PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

XIII - Quattro diocesi nell'interno della Cina (1870 - 2000)

L'estrema povertà della prima missione a Nanyang (1870)
Il governatore e alte classi contro i cristiani (1870-1882)
Calamità naturali e carità cristiana (1877-1887)
Nasce il vicariato del Honan nord (1882)
Chi consuma l'oppio non può essere cristiano (1880-1887)
I missionari rifiutano il «protettorato» italiano (1880-1889)
Kinkiakang, città cristiana cinta di mura (1895-1896)
Il rafforzamento delle missioni in Honan (1890-1900)
La Chiesa nella rivolta dei Boxers (1900)
Volonteri «Gran mandarino dell'impero cinese» (1901)
La bella figura di Simeone Volonteri (1831-1904)
La prefettura di Chengchow ai saveriani di Parma (1906)
Guerra civile e brigantaggio devastano la Cina (1912-1922)
Il viaggio di Noè Tacconi negli Stati Uniti (1918-1928)
Maria Li: orfanella martire della virtù (1924)
Il concilio plenario cinese di Shanghai (1924)
Il vicariato apostolico di Hanchung nello Shensi (1887-1926)
Briganti assaltano la cittadella cristiana di Kulupa (1930)
La pastorale del Pime in Cina negli anni trenta
La guerra cino-giapponese e la II guerra mondiale (1937-1945)
I sei martiri del Pime nel Honan (1941-1942)
La Cina sotto il regime comunista (1949)
Kaifeng sotto il dominio rosso (1948-1949)
Arresto e processi penali ai missionari (1951)
Il carcere militare distrugge la persona (1951)
Il «processo popolare» e l'espulsione ad Hong Kong (1951)
Lettere di cristiani dalla Cina a padre Maringelli (1979)
40 anni dopo padre Crotti ritorna a Kaifeng (1991)

XIII

QUATTRO DIOCESI NELL’INTERNO DELLA CINA
(1870-2000)

La Cina si autodefinisce «Il paese di mezzo» («Chung-Quo»), cioè al centro del mondo: con un miliardo e 300 milioni di abitanti è oggi il più popolato. Al centro geografico della Cina la provincia del Honan (oggi Henan, «a sud del fiume»), culla del popolo e della civiltà cinese, con resti umani e archeologici che risalgono a 4.000 anni avanti Cristo. Per più di 600 anni (dal 1780 al 1100 a.C.) la capitale dell’impero cinese era situata nel Honan, che si chiamava «Paese di mezzo», nome esteso poi a tutta la Cina. I primi evangelizzatori del Honan furono i gesuiti all’inizio del 1700, quando si stabilirono a Nanyang per ordine dell’imperatore Kang-shi, che li aveva incaricati di redigere una carta geografica di quella provincia. Dopo la soppressione della Compagnia di Gesù in Europa (1773), nel Honan i lazzaristi francesi sostituiscono i gesuiti e nel 1843 la provincia è eretta in vicariato apostolico dipendente da Propaganda Fide: le comunità cristiane crescono nonostante le persecuzioni, in cui è martirizzato il beato Francesco Regis Clet (nel 1820) e arrestato san Gabriele Perboyre (martirizzato nel 1840 a Wuhan), con molti altri sacerdoti e fedeli cinesi.

L’estrema povertà della prima missione a Nanyang (1870)

A quel tempo la Cina, pur con un’unica lingua e cultura, era in piena decadenza. La dinastia Qing, scossa dalla rivolta contadina dei Taiping (1) che aveva distrutto intere province (1849-1864), impoverita e dissestata nelle strutture statuali, diventa preda delle potenze coloniali che le muovono guerra e conquistano «trattati» favorevoli per il commercio e gli investimenti. Senza essere occupata militarmente dagli stranieri, la Cina è ridotta ad una semi-colonia dell’occidente. In questo quadro, le missioni cattoliche ottengono nel 1858-1860 il trattato per il rispetto della libertà religiosa: i missionari possono predicare e viaggiare in tutto l’impero, costruire chiese e avere proprietà, mentre i cristiani cinesi sono protetti dalla legge e dalle autorità.
Nasce così la moderna evangelizzazione del continente cinese, con le radici inquinate: quanto dai missionari era ritenuto un meritato e doveroso riconoscimento del lavoro che essi svolgevano per il bene del popolo, le alte classi (governatori, letterati, mandarini, funzionari) lo vedevano come una vergognosa imposizione delle potenze straniere, sulla base dei «trattati ineguali», cioè imposti con la forza. Da qui molte delle difficoltà che le Chiese cristiane in Cina hanno incontrato negli ultimi 150 anni. Oggi, dopo la persecuzione comunista, la situazione è del tutto diversa: i cristiani hanno conquistato il rispetto del popolo per la loro costanza e sopportazione delle sofferenze e la testimonianza di amore verso tutti, anche i persecutori.
Nel 1868 i lazzaristi francesi rinunziano al Honan e Propaganda Fide propone la missione al Seminario lombardo per le missioni estere, che accetta: il 28 giugno 1869 Propaganda pubblica il decreto che affida il Honan ai missionari di san Calocero. I primi partono da Milano il 4 ottobre e giungono il 12 dicembre 1869 2 ad Hong Kong, dove si unisce a loro il capo-missione, Simeone Volonteri, pro-vicario apostolico del Honan, che aveva già lavorato ad Hong Kong per dieci anni. In quattro si imbarcano l’8 febbraio 1870 da Hong Kong, raggiungono Shanghai, poi Hankow su un piccolo battello e finalmente arrivano a Nanyang il 20 marzo: Simeone Volonteri, Angelo Cattaneo, Gabriele Cicalese e Vito Ruvolo Ospedale.
Al centro della missione, Kinkiakang (poco distante dalla cittadina di Nanyang), trovano la residenza centrale: la chiesa (una stanzaccia per 40-50 persone), alcune capanne di terra e paglia per abitazione e come orfanotrofio e seminario. Padre Cattaneo descrive la sua stanza con tre pareti d’argilla e una di vimini e carta (3):

«C’è un piccolo tavolo ove giorno e notte studio il cinese, c’è un letto composto di assi abbastanza forti e di una stuoia... Ciò che lo rende più dilettevole è la compagnia dei sorci, che senza domandare permesso e senza riflettere che uno riposa entrano ed escono, salgono sulla fronte, un via vai mai finito! Eppure sono arcicontentissimo e non cambierei per tutto l’oro del mondo!».

Ai missionari di san Calocero si unisce subito il padre Stefano Scarella, già missionario in altra parte della Cina (4): arrivando a Nanyang si meraviglia dell’estrema povertà della missione, che non aveva mai visto altrove. Mons. Volonteri scrive nel gennaio 1873:

«Più visito altre missioni, più la mia mi sembra stracciata e miserabile da far pietà».

All’arrivo dei padri di san Calocero (marzo 1870), la missione del Honan contava 3.500 battezzati (400 dei quali a Kinkiakang) e 420 catecumeni su un territorio esteso due terzi dell’Italia e con circa 23 milioni di abitanti: 22 cappelle di paglia, un seminario (anche questo in casupole di terra e paglia) con 16 alunni, un orfanotrofio con 30 bambini e 23 bambine affidati a donne cinesi. La mancanza quasi assoluta di aiuti dall’Italia e dalla Propagazione della Fede di Lione (5) rendeva problematica anche la semplice sopravvivenza dei missionari! Inoltre, i tre preti cinesi della missione, appartenenti alla congregazione dei lazzaristi, ricevono dal loro superiore religioso l’ordine di partire per un’altra missione della Cina (l’unico diacono della diocesi li segue). Volontari scrive:

«Questa sarebbe l’unica missione senza un prete cinese! Se neppure dove i missionari europei sono residenti da lungo tempo non possono far da soli, quanto più noi che siamo nuovi affatto!».

Infine, proprio a Nanyang e nel Honan le norme della «Convenzione di Pechino» del 1860, che concedevano ai missionari stranieri la libertà di predicare, di costruire, di possedere terreni, era lettera morta a causa del prefetto, certo Genkai, nemico giurato dei cattolici, sostenuto da un’associazione di mandarini e letterati, costituita con lo scopo preciso di opporsi alle attività dei missionari cristiani!

Il governatore e le alte classi contro i cristiani (1870-1882)

Nel 1870, avuta notizia dell’occupazione di Roma da parte dell’esercito piemontese, padre Volonteri indice fra i cristiani una colletta per il Papa e manda a Roma l’equivalente di 200 franchi oro per l’Obolo di San Pietro. Pio IX risponde con lettera autografa ringraziando della «grata consolazione» procuratagli in quel suo «acerbo dolore». Il 17 novembre 1870 muore il primo missionario di una grave forma tubercolare, padre Ruvolo Ospedale. Ma l’anno seguente arrivano in aiuto i due padri di Brignole-Sale Scarella e Mouilleron e nel 1872 anche padre Ungaro.
La missione incomincia in modo molto prudente. L’ambiente era fortemente contrario ai missionari e ai cristiani, che a volte subivano vere persecuzioni: insulti, minacce, assalti alle missioni, saccheggi, battiture. Solo raramente i mandarini avevano il coraggio di andare contro corrente rendendo loro giustizia; quasi sempre avveniva il contrario, bisognava tacere e chinare la testa per non subire danni peggiori. Come nel contenzioso della casa della missione a Nanyang, acquistata dai lazzaristi nel 1845 e poi occupata da altri. Padre Volonteri tenta invano di farsela restituire, pur avendo tutti i documenti in regola. Una residenza missionaria in città era importante, per affermare il diritto della Chiesa di stabilirsi nelle città e per avere un luogo sicuro dentro le mura cittadine in caso di pericolo.
Volonteri ricorre fino all’autorità suprema del Honan, il governatore che aveva sede a Kaifeng, il quale gli prepara (nel 1873) una brutta accoglienza: una folla di esaltati segue i due missionari (Volonteri e Scarella) per le vie della città imperiale e grida, minaccia, maledice, insulta! Dopo una lunga attesa e un’inutile udienza, resisi conto che non c’era alcuna speranza di ottenere giustizia, i due chiedono e ottengono una scorta militare per ritornare nella pubblica via e uscire di città. Ma i poliziotti, che avrebbero dovuto accompagnarli fino alle mura della città, appena fuori dalla residenza del governatore si ritirano lasciando i missionari in balìa della folla tumultuante. Scampano fuggendo.

«Il popolo del Honan è di sua natura pacifico — scriveva Volonteri sempre ottimista (6) — e gli iniqui tentativi dei mandarini, specialmente di Pechino, non ottengono che un effetto momentaneo e passeggero, senza impedire totalmente l’azione della grazia, che opera nei cuori di questo semplice popolo. La persecuzione che il governatore ci suscitò contro non produsse quelle gravi conseguenze che avrebbe prodotto in altre province... Qui i missionari ed i cristiani tacciono, fuggono e soffrono, aspettando circostanze migliori. Quindi viene tolto al popolo ogni pretesto ed occasione per inasprirsi contro di noi».

Non sempre i missionari chinavano la testa, alcune volte riuscivano ad ottenere giustizia. Il padre Gabriele Cicalese compera una casa a Kwangchow e vi stabilisce la sua residenza. Tutto regolare, ma alcuni del popolo organizzano manifestazioni contro la missione, fino a saccheggiare la casa. Il missionario, consigliato dai cristiani, cita i facinorosi davanti al mandarino locale, che li arresta e riconosce la libertà dei cristiani di avere in città la loro chiesa e casa della missione. Tutto termina col perdono del missionario e la liberazione dei prigionieri (7).
La missione del Honan stabilisce la sua residenza principale non nella città di Nanyang, dove letterati, mandarini e autorità politiche impedivano alla Chiesa di stabilirsi, ma nel villaggio vicino di Kinkiakang (oggi Jingang), che a poco a poco diventa una cittadella abitata da circa 500 cristiani e con le opere della missione. La persecuzione è segno di vitalità della Chiesa: non si perseguita un morto o un moribondo! Infatti, nonostante l’opposizione delle alte classi, il popolo incomincia ad apprezzare la carità della missione. Nel 1882 Volonteri scrive (8):

«La predicazione è libera ovunque, le autorità non possono porre in via legale e ufficiale ostacolo alcuno. Però cercasi dovunque, in via indiretta, con gran mezzo, anche violento, di suscitare opposizione a nuove conversioni e ciò avviene per mezzo della classe dei letterati, specialmente se ispirati o protetti dai mandarini locali, eccitando sommosse popolari più o meno estese. Non hanno però i cinesi alcun fanatismo puramente religioso, ma solo per odio, avversione di tutte le autorità contro gli europei d’ogni nazione, dai quali suppongono sia minacciata la loro libertà e indipendenza nazionale, sotto pretesto di diffondere la loro religione».

Calamità naturali e carità cristiana (1877-1887)

Il cambiamento di atmosfera nei confronti dei missionari e dei cristiani avviene a causa di varie calamità che decimano il popolo povero e offrono alla Chiesa il modo di manifestarsi. Una grande siccità colpisce le province centrali della Cina procurando, dicono i testi di storia cinese, circa otto milioni di morti per fame. L’anno peggiore è il 1877, quando non c’è più cibo, si mangiano anche le sementi. Carovane di profughi partono per la Cina meridionale, i più deboli cadono e muoiono sulla strada. Si verificano casi di antropofagia, comune la vendita di donne e di ragazzi. La gente si nutre di corteccia d’albero macinata e di erbe raccolte nei prati.

«Questo stato di carestia ognora in aumento — scrive mons. Volonteri (9) — accresce pure il timore di più gravi turbamenti, specialmente con l’approssimarsi dell’inverno, in cui molti saranno spinti dalla fame ad abbandonarsi al brigantaggio, già in vari luoghi dominante e sempre in aumento con l’inoltrarsi della stagione invernale.... Tutti sono occupati a riparare le fortificazioni delle città e dei villaggi murati... Noi siamo abbandonati in questa residenza dove abbiamo orfanotrofi, seminario e un piccolo e indifeso villaggio, esposti a continui pericoli...».

La missione mette in opera ogni mezzo per aiutare cristiani e non cristiani, ricorre a prestiti e alla carità di benefattori europei. L’Europa intera si commuove agli appelli dei missionari. A Shanghai la Chiesa cattolica costituisce il «comitato per la carestia», che ottiene aiuti da enti e popoli europei e prestiti dalle banche. Le missioni cattoliche e protestanti sono in prima linea nell’organizzare e distribuire soccorsi, sia nel periodo della carestia, come negli anni seguenti caratterizzati da un’epidemia di tifo e dal brigantaggio.
Gli anni 1879-1880 portano alla Chiesa un certo numero di conversioni: nel Honan alla fine del 1879 i cattolici sono 4.588 con 1.690 catecumeni, mentre dieci anni prima erano 3.500 e durante la carestia e pestilenza erano morti circa 600. Mons. Volonteri afferma in una lettera che i due terzi della popolazione della provincia del Honan sono morti di fame o di malattia (10)! La vita della missione procede tranquilla, in pochi anni si moltiplicano le residenze dei missionari e le comunità cristiane. Ma il movimento di conversioni crea problemi per la lontananza di diversi distretti dalla sede centrale di Kinkiakang: si incomincia a pensare di dividere il vicariato apostolico in due parti, uno al sud con sede a Kinkiakang, uno per la parte del Honan al nord del Fiume Giallo.
Nel 1882 mons. Volonteri ritorna in Italia per discutere con Marinoni e Propaganda Fide i problemi della missione nel Honan. Parte da Kinkiakang il 10 marzo 1882 e giunge a Milano, attraverso Hong Kong, il 21 giugno dello stesso anno. Lascia una missione con 5.691 battezzati, 10 padri italiani e quattro cinesi, 3 chiese in muratura e 49 cappelle, 17 alunni nel seminario diocesano.
Dieci anni dopo la carestia, nel 1887 ecco l’inondazione del gigantesco Fiume Giallo che colpisce la parte orientale della provincia di Honan. Un immane disastro. Scrive Volonteri (11):

«Il Fiume Giallo, rompendo le dighe nel lato sud, rovesciava i suoi torrenti impetuosi sulle fertili e popolatissime pianure, menando ovunque spavento, distruzione e morte. Le acque giunsero improvvise di notte, facendo migliaia e migliaia di vittime. Secondo le relazioni ufficiali del governatore della provincia mandate a Pechino, solo nel distretto di Huaiming, 1.500 villaggi furono inondati e quindi distrutti, poiché le loro case erano quasi tutte di fango, ossia mattoni di terra seccati al sole. In questo distretto abbiamo un buon numero di ottimi cristiani, le cui quattro residenze del missionario con le cappelle vennero completamente trasportate dalle acque. In tal modo tutta la popolazione di quelle parti che salvò la vita dalle acque rimase abbandonata sulle strade senza alcun mezzo di sussistenza, esposta per la miseria e il freddo della stagione ad una morte desolante».

Volonteri, ricevuti 5.000 franchi di aiuti, visita di persona gli accampamenti dei profughi, alla ricerca dei cristiani sopravvissuti: aiuta tutti fin che può, cristiani e non cristiani, suscitando ammirazione e riconoscenza. La missione continua soprattutto attraverso la promozione umana e l’esercizio della carità: nelle tragiche situazioni della Cina di quel tempo era l’unico linguaggio immediatamente comprensibile da tutti.

Nasce il vicariato del Honan nord (1882)

In seguito ai colloqui avuti a Roma da mons. Volonteri, il 28 agosto 1882 Propaganda Fide pubblica due decreti: la divisione del Honan sud (Kinkiakang) da quello del nord (Weihwei) e la nomina di mons. Volonteri vicario apostolico del nord e di padre Stefano Scarella (che era vicario di Volonteri) al sud! Interessante e significativo questo fatto: Volonteri, che aveva fondato il vicariato del Honan sud, lo cede al suo stretto collaboratore e si riserva la parte nuova e più difficile del Honan, dove iniziare da capo la nuova missione! Questo fa parte dello spirito originario del Pime: fondare la Chiesa (o un inizio di Chiesa locale), lasciare tutto e passare in altro luogo dove bisogna ripartire da zero.
Ma Scarella si rifiuta di accettare: vuole per sé la parte nuova del Honan e lascia a Volonteri la missione che già dirige. Il problema si trascina per un anno (a causa anche dell’assenza di Volonteri, che dall’Italia era andato in America a cercare aiuti, prima di tornare in Cina). Con decreto del 22 dicembre 1883 Leone XIII conferma Volonteri a Nanyang e nomina Scarella a Weihwei.
La nuova missione si estendeva a nord del Fiume Giallo per circa un terzo del Honan (25 distretti civili su 96), con 4 milioni di abitanti su 14 (12). Era molto più disagevole di quella del Honan sud, per la natura montagnosa del terreno (a sud era pianeggiante) e la mancanza di strade. In compenso, in una regione più isolata e «primitiva», c’era più libertà di predicazione e di conversioni.
Il vicariato di Weihwei aveva all’inizio mille cattolici (dei 5.000 che erano in Honan): su nove preti italiani ne prende tre (Stefano Scarella, Angelo Cattaneo e Cristiano Graffy) e su 7 cinesi 2 (Lorenzo Sin e Giovanni Battista Niu), tutti ottimi sacerdoti. Il 4 maggio 1884 i missionari si stabiliscono a nord del Fiume Giallo, dove la missione si rivela presto più produttiva che al sud. Due i fatti di rilievo del primo periodo:
1) anzitutto l’orientamento dato da Scarella di salvare i neonati abbandonati o destinati all’infanticido, pratica molto diffusa nella regione, a causa della povertà e delle periodiche carestie (13). La Santa Infanzia diventa l’opera più importante della missione, con la fondazione di piccoli centri di raccolta dei bambini e molti di questi affidati a nutrici cinesi. Nei tre anni dal 1884 al 1887 i neonati salvati e battezzati salgono a 12.000, affidati anche a famiglie cristiane, oltre che a balie cinesi stipendiate. Nelle missioni molte donne cinesi suppliscono all’assenza delle suore.
2) Il secondo fatto avviene nella città di Che-hsien, dov’era nata una fiorente comunità cristiana, che nel 1887 comprendeva una trentina di famiglie. Questo dava fastidio ai letterati del posto, i quali prendono un catechista e un cristiano e li legano ad un palo nella piazza principale, esponendoli agli scherni e al disprezzo dei cittadini. I due ricorrono al tribunale di Che-hsien, ma non ottengono altro che nuove minacce e insulti. Il vescovo allora si appella al prefetto di Chan-te-fu, che riconosce la piena legalità dei cristiani e punisce i letterati colpevoli. La risonanza di questo processo è tale che cessa per incanto ogni molestia ai cristiani della regione. La Chiesa può mettere solide radici (14).
Nel 1889 la missione di Weihwei era ben avviata con tre centri principali aperti e pieni di vitalità apostolica, specie quello di Wuan, e una «scuola apostolica» per formare i catechisti aperta nel 1885. I cristiani però erano ancora in numero limitato: 1.560 i battezzati nel 1890. L’opera della Santa Infanzia attira la simpatia dei cinesi e contribuisce ad allontanare i sospetti e le calunnie di cui la missione soffre. Nel 1890 si aprono tre nuove cristianità in due distretti civili dove il nome cristiano è quasi sconosciuto. La persecuzione è comunque sempre in agguato: nel 1892, il padre Gerardo Brambilla viene scacciato da Mong- hsien dove aveva già un certo numero di iscritti al catecumenato; il capo del paese, che gli aveva dato ospitalità, è punito dal mandarino con una buona dose di bastonate!
I missionari, mentre hanno avuto successo nei distretti di montagna, non riescono ad aprire sedi in pianura, a causa dei torbidi anti-cristiani che si stavano diffondendo nella regione, provenienti dalla provincia del Hunan. Qui era stata fondata una «Lega patriottica», con lo scopo di cacciare tutti i missionari stranieri dalla provincia e impedire le conversioni dei cinesi al cristianesimo. Verso la fine del secolo però si nota un buon movimento di conversioni, tanto che, secondo il resoconto della missione di Weihwei per il 1897, il numero dei catecumeni (circa 2.000) eguaglia quasi quello dei battezzati (2.300).
Mons. Scarella poteva scrivere nel 1897 che, sui 25 distretti civili in cui si divideva il suo vicariato apostolico, ben 14 avevano conoscenza diretta del cristianesimo, con una o più stazioni missionarie, mentre 15 anni prima, quando era iniziata la missione, i centri cristiani erano solo due. Nel 1897 i sacerdoti erano 11, i catechisti 60 con altri 32 in formazione nelle due case apposite. Unico aspetto negativo: non si era ancora riusciti a trasferire il centro della missione nella capitale civile Weihwei, per l’opposizione dei letterati locali, ma anche per i costi proibitivi del terreno.

