PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

XIV . Fin dall'inizio nelle Americhe:
in Colombia (1856-1942), Usa (1947), Messico (1895-1926, 1991) e Canada (1988-1998)

Eugenio Biffi: il «vescovo santo» di Cartagena (1855-1896)
«Ammiro il vostro eccellente spirito missionario»
I «tempi eroici» delle prime fondazioni (1947-1951)
Nicola Maestrini: i «tempi d'oro» del Pime in USA (1951-1956)
Negli Stati Uniti il Pime diventa internazionale (1952)
Lo «spirito di Maryglade» caratteristico del Pime americano
John Travolta danza per le missioni del Pime
«Non cercare soldi ma creare amici delle missioni»
Il «Festival italiano» a Colombus - Ohio (1980)
La «Home Mission» nel New Mexico (1952-1964)
La parrocchia a Los Angeles in California (1964-1991)
Missione fra i cinesi in Canada (1989) e Inghilterra (1994)
La missione fra gli indios Mixtecos in Messico (1992-2000)
Quali prospettive per il Pime negli Stati Uniti?
«Trasmettere alla Chiesa americana l'ideale missionario»
 

XIV

FIN DALL’INIZIO NELLE AMERICHE:

IN COLOMBIA (1856-1942), USA (1947), 
MESSICO (1895-1926, 1991) E CANADA (1988-1998)

Nell’ultimo dopoguerra, si è discusso nel Pime se era secondo la nostra tradizione mandare missionari in Brasile e Stati Uniti, paesi cristiani e non asiatici. Alcuni erano contrari, convinti di dover rimanere fedeli alla tradizione asiatica. Il Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare (1971-1972) ha confermato che il Pime compie una «scelta preferenziale ma non esclusiva per l’Asia» (vedi cap. VII). La storia conferma che fin dall’inizio il Seminario lombardo è stato mandato da Pio IX in Colombia (1855) e quello romano in Messico (1895), come vedremo in questo capitolo.

Eugenio Biffi: il «vescovo santo» di Cartagena (1855-1896)

Il 1° dicembre 1855, il card. Fransoni di Propaganda scrive a mons. Marinoni che Pio IX chiede due missionari per Cartagena in Colombia: Marinoni vi destina p. Eugenio Biffi e p. Costantino Robbioni. Dopo la funzione di partenza (17 febbraio 1856) i due vanno a Roma un mese e studiano un po’ lo spagnolo. Pio IX li riceve in udienza e spiega loro la situazione:

«Si trattava — scrive Tragella (1)— di un paese nominalmente cattolico, ma dove non mancavano movimenti politici avversari ed esempi poco incoraggianti da parte del clero locale, soprattutto per l’apostasia di un sacerdote. Il Santo Padre insistette due volte sull’importanza del buon esempio».

A metà aprile 1856 i due missionari sono in Colombia. Si fermano alcuni mesi a Bogotá per lo studio della lingua, ospiti del delegato apostolico mons. Barili. Giungono a Cartagena col nuovo vescovo appena consacrato, mons. Bernardino Medina (dopo cinque anni che la diocesi era vacante), il 7 dicembre 1856. Cartagena è una città fra le più antiche e belle dell’America Latina: fondata il 1° giugno 1533, è stata anche la prima diocesi del Sud America (aprile 1534). Al tempo della colonizzazione spagnola aveva grande importanza come porto del commercio di tutto il sud America spagnolo verso il Mare dei Caraibi e la Spagna, e come mercato degli schiavi portati dall’Africa (2).
A metà del secolo scorso la situazione religiosa era disastrosa: la classe politica massonica avversava in tutto la Chiesa: i religiosi espulsi, chiese e conventi occupati dal governo; all’interno della comunità cristiana lo spirito era gravemente decaduto, con lotte intestine e scandali. I due missionari si impegnano nel lavoro pastorale, ma il 19 agosto 1858 p. Robbioni muore di febbri. L’apostolato di mons. Biffi in Colombia è avventuroso (3). Il 25 giugno 1862 viene espulso dalla Colombia mentre era vicario generale della diocesi di Cartagena e si rifugia nell’isola di Giamaica e poi nel Belize: aveva aiutato prigionieri politici a fuggire dalle carceri.
Nelle carceri di Cartagena erano ospitati numerosi prigionieri su cui pendeva la condanna a morte, di null’altro responsabili che di opporsi a metodi non democratici. Biffi studia un piano per liberarli: essendo fin da ragazzo un abile intagliatore di legno, prepara alcune grandi caffettiere che contengono nelle maniglie e nel sottofondo lime per segare le inferriate e corde per calarsi dall’alto della prigione nel mare, dove una barca è in attesa. Così, per più di una settimana, con l’aiuto della moglie di Mariano Ospina, ex-presidente della Repubblica anche lui condannato a morte, ogni giorno i carcerati ricevono il caffé dall’esterno. Nella notte stabilita, poco prima dell’esecuzione capitale, i prigionieri fuggono e riparano in Giamaica con una goletta affittata dall’intrepido Biffi.
La cosa è risaputa e il missionario, che essendo italiano non poteva essere messo in carcere, espulso nel 1862. Nel 1867, mentre esercita il suo apostolato nel Belize, è chiamato da mons. Marinoni a Milano e inviato come capo missione con la prima spedizione del Seminario lombardo per le missioni estere in Birmania: è prefetto apostolico della Birmania orientale dal 1867 al 1881 (vedi capitolo XII).
Intanto a Cartagena muore il vescovo e Biffi è richiamato dalla Birmania con una petizione del popolo (firmata anche dalle autorità civili e cittadine): Leone XIII lo riceve con mons. Marinoni il 20 gennaio 1882 e lo rimanda a Cartagena come arcivescovo. In 14 anni di episcopato (1882-1896) Biffi si conquista l’ammirazione e la devozione dei fedeli. Fra l’altro ottiene dal governo la restituzione di edifici religiosi sequestrati da precedenti governi massoni, fra i quali i tre santuari cittadini: San Pedro Claver, Santo Domingo e il Santuario della Popa che domina la città dall’alto di una collina.
Biffi lascia un grande ricordo di santità a Cartagena. Nel centenario della sua morte (1996), si è formato un Comitato per le celebrazioni presieduto dall' arcivescovo Carlos José Ruiseco Vieira. Nella cerimonia ufficiale svoltasi il 12 luglio 1996 nel «Museo de Oro», alla presenza delle autorità cittadine e di una rappresentanza del clero e del popolo di Cartagena, mons. Ruiseco dichiara la sua intenzione di iniziare la causa di canonizzazione di mons. Eugenio Biffi, che in diocesi da sempre è chiamato «il vescovo santo». Nell' anno centenario della sua morte, in tutte le parrocchie della diocesi una volta al mese si programma una giornata dedicata al ricordo del vescovo milanese, con preghiere per la sua beatificazione. Nel novembre 1996 il municipio di Cartagena (4) inaugura un monumento in una piazza cittadina.
Perché questa fama di santità? Soprattutto per il suo spirito di sacrificio e di amore ai poveri. Biffi era un vescovo che quando per strada incontrava un povero senza camicia, si toglieva la sua e gliela dava. La diocesi di Cartagena, a quel tempo, era vasta più di metà Italia: la Colombia aveva solo quattro diocesi, mentre oggi sono 80! Biffi visita il suo popolo con grandi sacrifici, andando a cavallo e in barca, fermandosi nei villaggi più poveri, privi di ogni conforto. In una lettera a Milano scrive:

«Qui le visite pastorali non sono come in Europa, ma sembrano piuttosto uccisioni del pastore. Non sembri esagerata questa mia frase: le assicuro che è confermata da una dolorosa realtà. Non si immagini che qui si possano fare viaggi in treno o in carrozza. Appena fuori della città bisogna montare a cavallo».

Il segretario di mons. Biffi, padre Adamo Brioschi, altro missionario del Pime che sarà poi arcivescovo di Cartagena dal 1897 al 1943 (5), scrive:

«Le confessioni, le cresime e le prediche occupano tutto il giorno e prendono pure parte della notte. Non vi è un momento di riposo: ci manca persino il tempo di prendere cibo. Il vescovo però è instancabile e non dice mai basta».

Mons. Biffi aveva visitato tutta la diocesi più volte, spingendosi fino a villaggi sperduti in cui non si era mai visto un prete e nemmeno un rappresentante dell’autorità politica! Muore stroncato dalla fatica l’8 novembre 1896: si era speso tutto per la sua gente.

«Ammiro il vostro eccellente spirito missionario»

Dopo il 1945, nell’ultimo dopoguerra, il Pime in Italia e le sue missioni in oriente erano in uno stato di estrema povertà e dovevano ricostruire residenze, seminari, chiese, scuole, distrutti dai bombardamenti: nei seminari del Pime in Italia, per parlare solo di quelli, ci si ammalava per lo scarso nutrimento e la mancanza di riscaldamento! Nel 1946 il superiore generale mons. Lorenzo Maria Balconi manda negli Stati Uniti il padre Guido Margutti, missionario in Bengala, con lo scopo dichiarato di cercare aiuti: «Anche se riusciamo ad ottenere solo Messe da celebrare — scriveva Balconi — sarebbe un grande aiuto». A quel tempo negli Stati Uniti l’offerta per la santa messa era di 3 dollari, in Italia 200 lire: un dollaro valeva circa 600 lire!
L’avventura del Pime negli Stati Uniti incomincia male. Per un anno (26 settembre 1946 — 20 agosto 1947) Margutti tenta invano di farsi accettare nella diocesi di New York e in altre diocesi. Deve subire molte umiliazioni, viene trattato come un «beggar» (mendicante) e resiste alla tentazione di ritornare in Italia pensando alla miseria assoluta del suo Bengala e del Pime italiano. Un episodio fra tanti. Quando visita la diocesi di Grand Rapids (Michigan), Margutti riesce ad avere un’udienza dal vescovo mons. Haas. Ma il mattino che lo riceve, Haas aveva la luna per traverso. Sentito che Margutti è un missionario italiano che viene dal Bengala, gli dice brutalmente:

«Sono stufo di sprecare il mio tempo con missionari e preti mendicanti che vengono qui da tutto il mondo. Ritorna alla tua missione e lasciami in pace».

