PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

XXIII - 129 anni dopo in Papua Nuova Guinea (1981)

Un popolo «cristiano» non tutto battezzato
Le prime missioni: Bolu Bolu e Watuluma (1981-1982)
La grandiosa avventura dell'ospedale Beato Mazzucconi
La prima generazione di cristiani a Bolu Bolu
«I am full Catholic»: «Sono tutto cattolico»
La missione nelle isole Trobriand e a Woodlark (1987)
Woodlark: l'isola di Mazzucconi 145 anni dopo
Mons. Cesare Bonivento: vescovo di Vanimo (1992)
Yapsei: una missione nella preistoria
 

XXIII

129 ANNI DOPO IN PAPUA NUOVA GUINEA
(1981)

«Ten Thousand Years in a Lifetime» («Diecimila anni nello spazio di una vita»): è il titolo del libro scritto nel 1980 dal Ministro degli esteri della Papua Nuova Guinea (P.N.G.), Albert Maori Kiki, che racconta com’è rapidamente e radicalmente cambiato il suo paese dalla fine dell’ultima guerra mondiale. Kiki ha vissuto personalmente questo tempo (è nato nel 1930) ed è passato «dalla preistoria al mondo moderno in pochi decenni» (1).
Nessun slogan è più esatto di questo per descrivere la P.N.G., estesa una volta e mezzo l’Italia ma con soli 5 milioni di abitanti, la grande maggioranza dei quali vivono ancora più o meno come nella preistoria, con qualche aggancio al mondo moderno.
Questo paese di giovane indipendenza (dal 1975), rimasto fino ad oggi uno dei più isolati e «primitivi» del mondo, in parte addirittura inesplorato (2), è abitato da più di 800 etnie diverse, ciascuna con la sua lingua. L’etnologo padre Ennio Mantovani, s.v.d., nel 1980 direttore del «Melanesian Institute for Pastoral and Socio-Economic Service» di Goroka, mi diceva che nel mondo attuale sono parlate circa 3.000 lingue, 800 delle quali in P.N.G.!

Un popolo «cristiano» non tutto battezzato

Proprio in due isole dell’attuale P.N.G., Rook (oggi chiamata Umboi) e Woodlark, i missionari del «Seminario lombardo per le missioni estere» sono andati nel 1852 per la loro prima missione (capitolo II). Visitando oggi quelle isole, la missione oceanica dei primi missionari di san Calocero appare del tutto assurda. Basti dire che neppure oggi, un secolo e mezzo dopo, Woodlark (circa 5.000 abitanti), troppo fuori da ogni rotta marittima, ha trasporti regolari aerei o navali: chi vuol andarci deve affittare un aerotaxi o una barca a motore, ma allora fra andata e ritorno ci vogliono giorni! L’aspirazione dei nostri primi missionari, di andare «tra i popoli più isolati e più abbandonati», segno di grande generosità, si è letteralmente realizzata all’inizio del nostro Istituto.
Il Pime è ritornato in quelle isole nel febbraio 1981 col padre Giulio Schiavi, da 17 anni missionario in Bangladesh, accompagnato dal superiore generale p. Fedele Giannini (3) per aprire una missione nella diocesi di Alotau, all’estremo sud-est della grande isola di Nuova Guinea (4) entro i cui confini è l’isola di Woodlark.
Il vescovo di Alotau affida al Pime l’isola di Goodenough, in precedenza assistita dai missionari australiani del Sacro Cuore (m.s.c.) (5). P. Schiavi giunge col p. Giannini a Bolu Bolu il 12 marzo 1981 e in pochi mesi costruisce, con l’aiuto del Laboratorio missionario di Lecco e dei lecchesi, la casa del missionario e una chiesa dedicata a San Paolo. Il 3 agosto 1981 dagli Stati Uniti giunge anche il p. Cesare Bonivento e la missione incomincia ad estendersi a tutta l’isola.
Goodenough è tondeggiante, 50 per 28 km. (circa 1.000 kmq.). I 18.000 abitanti attuali (12.000 circa quando giunsero i primi missionari del Pime vent’anni fa, 14.000 secondo il censimento del 1992) vivono lungo le coste e in alcune zone a 600-700 metri di altezza. Le regioni interne sono invece quasi disabitate a causa delle asperità geologiche (la cima più alta raggiunge i 2.500 metri) e della foresta. Il clima è tropicale con due stagioni: quella umida che va da dicembre ad aprile e quella secca da aprile a novembre.
La popolazione, di razza melanesiana (negroide oceanica), vive in un’economia di sussistenza basata sulla coltivazione di vari tuberi (taro, patata dolce, tapioca), delle noci di cocco e delle banane; l’allevamento del maiale (usato per le feste) e la pesca sono altre attività produttive. Nell’isola ci sono quattro gruppi linguistici diversi, con vari dialetti e una lingua franca. La gente abita in case di paglia su palafitte e vive in clan di famiglie di tipo patriarcale (6). In tutta l’isola ci sono solo sei auto fuoristrada («track»), due del governo, due della missione cattolica e due di commercianti privati. La centrale per l’energia elettrica esiste a Bolu Bolu e serve solo la cittadina, mentre a Watuluma la corrente elettrica è prodotta dalla missione solo per le sue opere (ospedale, scuole, ecc.).
Sulla situazione religiosa dell’isola (e in genere della P.N.G.) all’inizio si è sviluppato un certo dibattito nel Pime: è veramente una «missione ad gentes» oppure fra cristiani già battezzati? Infatti, il p. Fallon, nel resoconto citato, scriveva che «la popolazione è tutta cristiana». Bonivento e Schiavi, dopo pochi mesi di permanenza a Goodenough) confermano (7):

«L’isola di Goodenough riflette la situazione generale della MBP (Milne Bay Province, la provincia che ha come capitale Alotau, sede della diocesi omonima, n.d.r.). I missionari protestanti arrivano per primi nel 1895, convertendo tutta la popolazione; i cattolici giungono dopo il 1950, quando ormai tutti i villaggi hanno aderito alla «United Church» (Chiesa unita): hanno il permesso di stabilirsi qui, per l’assistenza spirituale di alcune famiglie cattoliche che si sono trasferite a Goodenough. Nella diocesi di Alotau i protestanti sono oggi 115.000 e i cattolici 15.300; nell’isola di Goodenough 12.700 e 2.300».

Cinque anni dopo Bonivento corregge le prime impressioni (8):

«La P.N.G. potrebbe senz’altro essere considerata una nazione cristiana, perché la popolazione è in gran parte orientata al cristianesimo (9), protestantesimo o cattolicesimo. Ma bisogna osservare che se i cattolici sono tutti battezzati, solo una parte dei protestanti sono battezzati. Inoltre la formazione cristiana che i protestanti ricevono è assai limitata: essi considerano loro tutti i villaggi che hanno in qualche modo toccato. Non importa che la gente sia battezzata o meno, resti religiosamente lontana e passiva: basta che sia legata a loro. L’orientamento verso il protestantesimo è dovuto soprattutto a fattori sociali. Siamo di fronte a gente ancora pagana e solo superficialmente influenzata dal cristianesimo. Una riprova è che parecchi di essi stanno affluendo nella Chiesa cattolica... La mia convinzione personale è che la nostra presenza in PNG trova piena giustificazione dal punto di vista missionario.
I protestanti si preoccupano quasi unicamente della presenza dei fedeli al culto domenicale, alla predica, che è sempre stereotipa, e poi dell’offerta, domenicale o annuale. Qui sta il fulcro del loro impegno. Noi invece, in tutta la Diocesi, siamo impegnati in un annunzio integrale del Vangelo, che tocca tutta la realtà umana. Questo colpisce molto la gente. Essa percepisce, anche se non in pienezza ma certo in modo reale e vivo, che credere in Cristo cambia la vita dell’uomo e della società e perciò si sente decisamente attratta dalla Chiesa cattolica. È un processo lento. Non bisogna immaginare lunghe file di persone che battono alla porta della Chiesa cattolica; ma è un fenomeno consistente e ormai stabile. C’è qualcosa di nuovo e sorprendente, che noi attribuiamo al sacrificio del nostro Mazzucconi».

