PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

XXI - Fra baraccati, tribali e musulmani nelle Filippine (1968-2000)

Una Chiesa rinnovata nasce a Santa Cruz (1969-1977)
Fra i baraccati a Tondo: Vangelo e animazione popolare (1970)
Cocquio, Alessi e Booms espulsi dalle Filippine (1976)
I primi passi nell'isola di Mindanao (1969-1980)
L'inizio della missione a Kidapawan (1980)
La Chiesa a Kidapawan fra «Ilaga» e «Barracuda»
Il martirio di padre Tullio Favali (11 aprile 1985)
Fra i subanos nella prelatura di Ipil (1981)
«Silsilah»: il dialogo fra cristiani e musulmani (1984)
Salvatore Carzedda martire del dialogo (20 maggio 1992)
Centro di formazione missionaria per le Chiese d'Asia (1992)
La parrocchia dell'aeroporto a Manila (19852000)
Assistenza ai migranti filippini all'estero (1996)
«Scegliamo di andare tra i più poveri ed emarginati» (1994)
Padre Luciano è libero, Mindanao non ancora (1998)
Il seminario internazionale a Tagaytay (1999)

XXI

FRA BARACCATI, TRIBALI E MUSULMANI NELLE FILIPPINE
(1968-2000)

Kipling fu un cattivo profeta quando scrisse: «Oriente e Occidente non s’incontreranno mai». In realtà già ai suoi tempi (all’inizio del nostro secolo), Oriente e Occidente non solo si erano incontrati, ma anche fusi assieme dando vita ad un paese di straordinario fascino: le Filippine, l’unico a maggioranza cattolica in Asia. Il cattolicesimo è stato, nelle Filippine (attraverso tre secoli di colonizzazione spagnola), la religione-cultura che è riuscita nell’impresa di fondere due civiltà, popoli e continenti così lontani come Asia ed Europa.
Un Istituto come il Pime, che ha scelto di preferenza l’Asia, non poteva non andare nelle Filippine. Nel gennaio 1967 mons. Pirovano risponde all’invito di alcuni vescovi e va a visitare il nunzio apostolico e quattro vescovi, assieme al superiore regionale di Hong Kong, p. Secondo Einaudi. L’anno seguente, nel gennaio e febbraio 1968, mons. Pirovano manda ancora p. Einaudi, accompagnato da p. Piero Gheddo. Si trovano accordi con due vescovi che invitano il Pime: quello di San Pablo nell’isola di Luzon al nord (dove c’è Manila) e quello di Dipolog a Mindanao, la grande isola del sud.
I primi che giungono nelle Filippine (6 dicembre 1968) sono i padri Pietro Bonaldo (missionario ad Hong Kong, capo missione), Egidio Biffi (già missionario in Birmania), Pio Signò (espulso dalla Cina), Joseph Vancio (americano) e fratel Giovanni Arici (1). Ne seguono altri a ritmo serrato: nel 1969 i padri Bruno Piccolo (dagli Stati Uniti) e Francesco Alessi; nel 1970 Adriano Cadei (anche lui — come Biffi — espulso dalla Birmania nel 1966), Santo Di Guardo e Angelo Biancat; nel 1971 Gigi Cocquio; nel 1972 Peter Geremia (dagli Stati Uniti), Vincenzo Bruno (anche lui dagli Usa) e Alessandro Bauducci; nel 1974 Albert Booms (americano), Alessandro Brambilla, Raymond Ridolfi (americano) e Giuseppe Zanotto; nel 1975 Renato Contis, Giovanni Battista Roggeri e fratel Donald Kuester (americano); e nel 1977 Salvatore Carzedda, Sebastiano D’Ambra e Luigi Colombo.
Nei primi dieci anni (1968-1977) il Pime manda 22 padri e due fratelli per i due impegni assunti all’inizio con i vescovi: la parrocchia di Santa Cruz (diocesi di San Pablo) e il distretto missionario di Siocon (diocesi di Dipolog). Nel dicembre 1968, appena arrivati, i primi si presentano all’arcivescovo di Manila per chiedergli una chiesa o una cappellania come punto d’appoggio nella capitale. La richiesta si concretizza nel 1970 quando mons. Pirovano visita i suoi missionari. Il nunzio mons. Carmine Rocco invita i missionari italiani ad andare nella sterminata distesa di baracche quasi in centro città, che in vista della prossima visita di Paolo VI a Manila (2) doveva essere più assistita anche dal punto di vista ecclesiale con due nuove parrocchie: si voleva sottolineare al Papa e ai vescovi asiatici l’impegno della Chiesa filippina per i più poveri e marginali.
Così, un anno dopo il suo arrivo nelle Filippine, il Pime si trova ad avere tre impegni lontani e diversi l’uno dall’altro.

Una Chiesa rinnovata nasce a Santa Cruz (1969-1977)

La città di Santa Cruz (a 120 km. a sud-est di Manila) in 19 barrios ha circa 60.000 abitanti, 40% dei quali cattolici e 60% «aglipayani» (3); in realtà la maggioranza non frequenta alcun luogo di culto: le persone colte si sono allontanate dalla pratica religiosa, le masse popolari conservano avanzi di «cristianesimo popolare» fortemente superstizioso. Il vescovo, mons. Pedro Bantigue, ha chiamato i missionari italiani per ridare forza e visibilità alla Chiesa, nella città più importante della sua diocesi, capitale della provincia di Laguna, così difficile anche per motivi politicosociali.
P. Bonaldo scrive all’inizio: «Siamo sopraffatti dalle folle». Quando hanno visto dei preti che si danno totalmente alla gente, rendendosi disponibili in qualunque momento e per tutte le necessità, i fedeli accorrono in massa, mettendo in imbarazzo i missionari, che non s’aspettavano una risposta così corale. Organizzano il catechismo, il consiglio parrocchiale (dove si discute tutto con la gente), le associazioni parrocchiali che stimolano i laici all’impegno; nelle due chiese ogni settimana ci sono 15 messe con omelia, nei barrios una dozzina; introducono una liturgia partecipata in vista dell’istruzione religiosa molto carente; «purificano» le chiese dalla congerie di statue e immagini che le rendono più luoghi di superstizioni che di fede.
Questa nuova impostazione della vita ecclesiale scandalizza i cattolici «tradizionali» e le grandi famiglie che monopolizzano la gestione della parrocchia. I missionari si accorgono che i cattolici, arroccati in centro città attorno alla monumentale chiesa di origine spagnola, lasciano gli «aglipayani» nelle periferie e baraccopoli. La divisione fra le due comunità è netta. Compresa la situazione, i padri si impegnano nelle opere sociali per i più poveri: cibo e medicine, cooperativa di consumo per combattere gli alti prezzi, «banca popolare» (credit union) con 500 membri, centro medico di assistenza gratuita, aiuto ai poveri per costruirsi una casetta, sostegno alle famiglie per mandare i bambini a scuola, costruzione di servizi igienici,
corsi di taglio e cucito, campagne per sfamare la gente, allevamento di maiali, galline, anitre, ecc.
Molte iniziative che suscitano il caloroso sostegno popolare ma scombussolano i fedeli più vicini, abituati a vedere nel prete solo il distributore di benedizioni e di consolazioni spirituali. Nell’agosto 1972 una violenta inondazione devasta la città e i dintorni. La casa parrocchiale e gli ambienti della parrocchia diventano rifugio per gli sfollati (cosa difficile da digerire), i missionari lavorano fino all’esaurimento: Bonaldo e Alessi sono ricoverati in ospedale (erano in piedi 16-18 ore al giorno...). Una dedizione che suscita molti collaboratori volontari, avviando un modo nuovo di testimoniare la fede: la parrocchia non è più quella di una volta! Padre Alessi si attira antipatie quando grida dal pulpito che Cristo in quel momento non è in chiesa, ma fuori, tra gli alluvionati e i profughi...
Il 21 settembre 1972 arriva la proclamazione dello «stato di emergenza» da parte del presidente Marcos (4), che assume il potere in modo forte affidando il paese ai militari, col pretesto di combattere l’insurrezione comunista e il separatismo musulmano nel sud (isola di Mindanao). Padre Geremia, arrivato nelle Filippine il 21 agosto 1972 ed a Santa Cruz il 29 agosto, scrive (5):

«Molti, anche nella Chiesa, credevano si trattasse di misure severe, ma destinate a durare poco ed a portare un effettivo miglioramento delle condizioni generali di vita... Subito però ci furono degli arresti. Anche molti dei nostri studenti e responsabili laici, compreso il consiglio pastorale, furono imprigionati.... A Santa Cruz feci le mie prime esperienze come organizzatore di comunità. Non volevo limitarmi alla gente del centro, la cosiddetta ‘‘poblaciòn’’, ma raggiungere anche i villaggi periferici, i ‘‘barrios’’. Chiesi a dodici uomini di buona reputazione di costituire un ‘‘gruppo apostolico’’ per programmare e pregare insieme, preparare la liturgia domenicale da condividere poi con le comunità periferiche... (6). Non le chiamavamo ancora così, ma di fatto erano le prime ‘‘comunità cristiane di base’’ che poi si sarebbero diffuse soprattutto al sud, nell’isola di Mindanao. La legge marziale impedì purtroppo uno sviluppo di questa metodologia, perché gli individui più attivi venivano immediatamente accusati di sovversione ed arrestati... Santa Cruz fu per me il battesimo di fuoco, in un contesto ecclesiale e sociale di scontro radicale fra una tradizione di facciata ed interessi costituiti da una parte e necessità di cambiamento e di autentica vita cristiana dall’altra».

Intanto comincia un’altra emergenza: la parrocchia di Tondo a Manila, nella quale p. Alessi, superiore del Pime nelle Filippine (7), si sposta all’inizio del 1973. Nello stesso tempo p. Pietro Bonaldo, «il gigante con un vocione che faceva tremare le pareti e un cuore d’oro» (così lo descrive Geremia), si scopre malato di cancro. Dopo mesi d’ospedale e varie operazioni è portato in Italia all’inizio del novembre 1973: muore in ospedale a Milano il 10 novembre. Padre Geremia è parroco a Santa Cruz con due coadiutori: i padri Bruno Piccolo e Adriano Cadei; nel 1975 va anche lui a Tondo. La parrocchia di Santa Cruz continua con Cadei e Piccolo e viene ridata alla diocesi nel 1977 completamente rinnovata. Ricordando il suo servizio a Santa Cruz, Geremia scrive (8):

 «Gran parte del lavoro (che facevamo) era pastorale. Molti dei fedeli vivevano la loro fede semplice nelle manifestazioni comuni di religiosità popolare. Però sentivo che non era abbastanza... Avvertivo che la celebrazione religiosa spesso deformava il messaggio originale del Vangelo. Molti di coloro che partecipavano a questa celebrazione, inclusi i preti come me, sembravano sfuggire alla realtà, evitando molte implicazioni pratiche del messaggio... La nostra attività sociale era estremamente limitata, sembrava solo un palliativo.
Di fatto non siamo mai riusciti a raggiungere l’obiettivo che ci eravamo fissati, cioè di scatenare la partecipazione popolare in modo da intaccare il cosiddetto sistema, sia nella Chiesa che nell’insieme della comunità. Dopo l’inondazione e la Legge marziale, le nostre attività diventarono sempre più limitate. In molti gradatamente si spense l’interesse per queste cose, così che anche l’iniziale intento di provocare un’estesa partecipazione della gente all’impegno sociale non ebbe esito».

Fra i baraccati a Tondo: Vangelo e animazione popolare (1970)

Negli anni settanta, la zona lungo il litorale di Manila (Tondo) era una sterminata distesa di baracche con 300- 50.000 abitanti. La parrocchia antica di Tondo (del Santo Niño), con tre preti diocesani, era già stata istituita al tempo della colonia spagnola per l’assistenza al porto. Più recentemente i salesiani avevano fondato la parrocchia Don Bosco. Nel 1970 vengono iniziate due nuove parrocchie, una affidata agli agostiniani e una al Pime, quest’ultima intitolata a San Paolo per ricordare la visita di Paolo VI a Manila nel novembre 1970.
All’inizio del novembre 1970, appena in tempo per l’arrivo di Paolo VI, due padri del Pime vanno a Tondo: Bruno Piccolo e Joseph Vancio. Nel gennaio 1971 si stabiliscono in una casetta acquistata dall’Istituto (intestata alla diocesi). Visitano la gente, prendono contatto con la miseria dei baraccati: non si tratta della povertà semplice di chi vive in una capanna di villaggio circondato da risaie, ma di una povertà degradata per il sudiciume, la cattiva nutrizione e denutrizione, l’alta mortalità dei bambini, l’apatia sociale, la delinquenza e la prostituzione minorili, la disoccupazione che è regola generale.
Le catapecchie sono ammassate l’una sull’altra, senza ordine, senza strade, senza fognatura, senza acqua corrente, senza parchi né campi da gioco... Di più: chi vive in una situazione di «squatters» (baraccati) si sente disprezzato dagli altri. Ne deriva un profondo e diffuso complesso d’inferiorità, di fatalismo e di rinunzia alla vita. Una situazione veramente «missionaria». I due padri visitano le famiglie, i poveri li accolgono cordialmente.
La parrocchia era divisa in sei «blocks» di capanne o case, quartieri fra i quali c’erano fortissime rivalità e lotte (un morto ammazzato la settimana) non solo fra abusivi e non abusivi, ma anche fra baraccati e baraccati. La miseria porta violenza. Nel dicembre 1972 il nunzio mons. Carmine Rocco, che ha molto aiutato il Pime ad impiantarsi nelle Filippine, benedice la chiesa parrocchiale «San Pablo» fra i baraccati del «block» più povero. Anche a Tondo il Pime si trova a fronteggiare le situazioni di Santa Cruz: un popolo diviso in vari gruppi, il tentativo di accaparrarsi la Chiesa e i preti. Anche qui i missionari scelgono i poveri, si impegnano ad aiutarli cercando di coinvolgere tutti i fedeli. Nasce la Zoto («Zone One Tondo Organization»), che svolge azione di animazione e di aiuto; organizzazione che si estende a varie parrocchie, tra cui quella del Pime a «Magsaysay Village» di Tondo. Attraverso i «Community Organizers» si orientano i fedeli verso la solidarietà e la collaborazione per progetti comuni. Nel luglio 1973 nasce il «consiglio pastorale» della parrocchia con vari comitati: catechesi, liturgia, carità, acqua, scuola, sanità, elettricità, ecc. Padre Gigi Cocquio, parroco dal 1973, racconta (9):