Padre Guido si inginocchia, bacia la mano del vescovo e gli dice: «Lei ha ragione, se io fossi al suo posto farei lo stesso. È vero, noi missionari mendicanti siamo troppi...». E si avvia all’uscita. Ma mons. Haas, superato il momento di sconcerto, lo chiama indietro e gli dice: «Lei è molto umile e io la ammiro. Si segga e parliamo».
Margutti viene a sapere che nella vicina Detroit c’è un vescovo che lui ha conosciuto quand’era missionario in Bengala: il card. Edward Mooney, arcivescovo di Detroit dal 1937 al 1958, una delle personalità più influenti e dinamiche della Chiesa statunitense di quel tempo. Aveva studiato a Roma ed era stato membro del corpo diplomatico della Santa Sede: delegato apostolico in India (1926-1931) e in Giappone (1931-1933).
In Bengala aveva incontrato p. Guido Margutti e altri missionari del Pime, ricevendone ottima impressione. Quando Margutti va a Detroit per visitarlo, prima incontra mons. Leo De Barry, incaricato diocesano delle Pontificie opere missionarie, e gli chiede di procurargli un’udienza dall’arcivescovo. De Barry promette ma poi non ne parla nemmeno a Mooney, che doveva essere protetto dai molti che volevano incontrarlo. Margutti aspetta pazientemente alcuni giorni, telefona, visita la curia, poi pensa che non sarà ricevuto e decide di andare in un’altra diocesi. Va a salutare De Barry e gli dice: «Mi faccia il favore, vada subito dal cardinale e gli dica che c’è padre Margutti del Bengala che vuole vederlo». De Barry si lascia convincere dall’insistenza del missionario e l’arcivescovo gli dice: «Ma come, da tre giorni lei non mi ha detto che Margutti chiede di vedermi? Sappia che è un grande missionario e amico! Lo porti subito qui».
Così Detroit si apre ai missionari del Pime. Nel 1951, l’arcivescovo Mooney dice a padre Nicola Maestrini, che gli chiede di poter aprire un seminario del Pime nella sua diocesi:

«Ho visto i vostri al lavoro in India e in oriente. Ammiro il vostro eccellente spirito missionario. Sarei felice di vedere dei giovani americani educati nello spirito del Pime» (6).

Mooney era un vescovo di autentico spirito missionario, convinto che la missionarietà (ossia l’«annuncio») non deve essere esclusiva dei missionari, ma «uno sforzo congiunto di tutti i battezzati e dell’intera cristianità per adempiere il comandamento divino.... dovrebbe interessare profondamente tutti i cattolici che vogliono essere fedeli al loro battesimo» (7). Pensava che i cattolici americani potevano dare ottime vocazioni missionarie:

«Vivendo con i missionari (del Pime), dividendo i loro pasti frugali e le povere abitazioni, viaggiando con i mezzi primitivi di trasporto che essi hanno a disposizione, osservandoli sia nei centri delle missioni che alle frontiere estreme della fede in estremo oriente, ad esempio nella Birmania del nord e dell’est... mi sono convinto che la vita missionaria richiede davvero uno spirito di donazione e di sacrificio, ma anche vitalità ed entusiasmo giovanile. Queste ultime qualità noi amiamo pensare che siano tipicamente americane. In guerra esse hanno dato ai ‘‘marines’’ americani la forza di aprire la via alla flotta e all’esercito. In pace esse possono dare ai missionari americani uno spirito altamente ispirato di soldati di Cristo, mandati ad estendere le frontiere del Regno di Dio» (8).

I «tempi eroici» delle prime fondazioni (1947-1951)

Nell’agosto 1947, quando il card. Mooney invita p. Margutti ad aprire una sede del Pime a Detroit (9), nessuno dei due aveva una visione chiara delle conseguenze che ne sarebbero derivate: il Pime cercava una sede negli Stati Uniti solo per gli aiuti materiali che l’America poteva dare. Nei primi documenti si parla infatti di «procura delle missioni del Pime». Ma il seme gettato nel fertile terreno americano era destinato a crescere in un alto e robusto albero.
Padre Margutti, sempre gioioso e sorridente, era umile, paziente, sacrificato e animato da spirito di fede e di grande amore per le missioni: un uomo cordiale, comunicatore nato e capace di fare amici. Nell’ottobre 1947, l’arcivescovo di Detroit lo assegna alla «Italian National Parish» di san Francesco come aiutante del parroco; poi, nel 1949, la parrocchia viene affidata al Pime: una «parrocchia nazionale » per gli immigrati recenti dall’Italia nella zona di Detroit ancor oggi affidata all’Istituto. A partire dalla base di san Francesco, Margutti organizza giornate missionarie in una ventina di diocesi, raccoglie aiuti e messe che manda a Milano e chiede al superiore generale, p. Luigi Risso, alcuni missionari per aiutarlo: da solo non ce la fa più ad accontentare le diocesi che lo cercano.
All’inizio del 1949 arriva p. Carlo Sala (reduce dall’Etiopia) e poi altri cinque confratelli. Oltre alla parrocchia di s. Francesco nel Michigan, al Pime viene affidata anche quella di Columbus, nel vicino Ohio: qui vi era un’altra forte comunità italiana con don Rocco Petrarca, prete diocesano di Bordighera (Imperia), ottimo parroco dal 1913, uomo straordinario e molto benvoluto dagli italiani. Nel 1948 don Rocco si ammala e deve lasciare la parrocchia: il vescovo di Columbus, mons. Michael Ready, la lascia circa un anno senza prete, pensando di abolirla (10). Ma il buon Ready non aveva tenuto conto dello spirito fiero e ribelle degli italiani, i quali minacciano di occupare la chiesa e mandarla avanti indipendentemente dal vescovo, ricorrendo alla Santa  Sede, dove vantavano conoscenze altolocate!
Spaventato da questa reazione, mons. Ready ricorre al suo arcivescovo il card. Mooney pregandolo di intervenire. Mooney manda p. Margutti che rimane a Columbus solo 10 giorni, visita le famiglie e le istituzioni degli italiani e riporta la pace. Così Ready decide di affidare la parrocchia al Pime.
Nel 1948 il Pime era ben avviato negli Stati Uniti: con due parrocchie e un uomo dinamico come padre Guido Margutti, che animava missionariamente la Chiesa americana: conferenze, giornate missionarie, articoli sui giornali, mostre, interventi alle radio, gruppi di amici delle missioni, ecc. Padre Guido concepiva il Pime negli States dedicato all’animazione missionaria e alla raccolta di aiuti per le missioni: le parrocchie erano solo la base territoriale da cui partire; e chiedeva in Italia personale giovane e disposto a sacrificarsi viaggiando per tutto l’immenso paese, capace di parlare in pubblico, di scrivere articoli.
Invece gli altri padri che riceveva dall’Italia, reduci da varie missioni, erano contenti di fare il parroco come già lo avevano fatto nelle loro missioni, anche se in ambienti e con popoli del tutto diversi. Buoni missionari, che però rifiutavano di parlare alla radio, scrivere articoli, incontrare gruppi giovanili, andare in scuole e collegi cattolici e visitare ogni settimana una parrocchia nuova per predicazioni e conferenze missionarie; alcuni erano anche stanchi e ammalati, bisognosi di un po’ di riposo o almeno di un sistema di vita stabile, con un loro «gregge».
Così incominciano i contrasti nella comunità Pime, fra la tendenza di «animazione missionaria» (rappresentata da p. Guido Margutti e dal giovane p. Casto Marrapese, che veniva dall’Italia) e la tendenza «parrocchiale» comune agli altri cinque: Carlo Sala (Etiopia), Dante Magri e Mario Dall’Agnol (India), Andrea Granelli (Hong Kong), Luigi Viganò (Brasile). P. Risso visita gli Stati Uniti e il 22 agosto 1949 richiama in Italia p. Margutti e nomina superiore a Detroit p. Dante Magri.
Il direttore delle Pontificie opere missionarie di Detroit, mons. Leo De Barry, scrive una lunga e accorata lettera a p. Risso: richiamare Margutti in Italia è una decisione sbagliata, padre Guido è conosciutissimo e stimatissimo, nessun altro del Pime in America può prendere il suo posto! Ma ormai Margutti sta partendo per l’Italia (dove potenzia il museo dell’Istituto a Milano e nel 1954 ritorna qualche mese a Detroit per fondarvi il museo missionario). Per il Pime americano incomincia un periodo di stasi.

Nicola Maestrini: i «tempi d’oro» del Pime in USA (1951-1956)

I due anni e mezzo del governo di padre Magri dimostrano che mons. De Barry aveva ragione. Nel maggio 1951, padre Dante chiede al superiore generale di ritornare in India, confessando umilmente di non essere capace di fare «animazione missionaria». Il 1° giugno 1951 padre Nicola Maestrini, animatore nato, già missionario ad Hong Kong dal 1931 e poi iniziatore della missione del Pime in Giappone, è nominato superiore del Pime negli Stati Uniti. Incominciano i «tempi d’oro» del Pime americano (1951-56). Maestrini discute con i suoi sette missionari un programma comune d’azione (Margutti e Magri sono stati sostituiti da Bruno Venturin, India; Domenico Rossi, Etiopia-Brasile e Luigi Colombo, Londra): stabiliscono che la presenza del Pime in America non è solo di aiutare finanziariamente l’Istituto e le sue missioni, ma in qualsiasi altro modo possibile; e si accordano di

«lavorare come un gruppo, controllando le nostre tendenze all’individualismo, mantenendo vivo e incrementando il nostro amore e il nostro zelo per le missioni del Pime e creando fra di noi uno spirito di collaborazione».

P. Nicola Maestrini, come già aveva fatto ad Hong Kong, si interessa subito di stampa, radio, cinema e collabora con associazioni e movimenti laicali. Assume tre dipendenti (una segretaria, una giornalista e un impiegato d’ufficio) con programmi ben precisi: pubblicare opuscoli sull’Istituto e una rivista missionaria, scrivere articoli e interviste per i giornali, parlare alla radio e produrre films missionari, far conoscere il Pime e suscitare amici ovunque, visitare scuole e collegi cattolici per proiettare filmine missionarie, entrare in contatto con tutti i direttori diocesani delle opere missionarie per offrire collaborazione nell’animazione missionaria. I sette missionari non bastano più e p. Nicola chiede a Roma altro personale. Ma in Italia non ci sono giovani disposti ad andare negli USA: i missionari preferiscono India, Bengala, Birmania, Hong Kong e le altre missioni.
Nell’ottobre 1951, Maestrini è invitato dal «Mission Secretariat » di Washington a tenere una relazione sui laici missionari alla «Missionary Convention» che si tiene a Techny, Illinois. All’assemblea è presente anche Fulton Sheen, vescovo ausiliare di New York e direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie, il vescovo più conosciuto degli States per i suoi programmi radiofonici e televisivi, che prende a benvolere Maestrini ed apre in seguito molte porte al Pime.
Nel 1952 esce il primo bollettino del Pime, «Love and Service» (in seguito «Catholic Life around the World»), e in quegli anni, fino al 1954, Roma manda numerosi missionari: due fratelli dall’Italia, Giovanni Pillonetto e Costantino Tranquillo Cremasco (che Maestrini ribattezza «Pius» perché i suoi due nomi propri erano impronunciabili in America); e dieci padri: Antimo Boerio, Giacomo Bregola, Giovanni Marzorati e Ugo Sordo (dalla Cina), Dante Carbonari, Rinaldo Bossi e Gerolamo Clerici (dalla Birmania), Mario Venturini (dall’Italia) e Carlo Longhi (dall’India).
Il Pime americano riceve così una vigorosa spinta e incomincia ad affermarsi nella Chiesa e nella società americana, con iniziative di successo che conquistano nuovi amici; basti ricordare l’articolo sul Pime pubblicato da «Readers’ Digest», che allora aveva negli USA sette milioni di copie: arrivano migliaia di lettere con offerte e abbonamenti. Il bollettino «Love and Service», fondato nel gennaio 1952 con mille copie, sei mesi dopo aveva già 5.500 abbonati, che Maestrini non lasciava tranquilli: non sono semplici lettori, ma «amici delle missioni» e allora li tempesta di proposte, li provoca a trovare nuovi lettori.
Il «Brother Pius» (fratel Pio) impianta nel sotterraneo della casa di Detroit una tipografia artigianale e stampa decine di lettere, foglietti, opuscoli, manifesti, cartoline e sussidi di carattere missionario, ecc. Padre Nicola e i suoi collaboratori (giornalisti, pubblicitari, attori, dirigenti d’azienda, gente di spettacolo) lanciano iniziative originali che rimbalzano sui giornali e nelle radio e stazioni televisive.
Ad esempio, il «Knights of Charity Award» (Premio per i cavalieri della carità), assegnato una volta l’anno nel corso di un grande «Dinner» (cena) allo Sheraton Hotel di Detroit nel mese di ottobre (11), con una commissione giudicante formata da un cattolico, un protestante e un ebreo (12). Come pure il «Golf Day»: giorno dedicato al gioco del golf che si celebra ogni anno il secondo martedì di giugno, con migliaia di partecipanti che naturalmente pagano il biglietto d’ingresso. Sono momenti di festa in cui la gente incontra il Pime e i suoi missionari e si raccolgono aiuti per le missioni. Ricordando quei primi tempi, Maestrini dice:

«Ci hanno molto aiutato l’appoggio cordiale del card. Mooney e di mons. De Barry. E poi il fatto che ci eravamo impiantati a Detroit dove siamo emersi perché unici, non c’era alcun altro istituto missionario: le nostre iniziative rimbalzavano sui giornali, radio e TV. Avevamo a cena, a casa nostra, i capi della Ford, della Chrysler, della General Motors e altre ditte o istituzioni importanti. Erano avvenimenti cittadini che facevano notizia anche a livello nazionale. A New York le nostre iniziative sarebbero state impensabili o non avrebbero avuto risalto».

