PIERO GHEDDO
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI
MISSIONE
EMI 2000
| I | II | III | IV | V | VI | VII | VIII | IX | X | XI | XII | XIII | XIV | XV | XVI | XVII | XVIII | XIX | XX | XXI | XXII | XXIII | XXIV | ||||
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II
LA PRIMA MISSIONE IN OCEANIA
(1852-1855)
«L’Istituto fin dal principio mirò ad avere missioni proprie e tra le popolazioni più derelitte e più barbare» si legge all’art. 74 delle «Regole» del 1886, scritte da mons. Giuseppe Marinoni. Questo il criterio che guidò i primi alunni del Seminario lombardo per le missioni estere nel chiedere a Propaganda Fide la lontana Oceania, mentre veniva offerta l’isola di Ceylon (attuale Sri Lanka), dove da due secoli già esistevano comunità cristiane e la vita dei locali era molto più evoluta che nelle isole oceaniche.
«Un terreno vergine per predicare il Vangelo»
I missionari ambrosiani erano affascinati dalle «isole dei mari del sud».
L’origine di questa «passione» (ed era vera passione, resistente a tutte le
indicazioni di segno contrario) si spiega solo con l’entusiasmo degli inizi. Il
primo a parlare dell’Oceania ai giovani chierici che aspiravano a diventare
missionari fu il certosino padre Taddeo Supriès, che era stato missionario in
India e più tardi si entusiasmò della Melanesia e Micronesia, senza mai esserci
stato: ma si trattava di una «missione vergine», dove il Vangelo non era ancora
stato annunziato.
Così ne parlò e ne scrisse ai giovani chierici e sacerdoti di Milano e di Lodi
che venivano a trovarlo, infiammandoli per quelle isole lontane, esotiche,
inesplorate. In un tempo di «romanticismo missionario», il racconto del martirio
di padre Pietro Chanel (1841) e dei tentativi spesso falliti dei missionari
maristi in Oceania, le relazioni dei navigatori che proprio all’inizio del
secolo XIX scoprivano le isole oceaniche e le occupavano per conto delle potenze
coloniali, era il terreno fertile per la fantasia di giovani che sognavano «la
missione più lontana e più difficile, fra le popolazioni più abbandonate»:
questo l’ideale che Mazzucconi aveva coltivato fin da giovane.
In quegli anni Propaganda Fide non sapeva, dopo i maristi, a chi affidare il
vicariato apostolico della Melanesia e Micronesia, già rifiutato da tre
congregazioni a cui era stato offerto: barnabiti, oblati di Maria Immacolata e
missionari del Sacro Cuore di Picpus. Esteso più di tutta l'Europa, comprendeva
una dozzina di arcipelaghi nello sterminato oceano Pacifico, dalla grande isola
di Nuova Guinea fino alle Marianne e alle Salomone. Nel 1845 i maristi francesi
avevano tentato di prendere contatto con le popolazioni di alcune isole: ma si
stavano ritirando dopo aver avuto un vescovo e due padri uccisi dagli indigeni
nelle Salomone.
Nel giugno-luglio 1850, quando ancora il Seminario non era nato, mons.
Ramazzotti è il primo che parla dell’Oceania a Roma ottenendo risposta positiva
a Propaganda. All’inizio della vita comunitaria a Saronno i giovani aspiranti
danno per scontato che la loro missione sarà l’Oceania. Poi mons. Bravi,
coadiutore del vicario apostolico di Colombo (Ceylon), scrive all’arcivescovo di
Milano chiedendo che i sacerdoti del nascente Seminario missionario vengano
inviati a Ceylon. Si crea un’opinione favorevole a questa richiesta, non fra i
giovani alunni, ma fra gli amici esterni del Seminario. Lo stesso Marinoni non
vedeva bene una missione così isolata e abbandonata dai maristi come la
Melanesia-Micronesia, almeno come primo impegno dei suoi inesperti aspiranti
alle missioni. Il procuratore del Seminario milanese a Roma, padre Giovanni
Maria Alfieri dei fatebenefratelli, decisamente contrario all’Oceania, citava le
testimonianze raccolte presso i maristi e un agente di viaggi esperto di
Oceania. Anche mons. Giovanni Luquet, che come legato pontificio era stato
all’origine del Seminario lombardo per le missioni estere (pure lui già
missionario in India), consigliava di cominciare con Ceylon, più vicina
all’Europa e con facili comunicazioni.
Ma proprio le difficoltà esaltano i giovani aspiranti. Carlo Salerio prepara una
«Memoria» (6 novembre 1850) nella quale, anche a nome degli altri alunni, spiega
perché desiderano andare in Oceania (1):
«Il nostro cuore viene ancora vivamente amareggiato ogni qualvolta pare che si voglia allontanare dall’Oceania la povera opera del nostro ministero. Chi ci ha posto in cuore tanta affezione per quei popoli, che nessuno di noi finora ha conosciuto, affezione che tanto più cresce quanto è maggiore il timore che venga ancora differita per quelle nazioni la luce del Vangelo, diffusavi dall’Altissimo per opera dei suoi servi inutili?».
Padre Salerio risponde a lungo alle obiezioni che erano state fatte a questa scelta:
a) la missione dell’Oceania è tra le più difficili? Se ci pare che «il
coraggio e la calma tranquillità» con cui gli Apostoli andavano in tutte le
regioni dell’universo fossero esagerazione e non più imitabili, «accusiamoci di
debolezza e di poca fede».
b) La missione «oceanese» è tanto difficile che altri non la vollero? «Lodiamo
il Signore che così serbava il campo alle nostre fatiche, dove i nostri sudori,
e fosse pur anche il sangue, misto a quello di Cristo, sarà redenzione e salute
a quei popoli abbandonati, che noi ameremo sempre con affetto di padre...».
c) «Si annunziano pericoli e morti disastrose? Tanto meglio! Da che Cristo ha
dato il suo sangue, non so che la fede sia mai cresciuta se non irrigata dal
sangue dei suoi credenti; e da che il Capo ha versato tutto il suo sangue, gli
altri membri non devono esserne avari; il sangue dei Martiri fu sempre la
speranza della Chiesa».
Dopo aver esaminato e risposto ad altre difficoltà (la lontananza, l’isolamento, le spese...), Salerio così conclude:
«Conviene pur dirlo: l’Oceania ha raccolto le simpatie dei lombardi. Sotto
questa aurora mirata con l’ansietà dei giovani che attendono l’epoca che li
liberi alla vita del missionario, sorse il Seminario; e se fosse lecito
giudicare degli altri partendo dalle proprie debolezze, si dovrebbe dire che
quella vita, quella spinta che ha dato alle nostre risoluzioni il pensiero di
affaticare per la diffusione del Santo Vangelo in un campo vergine, vasto,
immenso, capace d’accogliere un gran numero ed a grandi fatiche i nostri
fratelli del Seminario, questa vita, a giudizio eziandio di persone illuminate e
di spirito, resterebbe ammortizzata e forse distrutta se dovesse rinunziare
all’Oceania.
