PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

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XVII - In Costa d'Avorio con Gorizia e Belluno (1972)

Dalla diga di Kossou alla città di Bouaké (1973)
La diocesi di Belluno in Costa d'Avorio col Pime (1979)
Due nuove parrocchie per il Pime e la scuola agricola (1982)
Il Vangelo libera gli africani dalla paura
L'illusione di aver fondato la Chiesa se c'è la gerarchia
I catechisti, forza della missione in Africa
I missionari lamentano la diminuzione del personale (1995)
 

XVII

IN COSTA D’AVORIO CON GORIZIA E BELLUNO
(1972)

Negli anni settanta, le diocesi italiane cercavano «gemellaggi» con quelle di missione e il superiore generale del Pime, mons. Aristide Pirovano, voleva mettere l’Istituto a servizio della Chiesa italiana per accompagnare le diocesi in questo cammino missionario (1). La missione in Costa d’Avorio è frutto della collaborazione fra il Pime e le diocesi di Gorizia e di Feltre-Belluno. All’origine il vescovo di Gorizia mons. Pietro Cocolin e il suo direttore del centro missionario diocesano, don Giuseppe Baldas (2), preti di forte sensibilità missionaria che negli anni sessanta e settanta hanno dato una forte impostazione missionaria a tutta la diocesi, con una passione e intensità di iniziative uniche in Italia.
Il vescovo di Bouaké in Costa d’Avorio, mons. Vitale Yao, chiede a quello di Gorizia di inviare un cappellano per gli operai e i tecnici della ditta Girola-Lodigiani che sta costruendo una grande diga a Kossou. Nel 1970 mons. Cocolin visita Bouaké e il lebbrosario di Manikrò, rimanendo colpito dalla misera situazione in cui vivono i lebbrosi. Così, stimolato da don Baldas, organizza in diocesi l’aiuto per Manikrò, dove ristruttura il lebbrosario costruendo nuove casette per i degenti, pensando di mandare, oltre al cappellano per Kossou, anche personale per Manikrò. Nel 1971 ritorna in Costa d’Avorio e decide di accettare la parrocchia di Kossou offertagli da mons. Yao.

Dalla diga di Kossou alla città di Bouaké (1973)

