PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

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XXII - Fra i buddhisti in Thailandia (1972) e Cambogia (1990)

Una missione nata per il dialogo con il buddhismo
Tre mesi ospite di un monastero buddhista (1978)
La scuola di Phrae ambiente di dialogo con la gente (1975)
A Fang e a Mae Suay fra lahu e akhà della Birmania (1972)
Le grandi opere per i tribali a Lampang (1980)
La parrocchia a Bangkok e la casa di spiritualità (1987)
La presenza del Pime in Cambogia (1990)
 

XXII

FRA I BUDDHISTI IN THAILANDIA (1972)
E CAMBOGIA (1990)

Il Pime arriva in Thailandia nel 1972. La storia di questa missione è emblematica della ricerca che ha caratterizzato il mondo missionario nel periodo post-conciliare: si volevano sperimentare «vie nuove» per annunziare Cristo ai non cristiani, come aveva messo in risalto il Capitolo di aggiornamento del Pime del 1971-1972 (vedi cap. VII). Il primo gruppetto di tre missionari destinati alla Thailandia erano intenzionati a cercare un «dialogo» con la maggioranza buddhista, impenetrabile al messaggio evangelico secondo i metodi tradizionali: in Thailandia infatti i cattolici sono una percentuale minima della popolazione e in genere non appartengono alla maggioranza thai, ma a minoranze etniche (cinesi, tribali, vietnamiti).

Una missione nata per il dialogo con il buddismo

I tre pionieri sono accolti nel dicembre 1972 dal vescovo di Chiang Mai, nel nord Thailandia, il francese mons. Lucien Lacoste (missionario di Betharam), che li lascia liberi di sperimentare un tipo di presenza fuori dalle strutture diocesane, chiedendo loro un solo impegno pastorale: prendersi cura della popolazione lahu, in fuga dalla Birmania verso la Thailandia nel nord-ovest del paese. Il p. Gianni Zimbaldi, uno dei tre, aveva già lavorato otto anni con i lahu nella diocesi di Kengtung in Birmania (confinante con quella di Chiang Mai in Thailandia) prima di essere espulso dalla dittatura militare nel 1966: accetta quindi ben volentieri questo impegno. Si sistema a Fang (150 km. a nord di Chiang Mai) e comincia a visitare i villaggi dei profughi, trovandovi anche alcuni dei suoi cristiani che aveva lasciato in Birmania pochi anni prima.
Gli altri due rimangono a Chiang Mai e studiano la lingua thai: p. Silvano Magistrali e p. Angelo Campagnoli, che è il superiore iniziale del gruppo, anche lui già missionario in Birmania ed espulso dalla dittatura militare nel 1966; così racconta i primi tempi (1):

«Constatammo fin dall’inizio che occorreva iniziare umilmente e con pazienza. Cominciammo con lo studio della lingua e della cultura in una casetta alla periferia di Chiang Mai. La lingua thai è una delle più difficili del mondo: la sua scrittura ha 46 consonanti e 32 vocali, arricchite da segni e variazioni; la sua pronunzia ha 5 toni lunghi e 5 brevi. Ciò costringe ad uno studio costante e approfondito di almeno due anni prima di poterne avere una discreta padronanza. Ma, pur dedicandoci a tempo pieno allo studio della lingua, non mancavamo di guardarci attorno per fiutare un eventuale campo di lavoro. La nostra casetta era diventata un movimentato centro di incontri con diversi gruppi di persone: soprattutto giovani e ragazzi, che si rivolgevano a noi per corsi di lingua inglese, ma anche monaci buddhisti che ci frequentavano regolarmente».

I due missionari seguono gli studenti che vengono in casa, fanno amicizia con diversi bonzi e visitano i loro monasteri accolti con simpatia, fino ad essere ammessi alla cerimonia di ordinazione di nuovi bonzi «occupando lo spazio riservato ai monaci, cosa che non era mai capitata a degli stranieri». Il «dialogo» si svolge su un piano di simpatia umana, di curiosità reciproca, ma quando i monaci chiedono loro «perché fate questo?» li mettono in imbarazzo. Si accorgono che l’idea che avevano del «dialogo interreligioso» non corrisponde alla realtà: ai buddhisti non interessa conoscere il cristianesimo e meno ancora confrontarsi con quanto credono e vivono i cristiani. Ognuno ha la sua religione e viva in quella senza dar fastidio agli altri. La frequenza di missionari cristiani nei monasteri buddhisti senza uno scopo preciso suscita sospetti.
All’inizio del 1974 giunge in Thailandia p. Piergiacomo Urbani e incomincia anche lui a studiare il thailandese a Chiang Mai, con Campagnoli e Magistrali. All’inizio del 1975, quando incominciano a padroneggiare la lingua, affittano una casa più ampia, aprendola agli incontri con gli studenti, senza trascurare la visita e il dialogo con i bonzi. L’Istituto stava mandando in Thailandia altri tre missionari che avrebbero permesso di assumere qualche altro impegno pastorale, oltre a quello di p. Zimbaldi fra i tribali lahu. Ma la fine della guerra in Vietnam, in Cambogia e Laos (aprile 1975), con l’instaurazione di tre regimi comunisti nei paesi confinanti con la Thailandia, porta una prima ondata di profughi e irrigidisce il governo di Bangkok: vengono immediatamente bloccati i permessi d’ingresso per stranieri.
Così i quattro missionari del Pime rimangono soli e decidono di accettare le richieste dei vescovi: i padri Silvano Magistrali e Piergiacomo Urbani, specializzati in Sacra Scrittura e filosofia, aderiscono all’invito dell’arcivescovo di Bangkok per insegnare nel seminario maggiore nazionale. Si trasferiscono quindi nella capitale, mentre p. Campagnoli viene mandato dal vescovo di Chiang Mai a Phrae, una minuscola parrocchia con soli 71 cristiani, in ambiente totalmente buddhista: ma la scuola parrocchiale ha 400 alunni ed è un importante strumento di presenza nel mondo thai.
Nel 1978 il governo thailandese riapre le frontiere e in pochi anni entrano altri sei missionari, dei quali solo due rimangono stabilmente in Thailandia: Adriano Pelosin e Sandro Bordignon; gli altri, per salute o per altri motivi, ritornano in Italia, alcuni dopo vari tentativi di inserirsi nella vita thailandese.
Nel 1982, dieci anni dopo l’inizio della missione di Thailandia la situazione del Pime è abbastanza chiara: due presenze nel seminario teologico nazionale di Bangkok e servizio pastorale in una parrocchia della capitale 2, un distretto missionario sulle montagne fra i lahu a Fang e una parrocchia con grande scuola a Phrae in pianura, ambedue nella diocesi di Chiang Mai. Inoltre, alcuni missionari giovani che studiano la lingua. Che fine ha fatto il «dialogo» con il buddhismo?
Padre Campagnoli afferma che fin dall’inizio ha sempre cercato il dialogo con esponenti buddhisti, specie bonzi e monaci. Da quando a Phrae (cittadina di 20.000 abitanti capoluogo di provincia) dirige la scuola della parrocchia e l’ha portata rapidamente da 400 a 1500 alunni (in grandissima maggioranza buddhisti), ha avuto ancor più occasioni per fare amicizia e dialogare con i bonzi, che apprezzano la sua scuola per il rigore morale e la serietà degli studi. Padre Angelo racconta:

