PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

XII - «Passare il Salween» in Birmania orientale (1867)

Il «giallo» dei confini: dov'è la «Birmania orientale»?
La missione fra le tribù dei cariani (1868)
La prima spedizione verso il Salween (1871)
I missionari portano la pace fra i villaggi
La missione perde il suo fondatore (1882)
Da Tancredi Conti a Rocco Tornatore (1882-1886)
La meta suprema: «Passare il Salween» (1894-1896)
Rocco Tornatore: «Il vero tipo di vescovo missionario» (+1908)
La lotta fra cattolici e protestanti a Kengtung (1912-1920)
Portaluppi a Mongping, Vismara a Monglin (1912-1924)
Lo scandalo dei cariani per la prima guerra mondiale
La missione promuove lo sviluppo dell'uomo
L'opera preziosa dei fratelli cooperatori
A Lashio per raggiungere gli wa tagliatori di teste (1936)
In campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale
Sei martiri negli anni cinquanta (1950-1961)
Nascita della Chiesa locale e dittatura militare (1962)
L'opera di mons. Giovanni Battista Gobbato (1961-1989)
Gli wa tagliatori di teste: da comunisti a cattolici
«Date al nostro clero il vostro spirito missionario»
Giuseppe Fasoli: 96 anni, 72 in Birmania (1902-1998)
«Un prete che dorme così bene è adatto a fare il vescovo»

XII

«PASSARE IL SALWEEN» IN BIRMANIA ORIENTALE
(1867)

Quando nel 1865 Propaganda Fide invita il Seminario lombardo per le missioni estere di prendere la missione della «Birmania orientale», non manca di avvisare che detta missione è posta in «territori ancora indipendenti (dagli inglesi), abitati da tribù in guerra tra loro». Per cui ai missionari ambrosiani viene affidata come punto base di partenza la cittadina di Toungoo, ultimo presidio inglese verso le regioni del nord sotto l’Impero birmano con capitale Amarapura (più tardi Mandalay) e le regioni orientali abitate da tribù montanare e semi-selvagge: i missionari chiameranno il loro territorio «Birmania indipendente», tanto dagli inglesi che dall’Impero birmano.

Il «giallo» dei confini: dov’è la «Birmania orientale»?

La Birmania è stata evangelizzata nel secolo XVII dai portoghesi e dal 1721 dai barnabiti italiani, che presero a cuore questa missione senza risparmio di uomini e di denaro, ottenendo anche buoni risultati presso la corte dell’imperatore e stampando i primi libri nella lingua birmana. Ma i disastri causati in Europa dalla Rivoluzione francese e la mancanza di personale obbligarono i barnabiti a rinunziare ad una missione già ben avviata. L’ultimo barnabita, padre D’Amato, muore nel 1832 dopo 49 anni di apostolato in terra birmana.
Nel 1840 la missione è ripresa dagli oblati di Maria Vergine di Torino, che con due vescovi (mons. Ceretto 1842-1847 e mons. Balma 1849-1856) danno un buon impulso all’evangelizzazione. Purtroppo la guerra anglo-birmana (1851- 1852) distrugge le costruzioni (chiese, scuole, residenze) e la mancanza di personale costringe gli oblati a lasciare la missione.
Nel 1856 giunge dalla Malesia padre Ambrogio Bigandet delle missioni estere di Parigi, che a Moulmein trova ancora il vecchio vescovo Balma gravemente ammalato; a Mandalay c’era ancora il p. Abbona ben introdotto nella corte imperiale, che vi rimane fin dopo il 1870. I missionari di Parigi subentrano agli oblati di Torino. Mons. Bigandet diventa «vicario apostolico di Ava e Pegù» (come si chiamava l’Impero birmano) e lavora per riorganizzare la missione; ma si accorge che la Birmania è troppo estesa (due volte l’Italia) e chiede a Roma di creare altre circoscrizioni ecclesiastiche.
La storia dei sei decreti pontifici con cui vennero gradualmente precisati i confini della missione della «Birmania orientale» merita di essere brevemente riassunta per punti, come esempio di quanto era difficile fissare a Roma i confini di territori in cui nessuno era mai stato! (1).
1) Il 27 novembre 1866 Pio IX divide il vicariato di Ava e Pegù in tre parti: i due vicariati della Birmania meridionale con sede a Rangoon (soggetta agli inglesi) e della Birmania settentrionale con sede a Mandalay (soggetta all’Impero birmano), affidati alle missioni estere di Parigi; e la missione della Birmania orientale, dal fiume Salween fino al Mekong: quest’ultima, affidata ai missionari di San Calocero, la più isolata e difficile, nominalmente parte dell’Impero birmano, ma in pratica indipendente, abitata da tribù in guerra tra loro (si vedano le mappe geografiche al termine di questo volume).
2) Quattro anni dopo Pio IX deve correggere il precedente decreto del 1866: il 19 luglio 1870 ne pubblica un altro, che affida al Seminario lombardo delle missioni estere anche «la città di Toungoo come luogo di rifugio», dalla quale partire per raggiungere la Birmania orientale, al di là del Salween.
3) Ma i missionari si accorgono ben presto che anche questo decreto del 1870 era assurdo: come si poteva abitare ed evangelizzare Toungoo (ad ovest del fiume Sittang) e poi fare un balzo di centinaia di chilometri (fra il Sittang e il Salween) in terre inesplorate e non evangelizzate (che appartenevano al vicariato di Rangoon), per andare oltre il Salween? L’Istituto milanese infatti, lavora fino al 1912 non nella «Birmania orientale» (Kengtung) ad est del Salween, ma nella regione dei cariani (Loikaw) ad ovest del Salween, in pieno accordo col vicario apostolico di Rangoon mons. Ambrogio Bigandet. Così, il 26 agosto 1889 un nuovo decreto affida al Seminario lombardo delle missioni estere (togliendole al vicariato di Rangoon) le regioni fra il Sittang e il Salween, che già essi evangelizzavano.
4) L’11 novembre 1898, il quarto decreto affida ai missionari di San Calocero le regioni ad ovest del Sittang fino ai monti Yoma, appartenenti al vicariato apostolico di Rangoon, dove passava la ferrovia fra Rangoon e Mandalay: così anche la missione di Toungoo ha la sua parte di ferrovia!
5) Il 12 maggio 1925, un nuovo decreto assegna a Toungoo le regioni degli stati shan meridionali, che appartenevano al vicariato apostolico di Mandalay, a nord della zona dei cariani, dove passa la strada fra Kalaw, Taunggyi, Loilem; che prosegue, dopo il Salween, per Mongping e Kengtung.
6) Infine, dopo che Pio XI aveva eretto il 27 aprile 1927 la prefettura apostolica di Kengtung (il cui territorio apparteneva a Toungoo), il 9 marzo 1936 il Papa affida a Kengtung la regione di Lashio (staccandola dal vicariato di Mandalay), indispensabile, come vedremo, per raggiungere la tribù degli wa nel territorio di Kengtung!

In missione fra le tribù dei cariani (1868)

Da questi territori evangelizzati dal Pime sono nate l’archidiocesi di Taunggyi e le diocesi di Toungoo, Kengtung, Lashio e Loikaw. Fin dall’inizio, partendo da Toungoo, i missionari ambrosiani si propongono di raggiungere le regioni «oltre il Salween», tanto che lo slogan «passare il Salween» diventa l’aspirazione comune nel primo mezzo secolo di lavoro in Birmania. Questo corrisponde alla tradizione del Seminario lombardo, che andò in Oceania «fra le popolazioni più lontane e più abbandonate»; mentre in Bengala i missionari sognavano di «passare il Gange» (vedi capitolo X).
I primi quattro padri, partiti da Milano il 9 dicembre 1867, giungono a Toungoo il 6 marzo 1868: il prefetto apostolico Eugenio Biffi 2, Rocco Tornatore, Sebastiano Carbone e Tancredi Conti. A Toungoo trovano il p. Giorgio De Cruz, sacerdote birmano-portoghese che aveva studiato a Roma nel Collegio di Propaganda, incaricato dai missionari di Parigi di assistere i padri caloceriani nei primi passi della missione. Era cappellano militare del presidio inglese di Toungoo e si interessava dei cariani.
Eugenio Biffi scrive che «si tratta di farsi birmani, anzi cariani »: i birmani infatti (la razza maggioritaria in Birmania) sono buddhisti, mentre i cariani, che abitano le regioni dove i nostri andranno a fondare la missione, sono ancora animisti. Il primo impegno è di apprendere la loro lingua, naturalmente non scritta. I missionari si accorgono che per raggiungere il Salween bisogna superare tutta la regione abitata dai cariani e che vi sono tre categorie di «cariani» (3), tutti ancora da evangelizzare:
— i «cariani bianchi» («gheba») già avvicinati dagli inglesi, di carattere mite e propensi ai commerci con gli europei, abitano nelle regioni pianeggianti vicine a Toungoo;
— i «cariani sokù», nomadi, «quasi selvaggi», abitano più lontano, non schivi però dal trattare con gli europei;
— infine, i «cariani rossi» («prè»), a sette giorni di cammino da Toungoo, più numerosi e battaglieri, che vedono di mal occhio gli europei. Gli inglesi consigliano i missionari di avvicinarsi gradualmente e con prudenza ai «cariani rossi», perché, essendo lontani dalla loro giurisdizione, non possono assicurar loro protezione.
Toungoo, oggi cittadina di circa 80.000 abitanti, a quel tempo ne aveva 15.000,

«dei quali pochissimi europei — scrive p. Biffi. — Tutte le case, fatte poche eccezioni, sono di bambù e ben povere. In tutta la città non vi sono che due carrozze; vi sono però elefanti, bufali, buoi e capre in buon numero. La maggior parte della popolazione è pagana: i cristiani sono circa 150, quasi tutti del Malabar (militari o servi indiani al servizio degli inglesi, n.d.r.)».

Lasciato p. Carbone come cappellano dei cattolici di Toungoo, il 27 marzo 1868, gli altri tre partono, «pedibus calcantibus» (cioè a piedi), col p. Cruz per visitare la regione dei cariani bianchi. Toungoo sorge in pianura, ma ad una trentina di km. incominciano le colline e le foreste abitate dai cariani: la missione affidata ai missionari ambrosiani. Questi visitano diversi villaggi trovando buona accoglienza e stabiliscono di mettere la loro prima residenza a Leiktò, un villaggetto di poche capanne con 12 famiglie, a 800 metri sul livello del mare, 60 km. a nord-est di Toungoo.

«I cariani — scrive Biffi — si trovano in estrema miseria ed ignoranza; non coltivano che il riso ed hanno lo stesso metodo di coltivazione degli indiani d’America. Cambiano abitazione col cambiare terreno da coltivare e siccome una casa di bambù è presto fatta, poco si curano di abbandonare la vecchia per costruirne una nuova. Ciò però costituisce una difficoltà per la missione. Fin che questa gente vive così nomade, non si potrà mai fare un lavoro stabile. La religione dei cariani consiste nella venerazione o piuttosto nel timore degli spiriti maligni e per placarli offrono loro riso e bevande ed anche sacrifici di animali. I cariani sono semplici come fanciulli...».

La prima spedizione verso il Salween (1871)

Da 15 anni si erano insediati a Toungoo i battisti americani, che facevano di tutto per attirare i cariani dalle colline alla città, mandando fra loro catechisti, ma con scarso successo. Biffi intuisce che questo non è il metodo giusto: stabilisce di mandare i suoi missionari a vivere fra le tribù.
I primi mesi restano a Toungoo, per abituarsi al clima e studiare l’inglese e il birmano, con qualche nozione della lingua dei cariani. In città i missionari potenziano la scuoletta della missione in cui si insegna l’inglese e il birmano (l’unica scuola della cittadina) e aprono un orfanotrofio-scuola per i figli dei cariani. Nel novembre 1868 Rocco Tornatore e Sebastiano Carbone si stabiliscono a Leiktò. Quest’ultimo, assai dotato per le lingue, si mette subito a comporre un vocabolario e una grammatica di cariano, che serve anche per gli altri confratelli. Quando dopo Natale p. Conti va a visitarli, i due missionari sono intenti a disboscare, zappare, appianare il terreno per rendere più facile l’accesso alla missione. Nella regione non ci sono strade, non essendoci carri agricoli o carrozze, ma solo sentieri nei campi o in foresta. Si va a piedi o a cavallo.
Col nuovo anno 1869, Tornatore incomincia a visitare i villaggi, trovando ovunque buona accoglienza. La missione è frequentata, Carbone prepara alcuni catecumeni al battesimo. Per la Pasqua 1870 p. Biffi amministra i primi 13 battesimi. Nel giro di alcuni anni si formano le prime comunità cristiane in una decina di villaggetti. P. Tornatore, visitando i villaggi, cura i malati (distribuiva pillole che lui stesso preparava con erbe e materiali locali), insegna i canti cristiani, predica contro gli stregoni («bikui») che illudono la gente di guarire sacrificando galline e capre agli spiriti. La grande novità è che p. Carbone incomincia ad alfabetizzare i ragazzi, insegnando loro a scrivere la propria lingua in caratteri latini: iniziativa fortunata grazie alla quale si svilupperà, in seguito, una copiosa letteratura cattolica nelle varie lingue cariane.
Due avvenimenti di rilievo vanno ricordati in questa prima missione birmana. All’apertura del Concilio Vaticano I (1870), p. Biffi manda al Papa una devota lettera di omaggio firmata dai missionari e poco dopo, avuta notizia della presa di Porta Pia da parte delle truppe sabaude, mandano al Papa un’offerta in denaro dei cristiani e dei catecumeni, con l’assicurazione delle loro preghiere. Il 22 ottobre 1871 Pio IX risponde con una lunga lettera autografa («Breve pontificio»), che è conservata in un quadretto nella cattedrale di Toungoo (4). Il secondo avvenimento è la prima esplorazione compiuta nel febbraio 1871 da Biffi, Tornatore e Conti verso la missione «oltre il Salween», vista come la meta dei nostri in Birmania. Impiegano molti giorni «viaggiando a piedi, non permettendo le strettezze finanziarie di acquistare dei cavalli », ma non vanno molto lontano. I missionari dicono con chiarezza ai capi villaggio incontrati, che la loro visita ha uno scopo solo religioso e non politico: «Si tratta di estendere il regno spirituale e pacifico di Dio, non quello inglese».
Per mantenere le amicizie fatte, l’anno seguente ancora si ripete il viaggio e così alcuni anni dopo. Ma non giungono nemmeno alle rive del Salween e comunque era prematuro pensare di stabilirsi in regioni molto isolate e tormentate da continue guerre fra tribù e villaggi. Solo nel 1912, come vedremo, i missionari riescono a «passare il Salween» ed a stabilirsi a Kengtung.
Il 1872 è un anno di prova. La guerra franco-prussiana ha prostrato la Francia e gli assegni che arrivano dalla Propagazione della fede di Lione diminuiscono e quasi scompaiono. La missione, poverissima e senza altri introiti che qualche offerta privata, è ridotta ai minimi termini. A Toungoo i missionari aboliscono i due pasti al giorno: mangiano una volta sola verso sera. Alla penuria di cibo si aggiunge una febbre maligna che colpisce i padri e poi il vaiolo che scoppia nell’orfanotrofio di Toungoo. Biffi isola subito i malati e riesce a salvarli quasi tutti, rischiando pure lui la vita. Il 13 ottobre 1872 muore il p. Sebastiano Carbone a Baudé, villaggio sui monti a nove ore di cammino da Leiktò: fortemente denutrito, è preso da violenta dissenteria che lo porta alla tomba. È il primo defunto in Birmania: aveva 40 anni.
A sostituirlo arriva dall’Italia il p. Goffredo Conti, fratello di Tancredi. Il 1873 è travagliato dall’improvviso moltiplicarsi dei topi (mangiano il riso e i germogli di bambù) e dalla carestia che dura tre anni. Il raccolto del riso del 1873 va interamente perduto. I missionari calcolavano che metà dei cariani sokù erano morti per questa pestilenza, che spinge verso la missione alcuni villaggi più vicini: da questi contatti di aiuti caritativi incomincia la loro evangelizzazione.

I missionari portano la pace fra i villaggi

All’inizio degli anni ottanta, la missione di Birmania poteva dirsi stabilmente fondata: nel 1875 i villaggi interamente o parzialmente cristiani erano 40 e l’anno seguente 62; nel 1880 arrivano al centinaio con circa 10.000 fedeli. Intanto i missionari sono arrivati ai confini con i cariani rossi, attraverso la presa di contatto con altre tribù, i ghebà, i ghekù e i padaung, ai quali insegnano nuovi metodi di agricoltura, portano il gelso e il baco da seta, il caffè, il chinino, la patata e vari tipi di verdure; erigono piccole scuole, distribuiscono medicine, scavano pozzi, insegnano come conservare l’acqua piovana costruendo vasche di cemento...
L’epopea dei missionari fra i tribali della Birmania orientale, anche solo nell’azione sociale ed economica, meriterebbe ben altro spazio di quello concesso al presente capitolo. Il cristianesimo fin dall’inizio porta un grande elemento di civiltà fra quelle popolazioni nomadi: la stabilità e la sicurezza, eliminando le frequenti liti e guerre che erano il pane quotidiano del passato. Fratel Pompeo Nasuelli ha sentito più volte discorsi come questo:

«Come siamo contenti che i preti sono venuti qui: hanno portato la pace fra noi. Prima che arrivassero i preti noi non eravamo mai sicuri della nostra vita: i nostri nemici venivano per ucciderci e, molte volte, non potendo prenderci di notte, ci aspettavamo quando andavamo nei campi e ci uccidevano; non potevamo nemmeno andare a comperarci un po’ di sale perché temevamo di essere uccisi per la strada. Ma adesso che sono venuti i preti, possiamo andare dappertutto senza paura» (5).