La consultazione diocesana per la missione di Kossou ha esito largamente positivo. Per avere un’assistenza nell’inizio della missione, mons. Cocolin si rivolge al Pime (3), che già da 15 anni aiuta nell’animazione missionaria della diocesi col seminario di Cervignano (provincia di Udine e diocesi di Gorizia) e poi con la parrocchia di N.S. di Lourdes in Gorizia e l’impegno di collaborazione col centro missionario diocesano. Mons. Pirovano destina a questo compito il p. Gennaro Cardarelli, già missionario per 15 anni in Amazzonia (diocesi di Parintins, di cui fu anche vicario generale). La Costa d’Avorio risponde perfettamente al carisma del Pime di impegnarsi fra i non cristiani: sui circa 6,5 milioni di abitanti (nel 1973) i cattolici erano solo il 12%.
Cardarelli giunge a Kossou il 28 dicembre 1972, il 9 gennaio 1973 arrivano i missionari goriziani: don Chino Raugna e don Luciano Vidoz; tre suore della Provvidenza: Fidenzia Martini, Pieralba Bianco e Dores Villotti; due laici: Giuseppe Burgnich e Gianna Pradel. In aprile arriva dall’Alto Volta un altro laico goriziano, Luciano Camuzzo.
Kossou, assunta come inizio di un più vasto impegno, è però mal situata nella diocesi di Bouaké; inoltre la zona, terminati i lavori per la diga, si sta spopolando. La missione ha 500 kmq. con circa 17.000 abitanti (di cui un migliaio di cattolici). Nel 1973 a Kossou nascono varie iniziative della missione: scuola di alfabetizzazione per gli adulti, scuola di artigianato, falegnameria (4), asilo, cure infermieristiche delle suore nei villaggi, catecumenato e catechesi ai piccoli...
Quando mons. Pirovano visita la Costa d’Avorio con mons. Cocolin (28 settembre — 5 ottobre 1973), dice esplicitamente: «Kossou è in una zona isolata, priva di stimoli e lontana da Bouaké, capoluogo di provincia, e dalle altre missioni».
Mons. Yao, vescovo di Bouaké, offre a Gorizia la zona di Nimbò (quartiere alla periferia sud di Bouaké), dove fondare una parrocchia: 1.000 kmq., 40.000 abitanti, di cui 2.000 cattolici in città e 500 nei villaggi. Mons. Cocolin accetta e, in accordo con mons. Pirovano, vi destina p. Cardarelli, che nei mesi seguenti visita i 103 villaggi della parrocchia e si impegna ad assicurare assistenza regolare a 16 di essi considerati centrali e più importanti; incomincia poi i lavori per la costruzione della chiesa e di tre edifici che ospiteranno preti, laici e suore. La parrocchia di Nimbò era anche intesa come base e punto di incontro fra Kossou e il lebbrosario di Manikrò (100 km. di distanza), nel quale mons. Cocolin voleva inviare personale diocesano.
Nel dicembre 1975 giungono in Costa d’Avorio il p. De Franceschi e il fratello Fabio Mussi del Pime, con don Flaviano Scarpin di Gorizia e tre suore della Provvidenza (Armida Zulianello, Alessandra Belotto, Natalia Napolano) e due laiche (Marcella Dametto e Pinuccia Verago), tutti destinati a Nimbò (le suore al lebbrosario di Manikrò, che è nel territorio della parrocchia). P. De Franceschi va invece a Kossou e vi rimane quattro anni. Fabio Mussi si inserisce nel lebbrosario di Manikrò: insegna ai lebbrosi la coltivazione dei campi e l’allevamento dei polli in modo più razionale.
Intanto p. Cardarelli si rende conto che i vecchi catechisti-traduttori (traducono dal francese in baoulé) non sono sufficienti per un vero lavoro di catecumenato. In diocesi non c’è una struttura formativa, ciascun missionario si arrangia come può. Padre Gennaro pensa di avviare un periodo di formazione per catechisti. Coinvolge Fabio Mussi e ottiene dal vescovo un terreno con alcuni fabbricati presso il monastero dei benedettini. Qui inizia delle prolungate sessioni di formazione dei catechisti e Fabio insegna tecniche agricole e di allevamento.
Visto il successo dell’esperienza, il vescovo di Bouaké matura un progetto più elaborato per la «formazione nel settore rurale», in modo da frenare l’esodo dei giovani verso le città e le zone delle grandi piantagioni verso sud. Presso Bouaké vuol far nascere una struttura che permetta la formazione professionale (oltre che religiosa) dei catechisti in agricoltura e allevamento. Nasce così il Centro di Brobò, finanziato dalla Comunità Europea. Fratel Mussi, dopo una visita in Alto Volta (Burkina Faso) al Centro agricolo di Gundi impiantato da fratel Silvestro (dei fratelli della Sacra Famiglia di Chieri, Torino), si stabilisce a Brobò (presso Bouaké) nel nascente «catechistato-scuola agricola» per la formazione spirituale e tecnica dei catechisti. A lui si uniscono nel novembre 1980 due fratelli della Sacra Famiglia (vengono dall’Alto Volta) per aiutare nell’avviamento della fattoria-scuola.
La missione di Nimbò, pur conducendo padri, laici e suore vita comunitaria al centro, si divide in tre settori territoriali, che organizzano in modo autonomo le attività della missione: catechesi a tutti i livelli e formazione dei catecumeni, visite alle comunità per i sacramenti e l’assistenza sanitaria e di promozione umana, contatto e servizio ai villaggi pagani, formazione dei catechisti e capi delle comunità locali.
Nel gennaio 1977 la comunità missionaria di Gorizia-Pime in Costa d’Avorio approva il «direttorio» preparato da un’apposita commissione, da cui risulta che (5):
1) la missione diocesana di Gorizia in Costa d’Avorio è unica, benché suddivisa in varie comunità. Anche il fondo finanziario è unico.
2) la missione sceglie un tipo di comunità che favorisca programmazione, attuazione e verifica del lavoro pastorale e momenti di preghiera comunitaria.
3) La missione in Costa d’Avorio avrà un unico superiore che sarà un sacerdote. Ogni comunità locale si sceglie poi un superiore ed un economo.

La diocesi di Belluno in Costa d’Avorio col Pime (1979)

Nel 1978 mons. Yao insiste perché il Pime assuma in proprio una nuova parrocchia a Bouaké, seconda città della Costa d’Avorio dopo la capitale Abidjan, che supera il mezzo milione di abitanti e non ha clero. L’Istituto accetta la parrocchia di Sakassou (a 40 km. da Bouaké), rimasta senza sacerdote, destinandovi p. De Franceschi.
Intanto nella diocesi di Feltre e Belluno matura la decisione di assumere una missione in Africa. Dal 1975 il Pime s’è messo a disposizione per animare missionariamente la diocesi: prima i padri Giuseppe Busato e Francesco Fantin (ambedue poi tornati in Brasile), dal 1977 il p. Paolo De Coppi (missionario in Amazzonia) e il p. Carlo Menapace (in Bangladesh) sono a servizio di don Sergio Buzzati direttore del centro missionario  diocesano.
Il vescovo mons. Maffeo Ducoli, volendo aprire una missione diocesana, guarda all’Africa e si accorda per collaborare col Pime nella parrocchia di Sakassou (1.850 kmq.): la cittadina ha 6.500 abitanti, nelle campagne altri 65.000 in 170 villaggi; i cattolici sono poco più di mille in tutto, soprattutto fra gli stranieri immigrati per motivi di lavoro dall’Alto Volta (Burkina Faso), i musulmani l’8%, gli animisti l’85%. Sakassou è al centro della regione abitata dalla etnia dei baoulé, la più importante della Costa d’Avorio, ancora quasi totalmente non cristiana.
Nel 1979 partono due missionari del Pime per la Costa d’Avorio: p. Ivano Tosolini (a Nimbò) e p. Paolo Spanghero (a Kossou). A Belluno, il 26 agosto 1979 nello stadio cittadino Giovanni Paolo II consegna il crocifisso dei partenti a tre altri missionari diretti in Costa d’Avorio: padre Giovanni De Franceschi del Pime (venuto dalla Costa d’Avorio a Belluno per il progetto di Sakassou) e due sacerdoti diocesani, don Claudio Sacco e don Secondo Pauletti che, ammalatosi, non può partire e viene sostituito da don Vito de Bastiani. De Franceschi giunge pochi giorni dopo a Sakassou come responsabile della missione; alcuni mesi dopo partono i due sacerdoti bellunesi e all’inizio del 1981 il p. Dino Dussin del Pime.
Sakassou è assunta dal Pime (che è l’unico interlocutore col vescovo di Bouaké), al quale la diocesi di Belluno e Feltre offre aiuto di personale e di mezzi. P. De Franceschi però si augura, fin dall’inizio, che dopo un avviamento iniziale col Pime, la diocesi di Belluno e Feltre si senta preparata ad assumere in proprio la missione di Sakassou e il Pime sia libero di andare verso altre zone più lontane e ancor meno evangelizzate (6). P. De Franceschi così descrive questa missione e la diocesi di Bouaké (7):