Lo slogan di Maestrini, che spesso trovava incomprensione all’interno del Pime, era: «Not Fund Raising, but Friends Raising»; «Non raccogliere soldi, ma amici» delle missioni, chiedendo preghiere, vocazioni, collaborazione alle iniziative: i soldi, diceva padre Nicola, arrivano di conseguenza. Tutto con l’aiuto dei laici e l’approvazione dei superiori. Certo anche Maestrini ha fatto qualche sbaglio, lui stesso lo ammette: era talmente appassionato del suo lavoro e immerso nella cultura americana, che correva troppo, fidandosi più dei suoi amici laici che dei missionari italiani, spesso mandati negli States contro voglia e mai veramente integratisi nell’ambiente americano; per questo a volte «remavano contro». Uno dei suoi slogan era: «Non siamo abbastanza americani »; e si lamentava di molti missionari che rimanevano «troppo italiani» e non volevano impegnarsi nell’animazione missionaria.

Negli Stati Uniti il Pime diventa internazionale (1952)

La svolta data in USA al Pime, da Maestrini e dai suoi collaboratori, è più radicale di quanto si possa immaginare: in quegli anni, per la prima volta, l’Istituto diventa internazionale (13), almeno nella decisione di assumere vocazioni americane e di aprire nostri seminari (il primo seminario in Brasile è aperto ad Assis il 21 aprile 1958). Quando nel 1951 padre Maestrini diventa superiore negli USA, le necessità finanziarie delle missioni e del Pime non sono più così pressanti e ci si orienta all’idea di reclutare, assieme agli aiuti economici, vocazioni missionarie. Il card. Mooney incoraggia l’apertura di un seminario missionario, come pure i missionari di Maryknoll (14), istituto missionario americano di clero secolare come il Pime; i superiori da Roma non pongono difficoltà (15). Dopo il Capitolo generale del 1957, il Pime negli States assume come scopo prioritario la ricerca e la formazione di vocazioni missionarie.
Il 14 ottobre 1952 si apre a Columbus il primo seminario del Pime fuori d’Italia, con tre chierici di teologia venuti dall’Italia (Alfredo Ferronato, Enrico Paleari, Egidio Giussani) e alcuni studenti americani, attirati dalla fama che l’Istituto si è conquistato negli USA. «Ma per un italiano le difficoltà di educare i giovani americani erano enormi», dice p. Marrapese, per le grandi diversità di cultura, costumi, mentalità. E poi negli States, almeno in quei tempi, l’Italia era vista come un paese piccolo, arretrato, sconfitto.
Il Pime è adatto a formare sacerdoti e missionari americani? È l’interrogativo che ha tormentato soprattutto i missionari destinati ai seminari americani. In realtà, la storia dei seminari del Pime in America non differisce da quella dei seminari dell’Istituto in Italia e in Brasile: è un continuo aprire e chiudere sedi, un frequente cambio di superiori e formatori, un seguito di speranze e di delusioni.
Sette i seminari aperti dal Pime negli Stati Uniti dal 1952 al 1972. Oggi sopravvive il «College» a Detroit, mentre gli alunni di teologia studiano nei due seminari teologici internazionali dell’Istituto, a Monza (Italia) o a Tagaytay (Filippine). Dal 1952 ad oggi i seminari del Pime in USA hanno ospitato più di mille alunni. In totale, sono stati consacrati in tutto 38 sacerdoti americani: 14 di essi sono oggi membri del Pime, uno è «associato» (in missione in Papua Nuova Guinea) e uno in Paradiso (padre Charles Minck, che è stato superiore regionale del Pime negli Usa dal 1974 al 1978); 22 sono usciti dall’Istituto (11 con esperienza di missione), 12 dei quali sono sacerdoti in diverse diocesi americane, 10 hanno abbandonato il sacerdozio. Gli ex alunni hanno fondato un’associazione molto fiorente con centinaia di indirizzi, molti professionisti di valore, persone affermate nella società. Può sembrare un bilancio povero, ma normale nel quadro delle crisi che hanno attraversato seminari e sacerdoti nel nostro tempo, specie per un Istituto italiano alle sue prime esperienze negli Stati Uniti. Il padre Edward Miley afferma:

«Il motivo principale per cui diversi miei confratelli americani hanno abbandonato il Pime, secondo me è che non avevano capito bene la difficoltà di ambientarsi nel mondo difficile delle missioni: andarono in missione e ritornarono in America troppo in fretta, non essendo riusciti ad inserirsi. Ritornati in patria, pensarono di andare nella loro diocesi per un lavoro pastorale. Qualcuno ha abbandonato il sacerdozio, è vero, ma sono casi comuni in tutte le diocesi e istituti. Però più della metà di quelli che hanno lasciato il Pime sono ancora sacerdoti nelle loro diocesi e amici del Pime: non ne conosco nessuno che sia avverso all’Istituto».

Negli anni cinquanta il Pime aveva molti alunni ma mancava di formatori e insegnanti preparati per l’America. Quando, negli anni settanta, l’Istituto ha avuto una certa quantità di personale e di seminari adeguati, sono venuti a mancare gli alunni per la crisi delle vocazioni, negli Stati Uniti avvertita prima che in Italia e in modo più massiccio.
Va anche detto che i due scopi del Pime in America: la formazione nei seminari da un lato; la pubblicità, i gruppi di amici, le iniziative di animazione, la raccolta di aiuti e la costruzione di seminari dall’altro, sono venuti spesso in contrasto. Specialmente negli anni dopo il Concilio Vaticano II, con i gravi problemi teologici e disciplinari che emergevano nei seminari e la difficoltà di creare formatori e una tradizione formativa del Pime in America. L’animazione era un treno lanciato in piena velocità, un vulcano di idee e di progetti, incontrava molti successi; la formazione invece procedeva lentamente fra mille dubbi, difficoltà e insuccessi.
Con il superiore regionale padre Charles Minck (1974-1978, morto il 1o aprile 1978), che veniva dal seminario di Maryglade, il Pime in America cerca di equilibrare le due linee d’azione, i due impegni, privilegiando l’aspetto formativo e mortificando quello di animazione. Padre Carlo Brivio, che è stato vice-regionale con p. Minck, afferma:

«Padre Minck era austero nella sua vita: dormiva senza riscaldamento e senza cuscino, era mortificato nel mangiare e in tutto: un piccolo De Foucauld, un mistico di origine tedesca non americana, senza i piedi per terra. C'era insofferenza per i metodi di Maestrini che era volto all' animazione, usava i seminari come strumenti di animazione; presentava gli alunni in ogni occasione, nelle riunioni, nelle celebrazioni, per far vedere che meritavamo di essere aiutati. Minck invece voleva privilegiare il seminario in sé e la formazione».

Padre Luigi Maggioni, superiore regionale dopo Minck (1978-1989), afferma:

«Padre Minck era un gran lavoratore, intelligentissimo, austero, per me un santo. Era figlio del suo tempo, il sessantotto, e di tutte le idee che c’erano in quel periodo sulla povertà della Chiesa. I ricchi, diceva, devono aiutare perché è loro dovere farlo, non siamo noi che dobbiamo correre loro dietro e ringraziarli, ma loro che devono ringraziare noi. Quindi aveva abolito le iniziative tipo ‘‘Golf Day’’».

A metà degli anni settanta, Maestrini abbandona Detroit e va in Florida a fondare la casa di Tequesta, centro di animazione e di aiuti alle missioni, di riposo e vacanza per i missionari. Sono stati anni difficili per il Pime, dopo i quali si è trovato un equilibrio fra animazione e formazione: purtroppo sono poi mancate le vocazioni!

Lo «spirito di Maryglade» caratteristico del Pime americano

Il fatto più rilevante nella storia dei seminari missionari del Pime in USA è la costruzione, all'inizio degli anni sessanta, del seminario di Maryglade a Memphis (Michigan), che era affiliato all'università cattolica di Washington e poteva dare diplomi di college e baccelierato di teologia. Il numero massimo di alunni fu di 45 nell'anno scolastico 1964-1965, poi cominciarono a diminuire anche perché gli studenti di teologia si trasferirono nel seminario di Newark (Ohio) per frequentare il Josephinum di Columbus. Maryglade poteva ospitare 110 alunni ed aveva ottime attrezzature culturali (biblioteca, audio visivi, laboratori) e sportive: venne chiuso nel 1972 quando aveva 18 alunni.
Negli anni settanta, la formazione nei seminari americani ha attraversato una crisi che ha decimato istituzioni ben più solide e antiche dei seminari del Pime appena fondati. Secondo Maestrini (16),

«Maryglade come complesso di edifici è stato venduto, ma lo spirito di Maryglade sopravvive ed è profetico nell’indicare il futuro. Maryglade infatti non è stato solo un blocco di costruzioni, ma uno spirito vivente di partecipazione tra uomini d’affari, gente comune del popolo e noi missionari del Pime, nel desiderio di collaborare all’opera della propagazione della fede fra le nazioni non cristiane, per la loro redenzione spirituale e l’aiuto alla liberazione dalla povertà materiale. Forse in nessun’altra parte degli Stati Uniti un seminario maggiore è stato costruito con la collaborazione finanziaria di membri delle maggiori fedi religiose americane, cattolici, protestanti ed ebrei. Questa collaborazione non è consistita solo nel raccogliere fondi, ma nella relazione di amore e di partecipazione da parte di tutti».

Padre Nicola si dilunga a spiegare «lo spirito di Maryglade», caratteristico del Pime americano. Il fortunato slogan di partenza della campagna per la raccolta di fondi, lanciata nel 1958, era questo:

«Come il mondo cammina sulle ruote di Detroit (la capitale americana dell’auto, n.d.r.), così i missionari formati dal Pime a Detroit porteranno ai popoli l’aiuto che li liberi delle loro miserie e i valori spirituali della conoscenza e dell’amore di Dio».

