PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

XX - Giappone: la missione del futuro? (1950)

Due missioni: Kofu al nord e Saga al sud (1952)
«Il Giappone missione-guida per il futuro»
«Annunziare Cristo con le canzoni napoletane
«Apostolato fotografico» in Giappone
Il tentativo del «Gruppo Tokyo» (1973-1975)
L'impegno della Joc fra i giovani lavoratori (1977-1989)
L'unico missionario laureato nell'università shinto
La Chiesa giapponese in dialogo con le altre religioni
Missionari nella stampa e negli audiovisivi
Fra i nippo-brasiliani e i «terzomondiali» (1994)
Inseriti nella Chiesa locale per renderla missionaria
Quale «primo annunzio» ai non cristiani?
Quale futuro per il Pime in Giappone?
 

XX

GIAPPONE: LA MISSIONE DEL FUTURO?
(1950)

Dopo il 1945 il Giappone, sconfitto e umiliato dalla prima occupazione militare straniera (americana) della sua storia, sembrava orientarsi alla cultura e religione occidentale, il cristianesimo. L’imperatore «Tenno» (presenza attuale della divinità e degli antenati) e la dea Amaterasu (a cui risalgono le origini mitiche del Giappone) non avevano protetto il popolo giapponese. I bianchi venuti dall’occidente erano più forti, più avanzati, più organizzati: avevano vinto la guerra e sganciato sul paese le due prime bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945).
Per la seconda volta in un secolo gli Stati Uniti impongono al Giappone una svolta che lo orienta verso l’occidente. La prima nel 1853, quando l’ammiraglio americano Matthew C. Perry si presenta con una squadra navale militare di fronte alla città di Kurihama, latore di una lettera del presidente americano che chiede all’imperatore giapponese di aprire porti e consolati all’America e al suo commercio. Il «Paese del Sol Levante» si risveglia dal suo isolamento e sonno secolare, si apre agli influssi stranieri, arrivano diplomatici, insegnanti, tecnici, commercianti, turisti... e missionari. All’America seguono vari paesi europei che avevano già tentato di penetrare in Giappone ma ne erano stati respinti. L’imperatore Mutsuhito (dinastia Meiji, 1868- 1912) abolisce la struttura feudale del paese e nel 1889 promulga la Costituzione dando un volto moderno al Giappone: importa scienze e tecniche occidentali, manda molti giovani a studiare in occidente, adotta la scuola, la filosofia e i codici di leggi vigenti in Europa. Il Giappone si modernizza e si occidentalizza, è la prima nazione asiatica a diventare una potenza industriale e militare.
Poi prevale il nazionalismo militare e la forza economico-industriale giapponese è usata per dominare l’Asia attraverso varie tappe: la guerra vinta con la Cina che cede Formosa al Giappone (1895), quella vinta con la Russia (1904-1905) che cede il protettorato sulla Manciuria, la conquista della Corea (1910), la guerra con la Cina nazionalista (1937) e l’occupazione di alcune regioni cinesi; infine, la seconda guerra mondiale che il Giappone inizia a Pearl Harbor nelle Hawaii, distruggendo parte della flotta americana (8 dicembre 1941), e continua con l’invasione di numerosi paesi in Asia e Oceania.
Il 15 agosto 1945 l’imperatore Hirohito in un messaggio radio annunzia al suo popolo la resa senza condizioni. I giapponesi lo ascoltano con sollievo o con incredulità e disperazione. L’imperatore-dio diventa un semplice mortale, crolla la fede nello shintoismo come religione di stato.
Dopo la seconda guerra mondiale, gli americani occupano militarmente il paese (dal 1945 al 1952), aboliscono le forze armate, fanno riscrivere la Costituzione sul modello di quella americana, nelle scuole si studia l’inglese, cinema e mode americani invadono il Giappone. Tutta la struttura sociale, basata su alcune certezze: imperatore incarnazione della divinità per il Giappone, patria fondata sul nazionalismo e il militarismo, stato che domina in modo assoluto sui cittadini, viene spazzata via dalla nuova Costituzione basata sulla libertà, la democrazia e lo stato laico. Nasce un interesse nuovo per il cristianesimo, la religione dei vincitori.

«La guerra aveva distrutto il Giappone, sia materialmente che moralmente — afferma p. Francesco Sardei, uno dei primi due missionari del Pime in Giappone nel novembre 1950 (1). — Con la sconfitta, i giapponesi avevano perso la fiducia in se stessi. E, siccome la religione dei vincitori era il cristianesimo, realisticamente  nella loro mentalità pensarono che il Dio cristiano doveva essere più forte dei loro dei. Di qui l’attrattiva verso il cristianesimo, in cerca di conforto spirituale e di aiuto materiale. Il forte flusso verso la Chiesa cattolica e le altre Chiese portò molti battesimi e richiamò nuove forze missionarie».

 In Europa si diffonde la voce che il Giappone sta diventando cristiano. Pio XII vede «una nuova alba cristiana che nasce sul Giappone» e la stampa cattolica fa eco magnificando alcuni fatti di non eccessiva importanza: il successo di scuole e asili cattolici, le vendite record del Vangelo e di libri cristiani, la conversione di alcune personalità come il principe Asaka, cugino dell’imperatore, che riceve il battesimo con tutta la sua famiglia il 1o novembre 1951. Per i missionari e i loro istituti «è scoccata l’ora del Giappone»: dal 1946 al 1949 ben 753 missionari cattolici arrivano nel paese (401 sacerdoti e fratelli, 352 suore).

Due missioni: Kofu al nord e Saga al sud (1952)

Nel 1950 il Pime non sa ancora dove mandare i suoi missionari  in Asia. La Cina è chiusa; per Hong Kong si teme una non lontana invasione maoista; la Birmania è tormentata dalla guerriglia separatista e filo-maoista; in India si ostacola l’entrata di missionari stranieri; il Bengala (allora Pakistan orientale) è in fragile equilibrio per il continuo pericolo di guerra con l’India.
Dopo il 1946-1947 l’Istituto è andato negli Stati Uniti, in Brasile e in Guinea-Bissau. Ma occorre riprendere la via dell’oriente. Nella primavera 1950 i vescovi di Osaka e Fukuoka si presentano a Milano a chiedere missionari e il vescovo di Yokohama manda urgenti appelli. Padre Nicola Maestrini, missionario ad Hong Kong, viene mandato in Giappone: dopo aver girato per mesi e preso contatto con vescovi e superiori religiosi, il 1o luglio 1950 manda il suo rapporto alla direzione generale, che decide di accettare gli inviti dei vescovi di Yokohama (presso Tokyo) e di Fukuoka (nell’estremo sud del paese, isola di Kyushu). Due missioni distanti 1.200 chilometri l’una dall’altra (2):

«Siamo andati in due aree nelle quali c’era tutto da fare. Cominciare da zero è sempre stato un debole (o un forte?) dei nostri missionari».

Nell’ottobre seguente p. Maestrini è ancora in Giappone per concordare con i vescovi l’invio dei missionari. I primi due sono i padri Francesco Sardei e Nazareno Rocchi, provenienti dalla Cina, dove avevano studiato per tre anni il cinese (ad Hankow) senza mai poter raggiungere la loro missione di Nanyang. Il 9 dicembre 1950 il p. Maestrini li accoglie all’aeroporto di Haneda (Tokyo) e li porta presso i salesiani a Tokyo, dove studiano il giapponese e si accorgono subito di quanto è radicalmente diverso dal cinese! Maestrini riparte per gli Stati Uniti, fra l’altro con l’incarico di trovare fondi per acquistare la casa del Pime a Tokyo (vedi cap. XIV).
Intanto, il 27 novembre, la direzione generale nomina superiore della missione in Giappone padre Giuseppe Lombardi, con 25 anni di Cina alle spalle, che giunge in aereo a Tokyo il 5 marzo 1951 e cerca subito una casa per l’Istituto. Pochi giorni dopo il suo arrivo, i padri irlandesi di s. Colombano gli propongono di acquistare, per una cifra irrisoria, la loro casa nel quartiere centrale di Shibuya, piccola ma sufficiente come sede regionale e di studio per i primi missionari. Il 19 aprile 1951 vi entrano Lombardi, Rocchi e Sardei, con gli ultimi arrivati, Vincenzo Sbriglio, Severino Svanoni e Allegrino Allegrini, sbarcati a Tokyo l’11 aprile (erano partiti da Genova il 19 febbraio).
Il 16 gennaio 1952 giungono altri missionari: Pio Oggioni, Michele Lucci, Giorgio Châtel, Placido Salvi, Cesare Gentili, Luigi Muratori, Virginio Cerizza e fratel Antonio Testori (un mese dopo anche p. Giuseppe Romiti): i primi cinque ancora espulsi dalla Cina, per il pregiudizio che chi aveva affrontato la lingua cinese fosse favorito nell’imparare il giapponese. In realtà non è così e le difficoltà riguardo alla lingua incontrate dai missionari «anziani» (sopra i 40 anni) si sono rivelate molto gravi ed a volte insuperabili 3. Così, in meno di due anni il Pime ha in Giappone 14 padri e un fratello e la casa regionale di Shibuya si rivela assolutamente troppo piccola.
All’inizio del 1952 i missionari partono da Tokyo per le due missioni assunte dall’Istituto: arrivano a Saga (a sud, diocesi di Fukuoka) il 14 febbraio ed a Kofu (nel nord, diocesi di Yamanashi) il 18 marzo. Trovano due residenze al sud: Saga e Karatsu, con 511 cattolici e 53 catecumeni su circa un milione di abitanti; una a Kofu (capitale della provincia di Yamanashi) con 604 cattolici e 100 catecumeni su un milione di abitanti. Situazioni simili: zone rurali fra le più povere del Giappone, dove i missionari del Pime si impegnano a riprendere le missioni già fondate ma negli ultimi tempi quasi abbandonate.

«Il Giappone missione-guida per il futuro»

L’inizio non è mai facile. Il Giappone, oltre alla difficoltà della lingua, presentava per i missionari stranieri una barriera culturale e religiosa compatta, che li faceva sentire inutili o almeno superflui. Padre Fedele Giannini, giunto in Giappone nel 1954, afferma ricordando i suoi primi anni (4):

«La mia prima impressione fu una vera doccia fredda: non ero ‘‘atteso’’ da nessuno, non contavo niente o ben poco. La mia venuta non era stata richiesta né desiderata da nessuno (eccetto che da me). I missionari che erano sul posto da anni mi consigliarono di fare gli studi con calma: per i cristiani che c’erano bastavano già i preti del posto e quanto ai non cristiani c’era poco da illudersi, non avevano nessuna voglia di convertirsi... Questa doccia fredda iniziale mi ha indotto ad essere prudente e umile nell’accostare le persone e la società giapponese. Qui il cristianesimo non potrà mai imporsi per le opere sociali grandiose che compie in Africa o nelle nazioni in via di sviluppo, ma solo per la testimonianza di chi annunzia il Vangelo: una testimonianza pura e spoglia, non sostenuta da alcun fattore sociologico come possono essere l’aiuto contro la povertà e la miseria.
Io penso che la situazione dei missionari nel Giappone d’oggi sarà quella di domani per i missionari di tutte le nazioni oggi in via di sviluppo, quando queste saranno trasformate dall’industria, dalla tecnica e dalla secolarizzazione, con la conseguente crisi del sacro. In questo senso giudico il Giappone come la missione- uida, d’avanguardia, quella che indica la via per il domani: non solo, ma che aiuterà la Chiesa a spogliarsi di parecchi orpelli storici e da quell’apparato di ‘‘potenza e rispettabilità’’ che, se la pone all’altezza di molte potenti istituzioni umane, tuttavia col Vangelo non ha niente a che fare... Credo che, tutto sommato, lo scarso entusiasmo del Giappone per i missionari e il loro messaggio, sia un fattore provvidenziale che segnerà un processo di purificazione per tutta la Chiesa».

