche. Quando si pensa a cosa doveva costare, in quei mari lontani, mantenere quattro navi con relativo equipaggio, bisogna concludere che il tesoro scoperto da Cuarteron nelle profondità marine doveva valere una vera fortuna!
[6] James Brooke è diventato famoso perché spesso ricordato nei romanzi di Emilio Salgari su Sandokan e i «tigrotti della Malesia». Salgari non sapeva che in quei luoghi, da lui raccontati senza averli mai visti, avevano lavorato dei missionari italiani!
[7] Si veda al cap. IX quanto la missione del Pime in India è stata ostacolata dal patriarcato portoghese di Goa. In tono minore, anche in Cina il vescovo portoghese di Macao (diocesi fondata nel 1575), aveva all’origine giurisdizione su tutta la Cina e il Giappone. Propaganda Fide (nata nel 1622) istituisce i suoi vicariati apostolici e diminuisce a poco a poco l’influsso del Padroado. Quando istituisce la prefettura apostolica di Hong Kong e vi trasporta la sua procura (che era a Macao), nasce un conflitto fra il vescovo di Macao e il prefetto apostolico di Hong Kong: i cattolici «macaensi» ad esempio, si consideravano ancora sotto l’autorità del vescovo di Macao. Si veda G.B. TRAGELLA, «Le Missioni Estere di Milano nel quadro degli avvenimenti contemporanei», vol. I, Milano, 1950, pagg. 258-261.
[8] I prefetti apostolici e procuratori di Propaganda prima del Pime sono stati:
— Teodoro Joset, sacerdote diocesano svizzero, 1841-1842;
— Antonio Feliciani, francescano, 1842-1848;
— Agostino Forcade, delle Missioni Estere di Parigi (vicario apostolico del Giappone, ma impossibilitato ad entrarvi), 1848-1850;
— Antonio Feliciani, francescano, 1850-1855;
— Luigi Ambrosi, sacerdote diocesano di Verona, 1855-1867.
[9] Giacomo Scurati scrive nelle «Memorie dell’Istituto» (AME, vol. 35, pag. 469): «Fin dal nascere della missione di Hong Kong, Propaganda Fide... faceva ricerca di sacerdoti secolari i quali, non suscitando la rivalità o la gelosia delle corporazioni religiose evangelizzanti in Cina, avessero le virtù dei religiosi e l’accorgimento degli uomini d’affari. Quando s’incominciò il nostro Seminario, la Propaganda pose gli occhi su di esso, sembrandole un Istituto corrispondente alle sue viste e subito, all’andata a Roma del fondatore mons. Ramazzotti per la consacrazione vescovile (giugno 1850, n.d.r.), fece richiesta di due soggetti. Si designarono i rev. don Alessandro Ripamonti e don Giovanni Mazzucconi, che non partirono per essersi sospese le trattative dell’invio...».
[10] «History of Our Canossian Missions, Hong Kong 1860-1910, Volume One» (primo volume di una serie di tre), senza autore, senza editrice né tipografia, senza città di stampa, senza data di stampa (probabilmente stampato nel 1998), senza indice dei capitoli e senza alcun indirizzo della proprietà del volume, pagg. 422.
[11] Oltre ai tre volumi di Tragella su «Le Missioni Estere di Milano» citati (che giungono fino al 1901), per la storia di H.K. mi servo soprattutto dei seguenti volumi: GERARDO BRAMBILLA, «Il Pontificio Istituto delle Missioni Estere e le sue Missioni, vol. V, Hong Kong», Pime, Milano 1943, pagg. 479; THOMAS RYAN, «The Story of a Hundred Years, The Pontifical Institute of Foreign Missions (PIME) in Hong Kong, 1858-1958», Catholic Truth Society, Hong Kong 1959, pagg. 258; SERGIO TICOZZI, «Historical Documents of the Hong Kong Catholic Church», H.K. Catholic Diocesan Archives, 1997, pagg. 232; S. TICOZZI, «Il Pime e la perla dell’oriente (Hong Kong)», Archivio generale Pime, Roma 1999, pagg. 585. Ringrazio pure, per questo capitolo, il padre Paolo Pivetta, già missionario a H. K. e mio collaboratore all’Ufficio storico del Pime, per lo studio che ha fatto sulla storia del Pime in H.K.
