PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

XIX - Tra indios e caboclos in Amazzonia (1948)

Il Vangelo nelle foreste amazzoniche
Nell'Amapa hanno fondato la Chiesa (1948)
Nel 1949 nasce la prelazia di Macapa
«Istruzione religiosa e passione per il catechismo»
Il centro catechistico diocesano a Macapa (1963)
Il post-Concilio di mons. Giuseppe Maritano (1965-1983)
Dalla Chiesa missionaria alla Chiesa locale (1969-1980)
Luis Soares Vieira, primo vescovo brasiliano (1984)
Eccezionale flusso migratorio nell'Amapa (1989-2000)
20 parrocchie fondate dal Pime a Manaus (1948-2000)
Come nascono le parrocchie fra i «favelados»
Mario Pasqualotto, vescovo ausiliare di Manaus (1999)
«Parintins, la miglior diocesi dello stato di Amazonas»
L'impronta data da mons. Cerqua a Parintins
Il problema irrisolto del clero amazzonico
Le comunità e la formazione dei laici cristiani
Il caboclo da pescatore ad agricoltore
La Chiesa per gli indios d'Amazzonia
In foresta le litanie della Madonna in latino
La scuola agricola per gli indios sul Rio Andira

XIX

TRA INDIOS E CABOCLOS IN AMAZZONIA
(1948)

Nulla al mondo eguaglia, come imponenza, il Rio delle Amazzoni, «O Rio-Mar» come lo chiamano gli indios. Quando si getta nell’oceano Atlantico, fra Belém e Macapá, è largo circa 350 km., con in mezzo l’isola di Marajó, estesa come la Svizzera. Il Rio è lungo 6.280 chilometri, il secondo del mondo (dopo il Nilo), ma quello con maggior portata d’acqua: 175.000 metri cubi al secondo.
Vista dall’alto, l’Amazzonia suscita sgomento: per noi europei è troppo sterminata, troppo piatta, troppo disabitata. Viaggiate in aereo per ore e il panorama è sempre uguale: foresta e fiumi, fiumi e foresta. Il bacino amazzonico è la natura allo stato puro, come gli oceani, il deserto del Sahara e la catena dell’Himalaya.
L’Amazzonia brasiliana (estesa 14 volte l’Italia) ha oggi circa 10 milioni di abitanti, quattro dei quali in Belém e Manaus e due nelle altre città (Macapá, Porto Velho, Rio Branco, Boa Vista, Santarém, Parintins). Gli indios allo stato naturale vivono nelle «riserve» create dal governo. Il popolo amazzonico viene dalla mescolanza di indios con immigrati da altre parti del Brasile, dall’Europa o dall’Africa. Questo tipo umano è chiamato «caboclo» (significa «meticcio»).

Il Vangelo nelle foreste amazzoniche

L’Amazzonia brasiliana è stata conquistata dal Portogallo solo alla metà del secolo XVIII, dopo guerre e guerriglie contro inglesi, francesi e olandesi. Nel 1750, col «trattato di Madrid» la Spagna riconosce il potere portoghese sul basso corso del Rio delle Amazzoni e fino all’inizio del nostro secolo l’evangelizzazione del territorio amazzonico era condotta da missionari itineranti (religiosi di origine portoghese). La prima diocesi è Belém, eretta nel 1720, la seconda Manaus nel 1892, la terza Santarém nel 1903 (chiamata «prelazia», diventa diocesi nel 1979). Dopo il 1945 Pio XII prende a cuore l’America Latina: manda missionari dall’Europa e moltiplica le diocesi, che in Brasile sono passate da 23 nel 1900 a 152 nel 1960, oggi superano sono 260. Nell’Amazzonia brasiliana le diocesi erano due nel 1900, 18 nel 1950, 30 nel 1960, circa 45 oggi. P. Luigi Mandelli del Pime, che ha trascorso 20 anni nel Brasile del sud (Paraná) e da 14 anni è in Amazzonia, dice:

«Mentre nel Brasile del sud senti forte l’influsso europeo, cristiano, qui in Amazzonia è forte l’influsso pre- ristiano, indio o africano. Il battesimo ha messo radici, ma ad esempio il matrimonio non fa parte della loro cultura, non si sposano né in chiesa né in municipio. Se parli con bambini della prima comunione, ti accorgi che pochissimi hanno il papà e la mamma. Non poche ragazze hanno il loro primo bambino a 15 anni e non sanno nemmeno di chi è; a 33-35 anni sono nonne. Una esplosione di vita che nessuno controlla. Ci sono anche buone famiglie, frutto della grazia di Dio, ma sono pochissime.
Qualche amico che viene a visitarmi dice: ‘‘Anche in Italia ci stiamo scristianizzando’’. Ma si sbaglia di grosso: l’Italia è stata evangelizzata per secoli, le famiglie e la società trasmettono qualcosa ai figli, qui hai la chiara sensazione che non c’è stata evangelizzazione. Su un fondo tradizionale pagano c’è un velo di credenze e di devozioni, che nel mondo moderno non tengono più. Secondo me qui siamo in una situazione ad gentes».

Il primo missionario del Pime in Amazzonia è padre Aristide Pirovano, che dal 12 aprile al 19 maggio 1947 compie un viaggio esplorativo (1,) assumendo due impegni: la missione di Macapá (dipendente dalla prelazia di Santarém) e una parrocchia a Manaus come base per una missione da fondare sul Rio Madeira. L’Amapá aveva a quel tempo non più di 40.000 abitanti (oggi circa 600.000) dispersi su un territorio vasto come due terzi dell’Italia, quasi inesplorato. Pirovano così descrive la situazione religiosa nel 1948 (2):

«In passato il territorio dell’Amapá era stato evangelizzato dai gesuiti e dai francescani, in modo però saltuario: non vi fu mai una missione stabile. All’inizio del nostro secolo i missionari tedeschi della Sacra Famiglia avevano assunto la missione di Macapá (capitale del territorio dell’Amapá, n.d.r.), ma non erano mai stati più di tre-quattro sacerdoti per volta. Quando siamo arrivati noi nel 1948 rimanevano due missionari, veramente eroici ma del tutto isolati. Gran parte degli abitanti si dichiaravano cattolici, ma la loro religione si riduceva al battesimo dato in famiglia ed a qualche festa religiosa una volta l’anno o anche meno, quando passava il sacerdote a visitarli».

I primi 22 missionari del Pime si dividono in due gruppi: il 29 maggio 1948 12 di essi sono con Pirovano a Macapá, 8 proseguono con p. Alberto Morelli (reduce dall’Etiopia) verso Manaus e il Rio Madeira. Macapá a quel tempo aveva circa 3.000 abitanti (oggi è vicina al mezzo milione). P. Lino Simonelli racconta (3):

«Era un grosso villaggio con casupole di legno, fango e paglia, tutte raccolte attorno alla cattedrale, costruita dai portoghesi nel 1761, di terra pressata. Non c’era un solo ponte e per passare gli ‘‘igarapé’’ (piccoli corsi d’acqua) che attraversavano tutto l’abitato si camminava su tronchi d’albero traballanti. Io camminavo a quattro zampe, i bambini ridevano».

La casa che i missionari trovano è un capannone di legno col pavimento di terra, senza nemmeno una sedia. La vita dei missionari è stata eroica, per l’isolamento e la mancanza di ogni comodità: il cibo quasi solo farina di mandioca e pesce, con acqua di fiume come bevanda. Il pane e la coltivazione delle verdure in Amapá li ha introdotti il Pime, i primi missionari facevano battute di caccia per procurarsi carne. I mezzi di trasporto erano la canoa a remi e la barca a vela, il cavallo, oppure si andava a piedi. Le prime biciclette le hanno portate i missionari.

Nell’Amapá hanno fondato la Chiesa (1948)

Il primo apostolato in Amapá è descritto da padre Lino Simonelli (4):

«All’inizio si inventava ogni giorno qualcosa di nuovo per annunziare Gesù Cristo e andare incontro al popolo. Padre Pirovano aveva questa grande qualità: dava la massima libertà, voleva che ciascuno inventasse qualcosa, si esprimesse al meglio in campo religioso e sociale. Cerqua e Basile venivano dal sud Italia e sentivano la tradizione delle missioni popolari. Avevano una grande croce costruita da fratel Mazzoleni, la piantavano da qualche parte e predicavano per le strade. La gente accorreva numerosa al suono di una campanella. Uno faceva l’ignorante e poneva domande e obiezioni, l’altro faceva il sapiente e rispondeva. Era una drammatizzazione del catechismo, una specie di teatro, non c’erano altri diversivi. Poi si pregava.
Padre Vittorio Galliani veniva da Milano e aveva nel sangue la tradizione dell’oratorio. Fin dal primo giorno disse: ‘‘Qui ci vuole un oratorio!’’. Incominciò con un bel campo da pallone e i ragazzi venivano da tutte le parti, poi le filmine, gli incontri di catechismo. Quando abbiamo fatto il primo film (a otto millimetri) sulla vita di Gesù, uomini e donne piangevano di commozione, persino il governatore Janarí piangeva. All’inizio il mio ministero era di visitare le famiglie e mi rendevo conto che non c’era il matrimonio: si mettevano insieme, facevano figli e poi si lasciavano per unirsi ad altri. Abbiamo fatto una campagna per il matrimonio in chiesa: giravamo per le capanne, una ad una, per sentire la situazione familiare, discutere, convincere».

La prima preoccupazione di padre Pirovano, superiore della missione, è di fondare parrocchie nei centri più importanti e visitare le comunità disperse. I primi a stabilirsi fuori di Macapá (nella cittadina di Amapá) sono i padri Angelo Bubani e Giorgio Basile, nell’ottobre 1948; seguono, in dicembre, Carlo Bassanini e Vittorio Galliani a Oiapoque; Angelo Negri va con Simone Corridori nell’isola di Santana, da dove visitano la regione di Mazagão e vi si stabiliscono nel 1951. Bubani e Basile vanno ad Amapá in barca a vela. Trovano una chiesetta di legno cadente con una stanzetta sul soffitto.

«La nostra vita — dice Bubani — era un continuo viaggiare, in barca a remo o a vela, a cavallo, a piedi, per visitare le comunità disperse. Uno di noi due stava in giro un mese poi tornava a casa a riposare e partiva l’altro missionario. Si mangiava quasi solo farina di mandioca e pesce. La nostra parrocchia era estesa 40.000 kmq., siamo arrivati ad avere 40 scuole in cui insegnare catechismo. La gente era molto religiosa e voleva il prete, ma noi eravamo solo due» (5).

P. Angelo Negri ricorda:

«Negli anni cinquanta si è scoperto il manganese, sono nati la strada, la ferrovia verso le miniere e il porto di Santana. In quel periodo Macapá, che era un piccolo e povero villaggio, è esplosa come cittadina e sono arrivate tutte le comodità moderne: luce, scuole, commerci, cinema, auto».

Padre Pirovano si preoccupa di costruire le strutture della prelazia. Nell’agosto 1948 scrive al superiore generale (6), lamentando che in tutta la prelazia non esiste una sola chiesa né una sola casa per i missionari degne di questo nome:

«Dobbiamo fare tutto e qui non esistono muratori e falegnami esperti. Sono quindi necessarissimi dei fratelli... Se non avesse fratelli, non si possono trovare dei bravi giovani dell’Azione Cattolica, o altri moralmente sicuri, che vengano ad aiutarci?».

Le singole «parrocchie» dell’Amapá sono in passivo («e non di poco»), tutte aspettano aiuti dal prelato anche per assicurare ai missionari il minimo vitale. Ma Pirovano riceve aiuti solo dai suoi amici personali! Le chiese e le cappelle le costruisce il popolo che va educato a partecipare; le opere sociali invece sono a carico dei missionari, che si impegnano specialmente per le scuole, perché mancano. All’inizio i missionari non si sono sentiti appoggiati né aiutati. Pirovano lamentava che l’Amazzonia era considerata, dai superiori, «l’ultima ruota del carro» fra le missioni dell’Istituto: in realtà il Pime, nel dopoguerra, non era in grado di aiutare nessuno. Nel maggio 1950, padre Aristide viene in Italia, ottiene sei suore di Maria Bambina (7); incontra il dottor Marcello Candia e lo invita ad iniziare l’ospedale (8); porta in Amazzonia quattro laici, uno dei quali, un muratore bergamasco, era (9)

«un colosso, gran lavoratore, con un’abilità eccezionale. Praticamente è stato lui che ci ha fatto cominciare le vere costruzioni a due piani e le chiese della missione».

Nel 1960, mons. Pirovano incontra a Milano don Luigi Giussani, che gli manda alcuni volontari laici fra i quali Fulvio Giuliano, oggi sacerdote del Pime. Esperto geometra e perito edile, ha costruito chiese e case in Amapá ed affrescato (è anche pittore di grande forza espressiva) pareti di chiese e cappelle (10).

Nel 1949 nasce la prelazia di Macapá

Il 1o febbraio 1949 la Santa Sede erige la prelazia di Macapá, estesa 160.000 kmq. Nel 1948 il territorio federale dell’Amapá ha circa 40.000 abitanti, nel 1964 84.050, dei quali 81.400 ufficialmente cattolici (11). Nel marzo 1949 un avvenimento importante: la visita del superiore generale, p. Luigi Risso (12), che scrive su «Il Vincolo» (settembre 1949):

«Sono stato con i missionari dell’Amapá quindici giorni visitando le quattro parrocchie già costituite. Conducono una vita di sacrificio, di stenti e di privazioni. Sono ancora privi di case propriamente dette: abitano in misere capanne o casupole. I viaggi in barca per giorni e giorni, esposti al sole e alle piogge, oltremodo penosi. E quando arrivano nei piccoli centri abitati, non trovano che misere capanne sfornite di ogni più elementare comodità. Qualcuno ha già pagato il suo contributo ad un clima tanto micidiale. Eppure ho trovato i nostri confratelli pieni non solo di ardore e di buona volontà, ma anche di santa letizia. Evidentemente il Signore li aiuta con la sua grazia».

Mons. Pirovano scrive la «Relazione sulla prelazia di Macapá dal maggio 1948 al dicembre 1954» (13), che è una sintesi del lavoro fatto nei primi sei anni, partendo quasi da zero:

«Le parrocchie della prelazia sono quattro: Macapá con 39.000 abitanti, di cui 20.000 nell’interno e nelle isole; Mazagão con 600 abitanti in città e circa 10.000 nell’interno; Amapá con circa 10.000 abitanti, di cui solo un migliaio in città; Oiapoque con circa 600 abitanti in città, 2.000 nell’interno e un migliaio di indios. Le cappelle sono 40».

Il 1° maggio 1950 si incomincia a costruire la seconda chiesa di Macapá, quella del «Trem». Il padre Antonio Cocco ricorda che costruì una chiesa molto più grande di quella progettata (14):

«Qualcuno mi ha criticato, ma pochi anni dopo era già tutta occupata e ci ho fatto anche il campanile, che nessuno aveva mai visto».