«Situato al centro della Costa d’Avorio, il territorio di Sakassou è caratterizzato da una savana di arbusti che, a causa della situazione climatica, presenta varie difficoltà per organizzare uno sviluppo agricolo... La stragrande maggioranza degli abitanti sono animisti e tutta la vita è regolata dal ‘‘feticcio’’, che tiene in sottomissione la mentalità comune; perfino quelli che se ne sono staccati conservano i loro ‘‘totem’’, i loro interdetti e le loro leggi. I cristiani spesso non hanno vinto la paura del feticcio. La nuova religione è quella che deriva dai soldi (anche qui è arrivato il consumismo), con la conseguente perdita del senso del sacro: anche i pagani si spaganizzano... Oppure si sceglie il cristianesimo come espressione di sviluppo: al giorno d’oggi non si può essere colti e nel medesimo tempo praticare una religione tradizionale arretrata.
Nei villaggi si nota una leggera infiltrazione di musulmani (la maggior parte stranieri che esercitano il commercio ambulante), mentre nei centri più grossi il loro numero aumenta considerevolmente. Nella savana la percentuale dei cristiani si aggira sul 2-3%: una parte di formazione recente; altri, usciti dalle scuole cattoliche, di vecchia formazione. Le comunità cristiane di Sakassou e di Brobò sono in buona ripresa dopo anni di abbandono, in quanto i missionari vi si sono ormai stabiliti, mentre in passato queste missioni ave
vano sofferto per mancanza di personale: Brobò in particolare non aveva mai avuto un prete residente.
La situazione religiosa della città è diversa. La percentuale dei cristiani è elevata (8-10%), perché la città richiama un gran numero di funzionari ed impiegati di ogni ordine e questi hanno ricevuto quasi tutti una formazione cristiana. È evidente però il fenomeno della scristianizzazione. Battezzati nelle scuole cattoliche durante l’infanzia, sono cresciuti in un ambiente troppo spesso non cristiano, per cui nell’età adulta la loro fede non ha avuto sviluppo e si trovano a non praticare quasi più la fede. Spesso vivono in una situazione irregolare di matrimonio, quando non hanno due mogli. Praticano ugualmente la religione tradizionale, in un misto di fede cristiana e di paura. E tuttavia si dicono cristiani. La conseguenza è il fiorire di una moltitudine di sette e per i cosiddetti ‘‘quadri’’ più istruiti esiste la ‘‘Rosa e Croce’’, una affiliazione massonica. Infine, la diocesi di Bouaké manca di clero indigeno, per cui tutta l’evangelizzazione pesa sul personale straniero. Si nota però un buon risveglio vocazionale».

Due nuove parrocchie per il Pime e la scuola agricola (1982)