Intanto arrivano dall’Italia nuovi missionari: nel 1873 padre Fedele Adrasti e due fratelli: Pompeo Nasuelli e Martino Frangi, morto il 5 luglio 1875 di fatiche e privazioni (aveva 23 anni); Pompeo invece muore nel 1827 a 77 anni e diventerà una delle colonne della missione; nel 1876 p. Andrea Celanzi e il fratello Francesco Gorla.
Il 7 gennaio 1877 il prefetto apostolico Biffi comunica trionfalmente a Marinoni: «La missione tra i cariani rossi è cominciata. Ma quanto sono selvaggi! Sono barbari e dei più cattivi». E cita fatti realmente impressionanti. Ma la missione ha vita breve: mancando i missionari, Biffi ritira l’unico missionario p. Rocco Tornatore, che era stato minacciato di morte col suo catechista, perché volevano seppellire i morti delle guerre intestine, violando un tabù locale.
Fra gli altri gruppi tribali la missione attira villaggi e famiglie, visitando i villaggi uno per uno e mostrando il volto caritatevole del cristianesimo anche con feste e raduni popolari di due-tre giorni. Nei mesi di febbraio e marzo, quando la gente è più libera dai lavori agricoli, si celebra nei villaggi cristiani più centrali «la festa dei monti». Si sceglie un posto vicino o dentro una foresta di bambù. La gente del villaggio prepara vari capannoni di bambù, senza usare un solo chiodo, tutto il lavoro è fatto ad incastro: servono per dormitori, raduni, chiesa, casa dei padri e delle suore... Dai villaggi vengono in processione, con musiche e schioppettate fra l’entusiasmo generale; e poi danze, canti, teatri, pranzi, giochi, processioni e solenni cerimonie in un capannone di bambù; alla sera, le proiezioni di immagini a colori della storia sacra. Il fratello Giovanni Angelini, giunto alla fine degli anni settanta, racconta a Marinoni le meraviglie di quelle proiezioni:

«Alla sera vi furono fuochi artificiali di tutti i colori e non è a dire come i cariani fossero meravigliati al vedere il fuoco andar per aria e poi dividersi come in tante stelle di vari colori... Era un continuo gridare di meraviglia. Poi si fecero vedere, con la lanterna magica, i misteri della Passione di nostro Signore e altri fatti di storia sacra, che fecero molta impressione; infine alcune cose da ridere e da ultimo il diavolo. Che confusione di grida, allora! Chi rideva, chi piangeva dalla paura e chi gridava: silenzio! per udire la spiegazione. Si spiegò che quella brutta figura era appunto quella che essi invocano nelle malattie, a cui offrono galline da mangiare e che egli non mangia; quella insomma, che adorano e che, se non si fanno cattolici, li avrebbe menati tutti con lui all’inferno. Alcuni si decisero di abbandonare questo mostro, la cui sola figura metteva loro paura. Così ebbe fine la grande festa della quale fra i cariani si parlò per due o tre mesi».

I catechisti, quasi tutti cariani, erano una ventina nel 1872 e 60 nel 1879, alcuni dei quali veramente superiori ad ogni elogio, come quello che, avendo il «sawbwa» (regolo) dei ghekù di Momblò minacciato di morte p. Rocco Tornatore, va anche lui davanti al capo e dice ad un altro catechista che voleva trattenerlo: «Io sono il cane del missionario: se il prete deve morire, anche il suo cane morirà con lui».
La missione pensa fin dall’inizio a preparare elementi per il seminario e già nel giugno 1875 il p. Tancredi Conti accompagna i primi due giovani al «Collegio generale» di Pulo-Penang delle missioni estere di Parigi (Malesia), seminario che serviva a tutte le missioni dei paesi indocinesi. Intanto mons. Biffi aveva inaugurato a Toungoo la prima tipografia, in sostituzione della litografia (1873) che riproduceva copie di testi scritti a mano. La tipografia del 1881-1882 è stata la prima che ha stampato opuscoli e libri nelle lingue non birmane, cioè delle tribù dei monti: catechismi, vocabolari, testi per le scuole di alfabetizzazione, materiale liturgico e per i canti, giornaletti e libri da diffondere nei villaggi per aprire la testa e il cuore di chi aveva imparato a leggere. Anche  l’avventura di questa tipografia, con l’arte di fondere i caratteri per le lingue locali, sarebbe degna di essere raccontata. Sempre guidata da fratelli del Pime, funzionava ancora nel 1986 sotto la guida di fratel Ernesto Pasqualotto (1910-1986) e stampava in una dozzina di lingue locali, oltre che in italiano e in inglese.

La missione perde il suo fondatore (1882)

Il 13 settembre 1881 mons. Marinoni manda a Biffi un laconico telegramma: «Come, Pope calls you» (Vieni, il Papa ti chiama). A Toungoo i missionari sono sgomenti, ma capiscono che non c’è nulla da fare. Come già si vociferava, il Papa voleva nominare Biffi arcivescovo di Cartagena in Colombia, dove era stato mandato come missionario da Pio IX nel 1856 e poi espulso dal governo massone nel 1862: aveva lavorato nel Belize (penisola dello Yucatán) fino al 1868, quando venne mandato da Marinoni a dirigere la nuova missione di Birmania. Ora il popolo di Cartagena lo reclamava a gran voce come vescovo (6).
La missione rimane senza il suo fondatore e l’uomo certamente più esperto e stimato. Ma al Papa non si può dire di no. Quando Biffi è davanti a Leone XIII, accompagnato da Marinoni, tenta di far sentire le sue ragioni: non si sente degno di quell’incarico, la missione di Birmania ha bisogno di lui, ecc. Il Papa gli dice:

«— Siete disposto al sacrificio?
— Se questa è la vostra volontà, ripeto le parole di Gesù nell’orto: se è possibile passi da me questo calice, ma sia fatta la tua volontà non la mia.
— Sì, questa è la nostra volontà.
— Chino la fronte e obbedisco.
— Ma noi non ci contentiamo che vi andiate in questo modo: vogliamo che vi andiate con entusiasmo e allegria.
— Santità, la vostra volontà rappresenta quella di Dio e a Dio bisogna obbedire con entusiasmo e allegria...».

In Birmania comincia una nuova fase della missione: il paese perde la sua indipendenza. Nel 1852 gli inglesi occupano la Birmania meridionale, ma quella settentrionale aveva ancora il suo imperatore a Mandalay, mentre quella orientale (affidata al Seminario lombardo delle missioni estere), abitata da tribù nomadi e in lotta fra loro, era rimasta libera. Nel 1878 diventa imperatore il giovane Thibaw (o Thibò), che si segnala per la feroce crudeltà nel far strangolare 86 membri della sua famiglia: uomini, donne, fanciulli e bambine.
Gli inglesi intervengono, anche perché Thibaw si dichiara «re guerriero», prepara un forte esercito e vuol prendere la Francia come partner commerciale. Nel novembre 1885 l’Inghilterra gli manda un ultimatum, chiedendo anche concessioni per le compagnie inglesi del legno «teak». Si giunge alla guerra, le truppe inglesi entrano in Mandalay il 28 novembre 1885 e il 1° gennaio 1886 l’Inghilterra dichiara l’annessione della Birmania settentrionale e orientale; poi ci vorranno anni per occupare quest’ultima e pacificare le tribù fino ai confini col Laos, la Thailandia e la Cina: proprio le regioni evangelizzate dal Pime.

Da Tancredi Conti a Rocco Tornatore (1882-1886)

Il nuovo prefetto apostolico, mons. Tancredi Conti, parte da una solida base. Nel settembre 1880 la missione della Birmania orientale presentava queste cifre:
— I battesimi in un anno superano i 900.
— A Toungoo i cattolici sono circa 400. In città la Chiesa ha lo stabilimento litografico (presto la tipografia) e fotografico, due scuole, una anglo-birmana e una cariano-birmana; questa, collegata con l’orfanotrofio maschile, con funzioni anche di catechistato, ha 80 orfani (77 cariani e tre birmani). Le suore di san Giuseppe dell’Apparizione hanno anch’esse una scuola per ragazze e un orfanotrofio femminile (43 bambine).
— La missione ha 7 sacerdoti del Pime, 3 fratelli, 4 suore, 56 catechisti. I missionari sono: due a Toungoo, due a Leiktò, due a Toklodò, uno a Matalehò (7).
— A Leiktò ci sono due missionari e un fratello: è il centro della missione, che comprende un centinaio di villaggi da visitare, cattolici o catecumeni. I villaggi, posti sempre sulle cime delle colline e dei monti, distano tra loro 2-3-4 ore di cammino, per sentieri difficili: «Nel tempo delle piogge, quanto è dura la vita del missionario tra i cariani!». La missione infatti si svolgeva con continue visite ai villaggi dispersi sui monti e in foresta.
L’importanza della missione cattolica per lo sviluppo di Toungoo è riconosciuta ufficialmente: a metà del 1882, mons. Tancredi Conti diventa membro del onsiglio comunale e poco dopo il Comune costruisce il campanile della cattedrale, dotandolo di un orologio e di un concerto di campane acquistate in Italia. A oungoo la missione cattolica era ben rappresentata dai due orfanotrofi e dalle scuole (sfilate, teatri, saggi ginnici) e soprattutto dalla tipografia diretta da fratel baldo Zambelli, giunto dall’Italia nel febbraio 1882. Zambelli, vero artista dell’arte tipografica e fotografica, produceva lui stesso i caratteri tipografici e le ncisioni su legno, con risultati di stampa che non si erano mai visti da quelle parti. Le principali ordinazioni venivano dal governo e dall’esercito inglese, ma la ipografia stampava anche molto materiale nelle lingue locali per le missioni sui monti: libri di preghiere, il vespro della domenica, i Vangeli della domenica, canti sacri, catechismi, un giornaletto in cariano (6 numeri l’anno), ecc.
Da Milano mons. Marinoni manda rinforzi: i padri Vittorio Emanuele Sagrada (1884), Angelo Baldovini e Gioacchino Cattaneo (1887), Teobaldo Villa, Antonio azzulani e Cesare Ruberti (1891). La missione prospera sui monti. A Leiktò ed a Matalehò si costruiscono due chiese in legno teak, vengono iniziati altri due orfanotrofi (a Leiktò e Yadò), i villaggi da visitare sono tanti e altri chiedono il missionario. Le difficoltà maggiori sono due: le continue guerre tra i villaggi con elativo brigantaggio e le lotte che i battisti fanno ai cattolici, fino ad assaltare e bruciare alcuni loro villaggi. Mons. Gobbato racconta che in quei tempi,

«nella vallata di Yadò da una parte stava il villaggio battista e dall’altra il villaggio cattolico di Keleta. Sobillati dal rev. Bunker, i protestanti bruciarono il illaggio cattolico. Poi dovettero pagarne i danni, avendo i nostri fatto ricorso all’amministrazione inglese a Toungoo» (8).

Nel 1894 il p. Sagrada costruisce il campanile della chiesa di Leiktò con i finanziamenti ottenuti dal settimanale diocesano di Lodi. Ci volevano quattro pali di legno-ferro (pesanti come il ferro) inattaccabili dalle termiti, alti circa 18 metri. A 12 km. da Leiktò c’è in foresta questo legno: si tagliano gli alberi, se ne ricavano dei pali, poi 200 cariani li trascinano attraverso colline, campi e fiumiciattoli e li innalzano al posto giusto! Altre centinaia di cariani trascinano per 60 m. da Toungoo (non essendoci strade) tre campane italiane fino a Leiktò. Il giornale cattolico in cariano di Toungoo («Dedòsa») scrive:

«Cariani! Se i vostri avi vedessero quello che voi avete fatto, vi invidierebbero e direbbero: ‘‘Tanto sanno fare i nostri nipoti!’’. È la fede che vi rende coraggiosi e forti».

Nel 1886 p. Rocco Tornatore compie una nuova spedizione verso oriente, «oltre il Salween», fino a Dorokhò (dove per la prima volta vedevano un europeo!), abitato dai padaung e ai confini con i cariani rossi. Ma non riesce a raggiungere il mitico Salween, confine della «Birmania orientale» propriamente detta, missione inizialmente affidata al Seminario lombardo delle missioni estere.
L’immensità del territorio e le difficoltà dei missionari nell’interno portano alle dimissioni di mons. Tancredi Conti, che il 3 novembre 1886 si ritira a Milano e lascia la guida della missione a Rocco Tornatore. Si era creata, come in altre missioni, una certa incomprensione fra la periferia e il centro, fra le missioni dei monti e quella di Toungoo. I missionari dei monti dicevano che a Toungoo si spendeva troppo per opere di prestigio, a Toungoo si criticavano i missionari: volevano fare il passo più lungo della gamba e chiedevano mezzi che non c’erano per nessuno.
L’impazienza dei missionari veniva da questo fatto: specie dopo la conquista inglese, i catechisti di tre o quattro confessioni protestanti, ben pagati e forniti di mezzi, si erano sguinzagliati nelle regioni dei cariani, facevano facili conquiste e orientavano i loro seguaci in un senso fortemente anti-cattolico. Di fronte a loro, i missionari si sentivano come pezzenti. Tancredi Conti, uomo di valore e di spirito ma vissuto sempre in città, fatto più per lo studio che per l’azione, si sente inadatto a dominare la situazione. Torna a Milano dove entra a far parte della direzione dell’Istituto e insegna nel seminario missionario.

La meta suprema: «Passare il Salween» (1894-1896)

Il candidato naturale a sostituirlo è Rocco Tornatore, che all’inizio non accetta: non vuol abbandonare i suoi «selvaggi». Si rassegna a fare da vicario «interinale», come gli diceva Marinoni; poi nel dicembre 1887 la Santa Sede lo nomina pro-vicario e nel 1889 vicario apostolico con dignità episcopale. È onsacrato vescovo nella cattedrale di Mandalay l’8 dicembre 1890 da mons. Bigandet: non va però a stabilirsi a Toungoo, ma continua ad abitare fino alla morte nel suo distretto sui monti e di là dirige il vicariato apostolico. Come regalo per il suo episcopato riceve una sella per il cavallo (9).
Il vescovo Tornatore (muore nel 1908) realizza l’occupazione del territorio e la maturità di una missione di cui è segno il primo sacerdote cariano ordinato nel 1897, Luca Nelé, morto però nel 1899; e l’aumento dei battezzati, che nel 1900 erano 12.239 e nel 1908 14.360, con 9 stazioni principali, 13 missionari del Pime, 13 religiose italiane della Riparazione e una indigena, 173 catechisti, 7 chiese e 176 cappelle, 56 scuole con 1.105 alunni, 10 orfanotrofi con 520 orfani, 10 farmacie per la distribuzione di medicine.
Tornatore aveva grandi visioni. Stando in prima linea, aveva maturato la convinzione che nella missione fra popoli del tutto nuovi al Vangelo, conta molto arrivare per primi. Il dominio inglese che si estendeva rapidamente fino alle frontiere della Birmania favoriva le Chiese e le sette protestanti, numerose, con tanti mezzi e ferocemente anti-cattoliche. Uno scrittore protestante descrive (10) il lavoro dei ministri protestanti e dei missionari cattolici in Birmania. I primi cercano di far denaro con commerci importando perfino le armi per i loro fedeli...

«Vivono con grande lusso in residenze simili a palazzi, d’estate si recano in riva al mare o sui monti e chi può in America nei mesi delle piogge. La loro missione non ha avuto frutto alcuno degno di tal nome...
Osservate i sacerdoti cattolici sui monti dei cariani rossi, con quel grand’uomo che è il vescovo Rocco... Il loro lavoro è duro e pericoloso, abitano in capanne che i ministri protestanti non userebbero come stalle per i loro animali. Sono pronti ad ogni ora e con qualsiasi inclemenza di tempo all’esercizio della loro vocazione, con cibo e vestiti miseri quanto si può dire. Vivono sui monti o sul piano con il loro popolo anche quando la malattia, la morte o la carestia serpeggiano intorno. Estate o inverno, pioggia o sole sono eguali per loro; dal giorno che approdano in Birmania la loro vita è tutta dedicata al loro gregge».

Mons. Tornatore si propone due mete: una la raggiunge e l’altra la fallisce.
1) Impianta la Chiesa fra i cariani rossi, interessanti per la maggior consistenza dei villaggi e perché vicini al Salween. Lui stesso vi aveva fatto delle puntate, ma con scarso successo: avevano anche attentato alla sua vita. Ritorna col p. Celanzi nel 1891 e ne riceve miglior impressione. Nel gennaio 1892 accompagna i padri Teobaldo Villa e Antonio Cazzulani e stabilisce la prima missione fra i cariani rossi a Lodjakhù (3 km. da Loikaw), la stazione più lontana da Toungoo. Nel 1893 sorge anche la stazione di Soljakhù, col fratello Giovanni Angelini che, data la sua conoscenza dei luoghi e della lingua dei cariani rossi, faceva la spola fra l’una e l’altra. La tribù si apre al Vangelo. Nel 1895 un capo influente chiamato Chadì, abitante vicino a Mushò, si converte e la residenza del padre, prima a Lodjakhù, viene spostata a Mushò e quella di Soljakhù a Pekong.
2) L’aspirazione a «passare il Salween» si realizza solo dopo la morte di Tornatore. Fondata la missione fra i cariani rossi, il vescovo organizza un’altra spedizione verso la Birmania orientale, composta da lui stesso, p. Teobaldo Villa, fratello Angelini e alcuni portatori con una guida indigena. Partono da Lodjakhù il 21 febbraio 1894, ma arrivati alla sponda del Salween, la guida indigena si rifiuta di proseguire e i portatori abbandonano la carovana. Un’altra spedizione nel 1895 non ha miglior fortuna, nessuna guida indigena vuole accompagnare oltre il Salween in regioni sconosciute e, diceva la gente, malfamate per le tribù che l’abitavano: gli «wa» ad esempio, tristemente famosi come «tagliatori di teste».
Il terzo tentativo, nel 1896, ha successo, ma mons. Tornatore deve fermarsi a Lodjakhù per una brutta caduta da cavallo. Proseguono p. Teobaldo Villa, due catechisti e nove portatori indigeni, che giungono fino a Kengtung, con una spedizione durata tre buoni mesi. Ma passano ancora 16 anni prima che si possa impiantare la missione oltre il Salween, non per il timore di popolazioni non molto diverse da quelle al di qua del fiume, ma per la tremenda lontananza di Kengtung dal centro della missione a Toungoo. Così, come vedremo, i missionari cattolici sono preceduti dai battisti, venuti non dalla Birmania ma dal più vicino Siam (Thailandia)!
Al di qua del Salween, sono evangelizzate le varie etnie dei cariani, i padaung, i ghekù, i blimò, i jimbò, ecc. Fra i cariani rossi, alla fine del secolo scorso si aprono diverse stazioni missionarie, oltre a Lodjakhù e Soljakhù: Mombié, Dorokhò (abitata dai jimbò), Mushò e Jamapoli. Nel 1895 la conversione del capo Chadì apre le porte della Chiesa tra queste etnie numerose e influenti. Dopo l’occupazione inglese e la pacificazione delle tribù, i principotti locali aumentano il loro potere perché riconosciuti dall’autorità coloniale. Il «regolo» Chadì diventa amico dei missionari, chiede e ottiene il battesimo e subito si crea un certo movimento di conversioni nella zona di Dorokhò e Mushò.
Il distretto che più consolava i missionari era quello di Momblò fra i ghekù, un’ottantina di km. a nord-est di Leiktò, iniziato nel 1891. P. Paolo Manna vi arriva nel 1895 (11), dopo due missionari che avevano lavorato bene e con buoni risultati, p. Cesare Ruberti e p. Gustavo Maria. Quando Manna arriva dall’Italia nella casa episcopale di Toungoo nel 1895, fratel Pompeo lo porta nella sua stanza. Entra e vede: un tavolino, la sedia, uno sgabello con un catino e una brocca d’acqua per terra, un armadio e una plancia di legno su due appoggi.