«L’amicizia più interessante è stata quella con il capo bonzo di una delle più importanti pagode della cittadina; veniva spesso a trovarmi e si discorreva dei comuni interessi, come la formazione morale dei giovani, il modo di concepire il mondo, i valori umani, il destino di ogni uomo. Vi era fra noi un rapporto cordiale, una vera amicizia che arricchiva entrambi. Un giorno la nostra conversazione arrivò al cuore del problema: cercai di fargli capire che, pur rispettando il buddhismo, non mi accontentavo dei suoi valori; solo nel cristianesimo trovavo quel ‘‘qualcosa di più’’ che riesce ad appagarmi.
Il bonzo mi confessò: ‘‘Quello che mi hai detto mi ha turbato. Non mi sento più tranquillo come prima e penso che non sia un bene per me, perché il valore supremo è la pace interiore. Se ciò che mi hai detto ha sconvolto la mia tranquillità interiore, è meglio che non parliamo più’’. Da allora non sono mancati gli incontri occasionali, ma pur continuando l’amicizia non c’è più stato un sincero scambio di idee.
Questa esperienza mi ha fatto riflettere sul significato del dialogo. È un semplice incontrarsi per parlare da amici, oppure una tensione continua che richiede sofferenza, revisione, rinunzia a ciò che si è sempre conservato e creduto come propria sicurezza? Mi sono reso conto che il dialogo non è così facile come si crede. L’atteggiamento accogliente dei bonzi è una caratteristica allettante, ma non coincide esattamente con la disposizione al dialogo. Il buddhista, per educazione e per scelta, accetta tutti, è tollerante e paziente, ascolta. Ma per un vero dialogo occorre fare altri passi, superare quei limiti che il mio amico vedeva come una strada a fondo cieco: ‘‘Se il tuo discorso scuote la mia pace interiore, allora è meglio non parlarne più’’. Per ora il dialogo esiste con la gente comune, non con i rappresentanti ufficiali del buddhismo».

Tre mesi ospite di un monastero buddhista (1978)

Un’altra esperienza di dialogo è quella del padre Adriano Pelosin, che aveva trascorso anni negli Stati Uniti studiando il buddhismo nelle università e sui libri. Arrivando in Thailandia nel 1978, d’accordo col vescovo di Chiang Mai, il thailandese mons. Robert Ratna (convertito dal buddhismo), padre Adriano va a vivere nel monastero buddhista di Vat Umong a Chiang Mai (3):

«Le mie attese, dopo dieci anni di studi sul buddhismo erano infinite. Ma la realtà era cento volte più povera e triste. Guardando i cani randagi che ogni giorno i monaci accolgono e nutrono, mi sentivo uno di loro: mi veniva dato il necessario, ma niente di più per i miei sogni. Anche con l’abate del monastero — con cui ogni giorno avevo dei colloqui privati — il discorso non cadeva mai sulla nostra esperienza religiosa, sulla meditazione, ma sulle migliaia di regolette che ogni buon buddhista deve osservare per essere perfetto. L’abate si mostrava puntiglioso nella casistica e mi proponeva insegnamenti buddhisti ‘‘arrotondati’’, che scandalizzavano uno studioso teorico del buddhismo come me. Ad esempio, per i buddhisti uccidere la vita è un peccato mortale. ‘‘Sì, è vero in generale — mi diceva l’abate.— Ma se le zanzare ti pungono le puoi ammazzare. Per rimediare al peccato la gente può sempre dare da mangiare ai monaci. Accettando l’offerta essi riparano il male compiuto e fanno acquistare meriti ai donatori’’».

La giornata in monastero è molto semplice. Sveglia alle 4,30, preghiera in cappella: si cantano le lodi di Buddha, del Dharma (la Legge) e del Sangha (la comunità) con salmi belli e poetici che ricordano le lodi della Bibbia alla sapienza divina. Poi i monaci escono all’alba per la questua. Il monaco va in giro per raccogliere cibo e permettere così al laico di farsi dei meriti: è uno dei doveri principali del monaco ed è anche un esercizio di ascesi, sulla scia della tradizione indiana, cioè dipendere da un altro per le necessità della vita. La gente, per purificarsi dal male, dona loro riso, pesce, verdure, oggetti. P. Pelosin passava questo tempo celebrando la Messa e recitando il Breviario. Al ritorno dalla questua c’è l’unico pasto al giorno, consumato da ciascuno nel proprio eremo. Poi il tempo è tutto libero per la meditazione, la contemplazione, il dialogo spirituale anche con la gente che viene al monastero.

«La meditazione — dice p. Adriano — è impegnativa: genera un confronto molto duro con se stessi, aiutando ad un vero distacco da tutto. La concentrazione permette di riconoscere sensazioni, pensieri, sentimenti come cose fuggevoli, non assolute... L’eliminazione di tutto ciò che è inconsistente può giungere fino alla quasi totale insensibilità...
Per evitare di attaccarsi alle cose, bisogna perdere l’attaccamento a se stessi, ma una specie di istinto di conservazione ci frena dal farlo. Alle volte mi sembrava di impazzire, tanto questa eliminazione del proprio io è simile alla schizofrenia.
Tutto nel buddhismo spinge al silenzio di fronte alle cose e a Dio: i buddhisti infatti rifiutano ogni definizione di Dio e quando un monaco una volta chiese al Buddha se Dio esistesse, il Buddha non gli rispose. Per me cristiano, la meditazione mi ha aiutato a purificare la mia idea di Dio: Dio è più grande di ogni mia definizione, nessuna parola su di Lui è adeguata ad esprimerlo totalmente. Però il metodo della eliminazione può portare anche all’indifferenza e allo scetticismo (‘‘non c’è nulla di assoluto’’). Proprio per questo la meditazione buddhista è bene che venga proposta a persone molto equilibrate, sane di mente, altrimenti si rischia di distruggerle, di estraniarle dalla realtà, di portarle al nulla, all’abulia, come ho avuto occasione di vedere con giovani occidentali che erano venuti in monastero».

Padre Pelosin, dopo tre mesi di «full immersion» (piena immersione) nella vita del monastero buddhista, esce per incontrare la gente perché capisce che quell’esperienza non porta da nessuna parte. L’uomo è fatto per l’incontro con Qualcuno e non per negare tutto, persino se stesso, nella più totale solitudine e oscurità. Gli stessi bonzi non si impegnano a fondo nella loro meditazione e non arrivano alla negazione totale del proprio io per trovare pace e serenità, ma si concedono un completamento in credenze popolari negli spiriti, superstizioni, amuleti e formule magiche (4); e mostrano una assoluta indifferenza al dialogo e al cammino che padre Pelosin stava tentando di fare per capire e penetrare nel buddhismo.

