PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

XVIII - Fondare la Chiesa nell'interno del Brasile ( 1946)

L'inizio del Pime in Brasile: una banana in tre (1946)
«Abbiamo risposto positivamente alle richieste dei vescovi»
«Ci siamo dati al popolo senza riserve»
Il collegio Santo Antonio ad Assis
Le parrocchie in «favelas» e la «Meninopolis» di San Paolo
«Meninopolis è la città in cui i ragazzi vogliono diventare buoni»
Nello stato di Santa Catarina tra agricoltori e «pistoleros» (1963)
Il «Regolamento per la Regione brasiliana»
Come il Pime assumeva nuove parrocchie senza saperlo
I missionari in Brasile si sentono incompresi nell'Istituto
Giovanni Airaghi nuovo superiore regionale (1954-1965)
«Organizzare l'Istituto in Brasile su basi più solide»
L'arresto di p. Vicini al tempo dei militari (1971)
Le parrocchie di «Vila Missionaria» fra le «favelas»
L'avventura missionaria del Mato Grosso (1975)
«Una Chiesa basata sulle comunità e sui laici»
Formare missionari brasiliani da mandare in Africa (1958-1977)
Animazione e stampa missionaria (1974-1994)
Parrocchie in «favelas» e tra i «meninos da rua»
In Parana la «parrocchia modello» di Ibipora
Chiamati dal vescovo a Frutal in Minas Gerais (1987-1997)
«Perché siamo andati via e tornati ad Assis» (1989)
«Sempre disponibili, 24 ore su 24»
L'assemblea pan-brasiliana a Rib (25 luglio-4 agosto 1996)
Quale futuro per il Pime in Brasile?
 

XVIII

FONDARE LA CHIESA NELL’INTERNO DEL BRASILE
(1946)

Il 16 maggio 1946, il superiore generale mons. Lorenzo Maria Balconi comunica ai membri dell’Istituto la decisione di mandare missionari in Brasile (1):

«Date le difficoltà di riaprire la via alle nostre missioni, questa direzione è venuta nella determinazione di cercare altri campi di apostolato. Ho già parlato di una possibile missione in Africa, ma non ho ancora a questo riguardo notizie conclusive. Si è invece presentato nel frattempo un altro progetto: quello di una missione fra gli indi del Brasile» (2)

L’inizio del Pime in Brasile: una banana in tre (1946)

Mons. Balconi, col consenso di Propaganda Fide, aveva incontrato a Roma il card. Carlo Carmelo Vasconcellos Motta, chiedendogli di affidare al Pime «una missione fra gli indi del Brasile ». L’arcivescovo di San Paolo risponde di non avere «indi» nella sua diocesi, ma si interesserà per ottenere un «territorio di missione» ancora da evangelizzare nelle regioni interne. La Chiesa brasiliana a quel tempo era già fondata da secoli lungo le coste dell’oceano Atlantico, ma nelle sconfinate regioni interne (il Brasile è esteso 27 volte l’Italia!) era poco presente, spesso solo con missionari itineranti. Basti dire che nel 1946 il Brasile contava 97 diocesi, oggi circa 260, proprio perché dal 1946 in avanti la Chiesa si è diffusa attraverso l’opera dei missionari ed ha occupato l’interno del paese. Nel dopoguerra infatti Pio XII insisteva perché gli istituti missionari e le congregazioni religiose si orientassero verso l’America Latina, continente cattolico ma ancora scarsamente evangelizzato.
Il Pime nasce in Brasile nel 1946, con molto entusiasmo e altrettanta ingenuità. Entusiasmo perché che era la prima missione possibile all’Istituto nel dopoguerra; l’ingenuità è indicata dall’ignoranza assoluta che si aveva del Brasile: cercare gli indios nella regione di San Paolo infatti è come cercare le tribù dei pigmei alla periferia di Milano.
Il 16 dicembre 1946, i primi tre missionari del Pime sbarcano in Brasile: padre Attilio Garrè, reduce dalla Cina, e due giovani sacerdoti, in seguito ambedue vescovi di Macapá in Amazzonia, Beppe Maritano e Aristide Pirovano. Arrivano a San Paolo verso sera, con pesanti valigioni, dopo una giornata di viaggio dal porto di Santos. Non sanno dove andare. Dopo varie peripezie, senza sapere una parola di portoghese, approdano nella casa di una congregazione religiosa. Non hanno pranzato e nemmeno cenato. Il rettore della casa li porta in cucina: tutto è vuoto, c’è solo una banana, una banana in tre! Pirovano commenta:

«Eravamo così felici di non avere nulla! Ci siamo messi a ridere e abbiamo ringraziato il Signore per quel digiuno forzato. Così sono incominciate le missioni del Pime in Brasile».

E così sono continuate. Andati in Brasile per cercare «una missione fra gli indios», i missionari trovano un popolo cattolico di nome, ma senza assistenza religiosa, con pochissimi sacerdoti (che in genere tendono a stare in città) e distanze immense. L’Istituto si mette a disposizione dei vescovi per le popolazioni più abbandonate.
All’inizio degli anni sessanta il Pime aveva in Brasile 140 sacerdoti e fratelli (oggi sono 125). In 50 anni i missionari che hanno lavorato (o lavorano) in Brasile sono stati 359 in tutto, 166 nelle diocesi del Sud e nel Mato Grosso, 193 in Amazzonia. Nel nord amazzonico hanno fondato le diocesi di Macapá e di Parintins (la prima con 19 «parrocchie», la seconda con 10, ancor oggi con due vescovi dell’Istituto), venti «parrocchie» nella periferia di Manaus (che oggi ha un vescovo ausiliare del Pime) e una a Belém; nel sud del Mato Grosso il Pime ha fondato la diocesi di Jardim, ai confini col Paraguay; nel centro sud 70 «parrocchie» in sei stati del Brasile federale (San Paolo, Paraná, Santa Catarina, Minas Gerais, Rio de Janeiro e Bahia).
Ho scritto «parrocchie» (tra virgolette) perché sono molto diverse da quelle italiane. A San Paolo ed a Manaus hanno in media dai 30 ai 100.000 e più abitanti, un terzo o la metà dei quali viventi in baracche («favelas»); nelle regioni rurali e in Mato Grosso sono estese come una diocesi o una provincia italiana, molti battezzati vedono il sacerdote ogni due-tre mesi: il culto domenicale, la catechesi e le varie azioni di evangelizzazione (carità, liturgia, assistenza spirituale agli ammalati, ecc.) sono curate dai laici.

«Abbiamo risposto positivamente alle richieste dei vescovi»

Rimandando l’Amazzonia al capitolo XIX, seguiamo l’avventura brasiliana del Pime nel sud del paese. Vi possiamo distinguere tre periodi:
1) i pionieri che hanno fondato la Chiesa in regioni di frontiera (1946-1965);
2) la crisi del post-Concilio e il coraggio del Mato Grosso (1965-1980);
3) i missionari diminuiscono e invecchiano: l’Istituto si orienta verso i suoi compiti specifici, la missione fra i più abbandonati, l’animazione e le vocazioni missionarie (1980-2000).
I superiori regionali del Pime nel Brasile del sud sono stati i seguenti padri: Attilio Garrè (1946-1954), Giovanni Airaghi (1954-1965), Vincenzo Mariani (1965- 1968), Carlo Acquani (1968-1972), Luigi Cattaneo (1972-1976), Alberto Garuti (1976-1980), Giuseppe Contini (1980-1984), Alberto Barzaghi (1984-1988), Angelo Gianola (1988-1992), Vincenzo Pavan (1992-1996), Severino Crimella (1996-2000). Fino a padre Carlo Acquani (compreso) in Brasile il Pime aveva un solo superiore regionale a San Paolo per il sud e il nord amazzonico; dal 1972 il superiore regionale di San Paolo è solo per il sud e il Mato Grosso. Nel 815 nord ce ne sono altri due, uno per Macapá-Belém e l’altro per Parintins-Manaus.
Nei primi anni che il Pime era in Brasile, dall’Italia venivano ondate di missionari. Dal 1948 (la seconda spedizione è di quell’anno) al 1950 giungono dall’Italia 48 nuovi padri e fratelli; nel 1960 al sud c’erano già un’ottantina di missionari, giovani e desiderosi di fondare nuove parrocchie ed opere.
I due primi superiori regionali, Attilio Garrè e Giovanni Airaghi, come affermava quest’ultimo, hanno «risposto positivamente alle richieste dei vescovi e del nunzio». In pochi anni l’Istituto si trova ad avere tanti territori di prima evangelizzazione in cui fondare nuove parrocchie. Nel frattempo, i giovani missionari che vengono dall’Italia diminuiscono perché si riaprono le vie dell’oriente e i vescovi del Pime in India, Pakistan orientale (oggi Bangladesh), Birmania, Hong Kong, chiedono nuovo personale; così come la nuova missione del Giappone (1951).
A metà degli anni cinquanta in Brasile ci si accorge di aver assunto troppi impegni rispetto alle forze disponibili. Non solo, ma l’Istituto ha lanciato i suoi missionari nei posti più lontani e isolati, dove i vescovi li destinavano, senza pensare ad una sua casa regionale ed a strutture proprie per assistere i suoi missionari (procura, casa di studio e di riposo, cure mediche). La «casa regionale » nasce alla fine degli anni cinquanta accanto alla scuola «Meninopolis» e alla parrocchia del Sacro Cuore fondate da p. Carlos Acquani e da p. Vincenzo Mariani a San Paolo, ma in modo provvisorio, in locali di fortuna. La vera sede del Pime viene solo nel 1972 all’estrema periferia, in mezzo alle baracche del quartiere battezzato «Vila Missionaria».
La grande epopea del Pime nel sud Brasile è la fondazione di parrocchie alla periferia della metropoli di San Paolo, nelle regioni rurali dello stato omonimo e negli stati del Paraná e di Santa Catarina. La prima parrocchia assunta dall’Istituto nel gennaio 1949 è quella di Assis, 600 km. ad ovest di San Paolo, una città di 20.000 abitanti dove non c’era nessun prete, solo il vescovo con due parrocchie cittadine, il collegio diocesano e una dozzina di centri rurali con chiesa da visitare, a notevoli distanze e senza vere strade: «La terra sembra sapone» scrive p. Maritano, il primo parroco. Pirovano aggiunge: «La cattedrale è un baraccone che minaccia di cadere da un giorno all’altro e quando piove assomiglia più ad un lago che ad una chiesa»; la seconda parrocchia cittadina, San Vincenzo, è di legno.
Nella primavera 1949 giungono ad Assis i primi cinque missionari di rinforzo, mentre Pirovano va in Amazzonia a fondare «le missioni tra gli indios». Incomincia così la corsa verso le regioni interne dello stato di San Paolo e del nord Paraná, dove nascevano paesi e cittadine, si disboscavano le foreste per piantare il caffè. La Chiesa era presente con diocesi sterminate, i cui vescovi chiedevano missionari dall’Europa perché di loro, oltre a pochi sacerdoti raccogliticci ed a qualche religioso, non avevano nemmeno il seminario.
Negli anni cinquanta e sessanta la Chiesa brasiliana occupa le regioni interne del territorio nazionale con l’aiuto di forze nuove venute dall’estero, che trasmettono le esperienze di rinnovamento sperimentate in Europa e lo spirito missionario di andare alla ricerca delle popolazioni più abbandonate. Nel 1946 i sacerdoti italiani in Brasile erano meno di 200 (quasi tutti religiosi, salesiani, francescani, gesuiti, cappuccini, ecc.): in quell’anno arrivavano i primi tre del Pime. Nel 1967 erano 1.400 (su un totale di 12.500), compresi un centinaio di «Fidei donum» e 140 del Pime.

«Ci siamo dati al popolo senza riserve»

Nel nord Paraná, stato confinante con quello di San Paolo dove il Pime aveva assunto la parrocchia di Assis, nel giugno 1949 il vescovo dell’unica diocesi di Jacarezinho affida all’Istituto una regione dove in seguito sono nate altre quattro diocesi. I coloni erano già quasi tutti battezzati, ma nei centri che nascevano al limite della foresta mancava ogni segno e assistenza religiosa. I missionari corrono di slancio sulle piste, si mettono a disposizione della gente, nascono una dozzina di parrocchie e molte chiese e cappelle secondarie, scuole e opere sociali. Il p. Francesco Fantin, che ha vissuto quei primi tempi, racconta (3):

«Nei nostri missionari c’era una grande passione missionaria di lavorare per le anime, erano donati totalmente agli altri, disponibili ad ogni sacrificio e ben convinti di dover portare anzitutto la salvezza in Cristo. A Jaguapitá, in Paraná, il padre Guido Cagnoni, che veniva dalla Cina, è morto il 5 aprile 1964, ma i vecchi lo ricordano ancora oggi, più di trent’anni dopo. Faceva catechismo mattino e sera sotto una pianta, andavano in tanti ad ascoltarlo. Diceva sempre che l’ignoranza religiosa che aveva trovato in Brasile gli faceva paura e per far paura ad uno come lui ce ne voleva! Qualche anziano mi ha detto: ‘‘Se abbiamo imparato qualcosa della fede, lo dobbiamo a padre Cagnoni’’. La gente lo seguiva, perché era convinto di quel che diceva. Non faceva prediche di tipo formalistico, ma parlava dell’esperienza di vita spirituale che viveva. Quindi parlava col cuore e chi ascoltava capiva».

Il p. Domenico Girotto veniva dalla Birmania e da un campo di concentramento inglese in India. Nel 1948 l’avevano mandato in Brasile, a Sertanópolis in Paraná. Ricorda (4):

«Mi chiamavano a tutte le ore ed ero sempre disponibile. La parrocchia di Sertanópolis aveva cinque cappelle da visitare che potevano essere altrettante parrocchie. Si andava sabato a mezzogiorno, si confessava tutta la notte e al mattino di domenica si tornava a Sertanópolis per le messe e le confessioni. Al confessionale c’erano code fino al mattino, anche alle due, tre e quattro di notte. Quando si spargeva la voce che c’era il prete, accorrevano da ogni parte, si riempiva la chiesa ad ogni ora. Era un popolo abbandonato, avevano veramente bisogno del prete.
Al mattino di domenica tornavamo a Sertanópolis per le messe e confessioni. Al pomeriggio si dormiva qualche ora e poi andavamo in un’altra cappella e anche là si confessava tutta la notte. Ci siamo buttati in questo lavoro, dedicandoci completamente al popolo e loro rispondevano. C’erano molti figli di italiani, che si sono fatti in quattro perché il missionario italiano facesse bella figura. Non ho mai chiesto una lira ai superiori o al vescovo. La gente dava molto e noi facevamo scuole, opere sociali, cappelle, case della missione, oltre che aiutare i poveri. Il popolo sceglieva i posti per costruire la cappella o la chiesa. Il proprietario regalava il terreno e si costruiva sempre a spese e per opera della popolazione. Se ti dai tutto, la gente ti viene dietro. Noi eravamo mangiati dalle richieste. Io non mi sono mai tirato indietro, andavo a trovare tutti i malati, i bisognosi».