Nel 1953 il vicario generale del Pime padre Augusto Lombardi visita il Giappone (18 aprile — 28 maggio) e la direzione generale erige la regione Giappone (14 dicembre 1953), dando autonomia al gruppo di 14 missionari che prima dipendevano dal superiore regionale di Hong Kong. Il primo regionale del Giappone è p. Francesco Sardei, mentre p. Giuseppe Lombardi è richiamato in Italia come rettore della chiesa del Pime a Milano.
Fino alla fine degli anni sessanta, i missionari del Pime si preoccupano di fondare nuove parrocchie con relativa  chiesa e asilo (5). Il problema fondamentale della Chiesa (circa 200.000 cattolici), era di acquistare visibilità nella massa di 80-85 milioni di giapponesi; quindi di iniziare piccole comunità cristiane in nuove città e regioni. Nel primo decennio (19521962), i missionari del Pime nell'isola di Kyushu (al sud del paese) fondano parrocchie in tutte le sette città della provincia di Saga (6), oltre alle due (Saga e Karatsu) ereditate dai missionari di Parigi: Tosu (1954), Imari (1955), Kashima (1956), Takeo (1958), Taku (1962). 
Nel nord (missione di Kofu, distretto di Yamanashi), il primo decennio può essere definito «il periodo della conquista», cioè l’inizio della presenza cristiana in varie città: la prima chiesa a Fuji-Yoshida (1953), la seconda a Shirane (1953, distrutta da un incendio e non più ricostruita), la terza a Nirasaki (1956); poi le nuove chiese a Fuji-Yoshida (1958) e ad Enzan (1961).

«Quanto abbiamo realizzato nei primi vent'anni a vantaggio delle due diocesi di Fukuoka e Yamanashi ha dello straordinario, se si pensa che i soli mezzi di cui disponevamo furono il massimo risparmio sul sussidio della Propagazione della fede dato per il sostentamento dei missionari, i pochi sussidi straordinari, l'attivo di qualche scuola materna e le offerte cercate dai singoli padri presso i loro benefattori» (7).

La difficoltà fondamentale era a quel tempo la povertà (8). Le due missioni ricevevano un piccolo sussidio annuale della Propagazione della fede per il sostentamento dei padri, mentre l’Opera della S. Infanzia passava un aiuto per le opere sociali. Per il resto, dato lo scarso contributo che potevano dare i fedeli locali, si risparmiava al massimo, contando sulle offerte di parenti e amici dall’Italia (a quel tempo paese povero).
I missionari hanno subito capito che dovevano avere un’attività che potesse mantenerli. Ecco perché nelle parrocchie, dopo una piccola cappella e una modesta residenza del padre, sono sorti gli asili come strumento di apostolato e anche per un aiuto economico alla missione. Il missionario, direttore dell’asilo (affidato per lo più a donne locali dove mancano le suore), è mantenuto dalle rette pagate dalle famiglie. L’asilo mette a contatto con tante famiglie, ma i battesimi di non cristiani sono sempre stati pochi: si pesca all’amo, non con le reti piene di altre missioni. Il padre Salvatore Martino (giunto in Giappone il 13 febbraio 1953) scriveva nel 1960 (9):

«Un padre dell’India mi comunica che quest’anno ha potuto amministrare il battesimo, nel solo suo distretto, a oltre 500 adulti. Un padre della Guinea, per far notare le difficoltà del lavoro in quella missione, scrive che in un anno non si è riusciti ad amministrare il battesimo se non a circa 500 adulti. Qui in Giappone, in nove anni di lavoro, noi del Pime non possiamo dire di aver battezzato mille adulti: per essere precisi i battesimi di adulti sono stati 835».

«Annunziare Cristo con le canzoni napoletane»

Nel 1961 il superiore generale p. Augusto Lombardi è ancora in Giappone (14 maggio — 9 giugno), predica tre giorni di esercizi ai missionari, visita le missioni e si complimenta con i confratelli per quanto hanno realizzato in un paese difficile, rispetto ai successi che si ottenevano altrove nelle missioni di quel tempo. La prima generazione di missionari del Pime in Giappone sono stati dei pionieri: hanno fondato, partendo da zero o quasi, una decina di parrocchie. Ecco come padre Giuseppe Romiti racconta la riapertura della missione a Fuji- Yoshida, ai piedi del monte Fuji, già fondata in passato ma poi abbandonata (10):

«Il mio ingresso in parrocchia è stato molto semplice. Scendo alla stazione ferroviaria di Fuji-Yoshida e mi reco alla residenza missionaria senza che alcuno si interessi di me: nessuno è venuto ad accogliermi e non ho trovato nessun registro parrocchiale. Sono il primo parroco senza cristiani di tutta la zona: pastore senza gregge. Come primo lavoro ho aggiustato la casa di legno abbastanza vasta ma molto vecchia, da riparare da capo a fondo; ho attrezzato una cappellina usando due camere e pregato alcuni soldati americani (l’accampamento è a circa dieci chilometri) di porre una croce sulla casa-missione. La domenica dopo, alla messa sono venuti un buon numero di soldati, la croce è stata benedetta in forma solenne e issata sul punto più alto della casa. I giapponesi stavano a guardare da lontano, ma alla sera di quella stessa domenica una quindicina di ragazzi sono venuti a giocare nel cortile della missione.
Era il primo gruppo che man mano è ingrossato, finché ho iniziato la scuola domenicale regolare: messa alle 9 con discorsetto catechistico; alle 10, spiegazione del catechismo a ragazzi e ragazze che danno speranza di conversione; poi un gruppetto di adulti ai quali do istruzione religiosa a parte. Le suore salesiane di Yamanaka hanno distribuito rosari. Alcune ragazze sono venute da me per farsi spiegare il significato di quell’oggetto e hanno iniziato con me la recita del rosario: prima quattro, poi sei, poi otto... Oggi tutte le sere, dalle 18,30 alle 21, vengono alla missione ragazzi e ragazze a giocare, poi recitano con me il rosario. Ogni domenica alle 11 celebro la messa per i soldati americani; alla sera faccio vedere le diapositive».

Nel Natale 1954, dopo un anno e mezzo di lavoro, padre Romiti può amministrare i primi sette battesimi ad adulti che avevano seguito assiduamente la formazione catechistica: «Se non era grande il loro numero — scrive Romiti (11) — grande però era la loro fede e l’entusiasmo che traspariva dai loro volti».
La presenza della Chiesa sul territorio è il segno più importante, ma i missionari debbono inventare modi nuovi di annunzio. Il padre Pio Oggioni scrive (12):

«Arrivando in Giappone, dopo venti e più anni di lavoro missionario in Cina, ho avuto l’impressione che in Giappone la Chiesa cattolica è poco conosciuta: parlo della mia missione di Yamanashi e della stessa città di Kofu (150.000 abitanti). La prima necessità è stata di farci conoscere... Ho aperto l’asilo ed ebbi subito da 60 a 70 bambini e bambine, dopo sei mesi il numero aumentò fino a 100: dovetti fermarmi per mancanza di locali. Abbiamo eretto un salone nella residenza di Kofu e una o due volte al mese si dà un concerto con buoni dischi di musica italiana oppure la visione di films. Centinaia di pagani vengono a gustarsi questi spettacoli: un padre non manca mai di dire alcune parole di annunzio, si distribuiscono foglietti e opuscoli. I nuovi cristiani sono animati da buono spirito, in genere si fanno apostoli presso parenti e amici e non mancano di portare alla Chiesa nuove reclute. Ho chiamato a Kofu per tre-quattro mesi le suore paoline, fornite di opuscoli e foglietti adatti: sono entrate in tutte le case e i negozi di Kofu e il numero dei catecumeni è aumentato di molto... Noi missionari abbiamo poco da fare presso i pagani, ma con la nostra vita di castità e regolarità (siamo sempre osservati da cristiani e pagani) e cogliendo ogni piccola occasione si ottiene molto e poi c’è la grazia del Signore che muove i cuori. Un altro esempio: i giapponesi amano i fiori. Abbiamo fatto del cortile della residenza di Kofu un bel giardino sempre pulito e ornato di fiori e piante, una grotta di Lourdes con fontana e laghetto con pesci rossi. Il cancello è sempre aperto a tutti, ci sono curiosi che si godono queste bellezze e noi o il catechista o anche solo il portinaio si è sempre pronti ad attaccare discorso...».

Interessante anche l’esperienza di padre Placido Salvi, musicista e dotato di una bella e profonda voce di baritono. Giunto in Giappone nel gennaio 1951 (dopo una breve esperienza in Cina), si accorge presto che (13)

«il Giappone è il paese della musica... Noi italiani siamo ben accolti specialmente per la... fama musicale che ci ha preceduti. Italiani? Musicisti, cantori, Napoli e le sue canzoni, la Scala, Verdi, Rossini e soprattutto Puccini! ‘‘Padre, mi diceva un ricco professionista, mi insegni un po’ di italiano, perché anch’io voglio cantare le vostre meravigliose canzoni napoletane’’. È difficile che un missionario, conosciuto come italiano, non sia prima o poi invitato a cantare ‘‘O sole mio’’, ‘‘Torna a Surriento’’, ‘‘Santa Lucia’’ o qualche brano d’opera. Se il poveretto è un po’ stonato, ci fa magra figura».

Appena ha imparato un po’ il giapponese, padre Placido acquista un pianoforte e incomincia a farsi conoscere a Saga e nella regione circostante come pianista e organizzatore di concerti, con la collaborazione di violinisti e altri orchestrali giapponesi. Soprattutto è ammirata la sua possente e ben intonata voce baritonale:

«I giapponesi infatti — scrive Salvi — hanno passione e fin da giovani competenza per la musica. Cantano bene, con espressione e perfetta modulazione di voce, ma le loro voci sono deboli, dato che in genere sono di bassa statura e di scarso torace. Durante i miei concerti si danno a tutti gli spettatori foglietti e libretti di propaganda religiosa, che certamente leggeranno. Gli spettatori infatti sono ancora quasi tutti pagani, forse non li avremmo mai potuti incontrare se non attraverso questi concerti... Tanti altri missionari in Giappone, che hanno qualche capacità musicale, ne hanno fatto uso per l’apostolato. Le cosiddette ‘‘seikatai’’ nelle chiese (scuole di canto, cioè i cori parrocchiali) sono spesso composte da pagani che vengono volentieri: all’inizio solo per imparare a cantare, ma poi a poco a poco chiedono di studiare il catechismo e alcuni si fanno cattolici».

«Apostolato fotografico» in Giappone

L’apostolato missionario del Pime in Giappone, almeno nei primi 20 anni circa, è consistito nel moltiplicare cappelle e residenze, asili e opere caritative (anche attraverso la presenza di suore). L’azione pastorale ha seguito due mete: rafforzare la vita cristiana dei battezzati e portare nuovi fedeli alla Chiesa. Padre Aldo Temperini afferma che nei primi vent’anni di presenza in Giappone i missionari del Pime, oltre all’azione parrocchiale,

«hanno tentato anche vie nuove: entrarono negli ospedali, nelle miniere, radunarono i ragazzi nei punti nevralgici delle città intrattenendoli con proiezioni; chi organizzò concerti di musica vocale e strumentale; chi piazzò altoparlanti all’ingresso della chiesa; chi visitò le carceri e gli istituti per i ciechi; chi organizzò corsi di lingua inglese... Anche le associazioni cattoliche, specialmente la «Legione di Maria», collaborarono generosamente con i padri nell’evangelizzazione. E tutti ebbero le loro decine di catecumeni da istruire in residenza, negli ospedali, nelle case private: ottime famiglie ricevettero il battesimo, formando il nucleo più saldo delle comunità che oggi abbiamo. Non va dimenticata la simpatia che la Chiesa ha riscosso con le scuole materne, le conversazioni tenute a migliaia di genitori, i cordiali rapporti con le autorità civili, gli inviti a parlare ai genitori nelle scuole e in varie assemblee, i programmi radio...».