La frase pubblicitaria ha fatto il giro dei media ed ha lanciato la campagna per Maryglade, il cui «consiglio direttivo» («Maryglade Board of Trustees») era formato da laici cattolici, protestanti ed ebrei, uniti dal desiderio di aiutare a formare e inviare missionari americani nel mondo. Alla base di tutto c’era il ritrovarsi in valori comuni e superare le divisioni fra membri di diverse religioni attraverso l’amicizia e la solidarietà. Negli anni cinquanta il Pime si è imposto all’attenzione della società e della Chiesa americana con iniziative improntate a questo spirito ecumenico.
Alla base c’era la ferma convinzione di Maestrini, e dei suoi collaboratori, che il Pime è un dono dello Spirito da comunicare a tutta la Chiesa americana; e, in particolare, il suo carisma di portare il Vangelo ai non cristiani corrisponde alla più genuina tradizione americana, che Kennedy tentava di rinverdire in quei tempi col mito della «nuova frontiera»: un popolo che si sente in cammino, da protagonista, verso una nuova civiltà mondiale e cristiana, a cui tutti i popoli sono invitati a partecipare.
Un esempio indica in modo toccante come l’animazione missionaria, fondata su una forte fede e grandi ideali umani, riesce a coinvolgere e appassionare. A Columbus, nel 1954, un amico delle missioni offre al Pime una vasta tenuta agricola (circa 200 ettari) e 50.000 dollari per costruirvi un seminario. Nell’accettare l’offerta, si crea un malinteso fra Maestrini e il vescovo di Columbus, mons. Michael Ready, che aveva chiamato l’Istituto nella sua diocesi. Il seminario viene costruito col permesso del vescovo, ma i missionari temevano che Ready si fosse raffreddato con l’Istituto.
Invece era vero il contrario: il vescovo fu uno dei più appassionati sostenitori del seminario missionario nella sua diocesi. Una domenica pomeriggio, mentre la costruzione era quasi terminata, il rettore del seminario (provvisoriamente a Columbus), padre Giovanni Battista Boracco, va a visitarla e parcheggia la sua auto fuori del cantiere, accanto ad un’auto che gli pare quella del vescovo:

«Il cantiere era chiuso — racconta Boracco — e ho trovato dentro il vescovo Ready col suo segretario. Ho chiesto: ‘‘Come avete fatto ad entrare se il cancello è chiuso e l’ho aperto io?’’. Il vescovo risponde: ‘‘Semplice, abbiamo saltato il cancello. Perché? È proibito?’’. Boracco ribatte: ‘‘No, ma un vescovo che salta un cancello chiuso per visitare un seminario missionario non l’avevo ancora visto!’’».

John Travolta danza per le missioni del Pime

Nel 1952 padre Casto Marrapese, l’uomo più dinamico dopo Maestrini, viene mandato nella regione di New York per fondarvi il Pime, sulla base della promessa, fatta da un cugino del beato Alberico Crescitelli, di donare il terreno per un seminario missionario (17). La promessa poi non va a buon fine, ma padre Casto si impegna a fondo nel servizio alle parrocchie e nell’animazione missionaria. In pochi anni acquista un bel terreno ad Oakland nel New Jersey (40 minuti d’auto dal centro di Manhattan), dove nel settembre 1961 si apre il seminario con i primi 11 alunni nella villa del proprietario. Marrapese poi costruisce il grande seminario costato, allora, 400.000 dollari (inaugurato il 19 agosto 1965): somma data dalla gente del posto, attraverso iniziative di animazione missionaria!

«Visitavo molte parrocchie e gruppi cattolici — racconta Marrapese — ma facevo anche iniziative in grande stile. Naturalmente ero sempre in giro: fra viaggi, telefonate, lettere, pranzi, cene, predicazioni, non avevo mai un momento libero. Una volta ho incontrato la moglie italiana di un alto dirigente della ‘‘Twentieth Century Fox’’, la più importante casa produttrice di films. Sono diventato amico di famiglia, il marito mi dava gratis un grande teatro a New York per una o due serate all’anno, quando proiettavano in anteprima un film: il ricavato andava in beneficenza al Pime e alle sue missioni. Poi, nello stesso locale, facevamo il «Teatro vivo», rappresentazioni di canti, danze, recitazioni a carattere religioso e missionario e riempivamo il teatro perché avevo ottenuto, attraverso amicizie, la collaborazione gratuita di artisti, sceneggiatori, suonatori, danzatori, cantanti, ecc.
In quell’ambiente, quando conosci uno conosci tutti e ad un missionario che chiede un favore nessuno dice di no. Il famosissimo John Travolta ha incominciato a danzare su quel palco per le missioni del Pime, per due anni di seguito: era già molto bravo, ma si può dire che le nostre rappresentazioni l’hanno lanciato. Anche l’operazione di vendere i biglietti era un’avventura. C’era un comitato di laici che per mesi si facevano in quattro, loro, le mogli e i figli, poi i parenti e gli amici... Gli americani, se sposano un ideale, sanno essere generosissimi. Con l’aiuto di Dio abbiamo sempre riempito il teatro, perché quel dirigente della Century Fox mi diceva: ‘‘Continuo a darti il teatro solo se lo riempi, non posso fare la figura di averlo mezzo vuoto’’».

Il seminario di Oakland è stato venduto nel 1995 e il Pime ha aperto la sua sede nell’East a Wayne (New Jersey), centro di animazione vocazionale e di contatto con gli amici del Pime nella regione attorno a New York. Va ricordato che Oakland ha continuato a celebrare fino all’ultimo due «Fiere» annuali, a giugno ed a settembre, che ora sono organizzate dal Comune di Oakland sullo stesso vasto terreno del Pime (15 ettari): un’iniziativa di grande successo anche come resa economica per le missioni. Si trattava di questo: il seminario del Pime organizzava due giorni di fiera, invitando a parteciparvi ditte, commercianti, venditori ambulanti, organismi vari che affittavano il loro spazio ed esponevano quello che avevano da vendere o da presentare.
La fiera è cresciuta anno dopo anno, ne parlavano i giornali e le radio-televisioni della regione e la gente veniva anche da lontano. È diventata una giornata di festa popolare. Gli espositori, un centinaio, vendevano di tutto; l’organizzazione era in mano al Pime e ai suoi amici, il guadagno (circa 15.000 dollari netti per fiera) andava al seminario e alle missioni. Ma era anche un richiamare molta gente per far conoscere le missioni, trovare abbonati alla rivista, vendere libri missionari, ecc.

«Non cercare soldi ma creare amici delle missioni»

Il concetto base di animazione missionaria, che padre Maestrini aveva già sperimentato in Cina e ad Hong Kong, è questo: non fermarsi a piccole azioni individuali (che pure ci vogliono), ma lanciare grandi messaggi e proposte a più persone possibile: semi che, con 1'aiuto di Dio, possono portare frutto nelle coscienze. Quindi, impegnarsi con la stampa, le radio e televisioni, le agenzie d'informazione, promuovendo le notizie e i personaggi della missione, organizzare manifestazioni. Pensare in grande e agire in grande, non fermarsi a coltivare un piccolo orticello.
Cercare aiuti economici, sì, ma prima ancora far conoscere il mondo missionario, creare «amici delle missioni» e sollecitarli ad essere attivi nell’animazione, facendo amare i missionari, proponendo la vocazione come ideale di vita ai giovani, chiedendo preghiere. L’ideale missionario — carisma di fondazione del Pime — è un dono per l’America, un contributo all’evangelizzazione in profondità del popolo americano. Non esiste vita cristiana se non c’è spirito missionario. Questi contenuti di animazione missionaria hanno avuto successo.
Gli aiuti che il Pime americano invia alle missioni sono consistenti e ben organizzati. Il «Promotion Work» dell’Istituto non lancia solo notizie e messaggi, chiede collaborazione concreta attraverso varie iniziative. Ecco un elenco sommario di associazioni del Pime in USA, ciascuna delle quali ha i suoi iscritti, donatori, bollettino, incontri:
1) «Foster Parents Mission Club» (adozioni di bambini a distanza), iniziato nel 1958, è la forma di maggior successo. Nel 1961 il Pime aveva già un migliaio di bambini adottati nelle missioni, oggi sono circa 5.000. Il «Club» è diffuso anche in Canada, Australia, Belgio, Spagna, Germania, Malesia... Il reperimento di nuovi membri è affidato ai singoli «Foster Parents» (genitori adottivi), che s'impegnano a far conoscere il Club, pubblicare articoli sui giornali, ecc. Le famiglie che adottano un bambino si uniscono nel loro «Club» e sono visitate a volte dai missionari.
2) «Native Seminarians Project» (adozione di seminaristi indigeni), specie nelle diocesi fondate dai missionari del Pime. I giovani da adottare vengono proposti dai rettori dei seminari, i genitori adottivi versano 200 dollari al mese: si crea una corrente di scambio fra seminaristi e famiglie americane, che continua anche dopo il sacerdozio con visite, altri aiuti, ecc.
3) «The Leprosy Relief Society». Questa associazione per i lebbrosi è nata nel 1958 dopo che il regista William Deneen è inviato da Maestrini a Kengtung in Birmania per un film sul lebbrosario di padre Cesare Colombo: «The Touch of his Hand» («Il tocco della sua mano»), edito in italiano col titolo «La lebbrosa»: una ragazza birmana che sta per sposarsi e si scopre lebbrosa! Incontra padre Colombo che la guarisce «col tocco della sua mano». Il film è commovente per la trama, la naturalezza degli attori, i grandiosi scenari naturali e la partecipazione delle masse birmane nella danza. Nel 1959 vinse il primo Premio al Festival internazionale del film missionario a Bruxelles. In America e anche in Italia ebbe grande successo (18).
4) Altre forme di aiuto sono più saltuarie: aiuti alle missioni in occasione di disastri naturali con campagne mirate (inondazioni in India e Bangladesh, carestie, ecc.); risposta a richieste di missionari del Pime e sacerdoti e vescovi indigeni delle missioni, ecc. Una parte importante degli aiuti che si mandano in missione vengono dalle due iniziative già segnalate: il «Knights of Charity Award» e il «Golf Day», per la cui buona riuscita l’ufficio di promozione di Detroit è impegnato nel corso di tutto l’anno. Dice Maestrini:

«La raccolta di fondi per le missioni è un’impresa laboriosa, complicata, lunga, difficile e soprattutto delicata. Essa richiede da parte del personale dell’ufficio addetto alle relazioni pubbliche una grande dose di tatto, di umiltà e soprattutto di pazienza e di ricerca. Senza dimenticare la fatica di farsi amici e seguire i benefattori: visitarli quando sono ammalati, essere presente ai funerali dei loro congiunti, accettare inviti ai loro matrimoni e pranzi... anche a costo di rovinarsi lo stomaco o di perdere ore e ore di sonno. Tutto va sempre fatto per amore di Dio e del nostro impegno missionario verso i popoli».