«15 giorni dopo la formazione del consiglio pastorale, capita una crisi del riso: in città il riso è introvabile. Il governo manda dei camions protetti dai militari che nei vari quartieri vendono il riso a prezzi calmierati. Ma a Tondo non si vede nulla. Ci rechiamo numerosi in municipio, dove molti altri sono nelle sale d’aspetto con richieste a nome di questo o quel gruppo, ma ciascuno pensa a sé. Noi siamo in settanta e andiamo dritto nell’ufficio per la distribuzione del riso. Un po’ di trambusto, poi spieghiamo in quale situazione si trovano migliaia di famiglie di baraccati a Tondo. In due ore ci viene assegnato il riso.
I frutti di questa azione vanno oltre il riso. La gente capisce che l’unità è una forza, ma per avere l’unità bisogna superare le antiche rivalità fra i blocks. Il giorno dopo, i 70 che sono andati in municipio si radunano insieme a molti altri: per una volta hanno qualcosa di cui discutere e un motivo per fraternizzare. Noi non abbiamo mai preso di petto le divisioni fra i vari blokcs: sono scomparse piano piano, aumentando gli interessi e gli impegni comuni».

Allo stesso modo vengono risolti altri problemi. Per avere l’acqua, tutti i giorni 70-80-90 persone sfilano per la città e vanno in municipio a chiedere di avere dei rubinetti con l’acqua corrente. All’inizio c’è irritazione, poi le autorità si accorgono che ci sono anche i poveracci di Tondo, in una metropoli certamente carica di urgenze come Manila (già allora con circa 5-6 milioni di abitanti, dei quali 1,2 milioni baraccati).

«Il sindaco di Manila viene di persona — racconta padre Gigi — vede come si vive a Tondo e si scandalizza. Ricordo ancora la data: 4 agosto 1974. Immediatamente dà ordine di far arrivare l’acqua corrente fino alle baracche, con dei rubinetti pubblici».

Cocquio, Alessi e Booms espulsi dalle Filippine (1976)

Com’è facile immaginare, anche se con queste azioni non violente si ottengono alcuni risultati, «Zoto» e la parrocchia del Pime (San Paolo) incominciano a dare fastidio. Con la «legge marziale», era facile accusare i missionari stranieri di organizzare la gente contro le autorità. Tanto più che la parrocchia di San Pablo  estende il suo influsso anche ai molti che in chiesa non ci vanno e fuori dei suoi confini territoriali. Nel maggio 1974 i cento membri del consiglio parrocchiale si incontrano con rappresentanti di altri gruppi di baraccati e in ottobre nasce il «consiglio della comunità cristiana», con struttura totalmente democratica (anche il parroco p. Cocquio ne fa parte, a parità con gli altri).
Il 27 novembre 1974 le tre zone di Tondo organizzano una marcia di protesta alla quale partecipano circa 5.000 persone: p. Cocquio è fermato per alcune ore dalla polizia con p. Vancio. Durante la Quaresima 1975 si svolge in città una imponente «Via Crucis» impostata sulla sofferenza di chi patisce ingiustizie. Nascono polemiche e accuse: ad esempio, che in pubblico si sono letti testi marxisti: invece sono tratti dai Salmi! Nell’aprile dello stesso anno, la raccolta di firme per la liberazione del senatore dell’opposizione Aquino, che sta facendo lo sciopero della fame, è un altro capo d’accusa usato contro i missionari.
Molti fatti di questo tipo rendono precaria la permanenza del Pime a Tondo. Due gli episodi che portano all’espulsione dei missionari. Il primo è lo sciopero alla distilleria «La Tondeña» nella parrocchia di San Pablo: dà lavoro a 800 lavoratori, ma solo 300 regolarmente assunti, 500 ogni due mesi sono licenziati e di nuovo assunti. Su richiesta degli operai stessi, nell’ottobre 1975 il «consiglio della comunità cristiana» di Tondo interviene. La parrocchia di San Pablo lavora per sostenere la lotta, si svolgono manifestazioni di protesta e la polizia prepara una lista di «sovversivi »: il primo è il parroco padre Gigi Cocquio che però in quel mese di ottobre 1975 era a Cebu, 600 chilometri dalla capitale!
Il secondo fatto avviene poco dopo, quando a padre Cocquio si sono uniti i padri Francesco Alessi, Pietro Geremia e Albert Booms. Nel dicembre 1975 la «World Bank» (Banca mondiale) approva e finanzia il progetto di bonifica delle baraccopoli di Tondo: riempire il canale dove vivono 200 famiglie di baraccati e la zona circostante. In quella zona centrale e sulla riva del mare si vuol costruire il municipio, altri uffici pubblici e residenze di gente bene. Incomincia la «demolizione» delle baraccopoli. La polizia viene ogni giorno, distrugge le baracche, carica tutto su camion con i baraccati stessi e li porta con le loro masserizie a molti chilometri di distanza!
Nel gennaio 1976 i baraccati di Manila (di 67 baraccopoli!) si riuniscono nel «comitato dei poveri contro la demolizione»: 20 loro rappresentanti, accompagnati da quattro vescovi, sono ricevuti da Imelda Marcos, la moglie del Presidente considerata la principale responsabile delle demolizioni a Tondo. Ottengono qualcosa, ma intanto la situazione dei missionari del Pime precipita. Le autorità continuano a pensare che sono proprio i missionari del Pime a organizzare e sostenere il movimento di protesta dei baraccati di Manila, tanto più che le altre parrocchie di Tondo continuano nella tranquilla linea di sempre.
Il 24 gennaio 1976 il superiore del Pime Francesco Alessi e il parroco di San Pablo Gigi Cocquio sono arrestati dalla polizia e poco più di cinque ore dopo imbarcati su un volo dell’Air France diretto a Roma. Geremia scampa all’arresto nascondendosi in un ospedale e poi in varie case religiose. Mons. Pirovano torna a Manila dal sud delle Filippine dov’era in visita agli altri missionari: parla a lungo con esponenti della conferenza episcopale riunita in quei giorni a Baguio, che pubblica una forte protesta per l’espulsione dei due missionari e rivendica alla Chiesa il dovere e diritto di parlare in difesa dei più poveri, non solo in modo generico ma denunziando le concrete ingiustizie di cui il popolo è vittima.
Poi Pirovano va col nunzio apostolico (mons. Bruno Torpigliani) a parlare col ministro della difesa Juan Ponce Enrile. Ottengono un compromesso: Geremia non sarà espulso, ma non deve più stare a Manila, scenda a Mindanao. Il padre Albert Booms, cittadino americano, è espulso pochi mesi dopo, il 20 novembre 1976. Le tre espulsioni sono rimaste senza alcuna giustificazione: i padri non erano più graditi nelle Filippine e basta (10).
Ad Hong Kong, mons. Pirovano ha una lunga conversazione con i missionari, registrata e trascritta; tornato a Roma, scrive una accorata lettera ai confratelli delle Filippine (11). In questi documenti ringrazia i missionari per la generosità con cui svolgono il loro apostolato ed esprime la sua solidarietà con i missionari espulsi, che ha difeso con forza di fronte alle autorità e con alcuni vescovi. Ma elenca anche le critiche che come superiore generale ritiene di dover fare alla linea assunta dal Pime nelle Filippine, di cui ha sentito eco anche nelle conversazioni con i vescovi: anzitutto bisogna vivere in comunione con la Chiesa locale, dipendere dal vescovo.

«Dobbiamo stare con la gerarchia e non davanti alla gerarchia; stimoliamola ed offriamoci ad essa come operai pronti al rischio, ma, ripeto, stare assieme e accettare il ritmo locale, anche se diverso dal nostro... Ogni scelta e iniziativa di una certa importanza deve essere confrontata e approvata dal vescovo. Niente senza il vescovo. Riconosco che fa parte del ruolo del missionario anche il carisma profetico di scuotere il torpore (se c’è) della Chiesa locale, stimolare e indicare mete più evangeliche alla gerarchia, aiutare e crescere verso una maggior azione per la giustizia, ecc. Ma non accetto il ruolo di imposizione o di... ruota libera, anche per non cadere nella presunzione».

Pirovano lamenta poi eccessi di impegno politico-sociale, che a volte portano lontani dalla vita sacerdotale ed ecclesiale (12), perché non permettono un giusto equilibro fra preghiera e azione; come anche certe scelte radicali e totalitarie (tutto e subito) irrealistiche in campo sociale, cioè improduttive.
Ad esempio, Pirovano afferma che è giusto lottare contro il trattamento disumano riservato dal governo e dal municipio di Manila ai baraccati di Tondo. Ma bisogna rendersi conto che un ammasso tale di baracche in uno dei luoghi più belli e centrali di Manila nessun governo al mondo potrebbe tollerarlo. Bisogna ottenere che il governo prepari attrezzature adeguate per accogliere i baraccati prima di spostarli, ma non pretendere di rimanere sul posto; se il governo costruisse a Tondo case e servizi adeguati per i baraccati, dovrebbe mandarne via almeno i due terzi: non c’è spazio per tutti!
La storia ha poi dimostrato che la linea scelta dal Pime nelle Filippine, sia al nord (Tondo e Santa Cruz) che al sud (Kidapawan, Zamboanga, Siocon, ecc.), ha avuto il grande merito di svegliare una Chiesa ancora tradizionalista, compresi vescovi, sacerdoti e religiosi. Oggi questo viene comunemente riconosciuto sia riguardo alla questione sociale, che a quella tribale e al dialogo con i musulmani, dove ancora il Pime è stato all’avanguardia (come vedremo più avanti).

I primi passi nell’isola di Mindanao (1969-1980)

La prima missione assunta dal Pime a Mindanao è quella di Siocon: padre Egidio Biffi arriva nel luglio 1969, seguito da p. Santo Di Guardo (marzo 1970) e da p. Angelo Biancat (aprile 1971). Il 21 gennaio 1970 Biffi scrive (13):

«Il distretto (di Siocon) si estende lungo il mare per circa 150 km., con villaggi sulla costa o vicino. Non ci sono strade, eccetto alcune costruite dalle compagnie di legname. Si viaggia in barca a motore. Le distanze sono considerevoli, dato che si va soltanto per mare, che non sempre è calmo. In tutto il distretto ci sono poco più di 30.000 anime (14), compresi i musulmani, pochi protestanti e alcuni pagani. Non si sa ancora quanti siano i cattolici, ma superano certo i diecimila».

I tre missionari si rendono conto che anche in questo estremo lembo delle Filippine i cattolici, invece di aprirsi agli altri, si chiudono in difesa delle loro posizioni, la parrocchia è monopolizzata da alcune famiglie... Padre Biffi instaura una linea nuova di apostolato fondata sulla catechesi e l’aiuto ai poveri; si scontra presto con alcuni fedeli influenti e gruppi politici. Lascia Siocon e va a Sibuco, ma a metà del 1972 si ammala e va a Zamboanga dove assume la parrocchia di Ayala e fonda la procura del Pime. A Siocon viene p. Biancat, Di Guardo è a Sirawai.
La «legge marziale» del settembre 1972 crea nella zona una forte tensione che degenera in violenze reciproche fra cristiani e musulmani, con fughe dai villaggi. I militari danno l’ordine di consegnare le armi: i cristiani obbediscono subito (si sentono protetti dai militari cristiani), i musulmani consegnano solo le armi vecchie o rotte. La rivolta islamica si diffonde. Fra gennaio e marzo 1973 la fortezza islamica nel villaggio di Santa Maria viene bombardata tre volte dal mare e dall’aria; nel distretto di Siocon, l’80% dei villaggi sono distrutti. Massacri e crudeltà da ambo le parti. La gente scappa: verso Zamboanga o verso l’interno e le foreste dove i guerriglieri islamici hanno le loro basi (15).
Tre missionari giungono in quegli anni nel sud: p. Vincenzo Bruno e p. Sandro Bauducci nel 1972 e p. Raymond Ridolfi nel 1974; i primi due vanno a Siocon, il terzo con Biffi ad Ayala. Nel 1975 una tragedia: il 24 settembre muore a Manila padre Santo Di Guardo, per occlusione intestinale e peritonite, dopo due operazioni chirurgiche. Ottimo missionario ben inserito con la gente, lascia un grande vuoto: era stato il primo a lavorare per i musulmani, imparandone la lingua.

«Soprattutto lui — dice p. D’Ambra (16) — aveva spinto perché la comunità entrasse in contatto con i musulmani e avviasse attività di dialogo interreligioso».