Chi consuma l’oppio non può essere cristiano (1880-1887)

Triste pensare che l’oppio in Cina è stato introdotto, come consumo normale, dalla cosiddetta «guerra dell’oppio» combattuta dall’Inghilterra contro la Cina nel 1840-1842. In precedenza, l’oppio era conosciuto in Cina, ma lo si coltivava in misura minima ed era usato solo o quasi solo come medicinale. Gli inglesi, avendone sviluppato la coltivazione nel secolo XVIII in India (nel Pakistan attuale) e Birmania, cominciarono ad esportare oppio anche in Cina, dove l’uso si diffuse. Nel 1838, in seguito alle proteste di mandarini e governatori delle province per questa tragedia nazionale dell’oppio, il governo di Pechino prende misure per vietare l’importazione della droga. Un editto imperiale ordina di «cessare ogni commercio con i barbari inglesi»! Dopo qualche anno di contrabbando e di tentativi diplomatici per ottenere piena libertà di commercio, la Regina d’Inghilterra dichiara guerra alla Cina «perché il commercio sia fatto in condizioni normali»: l’oppio non veniva nominato, ma era l’unico prodotto di cui i cinesi proibivano l’importazione.
Scoppia quella che i cinesi hanno definito «guerra dell’oppio» e gli inglesi «guerra per la libertà di commercio con la Cina» (1840-1842). La Cina, sconfitta, è costretta ad aprire al commercio inglese cinque porti ed a cedere l’isola di Hong Kong alla Corona inglese. Segue un’altra guerra nel 1856-1860, con la partecipazione della Francia a fianco dell’Inghilterra, sempre per favorire il commercio delle potenze occidentali col gigante cinese, indebolito dalla miseria e dalle divisioni interne.
Fin dall’inizio della sua vita missionaria, Simeone Volonteri ha un chiodo fisso in testa: proibire a tutti i cristiani l’uso dell’oppio, comminando severe pene canoniche, anche la scomunica se necessario, a chi fuma oppio, lo coltiva o lo vende. Scrive diverse lettere a Propaganda Fide (la prima è del 1880) esortando a prendere provvedimenti radicali, per dare un’immagine forte del cristianesimo e della Chiesa: chi ha a che fare con l’oppio non può in alcun modo essere cristiano e dev’essere del tutto respinto dalla comunità cristiana! Fin dal 1830 alcuni missionari in Cina avevano chiesto alla Santa Sede un decreto che appoggiasse la legge cinese che proibiva a chiunque di coltivare, vendere e consumare oppio. Ma Propaganda non si lasciò convincere né allora né al tempo di Volonteri: proibiva l’oppio, ma in modo blando.
Anche al sinodo del 1887 (della terza regione ecclesiastica cinese) ad Hankow, mons. Volonteri torna alla carica, ma invano. La sua relazione dimostra quanto quel primo vescovo del Pime in Cina 15 fosse profetico: vedeva con chiarezza i disastri che la droga produceva e avrebbe ancor più prodotto in futuro, mentre altri prelati dicevano che il vizio dell’oppio era equiparabile a quello dell’alcoolismo fra i popoli europei. Volonteri sosteneva che nessun paragone è possibile,

«perché l’oppio è vero veleno ed a migliaia ogni anno ora si uccidono nelle famiglie; non v’è città, distretto, luogo qualunque dove ogni anno ragazzi di quindici e più anni, giovani sposi e altri molti, per una rissa, un dispiacere e avendone comodità, inghiottiscono un po’ d’oppio e poche ore dopo muoiono; chi si dà a questo abito, solo un mese dopo ne appaiono negli occhi, nella fisionomia, nella persona tutta e nel carattere stesso i tristi segni: torpore, inappetenza tutti i mali fisici dell’oppio, per cui non solo i fumatori, ma i loro figli per generazioni ne contraggono dai genitori la costituzione corporale, congiunta a languidità e stupidità» (16).

I missionari rifiutano il «protettorato» italiano (1880-1889)

Dopo la prima missione dei gesuiti nei secoli XVI-XVII e la condanna dei «riti cinesi» da parte di Papa Benedetto XIV nel 1742, il rapporto della missione cristiana col governo imperiale di Pechino fu sempre difficile. I cristiani in Cina erano perseguitati, i missionari stranieri rifiutati e martirizzati. Nel sec. XIX le potenze occidentali in Cina imposero al governo di Pechino di riconoscere la libertà religiosa (assieme alla libertà di commercio): con i Trattati del 1844 e del 1851, i missionari potevano stabilirsi nelle città portuali cinesi, ma era loro proibito l’ingresso nell’interno del paese. Col Trattato di Tien-tsin (1858) e la Convenzione di Pechino (1860) Pechino riconosce il libero ingresso dei missionari nelle regioni interne, la libertà di predicazione e di conversione al cristianesimo, il diritto di possedere immobili e di riavere quelli confiscati nelle persecuzioni del passato.
La Francia otteneva il monopolio di «proteggere» i missionari cattolici, riconosciuto da Propaganda Fide nel 1888 e nel 1890 (17). Interessante e ancor poco studiata la posizione assunta alla fine del sec. XIX dai tre vescovi del Seminario lombardo per le missioni estere in Cina (Raimondi, Volonteri e Scarella): non ci è possibile approfondire l’argomento in questa sede (18), ma va messa in risalto la visione profetica che i tre ebbero in questo tema ampiamente dibattuto a quel tempo.
Per parlare solo di Volonteri e Scarella, fin dal 1880 (e poi nel 1885 e in seguito altre volte) proponevano a Propaganda Fide di tenere un sinodo generale della Chiesa in Cina (a Shanghai,se non era possibile o consigliabile a Pechino) e giungere alla decisione di mandare un «legato pontificio residente» nella capitale per stabilire rapporti diplomatici col governo cinese (19). E questo dopo che il governo italiano si era intromesso nella vicenda. Infatti nel 1879 il ministro De Luca, titolare della legazione italiana a Pechino, rilascia ai missionari francescani del Hu-peh, su loro richiesta, un «certificato di italianità», che li avrebbe messi al sicuro dall’odio di tutta la Cina contro la Francia; e mandava pure, non richiesto, un «certificato di italianità» ai missionari italiani in Cina. Mons. Scarella ringrazia dicendo però che nella sua regione si sta tranquilli e comunque si spera nella Provvidenza divina (20).
Nel 1889 il principe Cariati, incaricato d’affari dell’Italia in Cina, manda una circolare ai dieci vicari apostolici italiani, informandoli che i missionari italiani erano posti sotto l’alta protezione della reale legazione d’Italia e minacciando di trattare da ribelli quei missionari che non avessero aderito alle sue richieste: sarebbero stati privati degli aiuti economici, della protezione italiana e perfino arrestati e tradotti in manette al più vicino Consolato italiano! Mons. Stefano Scarella risponde con una lettera (21) in cui si legge fra l’altro:

«Nella mia lunga carriera di missionario in Cina, non avendo mai implorato, né goduto d’alcun sussidio, pensione o consimili favori da parte del governo italiano, non poteva commuovermi la comunicazione del rifiuto d’ogni soccorso ai missionari, i quali ricuseranno la protezione dei rappresentanti dell’Italia in Cina».

Scarella poi lamenta che il ministro d’Italia in Cina accusa i missionari di scarso amor patrio.

«Quando si ha coscienza d’amor di Patria e di non averle mai fatto spregio, sia in parole che in atti, accuse siffatte in un documento ufficiale feriscono profondamente».

E conclude dicendo che i missionari sono inviati dal Papa e dipendono dal Papa: quindi se la Santa Sede ha dato disposizione che essi si rivolgano, in caso di bisogno, a rappresentanti di una nazione europea in Cina diversa dall’Italia, non si fa alcun torto alla propria patria, ma semplicemente si obbedisce al Papa. Sono questi i criteri che hanno influito sulla decisione di rifiutare la «protezione» italiana in Cina (che aveva lo scopo di aumentare il prestigio dell’Italia, non certo di proteggere i missionari italiani) (22).

Kinkiakang, città cristiana cinta di mura (1895-1896)

In seguito alla miseria nera delle campagne e alle molte calamità naturali, nelle regioni rurali aumentava il brigantaggio, piaga tradizionale della Cina. Tanto che le città e i grossi villaggi erano cintati di mura, sorvegliate di notte e inespugnabili dalle piccole bande che vivevano di furti. Chi abitava o lavorava fuori delle mura, prima di notte il più possibile si rifugiava all’interno.
Il piccolo villaggio di Kinkiakang (oggi chiamato Jingang), quando nel 1870 vi si insediano i missionari del Pime non aveva alcuna costruzione di valore, ma solo capanne di fango e paglia, con pochi e poveri cristiani. Vent’anni dopo era diventata una cittadina con circa 500 abitanti: vescovo, preti e suore, catechisti, seminaristi, famiglie cristiane, vedove e poveri ospitati dalla missione, ragazzi del collegio e dell’orfanotrofio, magazzini per le missioni dell’interno, grande e bella cattedrale... Mons. Volonteri, con i suoi missionari, programmano di erigere delle mura a difesa di questa comunità cristiana.
Tre le difficoltà che devono superare: ottenere il permesso dalle autorità civili, che l’avevano già rifiutato; superare la diffidenza di mons. Giacomo Scurati, allora superiore generale del Seminario lombardo per le missioni estere (diceva che bisogna fidarsi di Dio e dei santi protettori!); infine il problema della spesa non indifferente. Volonteri scrive in Italia che personalmente non ha mai portato arma alcuna in sua difesa, così come tutti i missionari. Ma l’esperienza dice che un grosso villaggio indifeso nella campagna cinese attira necessariamente l’attenzione dei malvagi: si tratta di salvare la vita di suore, donne, anziani, orfani; e più ancora di assicurare a tutti delle notti serene. Che pena vedere che molti si alzano al mattino tesi e pallidi in volto, dichiarando di non aver dormito per la paura. «Quale danno alla salute porta questo stato prolungato di agitazione e di terrore!».
Finalmente, superati gli ostacoli, il 12 novembre 1895, alla presenza delle autorità civili e militari di Nanyang, si incominciano i lavori, che terminano il 29 dicembre 1896. I muri di Kinkiakang erano lunghi 1.200 metri, alti 5 metri, larghi 7 metri in basso e 3 metri in alto. Mons. Volonteri scrive che

«si dovette supplire col peculio di suor Maria Pia (23), senza del quale non reggevamo certo alla spesa. Erano 200 carri a buoi con mille operai che lavoravano nel trasporto di sassi e mattoni da 6 km. di distanza. Ora nel villaggio si entra dalla porta del nord e del sud anche con i carri, quelle dell’est e dell’ovest sono per i passeggeri».

L’arrivo delle suore canossiane nel Honan (febbraio 1892) porta un contributo notevole all’educazione delle ragazze e delle donne, negli orfanotrofi e nell’assistenza sanitaria. Tre anni dopo il loro ingresso, le canossiane italiane mantenevano 120 orfanelle e altre 235 erano con nutrici cinesi che percepivano un mensile di 4 franchi ciascuna per ogni bimba che allevavano. Dopo lo slattamento, verso i 4-5 anni, le piccole venivano accolte nell’orfanotrofio per la loro educazione. Le suore attendevano inoltre alla formazione delle catechiste e all’assistenza di un centinaio di vedove o donne sole, fuggite dai loro villaggi distrutti. Le comunità cristiane crescono in queste situazioni di calamità naturali, miseria, persecuzione.
La costruzione delle mura attorno a Kinkiakang rinverdisce l’opposizione alla comunità cristiana. Il 24 ottobre 1895, la residenza della missione nella vicina città di Nanyang è assaltata e distrutta, il custode fa appena a tempo a fuggire! Quest’azione punitiva era stata preparata da un’intensa propaganda contro la missione in città, con foglietti e manifesti pieni di calunnie e con notizie di come, nel resto della Cina, le missioni cristiane venivano distrutte! Praticamente, fino alla I guerra mondiale, pur sotto il «protettorato» delle potenze europee (e in particolare della Francia), le missioni cattoliche nell’interno della Cina (non quelle nelle grandi città e nei porti dove vivevano europei e consoli di potenze europee) non ebbero mai una vera libertà: erano alla mercé di governatori e mandarini locali, avversi alle missioni cristiane per motivi non religiosi ma di nazionalismo esasperato.

Il rafforzamento delle missioni in Honan (1890-1900)

Verso la fine del sec. XIX, sotto la guida di mons. Giacomo Scurati, il Seminario lombardo delle missioni estere è in grado di aumentare il numero dei missionari nelle spedizioni annuali. Dal 1891 al 1900 nel sud Honan sono inviati 10 padri, nel nord Honan nove (24). Anche le suore canossiane ricevono rinforzi e si stabiliscono in cinque nuove residenze nel Honan sud.
I due vicariati registrano un movimento di conversioni, favorito dalla calma che regna prima del nefasto 1900. Il Honan sud nel 1899 segna nel suo resoconto annuale 10.250 battezzati e 8.000 catecumeni; la regione di Kweiteh, all’estremo nord-est del vicariato, risulta particolarmente promettente: il padre Angelo Pasqué, scrive Tragella (25),

«assai indaffarato per tutti questi ‘‘aspiranti’’ alla Chiesa, faceva ascendere i catecumeni a oltre 15.000! Facciamo pure la tara, ma dovette trattarsi di un movimento di massa».

Ma anche gli altri distretti del Honan sud mostrano vitalità. Il p. Albino Ranzini scrive da She-chwan a mons. Scurati che il numero delle sue pecorelle cresce di giorno in giorno e tutto è «in pace e concordia fra pagani e cristiani». Nel Honan nord i cristiani sono, alla fine del secolo, 2.500 e 2.000 i catecumeni, dispersi in una sessantina di comunità.
Notevole anche lo sforzo per la formazione del clero cinese, che ha una grande tradizione fin dai primi tempi della missione in Cina. Alla fine del secolo i preti cinesi del Honan sono sei (i missionari italiani circa 30), con una ventina di alunni nel seminario di Kinkiakang (tre di teologia, tre di filosofia e gli altri di ginnasio), affidati alle cure di p. Giovanni Bricco.
Va notato che nelle missioni del Pime all’interno della Cina si continuava la tradizione di vita comunitaria che avevano praticato i primi missionari dell’Oceania. Mons. Stefano Scarella scrive al Card. Ledochowski di Propaganda (26):

«Tra noi si fa vita comune come tra i religiosi, benché tali non siamo né per professione né per voti: l’onorario stesso delle Messe viene tutto rifuso nella cassa comune. Qualsiasi dono o denaro personale non si usa che per sopperire alle comuni necessità. E persino le povere vesti che i missionari indossano non se le prendono che previo il mio consenso».

La situazione della Chiesa nel Honan (come in tutta la Cina) pareva avviarsi a un periodo di prosperità, dopo decenni di difficoltà e persecuzioni. Un segno di questo è la visita che mons. Simeone Volonteri compie nella capitale della provincia di Honan, Kaifeng, a metà dicembre 1899, per esaminare con le autorità la possibilità di fondarvi una scuola e una chiesetta della missione. Quando vi era stato la prima volta nel 1873, aveva rischiato di essere malmenato se non ucciso dalla plebaglia organizzata dal governatore e da altre autorità contro di lui (vedi più sopra). Questa volta è ricevuto con tutti gli onori dal viceré che manda due alti mandarini nella locanda dove alloggia a rendergli l’onore della visita. Il fatto fu notato in tutta la città e le poche famiglie di vecchi cristiani che vivevano quasi nascoste a Kaifeng furono le prime a godere di quel pubblico riconoscimento.

La Chiesa nella rivolta dei Boxers (1900)

Il nuovo secolo incomincia in modo tragicamente negativo per la Chiesa cattolica, ma più ancora per la Cina. Nel governo imperiale alcune influenti personalità spingevano per assumere un orientamento filo-occidentale e si stava preparando una radicale riforma dello stato (scuola, leggi, giustizia, esami per i funzionari governativi, ecc.), come già aveva fatto il vicino Giappone, che era ormai una potenza economica e militare in Asia (27). Il principe ereditario Kuang-hsu, raggiunta la maggiore età nel 1896, assume il potere nel 1898 e in giugno inizia la «riforma dei cento giorni» con una serie di decreti rivoluzionari che orientano la società cinese verso i modelli occidentali. Decreti che spaventano la Corte dominata dall’Imperatrice madre, Tsu-hsi: questa sequestra il giovane Imperatore progressista, abolisce i suoi decreti e spinge la setta dei «Boxers», xenofoba e anti-cristiana, contro gli stranieri (28). Alla fine del 1899 iniziano gli assalti agli stranieri, ai missionari e ai cristiani cinesi.
Nel giugno 1900 l’Imperatrice Tsu-hsi dichiara guerra alle potenze europee, intimando alle legazioni occidentali di sgomberare Pechino entro 24 ore. Queste rifiutano, ma non riescono a farsi ricevere dall’Imperatrice; il ministro della Germania Ketteler viene ucciso per strada. Il 20 giugno l’esercito cinese apre il fuoco contro il quartiere delle legazioni dove si erano rifugiati europei, missionari e cristiani cinesi; il 26 Tsu-hsi pubblica un decreto che ordina ai governatori delle province di arruolare i Boxers per dare la caccia agli europei; il 2 luglio ordina l’espulsione dei missionari e il massacro dei cristiani che si rifiutano di apostatare.
Missionari e cristiani cinesi sono in balìa delle truppe imperiali sostenute dai Boxers e da altre forze anti-occidentali. Le legazioni e la cattedrale (Beitang) a Pechino restano assediate finché il corpo di spedizione militare delle potenze occidentali giunge in Cina (29), occupa Tientsin ed entra a Pechino il 13 agosto 1900, abbandonandosi ad un vergognoso e selvaggio saccheggio! L’Imperatrice con la corte si ritirano nell’antica capitale cinese Sian, nello Shensi. I Boxers, sconfitti a Pechino con l’esercito imperiale, continuano nelle regioni interne gli assalti agli stranieri e alle loro proprietà, ai missionari e ai cristiani cinesi.
Il 26 ottobre 1900 cominciano i colloqui di pace, il protocollo finale è firmato il 7 settembre 1901 e il 7 gennaio 1902 l’Imperatrice e il suo governo ritornano a Pechino, evacuata dagli eserciti stranieri! Le dure condizioni di pace impongono al governo cinese misure da prendere per la salvaguardia degli stranieri e dei cristiani cinesi e gli attribuiscono la responsabilità di altri eventuali incidenti.
Il bilancio finale, per le missioni, fu meno grave di quello che avrebbe potuto essere. La violenza anti-cristiana infuriò quasi solo nelle province del nord-est (Pechino, Manciuria, Mongolia, Shansi, Shantung, Hebei): mons. Favier calcolava che nel suo vicariato apostolico di Pechino erano stati uccisi dai 15.000 ai 20.000 cristiani (con la distruzione sistematica di tutte le costruzioni della missione); nello Shansi circa 15.000 cristiani, in Mongolia 3.000, ecc.
Al centro, al sud e al nord-ovest, cioè nei quattro quinti della Cina, la saggezza dei governatori locali impedì molte violenze anti-occidentali e anti-cristiane. Nello Shensi fu martirizzato il padre Alberico Crescitelli del Pontificio seminario romano per le missioni estere (diremo meglio in seguito), ma fu un caso isolato.
La cittadella di Kinkiakang subisce un lungo assedio nei mesi di luglio, agosto e settembre 1900. La salvezza dei dieci preti italiani e sette cinesi, con un migliaio circa di cristiani (30), si deve, oltre che alla protezione di Dio, alla solidità delle mura da poco erette e all’apparato di difesa approntato dal torinese p. Giovanni Bricco già militare nell’esercito savoiardo, che aveva assunto il comando del piccolo esercito cristiano. Un’avventura romanzesca, questa, che meriterebbe più ampia descrizione e un film storico (31)!
Sulle mura i cristiani avevano due cannoncini di legno con la bocca cerchiata di metallo (spararono alcuni colpi di avvertimento, per aria!) e anche una botte dipinta di rosso da cui usciva continuamente del fumo, facendo pensare chissà a quale «arma segreta». Tre volte parte dalla città di Nanyang una folla di esaltati per tentare l’assalto a Kinkiakang (6, 9 e 17 luglio 1900). La prima volta padre Bricco, su un cavallo bianco, guida una schiera di cristiani armati di fucili, spade e bastoni, che corrono verso gli assalitori gridando e sparando per aria. Vedendo quella schiera compatta venir loro incontro, la folla si disperde prima di venire a contatto con i cristiani...
La seconda volta gli assalitori, prima di lanciarsi contro le mura, incendiano il vicino villaggio cristiano, i cui abitanti si erano già rifugiati a Kinkiakang. Padre Bricco guida una seconda sortita, i cristiani lo seguono e ingaggiano una lotta furibonda contro gli assalitori: sul terreno rimangono due morti e diversi feriti, i cristiani si ritirano con sette prigioneri; che mons. Volonteri fa curare, dà loro da mangiare e li rimanda liberi ai loro villaggi, suscitando enorme impressione nelle schiere nemiche e nel popolo (a quel tempo i prigioneri erano torturati e uccisi pubblicamente). La terza volta, una furiosa pioggia allaga campi e strade di terra attorno a Kinkiakang, impantanando i fanatici assalitori prima ancora che giungano sotto le mura! Mons. Volonteri comunica a Milano i danni della rivolta dei Boxers nel suo vicariato (32), così sintetizzati da Tragella (33):

