PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

XV - In Africa: Sudan (1878-1894), Etiopia (1937-1942) e Guinea-Bissau (1947)

Bella ma troppo breve la missione in Etiopia (1937-1942)
La Guinea portoghese in regime di «Padroado» (1947)
«Non mi rassegno a star qui solo a pregare»
L'Istituto vuole ritirarsi dalla Guinea portoghese (1949)
Con padre Vernocchi migliora la situazione (1951)
Il Pime in prima linea: l'arresto di padre Grillo (1963)
La missione di Catiò chiusa a causa della guerra (1965-1969)
La Guinea indipendente dà libertà e stimola la Chiesa (1974)
«Più facile liberare la Guinea che amministrarla»
L' Arica è un cimitero di «grandi progetti di sviluppo»
«Da una cultura di conservazione ad una cultura progressista»
Il mondo pagano ha paura di qualsiasi novità
«L'attenzione alla persona è alla base di ogni progresso»
Come le missioni servono lo sviluppo del paese
Il «centro artistico giovanile» a Bissau (1976)
Il primo vescovo di Bissau e il primo prete guineano (1977-1982)
Catechisti e formazione dei giovani
I contributi originali del Pime alla pastorale diocesana
Annuncio ai non cristiani: la missione di Suzana (1952-2000)
La scelta delle aree culturali (1991)
Studiare il balanta abitando in un villaggio con la gente
Quale futuro per il Pime in Guinea-Bissau?
Il pensiero del vescovo sul Pime in Guinea
La guerra civile: un anno di tragedia (1998-1999)
Un musulmano: «Ora sappiamo cos'è la Chiesa»
La pace e il funerale di mons. Ferrazzetta (18 marzo 1999)
«Ricostruire la Guinea partendo dall'uomo»
 

XV

IN AFRICA:

SUDAN (1878-1894), ETIOPIA (1937-1942) 
E GUINEA-BISSAU (1947)

I primi missionari del Pime in Africa sono i tre del Seminario romano per le missioni estere, mandati da Propaganda Fide col beato Daniele Comboni in Egitto e in Sudan (1878-1894). P. Luigi Bellincampi rimane meno di un anno al Cairo e nel giugno 1879 ritorna in Italia. P. Francesco Giulianelli era un personaggio importante nella missione dell’Africa centrale: nominato da Comboni superiore degli istituti comboniani in Egitto e procuratore generale della missione dell’Africa centrale, ebbe con lui un fitto scambio di lettere 1. Richiamato da Leone XIII in Italia poco dopo la morte di Comboni nel 1881, viene inviato dal Papa come latore di un suo messaggio all’imperatore della Cina e passa poi alla missione dello Shensi, della quale è amministratore apostolico fino all’arrivo di mons. Gregorio Antonucci, primo prefetto apostolico. Muore in Cina nel 1898 (vedi cap. XIII).
Il terzo missionario, p. Paolo Rosignoli, era nella missione di El Obeid: arrestato dalle truppe del Mahdi con altri missionari e suore, rimane prigioniero dall’8 settembre 1882 fino al 1894. Tornato in Italia scrive il libro: «I miei dodici anni di prigionia in mezzo ai dervisci del Sudan» (Mondovì, Tipografia vescovile 1898), in cui racconta, fra molte avventure, che fu anche costretto, pena il taglio della testa, a convertirsi all’islam: ma era poco padrone di sé, non sapeva quel che faceva... Un martire in meno ma un canonico in più. Muore infatti nel 1919 canonico della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.

Bella ma troppo breve la missione in Etiopia (1937-1942)

La seconda missione in Africa è affidata al Pime in Etiopia nel 1937, in conseguenza della conquista italiana (2 ottobre 1935 — 5 maggio 1936). Durante la guerra coloniale già tre dell’Istituto erano stati cappellani militari in Etiopia (Faustino Lenti, Giuseppe Zanini e Pietro Veneroni).
Terminata la conquista, Propaganda Fide crea nel vasto territorio etiopico nuove circoscrizioni ecclesiastiche che affida a istituti italiani. Al Pime la prefettura apostolica di Neghelli fra i Sidamo, eretta dal Papa il 25 marzo 1937: sorge nel sud del paese ai confini col Kenya, lontano dall’altopiano centrale etiopico abitato dagli Amhara, che sono cristiani copto monofisiti. In tre riprese (1937, 1938, 1939) vi vengono destinati 14 missionari (12 padri e due fratelli). Il prefetto apostolico è mons. Gabriele Arosio, già missionario in India.
La missione di Neghelli parte da zero: i primi padri trovano solo una baracca abbandonata dal genio militare italiano. Ricevuta dai cappuccini francesi la missione di Bera, fondano le missioni di Neghelli, Iavello, Dalle, Dilla, Mancé, Soiccio, Borcia, Morocciò. L’attività dei missionari è intensa: costruiscono nelle varie missioni case per i sacerdoti, chiese e cappelle, scuole, un lebbrosario, un orfanotrofio, una segheria-falegnameria, una scuola industriale d’arti e mestieri inaugurata il 17 ottobre 1939 alla presenza del generale Gazzera, governatore dei Galla-Sidamo. Nel 1940 aprono il seminario minore con sei alunni, segno di un certo movimento di vita cristiana e di conversioni: le popolazioni della regione sono però quasi totalmente pagane. Nel 1939 le missionarie del Sacro Cuore di santa Francesca Cabrini accettano di venire in Etiopia con il Pime (lavorano già con l’Istituto in Cina), ma la guerra le blocca in Italia.
La missione in Etiopia dura dal maggio 1937 al 1942 (2). Quando l’Italia entra in guerra (giugno 1940), tre padri in Etiopia sono chiamati come cappellani militari (Luigi Gargioni, Alberto Morelli e Carlo Sala): con altri cinque vengono presi prigionieri dagli inglesi e mandati nei campi di prigionia in Kenya, Sud Africa e Rhodesia. Un altro cappellano militare, p. Pietro Veneroni, finisce in un campo francese in Marocco. Gli altri ritornano in Italia con navi cariche di famiglie di coloni italiani nel gennaio e nell’agosto 1943. Il 18 agosto 1941 il p. Vincenzo Marcuzzi (già reduce dalla Birmania) muore ad Addis Abeba (3).
Al termine del conflitto, le direzioni generali del Pime che si sono succedute hanno tentato di riportare l’Istituto in Etiopia scrivendo a vescovi e nunzi apostolici, ma ricevendo risposte evasive: gli italiani non erano ancora ben accetti. P. Alberto Morelli, vicario generale di p. Augusto Lombardi, racconta (4) che il 22 settembre 1960 assieme al superiore generale si incontrano a Roma con l’internunzio mons. Mojoli, ripetendogli a voce la richiesta di poter tornare in Etiopia. Il prelato risponde: «Il vostro Istituto ha le carte in regola perché non ha mai fatto politica ed è ben voluto e ricordato dalle autorità locali etiopiche, ma per il momento non vogliono italiani. Temono la vostra influenza morale su quelle popolazioni periferiche. Ad ogni modo vi terrò presenti e qualora ci sia una possibilità vi avvertirò».
Pochi anni dopo, nel 1964, due comboniani espulsi dal Sudan si rifugiano in Etiopia e riescono ad ottenere il permesso di stabilirsi tra i Sidamo nella zona del Lago di Awasa, compresa nella prefettura apostolica di Neghelli. Con l’arrivo di altri missionari, la Santa Sede erige la prefettura apostolica di Awasa tra i Sidamo (15 ottobre 1969) affidandola ai comboniani.
Nel luglio 1969 p. Piero Gheddo visita la missione di Neghelli, incontrando cristiani e catechisti che ancora ricordavano i missionari del Pime (5). Il comboniano Lorenzo Ceresoli, oggi vicario apostolico di Awasa, raccontava che il ricordo del Pime era ancora molto vivo in quelle piccole comunità rimaste senza assistenza religiosa per quasi trent’anni, dimostrando una forte resistenza ai missionari luterani e avventisti impiantatisi nella regione. Quando padre Ceresoli aveva preso contatto con questi cattolici, non volevano riconoscerlo come successore dei missionari del Pime: «Prima vogliamo sentire come preghi e celebri la Messa», gli dicono. Poi, quando si accorgono che «tutto era come prima», lo seguono. Si veda anche la lettera del comboniano p. Emilio Ceccarini, allora vicario delegato per la missione di Awasa, al quale Gheddo aveva mandato la raccolta di articoli pubblicati dai missionari del Pime sulla missione di Neghelli negli anni trenta e quaranta (6):

«È doveroso riconoscere — scrive Ceccarini — che il lavoro compiuto nel Sidamo dai padri del Pime ha lasciato tracce notevoli...».

La Guinea portoghese in regime di «Padroado» (1947)

Nei primi mesi del 1946, appena terminata la guerra, il superiore generale mons. Lorenzo Maria Balconi risponde positivamente alle proposte della Santa Sede di aprire una missione in Africa. Propaganda Fide manda l’Istituto in Guinea portoghese, missione difficile e ancora non evangelizzata pur dopo cinque secoli di colonizzazione portoghese.
I primi sette missionari (7) vanno in Portogallo nel novembre 1946 e giungono a Bissau il 25 maggio 1947. L’arrivo in missione conferma quanto aveva già scritto dal Portogallo il superiore della missione p. Settimio Munno:

«È bene si sappia che noi siamo mandati in una missione dove nessuno ci vuole e dove sarà molto difficile mandare altri missionari. Si corre il pericolo di non poter lavorare in buon accordo con i frati francescani e ciò sarebbe dannoso al bene delle anime» (8).

L’accoglienza in Guinea è fredda: il prefetto apostolico mons. José Ribeiro de Magalhães parte per il Portogallo e ritorna sei mesi dopo, destinando i missionari del Pime solo nel gennaio 1948. Come le altre colonie portoghesi, anche la Guinea era sotto il regime di «Padroado» (protettorato), nato nel 1514: il Papa cedeva al re del Portogallo l’organizzazione e il finanziamento della Chiesa nei territori scoperti e colonizzati.
Il re cattolico era il «patrono» della missione: provvedeva a inviarvi sacerdoti e religiosi, a nominare i vescovi (che il Papa confermava), alle spese del culto e del clero, a costruire chiese, ecc. Le missioni erano integrate nella conquista coloniale, intesa come promozione di civiltà e di fede cristiana. Ma il «Padroado» rivela i suoi limiti e inconvenienti gravi. Nel 1622 Papa Gregorio XV fonda Propaganda Fide, per liberare le missioni dai pesanti condizionamenti delle potenze coloniali iberiche.
Il 7 maggio 1940 viene firmato a Roma il concordato fra Santa Sede e Portogallo, accompagnato da un «Accordo missionario» che continuava in altro modo il «Padroado», dando però alla Santa Sede la libertà di nominare i vescovi e di inviare missionari non portoghesi: il piccolo Portogallo non poteva fornire personale sufficiente per le sue immense colonie (23 volte più estese della madrepatria). Ma i missionari stranieri, stipendiati come funzionari del ministero dell’educazione, erano visti con sospetto e poco graditi.
La Guinea, pur essendo la prima colonia portoghese in Africa (scoperta nel 1446, la diocesi di Capo Verde da cui dipendeva è del 1533), era considerata terra di esiliati e di castigo per funzionari indesiderati. Non era un territorio colonizzato con immigrazione di coloni, ma un punto d’appoggio per le navi che andavano in Angola, Mozambico e verso l’Asia portoghese. Dopo secoli di abbandono religioso, nel 1932 la Santa Sede aveva imposto ai francescani portoghesi di accettare la missione della Guinea, eretta in «missio sui juris» il 4 settembre 1940 (prima dipendeva dalla diocesi di Capo Verde). I francescani però, già impegnati in altri territori missionari, erano pochi e non andavano fra i non cristiani: assistevano i portoghesi e i neri «civilizzati» nelle «praças» (cittadine) lungo la costa (9).

«La missione della Guinea portoghese era stata rifiutata da altri istituti e congregazioni — scrive p. Mario Faccioli (10) — perché insalubre e priva dei più elementari mezzi di sussistenza e assistenza sanitaria; isolata dall’Europa e dalle altre colonie africane portoghesi, era affidata a francescani portoghesi, di mentalità chiusa ed estremamente legati al Governo».

«Non mi rassegno a star qui solo a pregare»

I primi tempi del Pime in Guinea (11) sono difficili, per l’estrema povertà e l’isolamento, ma soprattutto per la mancanza di lavoro. Il p. Spartaco Marmugi scrive (12) che la politica del prefetto apostolico è anche quella del governo:

«I non portoghesi non devono poter fare più dei portoghesi per non farli apparire inferiori. Di qui la ragione per cui ci paga meno (dei francescani, n.d.r.) e si disinteressa delle cose nostre. Noi qui possiamo fare poco in città e quasi nulla fuori. Ci rimane una cosa. Appena sappiamo il mandinga e il mancanha metterci nel mato (foresta). Ma se dovessero, come temo, sorgere delle difficoltà anche per questo, l’unica soluzione è andare a spendere la nostra vita altrove: il mondo è grande e di lavoro ce n’è tanto. Non mi rassegno a star qui solo a pregare, questo si può fare in qualunque angolo del mondo; oltre a pregare bisogna poter lavorare, altrimenti niente giustifica la nostra presenza qui».

Tutta l’attività dei missionari dipendeva da mons. José Ribeiro de Magalhães, sia per i permessi di cosa fare che per i finanziamenti, e normalmente il prefetto apostolico non approvava o tergiversava. I missionari avrebbero dovuto fare i parroci come in Portogallo, limitandosi ad assistere i portoghesi e i «cristón», meticci e indigeni assimilati ai portoghesi, rimasti quasi del tutto pagani. Col tempo avevano formato una nuova casta o tribù screditando il cristianesimo. Intanto l’islam avanzava fra le tribù pagane.

«Negli ultimi 50 anni, diceva il governatore, l’islam ha fatto più proseliti in Guinea che non il cristianesimo negli ultimi 500 anni».

Il superiore p. Settimio Munno scrive lettere in Italia descrivendo la vita dei missionari: febbricitanti per malaria, senza mezzi, umiliati per la difficoltà di ricevere posta e materiale dall’Italia, per l’impossibilità di realizzare qualsiasi progetto di sviluppo della missione e per sentirsi continuamente richiamare che  non sono portoghesi. Il lavoro dei missionari è essenzialmente la costruzione di cappelle e chiese e l’istruzione religiosa ai cristiani e ai catecumeni: ma mancano catechisti e sussidi catechetici. A Farim p. Marmugi vorrebbe fare un «oratorio» per i giovani, una scuola e un internato. Sta cercando il terreno, ma intanto gli sono giunte altre richieste di aprire scuole. Cosa rispondere quando la missione non ha soldi, non ha terreni, non ha maestri né catechisti, non ha l’appoggio cordiale del prefetto apostolico per le nuove iniziative che propone?
Munno chiede «che si abbia una possibilità concreta di lavoro, di apostolato e di opere connesse allo stesso apostolato» (13). L’umiliazione dei missionari in Guinea era anche di sentirsi quasi esclusi dalla raccolta di offerte da parte del Pime in Italia, perché considerati «missionari mantenuti dal Governo portoghese»: il che era vero, ma quanto ricevevano dal prefetto apostolico era una miseria che non permetteva nessun sviluppo della missione, oltre al fatto che mancavano i permessi necessari per intraprendere nuove opere e attività: tutto dipendeva dal prefetto apostolico.
Gli ostacoli all’azione missionaria venivano anche dalle rigide norme del tempo coloniale: era obbligatorio predicare e insegnare il catechismo in portoghese, che quasi nessuno comprendeva; le «scuole missionarie» erano come quelle del Portogallo (lingua portoghese, geografia e storia portoghese, esempi e personaggi del Portogallo, ecc.) che non interessavano in nessun modo i ragazzi africani; i «catechisti» delle «scuole missionarie», finanziati dal governo e dipendenti dal prefetto apostolico, in gran parte non erano nemmeno battezzati: insegnavano il cristianesimo senza conoscerlo e dando esempi contrari al Vangelo; il prefetto apostolico considerava il governatore portoghese «protettore degli indigeni» e i missionari docili strumenti del colonialismo portoghese. Quando p. Efrem Stevanin protesta per il modo col quale i portoghesi sfruttano i suoi balanta a Catiò, il prefetto lo destituisce da parroco inviandolo in un’altra missione. Inoltre, i missionari del Pime erano stati mandati nelle regioni islamizzate (quasi impossibile l’annunzio cristiano), mentre le tribù pagane, nelle regioni dei francescani portoghesi, non venivano evangelizzate per mancanza di personale. Nel 1948 i cristiani in Guinea (compresi i «cristón» indigeni) erano circa 8.700, dei quali 1.500 nel territorio del Pime; i musulmani 135.000, quasi tutti nelle parrocchie del Pime; i pagani 274.816, ma solo 67.500 affidati all’Istituto milanese (14).