«Il missionario, è vero, deve avanti tutto rinunziare alla propria volontà; ma
pure è un conforto e quasi una necessità per chi abbandona una terra di cara
affezione, eleggersi una terra, una nuova patria, verso la quale la Provvidenza
gli ha infuso l’amore e il desiderio. Che se questo desiderio è lecito e retto,
come fu approvato dai nostri Venerabili Pastori e Vescovi, perché non spereremo
che l’approvino anche i venerati Superiori di Roma, e ci annuncino il gaudio
della buona novella, che l’evangelizzazione e la rigenerazione dell’Oceania,
almeno in parte, è affidata a noi, soccorsi dal braccio dell’Onnipotente? Lo
speriamo, lo desideriamo, lo dimandiamo!».
Cosa poteva fare mons. Marinoni, di fronte ad una volontà così decisa dei suoi giovani missionari? Aderisce al parere di padre Taglioretti, che fin dall’inizio aveva sostenuto che era giusto lasciare liberi i giovani di scegliersi la loro missione. Perciò Marinoni quando scrive ai vescovi lombardi (26 novembre 1850) per chiedere l’approvazione formale del Seminario, li sollecita ad ottenere da Propaganda Fide la designazione della missione in cui i giovani missionari dovranno recarsi. Affermando che gli alunni si «rimettono pienamente alle disposizioni dei Superiori», Marinoni aggiunge che essi (2)
«propongono schiettamente e insieme ossequiosamente il voto del loro cuore, che è pure a loro giudizio il voto di quanti nelle nostre parti aspirano alle estere missioni. Essi bramerebbero un terreno vergine per predicare il Vangelo dove Cristo, come dice l’Apostolo, non è nominato. Il loro cuore è più vivamente commosso (e lo esprimono in una comune protesta che suol farsi da tutti al Signore) dalla sorte infelice di quei popoli i quali, trovandosi in remotissime contrade, sono stati finora inaccessibili alla bella luce del Vangelo. Il pensiero dei disagi, dei pericoli, delle difficoltà gravi che sarebbero a superarsi, non che disanimare i nostri missionari, li incuora e accende più viva nei loro petti la fiamma della Carità. Gli arcipelaghi della Micronesia, campo vastissimo a nuove missioni che la benemerita Congregazione dei Maristi non ha potuto abbracciare se non in parte, sarebbero la terra che i nostri alunni intenderebbero innaffiare dei loro sudori, ed anche se fosse d’uopo del loro sangue».
Il segretario della conferenza episcopale lombarda risponde il 29 novembre
assicurando i giovani aspiranti alle missioni e il loro direttore che i vescovi
lombardi assentono alla richiesta della missione oceanica «per la parte che loro
spetta, salvo sempre ad ottenere il voto della Propaganda di Roma».
Il 16 gennaio 1851 Marinoni ottiene dal card. Fransoni l’approvazione del
Seminario missionario e della sua «Proposta» (vedi capitolo I); nella stessa
lettera il prefetto di Propaganda scrive:
«In quanto ai luoghi in cui potranno gli allievi del Seminario essere spediti, posso assicurare vostra Eccellenza che saranno appagate pienamente le loro brame, offrendosi appunto al presente la circostanza di stabilire per essi fin da ora esclusivamente le desiate e vaste missioni della Melanesia e Micronesia, dalle quali chieggono i Maristi di Lione essere esonerati per mancanza di soggetti».
Pio IX prospetta la missione a Corfù (agosto 1851)
Ma nella prima metà del 1851, quando il Seminario missionario era approvato e
i giovani aspiranti anelavano solo a partire, la designazione dell’Oceania
ritarda. Trasferitosi l’Istituto da Saronno al santuario di san Calocero in
Milano (1o giugno 1851) e terminato l’anno di prova degli alunni, nell’agosto
1851 i padri Paolo Reina e Carlo Salerio vanno a Roma per ottenere dal Papa e da
Propaganda che venga loro presto affidata la missione già chiesta e assicurata
da tempo.
Il 21 agosto 1851 Pio IX li riceve e, ignorando (o dimenticando) quanto aveva
promesso Propaganda ai vescovi lombardi ed a mons. Marinoni, parla loro delle
miserie morali e spirituali dell’isola greca di Corfù, posta di fronte
all’Albania, a pochi chilometri dalle coste italiane! Immaginarsi lo stupore e
l’amarezza dei due giovani: sognavano i mari esotici del Pacifico e il Papa
sembra volerli trattenere vicino a casa! Il 30 agosto Pio IX manda
all’arcivescovo di Milano un Breve, nel quale si legge che i missionari
ambrosiani potrebbero fare tanto bene anche in
«regioni che non sono tanto lontane dalle nostre e alle cui necessità importa moltissimo di sovvenire e provvedere».
San Calocero precipita nella costernazione: il Papa, in
contrasto con quanto avevano deciso i vescovi 10mb ardi e Propaganda aveva
approvato, sembra voler cambiare la natura del Seminario missionario
affidandogli una missione fra i cristiani ortodossi!
Questa è una delle circostanze in cui rifulge l’obbedienza totale e cordiale dei
primi missionari al Papa. Giorni di preghiera e di tormento, di discussioni e di
sofferenza acuta, che preoccupano mons. Ramazzotti, il quale voleva obbedienza
assoluta al Papa, senza discussioni. Marinoni prepara, in accordo con gli
alunni, una lettera al Sommo Pontefice, firmata e inviata dall’arcivescovo di
Milano (12 novembre 1851), nella quale mons. Bartolomeo Carlo Romilli assicura
il Papa che gli alunni
«non aspettano che un cenno della Santità Vostra per recarsi volonterosi dovunque Le piacerà di mandarli»; e si riferisce al Breve di Pio IX del 30 agosto precedente, augurandosi che i missionari portino frutto «non solo per le regioni più lontane, ma anche per regioni non così remote alle cui necessità spirituali importa moltissimo di porre riparo; ed è perciò che noi mettiamo non solo i ,sei missionari predetti, ma tutta la Casa delle Estere Missioni nelle mani della Santità vostra, pregandola a disporne interamente secondo il suo sovrano beneplacito e a riguardarla come Casa tutta sua».