Il primo impegno dei missionari è stato di risvegliare la vita cristiana: a Macapá si passa da circa 6.000 comunioni nell’anno 1947 a 74.000 nel 1954. Nel dicembre 1952, a Macapá e nelle altre parrocchie, le sante missioni al popolo predicate dai cappuccini di Belém, con «grande concorso e buoni frutti». Nel luglio 1953 il primo congresso eucaristico diocesano, con la partecipazione di vescovi e sacerdoti venuti da fuori.
Di quei primi tempi, diversi missionari ricordano la lettera pastorale di mons. Pirovano contro il ballo, nel 1950. Condannava, minacciando fulmini e scomuniche, il ballo dopo le feste religiose, perché era un disordine morale e perché succedevano sempre liti, ubriacature, accoltellamenti. Ma quella lettera, in quell’ambiente, fece scoppiare il finimondo. P. Bubani racconta che la lettera l’avevano chiesta i padri, che poi hanno sperimentato l’asprezza delle reazioni popolari.
La vita durissima nell’Amapá porta al sacrificio di parecchi missionari, morti sul posto o costretti a ritirarsi. Tre muoiono tragicamente: p. Dario Salvalaio il 23 marzo 1956 per un morso di cane rabbioso: aveva 33 anni; p. Simone Corridori muore il 9 gennaio 1957 per incidente stradale: 33 anni anche lui; p. Marco Cattaneo (53 anni, reduce dalla Birmania) muore il 18 settembre 1966 nelle acque di un fiume. Nel maggio 1955, il nuovo superiore regionale del Pime in Brasile, p. Giovanni Airaghi, visita l’Amazzonia e scrive (15):

«Le mie impressioni sullo spirito che anima questi padri è stata buona, per non dire ottima, se si considera il campo piuttosto sterile in cui lavorano e le strettezze finanziarie in cui si dibattono, senza contare i pericoli nei viaggi di terra e di acqua». In altra lettera Airaghi dice che (16) «l’Istituto può essere orgoglioso di questi suoi figli... I padri dell’Amapá sono ben affiatati, nessuno si lamenta dell’altro, ciascuno lavora contento del posto dove l’obbedienza l’ha messo, non ho notato arrivismi e gelosie... Nell’Amapá il clima di unione e cooperazione tra i padri è consolante, nonostante le privazioni e le difficoltà in cui vivono».

Nel 1948 i missionari trovano in Amapá una sola chiesa, la cattedrale di Macapá; nel 1964 avevano fondato dieci parrocchie con chiese in muratura e due padri per ciascuna (tre ad Amapá molto estesa), più 57 cappelle e 118 stazioni secondarie con cappelle in costruzione (17). Inoltre, le strutture caritativo-assistenziali della prelazia: 9 scuole elementari (con 1.570 alunni e 1.159 alunne), 8 altre scuole (secondarie e di avviamento al lavoro, con 130 alunni e 340 alunne), 7 ambulatori medici (con 31.000 consultazioni annue), 1 asilo (con 25 bambini), una scuola industriale (affidata ai fratelli del Pime), la tipografia e la libreria cattolica San Giuseppe (che contribuì a suscitare nella gente, anche quella più semplice, il desiderio e il gusto della lettura); e una decina di oratori parrocchiali.

«Istruzione religiosa e passione per il catechismo»

Mons. Pirovano aveva una particolare abilità per procurare aiuti dall’Italia, nell’acquisto di terreni e nelle costruzioni (18). Fino al 1965 la prelazia costruisce chiese e cappelle, il seminario, la casa episcopale, le case dei padri e delle suore, il centro pastorale, la radio e il settimanale cattolico, la tipografia e la scuola industriale, tre cinema parrocchiali (19); ogni missione viene rifornita di barche, auto fuoristrada e moto; si tentano fattorie agricole e di allevamento animali per finanziare la diocesi; e poi l’aereo della missione, un Cessna a sei posti (il «San Paolo»), dono di Paolo VI al vescovo da lui consacrato.

«La prelazia di Macapá è un cantiere aperto — diceva Pirovano nel 1964 (20) — e guai se non lo fosse. Voglio notare che costruiamo tutto per la prelazia, il Pime a Macapá non ha nessun terreno, nessuna proprietà, anche se l’Istituto ha dato gli uomini e s’adopera in patria per raccogliere i fondi necessari. Questo mi pare importante notarlo: il lavoro dell’Istituto nell’Amapá, come in tutte le altre missioni, è di preparare la Chiesa locale, sia come uomini che come opere. E noi saremo ben contenti se domani, quando l’Amapá avrà suoi sacerdoti e cristiani ben formati, la nostra opera potrà essere continuata pienamente da loro. Il mondo è tanto vasto, che non ci mancheranno mai territori nuovi da aprire al Vangelo, da dissodare».

I missionari in Amapá si sono subito impegnati a visitare le comunità disperse nell’immensità della foresta e nell’intrico dei fiumi. La famosa «desobriga» che durava mesi, per promuovere l’istruzione religiosa attraverso la catechesi. Padre Lino Simonelli ricorda (21):

«C’era una vera passione per il catechismo. D’accordo col governatore, nei villaggi dell’interno mandavamo ragazze che avevano fatto la quarta elementare, che insegnavano a leggere ed a scrivere e poi il catechismo. Non avendo il ciclostile, io e padre Vittorio Galliani battevamo a macchina tre copie per volta (con la carta carbone), tutti i testi, i programmi, le lezioni, gli esempi da raccontare. Vittorio era un duro, un vero educatore. Dov’era passato lui la gente si confessava di non aver letto tutte le sere la Bibbia: ‘‘Sono andato a dormire senza leggere la Bibbia’’, dicevano. Dove c’era gente che si confessava bene, là c’era stato padre Vittorio».

Il 1° marzo 1959 visita Macapá il nuovo superiore generale del Pime, p. Augusto Lombardi, che si ferma nella  prelazia più di un mese. Alla fine dichiara:

«Le due prelazie in Amazzonia sono altro che missione! Certamente sono più dure di qualsiasi altra nostra missione e lo dico io che le conosco tutte» (22).

Ritornando in Italia, ripete questo concetto scrivendo a tutto l’Istituto, esaltando il lavoro dei missionari in Brasile e definendo le due prelazie al Nord come «campi di apostolato magnifici» e «più che missioni, anche se non ne hanno la qualifica giuridica» (23).

Il centro catechistico diocesano a Macapá (1963)

A volte oggi si criticano i missionari del Pime che hanno lavorato nei primi tempi in Amapá con metodi italiani (24). Il maggior contributo all’«inculturazione» è stato il «centro catechistico diocesano », fondato e diretto dal p. Paolo De Coppi dal 1963 al 1970 con lo slogan: «Per una catechesi inculturata in Amazzonia»:

«All’inizio del 1963 — racconta padre Paolo (25) — si è tenuto a Macapá un grande convegno diocesano per discutere le idee nuove che circolavano nella Chiesa. Sono stato incaricato di rinnovare la catechesi e ho fondato il ‘‘centro catechistico diocesano’’. La catechesi scolastica era viva nelle scuole del territorio, anche nei ginnasi e nel liceo (26). Noi preparavamo schemi e sussidi, facevamo incontri con gli insegnanti di catechesi, che a quel tempo erano tutti volontari, cioè non pagati. Poi organizzavamo feste, processioni: per il Corpus Domini c’era una processione interminabile delle scuole a Macapá. Io conoscevo personalmente tutte le insegnanti dell’Amapá e le visitavo nelle loro scuole. Sono stati anni pieni di attività (concorsi, premi, canti) e anche di soddisfazioni: avevamo in mano tutte le scuole, il personale insegnante, gli alunni. Negli anni settanta tutto è diventato più difficile. Mi sono interessato anche della pastorale giovanile diocesana e nel 1963 abbiamo organizzato il ‘‘congresso diocesano dei giovani’’, giudicato uno degli avvenimenti più importanti nella storia dell’Amapá di quel tempo» (27).

Nel 1966 il centro catechistico di Macapá riesce a unificare l’insegnamento del catechismo nelle scuole elementari con 22.000 alunni e nelle scuole secondarie e superiori con 5.000 alunni. Tutte le settimane il centro manda agli insegnanti uno schema che aiuta a spiegare un capitolo del catechismo. Nelle scuole superiori insegnano i padri, 120 ore la settimana in tutto; e poi le suore di Maria Bambina nei loro collegi (28).  Padre Gaetano Maiello, a Macapá dal 1959, è stato incaricato della pastorale scolastica e giovanile. Ricorda (29):

«Alla fine degli anni cinquanta, la prelazia aveva il 75% delle scuole del territorio dell’Amapá e succedeva questo: che nelle scuole pubbliche andavano i ricchi, in quelle missionarie venivano i poveri, che erano assistiti in tutto (refezione scolastica, libri, divisa, ecc.). Verso la fine degli anni cinquanta, abbiamo fatto una convenzione col governo: noi costruivamo le scuole e pensavamo a tutte le spese, il governo sceglieva e pagava lo stipendio degli insegnanti (nei primi dieci anni ci pensava la prelazia): la scuola rimaneva proprietà della prelazia (la manutenzione era a nostro carico), che alla domenica la usava per incontri religiosi e noi avevamo il diritto di scegliere il direttore delle scuole».

Appena diventa superiore generale (marzo 1965), mons. Pirovano manda a Belém p. Antonio Cocco, parroco della cattedrale di Macapá, per realizzare un sogno che maturava da molti anni: una procura dell’Istituto e della missione di Macapá nella «cidade das mangueiras» (piante di mango), dove arrivano navi ed aerei per le due missioni amazzoniche del Pime. Cocco si inserisce nella chiesa della Madonna del rosario vicino al porto, proprietà di una congregazione laicale antica («Irmandade do Santo Rosario»). Celebra la messa tutti i giorni, organizza preghiere e incontri di popolo, pulisce e mette a posto la chiesa e la sacrestia. Racconta:

«Quando i congregati hanno visto che lavoravo per la loro chiesa e non chiedevo nulla, mi hanno permesso di abitare nella sacrestia e di custodire e far funzionare la chiesa a loro nome. Intanto io comperavo le casette tutto attorno, che ospitavano prostitute. Le ho buttate giù e ho costruito la casa del Pime: iniziata nel 1968 e inaugurata da mons. Maritano nel 1969».

Oggi la chiesa del rosario, proprietà della Irmandade, è affidata al Pime come gestione. Accanto alla chiesa, la casa dei missionari, la procura per le missioni e il centro di animazione missionaria con varie iniziative anche vocazionali. Negli anni precedenti al 1994 il p. Claudio Pighin, impegnato in diocesi di Belém per la radio diocesana, ha fondato la chiesa e parrocchia di s. Maria Goretti nel quartiere di Guamá, dove continuano a lavorare le missionarie dell’Immacolata.

Il post-Concilio di mons. Giuseppe Maritano (1965-1983)

Dopo Pirovano, eletto superiore generale del Pime (marzo 1965), a Macapá si sono succeduti tre vescovi: Giuseppe Maritano (1946-1983), Luís Soares Vieira (1984-1993), Giovanni Risatti (1993-). L’episcopato di mons. Maritano è segnato da due fatti che cambiano radicalmente la situazione: la dittatura militare (1964-1984) e il Concilio Vaticano II (1962-1965) che rivoluziona la Chiesa. In Brasile nascono le conferenze episcopali regionali, in Amazzonia la Chiesa prende coscienza delle gravi ingiustizie che opprimono il popolo dei caboclos e degli indios.
Mons. Maritano, parroco prima ad Assis nel Brasile del sud e poi a Manaus, imposta subito un programma di rinnovamento pastorale, centrato sull’apostolato dei laici e sulle «comunità ecclesiali di base», che in quel tempo si diffondevano in Brasile e in America Latina: nel 1979 nell’Amapá sono già 400 con 150 catechisti e centinaia di altri ministri laici. Nasce un fervore nuovo tra il popolo, che diventa protagonista della missione. Nell’Amapá le Ceb (comunità ecclesiali di base) (30)

«sono confermate come una delle linee prioritarie dal ‘‘I congresso del popolo di Dio nel territorio dell’Amapá’’ (1969), come ‘‘luogo per una vita integrale del cristiano a livello individuale, familiare e sociale’’... Le parrocchie devono intensificare i loro sforzi per creare le Ceb... perché la parrocchia deve decentralizzare la sua pastorale quanto a luoghi, funzioni e persone».

Nasce a Macapá la «coordinazione diocesana» per orientare e accompagnare le Ceb mediante sussidi, dibattiti e ricerche; inizia la «scuola diocesana degli agenti di pastorale»; la prelazia è divisa in quattro «settori di pastorale» (poi chiamati vicariati); iniziano i «piani diocesani di pastorale». Ma negli anni settanta si manifesta na certa resistenza a questa nuova impostazione, decentralizzata da un lato (le piccole comunità dove il popolo è protagonista della pastorale) e centralizzata dall’altro (omologazione di metodi e iniziative nei piani pastorali e nelle Ceb): ad esempio, i movimenti già presenti (i «mariani», l’Apostolato della Preghiera e altri) si sentono messi da parte. Inoltre, proprio in quel periodo, in tutta l’America Latina ma specialmente in Brasile, una parte delle Ceb si politicizzano e suscitano forti reazioni in gran parte del clero.
Per capire la situazione, bisogna tener conto del cammino che la Chiesa brasiliana stava compiendo in quegli anni settanta, pieno di incertezze, incomprensioni, rotture anche clamorose. La situazione era peggiorata dalla drammatica realtà politico-sociale in cui il popolo viveva: dittatura militare con l’ideologia della «sicurezza nazionale», ingiustizie sociali e miseria del popolo, pericolo del comunismo almeno come ideologia (una certa parte della teologia della liberazione si ispirava all’«analisi scientifica della società» propria del marxismo- eninismo ed esaltava i regimi socialisti, Cuba in particolare)...
Dice un padre di Macapá:

«Mons. Maritano era certamente il vescovo che ci voleva per governare il trapasso dal tempo pre-conciliare a quello post-conciliare, perché era aperto, comprensivo, popolare, spirituale: era veramente un uomo di Dio». Un altro aggiunge: «Sarebbe stato un ottimo vescovo se fosse vissuto in un periodo tranquillo. Ma è vissuto in un anni tempestosi di lotte e contrasti e purtroppo mancava di senso dell' autorità, fuggiva dalle responsabilità. La diocesi gli è sfuggita di mano; pur impostando tutto il suo episcopato sull'unità, non è riuscito a tenere uniti i preti e i fedeli nelle cose che avevano in comune, molto più numerose di quelle che li dividevano».

Come lui stesso riconosceva, Maritano aveva difficoltà a prendere decisioni. Non era un amministratore, né in campo economico né in quello organizzativo (31). Negli anni settanta arrivano dall’Italia giovani missionari formati nello spirito del Concilio, con una grande carica di rinnovamento, in una diocesi isolata nelle foreste amazzoniche e fino a quel momento poco aggiornata sui grandi cambiamenti che avvenivano nella Chiesa.

«Avevano buone qualità e idee di rinnovamento — dice un missionario di quel tempo riferendosi ai giovani missionari giunti in Amapá negli anni settanta — ma a mio parere peccarono di ingenuità e di presunzione, volendo imporre le loro idee troppo in fretta e non rispettando la sensibilità di quanti stavano in missione da tanti anni. Il clero diocesano (cioè i missionari del Pime) si divide: incomprensioni, accuse e scomuniche vicendevoli».