Le prime missioni: Bolu Bolu e Watuluma (1981-1982)

L’attività prioritaria dei due missionari del Pime è fin dall’inizio l’evangelizzazione, soprattutto la formazione di catechisti e di capi cristiani, anche perché le comunità sono molto disperse:

«Il futuro sviluppo della Chiesa — scrive p. Giulio Schiavi — si fonda sulla capacità di preparare numerosi e bravi catechisti e leaders locali» (10).

Ma nello stesso tempo, la missione a Goodenough parte con opere sociali di grande rilevanza. Due le missioni con sacerdote residente:
1) Bolu Bolu, che ospita il rappresentante del governo di P.N.G. Era un piccolo villaggio ed ora è la capitale dell’isola (circa 500 abitanti). Affidata inizialmente a p. Schiavi ed a padre Bonivento, la missione di Bolu Bolu conosce un rapido sviluppo grazie alle opere costruite con l’aiuto di Lecco, le costruzioni più moderne dell’isola. Per il 1984 erano pronte la casa dei padri, il centro sociale e la chiesa dedicata a San Paolo: quest’ultima consacrata nell’anno della beatificazione di Giovanni Mazzucconi (settembre 1984).
La chiesa è una struttura trapezoidale larga 22 metri e lunga 13, preceduta da un ampio portico e sovrastata da un tetto che funge anche da raccoglitore dell’acqua piovana per alimentare l’annesso serbatoio in metallo, capace di contenere 45 tonnellate d’acqua. La casa delle suore è abitata dalle f.m.i. (figlie di Maria Immacolata), fondate a Rabaul nel 1912 dal vescovo, una congregazione missionaria per il lavoro in Papua. Poi c’è il centro catechetico sociale, che ha tutte le attrezzature per i corsi di formazione e di educazione: aule scolastiche, biblioteca e sala audiovisivi.
2) Watuluma, dall’altra parte dell’isola (rispetto a Bolu Bolu), dove alla fine del 1982 la presenza di padre Cesare Bonivento diventa stabile (prima veniva spesso in visita). La zona è poverissima. Due i problemi da affrontare: quello sanitario per la presenza di gravi malattie e quello alimentare per integrare le misere risorse locali. Si realizza un piccolo presidio sanitario, un ospedaletto di quattro capanne di legno e paglia, affidato a quattro infermieri, una donna e tre uomini; poi una cooperativa che si occupa della raccolta, prima lavorazione e vendita delle noci di cocco e dei tuberi, consentendo così ai locali l’acquisto di prodotti alimentari. La missione ha istituito uno «store» (negozio) in cui si vende di tutto, dagli alimentari ai vestiti, dagli oggetti di prima necessità (cucina, abbigliamento) agli strumenti di lavoro manuale e per la pesca.
L’ospedaletto e il piccolo emporio calamitano subito su Watuluma tutta la zona circostante. Nascono così, in rapida successione, il rafforzamento della scuola elementare-media (Community School, dagli 8 ai 13 anni, 200 alunni) e l’inizio della scuola superiore (High School, dai 14 ai 18, 300 alunni che vengono anche da altre parti dell’isola e da altre isole), grazie ad un progetto studiato con il governo: sono una trentina di edifici che accolgono e assistono i giovani studenti (11). Il Laboratorio missionario e la città di Lecco, anche con i finanziamenti della Comunità Europea, hanno costruito il grandioso complesso della «Santa Maria High School» (scuola media superiore), iniziata da p. Bonivento nel 1989, continuata da p. Giulio Schiavi e terminata dall’americano p. PhilipMayfield (oggi parroco e superiore dei missionari del Pime in P.N.G.) (12): inaugurata nell’agosto 1995, ha circa 300 alunni.
Poi c’è il Vtc («Vocational Training Centre»), costruito ancora da Lecco col contributo della Misereor: scuola professionale oggi diretta dal missionario laico del Pime Mario Fardin (già missionario in Bangladesh) e altri due giovani membri laici del Pime, con segheria, falegnameria, carpenteria, meccanica, elettricità: ha 60-70 alunni (13). A Watuluma va ricordata un’altra casa, anche questa costruita da Lecco, che adesso le missionarie dell’Immacolata (14) usano per le aspiranti e le postulanti locali del loro Istituto. Tre ragazze che vogliono farsi suore nel gennaio 1999 sono state accettate come postulanti.

La grandiosa avventura dell’ospedale Beato Mazzucconi

Ancora a Watuluma Lecco ha costruito l’ospedale dedicato al Beato Mazzucconi, con un contributo del Laboratorio missionario lecchese G.B. Mazzucconi e della ditta di costruzioni Colombo, iniziato nella primavera 1988 con la posa della prima pietra e inaugurato il 4 agosto 1991 con una coppia di medici: Santino Invernizzi di Novara, internista e chirurgo, 25 anni di lavoro in Africa alle spalle, e la consorte Ginette Olga Humbert di Ginevra, specializzata in ostetricia e ginecologia. Due anni e mezzo per realizzare un grande complesso ospedaliero in una terra così isolata hanno del prodigioso, se si considera che praticamente tutto, dalla progettazione al materiale e al personale tecnico è stato inviato nell’isola di Goodenough dall’Italia. Il lecchese Severino Mapelli, volontario del Laboratorio missionario di Lecco, è stato il vero «motore» delle costruzioni, partito nella primavera 1988 e rimasto sul posto fino all’ottobre 1991 (poi ha seguito mons. Cesare Bonivento a Vanimo).
L’ospedale è dotato di sala operatoria e sala parto, ambulatorio, laboratorio analisi e radiologia, 80 posti letto con degenze separate per uomini, donne e bambini, maternità, pronto soccorso, servizi vari. Il tutto in un complesso di due grandi padiglioni collegati fra loro da un corridoio coperto. Poi la residenza per il personale medico e un’altra per il personale para-medico; un edificio dormitorio per i parenti e gli accompagnatori dei malati (che vengono anche da lontano); un edificio per le madri in attesa; un padiglione di isolamento; cucina, lavanderia, magazzino e farmacia; la rete di raccolta e ricupero delle acque piovane con relativi serbatoi; la rete idrica con acqua presa da alcune sorgenti; il tutto in una superficie di 2.500 metri quadrati.
La realizzazione del progetto ha visto in prima linea la «Colombo Costruzioni» di Lecco, che ha fornito i materiali e ha mandato il personale tecnico diviso in squadre inviate sul posto a turno; il Laboratorio missionario che ha provveduto i tecnici volontari e l’attrezzatura medico-chirurgica; la missione di Watuluma che con la sua segheria e falegnameria ha realizzato l’arredamento; e le aziende del lecchese che hanno fornito dai materassi alle coperte, dalla biancheria alle stoviglie.
Inoltre si è verificata una significativa collaborazione locale: per tutta la durata del cantiere, ogni villaggio dell’isola di Goodenough, della vicina isola Fergusson fino alle più lontane Sim Sim e Trobriand, hanno inviato propri uomini per contribuire alla costruzione. Il cantiere è così diventato una vera e propria scuola di edilizia e carpenteria, formando del personale locale specializzato. È uno dei motivi per cui il governo ha deciso di stabilire a Watuluma il complesso della «High School» costruito dalla missione (già ricordato), previsto inizialmente per la cittadina di Bolu Bolu, capitale dell’isola di Goodenough.
L’ospedale è oggi tenuto dalle missionarie dell’Immacolata, dirette dalla dott.sa suor Celine, chirurgo e da altre suore infermiere indiane. Poi ci sono infermiere locali, che il governo manda per fare pratica ospedaliera. Vengono anche da altre isole e il governo ha costruito una casa per la loro abitazione.

