PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

XVI. In Camerun con la diocesi di Treviso (1967)

La missione di Ambam al Pime e alla diocesi di Treviso (1967)
Anche la diocesi di Corno in Camerun col Pime
La parrocchia di Etoudi nella capitale Yaoundé (1972)
Le missioni di Guidiguis e Toulum fra i tupurì al nord (1974)
«La missione di Ambam è ancora molto giovane»
La «procura» a Yaoundé e il lavoro pastorale a Etoudi
La delegazione del Camerun diventa regione nel 1985
Un nuovo campo di lavoro nel nord: fra i guizigà (1989)
Lavoro tra i ragazzi di strada a Yaoundé (1991)
Presenza tra i fulbé musulmani del nord
Testi biblici e liturgici in tupurì
Lavoro linguistico e culturale fra i tupurì

XVI

IN CAMERUN CON LA DIOCESI DI TREVISO
(1967)

La missione del Camerun nasce da una richiesta di mons. Celestino Nkou, venuto in Europa alla ricerca di missionari, dopo la sua consacrazione a primo vescovo di Sangmélima il 2 giugno 1963. Il card. Pietro Agagianian, prefetto di Propaganda Fide, gli indica il Pime. Ma intanto nel gennaio 1964 muore il superiore generale p. Augusto Lombardi e il vicario p. Morelli può solo rispondere che presenterà la richiesta al Capitolo del 1965.

La missione di Ambam al Pime e alla diocesi di Treviso (1967)

Appena eletto superiore generale, nell’aprile 1965 mons. Pirovano informa mons. Nkou che il Capitolo l’ha incaricato di esaminare la sua proposta, perché il Pime ha in progetto di aprire una seconda missione in Africa, oltre a quella della Guinea-Bissau. Intanto, la diocesi di Treviso si è messa in contatto col vescovo di Abomey in Dahomey (attuale Benin) per aprire una missione diocesana e chiede la collaborazione dei missionari del Pime. Scartato il Dahomey dopo un viaggio di mons. Pirovano, si giunge così alla visita in Camerun di Pirovano con mons. Pietro Guarnier, vicario generale di Treviso, nell’agosto 1966. Il vescovo di Treviso, interrogata la sua diocesi, si rende disponibile alla missione in comune col Pime.
Seguono mesi di contatti per giungere ad una convenzione «triangolare», firmata il 20 novembre 1966 dal vescovo di Treviso, da mons. Pirovano e dal vescovo di Sangmélima, con la quale mons. Nkou affida al Pime ed a Treviso la missione di Ambam. Fra Treviso e il Pime si stabilisce di agire uniti in tutto: i missionari formeranno un’unica équipe. I primi quattro destinati al Camerun giungono a Parigi nel dicembre 1966 per studiare il francese: due del Pime (p. Giovanni Belotti e p. Giorgio Granziero, ambedue reduci dalla Birmania) e due di Treviso: don Mario Bortoletto e don Angelo Santinon.
Il 29 giugno 1967 i quattro ricevono il crocifisso nella cattedrale di Treviso dalle mani del vescovo e il 25 agosto giunge in aereo in Camerun p. Belotti, capo della missione, per una prima visita e accordi con mons. Nkou; il 27 novembre seguente arrivano in nave gli altri tre che vanno anche loro ad Ambam per studiare la lingua locale.
La missione di Ambam, 270 km. a sud della capitale Yaoundé, eretta in parrocchia nel 1945 (e curata dai padri spiritani francesi), ha un’estensione di 7.129 kmq. (la Liguria kmq. 5.420) in ambiente equatoriale africano: foreste lussureggianti, sentieri e strade in terra battuta, piantagioni di caffè e di cacao, capanne africane di paglia e legno. 30.000 gli abitanti dispersi in numerosi piccoli villaggi: 20.000 sono protestanti, 5.000 cattolici (con 900 catecumeni) e 4.000 animisti. Nel 1967 le Chiese protestanti, giunte nel sud Camerun molto prima dei cattolici, stavano passando dai missionari stranieri al clero locale, che visitavano poco i villaggi. Quando i missionari cattolici incominciano ad offrire un’assistenza religiosa regolare, molti frequentano chiese e comunità cattoliche.
Essendo la missione vastissima e avendo il vescovo affidato ai quattro italiani anche la missione di Mevus rimasta senza prete (1), i quattro missionari, pur abitando assieme al centro missione, si suddividono le «piste» in foresta per visitare ogni villaggio almeno tre-quattro volte l’anno (alcune «piste» raggiungono i 170- 180 km.). Ad Ambam hanno trovato una grande chiesa che richiede un radicale rifacimento, la casa dei padri e un «Collegio» di scuola media (70 alunni) funzionante in tre capannoni, con una casa in muratura per i maestri. Il personale della missione è costituito da 79 catechisti, 23 insegnanti per 10 scuole elementari e 1.000 alunni. Bisogna costruire la casa per le suore, un dispensario medico, il catechistato, cappelle e altre strutture nei villaggi.
Il parroco di Ambam e superiore della missione, p. Giovanni Belotti, scrive (2):

«Il 17 dicembre 1967 arriviamo ad Ambam e la gente ci accoglie in un tripudio inverosimile. Il calore dell’accoglienza ci è di buon auspicio per il nostro lavoro, ci incoraggia... Col 1o gennaio 1968 comincia la vita prosastica della scuola: studio più studio più scuola fatta bambinescamente dal nostro professorello di lingua: quindi noia più stanchezza più nervosismo. Anche le relazioni col sacerdote locale diventano molto tese... Alla domenica p. Belotti esce col motorino per visitare alcune comunità, a volte arriva a casa infangato fino ai capelli e rimorchiato da qualche compassionevole camionista. La pista africana è traditrice: sembra bella, ma se ti sorprende un acquazzone la fanghiglia blocca il motorino. Il motore funziona ma le ruote sono bloccate come in una morsa di cemento armato...
In marzo p. Belotti si addestra all’apostolato facendo una tournée col sacerdote africano. Si visita l’infame pista degli elefanti. Alcuni villaggi non vedevano il prete da sei anni, ma sembra fossero più interessati alla caccia degli elefanti che al catechismo dei ragazzi. Mikumu è l’ultimo villaggio visitato: 200 km. in macchina, 100 km. a piedi. Strade pessime, noiose le paludi da attraversare, bella la foresta, poetica la traversata in piroga, ma lo stato spirituale delle diverse comunità è pietoso: concubinaggio, diversi apostati, cappelle che stanno in piedi per misericordia, catechisti concubinari... Anche il metodo usato nelle visite mi sembra antidiluviano: molte chiacchiere, niente catechismo, poche preghiere, nessun battesimo».

Anche la diocesi di Como in Camerun col Pime

Il lavoro per i quattro missionari non manca: visite ai cristiani dispersi, insegnamento della religione nelle  scuole, preparazione dei catecumeni al battesimo, formazione dei catechisti, sistemazione dei matrimoni, assistenza ai malati e ai poveri, corsi di formazione per i giovani, ecc. Le costruzioni necessarie sono fatte rapidamente, grazie agli aiuti che vengono soprattutto da Treviso. Anche le scuole elementari della missione aumentano: nel 1970 erano 15 con 1.500 alunni e 34 insegnanti. A Treviso l’entusiasmo per la missione africana è alle stelle. Il vescovo ne parla spesso, il settimanale diocesano pubblica lettere e foto di missionari, si raccolgono aiuti e si moltiplicano le visite alla missione. Nel periodo natalizio del 1968 e del 1969 vanno in Camerun il direttore dell’ufficio missionario diocesano incaricato della diocesi per la missione di Ambam, mons. Raimondo Squizzato, accompagnato dal rettore del seminario del Pime a Treviso-Preganziol, p. Silvano Zoccarato.
La collaborazione fra il Pime e Treviso ha interessato la diocesi di Como, anch’essa orientata ad assumere una missione in Camerun. Il 16 dicembre 1968 mons. Pirovano scrive a p. Belotti (3):

«... Veniamo ad un altro problema. Si tratta dei sacerdoti di Como e anche di laici e laiche che desiderano venire a lavorare in diocesi di Sangmélima associandosi a noi sull’esempio di Treviso. Ho detto che in linea di massima non ci sarebbero difficoltà a creare un gruppo (Como e Pime) per lavorare assieme in una parrocchia contigua ad Ambam, in modo da formare quasi un solo nucleo operativo. Discuterò più a fondo la cosa col vescovo».