«— Immagino che dormirò su quel tavolaccio... dice il giovane missionario a Pompeo.
— Certo, poi le porterò una coperta. Qui non usiamo né materasso né lenzuola.
— E il cuscino?
— No, nemmeno quello. Se vuole può fare un fagotto con i suoi abiti e lo mette sotto la testa. Anche il vescovo dorme così».

Dopo un anno a Toungoo per studiare le lingue, Manna viene destinato a Momblò fra i ghekù. Vi giunge il 27 ottobre 1896 accompagnato da fratel Giovanni Antonio Dal Pozzo, venuto con lui dall’Italia. Compie un buon lavoro e scrive anche un catechismo in lingua ghekù, ma nel 1901, per malattia, deve ritornare in Italia, dove completa la stesura dello studio etnologico «I ghekù». Ritorna ancora due volte in Birmania. Nel gennaio 1906 è mandato a Loikaw come primo residente. Abitava in un quartiere ad est di Loikaw, vicino al cimitero buddhista, ma il 6 giugno 1907 è costretto ad imbarcarsi definitivamente per l’Italia. Nella prima missione di Birmania il distretto di Momblò sarà uno dei meglio formati e più fedeli.
Un altro distretto portatore di frutti è Yadò dove lavorava il p. Gioacchino Cattaneo, che dava particolare importanza all’orfanotrofio, da cui venivano buoni padri e madri di famiglie cristiane e catechisti. Nel 1894 mons. Tornatore vi benedice una grande chiesa in legno teak, a tre navate, la più bella della missione! Nel 1895 la rivolta di uno dei capi ghekù contro gli inglesi crea un terremoto nella regione. L’autorità coloniale vorrebbe dare una severa punizione ai villaggi ribelli, ma per intercessione di mons. Tornatore che tranquillizza gli inglesi, per questa volta perdona a tutti. Cattaneo scrive che il movimento verso la Chiesa «è generale e così il gran temporale è riuscito una pioggia benefica!».
Padre Cattaneo è anche il missionario che prende per primo contatto con «i selvaggi pré», chiamati anche «koyo»; una delle tribù più arretrate e battagliere, famosa per i furti di bufali, sempre in guerra fra villaggio e villaggio. Grazie all’abile aiuto del catechista Simone Lakka, p. Gioacchino porta la pace in molti villaggi, parecchi dei quali diventano cattolici. Ma il padre deve tornare in Italia nel 1899, sfibrato dalle fatiche e dalle privazioni: aveva fatto solo 12 anni di Birmania e stava morendo; in Italia sopravviverà fino al 1934.

Rocco Tornatore: «Il vero tipo di vescovo missionario» (+1908)

Il clima micidiale del bassopiano dov’è situata Toungoo e la povertà della missione di Birmania mietono nei primi tempi molte vittime fra i missionari, oltre a quelli sopravvissuti perché rimpatriati a tempo (come p. Manna): p. Sebastiano Carbone muore nel 1872 a 40 anni (dopo solo 4 anni di missione); fratel Martino Frangi nel 1875 a 23 anni; fratel Ubaldo Zambelli nel 1893 a 34 anni; p. Cesare Ruberti muore annegato mentre passava un torrente a guado nel 1893 a 29 anni; p. Teobaldo Villa nel 1899 a 33 anni; fratel Giovanni Angelini nel 1900 a 46 anni; p. Angelo Baldovini nel 1901 a 45 anni; p. Pietro Parravicini nel 1902 a 29 anni; nel 1904 p. Antonio Cazzulani a 39 anni.
Nel 1895 giungono a Toungoo le prime suore italiane, le pie signore della Riparazione (fondate dal p. Carlo Salerio a Milano nel 1862), che nel 1899 aprono la prima scuola femminile a Leiktò, fra le tribù cariane. Fanno a tempo a prendere la grande ondata di colera del 1897, durante la quale muore suor Arcangela Santini, 26 anni, con otto delle sue ragazze. Le stragi di colera si succedevano regolarmente ogni due-tre-quattro anni, sempre in estate. Nel 1892 Zambelli scrive da Toungoo: «La città si spopola, si popola il cimitero». In quell’anno a Leiktò, dopo i primi morti, la gente fugge tutta verso la foresta e i monti, lasciando soli in città mons. Tornatore, p. Sagrada e fratel Pompeo, con i malati che non potevano muoversi.
Uno dei crucci di mons. Tornatore era quello finanziario: i magri assegni annuali della Propagazione della Fede non bastavano assolutamente a mantenere una missione in crescita vigorosa. Tenta inutilmente di avviare piantagioni di caffè e risaie della missione, poi nel 1902 decide di mandare alcuni mesi in Italia p. Goffredo Conti per raccogliere offerte. Ma la missione rimane poverissima.
La morte di Tornatore (26 gennaio 1908), a cavallo durante una visita ai padaung e ai cariani rossi, è sentita fortemente dalla gente dei monti: piangono il loro padre, vengono anche da lontano per vederlo un’ultima volta. P. Manna ha scritto:

«Era il vero tipo di vescovo missionario. In lui una grande semplicità e un grande zelo. Alieno dal darsi qualsiasi importanza, ai suoi missionari, più che con le parole, mostrava con l’esempio come si dovesse fare; valeva di più fare un giro di missione con lui, che studiare sui libri la pratica pastorale. Non domandò mai ad altri di fare quanto non poteva fare da sé.... Era sempre a disposizione di tutti... Lo zelo di mons. Tornatore è indescrivibile. Nessuno potrà mai sapere quanto abbia operato e sofferto in quarant’anni per salvare quelle anime, per estendere il Regno di Dio in quelle contrade e ciò anzitutto perché viaggiava quasi sempre solo, poi perché gli atti più grandi li compiva con la semplicità dell’uomo pel quale l’eroismo è virtù abituale.... Egli curava l’anima e il corpo del povero lebbroso, del coleroso, del vaioloso, come fosse la cosa più naturale del mondo.
Neanche nella terribile stagione delle piogge sapeva starsene quieto a lungo. Ritornato da un giro sui monti, lasciava passare tutt’al più una settimana e ricominciava da capo in altra direzione la visita ai suoi figli spirituali... affrontando difficoltà e sacrifici indicibili. La missione è un continuo susseguirsi di monti interamente coperti da foreste vergini, privi di strade, attraversati da innumerevoli fiumi impetuosi e senza ponti, infestati da tigri ed altre belve feroci... Quando lo vedevo andar su e giù per quei monti, nella sua età veneranda, arrampicarsi su per dirupi o scendere per precipizi, non potevo non vedere in lui la viva immagine del Buon Pastore che va in cerca della pecorella smarrita.
Chi ha conoscenza anche piccola della rozzezza, della povertà di quelle primitive tribù, di quanto ributtanti sono alle volte quegli uomini quasi selvaggi, può anche farsi un’idea delle grandi vittorie che ha dovuto riportare su se stesso nella continua convivenza con loro. Egli li amava con affetto più che paterno, li trattava con tutta familiarità... E nei villaggi, quali privazioni! Nei villaggi cariani non si sa cosa siano le comodità. È sempre la cappella di bambù che vi alloggia e siete fortunati quando il tetto di paglia e il pavimento sono in buon ordine. Niente letto, niente sedie, niente di niente... Il vitto in questi viaggi consisteva in puro riso bollito e «curry» (salsa di peperoncino), con un pezzo di pane tostato bagnato nell’acqua... Prendeva il misero pasto seduto per terra col piatto sulle ginocchia... Monsignore attingeva tanto zelo e lo spirito di sacrificio dall’amore verso Dio... Era sempre il primo a levarsi e le prime ore del giorno le passava in chiesa... Piacevole e cara la sua compagnia: era sempre allegro, sempre faceto, tanto che lo stare con lui, il viaggiare con lui era un vero diletto».

La lotta fra cattolici e protestanti a Kengtung (1912-1920)

L’episcopato di mons. Emanuele Sagrada, successore di Tornatore (12), incomincia con la preparazione del viaggio per impiantare la missione a Kengtung, «al di là del Salween». Un viaggio di circa 500 km. a cavallo, in territori forestali senza strade! La spedizione, ormai possibile perché gli inglesi si erano stabiliti a Kengtung, era stata rimandata per mancanza di denaro. Nel 1911 una benefica lettrice di Napoli offre a p. Manna, che ne aveva parlato su «Le Missioni Cattoliche», la somma di Lire 40.000 (favolosa a quei tempi), «per la fondazione di una stazione missionaria a Kengtung ». Così nasce la «missione della Divina Provvidenza», come mons. Sagrada subito chiama Kengtung.
Mons. Sagrada può organizzare il viaggio. Il 7 marzo 1911 la comitiva lascia Pekong sui monti cariani, visita Taunggyi e Loilem e giunge il 22 marzo sulla riva del Salween, il secondo fiume della Birmania dopo l’Irawaddy; il 29 marzo è a Kengtung. Il cammino è molto facilitato dalla strada che gli inglesi stanno aprendo con i mezzi più moderni. Ma mons. Gobbato aggiunge (13):

«I nostri primi padri, per andare a Kengtung, seguivano una strada sbagliata: tentavano di attraversare il Salween troppo a sud. Nel 1911 imboccarono la via giusta più a nord, partendo per andare ad est da Taunggyi e non da Toungoo».

La comitiva cattolica (Sagrada, Pirovano, Resinelli, tre catechisti e un cuoco, quattordici portatori) riparte da Kengtung l’11 aprile e ritorna per la via meridionale a Pekong dove giunge il 5 maggio: ha compiuto in tutto, a cavallo, 1.470 km. A Kengtung i missionari hanno il doloroso stupore di vedere che i protestanti (battisti di Los Angeles e presbiteriani di Boston), giunti dal Siam, si sono ben impiantati dal 1904: in città hanno ospedale, cappella, orfanotrofio, nei villaggi varie altre opere. Contano dai 10 ai 15.000 fedeli. I nostri visitano l’autorità inglese e il «sawbwa», il capo indigeno che abita l’unico vero palazzo della cittadina (14.000 abitanti). Sono ben accolti. Lo stesso ministro battista di Kengtung, rev. Young, va a visitarli nel «bungalow» pubblico dove abitano (alberghetto). Partendo, mons. Sagrada lascia a Kengtung due catechisti, che devono studiare l’ambiente e far girare la voce che fra poco verranno i missionari a fondare la Chiesa cattolica.
Il 27 gennaio 1912 i primi tre missionari giungono a Kengtung: p. Erminio Bonetta, che dirigeva il distretto di Momblò, p. Leone Lombardini quello di Vary (Hoari), e p. Francesco Portaluppi, da poco giunto dall’Italia (14). «Giovanissimi, ardimentosi e decisi», così vengono descritti. I tipi giusti, insomma, per una missione difficile come Kengtung: isolata e già occupata dai battisti, che nel frattempo hanno diffuso voci negative sui cattolici. Dal loro punto di vista non avevano tutti i torti. Essendo giunti per primi e avendo lavorato molto bene in tutta la regione (diversamente da come avevano fatto fra i cariani), credevano di avere una specie di esclusiva per predicarvi il Vangelo.
Di qui la lotta senza quartiere contro i tre missionari cattolici, che andava dal proibire alla gente di dare aiuto fino al diffondere una rete di sospetti e di calunnie, che ricordano le reazioni dei primi secoli nei confronti dei cristiani: i «preti romani» rubano l’anima, si cibano dei bambini, portano il malocchio, compiono immoralità segrete, ecc. I battisti chiedono al «sawbwa» di proibire ai cattolici di stabilirsi nelle terre di sua competenza. Il re indigeno, prudentemente, scrive ad un alto funzionario inglese in India, suo amico, col quale aveva partecipato alla cerimonia d’incoronazione di Re Giorgio V a Londra nel 1910.

«Sento che sono venuti nel tuo distretto dei missionari cattolici — gli risponde. — Trattali bene, appartengono alla mia religione. Garantisco io per loro».

D’incanto, la temuta opposizione del «sawbwa» diventa amicizia e benevolenza, fino a fargli dichiarare in pubblico che i missionari sono suoi amici; addirittura nel 1914 manda due suoi figli alla scuola cattolica e li seguono tre figli di suoi «phya» (ministri). Egli stesso s’interessa per il terreno su cui costruire la missione in città. E qui interviene la Provvidenza.
Kengtung sorge su sette colli, con in centro un lago e la parte bassa della città, più malsana e meno nobile. Quando giungono i missionari del Pime, sei colli sono già occupati: l’autorità inglese e quella locale, la pagoda e le istituzioni buddhiste, la chiesa e le opere dei battisti e dei presbiteriani, i militari inglesi, l’ospedale e la scuola governativi. Solo l’ultimo è ancora libero e ricoperto di foresta, ma tutti dicono: «È occupato dagli spiriti cattivi».
Il «sawbwa» lo concede gratis se hanno il coraggio di prenderlo. Figurarsi se i tre «giovanissimi, ardimentosi e decisi» hanno paura di questo! Così si acquistano anche la fama di uomini potenti nel mondo degli spiriti. Oggi a Kengtung la missione cattolica ha vasti spazi e una magnifica posizione: cattedrale, seminario, episcopio, casa del parroco, «Pime Hall» (auditorium e casa della cultura intitolata al Pime), conventi di tre congregazioni femminili, orfanotrofio, scuole varie, opere sociali, officine e magazzini, villaggio cattolico, cimitero, ecc.
Il contrasto fra cattolici e battisti-presbiteriani rimane però come un segno negativo per la missione della Birmania orientale e se ne trovano ampie tracce in tutta la sua storia. Dopo il Concilio Vaticano II i rapporti sono andati migliorando anche in Birmania: non sono più immaginabili oggi le lotte di un secolo o mezzo secolo fa, anzi si collabora in molti campi. È triste però pensare che Cristo è stato annunziato per la prima volta su queste frontiere (come in tante altre parti del mondo!) con il marchio della divisione e i suoi missionari hanno dato spettacolo di non volersi bene, ma di combattersi a vicenda: proprio il contrario di quel che Gesù ha detto di fare!

Portaluppi a Mongping, Vismara a Monglin (1912-1924)

Un anno dopo il loro arrivo a Kengtung, il 27 febbraio 1912, Bonetta e Portaluppi intraprendono un viaggio verso nord per farsi vedere nei villaggi e stabiliscono di fissare una residenza a Mongping, a metà strada fra Kengtung e il Salween. Portaluppi prende dimora in un «bungalow» governativo, in attesa di costruirsi la sua casa.

«A Mongping, villaggio shan — scrive Portaluppi in una corrispondenza (15) — ero considerato come un demonio. Quando passeggiavo per le vie, gli uomini mi guardavano con sospetto, le donne fuggivano in casa ed i fanciulli strillavano. Crudeli e fantastiche storie pullulavano intorno alla mia vita: tra l’altro che io cercassi ragazzi per mangiarli. Venivo a sapere ciò dal mio catechista interprete, ma ero impossibilitato ad ogni difesa non conoscendo la lingua. All’intorno tutto paganesimo, ad eccezione di tre villaggi battisti ove stavano due maestri. Questi, temendo la concorrenza, si diedero a spargere ogni sorta di calunnie sul mio conto».