La prima generazione di cristiani a Bolu Bolu

Com’è il lavoro missionario a Goodenough? Secondo il p. Alfredo Mattioli, giunto in Papua nel 1993 ed oggi parroco a Bolu Bolu (15), la rispondenza della gente alle cure pastorali

«finora è scarsa. Quando il padre visita il villaggio vengono a messa, si impegnano, ma quando il padre va via tornano alla vita normale; praticano poco, perché è gente dispersa, che vive in un mondo totalmente diverso dal nostro. Siamo alle prime generazioni di persone che escono dalla preistoria e ricevono il messaggio. C’è entusiasmo, manca la costanza. La missione è appena iniziata.
La parrocchia di Bolu Bolu, oltre a quella della cittadina, ha cinque comunità da visitare. Io cerco di andare una volta al mese nei miei villaggi: in quello più lontano sto due giorni (ci vogliono due ore di viaggio via mare: vado al venerdì e torno la domenica sera); altrimenti un giorno: parto al sabato e torno domenica sera. L’importante è stare con la gente, ascoltare, parlare, istruire, aiutare, comprendersi».

I catechisti sono i veri operatori pastorali a livello di villaggio. Per la formazione in passato venivano inviati a Port Moresby, la capitale, per corsi di formazione della durata di un anno o due. Adesso p. Mattioli sta tentando di formarli sul posto, chiamando a Bolu Bolu le persone adatte per periodi formativi non troppo lunghi, in modo da non separarli dalla famiglia e dalla vita del villaggio.
Nel 1996-1997 il vescovo di Alotau, mons. Desmond Moore, m.s.c., ha mandato nell’isola di Goodenough una suora australiana per iniziare il sistema «Gospel-sharing» (condivisione del Vangelo). La suora ha visitato le comunità cattoliche dell’isola (una decina) ed ha formato dei gruppi con le famiglie che vivono vicine: ogni comunità ha quattro, cinque, anche undici gruppi, ciascuno dei quali ha preso il nome di un santo come protettore ed elegge un capo e un vice-capo. I capi di tutti i gruppi formano il Ccc, «Catholic Community Committee» locale, che elegge il presidente, membro del consiglio pastorale parrocchiale a Bolu Bolu. Questi gruppi dovrebbero riunirsi una volta la settimana per il «Gospel sharing» e ogni gruppo, a turno, deve preparare la liturgia domenicale comunitaria. Quando è necessario, il presidente riunisce i suoi capi per discutere e risolvere i problemi locali.

«Ma cosa è successo? — continua padre Alfredo. — Di tutto questo è rimasta sì e no la struttura. La riunione settimanale sulla Bibbia si fa raramente. Non sono abituati ad un impegno preciso e costante. Questo popolo è fuori della nostra mentalità, non ha metodo, hanno un loro ritmo e non la costanza come la intendiamo noi occidentali. Vivono in un altro mondo, il mondo della sopravvivenza giorno per giorno: non si può pretendere, cambieranno a poco a poco».

Padre Mattioli visita le comunità il più spesso possibile ed organizza incontri e corsi a Bolu Bolu. Nell’ottobre 1998 ha convocato un incontro sui due libri biblici di Daniele e dell’Apocalisse, perché ci sono dei gruppi evangelici, la Chiesa del settimo giorno (avventisti) e la «Church of Christ» (Chiesa di Cristo), che ogni tanto visitano i loro adepti, impongono le mani, dicono che loro hanno lo Spirito. Sono fortemente anti-cattolici. La gente è semplice e va ad ascoltarli. Padre Alfredo racconta:

«Questi predicatori dicono: ‘‘Perché voi cattolici non conoscete i libri di Daniele e dell’Apocalisse? La vostra Chiesa ve li nasconde. Qui c’è la profezia, la grande profezia’’. E allora i nostri cristiani vengono da me dicendo: ‘‘Padre, noi siamo confusi...’’. Si confondono subito. Allora nell’ottobre 1998 ho preparato un corso a Bolu Bolu e abbiamo avuto 70-80 persone per quattro giorni. Ho parlato loro di Daniele e dell’Apocalisse. Mi ero preparato per due mesi. Ho detto come e perché sono stati scritti questi due libri: per incoraggiare gli ebrei nel sopportare la persecuzione anti-ebraica di Antioco Epifane e al tempo di San Giovanni per incoraggiare le giovani comunità cristiane durante la persecuzione dei romani e della Sinagoga ebraica.
Poi ho parlato dei significati delle cifre, dei simboli, ecc. Ho scritto tutto bene sulla lavagna e si sono copiati tutto, in modo che quando vengono ancora gli avventisti, tirano fuori i loro foglietti e sanno cosa rispondere».

«I am full Catholic»: «Sono tutto cattolico»

Un altro episodio che dimostra il profondo contrasto esistente con la cosiddetta «Chiesa del settimo giorno» (che battaglia anche con la «United Church» protestante) è successo nell’estate 1998.
Due studenti avventisti (20-24 anni) di Port Moresby hanno visitato il loro gruppo di Mataita, proiettando delle diapositive (si portano un motorino e del petrolio), nelle quali il Papa è rappresentato come un diavolo con le corna e le zampe, in riferimento al famoso numero 666 (cap. XIII dell’Apocalisse) che interpretano a loro modo, come riferito alla Chiesa cattolica.

«I giovani cattolici di Mataita, saputo questo, si sono arrabbiati, sono andati al loro campo e hanno distrutto tutto quello che hanno trovato. Io poi ho parlato a Bolu Bolu con i due studenti, i quali hanno detto di non aver offeso la Chiesa cattolica, che anzi ritengono positiva per il popolo. Due dei giovani di Mataita però sono stati convocati al posto di polizia per essere accusati di danneggiamento. Infatti, un poliziotto di Bolu Bolu, la cui moglie è avventista, aveva sporto denunzia contro di loro. Io sono andato con loro per assisterli. Dopo circa due ore di esposizione dei fatti, tutto si è concluso con una amichevole stretta di mano. Il poliziotto mi dice: ‘‘I am full Catholic’’ (‘‘Io sono tutto cattolico’’, un’espressione abbastanza comune!), ma di fatto è cattolico solo di nome, non praticante. Questo perché, quando un coniuge cattolico si sposa con una parte non cattolica, finisce per abbandonare la fede cattolica e seguire l’altro gruppo. Anche se questa non è regola fissa, succede sovente».