Il motore dell’animazione missionaria del Pime in America è la rivista mensile «PIME World» («Il mondo del Pime»), con 28.000 abbonati. Diretta da un giornalista laico (Bob Bayer e Paul Witte gli ultimi due), si distingue dai bollettini di istituti per lo stile giornalistico e lo sguardo universale sulla missione. Accanto alla rivista, l’editrice «PIME World Press», che ha pubblicato una ventina di volumi (19). A Detroit c’è l’«Oriental Art Museum», iniziato da p. Guido Margutti nel 1954, quando ritornò negli USA dopo un giro nelle missioni con sette casse di oggetti da esporre (poi ne mandò altri da Milano).

Il «Festival italiano» a Columbus Ohio (1980)

Il padre Giulio Schiavi è parroco di San Francesco a Mount Clemens (Michigan) dal gennaio 1997. Dopo 17 anni in Bangladesh e 11 in Papua Nuova Guinea, è entusiasta di questo ministero. Mi dice (20):

«Nella mia vita di prete, non ho mai fatto il prete come qui a Detroit, nella ‘‘parrocchia degli italiani’’. In Bangladesh e in Papua Nuova Guinea, ero più impegnato sul piano sociale ed educativo, ma come azione pastorale, evangelizzatrice, qui è il massimo. A Detroit faccio proprio il missionario nel senso che spesso devo ricominciare da zero: incontro non pochi ‘‘pagani battezzati’’ (o addirittura nemmeno battezzati) senza alcuna conoscenza di cristianesimo. La settimana scorsa, ma è solo un esempio su tanti, vengono due giovani genitori figli di italiani per farmi battezzare il loro bambino. Chiedo quando sono stati battezzati e sposati: il matrimonio l’hanno fatto in una cappella protestante... Il marito dice che è stato battezzato ma non sa dove. La moglie non sa niente: telefona alla mamma e lei le dice che non è stata battezzata! Più pagani di così! Ho dovuto assegnar loro tre mesi di istruzione catechistica, prima di battezzarli e sposarli. Quando chiedo se sanno recitare il Padre Nostro e l’Ave Maria, cascano dalle nuvole. Ho incominciato ad insegnar loro il segno della croce...
«La nostra fortuna, di noi del Pime, è di essere stati educati allo spirito missionario, abituati ad essere aperti a tutti, ad ascoltare le persone e a metterci al loro servizio 24 ore su 24. In genere qui il sacerdote è un funzionario del sacro: preciso nel suo orario, con la segretaria, le cerimonie stabilite, il «day off» (giorno libero della settimana, n.d.r.)... Noi siamo missionari anche in parrocchia e ci facciamo in quattro per ogni caso umano: quando i fedeli vedono la tua disponibilità, si passano la parola e vengono da ogni parte. Tempo fa un uomo mi ha detto: ‘‘Padre, non ho mai avuto occasione di sedermi davanti ad un prete e parlare con lui in modo fraterno così a lungo’’».

Il Pime ha avuto diverse parrocchie negli USA, attualmente gli rimane solo quella di san Francesco alla periferia di Detroit, con ministeri saltuari in altre. Assieme all’animazione missionaria, il lavoro parrocchiale ha dato un forte segno «missionario» ed ha presentato l’Istituto alla Chiesa americana.
A Columbus, dopo il grande parroco don Rocco Petrarca (dal 1913 al 1947), i missionari del Pime hanno trovato a san Giovanni Battista una situazione difficile. Padre Carlo Sala racconta (21):

«Quando siamo entrati in parrocchia il 5 agosto 1949, tutto era trascurato e abbandonato: i topi giravano per la casa, venivano a mangiare il cibo che lasciavamo sul tavolo o in cucina... Il vescovo diceva che avrebbe chiuso la parrocchia degli italiani e nessuno voleva impegnarsi a rimetterla a posto».

Padre Sala e gli altri parroci del Pime dopo di lui (22), rinnovano la chiesa, allargano la casa parrocchiale, comperano sei case per fare un parcheggio (23), fanno risorgere le varie associazioni, ottenendo una buona partecipazione domenicale da parte degli italiani e ridando vita alla comunità cristiana. Dice p. Sala:

«C’era soddisfazione a lavorare con gli italiani: bastava essere disponibili alle loro necessità e collaboravano in tutto con entusiasmo e generosità».

Padre Casto Marrapese è stato parroco a san Giovanni Battista dal 1974 al 1991: ha portato la parrocchia ad un alto livello di azione pastorale, sociale e culturale, richiamando l’attenzione dell’intera città sulla comunità  italiana con iniziative di successo. Le sue prediche domenicali, di solida dottrina e incarnate nelle situazioni locali, sono state raccolte nel volume «Water from the Old Fountain» («Acqua dall’antica fontana»), diffuso anche in altre parrocchie.
Quando nel 1980 i vescovi americani lanciano l’«Anno della famiglia», un tema molto sentito dagli italiani, Marrapese dà inizio al «Festival italiano» a Columbus all’insegna delle tre «F»: «Faith, Family, Friends» (fede, famiglia, amici).

«Abbiamo realizzato il festival italiano annuale non nei locali della chiesa — racconta Marrapese — ma nella fiera cittadina di Columbus, un immenso salone di 160.000 piedi quadrati in cui si fanno mostre, danze, congressi politici, manifestazioni sportive: lo occupavamo tutto con cibo italiano (una quindicina di «stands» di produttori italiani di cibo), la moda italiana, l’architettura italiana, le macchine italiane, il cinema italiano, la musica italiana, l’arte italiana, il turismo in Italia... Io sono anche pittore e durante l’anno preparavo copie di quadri di famosi pittori italiani: non erano male, li esponevo e li vendevo per la parrocchia. Questo festival mobilitava tutta la comunità italiana per un vasto raggio intorno a Columbus, persino l’Ambasciata italiana di Washington, e lo visitavano folle crescenti di americani che venivano anche da lontano: era un successo soprattutto per i giovani delle famiglie italiane, ai quali abbiamo ridato l’orgoglio di essere italiani.
Ogni anno, col festival guadagnavamo dai 40 ai 50.000 dollari netti, detratte le spese, che andavano alla parrocchia e ad altre iniziative per gli italiani iniziate sull’onda del successo del Festival: borse di studio, la scuola di lingua italiana, la scuola di musica, il coro dei «Young Italian Singers» (i giovani cantanti italiani), il coro degli italiani adulti che cantavano brani d’opera, l’assistenza agli anziani abbandonati, ecc.».

Padre Casto ha iniziato il «Father Marrapese Scholarship Fund», una fondazione che continua ad assegnare ogni anno borse di studio agli studenti italiani bisognosi: ha consegnato al vescovo di Columbus 250.000 dollari in contanti, «tutti in una volta», dice, come base economica della Fondazione. Ricevendoli il vescovo esclama: «My God, this is the greatest gift I ever received!» («Mio Dio, questo è il più gran regalo che ho mai ricevuto!»). Dopo Marrapese, ritiratosi per motivo d’età, parroco a san Giovanni Battista è don Mario Serraglio, un ex-missionario del Pime incardinatosi nella diocesi di Columbus.

La «Home Mission» nel New Mexico (1952-1964)

I missionari del ramo romano del Pime (24) hanno lavorato nella Bassa California messicana, a Los Angeles e a S. Francisco dal 1895 al 1926, quando, dopo essere stati espulsi dal governo rivoluzionario del Messico,  abbandonano anche gli Stati Uniti e vanno in Cina, Bolivia, Argentina. In Messico hanno fondato la Chiesa nella Baja California (diocesi di La Paz), che dopo l’espulsione degli italiani (1926) passa al clero indigeno formato dai nostri missionari; il cui passaggio è ancora visibile nelle loro tombe nel cimitero di La Paz e nelle diverse chiese da loro costruite e ancora funzionanti (25).
Il progetto di aprire una missione fra gli indiani, i neri o gli ispanici di origine messicana era già un desiderio, mai realizzato, di padre Guido Margutti, fondatore del Pime americano. Padre Nicola Maestrini continua su questa linea, consigliato anche da mons. Fulton Sheen e dai missionari di Maryknoll: l’Istituto italiano, che viene a prendere vocazioni in USA, è bene si faccia carico di una «Home Mission» (missione nazionale). Nel febbraio 1952 visita diverse diocesi della California offrendo il servizio del Pime fra gli emigranti di lingua spagnola: ma le risposte sono negative.
Nel viaggio di ritorno a Detroit, padre Nicola si ferma in New Mexico e visita il vescovo Edwin Birne di Santa Fé, già missionario nelle Filippine (aveva conosciuto i missionari del Pime ad Hong Kong), il quale offre la parrocchia di Springer. Ma la direzione generale del Pime, sempre prudente di fronte alle proposte del «vulcano» Maestrini, risponde in un primo tempo in modo negativo. L’anno seguente, dopo molte insistenze e spiegazioni, giunge la sospirata risposta positiva.
Il 15 luglio 1953 p. Luigi Colombo arriva nel Nuovo Messico per assumere la parrocchia di Springer, con nove missioni da curare. Nell’agosto 1953 p. Dante Carbonari, reduce dalla Birmania, viene in aiuto a p. Colombo e si sistema a Cimarron, dove c’è la chiesetta ma non la canonica. P. Dante mette un lettuccio nella piccola sacrestia che diventa camera da letto, cucina, sala da pranzo, ufficio parrocchiale. Qui resta 18 mesi, in una miseria estrema: i cattolici sono pochi, dispersi e poveri, la questua domenicale dà al massimo dieci dollari... Una situazione che avrebbe scoraggiato chiunque, ma non un missionario che veniva dalla Birmania! Finalmente una buona famiglia cattolica gli offre una stanza da usare come ufficio e gli porta da mangiare tutti i giorni.
Intanto arriva, nel marzo 1954, p. Mario Venturini e si installa a Maxwell; poi p. Rinaldo Bossi (Birmania), che diventa parroco a Roy, 70 chilometri da Springer; e p. Efrem Stevanin (Guinea-Bissau) che va a Springer con Luigi Colombo.
All’inizio la missione è dura. Il Nuovo Messico è una delle regioni più povere e depresse degli States. La gente, isolata civilmente e religiosamente, diffidente, sospettosa, non aiutava e la situazione religiosa dei battezzati non era certamente rosea: famiglie senza matrimonio religioso, bambini in parte non battezzati e senza istruzione religiosa e sacramenti. Al venerdì sera, quando gli uomini ricevevano la busta paga della settimana, i bar e le sale da gioco erano affollati all’inverosimile.
A Cimarron, padre Carbonari incomincia a costruire la canonica, si mette lui stesso a scavare le fondamenta: la gente passa, vede il padre che suda, ma nessuno si ferma. Non una parola: «Sono solo come un cane» scrive nel suo diario. Poi a poco a poco, visto che il padre fa sul serio, la situazione si sblocca, la popolazione comincia a partecipare alla costruzione della casa parrocchiale e di un salone per la scuola di catechismo, incontri comunitari, feste, cinema, teatro, ecc.
Intanto padre Dante visita le famiglie e gli ammalati, anche quelli più lontani e abbandonati, si prende cura dei bambini, organizza incontri, incomincia il catechismo regolare e corsi di preparazione al matrimonio; fonda la «Immaculate Conception Clinic», pronto soccorso e dispensario (il medico più vicino era a 25 miglia), trova un’infermiera e un medico cattolico che vengono una volta la settimana a Springer. Il popolo passa dalla freddezza alla cordialità e all’entusiasmo: mai nessuno era stato così pronto ad aiutarli in modo concreto. Questa è anche la storia delle altre parrocchie.
I missionari del Pime restano undici anni in New Mexico (1953-1963). Costruiscono chiese, cappelle, case canoniche, conventi, scuole cattoliche e dispensari medici, chiamano le suore e le missionarie laiche, soprattutto danno ai cattolici dispersi il senso della comunità e insistono sull’importanza della fede nella vita personale e familiare. Nel 1964 l’Istituto restituisce le quattro parrocchie — rinnovate, rifondate — all’arcivescovo di Santa Fé.
Trentatré anni dopo, nel 1996, p. Raffaele Magni e p. Claudio Corti ritornano nelle stesse parrocchie per girarvi un documentario sul lavoro dei missionari in Nuovo Messico. Con loro grande stupore trovano due vie dedicate ai nostri padri e molte persone ringraziano per il lavoro da loro fatto:

«I vostri missionari hanno lasciato un grande ricordo, dicono. Le belle comunità cristiane che incontrate oggi sono anche il frutto del lavoro loro e dello spirito che hanno dato a tutti noi».