I «metodi pastorali» sono sostanzialmente gli stessi, ma variano anche con i «carismi» dei singoli missionari. Ciascun missionario può sbizzarrirsi nell’inventare nuove forme di annunzio, a seconda delle proprie capacità e delle occasioni che gli si offrono, in molti campi: carità, cultura, stampa, arte, musica, canto, dialogo interreligioso, ecc.
Un esempio fra i tanti che si potrebbero citare riguarda padre Fedele Giannini, in Giappone dal 1954 (e superiore generale del Pime dal 1977 al 1983), fondatore e da lunghi anni parroco di Nirasaki. Giannini afferma che il compito principale del missionario (almeno in questa fase storica) non è tanto «la conversione dei singoli giapponesi», quanto di togliere i pregiudizi per preparare il terreno alla Grazia di Dio. Si tratta di «presentare in modo simpatico la Chiesa ai giapponesi» e di «inserire i valori evangelici nella società e cultura giapponesi, ad esempio l’amore al prossimo».
Padre Fedele, lucchese di grande amabilità e cordialità, si è incarnato talmente bene in Giappone e nella sua cultura, imparando la lingua in tutte le sue espressioni popolari, che i confratelli amano raccontare questa battuta: quando telefona da casa sua, anche ad amici ed a persone a lui inferiori per età, non sta seduto ma in piedi e ogni tanto vedi che si inchina in segno di ossequio, di rispetto, proprio come vuole il galateo giapponese.
Ebbene, Giannini, nella sua cittadina che ora supera i 100.000 abitanti ma che all’inizio era sui 20.000, è diventato un personaggio sul posto da più di 40 anni, conosce tutti, è benvoluto da tutti, spesso invitato in famiglie e in celebrazioni cittadine.
Ha anche ricoperto, invitato dalle autorità e per pochi giorni, cariche pubbliche allo scopo di suscitare simpatia verso la Chiesa (14):

«Sono state esperienze interessanti — racconta nell’intervista del 1973 già citata. — Per sensibilizzare il pubblico al problema del traffico, il comune invita la personalità più influente della città, la mette in divisa, la fa marciare in mezzo alla città e poi la piazza agli incroci per ordinare la circolazione. È una cosa molto solenne, c’è perfino la nomina ufficiale a poliziotto. Così è toccato a me, unico straniero, nel 1964. Ho fatto anche il capo dell’ufficio di igiene per un giorno, sempre per sensibilizzare il pubblico. Nel 1970 sono stato eletto ‘‘monitore della provincia’’, uno dei due ufficiali pubblici che devono controllare se la popolazione è soddisfatta della situazione sociale, se ha dei problemi particolari, ecc. Credo di essere l’unico straniero che finora ha ricoperto questa carica in Giappone.
Tutte queste esperienze sono utili per attirare fiducia e simpatia verso il cristianesimo. I giornali giapponesi ne hanno parlato con entusiasmo: è raro che un missionario ricopra cariche pubbliche. Così la gente si fa a poco a poco l’idea che noi preti non viviamo ai margini della società giapponese, fuori dal mondo, ma siamo capaci di esercitare delle professioni, come tutti. In particolare, per noi missionari, vedono che sappiamo bene la loro lingua, conosciamo le leggi, ci prestiamo per compiti di pubblica utilità, insomma, non siamo più visti come bestie rare: ci sentono integrati nella loro vita sociale».

La Chiesa è conosciuta attraverso padre Fedele, il suo asilo (il migliore della città) e la sua piccola comunità cristiana (circa 200 battezzati). Egli racconta che all’inizio ha dovuto prendere varie iniziative per farsi conoscere in modo simpatico. Fra l’altro è entrato nel club fotografico della città (la fotografia è uno degli «hobby» più praticati dai giapponesi) ed è riuscito a lanciare un concorso su questo tema: «Presentare attraverso la fotografia il Giappone in Europa».

«L’iniziativa — scrive Giannini (15) — ebbe grande diffusione in tutto il paese e le fotografie cominciarono ad arrivare: in pochi mesi ne sono giunte circa 300, ciascuna col nome del fotografo e del club a cui appartiene e con la relativa didascalia. Sono tutte fotografie da esposizione, in bianco e nero (16). Insieme alle foto hanno cominciato ad arrivare nella mia residenza i giornalisti. Una notizia di questo genere è del massimo valore per la stampa giapponese: sapere che un missionario cattolico sta preparando mostre fotografiche all’estero per far conoscere il Giappone è un fatto che impressiona. Dopo i giornalisti vennero quelli della radio per una intervista e così tutto il Giappone venne a sapere che un missionario si dava da fare per far conoscere il Giappone in Italia. Anche alla televisione nazionale presentarono il concorso fotografico...
Un professore universitario di Osaka mi ha scritto: ‘‘Non avrei mai immaginato che un sacerdote cattolico (i preti cattolici sono famosi per il loro fanatismo religioso che non permette loro altra attività al di fuori del proselitismo) si sarebbe tanto interessato per far conoscere all’estero il Giappone’’... Altri sono venuti personalmente da me o mi hanno telefonato per congratularsi...».

Il tentativo del «Gruppo Tokyo» (1973-1975)

Il secondo decennio del Pime in Giappone (1962-1972) è caratterizzato dal consolidamento delle posizioni (costruzione di nuove chiese, asili più grandi, case parrocchiali più solide, centri sociali e culturali), ma anche dalla diminuzione delle conversioni, fenomeno registrato dalle Chiese cristiane in tutto il paese. Nel distretto di Kofu (con le missioni di Kofu, Fuji-Yoshida, Nirasaki, Enzan) il primo decennio (1953-1962) aveva portato ad un aumento di 278 cattolici, il secondo (1963-1972) di soli 85 battezzati! Lo stesso si è verificato nel distretto di Saga (missioni con missionario residente a Saga, Karatsu, Imari, Kashima, Takeo, Tosu, Taku). Al primo decennio di espansione (nei due territori affidati al Pime i cattolici erano raddoppiati: da 568 a 1.147), segue il decennio di stasi: un aumento di soli 148 battezzati in dieci anni (17).
Quali le cause? Anzitutto, come s’è detto, il Pime evangelizza due regioni rurali e povere: c’è una forte emigrazione verso le città, soprattutto da parte dei giovani e in modo particolare dei cristiani, che avendo acquisito una mentalità più aperta tendono a sottrarsi al soffocante sistema sociale delle campagne (18). Ma più ancora, la riduzione delle conversioni significa che la spinta del dopoguerra verso il cristianesimo, dovuta a motivi culturali e sociali, decade rapidamente appena il Giappone riacquista forza economica e prestigio nel mondo intero: negli anni sessanta è ormai riconosciuto come il paese più alfabetizzato, quello politicamente più stabile, con il più basso tasso di criminalità e il più alto di crescita economica.
Nasce quello che i missionari definiscono «il mistero giapponese»: il Vangelo è fra i libri più letti (come i romanzi e i saggi di autori cristiani); la società giapponese recepisce molti valori evangelici (ad esempio la moltiplicazione delle associazioni di volontariato e le collette di aiuti per i poveri anche del terzo mondo, in passato realtà del tutto sconosciute); c'è curiosità e interesse per il cristianesimo; il Papa è accolto con rispetto e grande risonanza nei mass media; le scuole cattoliche sono frequentatissime (molti non trovano posto); le chiese cristiane scelte per matrimoni e affollate per la musica, i canti, la liturgia, le feste natalizie... Ma le conversioni alle Chiese rimangono numericamente infime. Oggi i cristiani giapponesi, tutti assieme, sono circa 800.000 (metà dei quali cattolici) su 127 milioni di giapponesi, cioè circa lo 0,6%!
La Chiesa cattolica (come quelle protestanti), contrariamente a mezzo secolo fa, è ben visibile nella società giapponese, ha un forte influsso morale e culturale: ma le conversioni non sono aumentate, anzi diminuiscono. Proprio il contrario di quel che succede nella Corea del sud, dove i cristiani sono circa il 20-22% (i cattolici 1'8%) dei 47 milioni di sud-coreani, che certamente non sono inferiori ai giapponesi come istruzione, tasso di crescita economica, secolari tradizioni culturali e religiose, ecc.
Negli anni cinquanta e sessanta il Pime ha continuato a lavorare secondo i metodi tradizionali, che comprendono anche le novità portate dai carismi di ciascuno, delle quali abbiamo dato qualche esempio concreto (19). In seguito al Concilio Vaticano II e al Capitolo straordinario del 1971-1972 di aggiornamento postconciliare 20, anche fra i missionari del Pime in Giappone si discute di «vie nuove» per un più incisivo annunzio di Cristo ai giapponesi. Proprio dopo il Capitolo nasce il cosiddetto «Gruppo Tokyo», con lo scopo di portare un soffio di modernità nel lavoro e aprire nuove prospettive di presenza e di apostolato.
Il gruppo era formato da quattro giovani missionari culturalmente qualificati, giunti in Giappone fra il 1972 e il 1973 (Giampiero Bruni, Ernesto Toaldo, Mario Bianchin, Roberto Maggi). La casa di Shibuya era inadeguata ad accoglierli, con le proposte di nuove attività che avevano programmato. Si sistemano all’esterno cercando di vivere in modo autonomo del loro lavoro e sostenuti da amici in Italia. Le buone intenzioni iniziali si scontrano subito con le tremende difficoltà dell’ambiente giapponese (la lingua è solo l’aspetto più evidente): è uno dei tanti «progetti di vie nuove» falliti in quegli anni in diverse missioni. Non per mancanza di buona volontà né di intelligenza e preparazione culturale, ma per motivazioni più profonde: rifiuto quasi aprioristico dei metodi tradizionali di apostolato, presunzione di sapere già in anticipo cosa si doveva fare per evangelizzare il Giappone, eccessiva fretta di voler realizzare programmi studiati in Italia (tra l’altro rivelatisi utopici, almeno nell’ambiente giapponese), isolamento dalla comunità, ecc.
Dopo 40 giorni di visita in Giappone, il 25 novembre 1975 mons. Pirovano scrive una lettera ai suoi missionari in cui constata che

«praticamente il Gruppo Tokyo non esiste più e questo ci spiace immensamente per vari motivi... Certo è che per nuovi tentativi bisognerà prendere come punto di partenza quello che chiede la Chiesa giapponese e quello che ha stabilito il nostro ultimo consiglio plenario. L’esperienza nostra del Pime e quella di tutte le congregazioni missionarie (ogni mese abbiamo a Roma riunioni di superiori generali per uno scambio di idee) dimostra chiaramente che nessun tentativo di vie nuove può riuscire se non si mettono come basi insostituibili la vita di comunità, la vita di preghiera, l’unità con la Chiesa locale e con il proprio Istituto, il tutto condito da profonda e reale umiltà per lasciarsi guidare e correggere...».

Il fallimento del «Gruppo Tokyo», che pure era partito con una grande carica di rinnovamento e aveva suscitato molte speranze, ha scosso la missione del Pime in Giappone e lo stesso Istituto, innescando una catena di dibattiti, tensioni, esperienze, scambi, con l’intervento di missionari anche da altre missioni (21). Indubbiamente le motivazioni di fondo del tentativo fatto dal gruppo erano autentiche, portavano una carica di provocazione provvidenziale: purtroppo il modo di attuazione ha vanificato le buone volontà e le possibilità di essere efficaci. Questo, d’altronde, è successo in altri tentativi del genere realizzati in quegli anni (si vedano nei capitoli relativi i casi di Brasile, Amazzonia, Guinea-Bissau, Filippine...) (22).

«Però qualcosa di positivo nacque da quel fallimento (23). Ci si rese conto che le vie vecchie di apostolato (asili e tutte le altre forme di cui s’è parlato) restavano ancora validissime, ma era tempo ormai che qualcuno si dedicasse a nuove forme di apostolato».

La comunità regionale del Pime in Giappone, al termine dell’assemblea annuale del 1-4 luglio 1974, approva a pieni voti una decisione in cui chiede di liberare qualche padre, soprattutto i nuovi missionari, dalla cura degli asili per dedicarli ad altre attività. Ad esempio: animazione dei movimenti laicali, gruppi giovanili, collaborazione con radio e televisioni, insegnamento di lingue e di musica in università o licei, partecipazione a gruppi culturali, assistenza agli handicappati, impegno fra i lavoratori, ecc.(24).

L’impegno della Joc fra i giovani lavoratori (1977-1989)

Dalla metà degli anni settanta infatti, anche in conseguenza delle provocazioni e del dibattito sul «gruppo Tokyo», nascono esperienze nuove, maturate però col consenso della comunità. Ad esempio, quella del padre Giampiero Bruni che si è impegnato nel mondo del lavoro attraverso la Joc (Jeunesse ouvrière chrétienne, Gioventù operaia cristiana), portata in Giappone da un missionario francese.
Padre Bruni affitta una casetta a Himeji, presso Osaka, e trova lavoro come manovale. Alla sera accoglie giovani lavoratori: fra una tazza di tè, un canto e un gioco, questi giovani discutono i loro problemi e sentono una buona parola. Pochi sono cattolici, le riunioni acquistano il senso dell’amicizia, dell’aiuto reciproco, della formazione alla dignità del lavoro umano e della coscientizzazione sociale. L’esperienza è durata una dozzina d’anni. Nel 1989 padre Bruni, che già era impegnato in una parrocchia non condividendo la nuova linea della Joc, è stato eletto vicario dell’Istituto dal Capitolo generale del 1989 (oggi dirige a Zamboanga il «Centro Euntes»).
Padre Giampiero afferma che nell’ultimo mezzo secolo il cristianesimo in Giappone si è affermato fra gli intellettuali e gli studenti: «Corre il rischio di diventare qualcosa di riservato a gente di cultura e di venire colto più nei valori individuali che nella sua dimensione sociale» (25). Il mondo dei lavoratori dipendenti, nelle fabbriche e nell’edilizia, è quanto mai bisognoso di redenzione, di liberazione. Lo sfruttamento del lavoro in Giappone è (o almeno era negli anni settanta) impietoso: turni di lavoro sfibranti giorno e notte, dispotismo dei capi, atmosfera oppressiva delle libertà inviduali, sindacati fortemente contrastati (meno della metà dei lavoratori sono sindacalizzati), incidenti sul lavoro visti come una inevitabile fatalità...