Alla domanda: «Quanti cattolici hai nella parrocchia di Bolu Bolu?», padre Alfredo risponde:

«Nella parrocchia di Bolu Bolu i cattolici sono tra i 1.000 e i 1.500, ma è un conto difficile perché non so quante persone si spostano, non so quanti muoiono né quanti nascono. Ogni anno dalla diocesi di Alotau mi arriva un foglio e chiedono: quanti abitanti ha Goodenough? Quanti abitanti la parrocchia di Bolu Bolu? Quanti sono cattolici?... Io non rispondo: dove vado a prenderli questi dati? Il governo continua a dire che gli abitanti di Goodenough sono 14.000, secondo il censimento del 1992, ma io sono convinto che sono di più. Quanti i cattolici? Tra Watuluma e Bolu Bolu più di 2.500 16. Ci sono grossi villaggi cattolici: nella zona di Bolu Bolu c’è Mataita, Kalauna, Dio-Dio, Wagifa; nella zona di Watuluma ci sono Ulutuia (con tre villaggi tutti cattolici), Malitabu, Waibula. Oltre ai due centri parrocchiali.
Io penso che l’evangelizzazione sta cambiando a poco a poco la vita e la mentalità della gente. Lentamente, ma cambia qualcosa. Anche se poi continuano secondo la tradizione, sanno ormai che alcune cose non sono buone: i criteri di giudizio incominciano a diventare evangelici. Ad esempio, nel campo dei matrimoni e della vita sessuale, nel rispettare le cose altrui, nel condannare il senso della vendetta, molto forte e radicato nella tradizione. Ciò non significa che seguono sempre la Legge di Dio, ma sanno ciò che è bene e ciò che è male e questo è un risultato importante.
Ci vuole ancora una grande formazione catechetica, anche riguardo ai sacramenti. Prima di noi, i missionari del Sacro Cuore australiani hanno fatto un bel lavoro, sono stati a volte eroici perché hanno vissuto in condizioni molto più difficili delle nostre, con spirito missionario e di dedizione totale al popolo e al Vangelo».

Una delle gravi difficoltà dei missionari a Goodenough sono i trasporti. L’isola è tutta montagnosa, con torrenti che ingrossano e travolgono tutto. Le forti piogge e inondazioni del gennaio 1999 hanno rovinato la stradina che c’era: oggi da Bolu Bolu si va nei villaggi solo via mare e anche il passaggio da Bolu Bolu a Watuluma è del tutto impraticabile. Il fiume Alicabu ha portato via tutto, ha tagliato in più punti la stradina, aprendo profonde voragini. Il governo ha promesso che riparerà la strada, ma lo farà chissà quando.

«Siamo costretti ad andare per via mare — dice p. Mattioli — e quando il mare è mosso non ci muoviamo nemmeno. La missione di Watuluma ha una barca, la Sant’Agostino, che può affrontare i viaggi in mare aperto: serve per andare ad Alotau a fare provviste (carburante, pezzi di ricambio, medicine, alimentari, vestiti, ecc.), perché non c’è nessun servizio governativo di trasporti marittimi per le isole, solo navi private. La missione ha anche alcuni «dinghi», piccole barche veloci per i percorsi lungo le coste, motoscafi senza alcuna cabina. Il viaggio da Bolu Bolu a Watuluma richiede un’ora circa se il mare è calmo.
C’è invece l’aereo regolare (tre volte la settimana) fra Alotau (17) e Goodenough, che arriva a Vivigani, la pista della nostra isola situata fra Watuluma e Bolu Bolu. Quando l’aereo atterra, devi camminare mezz’ora o quaranta minuti per raggiungere la spiaggia... e se hai dei pesi da portare... Alla spiaggia ti aspetta un mezzo nautico e vai a Bolu Bolu o a Watuluma. Non c’è aeroporto, ma una semplice pista costruita dalle forze alleate durante l’ultima guerra mondiale.
Le missioni sono collegate via radio. Tutti i giorni da Alotau ci sono tre contatti radio per tutte le missioni: il centro della diocesi si mette in contatto e parliamo. Noi siamo in contatto con Watuluma, ci diamo appuntamento a una certa ora; possiamo contattare qualsiasi missione fissando un appuntamento».

Il 22 gennaio 1999 le piogge hanno fatto franare la montagna alle spalle di Bolu Bolu: il fango ha sfondato un lato della casa parrocchiale e ha inondato di detriti la cittadina. Il governo ha dichiarato la zona non sicura e ha detto che bisognerà ricostruire tutto altrove. Ma dove? E chi ricostruirà? E quando? Per il momento si aspetta la fine del periodo delle piogge, per vedere se ci saranno altre frane. Solo dopo si potrà valutare cosa fare e se il governo provvederà a ricostruire o a risistemare.

La missione nelle isole Trobriand e a Woodlark (1987)

Nel 1987 il Pime assume anche la missione nell’arcipelago delle Trobriand: con p. Giuseppe Filandia arrivano p. Adriano Cadei e più tardi p. Giulio Schiavi (di ritorno dagli Stati Uniti). Le Trobriand presentano caratteristiche diverse da quelle di Goodenough: lingua, cultura, mentalità, abitudini, tutto diverso; siamo in un altro mondo. Inoltre, Goodenough non ha attirato le stesse attenzioni delle Trobriand, quindi è rimasta più abbandonata e arretrata.
Nelle Trobriand però gli isolani hanno avuto impatti negativi con la «civiltà moderna». Studiate fin dalla fine del secolo scorso dagli antropologi, Malinowski ha reso famose queste isole con i suoi libri, che esaltano vita e valori degli indigeni. Le Trobriand sono conosciute come «le isole degli artisti» per la grande capacità degli indigeni di lavorare il legno: i loro prodotti artigianali hanno un discreto smercio in Australia e negli Stati Uniti. Il fascino incantevole della natura, delle danze, costumi e tradizioni ha spinto le compagnie di viaggio australiane a tentarne uno sfruttamento turistico: iniziativa in parte fallita, ma che ha lasciato strascichi negativi, quali alcoolismo e pratiche omosessuali.
Così, con l’apertura della missione da parte dei missionari australiani nel 1939, si è dovuto fare i conti anche con non pochi risentimenti nei confronti dei bianchi sfruttatori. P. Lino Pedercini racconta che quando è arrivato nelle Trobriand, un missionario australiano gli ha detto: «Noi abbiamo già fatto i capelli bianchi nelle Trobriand, adesso tocca a voi». Anche nelle Trobriand sono arrivati per primi i protestanti i quali, dice padre Filandia (18),

«fiutando le difficoltà della situazione familiare e morale, hanno lasciato correre. Hanno predicato un Vangelo annacquato, contenti che la gente frequentasse il culto domenicale e imparasse i canti religiosi, ma non hanno insistito su un nuovo modo di vita. Così i battezzati sono rimasti in realtà pagani. Quando poi giunsero i cattolici, più decisi a imporre le esigenze del Vangelo, la gente ha preferito restare con i protestanti per comodità. Oggi esiste una minoranza cattolica e una maggioranza protestante. Di fatto, l’antica cultura continua a dettare legge nel bene e nel male».

