PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

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III - Il «Seminario missionario» con Marinoni e Scurati (1853-1901)

Marinoni ha mantenuto unito il Seminario lombardo
Un «Breve» di Pio IX chiude «il tragico '53»
«Il pensiero delle missioni dominava tutto»
Marinoni impegnato a fondo nella «propaganda missionaria»
Difficoltà di avere vocazioni dalle diocesi
Nasce a Roma il «Pontificio Seminario per le Missioni Estere» (1871-1874)
«Il giornale delle missioni per eccellenza» (1872)
La formazione nel Seminario di san Calocero
Marinoni seguiva i suoi missionari come un padre
Il direttore mons. Giacomo Scurati (1891-1901)
Il «Seminario lombardo» inadeguato per le sue missioni
 

III

IL «SEMINARIO MISSIONARIO» CON MARINONI E SCURATI
(1853-1901)

I primi quarant’anni del «Seminario lombardo per le missioni estere» sono dominati dalla figura del primo direttore mons. Giuseppe Marinoni (1), che ha dato una forte impronta spirituale, missionaria e comunitaria al nascente Istituto (2). La comunità dei primi che partono per l’Oceania nel marzo 1852 è una comunità modello: vita e preghiere in comune, unità d’intenti e di affetti, attaccamento al Seminario, uno per tutti e tutti per uno, spirito di sacrificio e di santità. Tre fra i primi sette (oltre al beato Mazzucconi) hanno lasciato un ottimo ricordo di santità nel loro popolo (Reina, Salerio, Ambrosoli).

Marinoni ha mantenuto unito il Seminario lombardo

Il padre Giovanni Battista Tragella (1885-1968), che nel 1935 ha iniziato ad organizzare l'Archivio generale del Pime (3) e scritto alcune opere fondamentali sulla nostra storia, aveva una grandissima stima di mons. Giuseppe Marinoni, di cui avrebbe voluto scrivere la biografia: è morto mentre stava iniziandola, dopo aver studiato e schedato per anni i documenti sulla sua vita. Diceva:

«Il Pime l’ha fondato mons. Angelo Ramazzotti, che però è stato consacrato vescovo di Pavia ancor prima della fondazione. Chi ha dato l’impronta all’Istituto è stato soprattutto il primo direttore, mons. Giuseppe Marinoni, che l’ha guidato per 41 anni (1850-1891). L’Istituto, aggiungeva, ha tanti santi, ma per me il più grande è mons. Marinoni».

Don Virginio Cognoli (4), che ha letto le 1.550 lettere di Marinoni e le più di 2.000 lettere dei missionari a lui contenute nel nostro archivio, dà questo giudizio:

«Voi del Pime avete sofferto, nei primi tempi, problemi e difficoltà così gravi, che io non so come il vostro Istituto poteva andare avanti, se Marinoni non avesse avuto una grande santità e intelligenza, equilibrio e pazienza per restare al suo posto. Ad esempio, gli attacchi di mons. Timoleone Raimondi di Hong Kong contro Marinoni erano talmente violenti (5), che ad altri sarebbe bastato molto meno per dire:
‘‘Me ne vado’’. Marinoni invece pazienta, resiste, ha coscienza di essere al suo posto, è umile ma anche determinato, equilibrato, sereno e sicuro di sé. Penso che se, alle origini, Dio non vi fosse stato vicino per mezzo dell’angelo Marinoni, umanamente parlando la sopravvivenza della vostra istituzione non sarebbe stata possibile» (6).
«Di Marinoni possiamo dire che fu un uomo veramente buono, squisitamente religioso, assolutamente sincero ed equilibrato; un ecclesiastico in stato di ricerca fino al momento del suo impegno con l’Istituto missioni estere; da allora, e per tutta la vita, un direttore tenace, paziente. Aveva fiducia nei missionari e catechisti sul campo; era la voce della coscienza per gli indecisi, gli incostanti, i rinunciatari.
Seguiva questi ultimi per anni, con lettere, favori, servizi; voleva con la sua carità indurli al ritorno in missione. Da parte loro i missionari di san Calocero, sia i morti sulla breccia che i tornati in patria, sia i rimasti iscritti nell’albo del Pime che i finiti fuori dell’Istituto, tutti indistintamente amarono di amore filiale quest’uomo di valore, poiché tutti sperimentarono personalmente di essere da lui amati.
Forte del sostrato missionario dei suoi verdi anni, Marinoni aveva preso l’Istituto alla culla , lo aveva fatto crescere con la costanza di un santo e lo aveva lasciato, alla sua morte, nella forma di un istituto missionario di tutto rispetto» (7).

L’ideale missionario dell’andare alle genti era fortissimo nel nascente Seminario lombardo per le missioni estere. Avevano scelto l’Oceania proprio in questo spirito di generosità, donazione totale alla missione. Il fallimento di quella missione divenne tale solo perché Marinoni non fu libero di agire: lo slancio dei giovani missionari venne bloccato nel momento più delicato, quando reagivano alle difficoltà incontrate nelle isole dai loro compagni. Dopo soli sei mesi dalla prima partenza (cioè nel settembre 1852), Marinoni aveva già un drappello di giovani impazienti di correre in Australia per stabilirvi una base e aiutare i propri fratelli o per iniziare in altre isole meno impossibili.
Per due anni (estate 1852 — estate 1854) questi giovani vengono trattenuti da una discussione innescata da mons. Ramazzotti, custode della fedeltà al volere del Papa. Già agli inizi, come s’è visto, Pio IX prospettava l’ipotesi di mandare nell’isola di Corfù i missionari che Marinoni aveva preparato per l’Oceania. Poi Propaganda assegna al Seminario lombardo la Melanesia-Micronesia e il 10 luglio 1852, quando già i missionari erano partiti per l’Oceania, Pio IX manda un «Breve» all’arcivescovo di Milano nel quale si legge (8):

«Con molto diletto dell’animo nostro abbiamo letto la relazione di quelle cose che avvennero costì nel passato mese di marzo, quando da codesto Seminario milanese di Missioni Estere cinque sacerdoti partirono per una spedizione nell’Oceania. Del quale auspicatissimo principio ci congratuliamo Teco e col Vescovo di Pavia nominatamente, rendendo al Signore grazie perenni, il quale si degna mandare
Operai nella sua messe, affinché i popoli barbari illuminati dalla luce del Vangelo moltiplichino i figli della Santa Sua Chiesa. A Dio, guida e aiuto, Noi li abbiamo raccomandati nel miglior modo, né cessiamo di implorare da Lui con supplici voti, che benedica propizio alle loro fatiche e incessantemente li assista...».

Eppure, lo stesso Pio IX, ricevendo mons. Marinoni nel febbraio 1853, lamenta la scarsa obbedienza di san Calocero, accennando all’universalità della missione (quindi alla scarsa disponibilità di andare nell’isola di Corfù) e all’eventualità di trasferire a Roma il Seminario missionario. E intanto, con i giovani pronti a partire, da Propaganda non arriva nessuna destinazione per le missioni.
Ne seguono animate discussioni, fra Milano e Pavia, cioè fra i giovani missionari col loro direttore e mons. Ramazzotti, il quale era addolorato perché il Papa non aveva trovato in san Calocero «quell’obbedienza pronta e perfetta che era desiderabile». Non si capiva bene cosa volesse il Pontefice e le comunicazioni con Roma erano difficili. Il 6 aprile 1853 Marinoni scrive al card. Filippo Fransoni di dire chiaramente cosa il Papa desidera: il nascente Seminario è suo, ne faccia quel che vuole! Fransoni risponde il 23 aprile:

«Mi è grato poterla assicurare e tranquillizzare sulle benevole e paterne disposizioni del Santo Padre, ed a riguardo del Seminario ed allievi già spediti in Oceania, e verso la di lei persona». Il Papa benedice il Seminario che «gli è sommamente a cuore e dal quale attende i maggiori soccorsi per la propagazione della cattolica religione».

Un «Breve» di Pio IX chiude «il tragico ’53»

Insomma, una tempesta in un bicchier d’acqua, che però fa rimandare la seconda spedizione in Oceania (in seguito non si può più fare perché ci sono altre destinazioni): infatti in quell’anno 1853 succedono altre incomprensioni tra Roma e Milano. Una visita di Ramazzotti al Papa (29 settembre) tranquillizza il Fondatore, ma poco dopo (15 novembre) una lettera del card. Fransoni accusa i giovani missionari ambrosiani di essersi arruolati qualche anno prima nell’esercito di Carlo Alberto e uno di essi (Antonio Marietti, futuro prefetto apostolico in Bengala), di aver militato addirittura «nelle bande del famoso avventuriero Garibaldi»! Non solo, ma il seminario missionario è accusato di avere relazioni amichevoli con quei professori del seminario diocesano milanese, che sono «più patrioti che preti» e insegnano dottrine dubbie (9). Tragella dedica un capitolo a queste vicende, intitolandolo opportunamente «Il tragico ’53» (10).
Sacerdoti e catechisti del Seminario, impazienti di partire per le missioni, non capivano: la nascente fondazione era «ad gentes» con missioni proprie oppure «ad nutum Sanctae Sedis»? I missionari dovevano correre a sostenere e continuare l’opera dei confratelli in Oceania, oppure aspettare di conoscere la volontà del Papa? Il Seminario restava a Milano o il Papa lo voleva a Roma? Cosa contavano il Fondatore e il direttore del Seminario?
Il capitale di spirito missionario, di unità e di senso di appartenenza accumulato agli inizi rischia di disperdersi rapidamente: Marinoni farà di tutto per tenerlo vivo con la corrispondenza, l’amicizia personale, la consultazione continua dei suoi, la cura dei casi difficili che potevano creare divisioni, sia tra missioni e Istituto che all’interno delle singole comunità di missionari.
Nel 1854 la situazione si sblocca (11). Il 3 giugno 1854 il card. Fransoni annunzia a Milano che sono in previsione due missioni in India: a Hyderabad e in Bengala. Il 29 luglio Pio IX manda a mons. Ramazzotti un «Breve pontificio» in cui esprime compiacimento per l’Istituto, ringraziando per la disponibilità degli alunni ad andare «in qualsiasi regione Noi vogliamo sia evangelizzata» (12).
Il Breve, subito comunicato all’arcivescovo di Milano e al Marinoni, è accolto da tutti con grande gioia; viene poi inviato a tutti i vescovi lombardi, con lettera accompagnatoria dell’arcivescovo mons. Romilli, il quale coglie l’occasione per raccomandare il Seminario missionario al continuo e fattivo interessamento dei vescovi lombardi:

«A noi, che in questa istituzione abbiamo per scopo di porgere al Vicario di Gesù Cristo un comune tributo di valenti operai per la dilatazione del Regno di Dio e la conversione dei poveri infedeli, un tal Breve è insieme una gratissima ricompensa per l’operato fin qui svolto e un vivo stimolo a cooperare ognor più al compimento dei voti di Sua Santità, premurosissimo per il bene della Chiesa universale» (13).