«Su dieci prefetture civili quante ne contava la missione, solo in quattro non si ebbero a lamentare danni e disturbi, per il fatto di esservi pochi cristiani; in tutte le altre, ribalderie e persecuzioni, saccheggi, distruzioni, incendi, a seconda della maggiore o minore avversione dei mandarini locali. In totale sopra oltre 10.000 cristiani, solo 2.000 non furono molestati o derubati delle masserizie, delle proprietà, degli strumenti di lavoro e del bestiame; i più ebbero la casa distrutta; tutti quindi si erano rifugiati a Kinkiakang con le sole vesti estive che portavano indosso, sì che la missione dovette provvederli di tutto».

Nel Honan del nord mons. Scarella lamenta la distruzione sistematica delle costruzioni cristiane: «Il nostro vicariato è letteralmente ridotto a un mucchio di macerie». Il vescovo con i missionari e circa 300 cristiani fuggono verso i monti e si salvano nella residenza di Tien-kia-tsin, protetta dal mandarino amico di Linhsien. Nei villaggi, alcuni cristiani sono uccisi, altri battuti, molti fuggono lontano dove non sono conosciuti.

Volonteri «Gran mandarino dell’impero cinese» (1901)

Il governo cinese, dopo la colpevole connivenza con la caccia allo straniero dei Boxers, è costretto a risarcire i danni causati alle proprietà e alle persone fisiche. Per la riparazione dei danni alle missioni e ai cristiani, le autorità locali erano incaricate di concordare con i missionari l’ammontare delle somme da erogare. In pratica, nelle nostre missioni del Honan tutto si conclude in una bolla di sapone: le scarse «sapeche» ricevute (denaro cinese) non avevano alcun rapporto con i danni subiti, sia dalle missioni che dai cristiani!

«Spesso abbiamo visite di mandarini — scriveva p. Antonio Gilardi (14 aprile 1901) — i quali promettono mari e monti, ma ordinariamente tutto finisce lì. Fino ad oggi, nonostante tanto spreco di denari e di parole, abbiamo ottenuto pochissime riparazioni».

Il governo centrale e anche quelli locali tentavano di gettare sui missionari il sospetto dell’ingordigia e pesavano sul popolo con tasse esorbitanti, facendo credere che erano necessarie per ricompensare i cristiani... Il popolo rispondeva che, se aveva assaltato le missioni e bruciato i villaggi cristiani lo aveva fatto solo per rispondere a decreti imperiali e sotto la spinta delle autorità... Volonteri e Scarella scelgono la linea della pacificazione: «La pace che si può ottenere sul luogo — raccomandavano ai loro missionari — vale molto più delle sapeche».
Questo atteggiamento conciliante, e la fama che Volonteri si era acquistato per la sua opera a favore del popolo, vengono ricompensati dall’imperatore Kuang- hsu con le insegne di «Grande Mandarino dell’Impero cinese» date al vescovo italiano. La cerimonia, che doveva avvenire a Kaifeng a fine novembre 1901, viene poi abolita, ma il vescovo è accolto a corte da tre ministri e riceve egualmente le insegne con tutti gli onori a lui dovuti (34). Inoltre ha la sorpresa di ricevere in regalo la casa in Kaifeng appartenuta ai gesuiti 250 anni prima, che non era mai riuscito ad ottenere in precedenza: la casa, confiscata durante la persecuzione e venduta a privati, viene riscattata dallo stato e offerta a Volonteri e alla Chiesa «in perpetua proprietà». Il vescovo scrive:

«L’Imperatore e l’Imperatrice mandarono doni fino alla mia residenza lontana cinque ‘‘li’’: essi mi vennero portati in grande apparato e solennità da ufficiali a cavallo con un lungo corteo attraverso le vie della città, in quei giorni più che mai affollata. Questo, per la rarità dell’evento e per l’alta idea che il popolo cinese ha del ‘‘Figlio del Cielo’’, fece ottima impressione».

Ritornando da Kaifeng alla sua Kinkiakang in carrozza, con le insegne di gran mandarino ben in vista, monsignore è salutato nelle città per cui passa da folle osannanti (radunate dalle autorità locali), che lo accompagnano a lungo per le campagne. Scrive alla famiglia:

«Fu per la nostra religione un trionfo e per i cristiani deboli un incoraggiamento a perseverare, speriamo... Naturalmente per me era umiliante il pensiero che di vera e ben diversa gloria erano coronati i beati martiri Clet e Perboyre! Ma ero indegno di tanto premio...».

La bella figura di Simeone Volonteri (1831-1904)

In questi brevi capitoli di sintesi sulle missioni del Pime, attraverso i suoi 150 anni di storia, non è possibile dare spazio alle personalità dei singoli missionari. Ma alcuni emergono dai sotterranei della storia in modo così prepotente, da meritare qualche cenno. Volonteri è certamente uno dei «grandi» dell’Istituto (35). Nato a Milano il 6 luglio 1831, in famiglia ha una forte scuola di fede e di spirito di sacrificio (aveva 12 fratelli e sorelle, tutti viventi quando parte per la Cina). Nel 1848, a 18 anni, si presenta come volontario all’esercito piemontese in guerra per liberare il nord Italia dal giogo austriaco: ma viene giudicato non adatto al servizio militare «per salute cagionevole»!
Piccolo di statura e gracile di costituzione, si impone fin da giovane un rigoroso metodo di vita che lo rafforza fisicamente e gli permette di condurre 45 anni di missione nella disagevole Cina del secolo scorso. Sacerdote diocesano di Milano il 16 giugno 1857, entra nel Seminario lombardo per le missioni estere e parte per Hong Kong il 15 ottobre 1859. Arriva a destinazione il 7 febbraio 1860, dopo 115 giorni di viaggio! Dotato di facilità per le lingue, metodico e costante nello studio, padre Ho (36) è presto in grado di parlare bene inglese, francese, portoghese, spagnolo (37) e due dialetti della regione rurale di Hong Kong. Oltre all’apostolato esercitato non solo nell’isola di Hong Kong, ma anche sul continente cinese, Volonteri è ancora ricordato per la sua attività di cartografo. Dovendo continuamente viaggiare a piedi, in portantina e sui massacranti carri trainati da buoi, mette a frutto le sue conoscenze scientifiche e da una mole di rilievi annotati diligentemente può disegnare preziose carte topografiche. Ne produce ad Hong Kong e nei distretti sulla terraferma della diocesi e poi nel Honan dove viene mandato missionario nel 1870. Le autorità inglesi e quelle cinesi del Honan si complimentano con lui e usano il frutto della sua ricerca. Afferma padre Mario Marazzi (38):

«poiché solo nel 1910 fu completato dal governo di Hong Kong il rilievo topografico dei Nuovi Territori, per più di 40 anni la mappa di Volonteri fu la migliore del suo genere e la più usata (39). A conferma del suo successo basti dire che i diplomatici e funzionari britannici si servirono anche di essa nella delimitazione di quelli che vennero in seguito conosciuti come ‘‘Nuovi Territori’’, che la Cina cedeva in affitto alla Corona inglese nel 1898 per 99 anni».

Le più toccanti testimonianze su Simeone Volonteri sono quelle che riguardano la sua fede e la sua pietà e, di conseguenza, il suo spirito missionario. Era un autentico figlio di san Calocero, come si definivano i missionari del Seminario lombardo per le missioni estere, che avevano come modello la prima comunità dei missionari in Oceania (vedi capitolo II). Volonteri faceva un’ora di meditazione tutti i giorni prima di celebrare la s. messa, recitava il breviario e il rosario, era fedele alle molte pratiche devozionali allora in uso, di parecchie delle quali oggi abbiamo perso persino il ricordo.

«Così — scrive il biografo — egli era sempre unito a Dio per tutta la giornata, anche fra lo strepito degli affari, con l’assillo di tante sollecitudini e in balìa delle più impreviste e svariate vicende» (40).

Il suo fervente spirito missionario veniva da questa profonda unione con Dio e appariva da vari aspetti della sua personalità apostolica:
1) l’amore alla Cina e ai cinesi: parla sempre bene del popolo cinese e delle qualità personali dei cinesi; ma descrive anche la corruzione, le ingiustizie, le crudeltà, l’oppressione dell’uomo, della donna e dei poveri come costumi normali nella società cinese. Volonteri soffriva nel vedere un popolo così sobrio, laborioso, intelligente e onesto, essere così mal governato e imbevuto di una tradizione certo nobile, ma «pagana», cioè non mirata al bene dell’uomo. La Cina aveva bisogno di svecchiare la sua cultura, le sue strutture e i suoi costumi sociali: il Vangelo offriva, col modello di Cristo, la luce, il fermento della novità di cui anche la Cina aveva bisogno.
2) La carità lo metteva sempre a disposizione di tutti ed era il suo «metodo di apostolato». Nelle molte emergenze in cui viveva il popolo (carestie, inondazioni, pestilenze, assalti di briganti), Volonteri dava fondo a tutto quel che aveva, fiducioso nella Provvidenza. Quando si trattava di aiutare i bisognosi, non gli importava di essere ingannato e ricordava spesso quanto diceva il Fondatore mons. Angelo Ramazzotti: «Infelice è colui che non è mai stato ingannato. È segno che non ha mai beneficato nessuno!». La sua carità era soprattutto lo zelo per le anime.
3) Il massimo esempio che ha lasciato Simeone Volonteri era l’amore al sacrificio per le anime. «Se per salvare l’anima propria bisogna soffrire — scriveva ad un confratello — quanto più dev’essere pronto a soffrire chi vuol salvare anche quella degli altri!». Debole di costituzione e pieno di malanni, era sempre malaticcio e sofferente. Eppure i confratelli lo ricordano come uno che «non si tirava mai indietro». Lo spirito di sacrificio congiunto però con una grande prudenza e amabilità. Una delle sue massime era che il missionario deve «saper mangiare fiele e sputare miele». Nella lettera ad un missionario, che si lamentava del suo distretto difficile e improduttivo, si legge:

«Quando giunsi nel Honan, tutti i letterati ci erano nemici e prima di tutti gli stessi mandarini locali, che nello stesso loro tribunale stampavano un libercolo: ‘‘Sie Kiao’’, ove erano tutte le infamie contro di noi. Eppure, col tempo e la pazienza, il vento ha molto cambiato!».

La prefettura di Chengchow ai saveriani di Parma (1906)

Dopo la rivoluzione dei Boxers, cominciano tempi difficili per la Cina, ma anche forieri di un profondo rinnovamento. In seguito ai moti rivoluzionari nel sud e alla disintegrazione delle strutture statali, la casa imperiale è costretta a rinunziare al trono (12 febbraio 1912): il generale Yuan Shih-kai (1859-1916) diventa il primo presidente della repubblica. Nel sud del paese, Sun Yatsen (1866-1925) prepara un programma repubblicano, democratico e nazionalista, contro le mire ambiziose di Yuan (che voleva creare un nuovo impero mancese): fonda il Partito nazionalista (Kuomintang), che il generale Yuan dichiara fuori legge. Incomincia la guerra civile fra i generali del nord e il Kuomintang che governa al sud, mentre la Cina continua ad essere assalita e umiliata: nel 1914 il Giappone si impadronisce di Tsingtao e dello Shantung, con tendenza a fare della Cina un «protettorato» o una colonia giapponese.
Per le missioni sono anni di relativa libertà e pace. Alla morte di mons. Scarella (1902) e di mons. Volonteri (1904), il Honan contava circa 18.000 battezzati ed era in atto un certo movimento di conversioni. Già Volonteri aveva richiesto una nuova divisione del suo vicariato (41), che si realizza nel 1906 con la prefettura apostolica del Honan occidentale (Chengchow) affidata ai missionari saveriani di Parma: i primi quattro padri (Luigi Calza, Giuseppe Brambilla, Antonio Sartori e Giovanni Bonardi) erano venuti in Cina con mons. Volonteri nel gennaio 1904, quando il vescovo stava ritornando in missione da una breve visita a Roma.
Nel 1906 la Chiesa in Honan risultava divisa in tre circoscrizioni:
1) Honan sud: 20 milioni di abitanti, 12.000 cattolici, 12 missionari italiani e 10 preti cinesi, con sede a Kinkiakang (Nanyang, Seminario lombardo missioni estere).
2) Honan nord: 7 milioni di abitanti, 4.000 cattolici, 11 missionari italiani e due preti cinesi, con sede a Weihwei (Seminario lombardo missioni estere).
3) Honan occidentale: 8 milioni di abitanti, 2.000 cattolici, 7 missionari italiani, con sede a Chengchow (saveriani di Parma).
A sostituire mons. Scarella viene consacrato vescovo padre Giovanni Menicatti (1902), mentre il posto di Volonteri lo assume da p. Angelo Cattaneo, consacrato vescovo il 1° novembre 1905 ad Hankow (42). Cattaneo apparteneva al primo gruppo di missionari giunti in Honan nel 1870. Era ormai anziano e non aveva una buona salute.
Nel suo breve episcopato risolve il problema della procura di Hankow (oggi presso la città di Wuhan) per le missioni del Honan. Hankow è il porto sul Fiume Azzurro (che passa da Nanchino e sfocia nell’oceano a Shanghai), al quale giungevano i nuovi missionari e il materiale inviato dall’Italia. I missionari di Milano si servivano della procura dei francescani, ma aumentando il loro numero e le necessità delle missioni, era indispensabile una procura propria. Mons. Cattaneo vi manda p. Noè Tacconi nel 1907, che in sei mesi risolve il problema, acquistando una casa e impiantandovi la procura, in seguito sempre assistita da un padre e da un fratello.
Tacconi ritorna a Kaifeng (sostituito ad Hankow da p. Bricco), dov’era stato mandato nel giugno 1902 da mons. Volonteri: è stato il primo missionario a risiedere nella città imperiale capitale del Honan, dopo circa 300 anni che quella comunità cristiana era estinta (43). Poco dopo il suo arrivo, deve correre per aiutare un giovane missionario vittima di un assalto che poteva costargli la vita: padre Lorenzo Balconi, giunto in Cina nel 1900, parroco a Luyi, a sud-est di Kaifeng. Ecco come Balconi stesso racconta la sua disavventura (44), che citiamo a titolo di esempio per altre simili successe a vari missionari, anche se non con effetti così disastrosi (45):

«Verso la mezzanotte (del 5 aprile 1905) mi destò all’improvviso un insolito rumore e mi colpì una luce che sfuggiva dal graticcio di bambù del soffitto. Gettandomi in qualche modo sulle spalle la veste cinese senza nemmeno allacciarla, uscii: a non più di sessanta o settanta passi da me veniva avanti lentamente un gruppo di giovani, credo otto, in abito corto e stretto alla cintola, armati di fucili, sciabole (le antiche spade cinesi che richiamano molto la scimitarra turca) e bastoni, tenendo ciascuno una torcia a vento fatta di cera avvolta in tela imbevuta d’olio. Rivolgendo loro la parola gridai: ‘‘Che cosa cercate?’’. La risposta fu una fucilata che mi rasentò il braccio sinistro e andò a colpire il muro. Non potendo farmi illusioni sui propositi di quei visitatori, corsi ad avvertire il sacerdote cinese che si mettesse in salvo. Ma i pochi minuti perduti bastarono perché gli assalitori mi inseguissero. Non mi rimaneva altra via di scampo che ripararmi in una cameretta aperta sul cortile: tentai di sbarrarne la porta, ma non riuscii a dare il catenaccio.
Gli assalitori invasero la stanzetta chiudendo l’uscio e mi circondarono cantando e maledicendo secondo l’uso cinese, buttandomi da muro a muro come se giocassero alla palla. Quindi uno che mi stava davanti cominciò a colpirmi con la sciabola, mentre un altro di dietro mi assestava colpi col bastone. Mi decisi a rivolgere loro la parola: «Cosa volete? Quel poco che ho potete prenderlo». Mi rispose subito quello che maneggiava la spada: «Non vogliamo nulla. Ti uccidiamo » e subito mi colpì ripetutamente, così tutto grondante sangue caddi al suolo. Bastò questo perché in tutta fretta si allontanassero. O credettero che l’ultimo colpo fosse stato mortale e lo scopo era ormai ottenuto, o, superstiziosi come sono, temettero che l’anima del morente li potesse acciuffare per vendicarsi» (46).

Guerra civile e brigantaggio devastano la Cina (1912-1922)

A Kaifeng padre Tacconi realizza a poco a poco il suo disegno di acquistare terreni in città, per sistemare un po’ ovunque chiese, conventi, scuole, orfanotrofi, dispensari, catechistato, seminario. La sua strategia missionaria contemplava due punti: un vasto piano di scuole per affermare l’utilità della missione e preparare Kaifeng a diventare la sede di una nuova prefettura apostolica. Era un uomo di grandi visioni profetiche, come dimostra questo passaggio di una sua lettera:

«I vescovi debbono avere le loro sedi nelle capitali — scriveva. — Così si è sempre fatto cominciando dagli Apostoli. La fede è sempre stata propagata partendo dai grandi centri».