Il popolo delle Trobriand (circa 28.000 abitanti) rispetto alle altre isole vicine è più evoluto, ma manca di risorse materiali. 24.000 abitano l’isola principale di Kiriwina, lunga 60 km. e larga una ventina. La terra è scarsa in rapporto al numero degli abitanti, ma nessuno muore di fame: c’è sempre una patata da mangiare anche tre volte al giorno.
Il piccolo commercio dei miseri prodotti locali e l’artigianato offrono a qualcuno possibilità di guadagnare qualcosa. Molti emigrano per lavorare nelle città e mandano a casa parte del guadagno. Inoltre, continua padre Filandia, «i capi sono generalmente ignoranti e passivi, non danno impulso allo sviluppo e la gente si adagia nella situazione di miseria».
I missionari del Pime hanno ereditato dai missionari del Sacro Cuore il centro di Gusaweta a Losuia, capitale delle Trobriand, e p. Filandia ha sviluppato quello di Wapipi. Le Trobriand hanno una viabilità buona, perché l’isola è pianeggiante.
Anche nelle Trobriand i protestanti sono arrivati molto prima dei cattolici e il popolo si dichiara quasi tutto «cristiano» (i cattolici sono circa 4.000). In un articolo intitolato «Cristiani ma con poco Cristo» (19), p. Filandia scrive:

«Dobbiamo rendere onore ai primi missionari protestanti. Essi sono riusciti a portare il nome di Cristo ed a distruggere alcune delle barbare usanze di questo popolo, come il cannibalismo, l’uso di mangiare i parenti morti, ecc. D’altra parte, non possiamo non deplorare il fatto che hanno portato un cristianesimo molto misero, che lascia sussistere tanti aspetti negativi di questo popolo (20)... Essere protestante infatti è la cosa più facile di questo mondo: non c’è l’obbligo dei sacramenti, non c’è l’obbligo dell’istruzione religiosa; il battesimo non lo ritengono necessario; la vita morale viene disturbata il meno possibile. Tutto si riduce alle assemblee domenicali: il popolo che canta senza fine e i predicatori che fanno sfoggio della loro retorica».

Nel 1997 p. Giuseppe Filandia è ritornato in Italia per un servizio all’Istituto nella casa di Mascalucia (Catania); il suo posto è stato preso da padre Rajan Clement Menaghat, missionario indiano del Pime ordinato sacerdote diocesano nel 1978 (16 anni prima di entrare nell’Istituto).

Woodlark: l’isola di Mazzucconi 145 anni dopo

Già da prima della loro presenza in P.N.G. i missionari del Pime hanno desiderato ritornare nell’isola in cui padre Mazzucconi è stato martirizzato nel settembre 1855: Woodlark (vedi il cap. II). Ma il viaggio non è facile. I primi due a raggiungere l’isola ed a celebrarvi una Messa, sono stati i padri Piero Gheddo e Giancarlo Politi il 1o agosto 1980, con un aereo-taxi, assieme a tre missionari del Sacro Cuore della diocesi di Alotau. Padre Cadei racconta che (21)

«solo nel 1988 riuscimmo a fare una brevissima visita in aereo. I diversi tentativi per arrivare via mare fallirono o per guasti alla barca Sant’Agostino o per l’inizio della stagione dei venti. La possibilità di andare in aereo ci venne offerta dal gruppo di Lecco, che era interessato come noi a vedere il luogo del martirio del Beato».

In seguito, i viaggi a Woodlark diventano più frequenti, via nave. I missionari portano con loro qualche suora, si fermano giorni e anche settimane, ma finora non hanno potuto stabilire un sacerdote nell’isola, per mancanza di personale e i difficili trasporti: per nave ci vogliono due giorni dalle Trobriand per la sola andata e altrettanti per il ritorno! Gli abitanti (5.000 secondo le valutazioni, comprese anche le due isole vicine di Gawa e Iwa) si dichiarano tutti «cristiani».

«Woodlark attualmente è il regno dei protestanti. Ma come è successo in altre isole, il cristianesimo portato da loro è molto annacquato. Finché nessuno diceva il contrario, tutto era accettato. Oggi le nostre visite diventano frequenti, la gente incomincia a porsi delle domande, ha dei dubbi che sorgono specialmente tra i giovani. Qualche maestro cattolico fa la sua parte ed ecco il frutto più bello: alcuni adolescenti chiedono di entrare nella vera Chiesa di Gesù. Ottenuto il permesso dei genitori, ancora mezzo protestanti, ho battezzato quattro giovani durante una Messa molto semplice» (22).

Visitando Woodlark, p. Filandia ha potuto intervistare un anziano ottantenne, Sebulon Vitoya, che gli ha raccontato quanto aveva sentito dalla nonna, Boroway, testimone presente sulla spiaggia di Woodlark mentre gli assassini consumavano il massacro di padre Mazzucconi e dei marinai della Gazelle vicino all’isoletta di Leu, distante due chilometri. Aveva 12 anni (23). La nonna riferiva, a lui ragazzo, quanto aveva raccontato il capo Avicòr («il nome giusto dell’assassino è Avicòr e non Avicoar») alla sua gente, dopo il massacro della «Gazelle»: un racconto ricco di particolari, ma che non aggiunge nulla a quanto già si sapeva. Più interessante il fatto che racconta ancora p. Filandia (24):

«Qualche mese fa abbiamo ricevuto (noi missionari nelle Trobriand, n.d.r.), una lettera dei capi protestanti di Woodlark scritta a nome della popolazione locale. In essa chiedono a noi e al governo italiano (!) scusa per l’uccisione del beato Giovanni Mazzucconi e ci invitano ad erigere un monumento in memoria di questo «eroe della fede». Ci siamo consultati con i pochi cattolici di Guazup (la baia dove venne ucciso Mazzucconi, n.d.r.), che ci hanno detto: ‘‘La gente di qui si sente maledetta da Dio per l’uccisione del missionario: da quel 1855 qui tutto va male. Per sfuggire questa maledizione, molti nativi abbandonano l’isola; altri che sono tornati più o meno benestanti, una volta stabilitisi qui hanno perduto tutto. I protestanti sono convinti che se si costruisce il monumento la maledizione si spezza, perché potranno chiedere al Beato che supplichi Dio per loro’’».

Il monumento poi non s’è costruito. I missionari hanno preso la proposta sul serio, ma andando sul posto hanno constatato che c’è un forte pregiudizio contro i cattolici e che la gente strumentalizza l’iniziativa del monumento, chiedendo anche un ospedale dedicato a Mazzucconi, com’è stato costruito a Watuluma... In questi anni p. Pedercini ha continuato a visitare Woodlark circa due volte l’anno, mantenendo i contatti con i pochi cattolici residenti nell’isola, specie a Kulumadau, dove c’è una scuola «cattolica» (organizzata dalla Chiesa, ma sono quasi tutti protestanti) e dove p. Pedercini ha costruito una casetta per un catechista volontario che ha mandato dalle Trobriand. In questa casetta celebra la Messa il missionario quando va in visita e raduna i cattolici dell’isola.