Un’altra parrocchia fondata dal Pime in Paraná, considerata ancor oggi «modello» dall’arcivescovo di Londrina, è quella di Porecatú dove si venera il fondatore p. Gaziano Calogero. In base all’esperienza missionaria fatta in Birmania diceva:

«Quando in un paese non c’è la chiesa e nemmeno la scuola, prima fai la scuola e poi la chiesa, perché l’ignoranza è il peggior nemico dell’uomo».

Così lui ha fatto in tutta la regione sotto il suo controllo: ha incominciato con le elementari e le scuole di alfabetizzazione degli adulti; poi il ginnasio, le commerciali, la scuola di formazione degli insegnanti, il collegio con l’internato per gli alunni più lontani, infine il pre-seminario. Quando vedeva che il governo faceva le scuole, allora cedeva quelle che aveva costruito e avviato lui. Non voleva in alcun modo sostituirsi al governo, ma solo dare uno stimolo in modo che le autorità si muovessero.
Padre Calogero è stato un grande missionario, ha fondato la parrocchia su basi solide: l’istruzione religiosa e l’impegno dei laici nell’apostolato. Diceva ai suoi coadiutori:

«Nella parrocchia bisogna dare il 10% di responsabilità al prete, il 90% ai laici».

Animava, predicava, istruiva, organizzava, ma poi lasciava fare ai laici. I movimenti laicali nel nord Paraná in genere sono nati a Porecatú, poi si diffondevano nelle parrocchie del Pime e nelle altre.

Il collegio Santo Antonio ad Assis

La città di Assis ha rappresentato fin dall’inizio il centro dell’attività del Pime nelle regioni interne dello stato di San Paolo. Nella diocesi di Assis e in quelle vicine l’Istituto ha fondato sette parrocchie. Una merita di essere ricordata in particolare: quella di Vila Operaria fondata negli anni cinquanta da p. Luigi Bellini, già missionario in India, mandato ad Assis nel 1954 (dopo sei anni di Amazzonia). Si trova in mezzo a poveri operai e contadini, immigrati che vivono in baracche, gente dispersa e anonima in un quartiere nascente senza identità. Bellini usa lo sport come strumento di aggregazione dei giovani e delle famiglie. Costruisce un grande e moderno stadio, illuminato anche di notte, con tutte le più moderne attrezzature e tribune.
Una meraviglia mai vista da quelle parti. Attorno allo stadio nascono i club sportivi, squadre di calcio e di altri sport in città e nelle campagne circostanti; il missionario e i suoi collaboratori organizzano campionati di calcio secondo le varie età in tutta la regione.

«Questo giro sportivo, diceva p. Bellini (morto a Lecco il 4 maggio 1996), ha lanciato il nome di Vila Operaria sui giornali, alle radio e televisioni ed ha dato alla gente un certo orgoglio. Sono venuti a giocare nel nostro stadio anche squadre famose in Brasile, come il Flamengo, il Palmeiras, il Corinthians».

Lo sport è stato lo strumento per creare unità fra gente sbandata e depressa e per portarla alla Chiesa. Poi sono nate le altre iniziative: scuole per giovani e adulti, «Il pane dei poveri», oratorio per i giovani, biblioteca popolare, la compagnia filodrammatica, la banda musicale, le associazioni cattoliche di categoria, il settimanale di Assis «A Voz da Terra», ecc. E naturalmente le tre chiese e le molte cappelle costruite, con le attività pastorali e di educazione religiosa.
Negli anni cinquanta il Pime costruisce ad Assis un grande collegio, il Santo Antonio, che nasce in sostituzione del piccolo collegio diocesano già esistente nel 1948 nella casa episcopale (45 alunni tutti esterni). Fin dall’inizio ci si chiede se il Pime, come Istituto missionario, può costruire e gestire un collegio cattolico. Oltre al fatto che lo chiedeva il vescovo, i motivi pastorali erano evidenti. Nelle regioni interne del Brasile si verificava in quel tempo una «corsa alla scuola» da parte delle famiglie e il governo non aveva i mezzi né la volontà per intervenire. Le Chiese protestanti si erano inserite in questa esigenza popolare, costruendo scuole e collegi con internati, per gli alunni più lontani dalle città. In alcune regioni i vescovi notavano una forte espansione delle Chiese e sette protestanti attraverso le scuole.
Nella seconda metà degli anni cinquanta il Pime costruisce il collegio Santo Antonio appena fuori di Assis, che

«ha avuto una grande missione, dice p. Luigi Viganò (5), perché fin dall’inizio è stato impostato per trasmettere non solo la cultura, ma la fede».

Richiede però un impegno gravoso di personale. Nel giugno 1961 il rettore p. José Contini presenta alla direzione regionale del Brasile una relazione: 700 alunni (dei quali 230 interni), padri e fratelli impegnati nel collegio e nel seminario: 18. Attorno al collegio nascono varie iniziative: dibattiti sui problemi d’attualità, incontri culturali, ecc.

«Qualcuno si scandalizzava — dice p. Giuseppe Contini — perché collegio e seminario avevano 15-16 preti: ma noi eravamo sempre a disposizione delle parrocchie per domeniche e feste, confessioni e predicazioni straordinarie, missioni al popolo, incontri di giovani e di gruppi ecclesiali. Servivamo le parrocchie di Assis e di una vasta regione intorno».

Le parrocchie in «favelas» e la «Meninópolis» di San Paolo

Una terza regione in cui l’Istituto lavora, oltre al nord Paraná e all’interno dello stato di San Paolo (diocesi di Assis), è la città e la regione della capitale industriale del Brasile: all’inizio del secolo con 80.000 abitanti, due milioni nel 1950, 15 milioni oggi. Dal 1948 ad oggi i missionari del Pime vi hanno fondato o diretto 13 parrocchie (6) quasi tutte nella regione sud della metropoli (oggi diocesi di Santo Amaro). Un’opera di pionieri, mentre esplodevano i quartieri di baracche («favelas») che sono un fenomeno degli ultimi 40 anni.
Quando venne fondata dal Pime nel 1960, la parrocchia di Pedreira (ancor oggi affidata all’Istituto) era all’estrema periferia di San Paolo: poche casupole parse in mezzo ai boschi, con qualche botteguccia e strade di terra su e giù per le colline. Nel 1996 il parroco p. Franco Villa ha fatto fare dai suoi aiutanti il censimento della parrocchia, casa per casa, baracca per baracca: aveva calcolato 70-80.000 abitanti, ne sono stati censiti più di 120.000, dei quali 62.230 favelados, cioè baraccati viventi in otto «favelas» (quartieri abusivi di baracche)!
Il p. Luigi Gargioni è stato il primo parroco a prendere possesso della parrocchia di Brooklin, quartiere nascente di San Paolo, in mezzo a colline ricoperte di boschi: nel 1948 Brooklin non aveva più di 20.000 abitanti, ma cresceva di giorno in giorno per il gran numero di immigrati che giungevano dai paesi europei appena usciti dalla guerra (soprattutto italiani e tedeschi). Oggi quella regione ha circa un milione e mezzo di abitanti.
Il p. Carlo Acquani, viceparroco di p. Gargioni, ricorda che all’inizio, in quella come nelle altre parrocchie nascenti a San Paolo, i missionari del Pime erano così poveri da essere costretti quasi ogni giorno ad andare in cattedrale o in altre chiese del centro città, per poter celebrare qualche messa o funerale e ricevere un piccolo compenso che permettesse di campare. Gli immigrati cercavano il sacerdote, ma erano anch’essi poverissimi.
In dieci anni il Pime costruisce la chiesa del Sacro Cuore a Brooklin oggi in centro città (opera di p. Vincenzo Mariani) e la grande scuola di «Meninópolis» che ha più di 2.000 alunni (ambedue passate alla diocesi di Santo Amaro). La «Meninópolis» merita un particolare ricordo perché porta a San Paolo la tradizione degli oratori milanesi e l’organizzazione dei ragazzi secondo il modello dell’Azione Cattolica italiana di quel tempo. Nel 1951 p. Carlos Acquani fonda «La Compagnia dei Bandeirantes», riferendosi ai brasiliani che nei secoli XVII e XVIII partivano da San Paolo verso l’interno per l’esplorazione e la conquista di nuovi territori. In un quartiere nascente come Brooklin paulista, allora fatto di poveri immigrati, Acquani fonda la «città dei ragazzi» (Meninopolis) che ha la sua bandiera (azzurra e bianca con una grande croce), l’inno e il motto («Puri, generosi, leali»), il suo statuto, le sue attività da realizzare.

«Meninópolis è la città in cui i ragazzi vogliono diventare buoni»

Così diceva una grande scritta all’ingresso. I membri della Meninopolis, nominati «piccoli bandeirantes», fanno giuramento di fedeltà alle leggi della città dei ragazzi, si distribuiscono i compiti, eleggono le varie cariche, giocano, si impegnano nello studio e in opere di bene, pregano assieme. Meninópolis incomincia nel 1953 con 120 alunni delle elementari. Nel 1965 ha 1.548 alunni anche di ginnasio e liceo, con palestra, cortili, grande salone del cinema, molte iniziative di svago e di educazione extra-scolastica: una scuola e oratorio aperti a tutti i ragazzi del quartiere, anche a quelli che non hanno potuto trovare posto nelle aule scolastiche strapiene.
Nel 1965 la Meninópolis è diretta da p. Teodoro Negri, che la porta fino a superare i 2.000 alunni dando prestigio con iniziative culturali e coinvolgendo i genitori dei ragazzi in corsi formativi. La crisi verrà, come vedremo, negli anni ottanta per la mancanza di missionari giovani nella direzione e animazione della Meninopolis.
Nella regione attorno alla metropoli di San Paolo, il Pime fonda o lavora in altre quattro parrocchie. Nel giugno 1948 a Bragança paulista, 100 km. a nord di San Paolo, l’Istituto assume la seconda parrocchia cittadina (oltre alla cattedrale dov’era il vescovo), di cui esistevano solo le fondamenta della chiesa. P. Aldo Bollini (7), col suo coadiutore p. Donato Vaglio, hanno trasformato la cittadina. P. Donato si interessava dell’istruzione religiosa, formava i catechisti, istituiva la «compagnia della dottrina cristiana», ente pubblico riconosciuto dal governo ancor oggi attivo. P. Bollini invece costruiva chiese e scuole, case per la gente, pere sociali, dispensari medici, persino una stazione ferroviaria... Bollini era un fanatico della scuola: dovunque arrivava costruiva prima la scuola e poi la chiesa, anche nei centri rurali minori, vincendo molte resistenze. All’inizio degli anni cinquanta, i proprietari terrieri e lo stesso sindaco di Bragança gli dicevano:

«Perché fare la scuola per i contadini? Non hanno mai capito nulla e devono solo lavorare la terra. È inutile insegnar loro a leggere e scrivere!».

Nello stato di Santa Catarina tra agricoltori e «pistoleros» (1963)

Dopo 15 anni dall’arrivo nel Brasile del sud, il Pime incomincia a guardare fuori degli stati di San Paolo e Paraná. Nel 1962, dopo una visita a varie diocesi, il superiore regionale p. Giovanni Airaghi si ferma in quella di Lajes, nell’interno dello stato di Santa Catarina: il vescovo affida al Pime la parrocchia di Fraiburgo. Nel marzo 1963 fanno la loro entrata il parroco p. Biagio Simonetti e il suo coadiutore p. Francesco Fantin. Quest’ultimo però, pochi mesi dopo, viene inviato dal vescovo per una missione urgente nella vicina parrocchia di Lebon Regis, dalla quale alcuni parroci avevano dovuto ritirarsi.

«La mia parrocchia — mi diceva p. Fantin quando l’avevo intervistato nell’estate 1966 (8) — ha circa 20.000 abitanti dispersi in un territorio vastissimo: colline, foreste, pascoli, strade in terra battuta. Sono venuto per sostituire un parroco che era scappato perché minacciato di morte. Uno dei miei compiti è di pacificare le famiglie e i villaggi perché siamo spesso in guerra per le terre, il possesso dell’acqua e degli animali. Tutti girano armati, ma quando vengono in chiesa lasciano le armi in deposito ad un mio aiutante. Sono riuscito ad imporre la regola che quando c’è una festa in paese, le armi sono lasciate in custodia alla chiesa. Ho minacciato che se vedo un’arma in giro non celebro più la messa e non faccio uscire la Madonna o il santo protettore per la processione. Così le feste si svolgono senza sparatorie e accoltellamenti.
È gente buona, ma abbandonata anche dallo stato. Una decina d’anni fa c’era un parroco che girava con due pistole ai fianchi e aveva due giovanotti grandi e grossi e buoni tiratori che gli facevano da guardaspalle. Pochi mesi fa sono venuto a sapere che il presidente di una delle mie cappelle in un villaggio lontano ha ammazzato 14 persone: è il più forte del paese ed era stato eletto presidente della cappella. C’è voluta molta diplomazia per riuscire a cambiarlo senza offenderlo...».

Padre Biagio Simonetti in trenta e più anni a Fraiburgo ha evangelizzato e promosso lo sviluppo della regione. La città di Fraiburgo, che oggi ha 40.000 abitanti, è nata attorno alla chiesa e dalle iniziative di p. Biagio, che hanno dato stabilità alla popolazione: anzitutto ha costruito le scuole, dalle elementari alla tecnica- commerciale ed alla scuola di agronomia; poi ha costruito casette per la gente, sollecitato e aiutato il sorgere di industrie e le piantagioni di frutta su vasta scala. Negli anni ottanta e novanta è anche stato eletto sindaco. Il p. Antonio Palermo, coadiutore di p. Biagio negli anni sessanta, racconta (9):

«L’arrivo dei profughi francesi dall’Algeria nel 1963 ha favorito lo sviluppo di Fraiburgo, che è nata come segheria per il legno delle foreste, con gente che andava e veniva. I francesi hanno piantato mele: il clima e il terreno sono adatti, le mele di Fraiburgo sono diventate famose in Brasile. Noi abbiamo convinto i brasiliani a non vendere i terreni ai francesi, ma ad imparare da loro a coltivare mele. Così è stato, i francesi sono rimasti, ma anche i brasiliani si sono radicati sul territorio. Oggi vale la pena di visitare la regione di Fraiburgo nel mese di settembre, perché trovi chilometri e chilometri di piantagioni di meli in fiore. Vengono i turisti a vedere lo spettacolo e ci sono parecchi alberghi per accoglierli. Fraiburgo è conosciuta come ‘‘la capitale delle mele’’ in Brasile. In buona parte il merito è di p. Simonetti, che ha saputo convincere i brasiliani a dedicarsi alla frutticoltura specializzata, invece di continuare solo con i pascoli e le mandrie di vacche e buoi».