Nell’autunno del 1854 Propaganda manda il Seminario ambrosiano in due missioni in India (Hyderabad nel sud e Bengala nell’India dell’est) e una nei «mari del sud» (Borneo), come preparazione al ritorno in Melanesia (14); e l’anno seguente ancora manda altri membri del Seminario lombardo in Colombia e ad Agra (India del nord); due anni dopo (1858) destina il gruppo del Borneo (che comprendeva anche i reduci della Melanesia) in soccorso al procuratore di Propaganda ad Hong Kong.
Propaganda usava il Seminario di Milano come forza di pronto impiego. Dove c’era un’urgenza i giovani missionari venivano inviati, senza possibilità di creare una tradizione unitaria, una procura, un centro di studio e di riposo nelle missioni. Lo stesso succederà col «Pontificio seminario romano per le missioni estere», come diremo. Se il Seminario milanese riesce a sopravvivere a questa «grande dispersione», lo si deve indubbiamente a Marinoni ed a quei pochi che erano con lui, primo fra tutti p. Giacomo Scurati (reduce da Hong Kong) suo braccio destro e poi suo successore; e p. Alessandro Ripamonti, economo e procuratore delle missioni dall’inizio del Seminario fino alla morte nel 1872.

«Il pensiero delle missioni dominava tutto»

È risaputo che Dio scrive dritto su righe storte! Nel «Seminario lombardo delle missioni estere» la dimenticanza di sé ha messo fin dall’inizio un forte accento sul fine unico, la missione alle genti, con risultati estremamente positivi. Guardando alla storia dei primi tempi, si rimane colpiti del come quei pochi e poveri missionari siano riusciti, con una base d’appoggio in Italia estremamente ridotta, a fondare così tante Chiese locali, per di più molto distanti e del tutto diverse l’una dall’altra. Parlando della gestione del Seminario di san Calocero, Tragella scrive (15):

«Un maggior risparmio di personale non si saprebbe immaginare. Il pensiero delle missioni, nel senso strettissimo della parola, cioè delle terre avute in consegna dalla s. Congregazione di Propaganda per evangelizzare, dominava tutto».

La prassi, ancor oggi applicata col massimo rigore possibile, era «tutti in missione». Quando nel 1863 Marinoni si trova con qualche missionario ancora da destinare e gli pare che le missioni, per il momento, possano farne a meno (anche perché letteralmente non sapevano come mantenerli!), chiede a Propaganda una nuova missione (16): e arrivano la Birmania (1867) e lo Honan in Cina (1869).
Il «risparmio di personale» di cui parla Tragella riguardava la gestione del Seminario a Milano. La guida di Marinoni era necessariamente personalizzata. S’interessava di tutto, seguiva tutto, come un padre di famiglia. Mandava un biglietto a Scurati, che era alla Grugana, per dirgli di pagare l’ortolano e l’uomo che coltivava le nostre terre, di ordinare il vino e poi avrebbe mandato i soldi per pagarlo, ecc. Dal punto di vista economico, Marinoni, nella povertà commovente in cui viveva, era parsimonioso, avveduto. Partendo da zero, è riuscito a formare e mandare 125 missionari in missione, sostenendoli nei viaggi e nelle fondazioni: un sant’uomo, ma con i piedi per terra.
Ha governato l’Istituto con saggezza, anche se in modo un po’ elementare. Non c’era nessuna struttura, eccetto il procuratore a Roma (p. Giovanni Maria Alfieri dei fatebenefratelli) per i contatti con la Santa Sede; e il procuratore a Milano (p. Alessandro Ripamonti) per l’invio in missione dei missionari e degli aiuti; ma per quanto riguardava il seminario, la casa, i lavori, le riparazioni, faceva tutto Marinoni, comprese le richieste di sussidi alla Propagazione della fede a Lione e a Parigi. Scurati si interessava della rivista («Le Missioni Cattoliche»), Marinoni teneva i rapporti con la Santa Sede, i vescovi, i benefattori.
Anche la formazione degli alunni la curava Marinoni. C’era il padre spirituale del seminario, ma poi dalla prima domanda di in
gresso alla guida del seminario teologico (dopo il 1875) e al giudizio per l’ordinazione sacerdotale e la partenza, tutto era gestito da Marinoni col suo consiglio. Va notato che fino al 1875 entravano solo alunni già sacerdoti, che rimanevano un anno o poco più in casa per una formazione missionaria prima della partenza. Nel 1875 incomincia il seminario teologico, ma con 8-10 alunni al massimo (17). L’insegnamento era fatto in gran parte in famiglia, da Marinoni, Ripamonti, p. Carlo Bolis, Scurati. Per l’inglese si servivano di qualche esterno.
L’Istituto missionario è rimasto piccolo, povero, con una sola sede (18). Il progetto di ingrandirlo, acquistando un orto vicino al santuario di san Calocero, non andò a buon fine: Marinoni chiese un aiuto a Propaganda, che non arrivò mai.
Eppure, anche in questa ristrettezza di strutture e di personale, Marinoni non pensa solo al suo Seminario: è il primo a far conoscere in Italia l’Opera della propagazione della fede. Il 23 marzo 1852 (mentre accompagna a Londra la spedizione per l’Oceania) passa da Lione e ottiene dal consiglio centrale dell’Opera l’autorizzazione a diffonderla in Italia; in quel 1852 stampa il volume «Cenni sull’Opera della propagazione della fede» (18 cap.), che Tragella definisce «il primo manuale missionario italiano del sec. XIX».
Marinoni manda il volume e scrive a Pio IX e ai vescovi perché appoggino l’Opera e la diffondano in Italia, e non si lascia sfuggire occasione per pubblicare articoli sulle partenze dei missionari e sulle attività in missione. Nel 1860 fonda il primo museo etnologico-missionario in Italia con il materiale portato da p. Carlo Salerio dall’Oceania (vedi il cap. II).

Marinoni impegnato a fondo nella «propaganda missionaria»

Uno degli impegni più pressanti che fin dall’inizio appassionò mons. Marinoni era la «propaganda per le vocazioni». I vescovi della Lombardia avevano fondato il «Seminario lombardo per le missioni estere» perché l’aveva chiesto Pio IX e per l’entusiastico lavoro di convincimento svolto da padre Angelo Ramazzotti; e anche per rispondere all’ansia missionaria di parecchi sacerdoti e seminaristi delle loro diocesi. Era stato un momento felice di sensibilità missionaria delle Chiese lombarde. Ma vescovi, sacerdoti e laici, erano ancora ben lontani dall’appassionarsi alle missioni fra i non cristiani. In quell’epoca la regione più sensibilizzata (per influsso della vicina Francia) era il regno sabaudo, dov’erano nate le prime riviste missionarie e da dove partivano per le missioni numerosi membri di congregazioni religiose. In Lombardia e nel resto d’Italia poco di tutto questo.
Ecco perché Marinoni s’impegna a fondo per la «propaganda missionaria», scrivendo ai vescovi e visitando le diocesi del Lombardo-Veneto: nell’aprile-maggio 1855 compie un ampio giro incontrando vescovi e clero, per far conoscere l’Opera della propagazione della fede e il Seminario missionario lombardo. Nell’ottobre 1859, su invito di mons. Ramazzotti patriarca di Venezia, partecipa al sinodo episcopale del Veneto: predica le meditazioni ai vescovi e parla loro del tema missionario e delle vocazioni per le missioni tra il clero diocesano.
Nel 1862, Marinoni chiede al cardinale prefetto di Propaganda una lettera commendatizia per p. Timoleone Raimondi di Hong Kong (in Europa per raccogliere personale e mezzi), che lui stesso voleva mandare in visita alle diocesi lombarde e venete.
Scandaloso notare che il card. Alessandro Barnabò, titolare della centrale missionaria della Chiesa universale, rispondeva a Marinoni richiamando

«la sua attenzione sugli attuali sconvolgimenti d’Italia e quindi sulla grande difficoltà di far buona scelta di ecclesiastici da inviarsi poi nelle missioni. Al che si aggiunga che i buoni ecclesiastici servono ora, più che in altri tempi, al bisogno delle rispettive diocesi»!

Il dramma di mons. Marinoni erano le poche vocazioni che riuscivano, tra molte difficoltà, a giungere a Milano. In un'Italia che a quel tempo aveva circa 23 milioni di abitanti e 100.000 sacerdoti 19, non pochi vescovi non concedevano ai loro preti il permesso di partire e qualche volta lo davano solo a quelli di cui volevano liberarsi, che Marinoni rimandava dopo un periodo di prova:

«Sopra ogni cosa gli erano amare le negative dei vescovi ai quali egli reiterava la domanda, non senza tacere il suo accoramento e se ne lagnava con gli amici: ‘‘I vescovi non mi lasciano venire i loro sacerdoti al Seminario delle estere missioni...’’» (20).

Strano questo modo di agire dei vescovi, che poi ricorrevano al direttore del Seminario missionario per casi difficili nelle loro diocesi e col quale mantenevano ottimi rapporti di stima e di amicizia. Ad esempio, il 2 gennaio 1864 Marinoni fonda a Milano (superando «indescrivibili difficoltà») e dirige per otto anni (fino al 1872) il quotidiano «L’Osservatore cattolico» (21), solo per obbedire al volere del Papa e del vicario di Milano mons. Carlo Caccia Dominioni, che volevano equilibrare l’influsso dei «preti patrioti» (iscritti alla «Società ecclesiastica») con un giornale fedele alla Santa Sede (22).
I missionari di san Calocero avevano la fama di «papalini» ed erano sotto la mira dei giornali anti-clericali, a quel tempo particolarmente attivi. Ecco le gentili parole che «Il Pungolo» dedica alla partenza dei missionari nel gennaio 1865:

«I giornali clericali annunziano che mercoledì venturo partiranno da Milano tre missionari con due suore di carità per le Indie orientali. Furbi quei missionari! Hanno trovato che, in certi paesi barbari, le suore possono servire assai bene. Buon viaggio a loro! Così tutti i frati e le monache che poltriscono nei nostri conventi, si decidessero a partire per le Indie! Ci farebbero un gran servizio!» (23).