[12]
Vedi il capitolo XIII.
[13] Origo sostituisce Reina tornato in Italia, perché seriamente ammalato, nel giugno 1860: muore il 14 marzo 1861.
[14] Le suore francesi, lamentava mons. Ambrosi, agivano in modo indipendente dal prefetto apostolico e occupavano un terreno del vicariato come se fosse loro. Il contrasto fu risolto da Propaganda che impose ad Ambrosi di tenersi le suore (non le voleva più ad Hong Kong) ed a queste di pagare il terreno e di dipendere dal prefetto di Hong Kong, invece che dal vicario apostolico francese di Canton. Ambrosi voleva che le suore si interessassero della gioventù femminile, loro si dedicavano solo alla santa infanzia.
[15] G.B. TRAGELLA, op. cit., I, pag. 389.
[16] Autore di una famosa mappa geografica in inglese e cinese del retroterra di Hong Kong (vedi cap. XIII). Un altro grande missionario di Hong Kong che va ricordato (ma non è possibile far spazio a tutti!) è padre Raffaello Maglioni (1891-1953), archeologo e linguista che si è acquistato una solida fama fra gli studiosi del sud della Cina. L’università di Hong Kong raccoglie la sua collezione di oggetti preistorici in un sala apposita dedicata al suo nome («Maglioni Hall»), con la sua biblioteca di paleontologia, sinologia e linguistica (vedi: MARIO PASSONI, «Padre Raffaello Maglioni, archeologo e linguista», Pime, Milano 1963, pagg. 40; ANTIMO BOERIO, «Memorie», Pime, Roma 1995, pagg. 106-108).
[17] THOMAS RYAN, «The Story of a Hundred Years», cit., pag. 30.
[18] Ibidem.
[19] Ryan racconta la storia di questa famiglia e della suor Aloysia (un suo fratello si fece gesuita) e la definisce «an extraordinary story» (pag. 32).
[20] Citato da Sergio Ticozzi nel testo dattiloscritto sul Pime ad Hong Kong, cit., pag. 49.
[21] Nel 1889 la missione contava 29 scuole con in totale 1.260 alunni e alunne.
[22] Si veda al cap. III com’erano burrascosi i suoi rapporti con mons. Marinoni, perché non riusciva a mandargli il personale e il denaro che egli chiedeva.
[23] TRAGELLA, op. cit., vol. II, pag. 96.
[24] Ha fatto più di dieci viaggi fuori di Hong Kong, in Cina, Singapore, Filippine, Australia, Europa, America del nord e anche del sud, sempre alla ricerca di personale e di denaro (una volta in Europa dal luglio 1873 al gennaio 1875). I missionari del Divin Verbo (SVD) lo pongono all’origine della loro congregazione per aver convinto, durante il suo viaggio in Germania nel 1874, il loro fondatore beato Arnold Janssen, che voleva diventare missionario, a fondare lui stesso un istituto missionario in Germania per i paesi di lingua tedesca (G.B. TRAGELLA, «Le Missioni Estere di Milano nel quadro degli avvenimenti contemporanei», vol. II, Pime, Milano 1959, pagg. 201-205).
[25] Raimondi a Marinoni, 27 settembre 1893, AME XVII, pagg. 469-472.
[26] AME, XVI, pagg. 1065-1072.
[27] Il 19 gennaio 1876, lettera riportata da Gerardo Brambilla, vol. V, pagg. 163-164.
[28] Un territorio di missione affidato in modo esclusivo ad un istituto o congregazione, affinché vi fondasse la Chiesa locale.