L’Istituto vuole ritirarsi dalla Guinea portoghese (1949)

Il 31 luglio 1948 p. Munno manda una lunga relazione alla Segreteria di stato (15), scritta consultando i confratelli, dei quali riflette il senso d’impotenza e di rabbia: gran parte della popolazione è ancora pagana e non si fa nulla per evangelizzarla. Ci vorrebbero mezzi, libertà d’azione e altri missionari, ma «la fobia dei missionari stranieri fa dire che la Guinea, con l’arrivo dei padri italiani, è ormai satura di personale missionario».
Il contrasto profondo fra missionari italiani e prefetto apostolico va compreso nelle sue motivazioni storico-culturali. I missionari del Pime erano andati in Guinea per evangelizzare i non cristiani come facevano nelle altre missioni in Asia, con grande libertà d'azione. La povertà e le difficoltà materiali non li spaventavano: facevano parte della tradizione dell'Istituto. Ma non tolleravano di essere ingabbiati in un sistema come quello del «Padroado», che bloccava le iniziative verso i non cristiani e condannava all'inattività missionari giovani e ferventi. In Guinea questo «sistema portoghese» raggiungeva la sua punta più bassa. In Angola e Mozambico, colonie più ricche, più evolute e con molti coloni e missionari stranieri, questi godevano di libertà inimmaginabili nella piccola Guinea, dove i padri italiani erano gli unici missionari stranieri e quindi strettamente controllati.
Senza dubbio il «Padroado» aveva avuto grandi meriti in passato: in sua assenza non ci sarebbe stata evangelizzazione nel tempo coloniale dell’America Latina (secc. XV-XIX). Ma dopo la seconda guerra mondiale era del tutto fuori tempo. Per il prefetto apostolico e i francescani portoghesi, figli di quella storia e di quella cultura, rappresentava invece una situazione ideale per condurre piano piano gli africani a diventare «civilizzati», cioè ad assumere lingua, cultura, costumi e religione portoghese.
La situazione insostenibile porta i superiori del Pime, dopo vari tentativi di sbloccarla anche con l’intervento della Santa Sede, a decidere di ritirarsi dalla Guinea portoghese. L’11 ottobre 1949 p. Luigi Risso scrive a mons. Domenico Tardini, della Segreteria di stato, una lunga lettera (16) affermando che la situazione è insostenibile e non migliora. I missionari del Pime continuano a dipendere in tutto dal prefetto apostolico:

«Lo spirito prettamente missionario che anima i nostri non sembra sia condiviso dagli altri, sicché i nostri non sono liberi di esplicare la loro attività».

Il Pime non ha intenzione di aprire case in Portogallo per avere membri portoghesi, per cui la nostra situazione continuerà in questo stato, senza possibilità di altre soluzioni. La direzione generale ritiene quindi che missionari giovani non possono rimanere inattivi in Guinea (17).

«In base a queste considerazioni — scrive p. Risso — vengo a pregar V.E. Rev.ma di voler consentire al ritiro dei nostri padri dalla Guinea. Noi crediamo che il nostro posto potrà essere assai più fruttuosamente occupato da membri di altri istituti i quali hanno già loro case in Portogallo e membri di nazionalità portoghese. In Guinea non siamo liberi di lavorare: i nostri missionari possono meglio essere impiegati altrove, specialmente nelle nostre missioni tradizionali in Asia».

Intollerabile era poi il concetto radicato nella tradizione portoghese, e condiviso dal prefetto apostolico, che i missionari erano al servizio della nazione portoghese, per diffondere, assieme a Gesù Cristo e alla Chiesa, lingua, costumi, amore alla patria lusitana! La Santa Sede non risponde, ma preme sul prefetto apostolico per preparare un «modus vivendi» col Pime: proposto nel 1950, viene firmato solo nel 1960, senza portare novità di rilievo alla vita missionaria. Nel 1950 il superiore generale p. Luigi Risso manda dal Portogallo in Guinea come visitatore il p. Franco Vernocchi (19 aprile — 12 maggio), che nel novembre 1951 ritorna a Bissau come nuovo superiore dell’Istituto.

Con padre Vernocchi migliora la situazione (1951)

Negli anni cinquanta la situazione migliora. P. Vernocchi conosceva molto bene i portoghesi e la loro lingua (18): riesce a porre fatti che convincono i superiori a restare, nell’attesa di tempi migliori. Infatti alcune situazioni cambiano in meglio; padre Vernocchi:
— ottiene dal governatore e dal prefetto apostolico una certa libertà d’azione e permessi per nuovi missionari: dal 1951 al 1959 entrano 13 del Pime (12 padri e un fratello);
— all’Istituto sono affidate due missioni in zone non islamizzate: Suzana tra i felupe (1952) e Bubaque tra i bijagós delle isole omonime (1954);
— la Guinea è divisa in due vicarie, una a Bissau affidata ai francescani e una a Bafatà al Pime;
— si costruisce la «casa del ragazzo» a Bafatà, sempre avversata dal prefetto apostolico (alla fine degli anni sessanta sarà il primo pre-seminario e poi seminario);
— si ottiene la parità di trattamento economico con i francescani;
— i missionari incominciano a predicare in criolo e anche in lingue locali (in felupe e in balanta);
— infine, nel dicembre 1953 il prefetto apostolico mons. Ribeiro de Magalhães viene sostituito da mons. Martinho da Silva Carvalhosa, che suscita buona impressione:

«Era un brav’uomo — testimonia oggi p. Luigi Tiziani — ma il dominio portoghese restava, la mentalità e le regole erano quelle e nessuno vi sfuggiva».

Soprattutto si notano movimenti di non cristiani verso la Chiesa un po’ in tutte le missioni, ma specialmente tra i mancanha a Farim e tra i balanta a Catiò, a Bafatà ed a Bambadinca. Nella comunità del Pime maturano però due diverse strategie. P. Tiziani così descrive la situazione degli anni cinquanta:

«Noi missionari italiani eravamo tollerati, spesso umiliati da un prefetto apostolico che dello spirito missionario non aveva nessuna idea. I primi sette del Pime hanno lavorato in condizioni durissime, sono stati eroici a resistere, ma erano persone rivoltate. Noi che siamo venuti dopo (Tiziani nel 1951 con p. Vernocchi, n.d.r.), visto che non si poteva cambiare ci siamo adattati di più: col prefetto apostolico, prendendolo dalla parte giusta, qualcosa si poteva ottenere». I più anziani invece avrebbero voluto fare un gesto forte di protesta, anche a costo di essere espulsi dalla Guinea; accusavano p. Vernocchi di essere troppo «amico dei portoghesi».

A capo dell’opposizione c’erano p. Spartaco Marmugi e p. Luigi Andreoletti, che in quegli anni stavano fondando la missione di Suzana con criteri del tutto nuovi, non accettati dall’ambiente portoghese sia civile che religioso (19); e p. Efrem Stevanin che il 20 agosto 1955 scrive una lunga e accorata lettera al superiore generale, raccontandogli una serie di assurdità nel comportamento del prefetto apostolico che lo condannano all’inattività e gli «fanno male fisicamente e moralmente» (20).
Nel 1955 il superiore generale manda p. Francesco Frumento (già missionario in Cina) visitatore in Guinea (11 dicembre 1955 — 28 gennaio 1956). Nella sua relazione scrive (21) che

«l’uso missionario portoghese in nessun modo è missionario», ma piuttosto di tipo parrocchiale come nei paesi cristiani: il missionario deve stare nella sua residenza, aspettando che la gente venga a chiedere l’istruzione religiosa; per cui «non si nota lo zelo missionario per la conversione dei pagani, che si vede nelle nostre altre missioni. Questa missione però, aggiunge Frumento, per quanto cominciata male, potrà dare buoni frutti col tempo». Infatti, nella vicina missione di Ziguinchor, in Senegal, «si sono ottenuti grandi successi fra tribù diffuse anche in Guinea».

Nel 1958 viene richiamato in Italia p. Franco Vernocchi, di cui i missionari avevano stima per le virtù personali ma lo consideravano troppo legato al «sistema portoghese»; Vernocchi invece diceva che o si andava via dalla Guinea o, se si restava per lavorare, bisognava adattarsi.
Il nuovo superiore, p. Mario Faccioli, entra in carica il 7 luglio 1958, quando in Africa la situazione sta rapidamente cambiando. Il 1960 è l’«anno dell’indipendenza africana»: 26 paesi diventano indipendenti. Le Chiese africane moltiplicano sacerdoti e vescovi locali, mentre in Guinea ancora non c’era nemmeno un piccolo seminario. Nel settembre 1956 a Bissau sei africani, fra i quali Amilcar Cabral, fondano il Paigc (Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde) che il 19 settembre 1959 proclama la «lotta contro il Portogallo con tutti i mezzi possibili compresa la guerra». Nei mesi e anni seguenti anche la Guinea portoghese scivola inevitabilmente nella situazione di guerriglia anti-coloniale.

Il Pime in prima linea: l’arresto di padre Grillo (1963)

Il superiore generale p. Augusto Lombardi visita la Guinea (10 dicembre 1959 — 26 febbraio 1960) e richiama i missionari ad impegnarsi ancor più nell’aiutare il popolo guineano, evitando però accuratamente ogni gesto o giudizio politico: l’imperativo è di restare sul posto senza farsi mandare via: proprio ora i missionari stranieri possono giocare un ruolo importante a difesa dell’uomo. All’inizio degli anni sessanta la Guinea entra decisamente nel clima di guerra.
Prima vittima è il p. Antonio Grillo (22), apostolo dei balanta a Bambadinca, per un’accusa risultata poi del tutto falsa (amico di un capo guerrigliero). Arrestato dalla polizia politica portoghese (la Pide) il 23 febbraio 1963, incarcerato prima a Bissau e poi a Lisbona, viene liberato il 4 luglio come atto di omaggio del Portogallo al nuovo Pontefice Paolo VI.
Le missioni del Pime, nelle regioni più periferiche, sono in prima linea. Quella di Suzana è occupata dai militari portoghesi, i missionari debbono ritirarsi per non essere compromessi agli occhi dei locali (visitano i cristiani ogni mese partendo da Bafatà); Catiò è al centro della guerriglia perché vicina alla Guinea- Conakry da cui venivano armi e guerriglieri: i padri non possono più visitare i villaggi senza permesso della polizia e in città sono sottoposti a stretti controlli; Farim rimane isolata per lunghi mesi; le strade sono interrotte e si percorrono solo con i convogli militari; attacchi notturni dei partigiani e ritorsioni dell’esercito con villaggi bruciati, torture, massacri.
Il 10 giugno 1963 un nuovo prefetto apostolico: mons. João Ferreira, giovane entusiasta e con bei progetti, ma purtroppo resiste due anni e mezzo al clima della Guinea: ritorna in Portogallo nell’agosto 1965. Il suo successore, mons. Amãndio Neto, è anche lui su una linea moderatamente innovativa: lascia lavorare i missionari, difendendoli sempre dai sospetti dei militari e della polizia politica portoghese.

La missione di Catiò chiusa a causa della guerra (1965-1969)

Appena eletto superiore generale (18 marzo 1965), mons. Aristide Pirovano consulta i reduci dalla Guinea e il 1° luglio 1965 scrive a p. Faccioli (23) chiedendogli di ritirare i due missionari da Catiò per mandarne uno a Bissau e uno in più a Bubaque. In un’altra lettera del 20 luglio 1965 spiega (24):

«Non desideriamo avere martiri e tanto meno martiri per cause che a noi missionari non dicono un bel niente. In posti dove le pallottole non... trazem endereço (pallottole vaganti, n.d.r.), ci stia chi ci deve stare. I nostri padri hanno altro da fare e siamo così oberati di lavoro che non possiamo permetterci il lusso di perderne neppure uno, neppure per sbaglio».

I padri Giuseppe Ronchi e Rino Gallinaro si ritirano da Catiò il 30 luglio 1965 e visitano poi frequentamente i cristiani da Bafatà. Gallinaro riapre la missione di Catiò nei primi mesi del 1969 con p. Salvatore Cammilleri (25).
Mons. Pirovano visita la Guinea (6 maggio — 30 giugno 1966) e scrive una lunga e notevole lettera ai suoi missionari: per infondere coraggio e ottimismo, ribalta una visione troppo umana della realtà. Afferma che nella comunità Pime s’è creata una «psicosi» che impedisce di sfruttare in pieno le possibilità di lavoro che pure ci sono: ad esempio,

«il tempo della guerriglia è per voi un momento favorevole»; non potendo visitare i villaggi, «potete dedicarvi di più ai centri e creare in questi delle cristianità più sviluppate, più curate, più istruite. Non perdete tempo in lamentele inutili, ma dedicatevi anima e corpo ai centri che vi sono rimasti».
Pirovano afferma che i missionari «sono mandati per seminare la Parola e non per raccogliere. Facciamo il nostro dovere e lasciamo al Padrone della messe lo stabilire il tempo della raccolta... Studiate le lingue: si studia troppo poco. Assieme alla preghiera e alla carità, la lingua è lo strumento principale, essenziale del nostro apostolato».

Uno dei risultati della visita del superiore generale è la casa regionale del Pime a Bissau (aperta il 1o settembre 1967) e il quartiere del Bairro di Ajuda in città che l’Istituto assume per fondarvi una parrocchia. Il 20 aprile 1969, il prefetto apostolico erige ufficialmente il seminario diocesano e lo affida al Pime, con sede nella «casa del ragazzo» di Bafatà (o «internato»), che già funzionava come pre-seminario. Primo rettore il p. Lino Bicari, aiutato da p. Ermanno Battisti che il 28 maggio 1971 porta il seminario a Bissau nella casa regionale del Pime e nel 1972 nel nuovo seminario costruito dalla diocesi a Bissau.

La Guinea indipendente dà libertà e stimola la Chiesa (1974)

Il 10 settembre 1974 la Guinea festeggia l’indipendenza, dopo una guerra sanguinosa. L’eredità più pesante per il paese è però il regime che si instaura, quello filo-sovietico e filo-cubano del Paigc, di chiara impronta comunista: dittatura ideologica e poliziesca del partito, statalizzazione dell’economia e dei servizi pubblici, scuola e organismi giovanili orientati ad una formazione militante comprendente anche l’ateismo di stato. La mancanza di personale preparato ad assumere le strutture lasciate dalla colonia e la requisizione dei servizi che faceva la Chiesa (scuole, internati, dispensari e ospedali) portano ad un crollo dell’economia e ad un peggioramento del livello di vita.
La Chiesa però, a parte l’insegnamento dell’ateismo nelle scuole, non può lamentarsi dei tempi nuovi. Contrariamente a quanto è successo in altri regimi comunisti africani, il Paigc non solo non ha perseguitato la Chiesa, ma anzi ha ammesso nel paese nuovi missionari (26), le ha dato la libertà di evangelizzare e l’ha aiutata (nazionalizzando scuole e sanità) a trovare la via più specifica della catechesi e della formazione cristiana. Quasi tutti i nuovi capi avevano frequentato le scuole della missione e parecchi di loro erano stati mandati in Portogallo o in Italia a studiare a spese della Chiesa; di più, alcuni missionari erano ben inseriti nelle strutture del partito (27), altri si offrono subito per un servizio allo stato (28).
Dopo l’indipendenza la comunità del Pime si divide sui rapporti da tenere col governo rivoluzionario. Pur sapendo che ogni schematizzazione è indebita, si può dire che nel 1976 nella comunità del Pime in Guinea la situazione era questa:
1) I «progressisti», ritenendo il Paigc ben intenzionato a servire il popolo e vedendo le enormi difficoltà che il partito incontrava soprattutto nel campo della scuola e della sanità, pensavano fosse dovere dei missionari collaborare il più possibile con il governo, mettendosi al suo servizio nelle strutture dello stato, con scelte provvisorie e personali. Quei giovani capi rivoluzionari che si proclamavano marxisti, erano in fondo gli alunni delle nostre scuole; mantenendo un buon rapporto personale con loro si sarebbe riusciti ad avere un influsso per il bene del popolo. Sorgono tentativi di vivere con il popolo, come il popolo, si è alla ricerca di «un tipo nuovo di presenza in gruppo e non necessariamente legato a strutture preesistenti». La missione è concepita soprattutto come testimonianza comunitaria di aiuto al popolo, non proclamata, non istituzionalizzata, vissuta secondo il carisma personale di ciascuno.
A questa corrente appartenevano, con sfumature diverse, missionari soprattutto giovani, figli del post-Concilio (e del ’68), che vedevano le «strutture» della Chiesa ostacolo ad un ritorno al Vangelo; sognavano una missione povera con i poveri, scegliendo case di abitazione come quelle della gente e chiedendo nella Chiesa un’autorità esercitata in forma dialogante, comunitaria, capace di liberare i carismi di ciascuno.
2) La corrente, diciamo così, «tradizionalista», era su posizioni di opposizione al Paigc e vedeva quasi solo gli elementi negativi della situazione, che non erano pochi (ateismo nelle scuole, lotta contro i capi tradizionali africani e decadimento della morale tradizionale, crollo dell’economia e dei servizi dello stato al popolo). Dicevano: bisogna stare attenti a non lasciarci fagocitare dal partito, che presenta a noi un volto sorridente perché ha bisogno di noi, ma ci strumentalizza e ci toglie la libertà di critica. La prefettura apostolica mancava di strategia unitaria e di guida: il prefetto apostolico portoghese, rimasto sul posto con grande coraggio, non visitava più le missioni e non dava direttive. Per cui in campo pastorale ciascuno andava avanti per conto suo.