Sul piano religioso la parrocchia di Fraiburgo, oggi restituita alla diocesi di Lajes, è ben impostata sulla base dell’istruzione religiosa e l’impegno dei laici: ha una grande chiesa centrale, altre tre chiese in muratura e quattro in legno, e poi opere sociali e di assistenza religiosa. Nella stessa diocesi di Lajes il Pime ha fondato o lavorato in altre parrocchie: Caçador (oggi diocesi), Rio das Antas, Monte Castelo, Salto Veloso, Ipoméia.
Nell’archidiocesi di Florianópolis, sempre nello stato di Santa Catarina, l’Istituto ha lavorato nelle parrocchie di Ponte do Maruim, Palhoça (dove c’è stata la casa di formazione dei fratelli brasiliani), Brusque (seminario filosofico) e Florianópolis (seminario teologico e rivista «Missão Jovem»). Più a sud, nella diocesi di Tubarão, il vescovo ha affidato al Pime il suo seminario minore a metà degli anni sessanta, per dare una formazione missionaria ai suoi seminaristi. Ancor oggi Tubarão è una diocesi missionaria, ha mandato diversi seminaristi e sacerdoti per un’esperienza missionaria in Guinea-Bissau e nelle Filippine con il Pime.

Il «Regolamento per la Regione brasiliana»

Nei primi vent’anni (1946-1965) la crescita del Pime in Brasile è stata tumultuosa, favorita dal costante afflusso di missionari dall’Italia. Ma nel 1965 l’Istituto non aveva ancora una vera casa regionale (solo alcuni locali di fortuna nella Meninopolis), né strutture di accoglienza, studio, riposo, procura per i missionari. Tutto questo pesava sulle spalle di padre Attilio Garrè e di padre Giovanni Airaghi, i primi due superiori regionali del Brasile (1946-1965), che scrivono al superiore generale accorate lettere per raccontare situazioni ormai insostenibili: i singoli missionari lavorano bene, i vescovi sono contenti e ne chiedono altri, ma l’Istituto in Brasile non ha case, non ha strutture, non ha finanze: come fa ad assistere i suoi membri?
Da Roma i superiori generali rispondono richiamando due principi: il divieto di accettare qualsiasi parrocchia od opera «senza previa ed esplicita approvazione della direzione»; secondo: «Le parrocchie e le opere sono affidate all’istituto e non ai singoli padri. Questi le gestiscono per conto dell’Istituto». Quindi nessuno può assumere impegni dai vescovi a nome proprio.
In una lettera a p. Risso (8 gennaio 1951) (10), padre Garrè ricorda che quando i primi tre missionari sbarcarono in Brasile nel 1946, non c’era né missione né casa né niente di preparato. Sistemati alla bell’e meglio e assunte le parrocchie di Bragança e di Assis nel sud, la missione dell’Amapá e l’impegno di Manaus in Amazzonia, ecco che arrivano le prime ondate di padri e le richieste di vescovi per avere missionari: data la disponibilità di personale negli anni 1948-1950, si sono assunte numerose parrocchie.

«Né prima, né allora, né dopo — scrive p. Garrè — e nemmeno durante e dopo la visita di vostra paternità rev.ma (nel 1949, n.d.r.), mi si diedero direttive sull’accettazione delle parrocchie o sulla necessità di consultare, volta per volta, la direzione generale prima di accettarle e le condizioni dell’accettazione. Tant’è vero che v.p. rev.ma, ì passando a Ibiporã, accettò senz’altro la parrocchia immensa di Jaguapitã, senza nessuna condizione.
L’impressione ricevuta — continua p. Garrè — fu che c’era necessità di sfollare Milano e si mandassero padri e fratelli dove c’era bisogno. Nella sua visita, lei poté constatare l’estrema necessità di sacerdoti nel Brasile, l’abbandono delle popolazioni non inferiore a quello delle missioni inter paganos: la mancanza di case e chiese e mezzi fra un popolo nel quale, accanto ai grandi ricchi, ci sono i poverissimi a cui, più specialmente, è indirizzato il nostro apostolato. I pochi ricchi sono nella generalità lontani dalla Chiesa, concubini, divorziati, giocatori... i molti poveri incapaci di aiutare i padri e bisognosi essi stessi di aiuto. Ne veniva di conseguenza per me una libertà d’azione, dentro le idee generali ricevute dalla direzione, che non era limitata da nessuna direttiva più specifica.
I padri mandati in Brasile — continua Garrè — sono dei più disparati. Alcuni, la maggioranza, venuti da missioni dell’Africa, India, Birmania, Cina, abituati a lavorare con una certa indipendenza e con metodi vari secondo le regioni e i costumi da cui provenivano; altri venuti da posti fuori dell’istituto, abituati a reggersi con i metodi e canoni diocesani; altri venuti dai seminari, ignari di quello che è la vera vita di apostolato».

Quanto al mettere i padri a due a due nelle parrocchie, p. Garrè dice che è praticamente impossibile e cita cappuccini, pallottini, francescani, Verbo Divino, «che hanno, in generale, un padre solo per parrocchia. Dove uno vive e fa qualche economia, due non vivono, o a stento». Il superiore generale risponde in data 8 febbraio 1952 (11):

«La nostra venuta in Brasile ha avuto tutto l’andamento di una improvvisazione. Il Signore però ci ha aiutati e dobbiamo ringraziarlo, ed essere anche riconoscenti a quanti vi hanno concorso. Tuttavia per organizzarci e funzionare come vuole la S. Sede abbiamo ancora molto da fare. Capirai facilmente l’opportunità delle nostre insistenze, considerando che in Brasile abbiamo una sessantina di missionari, in gran parte al sud, sparpagliati in parrocchie. Sono quelli per i quali più trepidiamo, tanto più perché in gran parte vivono da soli... Il pericolo della solitudine sia almeno alleviato, ed essi non abbiano l’impressione di essere abbandonati a se stessi».

Finalmente, dopo tante discussioni, il 9 maggio 1952 Garrè invia alla direzione lo «schema di regolamento» (12) e il 3 ottobre il «regolamento per la regione brasiliana del Pime» è approvato ad experimentum dal superiore generale (13), con lettera a p. Garrè (14), nella quale c’è anche questa direttiva:

«La prego poi di  cominciare a studiare il problema di un nostro seminario e di una nostra rivista in Brasile».

Il «regolamento» è diviso in due parti: norme per il superiore regionale e direttorio per i membri. Il concetto base è che i missionari appartengono ad un Istituto che li ha formati ed inviati a servizio delle diocesi, li assiste nelle loro necessità e domani li riprenderà a carico quando non potranno più servire nel lavoro sacerdotale. Hanno quindi il dovere della vita comunitaria (due a due e preghiere comunitarie dove è possibile) e di contribuire alla vita dell’Istituto, dando ad esso i frutti del loro lavoro, come stabilito del diritto vigente e nelle convenzioni con i vescovi delle diocesi di cui sono a servizio.

Come il Pime assumeva nuove parrocchie senza saperlo

Quello che più preoccupava i superiori era la tendenza ad una espansione non controllata. Il superiore generale, in seguito ad alcuni inconvenienti successi, scrive a Garrè (11 febbraio 1953) (15):

«Non accettare assolutamente altre parrocchie e vedi da quali è conveniente ritirarci... Non tollerare che i padri brighino per avere altre parrocchie. La direzione generale per il futuro dichiara nulla l’accettazione di altre parrocchie, anche se erette in territorio già a noi affidato, se non c’è il previo consenso scritto della Direzione generale».

Ma è più facile scrivere norme che farle osservare nella pratica! Una lettera di p. Garrè (23 febbraio 1953) (16) spiega bene come il Pime assumeva, a volte, nuove parrocchie senza che il superiore regionale lo sapesse: figuriamoci la direzione generale a Roma!
Due esempi: il primo è la parrocchia di Sertanópolis (Paraná) che aveva a Primeiro de Maio una chiesa secondaria, con popolazione quasi uguale a quella della «matrice» (cioè la parrocchiale). P. Garrè manda come parroco p. Nazareno Ciattaglia, che si prende cura di ambedue le chiese, formando due comunità cristiane molto vive. Intanto Primeiro de Maio viene eretto in municipio e il vescovo, senza dire nulla a p. Garrè, vi costituisce una nuova parrocchia che rimane automaticamente affidata a p. Ciattaglia e quindi al Pime!
Secondo esempio: Florestópolis. A Porecatú, il parroco p. Gaziano Calogero manda il vice-parroco p. Carmelo Romano a Florestópolis dove c’è in costruzione la chiesa, sempre dipendendo da Porecatú e dal suo parroco. La situazione ecclesiale migliora spiritualmente. Nel frattempo Florestópolis è eretta in municipio e la popolazione insiste per avere un suo vigario. P. Garrè accetta questa nuova parrocchia perché, dice,

«praticamente le cose restavano come già erano e perché pensai che con il nome di "nuove parrocchie" la direzione generale intendesse nuovi territori... E questo anche perché con questi padri anziani il sistemarli a due a due non è facile e spesso si risolve in un minor bene».

Un altro esempio da citare è la parrocchia (oggi diocesi) di Santo Amaro, una delle più antiche e importanti di San Paolo. Il 1° gennaio 1952 due padri (Gaetano Filippin, reduce dalla Cina, e Angelo Gianola) vi entrano come parroco e vice-parroco. P. Garrè scrive (17) che aver dato la parrocchia al Pime

«è un atto di grande fiducia del cardinale, che non mancherà di suscitare ammirazione anche nel clero secolare».

Ma un anno dopo, l’arcivescovo di San Paolo propone all’istituto di assumere Santo Amaro anche per il futuro, con tutte le parrocchie nuove che verranno create nel suo territorio. Ne segue un fitto scambio di lettere. Il superiore generale non vuole firmare un impegno che non si sa dove porterà: è in atto infatti una forte immigrazione a San Paolo e la storia ha dimostrato che dalla parrocchia di Santo Amaro è nata addirittura una diocesi, oggi con 45 parrocchie! Il 31 dicembre 1955, il Pime si ritira da Santo Amaro, che restituisce al clero diocesano di San Paolo. L’istituto rimarrà però nella zona, fondando sei parrocchie della nuova diocesi e curandone ancor oggi tre. Con lettera del 23 marzo 1953 (18), p. Risso scrive a Garrè: ci vuole una convenzione chiara per ogni parrocchia, regolarizzando con gli ordinari la nostra posizione. I vescovi, lamenta p. Risso,

«stanno disponendo dei nostri padri come se fossero loro proprio clero secolare diocesano».

I missionari in Brasile si sentono incompresi nell’Istituto

Uno dei temi su cui molto si è discusso all’interno del Pime è se si può definire il Brasile «terra di missione», adatto cioè ad un istituto nato come «Seminario Lombardo delle Missioni Estere», fondato nel 1850 da mons. Angelo Ramazzotti e dai vescovi di Lombardia, che erano «mossi dal desiderio di vedere dilatato il regno santissimo di Gesù Cristo nelle regioni degli infedeli» (19). P. Paolo Manna ha scritto (20), che

«il nostro Istituto, a differenza di altri che esisterebbero anche senza avere le missioni, non esiste per sé; esiste solo perché esistono le missioni; i suoi interessi sono solo quelli delle missioni affidategli dalla Chiesa. Si parte non per andare all’estero a fondare case dell’Istituto, ma la Chiesa di Dio; si parte per gettare le basi di Chiese indigene e così contribuire efficacemente ad estendere il Regno di Dio sulla terra».

Infatti il Capitolo di rinnovamento post-conciliare (1971-1972), facendo riferimento all’«Ad Gentes» (n. 6), ha definito come

«fine dell’istituto l’evangelizzazione dei non cristiani e la ‘‘plantatio Ecclesiae’’ in quei popoli e gruppi in cui ancora non esiste» ed ha stabilito alcune priorità dei suoi impegni.

Per comprendere la non facile condizione psicologica in cui si sono trovati (specie all’inizio) i missionari del Brasile, va tenuto conto del pesante «complesso d’inferiorità» riguardo agli altri confratelli impegnati nelle «missioni tra gli infedeli». P. Attilio Garrè, enumerando le difficoltà di lavorare in Brasile, scrive al superiore generale (21):

«A quanto sopra, si aggiunga l’ambiente poco simpatico o addirittura ostile incontrato dai padri — ed anche ultimamente da p. Gargioni — sia in alto che in basso nell’istituto. Si è avuta qui la sensazione di essere considerati gente fuori dello spirito e delle finalità dell’istituto. Frasi di membri della direzione, di provinciali, di direttori della stampa, ecc. si trasmettono di padre in padre, aumentando la divisione degli animi fra il Brasile e l’Italia. Sembra proprio che il demonio abbia fatto il possibile per frustrare, in partenza, l’iniziativa brasiliana».

In un articolo mandato a «Il Vincolo» (e mai pubblicato), p. Giuseppe Maritano lamenta l’incomprensione che circonda nel Pime i missionari in Brasile quasi fossero degli «imboscati» (22):

«Saremmo noi forse colpevoli — scrive Maritano — per aver fatto l’obbedienza che abbiamo giurato di fare sempre? Ci guardavano come dei poveretti che fanno compassione... Il bello è che mentre gli altri istituti si meravigliano del nostro tanto rapido progresso in Brasile, il nostro Istituto (cioè molti dei nostri confratelli) trova che tutto questo non è progresso ma confusione».

La risposta a questo stato di incertezza psicologica viene a poco a poco dall’azione. Man mano che i missionari si impegnano a fondo nell’esperienza brasiliana, si rendono conto del lavoro autenticamente missionario che è loro richiesto dalla situazione di un popolo battezzato sì, ma mai veramente evangelizzato. Anche nell’interno dell’Istituto il Brasile è ormai pienamente accettato come luogo d’impegno per il Pime.
Nei primi tempi i superiori, preoccupati per questo «distacco psicologico» del Brasile dal resto dell’Istituto, cercano di dare orientamenti comuni sia alle missioni d’oriente che a quella in America Latina. Notano ad esempio che, mentre dalle missioni tradizionali del Pime si pratica in modo rigido la tradizione del «morire in missione», i missionari del Brasile ritornano in Italia con più facilità (anche perché, per curare i malati, non esistevano strutture dell’Istituto come nelle altre missioni). La direzione generale richiama con forza alla tradizione: se non è per gravissimi motivi, si resta in missione. Con lettera del 15 aprile 1953, p. Alberto Morelli, assistente della direzione generale, scrive a proposito di un missionario che Garrè voleva rimandare in Italia perché non godeva di buona salute (23):

«Il rimpatrio è il mezzo estremo da usarsi solo quando esso fosse efficace veramente e quando non ce ne fosse nessun altro o tutti gli altri avessero fallito». Nel caso in questione, aggiunge p. Morelli, «non si verifica né l’una né l’altra delle condizioni. Quindi è meglio che il missionario rimanga a riposo assoluto per tutto il tempo necessario.... Quanto le Costituzioni e la tradizione dell’Istituto dicono circa la perseveranza in missione vale anche per il sud del Brasile».