Intanto nel novembre 1910 p. Noè Tacconi è eletto pro-vicario di mons. Cattaneo (1910), che muore il 13 dicembre seguente; nell’ottobre 1911 Tacconi è il suo successore. Il vicariato del Honan sud aveva 18.000 cattolici e circa 6.000 catecumeni, 16 sacerdoti italiani e 11 cinesi, 20 suore canossiane e 6 missionarie francescane d’Egitto nell’ospedale di Chumatien. Tacconi si impegna a fondo nelle opere della missione: soprattutto scuole, assistenza sanitaria, orfanotrofi, formazione di catechisti e di sacerdoti.
Il carattere energico del nuovo vescovo (aveva 38 anni) suscita qualche opposizione negli «anziani» della missione, che non vedevano bene i suoi programmi innovativi, lo spostamento di diversi missionari da una residenza all’altra e il rafforzamento della Chiesa a Kaifeng per fondarvi una nuova diocesi. Anche l’ospedale di Chumatien, gloria della missione di fronte alle autorità e alla società cinese, fonte di grattacapi senza fine e di forti spese, non era visto bene. Tacconi chiama da Hankow padre Bricco a dirigere l’ospedale con le suore e sistema la situazione.
L’ospedale, con 150 letti in nove padiglioni collegati fra loro da verande coperte, era provvidenziale per la città e la regione. Tra l’altro vi venivano curati cristiani e missionari anche di regioni vicine. La presenza di un medico italiano, il dott. Maurizio De Giovanni, di grande umanità e competenza, serviva a dare prestigio all’opera della missione (47).
Mentre nel Honan del nord mons. Menicatti, di stampo più tradizionalista, si inserisce bene tra i suoi missionari, nel Honan sud Tacconi soffre e fa soffrire. Ma nei pochi anni che rimane a Nanyang (1911-1916) dimostra le sue grandi capacità. Basti questo fatto. La rivolta dei militari di Wuchang contro il governo di Pechino (10 ottobre 1911) porta nel Honan la guerra fra opposti eserciti, che incendia anche la regione e la città di Nanyang. Mons. Tacconi prende contatto con le due armate, si propone come paciere e riesce a far firmare, il 29 marzo 1912, un patto di pace: la cerimonia si svolge nella cittadella cristiana di Kinkiakang (48)!
La storia della Cina, a partire dalla rivolta dei Boxers (1900) fino alla vittoria dei comunisti di Mao (1949) è una continua guerra civile e caos causato dal brigantaggio organizzato, a cui si aggiungono, dalla metà degli anni venti, le bande comuniste. Nel 1912 in Cina regna la più grande anarchia: il governo a Pechino, la secolare struttura amministrativa nel paese e l’esercito nazionale sono combattuti dalla rivolta «progressista» e nazionalista del sud (il Kuomintang di Sun Yat-sen). Nasce un secondo esercito che domina intere province al sud e dissesta il paese aprendo la strada a gruppi autonomi e veri eserciti dediti al brigantaggio.
Per portare un solo esempio: nel 1913, un famoso capo brigante chiamato Lupo Bianco (Bailang) manda messaggeri a mons. Tacconi chiedendogli di fare da mediatore affinché le sue truppe (20.000 uomini in armi) vengano integrate nell’esercito nazionale. La mediaziome purtroppo non ha successo e Lupo Bianco diventa cattivo anche nei confronti della Chiesa, arrestando e poi rilasciando tre missionari: i padri Brambilla dei saveriani, Lovati e Brugnetti del Seminario lombardo. Il 18 e 19 ottobre 1913 assedia la cittadella di Kinkiakang che non riesce a prendere.
Ma nella zona intorno gli uomini di Lupo Bianco in tre mesi bruciano più di 300 villaggi, facendo numerose vittime, distruggendo i raccolti e portando via come ostaggi, per ottenere un riscatto, circa 200 prigionieri. Alla fine il governo di Kaifeng manda contro Lupo Bianco un esercito di 80.000 uomini, ma il 12 marzo 1914 mons. Tacconi scrive a Milano:

«Anche la spedizione militare di 80.000 uomini contro Lupo Bianco è stata un fiasco. Il governo cinese aveva mandato due generali inglesi a dirigere la manovra e due aeroplani. Ma Bailang è riuscito ad evadere tanto apparato di forze, passò la ferrovia verso ovest ed ora si trova ancora dalle parti di Nanyang».

Un altro capo brigante famoso a quel tempo era «il Vecchio Europeo» (49), che disponeva addirittura di un esercito di 40.000 uomini e terrorizzava anche lui le regioni centrali della Cina. Nel novembre 1922 si avvicina minacciosamente alla città di Chumatien, dove nella sede dell’ospedale si trovava anche il seminario della diocesi di Kaifeng diretto da p. Lorenzo Balconi e dal sacerdote cinese don Antonio Ma.

«Furono giorni di vera angoscia — racconta padre Crotti (50). — Man mano che il cerchio di fuoco e il fumo dei villaggi bruciati si avvicinavano alla città, dentro le mura crescevano il panico e la confusione. I seminaristi e il personale del seminario vennero dispersi. Restavano ancora p. Balconi e don Ma: alla fine anch’essi, calandosi dalle mura, fuggirono in aperta campagna. Il Vecchio Europeo avanzava inesorabilmente sulla città. Come portabandiera aveva legato ad un cavallo un prigioniero illustre, il gesuita padre Grimaldi, prelevato a Yishang, nella vicina provincia di Anhui. Il brigante non riuscì a prendere Chumatien. La strinse d’assedio per un mese, ma alla fine arrivò l’esercito repubblicano che la salvò. Molti briganti vennero catturati e trucidati, il grosso si rifugiò sui monti vicini. P. Grimaldi venne riscattato con 100.000 dollari cinesi».

Il viaggio di Noè Tacconi negli Stati Uniti (1918-1920)

Ritorniamo alle missioni del Honan. Nel 1916 Propaganda Fide accetta la proposta di erigere un nuovo vicariato apostolico a Kaifeng e vi nomina mons. Tacconi, mentre p. Flaminio Belotti lo sostituisce a Nanyang (il 5 gennaio 1918). Il vicariato di Nanyang aveva allora 8 milioni di abitanti con 20.221 cristiani, una ventina di sacerdoti italiani, 8 cinesi, 3 catecumenati, 3 orfanotrofi; le scuole della missione erano 190 con 2.462 alunni e alunne (51).
Nel nuovo vicariato apostolico di Kaifeng 7 milioni di abitanti e 7.000 cattolici. Tacconi non si faceva illusioni sul numero dei convertiti, per la persistente ostilità dei letterati. Aveva però grandi progetti sulle opere della missione da costruire, ma mancava drammaticamente di personale e di mezzi. Nel gennaio 1918 chiede a Propaganda Fide, attraverso il superiore generale del Pime p. Giuseppe Armanasco, il permesso di compiere una visita negli Stati Uniti alla ricerca di aiuti e personale. Il 5 luglio 1918 parte per Shanghai e poi per l’America con una nave giapponese (arriva a San Francisco il 13 settembre): nel primo anno (compresi tre mesi a letto, ospite dell’arcivescovo di Chicago, per una tremenda febbre) combina poco, soprattutto per la scarsa conoscenza dell’inglese.
Ma non poteva tornare a Kaifeng a mani quasi vuote! Chiede a Propaganda Fide di prolungare il suo permesso di assenza dalla diocesi e finalmente trova finanziamenti adeguati per i suoi progetti e una congregazione femminile per le scuole di Kaifeng, le suore della Divina Provvidenza (nate nello stato dell’Indiana). Ritorna a Kaifeng nel novembre 1920 (52) con due sacerdoti americani, un fratello delle scuole cristiane e sei suore americane. I due sacerdoti e il fratello erano stati reclutati per fare una scuola media maschile a Kaifeng (53).
Con le offerte dei fedeli americani (tolte le spese gli erano rimasti 38.000 dollari) incomincia le costruzioni: locali per le scuole, le residenze per padri e suore e la cattedrale di stile gotico-rinascimentale (di architetto italiano), con un imponente campanile alto 27 metri! I padri americani incominciano insegnando l’inglese e poi passano ad una scuola serale e alla media; le suore aprono una scuola elementare e passano subito alla media, con l’aiuto di insegnanti cinesi. Il vicariato di Kaifeng, con 10 preti italiani e 4 cinesi, può fornire di sacerdoti tutte le stazioni missionarie. Tacconi avrebbe voluto chiamare a Kaifeng i fratelli maristi francesi per una scuola cinese-francese (dopo quella cinese-inglese), ma il progetto non va a buon fine.
Nel vicariato di Nanyang la novità di questo periodo è l’incremento del seminario diocesano trasportato a Chumatien (con 45 alunni nel 1919), che dava buone speranze di aumento del clero cinese. Ormai a Nanyang c’erano comunità mature e nuove famiglie cristiane uscivano anche dall’orfanotrofio di Kinkiakang (300 orfani e orfane educati fino al momento del matrimonio) e da altri orfanotrofi nei vari centri della missione. Nel 1921 mons. Belotti fonda la congregazione dell’Immacolata Concezione per le giovani aspiranti cinesi e nel 1923 riesce a stabilire la residenza episcopale nella città di Nanyang, dopo più di mezzo secolo di resistenza delle autorità locali (54).

Maria Li: orfanella martire della virtù (1924)

La storia delle missioni in Cina finisce per confondersi con gli scenari dell’ambiente in cui si svolge: miseria nera, brigantaggio, inondazioni, pestilenze, guerre, dittature, ignoranza, un popolo che vive a un bassissimo livello di sviluppo e di giustizia. Ad uno sguardo superficiale sembra che tutto sia fango, violenza, peccato, crudeltà, paganesimo...
Invece i missionari raccontano spesso esempi di esercizio eroico delle virtù cristiane. Un solo caso fra tanti. Lorenzo Balconi racconta (55) che nel 1907 aveva raccolto una bambina abbandonata fra i due e i tre anni. Battezza la piccina dandole il nome di Maria Li (un cognome cinese comune, tanto per dargliene uno) e la consegna alle canossiane dell’orfanotrofio di Kinkiakang, che aveva allora circa 300 orfanelle come lei. Passano gli anni, Maria Li cresce buona, pia e istruita. Nel 1924 un giovane cristiano la chiede in sposa e lei acconsente. Si sposano e vanno a Likwankiao, cittadella difesa da mura. «La giovane sposa divenne presto la maestra e consigliera delle donne dei dintorni, da tutte rispettata e amata».
Mesi dopo giunge nei pressi di Likwankiao l’esercito di un capo brigante, Laoyangjen, che voleva vendicarsi per torti subiti. La città chiude le porte delle mura e si difende. Il capo brigante finge di allontanarsi, ma nei giorni seguenti manda all’interno, assieme ai profughi dalle zone rurali, alcuni suoi guerriglieri. Una notte, questi uccidono le sentinelle e aprono le porte all’armata brigantesca.

«Il grosso della banda si precipitò nelle vie interne come furie e cominciò il saccheggio e massacro indistinto di quanti capitavano a tiro. Si calcola che in quella notte uccidessero non meno di duemila persone con la spada e usando pietre e mattoni per risparmiare le cartucce. Contro i capi della difesa infierirono con crudeltà inaudite. Alcuni, avvolti in stuoie imbevute di petrolio, vennero bruciati vivi. Le giovani donne erano state risparmiate per essere condotte via... Maria Li, trascinata a forza davanti al capo, questi le dichiarò che non  aveva nulla a temere: non le sarebbe mancato nulla ed avrebbe passato in pace i suoi giorni con lui.
Appena Maria conobbe il suo destino, stette un istante come per riflettere, poi dimentica del pericolo si rizzò con fare nobile, ma forte e sicuro, rispondendo al capo che ringraziava, ma che non poteva accettare l’offerta. Senza neppure lasciarla finire, due briganti l’afferrarono e la misero a cavallo su una mula, ma essa saltò subito a terra dichiarando che non poteva seguirli perché era cristiana.
Il gesto inaspettato colpì quei signori abituati a vedere tutti cedere alle loro violenze. L’afferrarono quindi di nuovo e la rimisero a cavallo, ammonendola che era ordine del capo e non c’era che da obbedire. Ma quale non fu la sorpresa quando la videro di nuovo d’un balzo piombare a terra protestando: ‘‘Io sono cristiana e la vitaccia vostra non la posso fare. Del mio corpo e della mia vita voi siete padroni, ma dell’anima mia no: con voi non vengo’’. Si fecero subito d’attorno delle vecchie esortandola ad adattarsi perché il rifiuto poteva costarle la vita. Tentarono quindi di metterla una terza volta a cavallo legandola, ma essa, svincolatasi e saltata di nuovo a terra protestò ancor più energicamente: ‘‘Fate di me quello che volete, ma non posso perdere l’anima mia per voi’’.
Il capo banda, livido di rabbia, con un colpo di rivoltella l’abbatté, quindi squillarono le trombe e l’esercito si mise in marcia... Maria Li, ferita gravemente ma perfettamente in sé, venne trasportata con un giorno e mezzo di viaggio fino a Laohokow e affidata all’ospedale delle suore francescane d’Egitto, che la ricevettero con la venerazione con la quale si riceve una martire. Nei tre giorni che visse non le furono risparmiate le cure per alleviarne i dolori. Edificò tutti con la sua calma e rassegnazione. Non un lamento, sempre il sorriso sulle labbra. Pregava per i suoi uccisori. Spirò tranquillamente, martire della virtù. Se la nostra Maria Li, come tanti altri santi e martiri sconosciuti, non salirà l’onore degli altari, noi ci sentiamo tuttavia orgogliosi di averla vista crescere fra le nostre file, certi che dei martiri ha avuto il merito e la corona».

Il concilio plenario cinese di Shanghai (1924)

Tempi nuovi incominciano per la Cina e le missioni cattoliche. Cambia anzitutto lo scenario politico. Chiusa l’epoca imperiale, la Cina entra fra molte traversie nel tempo moderno. Sun Yat-sen crea a Canton il suo governo e il suo esercito repubblicano nel 1917: la guerra fra nord (imperiale) e sud del paese (repubbicano) continua creando il caos. Lo scontento della popolazione per lo stato di guerra civile sfocia il 4 maggio 1919 in una grandiosa manifestazione studentesca a Pechino, con gravi conseguenze destabilizzanti; nel giugno 1921 nasce a Shanghai il Partito comunista cinese (uno dei primi iscritti Mao Tse-tung); nel congresso del Kuomintang del 1924 si stabilisce la collaborazione fra il partito di Sun Yat-sen e il Partito comunista, contro i generali del nord; Sun Yat-sen muore nel 1925 e Chiang Kai-shek assume il comando delle armate del sud, scatenando la guerra che lo porta, nel 1928, a unificare l’intera Cina sotto il suo governo di Nanchino. Potrebbe essere un momento di pace e di progresso. Ma i comunisti rifiutano di deporre le armi e di integrarsi nella Cina repubblicana e progressista: inizia la guerra fra Kuomintang e Partito comunista, che si concluderà (attraverso molte vicende di cui diremo) nel 1949 con la vittoria di quest’ultimo.
Anche la Chiesa non è più la stessa. L’enciclica «Maximum illud» di Benedetto XV (1919) fissa la priorità delle missioni: creare un clero locale e una gerarchia indigena. Nel 1922 giunge in Cina mons. Celso Costantini come delegato apostolico di Pio XI, con un compito preciso: consegnare la Chiesa di Cina ai vescovi cinesi. Il mondo missionario continuava a gestire le cristianità, sostituendosi alla responsabilità dei locali: le missioni risultavano un corpo estraneo nella nazione. Non mancava il clero locale, i sacerdoti cinesi erano più di mille su poco più di 2.000 sacerdoti missionari stranieri (56), ma la gerarchia episcopale era ancora tutta straniera. Fra non poche opposizioni, nel 1924 si celebra a Shanghai il concilio plenario della Chiesa di Cina (57) e il 28 ottobre 1926 in san Pietro Pio XI consacra i primi sei vescovi cinesi.
Il passaggio dalla Chiesa missionaria alla Chiesa cinese non era facile. La mentalità dei missionari di quel tempo (i cristiani ci
nesi non sono ancora maturi, i preti cinesi valgono meno di quelli europei) rendeva complicato superare l’ostacolo giuridico, lo «jus commissionis»: un territorio veniva affidato da Propaganda  Fide ad un ordine religioso o istituto missionario, che doveva pensare a tutto (personale, mezzi finanziari, costruzioni, ecc.) e finiva per considerare come «proprio» quel territorio (prefettura o vicariato apostolico) dove aveva fondato la Chiesa. Di qui la difficoltà a lasciare tutto nelle mani di un vescovo cinese e ricominciare da capo in altra parte non ancora evangelizzata dell’immensa Cina. L’accoglienza delle direttive pontificie incontrava resistenze, suscitava polemiche (58).
Per quanto riguarda le missioni affidate al Pime (59), non sono mancate discussioni, consensi e dissensi. Emerge la figura di p. Giovanni Battista Tragella, che da Milano, come direttore di «Le Missioni Cattoliche», orientava l’informazione e la riflessione nel senso voluto dalla Santa Sede, cioè per l’opera prioritaria di fondazione delle Chiese indigene. Lo storico Giuseppe Butturini scrive (60):

«I missionari si trovavano in conflitto tra quanto suggeriva la tradizione o quanto esigeva la realtà del posto e le direttive del Pontefice. Ovviamente si parla spesso di clero indigeno, di seminari e anche di seminari regionali, ma la pastorale missionaria nel suo insieme trovava i suoi punti di riferimento nell’opera dei catechisti e a partire dal 1922 nello strumento della scuola. Del clero indigeno si parla in termini di ‘‘difficoltà’’, di ‘‘obbedienza alle direttive della Santa Sede’’ e in connessione con la visita del delegato apostolico; oppure con una terminologia più vicina all’eloquenza sacra che alla volontà politica, dicendo, ad esempio, che il seminario è l’‘‘opera prediletta’’, per poi concludere che il vero e urgente problema è quello della scuola....
Ovviamente i missionari non ignoravano le indicazioni romane, ma non le ritenevano adeguate alle necessità storiche della Cina e, non infrequentemente, quanto diceva il delegato apostolico veniva giudicato un’utopia. Probabilmente non era chiaro lo scopo della missione... Del resto è significativo un fatto: mai una volta il possibile fallimento delle missioni in Cina è legato all’assenza del clero indigeno; fallimento più volte ritenuto possibile se non si fosse provveduto alla soluzione del problema scolastico».

Nel Honan, mons. Belotti affida nel 1932 il vicariato foraneo di Chumatien ai suoi 14 sacerdoti cinesi, in preparazione alla prefettura apostolica omonima eretta dal Papa il 2 marzo 1933 col vescovo cinese mons. Pietro Wang (61). Una seconda realizzazione è il seminario regionale di Kaifeng, per i teologi ed i filosofi dei vicariati del Honan (62), eretto nel 1932 in un grandioso edificio appositamente costruito su terreno regalato da mons. Tacconi e affidato da Propaganda al Pime, con l’impegno di inviare personale preparato nelle università romane.
In questo periodo padre Paolo Manna, superiore generale del Pime, compie un lungo viaggio nelle missioni d’Oriente (dicembre 1927 — febbraio 1929): sei mesi in Cina, con 20 giorni a Pechino ospite della delegazione apostolica. Da questa visita nasce il famoso testo «Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione », consegnato a Propaganda Fide ma non pubblicato: definito «rivoluzionario» e «profetico» (63). Per quanto riguarda il Pime, Manna capiva che l’accento messo dalla Santa Sede sul clero e la Chiesa locale (anche con l’enciclica «Rerum Ecclesiae» di Pio XI nel 1926), poneva gli istituti missionari non religiosi (come il Pime) in una situazione nuova e non facile.
Nelle circoscrizioni missionarie affidate al Pime, il vescovo, membro dell’Istituto, era anche il superiore diretto dei missionari a lui sottoposti. Tutto quello che essi facevano era per la fondazione della Chiesa e non dell’Istituto (come si verificava nelle missioni commesse ai religiosi). I missionari del Pime, di clero secolare e in passato incardinati in diocesi italiane, facevano parte del clero locale come i giovani sacerdoti indigeni che essi formavano, senza alcuna differenza (64). Il passaggio ai vescovi indigeni rendeva necessario creare la figura del «superiore regionale» dell’Istituto (65).
In Cina p. Manna avvia la costruzione della «casa regionale» a Kaifeng e nomina il primo superiore regionale, p. Sperandio Villa (66) per i cinque vicariati affidati all’Istituto in Cina: Hong Kong, Nanyang, Hanchung (67), Weihwei, Kaifeng. La casa regionale (per incontri, studio del cinese, cure e riposo) venne semi-distrutta dai bombardamenti giapponesi nel 1938 e chiusa.