«Più facile liberare la Guinea che amministrarla»

La Guinea-Bissau è Africa vera, nonostante i cinque secoli di occupazione portoghese (1446-1974); una strana colonia mai colonizzata. Rappresenta bene l’Africa nera a sud del Sahara, il continente che oggi, con la sua instabilità politica (più di venti guerre tuttora attive) e miseria a volte disumana (fame, sete, epidemie, analfabetismo, ecc.), rappresenta la maggior sfida al mondo moderno e soprattutto all’Europa. Studiando la Guinea-Bissau si può capire perché, nonostante le buone volontà e gli aiuti di molti del mondo ricco (Onu, governi, volontari, missioni cristiane, ditte), i popoli africani non riescono a decollare per lo sviluppo. Situazione tragica che interroga profondamente anche la Chiesa, i missionari, gli istituti missionari.
Dopo l’indipendenza (1974), la Guinea-Bissau registra un graduale peggioramento del livello di vita (sanità, scuola, trasporti, mercati, cibo, lavoro, sicurezza, ecc.), data anche la mancanza di personale preparato ad assumere le strutture dello stato coloniale. Nella «Relazione sulla Guinea-Bissau», presentata al Capitolo generale del Pime nell’agosto 1977, si legge (29):

«Ci sono le difficoltà e i limiti di tutto il resto dell’Africa: inefficienza, burocrazia, progetti velleitari e personalismi non lasciano molto spazio a realizzazioni utili alla popolazione. La presenza massiccia di oltre 700 russi e 300 cubani chiude il quadro: non si sa bene cosa fanno, ma sono accolti come ‘‘liberatori’’. Un alto funzionario del partito (che si identifica col governo) dice: ‘‘Abbiamo terminato la guerriglia della foresta e ora stiamo affrontando un’altra guerriglia che è amministrare e governare questo paese. La prima fu molto più facile della seconda’’».

Dopo l'indipendenza in Guinea-Bissau si instaura il «partito unico», che elimina ogni opposizione democratica di partiti, sindacati, associazioni popolari, gruppi giovanili e studenteschi; chi ha il potere lo usa a favore di parenti ed amici, nonostante le rituali dichiarazioni di «lavorare per il popolo» (30). Ecco cosa scrive un sacerdote diocesano guineano, Domingos da Fonseca (31):

«Nei primi anni dopo l’indipendenza, col suo impatto sul piano internazionale e l’appoggio interno delle masse popolari, il partito aveva mille possibilità di buona riuscita. Diventato capo di stato Luis Cabral (32), il battello (dello stato) va alla deriva. La priorità è data all’organizzazione politica a detrimento dei problemi amministrativi... Chi si oppone al progetto politico e sociale del partito è considerato nemico del popolo. La tortura diventa il mezzo più efficace per garantire i privilegi dei dirigenti. Il popolo vive in una spaventosa psicosi di oppressione. I ‘‘magazzini del popolo’’, invece di servire gli interessi di tutti, sono enti governativi a servizio dei capi. È questa la situazione che causa il colpo di stato del 14 novembre 1980».

In quel giorno, le forze armate e la polizia prendono il potere. Luis Cabral fugge a Cuba e il popolo «scopre» quello che tutti sapevano: l’eliminazione violenta di molti oppositori (senza processo e spesso dopo torture) e le «fosse comuni» in cui venivano sepolti; i passi indietro dell’economia, dell’educazione, dell’assistenza sanitaria, dei servizi pubblici, rispetto al periodo portoghese.
Il nuovo presidente, João Bernardo Vieira (detto «Nino»), eroe della guerra di liberazione, mantiene il partito unico, la formazione ideologica dei giovani, l’assistenza tecnica di russi e cubani, lo statalismo in economia: scelte che gradualmente cerca poi di modificare e che verranno sconfessate dal crollo del muro di Berlino (1989). Il prof. Johannes Augel, collaboratore dell’Inep di Bissau (Istituto nazionale di studi e ricerche), parla di «bancarotta dello stato» e scrive (33) che al momento dell’indipendenza nel 1974 l’entusiasmo del popolo era alle stelle. Sono seguiti vent’anni di amare esperienze e disillusioni:

«La salute pubblica e il sistema educativo sono vicini al collasso. Lo stato è incapace di pagare gli stipendi ai pubblici dipendenti, ridotti a un valore simbolico. I pubblici impiegati passano la giornata chiacchierando perché manca la carta, i formulari, l’elettricità e tutto quello di cui necessitano. La Guinea-Bissau occupa una delle ultime posizioni fra i paesi sottosviluppati: è la 164a su 173 paesi nella lista del «United Nations Human Development Index». L’80% della popolazione non ha accesso alle cure sanitarie primarie, il 25% dispone di acqua potabile, il 21% di fognatura, il 67% degli adulti sono analfabeti (34): tutto questo secondo i dati del governo, ma chi conosce il paese sa che il livello di vita del popolo è molto al di sotto di quanto questi dati potrebbero indicare».

L’Africa è un cimitero di «grandi progetti di sviluppo»

Nel 1991 il reddito annuale pro capite era stimato a 214 dollari (230 nel 1993). Il debito estero era di 514 milioni di dollari nel 1991 e di 650 milioni alla fine del 1993, il che corrisponde a 2,5 volte il prodotto nazionale lordo!

«Il problema di fondo dell’economia nazionale — scrive ancora il prof. Augel — sta nel fatto che la Guinea-Bissau produce pochissimo, quasi nulla, al di fuori dell’economia di sussistenza che permette al popolo di sopravvivere. Il paese deve importare quasi tutto quello che consuma ed investe, anche quei prodotti per i quali esistono in Guinea le migliori condizioni per raggiungere l’autosufficienza, ad esempio il riso».

Le esportazioni di prodotti agricoli non bastano per coprire le importazioni: nel 1990, 20 milioni di dollari di esportazioni contro 77,7 milioni di importazioni (si importa anche riso, alimento base). Dopo l’indipendenza, il governo della Guinea-Bissau ha varato dei «grandi progetti» finanziati da paesi stranieri: nascono tra l’entusiasmo della gente, continuano fin che c’è un controllo e un finanziamento esterno, poi decadono e scompaiono. Nell’isola di Bubaque (nelle Bijagòs) ci sono le condizioni ideali per il turismo internazionale. Ecco il «villaggio turistico» costruito negli anni ottanta dalla «Cooperazione italiana» con i suoi «bungalows» a piccoli appartamenti, le grandi sale da pranzo, da gioco, da ballo, auditorium, cucina... Tutto vuoto, deserto, arrugginito, depredato (sparite le mattonelle di rivestimento, i water, i tubi dell’acqua, gli impianti della cucina...). I turisti non sono mai venuti, semplicemente perché mancano i trasporti, i rifornimenti, ecc. (35).
Entrando nel porto di Bissau si vedono due enormi depositi rotondi di ferro, arrugginiti: dovevano contenere l’olio di arachidi, prodotto in una grande industria costruita dall’Italia a Cumeré, con una spesa di decine di miliardi di lire: l’oleodotto sottomarino, dicono, è costato sui 20 milioni di dollari. Annualmente si dovevano produrre ed esportare, secondo i piani, 20.000 tonn. di olio grezzo di arachidi, 5.000 tonn. di olio raffinato, 20.000 tonn. di farine proteiche, 6.000 tonn. di mangime per bestiame e 1.000 tonn. di sapone, più altri sottoprodotti venduti in Guinea. Tutto il grandioso complesso industriale non ha mai funzionato: rimangono enormi capannoni con macchine arrugginite, depositi vuoti, celle frigorifere mai utilizzate, trasporti interni su rotaie (rubate), una centrale elettrica mai entrata in funzione.
Sulla strada che dall’aeroporto conduce verso la capitale è situata la «zona industriale di Bissau»: una dozzina di industrie che non hanno mai funzionato (36). La Francia aveva costruito una catena di montaggio per le piccole Citroën; l’Olanda una fabbrica di camicie e di vestiti; l’Italia un cementificio e una riseria, la Svezia un laboratorio per fabbricare medicine primarie (37). Visitando questo quartiere industriale in rovina, monumento all’insipienza dei capi africani e dei governi europei, ci si rende conto che aiutare non è facile: lo sviluppo è un processo lento di educazione, di coscientizzazione, di cambiamento delle mentalità e delle strutture sociali, dei ritmi di vita e di lavoro.
Che tristezza pensare a quanto avrebbero potuto rendere, per il popolo della Guinea-Bissau, quelle centinaia di miliardi buttati al vento dalla «Cooperazione Italiana» del nostro ministero degli esteri e da altri governi europei, se invece di essere investiti in «grandi progetti», che qualunque missionario con esperienza d’Africa avrebbe bocciato, fossero stati distribuiti per precisi micro-progetti a livello di gente comune!

«Da una cultura di conservazione ad una cultura progressista»

In una lunga intervista mons. Settimio Ferrazzetta, in Guinea dal 1955, afferma (38):

«Questo della Guinea è un popolo buono, con tante qualità umane, tollerante, sopporta tutto. Pensa a cosa ha sopportato sotto i portoghesi e poi sotto il partito! Umanamente c’è stata una crescita, è un popolo più cosciente, più reattivo, più impegnato: ma economicamente il paese è un disastro, soprattutto perché è dominato, come tutti i paesi africani, da una corruzione enorme, incredibile, spaventosa. La mentalità comune è che chi arriva al potere deve fare denaro, per sé e per i suoi. Così si paga un medico, un insegnante, circa 16-17 dollari al mese, che arrivano con sei-sette mesi di ritardo...
Io non sono assolutamente pessimista sul futuro della Guinea-Bissau. Come cristiani abbiamo il dovere di essere ottimisti, di incoraggiare il popolo: questo fa parte dell’evangelizzazione. Oggi i giovani sono più animati, hanno voglia di imparare, di impegnarsi. Quindi non si può che essere ottimisti, ma ci vogliono i tempi lunghi, come in ogni processo educativo, perché il progresso è frutto di educazione. La Chiesa, per aiutare il paese a crescere, è soprattutto impegnata in campo educativo».

Il valore dell’opera missionaria nell’educazione dell’uomo africano si comprende tenendo presente la mentalità dei popoli che vivono in una «economia di sussistenza», come in Guinea-Bissau: fin che l’Europa che vuol aiutare non comprenderà questa «cultura della sussistenza», gli aiuti produrranno corruzione, non sviluppo. Oggi le cose cambiano rapidamente e anche la coscienza del popolo cresce (questo è senza dubbio il progresso più importante degli ultimi 10-20 anni!); ma meraviglia che un milione di guineani siano così poveri in un territorio pianeggiante e ricco di acque, pari a Piemonte e Lombardia. La Guinea-Bissau ha 26 abitanti per kmq.: l’Italia 190, l’India 299, l’Olanda 378, il Bangladesh 846. Padre Luigi Pussetto, studioso di etnologia e già missionario in Bangladesh, afferma (39):

«Il primo passo verso lo sviluppo è il cambiamento da una mentalità e cultura di conservazione ad una mentalità e cultura progressista, che accetta le novità. Il Bangladesh ha una densità demografica circa 30 volte superiore a quella della Guinea-Bissau. I bengalesi sono poveri, ma hanno già fatto il primo cambiamento di mentalità. Qui in Guinea siamo ancora al primo passo dello sviluppo: il mangiare giorno per giorno, con una terra così ricca, in genere non fa problema: che senso ha lavorare, se non si concepisce o non è possibile il progresso, il miglioramento delle condizioni di vita?
Nella cultura tradizionale manca il senso del progresso. Nel villaggio nessuno deve emergere sugli altri, nessuno può arricchire, verrebbe boicottato, isolato, forse anche avvelenato. Anche questo fa parte della cultura di sussistenza, nella quale tutto è condiviso, partecipato, distribuito. Una delle parole più comuni nella lingua criolo (di derivazione portoghese) è ‘‘parti’’, che vuol dire ‘‘partecipare’’, ‘‘condividere’’: qualsiasi cosa uno abbia deve condividerla con chi non ce l’ha. È un valore della tradizione da salvare, ma ha anche un risvolto negativo, impedisce il progresso dell’individuo, scoraggia chi vorrebbe portare innovazioni tecniche.
Ad esempio, l’uso delle vacche per la trazione animale. Qui non conoscono il carro agricolo e nemmeno la carriola, le donne portano tutto sulla testa. La vacca è allevata solo per il sacrificio dei morti, le uccidono tutte assieme quando c’è qualche morto e mangiano tutti per una settimana. Poi più nulla. La vacca non viene munta (eccetto quando ha il vitello), non lavora, non tira il carro o l’aratro, non viene usato nemmeno il suo concime. Nei villaggi balanta vacche e maiali vivono accanto alle capanne della gente, c’è un fetore insopportabile, perché lo sterco si ammucchia e rimane inutilizzato (a volte lo bruciano per tenere lontane le zanzare). Eppure la vita del villaggio è impostata sul possesso di più vacche: chi ha tante vacche è un uomo riverito, ascoltato. Ma delle vacche non se ne fa assolutamente nulla.
Adesso qualcosa incomincia a cambiare, ma non è facile. La vita del villaggio non è volta al miglioramento delle situazioni in cui vivono, ma al mantenimento degli usi e costumi tradizionali. I giovani balanta sono lavoratori forti, instancabili. Ma lavorano solo in stato di necessità: dato che la sopravvivenza è assicurata dalla ricchezza della terra, delle foreste, dei corsi d’acqua dove si pesca facilmente, il lavoro è una parte minima della vita. Lavorano solo le donne, i bambini e i ragazzetti prima dell’iniziazione. Gli uomini non più, non ne hanno bisogno. Non per pigrizia, ma perché i valori su cui si basa la cultura tradizionale sono altri rispetto ai nostri.
Noi riteniamo che il lavoro è indispensabile per innalzare il livello di vita. Loro considerano il mondo degli antenati come il miglior mondo possibile: guardano al passato non al futuro. Il lavoro è considerato compito delle donne e dei ragazzi, mentre gli ‘‘uomini grandi’’ impegnano il loro tempo nel farsi tanti amici, nel discutere, giudicare, raccontare le storie degli antichi, andare a caccia ed a pesca, costruire la capanna, preparare le feste... Nelle città la situazione è diversa, gli uomini cercano lavoro per poter sopravvivere; ma io parlo della cultura tradizionale che non favorisce, anzi ostacola lo sviluppo. E anche quando vengono in città e studiano (una percentuale minima), la mentalità di fondo più o meno resta quella. Come in tutti i processi culturali, ci vuol tempo per cambiare».

Il mondo pagano ha paura di qualsiasi novità

Nel 1988 padre Giuseppe Fumagalli viveva da vent’anni a Suzana, in una tribù ancor poco influenzata dal mondo moderno (40): la sua testimonianza ha quindi particolare valore per capire le condizioni di partenza dell’Africa nel cammino verso lo sviluppo e il contributo della Chiesa alla liberazione dei popoli africani. Le situazioni cambiano rapidamente, ma è importante conoscere le radici storiche e culturali del sottosviluppo.