Giovanni Airaghi nuovo superiore regionale (1954-1965)

Il 23 luglio 1953 la direzione generale nomina p. Alberto Morelli (già missionario in Amazzonia) visitatore straordinario della regione brasiliana, col compito di visitare tutti i confratelli; riunirli in zone «in modo da evitare gli isolamenti»; interessarsi per ottenere regolare convenzione per le parrocchie affidate all’Istituto e proibire che se ne accettino di nuove.
Il 27 marzo 1954 il superiore generale comunica a p. Garrè (24) che Morelli ha fatto una relazione completa della sua visita. Si lodano con soddisfazione i lavori compiuti, il bene fatto, le buone prospettive per il futuro e si ringrazia p. Garrè che è stato l’anima del Pime in Brasile. La direzione decide che il sud e il nord del Brasile restino sotto un solo superiore regionale, che deve visitare spesso i missionari, dando

«un’assistenza più effettiva e assidua a tutti i nostri missionari per la regolarità della vita, l’osservanza del regolamento e per impedire che si diffonda e radichi uno spirito di soverchia indipendenza. A questo fine sono indispensabili più frequenti visite ai singoli sul loro campo di lavoro e maggiori contatti con gli ordinari, perché questi si trovino di fronte ad un Istituto organizzato e non ad individui isolati».

Uno dei risultati della visita di p. Morelli in Brasile è la nomina di un nuovo superiore regionale, p. Giovanni Airaghi. La salute di p. Garrè non era mai stata buona: egli si spostava malvolentieri da San Paolo e soprattutto i missionari dell’Amazzonia si lamentavano che era poco presente fra di loro. Nella lettera a p. Garrè già citata (27 marzo 1954), il superiore generale continua dicendo che la sua malferma salute non gli permette più i «frequenti e faticosi viaggi» richiesti:

«D’altra parte, sappiamo bene che il suo tempo e le sue possibilità sono già assorbiti dai contatti coi benefattori ed amici che solo lei conosce e in questo settore la sua opera è non solo preziosa, ma insostituibile ora e in futuro. Perciò, pur con rincrescimento, ci sembra giunto il momento di spostare l’onere principale e più pesante della regione brasiliana su altre spalle più giovani e robuste» (25).

Garrè risponde il 3 aprile 1954 (26), dicendosi

«ben lieto di accettare le dimissioni così gentilmente offerte da codesta direzione... felice se potrò essere ancora di qualche aiuto al mio successore ed allo sviluppo del Pime in Brasile». P. Risso lo ringrazia di aver aderito «con tanta prontezza e spontaneità al desiderio espressoti dalla direzione».

Su padre Garrè (morto a San Paolo il 19 agosto 1967), ecco la testimonianza di p. Luigi Gargioni (27):

«Un superiore che ha lasciato lavorare, che ha saputo rispettare le iniziative dei padri. Forse non sempre seppe dare direttive chiare: tutti eravamo provvisori. Alcuni volevano delle regole, ma padre Garrè rispondeva citando don Orione: ‘‘Le regole devono essere l’espressione della nostra attività già in atto e della nostra carità evangelica’’... Forse molti ignorano un apostolato silenzioso ed efficace di padre Garrè: il ritorno di qualche sacerdote che aveva abbandonato il ministero. Chi scrive sa come con carità e prudenza seppe condurre questi fratelli a vivere di nuovo vicino a Dio e con che amore fraterno li accompagnò e li assistette nell’ultima fase della sua vita».

P. Vincenzo Mariani, superiore regionale al momento della sua morte, ha detto al suo funerale (28):

«Fin che le forze glie lo permisero, tutte le domeniche celebrò per il popolo e predicò col suo stile pacato tanto apprezzato dai fedeli. La sua vita fu un’offerta totale. Sprezzante del male, schivo e quasi ribelle alle cure, soffriva allegramente dando un esempio di serenità e di spirito di sacrificio non comune. La sua camera divenne una scuola. Sacerdoti e laici si succedevano, non per visite di amicizia, ma per avere da lui una parola di stimolo, un consiglio sicuro, perché, nonostante le sue sofferenze, era sempre pronto a confortare, a consigliare, a far rifiorire l’ottimismo cristiano in tutti».

«Organizzare l’Istituto in Brasile su basi più solide»

Con l’entrata in carica del nuovo regionale (14 aprile 1954), il superiore generale p. Luigi Risso scrive una lettera ai missionari in Brasile, importante perché è la prima volta che si afferma con chiarezza la volontà della direzione generale di fondare il Pime in Brasile (14 aprile 1954) (29).
Pur lodando «l’ardore, lo zelo e la evangelica audacia» dei missionari, egli afferma che «è necessario organizzare il nostro Istituto in Brasile su basi più solide». Il programma tracciato da p. Risso prevede: una maggiore assistenza spirituale e materiale ai missionari; la realizzazione di una casa regionale con annessa procura; il potenziamento delle opere proprie dell’istituto; assicurare una solida base economica alla regione; dedicare un conveniente numero di missionari alla «propaganda missionaria» (studiando la fondazione di una rivista missionaria e di un seminario missionario); infine, verranno stipulati accordi regolari e convenzioni con i vescovi per le parrocchie ed opere.

«L’amore che portate alle anime affidatevi — aggiunge p. Risso — non deve diminuire il vostro attaccamento all’Istituto e l’interesse per il suo sviluppo. Potenziando l’Istituto, noi mettiamo le premesse per una maggior attività missionaria e questo è obbligo di tutti, anche di quelli impiegati nel ministero. Se in confronto con altri lo sviluppo del nostro Istituto è stato minore, ciò è dovuto almeno in parte, al fatto che questo pratico e vivo interessamento non solo non sempre esiste, ma da alcuni può essere considerato quasi un difetto e una deviazione (30). Con questo spirito dovete osservare le disposizioni del regolamento circa l’amministrazione e i contributi. È quanto mai significativo che i vescovi stessi ripetutamente abbiano insistito su questo punto».

Otto anni dopo l’arrivo in Brasile, con p. Airaghi si precisa il senso della presenza del Pime in un paese almeno nominalmente cristiano: non solo fondare la Chiesa dove ancora non esiste (in Paraná, in Amazzonia e più tardi in Mato Grosso) e servire le diocesi che hanno assoluto bisogno di clero (in vari stati del Brasile Sud), ma anche suscitare, reclutare e formare vocazioni locali alla missione fra i non cristiani, realizzare un programma di animazione e di stampa missionaria. Questo almeno nelle intenzioni: in pratica si giungerà a questa convinzione comune solo negli anni ottanta.
Nel 1961, nonostante le difficoltà economiche, l’Istituto acquista a poco prezzo (con mutui bancari e aiuti dallo stato che voleva sviluppare la regione a sud della metropoli) un vastissimo terreno all’estrema periferia di San Paolo (553.000 mq.), dove nel 1963 p. Airaghi costruisce una casa dell’Istituto in mezzo ai boschi. Negli anni seguenti la regione si popola e nasce il quartiere di «Vila Missionaria» (31), oggi densamente abitato: il Pime vi ha fondato cinque parrocchie, tre delle quali ancora affidate all’Istituto (32). Il superiore regionale p. Vincenzo Mariani nel 1966 chiama le missionarie dell’Immacolata a collaborare con le parrocchie del Pime e lascia a loro la prima casa, costruendone un’altra più vasta e poche centinaia di metri (33), dove sposta la sede regionale dalla Meninopolis. Padre Aldo Da Tofori, a quel tempo amministratore del Pime in Brasile, racconta (34):

«Come Istituto avevamo in Brasile moltissime spese tutte a nostro carico: viaggi dei missionari, studi, costruzioni, cure mediche e ospedaliere, seminari, casa regionale, aiuti ai missionari dell’Amazzonia che facevano la fame; i nostri bilanci erano disastrosamente in rosso. Il terreno di Vila Missionaria è stato un colpo di fortuna. Ma era lontano dalla città e isolatissimo, in mezzo ai boschi, dove adesso c’è un’intera città. Si è comperato nel 1961 e sono andato io con un esperto che ha delimitato bene il terreno, disegnandone la mappa: come punti di riferimento ha preso un ruscello e una stella. Non c’erano strade né luce né acqua, solo foresta. La città era lontanissima. Vi abbiamo messo due uomini (che erano fratelli) come custodi, in una baracca, ma il terreno non era cintato, era tutto foresta.
Nel 1963 abbiamo costruito la prima casa del Pime e l’anno seguente vi abbiamo messo quattro studenti dell’Istituto che facevano l’anno di spiritualità, con padre Leo Cavallini come formatore. Ma era un posto impossibile: fango, mancanza di strade e di telefono, isolamento di notte. Io ci andavo tutti i giorni da Brooklin, prendevo due mezzi pubblici e poi facevo chilometri a piedi. Ho fatto costruire le strade, pulire il bosco, portare l’acqua e la luce. Nel 1965 si è incominciato a lottizzare il terreno ed a venderlo».

L’arresto di p. Vicini al tempo dei militari (1971)

Dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965) la Chiesa brasiliana inizia un rapido cammino di rinnovamento con il varo di iniziative e di organismi direttivi della Cnbb (Conferenza episcopale) e di «piani pastorali» che intendono realizzare la «linea conciliare». Con la dittatura militare iniziata nella primavera del 1964 il mondo cattolico, già diviso sulla lettura e l’applicazione pratica da dare al Concilio, trova un nuovo e grave motivo di contrasto tra quanti approvano (pur criticandolo nei suoi eccessi) il regime militare, che ha evitato la guerra civile e la presa di potere da parte dei comunisti; e quanti invece si pongono all’opposizione denunziando il soffocamento di ogni libertà.
Nel Pime tutti concordavano con quanto dicevano i superiori: «Noi siamo stranieri e non possiamo impegnarci in politica». Ma, specie a San Paolo, la polizia interpretava come «politica» qualsiasi riunione in cui si parlasse di diritti dell’uomo, di libertà e di giustizia sociale.
Nell’ottobre 1970 diventa arcivescovo di San Paolo mons. Paolo Evaristo Arns (cardinale dal 1973), e pochi mesi dopo, il 25 gennaio 1971, viene arrestato un giovane missionario del Pime, p. Giulio Vicini, viceparroco a Brooklin, sotto l’accusa di attività rivoluzionarie. P. Vicini e la sua collaboratrice Yara Spadini vengono torturati con scosse elettriche perché rivelino chissà quali trame sovversive. Semplicemente stavano ciclostilando una relazione per informare dell’uccisione, da parte dei militari, di un operaio cattolico durante una riunione della «pastorale operaia» in parrocchia.
La diocesi si mobilita per protestare. Il card. Arns pubblica un comunicato durissimo ordinandone l’affissione alle porte delle chiese (35), in cui afferma che i due arrestati

«godono della più alta stima nella zona vescovile della diocesi a cui appartengono» e «sono stati torturati in maniera ignominiosa nella sezione politica della polizia, come il vicario episcopale e l’arcivescovo stesso hanno potuto verificare».

Mons. Aristide Pirovano subito corre in Brasile e ottiene il permesso di visitare più volte i due carcerati; incontra il ministro della giustizia e il comandante militare di San Paolo, protestando ufficialmente contro il metodo diffuso di torturare arrestati e inquisiti, dicendo loro che «le torture sono un sistema che disonora il Brasile» (36).
In quella circostanza (37), mons. Pirovano afferma che la Chiesa non deve rinunziare a giudicare un sistema politico né

«a denunziare le violenze contro i diritti umani fondamentali. Ma ciò  è compito di tutta la Chiesa riunita attorno ai vescovi, non del singolo sacerdote o di un piccolo gruppo». Le drammatiche situazioni di povertà e di oppressione che si vivono in Brasile «turbano e scuotono molti sacerdoti, che diventano insofferenti. Non hanno la forza, la pazienza di aspettare, di aiutare a far crescere gli uomini nuovi, che domani trasformino la società. Vogliono bruciare i tempi. Sognano un rovesciamento del sistema, pensando che questa sia l’unica premessa per un avvenire migliore.
Come superiore ho il dovere di mettere in guardia i miei missionari contro l'illusione che tocchi alla Chiesa muovere le masse, promuovere rivoluzioni, mentre il suo compito è formare l'uomo... La Chiesa ha quindi il dovere di parlare, di gridare con forza, senza paura, ciò che è giusto e ciò che non lo è. A costo di essere offesa, imprigionata, calpestata. Ma importante è vedere come farlo, per essere veramente efficace... Nei paesi dell'est europeo, per esempio, la Chiesa si è mai sentita in dovere di tentare di rovesciarli?» (38).

Le parrocchie di «Vila Missionaria» fra le «favelas»

Nella Chiesa brasiliana, il post-Concilio ha creato o approfondito la rottura fra novità conciliari e tradizione. Anche il Pime in Brasile si è diviso per i contrasti nati da casi come quello di p. Giulio Vicini. All’inizio degli anni settanta nasce in America Latina la «teologia della liberazione», frutto delle scelte coraggiose compiute dai vescovi latino-americani nel loro incontro continentale a Medellín (Colombia) nell’agosto 1968.
Medellín rappresenta la forte presa di coscienza della miseria di gran parte del popolo, da parte dei cattolici latino-americani. È un grido di angoscia, una provocazione alle Chiese locali, che spesso appaiono succubi dei poteri politico-economici, per una «scelta dei poveri», che comporta l’impegno di agire per cambiare la situazione disumana e ingiusta in cui vive il popolo.
«La liberazione, dicevano i vescovi, viene dal Vangelo», ma parte della «teologia della liberazione» (quella più reclamizzata dai media), ha dato una lettura della realtà e proposto soluzioni inquinate da categorie marxiste (39); in varie sue correnti e personaggi rappresentativi ha sostenuto movimenti rivoluzionari e i regimi «socialisti» (Unione Sovietica, Cuba, Cina, Vietnam, Nicaragua, ecc.), dai quali avrebbe dovuto venire la liberazione dei poveri. Nel Pime, afferma p. Alberto Garuti (40),

«subito dopo il Concilio non pochi padri anziani avevano idee preconciliari, non pochi padri giovani volevano fare la rivoluzione. Inevitabile la rottura. I contrasti sono stati forti, la comunità s’è spaccata e i padri giovani dell’immediato post-Concilio sono usciti quasi tutti».

È interessante notare che in un periodo di incertezze, di crisi e di divisione come quello del post-Concilio, il Pime reagisce in modo missionario: non si rinchiude, ma si proietta all’esterno assumendo nuovi impegni di frontiera: la fondazione di altre parrocchie tra i «favelados» e il Mato Grosso.
Le cinque parrocchie fondate negli anni settanta all’estrema periferia sud-ovest di San Paolo sono legate al fatto, già ricordato, che nel 1961 il Pime acquista un immenso terreno di 55,3 ettari, tutto boschi e paludi dove nascono vari quartieri di «favelas». La zona è chiamata dal comune di San Paolo «Vila Missionaria»: sulla collina più alta i missionari costruiscono la parrocchia di San Francesco Saverio e poi la nuova casa regionale del Pime, assistendo la gente che viene ad abitare nel nuovo quartiere. Poi si impegnano ad assistere anche altri quartieri di baracche fondandovi le parrocchie di São José (Cupecé), Pedreira, Vila Joaniza, Guacurí.
Il terreno di Vila Missionaria era lontano dalla città e isolatissimo, con strade orribili. Nei primi tempi, quando un missionario del Pime doveva andare da San Paolo alla prima casa regionale in Vila Missionaria (in seguito passata alle missionarie dell’Immacolata), veniva dal centro città fino a Pedreira in pullman, poi il p. Aldo Da Tofori andava a prenderlo col trattore perché le macchine comuni su quelle strade non passavano. La prima casa regionale era una fazenda in mezzo a campi e foreste, con galline, porci, campi coltivati e anche il trattore! Il p. Carlos Acquani, superiore regionale dal 1968 al 1972, afferma:

«Per noi è stata una sfida andare a vivere tra i boschi e le favelas. Ho costruito la nuova casa regionale nel 1972 per spirito missionario tra il popolo più marginale, abbandonato anche dalla Chiesa. In tutta quella regione a sud-ovest della metropoli non c’erano parrocchie né preti. Le cinque esistenti le abbiamo fondate tutte noi del Pime, oltre ad altre vicine in cui abbiamo lavorato: Brooklin (fondata dal Pime), Vila Olimpia, Santo Amaro, Jardim Edete, Brooklin Novo. I nostri missionari hanno costruito chiese, case e opere parrocchiali, cappelle, centri sociali, asili, dispensari e scuole. Poi abbiamo passato tutto alla diocesi di Santo Amaro».