Il 19 settembre 1969 mons. Nkou assegna alla diocesi di Como la missione di Bimengue, dov’è già un prete comasco, don Gianni Allievi, al quale dovrebbe unirsi presto p. Piergiorgio Cappelletti, missionario del Pime di Como (4), che giunge in Camerun con p. Francesco Munno il 7 aprile 1970. Poco dopo arriva un altro sacerdote di Como, don Luciano Bozzi, destinato dal vescovo padre spirituale al seminario diocesano di Ebolowa. In seguito alla sua morte prematura per infarto (30 maggio 1972), il vescovo di Como mons. Ferraroni chiede al Pime di aiutare i suoi sacerdoti. P. Belotti da Ambam risponde che se è un aiuto temporaneo sono pronti a darlo, se invece è un aiuto continuato, bisogna studiare e firmare un accordo di collaborazione, come con Treviso.
Dopo tre anni dall’inizio, p. Belotti, secondo l’accordo di collaborazione tra Pime e Treviso che prevedeva una rotazione del superiore tra l’Istituto e la diocesi veneta, dà le dimissioni e nel novembre 1970 viene nominato capo missione don Angelo Santinon di Treviso. All’inizio del 1971 arrivano in Camerun p. Silvano Zoccarato e don Davide Giabardo di Treviso, in dicembre p. Elio Comarin e nell’ottobre 1972 fratel Vincenzo Benassi, dopo 25 anni di Guinea-Bissau.
Nell’ottobre 1971 viene firmata una convenzione «triangolare» tra Pime, Treviso e missionarie dell’Immacolata, che si impegnano nella missione di Ambam. Le prime due suore giungono il 30 novembre 1971, alle quali se ne aggiungono altre quattro il 3 giugno 1972: viene loro affidato il dispensario medico di Konofonossi, il centro di formazione femminile, l’educazione sanitaria e la collaborazione con i missionari nella catechesi e nel collegio parrocchiale. Il 29 luglio 1972 le suore entrano nella loro nuova casa ad Ambam e subito iniziano un corso di economica domestica con un grande numero di donne iscritte.

La parrocchia di Etoudi nella capitale Yaoundé (1972)

Fin dall’inizio i missionari di Ambam avevano previsto di assumere una parrocchia a Yaoundé, come punto di appoggio per i viaggi che dovevano fare nella capitale del Camerun. L’arcivescovo mons. Jean Zoa affida al Pime la parrocchia di un quartiere in piena espansione (Etoudi) con una ventina di villaggi rurali. Negli anni settanta la missione di Etoudi ha una superficie di 180 kmq., con una popolazione cristiana di 6.500 fedeli riuniti in quattro comunità: Etoudi centro con quattro villaggi, Soa con tre villaggi, Nguso con tre villaggi e Nkol Ndobo con otto villaggi. In tre centri ci sono le chiese, ma «l’immensa chiesa di Etoudi è in condizioni tali da sembrare una stalla piuttosto che una casa della preghiera». La parrocchia comprende anche un convento di clausura di carmelitane (15 suore), una scuola elementare con 600 ragazzi, un’altra per ragazze altrettanto numerosa di cui si occupano le suore africane; un collegio tecnico per ragazze e un altro collegio costruito dai parrocchiani di Etoudi e diretto da un prete africano.
I missionari entrano in parrocchia il 30 gennaio 1972: p. Francesco Munno, parroco, e p. Giorgio Granziero, vice-parroco e procuratore, con l’aiuto di fratel Vincenzo Benassi. Nel giugno 1972 giunge a Etoudi il p. Francesco Carnevale Garè, da più di trent’anni insegnante e superiore di seminari del Pime in Italia: si adatta bene alla missione africana e lavora con intelligenza e passione. P. Munno scrive (5) che oggi in Camerun

«la parola d'ordine è di formare un laicato che si prenda la responsabilità di animare la fede del popolo cristiano. Il nostro scopo è di fare in modo che i cristiani diventino adulti nella fede... I preti saranno sempre più apostoli ci nel vero senso della parola, cioè animatori itineranti, che vivificano sul loro passaggio le varie comunità e lasciano l'organizzazione e molte altre cose alle cure dei laici... La prima tappa che mi sono proposto è di formare quattro gruppi di laici animatori, interessandoli ai problemi della fede e dello sviluppo economico. Prepariamo corsi di formazione catechistica e teologica... Per ora quello che chiedo a questi gruppi è di animare il culto domenicale in assenza del prete, assenza che è predisposta e voluta perché tutti incomincino a convincersi che la domenica è un giorno di preghiera sociale: tutti debbono partecipare anche se il prete non c'è... Ogni comunità ha una corale abbastanza ben organizzata con strumenti musicali propri e un ricco repertorio di canti in lingua propria. In settimana i gruppi dei laici responsabili si riuniscono per discutere e meditare sui testi liturgici e le preghiere della domenica e per scegliere i canti adatti. Ogni lettura ha il suo lettore e colui che è incaricato di fare la predica raccoglie le riflessioni degli altri amici e legge anche il Vangelo... Una volta al mese tengo il ritiro spirituale separatamente alle quattro comunità...».

La parrocchia di Etoudi ha varie associazioni laicali e gruppi di Azione Cattolica, ciascuno con i suoi ritmi di preghiera comunitaria, incontri, riflessioni, impegni pastorali e di aiuto ai poveri. In parrocchia sono solo tre sacerdoti del Pime, coadiuvati da fratel Benassi e da diverse congregazioni di suore. Sui tre sacerdoti pesano molte responsabilità:

«Il volume di lavoro che sto mettendo su è abbastanza serio e importante — scrive ancora p. Munno — ma sono contento vedendo che anche i miei cristiani se ne rendono conto e si rimboccano le maniche per lavorare responsabilmente alla conservazione e allo sviluppo della fede nei loro fratelli e per aiutarli a stare meglio economicamente».

Le missioni di Guidiguis e Touloum fra i tupurì al nord (1974)