Il vicariato apostolico di Hanchung nello Shensi (1887-1926)

Dopo il 1926, con l’unione fra i due Seminari missionari di Milano e di Roma per formare il Pime, il vicariato apostolico di Hanchung nella provincia di Shensi (oggi Shaanxi) viene ad aggiungersi agli altri quattro che l’Istituto di Milano aveva in Cina: vi lavoravano dal 1887 i missionari del Seminario romano. Lo Shensi è considerato la culla del popolo cinese. A Sian (Xi’an), un tempo capitale imperiale, è conservata la «stele» in pietra (68) che è il più antico e autorevole documento dell’entrata del cristianesimo in Cina ad opera dei nestoriani (635 d.C.).
L’evangelizzazione nello Shensi è stata ripresa dai francescani e poi dai gesuiti (1625-1701), che hanno lasciato un grande ricordo col taumaturgo padre Stefano Le Fevre (la sua tomba era ancora frequentata a metà del sec. XX); poi ancora i francescani (1701-1762), i sacerdoti cinesi educati nel collegio della S. Famiglia di Napoli, che diedero alla Chiesa parecchi martiri e confessori della fede; e ancora i francescani fino al 1887. Negli anni dal 1724 al 1843 si succedettero diverse persecuzioni: dei 14 vicari apostolici di questo periodo, 2 morirono in carcere a Pechino, 6 vennero incarcerati e 2 esiliati; gli altri vivevano in modo clandestino spostandosi continuamente.
Nel 1887 Propaganda Fide erige il vicariato apostolico di Hanchung affidandolo al Seminario delle missioni estere di Roma. P. Francesco Giulianelli, missionario in Egitto con mons. Daniele Comboni (69), viene richiamato a Roma da Leone XIII e mandato nel 1885 a Pechino con una lettera per l’imperatore; poi va nello Shensi con i primi missionari romani e rimane amministratore della nuova missione fino all’arrivo del primo vicario apostolico nel 1888, mons. Gregorio Antonucci. La missione comprendeva 7.700 cristiani e un migliaio di catecumeni in 52 cristianità, con tre preti cinesi, nella fertile vallata del fiume Han. La residenza principale viene costruita da mons. Antonucci a Kulupa, non lontano dalla città di Hanchung, con seminario e varie scuole. Nel 1895 gli succede mons. Pio Passerini, del quale L. Balconi scrive (70):

«Giovane di età (71) e pieno d’intelligenza e di zelo, prende le redini del vicariato e si sobbarca all’immenso lavoro, che continua per ben 23 anni: ha veramente fondato la missione. Completa le opere di Kulupa, pensa ad insediarsi anche ad Hanchung, erige la cattedrale dei SS. Apostoli Pietro e Paolo a Kulupa e un’altra ventina di chiese e nel 1913 inaugura quella di Hanchung; fa venire le suore canossiane alle quali affida lo spazioso orfanotrofio con scuola e comincia a costruire un grande ospedale».

Il personaggio che rimane nella storia del vicariato di Hanchung è il beato Alberico Crescitelli (72). Nato ad Altavilla Irpina (AV) il 30 giugno 1863, giunge nel vicariato apostolico di Hanchung il 18 agosto 1988, dimostrando subito il suo spirito di zelo e di sacrificio nel donarsi tutto al popolo cinese e alla missione. Si impegna nello studio non solo del cinese, ma anche delle particolarità naturali della Cina e scrive alcuni studi sul bambù cinese e su altre piante (73). Nel marzo 1900 arriva nel distretto in cui pochi mesi dopo viene martirizzato, uno dei più isolati e difficili, mentre vi infierisce un’ostinata siccità e una grave carestia: la gente si nutre di cortecce d’albero e di radici. Il missionario, attraverso l’esercizio della carità a tutti, attira molti alla Chiesa, suscitando opposizioni, soprattutto quando protesta perché dagli aiuti del governo imperiale vengono esclusi i cristiani.
Mentre infuria la rivolta dei Boxers (vedi più sopra in questo capitolo), un editto dell’imperatore il 5 luglio 1900 decreta l’espulsione dei missionari stranieri e il perdono dei cristiani se si ricredono dall’aver abbracciato la religione straniera. I cristiani di Yentsepien consigliano padre Alberico di allontanarsi subito, ma egli si rifiuta di fuggire e di abbandonarli. Il 20 luglio viene assalito e ucciso il 21 dopo una lunga agonia e fra torture indicibili. Pio XII nel discorso per la sua beatificazione (18 febbraio 1951) ha detto che «il suo martirio è uno dei più crudeli che la storia cristiana ricordi». Poco dopo venivano uccisi anche undici cristiani e catecumeni.
Dopo mons. Pio Passerini (1866-1918), il vicariato di Hanchung passa sotto mons. Antonio Capettini (1877- 958), che fonda la congregazione di suore locali «Pia unione delle maestre della dottrina cristiana» e porta la sede del vicariato da Kulupa ad Hanchung. Nel 1929 mons. Lorenzo Maria Balconi è nominato vicario apostolico (fino al 1934, quando diventa superiore generale del Pime). Nel 1929 il vicariato di Hanchung aveva 17.217 cattolici e 5.000 catecumeni, 142 stazioni tra principali e secondarie, 14 missionari italiani e 8 sacerdoti cinesi, 16 canossiane italiane e 8 indigene, 72 catechisti, 45 catechiste, 41 battezzatori ambulanti e 23 maestri, 1 seminario con 45 alunni. Le opere della missione comprendevano una scuola femminile parificata e  scuolette elementari in tutte le cristianità, 3 orfanotrofi con 436 orfani e orfane, 1 ospizio con 119 ricoverati, 1 ospedale e 2 dispensari con 21.428 consultazioni annue, 1 lebbrosario a Yentsepien con 12 ricoverati.

Briganti assaltano la cittadella cristiana di Kulupa (1930)

Nel 1930 un fatto grave: l’assalto di una banda di briganti alla cittadella cristiana di Kulupa, dove erano le opere principali della missione e circa 800 abitanti (la sede del vicariato apostolico era ad Hanchung). Il brigantaggio organizzato in bande era da sempre una malattia endemica della Cina, ma dopo la rivolta dei Boxers era diventato per molti un modo normale di vivere. Dall’inizio del nostro secolo, e soprattutto dopo il 1912 quando il governo centrale perse la sua autorità, le bande dei briganti cominciarono a crescere fino a diventare veri eserciti, un flagello tremendo per il popolo. Scrive mons. L. Balconi (74):

«I briganti, organizzati con veri eserciti e disciplina militare, in nulla differivano dai soldati regolari, eccetto nella bandiera e qualche volta nell’uniforme. D’altra parte, i briganti di oggi erano i soldati di ieri e le autorità, che oggi venivano a farvi visita, potevano benissimo essere i briganti di un prossimo futuro».

Balconi racconta che nel maggio 1929 un capo brigante che aveva un esercito di 30.000 uomini (Wangsanchoen) gli manda un ambasciatore:

«Nella lettera diceva di essere sempre stato amico dei missionari e di averli protetti e voleva essere amico anche del nuovo vicario apostolico. Mi chiedeva perciò solo un piccolo favore, sicuro che non glielo avrei negato: gli mandassi cioè diecimila fucili, centomila cartucce, un centinaio di rivoltelle, qualche cannone e qualche mitragliatrice; avrei potuto aggiungere a piacere un po’ di medicine per i suoi soldati, protestando che di tutto mi sarebbe stato assai grato. Il corriere partiva il giorno seguente con la risposta diretta al capobanda, nella quale, dichiarandomi onorato di tanta amicizia, esprimevo tutto il mio dispiacere per non poter venire incontro ai suoi nobili desideri... Armi e munizioni non ne avevo e non ne potevo dare».

Il pericolo di Wangsanchoen scompare d’incanto: l’esercito brigantesco leva rapidamente e misteriosamente l’accampamento e se ne va. Comunque la voce che il vescovo abbia un deposito di armi circola e un anno dopo si presenta un altro brigante, Kao Chou-tchen, con una banda di circa 3.000 uomini (militari comunisti ribelli che vivevano di saccheggi). Nella notte fra l’11 e il 12 ottobre 1930, i briganti di Kao circondano Kulupa, con scale di bambù saltano le mura e penetrano nel primo recinto, abbattono le porte d’ingresso e sono nei cortili interni della missione:

«Un buon migliaio di uomini si precipitano nell’interno gridando a squarciagola com’è loro uso: ‘‘Pan-k’ai le-leao, pan-k’ai le-leao’’: I briganti! I briganti! In residenza quei diavoli invadono ogni angolo e rovistano ogni vano. Le porte chiuse sfondate a colpi di mazza, le casse spaccate con le pesanti sciabole... Una residenza antica come Kulupa, anche come luogo di rifornimento della missione, aveva naturalmente un po’ di roba: ne approfittarono per cambiare tutte le loro lacere e sudice vesti con le nostre, mettendosene ciascuno fino a due e anche tre mute, quanto insomma poteva permettere loro di camminare, giudicando questo il modo migliore di portar via più roba, lasciando le mani libere. Dei vetri delle finestre più di metà andarono in frantumi; altari, arredi, sedie e panche della chiesa vennero rotti per puro vandalismo.... Tutto quello che a loro non sembrava utile venne accatastato in cortile e prima di partire ne fecero un grande fuoco. I libri, si può ben immaginare, furono i primi ad essere condannati al rogo».

Ma i briganti cercano le armi. Non avendole trovate, portano via una trentina di ostaggi, fra i quali quattro sacerdoti: il cinese Luca Chang e tre italiani, Salvatore Filia, Emilio Ghislanzoni e Rodolfo Mazzoli. Otto suore canossiane prese in ostaggio vengono liberate all’ultimo momento per l’insistenza di un capo brigante, dichiaratosi cattolico! La storia degli ostaggi portati con i briganti per tre mesi e poi liberati è un romanzo d’avventura affascinante: è stata scritta da padre Filia (in uno stile drammatico ma anche ironico!) prima a puntate su «Le Missioni Cattoliche» e poi pubblicata in volume (75).

La pastorale del Pime in Cina negli anni trenta

L’evoluzione pastorale della Chiesa di Cina negli anni venti e trenta, almeno nei vicariati apostolici affidati al Pime, si può caratterizzare in due battute: il passaggio dal catechista (collaboratore del padre e factotum) alle associazioni di Azione Cattolica e di categoria; la massima attenzione alle scuole e alle iniziative culturali, compresa la formazione del clero.
Le relazioni e le lettere dei missionari nei primi 50 anni del Seminario missionario lombardo in Cina (1870-1920) erano centrate sull’orfanotrofio, che permetteva di avere in futuro giovani educati cristianamente fin da piccoli, e sui catechisti: «il catechista braccio destro del missionario», «se non ci fossero i catechisti noi non faremmo nulla», «il missionario senza catechista è come un capitano senza soldati», sono frasi ripetute da tutti. Il catechista preparava la via al missionario nei villaggi pagani, istruiva i catecumeni, dirigeva e consigliava le comunità cristiane.
Negli anni venti, la società cinese evolve verso una coscienza più matura di popolo: i movimenti rivoluzionari e la guerra civile coinvolgono il popolo. La Chiesa di Cina, anche in conseguenza dell’accento che Pio XI metteva continuamente sull’Azione Cattolica nei suoi documenti e discorsi, promuove le associazioni cattoliche per dare ai battezzati un’istruzione religiosa più adeguata ai tempi, in vista anche di una presenza dei cattolici nella vita pubblica, culturale e politica (come già avveniva da tempo per i protestanti). In ogni diocesi viene fondata l’Azione Cattolica giovanile e per adulti (76). Dopo che il governo nazionalista di Chiang Kai-shek unifica la Cina e la modernizza, la scuola assume, nella programmazione pastorale e nelle lettere dei missionari, importanza primaria. Non tanto per le eventuali conversioni al cristianesimo, quanto per l’influsso culturale che esercitava sulla società cinese. Il Kuomintang voleva svecchiare la Cina, portarla ad un modello moderno di vita e di società, al quale non era estraneo il cristianesimo: bisognava influire sulle classi colte cinesi. L’ideologia di Sun Yat-sen (77), il «Tridemismo» (78) su cui si fondava la nuova Cina nazionalista, aveva forti ascendenze cristiane. Sun elogiava spesso l’operato dei missionari cristiani e dichiarava di sperare che essi supplissero con le loro opere educative e assistenziali alle deficienze dello stato. Il capo della nuova Cina, Chiang Kai-shek, era lui stesso divenuto protestante, convinto della superiorità del cristianesimo su qualsiasi altra religione o ideologia.
In questo quadro di speranza, per una Cina orientata più cristianamente di quella imperiale da poco scomparsa e di quella comunista che stava sorgendo in alcune parti del paese, i missionari vedevano la scuola come il massimo contributo che la Chiesa poteva portare alla nuova Cina. Ecco perché nelle missioni si aprono o si potenziano le scuole elementari in ogni villaggio dove esisteva una comunità cristiana, ma si programma anche la fondazione di scuole superiori. In quel periodo, nei programmi e nell’insegnamento governativi trionfavano l’agnosticismo, lo spirito xenofobo e l’ideologia comunista che distruggeva l’antica moralità familiare confuciana. La missione passa dalla priorità delle visite ai villaggi per convertire i poveri, all’impegno scolastico-culturale nelle città per formare i giovani e avere sacerdoti ben preparati: il seminario regionale di Kaifeng (per lo Honan), di cui s’è detto, si concepiva collegato ad una scuola superiore o università cattolica cittadina.
A Nanyang va ricordata la scuola media parificata aperta nel 1927 a Tanghien da p. Pietro Massa e dal suo assistente p. Antonio Barosi, proprio nel periodo peggiore per il brigantaggio e mentre le truppe comuniste invadono la regione. Queste infatti, l’anno seguente, occupano i vasti locali della scuola, riducendoli a caserma. I due missionari portano la loro esperienza nella cittadella cristiana di Kinkiakang, dove iniziano la scuola media e superiore intitolata a Simeone Volonteri («Siman»), che apriva le porte dell’università. Ebbe un percorso tormentato: aperta nel 1929 dopo tante fatiche (con 80 alunni all’inizio tutti cristiani), nel 1934 aveva 300 alunni e si costruiscono nuovi locali, capaci di 700 alunni, con tutte le attrezzature più moderne (biblioteca, gabinetti di scienze, collegi per ospitare gli alunni, ecc.). La scuola era gratuita (si chiedeva solo una piccola retta per alunni e alunne ospitati nei pensionati) e aveva acquistato una buona fama nelle università, dato che i suoi alunni si rivelavano molto preparati.
A Kaifeng mons. Tacconi apre nel 1927 la scuola femminile superiore «Jinyi» («splendida educazione») delle suore americane della Divina Provvidenza (con 600 alunne). Per la scuola maschile, i due sacerdoti e il fratello americani portati dagli Stati Uniti nel 1920 aprono prima una scuola serale poi una media («Pei Wen»), ma il vescovo pensava ad una scuola superiore e addirittura ad una università, dato che Propaganda Fide (mons. Celso Costantini) voleva l’università cattolica in Cina. Il p. Francis Clougherty era ben preparato per questo scopo. Nel 1923 il card. Van Rossum di Propaganda scrive ai benedettini tedeschi di Pennsylvania chiedendo loro di costruire e dirigere una università cattolica in Cina. Mons. Tacconi propone come sede Kaifeng, città geograficamente centrale, da preferire a Pechino per vari motivi.
Nel 1925 i benedettini accettano, ma dopo aver visitato Kaifeng scelgono Pechino, dove poco dopo l’università entra in crisi e passa nel 1932 ai padri verbiti (Svd). Da Kaifeng i benedettini, che avevano realizzato varie costruzioni per un’abbazia con scuola maschile annessa, si ritirano nel settembre 1936 per i torbidi e il pericolo imminente della guerra cino-giapponese: le loro costruzioni vengono trasformate in ospedale del vicariato (79). Nel 1933 mons. Tacconi chiede aiuto al p. Vincent Lebbe, che apre la scuola media «Guang Yu» («Splendore del Honan») con un professore laico membro della congregazione di Lebbe; fallisce invece il tentativo di coinvolgere i due vescovi del Pime di Nanyang e di Weihwei (Flaminio Belotti e Martino Chiolino) per costruire una scuola superiore sostenuta dai tre vicariati del Pime in Honan. I progetti sono sempre superiori alle forze disponibili!
Hanno successo le iniziative di Tacconi, come di altri vescovi del Pime, nel fondare congregazioni femminili locali (le «suore catechiste della Provvidenza») e nel far venire in Cina congregazioni femminili occidentali: a Kaifeng nel 1935 giungono le suore benedettine americane (insegnano nell’università locale) e le suore di Maria SS. Consolatrice alle quali viene affidata la s. Infanzia (orfanotrofi); nel 1940 giungono le suore sacramentine di Bergamo, impegnate nell’ospedale cattolico cittadino.

La guerra cino-giapponese e la II guerra mondiale (1937-1945)

Dopo l’incerta alleanza fra Kuomintang e Partito comunista cinese alla metà degli anni venti, negli anni 1927-1930 i comunisti sono sconfitti in una serie di tentativi di rivoluzione armata nelle regioni del centro-sud. Il 27 novembre 1931 riescono a fondare la «repubblica sovietica cinese» nel Kiangsi, di cui è eletto presidente Mao Tse-tung. Ma dopo alcune pesanti sconfitte ad opera dell’esercito nazionalista debbono ritirarsi con la leggendaria «lunga marcia» (1934-1935) verso le montagne dello Shensi, dove costituiscono la «repubblica sovietica di Yenan».
Ma intanto, dal 1931 il Giappone avanza nel profondo della nazione cinese, occupando la Manciuria (risuscitando l’impero mancese con l’ultimo imperatore della Cina, Puyi), e più tardi la Mongolia e lo Hebei. Il 7 luglio 1937 scoppia la guerra tra Cina e Giappone, anticipo della II guerra mondiale. L’invasione giapponese permette alle truppe comuniste di reinserirsi nella politica generale del paese. Nel 1937, Chiang Kai-shek aveva quasi conquistato l’intera Cina, liberandola dai briganti e dalla guerriglia comunista: si preparava all’assalto finale delle basi di Mao nello Shensi.
Chiang avrebbe voluto eliminare prima il Partito comunista (per liberarsi del nemico alle spalle) e poi impegnarsi a fondo contro il Giappone. Ma è costretto a rispondere subito all’attacco frontale giapponese ed a lasciare libero Mao Tse-tung, che durante la guerra cino-giapponese fino al 1945 si fortifica a spese del governo nazionalista e radica il Partito sul territorio indottrinando il popolo ed eliminando le strutture e i dirigenti del Kuomintang dove possibile.
Nel giugno 1938 i giapponesi circondano e poi occupano Kaifeng, dopo averla bombardata. Nella notte fra il 13 e il 14 giugno, le dighe sul Fiume Giallo sono fatte saltare dall’esercito nazionalista, che non sa più come fermare i giapponesi. Kaifeng diventa un’isola in un mare d’acqua giallastra che travolge tutto. Su quattro e più milioni di abitanti del vicariato di Kaifeng, ne muoiono più d’un milione e un altro milione si mettono in salvo perdendo tutto. Un terzo delle opere della missione è spazzato via in pochi giorni (80). Le dighe sono ricostruite nel 1947, con l’intervento tecnico e finanziario degli americani sotto le insegne delle Nazioni Unite!
L’acqua del Fiume Giallo ferma però l’avanzata giapponese nella Cina centrale. Si formano due fronti: i cinesi ad ovest delle terre inondate, i giapponesi ad est. Durante la seconda guerra mondiale, i missionari italiani del Honan (Pime e saveriani) vengono inviati in campo di concentramento: prima dai cinesi (l’Italia era nazione alleata del Giappone), poi dai giapponesi, dopo il «tradimento» del re e di Badoglio!

I sei martiri del Pime nel Honan (1941-1942)

Nel caos che regna in Cina fra il 1937 e il 1945, sei missionari del Pime vengono uccisi nel Honan. Mentre sullo scenario della grande politica il mondo seguiva con preoccupazione la guerra fra Cina e Giappone, nelle campagne cinesi, specie nel sud e nell’ovest della Cina, le bande di briganti e di comunisti spesso si confondevano. In questi anni il Pime ha avuto sei missionari (e uno ad Hong Kong di cui s’è detto) uccisi da briganti, soldati sbandati, bande comuniste: in un paese in preda all’anarchia, l’identità precisa degli autori di questi massacri è rimasta incerta. Diversi altri missionari del Pime in questi tempi hanno avuto avventure simili a quelle dei martiri, per fortuna non finite così tragicamente (81).
1) Padre Cesare Mencattini di Agazzi (Arezzo). Nato nel 1910, giunto in Cina nel 1935, missionario nel vicariato apostolico di Weihwei. Il 12 luglio 1941 parte in bicicletta con altri due missionari per andare a Weihwei. Giunti al mercato di Qimen, prima di entrare nella porta della cittadina sono presi a fucilate, senza alcun preavviso, da militari sbandati. Padre Mencattini ha il ventre squarciato, padre Angelo Bagnoli è ferito alla coscia, p. Leo Cavallini al piede sinistro. Mencattini è finito a baionettate e sepolto dopo essere rapinato di tutto. Gli altri due sono condannati ad essere sepolti vivi, secondo un barbaro costume del tempo. Li salva un ufficiale cristiano che li fa portare all’ospedale di Weihwei (distante 25 chilometri).
2) Mons. Antonio Barosi (Solarolo Rainerio, Cremona). Nato nel 1901, in Cina dal 1925, dal 1940 amministratore apostolico del vicariato di Kaifeng; p. Mario Zanardi (Soncino, Cremona, 1904, in Cina dal 1927); p. Bruno Zanella (Piovene di Vicenza, 1909, in Cina dal 1936); p. Gerolamo Lazzaroni (Colere, Valle di Scalve, Bergamo, 1914, in Cina dal 1939) (82).
Questi quattro missionari (del vicariato di Kaifeng) sono uccisi il 19 novembre 1941 a Tingtsuen, dove mons. Barosi si era recato in visita pastorale con i padri Zanardi e Lazzaroni. Mentre i missionari, dopo le cerimonie in chiesa, sono a pranzo, si presentano una decina di soldati e altri presidiano la casa parrocchiale. Prendono il parroco p. Zanella e lo portano in un’altra stanza per interrogarlo. Cercano soldi, legano gli altri e li portano in sacrestia e in chiesa sotto la minaccia delle armi.
Non riuscendo ad ottenere da Zanella i grandi capitali che pensavano avesse, gli versano in bocca petrolio e acqua bollente: più morto che vivo lo gettano nel pozzo. Mons. Barosi aveva il lasciapassare giapponese per poter visitare Tingtsuen: è accusato di essere «una spia del nemico e agente del capitalismo». Anche lui con gli altri missionari sono uccisi e gettati nel pozzo; Lazzaroni probabilmente ancora vivo: aveva solo 27 anni! Ai servi di casa non vien fatto nulla e possono raccontare la triste avventura.
3) Padre Carlo Osnaghi (Milano 1899), in Cina dal 1924. Missionario del vicariato di Kaifeng, il 12 gennaio 1942 è fatto prigioniero da una banda di briganti filo-comunisti, che lo portano con sé come ostaggio, con il suo servo e un altro cristiano, il giovane Hoang San. Dopo venti giorni di peregrinazioni, torture e inaudite sofferenze, la notte del 2 febbraio a Yekikang è barbaramente sepolto vivo con il suo servo: legati mani e piedi, gettati in una fossa e ricoperti di terra! Hoang San scampa alla morte all’ultimo momento.