Nel 1981 il vescovo di Bouaké offre al Pime la missione di Brobò, vicina alla scuola agricola per catechisti. Primo parroco è il p. Dino Dussin, che è presentato da mons. Yao ai fedeli il 4 aprile 1982: sulla carta ci sono 450 cristiani, 200 in Brobò e in due villaggi vicini, gli altri dispersi in 35 villaggi; ma essendo da parecchi anni la parrocchia senza sacerdote residente, è difficile avere dati precisi. P. Dussin non ha ancora una casa: abita a Sakassou e in seguito va con i tre fratelli (a Mussi e Luigi Passoni si è aggiunto Ottorino Zanatta) alla scuola agricola per catechisti, il cui titolo ufficiale è «Centro di animazione e promozione dell’ambiente rurale» (8).
Il Centro vuol offrire la formazione cristiana e promozione umana (a livello tecnico, agricolo e di allevamento animali) ai catechisti della savana per aiutarli a restare nei propri villaggi provvedendo con mezzi propri alla loro sussistenza ed a svolgere bene il ministero di catechisti, riconosciuti in diocesi con una cerimonia ufficiale dal vescovo; si propone anche di attendere ai più poveri a cui le strutture ufficiali non prestano attenzione e che non riescono ad entrare in nessun progetto di sviluppo o cooperativa: handicappati, analfabeti.
Alla scuola agricola diocesana di Brobò (850 ettari donati dallo stato) nel 1985 lavoravano, con i fratelli Mussi e Zanatta del Pime e due fratelli della Sacra Famiglia, otto volontari e tecnici stranieri (cinque periti agrari, un infermiere e due insegnanti): tre italiani, due francesi, due belgi e uno spagnolo; i tre italiani appartenenti al Cvcs («Centro volontari cooperazione allo sviluppo»)  del centro missionario diocesano di Gorizia, a cui era affidata la coordinazione tecnica di tutto il lavoro. Il progetto, finanziato dal governo italiano e dalla Comunità Europea, è poi stato consegnato alla diocesi alla fine degli anni ottanta.
Il 20 settembre 1983 giungono in Costa d’Avorio due missionari brasiliani del Pime: i padri Jaeder P. Da Rocha, Antonio C. Nunes; nel febbraio 1984 il p. Francisco V. Da Silva e nel settembre 1984 il p. Carlos A. Da Silva. Con questi nuovi arrivi, il vescovo di Bouaké, che ha scarso clero diocesano (9), offre al Pime altre due parrocchie, M’Bahiakrò e Prikrò. Nella prima si reca p. De Franceschi, che lascia Sakassou alla completa responsabilità dei preti bellunesi: nel settembre 1984 (10) scrive che ha già fatto il giro di tutti i villaggi dove ci sono cristiani: a fine anno ha 400 catecumeni; nella seconda tre padri brasiliani, che ancora stanno imparando il francese e la lingua dei Baoulé (uno va a Brobò con p. Dussin). All’inizio del 1984 il solo p. Ivano Tosolini rimane con i preti goriziani a Nimbò (11), gli altri del Pime hanno ormai tre parrocchie da gestire (Brobò, M’Bahiakrò e Prikrò), più la scuola agricola per catechisti di Brobò.
Il vicario generale del Pime, p. Franco Cagnasso, scrive una lunga lettera ai missionari dell’Istituto in Costa d’Avorio (27 aprile 1984) (12), richiamando il dovere di non interrompere la collaborazione con Gorizia e con Feltre-Belluno: deve sempre esserci uno del Pime con i goriziani e i bellunesi, almeno fin che loro lo desiderano. Infatti nel giugno 1984 ritorna in Costa d’Avorio p. Gennaro Cardarelli, destinato col sacerdote goriziano don Michele Stevanato a Nimbò; e p. Paolo Spanghero prende il posto di De Franceschi a Sakassou come coadiutore di don Claudio Sacco (13). La missione di Sakassou, sebbene affidata al Pime, è condotta in modo autonomo dai sacerdoti bellunesi.
A settembre-ottobre 1984 il superiore generale p. Fernando Galbiati visita la Costa d’Avorio e, visto il buon sviluppo della comunità Pime, il 3 dicembre 1984 erige la delegazione locale (prima i missionari dipendevano da quella del Camerun). Il superiore è p. Gennaro Cardarelli.

Il Vangelo libera gli africani dalla paura

Va segnalata in questo periodo l’attività linguistico-culturale di p. De Franceschi, che si è impegnato fin dall’inizio nello studio della lingua baoulé; studio ritenuto da alcuni missionari non del tutto necessario, data la grande diffusione del francese dopo l’indipendenza nel 1960. De Franceschi invece afferma che «la cosa più importante per un missionario è di saper bene la lingua locale, che è l’anima di un popolo» e si impegna a tradurre in baoulé i testi cristiani (14), anche se i missionari francesi delle missioni africane di Lione avevano già fatto un buon lavoro in questo campo.

«In Italia — aggiunge (15) — può sembrare semplice dire: studio la lingua locale. Ma, ad esempio, imparare bene il baoulé costa una fatica tremenda ed è un lavoro che non finisce mai. Anzitutto perché non esistono né grammatiche né vocabolari né testi scritti (oggi si comincia a produrli per la catechesi e la formazione cristiana). All’inizio ho dovuto imparare tutto a memoria, scrivendo le singole parole ed espressioni, ascoltando molto, sbagliando tante volte e facendo ridere la gente che mi ascoltava... È difficile arrivare a capire tutto quel che dice la gente perché il baoulé, non essendo lingua scritta, varia molto da luogo a luogo, da tempo a tempo. Conoscere bene una lingua africana vuol dire penetrare nel loro mondo storico, tradizionale, religioso, conoscere i proverbi e le parabole che sono la base della saggezza e della cultura popolare. Se riesci a parlare in parabole, se porti esempi concreti della loro vita e mentalità, allora capiscono quel che vuoi dire. Non basta quindi tradurre il messaggio evangelico in parole della lingua baoulé, ma bisogna parlare secondo le immagini e parabole loro».

Nell’articolo citato (16), il missionario racconta le sue impressioni sui valori della cultura baoulé, ma anche sugli ostacoli che essa rappresenta per il Vangelo e per lo sviluppo moderno, economico:

«Noi cristiani non ci rendiamo conto di come la vita di un pagano è una continua paura, che gli vien messa dentro fin dall’infanzia: temono di aver fatto torto al feticcio, che il feticcio si vendichi per motivi misteriosi. Ho sentito parecchie volte persone adulte, colte, mature psicologicamente, dire: ‘‘Mi arriverà una disgrazia perché ho trascurato il feticcio, perché l’ho offeso’’. Hanno la convinzione fermissima che la disgrazia gli capiterà da un momento all’altro, ma non sanno cosa sarà: può essere un incidente d’auto, un avvelenamento da quel che mangiano, un cadere dalle scale... Vivono male, non hanno più appetito, dormono male. Il terrore psicologico può distruggere una persona.
Il dato di fondo è questo: il paganesimo non conosce Dio e il perdono di Dio, non sanno che Dio è un padre amorevole che ci vuol bene e ci perdona. Sentono Dio come lontano, misterioso, inconoscibile, vendicativo... Il primo passo per lo sviluppo è di liberare l’uomo dalle paure antiche, dal terrore del feticcio, rivelargli l’amore di Dio che lo rende libero e gioioso. Ecco perché sono convintissimo, per esperienza personale, che il più grande contributo che noi missionari portiamo allo sviluppo dell’Africa non sono gli aiuti economici o le scuole o gli ospedali (tutte cose indispensabili!), ma la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo».