Dal 1967 al 1972 il Pime ha lavorato in Camerun praticamente tra cristiani (almeno battezzati). La preoccupazione di andare ai non cristiani, secondo il carisma dell’Istituto, era già presente in diverse lettere di mons. Pirovano ai suoi missionari. Nel gennaio 1972 i padri Granziero e Comarin visitano il Camerun dell’ovest, la regione di Bafoussam abitata dai bamileké, dove ci sono molti non cristiani. Ma vedono che il clero locale è numeroso e non sembra richiedere missionari stranieri. Nel dicembre 1972 i padri Angelo Lazzarotto e Franco Cagnasso, da poco eletti nella direzione generale del Pime (il primo come consigliere, il secondo membro della segreteria), visitano il Camerun e si spingono nelle regioni del nord, dove trovano popoli non cristiani e una Chiesa locale disposta a ricevere missionari. Una terza visita nel nord è quella dei padri Comarin e Cappelletti (26 giugno — 26 luglio 1973), che incontrando il vescovo di Yagoua, mons. Charpenet, oblato di Maria Immacolata, ricevono proposte interessanti di lavoro fra i non cristiani (6).
Mons. Charpenet scrive poi a mons. Pirovano (7), proponendo al Pime vari campi di lavoro. Nell’ottobre seguente (12-18) il superiore generale è in Camerun e con p. Zoccarato vanno al nord ad esaminare le proposte del vescovo: il 4 dicembre 1973 Pirovano comunica a mons. Charpenet che il Pime è disposto a collaborare tra i non cristiani della sua diocesi (8).
Così incomincia la missione nel nord Camerun: il 12 marzo 1974 p. Zoccarato è il primo che si mette a servizio della diocesi di Yagoua. Si ferma a Touloum per studiare le lingue locali e poi va a iniziare la missione di Guidiguis, mentre la direzione generale destina altri tre missionari per il nord Camerun, che giungono nell’ottobre 1975: p. Mario Frigerio, p. Gianfranco Vianello e don Giovanni La Pastina, della diocesi di Vallo di Lucania (Salerno) «associato al Pime». Nel nord si formano così due centri: uno affidato al Pime, Guidiguis, con Zoccarato e La Pastina; l’altro, Touloum, con padre Marcel D’Alverny, O.M.I., fondatore della missione, e i padri Vianello e Frigerio come aiutanti; ambedue missioni fra i tupurì, solidi lavoratori nei campi, abili nel costruire le capanne e nell’intrecciare la paglia.
Siamo in un ambiente quasi totalmente pagano, anche se il nord Camerun è più islamizzato del centro-sud. Ma l’islam è penetrato nell’etnia dominante, i fulbé, mentre i tupurì, fieri delle loro tradizioni, della loro lingua e dei costumi, hanno rifiutato la dominazione e cultura islamica e si stanno avvicinando al cristianesimo.
Il Pime assume questa missione al nord in un tempo propizio, all’inizio dell’evangelizzazione: la diocesi di Yagoua è stata costituita solo il 29 gennaio 1973 (la prefettura apostolica l’11 marzo 1968). Nel nord Camerun i pagani diventano cristiani o musulmani. Quando si tratta di atti ufficiali e chiedono a quale religione uno appartiene (è costume segnare la religione di appartenenza), l’interessato risponde: musulmano o cristiano. L’emigrazione dai villaggi verso la vita moderna, sradicandoli dal villaggio, li dispone ad avvicinarsi alla Chiesa o alla comunità islamica, perché nelle due religioni organizzate ritrovano in qualche modo quei legami di amicizia e di solidarietà che costituiscono il tessuto sociale della vita di villaggio.
P. Zoccarato arriva un anno dopo la fondazione della diocesi, agli inizi di una Chiesa: nel 1974 i tupurì erano circa 150.000 nel Camerun del nord (e 50.000 in Ciad), dei quali 2.000 cattolici e un numero equivalente protestanti, gli altri aderenti alla religione tradizionale africana. A Guidiguis, dove p. Silvano ha fondato la prima missione, non c’era nessuna struttura di Chiesa, solo alcune famiglie cristiane isolate, visitate dal p. Marcel D’Alverny: non avevano ancora ricevuto dal capo villaggio musulmano il permesso di riunirsi per la preghiera. Guidiguis infatti era un villaggio abitato principalmente dai fulbé islamizzati, ma con molti tupurì nelle campagne intorno. Zoccarato così racconta l’avventura di come ha iniziato a Guidiguis (9):

«Mi sono inserito nel villaggio come uno di loro, diventando amico di tutti: volevo vivere la loro vita nei limiti possibili ad un europeo, limiti di salute, di mentalità, di ritmi quotidiani... Non diventerò esattamente come loro e non sarebbe nemmeno bene che lo diventassi, altrimenti dove andrebbe a finire lo scambio culturale? L’importante è presentarsi come amico, interessato ai problemi del villaggio, andare a trovare tutti, imparare la loro lingua, stare ad ascoltarli lunghe ore con pazienza: la virtù più essenziale qui in Africa per un missionario è la pazienza, il non arrabbiarsi mai!
Nell’ottobre 1974 mi sono stabilito a Guidiguis presso un catechista di nome Simon: ho costruito con l’aiuto dei cristiani il mio ‘‘boukarou’’ (capanna di terra e paglia) e per Natale avevo già un altro ‘‘boukarou’’ per i miei ospiti. Quando sono andato a trovare il capo-villaggio per dirgli che ero ospite di Simon, mi disse subito di non costruire in ‘‘duro’’ (cioè in muratura) senza permesso. Gli dissi che non avrei fatto nulla senza il suo permesso, che è tardato mezzo anno, ma intanto io sono diventato amico di tutti a Guidiguis, cristiani, musulmani e pagani.
All’inizio ho evitato che mi si inquadrasse nello schema classico delle missioni cristiane. Infatti tutti mi dicevano: adesso tu farai un dispensario medico e verremo a farci curare da te, fonderai una scuola e vi manderemo i nostri bambini, distribuirai caramelle ai bambini, vestiti agli adulti... Io non volevo entrare in questo schema: non che sia un schema sbagliato, ma volevo tentare qualcosa di nuovo. La mia esperienza è riducibile a poche idee: l’evangelizzazione per me non è stata né predicazione né aiuto ai poveri, ma amicizia e dialogo con tutti.
Anche non sapendo la loro lingua, basta farsi vedere in giro, andare a trovare i malati, i lebbrosi, i vecchi, i moribondi, i bambini; andare al mercato centro della vita sociale, aiutare tutti, fermarsi a chiacchierare col vecchio e con la donna, col capo e col lebbroso allo stesso modo. Ho lavorato i miei campi piantando il miglio, mi sono costruito la casa come tutti, andavo a prendere acqua, studiavo la lingua tupurì e al mattino celebravo la Messa nella mia capanna di fango, da solo o con qualche cristiano. Alla sera andavo a bere la birra da chi mi invitava e stavo ad ascoltare per ore i loro racconti, le loro leggende e miti, le chiacchiere che gli africani fanno, interminabili, durante le quali si crea un senso di amicizia profonda, di fraternità che in Italia non conosciamo, tutti presi come siamo dalla smania di fare in fretta, di produrre, di essere efficienti...».

«La missione di Ambam è ancora molto giovane»

L’8 dicembre 1975 il capo villaggio di Guidiguis dà a p. Zoccarato

«un bellissimo terreno, alto, con l’acqua, fertile anche se un po’ isolato dal villaggio, per costruire la missione. La Messa di Natale del 1975 l’abbiamo celebrata su quel terreno, sotto un albero, ringraziando Dio e Maria della grazia ricevuta. Qualche cristiano piangeva di commozione...».

Oggi, 25 anni dopo, la missione di Guidiguis è ancora formata dalle sei capanne di paglia e fango che c’erano nel dicembre 1976: al centro la «casa della preghiera», poi la cucina e sala da pranzo e le abitazioni dei padri e per gli ospiti. La Chiesa è ben fondata nella dimensione umana del villaggio e della tribù.
Il 1° ottobre 1976 mons. Pirovano si incontra a Vicenza con don Aldo Orlandi, direttore dell’ufficio missionario diocesano incaricato dal vescovo della missione in Camerun, alla presenza del vicario generale di Treviso mons. Pietro Guarnier: Vicenza accetta la missione di Zoetele, assegnata dal vescovo di Sangmélima, e chiede l’aiuto del Pime e della diocesi di Treviso; il Pime mette a disposizione un missionario (10).
Il 6 ottobre 1976 la direzione generale del Pime erige la delegazione missionaria (11) del Camerun con superiore p. Giovanni Belotti; e «delibera, dopo accordi presi con la diocesi di Vicenza, di collaborare con la stessa in un nuovo distretto della diocesi di Sangmélima», incaricandone il p. Piergiorgio Cappelletti. La fondazione della delegazione indica l’importanza del cammino fatto dall’Istituto in quasi vent’anni di Camerun ed è un invito a rivedere gli impegni assunti secondo il carisma del Pime. Si apre il dibattito che ha fasi alterne e non pochi contrasti. Il p. Belotti così scrive (12):

«La missione di Ambam è ancora molto giovane. È vero che la zona di Ambam è quasi interamente cristiana nel senso che pochi sono i non battezzati, ma l’evangelizzazione è stata scarsa (‘‘pagani battezzati’’?). I battesimi di massa del periodo coloniale hanno creato una moltitudine di neofiti che il cristianesimo ha appena sfiorato. Perciò non credo sia facile dimostrare che la missione di Ambam non è zona missionaria...
Gli 8.000 cattolici di Ambam, meno di un terzo della popolazione, sono dispersi in piccole comunità tra la maggioranza protestante, divisi in diverse Chiese non sempre in buona armonia, anzi in forte contrasto. La nostra équipe ha affrontato il problema ecumenico fin dai suoi inizi: dividendoci il lavoro si era incaricato uno che pensasse specialmente alle relazioni con i non cattolici. Nei momenti difficili e di lotta nella Chiesa presbiteriana, si è cercato di fare la parte dei conciliatori. Abbiamo creato una nuova mentalità tra gli stessi nuovi cristiani, si sono fatte riunioni ecumeniche di preghiera, per cui oggi le relazioni tra noi e le altre Chiese sono buone.
A otto anni dal nostro arrivo, mi pare che la nostra presenza ad Ambam sia conforme alle scelte del Capitolo (13), non solo per le ragioni suddette: il clero indigeno è scarsissimo e i padri dello Spirito Santo diminuiscono continuamente, tanto che diverse missioni sono ora senza pastore».