Un’obbedienza davvero pronta e assoluta, senza nemmeno la soddisfazione di ricordare al Papa (e avrebbero ben potuto farlo!) che era stato proprio lui a volere un Seminario per le missioni ai non cristiani; ed era stata Propaganda Fide, il braccio destro del Papa per le missioni, ad assicurare l’assegnazione della missione in Oceania! Il Fondatore Ramazzotti, vescovo di Pavia, scrive a Marinoni (16 novembre 1851) dichiarandosi «consolato moltissimo» della lettera spedita dall’arcivescovo di Milano a Pio IX, perché riflette il suo
«desiderio che i nostri missionari siano a pienissima disposizione del Capo di tutta la Chiesa per il bene stesso de’ missionari e delle loro missioni».
Fortunatamente il buon Dio non volle che fosse snaturato il
carisma «ad gentes» dell'Istituto. Il 2 dicembre 1851, dopo una vera «via
crucis» morale per i giovani missionari, giunge a Milano la lettera del cardo
Filippo Fransoni che assegna ufficialmente la missione della
Melanesia-Micronesia al Seminario lombardo per le missioni estere. Era la
vigilia di san Francesco Saverio, uno dei protettori del nascente Istituto. Che
festa a san Calocero!
Dopo quella data decisiva, i tempi stringono. L’11 gennaio 1852 padre Paolo
Reina è nominato prefetto apostolico della missione; il 9 febbraio Propaganda
comunica le istruzioni circa il campo di missione e gli accordi da prendere con
i maristi. Il 13 marzo, nella chiesa di s. Calocero, iniziano tre giorni di
esercizi spirituali predicati da padre Angelo Taglioretti degli oblati di Rho; e
finalmente il 16 marzo a san Calocero si celebra la funzione di partenza,
presente l’arcivescovo mons. Romilli, il Fondatore mons. Ramazzotti e una grande
folla di fedeli.
Nella preghiera composta dal beato Giovanni per la funzione di partenza il 16
marzo 1852, che ancor oggi recitano i missionari del Pime (3), dopo la
«protesta» di dedicarsi totalmente alla causa missionaria, si legge:
«Beato quel giorno in cui mi sarà dato di soffrire molto per una causa sì santa e sì pietosa, ma più beato quello in cui fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue e di incontrare fra i tormenti la morte! Mio Dio, che mi ispirate questi proponimenti tanto superiori alle mie deboli forze, avvalorateli con quello Spirito onnipotente di cui investiste i vostri santi Apostoli...».
Subito dopo la cerimonia a san Calocero, con le carrozze gentilmente offerte
loro dall’arcivescovo i missionari vanno nel vicino santuario della Madonna di
san Celso. Si inginocchiano all’altare della Vergine, per offrire a lei la loro
vita apostolica e chiederle la sua materna benedizione sulle fatiche di domani.
Anche questo è un gesto entrato nella tradizione dell’Istituto. Poi, saliti
sulla diligenza, lasciano subito la grande città per iniziare il lungo viaggio
verso l’Oceania.
Mons. Marinoni accompagna i partenti di quella prima spedizione: cinque i
sacerdoti: Paolo Reina, Carlo Salerio, Angelo Ambrosoli, Timoleone Raimondi e
Giovanni Mazzucconi; due i «catechisti », Luigi Tacchini e Giuseppe Corti (in
seguito chiamati «fratelli coadiutori» e oggi «missionari laici»). Il 19 marzo,
passati da Torino e attraversate le Alpi ancora innevate, i nostri giungono a
Lione dove sono ospiti dei maristi, con i quali prendono gli ultimi accordi per
sostituirli nelle isole oceaniche. Col loro appoggio ottengono dalla
Propagazione della fede un sussidio straordinario di 20.000 franchi, che li
sollevano un poco dalla loro indigenza.
Poi giungono a Parigi, festeggiatissimi alle missioni estere, l’istituto che era
servito di modello per la fondazione di Milano. La visita alla «Sala dei
Martiri», dove tutto parla dei patimenti di questi eroi della fede, con numerosi
e spaventosi strumenti di tortura (in Cina, Vietnam e Corea la morte era sempre
data fra i tormenti), suscita nel cuore dei giovani ambrosiani una inquietudine
di santi entusiasmi. Rinunziando a visitare Parigi, consacrano otto giorni ad un
corso di esercizi spirituali, chiuso con un pellegrinaggio al santuario della
Beata Vergine di Montmartre, nelle cui vicinanze san Francesco Saverio aveva
fatto, con Ignazio e compagni, il voto delle missioni.
L’avventurosa traversata oceanica su «Il Tartaro» (1852)
I sette missionari ambrosiani partono da Londra per la lontana Oceania il 10 aprile e sbarcano a Sydney il 26 luglio 1852: tre mesi e mezzo di viaggio quando oggi bastano 18-20 ore di aereo! La traversata oceanica su «Il Tartaro» (vascello di 700 tonnellate) è descritta da Mazzucconi in alcune lunghissime lettere (4):
«La goletta a vela, lunga settanta passi e larga 14, ospita 130 persone e 400 animali: galline, galli, porcelletti, pecore e, per il latte, anche una giovenca. Queste povere creature diventano a poco a poco nostro cibo e bevanda: ogni giorno abbiamo cibo fresco, pane freschissimo, latte eccellente e acqua in abbondanza».
Giovanni era un poeta, un’anima sensibile con tendenza alla contemplazione. Nelle sere di bonaccia amava ritirarsi in un angolo del ponte:
«Il magnifico spettacolo del tramonto — scrive — l’immensità dell’Oceano nella sua calma, il cielo brillante, lo sfolgorante spettacolo della fosforescenza del mare... Verso sera si cominciano a vedere qua e là per tutto il mare scintille di fuoco. Tutti i punti culminanti delle acque si fanno incandescenti, e se abbassando dalla nave una corda si percuote l’acqua, gli spruzzi che si sollevano sono tante scintille lucenti. Intorno al nostro bastimento sembra ardere un fuoco incessante; il correre del bastimento lo farebbe credere trasportato su una corrente di fuoco».
Non mancano però i giorni in cui i passeggeri di quel piccolo paese
galleggiante che era «Il Tartaro» si sentono quasi dimenticati da Dio: per poco
non si sfracellano sulle rocce del Capo di Buona Speranza (circumnavigando
l’Africa); evitano a malapena, nella notte oscura, di sbattere contro una nave
molto più grande della loro; il fuoco a bordo, in una nave tutta di legno, è
domato con difficoltà; onde gigantesche sommergono il piccolo guscio...