«Se dovessi indicare uno dei più gravi problemi nella vita dei giovani lavoratori, non esiterei a riconoscerlo nel ‘‘depauperamento psichico’’, causato dai ritmi di lavoro intensi e dai turni...»

scrive padre Bruni, che spiega come ha potuto rendersi conto di questa oppressione psicologica proprio lavorando come manovale, assieme ai suoi compagni che poi venivano a trovarlo. Il significato della Joc, specie fra i lavoratori giovani anche non cristiani, non è anzitutto l’evangelizzazione diretta, ma

«in spirito di povertà e di servizio voler creare autentiche comunità sostenute dall’amicizia e dalla condivisione: questo l’impegno dei gruppi Joc, maturato alla luce della fede cristiana. Se oggi nei gruppi della Joc giapponese, ancora molto piccoli, troviamo una buona maggioranza di giovani che condividono i valori del movimento pur non essendo cristiani, questo è il segno che si è trovato un punto di dialogo e di incontro, che pian piano può farsi più esplicito, sempre in un clima di libertà e di responsabilizzazione».

Padre Bruni è contento quando sente qualche giovane operaio dire, dopo aver frequentato la Joc e stretto amicizia con altri come lui: «Ho raggiunto la capacità di parlare»; cioè si sente in grado di comunicare con gli altri, di ascoltare e di esprimersi non a livello di passatempo, ma nelle cose serie della vita. La comunità e l’amicizia alla Joc gli fanno superare il blocco psicologico contratto lavorando in ambienti di continua tensione e di oppressione della persona, dove parlare non serve, basta obbedire (26).

«Se si riflette su questo, balza evidente il fatto che non esiste il problema di un prima e un dopo da stabilire fra evangelizzazione e maturazione della persona. Quando mi impegno per la maturazione come persona di un giovane lavoratore, pongo un atto di fede nella sua dignità e nella vocazione che Dio gli ha dato. Molte discussioni fra orizzontalismo e verticalismo sarebbero eliminate dall’atteggiamento pratico di dedicarsi a far sì che la dignità dei giovani lavoratori sia riconosciuta da essi stessi, così che, coscientizzati, si impegnino per gli altri. Si capirebbe subito che siamo impegnati ad attuare la volontà di Dio che chiama tutti alla comunione con sé e con gli altri» (27).

La comunità cristiana, scrive padre Bruni, non è ancora diventata «coscienza critica» della società giapponese: non riesce ad evangelizzare un mondo che non conosce.

L’unico missionario laureato nell’università shinto

Anche nel dialogo con i non cristiani, come nel campo dell’impegno sociale, i missionari stranieri hanno aperto la strada. Il primo del Pime è stato il padre Allegrino Allegrini, l’unico missionario laureato nell’università dello «shinto». È in Giappone dal 1951 e nel 1969 accoglie nella casa regionale a Tokyo (quartiere centrale di Shibuya) un gruppo di studenti cattolici, che chiedono ospitalità per discutere i loro problemi. Questi giovani studiavano all’università shinto, distante solo cinque minuti a piedi. Allegrini diventa loro assistente spirituale e incomincia a seguire i corsi dell’università per approfondire la religione nazionale del Giappone: è accolto molto bene, studia per quattro anni e consegue la laurea nella religione shinto. Si accorge che per la prima volta, da quando è in Giappone, ha rapporti con i non cristiani non con lo scopo di convertirli, ma per conoscerli e farsi conoscere, cioè per stabilire un dialogo inter-religioso.

«Da allora — scrive Allegrini (28) — mi è divenuto più facile e spontaneo stare in relazione con tutti, shinto e buddhisti... Considerando l’attuale ricchezza di rapporti e la loro profondità con amici shinto e buddhisti, bisogna riconoscere che la Chiesa giapponese e noi stessi abbiamo fatto tanta strada: dall’unica preoccupazione di convertire, siamo passati alla condivisione e passione per i valori religiosi del Giappone. Il cristianesimo non si offre sulle rovine di quel che c’è, ma come testimonianza di pienezza d’amore a chi già è stato, in qualche modo, visitato dalla grazia. Mi ricorderò sempre l’impressione che ha fatto il Papa quando a Tokyo ha parlato ai membri delle religioni non cristiane: ‘‘Voi siete gli eredi e i custodi di una venerabile sapienza, che ha inculcato in Giappone e in oriente alti livelli di vita morale... Vi ha ispirato a scorgere la divina presenza in ogni creatura e specialmente in ogni essere umano...’’.
Gli anni passati in Giappone mi sono serviti proprio per scoprire la meravigliosa religiosità del cuore giapponese e insieme il grande bisogno che ha la loro società di un annunzio definitivo come quello cristiano».

Allegrini afferma che parlare della religiosità giapponese è rischioso:

«La religiosità giapponese non ha schemi logici e precisi, dottrine rivelate o leggi, ma ha sostenuto il popolo nipponico per secoli. Può essere definita come una simbiosi fra shintoismo e buddhismo, ad opera del popolo stesso. Dallo shinto, l’antica religione il cui nome significa «la via degli dei», il giapponese ha accolto l’adorazione per tutto ciò che è superiore all’uomo, la familiarità col divino. Il giapponese incontra l’Assoluto nell’atmosfera di un paesaggio, nelle montagne che gli sono sacre, nelle isole, nelle cascate e nei fiumi di cui il paese è ricco. Vedendo cadere i fiori di ciliegio, egli sperimenta la fugacità delle cose, che hanno inizio e fine nella potenza divina operante nella natura. Questa familiarità col divino permette un’anima religiosa anche nella moderna era tecnologica.
Dal buddhismo, penetrato in Giappone attraverso la Cina verso il VI sec. dopo Cristo, il giapponese ha imparato la ricerca della perfezione, perché il divino si esprime nella vita come forma piena di bellezza. Importante è perciò ogni ‘‘via’’ che conduce al Bello. ‘‘Via’’ in giapponese si traduce ‘‘Do’’ e ci sono tante vie, strade di perfezione: Ju-Do, Ken-Do, Sa-Do, Ka-Do (29)... Per i giapponesi l’arte è la via che ci porta all’Assoluto e all’essenza della vita umana... Per questo l’arte in Giappone confina con la religione. La fede è un’esperienza estetica ed emozionale».

Padre Allegrini si è immerso nella religiosità giapponese e dialoga con i membri delle religioni locali, partecipa ad incontri, riti, cerimonie, sessioni di studio. Si rende conto delle gravi difficoltà che incontra la Chiesa ad annunziare Cristo nell’ambiente giapponese perché in fondo, dice,

«la religione fondamentale di questo popolo è, senza voler generalizzare, il ‘‘Nippon-Kyo’’, il ‘‘giapponesismo’’ (non è un parere mio, ma di studiosi giapponesi): un tenace attaccamento alla nazione sopra ogni cosa, anche sopra la propria religione... Di qui la facilità con cui il giapponese passa, nell’arco della sua vita, da una religione all’altra senza traumi o contraddizioni, oppure aderisce nello stesso tempo a due o più religioni. Non c’è alcun tradimento. L’unica cosa che conta è rimanere fedeli al Nippon-Kyo».

La Chiesa deve aiutare il Giappone a mettere al centro delle preoccupazioni l’uomo e quindi rendere la nazione aperta a tutta l’umanità. Allegrini non si stanca di ripetere che la missione in Giappone è fatta di preghiera, contemplazione, silenzio e ascolto delle realtà giapponesi; e poi di amicizia con esponenti delle religioni locali. Lui stesso ha stabilito ottimi rapporti, ad esempio, col rev. Koken Sawa, bonzo buddhista a Takezaki, nel sud Giappone, vicino ad una missione affidata al Pime; e attraverso di lui con varie comunità buddhiste e shinto. Nel 1980 questo bonzo giapponese partecipa da invitato speciale alla «veglia missionaria» organizzata a Milano e può incontrare in udienza speciale il Papa a Roma. Il 6 dicembre 1995 Allegrini pubblica il volume «Kokoro no Silk Road» (La via della seta del cuore) che contiene le lettere scambiate con un bonzo di Imari, Satoshi Ide, su «Il Giornale di Saga» per due anni e tre mesi: una settimana scriveva l’uno e la settimana dopo l’altro rispondeva.
Il libro ha un successo insperato: dal dicembre 1995 è già giunto alla settima ristampa, perché i due espongono in termini concreti cosa insegnano buddhismo e cristianesimo su la vita e la morte, la famiglia, l’educazione, l’amore, l’assistenza sociale, il lavoro, il senso di Dio e della preghiera, ecc. P. Allegrini e il suo amico bonzo, dopo questo libro, sono invitati in gruppi e scuole e  consigliano il volume per una visione religiosa della vita. Allegrini riceve numerose lettere che dicono: «Questo libro riscalda il cuore e dà speranza». Il missionario scrive (30):

«Sono convinto che anche un’attività particolare, come quella che sto facendo, è utile all’apostolato, se innestata in una parrocchia. Io mi presento sempre come coadiutore della chiesa cattolica di Saga. Anche nel libro ‘‘La via della seta del cuore’’ presento le diverse attività della parrocchia (persino gli orari delle messe), in modo adatto ai non cristiani. E dico sempre a tutti che io sono venuto in Giappone come missionario, cioè per presentare ai giapponesi Gesù Cristo e il suo Vangelo, ma non per costringerli a farsi cristiani. Sinceramente, dopo quasi 50 anni di Giappone — sono giunto qui nel 1951 — mi ritrovo entusiasta come il primo giorno del lavoro che sto facendo e della vocazione missionaria, perché tanta gente, attraverso la mia piccola persona, viene in contatto col Signore Gesù».

La Chiesa giapponese in dialogo con le altre religioni

Altri due missionari impegnati nella «via del dialogo interreligioso» sono il padre Luigi Soletta (in Giappone dal 1958), che si è dedicato al dialogo svolgendo opera di ministero in varie parrocchie e cappellanie (31); e il padre Celestino Cavagna (in Giappone dal 1978): ambedue, fra l’altro, partecipano agli incontri sul dialogo interreligioso organizzati in Giappone, specie a quelli del gruppo di missionari italiani (saveriani, del Pime e missionarie saveriane di Maria) costituito nel 1982 per iniziativa del saveriano p. Franco Sottocornola (32).
P. Cavagna ha studiato all’università Komazawa a Tokyo, conseguendo la licenza in buddhismo ed ha praticato per anni la meditazione zen sotto la guida di p. Enomiya Lassalle e del maestro zen Yamada Koun di Kamakura. Nel 1984 ha trascorso un anno sabbatico a Kamakura per praticare intensamente la meditazione zen che, scrive,

«mi ha dato più concentrazione e mi ha permesso di celebrare la messa con maggior raccoglimento; aiutandomi a pensare di meno e ad essere più intuitivo, mi ha condotto a capire più profondamente la Bibbia e i testi liturgici».
Celestino aggiunge (33): «Fin dall’inizio ho capito che il dialogo non è anzitutto incontrare persone per discutere e confrontarsi, ma partire da un rapporto di fiducia, di amicizia. Prima di dire ad un buddhista: ‘‘Dialoghiamo’’, mi offrivo per conoscerlo e diventarne amico in modo concreto, reale. Quand’ero nella provincia di Saga, grazie anche a padre Soletta che stava a Takeo, cominciai a frequentare con lui il tempio buddhista della cittadina. Andavamo ogni sabato dalle sei alle sette di mattino e facevamo meditazione assieme ad un bonzo e ad un altro buddhista. E questo continuò per tre anni con abbastanza fedeltà, tanto da stupire il bonzo stesso. Da qui è nata un’amicizia e poi incontri a diversi livelli anche con gli altri bonzi della zona.
Quando mi trasferii a Tokyo, i rapporti si allentarono, ma resto tuttora in contatto epistolare con quel bonzo e quando ho l’occasione di passare dalle sue parti vado a trovarlo. Il risultato forse più significativo di questa amicizia fu che il figlio del bonzo venne in Italia per visitare monasteri e chiese. Anche a Kofu (Tokyo) ho conosciuto un bonzo col quale sono in sintonia di idee: ci siamo incontrati varie volte per conversare assieme di tante cose e manteniamo tuttora un rapporto di amicizia».