Quasi ogni anno un vescovo diocesano lombardo presiedeva alla funzione di partenza, anche se il rapporto giuridico fra Seminario e vescovi lombardi si stava sfaldando: Marinoni fin dal 1855 sollecitava i vescovi lombardi a concedere ai loro sacerdoti diocesani la libertà di entrare nel Seminario missionario e mandava relazioni che rimanevano senza risposta. Anche grazie alla sua militanza giornalistica, Marinoni era ben conosciuto in tutta l’Italia e stimato da Pio IX e Leone XIII, che «volevano sentire il parere di mons. Marinoni su quegli ecclesiastici lombardi che intendevano promuovere agli onori episcopali» (24).

Difficoltà di avere vocazioni dalle diocesi

Il direttore del «Seminario lombardo per le missioni estere» ricorre diverse volte al cardinale di Propaganda, perché intervenga presso i vescovi, ma con esiti negativi, anche presso i fondatori o i successori dei fondatori del Seminario. C’erano anche vescovi che cordialmente approvavano e aiutavano il Seminario lombardo. Tragella riporta la bella lettera di mons. Ferré, vicario capitolare e poi vescovo di Crema, quando Marinoni, in occasione del martirio di Mazzucconi (1855), scrive ai vescovi del Lombardo-Veneto e di altre diocesi, esortandoli a favorire le vocazioni missionarie. Ferré risponde:

«Ella può ben essere sicura della prontezza e della letizia con cui io vorrei assecondare lo slancio di quelli tra i chierici o sacerdoti, che si sentissero di aggregarsi all’eletto drappello dei missionari lombardi... Spero che il Signore voglia ancora far sentire la sua voce ad alcuno dei suoi ministri di questa piccola diocesi e tosto che mi sarà dato di conoscerlo, mi chiamerò fortunato di fare quanto è da me, che sia tosto obbedita».

Al contrario, nel 1882, il vescovo di Bergamo, mons. Guindani, rifiuta il permesso a due suoi sacerdoti (25). Marinoni manda la lettera del vescovo a mons. Agliardi, minutante di Propaganda, il quale gli consiglia di chiedere al Papa (26)

«un atto speciale in cui dichiari che, volendo favorire il Seminario di san Calocero, dispensa tutti quelli che vorranno esserne alunni dall’ottenere il consenso del proprio ordinario».

Marinoni, dopo essersi accordato con Propaganda, prepara la richiesta che viene presentata al Papa dal segretario di Propaganda mons. Jacobini il 3 dicembre 1882 e riceve comunicazione ufficiale che

«il Papa benignamente aderisce alla sua richiesta concedendo, date le necessità delle missioni, per due anni il privilegio richiesto, valido per uno o due sacerdoti della stessa diocesi, a meno ci siano gravi difficoltà col vescovo interessato, nel qual caso bisogna ricorrere alla Santa Sede».

Marinoni è soddisfatto della risposta, ma chiede ad Agliardi un’interpretazione autentica del privilegio. Agliardi risponde:

«L’interpretazione del privilegio veramente straordinario, anzi unico, è questa, che Ella può, invitis Episcopis (contro la volontà dei vescovi, n.d.r.), rubare loro due chierici per ciascuna diocesi e farli ordinare senza le loro dimissorie ed inviarli alle missioni; ma non può tenerne contemporaneamente nel suo seminario più di due, per non recare ai vescovi un vero danno e troppo rincrescimento» (27).

Ma prima di giungere a questo punto i rapporti erano peggiorati per il fatto che alcuni vescovi, oltre a non dare il permesso ai loro sacerdoti di entrare nel Seminario missionario, non accettavano di incardinare gli alunni entrati direttamente nello stesso. Di qui la necessità di chiedere a Propaganda la facoltà di ordinare tali alunni «titulo missionis» (cioè incardinati nel Seminario missionario stesso, previo giuramento di «esercitare il loro ministero nelle missioni a cui sarebbero stati inviati»): concessione data il 13 giugno 1869 (28).
Nel «Seminario lombardo», quindi, non tutti i missionari erano incardinati nelle diocesi d’origine come nei primi anni: in maggioranza venivano dalle diocesi già sacerdoti o (dopo il 1875 quando Marinoni apre il seminario teologico a san Calocero) anche come studenti di teologia e i vescovi in genere accettavano di ritenerli come loro; altri entravano dal secolo o da qualche seminario diocesano, ma senza che il vescovo avesse dato loro le dimissorie: questi erano incardinati nell’Istituto «titulo missionis».
Il rapporto fra Seminario lombardo e vescovi, dopo i primi anni, è molto problematico e svanisce a poco a poco. Le «Regole» del 1886, scritte da Marinoni dopo aver consultato i missionari, non parlano più dell’arcivescovo di Milano e dei vescovi suoi comprovinciali e affermano chiaramente che l’Istituto dipende da Propaganda Fide, non «mediatamente» attraverso i vescovi lombardi ma direttamente; non parlano più dell’incardinazione nella diocesi d’origine: dicono semplicemente (n. 53) che, se un «soggetto è sfornito di titolo ecclesiastico» (cioè se non è incardinato nella sua diocesi di origine), può essere ordinato «titulo missionis » secondo l’istruzione data a tale scopo da Propaganda.
Nei 41 anni in cui è direttore del Seminario lombardo (dal 31 luglio 1850 al 27 gennaio 1891) Marinoni celebra 40 funzioni di partenza, la prima il 16 marzo 1852 per l’Oceania, l’ultima il 1° dicembre 1890: manda in missione 125 missionari: 110 padri e 15 fratelli; nei primi 25 anni ne manda 88, negli ultimi vent’anni solo 37 sacerdoti e fratelli, cioè un po’ più d’un terzo del totale, pur essendosi già aperto il seminario teologico nel 1875 (29)!
Questo significa che l’entusiasmo iniziale delle diocesi lombarde per il loro Seminario missionario si era presto indebolito: era semplicemente una promessa, un buon inizio che il nascente Seminario lombardo avrebbe dovuto fortificare in vescovi e clero e diffonderlo nel popolo. Ma i 4-5 sacerdoti del Seminario stabili a Milano erano impari a questo compito, nonostante i contatti, le predicazioni e gli scritti di Marinoni e di Scurati e le lettere che i missionari sul campo mandavano alle Chiese locali che li avevano inviati. Nel 1882, il seminario teologico di san Calocero aveva un solo alunno, Pietro Adamo Brioschi, che mons. Eugenio Biffi porta con sé ancora da chierico nella missione di Cartagena in Colombia (sarà poi il vescovo suo successore).
Proprio in quel 1882 mons. Marinoni manda ai vescovi italiani una sua accorata «lettera aperta» sul tema delle vocazioni, unendovi copia di un messaggio ricevuto dal cardinale prefetto di Propaganda Giovanni Simeoni, sul tema del personale missionario necessario al Seminario lombardo per le missioni estere. Il cardinal Simeoni scrive:

«è scarso il numero dei missionari, in proporzione alla vastità del campo loro assegnato».

Mons. Marinoni, dopo aver citato l’enciclica missionaria di Leone XIII «Sancta Dei civitas» («Sulle pie opere della Propagazione della fede e della Santa infanzia», 1880), lamenta che, «invece di crescere, diminuiscono i generosi che vogliono accorrere a salvare i fratelli che seggono nelle ombre di morte»; invita i vescovi a rispondere all’appello del Papa, aiutando le missioni e inviando alcuni del loro clero «ad exteras missiones», in particolare nel Seminario lombardo per le missioni estere, di clero secolare come i sacerdoti diocesani. Cita l’esempio della Francia, che ha tante migliaia di missionari all’estero, mentre in Italia le vocazioni missionarie tra il clero sono ancora una rarità. Rivolto ai vescovi Marinoni scrive:

«E chi li invierà se non quelli che hanno la virtù di creare i sacerdoti dell' Altissimo, di educarli alle battaglie del Signore, di infiammarli colla voce e coll'esempio alla conquista delle anime? Perciò, stretto dai gemiti che mi giungono dalle lontane terre d'Asia, prego vivamente vostra eccellenza perché, nell' atto di richiamare all'ottimo suo clero i desideri ardenti del S. Padre, gli ponga sott'occhio il Seminario delle missioni estere di Milano, sicché divenga il campo ove maturino le belle e sante vocazioni all' apostolato tra gli infedeli».

Le risposte dei vescovi furono solo una ventina, ma significative: risposero infatti vescovi emergenti a quel tempo come Bonomelli di Cremona, Scalabrini di Piacenza, Riboldi di Pavia...
Interessante notare che nei primi 40 anni di vita, anche per ovviare alla scarsezza di vocazioni e perché le condizioni storiche portavano a questo, il «Seminario lombardo per le missioni estere» tenta di unire a sé altri seminari missionari che andavano nascendo nell’Italia di quel tempo, con caratteristiche simili alle sue: il «collegio Brignole-Sale» di Genova (30), il «collegio dei cinesi» di Napoli (fondato nel 1725), il «collegio san Giuseppe» del barnabita p. Luigi Villoresi a Monza, il «Pontificio seminario romano per le missioni estere». Tentativi non andati a buon fine, soprattutto a causa delle esigenze formative che Marinoni poneva e non vedeva soddisfatte in queste istituzioni (31).

Nasce a Roma il «Pontificio Seminario per le Missioni Estere» (1871-1874)

L’idea di fondare il «Pontificio seminario dei santi apostoli Pietro e Paolo per le missioni estere» viene a mons. Pietro Avanzini nel 1867 (32), quando convenivano a Roma vescovi, preti e fedeli per le feste centenarie del martirio di Pietro e Paolo. Avanzini (1832-1874), sacerdote diocesano di Roma, era un esperto canonista che univa allo studio una profonda pietà e apertura di mente verso una Chiesa rinnovata e missionaria.
Era della stessa ispirazione di Pio IX, che sollecitava i vescovi lombardi e altri a fondare il loro seminario missionario perché la Chiesa deve continuare ed estendersi, nonostante le difficoltà del momento presente. Avanzini partecipava ai raduni dei preti che erano chiamati «i riformatori», aveva una visione superiore della Chiesa, che si scontrava con quella di una Chiesa compromessa con la Corona d’Austria. Non s’interessava molto delle cose passeggere, sapeva che la canea anti-papale del tempo era cosa che non poteva durare. Per cui non era ben visto a Roma, nella curia. Aveva fondato la rivista «Acta Sanctae Sedis» (dal 1909 «Acta apostolicae sedis»), sulla quale il 29 giugno 1867 pubblica un proclama intitolato «Vivens monumentum», che in sostanza dice:

«Basta con i monumenti e basta con le feste e le cerimonie. Il monumento vivo che devono fare i romani è il Seminario missionario intitolato ai santi apostoli Pietro e Paolo, per continuare la missione dei due Apostoli fra i non cristiani».