«Leggo su riviste italiane — dice p. Giuseppe (41) — che il sottosviluppo dell’Africa è stato causato dal colonialismo e dalle multinazionali. Qui tra i felupe questo non corrisponde alla verità dei fatti. La loro condizione di vita è sempre stata di pura sopravvivenza: coltivavano il riso anno per anno e anche se non nuotavano nell’abbondanza, avevano il necessario per sopravvivere fino al raccolto successivo. L’anno che sono arrivato io (1968), c’era ancora una situazione discreta. Poi, proprio dalla fine degli anni sessanta, ha incominciato a piovere sempre meno, finché la siccità ha portato all’attuale quasi fame in certi periodi dell’anno. Inoltre i felupe coltivano quasi solo riso e manioca; producono anche un po’ di fagioli, ma solo per alcuni riti. Noi insistiamo perché facciano degli orti e altre colture e anche il governo ha dei progetti per insegnare a coltivare ortaggi. Ma è difficile convincerli, perché non si va facilmente contro la tradizione, che certo non aiuta lo sviluppo.
Poi hanno i loro riti e tempi stabiliti per la coltivazione del riso. Noi alla missione abbiamo un moto-coltivatore per le risaie, ma non l’abbiamo quasi mai potuto usare perché nel tempo delle piogge si affonda e nel tempo secco non si può perché bisogna attendere la cerimonia dell’aratura, altrimenti si va contro la tradizione. Per ogni momento della vita dei campi c’è una serie di riti, che a volte frenano il progresso agricolo. Noi abbiamo alcune macchine agricole, che usiamo solo per i campi della missione, perché anche per i cristiani è difficile andare contro le usanze, per paura di vendette e ritorsioni.
Se si fa qualcosa cosa contro la tradizione, c’è sempre la paura di offendere gli spiriti — dice Fumagalli. — La nostra falciatrice meccanica fa in tre ore il lavoro di una famiglia in una settimana, ma non si può usarla perché la paglia va tagliata col falcetto a mano. Così certe colture nuove sono rifiutate perché vanno contro la tradizione. Non coltivano la verdura che si mangia cruda (es. l’insalata) perché, dicono ‘‘noi non siamo capre’’... È l’elemento culturale che blocca o favorisce lo sviluppo. In missione a Suzana abbiamo una macchina molto semplice che in 10 minuti pila il riso di una famiglia per una settimana. All’inizio lavorava solo per la missione. Poi hanno incominciato a venire le donne cristiane e non tutte. Oggi quasi tutte le cristiane vengono, mentre le non cristiane rifiutano questo servizio gratuito, perché hanno paura di andare contro la tradizione, secondo la quale la donna e la ragazza devono pilare il riso. Così fanno lunghe ore di lavoro che potrebbero risparmiarsi.
Inoltre temono la ritorsione delle altre donne e degli spiriti. Se nel villaggio una fa qualcosa di diverso delle altre, teme che qualche spirito o anche altre donne le facciano qualche brutto scherzo. Si è sempre fatto così: perché tu devi fare diverso? La cristiana sa che la sua vita è nelle mani di Dio e non ha paura: e poi, essendo cristiana, è protetta dalla missione, si ammette che faccia qualcosa di diverso. Nel mondo pagano invece c’è paura di qualsiasi novità».

«L’attenzione alla persona è alla base di ogni progresso»

«Leggendo l’enciclica ‘‘Sollicitudo rei socialis’’ di Giovanni Paolo II (1987) — continua p. Fumagalli — mi ha colpito una frase di cui sperimento la forza e la verità: ‘‘Quando la Chiesa adempie la sua missione di evangelizzare, essa dà il suo primo contributo alla soluzione dell’urgente problema dello sviluppo’’ (n. 41). Ogni giorno tocco con mano che quando i felupe diventano cristiani migliorano la loro vita, sia personale che familiare e di villaggio. Ecco alcuni esempi concreti, senza voler fare delle teorie.
Per i cristiani i figli sono un dono di Dio, a cui i genitori debbono assicurare cibo, assistenza, istruzione, salute, ecc. Per i non cristiani invece i figli sono un possesso del padre di famiglia, un bene che produce per la famiglia, l’etnia, il clan. L’atteggiamento è diverso perché il cristiano considera la persona del figlio, il non cristiano pensa a quanto gli può rendere il suo lavoro. Normalmente i cristiani sono quelli che rispettano di più la donna e i bambini. Noi insistiamo moltissimo che mandino i figli e le figlie a scuola. Ma il 90% delle bambine che vengono a scuola sono cristiane o figlie di catecumeni. Per gli altri le bambine sono per la riproduzione e il guadagno per l’uomo. Ad esempio, mandano le figlie nel vicino Senegal a guadagnare qualcosa: vanno a fare la bambinaia, la donna di casa, ma anche la prostituzione.
Le donne cristiane dicono, parlando del loro matrimonio, che si sentono sicure per il futuro. Qui la donna serve per la riproduzione, il lavoro, il piacere dell’uomo. Questo non significa che l’uomo non le vuol bene: le vuol bene, ma ha di lei l’immagine non di una persona autonoma, ma di un essere al suo servizio. Fin che la donna è giovane, tutto va bene. Ma quando diventa vecchia o ammalata, allora il marito la manda via e ne prende un’altra, senza doverle nulla. O anche se non la manda via, la mette da parte. Per cui, la donna sposata è sempre sul chi va là, per timore di essere ripudiata e quindi non avere più da vivere ed essere disprezzata da tutti. Invece, la moglie cristiana sa che, anche quando si ammala o diventa vecchia, il marito la tiene lo stesso e le vuole bene. Il fatto che si siano sposati in chiesa vuol dire che il marito ha promesso solennemente davanti a Dio e alla comunità cristiana di comportarsi bene verso la moglie. Domani, in caso di necessità, potrà sempre essere richiamato al suo dovere. Così la donna cristiana dice lei stessa che è tranquilla molto più di quella non cristiana.
Diventando cristiani, i felupe progrediscono anzitutto nell’attenzione alla persona: questo è alla base di ogni progresso. Ad esempio, a Suzana abbiamo il dispensario medico tenuto dalle suore: se nei villaggi lontani si ammala un bambino nel tempo dei lavori agricoli, una mamma o un papà cristiani lo portano subito dalla suora; ad una mamma non cristiana, invece, spiace lasciare il lavoro dei campi e poi teme che la suora la faccia restare alcuni giorni vicino al suo bambino per assisterlo. Allora lascia che il bambino agonizzi nella capanna, pensando che guarirà da solo o facendo il sacrificio di una gallina agli spiriti perché guarisca. Allora i cristiani del villaggio dicono alla mamma: ‘‘Portiamo noi tuo figlio dalla suora per essere curato’’. Insomma, si fanno carico dei figli degli altri. Quanti bambini hanno salvato in questo modo!
Altro esempio. Le strade dell’interno sono mantenute transitabili dai cristiani, dalle comunità cristiane, che si preoccupano di ripararle in ogni stagione, in modo che il padre e la suora possano passare con l’automobile e per il trasporto dei malati. Vi sono anche comunità cristiane che provvedono a costruire e mantenere i ponti per far raggiungere i villaggi più dispersi. Nessun altro fa questo e il governo è troppo lontano e non ha mezzi per arrivare fin qui e convincere la gente a provvedere. Sono i cristiani che fanno questi servizi comuni, i pagani non ci pensano nemmeno, eccetto rarissimi casi. Perché? Perché il cristiano si preoccupa del bene comune, della vita delle persone, della solidarietà verso tutti. I cristiani hanno acquisito una mentalità di servizio che gli altri non hanno.
Vivendo in Europa, in ambiente di cultura cristiana (anche se siamo tutt’altro che buoni cristiani!), è difficile rendersi conto di cosa vuol dire una mentalità e una cultura pagana. Il cristianesimo dà sicurezza, serenità di spirito, perché il cristiano sa che Dio è Padre e ci vuol bene. Per svilupparsi, l’uomo ha bisogno di sentirsi amato, protetto, perdonato da Dio. Il felupe non conosce Dio, è circondato dal mistero, vive nel terrore delle forze misteriose che ci circondano, di cui ignora la natura e le intenzioni.
Quante volte, chiacchierando con i miei felupe non cristiani, mi sono sentito dire: ‘‘Noi viviamo nella paura giorno e notte, temiamo la vendetta degli spiriti cattivi, non siamo mai tranquilli. A noi non interessa che tu ci dia degli aiuti materiali, ma che tu ci spieghi il mistero di Dio, ci faccia conoscere cosa Dio ha detto agli uomini quando ha parlato in Gesù Cristo’’. Una volta stavo vangando un campo della missione con tre miei giovani. Passa un uomo con un  carico di legna sulla testa. Deposita il carico per terra e mi dice: ‘‘Tu va a casa. Posso vangare io per te. Tu va a pregare e studiare per farci conoscere la Parola di Dio. Questo puoi farlo solo tu’’.
A volte leggo in libri e riviste che giungono dall’Italia che questi popoli pagani vivono sereni e felici secondo le leggi della natura. Nella mia esperienza di vent’anni fra un popolo non cristiano, dico che non è assolutamente vero: chi lo dice non conosce questi popoli se non per qualche rapida visita. In realtà la vita nel paganesimo è un inferno, indurisce il cuore, impedisce all’uomo di esprimersi, di crescere, di trovare sicurezza e pace del cuore. Nella vita di un villaggio pagano, i balli, canti e danze insistiti fino allo spossamento, magari per tutta la notte, sono per scaricare le tensioni e le paure che hanno dentro. È una specie di droga per non pensarci. Si dice che gli africani sono sereni e non conoscono malattie mentali. È falso. Le malattie mentali esistono, per l’ansietà del mistero che ci circonda. È vero che i matti e gli handicappati non si vedono molto in giro: ci sono vari modi per occultarli, compresa l’eliminazione fisica».

Come le missioni servono lo sviluppo del paese

In questa «cultura della sussistenza», i «grandi progetti» e l’assistenzialismo non servono. I missionari ne sono convinti. La vera soluzione ai problemi africani è l’educazione, l’evoluzione di culture, mentalità e strutture sociali. Le missioni si fanno carico di numerosi «micro-progetti» che tentano di coinvolgere e unire le comunità naturali, di impegnarle proponendo mete precise e realizzabili con un aiuto dall’esterno: scavo di pozzi, piccoli depositi di medicine nei villaggi, scuole autogestite, orti comunitari, borse di studio per studenti meritevoli, scuole di alfabetizzazione per gli adulti e di promozione femminile, ecc.
Un altro esempio è l’aiuto che la Chiesa dà nei casi di emergenza per il colera. Già nel 1987 era scoppiata un’epidemia di colera, subito bloccata dai vaccini inviati dalla Caritas italiana. Nel settembre-ottobre 1994 ancora l’emergenza-colera e anche questa volta l’aiuto delle missioni si rivela importante, sia per i vaccini che per l’opera di sensibilizzazione della gente nelle regioni colpite. Padre Davide Sciocco, vice-parroco a Mansôa (oggi è parroco), così descrive la situazione in una lettera ai parenti (dicembre 1994):

«La Guinea è stata colpita dal colera, con oltre 36.000 casi e centinaia di morti. La nostra zona di Mansôa è tra le più affette e solo ora cominciano a ridursi i casi. L’intervento è stato tardivo ma poi, grazie alla cooperazione internazionale, ha avuto successo. Duro ostacolo è stata la mentalità nelle tabanche: la malattia e la morte non dipendono da cause naturali, ma da forze maligne o vendette. ‘‘Il colera è un’invenzione dei bianchi’’, dicono. Da qui il rifiuto ad accogliere le misure di prevenzione. Anche in questo si è presentata chiarissima ai miei occhi l’urgenza di formare le coscienze: l’annunzio del Vangelo resta il dono più grande che possiamo fare, perché libera dalla paura e da false concezioni che bloccano gli interventi di sviluppo».

L’aspetto più concreto e appariscente del contributo che la Chiesa dà allo sviluppo sono le opere caritative e sociali: lebbrosario, ospedali e dispensari medici, scuole, aiuti all’agricoltura, formazione di meccanici e falegnami nelle officine delle missioni, opere per la promozione della donna, ecc. Ma Giovanni Paolo II scrive nell’enciclica «Redemptoris missio» (1991) che

«la missione della Chiesa non è di operare direttamente sul piano economico o tecnico o politico o di dare un contributo materiale allo sviluppo, ma consiste essenzialmente nell’offrire ai popoli non un ‘‘avere di più’’, ma un ‘‘essere di più’’, risvegliando le coscienze col Vangelo» (n. 58).
E continua: «Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. È l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica. La Chiesa educa le coscienze rivelando ai popoli quel Dio che cercano, ma non conoscono... Col messaggio evangelico la Chiesa offre una forza liberante e fautrice di sviluppo» (nn. 58, 59).

In altre parole, il primo contributo della Chiesa allo sviluppo è la formazione dell’uomo ai valori evangelici. Ad esempio, il seminario ha una funzione importante in Guinea-Bissau, non solo perché forma i sacerdoti locali, ma perché è un centro di studi ed educa numerosi giovani che non diventano sacerdoti ma entrano nella società civile con un’istruzione superiore (42). Il rettore del seminario diocesano, padre Marco Pifferi, racconta la sua esperienza (43):

«Ho 35 seminaristi che frequentano il liceo. I miei sono giovani dai 22 ai 32 anni, venuti in seminario perché affascinati dalla nostra vita. Vogliono diventare come noi, preti e missionari. Quando entrano in seminario sono già selezionati da almeno tre anni di preparazione: frequentano corsi di animazione vocazionaIe, ritiri, incontri. C'è una risposta sempre più forte da parte dei giovani. Le vocazioni sacerdotali non mancano, perché qui c'è una vità semplice e "famiglie allargate" unite e di solida moralità naturale; il cosiddetto "progresso moderno" sta entrando adesso, la televisione è appena incominciata.
I giovani in Guinea sono aperti, desiderosi di incontri, di corsi, di discutere i problemi, di leggere. Io sono anche responsabile della pastorale giovanile diocesana e negli ultimi anni si nota una richiesta continua alla Chiesa per iniziative, incontri, attività, gruppi, sussidi di formazione. A Bissau c’è una marea di giovani, tutti quelli che vogliono studiare vengono a Bissau: debbono trovare da dormire e da mangiare, poi portare avanti lo studio... Fanno vite difficili, li ammiro per la fatica e le sofferenze che sopportano, per l’impegno che ci mettono. Il governo a questi giovani offre pochissimo. La Chiesa ha fatto il suo liceo che è il migliore del paese, tenuto dalle suore scolopie brasiliane».

Il padre Dionisio Ferraro, dicono i suoi confratelli, «ha sempre avuto il chiodo della scuola»: infatti di scuole ne ha costruite tante, compreso il liceo diocesano «Giovanni XXIII» a Bissau, il più prestigioso del paese. Dionisio racconta com’è iniziato il suo interesse per la scuola (44):

«È vero che ho sempre insegnato, costruito e guidato scuole, perché fin dall’inizio della mia vita missionaria qui in Guinea (dal 7 luglio 1973) sono rimasto scioccato dall’esercito di analfabeti che trovi ovunque. Molti dei miei cristiani non sapevano leggere. Facevamo un foglietto domenicale molto semplice e non lo leggevano! Allora ho iniziato una scuola di alfabetizzazione per gli adulti. A Bafatà venivano tutte le sere dopo cena e io facevo due ore di scuola a una quarantina di adulti, perché nella saletta non ce ne stavano di più. Quando ci sono stati gli esami, se ne sono presentati ottanta. Come mai? Gli altri 40 stavano fuori perché dentro non potevano entrare, ma seguivano tutto. Non me ne ero mai accorto e non si erano rivelati per timore che li mandassi via!
Poi sono andato a Mansôa. Un giorno vengono a trovarmi una quarantina di maestri delle scuole elementari della regione: avevano fatto solo fino alla IV elementare, ma il partito aveva emanato una circolare nella quale chiedeva che gli insegnanti studiassero fino alla VI. Volevano che io facessi loro scuola, ma non potevo perché tutte le scuole erano nazionalizzate. Allora abbiamo chiamato le mie lezioni non «scuola», ma «incontro di spiegazione» e in poco tempo ho avuto, nelle strutture della missione, più di 300 alunni  interessati a quel che dicevo. Erano lezioni di massa, con microfono e altoparlanti e gli alunni divisi in varie sale e salette. È stata un’esperienza toccante vedere quegli uomini e donne, papà e mamme, che venivano umilmente ad imparare qualcosa. Nota che non avevamo quaderni né matite per tutti, imparavano a memoria».

Il «centro artistico giovanile» a Bissau (1976)

L’esigenza di formare animatori di comunità è fortemente sentita nella Chiesa di Guinea, specialmente dopo l’indipendenza. Come in molte altre Chiese locali in questo periodo, anche in Guinea si sta passando dal missionario e dal catechista protagonisti della vita ecclesiale, alle piccole comunità di villaggio con i loro capi, animatori, catechisti, incaricati dei vari ministeri e servizi.
L’orientamento pastorale è di attenzione ai giovani e alla formazione dei laici. Vari fatti vanno in questa direzione. A Bandim (uno dei quartieri di Bissau) nasce il «Movimento dos Jovens» che si diffonde in vari gruppi cittadini soprattutto fra gli studenti e i seminaristi, mentre il seminario si fa promotore di corsi di formazione per giovani cristiani e giovani catechisti. Il p. Battisti, già nell’agosto 1976 aveva presentato alla direzione regionale del Pime il progetto

«di avviare a Bissau un’opera assistenziale per i giovani studenti. La direzione regionale, ritenendo valida la proposta, l’ha presentata alla prefettura apostolica. Il prefetto vede bene questo impegno per i giovani e si è detto favorevole ad appoggiarlo» (45): nasce il «centro artistico giovanile».

Il 4 settembre 1977 p. Battisti dava queste notizie (46):

«Il centro artistico giovanile va a gonfie vele. I ragazzi (studenti) che vi lavorano e ricevono formazione sono ormai più di trenta. Sono arrivati 18.000 dollari dall’Olanda per comperare una nuova casa in cui trasportarci. L’opera è apprezzatissima sia dal vescovo che dai missionari e anche dal governo, che avidamente compera i nostri prodotti. Non avrei mai pensato di arrivare a tanto. Che sia un’opera benedetta da Dio? Ad ogni modo io vado avanti senza avventure e con i piedi per terra e soprattutto nella totale indipendenza dal governo e dalla politica. Il che non è affatto difficile. In questo campo siamo l’opera più importante della Guinea e la più apprezzata. Ma quello che importa di più è la possibilità di comunicare il messaggio evangelico».