Nella relazione annuale di mons. Sagrada del 1917 risulta che nella nuova missione, dopo soli cinque anni, undici villaggi risultano convertiti: 7 attorno a Kengtung, 4 a Mongping: sei villaggi sono mushò, 5 ikò. I catechisti sono 17, i battezzati non ancora numerosi, ma osservanti: sia a Kengtung che a Mongping hanno costruito essi stessi la cappella. P. Portaluppi ha compilato un catechismo e un libretto di preghiere e di canzoncine in lingua shan: ma il popolo shan, maggioritario nella zona di Kengtung, è buddhista e si rivela impenetrabile alla fede cristiana.
La «missione della Divina Provvidenza» rimane affidata ai soli tre primi missionari fino al 1919, quando giunge da Toungoo il p. Luigi Cambiaso (16) a sostituire il p. Lombardini che ritorna in Italia per malattia. Nel 1916 arrivano però le prime cinque suore italiane di Maria Bambina che si prendono cura dell’orfanotrofio centrale, delle donne, dei malati, dei lebbrosi. Le suore danno un’immagine nuova della missione cattolica e servono a vincere la diffidenza di cui nei primi anni è circondata.
Il 30 marzo 1924 due nuovi missionari a Kengtung, p. Clemente Vismara e p. Luigi Sironi, con un viaggio a cavallo di 14 giorni da Taunggyi (dove si giunge con la ferrovia da Rangoon e da Toungoo). La missione era ancora agli inizi anche se nel 1919 si contavano 500 battezzati e un migliaio di catecumeni. Fino al 1924, i missionari di Kengtung avevano compiuto lunghi viaggi esplorativi e preso contatto con i lahu, ma senza riuscire a fondare nessun’altra stazione, oltre alle due di Kengtung e di Mongping, per mancanza di personale e di mezzi. Inoltre due delle lingue locali, lo shan e il mushò, erano state scritte per la prima volta in caratteri latini da Portaluppi e da Lombardini, che avevano preparato testi sacri per la formazione cristiana.
Padre Vismara fonda il nuovo distretto di Monglin (17), dove giunge il 27 ottobre 1924 accompagnato da p. Bonetta (18), che già aveva mandato in avanscoperta un catechista per costruire una capanna in attesa del missionario:

«Entrando la prima volta in quella capanna — scrive Clemente (19) — mi sentii mancare il fiato: buia, umida, col pavimento in terra battuta pieno di animaletti. Mi sembrava quasi peggio che al tempo della grande guerra: ma questa guerra l’avevo voluta io! L’ambientazione fu durissima, ma il cuore contento. Mi dicevo sempre: tu che hai fatto la battaglia dell’Adamello, tu che sei marcito nel fango della trincea, vuoi dire che non sei capace di adattarti alla Birmania? E poi, mentre là ci stavo per forza e per sparare ad altri uomini, qui ci stavo volentieri e al massimo sparavo agli uccelli e alle bestie della foresta. Sono sempre andato a caccia e ho anche una buona mira. Ma in quei tempi la caccia era una necessità per poter mangiare... Qui come battezzato sono tutto solo nel raggio di 100 e più chilometri, scrive in altra lettera. Se voglio vedere un altro cristiano debbo guardarmi nello specchio...».

Clemente diventa, per la gente di Monglin, «il prete che ride e scherza sempre». Grazie alle sue lettere e ai suoi articoli avventurosi, poetici, geniali, è forse il missionario dei nostri tempi più conosciuto e amato in Italia: ha suscitato numerose vocazioni sacerdotali, religiose, missionarie. Muore a 91 anni il 15 giugno 1988, dopo 65 anni di missione: il 25 marzo 1990 il suo paese di Agrate Brianza (Milano) gli erige un monumento in bronzo a grandezza naturale sulla piazza della chiesa parrocchiale e sei anni dopo l’arcivescovo di Milano, card. Carlo Maria Martini, inizia la sua causa di canonizzazione su invito del vescovo di Kengtung, mons. Abramo Than (20).
Nella storia del Pime in Birmania, Clemente Vismara rappresenta non un personaggio eccezionale, ma l’incarnazione delle virtù apostoliche che hanno animato la maggioranza di quei missionari: è stato scelto dalla Chiesa per proporre ai cristiani e al mondo, uno per tutti, la grandiosa epopea di spirito e di santità dei missionari. Come diceva uno di loro, p. Osvaldo Filippazzi, suo compagno di missione per più di 50 anni, scherzando ma non troppo:

«Se fanno beato e santo padre Clemente, dovrebbero fare beati e santi anche noi che abbiamo fatto la sua stessa vita».

Impressionante l’elenco dei padri morti giovani nella missione di Kengtung, oltre a quelli rimpatriati a tempo: Luigi Sironi morto nel 1925 a 29 anni; p. Paolo Barbagallo nel 1931 a 27 anni (21); Antonio Farronato nel 1931 a 33 anni; Angelo Cassia nel 1932 a 30 anni; Antonio Zeni nel 1938 a 38 anni; p. Emilio Rossi nel 1944 a 41 anni. Queste morti premature venivano dalla denutrizione, dalla mancanza di assistenza sanitaria, dal «troppo zelo a scapito della salute» come scriveva il superiore generale p. Paolo Manna, che nella primavera del 1928 visita la Birmania e Kengtung: vede la vita miserabile che conducono i suoi missionari e scrive una forte lettera di rimprovero a mons. Bonetta, con questa minaccia (che poi non mette in atto):

«Se a Kengtung muore ancora un missionario giovane, non mando più nessuno e chiudiamo la missione!».

Lo scandalo dei cariani per la prima guerra mondiale

Torniamo alla prefettura apostolica di Toungoo, dove nel gennaio 1909 mons. Emanuele Sagrada inizia il suo episcopato. La sua prima impresa, già si è detto, è stato il viaggio a Kengtung (1911) e l’invio di tre missionari (1912) a fondarvi la Chiesa. Sagrada aveva ricevuto da Tornatore un’eredità pesante. Nei primi 40 anni di vita (1868-1908) la missione della Birmania orientale era riuscita a stabilirsi fra le principali tribù del territorio: cariani bianchi, cariani sokù, gebà, cariani rossi, ghekù, padaung, mushò, pré, blimò, manò, gimbò, erano entrati nell’orbita della Chiesa con le prime comunità cristiane. Ora bisognava consolidare le conquiste dando maturità alla Chiesa nascente. Ma questa seconda fase pareva più difficile di quella iniziale dello sfondamento. Per questi motivi:
1) L’esiguità della popolazione dispersa in villaggetti di poche famiglie ciascuno, su grandi distanze, senza strade; popoli nomadi e diversi l’uno dall’altro, ciascuno con la propria lingua, tradizione, credenze religiose...
2) La miserabilità della vita indigena: analfabetismo quasi totale, miseria nera, periodo annuale di fame e di carestia prima del raccolto del riso (unica coltivazione), malattie epidemiche (colera, vaiolo, malaria, lebbra), continue guerre fra villaggi ed etnie, anche se l’opera di pacificazione dei missionari e del governo inglese cominciava a creare un’atmosfera nuova; infine, il paganesimo più crudo che si manifestava in mille modi e faceva dire ai missionari che quei popoli erano schiavi del demonio.
3) La povertà della missione cattolica rispetto alle necessità della gente e all’agiatezza delle missioni protestanti. All’inizio del secolo l’Italia era anch’essa un paese povero e il popolo non sensibilizzato all’opera missionaria: le misere offerte ai missionari venivano quasi solo da parenti e amici. I cristiani cariani, sebbene sollecitati a contribuire alle spese della missione, erano più bisognosi di aiuto che in grado di aiutare.
4) Infine, la prima guerra mondiale (1914-1919) suscita uno scandalo enorme fra le comunità cristiane in Birmania. Fin nel più isolato villaggio si ha notizia della guerra: nell’esercito coloniale inglese che combatteva in Europa erano stati reclutati anche numerosi giovani cariani. Gli indigeni vedevano i bianchi come modelli da imitare, più evoluti a causa della fede cristiana: adesso si trovano confrontati con i popoli di origine dei loro missionari che si odiano, si ammazzano...

«Voi venite ad annunziare una religione di pace — dicevano i cariani ai missionari — voi siete i nostri maestri nella via del Signore, voi ci insegnate che bisogna lasciare qualsiasi odio e vendetta per amarci a vicenda: in qual modo mettete ora in pratica questi vostri insegnamenti? Perché tanto spargimento di sangue tra cristiani e fratelli?».

Durante la prima guerra mondiale, la missione di Toungoo attraversa una grave crisi economica. Non ci sono più risorse, dall’Europa non giunge nulla, le missioni sono costrette a licenziare catechisti, personale insegnante e di servizio, a non prendere più orfani. Le stesse «feste dei monti» annuali, con grande concorso di popolo, nelle quali i poveri cristiani vengono da lontano per incontrarsi e ricevere un messaggio di fede e di coraggio, sono celebrate con difficoltà: scarseggia il denaro per il riso e la carne da mangiare durante il grande pranzo comunitario (senza abbuffata a crepapelle, che senso ha la festa annuale?). Alla festa del 1918, per celebrare i 50 anni della missione di Toungoo, padre Antonio Pirovano, cronista scrupoloso, nota:

«La festa presenta ogni anno un suo aspetto speciale. La festa di quest’anno rimarrà nota per la miseria... Fatte poche eccezioni, non ho visto che facce smunte di missionari, che tradivano lunghe privazioni, patimenti nascosti. Senza essere licenziato in medicina, lo si capisce a colpo d’occhio: questi preti mangiano troppo poco e male. Se chiedete loro spiegazione negano tutto ed hanno il coraggio di sorridere, ma il loro sorriso è una smorfia. Ciò che più mi ha colpito è che questi uomini non protestano, non reclamano, non chiedono per sé, ma il loro pensiero torna ai loro villaggi, agli orfani, ai vecchi, ai catechisti che li guardano come loro padre e madre...
Finito il magro pranzo, veramente magro nonostante la solennità della circostanza, comparve lì, sullo sgangherato tavolaccio, un biglietto minuscolo ma terribile nel contenuto. Quello che da tempo si temeva era avvenuto: la bancarotta della missione di Toungoo. Il bravo procuratore diceva il suo parere circa il metodo da usare:
1) abolire totalmente qualsiasi assegno mensile per i catechisti indigeni;
2) ridurre il viatico dei missionari a 25 rupie al mese (invece di 30) (22).
Alla lettura di quel foglietto si videro facce diventare bianche, altre rosse, a tutti mancò il fiato. Come si può tirare avanti? Anche la pazienza del missionario ha un limite...».

La missione promuove lo sviluppo dell’uomo

Al termine della prima guerra mondiale Toungoo ha 18 missionari, 21.352 cattolici, 263 villaggi cristiani, 258 catechisti, 18 orfanotrofi. L’azione pastorale negli anni venti e trenta è orientata al consolidamento della fede e delle comunità cristiane: ad esempio, i ritiri spirituali di tre giorni nei villaggi più importanti e centrali, aperti a tutti i cristiani, con quattro prediche al giorno, preghiere, cerimonie, ecc. Nel 1928 mons. Sagrada scrive a Milano che l’iniziativa ha incontrato un successo insperato.
Le altre iniziative sono in questa linea: costruzione di chiese in legno, diffusione delle scuole e della letteratura cristiana, cura degli orfani, dei catechisti e dei seminaristi, maggior aiuto alla promozione umana, visite frequenti ai villaggi cristiani. Si moltiplicano le feste e i segni cristiani visibili anche al mondo pagano (ad esempio, ogni missione ha la sua grotta di Lourdes). Dal 1920 al 1940 le chiese di legno passano da 4 a 20, le cappelle da 214 a 307.
Il 12 maggio 1925 Pio XI stacca dal vicariato apostolico della Birmania settentrionale (Mandalay, missioni estere di Parigi) e assegna al vicariato della Birmania orientale (Toungoo) gli «stati shan meridionali» con capitale Taunggyi (23). Il Pime, a nord del territorio già evangelizzato (Toungoo, Pekong e Loikaw, regione dei cariani), ne ottiene un altro con la strada che da Kalaw passa per Taunggyi, Loilem, attraversa il Salween (allora su chiatte) e va a Mongping e Kengtung. Territorio ancora del tutto da esplorare (missionariamente). Lo stesso anno 1925 mons. Sagrada costruisce la prima residenza a Kalaw e vi manda tre suore della Riparazione, che aprono una scuola e un collegio per ragazze.
Memorabile l’impresa di erigere una grande croce sulla cima del monte Dilimikhò, il più alto e centrale della regione cariana (1.800 m.), il 30 ottobre 1933, nell’anno del Giubileo per i 1900 anni dalla Redenzione di Cristo. L’hanno decisa nella loro riunione annuale i capi cariani cristiani ed è portata avanti coralmente da tutto il popolo, ciascun villaggio e ciascuna regione con i propri compiti da svolgere: un’organizzazione creata dai cariani stessi che danno prova delle loro capacità. La croce è alta 22,50 metri, di legno-ferro: divisa in tre travi larghe un piede (29,56 cm.) incastrate l’una nell’altra, con il braccio trasversale di 7 metri. Nella parte superiore della Croce, quattro grandi specchi ben fissati nel legno, in modo che la luce del sole venga rilanciata e la croce sia visibile anche da grande distanza. Il p. Rinaldo Bossi, che ha diretto l’operazione finale, racconta la parte più difficile dell’impresa:

«Avevo dato ordini severi che si facesse assoluto silenzio. Solo io ero autorizzato a dare ordini. Al mio grido, più di 200 braccia alzarono un bel po’ la croce e poi, man mano che davo il tempo, la croce continuava ad alzarsi magnificamente bene. Chi spingeva in su, chi tirava le corde (anche i cariani sanno che bisogna bagnarle). Ognuno faceva il suo lavoro in silenzio. Mancava ancora poco per l’ultimo sforzo, quand’ecco le sei bande musicali, poste ad igienica distanza, si mettono a suonare credendo ormai finita l’operazione. Momento terribile. D’un tratto la croce piegò da una parte e ancora adesso non so perché non si è abbattuta pesantemente su di noi. I cariani dicono che il Signore l’ha presa per la testa e l’ha raddrizzata: dev’essere stato proprio così! Nella confusione che subito si fece, non ci capivamo più e io mi sgolavo inutilmente. Che paura! Successe un pandemonio indescrivibile. Tuttavia, dopo alcuni tentennamenti, la croce fu vista raddrizzarsi e stare immobile, trionfante nel ben cielo azzurro. Intanto che alcuni ne consolidavano la base, successe il finimondo!».

Il segno più bello di quanto le comunità cristiane sono maturate nella fede è la loro fedeltà e coraggio nelle persecuzioni. Anche la Birmania fra le due guerre mondiali non mancava di prove in questo senso. La libertà religiosa era assicurata dall’autorità inglese, ma casi locali di autentica persecuzione non sono mancati. Nel 1928 ad esempio (ma è solo un caso su tanti) il principotto di Dorokhò e di una vasta regione dei cariani,

«con rabbia satanica e implacabile — scrive un missionario — ha giurato di bandire dal suo territorio i catechisti e il missionario stesso. Incominciò col destituire tutti i capi dei villaggi cattolici e mettere al loro posto delle canaglie ligie ai suoi ordini. Cercò di ottenere dalle autorità superiori l’espulsione dei tre migliori catechisti, ma inutilmente. Non si placò e continuò a multare i cattolici per niente, minacciandoli, imprigionandoli e vessandoli in mille modi. Questa continua guerra ai cattolici, considerati come tanti rivoltosi, servì a ridestare nella totalità di essi la fede, per cui i satanici progetti di questo tirannello ottennero lo scopo contrario... Maria intervenne guarendo una bambina di un villaggio battista, che aveva un cancro alla bocca ed era stata data per spacciata dai medici. Andata anche lei alla Grotta di Lourdes della missione, bevve di quell’acqua e guarì in modo misterioso e meraviglioso. Gli echi del ‘‘miracolo’’ fanno cessare la guerra».

Sia mons. Sagrada che il suo successore mons. Alfredo Lanfranconi (nel 1937) si impegnano a fondo nella formazione del clero locale. Sagrada inaugura i nuovi edifici del catechistato il 28 agosto 1928 a Yedashe (iniziato nel 1920 da padre Lanfranconi) e del seminario il 18 gennaio 1934 a Toungoo, con una festa grandiosa a cui partecipano tutte le autorità della regione (che spettacolo la sfilata di una quindicina di auto!) e una massa entusiasta di cristiani venuti da ogni parte. A Toungoo non si era mai visto un fabbricato così imponente e ben fatto (lungo 33 metri, largo 13, alto 11), opera dei fratelli del Pime sotto la direzione di fratel Sandro Crotta. Mons. Lanfranconi durante il suo episcopato (1937-1959) ordina 18 sacerdoti locali, fra i quali due vescovi, mons. Sebastiano Mya Lay suo successore, e mons. Abramo Than, vescovo di Kengtung.
Un’altra opera ammirata da tutti è il lebbrosario di Loilem (a 1.400 metri sul livello del mare), inaugurato nel 1938 col direttore p. Rocco Perego che l’ha diretto fino all’inizio degli anni ottanta (24). Nel 1940 i lebbrosi ospitati erano già 120. Il lebbrosario è un segno importante del lavoro che i missionari hanno svolto e svolgono per la gente più umile e sfortunata. L’annunzio di Cristo, questo vale per tutte le missioni ma in particolare fra i tribali della Birmania, è fatto, più che con prediche, aiutando a rendere più umana la vita dei locali.
Alcuni esempi. In Birmania la seta era importata dalla Cina. Il governo coloniale cercava inutilmente di far attecchire la coltura del baco da seta; ma i birmani, da buoni buddhisti, non ne volevano sapere: non si può far morire la crisalide per poter far evolvere il filo del bozzolo. Fin dall’inizio i missionari caloceriani avviano i cariani a produrre la seta ed a lavorarla (la difficoltà maggiore è stata di far crescere il gelso); per il riso, alimento base dei popoli di Birmania, hanno insegnato a scavare pozzi e canali, la concimazione, la selezione delle sementi, l’aratura e il livellamento del terreno con mezzi adeguati prima di metterci l’acqua. I villaggi cristiani, a poco a poco, sconfiggono la fame e la miseria disumana: le loro risaie producono più di quelle dei non cristiani. Tutti lo vedono.
Tanti i settori nei quali la missione porta il progresso nella regione cariana: artigianato del legno e del ferro, falegnameria, tipografia e formazione di tipografi, scrittura delle lingue locali con l’alfabeto latino e vari segni, fornaci per fare mattoni e tegole, costruzioni in muratura, coltivazione di frutta e verdura, allevamento di animali da cortile, piantagioni di tè e caffè, tessitura con macchine semplici a pedale, taglio e cucito per le donne, norme elementari di igiene e di infermieristica, educazione almeno elementare per tutti, apertura di nuove strade...
Mons. Giovanni Battista Gobbato, vescovo di Taunggyi dal 1961 al 1989, nota il cambiamento di prospettiva avvenuto anche in Birmania:

«I nostri antichi padri non parlavano di ‘‘sviluppo integrale’’, ma predicavano il Vangelo e poi introdussero le piantagioni di caffé, la coltivazione del baco da seta... Le misere catapecchie di bambù furono a poco a poco sostituite con case di legno... Erano così poveri che mangiavano il riso un mese l’anno dopo la mietitura, poi sorgo, granoturco, radici d’albero e... tiravano la cinghia. Ora mangiano riso tutto l’anno, si sono fatte case di legno e anche in muratura... La zona Toungoo-Loikaw (100 km. in linea d’aria) è completamente cristianizzata e più sviluppata di tanti altri villaggi rimasti pagani... Una volta si partiva dal Vangelo e tutto il resto veniva dietro. Ora dicono: si deve cominciare da tutto il resto ed arrivare al Vangelo. Mah! Può anche darsi che ci arrivino, a meno che non si perdano per strada... Ora li abbiamo liberati con ‘‘sviluppo integrale’’. Ma li abbiamo liberati per davvero?» (25).