L’illusione di aver fondato la Chiesa se c’è la gerarchia

Il 3-7 febbraio 1986 i membri del Pime in Costa d’Avorio si incontrano a Man per una quattro giorni di riflessione spirituale e culturale. Si parla molto dell’inculturazione nelle lingue e culture locali, ma c’è insoddisfazione per i continui cambiamenti di personale e per l’incertezza dei rapporti con Gorizia e Belluno. In ottobre il superiore delegato Cardarelli scrive al superiore generale Galbiati notificando lo stato di crisi conseguente al richiamo in Italia di p. Giovanni De Franceschi per l’animazione missionaria a Treviso, che lascia scoperta la parrocchia di M’Bahiakrò. La direzione generale manda nuovo personale: nell’aprile 1986 giunge in Costa d’Avorio il p. Carlo Ghislandi, nel luglio 1987 il p. Danilo Fenaroli e fratel Mario Boari, nel 1988 il p. Luciano Gonzales.
Per rafforzare i rapporti con Gorizia, il Pime accetta di mandare nel 1986 fratel Ottorino Zanatta (e nel 1987 fratel Mario Boari), in aiuto temporaneo ad un progetto finanziato dal Cvcs (l’organismo di volontariato internazionale del centro missionario di Gorizia) a Dafinso in Burkina Faso, presso la città e nella diocesi di Bobo-Dioulasso: una scuola agricola il primo anno con 15 studenti (il secondo con 30), basata sul lavoro manuale dei campi, senza macchine importate dall’estero. Sostenitori del progetto il governo del Burkina e il vescovo di Bobo-Dioulasso, mons. Anselme Sanon: lo sviluppo dell’Africa con mezzi africani e non con tecnologie importate dall’Europa. I due fratelli, esaurito il loro compito, ritornano in Costa d’Avorio del 1991 (17).
Si pone intanto il problema della casa regionale del Pime a Bouaké: è acquistata, sotto il nuovo superiore delegato p. Carlo Ghislandi (nominato il 27 febbraio 1989), e lievemente ristrutturata. Il primo rettore è il p. Giovanni De Franceschi che torna in Costa d’Avorio, terminati i tre anni di servizio in Italia, ed è anche responsabile della formazione biblica dei catechisti a Brobò (a 20 km. da Bouaké). Nell’incontro fra i superiori delle missioni del Pime in Africa a Moutourwa (3-6 giugno 1992), il p. Carlo Ghislandi dice tra l’altro, riferendosi alla presenza del Pime in Costa d’Avorio (18):

«La Chiesa africana sta portando avanti una seria riflessione su se stessa, stimolata nella ricerca dallo sforzo di preparazione del sinodo africano, dalle conferenze episcopali, dalle non poche pubblicazioni, dai centenari dell’evangelizzazione, dalle visite del Papa. I vari centri di formazione mantengono vivo il clima di ricerca. Ciò non impedisce a noi di vivere, nelle varie diocesi, un senso di dispersione e di caoticità dovuto, sembra, ad una mancanza di linee chiare di pastorale e acuito da un mancato nostro coordinamento comunitario.
Nella maggioranza dei casi siamo richiesti dai vescovi per una pastorale di mantenimento e non per il nostro carisma ‘‘ad gentes’’. In generale si constata (nei missionari del Pime) uno sforzo notevole nello studio della lingua franca, ma non altrettanto delle lingue etniche. La cultura africana sembra rimanere a livello epidermico e questo porta ad una non sufficiente simpatia e stima per gli africani. È esigenza di tutti passare da un annunzio superficiale ad un lavoro in profondità, da una infarinatura di cristianesimo ad una formazione seria. Si osserva un aumentato numero di battezzati, ma non di veri cristiani. Ci si può illudere di avere una Chiesa formata perché esiste la gerarchia autoctona».

I catechisti, forza della missione in Africa

La Chiesa in Africa è ancora sostanzialmente fondata sui catechisti. Il brasiliano p. Carlos Antonio da Silva descrive il lavoro di questi laici a servizio della parrocchia di Prikrò, che conta 54.000 abitanti, in un centro dov’è la sede parrocchiale e 37 villaggi molto dispersi nella «brousse» (savana). Siamo nella regione sotto il deserto del Sahara (Sahel), la gente vive di piccola agricoltura, artigianato, pastorizia: anche se la Costa d’Avorio è uno dei paesi più evoluti e ricchi dell’Africa, nelle zone rurali la povertà è ancora grande.