Dalla Chiesa missionaria alla Chiesa locale (1969-1980)

Il tempo di mons. Maritano è stato però molto positivo in campo pastorale. La prelazia è maturata, da Chiesa missionaria a Chiesa locale (la diocesi è eretta nel 1980). Sono fiorite le comunità ecclesiali di base e i ministeri laicali, che hanno dato origine al «congresso del popolo di Dio» a livello diocesano (1969, 1979). Sorgono organismi nuovi di pastorale sociale: il Cimi (consiglio indigenista missionario) per gli indios, la «pastorale della terra» per i contadini. Il vescovo stesso prende coraggiose posizioni in difesa delle popolazioni più umili, nei confronti del governo e delle multinazionali che arrivano in Amapá per lo sfruttamento minerario  e forestale.
Nel tempo post-conciliare nascono a Macapá l’ospedale del dottor Candia, con varie attività collaterali (dispensari nell’interno e visite ai villaggi da parte di medici e infermiere, assistenza agli ex lebbrosi e carcerati, ecc.); il monastero delle carmelitane di Firenze (chiamate da Marcello Candia); la «Radio educadora São José», che ha funzionato dal 4 agosto 1968 all’8 aprile 1978 e poi chiusa per mancanza di mezzi economici; la Pastoral del Menor (per i «meninos da rua») e l’opera «Fonte Nova» a Santana, della «Nostra Famiglia» di don Luigi Monza.
Particolare risalto meritano le «Casa dell’ospitalità» fondate a Santana (il porto dell’Amapá) da p. Luigi Brusadelli. Ecco il suo racconto appassionante, che dimostra come nascono le opere di Dio (32):

«Ordinato sacerdote nel giugno 1976, un anno dopo ero parroco di Santana, il posto più difficile della diocesi per droga e prostituzione. In chiesa ci venivano pochi. Allora ho cominciato a visitare le famiglie, una per una, e mi sono accorto che mi nascondevano gli handicappati, avevano vergogna. Sono venuto a sapere che avevano bambini in gabbia, li legavano, li tenevano sempre chiusi. Ho chiesto perché e mi hanno risposto: ‘‘Hanno il demonio, hanno l’epilessia’’.
Allora ho detto: ‘‘Dateli e me, li porto a casa mia due o tre giorni’’. Me li davano, li portavo in parrocchia, li lavavo, davo loro da mangiare bene, li facevo giocare, con l’aiuto di buone famiglie. Naturalmente i bambini non volevano più tornare a casa loro. Allora, dietro alla chiesa ho fatto una piccola casupola per loro. Era un terreno della prefettura e mi hanno ingiunto di sloggiare. Ho invitato le autorità a venire a vedere e mi hanno regalato non solo quel terreno, ma sette volte tanto per fare una grande opera. Io non avevo in mente di fare niente di simile, ma quando celebravo la messa andavo in crisi perché pensavo: ‘‘Il Signore è qui nelle mie mani, ma intanto quel bambino che conosco sta morendo di fame, quell’altro è tenuto legato e battuto...’’. La mia opera è cresciuta a poco a poco, senza nessun progetto. I genitori mi portavano i bambini spontaneamente.
Sono stato sostenuto da mons. Maritano e da Candia, mentre altri mi criticavano. Oggi tutti apprezzano quest’opera, capiscono che è una testimonianza del Vangelo. Candia mi ha aiutato senza che gli chiedessi niente: ha sostituito con le tegole la paglia del tetto della casa per i bambini. Poi veniva a trovarmi e mi portava aiuti, perché intanto i bambini crescevano e io dovevo costruire, assumere personale, dar da mangiare a tutti... Quando arrivai a Macapá dall’Italia, avevo un po’di soldi (circa 1.500 dollari): non mi servivano subito e li ho dati tutti a Candia per il suo ospedale. È stato un investimento favoloso. Candia ogni tanto mi telefonava: «Hai bisogno di qualcosa? ». E se chiedevo, subito interveniva (33). La sua Fondazione continua ad aiutare.
Oggi l’opera è una specie di Cottolengo all’equatore, un settore affidato alle piccole suore della Divina  Provvidenza della beata Michel di Alessandria (sono di origine francese), gli altri due sotto la mia guida. La casa dell’ospitalità delle suore ha bambini handicappati, epilettici, pazzi. La mia casa dell’ospitalità tiene anziani abbandonati che nessuno vuole: tubercolotici, handicappati, ecc. La terza casa dell’ospitalità è la fattoria-scuola per i ragazzi difficili, che non hanno famiglia o che nessuno vuole; vengono da me e vivono con coppie sposate che oltre ai loro figli prendono anche questi. Io costruisco le casette e poi trovo le coppie che vogliono fare questo servizio. Altri ragazzi di notte dormono a casa loro, ma durante il giorno andiamo a prenderli e li teniamo noi.
La fattoria è di 44 ettari: abbiamo coltivazioni, laboratori di meccanica e falegnameria, 400 maiali e 4.000 piante da frutto. Manteniamo i maiali con gli scarti dei ristoranti e delle cooperative di pescatori, che tagliano la testa e la coda ai pesci (se li mantieni con i mangimi non ti conviene più). Nella fattoria il lavoro è a ciclo continuo. Con gli scarti dei maiali facciamo fertilizzanti e produciamo gas per fare da mangiare e avere l’acqua calda; con gli scarti dei ristoranti e dei pescatori manteniamo i maiali; lavoriamo la frutta e la vendiamo a vari enti e all’ospedale di Macapá. Poi facciamo lavori in legno, ripariamo macchine. Ciascun ragazzo sceglie il reparto che vuole e impara un mestiere, oltre che andare a scuola.
I miei ragazzi (abbiamo 40 operai finiti, altri apprendisti) quando vogliono sposarsi e andarsene trovano tutti lavoro, perché vengono dalla mia fattoria-scuola che s’è fatta una buona fama. Pur essendo «ragazzi difficili», qui trovano l’ambiente familiare adatto per studiare e avere quello che non hanno avuto in famiglia. Il governo è stupito dei nostri risultati. Vengono a visitarci personalità politiche e mi dicono: ‘‘Dobbiamo fare altre fattorie-scuola come questa, per ricuperare tanti ragazzi sbandati’’. Ma il problema, come mi diceva sempre Candia, non è la tecnica ma lo spirito che ci metti dentro.
Da Candia ho imparato molto. Il povero è  Gesù: come è nell’Eucarestia, così è nel povero. Marcello aveva un amore sconfinato per i malati, gli hanseniani, i bambini handicappati, i poveri, gli anziani abbandonati. Molti missionari dimostrano questo amore: anche mons. Maritano ci ha dato grandi esempi. Un’altra cosa ho imparato
vivendo anni in intimità con Candia: il Vangelo promuove l’uomo più di ogni altra cosa. Se tu dai a questi poveri denaro, cure, cibo, istruzione, vestiti, giustizia sociale, ma non gli dai il Signore, non hai fatto niente. Il giorno dopo sono ancora uguali o se riescono ad arricchire diventano oppressivi di altri poveri. Se gli dai il Vangelo, allora cambiano a poco a poco e migliorano in tutti i sensi.
Questo è sempre stato l’insegnamento anche di mons. Maritano. Il Vangelo, ha detto tante volte, è la vera promozione umana. Se faccio un posto medico, ma non sono uniti, non si vogliono bene, allora uno porta via la lampada, l’altro porta via le medicine, il terzo ruba i soldi e via dicendo. Se invece sono convertiti dal Vangelo e diventano comunità, allora capiscono il valore del bene comune e rispettano le cose di tutti. Ci sono tantissime situazioni umane nelle famiglie, nella società, che migliorano col Vangelo. Lo dico perché l’ho toccato con mano tante volte. Pensa alle famiglie divise, agli uomini che si ubriacano, che hanno amanti, che non danno nulla alla famiglia. Il Vangelo, quando è preso sul serio, migliora la condizione umana. Ecco perché siamo missionari».

Luis Soares Vieira, primo vescovo brasiliano (1984)

Nel tempo di mons. Maritano (1976) c'è l'inaugurazione della «casa di preghiera», fondata da Marcello Candia a Marituba, che vent'anni fa era un lebbrosario in foresta, a 30 km. da Belém; poi, con l'arrivo dei missionari del Pime e delle missionarie dell'Immacolata (che hanno assicurato assistenza spirituale, scolastica e sanitaria), attorno a Marituba è nata in modo tumultuoso una nuova città satellite, oggi con circa 80.000 abitanti. Mons. Aristide Pirovano, giunto a Marituba nel 1977, èstato l'artefice di questa nuova città e l'ospedale da lui costruito a Marituba (inaugurato il 15 febbraio 1996) è fra i piùgrandi e moderni dell'Amazzonia (34).
Tutti riconoscono a mons. Maritano ottime qualità di pastore.
È stato definito «il catechista dell’Amazzonia». P. Paolo Lepre testimonia (35):

«Stando con dom José ho potuto ammirare la sua santità di vita e le sue ottime qualità di pastore, a contatto specialmente per le persone più umili».

In occasione della sua scomparsa, la famiglia Maritano di Cumiana (Torino) ha ricevuto una lettera dai vescovi dell’Amazzonia in cui si legge:

«Mons. Maritano fu per noi e per la Chiesa del Brasile, soprattutto questa del nord-Amazzonia e per il popolo più povero, una figura bellissima e di grande segno pastorale e profetico. La sua santità, serenità e spiritualità erano notevoli».
«Quando mons. Maritano parlava — mi dice p. Luigi Carlini — era quanto mai popolare e concreto, ma anche poetico. Prendeva spunto dal vento che muove le foglie per parlare dello Spirito Santo; se un bambino piangeva in chiesa, lui diceva che noi quella voce non la capiamo, ma Dio sì perché legge nel cuore di tutti. Il suo modo di predicare piaceva ai più poveri e umili. Ricordano ancor oggi i suoi esempi, le sue prediche. Maritano andava nelle case della gente a mangiare, riconosceva e chiamava tutti per nome, si informava di come stavano. Nella catechesi preparava lui stesso i foglietti da distribuire alle famiglie, le domande a cui rispondere, con disegnini per spiegare gli schemi di discussione».

Aveva una straordinaria capacità di comunicare la fede attraverso vari mezzi: scene di teatro per illustrare episodi evangelici, via crucis drammatizzate con rappresentazioni, canti popolari, liturgia creativa. Aveva inventato la «messa alla Luna». Quando c’era la luna piena, una volta al mese, la comunità parrocchiale recitava il rosario camminando in mezzo ai campi sul limitare della foresta: poi lui celebrava la messa, alle 9 di notte, sotto i raggi della luna. Sono segni molto apprezzati dalla natura sentimentale del brasiliano.
Ma soprattutto Maritano insisteva sulla vita comunitaria per vivere il Vangelo non in un modo individualistico. Non riuscendo a tenere unita la diocesi, nel 1983 si ritira (36). L’anno seguente gli succede il primo vescovo brasiliano mons. Luís Soares Vieira, che continua la sua linea pastorale (formazione dei laici e sviluppo dei ministeri laicali, comunità di base, attenzione ai problemi sociali) e riesce a riportare serenità e collaborazione fra il clero. Deve subito fronteggiare il «boom immigratorio». Dagli anni settanta l’Amazzonia è in movimento, a causa dei «grandi progetti» dei militari: le strade trans-amazzoniche, il disboscamento per creare pascoli, i progetti idro-elettrici, la creazione di «poli di sviluppo» con immigrazioni massicce da altre parti del Brasile. Il risultato non è stato lo sviluppo che i militari pensavano, ma distruzione ecologica e urbanesimo selvaggio.

Eccezionale flusso migratorio nell’Amapá (1989-2000)

La diocesi di Macapá è oggi del tutto diversa da quella che era vent’anni fa. Il grande cambiamento è avvenuto con l’esplosione della città capitale, specie dopo che è stata dichiarata «città di libero commercio» nel 1989 (37) e ha attirato investimenti, commerci, industrie e ondate di immigrati. Il volumetto «Realidade migratória em Macapá e Santana» (38) porta i dati ufficiali di questo massiccio fenomeno che sta rendendo Macapá una nuova Manaus alle foci del Rio delle Amazzoni: il territorio di Amapá è passato da 175.256 abitanti nel 1980 a 366.925 nel 1995, con 67.545 abitanti in Santana e 209.024 in Macapá. Ogni giorno dieci famiglie si stabiliscono in Macapá, 80- 100 nuovi abitanti! In un discorso pubblico nel gennaio 1996, il sindaco di Macapá ha detto che la città sta raggiungendo il mezzo milione di abitanti... Il p. Roberto Gazzoli, parroco di tre parrocchie alla periferia di Macapá, dice (nel marzo 1996):

«Nelle mie parrocchie sorgono quartieri nuovi dal giorno alla notte, un numero enorme di persone che non possiamo assistere. lo ho tre missionarie dell'Immacolata che mi aiutano in parrocchia e mi ritengo fortunato, ma ce ne vorrebbero trenta o quaranta solo per rispondere alle richieste urgenti. Il dramma è che tutta questa gente viene dall'interno dell'Amapa o da altri stati brasiliani, sono cattolici battezzati, desiderosi di incontrare il prete, la suora, frequentare la chiesa, ricevere i sacramenti. Invece della Chiesa cattolica, incontrano le sette. Ho un bairro nuovo, "Novo Horizonte", che ogni giorno aumenta di abitanti, i quali incontrano protestanti, spiritisti, "Assembleia de Deus" e ogni genere di sette. lo penso che tra qualche anno non sarà più un quartiere abitato da cattolici. Un mio animatore mi diceva che nella sua strada, lunga mezzo chilometro, si sono stabilite 17 chiese protestanti o pentecostali o spiritiste e tutte lavorano per convertire i cattolici» (39).

Oggi la diocesi è organizzata in quattro vicariati, due a Macapá e uno in Santana; la maggioranza della popolazione vive in città, ma i preti più giovani e più dinamici vivono nel quarto vicariato, quello delle parrocchie difficili e lontane, Mazagão, Oiapoque, Laranjal do Jarí (40), Amapá, Ferreira Gomes, Porto Grande. Nell’Amapá la Chiesa è stabilmente fondata con venti «parrocchie », nove sacerdoti locali e 35 del Pime, suore, catechisti; va ricordato il seminario dei cappuccini che aiutano in Macapá nella pastorale e il grande ospedale, oggi diretto dai camilliani, costruito dal dott. Marcello Candia (1916-1983), l’industriale milanese di cui è in corso la causa di canonizzazione (41). Dal 1997 i missionari brasiliani del Verbo Divino (verbiti) hanno assunto la cura della parrocchia di Oiapoque, che ha nel suo territorio circa 4.000 indios ancora viventi in riserve (vedi più sotto).
Il clero locale a Macapá, come in tutta l’Amazzonia del resto, continua ad essere numericamente scarso. Problema grave, comune a tutte le diocesi d’Amazzonia. Il primo sacerdote amapaense, ordinato nel 1978, dopo alcuni anni lasciò il sacerdozio. Nel 1993 mons. Risatti ha trovato sei sacerdoti locali e ne ha ordinati altri  tre; nel 1996 diceva:

«Nei tre anni che sono vescovo, a Macapá e Santana sono immigrate 150.000 persone, ma non abbiamo preti né suore per assisterle religiosamente. Ogni giorno ci sono sfide nuove. Macapá ha la sua università con 4.500 studenti. Ci invitano a parlare, ci sono andato alcune volte, ma chi ci va regolarmente? Abbiamo diverse radio e televisioni locali che ci danno volentieri degli spazi, ma non li usiamo come dovremmo. Il governo permette una nostra radio-televisione: stiamo realizzandole, ma ci vorrebbero mezzi. Abbiamo il p. Bepi Busato che è un grande comunicatore e parla già ogni giorno a diverse radio, ma è anche parroco...
Una delle grandi risorse sono i diaconi permanenti: ne abbiamo dieci. Due di loro, padri di famiglia, uno pescatore e l’altro contadino, tengono in piedi la parrocchia di São Joaquim do Pacuí: c’è la chiesa, la casa parrocchiale, altre costruzioni e opere, ma da cinque anni è senza prete. I due diaconi si sono divise le 110 comunità da visitare: celebrano matrimoni, fanno culti, catechismi, incontri con il popolo. Ogni 15 giorni va il prete a celebrare la messa nella chiesa parrocchiale. I due diaconi hanno uno zelo straordinario, ma sono senza prete!».