E propone anche la «pia societas apostolorum», cioè gli amici che vogliono aiutare il Seminario con mezzi e vocazioni. La proposta è accolta con favore dal clero romano e italiano: aderiscono don Bosco, Daniele Comboni, il canonico Giuseppe Ortalda di Torino, artefice dello spirito missionario che aleggiava nel regno sabaudo, ecc. Pio IX, che già aveva stimolato la nascita del Seminario lombardo per le missioni estere, vuol esserne il fondatore e pone a capo dell’opera nascente un cardinale, lasciando mons. Avanzini come direttore.
I primi quattro alunni giungono a Roma da Torino il 23 dicembre 1871, inviati dalle «scuole apostoliche» del can. Giuseppe Ortalda. Si apre il Seminario in forma privata nella casa di Avanzini (33), ma il riconoscimento ufficiale viene solo il 21 giugno 1874 col Breve «Dum Ecclesiae navicula», nel quale Pio IX fonda il Seminario missionario (34), affidandolo alle cure di Propaganda. Mons. Avanzini era morto il 7 aprile precedente (1874).
Avanzini era un uomo di Dio, ma non poté avere sul Seminario romano l’influsso che ebbero Ramazzotti e Marinoni su quello milanese: morì prima dell’approvazione e soprattutto viveva nell’ambiente della curia romana, a quel tempo chiuso e tradizionalista: e la presa di Roma nel 1870 da parte dei piemontesi l’aveva reso ancora più chiuso! Non solo, ma prima ancora di morire Avanzini era già stato in parte esautorato dal Seminario da lui fondato: gli avevano messo accanto don Pasquale Pelami e mons. Giuseppe Pennacchi, inadatti a formare missionari; Pennacchi diventa direttore del Seminario fino al 1890.
Avanzini era di idee troppo aperte, «liberali», basava la formazione degli alunni sulla coscienza personale non su regole formalistiche... L’ispirazione di Avanzini era esattamente quella di Marinoni, ma Roma, in quegli anni, non era Milano! Per farsene un’idea, basta leggere le prime «Regole» del Seminario missionario romano (scritte dopo la morte di Avanzini e molto diverse da quelle sue) e confrontarle con la «Proposta di massime e norme» del Seminario di Milano: questa è aperta e proiettata verso le missioni e il futuro, quelle riproducono gli antichi «regolamenti» dei seminari diocesani, con regolette minuziose e formalistiche. La vita del Seminario romano fu sempre stentata, un po’ per la scarsezza di vocazioni ma soprattutto per questo marchio tradizionalista e formalistico ricevuto all’inizio dopo la morte del Fondatore, che non educava certo allo spirito missionario.
Nell’ispirazione di fondo i due Seminari di Milano e di Roma erano molto simili, quasi identici, ma con molte differenze concrete:
1) Milano era nato unicamente per le missioni fra i non cristiani; Roma aveva lo scopo di mandare sacerdoti fra i non cristiani ma anche alle Chiese in difficoltà;
2) Milano aveva missioni proprie; Roma aveva all’inizio il vicariato apostolico del Queensland in Australia, ma non riesce a dare continuità alla sua opera e finisce per disperdere i suoi missionari in tante piccole presenze;
3) Milano nasce con i «catechisti» o «fratelli coadiutori», laici consacrati a vita per le missioni; Roma era un Istituto formato solo da sacerdoti;
4) Milano all’inizio e fino al 1875 (quando apre il seminario teologico) riceve solo sacerdoti diocesani e aspiranti laici a vita; Roma parte già dall’inizio come seminario, pur ricevendo anche sacerdoti diocesani. Quindi l’Istituto di Milano è concepito e organizzato come comunità di sacerdoti missionari e di laici consacrati a vita alle missioni, quello di Roma come un seminario diocesano.
5) Milano ha avuto per 41 anni un direttore come Marinoni, che dà consistenza e unità all’Istituto; Roma, dopo la morte prematura del fondatore Avanzini (due mesi prima che il Seminario fosse ufficialmente eretto!), non ha più un vero direttore: dipende dal Papa, dal cardinale di Propaganda, da altri cardinali e da monsignori di curia...
6) Milano aveva i suoi membri incardinati nelle diocesi d’origine; a Roma erano incardinati fin dall’inizio nel Seminario, col «titulo missionis» e il giuramento di appartenenza: ma l’Istituto romano non ha mai preso consistenza, per la scarsità delle vocazioni, la dispersione dei membri, la mancanza di una guida sicura al centro...
Il concetto che presiede alla nascita del Seminario romano è che, come ogni diocesi ha un suo seminario per le necessità della diocesi stessa, così la S. Sede, madre di tutte le Chiese, deve avere un seminario pronto ad inviare sacerdoti diocesani in aiuto alle missioni e Chiese in difficoltà. Gli alunni erano legati al Seminario missionario romano da un giuramento di appartenenza e tenuti alla «vita comune».
Il Seminario romano ebbe, dal 1874 al 1926, un'ottantina di missionari (nel 1926 quando si unisce al Seminario lombardo erano 30), che lavorarono in Australia, India, Egitto, Sudan, Cina, Messico, Stati Uniti, Paraguay, Bolivia, Argentina, Albania, Siria... Due le missioni proprie del Seminario: Hanchung in Cina e Bassa California in Messico. La perla più fulgida del Seminario romano è il beato Alberico Crescitelli di Altavilla Irpina (Avellino), martirizzato dai Boxers in Cina nel 1900 e beatificato da Pio XII nel 1951. Ma le missioni del Seminario romano le vedremo in seguito.
Era inevitabile che fin dall’inizio i due Seminari di Milano e di Roma abbiano tentato di riunirsi, tanto più che quello romano aveva un retroterra di cooperazione, nelle diocesi dello stato pontificio, molto più povero della Lombardia e del Veneto: i suoi 80 missionari infatti furono in buona parte piemontesi e della diocesi di Vigevano, allora parte del Piemonte ecclesiale (ad ovest del Ticino), dipendente dall’archidiocesi di Vercelli.
Nel 1878 si iniziano colloqui e iniziative comuni. Da quell’anno al 1883 si fanno in comune fra i due Seminari le funzioni di partenza per le missioni: nella prima del 1878 parte anche il primo missionario di Roma per le missioni, p. Gregorio Antonucci (prefetto apostolico di Hanchung in Cina dal 1887 al 1895). I contatti per l’unione non giungono a buon fine e verranno ripresi nel primo Capitolo generale del Seminario lombardo nel 1912 (vedi cap. IV).

«Il giornale delle missioni per eccellenza» (1872)

Nell’aprile 1872 il Seminario missionario di Milano pubblica in italiano «Les Missions Catholiques»: «Le Missioni Cattoliche, bollettino settimanale illustrato dell’Opera della propagazione della fede di Lione», iniziato a Lione nel 1868. Tragella scrive che «prima dell’attuale consolante risveglio missionario (35), ‘‘Le Missioni Cattoliche’’ erano senz’altro ‘‘il giornale delle missioni’’ per eccellenza».
La rivista era diretta da mons. Marinoni, ma il vero artefice era Giacomo Scurati. Nell’editoriale dell’aprile 1872 si legge: ci impegnamo a pubblicare «notizie e studi di missionari della nostra penisola, a qualsiasi Istituto appartengano». Va notata questa apertura del Seminario lombardo per le missioni estere: la rivista non era concepita come strumento per far conoscere il Seminario lombardo e le sue missioni, ma come servizio di animazione missionaria a tutto campo per la Chiesa italiana.
Sfogliando «Le Missioni Cattoliche» dei primi trent’anni si trovano relazioni di missionari gesuiti, francescani, cappuccini, domenicani, benedettini, maristi, comboniani, carmelitani, padri bianchi, missionari di Parigi, salesiani, spiritani, delle missioni africane di Lione, ecc. 36. Gli articoli dei missionari di san Calocero sono fra il 10 e il 15% del totale. La rivista milanese aveva uno sguardo universale sulla Chiesa e sul mondo, indice dello spirito autenticamente missionario che animava il direttore del «Seminario lombardo», che a quel tempo contava meno di 100 membri!
Verso la fine del secolo XIX e l’inizio del XX si registra in Italia una fioritura di bollettini missionari di ordini e congregazioni, con un orizzonte necessariamente ristretto. «Le Missioni Cattoliche» invece, come organo della «Propagazione della Fede», ospitava le relazioni dei missionari di qualsiasi ordine o congregazione. I fascicoli settimanali (di grande formato, con pagine molto fitte e caratteri minuscoli!) dei primi trent’anni (1872-1901), portano relazioni da Cina, India, Oceania, Australia, Argentina, Africa centrale (alcune di Daniele Comboni), Sud Africa, Messico, Giappone, Egitto, Siria, Libano, Colombia, Brasile, Africa occidentale, Haiti, Birmania, Ceylon, Indocina, Corea, Algeria, Bolivia, Nord Europa, Nord America, ecc.
Si trovano studi (a volte a puntate) su «usi e costumi» dei popoli; sulle «esplorazioni» fatte dai missionari nei luoghi più remoti (Tibet, Nord Canada, Sahara, Africa equatoriale, Terra del Fuoco, Nuova Zelanda...); appelli per la campagna anti-schiavista lanciata nel 1888 dal card. Charles-Martial Lavigerie (fondatore dei missionari d’Africa o padri bianchi); monografie dalla missione dell’Africa centrale, sul patriarcato di Costantinopoli e sulle Chiese armena, maronita, ortodossa di Grecia; numerosi gli studi sulle religioni non cristiane. È stupefacente che più d’un secolo fa, con un’Italia ancora chiusa in ristretti orizzonti, la rivista di un piccolo Istituto spaziasse coraggiosamente nel mondo intero. Padre Tragella nota che, nel primo periodo di «Le Missioni Cattoliche»,

«l’attività missionaria era presentata (parliamo in generale, beninteso), non tanto come un problema di cui urge la soluzione, ma piuttosto come un esempio che stimoli al bene, come un elemento dell’educazione cristiana della nostra società».