La parrocchia a Los Angeles in California (1964-1991)

Quando l’Istituto consegna all’arcivescovo di Santa Fé le quattro parrocchie della sua diocesi (1964), Maestrini va a Los Angeles e ottiene per il Pime la parrocchia di San Patrizio in centro città, che i salesiani stanno lasciando. Il primo parroco, padre Dante Carbonari, muore il 2 gennaio 1972. Gli succede padre Giulio Cancelli (missionario in India) fino alla morte il 18 marzo 1985; poi p. Mark Tardiff, americano partito per il Giappone nel 1987; e infine p. Bruno Piccolo (dalle Filippine), parroco fino all’estate 1991 quando è chiamato a Detroit per dirigere il «College» dell’Istituto. La parrocchia ritorna alla diocesi ed oggi è retta da sacerdoti diocesani messicani.
San Patrizio ha vissuto il travaglio di molte «parrocchie nazionali» americane (oggi si chiamano «parrocchie personali»): negli anni venti era per gli irlandesi (St. Patrick è il santo dell’Irlanda); poi gli irlandesi si spostano in un altro quartiere e negli anni quaranta diventa la parrocchia degli italiani; negli anni sessanta gli italiani se ne vanno e arrivano i messicani. Anche a Los Angeles (come a Columbus ed a Detroit) il Pime ha preso in mano una parrocchia che doveva essere chiusa e l’ha rimessa in funzione ricostruendo la comunità cristiana.
Nel 1972, la chiesa parrocchiale, molto grande ma costruita senza accorgimenti anti-sismici, è gravemente lesionata da un violento terremoto. Intanto muore padre Carbonari e la diocesi decide di buttare giù la chiesa e fare un grande parcheggio per la scuola cattolica. La parrocchia deve chiudere. Padre Cancelli, che sa bene lo spagnolo, va dall’arcivescovo e gli dice:

«Dato che i messicani aumentano a Los Angeles, se lei vuole io fondo la parrocchia dei messicani».

In quegli anni stava incominciando la forte immigrazione illegale dal Messico e dal Guatemala verso la California: la Chiesa locale incominciava allora a rendersene conto (26), l’arcivescovo accetta la proposta. Cancelli inizia la parrocchia usando come chiesa il salone della scuola cattolica. Uomo dal cuore grande e prete con forte senso pastorale e organizzativo, padre Giulio diventa il leader della povera gente messicana, scarsamente evangelizzata, dispersa e sfruttata nel lavoro nero, in parte clandestina.
Nell’archidiocesi di Los Angeles si conquista rapidamente l’ammirazione e l’affetto del vescovo e dei suoi preti.

«Una delle sue trovate, racconta padre Bruno Piccolo che poi è stato parroco dopo di lui, era di invitare otto o più preti una volta al mese per un pranzo di fraternità sacerdotale e questo piaceva molto. Qualche volta è venuto a pranzo anche l’arcivescovo e Cancelli, gran compagnone e pieno di storie da raccontare sull’India, preparava per tutti gli spaghetti e altri cibi italiani. Era conosciuto e benvoluto in diocesi e quando rimane solo in parrocchia perché il Pime non aveva altri da mandargli, va ad abitare con lui il padre Joseph Alzugaray, direttore diocesano delle Pontificie opere missionarie (di origine libanese), che continuava a lavorare in curia ma viveva nella casa parrocchiale con padre Giulio. Era un grande amico delle missioni e ci dava buone giornate missionarie parrocchiali».

All’inizio degli anni ottanta, padre Angelo Bianchi, che veniva dalla Guinea-Bissau, inizia accanto alla parrocchia il «Centro missionario Pime», ma muore poco dopo a 41 anni, il 18 aprile 1984. Padre Angelo era una speranza per la regione americana del Pime: cordiale e pieno di ottimismo, si lanciava in tante attività di promozione missionaria. Dice padre Luigi Maggioni, in quegli anni superiore regionale:

«Purtroppo è vissuto poco: quando è venuto in America era già ammalato delle malattie contratte in missione. Grande animatore, in pochi anni era riuscito a stabilire buoni rapporti con diocesi, parrocchie, amici, benefattori. Aveva un gran coraggio: ad esempio, andava a visitare i seminari diocesani americani, nei quali noi non andavamo se non eravamo invitati, e non ci invitavano mai. Lui arrivava con i suoi filmini, i libri, gli opuscoli, la carta geografica della Guinea-Bissau (di cui tutti ignoravano l’esistenza), gli aprivano le porte e riusciva a parlare ai chierici. Poi si era fatto amico il direttore del ‘‘National Catholic Register’’, settimanale cattolico a diffusione nazionale: gli aveva pubblicato tre articoli sulla Guinea-Bissau che avevano suscitato tante risposte dei lettori. Al giornale dicevano che mai avevano ricevuto una tale rispondenza per quanto pubblicato. Padre Bianchi si era impegnato anche nell’assistenza alle comunità cattoliche vietnamite sulla West Coast, da cui potevano venire, e infatti sono venute, alcune vocazioni missionarie per il Pime».

Missione fra i cinesi in Canada (1989) e Inghilterra (1994)

Il Canada è passato dai 15 milioni di abitanti dell’inizio anni ottanta ai 32 di oggi, perché ha aperto le porte a molti stranieri, specie cinesi e vietnamiti: ospita circa 800-900.000 immigrati cinesi, il 50% dei quali a Toronto, la maggior metropoli del paese (il 30% a Vancouver). Molte le famiglie emigrate da Hong Kong negli ultimi anni. Per rispondere ad una richiesta dell’arcivescovo di Toronto, nel 1989 il Pime manda in Canada un missionario di Hong Kong, padre Nicola Ruggiero, che lavora per tre anni in una parrocchia per i cinesi e nel dicembre 1992 ne fonda una nuova, a Richmond Hill, intitolata alla beata Agnese Tsao Kouying, vergine e martire nella persecuzione dei Boxers all’inizio del nostro secolo. Nel 1993 giunge da Hong Kong per aiutarlo il p. Benito Bottigliero (vedi più sotto).
Fra i cinesi di Toronto i cattolici sono circa il 12-15%, per i quali vi sono tre parrocchie: in due si parla il cinese «mandarino», in quella di padre Ruggiero il «cantonese», cioè la lingua di Hong Kong e della regione meridionale cinese del Kwangtung. In pochi anni padre Nicola impianta la parrocchia, grazie alla collaborazione cordiale dei suoi fedeli. Abita in una casa d’affitto, dove ha anche l’ufficio parrocchiale e locali per incontri; usa per il momento il salone di una scuola cattolica come chiesa, ma già ha comperato il terreno e preparato il progetto per una grande chiesa, la casa e le opere parrocchiali: sta raccogliendo il denaro necessario per iniziare la costruzione.

«In parrocchia ho 660-670 famiglie cinesi registrate — dice Ruggiero (27) — con circa 4-5 membri per famiglia. Alle messe della domenica non ho mai meno di mille fedeli: ho due messe in cinese che celebro io e una in inglese, per la quale viene da Detroit il padre Angelo Villa tutte le settimane per stare con me due giorni. Una trentina di persone mi aiutano per il catechismo, con classi domenicali per i bambini e classi per gli adulti. Battezziamo più adulti che bambini perché le conversioni sono numerose. C’è una buona rispondenza alle iniziative della Chiesa, perché la religione è un forte fattore di identità e di unione fra questi immigrati recenti, che qui non hanno vita facile: adattarsi ad un paese straniero è difficile per tutti. Ecco perché si ritrovano volentieri fra cinesi e se un prete parla cinese, vengono da tutte le parti per conoscerlo e sentirlo».

L’85% dei cattolici registrati nella parrocchia non superano i 50 anni di età. La parrocchia ha varie associazioni giovanili, Scout, Azione Cattolica, ecc. Ma la vita parrocchiale è impostata fondamentalmente sul catechismo e l’istruzione religiosa. Catechesi, messa e predicazione sono in cinese, eccetto una delle tre messe domenicali in inglese. Padre Ruggiero si impegna a dare un’impronta missionaria alla sua parrocchia:

«Il Pime è un Istituto esclusivamente missionario, mi dice, e dovunque va deve portare questo spirito e dare alla Chiesa locale una testimonianza concreta di come incarnarlo nella situazione in cui si trova» (28).

Nel giugno 1994 padre Benito Bottigliero è inviato a Londra come cappellano nazionale dei cinesi in Inghilterra, Scozia e Galles. La «Chinese Catholic Association» (CCA), fondata nel 1967 a Londra, aveva avuto come primi cappellani alcuni padri del Pime di Hong Kong: Carmelo Orlando (1967-1968), Giuseppe Viganò (1969-1974) e Vittorio Grioni (1974-1976); in seguito si sono succeduti vari sacerdoti cinesi. Nel giugno 1994 p. Benito Bottigliero, dopo 28 anni ad Hong Kong e un anno fra i cinesi del Canada, fonda il «Centro cattolico cinese» nella capitale inglese ed è cappellano dei cinesi in Inghilterra, Scozia e Galles (29).
I cinesi sono in tutto circa 140.000, di cui 10.000 cattolici. La cappellania di padre Benito dipende dalla diocesi di Londra, ma si esercita su tutto il territorio nazionale, anche se il missionario raccomanda sempre ai suoi parrocchiani di inserirsi nelle loro parrocchie territoriali. Personalmente amministra 30-40 battesimi l’anno di adulti; visita continuamente le 20 comunità disperse, le loro scuole (che sono molte) e associazioni locali, organizza la loro vita religiosa e anche sociale: catechesi, gruppi biblici, preparazione al battesimo e ai sacramenti, battesimi, matrimoni, pellegrinaggi, feste, visite alle famiglie ed agli ammalati, ecc. Pubblica pure un bollettino mensile in cinese, «Sam Kuk» (Inno del cuore), con notizie dalle comunità e programmi di incontri e attività.
Nelle lettere familiari che manda agli amici, padre Benito si autodefinisce «il mulo nazionale dei cattolici cinesi in Inghilterra, Scozia e Galles» perché, afferma,

«il Signore mi manda ogni giorno, qui al Centro a Londra e nelle 20 comunità di cattolici cinesi, un’infinità di richieste e problemi da risolvere o aiutare a risolvere: religiosi, pastorali, sociali, economici e di qualsiasi genere. Si va avanti con coraggio e spesso mi viene spontanea questa semplice preghiera: ‘‘Mio Dio, mio tutto, Tu sai tutto e questo mi basta. Dove non arrivo io, arrivaci Tu’’».