P. Belotti continua dimostrando che Ambam ha caratteristiche di vera missione ad gentes. Ma, alla fine degli anni settanta, i missionari in Camerun esprimono queste richieste alla direzione generale (14):
1) Ad Ambam è troppo preponderante la presenza del Pime e si auspica un aumento della presenza di Treviso. 2) Si potrebbero consegnare alla diocesi e al clero locale alcune missioni della parrocchia meglio organizzate. 3) Gradualmente venga ridotto il personale del Pime ad Ambam, per aumentare la presenza del Pime fra i non cristiani al nord.
4) Ad Etoudi si fa «un servizio missionario ad una giovane Chiesa». Qualora il vescovo lo creda opportuno, i padri sono disponibili per un altro servizio in diocesi, più missionario.
Il p. Fedele Giannini, nuovo superiore generale (1977-1983), si affretta a rispondere al vicario generale di Treviso mons. Pietro Guarnier, che gli aveva chiesto se «il Pime intende lasciare la missione di Ambam», per assicurarlo che non è questa l’intenzione dei missionari (15). Dopo aver notato che il numero dei missionari ad Ambam sembra superiore alle necessità p. Giannini aggiunge:

«I padri di quella missione hanno sempre accarezzato la prospettiva che l’Istituto estendesse di più la propria attività nelle regioni del Nord-Camerun, dove già lavora un esiguo gruppetto di confratelli. In questo contesto vedo la disponibilità dei nostri di Ambam a partire per il Nord Camerun, senza peraltro voler mettere in dubbio la permanenza del Pime ad Ambam, insieme ai sacerdoti della diocesi di Treviso».

La «procura» a Yaoundé e il lavoro pastorale a Etoudi

Nel febbraio 1978 il vescovo di Treviso, mons. Antonio Mistrorigo, visita la missione di Ambam, accolto da manifestazioni di entusiasmo e di riconoscenza da parte delle popolazioni dei vari villaggi visitati (16). All’inizio del 1979 ad Ambam ci sono cinque missionari del Pime: Giovanni Belotti, Giorgio Granziero, Piergiorgio Cappelletti (che nel 1980 va nella missione del nord), Carlo Scapin e Gianfranco Vianello (gli ultimi due impegnati nel collegio e tra gli studenti); e tre di Treviso: Mario Bortoletto, Mario Beltrame e Davide Giabardo (che si dedica in particolare agli handicappati), con un volontario laico associato al Pime, Nello Centomo. Cinque le missionarie dell’Immacolata, impegnate nella promozione femminile, dispensario, lebbrosario, catechesi e collegio.
Dall’8 al 25 giugno 1979, il superiore generale p. Fedele Giannini visita il Camerun e raduna i missionari del Pime a Yaoundé per discutere la presenza dell’Istituto. Dal dibattito risulta che (17) si ritiene valido il lavoro ad Ambam, fermo restando l’impegno prioritario fra i non cristiani: infatti p. Giannini ritorna in Italia con un «Progetto per iniziare una presenza nell’area guiziga» (18).
La visita del superiore ha portato serenità nei rapporti fra i missionari di Etoudi e quelli di Ambam, a proposito della «procura » nella capitale, che non ha strutture né personale sufficiente e pesa sui tre padri (Munno, Carnevale Garè, Ilario Bianchi) e il fratello Benassi, già impegnati a fondo in una grande parrocchia.
Nel luglio 1979, i missionari di Etoudi sintetizzano in una lunga lettera la storia della parrocchia (19), alla quale si è aggiunta la parrocchia di Melen Baaba affidata al Pime dall’arcivescovo di Yaoundé:
— Etoudi è vasta 180 kmq. con circa 15.000 abitanti, quasi tutti battezzati, dispersi in quattro centri comunitari con chiesa e una ventina di villaggi oltre al centro cittadino;
— Melen Baaba (assunta dal Pime nel 1973) ha più di 200 kmq. con 3.500 persone in trenta villaggi nella «brousse» (boscaglia).
Solo per visitare con regolarità questi villaggi e comunità ci vorrebbe il doppio di preti. Cinque volte l’anno (Natale, Pasqua, Corpus Domini, Assunzione e Cristo Re) i fedeli di tutta la parrocchia si riuniscono nella grande chiesa di Etoudi (lunga 60 metri e larga 20): si sono calcolati circa 5.000 fedeli presenti alla Messa di Natale, fra grandi e piccoli.

«Non potete avere un’idea — scrive p. Francesco Munno (20) — quanto i miei cristiani sono capaci di pigiarsi stando seduti sui banchi. Molti sono in piedi fin fuori le porte. La chiesa sembra scoppiare e la temperatura all’interno è sui 40 gradi. La Messa dura non meno di due ore. La presenza alla Messa è sentita e fervorosa, con preghiere, canti e danze al ritmo dei ‘‘balafon’’. Sembra essere il frutto di tutto il lavoro pastorale che noi facciamo capillarmente alla base».

In questo gravoso impegno pastorale, la «procura» di Etoudi è un’etichetta senza strutture né personale. Nel cortile della casa parrocchiale si sono costruite 5 stanzette per i missionari di passaggio, ma la parrocchia non può offrire altri servizi: a Yaoundé vengono molti oltre a quelli del Pime, sacerdoti di Treviso, Como e Vicenza, missionarie dell’Immacolata, volontari laici delle varie missioni, turisti italiani, missionari italiani dal Ciad e dal Centro Africa... L’arcivescovo offre al Pime un ettaro di terreno per costruirvi la sua procura, staccata dalla parrocchia, ma l’Istituto dubita di restare a lungo a Etoudi, parrocchia ormai evoluta in centro città: i missionari premono per andare fra i non cristiani.
Nel luglio 1980 diventa parroco di Etoudi il p. Ilario Bianchi, mentre p. Munno è eletto superiore regionale della regione meridionale d’Italia. Nel marzo 1981 arriva in Camerun il p. Amelio Crotti, di 68 anni, già missionario in Cina e ad Hong Kong, poi direttore del centro missionario Pime di Milano e segretario nazionale della Pontificia unione missionaria del clero. Viene con l’intenzione di rimanere almeno un anno a servizio della missione di Ambam. Sei mesi dopo è richiesto dalla direzione generale per un servizio di animazione missionaria a Treviso (21).