Mons. Cesare Bonivento: vescovo di Vanimo (1992)

Il 15 gennaio 1992 Giovanni Paolo II nomina vescovo di Vanimo p. Cesare Bonivento, che è consacrato il 10 maggio 1992 nella cattedrale di Alotau, alla presenza di 17 vescovi, del superiore generale del Pime e della mamma di mons. Bonivento signora Anna (25).
La diocesi di Vanimo, fondata come prefettura apostolica dai passionisti australiani il 13 settembre 1963 (diocesi dal 15 novembre 1966), ha una superficie di 25.684 kmq., circa 100.000 abitanti, dei quali 30.000 cattolici. È posta all’estremo nord-ovest della Papua Nuova Guinea, ai confini con l’Indonesia, cioè con la metà dell’isola di Nuova Guinea (Irian Jaya) che era colonia olandese e poi è stata annessa dall’Indonesia. Gli indigeni combattono una «guerra di liberazione» senza speranza contro gli indonesiani, che conducono tra l’altro una politica di islamizzazione forzata su popoli ancora animisti. Il territorio di Vanimo è invaso dai profughi e dai guerriglieri che emigrano in P.N.G. per scampare allo sterminio.
Mons. Bonivento, che s’è impegnato nell’accoglienza ai profughi e nelle trattative per riportare la pace in Irian Jaya, ha preso in mano una diocesi difficile, anche per la tormentata geologia: ripide montagne, torrenti che s’ingrossano nella stagione delle piogge e portano via tutto, incontaminata foresta vergine senza strade. Il territorio è costituito da due parti molto diverse: la costa e poi il «bush», la foresta e le montagne, che rappresentano i quattro quinti del totale. Il popolo è ancora molto arretrato, più che a Goodenough.

«Sulla costa prevalevano i cattolici — dice mons. Bonivento in un’intervista (26) — ma le sette si sono infiltrate e abbiamo registrato delle perdite, anche perché è mancato il vescovo per parecchi anni (27): ora abbiamo ripreso le posizioni. All’interno invece si è verificato il fenomeno opposto. I protestanti non sono più seguiti, gli animisti vogliono farsi cattolici, e si tratta di migliaia di persone (28). Se avessimo sacerdoti, suore, catechisti e mezzi, li prenderemmo tutti. L’esperienza protestante è fallita, anche perché ha realizzato poco o nulla in campo sociale... I cattolici sono circa 30.000, non tutti battezzati, ma hanno coscienza di essere cattolici. Gli altri sono genericamente protestanti, ma sai come fanno i protestanti per dichiarare i loro fedeli? Considerano una data area protestante e basta. A volte lo stesso concetto si applica ai cattolici. Così, uno si dice cattolico e l’altro protestante, e questo vale anche per i villaggi».

La diocesi di Vanimo era in difficili condizioni finanziarie. Mons. Bonivento ha coperto il forte passivo con l’aiuto del Pime, del Laboratorio missionario di Lecco e di Chioggia (sua diocesi di origine) e di altri amici; poi ha realizzato varie opere sociali ed educative: il seminario minore, la scuola professionale (affidata ai salesiani filippini), due scuole medie, il centro pastorale e sociale diocesano, case parrocchiali e chiese in alcune delle dieci parrocchie, più altre opere minori.
Il problema del personale apostolico è grave, come in tutta la P.N.G. Il clero locale è formato da pochi sacerdoti, gli altri, una ventina in tutto, provengono da vari paesi e istituti: Australia (passionisti), Filippine (salesiani), India, Birmania (preti «Fidei Donum»). Mons. Bonivento ha buone speranze nel seminario diocesano, al quale ha dato l’assoluta priorità, costruendo il seminario minore con numerosi alunni; inoltre progetta di costruire anche il maggiore: per il momento otto giovani che vengono dal seminario minore studiano filosofia. Le suore in diocesi sono 23, quattro delle quali missionarie dell’Immacolata.
La vita e il ministero a Vanimo non sono facili, specie per le difficili condizioni climatiche e ambientali, per cui c’è un frequente ricambio di sacerdoti e di suore.
Nel settembre 1993 è giunto a Vanimo il primo missionario del Pime per aiutare mons. Bonivento: padre Giuseppe Panizzo, missionario pilota che aveva già sperimentato la guida del suo aereo negli Stati Uniti e poi in Amazzonia. Nella diocesi di Vanimo infatti l’aereo è indispensabile per visitare le missioni nella zona montagnosa e forestale, per la mancanza assoluta di strade. Per raggiungere certe missioni, in aereo basta un’ora di viaggio, attraverso la foresta ci vogliono 3-4 giorni di cammino faticosissimo! Padre Panizzo in pochi mesi s’è acquistato la stima e l’amore della gente ed era stato incaricato anche dell’economia diocesana. È morto carbonizzato, con i quattro indigeni che portava, il 20 aprile 1994, precipitando col suo aereo, preso nel vortice di un improvviso temporale, a circa 70 km. da Vanimo (29).

«Padre Giuseppe — ha scritto mons. Bonivento (30) — non era solo un bravissimo pilota, innamorato del volo, ma era soprattutto un pilota missionario, per il quale Gesù Cristo era il valore assoluto. Per Lui si sentiva di giocare tutto, anche la vita. E così è stato. La sua non è stata una vita strappata, ma donata con generosità nel vero senso della parola. Da autentico missionario. Di lui mi rimane il ricordo di un sacerdote dal sorriso bellissimo e costante, anche quando le cose non andavano per il verso giusto. Quante volte mi rincuorava con quel sorriso, la sera, quando ci ritrovavamo a discutere i problemi della Chiesa, della diocesi e dell’Istituto. Era tra l’altro un sacerdote legato da un profondo amore alla Chiesa e al Papa».

Yapsei: una missione nella preistoria

Nel gennaio 1995 due altri missionari del Pime giungono a Vanimo, p. Ciro Biondi (che veniva da un’esperienza in Cina) e p. Anthony Thota (giovane sacerdote indiano): nel marzo seguente erano a Yapsei a circa 250 km. da Vanimo in linea d’aria, ai confini con l’Indonesia. La missione ha circa 5.000 abitanti. I due missionari così descrivono il primo impatto con Yapsei (31):

«Lasciamo Vanimo il 6 marzo. La sera prima mons. Bonivento aveva ricevuto l’estrema unzione degli infermi per la gravità della sua malattia. Quando gli diciamo che l’aereo è pronto per partire, ha la forza di benedirci e di dirci che offre le sue sofferenze per la nuova missione... Piove, il tempo non promette nulla di buono. il volo dura un’ora e 10 minuti e quando il pilota fa segno che Yapsei è sotto di noi, tiriamo un respiro di sollievo. In basso si vede solo un fiume strisciante come un serpente, con un nastro di verde accanto: la pista. La strada che conduce alla nostra casa ci fa capire subito la realtà: fango e tanta erba. Arriviamo ad una baracca-palafitta, le finestre sfondate, la porta staccata, dentro la fuliggine ha annerito tutto. Tre spazi senza porte. Decidiamo che uno è il luogo della preghiera comune e gli altri due le nostre ‘‘camere’’.
Il ‘‘kiap’’ (l’ufficiale governativo del nostro sottodistretto, la sola autorità in centinaia di chilometri) ci impresta, ma non le abbiamo ancora restituite, due brandine militari (la baracca è un ex-posto di polizia), un tavolo con tre sedie, una scopa e una cosa che ci dice essere un cucinino a kerosene, ma fa solo fumo. Ci dà ancora due pentole e alcune altre cose. Prepariamo l’angolo della preghiera: il tavolo, un panno, un piccolo calice per l’Eucarestia. Celebriamo e ringraziamo il Signore per quanto ci ha dato. Mangiamo un po’ di quel che abbiamo portato con noi e poi subito a letto, per parlare col Signore della missione che Lui ci chiede di iniziare».