«Il catechista — scrive p. Carlos Antonio (19) — è il ‘‘telefono senza fili’’ fra la comunità parrocchiale e la piccola comunità, il villaggio. Noi missionari orientiamo, siamo presenti per quanto è possibile, ma il catechista traduce nella pratica i nostri orientamenti. I catechisti dicono che noi bianchi sappiamo cosa dire, ma non come dirlo. A volte parliamo in modo troppo astratto, dimenticando che l’africano ragiona a partire dalle cose e dai fatti concreti. Quando noi parliamo, siamo sempre di fretta e vorremmo che tutto terminasse in un’ora. In Africa invece è necessario aver pazienza e dare tempo al tempo. Per questo noi lasciamo che la comunicazione delle verità cristiane sia trasmessa ai cristiani dai catechisti.
Essi sono responsabili della celebrazione domenicale quando il padre non è presente. I catechisti di ogni villaggio si radunano durante la settimana per preparare la celebrazione eucaristica della domenica: discutono come la Parola dev’essere commentata e distribuiscono i compiti per la celebrazione. Il catechista si cura della catechesi, che in gran parte vuol dire preparazione al battesimo e alla cresima.
Quando nasce un bambino, secondo il costume locale rimane sette giorni nascosto in casa, poi è presentato alla comunità. La Chiesa ha assunto questa cerimonia della quale è responsabile il catechista che alla domenica, in chiesa, presenta il bambino alla comunità gli dà il nome e una benedizione. Quando muore qualcuno c’è pure una cerimonia. La morte dev’essere annunziata, la salma è esposta una notte intera di veglia con canti, preghiere, lettura della Parola. Poi c’è la benedizione in chiesa e del tumulo nel luogo di sepoltura. Tutto questo lo fa sempre il catechista.
Altro compito del catechista è il rapporto con gli anziani del villaggio per risolvere i casi pendenti come per esempio, le liti che succedono per adulteri, debiti, furti, ecc. Questi casi sono risolti dal capo villaggio assistito dal consiglio degli anziani. Quando si tratta di cristiani, il catechista entra in contatto col capo del gruppo cristiano e cercano di risolvere il problema. In caso negativo, si rivolgono al capo villaggio e agli anziani».

La parrocchia di Prikrò ha 3200 cristiani, il 6% degli abitanti: 2000 battezzati e 1200 catecumeni. Molti pagani oggi vogliono ricevere il battesimo. Il numero abbastanza alto di conversioni è legato alla figura del catechista e alla testimonianza della comunità cristiana. «Quando c’è un buon catechista — scrive p. Carlos Antonio — e i cristiani vivono e lavorano bene, la Parola si diffonde rapidamente». E aggiunge:

«Il compito principale del missionario è di preparare questi aiutanti diretti. I catechisti a Prikrò sono 75: al minimo ce n’è uno per ogni villaggio, a volte anche due o più. Per la loro formazione teniamo due incontri annuali di una settimana e tutti i mesi una riunione che dura mezza giornata. Gli aspiranti catechisti partecipano a questi corsi e incominciano a lavorare come aiutanti dei catechisti già approvati, che li introducono nel loro lavoro. Quando termina il corso per la preparazione al battesimo, noi missionari facciamo l’esame ai catecumeni: così possiamo giudicare se il catechista ha lavorato bene o no.
Dovremmo dedicare più attenzione ai catechisti, ma una delle difficoltà che incontriamo è quella economica. La diocesi finanzia metà delle spese fatte per i corsi di formazione dei catechisti. La parrocchia dovrebbe finanziare l’altra metà e poi le giornate di incontro e altre iniziative di formazione (ad esempio, acquistare libri e strumenti formativi). La gente è povera e aiuta poco e la nostra parrocchia è una delle più povere della diocesi perché circa il 77% della popolazione è musulmana.
Non possiamo assolutamente fare a meno dei catechisti, che sono indispensabili quando si tratta di presentare la proposta evangelica secondo lo spirito e la sensibilità degli africani. Il processo di ‘‘inculturazione’’ del Vangelo in Africa, di cui si parla molto, deve passare attraverso l’esperienza dei catechisti».

I missionari lamentano la diminuzione del personale (1995)

Negli anni novanta la direzione generale invia in Costa d’Avorio alcuni padri: Giorgio Granziero (1990, viene dal Camerun), Graziano Michielan (1991), Marco Bennati (1994); ma il numero dei missionari diminuisce a causa di richiami in patria (Cardarelli, che muore nel 1997; Ghislandi per l’animazione e il seminario teologico), invii in altre missioni (Gonzales in Cambogia, Fenaroli in Camerun) e c’è anche chi abbandona il Pime (Tosolini si mette a servizio del movimento neo-catecumenale).
Dall’inizio degli anni novanta ad oggi, la diminuzione del personale nel Pime obbliga i superiori a fare salti mortali per mantenere le posizioni: ne soffrono soprattutto le missioni più giovani e con pochi missionari. All’assemblea generale del Pime nel 1995 (Ariccia, Roma), la relazione della Costa d’Avorio deplora

«la politica di strangolamento attuata dall’attuale direzione generale, che non destina più nessuno alla nostra delegazione. Come conseguenza di questo calo numerico, abbiamo dovuto abbandonare in questi ultimi anni vari impegni prima affidati al Pime: direzione spirituale nel seminario minore di Bouaké; collaborazione col centro catechisti in Burkina Faso; ultimamente la consegna della parrocchia di Brobò al vescovo (luglio 1994)» (20).