Ayala è situata a 15 chilometri (in direzione di Sibuco) dalla città di Zamboanga, la seconda città dell’isola di Mindanao (dopo  Davao), importante soprattutto per il suo porto. Il Pime aveva intenzione, a metà degli anni settanta, di assumere una missione anche a Jolo, nell’arcipelago delle isole Sulu, il punto estremo meridionale delle Filippine in direzione della Malesia e dell’Indonesia: progetto poi non realizzato per l’improvvisa morte di p. Di Guardo e l’espulsione di Alessi e Cocquio.
Dal 1975 al 1980 il Pime è presente a Zamboanga con la parrocchia-procura di Ayala. Vi hanno lavorato diversi missionari oltre a quelli già ricordati: Sandro Bauducci, Luciano Ghezzi, Pie
tro Geremia, Fausto Tentorio, Sandro Brambilla, scambiandosi con i confratelli di Siocon, Sirawai, Sibuco.
Ad Ayala e dintorni i missionari, oltre ad impostare la parrocchia in un modo nuovo, fondando piccole comunità e dando spazio ai laici, lavorano anche fra i baraccati, i minatori (in condizioni di vita disumane in una miniera dell’interno), i profughi musulmani. Cercano, anche qui, di movimentare la pastorale diocesana.

«In una riunione del clero — scrive Geremia (17) — chiedemmo al vescovo di avviare la pastorale sociale a Zamboanga, partendo dagli sfollati musulmani. Ma fu impossibile coinvolgere la diocesi. Il vescovo era terrorizzato dai musulmani e piangendo ci disse che non gli si poteva chiedere ciò che non poteva assolutamente fare. Ci diede però il permesso di occuparcene a titolo personale. Erano gli anni della guerra civile fra cristiani e musulmani nelle Filippine meridionali e gli sfollati di Sulu erano a Zamboanga a causa delle operazioni militari nelle loro province».

L’inizio della missione a Kidapawan (1980)

Alla fine del 1979 il vescovo di Zamboanga dice ai missionari italiani che li lascia liberi dalla parrocchia di Ayala: possono impegnarsi in altre diocesi. Il Pime rimane a Zamboanga con una sede in città per la procura e la casa regionale. All’inizio del 1980 i missionari provenienti da Ayala si recano nella diocesi di Kidapawan, nel cuore dell’isola di Mindanao, considerata «il Far West delle Filippine»: terra ricca, quasi disabitata, mari pescosi e riserve minerarie sicure anche se in gran parte ancora inesplorate.
Erano gli anni del «boom» economico anche per le Filippine, dal 1965 guidate da un capo giovane, popolare, carismatico. La «Nuova società» che Ferdinando Marcos a quel tempo prometteva avrebbe proiettato le Filippine sulla via tracciata da Kennedy e da Johnson negli Stati Uniti, facendone una grande e potente nazione. Dal nord del paese (dalle  isole di Luzon, Samar, Min
doro, Panay, Negros) si crea un movimento di popolo contadino verso la «terra promessa» di Mindanao, che però è già abitata anche se in modo sparso da tribali e musulmani. Entrano anche le compagnie per il legname, deforestando vaste regioni e riducendo le terre disponibili.
Nasce la «guerra per le terre» che dilaga rapidamente dopo il 1972 a causa della legge marziale che favorisce la guerriglia maoista del movimento Npa («New People's Army», nuovo esercito del popolo) e la guerriglia separatista dei musulmani. Nel 1972 i guerriglieri comunisti, confinati a nord dell'isola di Luzon, erano calcolati a circa 600, nel 1985 la politica repressiva di Marcos aveva avuto l'effetto di portare a circa 12.000 gli effettivi militanti armati di un'ideologia al tramonto, diffusi ormai in tutto il paese.
Marcos, che aveva suscitato grandi speranze ed era stato eletto democraticamente nel 1965 e nel 1969, ha fallito per molte cause: la grande corruzione del regime a tutti i livelli dell’amministrazione pubblica e l’inefficienza dei poteri statali; la mancanza di unità etnica, linguistica e religiosa del popolo (specialmente a Mindanao); lo scoppio delle due guerriglie, comunista e islamica, dopo gli anni settanta; la scelta di reprimere la guerra con la «legge marziale», che ha inasprito i contrasti; la conseguente «militarizzazione », che ha portato alla nascita di numerosi gruppi paramilitari, violenti e incontrollabili, in appoggio alle forze armate. Negli anni ottanta, quando il Pime entra a Kidapawan (come già aveva sperimentato a Siocon, sulla costa occidentale di Mindanao), la gente dei villaggi vive nel terrore per i casi comuni di violenze da parte delle forze armate e dei loro gruppi di sostegno:
— lo «hamletting»: interi villaggi presi dai militari e tenuti sotto stretto controllo, con interrogatori, uccisioni, torture, case bruciate, profughi;
— i «desappeared» (desaparecidos), persone sospette prelevate da gruppi armati che scompaiono senza lasciare traccia ed è sempre pericoloso andare in giro a chiedere notizie di loro;
— i casi di «salvaging», esecuzioni sommarie («extra legally executed») di persone o famiglie sospette... A tutto questo si aggiungano le vendette private di famiglie o gruppi etnici, i conflitti per il possesso delle terre, gli attentati e il terrorismo di comunisti e musulmani separatisti, ecc.
In un regime oppressivo, la Chiesa non ha preso posizioni preconcette, non si è mai schierata a priori con una parte o l’altra. La Conferenza episcopale filippina fonda all’inizio degli anni settanta la «Episcopal Commission for Tribal Philipino» e la «Task Force Detainees» (molti venivano arrestati senza «Warrant of Arrest ») e subito denunzia che le maggiori difficoltà ai tribali, seppure incidentalmente in quanto maggioranza della popolazione, le hanno causate i cattolici immigrati da altre parti del paese, per coltivare nuove terre offerte loro dal governo, che però appartenevano tradizionalmente ai tribali.

La Chiesa a Kidapawan fra «Ilaga» e «Barracuda»

Mettendosi a servizio del vescovo gesuita di Kidapawan mons. Federico Escaler nel 1980, i missionari del Pime vengono mandati a Tulunan, a Columbio e nella valle di Arakan, dove incontrano situazioni tragiche di violenza e tentano di realizzare una pastorale di difesa della giustizia e dell’uomo.

«A Tulunan — mi raccontava padre Geremia (18) — si parla di guerra fra cristiani e musulmani, ma la gente dice che non c’è mai stata inimicizia: era un piano del governo per distruggere i capi musulmani, l’organizzazione islamica che dava fastidio. Il problema era politico ed economico, non religioso. Comunque la guerra è stata feroce, crudele, ha spopolato la regione. Nel 1980, quando sono arrivato io, la parrocchia era abbandonata e non c’erano più case, tutte distrutte, bruciate.
In quel periodo vengono fondati a Tulunan gli ‘‘Ilaga’’: per questo la nostra zona è considerata la più pericolosa della diocesi di Kidapawan. ‘‘Ilaga’’ significa topo: erano gruppi di persone che si armavano contro i musulmani, i quali uccidevano i cristiani come topi. All’inizio gli ‘‘Ilaga’’ sembravano positivi, perché i musulmani erano più forti e più armati, umiliavano e schiacciavano i cristiani. Gli ‘‘Ilaga’’ difendevano i villaggi e le terre dei cristiani, ma poi alcuni gruppi (come quello della famiglia Manero che ha ucciso p. Tullio Favali) hanno commesso atrocità e si sono specializzati in torture e atti di cannibalismo, per farsi credere coraggiosi e invincibili. Questi gruppi, sostenuti dall’esercito e dal governo, sono diventati sempre più criminali e incontrollabili.
Si raccontano storie terribili. A Tulunan, proprio vicino alla chiesa, avevano messo il loro centro di tortura e di sterminio. La gente sapeva, sentiva gridare i torturati, ma taceva. Chi entrava negli ‘‘Ilaga’’ doveva dar prova di coraggio, uccidere un musulmano e poi mangiargli il cervello, il cuore, il fegato. Qui a Tulunan sono fatti che la gente ancora ricorda: immagina l’odio e i sentimenti di vendetta che fatti simili hanno seminato. L’uomo — concludeva padre Geremia il suo racconto nel 1985 — può davvero diventare una bestia e non è detto che dall’altra parte vi fossero crudeltà minori» (19).

La Chiesa di Kidapawan (diocesi dal 1982), nata e cresciuta nel conflitto, ha sviluppato una «pastorale di educazione alla giustizia e alla pace», specialmente attraverso le Gkk («Gagmayng Kristohanong Katilingban»), le piccole comunità cristiane di cui i missionari del Pime sono stati tra i fondatori e animatori più impegnati: lettura della Bibbia, preghiera comunitaria, evangelizzazione, azione caritativa e sociale. Da queste Gkk sono nati gli agenti di pastorale e i capi cristiani che hanno cambiato il volto della Chiesa locale, con il loro impegno in difesa dell’uomo: realizzano concretamente, con mille iniziative che qui è troppo lungo ricordare, quanto molte volte viene proclamato nei documenti ecclesiali: «la scelta preferenziale dei poveri», «l’uomo è la via della Chiesa», «ricostruire un mondo nuovo partendo dagli ultimi»...

Il martirio di padre Tullio Favali (11 aprile 1985)

Negli anni ottanta la tensione tende ad aumentare: nel solo anno 1985, nella diocesi di Kidapawan si contano tra i fedeli cristiani una settantina di morti ammazzati, di null’altro responsabili che di parlare e agire per la pace e la giustizia, difendere il popolo da ogni violenza e cercare il dialogo con i musulmani. Fra questi anche il p. Tullio Favali (20), ucciso l’11 aprile 1985 da un gruppo paramilitare comandato da un noto capo «Ilaga», il Kommander Bucay (Norberto Manero). Favali, vice-parroco di padre Geremia a Tulunan, era nelle Filippine dal 12 giugno 1984, cioè da dieci mesi, stava ancora studiando la lingua «visaya». Lo «squadrone della morte» della famiglia Manero, che teneva Tulunan e dintorni nel terrore, aveva programmato nuovi massacri di innocenti. Padre Geremia e i suoi collaboratori denunziano il fatto alle autorità di polizia.
Il giorno di Pasqua 1985 (7 aprile), Geremia è avvertito di scappare perché in pericolo. Il martedì 9 aprile va ancora dalla polizia per chiedere di disarmare i Manero, minacciando di denunziare la situazione alla radio cattolica diocesana, molto ascoltata. Poi parla alla radio e va a celebrare la Pasqua in un villaggio di tribali. Per strada, sia andando che tornando, l’11 aprile, diversi amici lo fermano dicendo di non andare a Tulunan perché i Manero lo stanno aspettando per ammazzarlo.
Intanto, il mattino di quell’11 aprile 1985, 10-12 uomini armati dei Manero e loro complici si mettono nel crocicchio di due strade da cui Geremia deve per forza passare tornando a Tulunan. Attaccano un cartello scritto a mano ad un palo della luce, con l’elenco di una ventina di persone da eliminare perché «sovversivi comunisti»: il primo è padre Pietro Geremia. E incominciano a minacciare i cristiani che abitano vicino sparando ad un catechista e ferendolo alla mano sinistra. Un ragazzo corre alla parrocchia a chiamare padre Tullio: il quale si affretta col suo motorino. Entra nella casa del ferito lasciando fuori la moto, che viene incendiata dai Manero. Tullio vede e, anche se quelli di casa cercano di fermarlo, esce con le braccia spalancate e dice: «Perché avete bruciato la mia moto?». Uno degli uomini risponde: «Prete, vuoi che ti faccia saltare la testa?» e spara una raffica a distanza ravvicinata. Tullio cade in un lago di sangue e l’altro gli spara ancora. L’autopsia conterà 21 pallottole di fucile mitragliatore nel corpo di Tullio!
Intanto p. Geremia va in parrocchia passando da una strada secondaria: gli dicono che Tullio è stato chiamato al crocicchio 25 nel barrio «La Esperanza». Pietro va dalla polizia e dice a due militari: «Voi venite con me, andiamo a vedere». Racconta (21):

«Siamo arrivati al crocicchio verso le 17,30. Tullio era stato ucciso da non più di mezz’ora. Ho saputo dopo che Edilberto Manero voleva uccidere anche me, ma gli altri gliel’hanno impedito per paura dei due poliziotti. Arrivato sul posto si era ormai radunata gente, vedo il corpo steso a terra, pensavo fosse ferito. Mi portano una lampada a gas e quel che ho visto mi ha riempito di orrore: aveva la testa scoperchiata, gli avevano estratto il cervello per uno dei loro riti di cannibalismo... Gli dò l’estrema unzione, intanto il sergente si avvicina e mi dice: ‘‘Padre, andiamo via, è pericoloso’’. Gli ho risposto che sarei rimasto lì a qualunque costo e l’ho mandato nella casa parrocchiale a prendere la macchina fotografica... Ci ha messo due ore per andare e tornare: io sono rimasto lì in mezzo a quegli uomini armati. Avevo un coraggio incredibile, non m’importava più di nulla. Continuavo a stare inginocchiato davanti al corpo di Tullio e ripetevo al Signore: se mi vuoi, sono pronto, prendi anche me come hai preso Tullio. Si vede che non ero ancora pronto...».

Dopo aver fatto le foto, il corpo di p. Tullio viene portato alla casa funeraria. Geremia va alla stazione di  polizia a denunziare il fatto e gli assassini lo rincorrono fin dentro la stazione:

«Mi circondarono e quello che aveva sparato a Tullio spianò la sua arma contro di me. Tutti alla stazione di polizia si misero al riparo, eccetto due poliziotti che rimasero al mio fianco. Edil Manero, fratello di Norberto, non osò sparare. In due giorni ero scampato tre volte alla morte» (22).