Padre Ciro definisce la povertà della sua gente «inimmaginabile».

«Le capanne sono piccole palafitte di corteccia d’albero e foglie di palma cucite assieme, la terra produce appena qualche patata dolce e qualche altro tubero. C’è poca frutta. Non hanno mai tessuto, i pochi stracci che indossano sono abiti di seconda mano, ricevuti attraverso agenzie di aiuto... Sopravvive una cultura maschilista che relega la donna in una posizione infima. Le scuole di tutto il territorio sono chiuse da anni, perché i maestri non vogliono venire in posti così abbandonati. Gli ambulatori sono chiusi per mancanza di medicinali e di personale. L’ambulatorio di Yapsei, in cui c’è una sola infermiera non diplomata, serve un territorio vastissimo. La gente muore per un nulla. Abbiamo assistito inermi alla morte di un bambino di un mese, l’infermiera non sapeva cosa dargli... Tutti portano stampate nella carne le cicatrici delle piaghe tropicali.
Però la domenica tanti di loro affrontano ore di cammino e poi di canoa per venire alla missione. Durante la Settimana santa quest’anno tutti piangevano. Sabato notte abbiamo battezzato adulti e bambini avendo come campane dei pezzi di ferro appesi all’interno della capanna che usiamo come cappella. La domenica di Pasqua il sole ci ha inondati. Avevamo chiesto a tutti di fermarsi dopo la Messa per mangiare assieme. Eravamo più di cento con alcuni sacchi di riso, carne di maiale, pesce, tante patate dolci cotte fra pietre roventi e tante foglie bollite che non riusciamo ancora a identificare. C’era tanta gioia e pace. Al pomeriggio grandi scorribande in canoa per riportare tutti a casa».

Nella missione di Yapsei Ciro e Anthony si impegnano nel costruire cappelle e scuole, chiedere medicinali e aiuti vari per il loro popolo. La situazione cambia rapidamente, la gente è coinvolta. Quando Ciro benedice la cappella nel villaggio di Wasabun, a sei ore di canoa e di cammino a piedi da Yapsei (32),

«erano presenti tutte le tribù del territorio, alcune venute perfino dall’Indonesia, camminando per due giorni. Tutti hanno danzato e cantato nei costumi tradizionali per tre notti, senza interruzione. La gioia è stata grande quando abbiamo celebrato la Messa in quella chiesa fatta di foglie di palma e di corteccia d’albero. I ragazzi guardavano affascinati: il Cristo sulla croce, la statua della Madonna, le corone del Rosario, i nostri paramenti, il calice, le candele, tutto ha parlato loro della bellezza e della gloria di Dio... Sono andati a caccia e a pesca, hanno portato un cinghiale e dei pesci-gatto per il grande pranzo.
Eravamo 600 persone! Quando mi hanno chiesto di ringraziare Dio per il cibo, ho fatto un atto di fede e ho aspettato il miracolo: tutti hanno mangiato abbastanza!... Fra pochi giorni riparto per un altro viaggio, questa volta ci affidiamo alle gambe. Tanti altri villaggi ci chiedono di andarli a visitare: staremo in giro per tre settimane, dormendo dove capita e bevendo l’acqua che il Signore manderà dal cielo.
Intanto la scuola di Yapsei da sogno sta diventando realtà. La settimana scorsa un gruppo di uomini sono andati a tagliare gli alberi con le asce, poi dovremo trasportarli al fiume e dal fiume alla missione. Ci vorrà circa un mese prima che potremo fissare i piloni delle aule. L’anno prossimo ci saranno 187 ragazzi nel nuovo villaggio che stiamo costruendo: un villaggio solo per loro, dove potranno avere cibo, vestiti e la grazia di conoscere Gesù».

Dal 1997 lavora con mons. Bonivento il padre Santo Garzarelli 33, sacerdote americano della diocesi di Philadelphia associato al Pime (che ha già lavorato con l’Istituto a Hong Kong e in India). P. Ciro Biondi è dal 1998 insegnante al Seminario teologico nazionale della P.N.G. a Port Moresby e p. Anthony Thota rettore del seminario del Pime a Pune in India; dal 1992 il p. Giorgio Bonazzoli, già missionario in India (vedi il cap. IX), insegna a Pune (India) e nel seminario diocesano di Rabaul (isola di Nuova Britannia).
Dal 1992 il Pime ha acquistato una casa ad Alotau, sede episcopale e capitale della provincia di Milne Bay, come procura e per l’ospitalità ai missionari, le suore ed i volontari laici di passaggio. La piccola casa con sette stanze, una cucina e un deposito per materiali, è tenuta da fratel Renato Doneda, giunto dagli Stati Uniti nel 1985 e poi missionario a Goodenough e nelle Trobriand.

 