«I bonzi buddhisti, almeno quelli che ho conosciuto io — dice ancora padre Adriano — avendo abbandonato il mondo, si sentono come in una botte di ferro, sicuri della loro salvezza e inattaccabili. In Thailandia l’abito fa il monaco e la veste color zafferano è una sicura prenotazione del paradiso... I miei studi in America mi avevano fatto sperare molto nel dialogo, di cui avevo un’immagine rarefatta e intellettuale. Mi spiego: non ritengo inutile l’incontro con i buddhisti, ma è inutile l’incontro col buddhismo. Sono convinto che un missionario non deve partire con la voglia di ‘‘fare il dialogo’’, ma col desiderio di incontrare le persone».

Padre Pelosin giunge alla conclusione di impegnarsi in un distretto missionario per stabilire rapporti di amicizia con la gente del popolo, come fanno tutti i missionari. Nel 1980 il vescovo gli offre la parrocchia di Lampang a metà strada fra Chiang Mai e Phrae, dove sostituisce un padre francese di Betharam. Qui incomincia il suo apostolato fra i tribali delle foreste, semi-nomadi, molto poveri.

«La loro situazione di estrema miseria, a me missionario in erba vissuto per 20 anni negli Stati Uniti dell’abbondanza, ha suscitato uno zelo incontenibile. Dominato dalla voglia di efficienza (l’‘‘american way of life’’) mi sono immerso totalmente nei loro problemi».

Così padre Adriano realizza la sua missione nell’aiutare i villaggi tribali a migliorare la loro vita: agricoltura, sanità, istruzione, abitazioni, «banche del riso» per liberarli dagli usurai, ecc. Scopre che il vero «dialogo» è quello della vita.

La scuola di Phrae ambiente di dialogo con la gente (1975)

Esattamente la stessa esperienza di padre Angelo Campagnoli a Phrae, attraverso la sua scuola parrocchiale. L’ha presa nel 1975 che aveva 400 alunni ed era solo elementare, ha costruito la media ed oggi ha complessivamente 2.000 alunni, con edifici moderni, campi da gioco e la piscina. Non solo, ma con la scuola sono venute tante altre attività (sportive, ricreative, culturali, caritative) che hanno imposto all’attenzione della maggioranza buddhista di Phrae la presenza della Chiesa cattolica, i cui fedeli non sono più di 200 in tutta la provincia, che ha 870.000 abitanti. La scuola cattolica è oggi un’istituzione cittadina importante, prestigiosa, p. Campagnoli è conosciuto e stimato da tutti. Ecco la via del dialogo e il modo per entrare nelle famiglie e nella società thai per una conoscenza reciproca e un confronto di valori.

«Nella scuola di Phrae — racconta ancora Campagnoli — io sono direttamente coinvolto con l’insegnamento della morale (lezioni obbligatorie in tutte le scuole thai, n.d.r.). Gli studenti riportano in famiglia il contenuto delle mie conversazioni e spesso i genitori intavolano con me un discorso partendo dalle cose riferite dai figli. Il dialogo parte a volte da temi marginali, ma poi tocca il cuore dei problemi della famiglia, dei figli, dei valori morali, ecc. e mi trovo spesso nella condizione di poter dare una risposta o un aiuto. La gente si accorge del mio interesse ai suoi problemi e capisce che non cerco vantaggi personali. Un po’ alla volta mi sono trovato con molti più amici dei 71 cattolici affidatimi dal vescovo nel 1975».

Mezz’ora prima che inizi la scuola al mattino, padre Angelo ha una mezz’ora di catechismo nella chiesetta che è accanto alla scuola. Inizialmente solo per i 12 ragazzi cattolici (su 400 alunni), ma in poco tempo raggiunge i 100, mandati dalle famiglie che apprezzano i contenuti formativi della scuola cattolica. «Persino i genitori buddhisti — dice Campagnoli — sono contenti che ai loro figli venga impartita l’educazione alla religione cristiana». Visto il successo spontaneo di questa iniziativa, il missionario istituisce degli incontri con i genitori degli alunni, aperti a tutti, sui temi più sentiti dalle famiglie: senso della vita, matrimonio, educazione dei figli, aiuto ai poveri, il dolore nella vita dell’uomo, morale sessuale, droga, ecc. Così entra in dialogo con le famiglie, gli capita che lo fermino per strada a chiedergli un parere, per discutere quanto lui ha detto o fatto.

«Mi sono reso conto che il mio interesse per i malati, i sofferenti, la partecipazione ai momenti di lutto scombussolavano il loro sistema tradizionale di pensare. Per i buddhisti la malattia è una maledizione, la sofferenza e la morte sono frutto del male che non ha via d’uscita, è senza redenzione. I thailandesi, nonostante il buddhismo, conservano ancora molti elementi del loro animismo e sentono l’influenza degli spiriti: la malattia è causata da uno spirito malevolo. Quando una persona è malata o vittima di una disgrazia, solo i parenti stretti si prendono cura di lei per senso del dovere, gli altri se ne stanno alla larga. Perciò rimanevano impressionati che io accettassi di stare con i sofferenti. I bambini, nella loro semplicità, mi chiedevano: ‘‘Non hai paura degli spiriti cattivi?’’. Cercavo di spiegare: ‘‘Al di sopra degli spiriti cattivi c’è Uno che è dalla nostra parte e a cui piace di essere chiamato Padre. Lui è più forte di tutti’’».

Tutto questo non ha causato, finora, conversioni al cristianesimo. Essere buddhista è parte essenziale dell’essere thailandese, è un modo di vivere. Le cerimonie, le offerte, le processioni, il dare il cibo ai bonzi che vivono della generosità della gente, sono fatti tradizionali che fanno parte della vita di tutti. L’essere buddhista è spesso più un atteggiamento che una fede profonda e genuina e il buddhismo ufficiale esige solo delle pratiche esterne, lasciando il resto alla coscienza dell’individuo. Ecco perché Campagnoli pensa che l’esempio e il confronto sincero e rispettoso sui fatti della vita siano oggi il mezzo migliore per testimoniare cos’è il cristianesimo. È contento quando alcuni dei suoi ex-alunni o alunne, diventati adulti e con famiglia, vengono a trovarlo per porgli problemi della loro vita e chiedergli un consiglio, fatto che si ripete con una certa frequenza; ed è convinto che oggi in Thailandia la scuola è la miglior via per la Chiesa di introdursi nella società, entrare in contatto con famiglie e altre scuole, esercitare un influsso almeno per far conoscere il cristianesimo.
A Phrae, accanto alla parrocchia e alla scuola, è nata una casa di accoglienza e di cura per disabili fisici (con 30 posti letto), fondata da un laico italiano, Claudio Vezzaro (lui stesso portatore di handicap), che aveva già un’esperienza di lavoro in questo campo, venuto in Thailandia attraverso l’Alp (Associazione laici Pime). Dopo due anni di preparazione, nel 1997 si è costruito il «centro socio-educativo per disabili fisici» sovvenzionato in gran parte dalla Cei (Conferenza episcopale italiana) e nel 1998 si è cominciato ad accogliere i primi ospiti (una decina): corsi di formazione scolastica e professionale; attività di fisiochinesiterapia in collaborazione con l’ospedale del luogo, per i necessari interventi ortopedici; formazione di personale locale per l’assistenza ai disabili; collegamenti con la società per sensibilizzarla al problema dei disabili (spesso trascurati).
Il centro, diretto da Claudio Vezzaro (sposato con una thailandese e padre di una bambina, Sonia), ha accolto altri volontari italiani dell’Alp ed è aperto alla collaborazione di personale locale. Il suo impatto sulla cittadina di Phrae è notevole: completa bene l’immagine di interesse per i problemi della gente già data dalla scuola parrocchiale.