La delegazione del Camerun diventa regione nel 1985

Il 25 settembre 1981 la direzione generale nomina superiore del Pime in Camerun il p. Carlo Scapin, direttore del collegio parrocchiale di Ambam. Nasce il problema di come collegare il sud col nord Camerun: è più facile comunicare con Roma che non fra due punti del paese distanti fra loro 1.300 chilometri. I missionari protestano per la nomina di p. Silvano Zoccarato rettore del seminario teologico del Pime a Milano, togliendolo da un impegno tra i tupurì essenziale per la diocesi di Yagoua (Zoccarato dirigeva il centro di formazione per i catechisti a Dubané, 9 km. da Guidiguis).
Il nord riceve la visita del superiore p. Scapin e del suo consigliere p. Carnevale Garè dal 17 al 27 febbraio 1982: le missioni del Pime al nord, con la partenza di p. Zoccarato, sono veramente in difficoltà e aspettano nuovo personale. Il vescovo di Sangmélima, mons. Celestino Nkou, propone (25 maggio 1982) di dividere la missione di Ambam in tre: Ambam, Ma’an e Olanze. Tutti giudicano questo progetto come un logico sviluppo del lavoro fatto dal Pime e da Treviso ad Ambam: la parrocchia ormai si è fortificata, sono aumentati i cristiani ed i villaggi da visitare, le opere da curare. Ma sia il Pime che Treviso non intendono impegnare più personale di quanto ne hanno ad Ambam. Lasciano quindi il problema al vescovo, se ha disponibilità di altro personale (22). Nel 1985 il vescovo incomincia a costruire, con i contributi della diocesi di Treviso, le chiese e le case parrocchiali ad Olanze ed a Ma’an, in attesa di costituirle come parrocchie separate da Ambam. Intanto p. Cappelletti è andato al nord nel 1980, p. Belotti in Italia nel 1981 e p. Vianello nel 1983 (ambedue richiamati per animazione missionaria); p. Scapin ha dovuto invece rimpatriare nel 1983 per malattia. Ad Ambam, con p. Alberto Sambusiti, nel 1984 è venuto il p. Rino Porcellato.
Dal 1980 p. Giorgio Granziero è stato parroco (per tre anni) a Melan, nella diocesi di Sangmélima, dove lavorano anche le missionarie dell’Immacolata; poi a Elig-Edzoa, parrocchia dell’archidiocesi di Yaoundé non lontana da Etoudi, facendo comunità con i padri di Etoudi, dove dal settembre 1984 è tornato il p. Francesco Munno come vice-parroco, terminato il suo periodo di superiore regionale a Napoli.
Nel 1985 si decide di costruire a Yaoundé una casa dell’Istituto per procura, studio e riposo: ma rimane un progetto non realizzato. Nella parrocchia di Etoudi, p. Ilario Bianchi deve tornare in Italia e lo sostituisce come parroco p. Francesco Munno. Il 10 ottobre 1985 muore p. Francesco Carnevale Garè, grande esempio di come si possa, anche in età non più giovanile, rendere un buon servizio alle missioni (partì per il Camerun nel 1972 a 56 anni). È il primo defunto dell’Istituto in Camerun.
Il 12 marzo 1985 la delegazione del Camerun è eretta in regione e il 19 marzo la direzione generale approva l’elezione di p. Alberto Sambusiti a superiore regionale, avvenuta durante l’assemblea regionale a Ngaundéré dal 5 all’8 febbraio, alla presenza di p. Severino Crimella, consigliere della direzione generale per l’Africa.

Un nuovo campo di lavoro nel nord: fra i guizigà (1989)

Nel 1987 si celebrano i vent’anni del gemellaggio fra Pime e diocesi di Treviso per la missione di Ambam. Vi hanno lavorato 9 sacerdoti di Treviso (più un chierico), 10 missionari del Pime, 15 missionarie dell’Immacolata, 10 volontari laici tra i quali due coppie di sposi (23). La collaborazione è stata positiva e i due enti rinnovano per cinque anni la convenzione che li lega allo sviluppo di Ambam (25 aprile 1988), scaduta allo smembramento della parrocchia di Ambam in tre parrocchie. Il 16 febbraio 1989 muore in ospedale ad Ebolowa il p. Giovanni Belotti, in seguito alle numerose ferite riportate in un incidente stradale, al ritorno dal servizio domenicale in una cappella. Ad Ambam sono rimasti, con tre sacerdoti di Treviso, p. Rino Porcellato col chierico del Pime Giovanni Bassorini (diventato poi sacerdote e oggi in Camerun).
P. Silvano Zoccarato, ritornato in missione dopo il servizio al Pime come rettore del seminario teologico a Milano, è eletto superiore regionale (25 marzo 1989) e presenta al Capitolo generale del Pime di quell’anno (a Tagaytay nelle Filippine) un’ampia relazione sulla presenza dell’Istituto in Camerun:
— Ambam: dopo la morte di p. Belotti si pensa di lasciare gradatamente Ambam per andare in luoghi meno evangelizzati.
— Yaoundé. Nel maggio 1988 si è restituita la parrocchia di Etoudi all’arcivescovo: il regionale p. Sambusiti e fratel Benassi sono andati in una casa in affitto; ad essi si è aggiunto nel 1988 p. Fabio Bianchi. Si decide di restare a Yaoundé come casa regionale e procura delle missioni, per aiutare la diocesi in compiti specializzati e poter accogliere i missionari del Pime e i sacerdoti «Fidei donum» di Treviso, Como e Vicenza, oltre a volontari laici e altri missionari italiani anche dei paesi vicini, che vengono spesso nella grande città di Yaoundé.
— Touloum, Guidiguis, Dubané. Due parrocchie e il centro per catechisti nella zona dei tupurì, una delle etnie più importanti del nord Camerun, con i padri Cappelletti e Zoccarato a Guidiguis e Dubané, Flavio Piccolin e Maurizio Bezzi a Touloum ed a Kalfù (dove insegnano religione alla scuola superiore statale). I padri Frigerio e Parietti sono in Italia per studi di specializzazione.
— Nel 1980 i padri Giuseppe Malandra e Giovanni Malvestio vanno a Tahay con i missionari francesi O.M.I. per imparare la lingua dei «guiziga» e aprire un nuovo campo di lavoro per il Pime. Dopo tre anni di attesa, Malandra ha ottenuto otto ettari di terreno a Moutourwa ed ha costruito, con p. Giovanni (più tardi è giunto p. Agostino Mundupalakal, indiano del Pime, in Camerun dal 1987 a 1992), la casa per i padri e le attrezzature della missione: costruzione importante perché sulla strada principale del nord Camerun fra Garoua, Maroua e la frontiera col Ciad, che è diventata posto di accoglienza per missionari, suore e volontari italiani del nord Camerun e del Ciad.
Sempre secondo la relazione di padre Zoccarato al Capitolo del 1989, a Moutourwa lavorano i padri Antonio Michielan e Giovanni Malvestio, il quale ha aperto la missione di Zouzoui nel 1983, rendendo abitabile la casa del padre e costruendo la cappella; a Zouzoui, centro amministrativo della regione guiziga (25 km. da Moutourwa), c’è p. Danilo Fenaroli. Le due missioni sono all’inizio e richiederebbero altri missionari, anche perché i francesi delle missioni vicine si sono ritirati per mancanza di personale.
Dopo il 1989, a cui si riferisce la pagina precedente, nel corso degli anni novanta, un’opera importante iniziata da padre Danilo a Mouda (missione di Zouzoui), è il centro di accoglienza «Betlemme », dove lavorano una coppia di sposi dell’ALP (Associazione laici Pime), Aldo e Simona Parisi, che in Camerun hanno già avuto due figli, Gioele e Noemi. Lui metalmeccanico e lei bancaria, hanno abbandonato l’Italia per vivere questa esperienza di assistenza a persone emarginate: handicappati fisici e mentali (isolati e nascosti per vergogna); bambini orfani, in genere ospitati da zii e nonni, ma sfruttati e maltrattati senza poter accedere alla scuola; vedove che sono accolte e prestano un buon servizio: hanno sfidato la tradizione, rifiutandosi di diventare proprietà del fratello del marito defunto. I coniugi Parisi scrivono (24):