20 parrocchie fondate dal Pime a Manaus (1948-2000)

L’Amapá, di cui abbiamo detto finora è sulle coste dell’oceano Atlantico, sulla sponda nord del Rio delle Amazzoni; Belém (con Marituba) 350 chilometri a sud, sotto il Rio che sfocia nell’oceano. Il secondo impegno del Pime nel continente amazzonico è a quasi 2.000 chilometri dall’oceano, nella capitale dello stato di Amazonas, Manaus; e nella prelazia di Parintins, lungo il Rio, circa 500 chilometri più ad ovest, cioè verso l’oceano.
L’Istituto ha iniziato la sua presenza anzitutto a Manaus nel 1948 e poi a Parintins nel 1955. Nel 1948 la diocesi di Manaus istituisce la parrocchia di N.S. de Nazaré, alla periferia nord della città, affidandola al Pime. Nell’atto di erezione, i confini della stessa sono così segnati: «A sud la città, ad ovest il fiume, a nord e all’est la foresta». Oggi N.S. de Nazaré è in centro città, che è cresciuta verso la foresta dove il Pime ha fondato 20 parrocchie (42). L’Istituto è andato a Manaus per dare un punto di appoggio alla prelazia sul Rio Madeira (poi diventata prelazia di Parintins) che si era impegnato a fondare.
La parrocchia N.S. di Nazaré, già iniziata dai cappuccini, è cresciuta con vari parroci (Alberto Morelli dal giugno 1948), ma soprattutto con p. Giuseppe Maritano (dal dicembre 1958), che vi ha fondato la prima scuola media della regione nord di Manaus (il collegio Ramazzotti) e la scuola agricola per gli indios «Rainha dos Apostolos» ad una trentina di km. dalla città, assunta nel 1990 da Comunione e Liberazione (assistita spiritualmente dal Pime). Dei primi tempi si ricorda anche il p. Mario Giudici, mitico cappellano del lebbrosario di Aleixo. Marcello Candia diceva:

«Ho visitato diverse volte il lebbrosario di Aleixo: voi del Pime avete avuto un santo in Amazzonia, il p. Mario Giudici, e non lo ricordate più, non avete nemmeno scritto una sua biografia» (43).

Candia raccontava le testimonianze commoventi sulla santità di padre Mario, raccolte dai lebbrosi: diceva ad esempio che a distanza di circa dieci anni (Giudici era morto nel 1978, ma assente dal lebbrosario da diversi anni prima) i lebbrosi ancora piangevano ricordando padre Mario. Un suo confratello scriveva (44):

«Padre Mario Giudici è il nostro padre Damiano. Alla cura del lebbrosario  aggiunge la cura dei tubercolotici e dei vecchi del ricovero. Abbiamo letto una lettera che un lebbroso gli ha messo nel breviario il giorno del suo anniversario di ordinazione sacerdotale. Che lettera! Anche lui, quando la leggeva, tossiva e si soffiava il naso per la commozione. Se un giorno si dovessero scrivere i ‘‘fioretti di padre Mario’’, ne verrebbero fuori episodi degni di san Francesco».

Alla metà degli anni sessanta (la parrocchia N.S. de Nazaré aveva 10.000 abitanti) incominciano le «invasioni» di terre alla periferia della città, per costruirvi casupole e baracche: anche a Manaus nascono le «favelas». La gente viene da ogni parte del Brasile attirata dai «grandi progetti» dei militari, che intendono sviluppare l’Amazzonia con i pascoli, l’agricoltura, le miniere, l’industria. Specie dopo il 1970, quando Manaus è dichiarata «zona franca»: la regione che trent’anni fa era ricoperta da fitta foresta con piccoli villaggi di pescatori e apparteneva all’unica parrocchia del Pime, oggi ha più d’un milione di abitanti.

«Nel 1970 Manaus era ancora una città di circa 200.000 abitanti —  dice p. Piero Vignola (45). — Avevamo già qualche quartiere di baracche nella parrocchia di Nazaré, ma la città era bella, con larghe strade, piazze, monumenti, viali alberati, palazzi. Negli anni settanta e ottanta è arrivato il diluvio, nascevano quartieri nuovi dal giorno alla notte e ancor oggi arrivano ondate di immigrati. Dicono che la città ha un milione e mezzo di abitanti: per me ne ha di più, ma non li conta nessuno».

Cidade Nova, una delle prime parrocchie fondate dal Pime in direzione nord, inizialmente era concepita come una cittadina satellite per 50.000 abitanti. Ma non erano ancora finite le costruzioni e già gli abusivi costruivano centinaia di baracche.

«Il 5 luglio 1981 — dice ancora Vignola — ho inaugurato con una messa il primo lotto di 1.800 casette. Non c’era cappella, celebravo in una scuola. Nel 1985 Cidade Nova aveva non i 50.000 programmati, ma circa 200.000 abitanti, adesso supera il mezzo milione: dove non c’era nemmeno una cappella, noi del Pime abbiamo fondato una decina di parrocchie. Il municipio non sta dietro all’aumento di popolazione: non fa a tempo a costruire nuovi blocchi di case, che subito sono insufficienti e le baracche occupano tutti gli spazi liberi, lasciati per campi da gioco, parchi, scuole...».

L’immigrazione è avvenuta tutta a nord e all’ovest della città, nel territorio iniziale della parrocchia N.S. di Nazaré, perché negli altri due lati la città è chiusa dai fiumi. L’arcivescovo dom Luís Soares Vieira (che era stato in precedenza vescovo di Macapá) scrive (46):

«La Chiesa a Manaus non è riuscita ad accompagnare il ritmo della crescita demografica. Il clero era ed è scarso. Il seminario ha fatto sforzi enormi anche con l’aiuto del Pime, ma con risultati del tutto insufficienti. Nei miei primi cinque anni di lavoro pastorale a Manaus, ho ordinato tre sacerdoti diocesani: per un milione e mezzo di cattolici è veramente poco! In Manaus la presenza del Pime è stata enorme. Nella parte della città che più si è sviluppata il Pime è stato provvidenziale e vi ha fondato una ventina di parrocchie: se non avesse preso a suo carico quell’esplosione immigratoria e demografica, il vescovo non avrebbe saputo cosa fare. Con la maggior tranquillità posso affermare che il Pime, nella regione amazzonica, è stato un pioniere, una forza di prima linea».

Come nascono le parrocchie fra i «favelados»

Quel che il Pime ha fatto nella capitale amazzonica dimostra lo spirito tradizionale dell’Istituto, di impegnarsi a fondo in ogni emergenza della Chiesa locale, senza calcoli e, si potrebbe dire, senza misura. Com’è stato possibile fondare 20 parrocchie in 35-40 anni circa? Lo racconta padre Franco De Benedetti, a Manaus dal 1973, uno dei padri del Pime impegnati nell’emergenza dei nuovi quartieri, in cui fondare nuove parrocchie. La prima di padre Franco è «Maria Madre di Misericordia», alla «Compensa» (quartiere nato attorno ad una fabbrica di legno compensato): c’è andato nel 1975, ha costruito chiese e cappelle e ne è diventato il primo parroco.

«Ho passato la parrocchia alla diocesi il 21 agosto 1983 — racconta (47) — quando mi sono trasferito in una nuova favela e ho iniziato san Giuseppe Operaio nel Bairro de Aleixo. Sono rimasto fino al 1986 e ne sono diventato il primo parroco: ho costruito cinque chiese e cinque scuole ed ero solo. I soldi non sono un problema: se tu ti dai da fare, il Signore aiuta in modi impensabili. La prima chiesa l’ho costruita con un aiuto del card. Agnelo Rossi, che era venuto a visitare la periferia di Manaus; la seconda l’ha costruita il Pime negli Stati Uniti; per la terza mi ha aiutato la mia diocesi di Savona; la quarta un cappuccino di Manaus, la quinta il Pime in Italia. Ciascuna chiesa con a fianco le case dei padri e delle suore, la scuola, l’asilo.
Ho costruito scuole e officine tecniche per elettricità, meccanica, falegnameria, cucito, pittura, agricoltura. Avevo fatto un accordo con la segreteria dell’istruzione del municipio di Manaus e mi mandavano gli alunni delle quarte e quinte elementari della nostra zona: al mattino andavano a scuola, al pomeriggio venivano da noi e imparavano a lavorare; abbiamo prodotto sedie, tavoli e armadi per tutte le scuole pubbliche della regione.
Poi sono venuti i salesiani, hanno costruito il loro seminario e hanno assunto la parrocchia. Io sono andato con p. Luciano Basilico a Novo Israel a fondare la parrocchia in quel quartiere immenso che stava nascendo. Intanto che ero a san Giuseppe operaio ho scritto al vescovo di Savona dicendogli: «Sono un suo diocesano, ho una grande parrocchia e sono solo, venite ad aiutarmi». Così è cominciata la collaborazione con Savona, che mi ha mandato preti e laici a varie riprese. Novo Israel è immenso, io ho preso la parte più abbandonata, ho fatto cappelle e scuolette ed è nata una nuova parrocchia.

Intanto, in un bosco vicino a noi è nato il «Mutirão»; ci siamo trovati con la parrocchia raddoppiata di abitanti: in meno di un anno hanno costruito 10.000 casette, casupole e baracche! In quel tempo, siamo all’inizio degli anni novanta, dal nord-est brasiliano sono venuti ad aiutarci i primi tre sacerdoti di Trento: hanno accettato quel quartiere e vi hanno costruito la parrocchia. Io sono andato in un altro quartiere che stava nascendo, dove il padre Piero Facci del Pime aveva già iniziato la parrocchia di Santa Etelvina (48). Sono andato avanti ed ho consegnato la parrocchia alla mia diocesi di Savona, che aveva fatto un gemellaggio con quella di Manaus. Infine, almeno per il momento, sono stato mandato nella «parrocchia dei fiumi e delle strade» che vanno fuori Manaus e si addentrano nella foresta per centinaia di chilometri: adesso sono parroco a Rio Preto da Eva».

Padre Alfredo Ferronato, superiore regionale del Pime nel 1996, racconta (49):

«Quando nasce un nuovo quartiere di baracche («favela») l’arcivescovo mi chiama per dirmi: ‘‘Io non ho personale e non ho soldi. Se potete, prendete voi quella nuova città, altrimenti rimane scoperta’’. Noi ci andiamo, chiedendo personale e mezzi al Pime e ad altri. Sono venuti ad aiutarci sacerdoti «Fidei donum» da Savona, Trento, Pistoia, Treviso.
Un esempio è Novo Israel dove c’era p. Luciano Basilico. Ha incominciato a costruire la parrocchia di Sant’Elena; poi col p. Franco De Benedetti ha costruito la parrocchia del Sacro Cuore nella «Etapa Dois»; poi sono nati altri quartieri, Terranova, San Gabriele, Monte das Oliveiras, che sono mondi nuovi. Noi siamo lì, vediamo nascere queste città senza assistenza religiosa e cosa facciamo? Ricordo che il p. Basilico veniva a chiedermi: ‘‘Sono venuti a invitarmi, ma io non ce la faccio più con il lavoro che già ho iniziato. Cosa faccio? Mi chiamano e cosa gli dico: che non posso andare perché non è la mia parrocchia?’’.
Come superiore regionale gli dicevo: ‘‘Aiutali sperando che arrivi qualcun altro a darti una mano...’’. Il padre Basilico (e altri nella stessa situazione) ci andava e a poco a poco nasceva un’altra parrocchia. I superiori dell’Istituto si trovavano di fronte al fatto compiuto e debbo dire che hanno sempre mandato o trovato personale nuovo».

Le parrocchie, specie quelle di periferia, sono fondate sulle suore e sui laici. P. Piero Vignola dice:

«Nella mia parrocchia ho 15 comunità costituite, oltre a quella della chiesa parrocchiale, ciascuna con la sua chiesa o cappella e altre opere. Il vescovo potrebbe costituire subito quattro o cinque parrocchie nuove, se avesse preti. Io faccio quel che posso, fanno tutto le missionarie dell’Immacolata che ho la fortuna di avere con me e i laici. Abbiamo l’assemblea parrocchiale annuale, il consiglio pastorale mensile, e poi incontri per la carità, i catechisti, la liturgia, gli animatori del culto, ecc. L’organizzazione è centralizzata, l’attuazione decentralizzata. Ciascuna comunità ha la sua identità, i suoi registri, i suoi bilanci, la sua autonomia, ci sono incontri mensili col parroco e i raduni nella chiesa matrice. Il mio compito è di essere il formatore e il coordinatore di comunità, che poi vanno avanti quasi da sole».

Da cinque anni al Coroado è parroco un giovane missionario, p. Maurilio Basilico, ordinato sacerdote nel 1992. È contento del lavoro che sta facendo, perché, dice,

«la fede semplice di molte persone, la loro umiltà, la riconoscenza, sono per me grandi esempi e mi fanno riflettere sul mio essere prete. La parrocchia del Coroado ha circa 100.000 abitanti, divisi in vari quartieri: Coroado Um, Coroado Dois e Coroado Tres; e poi Ouro Preto, Ouro Verde, Tiradentes, Petrus. Oltre alla chiesa parrocchiale ci sono sei cappelle e ogni giorno vado a celebrare in una cappella diversa, in modo che in una settimana le visito tutte».

In campo pastorale, l’azione di padre Maurilio è soprattutto di istruzione religiosa, di formazione degli animatori laici. Ognuna delle sei cappelle è come una parrocchia ma senza il sacerdote: tutto è realizzato dai laici.

«Senza di loro — dice padre Maurilio — di fronte ai 100.000 abitanti della parrocchia io non sarei nessuno. Se la Chiesa e il parroco sono conosciuti, lo devo a schiere di laici impegnati e alle tre missionarie dell’Immacolata che fanno moltissimo».

Mario Pasqualotto, vescovo ausiliare di Manaus (1999)

L’archidiocesi di Manaus ha celebrato nel 1993 il suo centenario di fondazione e in un libro celebrativo (50) ricorda il rapido cammino compiuto ed esalta la collaborazione data dal Pime che oggi cura 6 parrocchie, compresa quella che comprende l’interno forestale del territorio («la parrocchia delle strade e dei fiumi»), la cui sede è a Rio Preto da Eva, cittadina a 80 km. a nord di Manaus.
Quando venne istituita nel 1892, l’archidiocesi di Manaus era estesa cinque volte l’Italia: poi, a poco a poco, sono state smembrate altre diocesi e oggi il suo territorio è di 62.000 kmq., con circa due milioni di abitanti. Le parrocchie sono 52 (dati del 1998), i sacerdoti diocesani 30, 9 dei quali «Fidei Donum» italiani; 96 i missionari e i religiosi, 133 le suore, 18 i seminaristi maggiori. Qualche parrocchia ha più di 100.000 abitanti, con un solo sacerdote residente!
Il 15 agosto 1999 l’arcivescovo di Manaus, mons. Luís Soares Vieira, consacra in cattedrale (51) il suo vescovo ausiliare padre Mario Pasqualotto, missionario del Pime in Amazzonia dal 1967, con alcune interruzioni per servizi all’Istituto in Italia. Ultimamente era parroco a Maués, la seconda città della prelazia di Parintins, con un territorio vastissimo e alcune riserve di indios viventi allo stato naturale.
L’arcivescovo l’ha incaricato di tre settori della vita diocesana: la cura del clero e dei due seminari, l’attenzione alle periferie che si estendono verso i villaggi nelle foreste e gli indios, e l’amministrazione diocesana in cronico e pesante passivo, dati i costi altissimi dei terreni e la necessità di costruire sempre nuove chiese e cappelle, case per i sacerdoti e le suore, centri pastorali, per rispondere all’incremento demografico e degli emigranti.

«Dom Luís Vieira — scrive mons. Mario (52) — mi ha aiutato a vincere le paure dei primi giorni, standomi accanto, consigliandomi e soprattutto pregando insieme. Ogni mattina ci troviamo nella cappella dell’arcivescovado ad invocare il dono dello Spirito Santo su questa nostra diocesi e poi ognuno va al suo lavoro quotidiano. Ed è molto bello vedere la sua affabilità con la gente, la sua bontà d’animo semplice e generosa. Anch’io mi sto inserendo nel lavoro pastorale di questa grande diocesi».