Nella «relazione» mandata al prefetto apostolico (12 aprile 1976) (47) Battisti racconta che da quando è venuto a Bissau col seminario, all’inizio degli anni settanta, ha incominciato ad interessarsi dei ragazzi della città, per dar loro una formazione umana e cristiana; e ne ha selezionati una ventina come campo d’apostolato privilegiato. Con aiuti di amici italiani acquista un terreno coltivato ad orto e frutteto da alcuni di questi giovani, in modo che si guadagnino onestamente da vivere e per continuare gli studi: spera di ricavare qualche elemento per il seminario o farne dei catechisti per le parrocchie di Bissau.
Nel 1978 Battisti compera una casa e un terreno sull’importante avenida che porta dalla città all’aeroporto, intestando la proprietà al «Centro Artistico Juvenil» che intanto stava nascendo. I giovani entrano nella casa il 7 luglio 1978 e il 12 dicembre seguente ricevono la visita del presidente Luis Cabral, data l’importanza della nuova istituzione in un paese povero di iniziative produttive come la Guinea-Bissau.

«Lo scopo primario del centro — scrive Battisti al vescovo nel dicembre 1978 (48) — è di aiutare ad andare avanti con gli studi i giovani che domani lavoreranno veramente per i loro fratelli... Il centro non è solo per quelli che studiano, né solo per la produzione di opere artistiche, ma per un servizio all’uomo mediante la produzione di opere artistiche e gli studi. Già sono 120 i giovani e si prevede che l’anno prossimo potranno ancora aumentare. In maggioranza sono balanta. Il centro non funziona come internato anche se vari giovani mangiano qui e altri vi dormono, secondo la disponibilità delle stanze che abbiamo. Per il gruppo che desidera conoscere Gesù c’è la catechesi tutte le domeniche; tutti i giorni c’è la messa e il rosario in comune per chi lo desidera... Un gruppo di giovani sono aperti all’idea della vocazione sacerdotale, di modo che il centro funziona anche come pre-seminario» (49).

Il primo vescovo di Bissau e il primo prete guineano (1977-1982)

Come già si è detto, l’indipendenza della Guinea è risultata positiva per la Chiesa e l’evangelizzazione del popolo guineano: il Paigc ha liberato la Chiesa dal «sistema portoghese» che bloccava il rinnovamento e il dinamismo ecclesiale.
Anche la statalizzazione delle scuolette di villaggio e delle strutture sanitarie, se è stata negativa per l’educazione e l’assistenza al popolo, ha spinto le forze ecclesiali verso il loro compito specifico: l’annunzio di Cristo ai non cristiani, la formazione dei battezzati, la cura delle famiglie cristiane, le vocazioni sacerdotali e religiose, la fondazione della Chiesa; naturalmente senza trascurare la promozione umana e sociale.
Il 21 marzo 1977 il Papa nomina primo vescovo di Bissau p. Settimio Ferrazzetta, francescano veronese in Guinea dal 1955, che si impegna a trovare nuovi sacerdoti, suore e laici in Italia, ma anche in Brasile, Portogallo, Angola, Senegal, Francia. Nel 1976 vi erano in Guinea tre istituti maschili, nel 1990 sei; i tre istituti femminili si sono moltiplicati fino a 18. Questo ha permesso di occupare il territorio creando nuove parrocchie e presenze della Chiesa. Il vescovo organizza la curia diocesana e crea gli organismi di programmazione pastorale richiesti dal Concilio Vaticano II: la Chiesa locale cammina con difficoltà verso linee pastorali comuni, approvate la prima volta nel 1988 e poi nel 1996 con la prima assemblea diocesana pastorale. Le priorità sono il seminario diocesano, la formazione di agenti laici di pastorale, la famiglia e le «piccole comunità».
Data importante per la Guinea è l’ordinazione del primo sacerdote diocesano il 31 dicembre 1982, don José Camnate, proveniente da Catiò ed educato nell’internato a Bafatà. Il 1° marzo 1997 dichiara in un’intervista (50):

«Se oggi il governo e la Chiesa possono contare su persone preparate, questo lo dobbiamo soprattutto al Pime che si è impegnato in iniziative di formazione dei giovani e nel seminario. In anni in cui nessuno pensava a questo, voi a Bafatà avete formato preti, catechisti, capi cristiani. Qui sta la differenza col lavoro dei francescani. Essi pure hanno fatto il seminario e pensato a formare sacerdoti, ma nel quadro e per l’interesse del loro ordine, più che della diocesi. Voi del Pime avete portato lo spirito missionario nella Chiesa di Guinea: siete andati a fondare le missioni nelle etnie e nei luoghi ancora non evangelizzati».

Alla fine degli anni settanta si avverte quindi, più che in passato (51), l’urgenza di un coordinamento pastorale, che il vescovo incomincia a organizzare con il primo incontro a livello diocesano del 24 agosto 1977. Un problema subito affrontato da mons. Ferrazzetta (52), sono le traduzioni dell’ordinario della messa e delle letture bibliche in criolo e nelle altre lingue africane. Esistevano già, a quel tempo, traduzioni almeno parziali in criolo, felupe, balanta e papel. Il vescovo nomina una commissione ufficiale che esamini queste traduzioni e definisca il testo ufficiale da usare pastoralmente. I missionari del Pime si segnalano nel preparare questi testi in alcune lingue: felupe (Marmugi e Fumagalli), criolo (Biasutti, Ferraro, Baruffaldi), balanta (Ferraro, Baruffaldi, Cammilleri).

Catechisti e formazione dei giovani

Dopo i primi anni d’indipendenza, come s’è detto, i rapporti fra governo e missione sono buoni:

«Il governo è favorevole alle missioni — scrive Battisti nel 1979 (53) — e vorrebbe che, attraverso le suore, riprendessimo in mano gli ospedali  e l’internato di Bor; inoltre ci desiderano nella scuola, nella salute, assistenza, ecc.».

Le difficoltà nascono dall’invadenza del partito nell’educazione dei giovani, che non si ferma alla statalizzazione di tutte le scuole (con propaganda di ateismo), ma continua con l’inquadramento della gioventù nella Jaac («Juventude Africana Amilcar Cabral»), che assorbe anche l’associazione degli Scout creata da una decina d’anni a Bissau dai francescani portoghesi. In questi anni del dopo indipendenza, la situazione pastorale di Bissau diventa difficile: un po’ per l’aumento della popolazione e la mancanza di parrocchie e di strutture per l’assistenza religiosa, ma soprattutto perché si pongono tanti problemi nuovi e la diocesi non ha forze sufficienti per rispondervi.
In un’intervista del 1980 mons. Ferrazzetta alla domanda «Come si svolge la catechesi?» risponde (54):

«Noi lavoriamo in piena libertà, anche se non possiamo organizzare movimenti o gruppi giovanili, perché lo stato vuole che ogni forma educativa sia unificata e diretta dal partito. La catechesi non si fa più nelle scuole, ma lo consideriamo un vantaggio per una scelta davvero libera. Stiamo comunque incominciando l’organizzazione e la preparazione dei catechisti e del laicato: quanto c’era prima non era autentico, perché molti si facevano catechisti per essere maestri di scuola e quindi avere dei vantaggi. Adesso il catechista sa di essere unicamente a servizio della missione. L’anno scorso abbiamo fatto un primo corso di tre settimane per una settantina di catechisti, con ottimi risultati: quest’anno si ripeterà perché sono loro stessi a chiedere una formazione più approfondita e continua. Quasi nessun catechista è stipendiato, tutti lavorano e quelli che frequenteranno il corso annuale sono per lo più agricoltori. Già si prevedono altri corsi in diversi periodi dell’anno e in altre zone, con la collaborazione anche di maestri di scuola (nei tempi delle loro vacanze  scolastiche).
Ci sono delle iniziative, soprattutto in città, fra i giovani, ragazzi e ragazze, che si riuniscono una volta la settimana per discutere argomenti i fede e ogni mese e mezzo c’è una riunione generale. A questi gruppi partecipano in 400 circa: ogni gruppetto discute l’argomento in programma e poi nella riunione generale dei rappresentanti vengono raccolti tutti i contributi. C’è molto fermento e impegno».

In questo rinnovamento e potenziamento della pastorale diocesana, il Pime ha avuto un ruolo importante col lavoro pastorale ordinario e le nuove parrocchie assunte o fondate: Mansôa e Tite fuori Bissau, e tre fondate nella capitale: Bairro de Ajuda, Cristo Redentore e Madonna di Fatima (questa la chiesa più grande di tutta la Guinea); ma soprattutto con le nuove iniziative assunte da vari missionari.

I contributi originali del Pime alla pastorale diocesana

1) Il «Centro artistico giovanile», fondato da p. Ermanno Battisti a Bissau nel 1976 (vedi sopra).
2) La Caritas diocesana fondata e diretta da p. Giuseppe Ronchi dal dicembre 1979 al marzo 1996, svolge un grande lavoro di assistenza e promozione umana attraverso le parrocchie e le comunità cristiane, con aiuti dalle Caritas italiana e di altri paesi ricchi. In alcuni casi i suoi interventi sono provvidenziali, come quando ha bloccato rapidamente il colera (1987, 1994) con vaccini subito mandati dall’Italia.
3) Liceo diocesano «Giovanni XXIII» fondato da p. Dionisio Ferraro nel 1982, vincendo molte difficoltà per ottenere i permessi necessari, in un regime che aveva nazionalizzato tutto il sistema scolastico (ma lo stato non era in grado di aprire un secondo liceo, indispensabile). Il liceo oggi è diretto da suore brasiliane e frequentato anche dai giovani del seminario diocesano e ospita 500 alunni.
4) La «scuola di teologia per laici», iniziata dai padri Mario Baruffaldi e Dionisio Ferraro alla fine degli anni settanta. Oggi ha 150 alunni da ogni parte del paese, con una dozzina di insegnanti (preti, suore e alcuni laici) quasi tutti laureati nelle università pontificie romane. La scuola dura tre anni con sette settimane d’insegnamento l’anno per cinque ore al giorno, nei periodi di vacanza delle scuole pubbliche (luglio- settembre).
5) Il «movimento missionario san Pietro Apostolo» nasce nella «scuola di teologia per laici», dal desiderio dei giovani studenti di impegnarsi per la Chiesa in senso missionario. Lo fonda il p. Dionisio Ferraro: già approvato dal vescovo il 6 settembre 1986, prende vita dopo il 1988 quando p. Dionisio torna da un servizio alla Pontificia unione missionaria nelle visite ai seminari italiani. Oggi il movimento ha un centinaio di aderenti da varie parrocchie soprattutto di Bissau, che si assumono impegni precisi di evangelizzazione. Lo slogan è «Bo Bai», («Voi andate» in criolo), negli incontri settimanali c’è preghiera, formazione missionaria e verifica degli impegni presi.
6) Il centro di spiritualità di Ndame. Nato da un'intuizione di p. Mario Faccioli e costruito dallo stesso e da p. Mario Baruffaldi, nel 1987 era pronto ad accogliere gli ospiti per esercizi e ritiri spirituali, congressi e incontri giovanili. Sorge fuori Bissau e comprende: chiesa centrale rotonda, le case di abitazione per padri e suore, dormitori, sale di riunione, cucina e refettorio, viali, cortili, orto. P. Mario Faccioli, allora vicario generale della diocesi, è andato ad abitarvi nel 1986. Nel 1990 viene con lui p. Leopoldo Pastori, morto il 26 maggio 1996, ricordato come un santo (55). Dal 1996 al 1999 il centro è stato affidato a frati francescani ed a suore dalla Colombia, poi ritorna ai missionari del Pime e alle suore oblate del Sacro Cuore (italiane e brasiliane).
7) Il catechistato diocesano a Mansôa. Dal 1994 è parroco a Mansôa il p. Paolo Iarocci, che ha realizzato un progetto antico, già tentato in varie missioni, ma finora senza continuità a livello diocesano. Si tratta di alcune costruzioni a 7 km. da Mansoa, con appartamenti di due stanze per famiglia, ma i catechisti e i loro familiari mangiano tutti assieme per creare una vita comunitaria. Nel febbraio 1997 sono entrate le prime sei coppie di sposi con i loro bambini. Il catechistato dura tre anni, i futuri catechisti si mantengono e guadagnano uno stipendio lavorando nei campi del catechistato (100 ettari) e con altre attività produttive. Gli insegnanti vengono da varie missioni. Le mogli seguono corsi di promozione femminile tenuti dalle missionarie dell’Immacolata.

Annuncio ai non cristiani: la missione di Suzana (1952-2000)

Come avviene in Africa il primo annuncio di Cristo ai non cristiani? Ecco l’esempio significativo della missione di Suzana tra i felupe, che in 48 anni ha avuto due soli parroci: Spartaco Marmugi (1952-1973) e p. Giuseppe Fumagalli (1973-2000). Il primo annuncio ai non cristiani avviene su richiesta dei villaggi pagani. Vogliono conoscere «il Dio dei cristiani» e invitano il missionario, che va, ascolta cosa dicono della loro religione e poi presenta Gesù Cristo, Figlio di Dio e Salvatore.

«Voi avete cercato Dio con una lampada accesa nel buio della notte — dice p. Fumagalli — ma quando sorge il sole che è Gesù Cristo, la lampada non serve più».

I felupe immaginano che dopo la morte il defunto va verso un grande fiume: sa che dall’altra parte c’è Dio, ma nessuno lo aiuta a passare il fiume, per cui Dio rimane «lo Sconosciuto». Fumagalli dice: «Gesù Cristo vi porta sull’altra sponda». Questa la catechesi di «primo annunzio» basata sulla Bibbia e il Vangelo, parlando subito di conversione a Cristo. L’inculturazione del messaggio, dice Fumagalli, viene in un secondo momento e la faranno gli africani stessi quando vivranno di Cristo: allora potranno ricuperare i loro valori tradizionali, tenendo presente che la cultura non è un museo da conservare tale e quale. È un popolo vivo che deve crescere, cambiare, andare avanti. La cultura felupe viene purificata dal Vangelo, cioè umanizzata.

«Il primo incontro con Cristo — dice p. Fumagalli — è una rottura con il passato, la tradizione, le proprie abitudini di vita: Gesù viene a portare una ‘‘vita nuova’’ ed a creare un ‘‘uomo nuovo’’. Gesù dice: ‘‘Convertitevi e credete al Vangelo’’ (Mc. 1,15). Sono le prime parole del Vangelo di Marco e io incomincio con quelle la mia catechesi: la novità di Cristo e la conversione».

Per giungere al battesimo è necessario un ‘‘cammino di fede’’, in tre tappe:
1) Il «primo annuncio», in una serie di incontri con il padre o con il catechista: si indagano i motivi che spingono l’individuo a chiedere l’istruzione religiosa e la sua situazione umana (sposato o no, se la famiglia è d’accordo, ecc.). Le due condizioni per compiere bene questa tappa sono: le preghiere tutti i giorni e la frequenza agli incontri col catechista. All’inizio non è importante che approfondiscano il contenuto dell’annuncio, ma che si esprimano bene raccontando a più riprese la storia del loro «cammino » umano e religioso; e capiscano che la vita precedente è stata una preparazione all’incontro con Cristo. Vengono fuori dei racconti interessanti, quasi da «Vecchio Testamento», con personalità simili ai patriarchi della Bibbia.
2) Pre-catecumenato. Quelli che mostrano più interesse e costanza nel venire alla missione per alcune settimane, si pongono davanti ad una scelta: se vogliono continuare in modo più regolare e ufficiale, debbono entrare nel pre-catecumenato. Si prendono i loro nomi e si danno dei tempi precisi di frequenza.
Questo è il periodo dell’istruzione religiosa, della catechesi, in cui i neofiti si distaccano dai loro iràn (spiriti) e si uniscono alla comunità cristiana. Essi entrano in contatto col messaggio cristiano: imparano le preghiere, conoscono le feste e la morale cristiana, vedono il comportamento dei cristiani, ecc. Sono posti davanti alla scelta della conversione, cioè rottura con la vita passata e inizio di una vita nuova. Qui cominciano le difficoltà: problemi matrimoniali, superstizioni e culto degli spiriti, la vendetta e il comandamento del perdono, educazione al bene comune e rottura del proprio egoismo personale, familiare, di villaggio... Il pre- atecumenato dura il tempo necessario per essere convinti di doversi convertire a Cristo: convinzione che viene con la preghiera e il tempo necessario.
3) Il catecumenato è il tempo di preparazione al battesimo e comporta una vera vita cristiana. Il battesimo non è l’atto che fa il cristiano, ma il sigillo di una vita già cristiana, che poi migliora, si approfondisce. Ma deve già esserci stata la conversione a Cristo, altrimenti diventa uno scherzo. Il catecumenato dura come minimo tre anni ed è tutta la comunità che deve responsabilizzarsi del cammino dei catecumeni.
Il problema di fondo delle Chiese africane è questo: cosa esigere per il battesimo? In alcuni paesi vicini al nostro, ad esempio in Senegal, dice p. Fumagalli, ci sono missioni che battezzano dopo sei mesi di catecumenato. Secondo me sbagliano. Il battesimo è una cosa seria, una rivoluzione profonda dell’esistenza, non un qualcosa che costa poco sacrificio e comporta solo alcuni formalismi esterni. Altrimenti ne scade l’immagine del cristianesimo.