La navicella esce da una furiosa tempesta con le ossa rotte: due alberi su tre
schiantati, un fianco squarciato, le vele ridotte a brandelli, il timone che non
governa più. Eppure, in questo infernale sconvolgimento della natura, fra le
grida terrorizzate dei passeggeri, Mazzucconi scrive:
«Io guardavo la furia del mare e mi gioiva il cuore nel pensare alla potenza
infinita del nostro Dio, che se dice una parola tutta quella furia d’acqua va in
niente e il mare si mette giù come un agnellino...
La notte poi, aggiungendo le tenebre alle grida del mare e dei marinai, rende
un’immagine ancor più forte e meglio ci aiuta a sollevarci a Dio». Giovanni se
ne sta tranquillo nella bufera e ad un confratello che gli chiede come fa ad
essere così sereno dice: «Abbiamo letto ieri che bisogna desiderare la morte per
vedere Dio: ecco che ci siamo».
Aveva solo 26 anni.
Sulla navicella, durante il lungo viaggio verso l’Australia, Mazzucconi e compagni continuano la vita come se ancora fossero a Milano: levata ad ora fissa, preghiere, celebrazione della Messa, ufficio divino in comune, ecc. Stringono amicizia con gli emigranti e si adoperano per dare vita e allegria alla mesta solitudine di quell’interminabile traversata (tre mesi e mezzo senza alcun scalo!). Mazzucconi canta, compone poesie e, come i suoi compagni, si ingegna a parlare in inglese:
«Con la lingua — scrive — si fa come si può. Qualche volta i passeggeri hanno occasione di ridere e anche questo è un bene, perché ci amano e in genere il ridere in inglese è cosa poco conosciuta».
«Il Tartaro» raggiunge Sydney il 26 luglio con tre sole vele sulle venti che aveva alla partenza e con quattro marinai mancanti perché scaraventati in mare dalla tempesta. Ma le avventure della missione d’Oceania sono appena incominciate. A Sydney i missionari di san Calocero sono ospiti della «procura» dei maristi, dove rimangono fino al 21 settembre 1852. Il padre Montrouzier è il loro maestro nello studio di usi e costumi e delle lingue di Woodlark e di Rook. Il padre francese
«ha un vocabolario di circa millecinquecento parole; ce lo detta e noi impiegheremo nello scriverlo e nello studiarlo questo mese che ci fermeremo qui per aspettare una nave che deve venire da quelle parti».
I missionari italiani fanno esercizio di inglese e visitano la città che aveva a quel tempo circa 50.000 abitanti, ricavandone una non buona impressione. Mazzucconi è colpito da un senso di tristezza sul volto della gente, che egli attribuisce alla fame di oro!
«Qui vi è grande quantità di oro che sorprende. Miniere da tutte le parti:
tutti alle miniere».
Per coltivare i campi fanno venire i cinesi: «Si rammassa gente da tutte le
parti. Si fanno venire a mille a mille i cinesi e in mezzo a tanta moltitudine,
non essendovi nessuna idea di religione, né in chi comanda, né in chi deve
obbedire, è impossibile enumerare gli enormi delitti di oppressione, di rivolta,
di tradimenti, di omicidi, di barbarie che si commettono. I giornali traboccano
di fatti di un’atrocità mostruosa. L’oro può ben qui attirare lo scolo di tutto
il mondo, ma l’ordine e la pace non vengono che da Dio e dalla virtù. Vi sono
molti tra gli inglesi stessi che cominciano a comprenderlo; e la nostra santa
religione ogni giorno fa nuovi progressi. Ma certo vi abbisognerebbero altri
operai. La messe è molta, ma i coltivatori sono pochi».
Il 21 settembre 1852 i sette missionari si mettono in viaggio con una piccola goletta francese, «La Jeune Lucie» di 114 tonnellate con due soli alberi, noleggiata apposta per quel viaggio. Il 3 ottobre toccano le isole Salomone, dove succede una scenetta che doveva essere comica: Mazzucconi vuol rivestire alcuni indigeni saliti sulla navicella completamente nudi! Giungono a Woodlark l’8 ottobre. I tre padri francesi presenti nell’isola (Frémont, Thomassin e Trapenard)
«vennero ad abbracciarci in mezzo ad un gran numero di indigeni già ben attaccati alla religione di Cristo. I volti estenuati di questi missionari ci colpirono e ci confermammo ad un tratto ciò che avevamo udito dire dei loro patimenti e della loro virtù».
A Woodlark celebrano una Messa di ringraziamento e rimangono assieme dieci giorni. Tre restano a Woodlark col francese padre Thomassin: Salerio (5), Raimondi e Tacchini; e quattro proseguono per Rook (oggi chiamata «Umboi»), dove giungono il 23 ottobre: Reina (6), Ambrosoli, Mazzucconi e Corti, con padre Frémont. I due missionari francesi rimangono con gli italiani per un anno, poi ritornano in Australia con la navicella che visita le missioni nelle due isole per portare la posta ed i rifornimenti.
Popoli che vivevano nell’età della pietra
Woodlark e Rook erano fuori del mondo. Per uomini bianchi, sia pur abituati
al sacrificio, le condizioni di vita erano impossibili: una sola volta l’anno
arrivava una nave con i rifornimenti e la posta dall’Europa (7), noleggiata dai
missionari stessi a Sydney e pagata in anticipo. A Rook, dal 23 ottobre 1852
(quando arrivano nell’isola) i missionari vedono la prima nave nell’ottobre 1853
e la seconda il 20 gennaio 1855, quando Mazzucconi parte per Sydney! Sul posto
non c’era nulla, al di fuori del povero cibo degli indigeni: radici di «taro»
macinate (ne vien fuori una farina tipo quella di mandioca), patate dolci,
banane, erbe amare, prodotti della foresta, della pesca e della caccia.
Quanto all’abitazione, mentre a Woodlark i missionari trovano già alcune case
della missione in muratura (i maristi vi si erano fermati cinque anni), a Rook
c’era un solo capannone di legno mezzo sfasciato, costruito dai maristi
nell’unico anno della loro permanenza sull’isola (1847-1848): suddiviso da
paratie di cortecce d’albero, era così mal messo che quando pioveva l’acqua
entrava dall’alto e dalle pareti, come entravano serpenti, scorpioni e altri
animaletti. Il clima costantemente caldo umido tutto l’anno, zanzare a
profusione e il cibo povero e sempre uguale portano i missionari ad uno stato di
sfinimento e di continue febbri malariche. Mazzucconi rimpiange in una lettera
le gallette di pane duro portate dall’Australia (non potevano bastare per un
anno!) che, sebbene piene di vermi, «sono il cibo più sostanzioso di cui
potevamo disporre».