Il Pime in Brasile del sud è missionario o no? Ecco l’interrogativo dibattuto per anni. Nell’Istituto, soprattutto fra i missionari in Asia, l’Amazzonia veniva considerata «territorio missionario», mentre il Brasile del sud era etichettato come «paese cristiano»: quindi avrebbe dovuto essere abbandonato. Questo orientamento ha messo in crisi diversi missionari. Il p. José Contini scriveva proponendo un confronto scioccante (41):

«Ad Hong Kong si fanno in un anno 6.436 battesimi, i missionari del Pime nel Brasile del sud (nelle tre sub-regioni di San Paolo, Assis e Paraná) registrano 111.392 battesimi. Ma in Hong Kong si distribuiscono in un anno 3.144.257 comunioni, nel Brasile sud del Pime solo 734.820! I cattolici di Hong Kong sono supernutriti e vivono nell’abbondanza spirituale, quelli del Brasile vengono abbandonati».

L’avventura missionaria del Mato Grosso (1975)

Nel 1975 il Pime incomincia a restituire ai vescovi le parrocchie fondate in Paraná e nello stato di San Paolo: in quell’anno è consegnata all’arcivescovo di Londrina quella di Bela Vista do Paraiso, con una chiesa monumentale, una delle più belle del Brasile rurale. Lo stesso anno, il superiore regionale del Brasile sud, p. Luigi Cattaneo, accompagnato da due suoi consiglieri, si reca in visita alle diocesi del Mato Grosso: si ferma a Corumbá che ha un’estensione di 140.000 kmq. (metà Italia), con 300.000 abitanti dispersi in paesini, fazende e una decine di cittadine, con varie «riserve» di indios protette dallo stato e chiuse agli esterni.
Corumbà ha solo sei preti diocesani, con un collegio e una parrocchia dei salesiani nella città episcopale e alcuni redentoristi americani che tengono il settore sud-ovest della vastissima diocesi, ai confini col Paraguay; i quali però si sono ritirati da tre parrocchie troppo isolate: il vescovo le offre al Pime che le accetta. Da questo territorio con capitale Jardim nasce nel 1981 la diocesi omonima staccata da Corumbá, che oggi comprende le parrocchie di Jardim, Nioaque, Porto Murtinho, Bela Vista, Caracol, Guia Lopez, Bonito, con un vescovo salesiano brasiliano, mons. Onofrio Candido Rosa.
Il Mato Grosso del sud è al centro esatto del continente sudamericano, con un clima torrido (in certi mesi il termometro è fermo sui 43-48 gradi). Grandi estensioni di pascoli, foreste, mandrie di vacche e bufali, cowboys che girano armati, fazende estesissime custodite da guardie armate a cavallo. La popolazione è formata in gran parte da indios, meticci, neri, paraguayani e immigrati che vengono da tutte le parti. Una terra di avventurieri, briganti, contrabbandieri e povera gente all’ultimo gradino della scala sociale. Pochissimi i bianchi venuti dal sud Brasile, spesso scappati alla giustizia brasiliana.

I primi tempi — dice p. Ernesto Arosio, primo superiore della missione (42) — a Jardim c’era un morto ammazzato alla settimana. La polizia non esisteva ancora, ciascuno si faceva giustizia per conto suo. Nei giorni di festa, saltavano sempre fuori vendette, pestaggi, coltellate. Le gente andava in giro armata e le cittadine si presentavano come nel Far West americano del secolo scorso: tutti a cavallo con pochissime auto, perché non c’erano strade».

Il p. Leone Martinelli, che è stato in Amazzonia e poi in Mato Grosso, afferma che (43)

«la parte sud-ovest del Mato Grosso che abbiamo preso noi del Pime è peggio dell’Amazzonia, c’è più isolamento e minor progresso. Nelle cittadine dell’Amazzonia trovi tutto, qui no. Poi il clima è certamente peggiore. Anche la gente non risponde come in Amazzonia, dove c’è un popolo più omogeneo ed espansivo. Qui sono più chiusi perché di tante razze, lingue, culture. Però a poco a poco si riesce, portando il Vangelo e formando gruppi di preghiera, ad aprirli: si crea un ambiente familiare e la gente incomincia ad esprimersi».

Interessante anche la testimonianza di p. Salvatore Iddau, parroco a Porto Murtinho, cittadina sul Rio Paraguay che divide il Brasile dallo stato omonimo, separata dal centro della diocesi a Jardim da 170 km. di foreste e pascoli (44).

«La maggioranza del nostro popolo vive isolato nella pampa, fra buoi, foreste e pascoli, in condizioni di vita spesso disumane. Molti non sono registrati né in chiesa né in municipio, nessuno sa che esistono. Non ci sono matrimoni registrati, nelle fazende non esistono preti né ufficiali civili: si mettono assieme e fanno figli, poi lasciano la moglie e creano un’altra famiglia. Le ragazze madri non fanno problema, è normale che un uomo prenda una donna che ha già 3-4 figli. I ‘‘boiaderos’’ vanno in giro con le loro famiglie per mesi con i loro greggi di buoi e vacche. Si portano dietro su cavalli e asini tutta la loro casa: la famiglia, pentole, caffè, zucchero, riso, farina, coperte, anche legna da bruciare se sanno di non trovarla. Il problema dell’acqua da bere è grave per tutti. Se c’è un fiume, bene, altrimenti bevono l’acqua di pozzanghere dove vanno le bestie a rinfrescarsi. L’acqua è nera e puzzolente, la bevono così, senza nemmeno bollirla. Le malattie intestinali sono comunissime, ma non ci sono medici né medicine. Muoiono senza cure».

«Una Chiesa basata sulle comunità e sui laici»

Il Mato Grosso del sud è stato evangelizzato dall’inizio del nostro secolo: la diocesi di Corumbá è del 1910, le altre degli anni settanta e ottanta. P. Ernesto Arosio racconta:

«Abbiamo trovato un popolo civilmente e religiosamente abbandonato, molti non avevano mai visto un prete. Gli unici segni cristiani erano il battesimo dato in famiglia e il culto della Madonna e dei santi. Bisognava insegnare tutto partendo da zero, spesso anche a farsi il segno della croce. Abbiamo veramente fondato la Chiesa, costruendo cappelle e chiese, case del padre e delle suore, scuole e centri sociali, il primo seminario diocesano e la cattedrale, formando i catechisti. I pochi preti diocesani che abbiamo trovato vivevano isolati su grandissime distanze (il vescovo era a 300 km. e veniva una volta l’anno con un piccolo aereo), si erano inselvatichiti come la gente fra cui vivevano. Ma il popolo non faceva problemi: se il prete aveva dei figli e si ubriacava, vuol dire che era un uomo! In vent’anni il Pime ha mandato in Mato Grosso circa 25 padri e ne abbiamo perso uno solo, che era già venuto in Brasile con suoi problemi».

I missionari del Pime evangelizzano visitando le fazende e i gruppi più dispersi, diffondono la pratica del rosario in famiglia, formano catechisti e gruppi di preghiera: hanno fondato una Chiesa sempre più basata sulle comunità e sui laici, sul catechismo (insegnato in tutte le scuole che il governo ha costruito) e l’istruzione religiosa. Si sono interessati dei problemi sociali, hanno introdotto la coltura del baco da seta e della verdura, istituito cooperative di vendita del cotone e del granoturco (costruendo magazzini per la conservazione dei prodotti), facendo anche venire due agronomi per studiare i terreni e consigliare le colture migliori.
La Chiesa ha istituito il «Cpt» (consiglio di pastorale della terra), che appoggia la riforma agraria, fonda scuole e dispensari medici, cura la promozione femminile e l’alfabetizzazione degli adulti. Soprattutto il Cpt ha creato il «Progetto Salute», organizzando dei corsi di igiene e infermieristica, per formare gli «agenti di salute» oggi diffusi in paesini e fazende, con la loro valigetta di pronto soccorso e le medicine di base. Ogni mese una suora medico (delle missionarie dell’Immacolata) gira le fazende per incontrare questi «agenti di salute» e risolvere i casi più urgenti. Si sono fatte campagne per combattere la tubercolosi e costruiti sette «centri di salute» per la vendita di medicine a base di erbe (con orti specializzati in erbe mediche); acquistato e donato alle famiglia più povere capre per avere il latte e animali da cortile; la Germania ha regalato 5.000 filtri in terracotta per l’acqua, che si puliscono una volta al mese, durano per sempre e mantengono l’acqua fresca in ogni stagione, ecc.
Il p. Bruno Brugnolaro, parroco a Nioaque (45), dice:

«È un popolo buono e di fede profonda, ma poco istruito e superstizioso. Anche se vengono in chiesa, hanno un’anima ‘‘spiritista’’. Cioè, se hanno un problema si rivolgono agli spiriti, ai guaritori, agli stregoni. Abbiamo un ottimo vescovo, il salesiano mons. Candido Rosa molto umano, ospitale. Ha visitato tutte le parrocchie e tutte le cappelle, si ferma nelle singole parrocchie anche circa un mese, esce con il parroco, mangia nelle famiglie più umili, vuol conoscere tutti personalmente. Ha portato in giro nella diocesi la Madonna pellegrina, un mese in ogni parrocchia: e il vescovo si fermava un mese in quella parrocchia.
Molti dei nostri fedeli sono così poveri, ignoranti e arretrati, che non hanno idee diverse da quelle che riguardano vacche e buoi, foresta e pampa, mangiare e dormire... È disperante la lentezza di comprensione, la perdita di memoria in molti giovani: tu dici e spieghi un concetto, lo fai ripetere, ti pare l’abbiano capito. Il giorno dopo ritorni e nessuno ricorda più niente. Credo che in questa parte del Mato Grosso, forse il 10% degli abitanti sono come gli italiani: cioè che se dici una cosa ti capiscono e poi ricordano. Gli altri vanno tirati su proprio come persone.
Ma noi siamo testimoni dei miracoli dello Spirito: a volte proprio tra i poveracci trovi delle perle preziose. Una ragazza si è fatta suora, viene da una famiglia miserabile. Io pensavo: non è possibile che da qui esca una suora! Se vedessi cosa mangiano e come vivono nella sua baracca, ti spaventi. Eppure ne è venuta fuori una suora di profonda fede e spiritualità, con grande dedizione ai poveri. La grazia di Dio può tutto».

Formare missionari brasiliani da mandare in Africa (1958-1977)

Fin dall’inizio della loro presenza in Brasile, al sud e al nord, i missionari del Pime hanno suscitato in molti giovani il desiderio di essere come loro. Le prime proposte dei missionari alla direzione generale di aprire un seminario dell’Istituto in Brasile risalgono alla fine degli anni quaranta. Gli stessi vescovi per i quali l’Istituto lavorava si meravigliavano, negli anni cinquanta, che il Pime non accettasse brasiliani. La tradizione però era contraria: essendo Istituto «ad gentes» e di clero secolare (non religioso), il Pime è nato per annunziare Cristo ai non cristiani e fondare la Chiesa locale dove ancora non esiste; poi cedere tutto al clero indigeno e ricominciare altrove.
Il 21 aprile 1958, quasi 12 anni dopo l’arrivo in Brasile, in un’ala del collegio Santo Antonio di Assis il Pime apre il primo seminario intitolato a san Pio X, con una sessantina di alunni: 30 sono dell’arcivescovo di Londrina senza seminario diocesano, 10 delle prelazie di Macapá e Parintins in Amazzonia, gli altri dell’Istituto. Da quel seminario sono usciti una quindicina di preti diocesani (e un vescovo, mons. João de Avis) e due del Pime (46).
Nel 1960 si apre a Porecatú il pre-seminario per il Paraná, nel 1964 i seminaristi maggiori vengono inviati a San Paolo per la filosofia e teologia. Il primo prete brasiliano del Pime è p. Ernesto Rodriguez, ordinato il 26 luglio 1969, missionario in Amazzonia morto il 12 marzo 1983; il secondo p. Benedito De Souza Libano, ordinato il 6 dicembre 1969, anche lui missionario in Amazzonia e ora parroco a Sertanópolis; il terzo p. Augusto Darci Alves, ordinato dal Papa a Rio de Janeiro il 2 luglio 1980, missionario in Guinea-Bissau, oggi è vice-superiore nel Brasile sud.
La crisi del seminario filosofico e teologico del Pime viene alla fine degli anni sessanta per due motivi:
1) Gli alunni frequentavano le lezioni in seminari e facoltà teologiche a San Paolo. Il p. Vito Del Prete, della direzione generale del Pime che ha studiato il problema, scrive (47):

«La Chiesa brasiliana è andata soggetta ad una effervescenza di pensiero e di iniziative tali da far credere ad un cristianesimo peculiare latino-americano, dove ambiguità, nazionalismi, politica, fede, libertà di espressione e di ricerca, modelli di vita, sono venuti a scontrarsi con l’universalità del messaggio di fede e di comunione tra le Chiese... Ogni orientamento venuto da Roma era considerato non dovuto e arbitrario. Questo clima si è riflesso nella vita dei fedeli e molto più nelle strutture formative accademiche... I punti che più facevano problema sono i seguenti:
a) una rilevanza fino all’esclusività del dato politico-sociale nella formazione;
b) una irrilevanza, fino all’abbandono, di un cammino personale formativo, per cui la coscienza morale personale si diluisce nella coscienza collettiva del ‘‘popolo’’ e nel ‘‘vivere con il popolo’’;
c) tensione verso l’autogestione completa della ‘‘piccola comunità’’, non solo a livello organizzativo, ma anche di valori formativi;
d) allergia completa verso tutto ciò che ha sapore di ‘‘romano’’: si è venuto a formare un vuoto culturale teologico...».