Nell’attività pastorale p. Bottigliero è aiutato da «meravigliosi » catechisti volontari, che in pratica svolgono quasi tutto il ministero nelle singole comunità, perché il missionario riesce a visitarle solo tre volte l’anno, fermandosi in ciascuna di esse circa una settimana. Oltre ai cinesi, padre Benito si impegna pure per gli italiani che ricorrono a lui e visita alcune comunità che sono senza sacerdote italiano (ad esempio a Swansea).

La missione fra gli indios Mixtecos in Messico (1992-2000)

Sulle coste dell’Oceano Pacifico, ad Acapulco, città turistica internazionale, c’è gente da ogni parte del mondo e anche gruppi di italiani. Alberghi a 5 stelle, piscine, mare incantevole e spiagge di sabbia bianca, sci acquatico e campionati di pesca subacquea, ecc. A poche ore di distanza si trovano popoli che vivono ancora in un periodo storico remoto.
Si sale sulla «Sierra Malinaltepec» che raggiunge i 2.500 metri, fino a san Luis de Acatlan, l’ultimo villaggio abitato da meticci di lingua spagnola. Di giorno la strada è percorribile, anche se con molta cautela, di notte è meglio non avventurarsi. Più in là comincia il territorio degli indios Mixtecos. La missione affidata ai padri del Pime comprende il grosso villaggio di Cuana Caxtitlan e due minori: Yoloxochitl e Arroyo Cumiapa; poi ci sono altri gruppi di indios dispersi, che si raggiungono camminando per sentieri in foresta, a piedi o a cavallo... magari di un asinello.
I Mixtecos vivono isolati, abbandonati, disprezzati. Si vergognano di essere indios poveri e primitivi e di non sapere parlare lo spagnolo; di più, sono divisi tra loro da faide familiari, la vendetta è uno degli sport più praticati. Gli indios del Messico, circa 17-18 milioni che parlano 56 lingue (il 22% degli 80 milioni di messicani), non sono ancora integrati nella cultura dominante che è quella spagnolo-meticcia. Molti gruppi di indios vivono in condizioni migliori dei Mixtecos, anche perché lo stato di Guerrero è considerato (con quelli di Chiapas e Oaxaca) il più povero e violento del Messico.
La missione fra i Mixtecos è iniziata nel 1992 su invito dell’arcivescovo di Acapulco, mons. Rafael Bello Ruiz, ed è stata assunta dalla regione americana del Pime anche per scopi di animazione vocazionale: una quarantina di giovani americani che vogliono farsi missionari (e diversi chierici americani dell’Istituto) sono già passati dalla missione in Messico per alcuni mesi. È un’iniziativa di notevole impatto sia nel Pime americano che fra i suoi amici in USA.
Padre Luigi Maggioni e p. Steve Baumbush sono stati i primi a recarsi fra i Mixtecos nel novembre 1992, in un viaggio esplorativo. Nell’ottobre 1993 sono venuti in modo stabile p. Steve (oggi missionario nelle Filippine) e p. Stefano Andreotti (oggi missionario ad Hong Kong); li hanno sostituiti padre Maggioni e i padri Luciano Ghezzi (dalle Filippine) e Luigi Acerbi (dall’India). In precedenza, gli indios vedevano il prete al massimo una volta l’anno o anche meno. Con i padri e le suore messicane di San Giuseppe (presenti fra gli indios dal 1978) è iniziata l’evangelizzazione: oggi la missione è visitata due volte l’anno dal vescovo ed è al centro dell’attenzione della diocesi.
In pochi anni missionari e suore hanno lavorato bene. Senza fare nulla di straordinario, hanno dato esempi concreti di come migliorare la situazione umana e gli indios li hanno seguiti. Ad esempio, hanno costruito case in muratura, fatto le fosse settiche accanto a case e capanne, avviato una scuola di taglio e cucito per le donne, fondato la banca per gli indios (prestiti e depositi alla missione per far nascere il senso del risparmio) e il «cindetaño», vocabolo che nella lingua dei Mixtecos significa «uniti per lavorare».
È un’associazione per lo sviluppo che riunisce gli indios per discutere progetti comuni e poi impegnarsi a realizzarli: costruire una strada, ripiantare alberi dove si è disboscato col fuoco, fare un «parco comunitario» nel villaggio, pagare per il medico che viene tutte le settimane nel villaggio, visita e cura con l’aiuto di una suora infermiera... E poi ancora: educazione igienica e alfabetizzazione, puericultura, tecniche agricole e dell’alimentazione, cooperative di produzione e di vendita dei prodotti locali, ecc.
Anche religiosamente il popolo dei Mixtecos, dopo secoli di abbandono, ritorna ad una fede più cosciente, meno superstiziosa, che cambia la loro vita. Si è rifatta la chiesa semi-distrutta da un terremoto e costruito una nuova chiesa ad Arroyo Cumiapa; ingrandita la casa parrocchiale, edificata la casa delle suore e il centro pastorale, varato un programma di catechesi intensiva; si sono iniziati gruppi di ascolto e riflessione sulla Parola di Dio che si riuniscono nelle famiglie... È stata ripresa la tradizione dell’adorazione notturna per gli uomini ogni primo sabato del mese, mentre le donne assicurano l’adorazione durante la giornata al quattro di ogni mese. I due gruppi di adorazione sono costituiti da 60-70 partecipanti ciascuno: ogni membro dedica due ore di preghiera davanti al Santissimo, dandosi il cambio di notte o di giorno.
Il miglior risultato di questa ripresa della vita religiosa è lo spirito nuovo di pace, di riconciliazione di cui tutti godono. Una signora mi ha detto:

«Prima che venissero i padri, nel nostro villaggio nessuno usciva di casa se non per vera necessità. Avevamo paura l’uno dell’altro, c’erano spesso morti ammazzati, vendette, raccolti bruciati. Oggi lei vede i bambini giocare all’aperto, in passato li tenevamo il più possibile in casa».
Padre Maggioni ricorda: «I primi mesi che eravamo qui, quando andavo per strada non vedevo nessuno e se per caso incontravo qualcuno, mi evitava, non rispondeva al saluto. Adesso gli indios si fermano per strada, parlano tra di loro, sorridono anche a chi non conoscono, i bambini giocano e corrono. S’è creata un’atmosfera nuova e la violenza è molto diminuita. Questo costume della violenza viene dall’isolamento, dalla miseria estrema e dalla mancanza dello stato, della legge. Una volta, in una settimana ho sepolto quattro morti ammazzati per vendetta».

Il significato più importante di questa missione fra i Mixtecos me l’ha spiegato l’arcivescovo di Acapulco, mons. Rafael Bello Ruiz:

«La venuta dei missionari del Pime mi ha aperto gli occhi sulla situazione degli indios, un problema che ritenevo poco importante. Oggi in Messico si sta prendendo coscienza che una parte notevole della nostra popolazione vive in condizioni disumane, marginalizzata dal mondo moderno. Quando sono venuti in diocesi i missionari del Pime, io ho vinto la lotteria nazionale e ringrazio il Signore che li ha mandati: sono entusiasta di come lavora il Pime nella mia diocesi, ne parlo ai miei preti, ai seminaristi, alle suore e ai laici e voglio che vadano a visitarli perché vedano le situazioni che abbiamo in diocesi, se ne sentano responsabili e capiscano che cosa vuol dire, in pratica, avere spirito missionario».

All’inizio del 1999, l’arcivescovo ha nominato padre Maggioni direttore spirituale del suo seminario diocesano e gli ha dato il titolo onorifico di «monsignore». Alla missione tra gli indios, oltre a padre Luciano Ghezzi, è andato un giovane missionario che viene dal Brasile, padre Graziano Rota, incaricato anche dell’animazione missionaria e vocazionale in diocesi di Acapulco. L’arcivescovo ha aperto tutte le porte ai missionari del Pime, vuole che il suo clero e i suoi laici siano educati allo spirito missionario.

Quali prospettive per il Pime negli Stati Uniti?

A 50 anni dall’inizio, il Pime può dirsi ben fondato in USA, con 14 missionari americani, cinque sedi in quattro stati americani (Detroit, Mount Clemens, Newark, Wayne e Tequesta), gruppi di amici generosi e un solido impianto di animazione missionaria e per inviare aiuti alle missioni; soprattutto una tradizione di lavoro pastorale a servizio della Chiesa americana che ha meritato all’Istituto una buona fama presso clero e fedeli. Oggi la Chiesa degli Stati Uniti, come in Italia del resto, attraversa una grave crisi di vocazioni sacerdotali e missionarie: gli alunni americani del Pime sono tre nel seminario teologico e otto nel «college» di Detroit. Il padre Ken Mazure, missionario in Giappone, mi dice (30):

«Noi americani del Pime siamo pochi e non saremo mai tanti. I tempi delle molte vocazioni sono finiti, secondo quanto possiamo prevedere oggi. Padre Maestrini sognava di avere cento missionari americani. Ma il Pime in America è importante per l’Istituto, anche se noi siamo pochi».

Il padre Franco Cagnasso, superiore generale, aggiunge, nella sua lettera agli amici del Pime in America, in occasione del 50° anniversario (31):

«Noi del Pime siamo oggi una piccola presenza nella Chiesa americana, ma in nessuna parte del Vangelo è detto che bisogna essere numerosi e potenti per avere significato. Se noi accettiamo la nostra condizione con gioia, invece che con senso di frustrazione, certo potremo vedere i frutti del nostro amore, fede e speranza in noi e attorno a noi».

Il futuro dell’Istituto in USA viene da una risposta sincera e concreta a questi due interrogativi: che cosa l’America ha dato e dà al Pime? Cosa il Pime dà all’America?
La presenza del Pime negli Stati Uniti, oltre che per la ricerca e la formazione del personale missionario, è utile alla raccolta di aiuti per le missioni ed ha ospitato molti missionari uno o alcuni anni negli States per studiare l’inglese e frequentare università americane: sono circa 140 i missionari del Pime (italiani, brasiliani e indiani) che hanno trascorso periodi più o meno lunghi in USA; non solo per motivi di studio, ma anche per periodi di animazione missionaria, raccogliendo aiuti per le loro missioni. Vescovi e sacerdoti indigeni delle diocesi fondate dal Pime (o da altre vicine) sono spesso ospiti anche per lunghi periodi nelle sedi dell’Istituto in America: anch’essi vengono per partecipare ai «Mission Appeals» parrocchiali (giornate missionarie) che sono assegnati al Pime e per incontrare i benefattori che li aiutano o per trovarne altri.