Gli isolani vivevano nell’età della pietra, non conoscevano il ferro né la
ruota. Fra loro e i missionari c’era un abisso storico e culturale incolmabile:
non potevano in nessun modo intendersi. Gli indigeni erano chiusi nelle loro
isole, senza relazioni col mondo esterno, in situazioni umane di estrema miseria
e in un ambiente di terrore: guerre continue fra villaggi e famiglie, prepotere
degli stregoni e dei capi, infanticidio ed eliminazione degli anziani
improduttivi o ammalati, immoralità e crudeltà terrificanti erano costumi
quotidiani, accettati da tutti. Non c’era nemmeno l’idea che si potesse vivere
in altro modo. Il 4 dicembre 1852, p. Salerio scrive a Marinoni (8):
«È spinoso, amato superiore, il campo che il Signore ha assegnato ai suoi figli; è pieno di veleno ed è tenuto da sette demoni. Il missionario qui non gode né la fiducia, né l’amore, meno ancora il rispetto della popolazione: non è conosciuto come ministro della religione e sarebbe oggi stesso, dopo cinque anni e due mesi di missione (i missionari francesi erano sul posto dal 1847, n.d.r.), trucidato e scacciato, se non offrisse qualche speranza di materiale interesse ai naturali... La prego a disimpegnarmi anche solo dall’accennare gli innumerevoli disordini a cui li trascina la moda, la legge, l’esempio e le abitudini. Il demonio ha quivi un trono dispotico».
Secondo Salerio che li ha studiati, i woodlarkesi avevano alcuni buoni
costumi e doni naturali (ospitalità, pulizia delle capanne, il saluto, il
rispetto per gli anziani e le donne, senso artistico, orecchio musicale), ma il
loro livello morale era estremamente basso: abuso sfrenato del sesso, poligamia,
infanticidio, guerre continue, abitudine alla crudeltà contro i nemici e i
prigionieri, cannibalismo dopo i combattimenti, ecc. Gli stregoni, dotati di
autorità sugli spiriti, avevano un potere assoluto: qualsiasi loro ordine era
eseguito.
Salerio afferma che l’iniziazione è «una scuola d’infamia, distruttiva di ogni
principio delle massime da noi diffuse» e aggiunge: «Bisogna lasciare ai
filosofi l’esaltare queste bellezze della natura» (9), ricordando che il peccato
e la tendenza al male sono in ogni uomo e cita quanto San Paolo diceva dei
pagani del suo tempo (Romani, I, 26-32).
Il padre Ennio Mantovani, missionario del Divin Verbo, nel 1980 direttore del «Melanesian
Anthropological Institute» di Goroka in Papua Nuova Guinea (oggi direttore
dell’«Anthropos Institut» in Germania), mi diceva (10):
«All’inizio ero entusiasta della vita comunitaria degli indigeni: tutti sono
a servizio di tutti. Mi pareva una cosa ottima. Poi invece, studiando a fondo la
loro vita, ho visto come la comunità copre l’egoismo personale e collettivo: non
è un servizio ai più deboli, ma la somma degli egoismi dei più forti. Non c’è
quindi, anche se a prima vista può apparire il contrario, il concetto
cristiano-evangelico di comunità...
I membri della comunità si dividono in chi può e in chi non può aiutare la
comunità stessa (col lavoro, la guerra, ecc.). I primi sono protetti, i secondi
eliminati. Il ‘‘bigman’’ («uomo grande»), se è utile alla comunità, può anche
prendere due o tre donne, abusare del suo potere, ammazzare se vuole. I malati
cronici, i vecchi, gli handicappati, una volta erano uccisi; oggi succede ancora
che si uccide chi si ribella alla comunità, ai costumi, all’autorità del capo.
La comunità non si identifica con tutto il popolo, ma con quelli che hanno più
potere, che sono utili alla comunità. La vita non conta nulla, la singola
persona non ha valore».
Perché la missione nelle isole è fallita
Nelle isole i missionari conducono una vita normale come in Italia, con
orario che comprendeva lavoro, preghiera, studio, visita ai villaggi e alle
famiglie dei locali. Speravano di introdurre gli indigeni, con l’esempio, ad un
grado di civiltà più evoluto, più umano: lavorano i campi, coltivano verdure
(carote, cipolle, pomodori, ecc.) e cereali mai visti (mais, grano, fagioli,
fave), fanno una fornace per i mattoni e la calce (usando le conchiglie),
costruiscono in muratura, segano il legno, canalizzano l’acqua di fonte ai
villaggi. Ma non riescono a far accettare nulla di nuovo: i locali nemmeno
mangiano gli aranci, i limoni e le noci di cocco che la foresta produce in
abbondanza.
Mazzucconi racconta un esempio che può sembrare incredibile. All’inizio della
sua permanenza a Rook, essendo andato in foresta con alcuni ragazzi, vede degli
alberi di aranci con dei frutti maturi. Fa per prenderne uno, ma i ragazzi
gridano: «Non mangiarne perché muori!». Giovanni ne prende alcuni, li porta a
casa, li aprono, li annusano, li assaggiano: non c’è dubbio, sono proprio
aranci! Ne raccolgono in quantità, ne mangiano, sono frutti provvidenziali, data
la mancanza di vitamine del cibo locale: ma non riescono mai, pur insistendo, a
convincere gli indigeni a cibarsene: secondo la tradizione sono avvelenati.
Il rispetto della tradizione è assoluto, come il rifiuto di ogni novità. I
missionari falliscono nell’insegnare ai locali di far bollire l’acqua prima di
berla e altri elementari principi di igiene; anche facendo loro gustare i
prodotti della terra da essi coltivata, non li convincono a fare altrettanto,
diventando almeno un poco agricoltori.
L’unico dono dei missionari che viene ricevuto e usato dai locali è il ferro: il
passaggio dall’ascia di pietra alla scure per tagliare il legno, dai coralli
affilati al coltello; l’uso di pentole e di altri oggetti di prima necessità
convince anche i capi e gli stregoni, custodi della tradizione. I missionari
stessi sono chiamati «uomini del ferro» e scrivono in varie lettere che i locali
li sopportano perché sperano che le navi attese porteranno altri oggetti di
ferro.
Nella breve permanenza sulle isole, i «caloceriani» si danno allo studio e
cercano in ogni modo di imparare le lingue locali vivendo con la gente,
specialmente i ragazzi: a Rook, con circa 6.000 abitanti, vi erano tre tribù con
lingue totalmente diverse, mentre a Woodlark la lingua era unica.