La nomina di mons. Pasqualotto a vescovo ausiliare di Manaus è anche un riconoscimento per l’impegno che il Pime ha messo in questa diocesi nella foresta più vasta del globo. Non solo nel fondare le venti parrocchie cittadine, ma anche in altre attività, ad esempio nell’animazione missionaria in diocesi e giovanile nell’università, specie attraverso il «Centro Emaús» che l’Istituto ha costruito all’inizio degli anni settanta, 23 km. a nord della metropoli: è molto grande, capace di ospitare centinaia di persone, serve per incontri e ritiri.
Va anche ricordato l’impegno di padre Massimo Cenci nel seminario interdiocesano, come rettore del seminario (per dodici anni) e poi come insegnante (53); e il lavoro di padre Luciano Basilico per sei anni incaricato della pastorale giovanile diocesana (1974-1980).
Le difficoltà della pastorale a Manaus vengono, oltre che dallo scarso numero di sacerdoti, dall’estrema mobilità della popolazione e dal moltiplicarsi di sette e chiesuole, che creano una grande confusione. Chiedo a p. Luigi Mandelli quante sette o chiese protestanti ci sono nella sua parrocchia («Santa Monica» di Manoa, che fa parte di «Cidade Nova»):

«Molte, risponde, non le conta nessuno. Non dipendono più dalle Chiese protestanti degli Stati Uniti come in passato: adesso nascono e crescono per conto loro. In una strada della mia parrocchia un muratore un bel giorno apre, di fianco alla sua casupola, una specie di ‘‘garage’’: mette fuori un’insegna, incomincia a predicare e la gente accorre. Nel suo quartiere lo seguono in molti: non so fino a quando, ma per il momento gli vanno dietro. Ho visto diversi casi come questo. A volte io vado in crisi, quando penso che ho studiato anni e anni la Bibbia e la teologia, faccio corsi di aggiornamento teologico, leggo riviste e libri di specializzazione e non riesco a farmi seguire. Poi vien fuori un muratore qualunque, che si mette a predicare chissà che cosa, e la gente gli va dietro! Noi non conosciamo l’anima di questo popolo caboclo. Abbiamo il nostro gruppo che ci segue, tutti si dichiarano cattolici, ma poi la maggioranza va dietro ai ciarlatani».

«Parintins, la miglior diocesi dello stato di Amazonas»

Quando ho chiesto a dom Luís Soares Vieira come ricorda mons. Arcangelo Cerqua, mi ha risposto:

«L’ho visto solo una o due volte, ma mi sono fatto l’idea che è stato un grande vescovo, un gigante della missione qui in Amazzonia. Quello che ha realizzato in Parintins è ammirevole. Forse si può dire che è la miglior diocesi dello stato di Amazonas. Il mio non è un giudizio a priori, ma viene dal fatto che nelle parrocchie di Manaus buona parte dei capi cristiani vengono dalla formazione ricevuta a Parintins. Questo l’ho  constatato molte volte».

Anche a Parintins, come a Macapá, i tempi della fondazione possono essere tranquillamente definiti «eroici». Il p. Danilo Cappelletto è stato il primo ad andare a Nhamundá nel 1956:

«Non c’era niente — dice — e la vita era faticosa per il caldo, la mancanza di cibo e di comodità, l’isolamento, l’insicurezza dei viaggi. C’era pochissimo da mangiare, mangiavo quel che mi dava la gente (mandioca e pesce), ma a volte non mi dava nulla. Io non avevo soldi e a Nhamundá non c’era nemmeno un negozio per acquistare qualcosa. Quando mi sono ammalato e mi son fatto visitare nel sud Brasile, i medici mi hanno detto che ero denutrito».

Padre Giovanni Andena ricordando i primi tempi racconta:

«Abbiamo fatto la fame, la vera fame. I caboclos vivono alla giornata: se hanno da mangiare mangiano, altrimenti digiunano. Non pensavano a dar da mangiare al padre e noi non avevamo niente. Se io saltavo un pasto, sentivo davvero la fame. Mi capitava abbastanza spesso. Poi c’erano le difficoltà dei viaggi. Per visitare le comunità dell’interno, devi guidare nei fiumi, ci sono le erbe, i tronchi e le isole galleggianti, i banchi di sabbia. Devi farti un’esperienza, i primi tempi sono duri. Quando arrivi sul posto, dopo aver viaggiato tutto il giorno, tu hai dato l’appuntamento alle quattro del pomeriggio. Ma la gente arriva alle otto di sera, 120-150 persone tutte da confessare. Celebri la messa che sono le 23 e a vai a letto che è l’una di notte. Loro sono abituati, il giorno dopo dormono. Ma io dovevo partire presto, tornare a Parintins e ripartire per un’altra comunità. Spesso mi è capitato di addormentarmi mentre confessavo.
Una volta — continua Giovanni Andena — vado a Vila Amazonas e quando debbo andare a letto, dopo la mezzanotte, mi indicano un cassone su cui c’è un materassino. Io avrei dormito volentieri sull’amaca, ma loro mi danno il letto. Mi corico, sto per dormire e sento che qualcuno mi tira via il lenzuolo. Spaventato, accendo la candela e vedo due toponi che tirano il lenzuolo. Mi alzo, tolgo il materassino, alzo il coperchio del cassone e sotto c’è una tribù di topi grassi e grossi... Noi missionari dimagrivamo (i primi anni ho perso dieci chili) e i topi ingrassavano».

A Parintins la missione incomincia all’inizio del 1600 quando i gesuiti prendono contatto con gli indios tupinambarana (54), ma solo dalla metà del secolo scorso ci sono notizie precise dei sacerdoti che vi sono stati come «vigario» (parroco): l’ultimo è il francescano tedesco p. Victor Heinz, dal 1940 al 6 marzo 1955. Il 29 aprile 1955 arrivano padre Arcangelo Cerqua con p. Giovanni Airaghi e p. Giorgio Frezzini. Il 12 luglio 1955 una bolla pontificia crea la prelazia di Parintins, il 15 marzo 1956 p. Cerqua è nominato amministratore apostolico della prelazia (ne diventerà vescovo dopo la consacrazione episcopale il 14 maggio 1961). A Maués i padri del Pime sono presenti dal 1948 (55).
La prelazia inizia nel 1955 con due parrocchie costituite: Parintins e Maués (staccata dalla futura prelazia di Borba sul Rio Madeira). Alla fine del 1961 i sacerdoti del Pime erano 13 e avevano fondato altre tre parrocchie: Nhamundá, Barreirinha e la seconda di Parintins (la futura cattedrale). Padre Raffaele Magni racconta (56):

«Nel 1957 mons. Cerqua costruisce la ‘‘olaria’’ (fornace) con un finanziamento della Misereor dei vescovi tedeschi. Poi gli unici mattoni e le uniche tegole nella regione li produceva il vescovo, l’unico camion a Parintins l’aveva il vescovo, l’unico trattore era della prelazia, le quasi uniche scuole le avevamo costruite noi. Le prime moto a Parintins le hanno portate i missionari, come i primi torni, l’officina meccanica, la tipografia e altro ancora. Al di fuori della prelazia, alla fine degli anni cinquanta, a Parintins non c’era nulla. Prima della nostra ‘‘olaria’’ i mattoni venivano da Obidos, con viaggi lunghi e costosi. Dopo, la città ha cominciato a svilupparsi. La olaria è stata una vera provvidenza per tutta la regione».

Il primo periodo della presenza del Pime a Parintins, fino al Vaticano II, è caratterizzato dalle congregazioni mariane, fondate da p. Giorgio Frezzini (57) che le aveva sperimentate ad Assis nel Brasile del sud. I «mariani» sono stati l’ossatura portante della prelazia; per le donne, c’era l’apostolato della preghiera. Due associazioni che formavano cristiani autentici, impegnati a servizio della Chiesa e per aiutare la gente. Ancor oggi continua la tradizione dei tre giorni di ritiro spirituale durante il carnevale brasiliano, con 700-800 «mariani» riuniti a Parintins, che il mercoledì delle ceneri vanno in processione penitenziale verso la cattedrale.
Negli anni sessanta la priorità pastorale è stata la fondazione di comunità. Non più organizzazioni di élite come i mariani (che però hanno continuato ed oggi sono in ripresa) o il catechista factotum, ma la formazione di comunità a cui partecipa tutto il popolo credente, con i vari ministeri e il coinvolgimento di tutti nell’azione caritativa e religiosa. Protagonista delle «comunità sui fiumi» è stato padre Augusto Gianola, viceparroco della cattedrale e poi parroco e fondatore della parrocchia di san Giuseppe operaio a Parintins, prima di iniziare una via tutta personale di ricercare Dio in foresta (58). Il passaggio verso un nuovo tipo di pastorale, dice p. Andena,

«è avvenuto gradualmente e senza frattura nel presbiterio. La teologia della liberazione da noi non è arrivata. La gente non legge e i primi preti diocesani erano simili a noi del Pime, molto legati a noi, e sono quelli che hanno resistito. E poi Cerqua guidava e orientava bene tutta la pastorale. Da noi le comunità non si sono politicizzate».

P. Benito Di Pietro dice:

«Quando sono nate in Brasile le ‘‘comunità di base’’, è sembrato che la diocesi di Parintins si fosse isolata rispetto alla linea pastorale nazionale. Ma questo adesso appare come un vantaggio: mentre le nostre chiese sono sempre piene, vai a vedere nelle diocesi vicine, Itacoatiara, Obidos e altre, e le trovi vuote. Qui si è continuato a tenere le pratiche tradizionali, approfondendo l’istruzione religiosa: novene, processioni, culto dei santi e della Madonna. In altre diocesi invece hanno tirato via tutto e hanno privilegiato la spinta sociale, spesso strumentalizzando la Bibbia a fini politici e sociali».

L’impronta data da mons. Cerqua a Parintins (1955-1988)

Torniamo a mons. Cerqua, che dà un’impronta ben precisa alla diocesi. Di lui dice p. Sossio Pezzella:

«Era un uomo di grande pietà. Pregava molto e viveva poveramente. All’inizio degli anni settanta in casa episcopale si mangiava poco e sempre uguale: un po’di riso, farina di mandioca, pesce e carne una volta ogni tanto. Nelle assemblee dei padri, il tema dell’economia era l’unico che lo faceva inquietare: temeva si perdesse lo spirito di povertà. Maneggiava milioni, ma per sé non spendeva nulla. Tutto era per la diocesi: viveva da povero, ma per la diocesi aveva idee grandi, spendeva quanto era necessario e sapeva amministrare bene le risorse diocesane.
Aveva alcune qualità straordinarie. Ad esempio, riconosceva tutti, chiamava tutti per nome, ricordava di ciascuno di chi era figlio, di chi era nipote... E poi la sua capacità di lavoro, sempre disponibile per la gente. Una volta sono andato con lui a Maués per la Pentecoste del 1974. Siamo partiti alle quattro del mattino e tutto il giorno siamo rimasti senza mangiare. Solo alcuni caffè lungo la giornata. Arrivando a sera a Maués, io ero distrutto e avevo una gran fame. Ho visto il vescovo che incominciava subito a confessare, fino a mezzanotte. Così per tutti i giorni che siamo rimasti lì. Cerqua era un uomo che non badava a se stesso, non voleva nessuna comodità. Ho letto i suoi diari, i suoi viaggi erano straordinari. Una vita povera e sacrificata e nei momenti di viaggio aveva continue riflessioni su Dio, sulla santità, sulla missione».

Nei suoi scritti mons. Cerqua insiste sulla

«devozione alla Madonna, uno dei pilastri fondamentali della nostra azione pastorale» (59).

Cerqua descrive come si svolgeva il mese di maggio a Parintins fin dall’inizio della prelazia ancora a metà degli anni sessanta. Rosario tutti i giorni: «Sono ormai pochi quelli che non recitano il rosario tutti i giorni, anche i ragazzetti conoscono i misteri a memoria ». La cittadina è divisa in settori (dove si recita il rosario); ogni sera c’è la processione partendo da un punto diverso della città, preparata e animata dai fedeli di quel settore, con archi, addobbi nelle strade, corone di fiori, il carro che porta la statua di Maria: ciascun settore o categoria di persone porta i suoi doni da mettere all’asta alla fine del mese di maggio per le opere parrocchiali (commovente la sfilata degli scaricatori di porto vestiti di bianco!).
Nella giornata della loro processione i fedeli di quel settore si confessano e offrono a Maria la s. messa e la comunione; le associazioni (mariani, Apostolato della Preghiera, figlie di Maria, Azione Cattolica, Crociata Eucaristica, Legione di Maria) si impegnano in tutto il mese per portare in chiesa persone che frequentano poco. Cerqua conclude dicendo che

«il mese di maggio, come anche quello di ottobre che è il mese del rosario, suscitano in tutti un entusiasmo incredibile, assurgendo a vera e propria ‘‘missione mariana’’... Tramontato il mese di Maria, ne resta nei cuori un vivo ricordo e soprattutto il clima di fervore religioso».

Mons. Cerqua è stato, come si dice, un duro. Guidava la diocesi in modo «paternalistico» e anche autoritario. Non pochi padri di una certa età sono emigrati al sud o a Manaus e altri giovani, destinati a Parintins, li ha rifiutati negli anni settanta, per paura dei germi rivoluzionari che avrebbero portato in diocesi. Dal punto di vista pastorale, dom Arcangelo è stato fedele alla tradizione. Oggi qualcuno dice che si è chiuso troppo (60); si è anche detto che la diocesi di Parintins era isolata, diversa dalle altre in Amazzonia, ma a distanza di trent’anni la storia gli ha dato ragione. Padre Alfredo Ferronato racconta:

«Quando dagli Stati Uniti sono arrivato a Manaus nel 1976, fra il clero e i religiosi c’era un’atmosfera sfavorevole alla diocesi di Parintins: dicevano che i missionari del Pime erano conservatori, non avevano spirito conciliare. Io non intervenivo perché ero appena arrivato. Ma qualche tempo dopo, avendo visitato Parintins, ad una riunione del clero diocesano mi sono arrabbiato: ‘‘Finitela di dir male di Parintins — ho detto. — Nessuna diocesi è organizzata e viva come Parintins. Dove trovate una diocesi amazzonica che ha 300 comunità ben organizzate e attive anche nell’interno? Dove trovate una diocesi che fa il ritiro dei mariani nei giorni di carnevale e raduna ben 800 uomini per tre giorni?’’. Io sono convinto che anche dal punto di vista sociale Parintins è stata la migliore o fra le migliori. Abbiamo fatto noi quasi tutte le scuole, i posti di salute, le iniziative di sviluppo umano e poi abbiamo passato tutto al governo».

In un articolo del 1979 (61), mons. Cerqua spiega la strategia della prelazia per difendere i caboclos dall’assalto delle compagnie (nazionali e multinazionali) che negli anni sessanta e settanta, al tempo dei militari che costruivano le grandi strade trans-amazzoniche, comperavano sterminate estensioni di territorio per farne pascoli, previo disboscamento. «Collaborazione non conflitto » è stato il suo principio: bisogna prevenire, collaborare con le autorità ma educando e unendo i poveri. Non il principio della lotta, ma dell’educazione. In altre parti dell’Amazzonia ci sono stati conflitti per le terre, perché la gente non era preparata, non era stabile sul posto, non coltivava la terra, non era unita in comunità, non aveva i titoli legali di proprietà. A Parintins si è prevenuto l’assalto al territorio coscientizzando fin dagli anni cinquanta indios e caboclos e aiutandoli ad unirsi ed a difendere anche in base al diritto le loro proprietà.

«La nostra prima preoccupazione — scrive Cerqua — è stata di fissare la gente alla terra, di unire i nostri caboclos in comunità. Nei posti più adatti siamo partiti costruendo la cappella, la scuola e il dispensario medico, il campo da pallone. Attorno a questi servizi minimi, la gente ha incominciato a riunirsi, a fissarsi sulla terra. Sono nate delle comunità e poi dei villaggi, con una vita il più possibile comunitaria. Abbiamo ottenuto i titoli di proprietà, non per i singoli ma per la comunità, in modo che sia quasi impossibile vendere il terreno».

Cerqua racconta un caso particolare. A Vila Amazonas, a poca distanza da Parintins, negli anni settanta una compagnia straniera stava comperando, attraverso due ricchi proprietari di Belém, una fetta immensa di territorio amazzonico: 150 km. di lunghezza lungo il Rio delle Amazzoni, con una profondità di 40 km. In quel territorio la prelazia aveva già decine di comunità, che sarebbero state espropriate ed espulse perché non avevano ancora la proprietà definitiva del terreno, riconosciuta dal governo e segnata nel catasto.