[29] All’inizio del secolo, l’estensione della colonia inglese era di 1.012 kmq, nel 1997 (quando ritorna alla Cina) era di 1091,94 kmq. Il resto venne aggiunto al territorio attraverso la «reclamation» di spazi marini, cioè il riempimento di zone marine con fondali bassi.
[30] Fra i missionari del Pime ad Hong Kong, fino all’inizio del secolo l’età media non superava i 40 anni: più della metà morirono ben prima dei 40 anni falciati da febbre gialla, epidemie e clima impervio; altri dovettero rimpatriare per non soccombere. Questo spiega perché, nonostante i più di 50 missionari inviati ad Hong Kong dal 1858, all’inizio del secolo ce n’erano solo 12.
[31] La diocesi di Hong Kong era formata dalla colonia inglese (l’isola di Victoria e i «New Territories» affittati dall’Inghilterra nel 1899 per un secolo) e tre distretti civili sul continente cinese.
[32]
T. RYAN, «Catholic Guide to Hong Kong», Catholic Truth Society, Hong Kong 1962, pag VI.
[33] Citato da G. BRAMBILLA, pagg. 183-184.
[34] Padre Giuseppe Zamponi scriveva dall’Hoifung nel 1906: «Le guerre tra paese e paese sono sempre all’ordine del giorno. Il primo nemico che cade viene subito afferrato, gli si tronca la testa che viene portata in trionfo sopra una canna di bambù...» (cit. in BRAMBILLA, pag. 215). P. Zamponi continua: «Gli si mangia il cuore fin che è caldo...». Oggi racconti del genere possono sembrare esagerati, ma si ritrovano in ogni parte del mondo non ancora evangelizzato né influenzato dal contatto col mondo cristiano: nell’America pre-spagnola, nell’Africa pre-coloniale — si legga la bella biografia del beato Daniele Comboni di Giampaolo Romanato (Rusconi, Milano 1998) — nella Birmania pre-coloniale (cap. XII), ecc. Si veda al cap. II cosa scrivevano i missionari sui costumi barbari del popolo di Woodlark e la riflessione di Mazzucconi. Oggi, nel giudicare la missione e la colonizzazione del passato, queste realtà si dimenticano facilmente.
[35] «History of Our Canossian Missions, Hong Kong 1860-1910», op. cit., pagg. 335-340.
[36] Anche nei territori del vicariato di Hong Kong era a quel tempo costume normale uccidere soprattutto le bambine indesiderate o venderle per pochi soldi.
[37] T. RYAN, «Catholic Guide to Hong Kong», cit., pag. VI.
[38] FERDINANDO GERMANI, «Domenico Pozzoni, Vescovo Vicario apostolico di Hong Kong», Pime, Napoli 1991, pagg. 194.
[39] T. RYAN, «The Story of a Hundred Years», cit., pag. 124.
[40] G. BRAMBILLA, op. cit., pagg. 258-260.
[41] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 274.
[42] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 294.
[43] PIERO GHEDDO, «Lorenzo Bianchi di Hong Kong», De Agostini, Novara 1988, pagg. 259 (citaz. a pag. 69).
[44] FERNANDO GALBIATI, «P’eng P’ai and the Hai-Lu-Feng Soviet», Stanford University Press, California 1985, pagg. 484.
[45] F. GALBIATI, op. cit., pag. 333.
[46] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 301.
[47] Lettera cit. in G. BRAMBILLA, pag. 307.
[48] NICOLA MAESTRINI, «Cina: missione fallita? I vent’anni di un missionario ad Hong Kong (1931-1951)», Emi, Bologna 1993, pagg. 295, citazione a pag. 179.
[49] G.B. TRAGELLA, «Passeggiata missionaria ad Hong Kong», Pime, Milano 1935, pagg. 187.
[50] BRAMBILLA, op. cit., pag. 395-397.
[51] ANTONIO ZAGO, «Ricordo dei miei 15 anni di missione ad Hong Kong (1934-1949)», Pime, Milano 1999, pagg. 131, citazione a pag. 92.