I due direttori-redattori della rivista, Marinoni e Scurati, erano profondamente inseriti nella società e nella Chiesa italiana del tempo: predicatori di esercizi, scrittori di testi teologici e pastorali, giornalisti conosciuti, sacerdoti ambrosiani ai quali l’arcivescovo ricorreva per incarichi di fiducia: essi soffrivano per le tristi condizioni in cui si trovava la Chiesa italiana. Il loro settimanale era inteso come strumento di evangelizzazione del popolo italiano, attraverso l’interesse e la collaborazione con le missioni.
Ecco perché «Le Missioni Cattoliche» non rimane una iniziativa isolata (non era solo un fatto giornalistico-culturale), ma è accompagnata dalla pubblicazione di opuscoli, strenne, cartoline e dal mensile «Annali della propagazione della fede», che Scurati traduceva dal francese ogni mese 37. Nel 1878 Scurati inizia la «Strenna delle missioni cattoliche», denso volumetto annuale popolare, illustrato, ricco di esempi missionari, di devozione al Papa, di narrazioni che volevano essere «un contributo alla ristorazione in Cristo della nostra Italia». La Strenna fu la prima pubblicazione cattolica di grande diffusione attraverso diocesi e parrocchie, che rispondeva alla colluvie di almanacchi e «strenne illustrate » di cui era inondato il florido mercato librario del tempo (è risaputo che, senza radio né televisione, si leggeva più di adesso).
Nella stampa e nei congressi cattolici si lamentava che la Chiesa non avesse ancora nulla di popolare da offrire al popolo, in buona parte molto semplice e semi-analfabeta, ma assetato di letture, di conoscenze. Marinoni e Scurati rispondono per primi, ottenendo ampi consensi (ripetute approvazioni di Pio IX, di Leone XIII e di numerosi vescovi). Il V Congresso cattolico (Modena 1879) raccomandava ufficialmente «Le Missioni Cattoliche» e la «Strenna missionaria» ai cattolici italiani.

La formazione nel Seminario di san Calocero

Don Virginio Cognoli afferma:

«Marinoni è un grande uomo, ma non lo sono meno diversi missionari da lui formati ed inviati in missione: alcuni appaiono dei veri giganti ». Padre Gerardo Brambilla scrive che «la formazione spirituale degli alunni è il vero e solido fondamento dato da mons. Marinoni al nostro Istituto».

Notevole il fatto che per i primi 40 anni i missionari sono formati da uno che in missione non c’era mai stato: lo Spirito di Dio soffia davvero dove vuole! Marinoni, uomo equilibrato e profondo, andava all’essenziale. Formava

«i giovani non ad una virtù qualunque, ma a quella soda e maschia virtù che non si pasce di sentimentalismo, ma di sacrificio. A lui non piacevano esercizi di pietà eccessivamente lunghi, ma voleva fossero fatti con vera e sincera devozione... Uomo di virtù altissima, non pretendeva dai suoi alunni che spiccassero voli sublimi nelle alte regioni dell’ideale mistico, ma che lavorassero prima alla morte dell’uomo vecchio, il più grande nemico della nostra salute»,

scrive Brambilla che l’aveva conosciuto (38). In una lettera di Marinoni (3 dicembre 1860) si legge:

«L’apostolo deve cominciare da sé la propria missione. Deve atterrare nel suo cuore ogni tempietto, ogni altare eretto a falsa divinità. Perciò egli deve sottoporre la terra del suo cuore interamente al Regno di Cristo e renderne Cristo arbitro assoluto e pienissimo. Deve poi in seguito pregare per la salute degli altri, adoperarsi con tutti i mezzi che sono in sua mano per la loro santificazione, precedendoli e attirandoli coll’esempio e colla fragranza delle sue virtù».

Il n. 100 delle «Regole» del 1886 afferma:

«la prima e più cara missione al cuore del missionario, siccome lo è pure al cuore di Dio, quella missione che deve dar la forma e il modello a tutte le altre, è l’assidua e fervorosa coltura dell’anima propria... Perciò i missionari, sull’esempio di Cristo, procureranno di crescere ogni giorno in sapienza e grazia dinanzi a Dio e agli uomini, applicandosi costantemente all’esercizio delle virtù che devono adornare un ministro di Cristo... Rifletteranno che, per salvare le anime, nulla più giova che l’esempio delle virtù proprie del suo stato; e che una vita santa attira sulle opere del ministero le benedizioni del cielo».

Segno forte dell’orientamento spirituale di Marinoni era la severità con la quale ammetteva gli alunni nel Seminario, senza lasciarsi tentare dal desiderio di avere molti membri. «Pochi ma buoni» era il suo principio. L’8 ottobre 1850 Marinoni scrive ai vescovi lombardi (39):

«Quantunque le petizioni di chi desidera appartenere a questa Casa sieno molte, tuttavia finora non si è accresciuto che di un solo il numero dei cinque, che entrarono nel primo giorno, attenendomi io rigorosamente nell’accettazione dei soggetti a quelle massime che troverà sviluppate nella sovra accennata Proposta, e premendomi assai più di avere dei Missionari forniti delle opportune doti di mente e di cuore, quali, grazie a Dio a testimonianza anche di quanti li conoscono, sono i già ammessi, che non di ampliare senza matura scelta la piccola famiglia».

Marinoni aveva una concezione estremamente austera di san Calocero: lo concepiva come «un cenacolo» di preghiera, di studio, di vita comunitaria e non voleva che i giovani sacerdoti si disperdessero in predicazioni e confessioni fuori della chiesa del santuario: vi vedeva «qualche pericolo per il loro spirito», mentre erano nel periodo di formazione per la vita missionaria. Padre Angelo Taglioretti, consigliere e aiutante di Marinoni fin dall’inizio, gli scrive elogiando la sua scelta di privilegiare la vita interiore degli alunni:

«Se formerai dei santi, formerai senz’altro esercizio degli Apostoli: formerai un Istituto che sfiderà tutti i contrasti e le difficoltà».

A questo fine, Marinoni raccomanda ai suoi missionari un «metodo di vita», indispensabile per chi doveva vivere spesso da solo. La comunità è di grande aiuto, ma comporta pure dei pericoli:

«Un difetto comune a chi vive in comunità, in seminario, è quello di far le cose senza riflettere alla ragione per cui si fanno, ma puramente perché sono di regola, senza rendersele in certo modo sue, senza abbracciarle con una risoluzione propria, di modo che, cessati i vincoli della comunità, l’animo si trova come liberato, senza avere attaccato la propria stima e il proprio affetto alle cose praticate». Il missionario invece deve agire «per intima persuasione, per preservarsi dalla dissipazione comune, per principio di fede e di amore: come per il Signore e non per gli uomini».

Non solo Marinoni raccomanda un «metodo di vita», ma non giudicava maturo per le missioni — ed era molto severo nel giudizio — chi fosse troppo dispersivo, disordinato o poco obbediente. Diverse volte, nelle sue lettere ai capi delle missioni che chiedevano altri missionari, scrive: non ve li posso mandare, anche se ho qui a Milano alcuni sacerdoti; ma non sono ancora maturi per la vita missionaria; aspetterò fin che li giudicherò adatti per le missioni. Insomma, lo ripetiamo, Marinoni andava sempre all’essenziale:

«L’Istituto delle missioni estere — scrive — tende a formare uomini che senza il suono del campanello, senza l’emulazione, senza alcuna sorveglianza, siano costanti nei loro propositi, uomini di zelo per le anime, uomini di mortificazione che portino scritto nei loro cuori il tenore della legge: non con l’inchiostro, ma per lo spirito di Dio vivo». Dai missionari voleva unione con Dio, spirito di preghiera e di sacrificio, distacco dalle cose del mondo, amore al prossimo più abbandonato accettando una vita che rifletta l’immagine della Croce. «Nessun missionario — scriveva — potrà ottenere vere conversioni senza un grande spirito di preghiera e la santità della vita».

Marinoni seguiva i suoi missionari come un padre

Un segno della preoccupazione di formare bene i suoi missionari, pur nella povertà dei mezzi, sono le «Regole» del 1886 che sostituiscono la «Proposta di alcune massime e norme per l’Istituto delle missioni estere». La compilazione delle Regole (con l’aiuto soprattutto dei padri Giacomo Scurati e Belisario Fattori, dell’amico Angelo Taglioretti e consultando tutti i missionari) è stata la fatica primaria di mons. Marinoni in occasione del suo 50° di sacerdozio (1884): voleva lasciarle come ricordo duraturo ai suoi missionari.
Le Regole (approvate dal Papa l’8 agosto 1886 e con decreto di Propaganda il 15 seguente) sono stilate sul modello delle costituzioni delle congregazioni religiose, mentre la «Proposta» era ancora un qualcosa di discorsivo, provvisorio. In 163 articoli si sviluppa soprattutto la parte riservata ai diritti e doveri dei missionari sul campo e dei superiori delle missioni, di cui la «Proposta» non parlava. In questo lungo testo si richiamano i valori della tradizione del «Seminario lombardo», come

«la predilezione per la gente più abbietta del popolo e per i posti di maggior patimento per il missionario»;

si insiste sulle virtù più necessarie al missionario e sul senso di appartenenza ad una stessa «famiglia di apostoli», cioè il Seminario milanese, di cui i missionari sono membri, che può aiutarli in tutte le loro necessità.
Questa impostazione della vita spirituale, il primo direttore del Seminario lombardo la ricordava spesso nelle sue lettere ai missionari, con i quali aveva una fitta corrispondenza. Conservava i loro scritti, di cui teneva l’archivio. Purtroppo buon parte delle sue lettere ai missionari sono andate perse negli archivi delle diocesi fondate dall’Istituto (ad esempio in Cina o come le molte ad Ambrosoli in Australia, sistemate in alcuni scatoloni e distrutte dalle tarme!); ma quel che rimane basta per dare un’idea dell’uomo e della situazione del Seminario lombardo nei primi tempi. Marinoni scriveva moltissimo, perché seguiva i suoi missionari uno ad uno come un padre! Chiedeva che i missionari gli scrivessero: non aveva altro mezzo di comunicare con loro se non attraverso la corrispondenza epistolare. Le lettere dei missionari sembrano a volte confessioni a distanza, tanta era la fiducia che nutrivano in lui. Padre Costanzo Donegana ha studiato mons. Marinoni ed ha pubblicato una densa tesi di laurea sulla sua direzione dell’Istituto (40), nella quale si legge:

«Marinoni attuò il suo ruolo attraverso il rapporto personale e costante con i missionari: basti, per provarlo, pensare che la maggior parte della documentazione contenuta nell’Archivio delle Missioni Estere per il periodo della sua direzione, è costituita dalle lettere che egli mandava ai suoi alunni e soprattutto da quelle che riceveva da loro... Nel 1859 Marinoni mandò una circolare a tutti i missionari, con la quale li sollecitava ‘‘allo scrivere frequente’’...
Tale rapporto nasceva durante il periodo che gli alunni passavano a S. Calocero, dove c’era ampia possibilità per una conoscenza reciproca, che normalmente maturava in un sincero amore di Marinoni verso i suoi missionari e, viceversa, in una stima profonda nei suoi confronti. Era naturale che la relazione iniziale a Milano continuasse dopo la partenza per le missioni (a parte le inevitabili eccezioni), così che si può dire che Marinoni esercitava la funzione di Superiore con l’animo di padre (senza però cadere nel paternalismo), trovando corrispondenza in coloro che gli chiamava, e che amavano di essere considerati, suoi ‘‘figli’’».