NOTE

[1] Sugli altopiani centrali di Nuova Guinea, nel 1980, ho viaggiato con p. Francesco Sarego, missionario del Divin Verbo (oggi vescovo di Goroka), partendo da Goroka per raggiungere una missione in foresta sotto il Mount Wilhelm (m. 4.508): viaggio faticoso in fuoristrada giapponese per ripidi sentieri. Si giunge a Danlagu che sembra di essere in capo al mondo, dopo aver attraversato territori quasi inesplorati, fiumiciattoli su ponti sospesi in bambù, uomini nudi con le piume sulla testa e ossa di animali al naso, ecc. Appena arrivato in missione, il polacco padre Bulla, s.v.d., mi dice: «Vuoi telefonare a casa tua in Italia? Basta fare un prefisso e siamo collegati. La rete telefonica della P.N.G. è infatti quella australiana, che ha la teleselezione con tutti i paesi dell’Europa occidentale».
[2] All’«Istituto geografico militare australiano» ho comperato alcune mappe geografiche particolareggiate della P.N.G., regione per regione, fatte sulla base del rilevamento aereo. In alcune regioni ci sono larghe chiazze bianche in cui è scritto: «Quando abbiamo volato su questa regione c’erano le nubi». Nessuno è mai andato a vedere cosa c’è sotto le nubi! Non meraviglia che nel 1980 la rivista inglese «The Economist» abbia intitolato un suo lungo studio sulla P.N.G. «The last unknown» («L’ultimo paese sconosciuto»).
[3] P. Giannini aveva visitato la P.N.G. nel gennaio 1979 su invito del vescovo di Alotau, mons. Desmond C. Moore., m.s.c., che voleva il Pime nella sua diocesi. Nel luglio-agosto 1980 l’hanno seguito p. Piero Gheddo e p. Giancarlo Politi, invitati dal nunzio apostolico, mons. Andrea Lanza Cordero di Montezemolo. Vedi: PIERO GHEDDO, «Papua Nuova Guinea, Un viaggio nella preistoria», «Mondo e Missione», gennaio 1982, pagg. 25-58; «Il Vincolo», n. 13, agosto-ottobre 1980, pag. 154-161.
[4] Il nord dell’isola è chiamato Nuova Guinea, il sud Papua: assieme formano lo stato di Papua Nuova Guinea.
[5] I missionari del Sacro Cuore (m.s.c.) sono stati fondati a Issodoun in Francia nel 1854 dal padre Chevalier e sono presenti in varie parti dell’Oceania. Nel sud dell’isola di Nuova Guinea sono presenti dal 1885 e nella provincia di Milne Bay (diocesi di Alotau) dal 1932.
[6] JOHN FALLON, m.s.c., «Il Pime a Goodenough», «Infor-Pime», ottobre 1981, pagg. 13-20.
[7] CESARE BONIVENTO-GIULIO SCHIAVI, «Il Pime in Oceania: un primo resoconto », Il Vincolo», n. 136, settembre 1982, pagg. 77-81.
[8] CESARE BONIVENTO, «Papua Nuova Guinea cinque anni dopo», «Infor-Pime», novembre 1986, pagg. 27-34.
[9] La Costituzione della Papua Nuova Guinea, proclamata dopo l’indipendenza del 1975, porta nel primo articolo il nome di Dio e la dizione che «la P.N.G. è un paese cristiano». Il sacerdote cattolico padre John Momis, chiamato «il padre della Costituzione», nel 1980 era «ministro della decentralizzazione» e una delle personalità più influenti a livello nazionale.
[10] GIULIO SCHIAVI, «Dal Bangladesh alla P.N.G.: una diversa visione delle cose», «Infor-Pime», ottobre 1991, pagg. 11-15.
[11] Le «Primary Schools» (dai 6 agli 8 anni) sono nei villaggi più importanti.
[12] A Watuluma lavora anche il padre indiano Michael Lourdusamy, già missionario in Cambogia.
[13] Nella relazione al Capitolo del 1989 a Tagaytay nelle Filippine, p. Bonivento scriveva: «Le caratteristiche della missione in P.N.G. è tale che può dare un buon spazio ai laici missionari, specialmente a Watuluma (dove sono state avviate parecchie iniziative per lo sviluppo) e nelle Trobriand, dove c’è bisogno di grande assistenza tecnica». Vedi anche il suo articolo: «Fratelli per la P.N.G.?», «Infor-Pime», marzo 1987, pagg. 17-23.
[14] Le missionarie dell’Immacolata sono giunte in P.N.G nel 1989 ed oggi sono nove a Watuluma (otto indiane e una del Bangladesh), quattro a Vanimo con mons. Cesare Bonivento (suor Damiana italiana, le altre indiane), tre nelle Trobriand, suor Emanuela (italiana), una brasiliana e una indiana. In tutta la Papua sono una quindicina. Nel gennaio 1999 hanno celebrato a Watuluma il loro primo decennio in P.N.G., con la presenza del vescovo di Alotau, e l’inizio della loro delegazione di P.N.G. Al termine hanno fatto una passeggiata sulle montagne e suor Angela Sacchi è morta, travolta dall’acqua di un fiumiciattolo che dovevano passare a guado (18 gennaio 1999).
[15] Intervistato a Roma il 27 febbraio 1999.
[16] Padre Bonivento, nella relazione al Capitolo del Pime del 1989, afferma che i cattolici nell’isola di Goodenough sono 2.400.
[17] Dal 1992 il Pime ha una casa ad Alotau per i missionari di passaggio e come procura, tenuta da fratel Renato Doneda, giunto dagli Stati Uniti nel 1985.
[18] GIUSEPPE FILANDIA, «Le Trobriand un campo difficile», «Infor-Pime», ottobre 1991, pagg. 4-8.
[19] «Venga il Tuo Regno», febbraio 1991, pagg. 13-14.
[20] In «La famiglia nelle Trobriand» («Venga il Tuo Regno», febbraio 1994, pagg. 40-43) Filandia scrive: «Gli antropologi hanno definito le Trobriand ‘‘le isole dell’amore’’, perché l’assenza di ogni regola morale nel rapporto uomo-donna fin dalla più tenera età, vi è stata quasi istituzionalizzata. Gli stessi genitori e parenti si preoccupano perché ragazzi e ragazze possano avere rapporti normali. Si costruiscono capanne dove quattro, cinque coppie di adolescenti possano passare la notte insieme. Tocca agli zii materni trovare la ragazzina, con la quale il nipotino può passare la notte. Naturalmente anche i bambini di 5-6 anni vedono e cominciano ad imitare fratelli e sorelle più grandi... Alle volte ragazze violentate dal proprio papà, per la vergogna si suicidano gettandosi giù dalle palme di cocco».
In altro articolo («Venga il Tuo Regno», novembre 1993, pagg. 11-13) Filandia aggiunge: «La famiglia non dà nessuna educazione ai figli, che sono lasciati a se stessi in tutto, perfino assistendo alle orge sessuali, praticate specialmente nelle danze notturne nei villaggi. La vendetta appartiene alla loro tradizione culturale. Vendicarsi è esaltato come atto di abilità. Rubare ed essere prepotente è quasi una virtù...». «L’educazione dei figli non esiste — scrive Filandia («Venga il T.R.», maggio 1991, pagg. 12-13). — Il padre ne lascia l’incarico agli zii secondo la tradizione e questi, regolarmente, non se ne interessano. Per cui i bambini crescono senza principi morali, senza freni, si permettono di fare tutto quello che vogliono e nessuno li corregge».
[21] ADRIANO CADEI, «Nelle Trobriand: fatiche e gioie di un missionario», «Infor-Pime», gennaio 1991, pagg. 18-24.
[22] GIUSEPPE FILANDIA, «Il frutto del battesimo», «Venga il Tuo Regno», luglio-agosto 1994, pagg. 206-207.
[23] Si veda l’intervista di Filandia a Vitoya su «Mondo e Missione», aprile 1994, pagg. 276-277; e un dattiloscritto dello stesso Filandia, più esauriente, mandato all’Ufficio storico del Pime il 1o marzo 1999.
[24] G. FILANDIA, «Woodlark 1993», «Venga il Tuo Regno», luglio 1993, pagg. 204-207.
[25] «Il Vincolo», n. 172, aprile-giugno 1992, pagg. 93-94.
[26] CESARE BONIVENTO, «Impiantare una Diocesi di P.N.G.», «Infor-Pime». maggio 1998, pagg. 30-36.
[27] Quando mons. Bonivento prese possesso della diocesi, questa era praticamente senza vescovo da cinque anni.
[28] Alla domanda «Quanti sono i primitivi animisti in diocesi?», Bonivento risponde: «Questi concetti non funzionano nella mia diocesi che è molto recente. Sono tutti cristiani e tutti animisti: sto esagerando!».
[29] PIERO GHEDDO, «Padre pilota, Rio delle Amazzoni e Papua: in volo col missionario Giuseppe Panizzo», Emi, Bologna 1995, pagg. 96.
[30] «Il Vincolo», aprile-settembre 1994, pagg. 110-111.
[31] CIRO BIONDI e ANTHONY THOTA, «Yapsei, nuova missione in P.N.G.», «Infor-Pime», ottobre 1995, pagg. 26-29.
[32] CIRO BIONDI, «Il sogno comincia a realizzarsi», «Venga il Tuo Regno», luglio-agosto 1996, pagg. 204-205.
[33] SANTO GARZARELLI, «Così, nella giungla della P.N.G.», «Infor-Pime», n. 135, novembre 1999, pagg. 55-60.