La Cina sotto il regime comunista (1949)

Dalla metà degli anni venti il comunismo assume un ruolo fortemente negativo nella storia della Chiesa cinese e delle missioni del Pime: come e più del brigantaggio. Va ricordato che fin dal 1925-1926 nascono nella Cina del sud e dell’ovest governi locali comunisti, che applicano integralmente il leninismo (come teoria della conquista e della gestione del potere). A raccontare oggi certi fatti si rischia di non essere creduti. Mons. Balconi scrive in base alla sua esperienza come vicario apostolico di Hanchung, dal 1928 al 1934: riferisce i metodi usati per la conquista del potere in quegli anni nella sua provincia o in province vicine, di cui aveva conoscenza diretta. Dopo aver descritto il «regime di terrore» che i comunisti instauravano nelle regioni «liberate» o che volevano «liberare», aggiunge (83):

«È interessante conoscere con quali metodi il programma comunista in Cina veniva eseguito... procedeva alla confisca delle terre, distruzione dei titoli di proprietà... esame dei conti ed eventualmente condanna a morte di chi possedeva una fortuna di 5.000 dollari, considerato quindi come capitalista e contro-rivoluzionario; sterminio di ventotto classi di persone come le seguenti: avversari politici, i soldati dell’esercito nemico, i capi villaggio, i proprietari e tutti quelli che non sostenevano positivamente il governo di terrore; inoltre, gli indesiderabili, i mediatori di matrimoni, gli indovini, coloro che predicono il futuro e i bonzi buddhisti. Altro gruppo è quello degli infermi, degli incurabili e dei vecchi... L’atteggiamento verso la religione era espressamente ostile...
Il terrorismo aveva del diabolico: non era solo l’uccidere ma la voluttà di incrudelire. Fortunate le vittime che erano fucilate o decapitate. Quanti subirono strazi inauditi, mutilati e tagliati a pezzi di proposito e conservati in vita il più a lungo possibile.... I lebbrosi, persone pericolose, dovevano essere bruciati vivi; chi aveva  passato i sessant’anni doveva essere ucciso; i figli dovevano sporgere accusa contro i genitori che non si mostrassero entusiasti del regime; dove la popolazione si ribellava ai persecutori, si obbligavano poi alla resa con gli stessi mezzi usati per catturare le bestie feroci: bruciando i loro villaggi con tutti gli abitanti. Fu costituita la società ‘‘Sa fu tan’’, che significa: ‘‘Società degli uccisori di padre e madre’’. Per esservi accettati  si doveva dare prova di coraggio uccidendo padre e madre di proprio pugno...
I propagandisti del comunismo in Cina portano l’odio a qualunque religione e in particolare al cristianesimo e quindi le nostre missioni ebbero a subire gravi danni....».

Terminata la guerra col Giappone nell’estate 1945, la Cina si ritrova con due governi: quello nazionalista di Chiang Kai-shek e quello comunista di Mao Tse-tung; il primo, l’unico riconosciuto internazionalmente, aveva combattuto contro il Giappone e deve ricostruire il paese; il secondo con l’aiuto dell’Unione Sovietica aveva fondato sul territorio le sue basi rivoluzionarie, indottrinando il popolo, eliminando i funzionari governativi.
La guerra civile infuria fra nazionalisti e comunisti. I primi vincono varie battaglie, gli Stati Uniti mandano mediatori che portano più volte i due contendenti al tavolo della pace: ma gli accordi firmati in momenti di difficoltà per Mao non hanno valore. La guerra riprende in altre parti dell’immensa Cina con la tattica della guerriglia che dissesta lo stato, l’economia, la vita civile: il paese diventa sempre più ingovernabile. L’America abbandona a poco a poco l’alleato nazionalista, che si rifugia con molti profughi nell’isola di Taiwan.
Il 1° ottobre 1949 a Pechino Mao proclama la nascita della «Repubblica popolare cinese» e ottiene il controllo del territorio e del popolo con i metodi già ricordati. Quelli che buona parte dell’opinione pubblica americana considerava «semplici riformatori agrari» conquistano tutto il potere. Passano 27 anni e un mese dopo la morte di Mao (9 settembre 1976) il suo successore Hua Kuo-feng proclama: «La Cina ha perso trent’anni nella via verso lo sviluppo» e incomincia a fare tutto il contrario di quel che Mao aveva fatto. Oggi la Cina è il paese del capitalismo più selvaggio che si conosca. L’imperativo è: «Arricchitevi!». Però continua a proclamarsi «comunista» e mantiene le strutture della «dittatura del proletariato».
La storia della persecuzione che ha subìto la Chiesa di Cina dal 1949 ad oggi è ampiamente nota. Qui ci interessano solo le vicende dei 130 missionari del Pime (84) dal 1947 fino all’espulsione dalla Cina degli ultimi due missionari, ambedue di Nanyang, p. Severino Ferré e fratel Raffaele Comotti, l’8 luglio 1954. Prima di loro hanno dovuto lasciare il paese cinque vescovi (compreso mons. Bianchi di Hong Kong) e circa 130 padri e fratelli del Pime. La prima esperienza diretta di vivere in una regione occupata dai comunisti è stata quella dei missionari di Hanchung già nel 1935 e poi dopo il 1938, quando lo Shensi, in seguito all’accordo fra nazionalisti e comunisti contro i giapponesi, venne affidato all’armata rossa.
La persecuzione sistematica contro la Chiesa incomincia nel 1947 quando i comunisti sono all’attacco e quasi sicuri di vincere la guerra civile contro l’esercito nazionalista e il Kuomintang. Interessante il racconto di p. Carlo Suigo sull’occupazione comunista della diocesi di Weihwei (85); e il resoconto della prigionia di mons. Giuseppe Maggi, vescovo di Hanchung, col suo vicario generale p. Giovanni Battista Nordio (86). Ma non è possibile raccontare tutto!

Kaifeng sotto il dominio rosso (1948-1949)

Significativo il racconto di cosa è successo nella diocesi di Kaifeng (87), già dal 1947 in mano ai comunisti, eccetto la città e due piccole isole rurali. Mons. Gaetano Pollio, arcivescovo di Kaifeng dal 13 aprile 1947, scrive alla fine del 1948 (88):

«In parecchi distretti il padre non può risiedere: le residenze sono state occupate dai comunisti, nelle chiese si fanno comizi del po­polo e si emanano sentenze contro i ricchi, i cristiani, gli impiegati governativi, ecc. Altari, oggetti sacri, immagini, statue, tutto ri­dotto a pezzi e bruciato. Questa è una bufera peggiore di tutte quelle vissute fino ad oggi. Come ne usciremo? Abbiamo vissuto per nove anni (1938-1947, n.d.r.) la tragedia dell'inondazione del Fiume Giallo, abbiamo visto le acque scorrere vorticosamente nelle vaste distese della nostra missione, travolgendo nella loro furia villaggi, case, uomini, bestie; ebbene, questa avanzata dei comunisti è come le acque gialle: nulla può resistere alla loro furia, tutto viene distrutto».

Il 17 giugno 1948 Kaifeng è circondata dall’esercito rosso. Dopo sei giorni di feroci combattimenti fuori e dentro le mura, la città è conquistata (circa 20.000 i morti, su 300.000 abitanti). È la prima capitale di provincia conquistata dai comunisti, anche se ci sono rimasti poco tempo: la città è stata ripresa dalle truppe nazionaliste e poi è di nuovo caduta in mano ai comunisti.

«Fin dai primi giorni di occupazione — continua il racconto di mons. Pollio — ci sentimmo ripetere in faccia da ufficiali e soldati frasi ingiuriose: ‘‘Voi stranieri che cosa state a fare qui? Non abbiamo bisogno di voi. Quello che voi insegnate sotto il nome di religione è superstizione e oppio del popolo. Dio non esiste’’... La Cina liberata da quel giorno perse la gioia di vivere».

Ma i primi tempi, a Kaifeng, risultano migliori di quanto si temeva. Il governo rivoluzionario pubblicizza la sua volontà di rispettare la libertà religiosa, anche con grandi cartelli per le strade. I cristiani continuano ad andare in chiesa, le opere della missione in città funzionano regolarmente: dieci scuole elementari, scuola media e liceo maschile con 550 alunni, scuola media e liceo femminile con 990 studentesse, ospedale con 60 letti, undici dispensari medici, una casa di riposo per anziane e un orfanotrofio, il seminario diocesano e quello regionale, oltre alle opere di insegnamento religioso e di culto.
Agli inizi del 1949 il governo comunista cambia tattica. Pubblica il decreto «Fang pei mi sin» («Guardarsi dalle superstizioni »): l’uomo non ha anima e tutte le religioni sono inutili, parassitarie. Dalle parole ai fatti:

«In quell’anno quasi tutte le chiese e cappelle, le residenze dei missionari, le scuole e i dispensari vennero occupati o incamerati; furono messe restrizioni al culto, ci fu tolta la libertà di movimento. Il 7 luglio parecchi emissari governativi vennero nel mio studio e volevano da me una cessione amichevole della cattedrale, episcopio, scuole, chiese, cappelle, residenze, ecc.».

Pollio risponde che quando hanno occupato chiese e residenze dei distretti non hanno chiesto nessun permesso: hanno la forza, possono fare quel che vogliono anche in città, senza chiedere un consenso che lui non può dare.

«Da quel giorno l’occupazione dei locali della missione destinati al culto, delle scuole, delle residenze di missionari e suore fu progressiva. Quando nell’agosto 1949 vollero occupare i locali della Santa Infanzia, fortemente protestai, non avendo altre case ove ricoverare 60 povere bambine; il governo allora mi mandò un ordine scritto, nel quale si diceva che entro cinque giorni le bambine dovevano lasciare i locali. Quelle innocenti bambine, buttate sulla strada coi propri stracci, piangenti, si stringevano attorno alle suore e quell’inumano spettacolo intenerì l’animo degli onesti pagani».

Dopo la proclamazione della Repubblica popolare (1° ottobre 1949) crescono gli attacchi contro la Chiesa e il Papa, proclamato «nemico del genere umano», i missionari, «spie dei governi imperialisti e oppressori dei cinesi». Nell’ottobre 1949 vescovo e missionari ricevono l’ordine di restare a domicilio semi-coatto:

«Non potevo uscire da Kaifeng, se uscivo per le vie della città ero seguito da poliziotti; eravamo sottoposti a continue visite diurne e notturne (anche due o tre volte nella stessa notte) da parte della polizia armata fino ai denti».

Arresto e processi penali ai missionari (1951)

Nell’estate e autunno 1950 il cerchio si stringe. Il vescovo è quotidianamente sottoposto a interrogatori interminabili e deve fare l’inventario di tutti gli oggetti che ha in residenza e in cattedrale: pagine e pagine, guai se tralascia qualcosa... I missionari rimasti nelle loro residenze, occupate dai comunisti eccetto la stanzetta in cui abitano, sono nella stessa situazione.
Ma non è ancora vera persecuzione. Questa viene dopo che nel settembre 1950 è imposta alle 162 denominazioni protestanti di Cina la «Riforma della Triplice Autonomia», sintetizzata dallo slogan: «Autogoverno, autofinanziamento, autopropaganda». La Chiesa di Cina avrebbe dovuto tagliare i ponti con le Chiese sorelle di tutto il mondo (e, per il cattolici, con la Santa Sede): in pratica, diventare docile strumento nelle mani del governo per i suoi disegni politici. I capi delle Chiese protestanti firmano con scarsi episodi di resistenza (89). Nel novembre la stessa riforma è proposta ai vescovi cattolici ed essi si rifiutano di firmare. Molti altri fatti riguardanti la persecuzione in Cina andrebbero ricordati, ma non è questa la sede adatta.
A Kaifeng, alla fine del 1950, viene incamerato l’ospedale, smantellate le opere della missione, chiese e cappelle ridotte a stalle, magazzini, caserme e uffici pubblici. A Natale del 1950 è impossibile celebrare la messa o qualsiasi funzione religiosa, sia a Kaifeng che in tutta la diocesi. L’8 gennaio 1951 dieci funzionari vanno da mons. Pollio: il governo vuol sapere la sua posizione riguardo alla «Riforma della Triplice  Autonomia», che egli spiega subito in modo semplice e chiaro, portando le motivazioni. Incominciano a Kaifeng le manifestazioni studentesche contro il vescovo e i missionari. Dal 24 al 31 gennaio tutti gli alunni delle due scuole cattoliche medie e superiori partecipano ad un corso di indottrinamento, che si ripete nelle due settimane a cavallo di Pasqua:  ai giovani si chiede, con minacce e angherie di ogni genere, di denunziare i vescovo e i missionari come

«imperialisti nascosti dentro la Chiesa, persone manovrate dal Vaticano,  a servizio dell’America, la grande imperialista. Ci furono pressioni di ogni sorta, ma nessuno dei nostri ragazzi e ragazze accettò questa conclusione. Alla fine solo tre accondiscesero a firmare la loro adesione alla triplice Autonomia: ma subito dopo, grazie all’intervento di mamme e zie, ritrassero tutto» (90).

Diversi di quei giovani sono arrestati e incarcerati. Il 1° aprile 1951, domenica in albis, dopo le funzioni in cattedrale (disturbate all’esterno dal «popolo»), mons. Gaetano Pollio è arrestato come «responsabile del tumulto»... Un buon numero di cristiani (specialmente della «Legione di Maria») si fermano e difendono il loro vescovo, dicendo ai poliziotti di arrestare anche loro... Verso sera sono pure condotti in carcere il p. Edoardo Piccinini e fratel Francesco Quartieri, otto ragazze e una decina di giovani cattolici. Il 2 aprile è incarcerato il p. Amelio Crotti, parroco della cattedrale.
Non è possibile seguire le vicende dei cristiani, che hanno patito più dei missionari: questi infatti sono stati espulsi, quelli invece sono scomparsi o emersi dopo anni di prigione e lavoro forzato (91). Qui però ci interessa la sorte dei missionari del Pime, come esempio concreto di cosa è successo a molti altri missionari e cristiani in quegli anni. Prima dell’espulsione dalla Cina l’8 ottobre 1951, Pollio e i suoi missionari sono sottoposti a 32 processi penali! Ecco in sintesi il resoconto di mons. Pollio nel volume citato.

«I processi in regime comunista sono terribilmente snervanti e assurdi: vengono inventate inverosimili accuse, lette le più ripugnanti deposizioni; si presentano numerosi falsi testimoni e il detenuto è sempre sotto una crescente minacciosa pressione, finché non confessa i delitti imputatigli... Fui accusato (fra l’altro, n.d.r.) di essere una spia americana in Cina; di ricevere dal governo americano, annualmente, 300.000 dollari statunitensi per sostenere la mia attività imperialistica e per organizzare il servizio di spionaggio; di aver corrotto due ufficiali dell’esercito comunista cinese...
I processi si svolgevano sempre di notte e duravano da un minimo di tre a otto ore. Nessuna difesa all’infuori della mia ferma volontà di resistere alle assurde e menzognere accuse; molte volte non mi era nemmeno permesso di difendermi... Vidi parecchi carcerati, denutriti, spossati dal lungo periodo di detenzione, spesso con catene ai piedi e i ferri alle mani, riconoscersi colpevoli, dopo di aver disperatamente difeso la propria innocenza: le torture avevano piegato il loro fisico...
Caddi svenuto una volta durante un processo di otto ore; dopo cinque minuti di sosta il giudice ordinò: ‘‘Si continui il processo’’ e io risposi risoluto: ‘‘Si continui’’. Benché grondante sudore freddo, con ronzio negli orecchi e annebbiamenti di vista, tenni duro altre due ore. Ero sempre sereno, sorretto dalla fede e dalla coscienza del mio dovere. Nulla volli ammettere, neppure le minime accuse; non volli firmare i verbali ambigui che mi venivano sottoposti; opposi sempre il mio ‘‘no’’, fermo e deciso, alle assurdità dei giudici».

Il carcere militare distrugge la persona (1951)

Nei mesi di carcere, tolte le notti dei processi, mons. Pollio e i suoi missionari passano il tempo pregando e qualche volta (quando riescono ad avere un po’ di vino e di pane), anche celebrando clandestinamente la messa. Dal 2 aprile al 7 agosto 1951 sono detenuti nel carcere attiguo al tribunale che li giudica con processi notturni; poi vengono trasportati al carcere militare, molto peggiore:

«Una orribile prigione, scrive Pollio, dove già erano accatastati 600 detenuti, in maggior parte vittime innocenti, che in breve salirono a 900. Il carcere si componeva di 104 celle: ogni cella, capace di due tre carcerati, ne conteneva otto, dieci e alle volte dodici! Per alcune settimane nella mia cella fummo in nove, poi in dieci e a metà settembre in undici!... Eravamo costretti a stare seduti a terra tutto il giorno, dalle 5 del mattino alle 10 di sera, senza poterci alzare né muovere; la terra era umida per cui in poco tempo il mio corpo si coprì di piaghe. Era proibito appoggiare la schiena al muro... I topi di ogni dimensione, ma specialmente i grossi topi di fogna avevano ingresso libero, quasi fossero i veri inquilini e noi gli intrusi. Gli scorpioni dei climi tropicali dal colore giallo-scuro, sempre pronti a difendersi con l’acuto pungiglione... i pidocchi, le cimici...
Al sibilo di un fischietto e al grido della sentinella alle dieci di sera prontamente dovevamo sdraiarci a terra e restare immobili fino alle cinque del mattino, quando un altro sibilo e un altro grido ci obbligavano a riprendere la solita posizione scomoda e dolorosa. Durante il riposo i topi volteggiavano intorno a noi e più volte fui svegliato dal loro correre sulle gambe e sul collo o perché li sentivo tirarmi i capelli o i peli della barba diventata lunga e incolta....
Due volte nello spazio di 24 ore eravamo accompagnati da aguzzini armati sotto una tettoia per soddisfare alle nostre necessità naturali: vi erano quindici fossette a terra e la sosta di ciascuno non doveva superare i due o tre minuti... I nauseabondi pasti che ci venivano portati due volte al giorno consistevano in un pezzo di pane nero, non di frumento ma di meliga o di sorgo con fagioli, e in una scodella di acqua calda, spesso maleodorante, con un pizzico di semi di zenzero o di aglio pestato e alle volte un poco di verdura... Questo il vitto del mattino e questo il vitto della sera. All’ora del pasto noi carcerati ci mostravamo estremamente solleciti l’un dell’altro nel porgerci le scodelle, al solo scopo di poterci alzare per brevi istanti da terra e fare quei pochi movimenti, che per lunghe ore ci sarebbero stati negati. Con quello scarso, meschino e pessimo vitto, dopo breve tempo divenimmo tutti simili a cadaveri ambulanti».

Mons. Pollio (aveva quarant’anni) perde nel carcere militare circa trenta chili, ma, scrive, «le forze dello spirito erano integre». Risparmiamo al lettore il racconto delle violenze esercitate contro i carcerati e mons. Pollio in particolare. L’atto finale, prima dell’espulsione, merita di essere ricordato: il «processo popolare», un sistema molto in uso nella Cina di quel tempo.