Si distinguono il p. Carlo Salerio, superiore della missione di Woodlark, che
impara la lingua locale e produce «Ragguagli sugli usi e costumi del popolo
woodlarkese», usato per due «memorie scientifiche» pubblicate dall’«Accademia
fisio-medico-statistica» di Milano nel 1861 (11); e il p. Paolo Reina superiore
a Rook, che compone e pubblica uno studio: «Notizie sopra Rook», pubblicato in
Germania da una rivista scientifica.
P. Salerio porta a Milano una ricca raccolta di oggetti etnografici in 185 pezzi
(alcuni in due esemplari): utensili domestici, strumenti di lavoro e di caccia e
pesca, armi, abiti, ornamenti, saggi di arte e di artigianato, strumenti
musicali, dipinti, ecc. Nasce quello che oggi è il museo del Pime in via Mosè
Bianchi a Milano. Purtroppo questa preziosa collezione che a quel tempo aveva
suscitato grande attenzione, venne donata dai missionari al museo civico di
Milano per essere meglio esposta e studiata. Andò totalmente distrutta nei
bombardamenti aerei dell’agosto 1943 su Milano. Una parte di questi oggetti
(quelli doppi) si è salvata e si trova al museo Pigorini a Roma (12).
L’orizzonte di quelle popolazioni era limitato alla sopravvivenza, non avevano
alcuna possibilità di conoscere e concepire un mondo diverso dal loro: vivendo a
un grado così basso di vita e di cultura non erano nelle condizioni di accettare
o anche solo capire il messaggio di amore portato dai missionari. I maristi
avevano tentato due vie di evangelizzazione: in modo diretto a Woodlark
(raccontando la storia sacra ai ragazzi, insegnando il catechismo, con cerimonie
religiose, ecc.) e indiretto a Rook: presentandosi come sacerdoti, ma senza
insegnare e senza funzioni pubbliche, per suscitare interesse con il senso del
mistero. Ambedue i metodi fallirono: gli indigeni erano ancora troppo lontani,
come mentalità e interessi, dal discorso cristiano. In una lettera molto
interessante del 12 maggio 1855, mentre era a Sydney, Mazzucconi scrive (13) che
«questi popoli sono, al presente, in uno stato proprio assai basso. Dalle
nozioni esatte che ricevetti conversando con missionari che furono al centro
(dell’Oceania, n.d.r.) o alla Nuova Zelanda, dovetti persuadermi che sotto quasi
tutti i rapporti le nostre isole sono immensamente più indietro che non le
altre. Vi è un punto di degradazione da cui gli uomini (eccetto un miracolo) si
rialzano più per l’opera del tempo e pel frequente contatto con molti, che alla
voce attenta di pochi. Affinché la parola del sacerdote produca qualche effetto,
umanamente parlando, bisogna che il sacerdote abbia qualche autorità sui
naturali; ma per avere questo poco di autorità bisogna che i naturali comincino
almeno a comprendere che i bianchi sono uomini anch’essi e che possono avere
almeno tanta scienza quanta ne hanno i neri.
Ora, questa idea nei nostri popoli non vi è ancora, mentre la si trova in tutte
le isole ove le navi europee approdarono con qualche frequenza. Il commercio
degli europei (dovrei dirlo piangendo) è una scuola, una scuola di ferro, di
vessazioni e di sangue, ma pure è una scuola; e il Signore che nella sua bontà
ordina al bene fin le ruine del peccato, se ne serve per colpire e scuotere
animi che difficilmente si lascerebbero smuovere dalla sola parola benevola ed
inerme. Forse sarebbe meglio lasciare che passino prima per questa scuola, poi
evangelizzarli; allora l’amore sarebbe conosciuto. Quanto poi a tutte le estreme
nefandezze della corruzione, i selvaggi nostri, purtroppo, non possono imparare
più nulla dall’europeo: si sa tutto, si fa tutto, fin da fanciulli».
I quattro periodi della missione a Woodlark (1847-1855)
Fra le due isole avvicinate dai caloceriani, quella di Woodlark ha avuto una più lunga e significativa presenza di missionari. Ecco in breve una sintesi cronologica.
1) Accoglienza calorosa e istruzione religiosa (1847-1849).
L’isola di Woodlark, lontana da ogni rotta marittima, è scoperta nel 1832 (il
nome viene dalla nave che l’ha scoperta). I maristi vi sbarcano nel 1847: sono i
primi bianchi con i quali gli indigeni hanno rapporti. Li accolgono
calorosamente, i bambini vengono alle preghiere e al catechismo. All’inizio i
missionari ne sono entusiasti. Si inizia un discorso religioso e il catechismo,
con dubbi risultati. I maristi danno 132 battesimi, ma i nuovi cristiani non
possono perseverare. Mandano anche ragazzi a Sydney, ma non resistono in un
ambiente così radicalmente diverso.
2) Disprezzo e odio verso i missionari (1849-1852).
La rottura tra indigeni e missionari avviene quando questi tentano di creare una
mentalità nuova e condannano l’uccisione dei gemelli, degli handicappati e degli
anziani non più produttivi, il cannibalismo, la sfrenata licenziosità sessuale
nelle feste, il potere assoluto dei capi villaggio che mettevano a morte chi
dava in qualunque modo fastidio, l’abitudine alla guerra fra villaggi per futili
motivi, le crudeltà sui prigionieri di guerra, ecc.
Le genti di Woodlark, sobillate da capi e stregoni, resistono alla proposta di
un modello di vita più umano. Anche quelli che all’inizio si erano mostrati
disponibili al cambiamento, a poco a poco vengono riassorbiti dalla solidarietà
di villaggio.
I missionari rimproverano gli indigeni per le immoralità e le guerre e quelli si
ribellano. Comandano i capi e gli stregoni: dalla cordialità si passa al
disprezzo e poi all’odio. Nel 1850 una terribile carestia, poi una pestilenza e
la morte improvvisa di due giovani durante una danza condannata dai missionari:
le disgrazie sono attribuite all’influsso negativo dei missionari e ai loro
rimproveri. Minacce di un massacro generale. I maristi comunicano a Propaganda
di rinunziare alla prefettura apostolica.
3) Impegno di carità e di promozione umana (1852-1853).
L’8 ottobre 1852 i missionari di Milano arrivano sull’isola di Woodlark: per un
anno (fino all’ottobre 1853) rimane con loro il marista p. Thomassin. Woodlark
era in una situazione migliore di Rook, riguardo agli indigeni. I missionari
ambrosiani usano un’altra tattica: non più rimproveri e accuse, ma opere di
carità e di promozione umana: cura dei malati, pacificazione dei villaggi
(l’unico vero successo) (14), studio delle lingue e culture locali, introduzione
di nuove colture agricole (pomodori, cipolle, grano, mais), dono del ferro e
della ruota (ignoravano anche questa). A Rook ed a Woodlark impiantano un forno
per produrre la calce e i mattoni e costruiscono case più sane delle capanne di
frasche; danno cibo durante i periodi di carestia e medicine, ecc. Gli indigeni
apprezzano soprattutto il ferro (scuri, aghi, seghe, vanghe, pentole): per
tagliare usavano pietre affilate, nelle lotte tra villaggi mazze di pietra e di
corallo.