I funerali di padre Tullio sono stati un trionfo, quasi una festa popolare. Si respirava aria di vita, non di morte. Più di 30.000 persone venute da ogni parte della diocesi, con circa 150 sacerdoti (la diocesi di Kidapawan ne aveva solo 25) e centinaia di suore. In tutte le Filippine Tullio è comparso riverso nel suo sangue sui manifesti stampati dalla Chiesa filippina con il grosso titolo: «How many more?» (quanti ancora?): è subito diventato il simbolo e lo slogan della resistenza popolare non violenta al regime di Marcos. Meno di un anno dopo, il 26 febbraio 1986, la «rivoluzione del rosario e dei fiori», che la morte di Tullio Favali aveva contribuito a promuovere nel popolo credente, ha sbalzato il dittatore Marcos dal potere senza spargimento di sangue, caso unico nella storia recente (23).

Padre Pietro Geremia ha continuato il suo apostolato, con altri confratelli del Pime, nella diocesi di Kidapawan. Le sue avventure rappresentano una «realtà romanzesca» ben più affascinante di qualsiasi «fiction» televisiva inventata di sana pianta. Vi è ampiamente descritto (24) il tormento di un missionario che vuole con sincerità portare la pace, ma si trova ad essere calunniato e minacciato dagli opposti estremismi e impotente di fronte alla violenza vincente. Geremia oggi vive col vescovo di Kidapawan ed è incaricato del programma diocesano a favore dei tribali: svolge azioni di animazione e di difesa di queste comunità isolate e disprezzate.
Il suo dare testimonianza del Vangelo è che non ha identificato il bene dei tribali col fatto che diventano cristiani. Se si convertono a Cristo è contento, ma li difende come uomini e non solo se sono cristiani. Non è diventato filo-tribale ad ogni costo: interviene dove ritiene sia necessario per difendere l’uomo, la giustizia, la verità dei fatti, magari anche contro gruppi tribali che si sono venduti o fanno azioni ingiuste verso altri.

Fra i subanos nella prelatura di Ipil (1981)

Nel 1981 i missionari del Pime vengono invitati nella prelatura territoriale di Ipil (25) dal vescovo mons. Federico Escaler, che li aveva conosciuti a Kidapawan. Si impegnano in due parrocchie: Kumalarang e Siay. Anche nella zona di Ipil è presente la guerriglia comunista del Npa («Nuovo esercito del popolo»), mentre lungo le coste gruppi di pirati terrorizzano i pescatori. Fino agli anni trenta la regione era abitata da tribali (subanos) nelle zone montagnose e forestali e da musulmani (tausug e maguindanao) lungo le coste. Poi sono venuti i contadini cristiani (visaya), che adesso sono la maggioranza del mezzo milione di abitanti, e hanno rotto l’equilibrio etnico-religioso: sono nati la guerra delle terre, il separatismo islamico, la guerriglia comunista e la militarizzazione del popolo e dei villaggi.
I padri Fernando Milani e Giancarlo Bossi sono i primi del Pime a giungere ad Ipil nel 1981. In 19 anni il Pime ha consolidato due parrocchie: Kumalarang e Siay e ne ha fondate tre nuove: Lakewood, Payao e Sampoli.

«Qui a Ipil — racconta p. Fernando Milani (26) — si è diffuso il movimento della Kris-Ka (Kristohanong Kasilinganan), comunità cristiana che ha l’obiettivo di portare l’esperienza di fede nelle famiglie che vivono vicine nello stesso barrio (villaggio). Sono gruppi di famiglie che si radunano ogni settimana per discutere sulla Parola di Dio della domenica e vedere come applicarla concretamente nel contesto personale, familiare, sociale. Ogni parrocchia comprende circa 30-40 villaggi, ciascuno dei quali con la sua cappella».

Gli animatori  delle Kris-Ka si radunano ogni mese nel centro parrocchiale per un’adeguata preparazione. Queste piccole comunità sono l’unico modo per formare cristianamente i fedeli e creare gruppi cristiani adulti e responsabili: un lavoro non facile soprattutto nelle aree rurali, dove la scolarizzazione rimane scarsa e i pochi che studiano oltre il livello elementare sono tentati di trasferirsi nelle città.
La penisola di Zamboanga è una delle zone più depresse dell’arcipelago filippino. Nella parrocchia di Lakewood (27), di cui è parroco p. Angelo Biancat, si toccano con mano i disastri causati dall’immigrazione disordinata dei coloni cristiani venuti da altre isole. All’inizio degli anni sessanta, i «subani» animisti hanno accolto bene i cristiani, offrendo loro terre da coltivare: i tribali infatti sono nomadi, si spostano nelle foreste alla ricerca di posti di caccia e di pesca, raccolgono i frutti che la natura produce, ma coltivare la terra non è il loro mestiere (28) e nemmeno conoscono, nella loro tradizione, il concetto di «proprietà della terra», almeno come  proprietà privata» (la intendono come «proprietà comune»).
A poco a poco, con le ondate successive di immigrati, i cristiani si insediano nelle terre migliori e i «subanos» si ritirano sulle montagne e nelle foreste. Ma negli anni settanta arrivano le «compagnie del legname» che disboscano senza misura, di modo che oggi «le colline sono teste rapate» dice p. Angelo Biancat, parroco a Lakewood; «e nel lago non ci sono più pesci».
Nascono così i conflitti, i subani sono marginalizzati e la loro cultura non li aiuta ad evolversi:

«Abituati a  cogliere i frutti spontanei della natura — scrive Licini (29) — non solo sono privi dell’idea di proprietà privata, ma non sanno cosa sono lavoro, risparmio, investimento, stoccaggio dei prodotti. Ogni giorno si cerca il cibo necessario per sopravvivere. Quando piove il riso e il mais abbondano, ma in caso di siccità occorre accontentarsi di tuberi e radici. Il fatalismo religioso non aiuta l’evoluzione ordinata verso il nuovo. C’è una grande indifferenza di fronte alla morte, quindi scarsa attenzione alla malattia e alle possibili cure. Nella religione subana esiste Dio, ma è lontano, non si cura degli uomini. Questi hanno a che fare direttamente con gli spiriti, di cui alcuni sono buoni, altri cattivi. Non c’è una forte organizzazione politica, ma la generica figura di un capo, che sovrintende ai problemi materiali della sopravvivenza, soprattutto al cibo».

I missionari e le suore si impegnano fortemente per i «subanos», suscitando la meraviglia e l’avversione dei  coloni cristiani: scuole elementari nei villaggi, assistenza sanitaria, cooperative per i mezzi di sussistenza alternativi a quelli offerti dalla foresta e dal lago (agricoltura, artigianato). La battaglia decisiva si svolge però sul piano legale per il possesso riconosciuto dallo stato delle terre ancestrali. Per Lakewood si è trovata una soluzione: 10.000 ettari oggi sono proprietà dei «subanos» (riconosciuti come «terra ancestrale ») e nessuno può insediarvisi o avviare attività commerciali o minerarie senza un preciso accordo con le comunità indigene.
L’impegno per i subanos ha portato alla riscoperta della loro cultura: lingua, tradizioni, credenze, leggende, racconti trasmessi oralmente, usi e costumi, ecc. Per rafforzare il loro senso di identità la missione sta iniziando, nel «Centro di formazione» di Lakewood, un museo di cultura subana.

«Silsilah»: il dialogo fra cristiani e musulmani (1984)

Un altro campo d’azione del Pime è il dialogo con i musulmani, che sono circa 4 milioni su 68 di filippini, 13 gruppi culturali-linguistici sui 78 dell’arcipelago (30), quasi tutti in Mindanao e nelle isole più a sud (Basilan, Sulu, Jolo, Tawi-Tawi). A Mindanao sono circa il 20% della popolazione (3,6 milioni su 18 milioni). Tra i musulmani e gli altri filippini non esistono differenze nell’aspetto fisico, tutti appartengono originariamente alla razza malaysiana. I cristiani sono stati evangelizzati dagli spagnoli a partire dal sec. XVI, nel sud i musulmani hanno sentito l’influsso delle popolazioni islamizzate del Borneo, della Malaysia e dell’Indonesia fin dal sec. XIV.
Mentre in passato cristiani e musulmani hanno sempre convissuto pacificamente negli stessi villaggi, nell’ultimo dopoguerra sono nati conflitti: da un lato i coloni cristiani che hanno occupato le terre e i militari che hanno oppresso le minoranze; dall’altro l’influsso dell’integralismo islamico nel mondo arabo ha spinto i musulmani locali a chiedere l’indipendenza dalle Filippine scatenando azioni di terrorismo e di guerriglia (col sostegno finanziario di paesi islamici del Medio Oriente).
Nasce il Mnlf («Fronte nazionale di liberazione dei Moro»). Tra il 1973 e il 1977 la guerriglia si estende e diventa più violenta: 60.000 vittime e 200.000 case bruciate, circa 130.000 musulmani in fuga verso Sabah (la provincia settentrionale del Borneo che appartiene alla Malaysia). Nel dicembre 1976 dopo un incontro tra il governo filippino e i rappresentanti del Mnlf a Tripoli (Libia), si firmano gli «accordi di Tripoli» con i quali Manila concede ampia autonomia ai musulmani filippini e una totale amnistia. La guerriglia però continua fino ad oggi.
Nella diocesi di Pagadian vicina a quella di Ipil (in Mindanao), il vescovo ha chiesto al Pime di interessarsi della comunità musulmana di Labangan, la più numerosa della diocesi. Vi lavora dal 1991 p. Vincenzo Bruno, che ha appreso la lingua «maguindanao», una di quelle parlate dai musulmani di Mindanao e ha stabilito contatti con vari gruppi islamici, trattato con gentilezza sorprendente, poi trasformatasi in cordialità.
Nel 1984 padre Sebastiano D’Ambra, superiore regionale del Pime a Zamboanga (1983-1991), ha iniziato il «Silsilah», organismo di dialogo cristiano-islamico approvato e lodato dalla conferenza episcopale; e in seguito è stato per tre anni segretario della commissione episcopale per il dialogo interreligioso.

«Arrivando a Zamboanga — racconta padre Sebastiano (31) — mi resi conto che la paura e i pregiudizi condizionavano alquanto le relazioni tra cristiani e musulmani. Ogni volta che condividevo la mia visione di dialogo, la gente mi rammentava le ferite del passato e gli abusi dei militari e dei ribelli. Cominciai a pregare nella casa del Pime con alcuni amici musulmani e cristiani, condividendo idee e cercando un orientamento...
Il 9 maggio 1984 la casa del Pime fu benedetta dall’arcivescovo della città alla presenza di alcuni musulmani e cristiani. In quella circostanza preparai in un angolo della casa il Corano e la Bibbia. Era un modo per dimostrare che ’in nome di Dio’ stavamo per cominciare un un nuovo cammino di dialogo fra musulmani e cristiani. Decidemmo di considerare proprio quel giorno l’inizio del Silsilah, che ha lo scopo di promuovere una più profonda comprensione e migliori relazioni tra musulmani e cristiani, con un accento particolare sulla dimensione spirituale del dialogo».

«Silsilah» in arabo significa «catena», parola che si trova nei «sufi» (mistici islamici) per indicare il desiderio di unità con Dio.
Il primo gruppo di incontro e di preghiera a Zamboanga è maturato e si è diffuso ed ora fa capo alla «Silsilah Foundation Inc.» a Zamboanga. Il «movimento Silsilah», organismo apolitico ed economicamente autosufficiente per non essere condizionato da gruppi o fazioni, è formato da musulmani e cristiani e per questo ha una struttura autonoma e si pone come ponte tra le due comunità, islamica e cristiana. Dal 1985 pubblica il bollettino mensile in inglese («Silsilah», 2.500 copie), che propone riflessioni culturali e teologiche sul dialogo e racconta esperienze: oggi una delle pubblicazioni più interessanti e più pratiche (cioè con orientamenti pratici, non solo teorici) su questo tema.
La casa editrice «Silsilah Publications» è molto attiva e il centro culturale-religioso comprende aule per conferenze e incontri, una biblioteca specializzata, un archivio di documentazione e spazi per la riflessione e la preghiera: ogni sabato vi si svolge la preghiera e l’incontro fra membri delle due religioni. Dal 1986 vengono organizzati corsi estivi sul dialogo, diretti da docenti cristiani e musulmani, con alunni appartenenti alle due religioni.
Particolarmente significativi i programmi di assistenza, solidarietà ed educazione: il «Silsilah Solidarity Program» e il «Silsilah Education Program». Padre D’Ambra informa (32):

«Nella tensione a vivere lo spirito di Silsilah, un gruppo di ragazze cristiane hanno formato un comunità in un quartiere povero di Zamboanga. Questa comunità si chiama ‘‘Emmaus Dialogue Community’’ ed è approvata dalla Chiesa come comunità laicale. Le ragazze oggi sono dieci e si propongono di vivere e approfondire il carisma del dialogo con un impegno di vita».

Nel campo dell’educazione, «Silsilah» si rivolge a studenti e insegnanti nel tentativo di favorire migliori relazioni fra cristiani e musulmani nei «colleges» e nelle università. Un autorevole riconoscimento a Silsilah (oltre a quelli numerosi dei vescovi) è venuto il 24 febbraio 1990 dalla presidente delle Filippine, signora Corazon Aquino, che ha consegnato a p. D’Ambra il premio «Aurora Aragon Quezon», destinato a personalità e organizzazioni che si sono distinte a favore della pace.