Padre Celestino Cavagna è entrato in rapporto con missionari studiosi di buddhismo dell’università Sophia dei gesuiti di Tokyo ed ha fatto parte del gruppo di una decina di studiosi, sacerdoti, cattolici, pastori protestanti e alcune suore, che hanno studiato il tema: «Gesù Cristo salvatore e le prospettive di salvezza nelle religioni giapponesi». Di queste ricerche sono stati pubblicati alcuni articoli sulla rivista «Japan Missionary Bulletin». I missionari impegnati, anche non a tempo pieno, nel dialogo interreligioso, all’inizio si sentivano poco compresi dalle comunità cattoliche locali; poi sono stati fatti molti passi in avanti e la mentalità generale è più aperta in questo campo. Ecco comunque come padre Cavagna descrive la situazione all’inizio degli anni novanta:

«Il nostro rapporto con la Chiesa giapponese è sempre stato scarso. Nelle stesse diocesi dove lavoriamo, non abbiamo notato molto interesse per quel che facciamo. La Chiesa giapponese ha problemi che ritiene più gravi e urgenti nel campo sociale, familiare, e considera il dialogo interreligioso una questione abbastanza marginale. O meglio, trova normale coltivare un atteggiamento di rispetto, una relazione pacifica nei confronti delle diverse religioni, ma non si preoccupa di stringere rapporti particolari sul piano religioso.
Naturalmente, anche la Chiesa giapponese ha una commissione per il dialogo, un vescovo e persone incaricate di questo, ma in genere vescovi e preti sentono poco il problema, anche se ci sono eccezioni. Noi stessi, che siamo un piccolo gruppo (quello dei missionari italiani per il dialogo, n.d.r.), abbiamo fatto esperienze positive. Il vescovo di Kyoto si è sempre prestato volentieri ad aiutarci quando dovevamo prendere contatto con gruppi religiosi: è lui l’incaricato della Conferenza episcopale per il dialogo. Il vescovo di Osaka era disposto ad offrire il terreno per la casa di preghiera e del dialogo interreligioso. Alcuni sacerdoti studiano le altre religioni e magari praticano lo zen. Tuttavia, nell’insieme, interesse e partecipazione si muovono su scala ridotta».

Non va dimenticato, per il dialogo interreligioso in Giappone, il contributo dato dall’Isa (Istituto studi asiatici) iniziato dal Pime nel 1973 (vedi capp. VII e VIII), con sede e Milano e poi a Roma, che ha promosso visite ai monasteri orientali da parte di monaci e teologi italiani e convegni fra monaci cattolici e personalità delle religioni orientali (34).

Missionari nella stampa e negli audiovisivi

I giapponesi leggono più di qualsiasi altro popolo al mondo: un quotidiano ogni dieci (in Italia ogni 37) e un libro all’anno ogni 18 persone (in Italia ogni 52); lo stesso vale per gli altri mass media. Soprattutto per il  Giappone è vero quanto Giovanni Paolo II dice nella «Redemptoris missio» (n. 37/c):

«I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Le nuove generazioni soprattutto crescono in modo condizionato da essi».

Non meraviglia quindi che la Chiesa e i missionari in Giappone si siano orientati a usare stampa, cinema, radio e televisione per diffondere il messaggio evangelico. Padre Salvatore Martino raccontava che all’inizio della sua presenza in Giappone negli anni cinquanta, vicino alla casa del Pime a Shibuya, in centro a Tokyo, sotto il ponte di una strada sopraelevata viveva una povera famiglia che i missionari andavano a trovare e alla quale portavano qualche aiuto anche in cibo. La grande meraviglia di Martino e degli altri missionari era che, in quella miseria estrema, in quella famiglia che viveva di carità e in una baracca, non mancava mai il giornale quotidiano!
Ecco perché non pochi missionari si sono dedicati, per raggiungere le masse non cristiane, alla stampa di opuscoli e bollettini, alla radio, alla produzione e proiezione di films e video-cassette. Le esperienze e realizzazioni sono tante: ne citiamo alcune.
Negli anni sessanta il p. Vincenzo Sbriglio ha avviato nella sua parrocchia (oggi è parroco a Yamashiro di Kofu) un’intensa attività per produrre audio e video-cassette di contenuto cristiano, che diffonde in tutto il paese e alle radio e televisioni locali: una produzione artigianale fatta in parrocchia, ma estremamente efficace e gradita alla base ecclesiale. Ha intuito con trent’anni d’anticipo quello che sarebbe successo negli anni novanta, il «boom» della radio, della musica, degli audiovisivi in tutti i settori della vita giapponese, soprattutto nell’educazione e nel divertimento.

«In Giappone il siracusano padre Sbriglio è, nel mondo cattolico, un eroe nazionale. Genio musicale, testa in eterna ebollizione di idee, ha lanciato nel mondo cristiano giapponese una serie di video-cassette su: catechismo, storia sacra, Bibbia, santuari, Vaticano, vite di santi, viaggi del Papa, ecc., costituendo una «Video-Library» cristiana a servizio di chiese, asili, scuole, istituzioni e associazioni cristiane in tutto il Giappone. Nessuno meglio di Sbriglio sa scegliere, cucire, commentare brani e metterci la colonna sonora a base di musica spumeggiante. Quando è necessario, compone lui stesso la musica adatta, essendo un musicista e compositore raffinato. Ai cattolici e ai non cristiani, le sue video-cassette (ha incominciato con le audio-cassette, poi è passato al video) portano un soffio di vita, di bellezza e di arte genuinamente cristiana e servono a comunicare il Vangelo» (35).

Un altro missionario impegnato nei mass media è il p. Mario Bianchin, che è venuto in Giappone (nel 1972, dagli Stati Uniti), con l’intenzione di dedicarsi ai mezzi di comunicazione. Il suo primo film «Inori»,

«presenta la preghiera dei giapponesi; non la preghiera cristiana, ma quella delle tradizioni del Giappone. Questo perché credo che prima di fare l’annunzio specifico di Cristo, sia importante mettere in luce quanto lo Spirito sta già facendo nel cuore dei giapponesi».

«Inori», prodotto in giapponese ma poi doppiato anche in inglese e in italiano, ha ricevuto un premio al «XXVIII Festival del Film documentario sul Giappone». Il secondo film prodotto da Bianchin (36)

«presenta lo specifico cristiano. Parlare di Gesù ai giapponesi è molto difficile, perché noi tendiamo a mettere subito il nostro discorso in termini di teologia. Occorre invece partire da un’esperienza vissuta. Il film l’ho ambientato nel contesto di un’esperienza di cammino insieme, avendo come meta la Terra Santa... Ciò che mi ha colpito profondamente — io stesso in questa occasione ho visitato per la prima volta i luoghi santi — è proprio il cammino interiore che hanno fatto i partecipanti. È stata una vera scoperta di grazia per tutti. Eravamo un’ottantina di persone, tra cui: cinque su sedie a rotelle, otto non vedenti, poi molti anziani e giovani volontari che non s’immaginavano come si sarebbe svolta l’avventura» (37).

Il film descrive, nell’ambiente di un pellegrinaggio, la storia di una famiglia con marito non cristiano e moglie cristiana, che hanno una bella e vivace bambina di due anni e mezzo con un grave handicap motorio. Non c’è stata nessuna guarigione miracolosa, ma nel corso del «cammino» alla ricerca di Gesù Salvatore, la famiglia e i loro parenti ricevono la grazia di ritornare sereni in Giappone: «Questo pellegrinaggio è finito — dichiara il papà al termine — ma ho capito che continua nella nostra vita». Il pellegrinaggio era organizzato e animato da un padre francescano. Padre Bianchin con i suoi collaboratori hanno ripreso le scene più significative e pittoricamente toccanti e le conversazioni dei pellegrini che maturano a poco a poco una sensibilità evangelica ai vari problemi della vita. Il tutto si conclude a Lourdes e in un’udienza speciale col Papa a Roma, che s’è fermato con i pellegrini salutandoli uno ad uno.
Il padre Pino Cazzaniga si è dedicato al giornalismo come strumento per gettare dei ponti di informazione e comprensione fra Giappone e occidente. È il collaboratore più assiduo e geniale dell’agenzia «Asia News» dal Giappone e scrive pure sul quotidiano «Avvenire» e in varie riviste italiane. Buon conoscitore della lingua giapponese, segue assiduamente la vita politico-sociale-culturale-economica e religiosa del paese e comunica in modo chiaro e rapido quanto ritiene interessante per il lettore italiano. Da una dozzina d’anni, p. Cazzaniga si interessa della Corea, dove il Pime non è presente (ha proposto all’Istituto di estendere la sua attività alla Corea, dov’è stato richiesto da diversi vescovi).  Ne ha imparato la lingua e fa numerosi viaggi dal Giappone alla Corea del sud, per poter trasmettere in Italia e negli Stati Uniti (scrive anche in inglese) notizie e articoli da questo «paese del calmo mattino», molto promettente per la Chiesa.

Fra i nippo-brasiliani e i «terzomondiali» (1994)

Una realtà molto forte che interroga la Chiesa oggi in Giappone è la presenza di cattolici «terzomondiali» (fra i 400 e i 500.000), ormai numericamente eguali o superiori ai cattolici giapponesi, soprattutto provenienti da Filippine, Thailandia, Vietnam, Indonesia, Sri Lanka e America Latina (Brasile, Perù, Bolivia, Argentina, Paraguay). In questo campo il Pime è presente con padre Giorgio Pedemonte, mandato in Giappone nel 1994 dopo 28 anni di Brasile per assistere i «dekasseguis», i nippo-brasiliani (38).
I brasiliani di origine giapponese (circa 233.000) (39), tornati nel paese dei loro genitori o nonni in seguito alla crisi economica del Brasile, vivono in condizioni difficili: sfruttati, emarginati, a volte disprezzati, soffrono la «saudade» del Brasile e la lontananza dalle loro famiglie. Al termine della dura giornata lavorativa di 10-12 ore, si ritrovano soli, incapaci di comunicare col mondo giapponese, di cui non conoscono né lingua né cultura. L’inserimento in una società rigida e chiusa come quella giapponese, se è già difficile per un missionario straniero, che ha due-tre anni di studio per imparare lingua e cultura, diventa quasi impossibile per gente povera che proviene dal terzo mondo.
I vescovi giapponesi in una lettera pastorale del 1992 scrivono (40):

«Nella società giapponese contemporanea le differenze sociali di razza, cultura, lingua e religione rappresentano per i giapponesi una minaccia e accentuano le tendenze alla discriminazione e all’esclusione. Purtroppo incontriamo queste tendenze persino all’interno della Chiesa».

Negli ultimi anni, molte comunità cristiane si sono aperte agli stranieri, le parrocchie con celebrazioni liturgiche in altre lingue. Le strutture parrocchiali vengono utilizzate dai «dekasseguis» per  feste folclorico- religiose che mantengono vive le tradizioni della madre patria: è molto forte il bisogno di ritrovarsi tra connazionali per superare la solitudine e lo stress causati e dal ritmo di vita di una società tanto differente. Padre Giorgio Pedemonte vive nella diocesi di Yokohama e segue i gruppi di nippo-brasiliani: celebra per loro l’Eucarestia, promuove incontri comunitari, insegna il catechismo, prepara ai sacramenti, organizza feste, visita le famiglie, distribuisce sussidi per la liturgia in lingua portoghese, scrive su tre dei cinque settimanali in portoghese che si pubblicano in Giappone, aiuta nei casi più bisognosi. Le più grandi soddisfazioni di padre Giorgio? Le tante persone disperate che, attraverso la sua amicizia e il suo aiuto, hanno ritrovato motivi di speranza rinunziando a volte anche al proposito di suicidarsi!
All’inizio del fenomeno «terzomondiali», noi del Pime (e altri missionari) abbiamo incominciato ad interessarci di questi immigrati, anche per facilità di lingua (inglese, portoghese, spagnolo, francese): oggi la Chiesa giapponese sta assumendo la responsabilità e il coordinamento di questo lavoro, immettendovi personale locale. Anche altri missionari del Pime, oltre a padre Pedemonte, sono impegnati nell’assistenza ai «terzomondiali»: il padre Francis Mossholder, americano, segue i filippini, come diversi parroci delle parrocchie nel cui territorio vi sono cattolici stranieri.