Nel 1853 carestia, malattie epidemiche e guerre devastano Woodlark. I missionari
danno tutto quello che hanno, si sacrificano visitando i villaggi, curando
malati e feriti. Ma i locali si allontanano sempre più. Quando i tre missionari
sono ammalati gravi e chiedono cibo, nessuno glie ne dà, nemmeno le famiglie più
vicine e amiche: stregoni e capi lo proibivano.
4) Persecuzione aperta e piani di sterminio (1853-1855).
I caloceriani cambiano tattica: non più doni e aiuti né giochi con i fanciulli,
non più visite ai villaggi né contatti con gli indigeni (se non quelli
strettamente necessari e con persone selezionate). Vivono come se gli isolani
non ci fossero.
Nell’ottobre 1853 incominciano a costruire un villaggetto cristiano su posizione
elevata, con una loro nuova casa e una nuova cappella: selezionano alcune
famiglie e le portano a vivere con sé. Consacrano la chiesa all’Immacolata
Concezione l’8 dicembre 1853 (un anno prima che il dogma venisse proclamato da
Pio IX). Tre famiglie sono ammesse nel villaggio, che è aperto anche agli
indigeni dei villaggi vicini per feste, manifestazioni, cibo per tutti, discorsi
nelle notti di luna secondo l’uso locale.
Ma a poco a poco le pressioni esterne allontanano le tre famiglie. Quando gli
indigeni capiscono che i missionari non danno più ferro né altri doni,
incominciano insulti, minacce, furti, incendi notturni ai raccolti. Infine
tentano di uccidere il capo missione di Woodlark, p. Carlo Salerio. I missionari
toccano con mano il fallimento della loro missione. Hanno notizia di un piano
dei capi per ammazzarli tutti quando arriverà la prossima nave.
Il 17 giugno 1855 giungono da Rook a Woodlark, con la goletta che aveva portato
i rifornimenti e la posta, il prefetto apostolico Reina con Ambrosoli. I due
scendono con i confratelli e la navicella rimane al largo della baia di Guazup
in attesa: i missionari discutono, pregano e decidono di partire tutti perché la
situazione è pericolosa, Vogliono fermare Mazzucconi che dall’Australia stava
tornando indietro, guarito; e si propongono di tentare la missione in isole più
evolute. L’8 luglio si imbarcano, ma rimangono ancora dieci giorni nella baia di
Guazup in attesa di venti propizi: fanno a tempo a vedere i villaggi che si
combattono e bruciano, poi distruggono la missione.
Il beato Giovanni Mazzucconi, primo martire dell’Istituto
Torniamo a Mazzucconi: sempre febbricitante, parte da Rook per tornare a
Sydney nel gennaio 1855, ma vi arriva il 19 aprile, dopo un lungo giro per varie
isole. Intanto a Rook il fratello Giuseppe Corti muore di febbre il 17 marzo
1855. I due superstiti di Rook (Reina e Ambrosoli) si ritirano con gli altri a
Woodlark e partono assieme per Sidney il 17 luglio 1855. Arrivano a Sydney il 23
agosto 1855, cinque giorni dopo che Mazzucconi è già partito (18 agosto),
noleggiando una piccola goletta («La Gazelle») per portare posta e rifornimenti
a Woodlark e poi a Rook e fermarsi nella sua missione (non sapeva nulla della
decisione dei compagni di ritornare tutti a Sydney).
Così all’inizio del settembre 1855, «La Gazelle» giunge nella baia di Guazup a
Woodlark, dove sorgeva la missione. Urta contro gli scogli della barriera
corallina e non può più muoversi. Gli indigeni prendono d’assalto la navicella e
uccidono il missionario con tutto l’equipaggio. Il capo Avicoar cala la scure
(dono dei missionari!) sulla testa di Giovanni, che gli tende la mano in un
gesto di saluto.
Queste notizie vengono date, otto mesi dopo il fatto, dall’indigeno Puarer,
amico dei missionari, al p. Timoleone Raimondi (in seguito vescovo di Hong Kong)
che, noleggiata «La Favorite», parte il 14 aprile 1856 alla ricerca di Giovanni
(15). Giunge il 5 maggio nella baia di Guazup e vede subito «La Gazelle» riversa
su un fianco, incagliata nella barriera corallina.
Gli indigeni vengono con barche e circondano la nave, che essendo più alta e non
incagliata come «La Gazelle» non può essere assaltata. Raimondi è salutato: dal
ponte, chiede cosa è successo a Mazzucconi. I locali raccontano frottole: è
nell’altra parte dell’isola, è andato in barca con i marinai a Rook, è ammalato,
ecc. Ci vogliono alcuni giorni per sapere la verità. Raimondi distribuisce doni,
chiama a bordo alcuni che conosceva bene, anche catecumeni: Mariash (con nome
cristiano, che abitava nel villaggio dei missionari) racconta anche lui storie.
Dopo Mariash, Raimondi prende a bordo Taionau, lo conduce in cabina, gli
promette regali, ma anche lui non parla. Un terzo, Nit, dice al capitano di
portare «La Favorite» vicino al villaggio di Guazup e scendere a terra: ci sono
molte cose di «La Gazelle» e di Mazzucconi che devono consegnare. Ma è una
trappola: se i marinai scendono a terra è evidente che vengono uccisi. Il
capitano dice agli indigeni di andare loro nel villaggio con le piroghe e
portare quello che hanno da restituire; ma ritornano con un po’ di denaro e
nient’altro. Raimondi chiede se hanno dei libri, ma quelli rispondono di no
(cercava il diario di Mazzucconi).
Finalmente, fra i molti che vengono in barca vicino alla «Favorite», Raimondi
scorge Puarer, amico dei missionari. Riesce a portarlo nella sua cabina. Appena
soli, Puarer dice: «Furono uccisi tutti» e racconta cos’è successo, con i nomi
di coloro che avevano massacrato il missionario, ben conosciuti da Raimondi.
Testimone unico e credibile, Puarer così racconta il fatto del martirio.
Quando «La Gazelle» si incaglia sui coralli dell’isoletta di Reu nella baia
di Guazup, quattro indigeni su una piroga vengono vicino, ricevono in regalo
alcune stoffe e ritornano a terra, portando la notizia che la goletta non può
muoversi, è prigioniera degli scogli. Il capo Orighiamai propone di ucciderli
tutti e gli anziani acconsentono, anche se Puarer tenta di dissuaderli.