A Fang e a Mae Suay fra lahu e akhà della Birmania (1972)

La prima missione del Pime in Thailandia è quella aperta da p. Gianni Zimbaldi, che ancora la dirige, a Fang, 150 km. a nord di Chiang Mai, quasi ai confini con la Birmania. Zimbaldi aveva lavorato otto anni in Birmania (1958-1966) fra i lahu e gli akhà di Kengtung, ma nel 1966 era stato espulso dal regime militar-socialista. Nel Natale 1972 riprende i contatti con le stesse tribù in Thailandia, dove i tribali rappresentano poco più dell’1% dei 60 milioni di thailandesi. Sono circa 700-800.000 persone, divise però in una decina di etnie con lingue e culture diverse, praticanti l’animismo (culto degli spiriti e degli antenati).
Come già succede in Birmania, le «tribù dei monti» non diventano buddhiste, perché il buddhismo è per essi la religione della maggioranza oppressiva nei loro confronti. Con più facilità si convertono al cristianesimo. P. Zimbaldi, sistemata la sua residenza a Fang, ha cominciato a visitare i villaggi pagani per farsi conoscere e portare la «buona notizia» del Vangelo. Ha iniziato così la sua duplice attività: visita ai villaggi per aiutare i profughi ad impiantarsi (capanne, risaie, piccole scuole, medicine) e portare a Fang i ragazzi segnalati dai maestri come più desiderosi di studiare, per mandarli alla scuola pubblica thailandese, togliendo i lahu dal loro isolamento (5).
Accanto alla sua residenza e alla chiesetta, padre Gianni costruisce un ostello ospitando i primi 15 ragazzi; negli anni seguenti costruisce ancora e oggi ospita circa 160 ragazzi e ragazze dai 7 ai 18 anni, che sono la speranza dei lahu. Da qui infatti sono già venuti fuori periti agrari, meccanici, carrozzieri, elettricisti, infermiere, sarte, diplomati di varie specializzazioni, capi villaggio, catechisti e catechiste e persino due sacerdoti, ordinati ambedue nel 1996, don Pairot e don Sengchai, che ora lavorano col missionario italiano a Fang e nella sua vastissima missione. Nel 1999 sono giunte tre suore della Visitazione a lavorare con p. Zimbaldi: una filippina, una indiana e una irlandese!
A Ban Terd Thai, ai confini con la Birmania (100 km. a nord di Fang), Zimbaldi costruisce nel 1995 un altro ostello che oggi ospita 50 ragazzi e ragazze lahu e akhà. Dall'inizio degli anni ottanta p. Gianni lavora anche fra gli akhà. Oggi ha 17 villaggi lahu con cappella da visitare (alcuni assai lontani) e 15 akhà: li visita ogni due-tre mesi con notevole sacrificio, ma è proprio questo contatto frequente col missionario che conforta i battezzati e incoraggia i catecumeni. Nei villaggi p. Zimbaldi ha una trentina di catechisti che raduna ogni due mesi a Fang per corsi di approfondimento della dottrina cristiana, in lingua sia lahu che akhà. Una volta l'anno organizza un corso di un mese (nei tempi in cui i lavori agricoli sono fermi) per i nuovi catechisti e quei cristiani che vogliono conoscere meglio la loro religione.
Padre Zimbaldi ha svolto un lavoro importante per la lingua lahu, alfabetizzata dai missionari del Pime in Birmania secondo l’alfabeto latino: ha composto e stampato vari libri in questa lingua (di carattere religioso e scolastico), che manda poi anche in Birmania nelle diocesi in cui vivono i lahu. Li scrive lui stesso con una macchina Olivetti alla quale ha fatto aggiungere ai caratteri latini i segni fonetici della lingua lahu.
Dalla missione di Fang si è staccata nel 1990 quella di Mae Suay (70 km. ad est), che ha ereditato 11 villaggi cattolici di lahu, akhà e lisò. I padri Antonio Santoro e Corrado Ciceri costruiscono il «Centro dello Spirito Santo», secondo il metodo sperimentato da p. Zimbaldi a Fang. Così oggi 120 ragazzi e ragazze delle tribù vengono educati a Mae Suay, mentre sui monti i missionari seguono 25 villaggi cristiani e alcuni altri entrati nel catecumenato.
Diversi padri sono passati da Fang e da Mae Suay, il che indica la mobilità dei missionari oggi. Raffaele Manenti, a Fang dal 1987 al 1997, è andato a dirigere il seminario del Pime a Pune in India; Antonio Santoro, dopo dodici anni di Thailandia, nel 1991 è stato chiamato per un servizio all’Istituto in Italia; Dino Vanin, che già veniva dagli Stati Uniti, anche lui nel 1992 è ritornato in America (dopo sei anni di Thailandia, a Lampang); Ivo Cavagna, giunto a Mae Suay nel 1993, nel 1996 diventa rettore della casa di spiritualità del Pime a Bangkok.
Infine, ed è il caso più doloroso, padre Corrado Ciceri, venuto in Thailandia nel 1987 e sempre rimasto a Mae Suay, nel luglio 1997 torna in Italia e vi muore il 29 maggio 1998 per cancro allo stomaco: 41 anni appena compiuti ! Commovente la sua testimonianza alla veglia missionaria nel duomo di Milano il 18 ottobre 1997, pochi mesi prima di morire. Dopo aver descritto la sua esperienza fra i tribali del nord Thailandia, partendo da zero nel fondare la Chiesa («Esperienza esaltante ed esigente, che impegna tutte le risorse umane e spirituali»), padre Corrado ricorda le intense esperienze del primo annunzio, la maturazione dei suoi catecumeni fino al battesimo e le prime comunità cristiane, i primi villaggi da visitare nella giungla. Nel 1997, quando il medico gli dice che ha un «sospetto tumore allo stomaco», Corrado, a 40 anni, scrive (7):

«Nel viaggio di ritorno dall’ospedale cercai di dire il mio ‘‘sì’’ in risposta a ciò che avevo chiesto nella preghiera: il Signore mi chiamava a percorrere un nuovo cammino di comunione con Lui, di accettazione e di offerta, di preghiera e di abbandono. Gli eventi precipitarono: nel mese di luglio (1997) tornai in Italia e venni sottoposto alla resezione dello stomaco. Da allora fino ad oggi una cura chemioterapica cerca di prevenire la formazione di altre cellule tumorali. Mi sento consegnato in obbedienza nelle mani del Signore in questa nuova fase del mio cammino missionario e cerco di viverlo in consapevolezza, perché porti quei frutti di grazia che il Signore ha predisposto per me e la mia gente.
Proprio nel momento di crescita e sviluppo della nostra missione, quando c'era bisogno di presenza per consolidare e far maturare le persone, il Signore mi ha chiesto di fermarmi per comprendere che è Lui che porta avanti ogni cosa; Lui il soggetto e il fine dell' annunzio. Credo che il Signore mi chiami ad affidare tutto a Lui, perché tutto è suo; credo mi chiami a identificarmi con Lui nel cammino di croce e di risurrezione, che è la strada perché la missione sia davvero feconda e generi redenzione e vita di comunione. Sento particolarmente vicina Teresa di Gesù Bambino, che nell'impossibilità di fare grandi opere o predicare il Vangelo diceva di aver trovato la sua via: abbandonarsi a Dio, cantando davanti al suo trono e poi far parte della sua gioia spargendo fiori profumati».