Salvatore Carzedda martire del dialogo (20 maggio 1992)

La sera del 20 maggio 1992 il padre Salvatore Carzedda è affiancato nella sua auto da due uomini in motocicletta mentre sta tornando alla casa del Pime a Zamboanga. Uno dei due estrae una pistola e spara otto colpi a distanza ravvicinata contro il missionario. Nessuna possibilità di scampo. Il veicolo sbanda e va a sbattere contro un palo di cemento. Padre Salvatore si accascia sul sedile in una pozza di sangue. I due  professionisti del crimine fanno subito perdere le loro tracce.
Nessuno ha saputo spiegare questo attentato, che tutti hanno attribuito (nessun’altra spiegazione è ipotizzabile) all’impegno di Salvatore nel dialogo islamo-cristiano. Padre Giulio Mariani, superiore regionale del Pime a quel tempo, ha subito dichiarato: «Padre Salvatore è morto perché credeva nel dialogo tra cristiani e  musulmani» (33).
Venuto nelle Filippine con p. Sebastiano D’Ambra nel 1977 (34), fin dall’inizio Carzedda si è impegnato con lui nel tentativo di creare un rapporto di amicizia, di solidarietà, di dialogo con i musulmani, prima a Siocon (fino al 1986) e poi, dopo un breve periodo negli Stati Uniti (35), a Zamboanga. Nel tempo passato assieme a Siocon, Salvatore s’impegna nella formazione dei catechisti e nella visita ai villaggi cristiani, Sebastiano nei contatti con le comunità islamiche e nei tentativi di pacificazione fra i militari e la guerriglia islamica (36). Per più d’un anno è il mediatore ufficiale, riconosciuto dai militari e dalle autorità locali, fra lo stato filippino e i guerriglieri, riuscendo a portarne molti ai loro villaggi n pace (in una sola volta 60 di essi depongono le armi). Il 28 dicembre 1979 ribelli musulmani sequestrano in mare l’imbarcazione «Gloria». Uccidono una decina di militari e prendono in ostaggio 20 passeggeri portandoli sui monti. Padre D’Ambra incontra i ribelli nei loro nascondigli e conduce a buon fine la difficile trattativa. Ma il 9 febbraio 1981 sfugge ad un attentato, opera dei militari che p. Sebastiano accusava per le violenze e gli abusi che commettevano: la pallottola a lui destinata da un soldato colpisce un amico filippino (che muore due ore dopo), mentre stavano conversando per strada. D’Ambra va a Roma dove approfondisce la conoscenza dell’islam al «Pontificio istituto di studi arabi e di islamistica». Ritorna nelle Filippine nel 1984, è eletto Superiore regionale e fonda il «Silsilah». I due amici si ritrovano a Zamboanga dopo il 25 febbraio 1990, quando p. Carzedda è nominato direttore dell’editrice «Silsilah Publications ». Padre Ilario Trobbiani, missionario nelle Filippine che lavorò con Salvatore a Siocon, ricorda di lui (37):

«Era un uomo molto accogliente, un buon missionario. Ha sempre creduto nel dialogo. Quel che colpiva in lui era la sua incrollabile fede e la grande fiducia negli uomini». P. Vito Del Prete aggiunge: «Aveva conquistato tutti col suo carattere allegro, sereno. I musulmani di Zamboanga si fidavano di lui e partecipavano numerosi agli incontri di preghiera. Era amato dalla sua gente» (38).

Tutto questo non poteva piacere agli estremisti dell’islam, sconfessati dai capi musulmani ufficiali delle Filippine, che negli ultimi tempi si sono fortificati con gli aiuti finanziari dai paesi del petrolio. La morte di Salvatore è arrivata al termine di una giornata di intenso lavoro e incontri. Nella mattinata aveva tenuto la sua relazione al corso annuale organizzato dal «Silsilah» sul tema «Missione, dialogo e liberazione. La prospettiva cristiana». Di fronte ai partecipanti cristiani e musulmani provenienti da diverse parti del paese  aveva detto (39):

«Il nostro impegno nell’accostare un altro popolo, un’altra cultura, un’altra religione, è di levarci i calzari perché il terreno su cui ci troviamo è ‘‘santo’’. Dio era lì prima che noi ci arrivassimo».

Cosa significa la morte di Salvatore? Nel 1993 ha risposto p. Giulio Mariani (40):

«Ad un anno dal suo assassinio, di sicuro non sappiamo niente. Attraverso confidenze della polizia locale abbiamo potuto stabilire che p. Salvatore era la vittima designata. Non c’è stato errore di persona come si sospettava all’inizio, pensando che i killer volessero colpire p. Sebastiano D’Ambra, fondatore del Silsilah. A causa del suo zelo, del suo entusiasmo e della sua passione per l’unità, qualcuno ha creduto che p. Salvatore volesse convertire i musulmani e battezzarli. In questo senso è un vero martire del dialogo».

Ricordando Salvatore due anni dopo, padre D’Ambra scrive (41):

«Uno dei risultati positivi del martirio di padre Salvatore è stato l’inizio del dialogo a Manila. Da tempo pensavamo di portare Silsilah nella capitale, con una base nel grande campus dell’università delle Filippine, dove molti cristiani e musulmani da tutte le parti del paese vanno a completare gli studi. Dovevamo andare assieme a Manila il 25 maggio 1992. Cinque giorni prima, Salvatore ci lascia l’eredità del suo martirio. Ho bloccato tutto per qualche settimana, poi mi sono incontrato a Manila con il gruppo di amici musulmani e cristiani dell’università.
Abbiamo costituito un gruppo chiamato ‘‘Movement Toward Muslim-Christian Dialogue’’ (Mmcd). È stato fatto un primo simposio a Manila nell’ottobre 1992, un convegno nazionale nel 1993 e per il 1994 è previsto un convegno internazionale, con la collaborazione dell’ambasciata egiziana che ha preso a cuore questa iniziativa. A parte questi appuntamenti annuali, il Mmcd ha già una sede e un comitato formato da musulmani e cristiani che sono impegnati a promuovere diverse attività di dialogo durante tutto l’anno».

Nell’ottobre 1997, a Silang (Cavite), una cinquantina di km. da Manila, padre D’Ambra ha iniziato, su un terreno messo a disposizione dai padri rogazionisti (che poi assumeranno e continueranno l’opera), un’«oasi di preghiera e di dialogo» per cristiani e musulmani: è ‘‘Inter-Faith Ashram’’, ispirato alla spiritualità del ‘‘Silsilah Dialogue Movement’’ e incoraggiato dalla commissione della Conferenza episcopale per il dialogo interreligioso. In questo centro di ritiri e di incontri sono già passati centinaia di vescovi, preti, religiose e laici. P. Sebastiano trascorre 15 giorni al mese in quest’oasi di preghiera e gli altri 15 a Zamboanga ed a Manila per le attività di dialogo con i musulmani e per seguire il Silsilah (42).
Un’altra iniziativa nata dal Silsilah a Zamboanga è «Il villaggio dell’armonia» che p. D’Ambra così descrive (43):

«L’idea è sorta nel 1990, in seguito alla donazione di un terreno piuttosto grande, circa dieci ettari, vicino a Zamboanga. In quest’area un po’ alla volta sono cresciute varie costruzioni: alcune casette, una piccola moschea, una piccola cappella. Dopo una sosta per il mio ritorno in Italia (1992-1995), si è ripreso ed è nato un centro per la formazione al dialogo, un vecchio sogno inteso ad assicurare una sede permanente ed adatta ai corsi di 5-6 settimane che teniamo in estate. Il corso si chiama ‘‘Oasi di dialogo’’. In tal modo si è venuto costituendo ‘‘Il villaggio dell’armonia’’, che comprende varie opere, il centro con sale ed uffici, il Bahanihan (che significa ‘‘cooperazione’’) con stanze e dormitori, la moschea, la cappella e altri piccoli edifici. Il villaggio si propone di far maturare il seme del dialogo».

Infine, a Zamboanga City è stato inaugurato il 12 maggio 1999 un istituto per il dialogo nelle Filippine, che sarà portato avanti dal Silsilah, in collaborazione con diverse istituzioni, università e gruppi musulmani e cristiani e livello nazionale. Per l’occasione c’erano tanti vescovi e capi religiosi musulmani, che si trovavano a Zamboanga per l’incontro «Bishops-Ulama Dialogue Forum».

Centro di formazione missionaria per le Chiese d’Asia (1992)

Il martirio di padre Carzedda coincide con l’inizio dell’«Euntes Asian Center» (Eac) a Zamboanga, nato per volontà della X Assemblea generale del Pime (Tagaytay 1989). Dato il suo carisma «ad gentes» e la secolare esperienza in Asia, il Pime ha pensato di fare un dono alle Chiese asiatiche: un centro di formazione missionaria per il personale apostolico delle diocesi asiatiche, diretto dai missionari dell’Istituto in Asia.
Il primo corso è iniziato nel giugno 1992 con venti partecipanti provenienti da otto paesi: preti, suore e laici (44). In seguito, i partecipanti sono saliti a 25-30 l’anno, mandati dai vescovi che ormai conoscono l’Euntes e ne apprezzano l’orientamento molto pratico; sono rappresentati più di dieci paesi. Ogni corso dura nove mesi, in genere con corsi che durano 15-20 giorni tenuti da missionari del Pime al lavoro in Asia e da docenti specializzati in temi teologico-pastorali.
Gli argomenti trattati sono fuori degli schemi delle facoltà teologiche. Un breve elenco solo per dare un’idea della varietà dei temi: primo annunzio di Cristo in Asia, verso una teologia della missione in Asia, storia dell’evangelizzazione in Asia, dialogo interreligioso con islam e buddhismo, spiritualità missionaria, la scelta dei poveri in Asia, evangelizzazione e inculturazione, teologia della liberazione in India, esperienza di prima evangelizzazione in Bangladesh, religiosità popolare e inculturazione nelle Filippine, esperienze di un medico missionario in India, induismo e spiritualità dell’India, ecumenismo in Giappone, spiritualità orientale e meditazione zen in Giappone, buddhismo e religione cinese ad Hong Kong, scelta dei poveri e prassi di liberazione nelle Filippine, ecc.
Ma soprattutto il corso dell’Euntes è apprezzato per le esperienze pratiche nelle missioni, per gli orientamenti pastorali, la convivenza e lo scambio fra i partecipanti; e perché offre l’occasione a preti, suore e laici di rimanere nove mesi in un ambiente internazionale e asiatico, entrando in contatto con persone ed esperienze molto diverse. Al termine del corso annuale, l’Euntes dà ai partecipanti un diploma di «Missionary Formation in Asia». Lo scopo dell’Euntes è di orientare e avviare il personale apostolico di Chiese piccole e fortemente minoritarie (che hanno tendenza a chiudersi nella «pastorale ordinaria» dei già battezzati) verso la missione «ad gentes». Se, come dice Giovanni Paolo II nella «Redemptoris missio» (45), la vera missione alle genti oggi si svolge soprattutto in Asia, il Pime, dedicato da 150 proprio alla missione nel continente asiatico, vuol mettere l’esperienza e lo spirito dei suoi missionari a disposizione delle Chiese locali asiatiche.
I direttori dell’Euntes sono stati p. Enzo Corba (dal Bangladesh) per quattro anni e attualmente p. Giampiero Bruni (dal Giappone), che lavorano con l’aiuto di p. Giulio Mariani, superiore regionale del Pime fino al 1999, di missionari del Pime nelle Filippine e in altri paesi asiatici. All’Euntes è pure presente, come segretaria, una missionaria dell’Immacolata indiana. La sede dell’Euntes è a Sinunuc, alla periferia di Zamboanga, in un vasto terreno con tante casette e locali centrali di incontro e di preghiera, come in un campus universitario di stile americano e anche filippino (46).
Un’interessante riflessione sull’«Euntes» è stata fatta da p. Giampiero Bruni, attuale direttore del centro, sei anni dopo la sua nascita (47):

«In questi anni è cresciuta la conoscenza e la stima dell’Euntes, in particolare grazie a chi è venuto e ne ha tratto beneficio per la sua vita spirituale e la sua missione. Questo è uno dei punti forti, testimoniato dalle lettere che gli ex partecipanti ci scrivono per dire come è cambiata la loro vita dopo questa esperienza... Il nostro punto debole: constatiamo che i nostri mezzi sono troppo limitati per risolvere i molti problemi che talora qualcuno si porta dentro; tanto più che il nostro programma suppone che i partecipanti vengano qui volentieri e con il desiderio di un autentico rinnovamento. Il superiore p. Cagnasso ci ha dato questa direttiva, che non è per niente una formula fatta, ma un impegno da attuare con molto discernimento: cercare di fare una buona selezione dei candidati e poi impegnarsi ad essere vicini ad ogni persona che abbiamo accolto...
Quando parliamo di missione nei programmi di studio e di formazione, che missione intendiamo?
Che cosa significa la lieta notizia di Gesù oggi in Asia, ma soprattutto, che cosa significa essere testimoni di Gesù e del suo Vangelo oggi in Asia? Questo il punto capitale del nostro programma formativo, basato sull’approfondimento della vita spirituale, dunque della comunione con Cristo evangelizzatore. Di qui i tre temi principali del nostro programma:
— missione e proclamazione del Vangelo
— missione e liberazione umana integrale
— missione e dialogo con le grandi religioni e il mondo moderno.
Anche se la maggioranza dei nostri partecipanti ritornerà nelle proprie Chiese locali, ci attendiamo che ritornino con una visione nuova sia della missione della Chiesa, che della missione loro propria. L’Euntes poi continua ad essere luogo di discernimento per la scelta, temporanea o definitiva, di dedicarsi alla missione ‘‘ad gentes’’ fuori del proprio paese...
La proposta che facciamo significa in pratica sottoporsi ad un processo non facile. È un periodo nel quale, non tanto noi responsabili di questo programma, ma il Signore stesso chiede molto alle persone. Chi crede di venire qui solo per un corso accademico, o senza accettare di mettere in discussione se stesso, si trova male. Durante l’anno del corso all’Euntes, abbiamo il cosiddetto ‘‘Exposure Period’’, cioè un mese (dicembre) nel quale alunni e alunne vengono mandati a fare un’esperienza pratica di missione fra i non cristiani. Insistiamo molto sull’atteggiamento dell’ascolto e della condivisione della vita comune, sia della gente che delle comunità cristiane. Invitiamo anche a considerare l’evidente barriera della lingua come un motivo per fare una presenza umile e discreta, liberandosi dal desiderio di ‘‘fare qualcosa’’ per approfondire invece l’impegno dell’ascolto.  Un buon numero vengono inviati dai nostri missionari del Pime qui a Mindanao e tornano ammirati per la dedizione e il coraggio dei nostri. Anche ‘‘Emmaus’’ — la comunità femminile fondata da p. D’Ambra — è uno dei posti dove di solito inviamo qualcuna delle partecipanti per una esperienza che è sempre molto arricchente. All’inizio di gennaio poi, ci si ritrova tutti insieme, per una valutazione dell’esperienza compiuta».