Poco dopo gli indigeni partono in buon numero dai villaggi della baia: Amanot,
Guazup, Darraquadi, Uatatol. Giunti vicino a «La Gazelle» e circondatala, si
mettono a parlare col capitano e i marinai, compassionandoli della loro sventura
e offrendo loro aiuto. Il capo della spedizione, Avicoar, sebbene il capitano
cerchi di impedirlo picchiandolo con una grossa corda, balza sulla nave subito
seguito da altri che saltano da ogni parte. Il capitano ed i marinai cercano di
opporsi, ma la navicella è piegata su un fianco ed è alta meno di un metro
dall’acqua.
Avicoar, trascurando il capitano che l’aveva colpito, si dirige verso Mazzucconi
che gli stende la mano in segno di saluto. Ma il capo, estratta la scure dalla
cintola, l’abbatte rapidamente sulla testa del missionario, che cade col cranio
fracassato, tra fiotti di sangue. È il segnale concordato per il massacro
generale. Il capitano ed i marinai si difendono con sbarre di ferro, ma sono
rapidamente sopraffatti e finiti con le scuri e le mazze. Padroni della goletta,
gli indigeni la saccheggiano.
Fatta la confessione, Puarer chiede al missionario di seguirlo a Sydney, per
timore di essere lui pure ucciso. Non torna nemmeno a terra per salutare i
parenti. È l’unico convertito, battezzato poi da Raimondi col nome di Giovanni e
lo segue dall’Australia al
Borneo e ad Hong Kong. In tre anni a Woodlark, i missionari avevano dato un
unico battesimo alla figlia del capo Pakò (18 mesi), affezionata ai missionari,
poco prima che morisse.
Il mattino seguente, 6 maggio 1856, «La Favorite» toglie l’ancora e si dirige
verso «La Gazelle» riversa sugli scogli con l’intenzione di esaminare il
relitto. Gli indigeni, sulle canoe, sugli scogli e sulle spiagge vicine, sono
tutti all’erta: vogliono sorprendere
Raimondi e gli altri quando con la barchetta di bordo si dirigeranno verso la
navicella di Mazzucconi, per attaccarli in mare. La situazione diventa
pericolosa. Il capitano ordina di sparare due colpi col cannoncino di bordo, ma
le polveri umide non prendono fuoco. Anche i fucili fanno cilecca. «La Favorite»
non può far altro che ritornare a Sydney.
Tornata la nave in Australia il 13 giugno 1856, la notizia del massacro è
diffusa dai giornali: molti protestano, i parenti dei marinai de «La Gazelle»
chiedono una punizione per gli indigeni di Woodlark. Raimondi viene convocato
dal segretario del governo della colonia, ma si rifiuta di accompagnare una nave
che vada a punire gli isolani: i missionari perdonano e pregano per gli
uccisori, non vogliono nessuna vendetta. Il governo manda una nave militare che
bombarda i villaggi attorno alla baia di Guazup, tornando a Sydney il 16
settembre 1856, un anno dopo il martirio.
L’isola poi viene abbandonata fino al 1890, quando gli indigeni ricordano i
maristi, ma si rifiutano di parlare dei missionari italiani. Nel 1902, un
missionario del Sacro Cuore che visita l’isola trova un vecchio di 70 anni che
dice di essere stato testimone del martirio di Mazzucconi, ma quando si accorge
che il missionario sta indagando sul fatto, scappa e non si fa più vedere.
L’omertà iniziale continua anche dopo 50 anni! Nel 1980, il Pime è invitato a
ritornare su quelle isole: riprende la missione della Melanesia anche a Woodlark
(vedi capitolo XXIII).
La prima missione: gratuità, generosità e martirio
Non si può negare, nella scelta dell’Oceania, una certa ingenuità e
romanticismo: i primi missionari prendevano alla lettera le parole di Gesù: «...fino
agli ultimi confini della terra» (Att. 1, 8). Questa scelta di fede, ai limiti
del buon senso, ha segnato la storia dell’Istituto in modo più alto e nobile che
quello di un entusiasmo ingenuo e romantico: ha sempre indicato dedizione totale
alla causa missionaria, predilezione per i popoli più difficili e abbandonati,
la missione intesa soprattutto come «primo annunzio di Cristo» e fondazione
della Chiesa dove ancora non esiste.
Uno degli aspetti più toccanti dell’esperienza oceanica di questi missionari è
la gratuità e il fallimento umano della loro missione: giudicata con la logica
del nostro mondo efficientista, è del tutto fallimentare. I missionari vivono a
Rook ed a Woodlark poco meno di tre anni sempre ammalati di febbri, fra
popolazioni dell’età della pietra che non li capiscono, li sfruttano, li
deridono e li minacciano! In una lettera Mazzucconi scrive: «I successi sono
nelle mani di Dio e i momenti della grazia bisogna saperli aspettare con
serenità e pazienza».
Missione non solo fallimentare, ma conclusa col sangue del martire Giovanni
Mazzucconi (beatificato da Giovanni Paolo II il 19 febbraio 1984). Un secolo e
mezzo fa, vocazione missionaria e vocazione al martirio quasi si identificavano:
tanti i missionari martiri in tutti i continenti! Mazzucconi, come i suoi
compagni, cresciuti in un clima di donazione totale alle missioni, concepivano
il martirio come la fine naturale di una vita già tutta spesa per la diffusione
della fede fra i non cristiani.
L’attualità di un missionario martire come Mazzucconi, che non ha convertito
nessuno, non ha costruito né fondato nulla, è questa: di richiamare con forza
l’essenziale della missione, la fede e l’amore di Dio e del prossimo, fino a
donare la propria vita.
Tutto il resto è importante, ma secondario.
NOTE
[1]
I documenti originali di questa travagliata ricerca della prima missione si trovano, oltre che nell’Archivio generale dell’Istituto, in «Inizi del Seminario lombardo per le missioni estere, Documenti d’archivio, vol. I (1849-1850), vol. II (1851), vol. III (1852-1854)», Ufficio storico del Pime, Roma 1995, per complessive 641 pagine (i volumi contengono tutti i documenti della fondazione trascritti al computer, a cura dell’Ufficio storico del Pime). Le citazioni sulla missione d’Oceania nel vol. I, pagg. 168-171, 175-176, 181; vol. II, pagg. 104-105, 306-308, 315, 366-367. Si veda pure la «Positio» per la causa di canonizzazione del beato Giovanni Mazzucconi, scritta da p. Carlo Suigo, Roma 1969, pagg. 677.