«L’imputato viene trascinato su un palco eretto in una piazza o in un grande locale ed ha davanti una marea di popolo costretto a partecipare al giudizio. L’imputato (già detenuto) viene messo in ginocchio, a volte in piedi o seduto su un basso sgabello, sempre con la testa china, quasi sempre percosso a riprese dagli accusatori o dagli sbirri. Il processo dura a lungo, non meno di quattro ore. In molti casi il colpevole o presunto tale cade privo di sensi, allora viene riportato in carcere per poi subire un processo più breve che termina con la condanna a morte.
Sul palco si susseguono gli accusatori, i calunniatori. Sono poveri disgraziati obbligati dalla polizia a deporre le più strane accuse, inventate di sana pianta, costretti a calunniare. Molte volte è il governo che imbastisce le accuse e le fa imparare a memoria agli accusatori. Chi è costretto a fare il falso testimone non può rifiutarsi, poiché pendono su di lui gravi minacce e pene. Ad ogni accusa il popolo grida: a morte, a morte! La condanna conclude il processo popolare: nel maggior numero dei casi la sentenza è di morte».

Il «processo popolare» e l’espulsione ad Hong Kong (1951)

Il 21 settembre 1951, alle otto del mattino, mons. Pollio e i tre missionari arrestati con lui sono davanti ad un «giudice» che dice loro:

«Adesso siete sottoposti al processo popolare. Il popolo vi giudicherà. Non temete, non vi sarà fatto alcun male. Ricordatevi che anche se non approvate tutto quello che sarà detto non potete difendervi, altrimenti...».

Vengono portati nel massimo teatro cittadino, usato solo per manifestazioni popolari. Fuori del teatro e lungo le strade, centinaia di studenti di tutte le classi, al passare dei missionari, gridano slogan e le parole: «Abbasso, ammazzali!»... Mons. Pollio riconosce alcuni cristiani obbligati ad assistere al processo e tutti i venti chierici del seminario regionale, studenti di filosofia e di teologia.

«Questi seminaristi, scrive Pollio, che dovettero soggiacere ad ogni angheria e furono sottoposti a ripetuti indottrinamenti, hanno scritto pagine memorabili di forza eroica».

Mentre il vescovo passa loro vicino, tre di essi gridano: «Ecce sacerdos magnus» per farsi sentire da Pollio, che li guarda con amore e riconoscenza e scrive: «Questo saluto, in mezzo a tanto ludibrio, mi fu di grande conforto». Con i quattro missionari è giudicata anche Giuseppina Li, una giovane appartenente alla «Legione di Maria». Il «processo popolare» dura cinque ore: contro i quattro missionari e la ragazza vengono riversate le accuse più assurde, raccontate da numerosi «testimoni», fra i quali anche dieci cristiani che non avevano resistito alle pressioni e alle violenze.
Uno di questi, incontrando giorni dopo un missionario italiano ancora libero (più tardi incarcerato ed espulso), gli dice: «Potessi vedere ancora una volta il mio arcivescovo, vorrei chiedergli e sentire la sua parola di perdono». Era presente anche un giovane seminarista, il più sfegatato accusatore dei missionari: «come invasato dal demonio» scrive Pollio, «recitò la sua parte per quasi mezz’ora, si dichiarò oppresso dalla mia tirannia imperialista, lanciò ingiurie e calunnie, percosse con pugni me e p. Crotti e mi sputò in faccia più volte».
In quelle cinque ore, gli accusati non possono dire nulla, solo tenere la testa china in segno di pentimento. Scrive Pollio:

«Non posso tanto facilmente dimenticare quei visi minacciosi e torvi da cui sprizzava odio, solo odio, quegli aspetti feroci che palesavano ira e furore, quei cipigli severi che rivelavano sdegno e indignazione... ».

Al termine delle cinque ore di «processo popolare» le tremila persone che affollano il teatro ricevono un foglio con la sentenza già stampata, che viene letta solennemente dal giudice capo del tribunale militare: sei mesi di carcere per i missionari e poi l’espulsione dalla Cina, quattro mesi di carcere per Giuseppina Li subito liberata (li aveva già trascorsi in carcere). I sei mesi di carcere scadevano all’inizio di ottobre: infatti l’8 ottobre 1951 i quattro missionari attraversano il ponte di Lowu fra la Cina comunista e la colonia inglese di Hong Kong: subito ricoverati in ospedale, ma liberi!
Quando possono leggere con calma il lungo foglio di accuse e di condanna, consegnato loro dalle autorità cinesi, i missionari si accorgono che le sei accuse formulate contro Pollio e Crotti (meno gravi quelle a Piccinini e Quartieri) sono di carattere religioso, mentre le accuse di tipo politico (spionaggio a favore degli Stati Uniti, finanziamenti dal governo americano, tentativo di corrompere ufficiali cinesi, organizzazione di una rete clandestina di spie, ecc.) non esistono più! In pratica Pollio e Crotti vengono condannati per essersi

«decisamente opposti alla riforma, detta Movimento della Triplice Indipendenza, destinata a fondare la Chiesa nazionale, libera dall’imperialismo dei missionari e dall’oppressione del Vaticano» (accusa n. 6 che sintetizza tutte le altre). Pollio scrive (92): «Mi sono chiesto: perché nella sentenza furono messi quasi tutti i motivi d’accusa riguardanti la fede, motivi onorifici per noi, e non le accuse di carattere politico? Fu il Signore che accecò i nemici. Oggi questo foglio del tribunale militare, che conservo come caro cimelio, forma il maggior vanto della Chiesa».

Lettere di cristiani dalla Cina a padre Maringelli (1979)

Padre Domenico Maringelli, missionario nella diocesi di Weihwei espulso dalla Cina nell’ottobre 1952, dopo vent’anni di apostolato ad Hong Kong ritorna in Italia nel 1972 e continua a seguire le vicende cinesi: conoscendone bene la lingua, ascolta ogni sera la radio di Pechino. All’inizio del 1979 (è morto dieci anni dopo nel 1989), quando la Cina incominciava ad aprirsi al mondo esterno ed a concedere un po’ di libertà religiosa, Maringelli ha la felice idea di scrivere varie lettere ai suoi antichi cristiani, in cinese naturalmente, ottenendo molte più risposte di quante prevedeva. Gli scrivono anche cristiani giovani che non l’hanno mai conosciuto: una delle più belle «scoperte» di questo anziano missionario è che non solo i suoi cristiani d’un tempo hanno conservato quasi tutti la fede, ma l’hanno propagata, battezzando figli e nipoti, facendo anche autentiche conversioni, spesso attraverso matrimoni. Ecco alcuni passaggi scelti dal volumetto di lettere pubblicate (93).

«Mia moglie che era ammalata — scrive un antico catechista — ora è migliorata. Mi rivolgo spesso al Signore  per chiedergli questa grazia. Però quando prego dico sempre: se la guarigione è conforme alla volontà di Dio e utile alla nostra anima; altrimenti Dio non ascolti la nostra preghiera...».
«Quanto ringraziamo Dio di averci dato e conservato la fede — scrive un altro cristiano. — Senza la luce e la grazia di Dio la vita sarebbe davvero troppo triste per essere vissuta».
«Quanto vorrei che i miei figli — scrive una cristiana, — la figlia F. e il primogenito M., si offrissero al Signore. Spero che tu padre preghi per loro affinché il Signore dia loro la vocazione di servire il prossimo, di diffondere il Vangelo e salvare le anime».

Non sono espressioni formali. Da tutto il contenuto delle lettere e dai fatti che raccontano si sente che c’è sotto una vita cristiana autentica e che la fede conta molto nella vita di questi cristiani isolati per una trentina d’anni. La prova più bella è questa: i vecchi cristiani che riprendono i contatti col missionario dopo trent’anni si preoccupano solo di chiedergli preghiere e medaglie, rosari, immagini, libri di devozione, perché la «rivoluzione culturale» e le «guardie rosse» hanno distrutto tutto. Un cristiano racconta di un sacerdote morto in prigione, di un altro che è ancora in campo di prigionia, di un terzo che è appena stato liberato. E termina scrivendo:

«Mandami per favore un po’ di olio santo per il nostro prete. Vorrei un rosario e un libretto di preghiere per pregare meglio. Anzi, se puoi mandamene due o anche più: qui tutti i cristiani ne vorrebbero uno». Un altro scrive: «Ti prego, padre, mandaci delle immagini sacre grandi, da appendere nelle nostre case».

Nessuno di questi cristiani, che pure sono poveri, chiede un qualsiasi aiuto economico. Anzi uno ingenuamente scrive a padre Maringelli:

«Se hai bisogno di qualcosa faccelo sapere: ti aiutiamo noi. Ormai la nuova Cina sta bene economicamente».  E un altro: «Negli anni scorsi vedevo sempre nei negozi una marmellata di fragole. So che ti piace molto. La cercherò e quando la trovo te la mando».

È commovente leggere queste lettere: raccontano che i cristiani si riuniscono nelle case, pregano assieme, insegnano il catechismo che conoscono a memoria, percorrono decine di chilometri per avvicinare un prete o una suora. Ci sono ancora suore che vivono nelle loro famiglie o anche in piccole comunità, lavorando e dando buon esempio a tutti. Quanta sofferenza nel passato di questi cristiani! Eppure nessuno ha parole amare o di vendetta per i persecutori. Rimane solo in alcuni un certo timore di scrivere al missionario lontano.

«Ci sono altri che vorrebbero scriverti — dice un catechista — ma non osano ancora, hanno sofferto molto ed hanno paura». «Il sacerdote X ha sofferto molto durante la Rivoluzione culturale e sotto la Banda dei quattro... Le tre suore... sono state prese di mira per la loro fede».

Comunque sono cose del passato, i cristiani hanno già perdonato, la Cina sta cambiando. Alcuni ricordano e ringraziano i missionari del Pime:

«Qui ci sono cristiani che venerano in maniera speciale padre Paolo Giusti (94)... Tutti lo considerano un santo che ha potenza davanti a Dio e si rivolgono a lui perché interceda presso il Signore per ottenere grazie. Tutti i cristiani di K. e di H. venerano il padre Kiang (95), pregandolo di intercedere presso il Signore per avere grazie. Considerano il padre Kiang un vero martire».

Un folto gruppo di cristiani firmano questa lettera mandata il 19 dicembre 1980 a p. Maringelli e «a tutti i sacerdoti e i fratelli del P.I.M.E. di Milano»:

«Noi vogliamo ringraziare il P.I.M.E. che più di cent’anni fa fondò nella nostra nazione cinque diocesi e inviò centinaia di sacerdoti e di fratelli, che lasciarono la loro Italia sobbarcandosi a mille disagi e sofferenze per venire qui tra noi ad annunziare il Vangelo... Voi, spinti da amore soprannaturale, ci avete amati come voi stessi per indurci a camminare con voi sulla via della salvezza delle nostre anime. Come ringraziarvi di tanto amore, cari sacerdoti e fratelli del P.I.M.E.? Non ci rimane che pregare Dio che vi benedica e vi ricompensi con le gioie celesti, lodando in eterno il Signore. Inoltre voi ci avete formato uno stuolo numeroso di sacerdoti e suore nativi, che continuassero il vostro lavoro prezioso fra tanti sacrifici e tribolazioni. Vi preghiamo di ricordarci sempre nelle vostre preghiere e perdonateci se non sappiamo esprimere bene i nostri sentimenti di gratitudine. Dio vi benedica. I vostri affezionatissimi....».

Padre Maringelli, a commento delle lettere ricevute (alle quali sempre rispondeva), dichiarava:

«La consolazione più grande per noi missionari della Cina è di vedere che questi cristiani, con l’aiuto di Dio e della preghiera, hanno capito a fondo il messaggio evangelico e vi sono rimasti fedeli. Francamente, noi missionari non avremmo detto che la loro fede era così forte. Pensavamo, quando eravamo ancora in Cina, che una volta espulsi noi il governo cinese avrebbe facilmente disperso questi nostri cristiani. E invece eccoli qui, più fedeli e uniti di prima. Questo è davvero un miracolo!».

40 anni dopo padre Crotti ritorna a Kaifeng (1991)

Negli anni dal 1948 al 1954 non tutti i 130 missionari del Pime furono formalmente espulsi: diversi vennero messi in condizione di andarsene da soli, anche per non danneggiare i loro cristiani accusati di essere in combutta con stranieri «imperialisti». Un buon numero però, certo più della metà, vennero positivamente espulsi dopo processi, condanne e carceri di vario genere. Il caso a cui ho dato spazio, di Pollio, Crotti, Piccinini e Quartieri, è un buon esempio di come si è sviluppata la persecuzione contro i missionari (96).
Nel 1991 p. Amelio Crotti è ritornato a Kaifeng per tre giorni ed ha incontrato «una trentina di vecchi cristiani, tutti provati dalla sofferenza, ma fieri di aver conservato la fede e ora commossi e felicissimi di rivedere il loro vecchio pastore». Incontri commoventi 40 anni dopo (97)!
Accompagnato da p. Domenico Colombo (addetto ai servizi della direzione generale dell’Istituto a Roma) e da p. Gilberto Orioli (giovane missionario che è stato in passato tre anni a Shanghai e poi a Taiwan), padre Crotti ha stabilito prima di andare in Cina contatti con Kaifeng e i suoi antichi cristiani. Una di questi ha chiesto al rappresentante della Chiesa patriottica a Kaifeng il permesso per far venire p. Crotti e poterlo incontrare senza timore. Così è stato.

«Una quindicina di cristiani mi visitarono in albergo, mentre un’altra quindicina mi aspettò in chiesa dove mi recai prima di lasciare Kaifeng. Di alcune persone mi ero scordato nome e volto e quindi non le riconobbi; ma di altre il ricordo era ancora vivo: persone che avevano sofferto con me la prigionia o erano state messe in prigione dopo la mia partenza. Non potevo averle dimenticate. Tutti avevano storie dolorose da raccontarmi».

Una signora che Crotti aveva ben conosciuto nel 1951, ad esempio, ha fatto cinque anni di carcere e poi, durante la «rivoluzione culturale» (1966-1976) le «guardie rosse» le hanno rotto i denti e un braccio, trascinandola per le strade di Kaifeng con una corda al collo. Crotti non riconosce subito un’altra donna, giovane e bella 40 anni fa, ora molto ammalata e claudicante: così l’hanno ridotta molti anni di carcere duro e le sevizie delle «guardie rosse» («Una vera martire vivente: la ringraziai per quanto aveva fatto in passato e per la sua testimonianza di fede»).
Una terza cristiana aveva solo vent’anni quando andò in carcere: anche lei scampata ad anni di maltrattamenti e umiliazioni... Un anziano capo della comunità, ormai più che ottantenne,

«non disse nulla delle sue sofferenze, ma volle ricordare i giorni lieti da noi vissuti prima della rivoluzione: la festa della consacrazione del vescovo, i bei tempi della catechesi a decine e decine di catecumeni, la grande processione eucaristica: ‘‘Ti ricordi, padre? Più di 4.000 in processione per le vie della città e tutti fermi, ai lati delle strade, ad ammirare questa manifestazione di fede dei cristiani’’. Ma il vecchio catechista era soprattutto orgoglioso di una cosa: accompagnando con sé i suoi nipoti poteva affermare: ‘‘Vedi, padre, che la Chiesa continua?’’».

 

 