La parrocchia dell’aeroporto a Manila (1985-2000)

Nel febbraio 1985 arriva nelle Filippine il padre Giulio Mariani, con una lunga esperienza negli Stati Uniti e come rettore del seminario teologico del Pime a Monza. Mentre è ancora studente di «tagalog» a Manila (la lingua nazionale), il Pime chiede all’arcivescovo, il card. Jaime Sin, di fondare una parrocchia nei quartieri nuovi che sorgono a Parañaque presso l’aeroporto internazionale. Manila aveva pochi sacerdoti diocesani e cresceva di 300-400.000 abitanti l’anno (fra immigrati e crescita demografica); stava appena iniziando l’afflusso eccezionale di congregazioni religiose, specie dall’Italia (48). Il Pime mancava da Manila dall’inizio degli anni ottanta e una parrocchia presso l’aeroporto è stata giudicata accettabile: l’Istituto ha subito comperato il terreno.

«Il decreto di erezione della parrocchia — racconta Mariani (49) — è del 22 luglio 1985. Io stavo ancora studiando tagalog ed ero già parroco, senza chiesa e senza alcuna esperienza di Filippine. Ho preso una casetta in affitto e ho incominciato a girare per farmi conoscere. Nel 1986 mi è venuto in aiuto il padre Gianni Sandalo, che era stato con me nel seminario teologico a Monza come insegnante di morale. Abbiamo formato una coppia affiatata e siamo andati avanti fino al 1992, quando l’assassinio di padre Carzedda ha richiesto il mio spostamento a Zamboanga (nel frattempo ero diventato superiore regionale) e padre Sandalo è diventato parroco».

Padre Giulio celebra la prima messa a Parañaque l’8 ottobre 1985 nella cappella di «Sant’Antonio Valley 6», al confine fra la zona residenziale e quella dei baraccati. La nuova parrocchia è intitolata a «Mary Queen of Apostles» (Maria Regina degli Apostoli) ed ha come motto «One Parish, One Family» (una parrocchia, una famiglia): la parrocchia come centro di unità, che intende far superare le molte divisioni esistenti: baraccati e gente bene, gruppi linguistici da nord e sud delle Filippine, quartieri ciascuno con proprio nome, cappella, santo protettore, scuola, squadra di calcio...
In un territorio già invaso da casupole e baracche, padre Mariani riesce ad acquistare un terreno ancora libero di due ettari: all’inizio sembrava esagerato, ora è provvidenziale. Ci sono cortili e campi da gioco, centro pastorale (con un salone di 450 posti a sedere) e centro di solidarietà per i servizi sociali e caritativi, casa e procura del Pime e una chiesa ottagonale ampia e luminosa con 1.150 posti a sedere, che a Milano sarebbe una delle più moderne e belle della capitale lombarda. Il campanile diffonde i maestosi concerti delle otto campane della basilica di Desio, inimmaginabili a Manila. La gente ne è estasiata.
Nella parrocchia, oggi con più di 100.000 abitanti, funzionano una quindicina di cappelle, ciascuna con proprio comitato direttivo e animatori spirituali e sociali. Il «centro di solidarietà», diretto da padre Gianni Re che segue anche i giovani, ha una gran quantità di iniziative: ambulatorio medico e dentistico gratuito, corsi di taglio e cucito, distribuzione di aiuti ai più bisognosi, biblioteca e doposcuola, attività sportive e formative per i giovani, circa 2.500 ragazzi assistiti dalle adozioni a distanza procurate dal Pime di Napoli (padre Licciardi) e di Milano (padre Mauro). Le famiglie benestanti in parrocchia non sono molte, perché chi diventa ricco va ad abitare altrove, in quartieri socialmente più qualificati. In periferia rimangono i poveri e i nuovi immigrati. La parrocchia incide nella vita della gente anche perché ha saputo suscitare una vasta e cordiale collaborazione.

«Non vorrei lodare noi stessi, ma ti assicuro che fin dall’inizio — racconta padre Mariani (50) — siamo stati disponibili 24 ore su 24. Non abbiamo mai pensato ad altro che alla nostra parrocchia e al nostro popolo e siamo sempre rimasti uniti. Questo è fondamentale. Quando due o tre preti sono uniti, trascinano tutti, quando sono divisi non combinano nulla di buono. Padre Gianni e io, pur essendo molto diversi, abbiamo lavorato e camminato assieme e abbiamo potuto chiedere ai fedeli di fare altrettanto».

L’attività pastorale è fondata sulla formazione dei catechisti, ministri dell’Eucarestia, capi delle cappelle, operatori sociali, ecc. C’è molta gente disponibile a servire la parrocchia, il problema è di formarla. Padre Gianni Sandalo racconta (51):

«La pastorale dà grandi soddisfazioni perché abbiamo sempre le chiese e le cappelle piene, la gente entusiasta, il sacerdote amato, cercato, seguito, direi quasi coccolato. Sei tentato di essere ottimista e di accontentarti, anche perché hai già tantissimo lavoro. Pensa che nella nostra parrocchia, ogni anno, abbiamo 2.000 battesimi e 800 prime Comunioni (muoiono molti bambini e l’Eucarestia viene spesso rimandata). Tutte le domeniche abbiamo una media di 30-40 battesimi. La preparazione consiste nel chiamare in chiesa genitori, padrini e madrine almeno un’ora prima della cerimonia per istruirli. È pochissimo, ma non c’è altro mezzo e non esiste una politica diocesana. Noi vorremmo essere più severi, ma se non diamo il battesimo noi, si rivolgono ad altre parrocchie, santuari, cappelle di religiosi, dove sono meno esigenti. D’altra parte è anche giusto non rifiutare o rimandare il battesimo, un segno sentito, che rimane, una possibilità per il domani. La gente è mobile, se non la prendi quando viene, rischi di non prenderla più.
La partecipazione dei laici all’apostolato è sempre stata sviluppata, data la mancanza di sacerdoti. Ma non facciamone un mito. È un laicato pieno di buona volontà, ma ancora da preparare: c’è dedizione ed entusiasmo, manca l’istruzione e la convinzione profonda... Noi facciamo molti corsi biblici (brevi e lunghi) e altri di formazione catechetica e spirituale, e poi giornate a cui partecipano in media 100-120 persone. La nostra parrocchia è molto varia, innovativa, cerchiamo di lanciare ogni anno qualche nuova idea per poter agganciare alla formazione cristiana nuove fasce di popolazione. Ad esempio, da qualche anno funziona il movimento per sposati «Couples for Christ» (coppie per Cristo), abbiamo già coinvolto 150-160 coppie...
Qui le chiese sono piene e la gente ha certo molto entusiasmo nella fede, ma non sono ancora arrivate certe sollecitazioni che in Europa abbiamo già digerito. Secondo me in Europa attraversiamo una crisi di crescita del nostro essere cristiani, qui siamo ancora in uno stato di religiosità tradizionale, non fondata su convinzioni profonde, ma sul sentimento. Cosa succederà quando il popolo si confronterà con la secolarizzazione e il consumismo?».

Assistenza ai migranti filippini all’estero (1996)

Un nuovo impegno del Pime nelle Filippine è quello in aiuto agli emigrati filippini che vanno all’estero, un fenomeno ormai di vastissime proporzioni. Si calcola che più di quattro milioni di filippini poveri (52) sono emigrati negli ultimi trent’anni dove possono trovare lavoro: Hong Kong, Giappone, Taiwan e Singapore in Asia; Stati Uniti e Canada, Australia, paesi del Medio Oriente e poi in Europa (in Italia i filippini sono circa 50.000). Nell’interno delle Filippine la mobilità della società è impressionante: milioni di persone sono in movimento da nord a sud, dalle campagne alle città, dalle regioni più popolate a quelle ancora ricoperte di foreste. A Manila è quasi impossibile incontrare persone nate e cresciute in città da genitori originari della capitale o suoi dintorni. Tutto questo ha gravi conseguenze negative sulla stabilità e compattezza delle famiglie e delle comunità cristiane.
Dal 1996 il p. Marco Brioschi è stato trasferito da Taiwan, dove si occupava di emigrati stranieri nel paese, a Manila, per continuare questo suo apostolato verso i migranti filippini all’estero. Ha costituito un ufficio legale per i lavoratori filippini all’estero nell’ambito della commissione episcopale per i migranti. Ma il lavoro che più lo occupa è un altro:

«Quando si sente parlate di assistenza legale — precisa p. Marco (53) — si pensa al lavoro di un avvocato che prepara la difesa di un suo cliente. Purtroppo, nel caso dei lavoratori all’estero, le regole del gioco seguono solo minimamente le leggi scritte nei vari codici del lavoro o nel diritto internazionale. L’esperienza ha confermato innumerevoli volte quanto la sola assistenza di un avvocato e di un tribunale per difendere i diritti di un lavoratore all’estero sia risultata perdente e, di conseguenza, scoraggiante».

Padre Marco, in seguito all’esperienza fatta a Taiwan (54), ha avviato, assieme all’assistenza legale, altre forme di aiuto ai migranti: uso di stampa, radio e televisione per denunziare casi concreti di ingiustizie; petizioni a governi o autorità competenti; scioperi e manifestazioni di protesta; denunzia all’autorità giudiziaria delle agenzie di reclutamento e dei mediatori esteri e filippini che hanno commesso violazioni di leggi vigenti; pressione sugli organi governativi...
Quali sono i problemi più gravi che un lavoratore filippino all’estero può incontrare? Shock culturale, barriera linguistica, solitudine, orari lavorativi esageratamente lunghi, stipendi non ricevuti, riduzioni salariali decise dal datore di lavoro e non contemplate dal contratto, abusi sessuali, restrizione della libertà di movimento e denutrizione dovute all’irresponsabilità del datore di lavoro... Padre Marco racconta:

«Nel grande affare del lavoro all’estero, il lavoratore si trova all’ultimo gradino. Oltre al datore di lavoro, si rende conto di avere altri due capi che lo controllano: il mediatore locale del paese dove lavora e l’agenzia filippina che ha sbrigato la procedura del reclutamento e della sistemazione sul posto di lavoro, che lui ha già pagato profumatamente con un anno del futuro stipendio. Se osa lamentarsi di qualcosa che ritiene ingiusto, i tre capi, a turno, gli ricordano che non dovrebbe farlo, ma essere grato a loro, suoi benefattori...».

«Scegliamo di andare tra i più poveri ed emarginati» (1994)

Dopo la caduta di Marcos il 26 febbraio 1986, il nuovo presidente signora Corazon Aquino, mentre riesce a varare nel 1987 una nuova Costituzione ed a portare il paese verso un accettabile sistema democratico, fallisce nei suoi tentativi di cercare un accordo con la minoranza musulmana e la guerriglia maoista: anzi, a Mindanao le opposte violenze aumentano. In meno di quattro anni si registrano sette tentativi di colpi di stato, tutti falliti, ma significativi. L’economia ristagna, si susseguono i massacri di popolazioni indifese e la violazione dei diritti dell’uomo in varie forme.
Nuove vittime sono soprattutto i tribali, privati delle loro terre, decimati quando si difendono: sono circa 3,5 milioni nel paese, concentrati soprattutto a Mindanao e a Luzon, più altri 4 milioni di minoranze islamiche, che condividono emarginazione e sopraffazione con i membri di tribù animiste o cristiane: il 12% della popolazione totale delle Filippine.
Anche negli anni novanta, quando le Filippine decollano economicamente, Mindanao non trova pace, nonostante la firma del trattato fra il governo e il «Movimento nazionale per la liberazione dei Moro» (Mnlf, Moro National Liberation Front: i «moro» sono i musulmani) il 2 settembre 1996; e la tendenza dei gruppi guerriglieri comunisti a deporre le armi, dopo la caduta del Muro di Berlino e il rifiuto della Cina post-maoista di continuare a sostenerli. Ma in pratica la guerriglia continua da ambedue le parti: anzi, secondo le ultime notizie dell’inizio 1999 (55), i due movimenti musulmano (Milf, Moro Islamic Liberation Front) e comunista (Npa, New People’s Army) hanno stretto un’alleanza strategica finanziata da paesi islamici, interessati a destabilizzare il sud delle Filippine.
Il Pime ha continuato a lavorare nell’isola di Mindanao, è presente in una decina di parrocchie e territori. Raccontare le avventure di tutti i 53 missionari dell’Istituto che hanno lavorato nel paese è impossibile nel breve spazio disponibile.
Nell’assemblea regionale del febbraio 1994, poco dopo il martirio  di padre Carzedda quando la situazione politico-sociale sembrava diventare sempre più difficile, i missionari del Pime nelle Filippine hanno riaffermato il loro impegno missionario con questa dichiarazione (56):

«Nel nostro lavoro sceglieremo sempre di andare tra i più poveri ed emarginati. Il gruppo Pime nelle Filippine si impegna nella solidarietà con gli ultimi e gli oppressi».