Dal giugno 1995 superiore delegato del Pime è il padre Francisco V. Da Silva, brasiliano (21). Negli anni novanta l’impegno del Pime si stabilizza in alcune linee e strutture, sempre nella diocesi di Bouaké:
1) due parrocchie a M’Bahiakrò e Prikrò con lavoro di pastorale ordinaria (cura dei cristiani), di primo annunzio (visite ai villaggi non cristiani e istruzione dei catecumeni) e di dialogo con l’islam. Questo impegno portato avanti soprattutto dal p. Luciano Gonzales nel settore nord della parrocchia di Prikrò, con residenza in un villaggio interamente musulmano: esperienza apprezzata dal vescovo, che ha nominato p. Luciano responsabile diocesano del dialogo con l’islam (nel 1997 è partito per la Cambogia).
2) A Bouaké, la presenza del Pime ha soprattutto uno scopo culturale (studio della cultura e lingua baoulé) per opera di p. De Franceschi. La casa del Pime nel quartiere Kennedy, pur senza essere parrocchia, ha però assunto la cura pastorale del quartiere stesso, p. De Franceschi è stato nominato dall’arcivescovo presidente della commissione diocesana per l’ecumenismo e fa parte dell’«Amorsyca», il gruppo di ricerca sui simboli africani, in vista dell’inculturazione del messaggio cristiano nella cultura baoulé (22).
3) Il padre Dino Dussin è cappellano di una fattoria per malati mentali presso Bouaké, che appartiene all’associazione diocesana san Camillo, con alcuni impegni pastorali di supplenza.
4) Negli anni novanta diversi missionari, dopo dieci anni di lavoro, approfittano della possibilità che l’Istituto offre di un anno di studi per la «formazione permanente». Quasi tutti i missionari della Costa d’Avorio hanno potuto beneficiare di tale programma: tre hanno studiato all’Icao di Abidjan (23), due in Brasile, uno a Parigi e uno in Italia.
5) Nel 1999, due nuovi sacerdoti del Pime arrivano in Costa d’Avorio, il bengalese p. Gabriel Amal Costa e il brasiliano Paulo Barbosa, ambedue appena ordinati sacerdoti. Mentre il p. Francisco Vicente Da Silva è trasferito in Brasile per lavorare nel seminario filosofico dell’Istituto di Brusque. Il nuovo superiore delegato della Costa d’Avorio è p. Graziano Michielan.
6) La delegazione della Costa d’Avorio ha accolto, l’8 agosto 1998, la signorina Monica Scopel dell’Alp (Associazione Laici Pime) e poco dopo Massimo Marghinotti, che lavorano nella parrocchia di M’Bahiakrò con la Csv (Comunità a servizio della vita), un’associazione nata dalla comunità cristiana per aiutare i malati e gli emarginati in genere. Altri giovani dell’Alp sono attesi.

 

 