Stupisce in mons. Marinoni questo fatto: prima di diventare direttore dell'Istituto è sempre stato sacerdote di pietà, zelo apostolico, spiritualità profonda; ma era scrupoloso, sempre in stato di ricerca, sentiva la necessità di essere guidato. Da quando assume la direzione del Seminario missionario diventa una guida spirituale sicura, capace di discernere le vocazioni, senza incertezze, perché l'amore di Dio pervadeva tutto il suo essere.
Lo stile delle sue lettere era moderno (da buon giornalista non usava parole astruse né giri di frase), concreto, vivace, tanto che la sua corrispondenza si potrebbe pubblicare anche oggi senza correzioni di rilievo. Le sue non erano lettere studiate, ma scritte di getto, col tono dell’autenticità.

«La prima cosa che colpisce in queste lettere — dice don Virginio Cognoli — è l’atmosfera di grande spiritualità e profondità, che stava proprio nel cuore, nell’anima di Marinoni: uomo di Dio, di preghiera, di fede, ma anche molto concreto, pratico. Al momento opportuno anche giustamente severo».

Un esempio: il padre Domenico Davanzo era stato richiamato da Hong Kong a Milano per un servizio all’Istituto, ma opponeva resistenza; dopo richiami e attese, Marinoni gli manda un ordine perentorio. Davanzo ritorna, ma il suo cuore batte per Hong Kong: dopo un po’ scappa da Milano e va a Marsiglia per ritornare nella sua missione (13 novembre 1873). Marinoni, appena saputa la notizia, lo insegue e arriva a Marsiglia il giorno stesso in cui parte la nave: è così convincente che il missionario abbandona ogni velleità di ritornare in missione e sarà procuratore delle missioni a Milano fino alla morte (1877).
Il direttore del Seminario lombardo curava molto l’unione fra i missionari, aveva delicatezze di padre per loro (ad esempio, a Scurati ammalato manda le caramelle, ai missionari in India bottiglie di fernet) e faceva il possibile per aiutarli. Ma voleva che dipendessero dal superiore. Quando sa che mons. Simeone Volonteri del Honan incarica un suo missionario di andare a Lione per chiedere aiuti alla Propagazione della fede, si lamenta con lui: le missioni sono affidate al Seminario di Milano, che ne ha la responsabilità ultima; io quindi debbo sapere le vostre situazioni e necessità; andate pure a Lione, ma informatemi, perché sono anch’io in contatto con Lione e non voglio che si faccia qualcosa quasi di nascosto!
Il richiamo di alcuni missionari per farli servire nelle strutture dell’Istituto, è sempre stato motivo di contrasto fra Marinoni e i vescovi, i quali sostenevano che non erano obbligati ad obbedire alle richieste del direttore di Milano, perché «il dovere degli ordinari è di impedire il danno del gregge loro affidato». Nel caso del p. Candido Uberti, richiamato dal Bengala, il superiore della missione mons. Francesco Pozzi scrive a Roma protestando e il cardinale di Propaganda, Simeoni, revoca il comando di Marinoni! Le Regole del 1886 sanzionano in modo chiaro i diritti del direttore dell’Istituto.
Un altro aspetto dello spirito che Marinoni voleva infondere nei suoi missionari è l’amore e la fedeltà assoluta al Papa (una delle maggiori eredità di Ramazzotti): sentimenti già espressi dal suo quotidiano «L’Osservatore cattolico», che gli avevano attirato inimicizie da parte dell’intelligenza e del clero liberale e filo-piemontese di allora. Di fronte all’anticlericalismo e alla massoneria dominante nello stato sabaudo, Marinoni era tra quanti difendevano il Papa. Le molte offese che si facevano al capo della Chiesa sui giornali erano per lui ferite al cuore.

Il direttore mons. Giacomo Scurati (1891-1901)

Il 27 gennaio 1891 muore mons. Giuseppe Marinoni, dopo 23 giorni di letto per la spossatezza causata da bronchite e polmonite. Era sempre stato piuttosto gracile e cagionevole di salute (aveva ricevuto sei volte l’estrema unzione), ma con una vita mortificata nel cibo e nelle bevande è sopravvissuto fino a 81 anni non risparmiandosi nel lavoro. Scurati, che gli è vissuto assieme per trent’anni, dà di lui questo giudizio (41):

«Compenetrando in sé l’Istituto, la storia dell’Istituto è storia sua. Lottando contro tutte le difficoltà che cimentano nei loro principi le opere del Signore, subì umiliazioni e dolori, diede il proprio alla nascente famiglia e sostenne con esso le angustie della povertà... Governava con mitissimo ma insieme fermissimo proposito, attivo e inquieto finché non avesse raggiunto in ogni cosa i suoi intendimenti, sempre rettissimi. Clero e istituti, con fiducia, l’avevano padre delle anime loro, ch’egli reggeva con sapienza.
Amico della povertà, dell’austerità, ne ammirammo l’arte con cui copriva una continua mortificazione, ammirammo gli orridi strumenti di penitenza. Assiduo al più svariato lavoro, non prendeasi altro sollievo che quello dei santi esercizi spirituali e i pochi giorni di convalescenza dopo le mortali malattie che faceva quasi annualmente, onde eravamo sempre in trepidazione per lui, e dalle quali il guarire se non fu miracolo fu certo più volte una grazia straordinaria. In esse, dal letto, quasi fosse sano, tutto voleva compiere quanto era suo consueto lavoro. Solo gli ultimi anni ripartì alquanto il lavoro, perché anche venendo a mancare si potesse senza scosse continuare l’opera».

Alla morte del direttore, i confratelli eleggono suo successore (42) chi aveva condiviso con lui il governo dell’Istituto. Marinoni negli ultimi tempi aveva insistito con i confratelli vicini che il più adatto a succedergli era padre Giacomo Scurati (1831-1901), milanese, missionario ad Hong Kong (43) e poi scrittore fecondo, direttore di «Le Missioni Cattoliche», predicatore di ritiri al clero e fondatore nel 1875 della tipografia delle missioni (intitolata a san Giuseppe).
Padre Scurati aveva incarichi importanti in diocesi di Milano e nel 1894 Leone XIII lo nomina fra i suoi prelati domestici su indicazione di Propaganda. Faceva parte della «consulta teologica diocesana per il clero» e fu il protagonista nei rapporti con Roma per riaprire la facoltà teologica a Milano cessata da oltre un secolo, sulla quale c’erano forti obiezioni. La sacra congregazione per gli studi l’approva il 20 settembre 1892, mentre il Breve pontificio «Romani Pontifices» che ripristina la facoltà a Milano è del 15 novembre 1892. Scurati è nominato dottore del collegio teologico e tra i membri dirigenti della nuova facoltà teologica milanese (44). Tragella così lo descrive (45):

«Di temperamento diverso dal primo direttore, non fu meno di lui attaccato alla Santa Sede, preoccupato della buona riuscita dei giovani missionari, diligente fino allo scrupolo in ogni suo ufficio, amante del lavoro e dello studio. Di Marinoni gli mancava quell’‘‘humour’’ e quella espansività spontanea che rendeva quest’ultimo tanto amabile fin dal primo incontro; in realtà però egli amava e seguiva nel loro cammino, soprattutto nei primi anni del loro apostolato, i giovani missionari... e in parecchi casi mostrò uno spirito di comprensione che non si sarebbe atteso da un uomo dall’atteggiamento sempre serio e tutto assorto nei suoi studi e nelle sue occupazioni e meditazioni. Come scrittore religioso si esercitò nei più vari settori, dal biografico all’apologetico e all’ascetico, primeggiando in quest’ultimo per ricchezza di produzione, sodezza di dottrina, sincerità di sentimento. Col Frassinetti di Genova credo sia stato in Italia il più fecondo scrittore ascetico della seconda metà del secolo scorso...
«Indubbiamente Scurati era uno dei più bei nomi del clero lombardo, da tutti stimatissimo, da molti consultato, non ultimo il card. Ferrari... Era un uomo di Dio, in tutto edificantissimo: e questa fu la miglior predica della sua vita».

Nella prima lettera ai missionari, Scurati traccia il suo «programma» di governo in tre punti:
1) pubblicare gli scritti e una biografia del primo direttore, venerato come un santo, che aveva dato l’impronta all’Istituto; infatti edita un opuscolo con le condoglianze ricevute in morte di Marinoni e suoi «Scritti vari» (1892, pagg. 372) ma, nonostante il forte desiderio che ne nutriva, non riesce a scriverne una biografia per la quale da molti anni raccoglieva il materiale (46).
2) Far osservare le Regole e poi presentarle alla S. Sede per l’approvazione definitiva. Come abbiamo già detto, nel 1886 si giunge alla formulazione delle «Regole» scritte da Marinoni dopo ampia consultazione dei missionari: d’ora in avanti il «Seminario lombardo» dipenderà dalla Santa Sede, non «mediatamente» attraverso i vescovi lombardi ma «direttamente». Scurati, dopo matura riflessione, chiede un prolungamento dell’approvazione per altri sei anni, concesso dal Papa il 5 giugno 1892. Il Seminario delle missioni estere non era ancora maturo per un’approvazione definitiva della sua carta costituzionale.
3) Incrementare l’Istituto in Italia per rendere sempre più efficiente l’attività dei suoi membri in missione, aiutandoli meglio nelle loro necessità. I dieci anni di mons. Giacomo Scurati (1891-1901) sono caratterizzati da una forte e precisa presa di coscienza: il dovere che, «per sussidiare fruttuosamente le missioni», fossero indispensabili «gli aumenti della casa madre», di locali e di alunni (47). L’impegno di Scurati, coadiuvato da vari missionari reduci, ha un certo successo: nel 1899 gli alunni del seminario teologico erano 30! E nel 1906, sotto la gestione di mons. Roncari, il Seminario lombardo si trasferisce dal santuario di san Calocero in centro città alla periferia di Milano, nell’attuale casa madre di via Monterosa appositamente costruita.
Nel 1900 l’Istituto celebra il suo 50° di fondazione, in un’atmosfera euforica, soprattutto per l’aumento di vocazioni: negli ultimi dieci anni le spedizioni del nuovo direttore

«furono più nutrite che le anteriori: 6 padri e 2 coadiutori nel 1892; 5 padri nel 1893; 8 padri nel 1894; 6 padri e 1 fratello cooperatore nel 1895, 3 padri nel 1896, 11 nel 1897, 1 nel 1898, 5 nel 1899 e 6 nel 1900...».