Oggi a Mae Suay c’è il p. Maurizio Arioldi con due sposi volontari italiani dell’Alp, Maria Grazia Bandera e Nello Piccolo, che realizzano un progetto finanziato dalla Conferenza episcopale italiana: una scuola agricola per i tribali. Nel 1997 è nato a Mae Suay il loro primogenito, Amedeo, e nel 1998 è nata Cecilia; la famiglia risiede in una loro casetta nel centro agricolo. Dal 1996 sono presenti a Mae Suay le suore thailandesi di S. Giuseppe dell’Apparizione.
Abitano in un’ampia casa nel recinto della missione con due sezioni: la parte riservata alle tre suore e la scuola di taglio e cucito per 20 ragazze interne per un corso di due anni. Le ragazze completano l’istruzione elementare nella scuola per adulti non molto lontana.

Le grandi opere per i tribali a Lampang (1980)

Nel nord Thailandia, a metà strada fra Chiang Mai e Phrae, il Pime è impegnato in un’altra parrocchia, la più importante di tutte (capoluogo di provincia, circa 100.000 abitanti): Lampang, affidata dal vescovo di Chiang Mai al p. Adriano Pelosin nel 1980, dove già c’era una grande scuola cattolica diretta da suore thailandesi, chiesa e casa parrocchiale con alcune piccole comunità di cristiani thailandesi del nord-est. P. Adriano si dedica all’opera di penetrazione ed evangelizzazione fra i tribali, mediante iniziative di educazione, carità e aiuto allo sviluppo. In città però nasce il contrasto, già presente col parroco francese precedente, con le suore thailandesi che gestiscono la scuola parrocchiale e non vedono bene questa proiezione della parrocchia verso le foreste e i monti, perché aggrava il loro impegno portando in città molti ragazzi e ragazze delle tribù che si integrano con difficoltà nell’ambiente thailandese.

«Il Pime allora — si legge in una cronaca (8) — chiedeva al vescovo una revisione del contratto per la scuola, in modo da assicurare al parroco una maggiore libertà di evangelizzazione. La revisione avvenne all’inizio del 1982, stabilendo l’indipendenza economica e pastorale della parrocchia. Questo favorì il lavoro di ambedue le parti. Per la parrocchia significò la possibilità di uno sviluppo del lavoro, sia in città che nei villaggi».

Padre Adriano è libero di dedicarsi ai villaggi dei monti e il 15 marzo 1984 diventa parroco in città p. Sandro Bordignon, con Pelosin vice-parroco incaricato delle tribù. La missione ha un grande sviluppo con le visite ai villaggi, il lavoro di catechesi e i due «progetti» per tribali realizzati a Chae-Hom (oggi con 110 ragazzi e ragazze) e Ngao (con 60):

«Intendiamo dare ai ragazzi e ragazze delle tribù — scrive p. Sandro (9) — che vivono nei villaggi delle montagne da sempre estranei alla vita e alla cultura thailandese, la possibilità di integrarsi socialmente, attraverso lo studio e l’apprendimento di moderne tecniche agricole e di allevamento animali. Non vogliamo però separarli dal loro ambiente: lì torneranno a vivere, insegnando anche agli adulti quanto hanno imparato».

Gli ospiti del centro di Chae-Hom (10), come di quello di Ngao (più antico), frequentano la scuola statale e partecipano alle attività agricole e di allevamento: preparazione del terreno e dei fertilizzanti naturali, conduzione dei trattori e dei macchinari agricoli, semina, trapianto e irrigazione di verdure, granoturco e frutteto, disinfestazione, raccolta e preparazione dei prodotti per la cucina e la vendita, miscelamento di mangimi per maiali e pollame, raccolta di erba per le mucche, uso di medicinali per animali. Il complesso di Chae-Hom, terminato nel 1998, è costato circa 2 miliardi (11). Ma altri fondi sono spesi per sostenere i villaggi dei tribali e avviarli ad un’agricoltura moderna e all’allevamento di animali: complessivamente sono già state consegnate (fino al gennaio 1998) 238 mucche e 16 tori in 14 villaggi. Dei vitelli che nascono, uno verrà reso al centro e l’altro rimane all’allevatore: con tre o quattro mucche, una famiglia diventa economicamente autosufficiente. Con i «fondi di credito» si sono coinvolte 306 famiglie di 27 villaggi: i fondi servono per l’aratura, acquisto sementi e fertilizzanti, trasporto dei prodotti per la vendita, liberando i contadini dagli usurai. Ma le attività della missione in campo sociale ed economico sono tante: perforazione di pozzi artesiani, «banche del riso», aiuti in campo sanitario, distribuzione di aiuti alimentari ai più poveri in certi periodi dell’anno, alfabetizzazione degli adulti, promozione delle donne con vari programmi, ecc.
Accanto a quest’attività sociale, la parrocchia di Lampang ha un intenso lavoro di evangelizzazione fra i tribali, iniziato ancora da p. Pelosin. Oggi i missionari del Pime sono tre: Sandro Bordignon, Livio Maggi e Pierluigi Siviero. Ogni anno amministrano dai 70 ai 100 battesimi. I cattolici sono circa 500 in città e 1.500 in tutta la parrocchia. Padre Bordignon così spiega queste conversioni (12):

«A Lampang abbiamo avuto i primi battesimi di yao in tutta la Thailandia, ma lavoriamo anche fra gli akhà, i karen, i lahu. Il metodo per avvicinare i non cristiani è la testimonianza di vita cristiana e il prendersi cura dei poveri, cioè la carità. Noi ci prendiamo cura di quelli che nessuno vuole e poi vengono anche quelli che non vorrebbero venire. Io non sono mai andato spontaneamente in nessun villaggio, se non di passaggio. Vengono loro a visitarmi ed a chiedere di diventare cristiani. Io dico loro: ‘‘Dimostratemi che siete veramente interessati. Mandate uno o due dei vostri uomini agli incontri mensili dei ‘capi della preghiera’ che teniamo a Lampang (ogni villaggio cristiano o catecumeno ha il suo capo della preghiera, n.d.r.): così incontrate altri della vostra tribù e capite cosa vuol dire diventare cristiani’’.
Sul loro venire alla missione cattolica può influire anche la speranza di essere aiutati materialmente, ma in sostanza cercano un fondamento religioso solido per la loro vita personale e comunitaria. Vedono che i villaggi cattolici hanno abolito i sacrifici agli spiriti, non vivono più nella paura, pregano e cantano comunitariamente. Io dico subito che non devono aspettarsi nessun regalo materiale. La missione può aiutare poco, sono loro che devono impegnarsi per lo sviluppo. Se vengono per gli aiuti materiali devono subito disilludersi. Dopo un anno o due, quando ormai hanno uno o due loro giovani preparati per la preghiera cristiana, mando un catechista nella loro lingua: devono mantenerlo, costruire la cappella, imparare i fondamenti della religione cristiana. Se perseverano, allora il missionario va a visitarli.
Questo periodo di preparazione dura quattro o cinque anni. Poi c’è il rito di accettazione, la benedizione delle case per cacciare gli spiriti e bruciare gli amuleti. Si dà il tempo di maturare l’adesione alla comunità cristiana. Si tratta di un cambiamento radicale: ad esempio, liberarsi dalla credenza negli spiriti per riferire tutto a Dio è un processo liberatorio lungo e sofferto».