A tutto questo si aggiunga la contestazione al celibato sacerdotale, la mancanza di formatori preparati, l’abbandono di non pochi sacerdoti, teologi, formatori...
2) La crisi nei seminari del Pime veniva anche dall’indecisione dell’Istituto se continuare a formare missionari brasiliani per il Pime oppure se aiutare la Chiesa locale a fondare il proprio Istituto missionario di clero secolare: nel 1972 nasce «Estrela missionaria » (Stella missionaria) fondato dal p. Valdir Ros, con costituzioni del tutto simili a quelle del Pime. Il superiore regionale p. Luigi Cattaneo, dopo un’inchiesta fra i suoi missionari, in maggioranza contrari ad avere seminari propri del Pime, manda i nostri cinque teologi e sei filosofi all’Istituto missionario brasiliano, che però chiude pochi anni dopo! Due si sono salvati e sono diventati preti diocesani.
Il Capitolo del 1977 afferma con chiarezza l’internazionalità del Pime: in Brasile il seminario filosofico e teologico riapre nel 1977 a Londrina. Lo frequentano chierici dell’Istituto, dell’archidiocesi di Londrina e di altri istituti: rettore p. Alberto Barzaghi, coadiuvato da don Vito Groppelli, sacerdote di Crema «associato » al Pime e vicario generale di Londrina. Ma all’inizio degli anni ottanta il Pime trasferisce i suoi seminari filosofico e teologico nello stato di Santa Caterina: a Florianópolis gli alunni possono frequentare una buona scuola teologica unita a Roma; a Brusque la scuola di filosofia dei dehoniani.

Animazione e stampa missionaria (1974-1994)

Negli anni settanta nascono in Brasile le strutture ecclesiali per la missione «ad gentes», mentre in passato la sensibilità al tema missionario era quasi nulla. Artefici di questo risveglio missionario sono due del Pime: mons. Arcangelo Cerqua prelato di Parintins e nel 1970 incaricato della «pastorale missionaria» dalla Cnbb (conferenza episcopale); e p. Gaetano Maiello, missionario a Macapá dal 1959.
Nel settembre 1972 si celebra a Rio il primo incontro missionario nazionale in cui viene fondato il Comina (consiglio missionario nazionale) in seno alla «Linea due» della Cnbb (pastorale missionaria); incontro preparato da p. Maiello che è stato segretario nazionale del Comina e delle Pontificie opere missionarie fino al 1984 ed ha dato un valido contributo alla crescita missionaria dell’America latina a livello di Celam (Consiglio episcopale latinoamericano), fondando le Pontificie opere in vari paesi e il movimento dei Comla («Congressi missionari latino-americani»). In Brasile p. Maiello ha anche iniziato i corsi di formazione per i missionari provenienti dall’estero (Cenfi) a Brasilia presso la Cnbb (48).
Nel Pime si incomincia a capire che il compito prioritario di un Istituto missionario, in una Chiesa ormai adulta come quella brasiliana (anche se largamente deficitaria di personale consacrato), è quello di animarla missionariamente e di formare e inviare suoi missionari fra i non cristiani (49). Nel 1974 nasce l’animazione missionaria del Pime in Brasile, in modo non più occasionale (come fin dall’inizio) ma sistematico: viene formata una équipe di animatori diretta da p. José Contini, che s’impegna in predicazioni e «settimane missionarie» parrocchiali, con buona rispondenza da parte dei fedeli.
Nel 1977-1978 si costruisce il «centro di animazione missionaria» (Cam) a Ibiporã, diretto dal p. Bruno Turato, con ampi spazi e buone possibilità di accoglienza. Il Cam si impegna in visite a diocesi, parrocchie, seminari diocesani, scuole, per promuovere la sensibilità e le vocazioni missionarie; e lancia iniziative di animazione anche attraverso opuscoli, libri, gruppi giovanili, trasmissioni radiofoniche. Nel 1982, il p. Severino Crimella, assistente del superiore generale p. Fedele Giannini, compie una lunga visita in Brasile al termine della quale scrive (50):

«Nel Brasile del sud, senza trascurare le parrocchie, si vede ormai come prioritaria l’animazione e la formazione missionaria».

La stampa del Pime nasce per iniziativa di p. Paolo De Coppi, missionario in Amapá dove aveva fondato l’istituto catechistico diocesano. Dopo un periodo in Italia, nel 1984 padre Paolo è trasferito nel seminario maggiore del Pime di Florianópolis (stato di Santa Catarina). Pensa subito di dedicarsi alla stampa: il 1o agosto 1986 inserisce quattro pagine missionarie nel mensile cattolico diocesano «A Voz do Estrito». Un successo immediato. Un anno dopo erano otto pagine e 10.000 copie stampate a parte, due anni dopo 16 pagine missionarie con 20.000 vendute ogni mese in parrocchie, collegi e gruppi giovanili.
L’inserto missionario del mensile diocesano diventa la rivista mensile «Missão Jovem», a forma di giornale (16-20 pagine mensili). In un paese come il Brasile, con grandi masse giovanili che studiano, alle quali la Chiesa non offre nulla di specifico da leggere, la formula risulta indovinata: dalle 16.000 copie iniziali nel 1990, si è giunti alle 50.000 attuali. Oltre a qualche migliaio di copie vendute, sono abbonati paganti: insegnanti, educatori, collegi cattolici, associazioni, parrocchie si impegnano a diffondere il mensile. Ci sono collegi che rinnovano ogni anno 500 o più abbonamenti per i loro alunni (un collegio cattolico di Florianópolis paga 1.500 abbonamenti l’anno).
Il successo viene dal fatto che «Missão Jovem» è scritta in uno stile semplice, popolare, lontano da ogni intellettualismo e porta sussidi utili per la formazione cristiana: ad esempio, le quattro pagine interne contengono un «encarte» (inserto) preparato dalla commissione catechistica diocesana di Florianópolis. La rivista stampa pure libri, album a fumetti, opuscoli disegnati sulle encicliche papali e sui documenti ecclesiali; e poi magliette per giovani con scritte e simboli missionari, audio e video-cassette, sussidi per animatori, ecc. Tutte queste attività rappresentano un guadagno che permette di mantenere in pareggio la rivista e il centro missionario del Pime di Florianópolis.
Più difficile è stato il varo dell’edizione portoghese di «Mondo e Missione», di cui si parla già dagli anni settanta. Nel maggio 1981 il superiore regionale p. José Contini convoca un’assemblea generale a San Paolo, nella quale la proposta, nonostante dubbi e obiezioni, viene approvata dai missionari. È già pronto il direttore, p. Giorgio Pecorari, che torna in Brasile dopo otto anni di esperienza a Milano in «Mondo e Missione»: ma viene dirottato a Brasilia con p. Maiello, per il bollettino delle Pontificie opere missionarie e i corsi di formazione per missionari.
Nel 1991 il p. Ernesto Arosio, che aveva fondato e diretto la rivista delle Acli brasiliane «Forças Novas», viene incaricato dal superiore generale p. Franco Cagnasso di realizzare la rivista. Nel marzo 1992 si apre a San Paolo il Caam (centro animazione e attività missionaria), in una villetta in affitto, diretto dal p. Arosio aiutato dai padri Alberto Garuti e Costanzo Donegana (anche lui con un’esperienza redazionale a Milano in «Mondo e Missione»).
Si costruisce la biblioteca e la fototeca, si preparano il personale redazionale e il progetto grafico: nell’ottobre 1993 ecco il «numero zero» (51) e nel gennaio 1994 il primo fascicolo di «Mundo e Missão», bimestrale di carattere informativo-culturale. La rivista intende seguire una linea missionaria in senso stretto (missione «ad gentes») come la sorella maggiore «Mondo e Missione» in Italia ed è ben accolta negli ambienti ecclesiali e di pubblico colto, anche se la sua diffusione rimane ancora limitata: circa 4.000 copie.
Nel 1995 il Caam e la redazione di «Mundo e Missão» si trasferiscono nella nuova casa regionale che il Pime costruisce a Vila Mariana in centro a San Paolo, dove nascono anche la casa editrice «Mundo e Missão» e il bollettino popolare «Missionarios do Pime».

Parrocchie in «favelas» e tra i «meninos da rua»

Nel 1948 il Pime, come abbiamo visto, si è stabilito a San Paolo con la parrocchia di Brooklin e la «Meninopolis»; negli anni settanta fonda altre cinque parrocchie tra le baracche e lavora in altre ancora.
Merita di essere ricordata la parrocchia di São José fondata da p. Carlos Acquani, che il 19 marzo 1978 parte da una cappella preesistente costruita da altri missionari del Pime. Oggi la parrocchia, 40.000 abitanti, ha una grande e bella chiesa rotonda con 800 posti a sedere, un campanile alto 30 metri (in un quartiere di costruzioni a due-tre piani si vede da molto lontano!), oratorio, scuole, opere sociali, varie cappelle nei quartieri di classe operaia e media: vent’anni fa c’erano quasi solo baracche, oggi solo un terzo degli abitanti sono baraccati. Le «favelas» a poco a poco si spostano verso la periferia, per le nuove ondate di immigrati dalle regioni rurali del Brasile e dai paesi vicini (Bolivia, Paraguay, Perù) che arrivano a San Paolo.
In vent’anni p. Acquani ha speso circa 800.000 dollari per mettere in piedi la parrocchia, grazie anche agli aiuti ricevuti dall’Italia e dagli Stati Uniti, ma la gente del posto ha collaborato con tante iniziative. P. Carlos è l’unico prete per 40.000 abitanti, al sabato e domenica va ad aiutarlo un missionario della casa regionale del Pime. Mi dice (52):

«In parrocchia abbiamo una meravigliosa fioritura di apostolato dei laici. Un anno fa sono stato assente sei mesi per un infarto e un’operazione al cuore. Venivano a sostituirmi missionari del Pime solo nei giorni di festa. Ebbene, quando sono tornato ho trovato la parrocchia funzionante come se fossi sempre stato presente. Eccetto la messa e le confessioni, tutto il resto ha continuato bene: riunioni, preghiere comunitarie, carità verso i poveri, corsi di formazione, amministrazione, visite ai malati, ecc. Ci sono gruppi di laici che nascono anche spontaneamente e aiutano in parrocchia, perché c’è spirito di iniziativa e io lascio grande libertà a tutti».

Nella periferia di San Paolo un’opera che merita di essere segnalata è l’assistenza organizzata da p. Maurilio Maritano per i «meninos da rua» (ragazzi di strada), che in Brasile sono circa 7 milioni. I vescovi brasiliani hanno scritto (53):

«La pratica inesistenza della famiglia presso gran parte del nostro popolo spiega la crisi della nostra società. Fin che non riusciremo a dare stabilità ai matrimoni ed a formare famiglie unite, ogni azione a carattere religioso e sociale è destinata a fallire».

Il p. Maurilio Maritano (fratello minore del vescovo di Macapá mons. Giuseppe) ha realizzato in Brasile il sogno della sua vita: dedicarsi ai bambini abbandonati. Racconta (54) che a Cumiana (Torino)

«mio papà raccoglieva per strada gli ubriachi, li portava a casa, li lavava, dava loro da mangiare e da dormire. Sono i fatti di famiglia che segnano la tua vita. Io ho sempre avuto questo amore agli ultimi e mi sono realizzato lavorando tra i ‘‘bambini di strada’’ nella parrocchia di Vila Joaniza che abbiamo fondato noi del Pime qui alla periferia di San Paolo: nelle strutture da me iniziate, oggi la parrocchia assiste quotidianamente circa 700 bambini e ragazzi».

Dal 1993 p. Maurilio è incaricato della diocesi di Santo Amaro per l’assistenza ai bambini di strada, che nelle «favelas» di San Paolo sono un problema di grandi proporzioni. Ha fondato il «Projeto Vida Nova» che si propone di assistere non solo i «meninos da rua», ma anche i marginali (barboni), le donne in difficoltà e di organizzare l’alfabetizzazione degli adulti. Ha incominciato con una casa di accoglienza, oggi ne ha due: Casa Emmaus e Casa Betania, con ragazzi raccolti per strada o affidati dal Tribunale dei minori: «un lavoro difficile, delicato ed a volte anche pericoloso», dice p. Maurilio. I «ragazzi di strada», cresciuti senza famiglia, non si adattano facilmente ad una disciplina, diventano ribelli, violenti.
«Hanno bisogno di tanto amore» dice p. Maurilio, che ha fondato anche il Cespat («Centro sociale padre Aldo Da Tofori», un grande missionario del Pime a San Paolo): qui si svolgono corsi professionali, corsi di informatica, lavori artigianali.

In Paraná la «parrocchia modello» di Ibiporã

Ibiporã è una moderna cittadina industriale di 40.000 abitanti in Paraná, molto vicina alla città di Londrina (mezzo milione di abitanti). Quando sono arrivati i missionari del Pime nel 1948 aveva 3.000 abitanti, più 10.000 nelle campagne circostanti, con una modesta cappella di legno. Oggi la basilica di Ibiporã, con cupola ottagonale, di stile romanico-lombardo, è un monumento grandioso degno di una grande città. Opera dell’architetto italiano di San Paolo, Paolo Giavina, che ha progettato quasi tutte le chiese del Pime in Paraná e nel sud dello stato di San Paolo: chiese solenni, imponenti. Quando negli anni cinquanta e sessanta p. Leone Gervasoni, p. Rino Nogarotto (55) e p. Vincenzo Mariani costruirono la basilica di Ibiporã, tutti dicevano che in un paesone con casupole a uno o due piani quella costruzione era assurda, troppo grande, non si sarebbe mai riempita. Oggi tutti vedono che è adeguata alla città e al fervore della gente, che la riempiono tutte le domeniche.
Va detto che Ibiporã è sempre stata considerata dal Pime la «parrocchia matrice» della sua presenza in Paraná, quindi curata in modo particolare, anche con la costruzione del «Centro di animazione missionaria» (Cam) di cui già s’è detto. Il vicario generale dell’archidiocesi di Londrina, mons. Vito Groppelli, dice (56):

«Ibiporã rappresenta la parrocchia modello dove i padri del Pime hanno creato una profonda tradizione di spiritualità, di missionarietà. Le messe sono molto frequentate. La chiesa è sempre aperta, a qualunque ora tu passi c’è gente che entra e prega. E questo da sempre, da quando l’ho conosciuta io vent’anni fa. Da cinquant’anni Ibiporã ha avuto la fortuna di aver avuto santi preti: la gente li ricorda ancora uno per uno. Il popolo frequenta e si confessa molto. Se ti metti in confessionale, si forma subito una coda di fedeli in attesa. Sono abituati a valorizzare i sacramenti, hanno una buona formazione religiosa».

Il parroco di Ibiporã, p. Antonio Palermo, mi dice (57):

«Abbiamo impostato il lavoro pastorale sul modello delle parrocchie italiane: molto catechismo e istruzione religiosa, formazione dei laici, cura delle famiglie e dei giovani, attenzione ai più poveri. Abbiamo circa 200 catechisti. Cosa faremmo noi due preti senza di loro? I laici impegnati nella parrocchia sono fra gli 800 e i 1.000: i catechisti e i capi della preghiera nelle comunità, le direttorie delle venti cappelle, i membri dei gruppi della carità, la conferenza di san Vincenzo, le cantorie e altre associazioni e movimenti, gli amministratori e gli incaricati di riscuotere mensilmente il ‘‘dizimo’’, che qui funziona bene: sono circa 2.000 le famiglie impegnate a versare ogni mese alla parrocchia la loro quota secondo il reddito. È tanto perché Ibiporã ha dalle 7.000 alle 8.000 famiglie e un migliaio appartengono ad altre Chiese o sette.
Tutto è amministrato dai laici stessi, noi preti riceviamo uno stipendio mensile, che equivale ad un salario minimo e mezzo secondo la legge brasiliana, come ha stabilito la diocesi per i suoi preti (58). Ogni mese entra in parrocchia l’equivalente di 75-80 salari minimi: poi ci sono le offerte in chiesa, le messe e altre donazioni spontanee. Ogni tre mesi c’è il resoconto preciso di quanto abbiamo ricevuto e di come l’abbiamo speso, firmato dal comitato amministrativo, affisso alle porte della chiesa e dato a tutti. La gente si rende conto di quanto fa la parrocchia per i poveri e per chiunque ha bisogno di aiuto. Sapessi che esempio grandioso è di lasciare la gestione amministrativa ai laici! Il prete è distaccato dal denaro, vive del suo stipendio e di quel che può ricevere a livello personale. Questo suscita ammirazione, mette nella testa di tutti che il parroco non è il proprietario della parrocchia e della Chiesa, ma l’animatore spirituale, il presidente dell’eucarestia, la guida ecclesiale della comunità».