NOTE

[1] Si vedano i capitoli VI e VII.
[2] Mons. Cocolin è morto l’11 gennaio 1982, sostituito da mons. Antonio Vitale Bommarco; don Giuseppe Baldas è ancor oggi direttore del centro missionario diocesano di Gorizia.
[3] La missione di Kossou e poi quella di Nimbò sono impegni assunti dalla diocesi di Gorizia, a cui il Pime offre assistenza. Nella convenzione fra l’arcivescovo di Gorizia e quello di Bouaké, firmata il 12 dicembre 1972, si legge: «L’arcivescovo di Gorizia si impegna a fornire personale adeguatamente preparato per lo sviluppo della cristianità e per l’evangelizzazione dei non cristiani delle zone. A questo fine è coadiuvato dal Pime e dalla congregazione delle suore della Divina Provvidenza» (art. 1).
[4] Il volontario Giovanni Burgnich ha fondato a Kossou una scuola tecnica di falegnameria e di scultura del legno, oggi riconosciuta dal governo avoriano di grande importanza per lo sviluppo del paese. Si veda il suo articolo: «Un sindacalista a Kossou», «Mondo e Missione», febbraio 1986, pagg. 131-132; GIANPIERO SANDIONIGI, «Giuseppe il falegname», «Mondo e Missione», maggio 1993, 316.
[5] AGPIME, XL, Scat. 1, Cart. 8.
[6] G. DE FRANCESCHI, «Verso una missione del Pime in Costa d’Avorio», «Quaderni di Infor-Pime», n. 21, aprile 1981, pagg. 28-29.
[7] G. DE FRANCESCHI, «Presenza del Pime in Costa d’Avorio», «Quaderni di Infor-Pime», n. 30, gennaio 1984, pagg. 54-61.
[8] FABIO MUSSI, «Esperienza di volontariato in Costa d’Avorio», «Infor-Pime», maggio 1984, pagg. 35-39; «Coltiviamo la fede e la terra», «Mondo e Missione», giugno-luglio 1986, pagg. 385-386.
[9] Bouaké, aperta come missione autonoma nel 1921, dà origine fino al 1950 ad altre missioni: Dimbokrò, Beoumi, Sakassou, Bokanda, Ouelle, Daoukrò, M’Bahiakrò, Prikrò. Istituita come prefettura apostolica nel 1951 e come diocesi nel 1955, venne fondata dalle missioni africane di Lione (SMA), che stanno gradualmente ritirandosi per mancanza di personale: la crisi delle vocazioni in Francia è molto più grave, almeno negli anni settanta e ottanta, che non in Italia. Il clero diocesano africano di Bouaké oggi non supera le quindici unità (con circa 75.000 battezzati).
[10] AGPIME, XL, Scat. 1, Cart. 12; Scat. 2, Cart. 17, Doc. 27.
[11] P. Tosolini, appartenente al movimento neo-catecumenale, ha dato relazione della sua esperienza di sei anni a Nimbò e di come ha evangelizzato attraverso il cammino neo-catecumenale: «Pastorale missionaria nella parrocchia di Bouaké», «Infor-Pime», settembre 1988, pagg. 4-7. Nel dicembre 1988 p. Ivano è stato chiamato dal vescovo di Bouaké come padre spirituale del seminario diocesano, con 77 seminaristi liceali (i teologi sono nel seminario nazionale di Anyama, nel sud del paese) e incaricato di seguire le comunità neo-catecumenali in Costa d’Avorio: «Lettera dalla Costa d’Avorio», «Infor-Pime», febbraio 1988, pagg. 43-44; AGPIME, XL, Scat. 1, Cart. 12.
[12] AGPIME, XL, Scat. 1, Cart. 12.
[13] Nel 1985 p. Spanghero è chiamato in Italia come redattore di «Mondo e Missione»; attualmente è missionario a Taiwan. Vedi «Relazione pastorale di Sakassou, 1981-1982», «Il Vincolo», maggio 1982, pagg. 74-77; «Relazione pastorale di Sakassou, 1984-1985», «Il Vincolo», gennaio aprile 1985, pagg. 33-35.
[14] «Missel baoulé», in lingua baoulé, Imprimerie Cathedrale, Bouaké, 1986, pagg. 200; «Jesus o ti atin, Oni Guan, Oni nawle», Catechismo in lingua baoulé, Mission Catholique M’Bahiakrò, pagg. 92, non è indicato l’anno di pubblicazione; «Lexique baoulé», Brobo 1997, pagg. 380; «Proverbes baoulé» (raccolta di 1.770 proverbi), Bouaké 1997, pagg. 336; «Nyamien i nuan ndé» (testi biblici utilizzati nelle domeniche, feste e giorni feriali), Brobò 1992, 2 voll. pagg. 400; «Nyamièn su-lafilè i kuatren mu, Nyamien nda-talè, Nyamien i mia su-falè, Nyamien srèlè» (le quattro parti del Catechismo della Chiesa cattolica), Brobò 1992, pagg. 60 ciascuno; «Man amu nyi kpenkpen mi su» (Ordinario della Messa: 7 preghiere eucaristiche), Brobò 1991, pagg. 60.
[15] G. DE FRANCESCHI, «Cristo, la maschera, il tam-tam», «Mondo e Missione», dicembre 1985, pagg. 673-677.
[16] Si veda anche: G. DE FRANCESCHI, «Il camaleonte della Costa d’Avorio», Padova 1987, pagg. 210; «Reflexions en pays baoulé», pagg. 54 (senza data né luogo di pubblicazione); «Trenta mesi dopo», Treviso, 1989, pagg. 48.
[17] Gorizia continua ancor oggi, come Feltre-Belluno del resto, la sua presenza in Costa d’Avorio, ma soprattutto offre uno dei pochi esempi in Italia di una diocesi in cui l’animazione missionaria e la collaborazione con una giovane Chiesa ha trasformato la pastorale diocesana, rendendola più missionaria. Si veda: PIERO GHEDDO, «Gorizia, ruggenti vent’anni», «Mondo e Missione», novembre 1990, pagg. 640-641.
[18] C. GHISLANDI, «Riflessioni sulla Costa d’Avorio», «Il Vincolo», luglio-settembre 1992, pagg. 34-35.
[19] CARLOS ANTONIO DA SILVA, «Catequistas, força da evangelização na Africa», in «Mundo e Missão», San Paolo, marzo-aprile 1996, pagg. 30-32.
[20] Nel 1989 i membri della delegazione di Costa d’Avorio erano 12, nel 1998 9.
[21] Lettera di nomina da parte di p. Cagnasso superiore generale in «Il Vincolo », n. 182, settembre 1995, pagg. 148-149. I padri brasiliani, giunti in Costa d’Avorio nel 1984, sono quattro su nove missionari: altri quattro italiani, uno bengalese, padre Amal Gabriel Costa.
[22] Nel quadro di questo impegno, p. De Franceschi ha pubblicato queste ricerche: «L’Afrique, ancienne et nouvelle patrie de Jésus Christ», Bouaké 1998, pagg. 164; «Les sièges sacrés Akan», Abidijan 1999, pagg. 62; «Des symboles Akan pour une liturgie inculturée», Abidjian, giugno 1999, pagg. 108 (più un supplemento di pagg. 152).
[23] Istituto cattolico dell’Africa occidentale, tenuto dai gesuiti, che dipende dalla Cerao (Conferenza episcopale della regione dell’Africa dell’Ovest).