Le cinque diocesi a Mindanao nelle quali è presente il Pime (Zamboanga, Kidapawan, Ipil, Dipolog, Pagadian) hanno continuato nell’ultimo decennio a presentare situazioni e momenti difficili, dovuti alla guerriglia e alla presenza di forze militari e paramilitari che a volte agiscono fuori della legalità. Padre Pietro Geremia ha fatto l’esperienza del carcere tra il 23 luglio e il 21 agosto 1992, con l’accusa di aver fomentato pochi giorni prima l’assalto di alcune centinaia di contadini ad un deposito governativo di riso. In un periodo di forte siccità e carestia, con le prime vittime specie fra i bambini, le autorità locali rimandavano la distribuzione del riso. Dopo estenuanti e inutili trattative, i contadini decidono di impadronirsene, registrando i sacchi che venivano asportati, per poterli rendere in seguito.
Padre Pietro non era presente durante l’assalto, ma è stato accusato di esserne l’ispiratore (57). È la seconda volta dopo l’uccisione di padre Tullio Favali (la prima nel 1987 con l’assurda accusa di aver stuprato una ragazza assieme ad altre dieci persone!), che Geremia è incarcerato. È probabile si tratti di vendette di amici dei Manero, ancora all’ergastolo per l’uccisione di padre Favali.
Un altro missionario, p. Fausto Tentorio, che dal 1978 lavora fra i tribali della «Arakan Valley» (diocesi di Kidapawan), ha preso parte attiva (con altri missionari del Pime: Giuseppe Carrara, Bruno Vanin, Giorgio Licini) al travaglio dei «Manobo» privati delle loro terre, che in un certo periodo si sono integrati nella guerriglia comunista dell’Npa e poi si sono dati al brigantaggio e alle razzie di bestiame contro gli immigrati (58). Ecco come padre Fausto descrive l’azione della Chiesa nella valle Arakan, che dal
1994 è finanziata, per il programma in favore dei tribali, dalla Conferenza episcopale italiana con i fondi dell’otto per mille (59):

«Fin dall’inizio ci siamo concentrati sulla riorganizzazione delle comunità, visto che le tribù manobo erano completamente allo sbando a causa dell’impatto negativo con i coloni cristiani. Nel 1996 un certificato di riconoscimento delle terre ancestrali è stato concesso dal governo per 12.337 ettari occupati da 1.246 famiglie manobo. Anche se non hanno potuto ricuperare le terre migliori, lungo i fiumi e sul piano, almeno è stato garantito loro il diritto alla sopravvivenza e a non scomparire o andare ad elemosinare nelle grandi città. Alfabetizzazione, agricoltura, ecologia, educazione sanitaria di base sono i punti di forza del nostro programma. I manobo sono quasi completamente analfabeti, per cui il primo sforzo è stato per gli adulti. Un migliaio di loro ora sanno leggere , scrivere e svolgere le operazioni aritmetiche fondamentali, dopo che sono stati preparati 75 insegnanti part-time distribuiti nei piccoli centri della valle. 73 piccole cooperative agricole coinvolgono 577 famiglie di nativi che non possono più semplicemente raccogliere i prodotti spontanei della terra, ma devono diventare coltivatori: arare, seminare e raccogliere. Ogni cooperativa è fornita di un bufalo d’acqua (carabao) per l’aratura e il traino. La pratica del ‘‘kaingin’’ (bruciare sempre nuove parti di foresta per mettere il terreno a coltura) è quasi scomparsa...
L’educazione sanitaria punta all’igiene di base (pulizia della casa, della persona, ecc.) e alla cura delle malattie più comuni tramite i metodi tradizionali: foglie, radici ed erbe medicinali, massaggi, agopuntura... In sostanza non si tratta di ricondurre i nativi ad un passato che non esiste e non esisterà mai più. In ogni settore cerchiamo anzi di formare dei responsabili e dei capi che sappiano guardare al futuro con realismo e capacità creativa. Cambiare è meglio che scomparire».

Padre Luciano è libero, Mindanao non ancora (1998)

L’ultimo episodio da ricordare sul Pime nelle Filippine (ma ce ne sarebbero tanti altri!) è il sequestro di padre Luciano Benedetti, anni 54, nelle Filippine dal 1978 ed a Mindanao dal 1981. Il sequestro di padre Luciano è durato 68 giorni e per capirlo va ambientato nel lavoro che i missionari del Pime hanno fatto in questa (come in altre) parrocchie. Nel 1991 p. Sergio Fossati e p. Rolando Del Torchio iniziano la «St. Joseph Multipurpose Cooperative » (Sjmc), una «cooperativa» intitolata a s. Giuseppe per concretizzare il messaggio evangelico di solidarietà e di giustizia, con varie attività: lettura del Vangelo e istruzione cristiana, educazione di base e civica dei contadini, formazione di comunità attive e responsabili, aiuto reciproco, vendita prodotti locali, servizi comuni come il mulino e lo spaccio di prodotti di base, assistenza sanitaria nei villaggi, ecc.
I cambiamenti che avvengono in seguito a quest’opera

«non sono piaciuti a un paio di piccoli Marcos — scrive Sergio Fossati (60) — ai quali la regione era sottomessa da decenni. Abbiamo dovuto fare i conti con chi non aveva alcun interesse a che le cose cambiassero, perché proprio su quella situazione aveva costruito la propria fortuna. Dal 1994 al 1996 infatti a Del Torchio e al sottoscritto venne imposta una scorta armata dell’esercito filippino, a causa di minacce di morte, terminate con l’uccisione, nel 1996 da parte degli stessi militari, di colui che ne era l’origine (il famoso «Kommander Perez»); e minacce anche di rapimento, probabilmente da parte dello stesso gruppo islamico che ha poi rapito p. Luciano».

La vicenda di padre Luciano Benedetti inizia l’8 settembre 1998, quando una trentina di uomini — un gruppo di guerriglieri musulmani sbandati — circondano la fattoria sede della cooperativa San Giuseppe (il mulino, lo spaccio, diverse casette) dove quella notte il missionario dormiva casualmente, poco lontano dalla sua missione di Sibuco (diocesi di Dipolog). Fanno razzia di tutto quello che possono trasportare e sequestrano il bianco, forse senza sapere che è un missionario.
Inizia una lunga trattativa. Padre Mariani, superiore del Pime, riceve la richiesta del riscatto: 15 milioni di pesos (pari a 570 milioni di lire), più 300.000 pesos (15 milioni di lire) per il vitto e l’alloggio del rapito! Il Pime dichiara subito che si attiene alla linea adottata dalla Chiesa filippina in casi simili: nessun pagamento, p. Benedetti è nelle mani di Dio. Infatti viene liberato dopo 68 giorni, il 16 novembre 1998, quando i guerriglieri si convincono che nessuno pagherà e temono di cadere nelle mani di esercito e polizia. 68 giorni di marce forzate in foresta, mangiando pochissimo e dormendo quasi sempre all’aperto: la liberazione avviene a Cotabato, centinaia di chilometri dal luogo del sequestro! È incredibile che un uomo di 54 anni abbia resistito (61)!
Tutta la regione ovest della penisola di Zamboanga a Mindanao (diocesi di Dipolog), Siocon, Sibuco, Siraway, Baliguian (circa 150 km. di costa), è stata evangelizzata negli ultimi trent’anni dal Pime. Si tratta della parte più islamizzata della grande isola, nella quale i missionari italiani hanno svolto opera di mediazione e di difesa delle popolazioni, a volte cristiane, a volte islamiche, a volte tribali animiste!
Dopo la loro assemblea regionale a Manila (8-13 febbraio 1999), i missionari del Pime hanno dichiarato che non lasceranno la stazione missionaria di Sibuco, dove p. Luciano Benedetti è stato rapito e si è temuto a lungo per la sua vita. P. Nicola Mapelli, 30 anni, viceparroco, resta sul posto in attesa che un nuovo responsabile venga nominato. Altri due missionari del Pime, oltre a Mapelli, hanno offerto la loro disponibilità per operare a Sibuco. «Continueremo la nostra missione — ha dichiarato il superiore regionale p. Giulio Mariani (62) — saremo solo più prudenti. Un altro rapimento può avvenire ovunque, in ogni momento». Intanto a Mindanao la situazione resta critica. Il padre Sandro Brambilla, ad esempio, continua a vivere a Siraway, in una zona a rischio, circondata da ribelli musulmani che sono sulle colline circostanti. I rapporti fra governo e popolazione musulmana sono peggiorati. Gruppi armati, come quello che ha rapito p. Benedetti o l’«Abu Sayaf» (scimitarra tagliente), reclutano manovalanza fra la gente povera addestrando nuovi «mujaheddin», combattenti per la causa della fede. È in atto un risveglio religioso fondamentalista con l’aiuto di missionari da paesi islamici. A ciò si aggiungono la povertà endemica della regione e i progetti governativi di sfruttamento delle risorse minerarie, che minacciano la produzione agricola e quindi la stabilità delle comunità musulmane.
I 31 anni del Pime nelle Filippine, e i 53 missionari a Manila e in Mindanao hanno segnato una svolta nella Chiesa delle Filippine, influenzando profondamente, a detta di diversi vescovi e commentatori ecclesiali filippini, la stessa Conferenza episcopale: che infatti negli anni settanta e ottanta diventa sempre più sensibile alla «dottrina sociale della Chiesa», al dialogo interreligioso con i musulmani e alle condizioni di vita dei tribali e in genere dei più poveri.
E non va dimenticato che proprio le lettere e le iniziative della conferenza dei vescovi filippini, di ampia risonanza in Asia, se hanno smosso le masse del paese cattolico per portarle alle proteste non violente contro il regime di Marcos coronate da successo (nel 1986), hanno pure esercitato un grande influsso sulla Fabc (Federazione delle Conferenze episcopali d’Asia) e su diverse altre gerarchie cattoliche del continente: ad esempio la Corea del sud, anch’essa liberatasi dal regime militare nel 1988 in modo non violento, sotto la spinta popolare innescata dall’esempio delle Chiese cristiane e cattolica in particolare.

Il seminario internazionale a Tagaytay (1999)

Dal maggio 1999 il Pime ha aperto a Tagaytay uno dei suoi due seminari teologici internazionali (l’altro è a Monza) con otto alunni, diretto dal p. Sergio Fossati, missionario nelle Filippine dal 1990 (63). Dopo 31 anni di presenza nel paese, l’Istituto inaugura una sua struttura formativa dedicata alle vocazioni che verranno da varie parti del mondo: Italia, Stati Uniti, Brasile, India, i primi quattro paesi nei quali oggi il Pime ha suoi seminari.
Durante l’assemblea regionale del 1996 p. Giulio Mariani è eletto direttore vocazionale e stabilisce la «politica delle vocazioni » per la regione delle Filippine. Il 18 aprile 1996 manda una lettera ai missionari, dicendo che si possono assumere vocazioni locali, ma senza aprire seminari né fare animazione per le vocazioni; e indica le condizioni per l’ammissione di chi si presenta spontaneamente dicendo che vuol diventare missionario nell’Istituto (64). Oggi ci sono già sei giovani filippini che studiano in Italia e altri si preparano a partire.
Finora nelle Filippine il Pime non ha avuto la volontà esplicita di reclutare vocazioni né di creare strutture a scopo formativo. Non per escludere i filippini, ma per rispetto alle Chiese locali ancora con scarso clero, alle quali si sono sempre indirizzate le vocazioni sorte nelle parrocchie in cui lavoriamo:

«Possiamo dire — scrive p. Sergio Fossati, rettore del seminario di Tagaytay (65) — che noi del Pime siamo uno dei pochissimi istituti e congregazioni che hanno resistito alla tentazione della ‘‘pirateria vocazionale’’, che sembra così facile in questo paese. Il Pime ha lavorato molto, ma si è sempre distinto per la serietà nel reclutamento vocazionale. Chiaramente ora, con l’internazionalità dell’Istituto riaffermata nelle due ultime assemblee generali, questa stessa serietà deve trasformarsi in servizio a questa Chiesa, offrendo anche ai suoi figli la possibilità di diventare missionari nel Pime».