A Lampang siamo agli inizi della vita cristiana: nella città di Lampang ci sono circa 250-300 vecchi cattolici, la maggior parte dei quali di origine cinese. Dopo il battesimo dei villaggi di tribali, si pone il problema di come farli crescere nella fede. I missionari tengono corsi di formazione e i ragazzi stessi, che studiano a Lampang negli ostelli della missione, quando vanno a casa per le vacanze tengono lezioni e corsi di catechesi per giovani e adulti. I missionari visitano tutti i villaggi almeno due volte l’anno, usano la stampa nelle lingue tribali, che preparano essi stessi. In questa situazione, il primo annunzio è abbastanza semplice, ma quando la fede deve cambiare la vita diventa un problema difficile di formazione, di maturazione, un processo che dura varie generazioni e non è mai finito.

La parrocchia a Bangkok e la casa di spiritualità (1987)

Nella capitale Bangkok l’arcivescovo ha affidato al Pime la parrocchia da costruire vicino all’aeroporto internazionale (13), «Nostra Signora della Misericordia» («Our Lady of Mercy»). La parrocchia è sorta dal nulla, in una zona fino a dieci anni fa non ancora bonificata e nemmeno abitata, grazie alla donazione di una ricca signora cattolica, che in seguito vendette al Pime un terreno adiacente dov’è sorta la «casa S. Cristina» per ritiri spirituali, incontri di formazione, ecc. È l’unica proprietà del Pime in Thailandia (la parrocchia è proprietà della diocesi), sede della casa regionale per gli incontri dei missionari, per i nuovi arrivati durante il loro periodo di studio e per ospitare missionari e amici di passaggio in Thailandia.
Quando p. Urbani, parroco dal 1987, si è insediato in parrocchia ed ha cominciato a rinnovare la chiesa e ampliare la casa del parroco, numerose famiglie cattoliche sono venute dalla vicina metropoli di Bangkok (6-7 milioni di abitanti) e da altre parti del paese. I battezzati oggi sono circa 500-600, ogni anno ci sono 10-15 battesimi di adulti, oltre a quelli dei bambini di famiglie cattoliche. La parrocchia, assieme alle normali attività di catechesi, gruppi giovanili e biblici, consiglio pastorale, incontri formativi per giovani e adulti, comprende una comunità neo-catecumenale parrocchiale di 30-40 fedeli.
Padre Urbani è parroco, superiore regionale del Pime in Thailandia, continua ad insegnare filosofia nel seminario maggiore della Thailandia a Sampran (quasi 70 km. distante, dalla parte opposta di Bangkok) ed è molto richiesto per predicazioni ed esercizi spirituali. Alla parrocchia è affidata la cappella di san Marco nella vicina città di Pathumtani, dove da tempo esistono alcune famiglie cattoliche. Due confratelli che vivono nella vicina casa regionale del Pime aiutano padre Urbani nelle sue attività parrocchiali: il p. Renato Tagliabue, direttore della casa di spiritualità «Santa Cristina» e il p. Adriano Pelosin, impegnato in attività caritative e formative nella capitale thailandese, ad esempio assistenza a livello personale a drogati e handicappati.
Padre Adriano ha anche collaborato con p. Dantonel delle missioni estere di Parigi, sotto la responsabilità di un vescovo thailandese, alla fondazione dell’Istituto missionario thailandese (Met), che è nato nel 1990 proprio sul modello delle missioni estere di Parigi e del Pime di Milano (sacerdoti diocesani inviati in missione). Ha già mandato in missione sacerdoti e volontari laici: una di queste ha lavorato col Pime in Cambogia come infermiera.
Negli ultimi anni il Pime collabora con un progetto delle diocesi del Veneto per mandare personale diocesano in Asia. L’iniziativa è partita dai centri missionari diocesani (Cmd) del Veneto, dopo che Giovanni Paolo II aveva lanciato con la «Redemptoris missio» un appello per un più generoso impegno missionario in Asia. I Cmd veneti e il Cum di Verona (Centro unitario missionario) hanno pensato ad un progetto da realizzare nel nord della Thailandia, in collaborazione con i missionari del Pime.
Dopo l’approvazione dei vescovi del Veneto, nel luglio 1997 il vescovo di Padova, mons. Antonio Mattiazzo, accompagna in Thailandia i primi due sacerdoti «fidei donum» della diocesi di Vicenza, don Pietro Melotto (già in Brasile per dieci anni) e don Gabriele Gastaldello (con un’esperienza a Benares in India) e li presenta al vescovo di Chiang Mai, mons. Giuseppe Sangwal. I due sacerdoti sono ora impegnati nello studio della lingua, mentre si stanno preparando altri sacerdoti, suore e laici che verranno ad aiutarli. Il progetto (14)

«è di un inserimento, inizialmente accanto al Pime, nel lavoro missionario di prima evangelizzazione tra le etnie dei monti, ai confini con la Thailandia, la Birmania e il Laos, dove le popolazioni sono aperte al messaggio cristiano... Il progetto non vorrebbe essere solo di preti, ma coinvolgere religiose e laici. È urgente che tutte le diocesi del Veneto si sentano in qualche modo coinvolte, perché il progetto sarà efficace e significativo nella misura in cui riuscirà a far confluire verso Chiang Mai 5-6 preti fidei donum, una comunità di religiose e il sostegno economico e di preghiera di tutte le genti venete».