«Quando sono venuto a sapere che a livello governativo si stava trattando quella vendita, ho subito dato l’allarme — scrive Cerqua — andando fin dal governatore dello stato di Amazónas e muovendo tutti gli amici che la prelazia ha in posti importanti. Così siamo riusciti a bloccare la vendita, anche perché le comunità erano d’accordo con noi e appoggiavano i nostri passi. Se avessi avuto alle spalle gente divisa, avida solo di un guadagno immediato, avrei perso la partita. Per fortuna le autorità civili della nostra città e regione collaborano con noi in questa difesa dei piccoli.
Adesso stiamo dando un buon sviluppo al sindacato rurale e ai sindacati in città, che sono nati da cristiani impegnati. Prima c’era un sindacato padronale dei grandi proprietari locali. Poi i nostri cristiani hanno dato vita ad un sindacato libero e la prelazia li ha aiutati, prestando anche i locali per le sedi e i corsi di formazione. In ogni comunità dell’interno la gente ha eletto una suo rappresentante sindacale, che interviene quando ci sono conflitti di lavoro».

La prelazia ha seguito caboclos e indios nel loro cammino verso il mondo moderno, assistendoli ed educandoli, proteggendoli di fronte a proprietari esosi e commercianti disonesti, rendendoli coscienti dei propri diritti di fronte allo stato e alla legge. Sono aspetti del lavoro missionario del Pime in Amazzonia, che meriterebbero più ampio studio e descrizione.
Il p. Sossio Pezzella ha scritto (62) quattro articoli su «L’azione evangelizzatrice in Parintins e il suo impatto sociale», che elencano le opere sociali, educative, caritative della prelazia. Impressiona il numero e la varietà di queste opere: asili (13 asili diocesani), scuole, centro per handicappati, centro per sordomuti (intitolato a padre Paolo Manna), opera per i lebbrosi (intitolata a padre Vittorio Giurin), ospedale padre Ferruccio Colombo, scuole di alfabetizzazione, cooperative di vario genere; e poi la radio Alvorada, il settimanale cattolico, il lavoro fra gli indios, ecc. Oggi sta iniziando la televisione cattolica locale, collegata con la rete cattolica nazionale: un’opera, come la Radio Alvorada che già svolge un ottimo lavoro, di grande impegno economico!
Fra i meriti di mons. Cerqua non va dimenticata la cattedrale di Parintins, fortemente voluta dal vescovo, nonostante le difficoltà tecniche non indifferenti. È la chiesa più grande (63) nel centro-nord Brasile, dal santuario dell’Aparecida, sotto Rio de Janeiro, in su! Nel piatto panorama amazzonico, il blocco massiccio ma elegante della cattedrale e il suo campanile si vedono da grandi distanze.

Il problema irrisolto del clero amazzonico

Cerqua è morto il 16 febbraio 1990, ma già dal 1985 (come amministratore apostolico di Manaus) era iniziata la sua crisi di salute che l’ha portato a ritirarsi. Dopo di lui la diocesi ha avuto tre vescovi: mons. Giovanni Risatti (dal febbraio 1988 al febbraio 1993), mons. Gino Malvestio (dal maggio 1994 alla morte il 7 settembre 1997), mons. Giuliano Frigeni (dal marzo 1999).
Il vescovo attuale di Parintins è in Amazzonia dal 1979 (64). Ha lavorato a Manaus nella «parrocchia delle strade e dei fiumi», verso l’interno del territorio, alla ricerca delle piccole comunità di caboclos e di indios disperse nell’immensità della foresta amazzonica. Un’esperienza che Giuliano ha giudicato molto positiva:

«Questo popolo abbandonato da tutti ti vuole un gran bene e finisce per conquistarti perché è buono e ha una fede che sposta le montagne, se mai ve ne fossero al nostro orizzonte. È un lavoro fisicamente massacrante... ma una bella scuola di umanità e di umiltà. Ti trovi tra gente poverissima, semplice, elementare, con la quale non puoi fare nessun discorso che vada oltre l’essenziale anche nella fede».

Nel 1986 padre Giuliano è chiamato al Brasile del sud, dove per tre anni dirige il seminario teologico dell’Istituto a Florianópolis (Santa Catarina); poi ritorna a Manaus e si occupa della pastorale giovanile e vocazionale dell’archidiocesi di Manaus e della scuola agricola «Regina degli Apostoli» per gli indios, costruita dal Pime e assunta nel 1990 dal movimento di Comunione e Liberazione (a cui padre Giuliano appartiene). Fino alla sua consacrazione a vescovo di Parintins il 19 marzo 1999 (nella cattedrale di Manaus), padre Giuliano è rimasto al centro di spiritualità «Emaús», dedicandosi soprattutto ai giovani.
Mons. Frigeni assume una diocesi solidamente fondata (da un anno e mezzo senza vescovo), ma anche per Parintins, come per  tutta l’Amazzonia, il problema irrisolto è il clero locale. Una quindicina di anni fa, i missionari del Pime avevano maturato la convinzione che entro dieci anni il loro compito di fondatori della Chiesa volgeva al termine e dicevano:

«I sacerdoti locali saranno pronti a prendere il nostro posto, noi andremo da qualche altra parte dell’Amazzonia dove c’è ancora da fondare la Chiesa». Oggi riconoscono: «Sbagliavamo i nostri calcoli. I preti che abbiamo formato non hanno resistito».

Dopo 45 anni dalla fondazione della prelazia, con tutte le cure date al seminario, non si vede ancora una linea di soluzione che dia affidamento. I sacerdoti ordinati sono stati dieci (tanti, in confronto alle altre diocesi d’Amazzonia): sei ancora al lavoro in diocesi. È incredibile, in Amazzonia, la capacità di formare buoni capi laici, e il quasi fallimento nel formare dei preti. Qualcuno dice che è a causa del celibato, altri affermano che il sacerdozio come impegno per tutta la vita non va per un popolo come questo, almeno in questo momento  della loro evoluzione storica e cristiana.
Per padre Armando Rizza, parroco della cattedrale di Parintins, la radice di tutte le difficoltà per una vita cristiana, compreso il formare sacerdoti con una certa garanzia di fedeltà alla consacrazione, sta nella precarietà dell’istituto familiare, in Amazzonia più ancora che nel resto del Brasile. I vescovi brasiliani (la Cnbb), in occasione della «Campagna della fraternità 1987» (dedicata alla famiglia), scrivevano:

«La pratica inesistenza della famiglia presso gran parte del nostro popolo spiega la crisi della nostra società. Finché non riusciremo a dare stabilità ai matrimoni ed a formare famiglie unite, ogni azione di carattere religioso e sociale è destinata a fallire».

Padre Armando dice (65):

«Mi pare di poter dire che il livello di cristianizzazione è rivelato dalla situazione della famiglia e la famiglia amazzonica ancora oggi rasenta il disastro. Non mancano famiglie buone, moralmente sane, con figli e figlie impegnati nelle varie pastorali parrocchiali e diocesane. Ma la ‘‘famiglia comunità di amore’’ quasi non esiste. Si piacciono, si amano, si mettono assieme e fanno figli. Poi la situazione cambia, si lasciano, si uniscono con altri e fanno figli. Impressiona soprattutto non il fatto che certe cose accadano, ma la frequenza con cui accadono e che sono giudicate del tutto normali».

Padre Giovanni Andena afferma (66):

«La difficoltà vera (per il sacerdozio, n.d.r.) io la vedo nel celibato. ‘‘Natura non facit saltus’’, dicevano i latini (la natura non fa salti). Questo popolo il celibato non lo capisce ancora, per loro non è un valore. Non dico di abolirlo, ma bisognerebbe fare delle esperienze in certe zone: proviamo a ordinare sacerdoti degli uomini sposati, di fede e di sicura fedeltà alla Chiesa, e vediamo come se la cavano e come il popolo li accetta. Qui c’è tutta un’altra visione della vita che da noi in Italia, dove abbiamo duemila anni di cristianesimo alle spalle. In Amazzonia, almeno nella nostra regione, l’evangelizzazione è nata più o meno cinquant’anni fa.
Questi ragazzi che vanno in seminario fanno il possibile per resistere e pensano: l’importante è diventare prete, poi vedremo. Non metto in loro un’intenzione cattiva o della malizia: riescono ad arrivare al sacerdozio illudendo se stessi e anche i superiori, ma poi sulla lunga distanza non ce la fanno più. Le ragazze di qui si fanno un titolo di merito se riescono a far cadere un seminarista, un prete... Io credo che nella nostra buona gente c’è una grande fede e fedeltà alla Chiesa: l’unica vera difficoltà per avere dei preti è il celibato, non ne vedo altre».

Padre Danilo Cappelletto aggiunge (67):

«Abbiamo voluto fare i preti a Parintins a nostra immagine e somiglianza e abbiamo fallito. Perché? Un motivo della crisi è la distanza culturale. Loro vengono da una cultura indigena frastornata dalla superiore cultura europea che li ha dominati ma non vinti. La loro indole, il loro stile di vita sono molto differenti dai nostri. Ammirano il nostro attivismo, la nostra efficienza, ma si domandano perché. Nelle ‘‘desobrigas’’ noi misuriamo il tempo fra predicazioni, confessioni, messe, matrimoni, battesimi e attenzione a chi cerca un consiglio o una medicina. Loro non capiscono questo gran daffare. Si limitano all’essenziale e il resto del tempo lo passano in qualche famiglia in gradevole conversazione. Nella pastorale parrocchiale vedono senza entusiasmo il nostro corri-corri, sono spaventati da tante iniziative. Si sentono frustrati perché noi abbiamo molte risorse che ci conquistano la simpatia della gente. Non meraviglia se qualcuno lascia il sacerdozio o preferisce uscire dalla diocesi».

Le comunità e la formazione dei laici cristiani

Il fondamento e la speranza della diocesi sono le comunità cristiane, oggi 350, disperse in tutto il vasto territorio e dipendenti dalle otto parrocchie costituite.

«Le nostre comunità — dice il vescovo dom Malvestio (68) — sono partite con una profonda carica spirituale e poi si sono aperte al sociale. Adesso ci confrontiamo col problema della terra. Voglio notare la differenza fra le comunità a Parintins e altre ‘‘comunità ecclesiali di base’’ che ho visto in varie parti del Brasile. Queste ultime sono partite con una carica politico-sociale, con rabbia, odio, avversione, senso della lotta, che le distacca dalla religione. Le nostre giungono agli stessi risultati, anzi meglio, ma partendo e mantenendo la propria identità cristiana».

Oggi la diocesi ha così tante strutture di evangelizzazione, educative, caritative, che il vescovo deve trovare ogni anno circa 400.000 dollari per le spese correnti, cioè il personale, le parrocchie e le opere. Dom Gino aggiunge che ci sono stati a Parintins santi missionari, che hanno lasciato segni profondi di vita cristiana:

«Se penso a padre Silvio Miotto, uomo forte e rude, ma che aveva un grande amore per il suo popolo, mi commuovo. Ogni tanto qualcuno dei suoi parrocchiani mi dice: ‘‘Quanto bene ci voleva padre Silvio!’’. Quando sono arrivato qui nel 1965 — continua dom Gino — mi ha subito colpito lo spirito di sacrificio, di amore alla gente e  di fraternità che esisteva fra i missionari del Pime. Io ho potuto convivere col nostro primo spirito missionario: nonostante l’individualismo, si viveva e si lavorava assieme, in un progetto comune. Oggi la Chiesa qui è fondata.
Ricordo un mariano, anziano, che sentiva vicina l’ora della morte. Un giorno mi chiama e mi dice: ‘‘Prego il Signore che il giorno dell’Immacolata possa andare in cielo a vedere mia mamma glorificata fra gli angeli e i santi’’. Si è preparato e il giorno dell’Immacolata si è vestito col suo abitino mariano, ha chiamato attorno a sé moglie, figli e nipoti, amici e parenti. Ha ricevuto l’Eucarestia e poco dopo, con un sorriso celestiale, è morto».

Sintomatico questo fatto: un vescovo, per dire che la sua diocesi è veramente ben fondata tra il popolo, racconta con semplicità un fatto che dimostra la santità diffusa a livello popolare. La diocesi di Parintins è oggi divisa in otto parrocchie: quattro in Parintins (che all’inizio aveva 2.000 abitanti, oggi è sui 70.000): cattedrale, s. José Operario, Sagrado Coração e N.S. di Lourdes; e quattro nell’interno del territorio: Maués, Barreirinha, Nhamundá e Boa Vista. Se ci fosse clero sufficiente, dovrebbero nascere almeno altre due parrocchie: una seconda a Maués (che già esiste, san Pietro, ma non è ancora ufficialmente parrocchia) e una dove stanno avvenendo le invasioni di terre a Parintins.
La rapida trasformazione di tutta la regione è indicata dall’immigrazione massiccia in città, anche in un ambiente rurale com’è quello del basso Amazonas. La situazione delle campagne è molto peggiorata negli ultimi 15-20 anni. Prima c’erano piccoli e medi coltivatori che producevano per la sussistenza e vendevano in città. Si sostenevano con mandioca, juta, fagioli, galline, anatre, il pesce e i prodotti della foresta. Poi tutto è decaduto: la juta non si vende più perché la producono altrove in forma industriale ed a più basso prezzo; lo stesso vale per il «guaraná» (bacca selvatica da cui si trae un succo per farne bevande) e per il «pau rosa» (albero usato per i profumi, oggi prodotti sinteticamente). Dice padre Andena:

«La gente in campagna non ci vive più, anche perché nei villaggetti dell’interno al massimo c’è fino alla III elementare: quindi chi ha figli deve avere una casetta o una baracca in città per mandarli a scuola».

Ecco l’invasione delle terre nelle città, specialmente a Parintins e Maués, oltre che a Manaus. La pastorale diocesana avverte la necessità di formare le comunità cristiane in questi nuovi quartieri, anche per dare unità alla gente e impegnarla in compiti comunitari: altrimenti sono isolati, si lasciano andare, perdono speranza di risolvere i loro problemi umani e di ottenere i loro diritti di cittadini.
Padre Andena mi porta a vedere quello che succede nella sua parrocchia di S. José Operario: sorgono di continuo quartieri nuovi di baracche, metà è gente dell’interno che ha proprio bisogno di un’abitazione a Parintins; metà sono persone della città che occupano un terreno, costruiscono una casa e poi la rivendono e occupano un altro terreno.
Nelle campagne arrivano grossi allevatori, fazendeiros, che comperano i terreni lungo le rive dei fiumi pagandoli poco o con minacce o circondano i terreni dei piccoli e mandano vacche e buoi a devastare i raccolti. I piccoli proprietari vendono e vanno in città a fare i manovali, i piccoli commercianti; oppure si ritirano verso la foresta, ma con grandi difficoltà di trasporto perché privi di accesso ai fiumi, in quanto le rive dei fiumi sono occupate, per una profondità di 200-300 metri, da questi grossi proprietari, che hanno casa a Manaus, Belém, Santarém, e producono bestiame e poco altro.

Il caboclo da pescatore ad agricoltore

Lo spostamento massiccio di gente dalle campagne alle città è una svolta radicale nella vita del popolo amazzonense, che provoca anche la Chiesa e la diocesi. Già all’inizio degli anni settanta padre Augusto Gianola aveva previsto che l’attrattiva della città avrebbe disperso le «comunità dei fiumi». Diceva:

«I caboclos non si guardano alle spalle, ma il futuro dell’Amazzonia sta nelle foreste, non nei fiumi».