«I bambini accolti attualmente sono una trentina. Coloro che presentano handicap fisici, oltre a frequentare la scuola del villaggio, seguono la fisioterapia al centro, che provvede anche ad eventuali interventi chirurgici. Gli handicappati mentali sono intrattenuti al centro con fisioterapia e giochi pedagogici secondo le potenzialità di ciascuno. Durante l’anno tutti hanno periodi di rientro nella famiglia di origine, tranne alcuni casi di totale rifiuto da parte della famiglia.
La seconda realtà del centro è quella della formazione con una serie di laboratori aperti ai giovani del territorio portatori di handicap e non (sono circa un centinaio). I laboratori comprendono falegnameria, meccanica, tintura, cucito, ricamo, scultura in legno, tessitura, lavorazione del cuoio e dei ‘‘puzzle’’ in legno, oltre ai corsi di agricoltura, igiene, educazione civica e gestione domestica. Inoltre il centro è dotato di una fattoria ed un frutteto che, oltre ad essere di aiuto economico, sono soprattutto un aiuto e livello formativo e terapeutico.
Noi ci siamo inseriti in questa seconda realtà seguendo i vari laboratori e una scuola materna che abbiamo avviato a maggio 1999 per i bimbi del centro e dei villaggi vicini. Oltre a noi ci sarà anche un’altra famiglia che da due anni si trova in un’altra missione del Pime e da poco ci ha raggiunti al centro di Mouda per occuparsi dei bimbi da 0 a 2 anni con handicap o problemi di malnutrizione. Paolo e Donatella, questi i loro nomi, hanno tre bambini: Nicolò di 8 anni e Jacopo di 5, più Mahai di 18 mesi che stanno adottando. Abiteremo in un cortile insieme alle famiglie locali che accolgono i bimbi al centro e questa sarà una nuova esperienza anche per noi. Il nostro desiderio più grande? Tra le mille nostre debolezze, aprire sempre più il nostro cuore e il nostro tempo ai più poveri del Camerun, in un clima di quotidiana condivisione».

Lavoro tra i ragazzi di strada a Yaoundé (1991)

La missione di Ambam è stata riconsegnata alla diocesi il 30 luglio 1995 (25) e p. Carlo Scapin così la descrive in quel momento (26):

«La missione di Ambam si presenta ora ben organizzata e in piena espansione: le comunità sono cresciute di numero e di vivacità, condotte da catechisti ben preparati, consigli parrocchiali attivi, con corali e associazioni ormai autonomi. Le cappelle di paglia sono state sostituite da costruzioni solide; al centro di Ambam il collegio intitolato al beato Charles Lwanga si fa onore per numero di alunni, risultati e la fanfara; gli edifici sono rinnovati e la bella chiesa in muratura, opera dei primi cristiani negli anni cinquanta, ha un tetto nuovo e riparazioni varie. Si pensa pure a iniziare una scuola tecnica, per la quale si costruiscono già le sale. Non manca neppure un centro per handicappati motori e più tardi sorgerà anche un foyer per gli studenti; e poi un laboratorio di meccanica e uno di falegnameria».

Il vescovo di Sangmélima mons. Jean Baptiste Ama ha scritto una lunga e cordiale lettera di ringraziamento a mons. Paolo Magnani vescovo di Treviso ed a p. Franco Cagnasso superiore generale del Pime. P. Zoccarato ricorda i risultati positivi che ha prodotto il «gemellaggio» del Pime con Treviso, che si è poi esteso ai Fidei donum di Como e di Vicenza nel sud; e l’aiuto dato ad altri sacerdoti diocesani di Milano e Saluzzo nel nord; oltre all’ospitalità per questi ed altri missionari e missionarie italiani nella casa del Pime a Yaoundé (27).
Fra gli italiani in Camerun si è creato un buon rapporto di amicizia e di aiuto vicendevole, rafforzato dall’incontro annuale nelle «settimane teologiche dei missionari italiani» che si svolgono in giugno a Yaoundé, sotto la direzione di rinomati teologi e biblisti: Bruno Maggioni, Bruno Forte, Gianni Colzani, Antonio Marangon, ecc.
A Yaoundé, dopo la consegna della parrocchia di Etoudi al clero indigeno nel 1988, il vescovo l’ha divisa in otto parrocchie affidandone una ancora al Pime: Ngousso, dove l’Istituto ha costruito nel 1996 la sua casa regionale (a 500 metri dalla chiesa parrocchiale). Yaoundé è radicalmente cambiata negli ultimi trent’anni. Quando il Pime assumeva Etoudi (1972), la città aveva 300.000 abitanti, oggi circa un milione e mezzo; prima era una città di battezzati (il sud Camerun e l’etnia locale degli ewondo sono i più cristianizzati del paese), oggi è in maggioranza abitata da pagani e musulmani. L’apostolato locale rientra quindi pienamente nel carisma del Pime.
Al primo parroco di Ngousso, p. Alberto Sambusiti, succede nel 1991 il p. Fabio Bianchi che trova aiuto in due giovani padri impegnati in altri servizi alla diocesi: p. Maurizio Bezzi e p. Marco Pagani; dall’ottobre 1995 è tornato in Camerun dopo cure e impegni in Italia il p. Carlo Scapin, anche lui assegnato a Ngousso, dove pure lavora fratel Vincenzo Benassi (anni novanta nel 1999!).
La parrocchia ha circa 10-15.000 abitanti, di cui 5.000 cattolici e 400-500 catecumeni. Attorno al nucleo dei cattolici si sta formando un movimento di persone che avvicinano la Chiesa anche per motivi sociali: nella grande miseria che attanaglia il popolo dopo un decennio di crisi economica, la parrocchia è uno dei pochi punti di riferimento per i più poveri, con le sue iniziative assistenziali e caritative: dispensario, gruppo Caritas, il movimento di C.L., assistenza ai giovani e ai malati, cooperative per lavori a livello di popolo (allevamento di conigli e di polli, gruppi di donne che si uniscono per iniziative produttive, le «tontines», casse di risparmio di associazione)...
Il p. Maurizio Bezzi, in Camerun dal 1987, ha lavorato prima nel nord e dal 1991 è a Yaoundé dove si è subito interessato dei ragazzi e ragazze di strada (in Brasile li chiamano «meninos da rua») con un missionario francese, p. Yves, che aveva iniziato l’assistenza a questi piccoli abbandonati. Poi Yves è stato destinato altrove e p. Maurizio ha preso in mano l’opera e l’ha continuata (28).

«Il lavoro con i ragazzi e le ragazze di strada e i giovani in prigione è sempre pieno di sorprese, un giorno non è mai uguale all’altro!  Spesso mi chiedono se sono sociologo, psicologo, educatore specializzato o qualcosa d’altro. Io rispondo che sono prete e che il ‘‘Foyer de l’Esperance’’ è un’opera della diocesi. La nostra presenza tra i ragazzi di strada, nei commissariati di polizia e nelle prigioni della capitale (29) è una risposta all’appello  del nostro vescovo, che è molto sensibile a questi problemi. Al Foyer de l’Esperance sono presenti a tempo pieno volontari di varie nazioni che intervengono soprattutto in strada e sono pure attivi sacerdoti, suore e seminaristi di varie congregazioni. I magistrati, le autorità, la polizia, che si sono accorti del nostro lavoro, ci visitano per vedere cosa facciamo e lo spirito col quale trattiamo questi giovani, che porta a buoni risultati di redenzione umana».

Col p. Bezzi collabora p. Marco Pagani, in Camerun dal 1992, che è uno dei padri spirituali esterni del seminario teologico di Yaoundé (140 studenti): passa tre pomeriggi la settimana in seminario, a disposizione dei giovani (30).