«Nella formazione al battesimo e nella prima formazione cristiana — dice Fumagalli — io non uso catechismi ma le Lettere di s. Paolo, che per noi sono attuali. S. Paolo era il primo missionario che evangelizzava i popoli non cristiani: nelle sue Lettere noi troviamo la nostra stessa vita di Chiesa africana. Abbiamo impostato i corsi per catechisti sugli Atti e le Lettere di Paolo e poi tutta la pastorale si riferisce continuamente a quello che hanno fatto le prime comunità cristiane: anche tra i felupe siamo alle prime comunità cristiane.
I corinzi, i romani, i galati, gli efesini, tra i miei cristiani sono di casa: li citano e ne parlano tra loro, quando discutono sul come debbono comportarsi per essere seguaci di Cristo. Questo mi permette di presentare p. Marmugi e p. Andreoletti come i seguaci degli Apostoli inviati a fondare la Chiesa tra i felupe. Quando amministriamo i battesimi, partiamo dalle tombe di p. Marmugi e dei primi cristiani felupe nel piccolo cimitero cristiano di Suzana, e andiamo in processione alla chiesa. Il riferimento alle radici della nostra fede è continuo » (56).

P. Fumagalli continua raccontando come il battesimo e la vita cristiana cambiano in profondità i costumi dei felupe: la pace tra i villaggi, il rispetto della donna, un’esistenza più serena perché liberata dalla paura degli spiriti, l’impegno del lavoro e del risparmio per migliorare le proprie condizioni, il concetto del bene pubblico e dell’aiuto anche a chi non è del proprio villaggio o etnia. Per tutti questi motivi succede ancora oggi che i cristiani felupe sono a volte perseguitati (57).

La scelta delle aree culturali (1991)

Uno dei problemi difficili da risolvere per la missione in  Africa è quello delle lingue. A sud del Sahara si parlano circa 1.300 idiomi diversi, non dialetti ma vere lingue, con grammatica e dizionario propri anche se in gran parte non scritti. La lingua rappresenta l’anima e l’identità di un popolo, il mezzo espressivo più importante, il tesoro di tutte le tradizioni e memorie del passato.  Se il cristianesimo vuole incarnarsi in un popolo deve farlo nella sua lingua.
In Guinea, come in molti paesi africani, pochi missionari si sono dedicati finora allo studio delle lingue locali. Il Pime, secondo il suo carisma, ha avuto una certa attenzione alle culture, credenze religiose, costumi, lingue dei popoli, con una discreta produzione di grammatiche e vocabolari, traduzioni di testi biblici ed ecclesiali nelle lingue locali. Per rafforzare questa tradizione, nel 1991 il superiore generale p. Franco Cagnasso ha dato questo orientamento strategico: attenzione alle «aree culturali» e impegno dell’Istituto in alcune di queste aree. Ecco cosa dice padre Cagnasso (58):

«Visitando la Guinea nel 1991 ho visto che il clero locale cominciava ad aumentare e che venivano altri istituti. Ho pensato: tocca a noi del Pime, che nella nostra tradizione siamo sensibili al clero locale, aiutarlo ad inserirsi. Diciamo al vescovo che siamo disponibili ad andare dove lui vuole e non desideriamo rimanere in eterno dove siamo adesso. Così è stato nelle missioni dell’Asia: abbiamo lasciato ai preti locali le parrocchie e le opere fondate e siamo andati a ricominciare da qualche altra parte.
Però sorge un problema: non vogliamo diventare manovalanza generica, buoni per tappare i buchi, ma avere un compito specifico.
Storicamente, il Pime in Guinea è stato l’Istituto che s’è interessato di più delle lingue e culture. Manteniamo questa tensione, per dare alla diocesi un esempio missionario che aiuti ad inculturare il Vangelo. Quindi noi siamo a disposizione del vescovo, collaboriamo col clero locale, andiamo dove il vescovo vuole, ma creiamo un rapporto privilegiato di studio, di presenza apostolica in alcune aree culturali, con missionari che si specializzano in queste lingue e sono a disposizione del vescovo per evangelizzare quei popoli».

Dallo stimolo iniziale del 1991, è maturata gradualmente nella comunità del Pime la decisione presa nell’assemblea regionale del 25-27 aprile 1995 (59):

«Con votazione a maggioranza si è deciso di passare alla fase operativa, scegliendo come ‘‘aree culturali’’ con cui partire quella felupe (situata in Suzana) e quella balanta (situata a Mansôa). La decisione è stata poi affidata al superiore regionale che col suo consiglio prenderà le misure opportune per metterla in pratica».

L’Istituto quindi si è impegnato col vescovo a dedicare personale giovane per quelle «aree culturali», rimanendo, come in precedenza, a totale servizio della diocesi (60).

Studiare il balanta abitando in un villaggio con la gente

Il p. Davide Sciocco è in Guinea dal 2 novembre 1992 e fin dall’inizio si è impegnato nello studio della lingua balanta a Mansôa. Ecco la sua esperienza (61):

«Nei primi mesi, visitando le varie missioni ho visto che in genere il lavoro missionario si concentra fino ad oggi nei grandi o piccoli centri urbani (dove risiedono i missionari) con visite rapide nei villaggi dell’interno. Mi domandavo: questa gente da secoli vive seguendo regole e credenze proprie; noi missionari siamo portatori di una novità radicale, che, rispettando le culture, cambia dall’interno la vita. Che senso ha andare tra loro, nei loro villaggi, per un pomeriggio la settimana? Non ci accetteranno solo per facciata, per convenienza?
Mentre crescevano in me queste domande, con coraggio la comunità Pime mi destinò a Mansôa, pur essendoci maggiori urgenze altrove, per potermi dedicare allo studio della lingua e cultura balanta (l’etnia principale della Guinea) e tentare un vero inserimento nella cultura, lingua, mentalità, per annunziare Cristo in modo incisivo.
Ho subito cercato di stare il più possibile con la gente, ben oltre il tempo della catechesi. Sentivo il bisogno di conoscere i loro problemi, entrare in amicizia, creare fiducia reciproca, superando quella barriera che la storia ha innalzato tra bianchi e neri. Era importante che mi conoscessero nella vita di ogni giorno, per poter vedere nella pratica quella Parola che annuncio. Ho iniziato così a passare intere giornate nei villaggi, ‘‘perdendo tempo’’ con loro, chiacchierando, interessandomi dei piccoli problemi della vita quotidiana, partecipando alle loro gioie e feste, ai loro dolori e lutti, accettando di essere, per quanto possibile, uno di loro, mangiando anche con loro e come loro il poco che c’è (riso bollito, riso bollito, riso bollito con erbe cotte), abitando in una comune capanna: questo il primo passo per essere accolto come fratello, anche se tanto diverso.
Sin dall’inizio si è posto il problema della lingua: come essere fratello parlando una lingua (il criolo) che per molti è poco comprensibile e straniera? Per la maggioranza dei missionari è inevitabile visitare i villaggi con un traduttore sempre a fianco (che fa quel che può). Ma ho sentito che a me era chiesto qualcosa di diverso, almeno in questa etnia numerosa.Ho quindi iniziato a studiare il balanta. Ma come fare? Da dove iniziare? Al di là di lodevoli ma timidi tentativi, non c’è nulla di scritto, e non ci sono persone locali che sanno insegnare la loro lingua!
Sono cinque anni che, oltre alle tante altre cose che un prete deve fare, sto imparando il balanta, e ho tentato molte vie: ho cambiato vari ‘‘insegnanti’’, vivo due o tre giorni la settimana in un villaggio lontano da Mansôa per immergermi pienamente nell’ambiente, sto traducendo i testi che uso per la catechesi (poi servono anche ai catechisti locali), mi hanno pure dato un nome balanta che ha quasi soppiantato il mio... ma tante volte mi sento come Simon Pietro dopo quella notte passata senza pescare nulla. Ce la farò mai? Ho notato per esperienza diretta che se si vuol entrare nel cuore della gente, tentare un dialogo religioso e culturale, questo è possibile solo con la lingua nativa. Anche se mi costa e a volte mi scoraggio, credo che valga la pena continuare su questa strada.
Cosa mi sta insegnando questa esperienza? Anzitutto tanta umiltà, perché finora i risultati sono magri; è un campo che non dà quelle soddisfazioni che incontro in altre attività. Questo purifica la mia fede, mi obbliga ad andare alle fonti del mio essere missionario, cioè ‘‘mandato’’ da Cristo ai fratelli più poveri. È bello vedere piccoli segni di speranza, essere testimone di come il Vangelo è una forza di liberazione e di sviluppo: in questa esperienza a livello di piccolo popolo, si tocca con mano che il Vangelo cambia radicalmente la vita, valorizzando ciò che di positivo lo Spirito Santo aveva già seminato nei cuori. È una Pentecoste continua, ancora piccola, ma percettibile ed entusiasmante agli occhi della fede».

Quale futuro per il Pime in  Guinea-Bissau?

Nel gennaio 1998 (19-25) il Pime ha celebrato i suoi cinquant’anni di presenza in Guinea-Bissau con una «assemblea pan-africana» a cui hanno partecipato anche i membri dell’Istituto in Camerun e in Costa d’Avorio, e altri dall’Italia e dal Brasile: una cinquantina di missionari nella nuova casa regionale dell’Istituto a Takir, appena fuori Bissau, inaugurata appunto in quei giorni (62). L’assemblea e le celebrazioni dei 50 anni hanno coinvolto tutta la diocesi, con la partecipazione del vescovo e dei fedeli, dei sacerdoti locali e dei vari istituti religiosi presenti nel paese, come pure delle autorità governative. Secondo l’ex-superiore regionale del Pime in Guinea, p. Pedro Zilli, l’assemblea ha preso una decisione storica:

«Se qualche africano vuol entrare nel Pime, la possibilità c’è. Noi lavoriamo per fondare la Chiesa locale, quindi non abbiamo seminari nostri e non facciamo animazione vocazionale per l’Istituto. Ma se qualche giovane volesse diventare missionario nel Pime, si esaminerà positivamente la richiesta. Per me è stato il momento più importante dell’assemblea. È giusto che sia così. Dopo 50 anni di lavoro in Guinea-Bissau, il Pime merita di avere qualche africano e la Chiesa della Guinea, al punto di sviluppo in cui è arrivata, di avere missionari che vanno a portare Gesù Cristo in altri paesi e popoli».

I missionari si sono interrogati: quale futuro per il Pime in Guinea-Bissau? La risposta che sintetizza tutto il dibattito è questa: il Pime vuol restare fedele al suo carisma missionario, affrontando tre situazioni nuove e dando testimonianza alla Chiesa locale di impegno missionario «ad gentes».
1) Anzitutto, la diocesi di Bissau si può dire stabilmente fondata, anche se vive ancora in una situazione di missione: nonostante l’ancor limitato numero di sacerdoti (15) e religiose locali (8), ha 35 parrocchie (7 a Bissau) o missioni non ancora costituite in parrocchia e una certa abbondanza e incremento annuale di personale apostolico, almeno in confronto con le altre Chiese africane (63). Aumentano pure le strutture della diocesi: parrocchie, i due seminari (filosofia e teologia), curia, Caritas, centro di spiritualità, liceo, scuola di teologia per laici, catechistato, scuole, opere sanitarie, progetti di sviluppo, ecc. Il rischio, per il Pime, è di rimanere catturato dai molti servizi pastorali di una diocesi ormai fondata, il che potrebbe mortificare il carisma «ad gentes» dell’Istituto.
2) Il secondo rischio lo corre tutta la diocesi: più aumentano i cristiani e le «opere» diocesane (parrocchie comprese) e più, anche in Guinea-Bissau, si avverte il pericolo che corrono tutte le Chiese costituite: quello di chiudersi nella cura pastorale dei già battezzati non riservando più personale missionario per il «primo annunzio di Cristo» alle popolazioni che, non avendo possibilità di avvicinare le comunità cristiane, restano fuori della Chiesa. In Guinea-Bissau i cattolici sono circa 100.000 su più d’un milione di abitanti; su 18 tribù nel paese, Gesù Cristo è stato annunziato in modo visibile e consistente in non più di sei o sette (altre quattro sono islamizzate).
3) Infine, la Chiesa in Guinea-Bissau, impegnatissima com’è nel correre dietro alle emergenze pastorali e di promozione umana, rischia di trascurare il dialogo interreligioso e l’inculturazione, aspetti caratteristici e indispensabili della missione oggi, dopo il Concilio Vaticano II e la «Redemptoris missio». Inoltre, col diffondersi della scuola e delle due lingue veicolari (criolo e portoghese), le lingue delle singole tribù sono trascurate, non studiate dai missionari e non utilizzate dalla struttura ecclesiale. Molti cristiani si trovano quindi senza testi sacri tradotti nelle loro lingue (Bibbia, catechismo, testi liturgici, documenti della Chiesa, ecc.): così si allontana il progetto di «inculturare il Vangelo» in ogni popolo.

Il pensiero del vescovo sul Pime in Guinea

Mons. Settimio Ferrazzetta, intervistato a Bissau il 27 febbraio 1997, mi ha detto:

«Il Pime ha lavorato parecchio, soprattutto incarnando il suo carisma di presenza in situazioni di frontiera, aprendo parrocchie nuove. Una volta, partire da Bissau e andare a Suzana era un problema, andare a Catiò un disastro, ci voleva un grande spirito di sacrificio. Adesso tutto è facilitato. Credo che il Pime debba continuare ad incarnare questo carisma, perché proprio adesso vengono i risultati di quello che si è seminato... L’evangelizzazione qui è molto recente: 50 anni cosa sono? Dove però si è seminato, i frutti ora maturano. Questo è il momento più importante per l’evangelizzazione anche in città. Il Pime ha due parrocchie molto importanti a Bissau, che conta sette parrocchie ed altrettante in formazione. Se il Pime vuole, gli do tutte le sette nuove che devono essere iniziate.
La Chiesa qui in Guinea-Bissau non è affatto fondata: abbiamo un po’ di preti locali, ma pochi, ci sono ancora tanti popoli nuovi ai quali Gesù Cristo non è mai stato annunziato, villaggi e tribù che chiedono la presenza del sacerdote e della suora e non sappiamo chi mandare. La «prima frontiera» a cui va il Pime c’è ancora qui in Guinea: basta pensare alle isole Bijagòs, dove i trasporti sono difficili, il popolo vive chiuso nella sua isola. Se avessimo missionari da mandare in ogni isola, quei popoli si animerebbero e verrebbero i risultati.
Il Pime ha lavorato molto nelle zone di frontiera, dove ci voleva un vero spirito missionario; ma ha anche dato contributi essenziali alle linee formative e di fondazione della Chiesa: ad esempio fondando e portando avanti il seminario, la cui radice è proprio nel vostro Istituto; e poi il liceo diocesano, il catechistato, il centro artistico giovanile, il «centro di spiritualità» di Ndame, la Caritas, il «movimento missionario san Pietro»... Ma anche la «commissione diocesana per i catechisti», che ha avuto animatori del Pime: p. Giuseppe Fumagalli, p. Augusto Darci Alves, p. Paolo Iarocci».

P. Marco Pifferi, rettore del seminario diocesano, dice (64):

«Secondo me il contributo più importante del Pime alla Chiesa di Guinea è stato il seminario, la formazione dei preti diocesani e poi il loro avviamento alla vita pastorale nelle parrocchie. Il vescovo manda i preti diocesani nelle parrocchie del Pime, perché con noi si trovano bene. La storia della Chiesa negli altri paesi africani dimostra che uno dei problemi più gravi che nascono, man mano che aumenta il clero locale, è il rapporto fra sacerdoti diocesani africani e missionari venuti dall’estero. Spesso sono rapporti conflittuali per diversa mentalità e stile di apostolato, per il problema economico, per la difficoltà di convivere nelle stesse parrocchie. In Guinea questo ancora non succede perché il clero locale è giovane e scarso di numero. Ma il vescovo fa bene a disperdere i sacerdoti locali fra i missionari, in modo da educarci a questa convivenza. Credo che per  questo motivo il Pime sarà importante in Guinea anche in futuro».