Inseriti nella Chiesa locale per renderla missionaria

Dagli anni settanta i missionari del Pime in Giappone discutono l’impegno dell’Istituto in opere al di fuori della parrocchia. Le «vie nuove» di presenza e di annunzio, tentate da alcuni missionari al di fuori delle strutture parrocchiali, sono state viste con speranza e simpatia, ma nessuna di esse ha iniziato un qualcosa di strutturale, che altri possano continuare.
La vera continuità del Pime in Giappone è la parrocchia, compresa la fondazione di nuove parrocchie come quella di Fuchu alla periferia di Tokyo, costruita accanto alla nuova casa regionale (quella di Shibuya in centro alla capitale era insufficiente fin dagli anni cinquanta). Nel 1975 l’Istituto ha acquistato il terreno e alla fine del 1977 casa regionale e chiesa (con spazi per le opere parrocchiali) erano pronte. La casa e la parrocchia di Fuchu sono nate per la volontà di mons. Aristide Pirovano, che aveva una chiara visione dell’Istituto e del suo impegno missionario: ovunque nelle missioni insisteva per una casa regionale ampia e adatta a servire come base per attività di apostolato, centro studi e informazioni. Nel 1993, cresciute le esigenze della parrocchia di Fuchu, il Pime ha costruito una nuova e più ampia casa regionale a Tama, altro quartiere di Tokyo non lontano da Fuchu.
Il lavoro parrocchiale apre prospettive di lavoro anche per il futuro. In passato, 30-40 anni fa, i vescovi chiedevano missionari soprattutto per aprire nuove parrocchie nei luoghi più poveri, meno cristianizzati e più isolati (e anche nelle periferie cittadine), ben contenti che istituti e congregazioni stranieri si assumessero l’impegno di acquistare il terreno, costruire chiesa, casa, asilo, opere sociali, iniziare una piccola comunità di battezzati. La priorità, almeno fino alla fine degli anni settanta, era di occupare tutto il territorio nazionale con una rete di parrocchie e opere ecclesiali: in un paese dove i cattolici sono lo 0,3% dei 127 milioni di giapponesi, bisogna rendere la Chiesa visibile alle genti.
Nel giugno 1984 i vescovi pubblicano un documento che dà una svolta missionaria alla Chiesa giapponese: diocesi e parrocchie debbono diventare «comunità evangelizzatrici»; in collaborazione con i religiosi ed i missionari stranieri, la Chiesa giapponese si impegna a formare i fedeli allo spirito missionario. Segue un periodo di «coscientizzazione» e il 20-23 novembre 1987 si svolge a Kyoto il I convegno nazionale della Chiesa giapponese NICE (Convegno nazionale per promuovere l’evangelizzazione) (41). Vi partecipano 273 rappresentanti delle comunità sul tema «Costruire una Chiesa aperta», articolato in tre settori: una Chiesa che cammina con la società; una fede che si approfondisce a partire dalla vita; una parrocchia che diventa missionaria.
«Missione» è la parola più adatta a descrivere l’identità rinnovata delle comunità cristiane. Attualmente, più che fondare nuove parrocchie, si vuol rendere missionarie quelle già esistenti. Vescovi e preti si sono messi in ascolto dei laici, che hanno soprattutto denunziato «la separazione tra fede e vita e tra Chiesa e società giapponese». Negli anni ottanta, si sono tenute a livello regionale «assemblee di ascolto pubblico» (koochookai). Vescovi e preti erano presenti non per insegnare ma per ascoltare e instaurare un dialogo. Si è cercata la partecipazione dei fedeli, per coinvolgerli nell’evangelizzazione: il loro contributo alla crescita della comunità cristiana diventa sempre più importante. Padre Maurizio Biffi, superiore regionale attuale del Giappone, dice (42):

«Nella lettera pastorale collettiva del 1984, che può essere considerata il testo programmatico della Chiesa giapponese per il 21° secolo, i vescovi hanno detto che l’assoluta priorità è di educare ogni parrocchia ad essere una comunità che evangelizza. Il carisma proprio del Pime, missionarietà e diocesanità, ci rende particolarmente idonei a quest’opera educativa. C’è però una condizione da rispettare: il carisma deve fermentare nel terreno della cultura giapponese. La parola ‘‘inculturazione’’ è stata tradotta in giapponese col termine ‘‘dappi’’, che più o meno significa ‘‘uscire dalla propria pelle’’. In altre parole, al missionario straniero si chiede che ‘‘cambi pelle’’: non è cosa da poco, è quasi il martirio di s. Bartolomeo! Per noi missionari è urgente attuare un processo di spogliazione culturale che, a livello di evangelizzazione, può essere attuato solo in collaborazione con i vescovi e il clero diocesano. Quindi, i missionari sono ancora utili, anzi direi più di prima, ma inseriti nella Chiesa locale, a servizio della Chiesa locale, mantenendo il proprio carisma missionario. Il cristianesimo in Giappone è ancora troppo occidentale: questa è certamente una delle cause che spiegano il suo cammino troppo lento».

P. Carlo Tinello, già superiore regionale in Giappone e oggi a Roma consigliere di p. Cagnasso, dice (43):

«In Giappone si sta rivedendo la formula ‘‘parrocchia’’ e sostituendola con una équipe di preti, suore e laici, che evangelizzano un vasto territorio. La diocesi di Osaka, una delle diocesi pilota, ha cominciato a creare dei team (équipe) che prendono più parrocchie ed evangelizzano un vasto territorio. Anche perché molte parrocchie hanno pochissimi cristiani e il prete finisce per essere occupato in mille piccole faccende della casa e della chiesa... Quanto più la Chiesa si sente minoritaria, tanto più deve far emergere la sua immagine originale, il suo specifico, il perché della sua missione. Dove il concetto di missione non è sentito e vissuto, la piccola comunità cristiana diventa una setta faziosa e si distacca dalla gente; dove invece c’è sensibilità missionaria prende vitalità, visibilità e si inserisce nel contesto locale.
Oggi si programmano le ‘‘comunità evangelizzanti’’: non più ‘‘pastorali’’ ma ‘‘missionarie’’. A noi missionari chiedono che ci inseriamo in queste équipe missionarie, integrandoci con i giapponesi. È una conversione non facile, anche perché i missionari in buona parte non sono più giovani. Il discorso cambia con gli ultimi arrivati. Ad esempio, il p. Ferruccio Brambillasca, giunto in Giappone da un anno circa, per lo studio della lingua è andato subito a vivere in una parrocchia di Tokyo con il prete giapponese, vicino alla scuola per stranieri. Una volta si restava per almeno due anni nella casa regionale, in ambiente italiano. La prospettiva del missionario è di accettare un lavoro con preti, suore e laici e un programma che va oltre le possibilità di un singolo: bisogna integrarsi e collaborare con gli altri».

Nel cammino di «conversione» missionaria della Chiesa giapponese, il Pime dà il suo contributo. Anche in Giappone l’Istituto si sente «diocesano», cioè ben inserito nel clero e nelle strutture delle quattro diocesi in cui è presente (Tokyo, Yokohama, Fukuoka, Hiroshima; Osaka l’ha lasciata da poco). Alcuni missionari fanno parte del consiglio diocesano o del consiglio del vescovo. Quando nel 1995 p. Maurizio Biffi è stato eletto superiore regionale del Pime, faceva parte del consiglio del vescovo di Yokohama, formato da 5 persone. Il vescovo ha chiamato a sostituirlo padre Vincenzo Pascale. Tinello, che è stato membro del consiglio della diocesi, dice (44):

«A Yokohama, noi del Pime, come le missioni estere di Parigi ed i padri colombani (cioè degli istituti missionari di clero secolare senza voti, n.d.r.), siamo intesi come un gruppo diocesano, con un nostro superiore ma a totale servizio della diocesi. Ecco perché abbiamo influsso sul clero, siamo come loro, rappresentiamo un modello concreto per la loro vita personale e comunitaria. I religiosi, secondo la loro  natura, fanno dei servizi alla diocesi, ma sono gruppi a parte (45).
Non abbiamo mai creato opere nostre, cioè di proprietà del nostro Istituto, perché fin dall’inizio abbiamo pensato che il nostro compito è non solo di annunziare Cristo ai non cristiani, ma di far maturare il clero e i cristiani in senso missionario. Questo soprattutto in diocesi di Yokohama, dove i missionari del Pime si sono ben integrati nelle realtà locali (clero e parrocchie); mentre nella missione del sud (diocesi di Fukuoka), che segue metodi più tradizionali, l’integrazione diocesana è più difficile, ma anche là si cammina su questa via.
La Chiesa giapponese si è organizzata: hanno fatto zone pastorali, comitati, frequenti incontri di clero e di laici per l’evangelizzazione, ecc. Vivendo dentro le realtà locali come preti diocesani, abbiamo aperto prospettive diverse ad una Chiesa che era ripiegata su se stessa. Ci siamo buttati dentro in questi comitati (di decanato) e stiamo dando un contributo di missionarietà al clero e ai laici (46).

Quale «primo annunzio» ai non cristiani?

Riferendosi a quanto dice p. Giannini (vedi più sopra) che in passato il compito più importante del missionario era di togliere i pregiudizi per preparare il terreno alla Grazia di Dio («Si tratta di presentare in modo simpatico la Chiesa ai giapponesi»), padre Allegrino Allegrini afferma (47) che

«questo è ancora il compito principale del missionario anche oggi. In realtà è ciò che io sto sperimentando: sono membro del Rotary club e di tante associazioni per lo studio della cultura giapponese e per il miglioramento della società dal punto di vista della morale e dell’assistenza sociale. Sono membro anche della ‘‘società del buon umore’’; quando questa è stata fondata a Saga, io ho fatto la prima conferenza sul tema: ‘‘Il buon umore e la religione’’. Da quando ho pubblicato il libro (le lettere scambiate con un bonzo buddhista, vedi sopra), mi chiamano spesso negli ambienti più vari per conferenze sull’educazione, sulla vita umana vissuta con pienezza, sul volontariato, ecc. Naturalmente presento il pensiero cristiano e mi sembra che la gente ascolti volentieri, perché gli altri conferenzieri trascurano il punto di vista della religione.
Ora insegno in cinque università specialmente ‘‘scienza della religione’’ e ‘‘scienza dell’uomo’’ (chi è l’uomo? da dove viene e dove va l’uomo? come vivere la vita umana con gioia?...). In una università buddhista, fra le loro lezioni mi invitano a farne una sul cristianesimo. Alla chiesa di Saga tengo un ‘‘circolo per la lettura della Bibbia’’ per i non cristiani. Vi partecipano soprattutto i miei amici con i quali sono in relazione per le diverse associazioni a cui appartengo e vi partecipa anche un bonzo».