[52] Zago racconta che «una volta, a mezzogiorno, il mio servo mi disse: ‘‘Padre, dammi i soldi per comprare il cibo per il pranzo’’. Bastavano venti centesimi di dollaro cinese per un po’ di riso, un piccolo pesce salato, un mazzo di erbe salate, un fascio di legna e una bustina di tè. Frugai nelle tasche: erano vuote». Il padre manda il servo a mangiare a casa sua e va in una famiglia amica a chiedere di invitarlo per il pranzo. Al pomeriggio viene un cinese da Hong Kong e gli dà cinque dollari cinesi per una Messa: «Quella sera il servo comprò un po’ di carne di maiale e facemmo festa!».
[53]
NICOLA MAESTRINI, op. cit., pagg. 109 segg.
[54] N. MAESTRINI, op. cit., pag. 119.
[55] Maestrini afferma che mentre non esistevano praticamente libri cattolici di autori cinesi (oltre alla traduzione e produzione di libri devozionali), il catalogo degli autori protestanti in cinese comprendeva 10.000 titoli, che avevano un buon influsso su intellettuali e studenti. La direzione dell’editrice protestante in Cina era «in un grande edificio, un vero grattacielo, proprio nel centro di Shanghai. La mia idea era che noi cattolici dovessimo fare qualcosa di simile».
[56] N. MAESTRINI, op. cit., pagg. 131-161.
[57] JOHN WU, «La scienza dell’amore, un intellettuale cinese incontra Teresa di Lisieux», Pimedit, Milano 1997, pagg. 128.
[58] «Hong Kong, missione e martirio, la storia di padre Emilio Teruzzi, ucciso a Saikung nel 1942», Pime, Milano 1992, pagg. 64.
[59] N. MAESTRINI, op. cit., pagg. 262-263.
[60] Poletti riceve la croce di cavaliere della Repubblica d’Italia il 7 luglio 1955 ad Hong Kong, dalle mani del console italiano. Vedi GIOVANNA GATTI, «Padre Ambrogio, personaggio straordinario», Cattaneo Grafiche, Oggiono (Como) 1997, pagg. 72.
[61] PIERO GHEDDO, «Lorenzo Bianchi di Hong Kong», op. cit., pag. 129.
[62] Le testimonianze su mons. Bianchi sono riprese dal libro di PIERO GHEDDO, «Lorenzo Bianchi di Hong Kong», op. cit., a meno vi sia diversa indicazione.
[63] In «Le  Missioni Cattoliche», 1958, nn. 7-8, pag. 194.
[64] AMELIO CROTTI, «L’attuale movimento di conversioni ad Hong Kong», in «Le Missioni Cattoliche», 1958, nn. 7-8, pagg. 204-208.
[65] Mons. Hsu fece il possibile per trattenere Bianchi ad Hong Kong, ma egli volle lasciar libera la diocesi al suo successore. Muore a Brescia il 14 febbraio 1983.
[66] Einaudi, giovane missionario giunto ad Hong Kong nel 1954, risponde: «Va bene, ma mi dà un po’ di tempo per prepararmi?». Bianchi risponde: «Sì, oggi è il 17 del mese, hai tempo fino al 27 pomeriggio».
[67] Mons. Bianchi si è adoperato per far venire ad Hong Kong diversi istituti religiosi maschili e femminili. Fra questi, nel 1969, anche le missionarie dell’Immacolata (le suore del Pime, vedi il cap. V), che oggi sono una quindicina: dirigono una scuola intitolata a Paolo VI (Pope Paul VI College) nei New Territories e collaborano nella pastorale parrocchiale e nell’assistenza ai portatori di handicap e ai profughi dal Vietnam.