La guerra civile: un anno di tragedia (1998-1999)

Dal 7 giugno 1998 al maggio 1999 in Guinea-Bissau ha infuriato, con varie e brevi interruzioni, una devastante guerra civile, che ha fatto fare al paese un balzo indietro di 25-30 anni! Tutto è nato dal contrasto fra il presidente João Bernardo Vieira («Nino») e il capo delle forze armate Ansumane Mané: quest’ultimo, accusato di vendere armi ai ribelli contro il governo di Dakar della regione di Casamance nel Senegal (confinante con la Guinea-Bissau), ha risposto accusando lo stesso presidente Nino e il ministro della difesa.
Creata una commissione parlamentare d’indagine, il presidente non si è presentato per rispondere alle accuse, ma ha deposto il generale Mané ordinando il suo arresto e nominando al suo posto il generale Humberto Gomes, già responsabile di aver eliminato altri oppositori. Vistosi perduto, Mané, sapendo che venivano  ad arrestarlo, si mette a capo della protesta dei militari in atto da mesi: malpagati o non pagati affatto, i militari avevano già manifestato contro la corruzione e l’inefficienza del governo.ì
Aderiscono perciò in modo massiccio al pronunciamento del generale Ansumane Mané: il 90% dei 6.500 uomini in armi della Guinea-Bissau si schierano con lui. Al presidente rimangono 400-500 uomini della sua guardia presidenziale e di corpi speciali.
João Bernardo Vieira (in forza del trattato di mutua assistenza) chiama in aiuto i militari del Senegal e della Guinea-Conakry: così scoppia la guerra civile, non per un colpo di stato ma per una protesta delle forze armate, in una situazione insostenibile. I militari senegalesi, entrati in Guinea pensando di avere a che fare con alcuni ribelli isolati da spazzar via in pochi giorni, si sono invece impantanati in una sanguinosa guerra di posizione contro un avversario militarmente preparato e una popolazione ostile. Dai 1.300 militari mandati inizialmente, il governo di Dakar è costretto ad inviarne 5.000, con gravi perdite di uomini, di materiali e di credibilità internazionale.
Mentre la Guinea-Conakry non si è impegnata nella guerra, il Senegal, aiutato dalla Francia, ha fatto un grande sforzo militare per un motivo di sicurezza nazionale: sperava di prendere alle spalle i guerriglieri separatisti della Casamance, la regione meridionale del Senegal dove fin dal 1982 il movimento indipendentista Mfdc (movimento delle forze democratiche della Casamance) si oppone con le armi al governo di Dakar. La Casamance è regione ricca ed evoluta, in cui vivono molti cattolici e lusitanofoni, mentre la grande maggioranza dei senegalesi sono musulmani e francofoni.
Gli osservatori sul posto concordano nel dire che se in Guinea non fossero intervenuti i senegalesi, il contrasto avrebbe potuto facilmente risolversi: Nino e i capi del suo regime, abbandonati ormai dal favore popolare, potevano ritirarsi in Portogallo o in Senegal, la Guinea avrebbe ricominciato con un nuovo governo. La guerra invece è continuata per mesi distruggendo anzitutto la capitale Bissau, i cui 350.000 abitanti sono quasi tutti fuggiti verso le campagne e i villaggi, dissestando anche il commercio, la produzione agricola, bloccando le scuole, l’assistenza sanitaria, i trasporti, le banche, ecc.

Un musulmano: «Ora sappiamo cos’è la Chiesa»

«La pochissima popolazione rimasta a Bissau è alla fame — fa sapere p. Giuseppe Fumagalli il 13 giugno. — Tutto è chiuso e non si può circolare. Chi è rimasto si è concentrato nelle periferie, come a Ndame e nella casa regionale del Pime a Takir. Lo spettacolo dei fuggitivi è desolante. Ci siamo spinti in direzione di Bissau incontro a chi fuggiva, per caricare vecchi, infermi, donne che avevano appena partorito e fuggivano dall’ospedale. Qualcuna ha partorito in risaia e poi l’abbiamo portata in salvo. Sono decine di migliaia di persone».

Il superiore regionale del Pime, p. Oscar Bosisio, riesce a mettersi in comunicazione con l’Italia il 19 giugno:

«Stanno bombardando mentre vi telefoniamo e gli spari fanno paura. Non sappiamo come sfamare le 5.000 persone ammassate nel cortile della nostra casa. Sono costretti a mangiare bucce di patata!». Il 24 giugno scrive: «La nostra residenza e il cortile sono pieni di gente. Il fetore è insopportabile, stanno morendo di fame. Non ho niente per sfamare questi poveretti. Ora c’è anche la malaria che sta uccidendo molti bambini. Fate qualcosa!».
«Bissau è un insieme di trincee. Non c’è luce, il gasolio è quasi finito. Le scuole non possono funzionare. Il pane è una rarità, lo zucchero lo sognamo di notte, i prezzi salgono ogni giorno. I giovani tentano la via della fuga e quelli di mezza età aspettano solo il riposo eterno».

Così dichiarava padre Dionisio Ferraro, parroco a Nostra Signora di Fatima in Bissau, rimasto coraggiosamente al suo posto durante tutta la guerra, per assistere le centinaia di profughi che si sono rifugiati in chiesa e negli edifici della missione, nell’illusione di sentirsi più protetti che nelle loro casupole o capanne. In ottobre p. Guerrino Vitali ha scritto:

«Il 26 luglio è stata firmata la tregua e il 27 luglio sono tornato a Bissau cercando di anticipare gli sciacalli. Che tristezza! La guerra ha fatto un po’ di danni, ma i ladri hanno fatto peggio. Adesso si vive nell’incertezza. Non si spara più ma i nervi sono tesi. Il paese è completamente paralizzato, economicamente e socialmente, in tutte le sue strutture...». Bissau, dicono altri testimoni nel giugno 1999, «dopo un anno di guerra civile e di saccheggi, è una città fantasma, eccetto dove c’era qualcuno che difendeva la casa. Di molte case non rimangono che i muri, hanno portato via tutto».

La Chiesa è apparsa, in questa come in altre circostanze, l’unica struttura a livello nazionale capace di aiutare un popolo umiliato e schiacciato dalla violenza: le missioni invase da maree di profughi e di povera gente che aveva perso tutto, gli aiuti che giungevano con difficoltà dall’estero (il Senegal aveva chiuso le frontiere e non lasciava passare nulla) distribuiti a tutti, senza alcuna distinzione. Il 13 luglio 1998 da Mansôa così scriveva il p. Davide Sciocco:

«Un musulmano mi ha detto: ‘‘Ora sappiamo cosa è la Chiesa, ora comprendiamo perché siete qui... Non potremo mai dimenticare quello che avete fatto, soprattutto perché non avete mai dato preferenza ai vostri, ma solo ai più deboli, cristiani, musulmani o di qualunque altra religione’’».

Il vescovo, mons. Settimio Ferrazzetta è apparso la personalità più rappresentativa delle aspirazioni popolari e del paese. Grazie ai suoi interventi coraggiosi il presidente Nino e il generale Mané hanno siglato vari accordi di tregua non durati a lungo. Sono intervenuti altri mediatori, soprattutto il Portogallo e i paesi lusofoni dell’Africa (Angola, Mozambico, Capo Verde) legati da accordi con la Guinea-Bissau; e poi la «Comunità degli stati dell’Africa Occidentale» (Cedeao) e vari organismi internazionali.
Il 2 novembre 1998 si firma un nuovo accordo di pace nella capitale della Nigeria, Abuja, secondo il quale si dovrebbero svolgere libere elezioni generali e presidenziali nel marzo 1999, garantite da osservatori internazionali. L’8 gennaio 1999 si è giunti ad un accordo sui ministri del governo provvisorio guidato da Francisco Fadul, esponente della giunta militare ribelle, ma il 31 gennaio 1999 la guerra riprende: proprio la domenica 31 gennaio, quando si doveva celebrare in cattedrale il solenne funerale del vescovo di Bissau, mons. Settimio Ferrazzetta, morto il 27 gennaio precedente a Bissau di infarto. La bara del vescovo è rimasta parcheggiata in cattedrale in attesa del funerale!
Ferrazzetta era tornato da due giorni a Bissau dopo un’operazione in Italia al femore. Abbreviando i giorni della convalescenza, si era affrettato a ritornare per continuare l’opera di pacificazione.

«Durante la guerra — testimonia p. Benedetto Borgato — era l’unica autorità accettata dal presidente e dagli insorti». P. Antonio Clari ha dichiarato alla Fides: «Era un vero pastore, stava sempre in mezzo alla gente. Nonostante l’età e gli acciacchi (stava scadendo per limiti di età) durante la guerra non si è risparmiato. Ha dato più di quanto il suo fisico gli permettesse perché la pace tornasse tra la gente della Guinea che amava tanto... Secondo diversi missionari, proprio il suo sforzo durante la guerra gli è costata la vita».

La pace e il funerale di mons. Ferrazzetta (18 marzo 1999)

Domenica 14 febbraio 1999, la visita a Bissau del commissario europeo per le emergenze Emma Bonino ha fatto incontrare per la prima volta nella capitale guineana, con risultati positivi, i capi delle due parti in conflitto, il Presidente Nino e il generale Ansumane Mané. All’uscita dell’incontro il presidente Nino ha dichiarato che c’è stato «un accordo su tutti gli aspetti della situazione, non solo in relazione alle garanzie di pace, ma anche a tutti i problemi relativi al disarmo delle truppe e alla loro sistemazione». Emma Bonino visita alcuni campi profughi presso Bissau e uscendo dal paese dopo una giornata di permanenza dichiara che

«la situazione umanitaria in Guinea-Bissau è un esempio tipico della pazzia dell’uomo. Ci sono migliaia di persone che rischiano la vita, a causa di una crisi che si potrebbe risolvere in poche ore. Oggi è il giorno opportuno per dire ai due contendenti che migliaia di loro concittadini sono in pericolo di vita e questo avviene per loro esclusiva responsabilità».

Il 17 febbraio 1999, nonostante varie riprese dei combattimenti, un nuovo incontro in Togo fra Nino e Mané, convocati dal presidente del Togo Eyadéma, presidente della Cedeao (la comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale), riapre le porte alla speranza. Infatti il giorno seguente, 18 febbraio, un battaglione di soldati senegalesi e uno di militari della Guinea Conakry lasciano la Guinea-Bissau e il 19 febbraio si insedia a Bissau il nuovo «governo di unità nazionale» di Francisco Fadul, in un’atmosfera distesa: arrivano i militari dell’Ecomog (la forza d’interposizione degli stati dell’Africa occidentale), che in tutto saranno 1.500, provenienti da Togo, Niger e Benin. L’assemblea nazionale fissa la data del 18 marzo per il funerale di mons. Settimio Arturo Ferrazzetta.
Per il giorno del solenne funerale quasi tutti i militari del Senegal sono partiti e il paese si può considerare in pace, anche se con danni enormi da riparare. Una folla straripante è accorsa a piedi e con ogni mezzo disponibile dalla capitale e dai villaggi: il rito funebre si è svolto nella piazza antistante la cattedrale, anche le vie adiacenti erano affollate da oltre 100.000 guineani, tra i quali numerosi musulmani e fedeli delle religioni tradizionali.
Al termine della cerimonia, mons. José Camnate, amministratore diocesano in attesa che venga nominato il nuovo vescovo, ha rivolto un appello alle autorità sanitarie internazionali perché intervengano rapidamente per fronteggiare l’epidemia di meningite che sta mietendo centinaia di vittime fra bambini ed adulti: è solo una delle tante emergenze in un paese semi-distrutto dalla guerra, nel quale non si sono seminati i campi e che quindi rischia presto una grave carestia!
Dopo altre vicende e brevi riprese della guerra, il 6 giugno 1999, nel I anniversario dell'inizio della guerra civile, il presidente Nino, rifugiato nell' ambasciata portoghese di Bissau, abbandona la capitale e si rifugia in Gambia e poi in Portogallo. Prima di partire firma due documenti in cui rinunzia alla presidenza e si dichiara disposto a subire il processo che la corte guineana vorrà intentare a lui per come ha agito da presidente del paese.
L'ultimo atto di questa tragedia nazionale è avvenuto il 18 novembre 1999, quando il Papa nomina vescovo di Bissau mons. José Camnate Na Bissign, il primo sacerdote della Guinea, nato il 28 maggio 1953 e ordinato sacerdote dal Papa nello stadio di Bissau il 31 dicembre 1981 (65). È il primo vescovo guineano, un uomo buono e benvoluto da tutti, segno di speranza per la rinascita del paese. Una grande risorsa per la ripresa viene dal popolo: la tragedia della guerra civile, dove molta gente ha perso tutto e decine di migliaia di persone anche la vita, non ha lasciato strascichi di vendette e di odio. In casi come questo si rivela l'animo buono di un popolo semplice, di grandi qualità umane, che perdona facilmente e sa ricominciare da capo.

«Ricostruire la Guinea partendo dall’uomo»

L’agenzia Fides ha chiesto a padre Oscar Bosisio, 36 anni, superiore regionale del Pime in Guinea: di cosa ha bisogno la Guinea-Bissau, per la ricostruzione e la rinascita di un popolo che vive schiacciato dalla miseria e dalle distruzioni? Ecco un estratto della lunga e profonda intervista (66).

«Per la rinascita della Guinea c’è bisogno di aiuti, ma soprattutto di ricostruire l’uomo. Questa guerra ha azzerato la condivisione, l’aiuto reciproco, la solidarietà. La disperazione ha portato la gente a fare cose che non avrebbe mai fatto in tempi normali. Una donna ad esempio, molto amica mia e della comunità, che era sempre stata buona, in quei mesi di fame è stata scoperta a rubare il poco riso di un’altra famiglia. Era una donna altruista, attenta, ma la perdita della casa e le continue fughe l’hanno stremata. Per vergogna se ne è andata via dalla missione. C’è nell’uomo una debolezza enorme che emerge quando è sotto pressione. Occorre perciò una ricostruzione dell’uomo. Poi, per quanto riguarda i danni materiali, ci serve praticamente tutto: a Bissau niente è rimasto in piedi.
— In tutti questi mesi, cosa ti ha dato la forza di resistere?
— In questi anni è cresciuto in me il desiderio di vivere in compagnia di Dio. In questi mesi di guerra la nostra decisione di rimanere è stata una scelta di fede e di amore: stare in compagnia dei locali per amore loro, per condividerne la sofferenza e testimoniare la solidarietà a coloro che ci hanno sostenuti con le preghiere e gli aiuti. Tutti coloro che erano in Guinea solo per un ideale umano, anche bello, ma solo dettato dalla generosità, non avevano motivi adeguati per rimanere e accettare di morire. Un cooperante, un volontario, non sono la stessa cosa di un missionario. In Africa ho visto volontari davvero generosi, che lavorano senza posa, ma la croce non è contemplata nel lavoro di un semplice volontario. La croce, come compimento e successo della vita, è abbracciata solo in un ambito di fede.
— Quali sono le responsabilità dei missionari in questo conflitto?
— Forse la Chiesa in Guinea-Bissau doveva essere più profetica.
È stata grande nel momento della guerra, ma non si è accorta di quanto stava succedendo, di cosa bolliva in pentola. Probabilmente, se ci fossimo svegliati prima, avremmo potuto lavorare perché non scoppiasse la guerra tra i militari. Ma questo è un giudizio a posteriori! C’erano le nuvole che annunziavano il temporale e nessuno se ne è accorto. Eravamo così presi dal nostro lavoro, spesso ridotto alla sopravvivenza, da vivere tutto in modo esasperato e senza cogliere i segni in pienezza. Io nella missione devo preoccuparmi del cibo, dell’acqua, della pompa, della luce, della macchina, aggiustare quello che si rompe... e alla fine della giornata si arriva esausti.
Talvolta mi sembra che in Africa si è presi dal lavoro per la sopravvivenza o dalla continua denunzia, c’è troppo poca contemplazione. Ciò non vuol dire rimanere immobili, ma avere una profondità tale da guardare la realtà come composta da un terzo attore, oltre a me e al «nemico». Così si rischia di perdere la dimensione mistica che ti fa vedere anche nelle cose storte la strada di Dio, che non allevia il peso del lavoro, ma ti dà pace nel farlo e una grande pazienza.
— Padre Oscar, dove va l’Africa?
— Guardando gli avvenimenti dell’ultima guerra in Guinea, bisogna dire che vi sono responsabilità a livelli diversi:
1) Il primo mondo sta usando l’Africa come pattumiera dei suoi magazzini di cose invendute. Per rinnovare i propri armamenti vende quelli vecchi. Per costruire armi nuove si vendono al terzo mondo, anche a basso costo, armi vecchie, perfino della seconda guerra mondiale. Si danno in mano a persone che non sanno usare dei mezzi potentissimi.
2) Anche da parte delle autorità locali c’è una responsabilità specifica. Noi offriamo la democrazia, ma una mentalità democratica è ancora lontana. Questo non per cattiveria, ma per inesperienza. I nostri presidenti hanno ancora una mentalità da capo villaggio, non da leader di una nazione. Un’altra responsabilità è l’ebbrezza che dà il potere. O uno ha coscienza del potere come servizio — ed è nostra responsabilità educare a questo — oppure lo gestirà da dittatore cercando di conservarlo il più possibile, anche a spese degli altri. Qualche missionario ha esaltato prima Amilcar Cabral, poi Luis Cabral, poi Bernardo Vieira e ora sembra schierarsi con i ribelli. Ma la Chiesa deve assumere sempre una posizione critica verso ogni potere.
3) Esistono  anche responsabilità del popolo. Noi abbiamo un’immagine positiva dell’africano: sorridente, generoso, capace di condividere col primo sconosciuto il pugno di riso che sta per mangiare. Ma nell’Africa c’è un paganesimo reale, non in senso negativo, ma come dato di fatto. Le qualità che l’africano possiede sono una necessità. Uno che si trova nella foresta può sopravvivere solo se è aiutato, se riesce a costruire rapporti solidali reciproci. L’essere solidale per l’africano, quindi, non è una scelta, ma una necessità. Se noi sbilanciamo gli equilibri, l’africano tanto pacifico diventa tanto violento. Finché c’è tranquillità, c’è pace; se vi è violenza, la risposta è la violenza. Questa è la radice del paganesimo».