L’opera preziosa dei fratelli cooperatori

Artefici della promozione umana sono stati soprattutto i fratelli del Pime, in Birmania più numerosi che nelle altre missioni dell'Istituto, con personalità di grande valore. Nei primi tempi della missione i fratelli svolgevano il ruolo di «catechisti»: il loro compito principale era di insegnare il catechismo, data la mancanza di opere in cui esplicare la loro attività professionale. Poi sono venuti i catechisti locali e la missione ha dovuto costruire le sue strutture. Ma, scrive p. Alfredo Cremonesi (futuro martire),

«i nostri fratelli, prima di essere costruttori, tipografi, falegnami, pittori, artisti, sono apostoli. Hanno il medesimo fuoco nostro che li consuma e non solo fanno servire tutte le loro attività per la comune causa apostolica, ma appena possono fanno del vero lavoro missionario. Prima di tutto, alcuni di essi sono a capo di orfanotrofi e di scuole: hanno quindi in mano, insieme al prete con cui lavorano, l’educazione e la formazione delle future generazioni cristiane. Tutti i fratelli poi, nei loro contatti con gli indigeni a ragione dei loro lavori, hanno sempre di mira il vero apostolato. Questo mi preme far notare perché non si pensi che i nostri fratelli siano dei forti e a volte geniali lavoratori, come un qualunque operaio d’Italia, ma non facciano del vero lavoro apostolico».

La relazione di p. Cremonesi continua esaminando il lavoro dei fratelli nei vari campi: tipografia, costruzioni, falegnameria, lavori in ferro, agricoltura, pittura, ecc. Ma importa notare che le grandi personalità dei fratelli in Birmania hanno creato una tradizione, per cui anche i giovani che arrivavano in missione venivano inseriti in questa corrente di lavoro, spiritualità, dedizione, spirito di sacrificio, apostolato. Fra i molti che si potrebbero citare (26), vanno ricordati il tipografo fratel Santo Pezzotta (27) e fratel Pompeo Nasuelli, morto il 24 settembre 1927 a Toungoo dopo 55 anni di missione, di cui mons. Sagrada ha scritto:

«S’intendeva abbastanza di medicine e veniva spesso chiamato per ammalati. Assistette colerosi e vaiolosi e siccome i cariani per paura del contagio li abbandonavano, così egli stesso molte volte seppellì gli appestati. Fu appunto nel curare un ragazzo vaioloso che contrasse lui stesso il vaiolo... Era di una attività sorprendente e sembrava non sentisse il peso di tante e continue fatiche. Era poi di una pietà ammirabile, nessuna cosa valeva a fargli troncare le sue pratiche di pietà. Ultimo a coricarsi, infallibilmente alle 4,30 era in piedi, faceva la sua meditazione, ascoltava la S. Messa ed era l’ultimo ad uscire di chiesa....
Falegname esperto, costruì chiese, cappelle e residenze sui monti cariani ed attese con alacrità alle piantagioni di caffè... Nonostante le molteplici occupazioni, aveva trovato il tempo d’istruirsi, un vero autodidatta, e fin dai primi anni di missione era ricordato come catechista... Conosceva l’inglese, il birmano, il hebà, il ghekù, il sokù, il pré, parlava con tutti facendosi intendere da tutti. Sempre pronto a tutto, c’era un’ora nella quale non lo si poteva trovare in casa. Dalle 17 alle 18 era in ginocchio a fare la sua ora di adorazione quotidiana... Sobrio e mortificato, seppe per 55 anni conservarsi in buona salute nonostante le insidie del clima tropicale. Quando da noi si bisbigliava: ‘‘Pompeo ha preso la sua medicina!’’, si voleva dire che invece di prendere il pasto comune si era fatto preparare una tazza di acqua calda salata, nella quale inzuppava un po’ di pane. Con questo suo regime spartano, il giorno dopo lo si vedeva al lavoro ristabilito».

Un altro fratello va assolutamente ricordato: Felice Tantardini (1898-1991), l’ultimo che ha lavorato in Birmania, del quale l’arcivescovo di Taunggyi sta iniziando la causa di canonizzazione. Si autodefiniva «Il fabbro di Dio» (28). P. Paolo Noè dice di lui (29):

«Era fabbro, ma sapeva fare di tutto: falegname, costruttore, piantava il caffè, curava le risaie, l’orto. Faceva lavori in ferro battuto che erano una meraviglia. Venne una volta un turista austriaco, fece delle foto e restò sbalordito: ‘‘Questo è l’ultimo vero fabbro che esiste!’’ disse. Non stava mai fermo: lavorava e diceva rosari. Anche alla domenica, gli tremavano le mani se non lavorava. Magari metteva in ordine, puliva, preparava il materiale. La sua santità si manifestava nel fatto che pregava molto ed era molto caritatevole. Donava a tutti, prediligeva i preti cariani. Aveva un rispetto enorme per i sacerdoti. Era veramente dedicato a Dio e al prossimo. Si prendeva tutti i lavori, obbediente, silenzioso, con fede, soprattutto quando lo chiamavano i preti. Si sacrificava per gli altri senza tirarsi mai indietro. Poi l’umiltà: non l’ho mai visto offeso, non si sentiva superiore agli altri.... Capiva bene la mentalità della gente, le reazioni, il valore di una persona. Con poche parole dava giudizi precisi. Non solo era un gran lavoratore, ma anche un uomo intelligente.
Aveva una grandissima devozione alla Madonna, che chiamava ‘‘la cara Madonna’’. La ricordava anche nel parlare comune. Diceva un rosario dopo l’altro. Usava il libretto delle preghiere del Pime, una copia tutta consumata; e poi aveva un libretto di preghiere sue, copiate chissà da dove, che sapeva a memoria. Della santità di fratel Felice sono tutti convinti a Taunggyi e anche nelle altre diocesi della Birmania, perché lui aveva lavorato anche con altri vescovi. Mons. Falière, arcivescovo di Mandalay, era cotto di lui: lo chiamava per lavorare ma ancor più per sentirlo raccontare. Si divertiva un mondo per il suo modo di parlare. Fratel Felice era ingenuo, vivace e sapeva bene l’inglese.
Non so se c’è una virtù che fratel Felice non abbia praticato, anche in modo eroico: obbedienza, umiltà, purezza, pietà, mortificazione, carità, delicatezza con le persone. Se poteva fare un favore non si tirava indietro. La sua obbedienza era proverbiale. Io che ero il superiore del Pime in Birmania dovevo stare attento a come parlavo, perché mi prendeva sempre sul serio... P. Ziello diceva: ‘‘Per me fratel Felice ha conservato l’innocenza battesimale’’. È morto a 93 anni!».

A Lashio per raggiungere gli wa tagliatori di teste (1936)

Nel 1927 viene eretta la prefettura apostolica di Kengtung, che si stacca dalla «missione madre» di Toungoo, dalla quale però dipende ancora logisticamente. Nel 1937 Kengtung celebra solennemente il XXV di fondazione della missione. Un bilancio in positivo: circa 12.000 fra battezzati e catecumeni, ma soprattutto occupazione del territorio con una serie di stazioni con missionario residente (e parecchie altre senza): oltre a Kengtung (1912), Mongping (1914) e Monglin (1924), ecco nate in pochi anni: Mongyang (1927) e Mongyong (1928) ai confini con la Cina nella regione degli «wa»; Loimwé (1929) a poca distanza da Kengtung in zona climatica; Mongpyak (1930) fra Kengtung e Monglin in zona lahu; Mongpok (1930) a 50 miglia da Mongping verso nord; Mongsat (1933) a 50 miglia da Mongping verso sud. Inoltre, nella parte nord della prefettura apostolica di Kengtung, con capitale Lashio (oggi diocesi), nel 1936 si è iniziata la prima residenza e chiesa a Namtu e nel 1937 la seconda a Lashio stessa.
Nel 1939, alla vigilia della guerra mondiale, Kengtung presenta queste statistiche: cattolici 6.243, catecumeni 6.969, 12 chiese e 162 cappelle. Missionari del Pime 20, suore di Maria Bambina italiane 27 (indigene 2), 15 seminaristi, 107 catechisti e 14 catechiste. Inoltre, le opere caritative e sociali della missione: scuole elementari (25), scuole medie e superiori (3), ospedali (3, 121 letti), ricoveri per anziani (4, 106 ricoverati), orfanotrofi (19 con 460 bambini e bambine), dispensari medici (17) e un lebbrosario presso Kengtung, con 167 ricoverati.
Due avvenimenti meritano di essere ricordati in questi anni (molti altri dobbiamo tacerli per motivi di spazio!): il primo è la rivolta dei lahu contro l’autorità indigena rappresentata dal «sawbwa » di Kengtung e dai suoi rappresentanti locali. Nel 1928 sorge a Mongsat un «profeta» lahu, dotato di poteri straordinari, che predica una sua religione, raccoglie offerte, distribuisce cariche e fucili, assicurando l’invulnerabilità ai suoi seguaci. In sostanza, è una ribellione dei lahu contro gli shan dominatori e oppressori. Dopo le prime vittorie, i ribelli vengono vinti e dispersi, i loro villaggi incendiati, il profeta stesso, ferito, fatto prigioniero con molti dei suoi. In questa umiliazione collettiva dei lahu, gli unici che si schierano al loro fianco sono i missionari e le suore cattolici, non per approvare la loro ribellione ma per visitarli e curarli in carcere, aiutarli nei villaggi, chiedere la grazia per molti giovani illusi. Il profeta e i suoi comandanti sono colpiti da queste attenzioni, chiedono di diventare catecumeni con le loro famiglie. Vengono impiccati prima del battesimo, ma la conseguenza è che i lahu si orientano alla Chiesa, con buoni frutti nel tempo.
Il secondo fatto riguarda un’altra grande tribù a nord di Kengtung, gli wa («tagliatori di teste»), il cui regno sui monti era ancora avvolto nel mistero. La prima stazione missionaria a Mongping (1914) voleva già essere un passo verso gli wa. Nel 1929 p. Ferdinando Guercilena (vescovo dopo Bonetta nel 1950) tenta l’avventura di una puntata tra gli wa. Ma capita nell’anno della carestia, per poco non muore di fame e riceve un rimprovero scritto dell’autorità inglese perché ha superato i confini dello stato di Kengtung, esportando la «ribellione» fra quelle tribù ignoranti! Ma il progetto di avvicinare gli wa non è dimenticato. Nel 1930 nasce la stazione missionaria di Mongpok, a 1.500 metri sul livello del mare (luogo incantevole!), ai confini con lo stato degli wa, quello di Manglên. La fondano p. Portaluppi e p. Guercilena, che poi rimane come parroco a Mongpok e in pochi anni sviluppa una buona cristianità.
Nell’ottobre 1934 mons. Bonetta e p. Guercilena vanno a Mongpok e, con i debiti permessi, entrano nel regno di Manglên, cioè degli wa (30). Il 12 novembre sono ricevuti a Pangyang, la capitale del regno, dal sawbwa, del quale lodano il palazzotto di legno. Gli chiedono il permesso di entrare stabilmente nel suo regno per fondarvi delle scuole e aiutare il suo popolo. Il re indigeno si lamenta dei suoi wa e spiega che si dividono in due categorie: i ciong più evoluti, sui quali governa, e i veri wa, selvaggi e guerrieri, che ogni tanto scendono dalle montagne a far provviste di teste umane per i loro riti. Il re stesso ha dovuto trasportare la sua capitale da Takut al nord verso Pangyang per stare un po’ tranquillo... Per le scuole, no, grazie, gli wa selvaggi non ne hanno bisogno e certamente non le vogliono: «I miei wa-ciong — dice — sono tutti poveri agricoltori e se mai abbiamo già qui i monaci buddhisti che possono insegnar loro a leggere ed a scrivere».
I due missionari studiano le carte inglesi e decidono di andare a Lashio, capitale degli stati shan settentrionali, da dove potrebbero poi scendere verso la regione degli wa selvaggi. Lashio dipende dal vicario apostolico di Mandalay, ma non è mai stata evangelizzata. Eccoli quindi a Mandalay dal vicario apostolico francese mons. Alberto Falière, che è entusiasta del loro piano e disposto a cedere al Pime quelle sue terre. Bonetta rientra a Kengtung il 12 dicembre 1934. Quasi due anni dopo, il 9 marzo 1936, Propaganda Fide pubblica il decreto col quale affida al Pime il territorio di quella che oggi è la diocesi di Lashio.

In campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale

Nel pieno della fioritura, le due missioni del Pime in Birmania sono travolte della seconda guerra mondiale. Nel 1939 il vicariato apostolico di Toungoo presentava queste statistiche:

Cattolici 21.930 Catecumeni 3.955
Stazioni principali 19 Stazioni secondarie 319
Missionari del Pime 36 Sacerdoti indigeni 8
Fratelli cooperatori 5 Suore italiane 53
Suore indigene 38 Catechisti 283
Seminaristi 22  
Scuole elementari 48 (2.018 alunni e 1.475 alunne) Tipografia 1 (stampa due giornali in cariano)
Scuole medie 9 (203 alunni e 178 alunne) Orfanotrofi 28 (765 orfani e 475 orfane)
Scuole superiori 5 (80 alunni e 72 alunne) Ospedali 2 (25 letti)
Scuole professionali 7 (14 alunni e 98 alunne) Lebbrosario 1 (75 ricoverati)
Scuole catechistiche 86 (786 alunni e 714 alunne) Dispensari 13 (55.669 consultazioni annue)

La prefettura apostolica di Kengtung presentava nel 1939 queste statistiche:

Cattolici 6.243 Catecumeni 6.969
Stazioni principali 17 Stazioni secondarie 72
Chiese 12 Cappelle 162
Missionari (col Pref. ap.) 29  
Suore europee 27 Suore indigene 6
Catechisti 107 Seminaristi 15
Scuole elementari 25 (732 alunni e 383 alunne) Ricoveri per vecchi 4 (106 ricoverati)
Scuole medie e superiori 3 (290 alunni) Ospedali 3 (121 letti)
Orfanotrofi 19 (281 orfani e 269 orfane) Dispensari 17 (161.323 casi curati)
  Lebbrosario 1 (167 lebbrosi ricoverati)

Quando l’Italia entra nella seconda guerra mondiale (giugno 1940) gli inglesi lasciano libere le suore ma internano i missionari italiani: i più giovani nei campi di concentramento in India (una ventina), i più anziani a Kalaw in Birmania, luogo climatico a 1.300 metri sul livello del mare: qui erano concentrati sei di Toungoo e sette di Kengtung, mentre a Toungoo il vescovo e diversi missionari erano riusciti a restare nelle loro sedi. Il peggio viene con l’entrata in guerra del Giappone (dicembre 1941) e l’invasione giapponese della Birmania, nell’aprile 1942. L’Italia era alleata del Giappone e i missionari di Kalaw, liberati, tornano alle loro missioni, trovandole spesso distrutte, con i cristiani dispersi. Il paese è attraversato da militari inglesi e dai loro alleati birmani, e poi da giapponesi, cinesi, siamesi (thailandesi).
Negli ultimi anni di guerra, sotto la dittatura militare giapponese, alcuni missionari, sospettati di essere spie degli inglesi, sono battuti e torturati: mons. Bonetta perde quasi del tutto la vista; fratel Manzinali porta ferite e conseguenze gravi; padre Gerolamo Clerici viene torturato crudelmente, ridotto a pelle e ossa. Non avendo più sue notizie lo si ritiene morto, quando ritorna dopo la guerra appare come un risorto. I siamesi, alleati dei giapponesi, pensano di stabilire il buddhismo anche fra i tribali, iniziando una vera persecuzione contro i cristiani, specialmente contro i catechisti.
Nel dopoguerra ritornano i missionari dall’India e nel 1948 i primi missionari giovani dall’Italia. Tutto è da ricostruire: si riparte quasi da zero. P. Paolo Noè, giunto in Birmania nel 1948, così descrive il suo primo impatto con la missione di Yadò a cui è destinato (31):

«Quando arrivai a Yadò, mia prima destinazione, il mio parroco p. Carlo Delsignore (chiamato ‘‘il canonico di Vercelli’’) mi disse: ‘‘Non impressionarti, tutto è stato bruciato dai giapponesi quindi tutto è nuovo’’. La casa era di legno, sollevata da terra un 30 cm. Una finestra con vetri era inchiodata: non si doveva aprire; il resto... molti sacchi per chiudere i buchi. Il soffitto di assi provvisorie con sopra un tendone per proteggere dalla pioggia. La chiesa fino alle finestre era di blocchi di cemento a secco, il resto di bambù intrecciato, mezzo rosicchiato. Un enorme tetto di paglia lasciava piovere dentro. Pavimento di terra. Niente banchi.
La mia stanza un budello. La porta faceva da parete e sopra la porta mezzo metro vuoto perché passasse l’aria gelida e la pioggia... La finestra di legno non si chiudeva. Chiusi i buchi con sacchi. Mi aspettavo un altro sacco per divisa, invece Delsignore mi diede un paio di calzoni militari per tutti i giorni e un paio di calzoni bianchi per la domenica e le feste... Chi va a vedere oggi quei posti non li trova più. Dove passa il Pime lascia il segno. Case, chiese, conventi, scuole, tutto in muratura. E l’acqua che vien giù dal rubinetto, anche se non corre troppo».