La parrocchia di Ibiporã ha un numero notevole di opere educative, religiose, assistenziali, giovanili, con l’aiuto anche di due congregazioni femminili: le suore di Santa Marta e le ancelle della Carità di Brescia. Ibiporã ha già dato molte vocazioni di sacerdoti e suore (tre padri del Pime vengono da qui, oltre a parecchi sacerdoti diocesani). In parrocchia ci sono una quindicina di «movimenti»: le parrocchie del Pime accolgono tutte le associazioni ed i movimenti, che spesso sono rifiutati o poco ben visti.

«Si vorrebbe solo la pastorale diocesana, dice p. Severino Crimella (59), noi invece pensiamo che il pluralismo dei carismi è utile per evangelizzare. Purché annunzino Gesù Cristo e il Vangelo, c’è posto per tutti».

La preoccupazione di raggiungere i lontani dal centro città, la gente più povera e isolata, è un’altra «scelta missionaria» che il Pime ha realizzato fin dall’inizio: è la miglior «animazione missionaria » della Chiesa brasiliana.
I fedeli benestanti del centro vengono esortati a impegnarsi nella catechesi e nell’assistenza sociale in periferia e nelle cappelle rurali. Un esempio sono le coppie di sposi che vanno nei quartieri di estrema periferia per la «Pastoral da criança» (pastorale dei bambini): visitano le famiglie, si interessano dei loro bambini, vedono se sono denutriti, se hanno bisogno di cure, di cibo, se vanno a scuola, se piedini e gambette funzionano (ci sono molti malati di rachitismo fra i piccoli, per denutrizione).
Queste coppie di sposi stabiliscono un rapporto di amicizia con le famiglie più povere per aiutarle anche con l’educazione sanitaria e per farle visitare da medici o da specialisti. Ad esempio, una dietologa ha consigliato, per combattere il rachitismo, di dar da mangiare ai bambini i gusci d’uova lavati e tritati e le foglie esterne di certe verdure che si buttano via: ben pulite, bollite e tritate sono rimedi a carenze vitaminiche e di calcio. Diffondendo questi semplici consigli, si sono ottenuti buoni risultati in poco tempo.

Chiamati dal vescovo a Frutal in Minas Gerais (1987-1997)

Un’altra «parrocchia» che merita di essere citata — sulle 70 che l’Istituto ha fondato o curato in sei stati del Brasile del sud e in Mato Grosso — è quella di Frutal in Minas Gerais, una città di 70.000 abitanti (diocesi di Uberaba) e altri 30.000 dispersi su un territorio parrocchiale esteso 5.000 kmq. (come la Liguria). I primi tre missionari del Pime, col parroco p. Giorgio Pecorari, vi sono giunti il 27 marzo 1987, gli ultimi tre ne sono usciti dieci anni dopo, nel 1997, restituendo la parrocchia alla diocesi. Per quale motivo il Pime si è impegnato a Frutal? Perché invitato dal vescovo, dopo che Frutal aveva attraversato un lungo periodo di decadenza, a causa di diversi sacerdoti che avevano abbandonato il sacerdozio e delle spaccature che dividevano il popolo. Il p. Giorgio Pecorari mi dice (60):

«All’inizio abbiamo trovato la desolazione più totale, la gente non si fidava di noi preti. La stessa casa parrocchiale era svuotata di tutto, c’erano solo i muri, non avevamo nemmeno una sedia su cui sederci... I primi tempi facevamo anche la fame. Siamo partiti da zero, ma quando il popolo ha visto che ci dedicavamo con passione al nostro ministero ci ha aiutati tanto. In pochi anni abbiamo rimesso in piedi la parrocchia, le chiese e cappelle, le opere sociali, abbiamo chiamato le suore costruendo la loro casa e scuola: solo nei primi due anni abbiamo speso 200.000 dollari americani! Vuoi sapere quali sono stati i punti forti della nostra predicazione che ci hanno attirato la fiducia del popolo? La devozione alla Madonna e il parlare spesso del Papa! Proprio il contrario di quel che avevano fatto altri prima di noi... Naturalmente c’è stato anche tutto il resto: catechesi, eucarestia, gruppi biblici, sacramenti, azione caritativa, ecc. Ma la Madonna e il Papa all’inizio ci hanno aperto la via per toccare il cuore del nostro popolo».

«Perché siamo andati via e tornati ad Assis» (1989)

Padre Giuseppe Contini è uno dei primi missionari del Pime giunti in Brasile, nel novembre 1950: 50 anni di Brasile! È stato direttore del collegio di Assis, incaricato delle «settimane missionarie parrocchiali» (61), superiore regionale dal 1980 al 1984. Dal 1989 è parroco a Vila Xavier ad Assis, la città nello stato di San Paolo in cui il Pime è arrivato fin dal 1947. Chiedo a p. José (62) di raccontarmi in breve la storia del Pime nelle parrocchie di Assis.

— Quando siamo arrivati ad Assis, la città non aveva più di 20.000 abitanti con la sola parrocchia della cattedrale. Abbiamo fondato due parrocchie: Vila Xavier e Vila Operaria. Dalle nostre cappelle di allora sono nate altre parrocchie: Vila Prudentiana, Santa Cecilia, Tarumã, Florinea. Poi abbiamo fondato il collegio Santo Antonio e con i molti padri colà residenti si svolgeva una buona attività di evangelizzazione nella diocesi di Assis. In passato la pastorale rurale era impegnativa, nelle campagne c’era molta gente. Poi è arrivata la meccanizzazione in agricoltura e oggi Assis ha 100.000 abitanti, mentre le campagne si sono svuotate.
— Quando il Pime è venuto via da Assis?
— Alla fine degli anni settanta abbiamo portato il seminario a Londrina e venduto il collegio: non ce la facevamo più a tenerlo aperto, per mancanza di personale nostro. All’inizio degli anni ottanta, il vescovo aveva un certo numero di sacerdoti locali e quando io ero superiore regionale ci siamo ritirati dalla diocesi. Abbiamo dato al vescovo anche la parrocchia di Vila Xavier, che era «ad nutum Sanctae Sedis», la migliore, perché molto ben curata fin dall’inizio da p. Maritano. Avremmo voluto conservare almeno quella per l’Istituto, ma l’abbiamo data alla diocesi come segno di disponibilità. La gente non voleva che andassimo via, faceva manifestazioni per trattenerci. Ma il vescovo aveva suoi preti ed era giusto che noi ci ritirassimo.
— Poi siete ritornati. Perché?
— Nel 1989 io ero al centro missionario di Ibiporã, il vescovo è venuto a trovarmi pregandomi di tornare. I preti giovani, ordinati negli ultimi dieci anni, l’avevano abbandonato: otto o nove se ne erano andati, se ne è salvato uno solo che era diventato focolarino andando a Loppiano. Quando il superiore regionale, p. Angelo Gianola, è andato a trovarlo e gli ha detto di sì, il vescovo saltava di gioia. Pover’uomo, era con l’acqua alla gola. Io sono entrato nella parrocchia di Vila Xavier il giorno di Pentecoste del 1989. La chiesa era mezzo vuota. Ho sentito una grande tristezza. C’era stata una grave decadenza della vita cristiana, non solo, ma anche la chiesa e la casa parrocchiale erano state saccheggiate: tutti avevano portato via biancheria, oggetti di casa e di culto, ecc.
Ho cominciato mettendo ordine, stabilendo regole precise e riprendendo in mano la parrocchia che era sfuggita al controllo del parroco. Continuavo a dire a me stesso: «Devi farcela, questa è la sfida più grande della tua vita». Con l’aiuto di Dio ce l’ho fatta. Debbo dire che pregavo molto. Passavo tanto tempo seduto in chiesa a pregare. Mi si avvicinavano delle pie donne che sottovoce mi dicevano: «Grazie che è tornato. Speriamo che resista e non si sposi anche lei». Rispondevo: «Se pregate per il vostro parroco, non mi sposerò». Abbiamo risistemato la chiesa che era in uno stato miserevole. Ho dovuto scorticarla tutta e ripitturarla perché i muri erano ammuffiti, cadenti. La chiesa mi è costata molto lavoro e la gente ha collaborato.
— Quanti abitanti ha la parrocchia?
— 14-15.000. Mio viceparroco è p. Giuseppe Rotunno di Pietramelara, vicino a Napoli. È molto bravo e ringrazio il Signore di non essere solo. In diocesi di Assis è pure venuto p. Francesco Sagone, che è parroco ad Echaporã, un’altra parrocchia in cui avevamo lavorato noi del Pime e poi il parroco si era sposato. La gente ci vuole bene e sia la mia chiesa che quella di Sagone sono strapiene ogni domenica. Nella mia parrocchia ho fatto il giro per vedere quante sette e chiese protestanti ci sono: quelle con l’insegna fuori sulla strada sono 22. Tutte piccole, non danno un gran fastidio, ma ci sono. Da un’inchiesta fatta nelle scuole, il 77% dei ragazzi si sono dichiarati cattolici, ma ci sono buddisti, musulmani, «crenti» (membri di sette varie, n.d.r.) e protestanti.

«Sempre disponibili, 24 ore su 24»

— C’è un buon risveglio soprattutto fra i giovani: ne ho circa 150 che partecipano ai corsi intensivi di istruzione religiosa e aiutano in parrocchia. In città sono più di un migliaio le persone che partecipano a queste lezioni. Quando facciamo i raduni di chi ha seguito i corsi di istruzione cristiana, riempiamo la chiesa. Ma la città è grande, ha circa 100.000 persone e vengono a noi anche da altre parrocchie.
— Quanti battesimi hai in un anno?
— Nel 1994 441 battesimi e 110 matrimoni. Noi confessiamo molto. Vengono da tutte le parti a confessarsi nella nostra chiesa, perché sanno che il prete è sempre disponibile, 24 ore su 24, non esagero. Se uno viene e ci chiama, se siamo in casa noi scendiamo. Se ti dai tutto alla gente, rispondono molto bene. Questo è uno dei modi di essere missionari. P. Rotunno ha preso a cuore la visita ai malati: ne segue in casa circa 400, aiutato da laici e da 25 ministri dell’eucarestia, tra i quali c’è un gruppetto di persone che segue la «pastorale degli ammalati», visitandoli nelle case e negli ospedali.
— I laici collaborano molto all’evangelizzazione?
— I nostri laici, debbo dirlo, sono una meraviglia. Ad esempio, domenica prossima è Carnevale e i laici hanno organizzato la Via Crucis in chiesa: predicano loro a tutte le stazioni, io confesso. Cominciano alle due e mezzo del pomeriggio e vanno avanti fino alla messa della sera, con un intervallo per bere assieme il caffè. Partecipano in molti, non tutti rimangono sempre in chiesa, chi viene e chi va: ma sanno che la domenica di Carnevale noi facciamo la Via Crucis e vengono anche da lontano.
Anche il catechismo è organizzato e fatto dai laici. L’anno scorso avevamo 520 alunni nelle scuole di catechismo, le prime comunioni sono state 92, perché ho stabilito il limite di età. Adesso incomincio il catechismo per la comunione a 9-10 anni e dò la comunione e 12-13; poi continuo il catechismo fino ai 15 anni per la cresima. Prima davano la comunione quando erano ancora bambini, poi non li vedevi più. Uno dei miei problemi oggi è che dovrei costruire un centro per la catechesi perché ho molti ragazzi e non so dove metterli.
Adesso la diocesi, e un po’ in generale la Chiesa brasiliana, vorrebbero portare il catechismo nelle case, ma io sono contrario. Nelle case brasiliane non c’è l’ambiente adatto per fare un catechismo serio; e poi, dove trovo tutti i catechisti preparati? Se mi si dice che le famiglie debbono trasmettere la fede, insegnare le preghiere, sono d’accordo. Ma la vera scuola di catechismo va fatta con catechisti autorizzati, con programmi precisi e in ambienti di chiesa. Un’altra tendenza che non approvo è di orientare il catechismo quasi esclusivamente verso i problemi sociali. Ci sono dei testi che manifestano chiaramente questa tendenza. Il cristianesimo è fede e conversione del cuore a Dio e al prossimo, tutto il resto viene di conseguenza.

L’assemblea pan-brasiliana a Rio (25 luglio-4 agosto 1996)

Nell’estate 1996 i missionari del Pime in Brasile si sono incontrati a Rio de Janeiro nell’assemblea pan-brasiliana del Pime (25 luglio — 4 agosto 1996) per celebrare i 50 anni dell’Istituto nella «Terra della Santa Croce». Erano 108 padri e fratelli: 91 dal Brasile (44 dal sud, 24 da Parintins e Manaus e 23 dall’Amapá e Belém), 11 dall’Italia (compreso il superiore generale p. Franco Cagnasso, membri della direzione e missionari dal Brasile in servizio all’Istituto in Italia), 5 dall’Africa (padri brasiliani che lavorano in Guinea- Bissau e in Costa d’Avorio), 1 dal Giappone (p. Giorgio Pedemonte che lavora fra i brasiliani di origine giapponese in Giappone, vedi cap. XX).
L’assemblea è stata un incontro di gioiosa fraternità, di preghiera comunitaria, di revisione del lavoro fatto in 50 anni e di programmazione per il futuro del Pime in Brasile. Esperienza nuova nell’Istituto (nel gennaio 1998 si è celebrata l’assemblea pan-africana a Bissau), con la visita di personalità della Chiesa brasiliana e relazioni di esperti per contestualizzare il lavoro del Pime nella società brasiliana d’oggi.
Ma l’assemblea è stata fatta soprattutto dai missionari in modo attivo ed eloquente: molti hanno parlato, nei primi giorni  reagendo alle conferenze del mattino nei gruppi di studio pomeridiani, poi presentando le loro esperienze di lavoro pastorale nelle parrocchie urbane e rurali, fra i popoli indigeni (indios) e i favelados, nelle attività sociali, nella formazione dei preti e dei líderes, nell’animazione missionaria e nei mass media, ecc. L’assemblea ha celebrato non solo la presenza del Pime in Brasile, ma anche la presenza del Brasile nel Pime, attraverso le testimonianze dei missionari brasiliani dell’Istituto in Africa e in Brasile-Amazzonia. Si è scoperto con gioia che oggi non è più il caso di affannarsi a dimostrare (come si faceva 20-30 anni fa) che i «non cristiani» ci sono anche in Brasile, ma di mettersi in sintonia con la Chiesa brasiliana che sta scoprendo il suo dovere di andare «ad gentes» e «all’estero», proprio come il Pime ha sempre fatto fin dall’inizio (63).
La revisione storica della nostra presenza in Brasile, al di là dei riconoscimenti elogiativi che non sono mancati, non ha fatto chiudere gli occhi sulle deficienze riscontrate in questi primi 50 anni, che hanno ridotto i frutti della generosità profusa dai singoli missionari. Due soprattutto sono state sottolineate:
a) l’individualismo, la mancanza di spirito comunitario, nel senso che spesso ciascun missionario fa la sua pastorale, inventa una sua via di comunicazione del messaggio di Cristo; e questo sia all’interno dell’Istituto (poca comunicazione e scambio con i confratelli), sia nel senso dello scarso inserimento nella Chiesa brasiliana e nei suoi «piani pastorali»; quindi anche il ritardo nell’affrontare il tema dell’inculturazione, oggi attualissimo nelle Chiese latino-americane.
b) C’è stata finora scarsa partecipazione ai «progetti comuni» lanciati dal Pime (seminari, stampa, animazione vocazionale, ecc.), anche se oggi questo aspetto negativo si sta superando, man mano che i missionari si rendono conto della crescente importanza dell’Istituto per la nostra presenza in Brasile a servizio della Chiesa locale. Una volta si serviva quasi come missionari singoli, isolati, oggi sempre più il servizio viene richiesto e lo si rende come comunità di Istituto.