 

 

NOTE

[1] «Il Vincolo», n. 93, maggio-giugno 1968, pag. 5.
[2] Per il primo incontro continentale dei vescovi asiatici (29 novembre 1970): nasce la Fabc (Federazione delle Conferenze episcopali d’Asia).
[3] Il nome viene da Gregorio Aglipay, prete filippino che alla fine del secolo scorso, con altri nazionalisti, combatte il colonialismo spagnolo e i religiosi spagnoli che avevano il monopolio delle cariche ecclesiali. Scomunicato dalla Santa
Sede, nel 1903 fonda la «Chiesa indipendente filippina», di stampo nazionalista, staccata da Roma, della quale diventa «Vescovo supremo», carica che mantiene fino alla morte nel 1940. La Chiesa «aglipayana» è oggi una delle più forti denominazioni cristiane presenti nelle Filippine. Il rapporto con la Chiesa cattolica è discreto, alcuni gruppi ritornano da dove sono partiti.
[4] Eletto presidente nel 1965, Marcos all’inizio riportò pace e sviluppo nel paese con iniziative coraggiose, ma a poco a poco governò con metodi totalitari. Nel 1972 stava scadendo il suo secondo mandato di presidente. Con la legge marziale governa fino al febbraio 1986 mutando, anche lui come altri prima di lui, la democrazia in dittatura personale.
[5] PIETRO GEREMIA, «Io, un piantagrane», Pimedit, Milano 1997, pagg. 25-26.
[6] PIETRO GEREMIA, «Il gruppo apostolico a Santa Cruz», «Infor-Pime», febbraio 1974, pagg. 32-36.
[7] Durante la visita di Pirovano, il 22 aprile 1970, la missione delle Filippine è eretta in delegazione del Pime: superiore delegato il p. Bruno Piccolo, consiglieri Bonaldo e Alessi, economo p. Pio Signò («Il Vincolo», n. 98, aprile-giugno 1970, pag. 56).
[8] PIETRO GEREMIA, «Sogni e sangue nelle Filippine», Emi, Bologna 1988, pagg. 443 (citazione alle pagg. 95-97). Vedi anche: PIETRO GEREMIA, «Tentativo per una parrocchia auto-sufficiente», «Mondo e Missione», dicembre 1975, pagg. 659-661.
[9] GIGI COCQUIO, «Tondo: è possibile una Chiesa di poveri», «Mondo e Missione», novembre 1976, pagg. 571-592.
[10] Si veda la testimonianza di mons. Pirovano su questa vicenda in «Il Vincolo », n. 115, gennaio-marzo 1976, pagg. 30-31; e quella del Vicario generale p.  Ilario Trobbiani sull’espulsione di padre Booms, «Il Vincolo», n. 118, ottobre-dicembre 1976, pagg. 135-136.
[11] La lettera del Superiore in «Il Vincolo», n. 116, aprile-luglio 1976, pagg. 55-62; la conversazione ad Hong Kong in «Il Vincolo», n. 116 cit. pagg. 72-77.
[12] Tant’è vero che diversi di questi missionari (nelle Filippine, in Brasile, in Guinea-Bissau e in altre missioni) hanno poi lasciato il sacerdozio.
[13] «Il Vincolo», ottobre 1970, pagg. 71-72,
[14] Secondo «Il Pime nelle Filippine» («Quaderni di Infor-Pime», n. 5, marzo 1974, pag. 21) nel 1971 gli abitanti della parrocchia di Siocon erano 45.000 in 50 villaggi di tre municipi: Siocon (20.000 abitanti), Siraway (10.000) e Sibuco (15.000); etnicamente erano «subanos» (tribali primitivi) in genere pagani; «visaya» immigrati da altre parti delle Filippine (cattolici) e musulmani. Religiosamente i musulmani erano la maggioranza (50%), i cattolici il 40%, e gli animisti il 10%.
[15] Si vedano le due relazioni sul lavoro a Siocon e ad Ayala in «Il Vincolo», maggio-settembre 1974, pagg. 56-58; gennaio-aprile 1975, pagg. 8-9.
[16] GIORGIO LICINI, «Paese adorato, Il Pime 30 anni nelle Filippine (1868- 1998)», Pime, Milano 1998, pagg. 200 (citaz a pag. 57). Su padre Di Guardo vedi: SEBASTIANO D’AMBRA, «L’uomo del dialogo religioso», «Venga il tuo Regno», settembre 1990, pagg. 16-17.
[17] PIETRO GEREMIA, «Io, un piantagrane», cit., pagg. 38-39.
[18] PIERO GHEDDO, «Filippine, il dono della vita», «Mondo e Missione», marzo 1986, pagg. 170-171. Vedi anche: PIETRO GEREMIA, «Chiesa perseguitata, La diocesi di Kidapawan (Filippine)», Claretian Publications, Quezon City, Filippine, 1988, pagg. 127.
[19] Anche i musulmani avevano i loro gruppi fanatici, chiamati «Barracuda» (squalo).
[20] Era nato a Sustinente (Mantova) il 10 febbraio 1946. PIERO GHEDDO, «La mia vita per le Filippine, padre Tullio Favali», Pime, Milano 1986, pagg. 48; GIANNI CRIVELLER, «Il profilo umano, spirituale, sacerdotale di padre Tullio Favali, missionario del Pime», Esercitazione al seminario teologico del Pime, Milano 1986, pagg. 192.
[21] «Mondo e Missione», cit., marzo 1986, pag. 173. «Il Vincolo», n. 146, maggio-settembre 1985 (pagg. 55-77), pubblica un’ampia documentazione su p. Favali e il suo martirio; vedi anche: SEBASTIANO D’AMBRA, «Filippine tra agonia e speranza», Emi, Bologna 1985, pagg. 174.
[22] PIETRO GEREMIA, «Io, un piantagrane», Pime 1997, pag. 60. Il 4 settembre 1987 i due fratelli Norberto ed Edil Manero sono stati condannati all’ergastolo. Non era mai successo che miliziani para-militari fossero condannati in un regolare processo. Nel gennaio 1999 sette degli uccisori di p. Tullio Favali erano ancora in prigione (più uno morto in carcere). Uno dei principali accusati, Arsenio Villamor Jr., era riuscito a fuggire ma è stato arrestato: è accusato di aver dato o portato l’ordine ai Manero di uccidere p. Pietro Geremia e altri. Nel gennaio 1999 si è aperto a Kidapawan il processo contro Villamor.
[23] PIETRO GEREMIA, «Anniversario dell’uccisione di p. Tullio Favali, 11 aprile 1986», «Il Vincolo», aprile-giugno 1986, pagg. 78-82.
[24] Il volume citato «Sogni e sangue nelle Filippine» è il suo diario dal 1972 al 1986.
[25] Ipil è nella provincia di Zamboanga del Sur, Siocon in quella di Zamboanga del Norte.
[26] GIORGIO LICINI, «Paese adorato», cit., pagg. 92-93.
[27] GIORGIO LICINI, «Lakewood, ovvero il ‘‘Far West’’ di Mindanao», «Mondo e Missione», maggio 1993, pagg. 330-332.
[28] In realtà coltivano usando lo «Slash and burning System», taglia e brucia, per banane, mais e «riso dei monti»; poi si spostano verso altre zone ancora tagliando e bruciando la foresta. Il metodo, a volte preso a prestito dai nuovi immigrati «visaya» inesperti di foreste, incominciò a causare vasti incendi.
[29] G. LICINI, vol. cit., pag. 102.
[30] I più importanti sono: maranaos, maguindanaos, tausugs, samals, badjaos, jama mapuns, ecc. Vedi: «Dialogo fra musulmani e cristiani nelle Filippine», «Infor-Pime», febbraio 1984, pagg. 32-41 (ripreso dal «Bollettino del Segretariato per i non cristiani», 1983, n. 52, pagg. 50-65).
[31] SEBASTIANO D’AMBRA, «Life in Dialogue», Silsilah Publications, Zamboanga 1991, pagg. 172 (citazione a pag. 87); «Pellegrini in dialogo, Un itinerario spirituale», Piemme 1994, pagg. 223.
[32] Lettera a p. Gheddo del 1° giugno 1999.
[33] GIORGIO LICINI, «Paese adorato», cit., pag. 75.
[34] Salvatore Carzedda era nato a Bitti (Nuoro) il 20 dicembre 1943.
[35] A Chicago, mentre assiste spiritualmente gli alunni del seminario teologico del Pime, studia alla «Catholic Theological Union» e pubblica una tesi su «Il Gesù del Corano alla luce del Vangelo»; testo che oggi è considerato quasi il suo testamento spirituale.
[36] S. D’AMBRA, «Life in Dialogue», cit., pagg. 77-78.
[37] ALBERTO BORRELLI, «Padre Carzedda. Un sardo che andava fino in fondo», «Mondo e Missione», giugno-luglio 1992, pag. 370.
[38] Si veda il volume che raccoglie le sue lettere dalle Filippine: SALVATORE CARZEDDA, «Un martire per il dialogo», Renzo e Rean Mazzone editori, Palermo 1993, pagg. 133.
[39] GIORGIO LICINI, «Vivere e morire per il dialogo», «Mondo e Missione», giugno-luglio 1992, pagg. 369-373.
[40] Cit. in «Missionari del Pime», agosto-settembre 1998, pag. 7.
[41] SEBASTIANO D’AMBRA, «Salvatore Carzedda due anni dopo», «Venga il Tuo Regno», maggio 1994, pagg. 18-21.
[42] SEBASTIANO D’AMBRA, «Un’oasi di pace per dialogare», «Missionari del Pime», marzo 1998, pag. 3.
[43] Si veda l’intervista di p. Domenico Colombo a p. D’Ambra: «Il dialogo è la mia vocazione missionaria», «Infor-Pime», n. 124, novembre 1997, pagg. 37-44.
[44] «Il Vincolo», n. 173, luglio-settembre 1992, pag. 192.
[45] Nel n. 37/a il Papa scrive: «Nel continente asiatico, in particolare, verso cui dovrebbe orientarsi principalmente la missione ad gentes, i cristiani sono una  piccola minoranza...»; altre due citazioni dello stesso contenuto ancora al n. 37/a e al n. 40.
[46] Costituzione del «Centro Asiatico», 20 giugno 1990, Decreto in «Il Vincolo», n. 164, giugno 1990, pag. 69. In preparazione al «Centro asiatico», «Il Vincolo», n. 166, dicembre 1990, pagg. 174-176. L’Euntes di Zamboanga all’incontro dei Superiori del Pime in Asia, Zamboanga, 1-4 marzo 1994. Relazione e decisioni, «Il Vincolo», n. 178, gennaio-marzo 1994, pagg. 25-30.
[47] GIAMPIERO BRUNI, «L’Euntes Asian Center a sei anni dall’inizio», «Infor-Pime», n. 128, luglio 1998, pagg. 37-45.
[48] Fra il 1985 e il 1995 ben 87 congregazioni religiose italiane, maschili e femminili, sono andate nelle Filippine allo scopo (spesso quasi unico) di reclutare vocazioni. A parte aspetti criticabili (il card. Sin scrisse una lettera per mettere ordine e regole in questa massiccia invasione), dato che tutti i nuovi istituti prendono qualche impegno pastorale, caritativo, educativo in Manila, hanno dato un certo contributo alla scarsezza di personale religioso della diocesi, che oggi registra una crescita di vocazioni proprie, ma ancora del tutto insufficienti. Non hanno però influito sulla Chiesa filippina, così come le centinaia di «case generalizie» di religiosi e suore a Roma non cambiano la situazione della Chiesa italiana.
[49] PIERO GHEDDO, «Missionari a Mary Queen», «Mondo e Missione», aprile 1994, pagg. 241-256.
[50] GHEDDO, «Missionari a Mary Queen», cit., pagg. 243-244.
[51] GHEDDO, «Missionari a Mary Queen», cit., pagg. 248-250.
[52] Agli emigrati poveri in cerca di lavoro bisogna aggiungere circa tre milioni di filippini di classe medio-alta trasferitisi definitivamente in Canada, Stati Uniti, Australia ed Europa.
[53] Intervistato da GIORGIO LICINI, «Paese adorato, Il Pime 30 anni nelle Filippine (1968-1998)», Pimedit, Milano 1998, pagg. 32-34.
[54] «A Taiwan ho potuto rendermi conto di quanti e quali problemi i lavoratori filippini devono affrontare per sopravvivere dignitosamente in una nazione dove i pregiudizi razziali sono ancora molto vivi. Ho assistito quotidianamente all’umiliazione e disperazione di molti lavoratori morti a causa di incidenti sul lavoro o perché uccisi dal datore di lavoro (soprattutto pescatori); lavoratori mutilati, bruciati o avvelenati a causa di pericolose ed insane condizioni di lavoro; lavoratrici domestiche impazzite a causa delle intimidazioni da parte dei datori di lavoro, picchiate a sangue e seviziate da mediatori; lavoratori incarcerati sotto falsa accusa di furto...».
[55] STEFANO VECCHIA, «Filippine, è allarme: marxisti e islamici uniti nella guerriglia», «Avvenire», 7 marzo 1999.
[56] Cit. in «Missionari del Pime», agosto-settembre 1998, pag. 6.
[57] STEFANO VECCHIA, «Per un pugno di riso», «Mondo e Missione», ottobre 1992, pagg. 553-557.
[58] STEFANO VECCHIA, «Filippine, Uomini senza terra», «Mondo e Missione», maggio 1993, pagg. 317-332.
[59] GIORGIO LICINI, «Paese adorato», cit., pagg. 174-179.
[60] Con lettera a p. Gheddo del 25 maggio 1999.
[61] GIAMPIERO SANDIONIGI, «Padre Luciano è libero, Mindanao non ancora», «Mondo e Missione», dicembre 1998, pagg. 51-54.
[62] Agenzia «Fides», 19 febbraio 1999.
[63] A Tagaytay (60 km. a sud di Manila) sono presenti una trentina di congregazioni e istituti maschili e femminili, con una scuola teologica diretta dai missionari verbiti.
[64] GIULIO MARIANI, «Vocational Policy — Pime Missionaries, Philippines», «Il Vincolo», giugno 1996, pagg. 64-65.
[65] Lettera citata del 25 maggio 1999.