Il 4 gennaio 1948 la Birmania diventa indipendente e quasi subito incomincia la guerriglia separatista delle tribù dei monti contro i birmani e del partito comunista filo-cinese per instaurare un regime maoista. A peggiorare la situazione, i cinesi nazionalisti di Chiang Kaishek, sconfitti in Cina, si ritirano nell’isola di Taiwan, ma alcune divisioni sconfinano in Birmania dove sopravvivono col commercio di oppio, pietre preziose e legni pregiati, creando brigantaggio e guerriglia contro l’esercito nazionale e i comunisti birmani.

Sei martiri negli anni cinquanta (1950-1961)

La Birmania (Myanmar dal maggio 1989) è praticamente in guerra dal 1948, specialmente nelle regioni montane del nord-est, ai confini con la Cina, il Laos e la Thailandia: proprio quelle evangelizzate dal Pime. Negli anni cinquanta, nella situazione di caos del nord-est, dove anche l’esercito nazionale birmano si comporta come truppa d’occupazione, saccheggiando e bruciando villaggi, cinque missionari vengono uccisi. Con loro anche il primo sacerdote locale di Kengtung (32).
1-2) I padri Mario Vergara e Pietro Galastri sono nel villaggio di Shadaw, dove Vergara aveva fondato la nuova stazione missionaria tra i cariani rossi nel 1946, della quale era parroco (33). I ribelli cariani (di religione battista, anti-cattolici) impongono tasse e angariano i villaggi, costringendo i giovani a combattere per loro. Vergara protesta, specialmente dopo che un suo catechista è ucciso dai ribelli. Lo accusano di essere una spia del governo. Il 24 maggio 1950 i due missionari sono arrestati col catechista Isidoro, portati sulla riva del Salween, trucidati e buttati nel fiume. Galastri, arrivato da poco dall’Italia, muore a 32 anni (34).
3) P. Alfredo Cremonesi, ucciso dai militari birmani il 7 febbraio 1953 per il motivo opposto: accusato di favorire i ribelli. Durante un’operazione militare per liberare dalla guerriglia l’area di Donokù, il padre che era a Toungoo è sconsigliato di tornare nella sua parrocchia, ma ci va per essere vicino al suo popolo. I militari sono sconfitti e la loro rabbia si sfoga contro i villaggi cariani, sospettati di essere dalla parte dei ribelli. Padre Alfredo interviene più volte a proteggere il suo popolo. Cade colpito da una raffica di mitra con un suo capo-villaggio.
4) P. Pietro Manghisi apparteneva alla missione di Lashio (diocesi di Kengtung), ai confini con la Cina, dove c’erano continui assalti di soldati irregolari cinesi. I tribali kachin costituiscono loro truppe di difesa dei villaggi. Il 15 febbraio 1953, mentre si reca in jeep sul confine per assistere i militari cattolici, Manghisi cade in un’imboscata dei cinesi e muore con la testa trapassata da varie pallottole. Al miglio 91 della «Burma Road», vicino al confine cinese, una croce bianca con una lapide di marmo richiama ai passanti il martirio di padre Pietro (35).
5) P. Eliodoro Farronato, missionario di Kengtung, nel 1955 era parroco a Mongyong e ritenuto «il miglior linguista della missione». Per ordine del vescovo studia sistematicamente le lingue e compone libri di preghiere, catechismi, traduzioni della Scrittura in shan, lahu, akhà, ikò, khun. Nel settembre 1955 va a Kengtung per completare vari lavori prima di darli alle stampe. Ai primi di dicembre si rimette in cammino verso Mongyong per essere dai suoi cristiani a Natale. Si ferma tre giorni a Mongpyak, a metà strada, nella residenza di p. Elia Cattani perché la strada è pericolosa. Poi, benché sconsigliato di proseguire a causa della guerriglia che infuria, si reca a cavallo nel suo villaggio e vi arriva il 9 dicembre. Ma poco prima di entrare a Mongyong, viene fermato da guerriglieri cinesi, legato e condotto in foresta. Era l’11 dicembre 1955. La sera del 14 viene ritrovato il corpo sepolto a fior di terra, con tre ferite di arma da fuoco.
6) Ai cinque missionari martiri del Pime bisogna aggiungere il p. Stefano Vong, primo sacerdote diocesano di Kengtung, vero martire della fede, sacerdote esemplare e zelante missionario. P. Clemente Vismara, suo grande amico, ne ha scritto la biografia (36). Nella regione di p. Vismara agiva, negli anni cinquanta e sessanta, un bonzo buddhista accanito contro i cattolici, che sobillava la gente e i ribelli, con calunnie, contro i sacerdoti e i loro fedeli. I missionari buddhisti erano impegnati a conquistare la tribù akhà, fra la quale lavorava anche p. Stefano Vong, di origine cinese ma naturalizzato fra gli akhà di cui parlava benissimo la lingua ed era conosciuto e stimato da tutti. Stefano fermò il movimento di conversioni degli akhà al buddhismo, convertendo molti villaggi alla Chiesa. Lo uccisero a fucilate, aspettandolo nel bosco da dove doveva passare, il 10 aprile 1961 mentre stava visitando i villaggi cattolici per far celebrare la Pasqua. Gli tagliarono anche la testa. Aveva 47 anni (37).

Nascita della Chiesa locale e dittatura militare (1962)

Il 1° gennaio 1955 la Santa Sede istituisce la gerarchia ordinaria in Birmania (38): la missione diventa Chiesa locale, le prefetture e i vicariati apostolici diocesi, il comando passa al clero locale. Nel febbraio seguente si celebra a Loikaw il congresso eucaristico diocesano di Toungoo: grande manifestazione di fede a cui partecipa il delegato apostolico mons. Martin Lucas, che visita quasi tutte le missioni della diocesi. In questa visita, il delegato apostolico precede in auto o in portantina, lo segue il vescovo Lanfranconi a cavallo.
Dal 2 al 5 febbraio 1956 si celebra a Rangoon il grandioso congresso eucaristico nazionale, col legato papale card. Valeriano Gracias di Bombay. Il discorso pronunziato dal primo ministro U Nu, fervente buddhista, è stato definito «l’apologia della Chiesa cattolica in Birmania». Ha ringraziato i cattolici e i missionari per vari motivi: lealtà nei confronti del paese, non elemento di divisione ma aiuto alla causa dell’unità e della solidarietà nazionale, nessuna interferenza politica sul governo e il parlamento, servizio disinteressato alla crescita umana del popolo birmano.
Il 26 novembre 1959 muore a Milano (aveva 73 anni), dove era andato pochi mesi prima a curarsi, mons. Alfredo Lanfranconi. Un grande e santo vescovo, artefice della ricostruzione dopo le distruzioni della guerra, che segna il passaggio di Toungoo al clero indigeno. Dopo la morte, assicura il suo biografo, sono giunte notizie di guarigioni miracolose ottenute per sua intercessione (39). La diocesi di Toungoo passa al primo vescovo cariano mons. Sebastiano Mya Lay, mentre si prepara la nuova diocesi di Taunggyi, il cui primo vescovo è mons. Giovanni Battista Gobbato, consacrato da Papa Giovanni XXIII il 21 maggio 1961: il Pime vede riconosciuto il suo lavoro di quasi un secolo a Toungoo e i missionari vanno in un territorio ancora da dissodare, Taunggyi, da cui nascerà la nuova diocesi di Loikaw (14 novembre 1988). Oggi le due diocesi hanno vescovi locali.
A Kengtung il prefetto apostolico mons. Erminio Bonetta muore il 22 febbraio 1949 per incidente stradale: il camion su cui viaggia rompe i freni e si fracassa al termine di una discesa; i sacchi di cui è carico schiacciano il povero vescovo. Anche mons. Bonetta ha lasciato un grande ricordo di missionarietà e di santità (40). Lo sostituisce mons. Ferdinando Guercilena (41), ma nel 1969, dopo un breve viaggio in Italia per un’urgente operazione chirurgica (non possibile in Birmania), non riesce ad ottenere il visto per ritornare, che gli era stato promesso. Il 19 settembre 1972 prende il suo posto mons. Abramo Than, diocesano di Toungoo, nato a Momblò, un tempo parrocchia di padre Paolo Manna.
Da Kengtung si stacca il 20 novembre 1975 la prefettura apostolica di Lashio (diocesi il 7 luglio 1990), affidata ai salesiani birmani. Anche in questa parte della Birmania il Pime ha lavorato bene fra il popolo «kachin», per preparare la diocesi. Vanno ricordati, fra gli ultimi padri, Pietro Calvani, parroco della cattedrale di Lashio e fondatore di varie opere e residenze, che dopo il 1975 si è spostato a Taunggyi (è morto l’11 settembre 1985); e poi i padri Igino Zuliani (42) e i «giovani» del dopoguerra, che hanno fondato varie residenze sui monti: Giovanni Deledda (morto il 28 luglio 1950 a 33 anni, un anno dopo il suo arrivo in Birmania), Francesco Locatelli, Giorgio Granziero, Innocente Bentoglio, Adriano Cadei, tutti espulsi nel 1966. Anche nella zona di Kengtung vengono espulsi nel 1966 i missionari più giovani entrati dopo il 1948: i padri Badiali Rizieri, Valentino Rusconi, Orlando Rocca, Giovanni Zimbaldi, Aldo Vinci, Mario Meda e Angelo Campagnoli.
Nel tempo dell’episcopato di mons. Guercilena, la Chiesa di Kengtung ha avuto due linee di espansione: il settore di Lashio fra i kachin (molto distante da Kengtung), dove si sono fondati nuovi distretti a Kutkai, Loikham, Kiangkwe, Hsemwi, Hsungan e Tangyan (si è preparata la nuova diocesi di Lashio nata nel 1975); e il rinnovato tentativo di arrivare agli wa, partendo da Manhpang (dal nord, dov’era p. Igino Zuliani) e da Mongpok e Mongyang (dal sud). Ma la guerriglia degli wa e del partito comunista birmano contro il governo di Rangoon invade i territori delle ultime due ultime parrocchie: i padri Grazioso Banfi e Graziano Gerosa debbono ritirarsi vedendo distrutto tutto il loro lavoro (43).
Dopo l’indipendenza, la situazione in Birmania peggiora continuamente a causa delle varie guerriglie separatiste (solo il 72% sono birmani, gli altri appartengono a etnie diverse), per la guerra del BCP (Burmese Communist Party) sostenuto dalla Cina e dei cinesi nazio
nalisti sconfinati in Birmania. Nel 1958 il generale Ne Win riceve pieni poteri dal governo per ristabilire l’ordine. Il 2 marzo 1962 lo stesso generale compie un colpo di stato dando inizio alla più lunga e una delle più crudeli dittature del mondo intero: il «socialismo birmano»  ancor oggi al potere. Subito nazionalizza tutte le attività economiche ed educative: banche, commerci, terre, giornali, scuole, ospedali. I suoi modelli sono la Russia sovietica e la Cina maoista. In un paese profondamente religioso e buddhista all’80%, lascia però libertà religiosa; anzi definisce il suo regime «la via birmana al socialismo», cioè di ispirazione buddhista: ma la realtà è esattamente l’opposto del buddhismo tollerante e pacifico!

L’opera di mons. Giovanni Battista Gobbato (1961-1989)

Nel 1966 Ne Win espelle dal paese tutti gli stranieri entrati in Birmania dopo l’indipendenza (1948): anche 234 missionari e suore (18 protestanti), fra i quali 19 del Pime (44). Ne rimangono 31, fra Taunggyi, Toungoo e Kengtung. Alcuni fra gli anziani, usciti in seguito dalla Birmania per motivi di salute (es. un’operazione chirurgica urgente), non possono più rientrare. Due i casi più clamorosi: il vescovo di Kengtung, mons. Ferdinando Guercilena, che deve rinunziare alla diocesi; e il p. Cesare Colombo, medico chirurgo e specialista  della lebbra, fondatore nel 1936 e direttore del lebbrosario di Kengtung, per il ritorno del quale si muovono le autorità locali di Kengtung, ministri e personalità birmane, ma senza successo. Padre Cesare lascia un lebbrosario con 1.200 lebbrosi e 450 bambini sani, figli di lebbrosi (45). Alla sua partenza, nel Natale 1966, scene strazianti. Un lebbroso dichiara piangendo:

«Ringrazio il Signore che mi ha dato la lebbra perché ho potuto conoscere uno come te. Vorrei morire mentre tu, padre Cesare, sei ancora qui con noi» (46).

Mons. Gobbato guida il lavoro missionario a Taunggyi dal 1961 al 1989, all’inizio con una quindicina di missionari del Pime (47) e una dozzina di sacerdoti locali (48). La nuova diocesi si sviluppa soprattutto nello stato  di Kayah intorno a Loikaw (150 km. a sud-est di Taunggyi), che nel 1988 si stacca e diventa diocesi a sua volta con il vescovo mons. Sotero Phamo Thein Myint. Lo stato di Kayah è oggi la zona più cristianizzata della Birmania (49): nella diocesi di Loikaw i cattolici sono 54.757 su 316.400 abitanti, con 64 sacerdoti locali e tre missionari del Pime. Il movimento di conversioni è sempre vivace.
Mons. Gobbato visitava molto le parrocchie e i villaggi ed ha sviluppato le stazioni missionarie di Han-Ho, Santa Maria Bikan, Mobyé, Mosaw (Musho), Phruso, residenza fondata da padre Galbusera nel 1948: allora era un piccolo villaggio, oggi è una cittadina; Gobbato ha fondato le nuove residenze di Mobyé, Namekon e Payaphju, vicino a Taunggyi, dove ha istituito il «Cottolengo», con diverse case per handicappati, orfani e vecchi abbandonati: è diventato il centro di irradiazione della carità cristiana, che suscita ammirazione nel popolo e nelle autorità.
Soprattutto, mons. Gobbato ha curato la formazione del clero, costruendo, dopo quello di Taunggyi, il nuovo seminario a Loikaw nel 1985; ha dato grande impulso all’Azione Cattolica, riorganizzata con centro a Loikaw e diffusa in tutte le parrocchie, facendola riconoscere dal governo come associazione laicale, in modo da avere una voce ufficiale del popolo cristiano per difendere la Chiesa da angherie e ingiustizie (numerose e gravi soprattutto nello stato di Kayah). Ogni anno l’Azione cattolica celebra il suo congresso diocesano, con rappresentanti di tutte le parrocchie.
La vigorosa crescita anche numerica della comunità cristiana ha portato ad una assunzione di responsabilità da parte dei laici. In passato il laico impegnato era il catechista. I catechisti della missione di Toungoo erano famosi in tutta la Birmania per il loro spirito missionario e venivano richiesti anche in altre missioni: bastava dire che erano stati formati alla scuola di p. Lanfranconi e questo era già una garanzia. Oggi i cattolici hanno una schiera di persone preparate, altolocate, influenti nella società birmana; basti citare il presidente dello stato di Kayah, Aniceto U A Mya Lay, fratello del vescovo Sebastiano di Toungoo, morto nel 1983 a 75 anni: ha esercitato un grande e positivo influsso sullo sviluppo del suo popolo.
A Taunggyi ed a Loikaw, per opera di mons. Mattia, ausiliare del vescovo Gobbato, sono nati gli «zetaman» (piccoli apostoli), che p. Paolo Noè così descrive (50):

«L’apostolato diretto è esercitato, oltre che dal clero, dagli e dalle zetaman, piccoli/e evangelizzatori- vangelizzatrici. Sono generalmente buone ragazze e alcuni giovani, con una cultura molto modesta, ma ora si mira all’Università, alle dipendenze del vescovo e vanno due a due nei villaggi pagani e anche cristiani. Fanno scuola, curano i malati e vivono con la gente e per la gente, che fornisce solo cibo, mentre la diocesi dà un po’ di aiuto. Non hanno voti, solo la promessa di lavorare per un anno e poi tornano alla base per un mese; se si innamorano, restano libere di far famiglia dove vogliono. Fanno tutto per amore di Dio e si sentono realizzate più che nel loro villaggio, contente di far parte dell’esercito di Cristo in prima linea. Alcune sono morte, per malaria o altro, dando esempio di fede eroica. Mentre preti e suore appaiono modelli inimitabili, che fanno un po’ paura, le zetaman, senza divisa speciale, senza pretese, appaiono più vicine alla gente e più imitabili».

Gli wa tagliatori di teste: da comunisti a cattolici

Mons. Abramo Than, Vescovo di Kengtung, racconta (51):

«Otto anni fa è incominciato nel nord della mia diocesi un movimento di conversioni. Nella zona n. 4 di Nam Pan nel 1990, nella zona di Mong La nel 1994; nella zona n. 2 l’anno scorso. Ci chiamano i capi dei villaggi, andiamo solo dove ci chiamano, in villaggi pagani, non in villaggi battisti o buddhisti. Adesso ci chiamano anche in questi, facciamo difficoltà, ma se ci chiamano due-tre volte, andiamo. I cattolici là sul posto sono pochi: ma loro vedono come preghiamo, come viviamo e vengono a dire: ‘‘Noi comprendiamo che la vostra è la vera religione e anche noi vogliamo convertirci’’.
Un capo pagano mi ha detto che nel 2000 ‘‘tutti noi saremo cattolici’’. In principio le autorità politiche hanno fatto difficoltà e hanno mandato via i nostri ‘‘piccoli apostoli’’ (‘‘zetaman’’): laici e laiche che si consacrano all’apostolato, mettendosi a disposizione del vescovo e vengono mandati dove è necessario. Hanno uno spirito veramente apostolico e missionario. Io ero in Italia in quel tempo, ma quando sono ritornato ho parlato con le autorità e non hanno più detto niente. Hanno capito che la gente viene liberamente, è contenta e noi li aiutiamo.
Attribuisco questo movimento di conversioni alla santità e alle preghiere di p. Vismara, come degli altri missionari del Pime. Voi del Pime avete seminato bene a Kengtung e noi raccogliamo. Le conversioni vengono proprio nelle zone tenute dai vostri missionari: Mongpok, Mongyang: Banfi, Gerosa, Zimbaldi, i due Farronato... sono i frutti del loro lavoro, sotto l’influsso dello Spirito Santo. Non so spiegare diversamente queste conversioni che con l’intervento dello Spirito Santo, perché in quelle zone i pagani appartengono alla tribù degli wa e sono sempre stati contrari e impenetrabili: oggi improvvisamente, in pochi anni, tutto si muove e si aprono alla fede. Nella zona n. 4 abbiamo costruito cinque cappelle, tre conventi di suore e adesso facciamo il centro pastorale a Nam Pan: i nuovi cristiani lo vogliono per avere un centro con la casa del prete e la casa delle suore, orfanotrofio, poi salone e sale di incontri e la chiesa. Abbiamo già cominciato a costruire: la chiesa verrà per ultima».