Quale futuro per il Pime in Brasile?

La domanda di fondo che ha appassionato l’assemblea panbrasiliana è questa: quale il futuro dell’Istituto in Brasile? Il presente capitolo e il seguente sull’Amazzonia contengono, in sintesi, quello che i due volumi «Missione Brasile» e «Missione Amazzonia » (per complessive 384 + 484, cioè 868 pagine) sviluppano ampiamente: cioè il grande lavoro di evangelizzazione che l’Istituto ha compiuto in 50 anni, fondando tre diocesi e una novantina di «parrocchie», oltre a scuole, collegi, seminari, opere sociali, ecc. Per questo lavoro i vescovi brasiliani non hanno mancato di esprimere il loro riconoscimento. Ad esempio, l’arcivescovo emerito di Londrina (Paraná), mons. Geraldo Majella (oggi arcivescovo di Salvador de Bahia), scrive (64):

«Il contributo più grande che ha dato il Pime alla Chiesa e al popolo del Brasile è senza dubbio la vocazione missionaria di padri e fratelli, una straordinaria carica missionaria che l’Istituto milanese, secondo l’intuizione geniale dei vescovi lombardi del secolo scorso, vive a livello di clero diocesano: non sono religiosi i missionari del Pime, ma sacerdoti diocesani, quindi diventano modelli quanto mai adatti anche per il clero brasiliano».

Il Pime, celebrando i suoi 50 anni in Brasile, si chiede: cosa vuole oggi da noi la Chiesa brasiliana, oltre a quello che già abbiamo realizzato sul piano dell'evangelizzazione? La risposta l'ha già data nel 1984 il segretario della Conferenza episcopale brasiliana, mons. Lucas Moreira Neves, al quale era stata posta la domanda: «Cosa chiede oggi la Chiesa brasiliana agli istituti con carisma specificamente missionario?». Mons. Neves rispondeva (65):

«La funzione principale degli Istituti missionari è esattamente questa: stimolare il popolo di Dio perché assuma e viva la coscienza della sua missionarietà; far crescere la Chiesa locale perché diventi essa stessa capace di venire in aiuto ad altre Chiese e inviare missionari ad altre aree più bisognose...

Altre personalità della Chiesa brasiliana hanno rilanciato provocazioni simili ai missionari riuniti nell’assemblea pan-brasiliana del Pime a Rio. Ad esempio, l’arcivescovo attuale di Londrina, mons. Albino Cavallin ha fatto anche proposte concrete sulla «missione alle genti», offrendo pure un progetto di condivisione missionaria fra l’archidiocesi di Londrina e il Pime.
Come ha risposto l’assemblea pan-brasiliana? I temi discussi nei vari gruppi che si sono formati per giungere a conclusioni pratiche, sulla base di quanto è emerso negli interventi e discussioni, sono significativi: infatti convergono quasi tutti sulla «missione ad gentes» e il carisma specifico del Pime (66):
1) valorizzare e testimoniare il nostro carisma;
2) dialogo comunitario e intercomunitario;
3) per un Pime brasiliano: cura delle vocazioni brasiliane e incarnazione dell’Istituto in Brasile;
4) dimensione missionaria nella pastorale del Pime;
5) presenza missionaria specifica e campi nuovi;
6) animazione missionaria e vocazionale;
7) mezzi di comunicazione sociale;
8) i movimenti e il Pime;
9) il Pime e i laici missionari.
L’assemblea pan-brasiliana ha focalizzato quello che sempre più diventa l’obiettivo primario dell’Istituto in Brasile: animare missionariamente la Chiesa brasiliana, non solo con le attività di «animazione» (stampa, incontri, conferenze, iniziative giovanili), ma con l’esempio concreto di una pastorale parrocchiale missionaria, cioè rivolta soprattutto ai lontani; e fondare il Pime brasiliano per formare e mandare missionari ai non cristiani.

 

 

 

NOTE

[1] AGPIME, XV, I, pag. 4.
[2] Sulla storia del Pime nel Brasile del sud e in Mato Grosso si veda: PIERO GHEDDO, «Missione Brasile, I 50 anni del Pime nella Terra di Santa Croce (1946-1996)», Emi, Bologna 1996, pagg. 383.
[3] Intervistato a Frutal (Minas Gerais) il 4 marzo 1995.
[4] P. GIROTTO è morto a Rancio di Lecco il 12 dicembre 1995, l’intervista è del 21 ottobre 1994.
[5] Intervistato a Ibiporã l’11 marzo 1995.
[6] Vedi la nota 32 in questo capitolo.
[7] TEODORO NEGRI, «Obrigado Senhor!» (p. Aldo Bollini), Mundo e Missão, 1996, pagg. 72.
[8] Si tenga presente che l’intervista è del 1966: la situazione oggi è radicalmente cambiata in meglio. Negli ultimi trent’anni lo stato brasiliano (come la Chiesa) si è organizzato ed ha occupato tutto il territorio nazionale.
[9] Intervistato ad Ibiporã il 10 marzo 1995.
[10] AGPIME, XV, I, pagg. 807-813.
[11] Id. 817-818.
[12] Id. 858-861.
[13] Id. 872, 1-5.
[14] Id. 873-875.
[15] Id. 906-907.
[16] Id. 909-912.
[17] Id. 782.
[18] Id. 917-918.
[19] Parole contenute nell’Atto formale di erezione del Seminario lombardo per le missioni estere, firmato a Milano dai vescovi di Lombardia il 1o dicembre 1850.
[20] PAOLO MANNA, «Virtù Apostoliche, Lettere ai missionari», Emi, Bologna 1997. Vedi il capitolo «Tutti e solo missionari», pagg. 325-344.
[21] Lettera dell’8 gennaio 1951, AGPIME, XV, I, pagg. 807-813.
[22] L’articolo è stato mandato il 18 marzo 1952.
[23] AGPIME, XV, I, pag. 922.
[24] AGPIME, XV, I, pag. 953.
[25] La Regione brasiliana era stata ufficialmente costituita nell’estate 1950 e l’incarico di p. Garrè scadeva, come superiore, il 3 settembre 1955. Vedi «Il Vincolo », settembre 1950, pag. 4.
[26] AGPIME, XV, I, pag. 955.
[27] «Missionari del Pime», novembre 1967. TEODORO NEGRI, «O pioneiro, Pe. Attilio Garré», Pime, San Paolo 1998, pagg. 110.
[28] «Il Vincolo», n. 92, maggio-settembre 1967, pag. 100.
[29] Id. 1011-1013.
[30] Il p. Airaghi quand’era ancora vice regionale di p. Attilio Garrè, aveva mandato a p. Risso alcune osservazioni sulla vita del Pime in Brasile (20 gennaio 1953, AGPIME, XV, II, 992), in cui si legge fra l’altro: «In generale ho l’impressione che c’è poca unione fra noi, non c’è coordinazione di lavoro, ciascuno cerca di fare per conto suo e quindi, quantunque tutti o quasi lavorino molto, per l’Istituto in quanto tale si fa ben poco. Mi son permesso di dirle questo confidenzialmente, come un figlio al padre. Non voglio dire che si vada male, solo che nel nostro lavoro manca lo spirito di corpo».
[31] Il nome, stabilito dal municipio di San Paolo, viene dal fatto che i missionari del Pime sono riconosciuti fondatori di quella città satellite della metropoli.
[32] San Francesco Saverio, Pedreira e San José (Cupecé). Le due fondate dal Pime e poi cedute alla diocesi sono Vila Joaniza e Guacurí. Queste nella zona di periferia in cui sorge Vila Missionaria. Si noti che il Pime ha fondato anche la parrocchia di Brooklin e la Meninopolis, più verso il centro città; ed ha lavorato in altre parrocchie di San Paolo (Santo Amaro, Vila Olimpia, Itaím Paulista, Jardim Prudencia, Igreja Cristo Rei, Igreja Nossa Senhora da Boa Morte, Itapecerica da Serra).
[33] Nel 1990 la casa regionale è stata trasportata in centro città, a Vila Mariana, alla fermata omonima della metropolitana e nel 1995 si è costruita l’attuale casa regionale sullo stesso terreno.
[34] Intervistato a San Paolo il 27 e 28 febbraio 1995.
[35] Vedi PIERO GHEDDO, «Protesta per le torture in Brasile», «Mondo e Missione», marzo 1971, pag. 154.
[36] Vedi intervista di Silvano Stracca con mons. Pirovano pubblicata da «Avvenire» il 22 marzo 1971 e ripubblicata da «Il Vincolo», n. 42, aprile-giugno 1971, pagg. 48-50 (vedi anche la cronaca della vicenda di padre Vicini in «Il Vincolo», n. 101, gennaio-marzo 1971, pagg. 10-12).
[37] In una intervista ad «Avvenire», Milano, 22 marzo 1971.
[38] Padre Vicini e Yara Spadini sono poi stati incriminati per «attività sovversive aventi per scopo di indisporre la popolazione nei confronti dell’autorità». Il 31 marzo 1971 p. Vicini è condannato a sei mesi di carcere da un tribunale militare, ma poi viene assolto dal tribunale militare superiore. L’avvocato ha dimostrato che quel che era scritto in quel foglio trovatogli in mano corrispondeva a verità. Sui processi subiti da p. Vicini vedi i due articoli in «Mondo e Missione», maggio 1971, pag. 282-283, e ottobre 1971, pag. 493.
[39] Di qui le due «istruzioni» della Congregazione per la dottrina della fede del 6 agosto 1984 («L’annunzio della libertà») e del 5 aprile 1986 («La coscienza della libertà»), che denunziano «le gravi deviazioni ideologiche che tradiscono la causa dei poveri» (come dice nel sottotitolo la prima istruzione).
[40] Intervistato a San Paolo nel marzo 1995. Garuti è stato superiore regionale del Brasile sud dal 1976 al 1980.
[41] In «Infor-Pime, n. 27, ottobre 1975.
[42] Intervistato a San Paolo il 1o marzo 1995.
[43] Intervistato a Nioaque nel maggio 1981.
[44] Intervistato a Porto Murtinho nel maggio 1981.
[45] Intervistato a Milano il 14 marzo 1996.
[46] Il seminario minore di Assis chiude nel 1978 e l’anno seguente chiude anche, come gestione del Pime, il collegio Santo Antonio, che era giunto ad avere due facoltà universitarie, dato che i giovani missionari che venivano dall’Italia erano insufficienti per gli impegni pastorali dell’Istituto e non intendevano impegnarsi in una scuola-collegio.
[47] VITO DEL PRETE, «Formazione in Brasile», «Quaderni di Infor-Pime», n. 43, maggio 1989, pagg. 52-55.
[48] Tre altri missionari del Pime hanno diretto a Brasilia i corsi per i missionari dall’estero e le Pontificie opere missionarie: Giorgio Pecorari, Alberto Barzaghi e Maurilio Maritano.
[49] Nei «Documenti capitolari» del Capitolo 1971-1972 (Roma, 1972) si legge (n. 35): «Il Capitolo indica ai confratelli che si trovano in Brasile come impegno prioritario il lavoro di sensibilizzazione missionaria dell’ambiente in cui vivono e, in tale contesto, la promozione e la formazione di apostoli e di sacerdoti nativi».
[50] SEVERINO CRIMELLA, «Viaggio in Brasile», «Il Vincolo», gennaio-settembre 1972, pagg. 67-70).
[51] Si veda l’articolo di p. Alberto Garuti su come è nata la rivista in «Il Vincolo», settembre-dicembre 1993, pagg. 112-114.
[52] Intervistato nel maggio 1992 a San Paolo.
[53] Nel testo base per la «Campagna della fraternità» del 1987 dedicato ai «meninos da rua».
[54] Intervistato nel maggio 1995 a San Paolo.
[55] TEODORO NEGRI, «Padre Rino, Uma lembrança feita de bondade», Mundo e Missão, San Paolo 1997, pagg. 111.
[56] Intervistato ad Ibiporã l’11 marzo 1995.
[57] Intervistato nel marzo 1995.
[58] Il «salario minimo» nel 1995 era di 90 dollari americani al mese.
[59] Vice-parroco a Ibiporã nel 1996, oggi superiore regionale del Pime nel Brasile del sud.
[60] Intervistato a Frutal il 2 marzo 1995.
[61] Azione di animazione missionaria che l’Istituto ha iniziato negli anni settanta.
[62] Intervistato a San Paolo il 23 febbraio 1995.
[63]
Come ha detto p. Franco Cagnasso nel discorso d’apertura all’Assemblea pan-brasiliana, «Il Vincolo», n. 185, dicembre 1996, pag. 164.
[64] Nella prefazione al volume di PIERO GHEDDO, «Missione Brasile», Emi, Bologna 1996, pag. 9.
[65] LUCA MOREIRA NEVES, «La funzione di un istituto missionario in Brasile», in «Mondo e Missione», gennaio 1984, pagg. 66-67 (e in questo volume a pagg. 269-270). Vedi anche «Missione Brasile», pag. 327 e il fascicolo «Quale missione per il Pime in Brasile? Interviste a missionari e vescovi sul campo», «Quaderni di Infor-Pime», n. 40, novembre 1987, pagg. 111.
[66] Si veda la sintesi dell’assemblea pan-brasiliana fatta da p. Domenico Colombo, segretario della stessa, «Il Vincolo», n. 185, dicembre 1996, pagg. 151- 160 (la citazione a pag. 159); e il fascicolo «Assemblea pan-brasiliana del Pime», «Quaderni di Infor-Pime», n. 57, novembre 1996, pagg. 54-100.