Bisogna aggiungere che già nei suoi ultimi anni Marinoni aveva avuto la consolazione di veder aumentare gli alunni e le partenze per le missioni (48).

Il «Seminario lombardo» inadeguato per le sue missioni

Prima di passare al capitolo IV, che segna una svolta nella storia del «Seminario lombardo per le missioni estere» di Milano, è bene tentare un bilancio dei suoi primi 51 anni. I risultati positivi li vedremo nei capitoli sulle singole missioni: e sono risultati «eccezionali », per un Istituto piccolo e povero com’era san Calocero, riconosciuti dai vescovi e dalla Santa Sede in varie circostanze. Questo significa che l’impronta data da Ramazzotti, Marinoni e Scurati, che, si può dire, fanno ancora parte tutti e tre della fondazione, era ottima per l’unica finalità del Seminario: la missione alle genti e la fondazione della Chiesa locale. I frutti appunto confermano la bontà delle radici.
Qui vogliamo approfondire i suoi «difficili inizi»: la sua stessa natura alla nascita portava alla dispersione dei missionari e non al rafforzamento dell’Istituto, per cui le necessità delle missioni erano sempre di molto superiori alle possibilità concrete di personale e di mezzi. Per forza di cose si creavano tensioni, incomprensioni. Ecco in sintesi alcuni elementi che spiegano le difficoltà incontrate da Marinoni e da Scurati:

1) Il «Seminario lombardo per le missioni estere» è stato fondato e dipendeva dai vescovi della Lombardia, i suoi sacerdoti erano diocesani. Ma nelle diocesi lombarde non c’era ancora l’entusiasmo necessario per sostenere il Seminario: pochi erano i sacerdoti ed i chierici che sceglievano di entrarci e a volte i vescovi negavano loro il permesso di fare questo passo; inoltre, il popolo di Dio, a quel tempo veramente povero, non poteva dare il sostegno materiale che sarebbe stato necessario. A mons. Raimondi prefetto apostolico di Hong Kong, che si lamentava di questo, Marinoni scrive che se non ci fosse la Propagazione della Fede di Lione, anche a Milano i pochi membri dell’Istituto non potrebbero sopravvivere.
Il Seminario lombardo per le missioni estere è nato e cresciuto in una grande povertà. Da Sydney il procuratore francese (marista) delle missioni oceaniche scrive fin dall’inizio che se da Milano non riceve più aiuti, i missionari delle isole moriranno di fame e di stenti; nelle lettere a Marinoni, i superiori di missione e i missionari insistono su questo concetto, che il loro Seminario dovrebbe aiutarli di più nelle spese indispensabili. Ma a san Calocero non erano in grado di fare più di quello che facevano.
2) Il Seminario ambrosiano era a totale disposizione del Papa e di Propaganda, che tendevano a mandare i suoi missionari dove c’era un’urgenza, una necessità, senza tener conto delle possibilità concrete del Seminario e della necessità di tenere i suoi pochi missionari il più vicini possibile. Marinoni cercava di contenere queste richieste di Propaganda, ma non sempre riusciva nell’intento. Allora si preoccupava dell’unità fra i membri della stessa missione, insistendo presso i vescovi affinché la curassero con opportune iniziative (non esistevano i superiori regionali nelle missioni).
3) Propaganda Fide, da cui il Seminario missionario dipendeva, non si preoccupava di aiutarlo nelle sue necessità interne. Tragella racconta che non si impegnava nemmeno ad ottenere una onorificenza pontificia per un insigne benefattore che dava generose offerte e prometteva di finanziare borse di studio (49).
La doppia dipendenza del Seminario missionario (dai vescovi lombardi e da Propaganda) si risolveva in nulla, quanto al sostegno materiale: per le diocesi il Seminario missionario dipendeva da Propaganda; per Propaganda dipendeva (economicamente e per le vocazioni) dalle diocesi; per i missionari in missione era un ente che li aveva preparati e mandati in missione al quale erano affezionati e dal quale si attendevano assistenza e aiuti materiali, ma che non spettava loro sostenere, diffondere, fortificare: loro si sentivano unicamente impegnati a fondare la Chiesa e, anche quando tornavano in Italia, se ricevevano qualche offerta era per la loro missione non per l’Istituto.
4) Così, il Seminario milanese ha troppo pochi missionari rispetto ai troppi impegni dati dal Papa e da Propaganda, con scarse risorse finanziarie e nessuna proprietà; per i primi 61 anni di vita (fino al 1911 quando sorge il seminario di Monza) ha una sola casa, a Milano (con la villa Grugana in Brianza per le vacanze estive): il santuario di san Calocero e dopo il 1906 l’attuale sede di via Monterosa.
Ecco da dove veniva la furia di mons. Raimondi di Hong Kong contro Marinoni: vedeva gli enormi bisogni delle missioni, ma non trovava nel Seminario lombardo quell’aiuto in personale e in mezzi che pensava logico attendersi. San Calocero gli sembrava addormentato (50). Attribuiva a colpa di Marinoni quello che invece era il marchio di origine: il Seminario lombardo per le missioni estere non è nato come istituto che anzitutto pensa a se stesso, si diffonde, si rafforza, cerca personale e mezzi, si organizza e crea il proprio bollettino per avere vocazioni, offerte ed eredità (51).
È nato invece come seminario di formazione missionaria del clero diocesano: semplicemente formava e mandava in missione il personale e gli aiuti che riceveva dalle diocesi e dalla Propagazione della fede. Naturalmente seguiva i missionari spiritualmente e come vita comunitaria, ma poco più. Bisogna aggiungere che Marinoni, come Scurati e Ripamonti, fanno tutto il possibile (e con grandi sacrifici) per avere vocazioni e aiuti adeguati dalle diocesi e dall’Opera della propagazione della fede: ma la struttura del Seminario era inadeguata per soddisfare gli impegni in missione.
5) Va ancora detto che proprio questa natura originaria, rafforzata dal fatto che i missionari erano quasi tutti incardinati nelle proprie diocesi e vi ritornavano quando per qualsiasi motivo non erano più in missione (malattia, anzianità, ecc.), crea a Marinoni una tremenda scarsezza di personale nella casa madre a Milano: in pratica gestiva tutto da solo con pochi aiutanti e incontrava difficoltà a richiamare qualcuno dalle missioni. Quando muore Scurati (1891), quarant’anni dopo la nascita, il Seminario aveva in Italia cinque membri attivi e una settantina di missionari dispersi in cinque grandi missioni in Asia. Marinoni, Scurati e Ripamonti hanno fatto fin troppo, ma insomma, le missioni in Asia di cui era incaricato il Seminario (alla fine del secolo sono 6, con l’Honan del Nord) avrebbero richiesto molto di più.
6) Per concludere questa descrizione sommaria dei primi 60 anni del Seminario lombardo, va anche detto che i suoi missionari non si sentivano impegnati a sostenere la «casa madre» di Milano (52): affetto, rapporti filiali col direttore Marinoni e riconoscenza spirituale sì, ma non impegno a procurare mezzi. I missionari si sentivano membri della Chiesa locale che si impegnavano a fondare in missione alla quale davano tutto se stessi e, se tornavano in Italia, appartenevano alla diocesi di origine alla quale ritornavano.
Sentimenti molto positivi (lo vedremo nella storia delle singole missioni) per la fondazione delle nuove Chiese in missione (53), ma evidentemente penalizzanti per il «Seminario delle missioni estere», che doveva reclutare e formare i missionari, mandarli in missione e aiutarli nei viaggi e nelle spese di fondazione, assisterli spiritualmente e materialmente, senza avere il sostegno delle diocesi lombarde promesso dai vescovi fondatori.
Quando poi nel nostro secolo nascono, si diffondono e si fortificano numerosi altri istituti missionari (nati in Italia o venuti dall’estero), il Seminario lombardo per le missioni estere riceve dagli stessi lo stimolo a guardare con realismo alla propria situazione che non poteva reggere. Di qui il cambiamento di rotta operato dai superiori p. Giuseppe Armanasco (1913-1924) e p. Paolo Manna (1924-1934): il «Seminario lombardo» diventa «Istituto missionario» (e dal 1926 «Pontificio istituto»).

 

 