 

 

NOTE

[1] Si veda il volume: DANIELE COMBONI: «Gli scritti», Emi, Bologna 1991, pagg. 2210. Sono conservate 37 lettere di Comboni a Giulianelli.
[2] La storia del Pime in Etiopia è raccontata da p. SETTIMIO MUNNO: «Nella terra del Negus», Pime, Milano 1967, pagg. 185.
[3] NELLO MARCUZZI, «Lettere di un missionario, Vita, opere ed esilio di padre Vincenzo Marcuzzi», Udine 1998, pagg. 348.
[4] ALBERTO MORELLI, «Perché il Pime non è tornato a Neghelli», «Il Vincolo», n. 95, gennaio-giugno 1969, pagg. 31-32.
[5] PIERO GHEDDO, «Una visita alla missione di Neghelli», «Il Vincolo», n. 95, gennaio-giugno 1969, pagg. 31-34.
[6] «Il Vincolo», n. 96, luglio-dicembre 1969, pag. 27.
[7] I padri Settimio Munno (capo missione), Spartaco Marmugi, Luigi Andreoletti, Efrem Stevanin, Arturo Biasutti, Filippo Croci e fratel Vincenzo Benassi (l’unico ancora vivente, missionario in Camerun dal 1972).
[8] Lettera al superiore generale dal Portogallo l’11 aprile 1947, AGPIME, XXXV-2, pagg. 5-6.
[9] Sulla storia della Chiesa in Guinea si veda il poderoso volume di HENRIQUE PINTO REMA, «História das Misso˜es católicas da Guiné», Editorial Franciscana, Braga 1982, pagg. 994. Sul Pime in Guinea vedi PIERO GHEDDO, «Missione Bissau. I 50 anni del Pime in Guinea-Bissau (1947-1997)», Emi, 1999, pagg. 460.
[10] «Memoria storica sulle origini del Pime in Guinea», testo dattiloscritto del 21 maggio 1996, di pagg. 17.
[11] La Guinea-Bissau (già portoghese), piccolo territorio in Africa occidentale, è estesa 36.115 kmq. Un paese pianeggiante sulle coste dell’Oceano Atlantico, attraversato da numerosi fiumi e bracci di mare che lo rendono ricco di acque (in parte però salate). Davanti alle coste della Guinea, una quarantina di isole incantevoli, le Bijagós. Il clima tropicale non ha le quattro stagioni, ma il tempo della siccità (ottobre-maggio) e quello delle piogge (maggio-ottobre). Nel primo periodo molti corsi d’acqua si riducono quasi a zero, tutto è secco e bruciato, ma il clima è più sano anche se molto caldo; nel secondo periodo le piogge fanno tornare verde il paesaggio e diminuire la temperatura, ma la malaria e altre malattie sono in agguato.
In Guinea si coltivano riso, mandioca, mais, miglio, cotone, arachidi, banane, palma da olio, cocco, arance, limoni. Estese le foreste vergini. La fauna, oltre agli allevamenti di bovini e il mare molto pescoso, comprende gli animali esotici africani: coccodrilli, rinoceronti, pantere, leoni, gazzelle, scimmie di vario genere, ecc. Numerosi i rettili di ogni specie e, durante la stagione delle piogge, una moltitudine di insetti, fastidiosi veicoli di malattie per uomini e animali.
I guineani si suddividono in una quindicina di tribù: balanta (24,8%), fula (20,2%), mandinga (12,2), manjaco (10,6), papeis (10), mancanha, felupe, bijagòs, baiote, ecc. La crescita demografica è stata, dal 1988 al 1993, del 2,1% l’anno e la popolazione guineana, secondo il censimento del 1991, era di 983.367 abitanti (cifra inferiore alla realtà); i musulmani sono circa il 30%, cioè 350-400.000 (tra i fula ed i mandinga), i cattolici 100.000. Il 60% dei guineani appartengono alle religioni africane tradizionali.
[12] Lettera da Farim il 7 aprile 1948, AGPIME, XXXV-5, pag. 13.
[13] Da Bafatà, 11 novembre 1949, AGPIME, XXXV-2, pag. 63.
[14] Secondo la «Mapa da situação religiosa da Guiné Portuguesa referente al 1948» (AGPIME, XXXV-3, 197).
[15] AGPIME, XXXV-3, pagg. 163-175.
[16] AGPIME, XXXV-1, pagg. 37-41.
[17] Il 25 gennaio 1950 p. Spartaco Marmugi scrive a Milano (AGPIME, XXXV-5, pag. 58): è impossibile fare qualsiasi lavoro, per mancanza di permessi e di soldi; dopo due anni che si trova a Farim a fare quasi niente, si sente diminuire le forze fisiche e la voglia di lavorare... «Non me la sento di morire qui senza aver fatto nulla nella mia vita».
[18] Era stato 15 anni (1935-1950) padre spirituale al Seminario missionario portoghese di Cucujães, un istituto missionario di clero secolare come il Pime, acquistando solida fama di predicatore in Portogallo.
[19] Il catechismo insegnato dal missionario e da suoi catechisti preparati, invece di fidarsi solo dei «catechisti» governativi; non battezzare finché non c’è garanzia di vita cristiana (a Suzana i primi battesimi si amministrano 18 anni dopo l’inizio della missione!); il missionario deve interessarsi di elevare il livello di vita del suo popolo e dare esempio di lavoro manuale (orto, costruzioni, ecc.), che i portoghesi consideravano «poco dignitoso» per un sacerdote, ecc.
[20] Nel 1959 viene inviato a fondare una nuova missione nel New Mexico (Stati Uniti).
[21] AGPIME, XXXV-1, pagg. 169-195.
[22] ANTONIO GRILLO, «I miei balantas», Pime, Napoli 1988, pagg. 64.
[23] AGPIME, XXXV-2, pag. 1149.
[24] AGPIME, XXXV-2, pag. 1151.
[25] P. Cammilleri è espulso dalla Guinea il 19 luglio 1972, accusato di amicizia con i guerriglieri e di opposizione al Portogallo: ad esempio, aveva rifiutato di celebrare una messa di suffragio nell’anniversario della morte di Salazar, presidente e dittatore del Portogallo dal 1932 al 1968.
[26] Quelli del Pime erano 15 nel 1971, 23 più due laici nel 1976, 27 nel 1979.
[27] Il p. Lino Bicari aveva scelto di andare con i guerriglieri in Guinea-Conakry (gennaio 1974) e poi era entrato in Guinea-Bissau nei «territori liberati» svolgendo propaganda radiofonica per il partito. Dopo l’indipendenza viene nominato alto funzionario del ministero dell’educazione, incaricato degli internati. Il volontario Fabrizio Persico lo segue nel servizio all’educazione.
[28] Il p. Alberto Zamberletti, con il volontario Carlo Carrara, sono assunti dal ministero della sanità per un servizio in foresta: organizzano l’assistenza sanitaria nel Boé (la regione più isolata della Guinea), fondando centri e formando operatori sanitari. I padri Pedro Belcredi e Maurizio Fioravanti offrono allo stato le strutture della missione di Catiò, servendo l’organizzazione scolastica statale. Non mancano altri esempi simili che il partito vedeva con favore.
[29] AGPIME XXXV-7, cart. 9, n. 2. Si veda il fascicolo di «Vivant Univers», Padri Bianchi, Namur, mars-avril 1977, pagg. 56 (AGPIME, XXXV-7, Cart. 2, n. 9), interamente dedicato alla Guinea-Bissau e a Capo Verde.
[30] Si pensi alle gravi responsabilità dell’Europa democratica, che, dopo aver oppresso i popoli africani con un colonialismo di rapina e senza prepararli all’indipendenza, ha poi approvato e finanziato tutte le dittature africane: il cosiddetto «terzomondismo» era giunto anche a teorizzare che, in questa fase storica dell’Africa, la dittatura (naturalmente se «di sinistra»...) è la via più rapida allo sviluppo... mentre si è rivelata ovunque la via più sicura al sottosviluppo!
Nell’ubriacatura ideologica degli anni sessanta, settanta e ottanta, tutte le dittature africane e del terzo mondo che inalberavano la bandiera del «socialismo» sono state esaltate da riviste, associazioni e gruppi impegnati ad aiutare i poveri del «terzo mondo» (compresi non pochi ambienti missionari): la realtà di questi regimi non interessava, bastava l’etichetta «di sinistra». E chi andava a vedere sul posto e scriveva le cose che vedeva, era denunziato come «fascista» e «finanziato dalla CIA»...
[31] Nato nel 1955, ordinato sacerdote nel 1984, laureato in teologia alla Gregoriana nel 1993 con la tesi «L’Humanité du Christ, Essai d’étude christologique pour une evangélisation du peuple Mancagne», univ. Gregoriana, Roma 1993, pagg. 171. La citazione alle pagg. 35-36.
[32] Fratello di Amilcar Cabral, padre della patria e fondatore del Paigc (Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde) nel 1956.
[33] JOHANNES AUGEL e CARLOS CARDOSO, «Transição democrática na Guiné-Bissau », Inep, Bissau 1996, pagg. 264 (la citazione alle pagg. 43-44). Il prof. Augel è docente di sociologia dello sviluppo nell’università di Bielefeld in Germania, Cardoso è stato co-fondatore dell’INEP nel 1984.
[34] Più avanti il prof. Augel dà altri dati catastrofici (pag. 49 del testo citato): la mortalità infantile è circa il 246 per mille (nei paesi industrializzati il 16 per mille, in quelli in via di sviluppo il 104 per mille); solo l’8% dei bambini che incominciano la scuola elementare giungono alla fine dei quattro anni obbligatori; nelle campagne, gli insegnanti elementari spesso hanno fatto solo i quattro anni di scuola elementare...
[35] Nel nord del paese la spiaggia di Varela sull’oceano era utilizzata al tempo dei portoghesi per il turismo di funzionari, militari e loro famiglie. Dopo l’indipendenza, una ditta milanese ha costruito a Varela una trentina di casette di lusso con tutti i servizi centrali: anche questo villaggio non è mai servito a nulla. Tutto abbandonato, distrutto, arrugginito, spogliato, pieno di erbacce alte quanto un uomo.
[36] Quando si parla, per i paesi poveri, di «debito estero» bisogna aver presenti anche queste situazioni molto comuni.
[37] Anche i progetti in campo agricolo e di allevamento animali fanno a volte la stessa fine. A Bissorã gli svizzeri hanno varato un progetto portando delle vacche da latte. Sono morte tutte. Ne hanno portato altre tentando l’incrocio con vacche locali. Sopravvivono, ma danno solo 1-2 litri di latte al giorno: non c’è l’erba adatta alla produzione di latte!
[38] Intervistato a Bissau il 27 febbraio 1997.
[39] Intervistato a Farim nel gennaio 1988. Vedi: PIERO GHEDDO, «Guinea-Bissau, viaggio alle radici», «Mondo e Missione», maggio 1988, pagg. 171-190 (la citazione alle pagg. 176-177).
[40] P. MARMUGI si stabilì tra i felupe nel 1952 e il posto amministrativo dei portoghesi a Suzana data dal 1940. Prima non c’era occupazione coloniale del territorio dei felupe e anche dopo, fino agli anni sessanta (quando scoppiò la guerra di liberazione), i portoghesi avevano solo un controllo generale delle zone di confine. I felupe vivevano ancora secondo la loro tradizione.
[41] Intervistato a Suzana nel gennaio 1988. Vedi: «Africa: il Vangelo felupe», «Mondo e Missione», ottobre 1988, pagg. 531-550 (la citazione alle pagg. 533-538). L’intervista è del 1988, la situazione quindi è migliorata.
[42] Attualmente si sta costruendo a Bissau il seminario maggiore che incomincerà a funzionare nell’anno scolastico 1998-1999 (oggi i chierici guineani vanno a studiare nel seminario di Dakar).
[43]
Intervistato a Bissau l’11 febbraio 1997. P. Pifferi è giunto in Guinea il 20 aprile 1989.
[44] Intervistato a Bissau il 25 e 26 febbraio 1997.
[45] AGPIME, XXXV, Scat. 7, Cart. 10, n. 33.
[46] AGPIME, XXXV-6, pag. 874.
[47] H.P. REMA, op. cit., pagg. 898-900.
[48] H.P. REMA, op. cit., pag. 899.
[49] Il centro artistico giovanile è giunto poi ad assistere 250 giovani che vivono del loro lavoro.
[50] Rilasciata a p. Gheddo a Bissau. Don Camnate è stato consacrato a Bissau secondo vescovo della città il 12 febbraio 2000.
[51]
Come già si è visto nei capitoli precedenti, prima dell’indipendenza l’esigenza di «piani pastorali» o di linee pastorali comuni era molto scarsa. L’evangelizzazione era impostata su metodi tradizionali e l’annunzio ai non cristiani veniva fatto soprattutto attraverso le «scuole missionarie».
[52]
AGPIME, XXXV-3, pag. 1561.
[53]
Lettera del 29 settembre 1979 a p. Mauro («Ufficio aiuto missioni», Milano), AGPIME, XXXV-6, pag. 971.
[54] «Un programma cristiano nella società», Intervista di ROSANGELA VEGETTI a mons. Settimio Ferrazzetta, «Mondo e Missione», giugno-luglio 1980, pagg. 412-413.
[55] PIERO GHEDDO, «Padre Leopoldo, il missionario-monaco di Ndame», Pime, Milano 1988, 32 pagg. a colori, con la sua biografia, testimonianze sulla sua santità e molte fotografie.
[56] P. Fumagalli così continua: «Se in Italia si sospettasse la ricchezza del cammino catecumenale, lo si adotterebbe subito. Non appartengo al movimento neo-catecumenale, si possono discutere le forme di realizzazione, ma l’intuizione di fondo è giusta: è la riscoperta del valore del battesimo di cui anche la Chiesa italiana ha bisogno. Mi risulta che il cammino neo-catecumenale causa delle scoperte sconvolgenti nelle anime».
[57] Si veda: PIERO GHEDDO, «Missione Bissau, I 50 anni del Pime in Guinea-Bissau (1947-1997)», Emi, Bologna 1999, specialmente i capitoli VIII, IX e X.
[58]
Intervistato a Roma il 15 febbraio 1998.
[59] Si veda la relazione del superiore regionale della Guinea, p. Pedro Zilli, all’XI Assemblea generale del Pime (Ariccia, Roma, 18 giugno — 22 luglio 1995), in «Quaderni di Infor-Pime», n. 55, novembre 1995, pagg. 99-109.
[60]
In conseguenza di questa scelta e per potenziare con altro personale le due «aree culturali» di Suzana e Mansôa, nel 1997 il Pime si è ritirato (d’accordo col vescovo) dalle due parrocchie più antiche, Bafatà e Farim, passandole al clero locale, dopo aver avviato alcuni sacerdoti africani ad assumerne la guida.
[61]
Testo dattiloscritto mandatomi da p. Davide nell’aprile 1998.
[62] Si veda il fascicolo «Panafricana Pime, gennaio 1998», «Quaderni di Infor-Pime», n. 59, aprile 1998, pagg. 125.
[63] Nel 1998 sono presenti in Guinea: 6 congregazioni maschili e 18 femminili; 255 persone consacrate: 123 uomini (vescovo, 67 preti — di cui 17 sacerdoti guineensi — 15 fratelli, 31 seminaristi maggiori, 9 volontari laici dall’estero) e 132 suore, di cui 9 guineensi (annuario diocesano di Bissau del 1998).
[64] Intervistato a Bissau l’11 febbraio 1997.
[65] Dal 1991 al 1997 ha ricoperto la carica di vicario episcopale per la pastorale. È stato poi parroco di Bafatà e dalla morte di mons. Ferrazzetta amministratore apostolico di Bissau. È consacrato vescovo a Bissau il 12 febbraio 2000.
[66] Fides, 15 gennaio 1999.