Padre Carlo Tinello è stato parroco ad Hadano (1984-1995), città di 150.000 abitanti della diocesi di Yokohama. La parrocchia, presa da padre Nazareno Rocchi nel 1970, aveva un centinaio di battezzati ed era in una situazione difficile. Rocchi avrebbe voluto fare l’asilo, ma in centro città non c’era il terreno. Nel 1974 padre Domenico Ciserani ha dato un indirizzo nuovo: creare contatti con i non cristiani, visitando le famiglie, gli ammalati, ecc. Si è creata un’atmosfera di simpatia verso la Chiesa e un’ampia cerchia di amici.
La comunità cattolica era ancora piccola, circa 300 battezzati. In quel tempo sono venute le suore, che hanno impiantato un pensionato universitario per ragazze e hanno portato un buon aiuto pastorale. Dopo padre Sabino Acquaviva, morto il 2 novembre 1984 dopo solo due anni e mezzo di parroco (era ammalato di cuore), p. Carlo Tinello assume la parrocchia:

«Mi sono accorto che i nostri rapporti con i protestanti non erano un segno di cristianesimo, racconta padre Carlo. In città c’erano diverse Chiese protestanti. Tutte si presentavano come Kristo-Kyo (Kyo sta per «religione»). Allora ho pensato di coinvolgere per il funerale di padre Sabino, che aveva colpito tutti, le otto Chiese protestanti di Hadano; così abbiamo iniziato degli incontri, discutendo su cosa si poteva fare per presentarci uniti ai non cristiani, realizzando un programma comune per il Natale, solennità molto sentita anche dai giapponesi. Tutte le Chiese lo preparavamo insieme: canto, musica, festa... Si è creato un collegamento anche con i buddhisti, il Tenrikyo, gli shintoisti.
Poi siamo riusciti, cattolici, anglicani, ‘‘Chiesa unita giapponese’’ e battisti, coinvolgendo anche le altre religioni, a organizzare una giornata di preghiera per i morti in guerra, da celebrare a fine ottobre. Ci presentiamo tutte le religioni unite, preghiamo per i morti, per la pace, per una società nuova nel segno della comprensione e della solidarietà. Il Comune di Hadano sponsorizza l’iniziativa.
Verso fine ottobre c’è una giornata nella quale si svolge la grande assemblea con due-tre ore di preghiera in un salone pubblico parato a lutto: i preti delle varie Chiese e religioni escono in camice bianco e stola, poi c’è un quarto d’ora per ciascuna religione. Noi portiamo un grande crocifisso e durante il nostro quarto d’ora lo mettiamo al centro del palco, di fronte a tutta quella gente in maggioranza non cristiana: facciamo una preghiera, cinque minuti di lettura della Bibbia, un pensiero e un po’ di organo che piace a tutti. Mi ricordo la commozione degli anziani. Per i giovani la guerra non dice più niente, ma per chi l’ha vissuta è sempre una piaga aperta, hanno avuto i loro morti. Parecchie volte, andando al supermercato o per la strada, mi avvicinava qualche persona per ringraziarmi di aver ricordato i morti in guerra. Quindi è un annunzio di Cristo che rimbalza nei mass media. Così si creano contatti fra le Chiese cristiane e con le altre religioni, nascono amicizie che durano».

Le parrocchie delle città giapponesi oggi, in genere, non hanno l’asilo o perché manca il terreno oppure perché ci sono molti altri modi per rendersi visibili e stabilire contatti con i non cristiani. Come funziona una parrocchia senza asilo? Il padre Tinello racconta:

«Il fondamento della Chiesa in Giappone sono le donne, con le quali si lavora bene perché sono abbastanza libere. Si riuniscono facilmente, puliscono, cuciono, chiacchierano, gli fai un po’ di catechismo, pregano. In famiglia, vivono in due stanzette piccole (le abitazioni non sono grandi come in Italia): quando non lavorano, cosa fanno? In parrocchia trovano stanze spaziose, il giardino, il cortile e cose interessanti da fare o da sentire. Per gli uomini è molto più difficile. Vengono una volta al mese per un incontro, ma l’uomo è troppo occupato per il lavoro (è sempre a servizio della ditta) e i giovani per lo studio: le tensioni per fare esami e carriera nella società giapponese sono maggiori che in Italia.
Ho diviso la parrocchia in dieci settori e facevo raduni familiari. Le donne chiamano le amiche anche non cristiane. Sceglievo un tema che attira: la morte, la sofferenza, cosa vuol dire amicizia, la natura, l’arte... Io andavo al pomeriggio in questi gruppi di famiglia, in genere di donne, leggevo la Bibbia, spiegavo, loro discutevano, facevano domande. Si pregava.
Non ho mai superato i dieci battesimi di adulti l’anno. I dieci convertiti da dove venivano? Me lo son chiesto anch’io, non ho una risposta precisa. Venivano dalle situazioni più diverse. Ma tutti perché nella loro vita c’è stato un momento in cui hanno incontrato un testimone cristiano che li ha toccati, commossi. Su questo tema si discute nella Chiesa giapponese. Noi facciamo grandi ragionamenti, poi chi converte è Dio, in genere attraverso un testimone».

Quale futuro per il Pime in Giappone?

L’interrogativo più comune fra i missionari è questo: quale futuro per noi in Giappone? Se lo pongono tutti i missionari, non solo quelli del Pime (48). Nella sua presenza in Giappone il Pime ha attraversato tre fasi (49): 1) Il tempo del dissodamento (1951-1971) nelle due missioni  assunte, Saga al sud (isola di Kyushu, sette parrocchie) e Kofu al nord (isola di Honshu, quattro): tempo di grande povertà, di isolamento e gravi difficoltà nel capire e inserirsi nei costumi, cultura e lingua del popolo; ma tempo anche della fede e dell’entusiasmo nel lavoro missionario. Costruzioni di chiese, asili, case, centri sociali; fondazione delle comunità cristiane a partire dalle parrocchie, dagli asili e da molte iniziative di annunzio prese dai missionari a livello personale.
2) La fase delle «vie nuove» (1972-1983), dopo il Vaticano II e il Capitolo di aggiornamento post-conciliare del Pime (1971-1972). Le conversioni diminuiscono in tutto il Giappone, la società giapponese cambia a ritmo vertiginoso, i giovani missionari vogliono uscire dallo schema della piccola parrocchia con poche decine di fedeli, dall’asilo che fa conoscere e mantiene la parrocchia, dall’ambiente di cittadine rurali in cui il Pime è stato mandato dai vescovi. Si tentano «vie nuove» che si rivelano ancor meno produttive, per portare i giapponesi a Cristo, delle comunità parrocchiali e degli asili. È un periodo di sofferenza, di dibattito e divisioni, di idee e progetti certamente molto belli ma realizzati con troppa fretta e senza accordo con le comunità dell’Istituto e delle diocesi.
3) La terza fase (1984-2000) è il periodo dell’integrazione piena nella Chiesa locale, che sta organizzandosi e matura missionariamente. Si accettano i nuovi impegni di quattro grosse parrocchie nelle zone industriali di Yokohama (presso Tokyo, Hatano, Atsugi, Yamato) e Osaka (Kakogawa); l’Istituto si immerge a fondo nella vita diocesana per influenzare in senso missionario clero e fedeli, soprattutto dando esempi concreti di parrocchie missionariamente impostate.
Oltre alle iniziative dei singoli in vari campi, sempre possibili secondo i carismi di ciascuno, il futuro del Pime in Giappone è ancora quello degli inizi: parrocchia e vita diocesana. Oggi l’Istituto (rappresentato da 27 missionari italiani e americani) ha la responsabilità di 18 parrocchie (11 con asilo), di due cappellanie e della casa regionale a Tokyo (Tama), che è centro di studio, di ospitalità, di incontri e ritiri spirituali, con spazi per nuove iniziative missionarie. Se il Pime avesse personale sufficiente, questo sarebbe il tempo di potenziare la nostra presenza in Giappone. È opinione comune che proprio il «Paese del Sol Levante» (tecnicizzato, organizzato, colto, nazionalista e buddhista) rappresenta nel panorama mondiale la missione più difficile, ma anche la più esemplare di quello che sarà nel futuro.
Ma c’è un altro aspetto della missione in Giappone, che la rende quanto mai attuale: la comunione fra le Chiese, lo «scambio fra le Chiese» sempre più in futuro sarà un tema dibattuto e vissuto. I missionari non vanno solo per annunziare Cristo ai non cristiani, ma anche per gettare ponti di comprensione e di scambio con altri popoli e Chiese. La missione non è solo dare, ma  dare e ricevere, in Giappone questo appare con evidenza: il missionario evangelizza, ma si lascia anche evangelizzare. Padre Aldo Temperini, in Giappone dal 1955, scrive (50): «Credo di aver ricevuto in Giappone più di quanto ho dato. La missione è scuola di vita anche per il missionario. Dai giapponesi ho imparato la calma, la pazienza, il rispetto della persona, il saper ascoltare, il cercare ciò che è buono nelle idee degli altri, senza mai disprezzare nessuno. Fare il missionario, soprattutto fra un popolo culturalmente raffinato come quello giapponese, significa anche arricchirsi: la vita a contatto con un popolo diverso ti induce a fare una sintesi, prima dentro di te e poi nei modi esterni. Anche sotto questo punto di vista vorrei dire che fare il missionario in Giappone può essere affascinante. Tutto sommato direi che diventa, anche umanamente, sempre più avvincente, forse più che fare il missionario in mezzo alle foreste».
La visita del Papa in Giappone (23-26 febbraio 1981) ha fatto discutere sulla «pastorale del cuore» (o «catechesi del cuore», termine usato dai vescovi negli anni settanta) (51). In soli quattro giorni di presenza sul suolo giapponese Giovanni Paolo II ha suscitato straordinarie emozioni nel popolo: ha trasmesso il Vangelo più con i gesti che con la parola. Naturalmente, anche i contenuti dei suoi discorsi hanno lasciato un segno, ma perché entravano nel cuore della gente attraverso quelle «forme» di presenza che toccano il cuore. È un fatto che ha aperto nuove prospettive all’evangelizzazione. Scrive padre Pino Cazzaniga (52):

«Bisogna dire che questa visita del Papa fa epoca nella storia stessa del Giappone. Tutti i giornali seri ne hanno parlato in questo senso. Per la Chiesa cattolica, poi, (il viaggio del Papa) è un fatto unico... il più grande dono che il Signore ha fatto alla Chiesa giapponese, almeno in questo secolo... Il giornale «Yomiuri Shimbun» del 27 febbraio 1981 (il giorno dopo la partenza del Papa), riportava numerose interviste volanti a gente del popolo: ‘‘Per la prima volta in vita ho pianto di gioia’’, ha detto uno. E un altro: ‘‘Non credevo possibile che una personalità straniera toccasse così il mio cuore’’. Un terzo: ‘‘Questo capo religioso mi ha fatto intendere qual è la via verso la pace e la serenità del cuore’’. D’altronde, lo stesso primo ministro Zenko Suzuki, intervistato dai giornalisti il giorno dopo l’incontro col Papa, ha fatto fatica a nascondere la sua emozione... e questo per un giapponese è cosa del tutto eccezionale.
La nostra presentazione troppo didattica e razionale del cristianesimo sconcerta i giapponesi, che sono molto sensibili e amano si parli loro partendo dal cuore. Ora, il cristianesimo è un insieme di realtà, prima che di idee: la vita ha sempre la precedenza sulla conoscenza. Essere cristiani vuol dire, in fondo, amare e vivere di Cristo. L’educazione religiosa non consiste, quindi, principalmente, nel dare nozioni sul cristianesimo e sui dogmi, non è affatto questione di ragionamento e di memoria: la conoscenza di Dio la si acquista attraverso l’incontro e l’unione con il Dio vivente nella profondità del proprio cuore. Per questo la formazione cristiana può incominciare fin dai primissimi anni di vita, quando il bambino è ancora troppo piccolo per ragionare, ma ha già una sensibilità molto grande e adatta per un incontro di amore con Dio».

Padre Fedele Giannini, ponendosi la domanda: «Perché i giapponesi non si convertono?», risponde (53):

«Il vero motivo lo sa solo il Padre eterno, ma da quello che possiamo capire noi... è certo che, se il Giappone si convertirà, sarà più in forza del sentimento (‘‘kimochi’’) che della ragione. Aida Yuji, professore dell’università di Tokyo, non cattolico, scrive: ‘‘Noi giapponesi abbiamo qualcosa di femminile nel nostro carattere: più che in base alla ragione, ci muoviamo in base al sentimento. Possiamo sembrare poco logici perché, invece di attenerci ad un ragionamento rigoroso, seguiamo sentimento e intuizione. Eppure io penso che anche questo sia un modo ragionevole di procedere. Separando sentimento e ragionamento, ci si allontana dalla realtà e non si può capire in profondità’’».