All’inizio degli anni settanta, con l’aiuto di volontari italiani (Giorgio Campoleoni e la moglie Myriam, Nella Castiglioni e altri), Augusto inizia le «colonie agricole» sulle «terre alte», lontano dai fiumi. Vuol rendere i caboclos, da pescatori e raccoglitori che erano, agricoltori, insegnando loro l’agricoltura moderna e fissandoli sulla terra.
Nel 1973 le comunità sono 37, con circa 10.000 cabolcos coinvolti nell’avventura. Ogni colonia è formata da 20 a 40 famiglie, le casette costruite tutte vicine, in un pianta circolare con al centro la piazza. Ogni famiglia riceve due ettari per il consumo privato (miglio, fagioli, verdure, manioca, frutta), il resto del terreno dipende dalla «direttoria» della comunità ed è coltivato comunitariamente con prodotti per l’esportazione: guaraná, seringa (albero della gomma), riso e miglio, aranceti, frutta facile da conservare, ecc.

«Si è trattato di una vera rivoluzione nella storia della colonizzazione dell’Amazzonia — scrive Augusto in una lettera —. Per la prima volta i caboclos sono resi responsabili di programmare comunitariamente il loro lavoro e il loro futuro».

Il 10 aprile 1972 nasce la scuola agricola di Urucará, il Cetru («Centro de treinamento rural»): «Società civile senza scopi di lucro, destinata a preparare gli uomini della regione ad un’agricoltura moderna e avanzata» (come dice lo statuto). Augusto rimane nelle colonie e nella scuola (di cui sarà anche direttore) fino al 1985, quando si ritira in foresta per uno dei suoi lunghi periodi di preghiera, di isolamento, di contemplazione (69). L’esperienza è apprezzata dalle autorità dello stato di Amazonas (preoccupate per la corsa alla città che spopola l’interno dell’Amazzonia e riempie Manaus e Parintins di «favelas»), ma fortemente contrastata dai ricchi proprietari e dai commercianti. I caboclos si sono uniti e hanno affermato il loro diritto a liberarsi dalla soggezione di chi monopolizzava la produzione, i trasporti e il commercio.
Le colonie agricole del Mocambo, fondate da padre Gianola negli anni settanta, hanno attraversato un periodo di decadenza dopo la morte di Augusto. Oggi sono in ripresa, grazie ai volontari italiani che sono venuti a continuare questa esperienza e agli aiuti economici specie dalla zona di Lecco, da dove veniva Augusto, e dal suo gruppo dei «Centpé» (cento piedi) di Locate Varesino.
Il vescovo mons. Malvestio ha cercato di aiutare le comunità agricole e di iniziare altre esperienze del genere, ad esempio la scuola agricola fondata da p. Emilio Buttelli a Nhamundá. Ma non è facile convincere i caboclos a cambiare sistema di vita: dal fiume alla foresta, da pescatori ad agricoltori è un cambiamento radicale, ci vogliono forti motivazioni e grandi finanziamenti per sostenere chi ha la buona volontà di fare questo passo. Le comunità  agricole infatti incominciano a rendere almeno otto-dieci anni dopo l’inizio e richiedono tutta un’azione di supporto che lo stato non è in grado di realizzare: scuole, assistenza sanitaria, mercati, strade, trasporti... Più semplice l’azione fra gli indios che vivono ancora «allo stato di natura», come diciamo qui sotto.

La Chiesa per gli indios d’Amazzonia

In Brasile gli indios (non mescolati con i bianchi) sono circa 300.000 e parlano più di 150 lingue. Occupano una parte minima dell’immensa estensione di Amazzonia e Mato Grosso (17 volte l’Italia). Il mondo esterno esercita forti pressioni sulle circa 300 «aree indigene», nelle quali non si può entrare se non col permesso del capo tribù e della Funai (l’ente governativo di protezione degli indios); solo un terzo circa di queste «riserve» sono ufficialmente delimitate dal «Cartório» (catasto).
Nel 1972 nasce in seno alla conferenza episcopale il Cimi (consiglio indigenista missionario) che rafforza nella Chiesa del Brasile la sensibilità verso gli indios e stimola ad organizzare in modo sistematico l’apostolato fra queste popolazioni dedicandovi alcuni missionari in modo permanente. Nella diocesi di Macapá vivono circa 5.000 indios, 4.000 nella parrocchia di Oiapoque, ai confini con la Guyana francese, 1.000 in quella di Serra do Navío.
Protagonista di questo apostolato fra gli indios è il p. Nello Ruffaldi: giunto in Brasile nel 1971 e destinato alla parrocchia di Oiapoque (estesa come Piemonte e Lombardia), tutta foresta e fiumi, si dedica agli indios, convive settimane con loro, imparandone le lingue, introducendosi nelle loro culture e tradizioni. Si accorge che l’area indigena è frequentata da commercianti senza scrupoli.

«Gli indios — dice p. Nello — considerati inferiori e disprezzati, accettavano questa mentalità fino al punto di ritenere l’ultimo caboclo superiore a loro. Si vergognavano delle proprie tradizioni, della propria lingua, del proprio cibo e anche dei loro prodotti. Si sforzavano di imitare in tutto il ‘‘civilizzato’’ come unica forma di promozione».

P. Nello si dedica con passione all’evangelizzazione e promozione umana delle quattro tribù viventi nella parrocchia di Oiapoque (Galibis, Galibis-Marworno, Palikur e Karipuna). Nella prima Assemblea del Cimi (1975), è incaricato di organizzare la pastorale indigenista nella «regione (episcopale) nord II», cioè i due stati amazzonici di Pará e Amapá. Nel 1978 impianta a Belém una segreteria assieme alla Cnbb e alla «Pastorale della terra» (Cpt) e incomincia a prendere contatto con vescovi e missionari dedicati agli indios.
Erano gli anni della dittatura militare e dei «grandi progetti» in Amazzonia (strade trans-amazzoniche, deforestazione e utilizzo della terra per pascoli estesi, sfruttamento minerario). Nascevano profondi contrasti fra il Cimi e la «Funai» («Fondazione nazionale per gli indios») e p. Ruffaldi si impegna a difendere il diritto degli indios alla proprietà delle loro terre. Diventa presto «non desiderato» nelle aree indigene che sono sotto il controllo della Funai, nel 1978 gli viene ritirato il permesso di visitarle (restituito dopo la caduta del regime militare nel 1984). Padre Nello ha lavorato ad Oiapoque fino al 1997 70 ed ha avuto la consolazione di toccare con mano la crescita umana e cristiana del suo popolo:

«In vent’anni ho visto la maturazione di queste tribù: hanno i loro maestri, infermiere, animatori del culto, catechisti, capi villaggio. Nella missione di Oiapoque lavoro da più di vent’anni, ma insieme a me hanno lavorato decine di laici missionari, di suore e persone delle comunità locali».

Quando va a Belém p. Nello abita nella «casa dell’indio», sede del Cimi (per il Pará e l’Amapá), in cui ricevono ospitalità gli indios che vengono in città ed è sistemato il suo ufficio per la pastorale indigenista: segreteria, archivio, fotografie, filmati, biblioteca, produzione di sussidi, manifesti e testi nelle lingue indigene. Più che libri, sono fascicoli in lingue diverse, per l’alfabetizzazione e la catechesi, con altri fascicoli sui miti e i racconti popolari: questo materiale viene distribuito nelle scuole e nei villaggi come sussidio formativo. Inoltre, nella «Casa dell’indio» ha sede la redazione del bimestrale «O Mensageiro» per gli indios di tutto il Brasile (2.500 copie).

«Uno dei nostri impegni — dice p. Ruffaldi — è di diffondere il bilinguismo nelle scuole delle aree indigene. Gli indios devono avere una scuola che parta dalla loro lingua e cultura, per aprirsi poi alla lingua e cultura portoghese e del Brasile moderno. Per questo pubblichiamo tanti fascicoli e libretti nelle lingue indigene. Le scuole tra gli indios sono incominciate con i missionari, le suore, maestri e maestre laici della missione. Il nostro lavoro è direttamente orientato a quelli che lavorano nelle aree indigene, la cui opera di evangelizzazione abbraccia tutti i campi della vita, anche quelli sociali: garanzia della proprietà della terra, rapporti col governo, miglioramento dell’agricoltura, alfabetizzazione, assistenza sanitaria, ecc.».

Come annunziare Cristo agli indios? P. Ruffaldi è convinto, ed ha esperienze molto concrete in proposito, che il Vangelo deve servire anzitutto a renderli più uomini, più convinti della loro identità culturale di popolo. Oggi gran parte degli indios vivono in uno stato di umiliazione che li porta ad imitare quanto fanno i bianchi. Scopo primario dell’azione del Cimi in Amazzonia è di ridar loro la coscienza di essere uomini come gli altri e la fierezza di essere indios. Attualmente, nei due stati amazzonici di Pará e Amapá ci sono 35 missionari (sacerdoti, suore, laici) fra le tribù indie, preparati allo scopo e interamente dedicati al loro compito: p. Nello li visita e organizza corsi di preparazione per questo personale.

In foresta le litanie della Madonna in latino

Gli indios vogliono il mondo moderno o no? Risponde p. Enrico Uggé, vicario generale di Parintins, che ha fondato una scuola agricola fra i Sateré-Mawé:

«Non si può risolvere il problema degli indios né solo con leggi di protezione che li tengano chiusi nelle loro riserve come in uno zoo, e nemmeno invadendo con violenza le loro terre (anche solo per fare strade) trascinandoli di forza nel tempo moderno. In ambedue i casi muoiono di nostalgia e di tristezza o diventano miserabili mendicanti nelle città. L’indio vuole modernizzarsi, ma conservando la sua lingua e le tradizioni. L’unica via è il rispetto, l’amicizia, l’educazione. E poi il Vangelo, rispettando la gradualità del loro cammino verso la fede. Ma bisogna impararne la lingua (cosa per nulla facile: ci vogliono anni!) e poi dedicare tutta la vita a questo compito con grande spirito di amore e di sacrificio».

Padre Uggé lavora dal 1972 tra gli indios della prelazia di Parintins (diocesi dal 30 ottobre 1980). Si è imposto di procedere secondo i loro ritmi di vita, senza imporre nulla.

«Non faccio un passo se loro non sono convinti e se non mi accompagnano — dice p. Enrico. — Un esempio. Il vescovo voleva costituire ‘‘la parrocchia degli indios’’ e desiderava che io andassi ad abitare nell’area indigena. Ma i capi non volevano perché la mia presenza in un villaggio avrebbe privilegiato alcuni e non altri. Ho ascoltato i capi. Io ho abitato per 18 anni a Barreirinha, fuori dell’area dei Sateré-Mawé, e chiamavo capi e rappresentanti dei villaggi indios ad incontri e ritiri spirituali con i caboclos, per farli sentire Chiesa come gli altri. Visitavo continuamente l’area indigena e portavo con me due catechisti caboclos: insegnavano agli indios i canti e altro, mentre io confessavo, parlavo con i singoli e le famiglie.
I miei indios hanno avuto contatti col cristianesimo da 300 e più anni. Ma contatti discontinui. Ci sono stati lunghi periodi in cui nessuno andava a trovarli: alcuni villaggi che ho visitato era da 40 anni che non vedevano un prete. C’è stato il p. Luigi Bellini che ha girato molto quarant’anni fa. Ci sono miei villaggi che cantano le litanie della Madonna in latino insegnate loro dai gesuiti secoli fa, e le gustano. Anche nei loro riti usano una lingua antica che nessuno capisce. Per loro la religione è mistero e la lingua che non si capisce è il segno di Dio, l’Assoluto, del tutto diverso dall’uomo».
Ancora padre Uggé racconta (71): «Nel 1975, nei miei viaggi fra le comunità Sateré-Mawé, raggiunsi quella più lontana, Campo do Mirití. Per arrivarci dovetti fare due giorni di barca a motore e due giorni a piedi in foresta. Mi dissero che nessuno nel villaggio ricordava la visita di un sacerdote. Erano contentissimi per l’arrivo di un missionario. Alla sera aprirono una cassa e apparvero sei statuette di legno raffiguranti santi antichi. Su una specie di tavolo collocai una tovaglia, le statue e due candele accese. Cominciarono a cantare. Stentavo a credere a ciò che sentivo: cantavano il gregoriano in lingua latina, le litanie della Madonna, incominciando con ‘‘Deus in adjutorium meum intende...’’ (O Dio, vieni in mio aiuto...). Dopo le Litanie venne il Credo, il Padre nostro, il rosario, tutto cantato in latino. Per più d’un’ora e mezzo quegli indios continuarono a cantare, finendo con ‘‘Sub tuum praesidium confugimus...’’ (‘‘Sotto la tua protezione...’’).
In quel momento compresi la forza della fede di quel popolo, che senza la presenza del sacerdote era riuscito a mantenersi unito nella preghiera, per decine di anni. I più vecchi mi dissero che i loro antenati avevano lasciato loro questo ricordo: ‘‘Se continuerete a pregare e cantare assieme, rimanendo uniti nella fede, i missionari non vi abbandoneranno, prima o poi verranno a visitarvi’’».

Padre Enrico dice di essere molto contento del suo apostolato fra gli indios. Ma all’inizio è andato in crisi. Ci sono voluti alcuni anni prima di conquistarsi la fiducia del suo popolo. Poi ha avuto tante consolazioni. Racconta che una volta, una decina di anni fa, è passato da Parintins un docente universitario italiano di etnologia, di ritorno dall’area indigena della diocesi, accompagnato da una guida ufficiale della Funai. Gli dice:

«Ho fatto tanti chilometri, affrontato tante spese, pericoli e fatiche per andare tra gli indios più isolati, sconosciuti, primitivi, che non avevano mai avvicinato un bianco. Poi quando arrivo nell’ultimo villaggio dell’Andirá vedo che c’è una bella chiesetta in legno e paglia e la gente mi dice, attraverso l’interprete, che c’è un missionario italiano che li visita ogni quattro o cinque mesi». Era proprio padre Uggé!

La scuola agricola per gli indios sul Rio Andirá

La scuola agricola «San Pedro» sul Rio Andirá è stata costruita dal padre Enrico Uggé negli anni ottanta per dare un’alternativa alla città: restare sul posto e sviluppare un’agricoltura moderna. La scuola ha 38 alunni, scelti dai «tuxaua» (capi villaggio) fra i ragazzi che hanno già fatto la II elementare nel loro villaggio. Al mattino c’è scuola (la III e IV elementare), al pomeriggio lavoro nei campi e nell’allevamento animali. I giovani (età media 12-18 anni) rimangono a San Pedro tre anni, ma alcuni non si adattano e scappano prima. Per un indio, abituato alla vita libera della foresta e del fiume, alzarsi ad ora fissa, studiare, accettare gli orari e la disciplina, è un sacrificio molto gravoso. Non tutti resistono.
Da alcuni anni padre Uggé è vicario generale della diocesi di Parintins. La scuola è diretta da p. Salvatore Cardile e da fratel Virginio Colombi. Con loro una missionaria dell’Immacolata brasiliana, suor Ruth Guimarães, infermiera, che tiene aperto il dispensario medico e cura l’educazione delle donne e delle ragazze indie dei dintorni. La scuola è sul Rio Andirá e consta di sei grandi capannoni di legno (6x18 metri) a una certa distanza l’uno dall’altro, costruiti dagli indios stessi; poi c’è la chiesa, alcune casette per il padre, la suora, gli insegnanti con famiglia, gli ospiti. Tutto attorno le stalle per gli animali, i campi coltivati, i pascoli, il campo da pallone. Dopo anni di lavori, l’inaugurazione è avvenuta il 7 aprile 1988, con la partecipazione di 900 indios (una folla mai vista!) venuti anche da molto lontano e di autorità civili e religiose dello stato di Amazonas.
La «San Pedro» è diventata luogo di riferimento per i capi e il popolo Sateré-Mawé: qui fanno i loro incontri, feste, gare sportive, cerimonie di preghiera, vengono per farsi curare da suor Ruth. Il fatto di avere nella loro area riservata una struttura (costruita da loro stessi), dà agli indios un senso di orgoglio e aumenta il senso di appartenenza al loro popolo. Chiedo a padre Salvatore Cardile cosa imparano questi ragazzi (72):

«A coltivare la terra e ad allevare gli animali con metodi moderni. Ma intanto vengono anche alfabetizzati nella loro lingua e imparano il portoghese e la matematica. Ci sono con noi due insegnanti (con rispettive mogli che curano le ragazze) e un tecnico agricolo che dirige i lavori. Poi c’è un altro insegnante, un indio che ha studiato a Manaus: insegna la storia degli indios e il loro artigianato. C’è un laboratorio di pittura, tessitura, lavorazione di paglia, vari tipi di legno, bambù, conchiglie, piume d’uccello. Fanno dei bei lavoretti che vendiamo fuori dell’area indigena, anche in Italia.
La scuola non è ancora autosufficiente, per il momento dipende dagli aiuti che arrivano dall’Italia, anche perché svolge molte attività educative nei villaggi. L’allevamento animali è importante per i villaggi, perché finora sconosciuto: abbiamo 500 galline, 13 fattrici di maiali, 150 anatre, 20 vacche da latte e una decina di pecore. Quando sono pronti, gli animali sono venduti ai villaggi per avviarli a questa attività. Nei campi della scuola si coltivano abacaxí (ananas, più di mille piante), mamão (papaia), cajú, avocado, banane; e poi pomodori, carote, patate, cipolle, mandioca, grano, mais, riso.
I ragazzi si alzano alle 5,30 e sono impegnati fino alle nove di sera, con un’ora e mezzo di riposo pomeridiano. Al massimo alle 21,30 tutti sono nell’amaca e dormono. I ragazzi che vengono da noi sono ospitati gratis. Chiediamo alle famiglie che possono di pagare mezzo «alquere» di farina di mandioca al mese (circa 15 chili), equivalente a 5 reais (circa 8.000 lire italiane). Dai villaggi vengono alla scuola anche ragazze e donne per imparare cose utili, ma in genere si fermano poco, non sono residenti; oppure vengono nei periodi in cui mandiamo i ragazzi nei villaggi, per insegnare agli altri quello che hanno imparato».