Presenza tra i fulbé musulmani nel nord

Il p. Giuseppe Parietti, attuale superiore regionale del Pime, fin dal tempo del seminario era interessato al mondo islamico. Giunto nel nord Camerun nel 1977, si è messo in contatto con i fulbé, l’etnia del nord islamizzata, per impararne la lingua (il fulfuldé) e la cultura, raccogliendo materiale orale fatto di proverbi, detti, indovinelli, racconti, canti profani e religiosi. Nel 1988 ha potuto studiare due anni a Roma nel Pisai (Pontificio istituto studi arabo-islamici). Tornando in Camerun, Parietti si è impegnato nell’incontro con questa popolazione musulmana, partecipando il più possibile alla loro vita, ai loro momenti di gioia, di dolore, di pratica religiosa. Racconta (31):

«In questi anni mi pare di aver beneficiato di amicizie sincere, rispettose delle differenze. Il fatto che sappia leggere l’arabo, la lingua della loro preghiera e del Corano, dà loro molta gioia e anche rammarico perché non sono musulmano come loro... La loro religiosità fatta di fedeltà anche nei minimi particolari, l’assiduità alla preghiera, il senso della presenza continua di Dio nella vita sono di stimolo anche alla mia esperienza di fede. Raramente mi è capitato di discutere sulle nostre rispettive religioni, le differenze fanno problema e solo le persone profondamente religiose lasciano a Dio l’ultima parola sul mistero dei vari cammini che portano al Dio Unico. Nelle poche occasioni in cui ho letto qualche brano dell’A.T. o del Vangelo, mi è parso di trovare rispetto e attenzione, qualcuno ha mostrato interesse e mi ha chiesto di leggere anche altre volte....
Nessuna conversione in senso tradizionale è avvenuta, ma penso che il riconoscimento di quello che Dio fa, anche al di fuori della nostra rispettiva comunità di fede, ci sia stato. Rimane il problema che questo atteggiamento verso i musulmani è solo mio personale e che la comunità cristiana ne è estranea. A me pare che già i cristiani convivano con i musulmani nel lavoro dello sviluppo, scuola, salute, agricoltura, commercio. Certo rimane ancora del cammino da fare per una conoscenza reciproca delle proprie convinzioni religiose, ma vedo che molte diffidenze, frutto di un passato violento, stanno pian piano diminuendo».

Testi biblici e liturgici in tupurì

Gli altri missionari del Pime nel nord Camerun svolgono apostolato fra due etnie, i tupurì (a Guidiguis, Touloum e Dubané) ed i guiziga (Moutourwa e Zouzoui). La presenza fra i tupurì nel 1974 è stata la prima del Pime nel nord. Oggi ha superato il periodo di ambientazione e di fondazione delle prime comunità cristiane nei due distretti missionari di Guidiguis e di Touloum. P. Silvano Zoccarato dirige il centro di formazione dei catechisti di Dubané (32), nato nel 1977 e sistemato in casette familiari di tre locali in cemento, per 12-13 famiglie: ciascuna famiglia riceve un ettaro e mezzo di terreno per il suo nutrimento.
La scuola dura tre anni e non è finalizzata a formare intellettuali, ma a maturare famiglie dal punto di vista umano e cristiano: quindi, istruzione religiosa e vita cristiana, ma anche migliorare l’agricoltura e l’allevamento animali, la sanità, l’alfabetizzazione, insegnare la falegnameria, ecc. Si spera di consolidare queste coppie nella fede in modo che possano trasmetterla e dare buon esempio. Ogni anno, tutti quelli che sono passati dal centro si riuniscono per un corso di esercizi.
Per evangelizzare i tupurì, i missionari si sono impegnati nella visita ai villaggi e nelle normali attività pastorali e di promozione umana, ed a tradurre i testi biblici e liturgici in tupurì. P. Cappelletti scrive (33):

«È soprattutto grazie alla passione di p. Frigerio per la Bibbia che è stato posto il problema di una traduzione della Parola di Dio fedele ai testi originali. In effetti, i primi missionari avevano fatto delle traduzioni perché era urgente dare la Parola alla gente, ma non avevano avuto il tempo di fare un lavoro approfondito, data l’urgenza di occupare il terreno... Nel frattempo si era aggiunto alla nostra équipe il p. Flavio Piccolin, anche lui appassionato di Bibbia e di Liturgia. La sua venuta ha permesso a p. Mario di frequentare l’Istituto biblico di Roma e al suo ritorno si è potuto portare a termine la realizzazione del messale domenicale in lingua tupurì, che è stato pubblicato nel 1993 e che ora è alla base di tutta la nostra attività catechetico-pastorale.
Oltre a questo lavoro di traduzione la nostra attenzione si rivolge alle celebrazioni liturgiche e in particolare al canto e all’organizzazione dell’area di preghiera (battistero e altri segni). Per quanto riguarda il canto un grande passo si sta facendo attraverso la traduzione dei Salmi, i più belli dei quali sono già stati messi in musica e sono cantati nelle nostre celebrazioni, insieme ai passi più significativi della Bibbia. Per migliorarne la qualità si fanno concorsi tra i diversi compositori e sessioni di formazione per i responsabili del canto delle diverse comunità.
Durante questi anni si è venuta a creare anche l’esigenza di avere un vero catecumenato per gli adulti, dato che le nostre comunità sono prevalentemente catecumenali... Un’esperienza interessante che si affianca a quella del catecumenato è quella dei giovani battezzati fin da piccoli e che vogliono completare l’iniziazione cristiana come gli adulti. A loro si propone lo stesso cammino di quattro anni e ricevono la Cresima e la prima Eucarestia la notte di Pasqua come i catecumeni. Il nostro sogno è che tutti, catecumeni e cristiani battezzati bambini, facciano una vera iniziazione con l’Iniziatore Gesù Cristo e che al termine si sentano veramente appartenenti ad un «gruppo» che in quattro anni ha avuto la possibilità di costituirsi: conoscersi, stimarsi e creare legami di amicizia e solidarietà. Come nell’iniziazione tradizionale, al termine del cammino dovrebbero aver abbandonato ciò che era l’infanzia, per diventare degli uomini veri e quindi anche veri cristiani... Si chiede, soprattutto ai giovani, che alla fine del cammino di iniziazione, sappiano leggere la Parola di Dio nella loro lingua (di qui lo sviluppo delle scuolette di alfabetizzazione nelle nostre comunità). Inoltre si chiede che siano anche aperti a tutte le proposte che vengono fatte nei diversi campi di promozione e sviluppo (agricoltura, ecc.)».

Lavoro linguistico e culturale fra i tupurì

I missionari del Pime in Camerun hanno dovuto imparare lingue solo orali, non scritte, come sono ancora buona parte delle lingue africane. C’è stato fin dall’inizio un forte impegno per lo studio delle lingue e culture locali.

«Fra i tupurì — mi dice p. Mario Frigerio (34) — noi del Pime siamo stati i primi in tutto il nord Camerun a fare un lavoro linguistico-culturale apprezzabile: raccogliendo le tradizioni, i proverbi, studiando la società e la famiglia, compilando un dizionario di tupurì... Ma soprattutto traducendo in tupurì i testi liturgici e biblici compresi i canti. Tra le lingue del nord Camerun il tupurì è l’unica che ha avuto questo lavoro da parte dei missionari, a questo livello organizzato. Abbiamo fatto anche pubblicazioni ben fatte. Oggi il p. Parietti fa lo stesso lavoro linguistico col fulfuldé».

Nell’archivio Pime a Roma sono conservate le opere prodotte in tupurì in collaborazione tra vari missionari: Mario Frigerio (per la parte biblica soprattutto), Silvano Zoccarato (la parte culturale), Piergiorgio Cappelletti (la parte linguistica) e Flavio Piccolin per la parte tecnica.
«Missel dominical de l’assemblée en langue tupurì», Touloum-Guidiguis 1993, stampato in Italia dalla «Mimep Docete» di Pessano (Milano), pagg. 1115.
«Index Français-Tupurì», Guidiguis 1996, pagg. 220.
«Nouveau Testament en tupurì».
Partecipazione alla traduzione ecumenica dell’A.T. e del «Libro dei Salmi» in tupurì.
Padre Cappelletti sta preparando, in lunghi anni di lavoro, un dizionario tupurì-francese, che sarà molto utile anche per la lettura dei testi sacri e liturgici in tupurì.
P. Zoccarato ha una copiosa pubblicazione di opere antropologiche sui tupurì:
— «Cose per saggi, Cento proverbi tupurì», Emi, Bologna 1988, pagg. 80.
— «Fenêtre sur le monde tupurì: 1200 noms», Guidiguis 1991, pagg. 185.
— «Proverbes tupurì», Guidiguis 1992, pagg. 104.
— «L’univers culturel tupurì», Guidiguis 1992, pagg. 103.
— «Catechisme de l’Eglise catholique en bref en langue tupurì», Doubané 1992, pagg. 66.
— «L’homme tupurì face à la mort», Doubané 1995, pagg. 77.
— «I Tupurì del Camerun e del Ciad», Treviso 1996, pagg. 95.
Vanno ancora ricordate due opere di p. Giuseppe Parietti:
— «Dictionnaire Foulfouldé-Français», opera postuma di Dominique Noye la cui pubblicazione è stata curata da p. Parietti, Procure des Missions, Garoua, 1989, pagg. 420.
— «Dictionnaire Français-Foulfouldé», Guidiguis 1997, pubblicato da «Mimep Docete» di Pessano (Milano), 1997, pagg. 485.
P. Francesco Munno (deceduto nel 1994) ha fatto studi sulla lingua ewondo ed ha pubblicato: «La langue ewondo», Mission Catholique Etoudi, due volumi, pagg. 173.