[68]
I missionari del Pime entrano in Hong Kong nel 1858. Ecco gli ordinari del Pime:
— Timoleone Raimondi 1868-1894 (prefetto apostolico e poi vicario apostolico dal 1874)
— Luigi Piazzoli 1894-1904
— Domenico Pozzoni 1905-1924
— Enrico Valtorta 1926-1951 (vescovo residenziale dal 1946)
— Lorenzo Bianchi 1951-1969.
[69] Dal 1969 alla fine di questo capitolo sul Pime ad Hong Kong mi servo soprattutto del testo al computer di padre SERGIO TICOZZI, «Il Pime a servizio della Chiesa locale nell’ultimo periodo coloniale di Hong Kong (1969-1997)», pagg. 81; vedi anche il fascicolo «Il Pime in Hong Kong, Riflessioni e orientamenti per gli anni ’80», «Quaderni di Infor-Pime», n. 19, ottobre 1980, pagg. 83.
[70]
Vedi «Il Vincolo», n. 154, luglio-settembre 1987, pagg. 124-126, 129-130.
[71] M.G. ZAMBON, «A causa di Gesù», Emi, Bologna 1994, pagg. 124-125.
[72] SANDRO BORDIGNON, «Saikung, Questo pane spezzato», Emi, Bologna 1976, pagg. 93 (intervista a p. Lambertoni alle pagg. 19-30).
[73] GIOSUÈ BONZI, «Dalla casa di p. Tapella alla famiglia dell’Incontro», «Infor-Pime», n. 130, dicembre 1998, pagg. 33-39; «I piccoli di padre Giosuè», «Missionari del Pime», dicembre 1998, pag. 5; agosto-settembre 1997, pag. 3; giugno-luglio 1998, pag. 4.
[74] La comunità era divisa anche sulla sua vita interna: modi di eleggere il superiore regionale, contratto con la diocesi, aree d’impegno dell’Istituto, le «vie nuove», ecc. Il 20 giugno 1985 per contrasti interni si dimette la direzione regionale eletta nell’agosto 1984 (S. TICOZZI, testo al computer cit., pag. 78).
Nel 1966, dopo più d’un secolo di lavoro ad Hong Kong, si acquista (per iniziativa di mons. Pirovano) la «casa regionale» del Pime, un vecchio albergo sul mare: 30 stanze da letto quando i membri del Pime erano 65. Negli anni settanta la «contestazione» è forte: casa troppo grande e lussuosa per un Istituto missionario. La si cede alle suore dei poveri per una casa di riposo per anziani e si acquista una sede più modesta con una decina di stanze, inaugurata nel marzo 1977. Negli anni novanta le suore cedono a prezzo di favore l’antica casa regionale e si costruisce la nuova sede, dove il Pime si trasferisce il 31 marzo 1995.
[75] SERGIO TICOZZI, «Pime Hong Kong di fronte a situazioni nuove», «Infor-Pime», n. 128, luglio 1998, pagg. 6-16.
[76] Il  primo missionario a lavorare in fabbrica ad Hong Kong è stato padre Emilio Leoni nel 1969.
[77]
«Impegno verso la Cina», «Infor-Pime» (da «Newsletter», bollettino interno della comunità Pime di Hong Kong), febbraio 1980, pagg. 11-16.
[78]
Nel gennaio 1987 padre Ticozzi racconta (in modo anonimo) su «Mondo e Missione» le impressioni della sua esperienza in Cina: «Capire la Cina» (pagg. 25-44).
[79] GIUSEPPE BUONO, «Due napoletani a Shanghai», «Venga il Tuo Regno», aprile 1991, pagg. 105-106; «Padre Ciro Biondi espulso dal governo cinese», settembre-ottobre 1991, pagg. 244-246.
[80] Vedi «Il vincolo», n. 178, gennaio-marzo 1994, pagg. 25-30.
[81] Lettera a p. Gheddo del 26 settembre 1999.
[82] Intervistato a Roma l’8 novembre 1999.
[83] «Padre Luigi Gambaro, Straordinario nella quotidianità», Caritas Printing Centre, Hong Kong 1998, pagg. 104.