Alla chiusura del processo per la canonizzazione di p. Vismara ad Agrate (17 ottobre 1998), con il vescovo Abramo Than è venuta in Italia una delegazione di 14 rappresentanti della diocesi di Kengtung, fra i quali il maggiore U Tin Shwe, uno dei capi militari della regione nord della Birmania dove si manifesta questo movimento di conversioni. Pur essendo ancora pagano, ha fatto in modo che i capi della zona invitassero gli «zetaman» e poi il vescovo e li ha aiutati a costruire una chiesa in zona di frontiera con la Cina. Ecco la sua  testimonianza (52):

«Noi eravamo comunisti, anch’io credevo nel comunismo e appartenevo al partito comunista birmano. Ma poi ci ha delusi, non ha mai fatto nulla per il popolo. Crollato il partito e la speranza nel comunismo, come molti altri mi sono orientato verso la Chiesa cattolica, che in queste parti ha sempre dato testimonianza di interessarsi del popolo. Sono venuto volentieri in Italia nel paese di padre Clemente Vismara, che sebbene non abbia mai lavorato nella nostra regione, oggi è conosciuto anche da noi come protettore dei bambini e dei poveri».

«Date al nostro clero il vostro spirito missionario»

Dal 1988 in Birmania comanda lo Slorc («Consiglio per la restaurazione dell’ordine e della democrazia», la giunta militare) che reprime ogni dissenso: il 27 maggio 1990 tenta di farsi autenticare dal popolo con le elezioni, ma l’82% dei votanti scelgono la LND (Lega nazionale per la democrazia), guidata dalla carismatica signora Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991, ora agli arresti domiciliari. Dopo la caduta del muro di Berlino (1989), il regime socialista birmano ha seguito l’esempio della Cina, del Vietnam e di Cuba: liberalizzazione economica e commerciale, ma dittatura ideologica e poliziesca ancor più severa di prima.
Il Pime ha rifiutato l’ipotesi di ritirare dalla Birmania i propri missionari, pur anziani e bisognosi di cure: chi ha potuto, ha resistito fino all’ultimo nella sua missione, preferendo essere sepolto fra i suoi cristiani che tornare in Italia. Man mano che la dittatura diventava più pesante, la loro testimonianza ha commosso la Chiesa birmana e s’è fatta strada anche nell’Istituto l’idea che il nostro compito in Birmania non finisce con la graduale scomparsa dei nostri missionari.
Rimangono sul posto, con spirito di sacrificio e perché richiesti dai vescovi e dalla gente, come testimoni della Chiesa universale. Nel 1989, in preparazione all’assemblea generale del Pime, i missionari in Birmania chiedono ai loro vescovi e sacerdoti se debbono ritirarsi in Italia oppure restare: e in caso di risposta positiva, quale può essere oggi il ruolo del Pime nella Chiesa birmana? Le risposte ricevute li hanno consolati:

«Voi dovete aiutarci a dare al nostro clero e ai nostri cristiani lo spirito missionario vivo, com’è il vostro e quello della tradizione del Pime».

È nata l’idea che i preti birmani possano fare un’esperienza missionaria all’estero, come «associati» al Pime. Per preparare questo servizio alla Chiesa birmana, l’Istituto ha deciso di organizzare un periodo di formazione missionaria per preti, religiose e laici asiatici, desiderosi di approfondire il loro spirito missionario: non con corsi accademici, ma con una convivenza che unisca preghiera, esperienza diretta sul campo e studio. È sorto così nel 1992 l’«Euntes Asian Center» di Zamboanga (Filippine), dove sono già passati diversi sacerdoti, suore e laici birmani (vedi il cap. XXI).
Nel 1997 un passo avanti in questa direzione. Il vescovo di Vanimo in Papua Nuova Guinea, mons. Cesare Bonivento del Pime, visita la Birmania e chiede al vescovo di Loikaw, mons. Sotero, che ha numerose vocazioni al sacerdozio, di mandargli alcuni dei suoi preti perché Vanimo è quasi priva di clero locale. Mons. Sotero, d’accordo col superiore generale del Pime, ha mandato quattro suoi chierici di teologia a studiare nel seminario teologico dell’Istituto a Monza, destinandoli come missionari in aiuto a mons. Bonivento. Questi giovani studiano in Italia, sono ben inseriti nel seminario del Pime e nella tradizione dell’Istituto. Negli ultimi anni, da quando il governo ha concesso permessi di permanenza più lunghi dei sette giorni, i vescovi di Birmania hanno invitato padri del Pime dall’Italia o dalla Thailandia (Vito Del Prete, Amedeo Barbieri, Adriano Cadei, Adriano Pelosin, Angelo Lazzarotto, Luigi Pinos, Piergiacomo Urbani) per corsi, esercizi, lezioni al loro clero, sia nel seminario nazionale di Rangoon (per gli studenti di teologia) che nelle diocesi in cui l’Istituto ha lavorato (53).

Giuseppe Fasoli: 96 anni, 72 in Birmania (1902-1998)

La gloriosa epopea dei missionari del Pime in Birmania (Myanmar) sta volgendo al termine. Il 14 novembre 1998 è morto p. Giuseppe Fasoli: aveva 96 anni, 72 dei quali trascorsi in Birmania: è quello che vi ha trascorso più anni (54). Nato a S. Stefano Lodigiano il 30 agosto 1902, ordinato sacerdote nel 1925, era partito l’anno stesso per la Birmania, dov’è rimasto fino alla morte. Tornò una volta in Italia, dal 1950 al 1952, rettore del seminario minore che l’Istituto aveva aperto a Vigarolo (Lodi).
Il suo funerale è stato definito «trionfale»: migliaia di fedeli e devoti da tutte le regioni dello stato di Kayah, presenti anche tanti pagani, suoi amici e beneficati. Ha esercitato il suo ministero sempre tra i Kayan. Prima ad Hoari fino al 1950, poi, di ritorno dall’Italia nel 1952, a Santa Maria Bikan, nuova parrocchia staccata da Hoari. Dei Kayan conosceva bene lingua, costumi, storia, proverbi. Era un’enciclopedia vivente di questa etnia. Durante la guerra mondiale subì le angherie dei giapponesi e nel dopoguerra le lotte fratricide della sua gente, una parte della quale parteggiava per il governo centrale, l’altra per i ribelli. Minacciato più volte di morte per la sua dirittura morale, riuscì a riconciliare e unificare le parti in conflitto in vari villaggi della sua parrocchia.
Ad Hoari costruì le strutture della missione e portò alla fede molti villaggi. Passato a Santa Maria Bikan nel 1952, vi è rimasto come parroco fino al 1994, quando diventa aiutante di un giovane sacerdote locale, Leone Larai. Padre Mattarucco scrive di lui:

«Durante i 40 anni come parroco a Santa Maria ha avuto tanti assistenti, che non erano in grado di stargli dietro, di sostenere il suo zelo focoso e anche il suo carattere alquanto impaziente. Col passare degli anni infatti, invece di rallentare il suo ardore apostolico, padre Fasoli lo riaccendeva sempre più. All’inizio abitava in una casa di legno, poi ha costruito una bella chiesa e molti fabbricati, tutti in muratura, così da fare di Santa Maria la parrocchia più attrezzata della diocesi».

Il vescovo mons. G.B. Gobbato così ricorda p. Fasoli:

«Dal 1946 al 1949 fui con lui ad Hoari e imparai molto. Si alzava alle 4 e restava in chiesa fino alle 6. Cominciava la giornata col catechismo ai ragazzi e, quando questi andavano a scuola, lui andava all’ospedaletto che aveva costruito. Aveva la fama di buon dottore: ne guarì tanti, cristiani e non cristiani. Visitava i villaggi regolarmente ogni 3-4 mesi. Era di carattere forte e alle volte perdeva la pazienza. Diceva: ‘‘Ne ho così tanta che alle volte mi scappa’’. Tutti gli volevano bene per la sua grande carità. Conosceva la lingua cariana-kayan meglio di tutti i padri italiani. Sapeva trattare con la gente e ‘‘perdere tempo’’ con loro com’è costume di qui. Era entrato nella mentalità cariana».

Nel 1995 p. Fasoli celebra il suo 70o anniversario di sacerdozio e di missione e il sindaco del suo paese natale di Santo Stefano Lodigiano consegna a padre Paolo Noè, superiore regionale del Pime in Birmania, un premio per padre Giuseppe, cittadino illustre. Ecco cosa padre Luigi Clarini scriveva dalla Birmania:

«Dal 18 al 20 marzo (1995) si sono svolti a Santa Maria Bikan grandi festeggiamenti per padre Giuseppe. Nella nostra zona è conosciutissimo. Erano presenti i nostri vescovi Mattia e Gobbato, una ventina di preti, molte suore e circa 4.000 fedeli. Dopo la messa, la gente dei villaggi che regolarmente egli visita sono venuti a fargli festa con canti, suoni di bande, discorsi augurali. Il suo distretto di Santa Maria funziona benissimo: non solo ha fatto costruire la chiesa, la casa parrocchiale, il convento ed anche un piccolo ospedale con venti letti, ma mantiene circa 200 alunni poveri che manda alla scuola governativa. Lui pensa ad alloggiarli, vestirli, nutrirli. Ha raccolto attorno a sé anche tanti piccoli orfani. Nessun missionario del Pime ha festeggiato i 70 anni di permanenza in Birmania e nessuno sa di che giubileo si tratta. Io l’ho definito di platino. Invece padre Noè lo chiama giubileo di cemento armato. Padre Giuseppe ha 93 anni. Qui gli vogliamo tutti bene e lui aspetta con fiducia che il Signore venga a prenderlo. Ma tipi forti come lui ce ne sono pochi e può durare ancora per parecchi anni». È morto che ne aveva 96.

«Un prete che dorme così bene è adatto a fare il vescovo»

Con la morte di mons. Giovanni Battista Gobbato (6 agosto 1999), in Birmania sono rimasti quattro padri del Pime: Angelo Di Meo in diocesi di Taunggyi; Luigi Galbusera, Paolo Noè e Igino Mattarucco a Loikaw (55). Per dare un’idea della stima di cui godeva mons. Gobbato, basti questo esempio: dopo che la dittatura militar-socialista rifiutava nel 1969 il permesso di rientro a mons. Ferdinando Guercilena (vescovo di Kengtung, venuto in Italia per motivi di salute), Gobbato, vescovo di Taunggyi dal 1961, chiede alla Santa Sede di affidare la sua diocesi ad un birmano.
Ma la conferenza episcopale rifiuta questo cambio, dichiarando di volere Gobbato: un fatto straordinario! Solo nel dicembre 1989, a 77 anni, il vescovo italiano ha potuto mettersi a riposo e affidare la diocesi al suo vescovo ausiliare (che lui stesso aveva scelto nel 1979), mons. Matthias U Shwe. In seguito, per dieci anni, mons. Gobbato si ritira nel lebbrosario di Loilem (80 km. da Taunggyi), come cappellano dei lebbrosi. Ma non poteva stare in permanenza a Loilem, perché la residenza fissata per lui dal governo era a Taunggyi: allora, armato di pazienza, restava 15 giorni nel lebbrosario, poi tornava a Taunggyi per qualche giorno e l’autorità governativa gli concedeva di nuovo il permesso di altri 15 giorni nel lebbrosario; così avanti e indietro, per dieci anni, per non abbandonare i lebbrosi e obbedire al governo (altrimenti l’avrebbero espulso!).
Nato a Sernaglia della Battaglia (Treviso) il 16 maggio 1912, Giovanni Battista Gobbato entra nel Pime nel 1926, proveniente dal seminario diocesano di Vittorio Veneto. Sacerdote nel 1934, il 9 agosto 1935 parte per la missione di Toungoo in Birmania. In campo di concentramento in India durante la guerra mondiale, nel 1946 ritorna in Birmania dov’è parroco ad Hoari. Eletto superiore regionale del Pime nel 1958, il 21 maggio 1961 Papa Giovanni XXIII lo consacra vescovo della nuova diocesi di Taunggyi, mentre quella di Toungoo viene affidata a mons. Sebastiano Mya Lai.
Mons. Gobbato ha fondato due diocesi: Taunggyi, di cui è vescovo dal 1961 al 1989, e Loikaw che nasce da Taunggyi il 14 novembre 1988. Va notato che proprio Loikaw, capitale dello stato di Kayah (la Birmania è una unione di stati federati), è la parte più cristianizzata del paese: i cattolici infatti sono il 20% della popolazione (55.000 su 300.000 abitanti), mentre nel resto del paese sono circa l’1,5% (600.000 su 42 milioni).
Mons. Gobbato era un carattere cordiale, aperto, alieno dal darsi qualsiasi importanza. In lui si univano zelo missionario e una grande semplicità e serenità. Padre Carlo Delsignore raccontava: pochi anni prima che Gobbato fosse consacrato vescovo, era andato a trovarlo nella sua parrocchia fra i padaung, proprio mentre infuriava la guerra civile e si verificavano assalti alle missioni, attentati per le strade, furti e brigantaggi, ecc. I missionari, in pericolo, vivevano in una continua tensione. Era pomeriggio e Delsignore pensa di trovare Gobbato in chiesa a pregare: lo trova in chiesa, ma stava dormendo di gusto. Diceva poi ai confratelli:

«Un  prete che in questa situazione è capace di dormire così bene è proprio adatto a fare il vescovo».

È stato un esempio per lo spirito di preghiera e di sacrificio. Ha fatto una decina di visite pastorali alla diocesi di Taunggyi (1962, 1967, 1971, 1976...), con regioni ancora quasi inesplorate: circa 84.000 chilometri quadrati, più o meno come Piemonte, Liguria, Emilia, Lombardia e Veneto! Ogni visita pastorale gli costava un grandissimo sforzo fisico, perché andava non solo nei centri dei distretti missionari, ma anche nei villaggi fin dove era possibile, a piedi o a cavallo.
Nel 1968 Gobbato ordina i primi due sacerdoti della diocesi di Taunggyi: con la media di due nuovi sacerdoti l’anno, nel 1973 Taunggyi riesce a rimpiazzare i missionari italiani espulsi nel 1966 dal governo. Ma intanto la popolazione è cresciuta. Però da quell’anno le vocazioni sacerdotali e religiose sono cresciute continuamente, come i battezzati. Quando Gobbato diventa vescovo di Taunggyi (1962), la diocesi ha 25 missionari del Pime, 11 preti locali e 30.000 battezzati. Quando si ritira dal comando della diocesi (1989), Taunggyi e Loikaw hanno 7 missionari del Pime, ma 80 sacerdoti birmani e circa 90.000 battezzati. Il movimento di conversioni è sempre vivace.
Il superiore generale p. Franco Cagnasso, che è stato parecchie volte in Birmania ed ha ancora incontrato mons. Gobbato nel dicembre 1998, nell’omelia funebre a Roma (23 settembre 1999) ha detto fra l’altro:

«Dopo l’espulsione dei missionari più giovani nel 1966, i nostri in Birmania hanno deciso di restare, con pochissimo clero locale e la palese ostilità del governo e dei funzionari: arroganza di esercito e polizia, terre portate via (oltre a scuole ed ospedali), burocrazia asfissiante, lettere controllate, paura a parlare... Che pena vedere questi missionari anziani e venerandi trattati come scolaretti!
Eppure sono rimasti 34 anni in questa situazione. Gobbato diceva solo: ‘‘Bisogna avere pazienza!’’. Il governo non ha nazionalizzato il lebbrosario di Loilem, né la casa da Gobbato voluta a tutti i costi a Payaphju, come segno d’amore, rifugio di handicappati d’ogni tipo, anche molto gravi. Incombente sul luogo una grande caserma, col rischio continuo che portino via altre terre. Mons. Gobbato diceva: ‘‘È la barriera della carità contro le prepotenze. Eppure fanno i cattivi, ma poi mandano le loro mogli a portare offerte, cibo, vestiti... Pian piano qualcosa passa!’’. E citava il brano del Vangelo: ‘‘A chi ti percuote su una guancia porgi anche l’altra, a chi ti leva il mantello non rifiutare la tunica’’.
Questo il più evidente tratto spirituale di Gobbato, sostenuto da una personalità simpatica, aperta, serena. Natura e grazia ben unite lo rendevano piacevole e saggio, allegro (quante risate nel dicembre scorso!) e ricco di interessi: apostolici anzitutto, ma anche culturali di ogni tipo (all’ambasciata italiana scriveva: «Mandateci pure la rivista ‘‘Il Carabiniere’’, ma anche qualcos’altro da leggere!»). Si appassionava alle ricerche sulla lebbra, come diagnosticarla e curarla. Un bel carattere sorretto dalla grazia e dalla preghiera. Al mattino si alzava prestissimo e durante il giorno era sempre in attività.
Ha fatto un lavoro enorme, fondando in pratica due diocesi, Taunggyi e Loikaw. Una passione per l’annunzio e per accompagnare i catecumeni al battesimo, ma senza fanatismi, pronto a riconoscere il bene ovunque esisteva. Ricordo la sua commozione e la preghiera per la dottoressa buddhista di Rangoon e le infermiere anch’esse buddhiste che l’avevano curato a Bangkok.
Ha saputo ritirarsi a Loilem per non fare ombra al successore, consapevole che ‘‘ormai siamo inutili’’ e grato perché ‘‘ancora ci accettano’’. Voleva rendersi utile non invadendo il campo altrui, ma offrendo con semplicità ciò che ancora poteva dare: presenza, affetto, consigli, preghiera, sofferenza. Un lungo tramonto che ha lasciato una traccia: al Sinodo per l’Asia a Roma (aprile 1999) un padre sinodale ha fatto il suo nome come esempio di ciò che serve all’Asia: uomini semplici, saggi, di profonda vita spirituale.
Interceda per il Myanmar, per la Chiesa locale e per la sua maturazione missionaria con il Pime, da lui tanto desiderata negli ultimi tempi».