Concludiamo questa panoramica sul Pime in Thailandia con alcune riflessioni di p. Silvano Magistrali, uno dei primi, che ha insegnato Sacra Scrittura ed è stato padre spirituale nel seminario maggiore thailandese; ora è segretario della direzione generale a Roma (15):

«Guardando indietro alla nostra storia in Thailandia, ho l’impressione che il dialogo con i buddhisti era più un ideale che una realtà ragionata e convinta. Era il tempo in cui il dialogo con le religioni cominciava ad affacciarsi all’orizzonte degli istituti missionari... Ma noi non conoscevamo la realtà thailandese e, giunti sul posto, il dialogo ci apparve sempre più un sogno, almeno per il momento. Si continua a parlarne, ma senza poter passare ai fatti.
Anche nella Chiesa di Thailandia se ne parla molto a tutti i livelli, c’è un vescovo e una commissione incaricati del dialogo, si fanno incontri per preparare i cristiani al dialogo, ma gli incontri religiosi con i buddhisti sono molto rari. Tanto più che non si può forzare troppo, per non urtare i gruppi integralisti, i quali vorrebbero che in Thailandia ci fosse solo il buddhismo.
L’impressione è che il dialogo sia voluto dai cattolici, mentre i buddhisti vengono piuttosto rimorchiati. Non si vede ancora se e cosa si debba fare di più. In seminario si tengono lezioni di buddhismo, ma senza andare troppo in profondità. Preti e fedeli si accontentano che si vada d’accordo, che non ci siano conflitti: quel che conta è ‘‘vivere in pace’’. Nel Pime, p. Pelosin è in relazione con buddhisti e il p. Renato Tagliabue ha frequentato corsi di buddhismo: in accordo con la comunità, si dedica per quanto possibile al dialogo. La vocazione del Pime al dialogo in Thailandia non è morta. Ogni tanto riemerge, ci interpella, ma, col personale ridotto e i molti impegni che abbiamo, è difficile trovare chi possa dedicarvisi a tempo pieno.
Non ho fatto molta azione pastorale. Ho lavorato in due parrocchie, ma il mio impegno principale era in seminario. Non posso dire di aver incontrato comunità piene di vita, entusiaste. E tuttavia, quando si verificavano conversioni, si scopriva che avvenivano attraverso i cristiani stessi, così come sono. Quelli che chiedono di farsi cristiani è perché hanno conosciuto parenti, amici, altri cristiani: da qui parte il loro cammino verso la fede. Non che abbiano incontrato dei santi, ma questi cristiani comuni, che ogni domenica vanno in chiesa, fanno conoscere preti e suore e sono la strada per arrivare fino a Gesù. Un altro segno positivo è che la Chiesa di Thailandia ha molte vocazioni sacerdotali e religiose...
Recentemente è nato l’Istituto missionario thailandese. Ho l’impressione che sia sorto all’improvviso per l’idea di qualcuno, anche se ora parecchie persone vi sono impegnate. Il futuro dirà in che misura avrà successo, comunque questa novità è stata ben accolta e questo è positivo. Il Pime ha contribuito a formare lo spirito missionario di questa Chiesa, in seminario e con le nostre attività pastorali. Durante le vacanze, ci sono seminaristi che visitano altre diocesi e alcuni di essi hanno contatto con i nostri a Lampang ed a Fang. C’è una crescita di attenzione al lavoro tipicamente missionario, in seminario tutti sanno che il nostro Istituto è missionario ad gentes. Nelle mie ‘‘istruzioni’’ ai seminaristi tocco spesso il tema missionario».

La presenza del Pime in Cambogia (1990)

Nel 1990 le suore della Carità (di Madre Teresa) sono invitate dal governo di Phnom Penh ad aprire una comunità nella capitale cambogiana per prendersi cura dei mutilati di guerra, bambini abbandonati e vedove senza famiglia. Le suore accettano a patto che possa venire con loro anche un sacerdote, dato che in Cambogia non c’erano a quel tempo nessun sacerdote e nessuna chiesa aperta (16). Madre Teresa chiede al Pime di mandare un missionario con le sue suore.
Il 26 novembre 1990, il p. Antonio Vendramin, già missionario in Bangladesh, giunge a Phnom Penh accompagnando quattro suore con la precisa identità di sacerdote cattolico, il primo a rimettere piede nel paese dal 1975. Nel Natale 1990 il governo restituisce alla comunità cattolica il seminario minore, un ampio edificio con terreno circostante, a due piani: il salone del piano superiore, ex dormitorio del seminario, è diventato la prima chiesa aperta dal 1975 in Cambogia. Nel frattempo, proprio in quei mesi, il governo cambogiano apre le porte a vari organismi non governativi intenzionati a lavorare, come le suore di Madre Teresa, per lo sviluppo del popolo in base a contratti con i vari ministeri.
Entrano così in Cambogia anche i missionari di Parigi (come incaricati della Caritas nazionale), i missionari di Maryknoll e i salesiani (per una scuola tecnica). Alla fine del 1990 si stabilisce a Phnom Penh come presidente della Caritas il vescovo unico della Cambogia, mons. Yves Ramousse, che era già vescovo della capitale nel 1975 e venne espulso dai Khmer rossi (17).
Nel dicembre 1991 il superiore generale p. Franco Cagnasso visita la Cambogia e nel 1992 nasce il progetto «New Humanity» (Umanità nuova), Ong (organizzazione non governativa) promossa dal Pime per operare nel campo dell’educazione e della promozione umana integrale. Il 19 ottobre 1992 New Humanity firma un protocollo d’intesa col ministero dell’educazione cambogiano per un progetto di educazione degli adulti integrato con un programma di sviluppo comunitario nelle aree rurali (18).
In collaborazione con vari organismi di volontariato laico italiani e di altre nazionalità (19), il Pime porta avanti questo progetto di sviluppo nei comuni di Ampeou Prey e di Veal Pon (vicini alla capitale), con una ventina di villaggi e 10.000 abitanti (educazione, sanità, agricoltura), costruendo scuole e strutture varie delle comunità.
Nell’aprile 1994 (20), dopo due anni di preparazione, New Humanity inizia un secondo progetto: collaborazione con l’università di Phnom Penh per ristrutturare nell’unica università cambogiana (Rupp, Royal University of Phnom Penh) il dipartimento di filosofia e di scienze sociali (sociologia). Il Pime ha coinvolto varie università italiane (Bologna, Pisa, Trento, Sassari, Cattolica di Milano) e altre all’estero (India, Filippine, Hong Kong e Indonesia), con docenti disposti a trascorrere periodi di insegnamento a Phnom Penh (in inglese o francese), coordinati all’inizio da don Arrigo Chieregatti dell’università di Bologna, poi da vari padri del Pime. Oggi del progetto sono incaricati il p. Fabrizio Meroni e il p. Toni Vendramin.
Nonostante le molte difficoltà incontrate, facilmente immaginabili (21), il progetto universitario (finanziato dalla Conferenza episcopale italiana con i fondi dell’8 per mille) ha avuto un discreto successo. Il Pime ha ricevuto richiesta di interessarsi anche della facoltà di storia. Non si tratta solo di fare lezione agli studenti, ma di preparare i docenti locali e assisterli con strutture adeguate in una università (l’unica del paese) che è stata totalmente distrutta dai Khmer rossi; si tratta di ripartire da zero con biblioteca, materiali didattici vari, borse di studio di perfezionamento all’estero, ecc. Nel lungo periodo dei Khmer rossi e della dittatura filo-vietnamita di Hun Sen (dal 1975 fino all’inizio degli anni novanta), l’università praticamente non esisteva e l’insegnamento era tutto impostato, come le altre scuole del resto, sulla predicazione del verbo marxista-leninista.
Il Pime è oggi impegnato anche sul piano pastorale, direttamente con un solo missionario: il p. Franco Legnani, ordinato sacerdote nel 1992, giunto in Cambogia nel 1994 e subito impegnato a servizio del vescovo Yves Ramousse che lo considera suo sacerdote diocesano. Ha imparato bene la lingua khmer ed è in servizio nella parrocchia di Kompong Thom, 150 km. a nord della capitale (un secondo giovane missionario, p. Mario Ghezzi, si unirà a p. Legnani per la pastorale nel 2000). In Cambogia i cattolici sono circa 20.000, buona parte dei quali vietnamiti. I cambogiani infatti sono quasi tutti buddhisti. È in atto uno sforzo di «khmerizzare» non solo la liturgia, ma tutte le espressioni religiose della Chiesa cambogiana, storicamente formata da emigrati vietnamiti.