 

 

NOTE

[1] F. SARDEI, «Vie giapponesi alla fede», «Infor Pime», n. 94, dicembre 1991, pag. 11.
[2] FRANCESCO SARDEI, «Vie giapponesi alla fede», «Infor-Pime», dicembre 1991, pag. 12.
[3] Un missionario dice: «Non bisognerebbe mandare nessuno in Giappone che abbia più di trent’anni, se si vuole che arrivi a parlare ed a leggere bene il giapponese...».
[4] ERNESTO TOALDO, «Il missionario nel Giappone d’oggi», «Mondo e Missione», febbraio 1973, pagg. 96-121. Citaz. a pag. 98.
[5] SABINO ACQUAVIVA, «Il Pime in Giappone», «Quaderni di Infor-Pime», n. 31, aprile 1984, pagg. 91; SALVATORE MARTINO, «I missionari del Pime in Giappone (1951-1961)», «Le Missioni Cattoliche», ottobre 1961, pagg. 314-319.
[6] Città costituite per lo più dopo la guerra con l’unione di paesi e villaggi limitrofi, fino a raggiungere il minimo di 40.000 abitanti.
[7] ALDO TEMPERINI, superiore regionale, «Relazione giapponese per il Capitolo straordinario 1971», dattiloscritto, pag. 29.
[8] Anche oggi, nonostante il buon contributo dei fedeli, le piccole comunità giapponesi spesso non sono autosufficienti, essendo venuti a mancare gli aiuti delle Pontificie opere missionarie e le offerte degli amici in Italia, dove il Giappone è conosciuto come paese ricco. Si dimentica che la Chiesa giapponese è piccola e povera (ogni «parrocchia» ha in media 100-200 battezzati, in genere di classe non elevata) e che in Giappone tutto costa molto più che in Italia, specie i terreni, le costruzioni, gli stipendi.
[9] SALVATORE MARTINO, «Il decennio del Pime in Giappone», «Il Vincolo», maggio 1961, pagg. 143-147.
[10] GIUSEPPE ROMITI, «La parrocchia missionaria di Fuji-Yoshida», «Le Missioni Cattoliche», aprile 1954, pagg. 86-87.
[11] GIUSEPPE ROMITI, «Il piccolo seme», «Le Missioni Cattoliche», giugno 1955, pag. 135.
[12] PIO OGGIONI, «La nostra vita in Giappone», «Il Vincolo», settembre 1958, pagg. 26-28.
[13] PLACIDO SALVI, «La musica in Giappone come mezzo di apostolato», «Le Missioni Cattoliche», agosto-settembre 1959, pagg. 220-221.
[14] Naturalmente, per comprendere il valore di questa testimonianza, bisognerebbe conoscere la società e l’ambiente della provincia giapponese trent’anni fa.
[15] FEDELE GIANNINI, «Apostolato ‘‘fotografico’’ in Giappone», «Le Missioni Cattoliche», ottobre 1962, pagg. 375-378.
[16] Le circa 300 foto in bianco e nero, di grande formato, sono poi servite per una mostra al centro missionario mons. Ramazzotti del Pime a Milano, per le riviste dell’Istituto e per giornalisti o case editrici che vengono a rifornirsi di foto esotiche nel nostro archivio fotografico. Una ventina le ha acquistate l’agenzia Ansa per la sua diffusione. Si tratta di foto artistiche con scene di vita familiare, sociale, religiosa, di feste popolari, ecc.
[17] SABINO ACQUAVIVA, «Il Pime in Giappone», cit., pag. 49.
[18] Nella sua «Relazione per il Capitolo straordinario 1971» (pag. 30), p. Aldo Temperini afferma: «Specialmente le nostre due missioni soffrono di una forte emigrazione: in un anno, il numero dei cattolici emigrati equivale o supera quello dei nuovi battezzati... Se può esserci un conforto nella diminuzione, ricordiamo che i nostri battezzati vanno ad aumentare le fila dei fedeli nelle parrocchie delle grandi città; inoltre, circa 60 giovani delle nostre associazioni sono entrate nelle varie congregazioni religiose femminili, mentre una decina sono sacerdoti diocesani o religiosi».
[19] Questo volume celebrativo dei 150 anni del Pime, lo ripeto, non vuole e non può essere (per motivi di spazio!) una storia particolareggiata di tutte le attività che i singoli missionari hanno realizzato in 150 anni in tutte le missioni, ma cerca di dare un panorama significativo di come l’Istituto ha lavorato e lavora, con quale spirito e con quali metodi, nei più vari campi d’apostolato. La storia approfondita delle singole missioni è rimandata ai volumi della serie: «Missione Brasile», «Missione Amazzonia», «Missione America», «Missione Bissau», ecc.
[20] Si veda il capitolo VII di questo libro.
[21] Basti dire che il fascicolo del gennaio-marzo 1976 de «Il Vincolo» dedica 26 pagine (pagg. 13-39) ai documenti relativi a questa esperienza. Su quattro missionari del gruppo, due sono ritornati in comunità, due si sono secolarizzati e sono usciti dall’Istituto.
[22] Superfluo aggiungere che, in Giappone come altrove, si potrebbero individuare responsabilità delle comunità di missione che accolsero i giovani missionari: chi si sente aggredito naturalmente si difende. Ma chi si inserisce in una missione e in un paese del tutto nuovi, senza conoscerne lingua, costumi, mentalità, storia, Chiesa locale, dovrebbe partire con una grande carica di umiltà e di pazienza, che spesso è mancata. L’ideologia del «tutto e subito», caratteristica del sessantotto, da nessuna parte ha avuto successo.
[23] SABINO ACQUAVIVA nello studio citato «Il Pime in Giappone», a pag. 69.
[24] «Infor-Pime» settembre 1974, pagg. 15-16.
[25] GIAMPIERO BRUNI, «Riflessioni sul senso dell’impegno nel mondo del lavoro», «Infor-Pime», ottobre 1978, pagg. 25-30.
[26] «Povertà reale — scrive Bruni in «Infor-Pime», settembre 1980, pag. 7 («La Joc e l’evangelizzazione nel mondo operaio giapponese») — è vedersi derubati della propria dignità, del proprio tempo libero, delle ore di riposo e della propria vitalità fisica, essere sottoposti a ritmi di lavoro incalzanti, essere spinti alla competizione per un po’ di soldi in più».
[27] GIAMPIERO BRUNI, «La Joc e l’evangelizzazione del mondo operaio giapponese», «Infor-Pime», settembre 1980, pagg. 5-11. Vedi anche: Id., «Di fronte al mondo del lavoro giapponese», «Infor-Pime», marzo 1985, pagg. 40-47.
[28] BERNARDO CERVELLERA, «Giappone: la missione e lo Shinto», Intervista a p. Allegrino Allegrini, «Mondo e Missione», aprile 1983, pagg. 241-267. Citaz. a pag. 250-251. Vedi anche: A. ALLEGRINI, «Percorsi missionari in Giappone», «Infor-Pime», febbraio 1992, pagg. 8-15.
[29] Arte della lotta, della spada, del tè, dei fiori (detta anche «Ikebana»).
[30] Lettera a p. Gheddo del 6 agosto 1999.
[31] Soletta ha pubblicato in Italia alcuni classici giapponesi: SAIGYO, «I canti dell’eremo», Edizioni La Vita Felice, Milano 1998, pagg. 158 (un monaco-poeta, nato a Kyoto nel 1118, che occupa un posto eminente nella letteratura giapponese ed è venerato come un «monaco santo», descrive poeticamente le sue esperienze religiose); DAIGURYOKAN, «Poesie di Ryokan», La Vita Felice, 1994, pagg. 156 (un monaco dello zen, 1758-1831, e i suoi canti poetici); YAMAMOTO TSUNETOMO, «Hagakure, Il Codice segreto dei Samurai», Editrice Ave, Roma, 1993, pagg. 214 (antologia di un classico della letteratura e della cultura giapponese).
[32] CELESTINO CAVAGNA, «Collaborazione Pime-Saveriani per il dialogo interreligioso in Giappone», «Infor-Pime», settembre 1984, pagg. 13-15; «Dialogo interreligioso in Giappone», «Infor-Pime», settembre 1988, pagg. 24-28; «In dialogo con la Rissho-Koseikai», «Infor-Pime», giugno 1992, pagg. 25-30.
[33] CELESTINO CAVAGNA, «Esperienza di zen e dialogo interreligioso», «Infor-Pime», settembre 1992, pagg. 39-46, 48.
[34] LUIGI SOLETTA, «Convegno interreligioso monastico», «Infor-Pime», giugno 1996, pagg. 44-47. Si tratta del convegno organizzato dall’Isa nel monastero dei benedettini silvestrini a Bassano Romano (Viterbo) dal 25 al 28 aprile 1996, sul tema: «Padre nostro che sei nei cieli».
[35] SABINO ACQUAVIVA, «Il Pime in Giappone», cit., pagg. 73-74.
[36] Ambedue i films, girati con i tecnici della compagnia documentaristica giapponese Inawami, sono prodotti in Giappone e in Italia dai Paolini.
[37] MARIO BIANCHIN, «Ho scelto questo modo per annunziare il Vangelo», «Infor-Pime», aprile 1989, pagg. 36-42; «Pime in Giappone e impegno nei mass media», «Infor-Pime», agosto 1991, pagg. 40-47.
[38] DOMENICO CISERANI, «I dekasseguis: occasione privilegiata per il Pime?», «Infor-Pime», giugno 1992, pagg. 50-53; LUIGINA BARELLA, «La mia vita con i dekasseguis, Intervista a p. Giorgio Pedemonte», «Mondo e Missione», giugno-luglio 1997, pag. 68.
[39] GIORGIO PEDEMONTE, «Stranieri in Giappone e noi», «Infor Pime», n. 129, ottobre 1998, pagg. 38-39. Secondo le statistiche ufficiali del 1996 gli stranieri legali in Giappone erano 1.415.126, di cui: 657.159 coreani, 234.264 cinesi, 201.795 brasiliani, 134.506 filippini, USA 44.188, Perù 37.009, ecc. Nel 1996 gli stranieri illegali erano valutati a circa 300.000 (in maggioranza filippini e latinoamericani). Nel 1998 i brasiliani legali erano saliti a 233.300.
[40] CELESTINO CAVAGNA, «Giappone, la Chiesa di fronte all’immigrazione», «Mondo e Missione», novembre 1998, pagg. 31-46.
[41] Il II NICE è stato celebrato a Nagasaki nel 1993 sulla «famiglia».
[42] Intervistato da p. Pino Cazzaniga a Tokyo nell’ottobre 1998.
[43] Intervistato a Roma il 12 novembre 1999.
[44] Intervistato a Roma il 29 maggio e l’8 giugno 1999.
[45] Un esempio concreto di questa «diocesanità», raccontato da p. Tinello, è che nei dieci anni in cui egli fu superiore regionale (1985-1995) «le parrocchie del Pime hanno dato alle diocesi in cui lavoriamo otto sacerdoti diocesani, fra i quali un giovane vietnamita fuggito dal Vietnam. Sono giovani educati da noi, nelle nostre parrocchie. Abbiamo avuto molta attenzione alle vocazioni e ci è sembrato inopportuno, anche quando nel 1989 il Pime ha deciso di prendere vocazioni dai paesi di missione, di prendere noi qualcuna di queste vocazioni».
[46] Lo stesso Tinello scrive: «La Chiesa locale è completamente in mano ai giapponesi (vescovi, organismi della conferenza episcopale, ecc.), ma i due terzi delle attività della Chiesa sono in mano ai religiosi e religiose... Molte zone pastorali sono in mano ai religiosi... e quanta fatica a realizzare una pastorale (e attività missionaria) a respiro e indirizzo diocesano! Dico questo perché ho lavorato per più di dieci anni a Yokohama, una delle diocesi più dinamiche. Spesso è il ‘‘carisma’’ del proprio istituto a prevalere e, sotto il carisma, la borsa, la caccia alle vocazioni, ecc.» («Dove va il futuro dei missionari esteri in Giappone?», «Infor-Pime», settembre 1996, pagg. 30-38).
[47] Lettera a p. Gheddo del 6 agosto 1999.
[48] CARLO TINELLO, «Dove va il futuro dei missionari esteri in Giappone?», «Infor-Pime», settembre 1996, pagg. 30-38.
[49] PINO CAZZANIGA, «Un difficile cammino (del Pime in Giappone)», «Missionari del Pime», novembre 1998, pag. 6; ALBERTO DI BELLO, «30 anni di presenza del Pime in Giappone e prospettive per il futuro», «Il Vincolo», maggio 1982, pagg. 25-31.
[50] In «Mondo e Missione», febbraio 1973, pag. 121.
[51] Si veda il «servizio speciale» di padre Pino Cazzaniga: «Quale catechesi in Giappone?», «Mondo e Missione», ottobre 1977, pagg. 505-527.
[52] PINO CAZZANIGA, «Come i giapponesi hanno visto il Papa», «Mondo e Missione», giugno-luglio 1981, pagg. 367-394. Citaz. alle pagg. 370, 383-384.
[53] FEDELE GIANNINI, superiore regionale: «La regione Giappone alla vigilia del Capitolo 1977», «Il Vincolo», n. 121, ottobre 1977- febbraio 1978, pagg. 16-20.