«Trasmettere alla Chiesa americana l’ideale missionario»

I missionari del Pime in USA, come già s’è detto, svolgono un compito importante nell’orientare in senso missionario la Chiesa americana. Il padre Edward Miley mi dice:

«I padri del Pime hanno uno spirito missionario, la loro presenza in America è una ricchezza per questa Chiesa. Le priorità del buon prete americano sono tre: la prima è l’amministrazione; la seconda è la manutenzione e la riparazione della chiesa e delle proprietà tra cui la casa parrocchiale; la terza il servizio del popolo con amore, con dedizione, ma anche nei tempi e negli schemi stabiliti. Qui tutto è organizzato e non si va fuori degli schemi, a parte i casi di emergenza. Ecco io ho sempre ammirato lo spirito dei missionari del Pime, che si buttano a servire la gente senza orari e senza riserve; questo per me è spirito missionario.... Formare non dei buoni preti americani ma dei missionari: questa è la sfida che il Pime, ormai affermatosi in America, deve affrontare. All’inizio il Pime era orientato a cercare aiuti per le missioni e l’Istituto, che allora erano in uno stato di vera miseria. Anche adesso lancia appelli a questo scopo, ma oggi la nostra priorità sono le vocazioni e la formazione missionaria dei giovani americani che vengono da noi. Questo il dono che facciamo alla Chiesa americana».

Padre Jim Coleman aggiunge un altro elemento di valutazione:

«Il Pime dà molto alla Chiesa americana. Ad esempio, l’ortodossia, la fedeltà, il rispetto e l’amore al Papa e alla tradizione della Chiesa. Sono elementi importanti qui in America, dove è diffuso un certo spirito antiromano. E poi un eccezionale esempio di dedizione al Vangelo. Io credo che la grande maggioranza dei missionari del Pime insegnano con la loro vita che il sacerdozio non è un ‘‘job’’ (lavoro, compito, n.d.r.), ma una vita donata....».

Padre Steve Baumbush, superiore regionale del Pime in USA (1989-1995) e oggi missionario nelle Filippine, afferma (32):

«Io credo che il Pime abbia un futuro negli Stati Uniti e questo futuro è al di là dell’aspetto economico, che pure è importante. Noi del Pime abbiamo un carisma, quello missionario, di cui l’America ha bisogno e non saremo mai abbastanza numerosi per esaurire le potenzialità vocazionali della Chiesa americana. Io credo che anche qui ci sono molte vocazioni per il Pime. Abbiamo lanciato molti messaggi, sparso molti semi di vocazioni, ma siamo incapaci di raccoglierne i frutti...
Sono convinto, e parlo non in base a teorie ma per esperienza, che il Pime è attraente per i giovani americani. Abbiamo una bella storia, tanti grandi missionari, martiri, santi che hanno fondato diocesi e distretti missionari; c’è nel Pime uno spirito avventuroso, pionieristico (come quello di padre Vismara), libero, non congregazionalistico, che piace ai giovani americani. Aspettiamo con fede che, con l’aiuto di Dio, vengano i frutti in tante e buone vocazioni americane».

 

 

 

NOTE

[1] G.B. TRAGELLA, «Le Missioni Estere di Milano nel quadro degli avvenimenti contemporanei», Pime, Milano 1950, I, pagg. 206-207.
[2] Oggi si presenta come la più bella città coloniale spagnola dell’America Latina, molto ben conservata, con le sue «calles» lastricate in blocchetti di pietra, le piazze circondate da palazzetti con balconi fioriti di legno intagliato, le chiese ed i santuari con le memorie dei santi, i palazzi delle autorità civili e il «Museo de Oro» densi di storia. A Cartagena e dintorni è stato girato il film «Mission» (eccetto le scene delle cascate dell’Iguazú, ai confini fra Brasile e Argentina). La città coloniale è circondata da poderose mura lunghe otto chilometri e da imponenti fortezze, che non impedirono a francesi, inglesi e pirati di conquistarla e occuparla quattro volte nei suoi primi due e secoli e mezzo di storia.
[3] Nell’Archivio del Pime a Roma sono conservate molte sue lettere a mons. Marinoni, per un totale di 1294 pagine, 400 delle quali dalla Colombia (AME XXXI, volume tutto dedicato a Biffi). Si veda: PIETRO ADAMO BRIOSCHI, «Un apostolo di due continenti, Mons. Eugenio Biffi», Alfieri & Lacroix, Milano 1912, pagg. 502; LEONILDA UBOLDI, «Un apostolo di due continenti, Mons. Eugenio Biffi», Pime, Milano 1947, pagg. 339; PIERO GHEDDO, «Un vescovo ambrosiano in Colombia: mons. Eugenio Biffi a cent’anni dalla morte», «Civiltà Ambrosiana», Milano, gennaio-febbraio 1997, pagg. 60-63.
[4] Cartagena ha oggi 650.000 abitanti, la diocesi 1.100.000 circa. I sacerdoti diocesani sono 77, i religiosi 37 e servono 12 parrocchie sulle 80 della diocesi (di cui 55 in città), oltre ad avere collegi e altre opere educative. Le suore 250, con grandi opere educative e sanitarie, come il grandioso «Collegio mons. Eugenio Biffi». La diocesi ha un’estensione di 8.000 kmq., cioè più di tutta la Liguria.
[5] Mons. Brioschi è morto a Cartagena il 13 novembre 1943. A lui sopravvive fratel Giovanni Seminati che ritorna in Italia nel 1952 e muore a Rancio di Lecco il 30 dicembre 1988. Era andato ad aiutare Brioschi come costruttore e amministratore diocesano all’inizio degli anni trenta.
[6] NICOLA MAESTRINI, nella prefazione al libro di PIERO GHEDDO, «Missione America, I 50 anni del Pime negli Stati Uniti, Canada e Messico (1947-1997)», Emi, Bologna 1998, pag. 5. Vedi anche NICOLA MAESTRINI, «PIME in the United States, The First Twenty-Five Years, 1947-1972», Pime World Press, Detroit 1974, pagg. 350 (citaz. a pag. 108).
[7] Come scriveva nella prefazione a «Forward with Christ», Pime Press, Detroit 1953 (traduzione del volume di padre Paolo Manna sulla vocazione missionaria «Operarii autem pauci», pubblicato la prima volta in Italia nel 1909, con cinque edizioni in italiano e due in inglese).
[8] Prefazione a «Forward with Christ», cit.
[9] Notiamo i due diversi criteri usati nei testi del Pime per indicare l’anno di inizio della presenza dell’Istituto in Brasile e negli Stati Uniti. In Brasile si indica il 1946, quando giunsero i primi tre missionari (16 dicembre); negli Stati Uniti il 1947, quando padre Margutti (giunto il 26 settembre 1946), ottenne il primo riconoscimento e la prima parrocchia per il Pime.
[10] La tendenza nella Chiesa americana del tempo era di non fondare più e anzi di chiudere le «parrocchie nazionali», che oggi sopravvivono col titolo di «parrocchie personali».
[11] Nel 1981 venne premiato il dott. Marcello Candia (1916-1983), di cui è in corso la causa di canonizzazione (vedi cap. XVI).
[12]
L’idea del «Premio per i cavalieri della carità» era così geniale, che oggi nella società americana sono nati decine di simili «Award» e «Dinner», intitolati alla carità, alla fedeltà coniugale, al servizio della Chiesa o della società, all’amore per i poveri, ecc. Il Premio di Maestrini è stato il primo ed ha rappresentato un modello di come onorare un «eroe positivo» della società americana, in un tempo come il nostro in cui si esaltano quasi sempre «eroi negativi».
[13] Si veda al cap. XIII il tentativo compiuto nel 1920 da mons. Noè Tacconi, prefetto apostolico di Kaifeng (Cina), di far accettare nel Seminario lombardo per le missioni estere sei studenti di teologia americani e di fondare un seminario in USA, dietro invito dell’arcivescovo di Philadelphia.
[14]
Nei primi anni cinquanta i missionari di Maryknoll avevano negli Stati Uniti 50-60 ordinazioni sacerdotali l’anno e dicono a Maestrini che «non riescono nemmeno a scalfire le potenzialità vocazionali dei cattolici americani»: c’è posto anche per il Pime.
[15]
Si veda ai capp. VII e VIII il dibattito sull’internazionalità del Pime. Il Capitolo generale del 1947 a Milano aveva già espresso il «voto» che l’Istituto diventasse internazionale, assumendo vocazioni da altri paesi oltre all’Italia. Ma il Pime si apre pienamente all’internazionalità solo nel Capitolo generale del 1989 a Tagaytay (Filippine).
[16] NICOLA MAESTRINI, libro in inglese sui 25 anni del Pime in USA, cit., pag. 284.
[17] Padre Alberico Crescitelli (Altavilla Irpina, Benevento, 1863, Yentsepien 21 luglio 1900) venne martirizzato durante la rivoluzione dei Boxers in Cina. Apparteneva all’Istituto missionario romano e venne beatificato da Pio XII nel 1951 (vedi cap. XIII).
[18] William Deneen fece altri due viaggi per il Pime: uno in Birmania nel 1960, ancora a Kengtung per un secondo film: «The Happy City» («La città felice »), che continua la storia del lebbrosario; e l’altro in Amazzonia (1963) per produrre un film sulla vocazione missionaria: «Latitude Zero» («Latitudine zero»).
[19] Uno degli ultimi è la storia del Pime negli USA di PIERO GHEDDO: «PIME in North America, Fifthy Years, Impact and Presence», Detroit 1998, pagg. 191.
[20]
Intervistato a Detroit nel maggio 1997.
[21] Intervistato a Newark nel maggio 1997.
[22]
Carlo Sala (1949-1955), Antimo Boerio (Cina, 1955-1957), Ovidio Calzini (Hong Kong, 1957-1959), Ettore Bellinato (India, 1959-1974) e finalmente Casto Marrapese (che aveva fondato il Pime presso New York) dal 1974 al 1991, quando la parrocchia è stata ridata alla diocesi per mancanza di personale.
[23]
Negli USA una chiesa non può non avere il parcheggio, specie una «chiesa nazionale» come la parrocchia degli italiani, alla quale vengono fedeli anche da lontano.
[24] Il Pontificio Seminario missionario dei santi Apostoli Pietro e Paolo, unito nel 1926 da Pio XI al Seminario lombardo delle missioni estere per formare il Pime (vedi i capp. I e III). 
[25]
I missionari del Seminario romano che hanno lavorato in Messico sono stati una trentina, tre dei quali riescono a restare in Messico anche negli anni trenta «per la benignità di un governatore meno ostile».
[26] Oggi nessun sacerdote viene ordinato a Los Angeles e nelle diocesi vicine, se non sa, oltre all’inglese, anche lo spagnolo!
[27] Intervistato a Toronto il 18 maggio 1997.
[28] Dal 1998 padre Ruggiero è ricoverato alla casa di riposo del Pime a Lecco per motivi di salute. La parrocchia di Richmond Hill a Toronto è affidata ad un sacerdote cinese della diocesi di Hong Kong.
[29]
BENITO BOTTIGLIERO, «La diaspora cinese a Londra», «Venga il Tuo Regno », dicembre 1995, pagg. 300-301; «Dal Centro cattolico cinese di Londra», «Infor-Pime», gennaio 1998, pagg. 63-64.
[30] Intervistato a Detroit nel maggio 1997.
[31] FRANCO CAGNASSO, «Dear Friends», «Pime World», aprile 1997.
[32] Relazione all’incontro dei formatori dei seminari del Pime, Ducenta (Caserta), 17 dicembre 1996 - 4 gennaio 1997 («Infor-Pime», luglio 1997, pagg. 22-35).