[84] Dalla fine degli anni ottanta emigrano in media da Hong Kong 40.000 cittadini l’anno, contro-bilanciati dall’afflusso di circa 50.000 immigrati dalla Cina e da altri paesi (soprattutto Filippine). A metà del 1997 la popolazione di Hong Kong è di 6,5 milioni di abitanti, i cattolici 240.000, ai quali vanno aggiunti circa 150.000  lavoratori filippini e filippine.
[85] FERNANDO GALBIATI, «Hong Kong a quasi due anni dal ritorno alla Cina», «Infor-Pime», n. 133, giugno 1999, pagg. 55-65; «La Chiesa di Hong Kong e la sua ‘‘marcia nel luminoso decennale», «Infor-Pime», n. 134, pagg. 29-42; GIANCARLO POLITI, «Hong Kong, La Chiesa verso il 1997», «Mondo e Missione», giugno-luglio 1996, pagg. 31-40.
[86]
SERGIO TICOZZI, testo citato, pag. 49.
[87] Va però notato che nel 1969 l’età media dei missionari del Pime ad Hong Kong era di 40 anni, nel 1989 di poco superiore ai 60 (lettera di p. Renzo Milanese a p. Gheddo del 26 settembre 1999).
[88]
Dopo il 1969 l’Istituto ha aperto queste missioni: Costa d’Avorio, Thailandia, Mato Grosso (Brasile), Papua Nuova Guinea, Taiwan, Cambogia, Messico, Canada e Inghilterra (missioni fra i cinesi).
[89] RENZO MILANESE, «Hong Kong, Interessamento alla Cina», «Il Vincolo», n. 177, settembre-dicembre 1993, pagg. 115-117.
[90] In particolare delle missioni affidate al Pime in passato nel Honan, vedi capitolo XIII.
[91] GIANNI CRIVELLER, «La mia attività in Cina nei Centri di studi cristiani», «Infor-Pime», dicembre 1998, pagg. 4-15.
[92] «Infor-Pime», aprile 1996, pagg. 66-67.
[93] SECONDO EINAUDI, «La Chiesa di Hong Kong tra passato e futuro», «Infor-Pime», dicembre 1985, pagg. 21-35 (testo di una conferenza tenuta ad Hong Kong il 26 ottobre 1984 ad un raduno di gesuiti).
[94] Ad Hong Kong nel 1950 i cattolici erano 39.552, nel 1980 270.000 (S. TICOZZI, «La Diocesi di Hong Kong nel 1980», «Infor-Pime», n. 130, agosto-ottobre 1980, pagg. 147-149).
[95] P. Melchiorre Arnoldi su «Il Vincolo», n. 188 (supplemento), pag. 85.
[96] Intervistato a Roma il 6 settembre 1999; vedi il fascicolo «Una nuova tappa della Chiesa in Cina e Hong Kong», «Quaderni di Infor-Pime», n. 58, giugno 1997, pagg. 115.
[97] «Il Vincolo», n. 147, ottobre-dicembre 1985, pag. 95.
[98] L’archidiocesi di Kaohsiung ha circa 3,5 milioni di abitanti e solo 46.000 cattolici.
[99] La parrocchia di Chishan, dov’è il seminario missionario diretto da p. Sergianni, è stata affidata al movimento neo-catecumenale.
[100] «Il Vincolo», n. 168, giugno 1961, pag. 93.
[101] A. SERGIANNI, «Il seminario S. Francesco Saverio», «Missionari del Pime», maggio 1996, pag. 7.
[102] A. SERGIANNI, «Famiglie missionarie a Chishan», «Infor-Pime, novembre 1988, pagg. 42-45.
[103] «Il Vincolo», n. 183, dicembre 1995, pagg. 243-244.
[104] È stato per alcuni anni incaricato dell’apostolato del mare a Taiwan (cioè con i marinai).
[105] I tre missionari in Cambogia (Vendramin, Legnani, Meroni) appartengono alla delegazione del Pime di Thailandia.