Negli ultimi anni della sua vita, mons. Gobbato scrive diverse lettere per chiedere la causa di canonizzazione di fratel Felice Tantardini (1898-1991). Al superiore generale del Pime scriveva nel marzo del 1993):

«Qui da noi abbiamo figure di veri santi, ad esempio mons. Alfredo Lanfranconi, che è la persona più santa che ho incontrato nella mia vita. In più abbiamo un santo con il martello in mano! Fratel Felice Tantardini, che fu un vero santo da mettersi sugli altari. Nessuno ha mai avuto niente da dire su di lui, sotto tutti gli aspetti. Mons. Mattia sarebbe del parere di tentare la causa di canonizzazione, dato che ci sono ancora tanti testimoni viventi, oltre a noi del Pime.
Era ammirabile e direi impeccabile sotto tutti gli aspetti. Praticò la virtù dell’obbedienza in modo eroico e tuttavia con semplicità e senza farsi nessuna posa. La carità non la praticava, la viveva! La povertà semplicemente la ‘‘beveva’’. La castità fino allo scrupolo e tutto con una semplicità e naturalezza da sbalordire.
Secondo me fratel Felice merita considerazione anche per offrire alla Chiesa un esempio di santo non prete, un laico vero e proprio, amato e stimato e conosciuto più del vescovo. I birmani pagani e musulmani erano i suoi amici e per lui erano disposti a dare qualsiasi cosa...».

 

 

NOTE

[1] Sul problema dei confini della «Birmania orientale» si veda TRAGELLA, op.cit., II vol. pagg. 12-13, 373-374; III vol. pagg. 131-132, 291; BRAMBILLA, op. cit. pagg. 19-21, 421-422, 622-628.
[2] ADAMO PIETRO BRIOSCHI, «Un apostolo di due continenti, Mons. Eugenio Biffi», Alfieri & Lacroix, Milano 1912, pagg. 502. LEONILDA UBOLDI, «Un apostolo di due continenti, Mons. Eugenio Biffi», Pime, Milano 1947, pagg. 99-234.
[3] Cariani è la dizione italiana; «karen» quella inglese; «kayan» (o «kaya» o «koyo») è come i cariani stessi si chiamano: termine che significa anche «uomo». È comune nelle tribù che vivono in epoca preistorica e senza molti contatti con l’esterno, credersi i veri «uomini» (gli eschimesi si chiamano «inuit», cioè «uomo»).
[4] La Lettera papale (BRAMBILLA, op. cit., pagg. 45-46) è una lunga e accorata manifestazione dei sentimenti di Pio IX il 22 ottobre 1871. Il Papa ringrazia per «il dolore da voi concepito per la guerra fatta alla nostra Santissima religione da uomini empi e per le ingiurie fatte a questa Cattedra di Pietro, che vessano e opprimono affine di distruggerla... Confidate o figli, né le porte dell’inferno, né l’umana malizia potranno diroccare l’edificio fondato dalla mano di Dio; né dal celeste suo Autore si preparerà ora alla Chiesa una vittoria meno luminosa delle altre, onde per diciannove secoli la illustrò...».
[5] Mons. G.B. GOBBATO scrive (lettera a p. Gheddo dell’11 aprile 1999): «In passato, liti e guerra erano come il pane, cioè endemiche tra villaggio e
villaggio, tra clan e clan».
[6] Si veda il capitolo XIV.
[7] Per dare un’idea della difficoltà di trovare questi villaggetti nella foresta birmana priva di strade e di indicazioni, mons. Gobbato racconta in una sua lettera a p. Gheddo (11 aprile 1999): «Un padre, andando a Matalehò, smarrì il sentiero a due miglia dal villaggio e dopo due o tre giorni stava per sgozzare il suo cavallo per berne il sangue!».
[8] Lettera dell’11 aprile 1999 già citata.
[9] La vita di Rocco Tornatore è un’avventura degna di essere scritta. Viaggiatore ed esploratore infaticabile, muore a cavallo a 78 anni, dopo 40 di missione. E pensare che, giovane seminarista nella sua diocesi di Mondovì (Cuneo), era stato licenziato dal seminario diocesano per scarsa salute. Accettato al seminario lombardo delle missioni estere, anche i nuovi superiori vogliono mandarlo a casa perché malaticcio. Rocco si butta in ginocchio e implora: «Vi supplico di farmi prete e di mandarmi in missione. La mia salute non vi darà più nessun fastidio».
[10] «Rangoon Times», 15 febbraio 1895.
[11] FERDINANDO GERMANI, «P. Paolo Manna — Vol. I, Da Avellino alla Birmania (1872-1907)», Pime, Napoli 1989, pagg. 446 (sulla Birmania da pag. 101 a pag. 419).
[12] Nato a Borghetto Lodigiano nel 1860, partito per la Birmania nel 1884, dopo 25 anni di lavoro sui monti fra i cariani, è consacrato vescovo nella cattedrale di Toungoo il 24 gennaio 1909. CARLO SALVADERI, «Tra i cariani della Birmania », Pime, Milano 1964, pagg. 310.
[13] Lettera dell’11 aprile 1999 citata.
[14] G.B. TRAGELLA, «Frontiere d’Asia illuminate, La missione di Kengtung, 1912-1937», Pime, Milano 1938, pagg. 364.
[15] «Le Missioni Cattoliche», 1914, pagg. 346 segg. Si veda: GIUSEPPE MAGANZA, «Kengtung, 60 anni fra i monti della Birmania, Profilo biografico di
p. Francesco Portaluppi», Pime, Milano 1975, pagg. 179.
[16] PIETRO MASSA, «Luce nella foresta birmana, Cenni biografici di p. Luigi Cambiaso», Pime, Milano 1970, pagg. 44.
[17] La «Storia del distretto di Monglin» di padre Vismara, capolavoro di letteratura missionaria, è stampata in cinque puntate su «Le Missioni Cattoliche» dall’ottobre 1932 (la rivista allora era settimanale).
[18] Con un viaggio di sei giorni a cavallo per 127 km. da Kengtung, 28 fiumi o torrenti da passare a guado.
[19] PIERO GHEDDO, «Prima del sole, L’avventura missionaria di p. Clemente Vismara», Emi, Bologna 1991, pagg. 225; CLEMENTE VISMARA, «Lettere dalla Birmania », San Paolo, 1995, pagg. 239; CLEMENTE VISMARA, «Il bosco delle perle» (selezione di suoi articoli), Emi, Bologna 1998, pagg. 156; CLEMENTE VISMARA, «La perla sono io», Pime, Milano 1964, pagg. 201.
[20] Il processo diocesano, aperto dal Card. Martini il 18 ottobre 1996 ad Agrate, è stato chiuso dallo stesso il 17 ottobre 1998. Il 14 gennaio 1999 si è aperto presso la Congregazione per le Cause dei Santi il processo romano per la sua Canonizzazione.
[21] FERDINANDO GERMANI, «Una vita per gli shan, P. Paolo Barbagallo», Pime, Napoli 1981, pagg. 288.
[22] Mons. Gobbato scrive: «Con le 30 rupie mensili si doveva pensare a tutto, padri, suore, catechisti, orfani, ecc. Chi aveva benefattori privati ce la faceva, chi non li aveva tirava la cinghia...».
[23] G. BRAMBILLA, op. cit., pagg. 421-422.
[24] ROCCO PEREGO, «Loilem, Quarant’anni fra i lebbrosi», Emi, Bologna 1974, pagg. 127. Un santo missionario di Toungoo va ricordato: padre Ernesto Ravasi (1888-1932). La sua vita è stata un inno di amore a Dio e al prossimo più povero, con non pochi segni di virtù eroiche. ANTONIO LOZZA, «Canto d’amore nella foresta, P. Ernesto Ravasi, missionario in Birmania», Pime, Milano 1969 (III ediz.), pagg. 208.
[25] «Infor-Pime, ottobre 1978, pagg. 17-19. Nella lettera a p. Gheddo dell’11 aprile 1999 già citata, mons. Gobbato aggiunge a questa citazione la seguente osservazione: «Forse il fatto che i nativi tendono a sviluppare più il materiale che lo spirituale, è anche un po’ colpa nostra. In passato c’era tutto da fare e si lavorava come matti giorno e notte, ma si suppliva con la preghiera al mattino presto. Non si trascurava la vita interiore. I giovani preti nativi ci seguirono e oggi tutti vogliono fare, fabbricare, costruire, lasciare un segno visibile. Purtroppo non seguono bene nella vita di preghiera. Hanno troppi soldi... Eccezioni ce ne sono ovunque, ma indico solo l’orientamento di voler fare cose vistose...».
[26] Alcuni nomi con la professione principale (si adattavano poi a fare di tutto): Ubaldo Zambelli, Santino Pezzotta ed Ernesto Pasqualotto (tipografi), Giovanni Angelini (poliglotta e catechista), Giovanni Genovesi (costruttore di chiese e scuole in legno), Carletto Gusmaroli, Sandro Crotta e Pietro Giudici (costruttori in muratura), Sandro Perico (pittore), Giuseppe Salvi (falegname), Felice Tantardini (fabbro), Francesco Gorla, Giovanni Antonio Dal Pozzo, Martino Frangi, Giuseppe Salvi, Davide Fumagalli, Pietro Manzinali, ecc.
[27] ANTONIO LOZZA, «L’avventura più bella, Santo Pezzotta, missionario tipografo», Ufficio missionario diocesano, Bergamo 1965, pagg. 62.
[28] FELICE TANTARDINI, «Il fabbro di Dio», Pime, Napoli 1994, pagg. 95.
[29] PAOLO NOÈ, «Fratel Felice: che fatica trovargli un difetto», «Infor-Pime», n. 115, aprile 1996, pagg. 5-10.
[30] L’autorità coloniale inglese, in Asia come in Africa, riconosceva i regni indigeni a cui lasciava la gestione della vita locale, ne proteggeva le frontiere, pacificava le liti; naturalmente riscuoteva le tasse e faceva i suoi commerci.
[31] PAOLO NOÈ, «In Birmania la Chiesa dei poveri», «Il Vincolo», gennaio-marzo 1982, pagg. 24-25.
[32] MARIA GRAZIA ZAMBON, «A causa di Gesù, 18 missionari martiri del Pime», Emi, Bologna 1994, pagg. 238; EDWARD EVANS, «Faithful unto Death, The Trials of catholic Missionaries killed in Burma», McLean Printing, Canberra, Australia 1988, pagg. 181.
[33] FERDINANDO GERMANI, «Padre Mario Vergara, Martire della fede e della carità in Birmania», Pime, Napoli 1987, pagg. 180.
[34] CRISTOFORO MATTESINI, «Da Camaldoli alla giungla, P. Pietro Galastri, missionario del PIME in Birmania», Emi, Bologna 1980, pagg. 126.
[35] FERDINANDO GERMANI, «P. Pietro Manghisi, Olocausto a Dio gradito», Pime, Napoli 1988, pagg. 278.
[36] CLEMENTE VISMARA, «Agguato nella foresta», Pime, Milano 1966, pagg. 120.
[37] Tra i sacerdoti ed i cristiani di Kengtung si tramanda il racconto di questo primo e santo sacerdote della diocesi, che tutti considerano vero martire per la fede. Il vescovo mons. Abramo Than vorrebbe iniziarne la causa di canonizzazione, ma nella situazione attuale non è conveniente: oggi c’è pace e serenità fra cattolici e buddhisti a Kengtung, chiedendo notizie sulla persecuzione di quel monaco buddhista (e di non pochi altri) contro i cattolici si rischia di rinfocolare antiche rivalità.
[38] Dal dopoguerra fino ad oggi mi sono servito specialmente del testo dattiloscritto preparato per l’Ufficio storico del Pime da p. IGINO MATTARUCCO, «Storia del Pime in Birmania dal 1950 ad oggi», Loikaw, marzo 1995, pagg. 59 (grande formato).
[39] Era nato a Mandello Lario (Lecco) il 14 dicembre 1888, in Birmania dal 1912. ANTONIO LOZZA, «Sulle orme del Buon Pastore, Mons. Alfredo Lanfranconi», Pime 1971, pagg. 186; PASQUALE ZIELLO, «Abbiamo un santo in Birmania! In memoria di mons. A. Lanfranconi», «Il Vincolo», maggio 1960, pagg. 13-15.
[40]
Era nato a Ferno (Varese) il 24 dicembre 1881, in Birmania dal 1905. Purtroppo di questo grande e santo vescovo non esiste ancora la biografia. Durante la guerra era stato torturato dai giapponesi; essendo biondo, l’avevano preso per una spia inglese! Aveva quasi perso la vista e non voleva tornare in Italia per curarsi. Il suo compagno di studi Pio XII gli scrive chiedendogli, a nome del superiore del Pime, di venire in Italia. Bonetta risponde che obbedisce, ma a patto di poter tornare a Kengtung se diventa cieco: «Quando siamo partiti, aggiunge, abbiamo tutti giurato che passato il Salween non si torna più indietro».
[41]
Nato a Montodine (Cremona) il 29 ottobre 1899, in Birmania dal 1925, morto il 6 maggio 1973.
[42] IGINO ZULIANI, «La mia vita di missionario in Birmania», «Mondo e Missione», agosto-settembre 1981, pagg. 437-462.
[43]
Più avanti mons. Abramo Than testimonia l’orientamento degli wa verso la Chiesa negli ultimi anni. Si legga la testimonianza di notevole forza: GRAZIANO GEROSA, «I miei 43 anni di vita in Birmania», «Mondo e Missione», maggio 1978, pagg. 299-322 (stampato anche in libretto: «Tra guerre e superstizioni in Birmania», Emi, Bologna 1979, pagg. 64).
[44] «Il Vincolo», maggio-settembre 1966, pag. 12.
[45] LIVIO MONDINI, «La città felice, Avventura missionaria in Birmania, P. Cesare Colombo», Emi, Bologna 1989, pagg. 254.
[46]
Nel 1972 p. Cesare Colombo compie un breve viaggio in Birmania e resta alcuni giorni con i lebbrosi a Kengtung: una festa indescrivibile! («Ho rivisto i miei lebbrosi», «Il Vincolo», settembre-dicembre 1972, pagg. 97-98). Su p. Cesare, oltre al volume segnalato, due documentari del regista americano William Deneen, girati nel lebbrosario nel 1957 e 1961: «The Touch of his Hand» («Il tocco della sua mano», tradotto in italiano col titolo «La lebbrosa») e «The Happy City» («La città felice»). Il primo vinse nel 1958 il primo Premio in Belgio, al «Festival internazionale del film missionario». Una scrittrice americana, Jean Maddern Pitrone, ha pubblicato nel 1982 un volume dal titolo «The Touch of his Hand» su p. Cesare (morto nel 1980).
[47] Solo tre rimangono a Toungoo, i padri Pietro Mora e Fermo Capoferri, fratel Ernesto Pasqualotto direttore della tipografia.
[48] Nell’impossibilità di ricordare tutti i missionari, citiamo almeno il vicario generale di mons. Gobbato, p.    Pasquale Ziello (1901-1976). Vedi: FERDINANDO GERMANI, «Padre Pasquale Ziello, missionario in Birmania», Pime, Napoli, 1985, pagg. 337.
[49] La Birmania (Myanmar dal 1989) è uno stato federale: la Birmania propriamente detta (abitata dai birmani) e gli altri stati dei karen, shan, kayah, kachin, chin, mon e arakan.
[50] PAOLO NOÈ, «La situazione del Pime in Birmania», «Quaderni di Infor-Pime», n. 55, novembre 1995, pagg. 31-35. Testo preparato dal superiore regionale della Birmania per l’assemblea generale dell’Istituto del 1995.
[51] Intervistato a Milano l’8 ottobre 1998.
[52] Intervistato ad Agrate il 17 ottobre 1998.
[53] Negli anni 1972-1980 p. Armando Rizza, oggi a Parintins (Amazzonia), ha insegnato italiano nell’università di Rangoon, ammesso in Birmania come addetto all’ambasciata italiana. Ha potuto dare una certa assistenza ai missionari del Pime ancora presenti.
[54]
Anche p. Luigi Clarini merita un ricordo: è morto nel 1996, era un grande evangelizzatore. Il racconto della sua vita missionaria, «La ‘‘vecchia’’ evangelizzazione ad Han-O, Myanmar» («Infor-Pime», n. 122, luglio 1997, pagg. 54-65; n. 123, settembre 1997, pagg. 57-65), è testimonianza notevole di uno zelo missionario e spirito di sacrificio che ha mantenuto invariato fino alla morte ad 80 anni! Nella diocesi di Kengtung l’ultimo defunto è stato p. Clemente Vismara, morto a 91 anni a Mongping il 15 giugno 1988; con lui c’era p. Osvaldo Filippazzi, vicario generale della diocesi, ritiratosi in Italia nel 1990 e morto a Lecco il 15 febbraio 1996. Nella diocesi di Toungoo l’ultimo defunto è stato fratel Ernesto Pasqualotto, direttore della tipografia che stampa in una dozzina di lingue, morto il 21 marzo 1986.
[55] IGINO MATTARUCCO, «Questi miei ricordi...», Pontificia Opera per la Propagazione della Fede, Roma 1990, pagg. 88.