 

 

 

NOTE

[1] Si veda il capitolo XVIII sul Pime nel Brasile del sud. Sul Pime in Amazzonia: PIERO GHEDDO, «Missione Amazzonia, I cinquant’anni del Pime nel Nord Brasile (1948-1998)», Emi, Bologna 1998, pagg. 482. Vedi pure: MAURO COLOMBO, «Aristide Pirovano, Il vescovo dei due mondi», Emi 1999, pagg. 282; PIERO GHEDDO, RAFFAELLA GUZZELONI, «Il vescovo del sorriso — Dom Aristide Pirovano», Pimedit 1997, pagg. 200.
[2] Si veda la lunga intervista a mons. Pirovano di PIERO GHEDDO, «Amapá, missione d’Amazzonia», «Le Missioni Cattoliche», aprile 1964, pagg. 256-277.
[3] Intervistato il 29 gennaio 1996 a Macapá.
[4] Intervistato a Macapá il 29 gennaio 1996. Si veda il diario di padre LINO SIMONELLI, «Carlino puntaspilli», Emi, Bologna 1996, pagg. 320.
[5] La parrocchia di Amapá aveva, nel 1953, circa 1.000 abitanti nel centro e 10.000 dispersi nel vastissimo territorio (AGPIME — Archivio generale Pime — XXXVI, I, pagg. 133 e 145).
[6] Lettera del 23 agosto 1948, AGPIME, XXXVI, I, pag. 288.
[7] AGPIME, XXXVI, I, pag. 335.
[8] PIERO GHEDDO, «Marcello dei Lebbrosi», De Agostini 1985, pagg. 98-107. Candia visita due volte l’Amapá e manda aiuti, ma riesce ad andare stabilmente in Amazzonia solo nel giugno 1965. Vedi MARCELLO CANDIA, «Lettere dall’Amazzonia», San Paolo, Milano 1996, pagg. 356; FRANCESCA CONSOLINI, «Positio super virtutibus» per la causa di canonizzazione di Marcello Candia, congregazione dei santi, Roma 1998, due volumi di pagg. 716 e 391. La causa di Candia è stata aperta dal card. C.M. Martini a Milano il 12 gennaio 1991 e chiuso il processo diocesano l’8 febbraio 1994.
[9] Si veda l’intervista a mons. Pirovano citata alla nota n. 2.
[10] Attualmente è padre spirituale nel seminario teologico dell’Istituto a Monza.
[11] Mons. Pirovano in «Le Missioni Cattoliche», maggio 1964, pag. 267.
[12] Era stato missionario in Cina.
[13] Scritta da p. Pirovano il 25 aprile 1955, AGPIME, XXXVI, I, 179-185.
[14] Intervistato a Macapá il 1o febbraio 1996. Vedi pure A. COCCO, «Sorge una nuova chiesa», «Venga il Tuo Regno», Napoli dicembre 1950, pagg. 169-170.
[15] AGPIME, XV, I, pagg. 1168-1169.
[16] AGPIME, XV, I, pagg. 1183-1186.
[17] Si veda l’intervista con mons. Aristide Pirovano in «Le Missioni Cattoliche», aprile 1964; e l’«Annuario del Pime», Roma 1964, pagg. 94-103.
[18] Nel centro della città di Macapá, fin dall’inizio Pirovano si era fatto dare dal governatore quattro «quadre» (terreno delimitato da quattro strade cittadine), per costruirvi una specie di «Vaticano all’equatore» (la linea dell’equatore infatti attraversa Macapá), con la cattedrale e tutte le opere della diocesi. Iniziò le costruzioni, ma poi, dopo che i militari andarono al potere (aprile 1964), divenne difficile tenere quei terreni centrali non utilizzati, che alcuni anni dopo vennero espropriati.
[19] Le sale, costruite soprattutto per impedire ne nascessero altre, presso la cattedrale di Macapá con 649 poltrone, la chiesa del Trem con 800 posti a sedere e la terza a Santana con 450 posti («Il Vincolo», febbraio 1964, pag. 60).
[20] Intervista a «Le Missioni Cattoliche» già citata, maggio 1964, pag. 277.
[21] Intervistato il 29 gennaio 1966 a Macapá.
[22] Resoconto della visita di padre Lombardi a Macapá, in «Missionari del Pime», settembre 1959, pag. 3.
[23] Si veda «Missione Brasile» (citato nel cap. XVIII), pagg. 131-133, dove racconto anche dell’incoraggiamento dato da Giovanni XXXIII al Pime per l’impegno missionario in Brasile.
[24] Si veda «Missione Brasile» alle pagg. 332-336.
[25] Intervistato a Milano il 28 agosto 1996.
[26] L’organizzazione e l’azione nel campo della catechesi a Macapá fu una risposta al «piano di emergenza» dell’episcopato brasiliano dell’aprile 1962, che prescriveva di rinnovare l’insegnamento catechistico e gli istituti educativi.
[27] AGPIME, XXXVI, I, pag. 695.
[28] Vedi «Il Vincolo», n. 89, maggio-ottobre 1966, pag. 63.
[29] Intervistato a Napoli il 14 novembre 1996.
[30] ROBERTO GAZZOLI, «L’uso della Parola di Dio nelle comunità ecclesiali di base, Una forma e uno strumento di evangelizzazione», Tesi di missiologia, università Urbaniana, Roma 1993, pagg. 55-56.
[31] P. Luigi Carlini dice di lui: «Le divisioni che si creavano le sentiva come colpa sua. Diceva a noi di non essere capace di amministrare, di provvedere aiuti e macchine. Era unicamente interessato alla pastorale e alla giustizia sociale. Non voleva imporsi d’autorità. Per me è stato un grandissimo parroco, ma come vescovo forse non aveva la fermezza necessaria. Se il clero l’avesse seguito sarebbe stato un grande vescovo» («Missione Amazzonia», cit., pagg. 147-148).
[32] Intervistato a Macapá ed a Santana il 27 gennaio e il 2 febbraio 1996.
[33] Questo era lo stile di Marcello Candia. P. Gianfranco Picozzi testimonia: «Quando mons. Maritano mi ha nominato rettore del seminario diocesano, ho visto che la costruzione era cadente, ci pioveva dentro, mancavano i letti ed i tavolini per lo studio e tante altre cose. Mi sono rivolto a Candia che ha subito detto: ‘‘Tu preoccupati della formazione degli alunni che è la cosa più importante. Al resto ci penso io’’. In pochi mesi mi ha sistemato il seminario, acquistando anche tutti i mobili necessari. Poi mi ha detto: ‘‘Se qualcosa non funziona
dillo a me. Il seminario deve funzionare bene’’» («Marcello dei Lebbrosi», cit., pag. 304).
[34] Oggi l’assistenza religiosa e sociale a Marituba è stata assunta dai padri e dalle suore di don Calabria, finanziati dalla Fondazione Candia e dall’Associazione Amici di mons. Pirovano di Erba.
[35] «Missione Amazzonia», cit., pag. 164.
[36] Diventa cappellano del lebbrosario di Prata presso Belém e parroco della vicina parrocchia di San Giorgio. Nel 1990 viene invitato dall’arcivescovo di Belém come padre spirituale del seminario maggiore diocesano, fino alla morte a Roma il 27 dicembre 1992.
[37] Nel 1988 il territorio federale dell’Amapá (prima dipendente in tutto da Brasilia) è diventato uno stato come gli altri del Brasile, con un suo parlamento, sue leggi, ecc.
[38] Pubblicato dalla diocesi di Macapá nel 1995, frutto di un’accurata inchiesta.
[39] Il p. Lino Simonelli ha pubblicato l’opuscolo «Quale Gesù Cristo?» diffuso a migliaia di copie. Tutti parlano a nome di Gesù Cristo, gli fanno dire quel che vogliono: come fa la povera gente a capire?
[40] Si veda il libro di padre Gigi Aziani, missionario a Laranjal do Jarí, «Il Vangelo si fa strada, Lettere dall’Amazzonia», Emi, Bologna 1996, pagg. 187.
[41] L’arcivescovo di Milano, card. C.M. Martini, ha iniziato la sua causa di canonizzazione il 12 gennaio 1991 e l’ha chiusa a Milano l’8 febbraio 1994. Ora i documenti sono alla Congregazione dei santi a Roma.
[42] Si veda in appendice a questo volume la cartina geografica della città di Manaus con segnate le 20 parrocchia fondate dal Pime.
[43] Vedi le parole di Candia in «Missione Amazzonia», cit., pagg. 214-216: testimonianza di un prossimo beato e santo su quanto già detto in questo libro: il Pime, per un malinteso desiderio di immergersi nella Chiesa locale dimenticando quasi l’Istituto, ha troppo trascurato di ricordare e celebrare i suoi santi!
[44] «Il Vincolo», gennaio 1961, pagg. 59-60.
[45] Intervistato a Rio de Janeiro il 27 luglio 1996.
[46] Prefazione al volume di PIERO GHEDDO «Missione Amazzonia», Emi, Bologna 1998, pagg. 9-11.
[47] Intervistato a Roma il 7 e 8 giugno 1996.
[48] Etelvina era figlia di una famiglia immigrata dal Ceará (nord-est brasiliano). Venne uccisa nel 1905 perché difendeva la propria verginità, proprio come Maria Goretti che, dice padre Pedro Vignola, «divenne santa perché era di Roma. Nessuno ha pensato di santificare Etelvina, ma la gente la considera ancor oggi una santa e la prega. L’albero sotto cui venne uccisa è ancora identificato e venerato. Davanti a quest’albero è stata costruita la chiesa e la parrocchia che il popolo chiama «santa Etelvina». La gente si tramanda la sua storia. Etelvina è sepolta nel cimitero centrale di Manaus, la sua tomba è ancora venerata: gli studenti vanno a pregarla, le portano fiori, c’è un culto pubblico molto grande».
[49] Intervistato a Manaus il 25 febbraio 1996.
[50] ELSON FARIAS, «Cem anos de Fé na floresta, O centenário da Arquidiocese de Manaus», Manaus 1993, pagg. 130.
[51] Alla consacrazione ha preso parte anche il vescovo di Treviso, mons. Paolo Magnani, con amici e parenti dall’Italia e molti fedeli della diocesi di Parintins e di Maués in particolare.
[52] «Un vescovo scrive», «Missionari del Pime», novembre 1999, pag. 3.
[53] Dal 1996 p. Massimo fa parte della nunziatura in Brasilia.
[54] P. Vignola, in uno dei suoi viaggi sul Rio Mamurú e nell’Uaicurapá, ha fotografato in foresta le rovine di un’antica residenza e collegio dei gesuiti ormai sbriciolate dalla pioggia.
[55] Maués faceva parte, con Manicoré e Borba, della costituenda prelazia del Rio Madeira, dove l’Istituto ha incominciato a lavorare nel 1948. Poi il Pime, pur continuando a lavoravi, ha fissato la sua base a Parintins e nel 1963 è nata la prelazia di Borba, affidata al T.O.R. (terz’ordine regolare di san Francesco).
[56] Intervistato a San Paolo il 22 luglio 1996.
[57] Padre Frezzini, grande lavoratore e geniale pastore, ha lasciato un vivo ricordo di umanità e di santità nei posti dov’è stato (Assis, Manaus, Maués, Parintins): anche lui meriterebbe una biografia! È morto di strapazzi e di stenti il 2 dicembre 1961 a 37 anni: una vita completamente dedicata alla missione con una radicalità che era caratteristica abbastanza comune nei missionari pionieri di quel tempo in Amazzonia.
[58] Questo missionario-contemplativo nelle foreste amazzoniche ha conquistato il cuore di molti lettori. PIERO GHEDDO, «Dio viene sul fiume, Padre Augusto Gianola, Una tormentata ricerca di santità», Prefazione di Enzo Biagi, Emi, Bologna 1998 (V ediz.), pagg. 331; «In missione per cercare Dio, Lettere dall’Amazzonia di padre Augusto Gianola», a cura di Piero Gheddo, Prefazione di Sergio Zavoli, San Paolo, 1999 (II ediz., pagg. 442).
[59] ARCANGELO CERQUA, «Missione nell’Amazzonia», Pime, Milano 1964, pagg. 124-128; «Claro˜es de Fé no Médio Amazonas, A Prelazia de Parintins no seu jubileu de prata», Parintins 1980, pagg. 332.
[60] Infatti l’impatto che ha avuto a Manaus nel 1985, come amministratore apostolico in attesa del nuovo arcivescovo, è stato fatale per lui, abituato a tutt’altro ambiente.
[61] ARCANGELO CERQUA, «Così in Amazzonia siamo con i poveri», «Mondo e Missione», ottobre 1979, pagg. 543-545.
[62] Sul settimanale diocesano «Novo Horizonte», 22 ottobre — 12 novembre 1995.
[63] Le misure: 90 m. di lunghezza, 25 di larghezza nella navata centrale, 75 all’altare maggiore (con le due ali, ciascuna di 25 m.); 18 m. di altezza nel punto più basso del tetto, 25 nel punto più alto. Il campanile quadrato ha un’altezza di 40 m. e una base di 8 m. per lato.
[64] Si veda la raccolta delle sue lettere dalla missione (assieme a lettere di altri missionari del Pime da Amazzonia e Brasile), «I nostri missionari in Brasile», Parrocchia s. Nicola in Dergano, Milano 1999, pagg. 191.
[65] Intervistato a Parintins il 13 febbraio 1996.
[66] Intervistato a Parintins il 12 febbraio 1996.
[67] Intervistato a Manaus l’8 febbraio 1996.
[68] Intervistato a Parintins il 18 febbraio 1996.
[69] Ne uscirà nel settembre 1989 ammalato di lebbra e di cancro: muore il 26 luglio 1990 a 60 anni.
[70] Oggi la parrocchia di Oyapoque è affidata ai missionari del Divin Verbo (verbiti).
[71] ENRICO UGGÉ, «Il Vangelo della radio Alvorada», Lodi 1994, pagg. 19-20.
[72] Intervistato alla scuola San Pedro il 20 febbraio 1996.