 

NOTE

[1] ANGELO CAMPAGNOLI, «10 anni del PIME in Thailandia», «Mondo e Missione», gennaio 1983, pagg. 30-43.
[2] P. Magistrali è in Italia dal 1980 al 1984.
[3] ADRIANO PELOSIN, «Thailandia: primi passi con Buddha», «Mondo e Missione», aprile 1984, pagg. 243-266.
[4] Il dialogo col buddhismo è molto più complesso di quanto possano dire poche pagine sull’esperienza dei padri Campagnoli e Pelosin. Specialmente nel nord Thailandia, dove il buddhismo è stato imposto dalle autorità civili e religiose, il popolo continua a praticare la religione animista, il rapporto con gli antenati e gli spiriti, che il Buddha proibisce. Si veda la tesi di un missionario del Pime in Thailandia, SERGIO BOCCHINI, «La religiosità popolare nella Thailandia del nord», Pontificia università lateranense, 1983, pagg. 484; dello stesso autore, «Superstizioni magiche nel nord Thailandia», «Mondo e Missione», febbraio 1983, pagg. 110-115.
[5] I tribali, specie i profughi dalla Birmania, vivono nelle foreste e sui monti e non scendono volentieri in pianura dove i thailandesi li disprezzano e li sfruttano. Il problema di tutte le minoranze etniche nel mondo è di integrarsi nella società maggioritaria. Attualmente è sempre più vivo il problema dei giovani tribali che vanno a lavorare nelle città o cittadine thailandesi, spesso senza alcuna assistenza né preparazione anche linguistica. È facile immaginare le conseguenze negative!
[6] CORRADO CICERI e DINO VANIN, «Le tribù dei monti in Thailandia», Emi, Bologna 1993, pagg. 95; CORRADO CICERI, «Potessi allungare le giornate!», «Missionari del Pime», dicembre 1994, pag. 3.
[7] Si veda il volume di Corrado Ciceri pubblicato postumo, «Il riso crescerà, Una vita donata a Dio e al popolo thailandese», Emi, Bologna 1999, pagg. 160 (contiene le sue lettere e articoli).
[8] Cronaca della Thailandia, «Il Vincolo», gennaio-marzo 1997, pag. 33.
[9] SANDRO BORDIGNON, «A scuola in fattoria», in «Mondo e dintorni», notiziario del laboratorio missionario «Beato Mazzucconi» di Lecco, n. 14, maggio 1998, pag. 8; dello stesso autore, «Chae-Hom: centro di formazione per minoranze etniche», «Infor-Pime», febbraio 1996. pagg. 44-49.
[10] L’inaugurazione del centro di Chae-Hom è avvenuta con solennità nel febbraio 1997, alla presenza del prefetto della provincia di Lampang e altre autorità civili e scolastiche. Erano presenti il cardinale di Bangkok, il vescovo di Chiang Mai, diversi sacerdoti e amici venuti dall’Italia col vescovo di Chioggia, alcuni missionari del Pime e una folta delegazione del Laboratorio missionario di Lecco, che ha in gran parte finanziato il centro.
[11] Per dare un’idea di come si finanziano opere del genere: un miliardo viene dall’Unione Europea, tramite l’on.le Roberto Formigoni (vice-presidente del parlamento europeo) e il Laboratorio missionario di Lecco (che ha presentato la domanda e seguito tutto l’iter per ottenere il finanziamento), 280 milioni dalla Cei (attingendo ai fondi dell’8 per mille), 55 milioni dalla Fondazione Lambriana (ente milanese che finanzia opere assistenziali), 30 milioni dal prevosto di Lecco mons. Roberto Busti, un’altra quota da «Arunothai» (associazione cattolica thailandese, controparte del progetto) e il resto dai fondi raccolti dal Laboratorio missionario di Lecco e dal Pime a Milano.
[12] PIERO GHEDDO, «Porte aperte al Vangelo in Thailandia, intervista a Sandro Bordignon», in «Mondo e Missione», aprile 1993, pagg. 277-279.
[13] ANGELO CAMPAGNOLI, «Cronaca del Pime in Thailandia», supplemento a «Il Vincolo», n. 188, dicembre 1997, pagg. 97-101.
[14] «Missione triveneta nell’Estremo Oriente», «Verona fedele», 17 gennaio 1999.
[15] SILVANO MAGISTRALI, «Una voce dalla Thailandia: dialogo, pastorale, formazione», «Infor-Pime», settembre 1992, pagg. 5-14.
[16] Nell’aprile 1975 la Cambogia è conquistata dai comunisti cambogiani («Khmer rossi»), aiutati da quelli vietnamiti («Vietcong» al sud e «Vietminh» al nord). In pochi anni i Khmer rossi, con metodi spaventosi di oppressione ed eliminazione fisica degli avversari o supposti tali (comprese tutte le persone con una fede religiosa), causano la diminuzione di circa tre su sette milioni di cambogiani, fra morti e profughi verso la Thailandia! (PIERO GHEDDO, «Cambogia: rivoluzione senza amore», Sei, Torino, 1976, pagg. 158).
Nell’estate 1978 il capo supremo dei Khmer rossi, Pol Pot, ad un convegno internazionale in Sri Lanka, interrogato sulla diminuzione dei cambogiani di circa tre o più milioni di persone, risponde: «Quelli che mancano non erano utili alla costruzione del socialismo». Nel gennaio 1979 interviene in Cambogia l’esercito vietnamita che sconfigge i Khmer rossi e instaura un governo comunista filo-vietnamita. La guerriglia dei Khmer rossi, rifugiati nelle foreste del nordovest e nei campi profughi in Thailandia, è continuata fino ad oggi, trasformandosi in banditismo e contrabbando di pietre preziose e legname pregiato.
[17] TONI VENDRAMIN, «Cronaca della Cambogia», «Il Vincolo», marzo 1991, pagg. 30-33.
[18] Il testo in inglese di questo protocollo in «Il Vincolo», n. 183, dicembre 1995, pagg. 304-307; in italiano, «Il Vincolo», giugno 1996, pagg. 45-51.
[19] Fra i quali anche tre missionarie laiche del Pime (si veda al capitolo VIII) e quattro missionari laici dell’Istituto missionario di Guadalupe di Città del Messico.
[20] Il protocollo di accordo per cinque anni col ministero dell’educazione è firmato il 19 ottobre 1995.
[21] Fra le altre, la situazione politica instabile della Cambogia, che nell’ultimo decennio ha attraversato guerre e guerriglie, colpi di stato, crisi economiche...