NOTE

[1] La rivolta dei Taiping, domata dalle forze imperiali con l’aiuto militare delle potenze occidentali, voleva rovesciare la dinastia mancese che governava a Pechino e abolire il feudalesimo. A base contadina, dilagò per tutto il sud della Cina: si proponeva di abolire i latifondi, proibire il commercio dell’oppio, azzerare tutti i privilegi che i paesi europei avevano ottenuto dal governo di Pechino, compresi quelli a favore dei missionari cristiani.
[2] Sono i primi missionari a passare per il Canale di Suez, inaugurato il 19 novembre 1869.
[3] Per il racconto della missione del Honan dall’inizio fino al 1940, oltre che degli Archivi di Propaganda Fide e del Pime, mi sono servito di questi testi: G.B. TRAGELLA, «Le Missioni Estere di Milano nel quadro degli avvenimenti contemporanei», vol. II, pagg. 401-433; vol. III, pagg. 159-174; 315-346; 352-362. DOMENICO CANNONE, «L’evangelizzazione della provincia del Honan nella seconda metà del sec. XIX», Pime, Napoli 1987, pagg. 176; AMELIO CROTTI, «Noè Tacconi, il primo vescovo di Kaifeng (1873-1942)», Emi, Bologna 1999, pagg. 367. Altre fonti saranno citate nel corso del capitolo.
[4] Era membro del «Collegio Brignole-Sale» di Genova, che formava dei sacerdoti secolari come missionari e li mandava a servizio di missioni non proprie. Questo istituto genovese e il Seminario missionario milanese entrano in contatto per unirsi (vedi cap. III). Subito dopo Scarella, con altri due missionari di Brignole-Sale che già lavoravano in Cina, diventano membri del Seminario lombardo unendosi ai milanesi nel Honan: Teodoro Mouilleron e Giovanni Battista Ungaro.
[5] La Francia, a quel tempo in guerra contro la Germania e con Parigi assediata dai tedeschi, non poteva più mandare aiuti!
[6] A Marinoni, il 15 dicembre 1873 (AME, XXIII, 241).
[7] G.B. TRAGELLA, op. cit., II, pagg. 415-416.
[8] Lettera di mons. Volonteri a Propaganda nel 1882 (senza data), archivio di Propaganda Fide, Cina 1882, vol. 25, foglio 234.
[9] Lettera del 17 ottobre 1877 al card. A. Franchi di Propaganda, implorando aiuti, archivio di Propaganda Fide, Cina 1877-1879, vol. 27, f. 289.
[10] Lettera di Volonteri a Marinoni del 19 giugno 1878, in «Le Missioni Cattoliche », 1978, pagg. 474-475.
[11] Volonteri al card. Simeoni di Propaganda il 3 giugno 1888, archivio di Propaganda Fide, Cina 1888, vol. 32, foglio 5.
[12] Si noti che nel Honan, all’arrivo del Pime nel 1870, gli abitanti erano valutati sui 23 milioni e nel 1893 sui 14 milioni: le decimazioni causate da inondazioni, carestie, pestilenze, brigantaggio e rivolte, tenevano la popolazione ad un livello di non crescita o la facevano diminuire!
[13] G.B. TRAGELLA, «L’infanticidio e la Santa Infanzia, con particolare riferimento alla Cina», Missioni Estere, Milano 1920, pagg. 171.
[14] G.B. TRAGELLA, «L’Istituto delle Missioni Estere di Milano nel quadro degli avvenimenti contemporanei», vol. III, Milano 1963, pag. 168.
[15] Ad Hankow era stato consacrato vescovo vicario apostolico di Nanyang il 22 febbraio 1874.
[16] Lettera di Volonteri al card. Simeoni di Propaganda Fide del 25 maggio 1887, archivio di Propaganda, Cina 1891-1892, vol. 31, foglio 50.
[17] Con la circolare «Aspera conditio» del 22 maggio 1888 e la lettera al suo procuratore mons. Timoleone Raimondi, vicario apostolico di Hong Kong, dell’11 dicembre 1890. Raimondi affermava che i consoli francesi in Cina trascuravano le missioni cattoliche non francesi e proponeva di appoggiarsi ai consoli inglesi, anche per far capire ai cinesi che le missioni non andavano confuse con la Francia. Propaganda ribadiva di ricorrere esclusivamente ai rappresentanti della Francia, anche quando questo ricorso risultasse vano!
[18] Il materiale d’archivio è molto vasto, sia nell’archivio generale del Pime a Roma che in quello di Propaganda Fide. Ecco un argomento degno di una tesi di laurea! Si veda G.B. TRAGELLA, op. cit., III, pagg. 67-69, 169-173, 347-349. D. CANNONE, op. cit., pagg. 109-124.
[19] La Santa Sede aveva tentato invano diverse volte (nel 1860 e nel 1881-1886, poi in seguito nel 1916-1917) di stabilire rapporti diretti col governo cinese. AGOSTINO GIOVAGNOLI, «Roma e Pechino. La svolta extraeuropea di Benedetto XV», Studium, Roma, 1999, pagg. 290.
[20] G.B. TRAGELLA, op. cit., III, pagg. 170-172.
[21] Del 12 maggio 1890, Archivio di Propaganda Fide, Cina 1890, vol. 34, foglio 326.
[22] Il 24 gennaio 1889 il card. Laurenti di Propaganda Fide scriveva a Marinoni: «Quanto ai passaporti dei missionari di codesto Istituto che si recano in Cina, come in tutto ciò che si riferisce alle loro relazioni con le autorità politiche cinesi, si tenga la stessa condotta osservata fin qui» (cioè di dipendere dalla Legazione francese); AME (Archivio Missioni Estere), Vol. 2, pagg. 551-552.
[23] Cugina di mons. Volonteri in Italia, di ricca famiglia, sua benefattrice.
[24] Ecco i nomi di quelli del vicariato di Weihwei: Ugo Rossi ed Emilio Ghislanzoni (1893); Luigi Bignazzi e Luigi Lana (1894); Luigi Azzoni (1896); Luigi Carbonari e Isaia Bellavite (1899); Martino Chiolino e Luigi Arosio (1900).
[25] TRAGELLA G.B., op. cit., III, pag. 325.
[26] Lettera del 1o febbraio 1898, Archivio di Propaganda, Cina 1898, vol. 44, foglio 111.
[27] Il Giappone vince la guerra con la Cina nel 1894-1895, occupando l’isola di Formosa (Taiwan).
[28] I «Boxers» (in cinese «I pugni della giustizia e della pace») erano una setta segreta (così chiamata dagli europei perché i suoi adepti si esercitavano nel pugilato), nata nello Shantung con orientamento anti-mancese (cioè contro la dinastia Qing, originaria della Manciuria, mancese, che governava la Cina) e anti-occidentale e anti-missionario.
[29] Composto dalle truppe alleate di Inghilterra, Stati Uniti, Francia, Germania, Russia, Italia e Giappone.
[30]
All’inizio i cristiani erano mille, al termine dell’assedio fra i sette e gli ottomila! Molti giungevano ogni giorno dalle regioni interne, avendo avuto la casa distrutta...
[31] Le donne preparavano sassi sulle mura da gettare sugli eventuali assalitori, di notte c’erano turni di guardia, si facevano sortite per procurarsi cibo e animali da macellare, ecc... Mancava l’acqua ma miracolosamente, scavando per trovare sassi, zampilla una fresca e abbondante fonte d’acqua...
[32] Lettera a Marinoni del 7 febbraio 1901, in «Le Missioni Cattoliche», 1901, pagg. 158-160.
[33] G.B. TRAGELLA, op. cit., III, pag. 360.
[34] Volonteri avrebbe dovuto andare in udienza dall’imperatore prostrandosi a terra nove volte per giungere vicino al suo trono; cerimonia abolita per gli stranieri, ma ancora valida per i mandarini imperiali. Il vescovo riesce ad evitare quel rito per lui imbarazzante e perciò la stessa cerimonia, nel timore che ne soffrisse la sua dignità di successore degli Apostoli!
[35] ANTONIO LOZZA, «Il pacifico stratega, mons. Simeone Volonteri, vescovo missionario», Pime, Milano 1956, pagg. 318.
[36] Questo il nome cinese di Volonteri ad Hong Kong, mentre nel Honan il suo nome cinese era «Gan»: era chiamato «il vescovo Gan».
[37] Allora parlato nelle Filippine, colonia spagnola in cui Volonteri andava per motivi di salute.
[38] MARIO MARAZZI, «Simeone Volonteri, missionario-cartografo», in «Mondo e Missione», maggio 1997, pagg. 68-70.
[39] La mappa di Hong Kong disegnata da Volonteri venne stampata nel 1866 in Germania dal litografo F.A. Brockhaus di Lipsia.
[40] A. LOZZA, op. cit., pag. 283.
[41] Nella prefazione alla biografia di Volonteri scritta da p. Lozza (citata), mons. Celso Costantini, tessendone l’elogio, scrive fra l’altro: «Specialmente mi piace notare in mons. Volonteri due fatti esemplari. Egli si adoperò e non una volta sola per dividere il proprio vasto vicariato. Invece, quando io ero in Cina, si incontrava talvolta una specie di imperialismo missionario, che creava difficoltà al formarsi di missioni nuove». Costantini prosegue notando il secondo «fatto esemplare»: «Torna a gloria di mons. Volonteri d’aver egli fin dal 1881 preso l’iniziativa per una rappresentanza della Santa Sede in Cina».
[42] GIOVANNI MELONI, «Ho-Ngam-ie, Per le strade della Cina, Mons. Angelo Cattaneo, vicario apostolico del Honan sud», Bertoni editore, Merate (Lecco), senza data (1990), pagg. 270.
[43] AMELIO CROTTI, «Noè Tacconi, il primo vescovo di Kaifeng (1873-1942)», Emi, Bologna 1999, pagg. 367.
[44] LORENZO BALCONI, «33 anni in Cina», Pime, Milano 1946 (III edizione), pagg. 62-63.
[45] Nel 1909 padre Tacconi salva un altro missionario, p. Luigi Arosio, assalito da una folla nel passare il Fiume Giallo.
[46] I giovani assalitori (pare membri di una setta anti-occidentale poiché non rubarono nulla nella missione: erano venuti solo per uccidere il missionario) avevano sparato contro p. Balconi almeno una decina di colpi di fucile, le cui pallottole si piantarono nei muri della missione: nessuna lo colpì! Tre di queste pallottole p. Balconi le fece estrarre e le offrì in una teca d’argento all’altare del s. Cuore nella chiesa di S. Pietro Celestino in Milano, dove aveva celebrato la prima Messa! Al padre rimasero, per tutta la vita, gamba e braccio sinistri paralizzati (si veda il cap. V).
[47] L’ospedale di Chumatien era nato per un accordo all’inizio del secolo fra mons. Volonteri e l’«Associazione nazionale per soccorrere i missionari italiani», che aveva pagato le spese mentre la missione dava il terreno e assicurava il personale. Costruito da ingegneri e architetti italiani, era aperto dal 1909. L’Associazione aveva mandato il dott. De Giovanni e dopo il 1920 il dott. Rastelli (L. BALCONI, op. cit., pagg. 207-209). Il grande ospedale fu quasi distrutto dalle cannonate nel febbraio 1927 (e in seguito chiuso), durante la guerra civile fra le truppe di Chiang Kai-shek che venivano dal sud e quelle dei «signori della guerra» del nord.
[48] La complessa ma affascinante storia di questo brandello di guerra civile in Cina è magistralmente descritta da p. Lorenzo Balconi in quattro lunghe relazioni su «Le Missioni Cattoliche», 1912, pagg. 228-230, 242-245, 256-258, 269-271. A pag. 249 della stessa rivista una bella foto di gruppo dopo la firma dello storico patto, con i capi dei due eserciti circondati dal loro stato maggiore e rappresentanze delle truppe, e dai capi di due bande di briganti che pure avevano firmato la pace, con in mezzo il vescovo Tacconi, seduti davanti all’ingresso della cattedrale cattolica di Kinkiakang (è la foto di copertina del volume citato di Amelio Crotti su mons. Noè Tacconi)!
[49] Il nome popolare veniva dal fatto che questo giovane brigante aveva una barba imponente (cosa affatto rara per un cinese), come un «vecchio europeo»!
[50] AMELIO CROTTI, op. cit., pagg. 180-181.
[51] L. BALCONI, op. cit., pag. 189.
[52] Il 15 marzo 1920 Tacconi scriveva da Philadelphia a p. Giuseppe Armanasco, superiore generale, dicendogli che l’arcivescovo della città offre al Pime la più grande parrocchia per gli italiani, che erano circa 30.000, dando all’Istituto milanese la possibilità di fondare una procura e suoi seminari in America. Inoltre Tacconi informa che, avendo fatto un appello ai chierici di Philadelphia, sei studenti di teologia si sono offerti di seguire il vescovo in Italia per diventare membri del suo Istituto e poi essere destinati alle missioni in Asia. Altri ne potrebbe trovare in altri seminari, se riceve l’assenso da Milano. Ma gli rispondono di sospendere tutto (vedi A. CROTTI, op. cit., pagg. 198-199).
[53] Tacconi proponeva di ammetterli come «associati» nel Seminario lombardo, possibilità che gli fu negata.
[54] ANTONIO LOZZA, «In memoria di mons. Flaminio Belotti del PIME, vicario apostolico di Nanyang (Cina)», Pime, Milano (senza data, del 1946), pagg. 30.
[55] L. BALCONI, «33 anni in Cina», cit., pagg. 219-224.
[56] Secondo «Le Missioni Cattoliche» (15 agosto 1926, pag. 243), nel 1926 i sacerdoti cattolici cinesi erano 1.071, quelli stranieri 1.481 (2.208.370 i cattolici). Secondo la «Guida delle Missioni Cattoliche redatta sotto gli auspici della Sacra Congregazione di Propaganda Fide» (Unione missionaria del clero in Italia, Roma 1934, pag. 182), nel 1920 i sacerdoti cinesi erano 963, nel 1933 1.559 (in maggioranza diocesani, 234 appartenenti ad ordini o congregazioni religiose); nel 1933 i sacerdoti stranieri erano 2.272.
[57]
Celebrato nella chiesa di Zikawei (15 maggio — 12 giugno 1924), da 42 prelati e 22 consultori. Su 42 prelati solo due erano cinesi (non vescovi). Mons. Noè Tacconi era presidente della prima commissione (quella teologica); p. Lorenzo Maria Balconi uno dei 22 consultori, incaricato in modo particolare della formazione del clero; p. Enrico Valtorta (futuro vescovo di Hong Kong) uno dei segretari del concilio, scelto per la sua conoscenza delle lingue e abilità nello scrivere.
[58] Si veda la ricostruzione storica di questo periodo in: GIUSEPPE BUTTURINI, «Le missioni cattoliche in Cina fra le due guerre mondiali, Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione di p. Paolo Manna», Emi, Bologna 1998, pagg. 334.
[59]
Nel 1926, per volere di Pio XI il Seminario lombardo per le missioni estere di Milano e il Pontificio seminario per le missioni estere di Roma si uniscono per formare il Pime (vedi cap. IV).
[60]
GIUSEPPE BUTTURINI, op. cit., pagg. 59-76. In quest’analisi Butturini si riferisce soprattutto agli articoli e relazioni di vescovi e missionari del Pime pubblicati da «Le Missioni Cattoliche», negli anni fra il 1920 e il 1930.
[61] Il primo vescovo designato, don Antonio Ma, non volle accettare.
[62] A Nanyang, Weihwei, Chengchow, Kaifeng e Chumatien si erano ag­giunti Kweiteh (affidato nel 1928 agli agostiniani re colletti spagnoli), Sinyang (1933, verbiti, S.V.D.), Loyang (1935, saveriani di Parma) e Sinsiang (1936, verbiti).
[63]
Pubblicato e commentato da p. Giuseppe Buono col titolo omonimo, Emi, Bologna 1979, pagg. 135; e da G. BUTTURINI, «La fine delle missioni in Cina nell’analisi di padre Manna», Emi, Bologna 1979, pagg. 186 (e poi ancora nel volume di Butturini già citato: vedi il capitolo IV del presente libro).
[64] Nei missionari del Pime di questo periodo, se era assente lo «spirito congregazionalistico» inteso come desiderio di avere proprietà e opere dell’Istituto nelle missioni, era però presente una certa chiusura verso l’ingresso di altri missionari nei territori ad essi affidati. A Kaifeng, ad esempio, non pochi contrasti fra i missionari e il vescovo venivano da questo: che mons. Tacconi aveva portato a Kaifeng sacerdoti americani non appartenenti al Pime, senza aver prima consultato i missionari!
[65]
Il Capitolo del 1924 e le Costituzioni seguenti del 1925 avevano introdotto nella tradizione dell’Istituto la figura del «superiore regionale», però questa norma non era ancora attuata alla fine degli anni venti (si veda il cap. IV).
[66]
ANTONIO LOZZA, «Un seminatore di gioia, P. Sperandio Villa (1873-1935)», Pime, Milano 1960, pagg. 245.
[67]
Prima del 1926 era affidato al Pontificio Seminario romano per le missioni estere, unitosi al Seminario di Milano dando vita al Pime. Ne diremo più avanti.
[68] La «stele di Sian», incisa nel 781 d.C. e ritrovata nel 1625, conservata nel museo locale, è una pietra nera del peso di 1.728 kg., alta 2,70 m., larga in alto 0,925 e in basso 1,02 m. ed è sostenuta da un’enorme tartaruga come usano i cinesi per tutte le lapidi, come segno di longevità. La stele contiene 1800 caratteri cinesi e altri siriaci con i nomi di 70 vescovi e sacerdoti nestoriani che allora lavoravano in Cina. Racconta che nell’anno 636 dopo Cristo arrivò dal regno di Ta Tsin (Giudea, Persia, Caldea, Siria) il sacerdote Alopen con altri monaci che portavano con sé libri e immagini della religione cristiana. L’iscrizione continua spiegando la nuova dottrina su Dio, la creazione, il peccato e le sue conseguenze, l’incarnazione e la redenzione, i riti.
[69]
Vedi cap. XIV.
[70] L. BALCONI, op. cit., pag. 335.
[71] Quando diventa vescovo e vicario apostolico aveva 29 anni, essendo nato nel 1866 a Zinasco, Vigevano.
[72]
LORENZO BALCONI, «Alberico Crescitelli», Pime, Milano 1951 (III ediz.),  pagg. 330; ALBERICO CRESCITELLI, «Epistolario», a cura di Angelo Bubani, Archivio generale del Pime, Roma 1990, pagg. 684; MASSIMO MILONE, «Sulle sponde del fiume Han», L’Isola dei ragazzi, Napoli 1999, pagg. 140.
[73]
Nel vicariato di Hanchung diversi padri si segnalarono per studi naturalistici e ricerche scientifiche, specialmente Desiderio Vicario (sismologo) e Domenico Callerio. I missionari di Hanchung inviarono all’Esposizione di Torino del 1898 una ricca collezione di flora e fauna dello Shensi (specie uccelli imbalsamati) e venne loro assegnato il diploma d’onore. Purtroppo il materiale raccolto è andato poi disperso. Un altro missionario da ricordare è il padre Leone Nani (1880-1935), fotografo di grande valore: le sue immagini sulla vita quotidiana in Cina all’inizio del secolo (stampate anche da prestigiose riviste internazionali come «Life») sono conservate nell’archivio fotografico del Centro missionario Pime di Milano. Si veda anche il volume: «La Cina nelle lastre di Leone Nani (1904-1914)», a cura di Giuliano Bertuccioli, Grafo, Fondazione Civiltà Bresciana, 1994, pagg. 153.
[74] L. BALCONI, «33 anni in Cina», cit., pag. 370.
[75] SALVATORE FILIA, «Cinque lune nelle mani dei briganti cinesi», Pime, Milano 1931, pagg. 110. Il sequestro dei tre missionari di Hanchung è solo un esempio degli incontri fra missionari del Pime e briganti verificatisi negli anni venti e trenta in Cina. Si può ricordare il sequestro dei padri Pietro Massa e Antonio Barosi il 9 febbraio 1929 a Tanghien nel vicariato di Nanyang, che riuscirono a fuggire (PIETRO MASSA, «Cina di ieri, I miei 33 anni in Cina», Massimo, Milano 1963, pagg. 110-124). Ancora nel Vicariato di Nanyang, i sequestri di p. Severino Sartori il 2 giugno 1929 (per pochi giorni) e di p. Luigi Brugnetti il 14 agosto 1930, liberato il 14 ottobre in un’altra provincia della Cina!
[76] Sulla vita e il lavoro dei missionari negli anni trenta a Kaifeng si veda: LUIGI CHESSA, «Sulle sponde del Fiume Giallo», Pime, Napoli 1974, pagg. 286; FERDINANDO GERMANI, «Padre Pasquale Lanzano, Una vita per i cinesi», Pime, Napoli 1987, pagg. 236; LUIGINA BARELLA, «Al di là del Fiume Giallo, mons. Martino Chiolimo, Mezzo secolo di missione in Cina», Emi, Bologna, 1988.
[77]
Sun era battezzato e il suo funerale venne celebrato col rito cristiano.
[78] Il vocabolo «Tridemismo», coniato dal gesuita p. Pasquale D’Elia, grande studioso di Sun Yat-sen, indica «i tre principi del popolo» secondo l’ideologia egualitaria di Sun: nazionalismo, democrazia, benessere per il popolo.
[79] A. CROTTI, op. cit., pagg. 270-274.
[80] A. CROTTI, op. cit., pag. 292-297.
[81] MARIA GRAZIA ZAMBON, «A causa di Gesù, I 18 martiri del Pime», Emi, Bologna 1994, pagg. 238.
[82] ASSUNTA TAGLIAFERRI, «Fiore delle Alpi per la Cina, Padre Girolamo Lazzaroni martire a soli 27 anni», Edizioni Villadiseriane, Bergamo 1988, pagg. 136.
[83] L. BALCONI, op. cit., pagg. 269-270. Nelle memorie dei missionari si trovano molti passi di questo genere. Si legga nel capitolo XI di questo libro la storia del «Governo del Soviet cinese dell’Hoilukfung» negli anni 1927-1928, nel territorio vicino ad Hong Kong dove lavoravano i missionari del Pime (vedi anche: FERNANDO GALBIATI, «P’eng P’ai and the Hai-Lu-Feng Soviet», Stanford Univ. Press, Stanford, California 1985, pagg. 484; PIERO GHEDDO, «Lorenzo Bianchi di Hong Kong», De Agostini 1988, pagg. 64-97).
[84] Si veda la lettera di p. Luigi Risso, superiore generale, sulla persecuzione in Cina, «Il Vincolo», n. 57, maggio 1954, pagg. 1-3.
[85]
CARLO SUIGO, «K’ou Min, Povero popolo, Diario di un prigioniero», Pime, Milano 1948, pagg. 251; «Nella terra di Mao Tze-tung», L’Arnia editore, Roma 1951, pagg. 574. Si veda la biografia di Carlo Suigo: LIVIO MONDINI, «Nel cuore della Cina», Emi, Bologna 1985, pagg. 206.
[86]
ANTONIO LOZZA, «Mons. Giuseppe Maggi, vescovo missionario», Bergamo 1977, pagg. 64.
[87]
Nel 1946 la Santa Sede istituisce la gerarchia episcopale ordinaria in Cina: vicariati e prefetture apostolici diventano diocesi.
[88] GAETANO POLLIO, «Croce d’oro tra le sbarre», Pime, Napoli 1960, pagg. 247, citaz. a pagg. 35-36; ANTONIO ANTONACI, «Gaetano Pollio, missionario del Pime e Arcivescovo di Otranto (1960-1969)», Pime, Roma 1992, pagg. 552.
[89] A Kaifeng mons. Pollio incontra il vescovo anglicano cinese, gli chiede se ha firmato e quello risponde di sì, ma intanto continua a ricevere il suo stipendio dal Canada. A Pollio dice: «Noi non siamo come voi sacerdoti cattolici: noi abbiamo moglie e figli».
[90] AMELIO CROTTI, «In Cina ieri e oggi testimoni di speranza, Breve storia della missione di Kaifeng negli anni 1941-1991», Pime, Milano 1991, pagg. 96 (citaz. a pagg. 36-37).
[91]
AMELIO CROTTI, «Più forti della tormenta, Documenti sulla persecuzione religiosa in Cina», Pime, Milano 1957, pagg. 191 (lettere di cristiani a mons. Pollio negli anni 1951-1952 e diario di una cristiana perseguitata per la fede).
[92] G. POLLIO, volume cit., pag. 218.
[93] PIERO GHEDDO, «Lettere di cristiani dalla Cina» (con intervista a p. Domenico Maringelli), Emi, Bologna 1981, pagg. 91. Vedi anche il «servizio speciale» su «Mondo e Missione» (maggio 1981).
[94] Padre Paolo Giusti, nato a Veneri (Pistoia) il 10 gennaio 1886: sacerdote diocesano di Lucca nel 1909, entrato nel Seminario lombardo per le missioni estere dopo quattro anni di apostolato in diocesi, partì nel 1914 per la Cina, lavorò nel vicariato apostolico di Weihwei per 38 anni. Morì a Hwashien il 23 luglio 1952. Considerato un santo anche nel ricordo dei suoi confratelli. Vedi: FLORIANO FORESTAN, necrologio in «Il Vincolo», n. 52, settembre 1952, pagg. 28-30; CARLO SUIGO, vol. cit., passim; ANTONIO LOZZA, «Il genio benefico del Fiume Giallo, Padre Paolo Giusti, missionario in Cina», Pime, Milano 1961, pagg. 180.
[95] Sacerdote diocesano cinese di Weihwei morto in carcere per la fede.
[96] Padre Angelo Lazzarotto sta preparando una storia della persecuzione subita dai missionari del Pime nella Cina comunista, utilizzando le loro lettere e resoconti di quegli anni (1946-1954). Il volume sarà pubblicato dalla Emi, nella Collana editoriale dell’Ufficio storico del Pime.
[97]
AMELIO CROTTI, «Impressioni del mio viaggio in Cina», «Infor-Pime», ottobre 1991, pagg. 23-27; febbraio 1992, 57-61; aprile 1992, 56-63. Si veda anche la lettera di p. Franco Cagnasso su «Il Vincolo» (n. 177, settembre-dicembre 1993, pagg. 86-87), nella quale il superiore generale racconta altri particolari interessanti sulla fedeltà dei sacerdoti diocesani di Nanyang e la loro riconoscenza per il Pime.