 

 

NOTE

[1] Accettata in modo provvisorio e ritornata al clero locale nell’estate 1978.
[2] GIOVANNI BELOTTI, «Cronaca della missione del Camerun», «Il Vincolo», giugno 1969, pagg. 34-36.
[3] AGPIME, XXXIX, Vol. I, pagg. 497 segg.
[4] AGPIME, XXXIX, Vol. I, pag. 523. Ipotesi poi non realizzata.
[5] FRANCESCO MUNNO, «La missione di Etudi», in «Il Vincolo», n. 111, ottobre-dicembre 1974, pagg. 102-103.
[6] AGPIME, XXXIX, Vol. II, pag. 537.
[7] Lettera dell’8 agosto 1973, AGPIME XXXIX, Vol. II, pagg. 451-453.
[8] «Una visita del superiore generale in Camerun», «Il Vincolo», n. 108, ottobre-dicembre 1973, pagg. 105-109. Mons. Pirovano, oltre che visitare le missioni, ha anche stabilito che la parrocchia di Etoudi deve essere procura per le missioni di Ambam e del nord. Nella parrocchia si costruiscono stanze per l’accoglienza dei missionari, finite all’inizio del 1977 (AGPIME XXXIX, vol. II, pag. 247).
[9] SILVANO ZOCCARATO, «Nord Camerun: come nasce la Chiesa fra i tupurì», intervista di Piero Gheddo, «Mondo e Missione», aprile 1977, pagg. 231-254; S. ZOCCARATO, «La missione di Guidiguis», «Il Vincolo», maggio-agosto 1975, pagg. 49-50.
[10] AGPIME, XXXIX, vol I, pagg. 654/90-91 e 95. Nel corso del 1977 il vescovo locale cambia parere e affida a Vicenza l’aiuto al parroco della cattedrale, membro della congregazione dello Spirito Santo: la collaborazione del Pime non è più necessaria. I due sacerdoti vicentini, don Angelo Tessari e don Francesco Ferro, giungono in Camerun il 30 giugno 1977.
[11]
Il Pime si articola in comunità riunite in «regioni» di missione o di Istituto, e in «delegazioni»: queste sono comunità poste sotto l’autorità di un superiore delegato, dove non ci sono ancora le condizioni necessarie per essere costituite in regione (delegazione territoriale) o per motivi particolari dovuti ai loro compiti (delegazione non territoriale). Art. 73 delle costituzioni e del direttorio del Pime.
[12]
GIOVANNI BELOTTI, «Verifica missionaria ad Ambam», «Infor-Pime», n. 26, giugno 1975, pagg. 25-28.
[13] Si riferisce al Capitolo del 1971-72, che aveva messo fortemente l’accento sul carisma «ad gentes» del Pime.
[14] AGPIME XXXIX, Vol. I, pag. 691.
[15] AGPIME, XXXIX, Vol. I, pag. 1049.
[16] «Il vescovo di Treviso in visita ad Ambam», «Il Vincolo», maggio-giugno 1979, pagg. 58-62.
[17] AGPIME, XXXIX, Vol. I, pagg. 711-737.
[18] AGPIME, XXXIX, Vol. II, pag. 521. I guiziga sono una popolazione nella diocesi di Yagoua non ancora evangelizzata, ma già influenzata dall’islam, vicina alla zona tupurì nella quale il Pime ha già le missioni di Guidiguis e di Touloum.
[19]
AGPIME, XXXIX, Vol. II, pagg. 405-427 e 447.
[20]
F. MUNNO, «Presenza del Pime a Etoudi», «Infor-Pime», ottobre 1979, pagg. 32-45.
[21] AMELIO CROTTI, «Sei mesi con la comunità di Ambam», «Infor-Pime», aprile 1982, pagg. 4-8. Fra gli altri servizi pastorali alla missione, p. Crotti ha procurato benefattori e curato i rapporti con gli amici di Ambam in Italia. Un altro missionario della «terza età» andato a servire in Camerun è il p. Giuseppe Lombardi: anche lui in Cina e poi in Giappone, giunto a Yaoundé il 5 ottobre 1977, è poi tornato in Italia per un’epatite virale il 6 dicembre, morendo il 10 dello stesso mese a 76 anni.
[22] AGPIME, XXXIX, Vol. I, pagg. 843-847. Un anno dopo questa proposta, mons. Nkou viene in Italia e muore il 17 maggio 1983. Il Pime ne cura il funerale e il trasporto della salma in Camerun. Gli succede mons. Jean Baptiste Ama, che era vescovo coadiutore di mons. Jean Zoa, arcivescovo di Yaoundé.
[23] AGPIME, XXXIX,  Scat. 5, Cart. 8, Doc. 22.
[24] ALDO e SIMONA PARISI, «Mouda: una finestra sul cortile», «Missionari del Pime», giugno-luglio 1999, pag. 9.
[25] Dei sacerdoti di Treviso, due sono rimasti in diocesi di Sangmélima: don Mario Bortoletto parroco della nuova parrocchia di Ma’an e mons. Alberto Bottari, giunto nel 1987 a 45 anni, nominato dal vescovo rettore del seminario diocesano di Ebolowa; gli altri tre, Alessandro Del Ben, Valeriano Mason e Bruno Bortoletto (fratello di Mario), sono andati nella diocesi di Pala in Ciad fra i tupurì, rimanendo in ottimi rapporti con il Pime in Camerun. Vedi: RODOLFO CASADEI, «Ambam, missione compiuta». «Mondo e Missione», ottobre 1995,  pagg. 45-47.
[26]
In una lettera a p. Gheddo del 19 luglio 1999.
[27] S. ZOCCARATO, «Rapporto tra Pime e Fidei donum in Camerun», «Il Vincolo», n. 182, settembre 1995, pagg. 182-186.
[28] M. BEZZI, «In prigione e sulle strade di Yaoundé», «Infor-Pime», n. 127, maggio 1998, pagg. 17-18.
[29] Nelle prigioni di Yaoundé ha lavorato anche con successo una missionaria dell’Immacolata, suor Paola Vizzotto (oggi all’agenzia d’informazioni «Misna» a Roma).
[30] M. PAGANI, «Problemi di formazione nel seminario di Yaoundé», «Infor-Pime», n. 127, maggio 1998, pagg. 19-20. Dal settembre 1999 p. Pagani è direttore di «Italia Missionaria» (IM) a Milano.
[31]
G. PARIETTI, «Presenza tra i musulmani nel nord Camerun», «Infor-Pime», n. 127, maggio 1998, pagg. 8-11.
[32] SILVANO ZOCCARATO, «Il Centro di Doubané per catechisti», «Infor-Pime», n. 127, maggio 1998, pagg. 28-29.
[33]
P. CAPPELLETTI, «Attività biblico-liturgico-pastorale» «Infor-Pime», n. 127, maggio 1998, pagg. 22-24.
[34] Intervistato a Milano il 23 novembre 1998. P. Frigerio, missionario a Touloum, insegna Sacra Scrittura al seminario interdiocesano di Maroua.