NOTE

[1] Nato a Milano nel 1810, diventa sacerdote diocesano nel 1934. Uomo di profonda spiritualità e delicatezza di coscienza (soffriva anche di scrupoli), pensa di entrare in un ordine religioso per essere più sicuro di poter tendere alla santità e di salvarsi. Tenta dai gesuiti a Roma e poi dai certosini e dai pallottini, finché finisce coadiutore e poi parroco di s. Michele a Ripa a Roma, dove acquista fama di santo sacerdote. Nel maggio 1850 ritorna brevemente a Milano e incontra p. Ramazzotti che sta preparando la fondazione del Seminario lombardo per le missioni estere: lo invita a diventarne il primo direttore, mentre egli è consacrato vescovo di Pavia il 30 giugno. GERARDO BRAMBILLA, «Mons. Giuseppe Marinoni e l’Istituto Missioni Estere di Milano», Pime, Milano 1926, pagg. 420; GIUSEPPE MARINONI, «Scritti vari», a cura di Giacomo Scurati, Tipografia s. Giuseppe, Milano 1892, pagg. 371.
[2] Fin dall’inizio si usavano varie parole per qualificarlo: seminario, istituto, collegio, casa delle missioni.
[3] Sull’Archivio generale dell’Istituto vedi il capitolo VIII.
[4] Sacerdote diocesano di Roma che dal settembre 1997 aiuta l’Ufficio storico dell’Istituto nella lettura e trascrizione al computer di sintesi e di brani delle lettere di mons. Marinoni ed a Marinoni.
[5] Gli diceva chiaramente di dimettersi: vedremo più avanti i motivi della furia di questo grande vescovo, molto benemerito della Chiesa ad Hong Kong, ma che un suo missionario definiva «figlio del tuono».
[6] Dalla trascrizione di una relazione di Virginio Cognoli all’Ufficio storico del Pime il 9 giugno 1998; vedi anche V. COGNOLI, «Leggendo la corrispondenza di Marinoni», «Infor Pime», ottobre 1998, pagg. 4-8.
[7] VIRGINIO COGNOLI, «Giuseppe Marinoni, primo direttore del Seminario lombardo per le missioni estere», «Infor-Pime», giugno 1999, pagg. 66-69; settembre 1999, pagg. 56-59 (citazione a pag. 59).
[8] G.B. TRAGELLA, op. cit., I, pagg. 123-124.
[9] Le accuse non precisate si riferivano ad un supposto «rosminianesimo» dei membri del Seminario lombardo. Il procuratore padre Giovanni Maria Alfieri da Roma scriveva a Marinoni (16-10-1854): «Il vostro Collegio fugga ogni partito, sia cattolico romano e nulla più. Stimate Rosmini e la sua dottrina, ma non adottatela nell’insegnamento. È consiglio mio...» (TRAGELLA, op. cit., II, 184).
[10] TRAGELLA, vol. I dell’opera cit., pagg. 125-149.
[11] Si veda (all’inizio del capitolo IX) la lettera di Ramazzotti al prefetto di Propaganda Fide del 22 maggio 1854, nella quale il Fondatore dichiara ancora una volta che il Seminario missionario è totalmente disponibile alla volontà del Papa e di Propaganda.
[12] «Inizi del Seminario lombardo per le missioni estere, Documenti d’archivio, vol. III (1852-1854)», op. cit., pag. 614.
[13] AME, XXVII, pagg. 575-576, 579-580.
[14] Proprio in previsione di questa ripresa, p. Angelo Ambrosoli rimane fino alla morte nel 1891 a servizio dell’arcivescovo di Sydney, dov’è ancor oggi
ricordato e pregato come un santo.
[15] G.B. TRAGELLA, op. cit., III, pag. 381.
[16] G.B. TRAGELLA, op. cit., II, pag. 11. Questo è segno evidente del fatto che contavano solo le missioni e non c’era nemmeno l’idea di rafforzare l’Istituto in patria, sia pure per fare un miglior servizio alle missioni. Si mandava quel che c’era (personale e mezzi), pur impegnandosi ad ottenere altro.
[17] Marinoni voleva aprire il seminario teologico già nel 1856. Il 1° agosto scriveva a Propaganda: «Vedo la necessità di aprire un corso di teologia per accogliervi pure quegli ecclesiastici che dimostrassero vocazione per le missioni, come si pratica in simili altri istituti, perché è troppo difficile il mantenere la comunità in fiore coll’ammettervi soli sacerdoti». Due i casi che avevano convinto a questo Marinoni (Tragella, op. cit., I, pagg. 211-214): il vescovo di Ivrea mons. Moreno («il quale peraltro molto doveva al Marinoni per favori chiestigli e ottenuti »), che si oppone a lungo alla vocazione di p. Domenico Barbero: «Vocazione eroica — dice Tragella — perseverante contro ogni rinnovato diniego e vinta col suo reiterato e accorato ricorso a Propaganda e al vescovo stesso». E il caso del vescovo di Como che non concede il permesso a don Luigi Negri, per una supposta malattia dello stesso...
[18] La villa Grugana, nel comune di Calco (provincia di Lecco), fu donata all’Istituto da Vincenzo e Laura Cavalli nel 1882: servì sempre come luogo di vacanze estive, ma anche, specie nei primi tempi, come seminario. L’8 maggio 1888 Marinoni benedice il cimitero dei missionari a 200 metri dalla casa.
[19] «Verso la metà dell’ottocento in Italia vi erano circa 100.000 preti, sommando i secolari ed i religiosi, per una popolazione di circa 23 milioni di abitanti: una media quindi di un prete ogni 250 abitanti, ben diversa dalla media di un prete ogni 50-60 abitanti del secolo precedente. Da notare che in quel periodo le religiose erano in numero inferiore ai preti, fenomeno che andrà poi mutando rapidamente nei decenni successivi». MAURILIO GUASCO, «Storia del clero in Italia dall’ottocento ad oggi», Laterza, Bari 1997, pagg. 84-85 (nel censimento del 1901 risultavano in Italia 68.848 preti secolari e 7.792 religiosi, su quasi 33 milioni di abitanti, pag. 139).
[20] G.B. TRAGELLA, op. cit., II, pag. 154.
[21] L’attività giornalistica di Marinoni è interessante per i rapporti della Chiesa con la politica e la cultura del tempo, ma non possiamo descriverla in questo volume. Vedi: ANGELO MAJO, «La stampa cattolica italiana», Ned, Milano 1984, pagg., 44-45. ANNA MARIA SBERNA, «Giuseppe Marinoni (1800-1891) tra le Missioni estere e l’Osservatore cattolico», Università degli studi di Milano, facoltà di lettere e filosofia, anno accademico 1989-1990, pagg. 198.
[22] La diocesi di Milano era in «sede vacante» per il contrasto fra mons. Ballerini e l’autorità statale sabauda. CARLO CATTANEO, «Monsignor Paolo Angelo Ballerini, 1814-1897», Ned, Milano 1991, pagg. 480. TRAGELLA, op. cit., II, 15-27.
[23] Nel 1867, ancora «Il Pungolo», preoccupato per la voce di una prossima nomina di Marinoni a vescovo di Como, scrive che «il famoso Marinoni... si può dire il comandante generale del biscottismo milanese»... (probabilmente un insulto). Nel 1878 mons. Marinoni è chiamato dal card. Franchi segretario di stato (a nome di Leone XIII) in servizio giornalistico: viene incaricato di mettere pace fra i due giornali cattolici di Milano, «L’Osservatore» e «Lo Spettatore», che polemizzavano e si combattevano tra lo spasso dei giornali anti-clericali e lo scandalo del popolo di Dio. Più tardi interviene in varie diocesi lombarde per l’«incresciosa polemica rosminiana» (come la definisce Tragella, op. cit., II, 265-275).
[24] GERARDO BRAMBILLA, «Mons. Giuseppe Marinoni e l’Istituto missioni estere di Milano», Pime, Milano 1926, pag. 306.
[25] Va detto che, nei piani di Dio, non sempre il rifiuto dei vescovi è risultato negativo per la Chiesa. Nel 1863 il vescovo di Como mons. Marzorati non concede il permesso di entrare nel Seminario missionario a don Luigi Guanella e a don Giovanni Battista Scalabrini, oggi ambedue beati e fondatori di congregazioni!
[26]
Per tutta questa vicenda si veda TRAGELLA, op. cit., II, pagg. 445-448, con le relative citazioni dei documenti d’archivio.
[27] AME, Archivio missioni estere, II, 163, 175. Stranamente, il documento della Santa Sede parla di «sacerdoti», mentre mons. Agliardi parla di «chierici».
[28] AME, I, 391.
[29] GERARDO BRAMBILLA, «Il Pontificio istituto delle missioni estere e le sue missioni, Vol. I, L’Istituto», Pime, Milano 1940, pagg. 265, 267.
[30] Tre missionari di Brignole-Sale che lavoravano in Cina con missionari francesi (Stefano Scarella, Teodoro Mouilleron e Giovanni Battista Ungaro) si uniscono ai missionari di Milano nel Honan all’inizio del 1870 (vedi cap. XIII). Scarella sarà il fondatore della missione del Honan nord.
[31] AME, XVII, pag. 235.
[32] Vedi lo studio di p. Alfonso Bassan su questa bella figura di sacerdote romano, in «Il Vincolo», 1986, n. 151, pagg. 195-199.
[33] In via Maschera d’Oro, n. 7; il nuovo seminario in Piazza Mastai, donato dal Papa, è inaugurato il 1° novembre 1874.
[34] SALVATORE CUMBO, «Il centenario del Pontificio seminario dei ss. Apostoli Pietro e Paolo di Roma», «Il Vincolo», n. 103, gennaio-aprile 1972, pagg. 18-20. I documenti relativi al Seminario romano missionario sono raccolti e commentati nel volume a cura di DOMENICO COLOMBO: «Pime, Documenti di fondazione», Emi, Bologna 2000, pagg. 470.
[35] Tragella scriveva nel 1922 e si riferiva alla rinascita missionaria in Italia dopo l’enciclica «Maximum illud» di Benedetto XV (1919) e al trasporto a Roma della direzione internazionale della Propagazione della fede (1922), di cui il primo direttore nazionale fu mons. Angelo Roncalli (1922-1925).
[36] «Le Missioni Cattoliche» portò nella testata il sottotitolo «Rivista dell’Opera per la propagazione della fede» fino al 1919, quando fu avviata la riorganizzazione dell’Opera col trasferimento del consiglio centrale da Lione a Roma (1922). Si veda: PIERO GHEDDO, «Dai nostri inviati speciali, 125 anni di giornalismo missionario, Da Le Missioni Cattoliche a Mondo e Missione (1872-1997)», Emi, Bologna 1997, pagg. 124.
[37] Gli «Annali» erano nati a Lione nel 1824. La traduzione italiana, fatta e stampata a Lione, era diffusa soprattutto in Piemonte e nel Regno sabaudo, dove il movimento missionario aveva già una buona consistenza nella prima metà dell’Ottocento. Quando nasce a Torino la rivista «Il Museo delle missioni cattoliche» (1857), gli «Annali» cessano l’edizione italiana. Su invito di Lione, li riprende Scurati negli anni settanta.
[38] GERARDO BRAMBILLA, «Mons. Giuseppe Marinoni e l’Istituto...», cit., pagg. 394-395.
[39] AME, V, pag. 323.
[40] COSTANZO DONEGANA, «Mons. Giuseppe Marinoni, primo Direttore dell’Istituto delle Missioni Estere di Milano (1810-1891)», tesi di laurea in storia ecclesiastica alla Gregoriana, 1977, pagg. 662 (le citazioni alle pagg. 408-410).
[41] Omelia di p. Giacomo Scurati al funerale di Marinoni (29 gennaio 1891), «Le Missioni Cattoliche», 1891, pagg. 58-60.
[42] Il primo nella lista dei non eletti era p. Giuseppe Burghignoli di Hong Kong.
[43] Scurati è ad Hong Kong dal 1860 al 1862. In realtà ci resta pochi mesi, perché il prefetto apostolico mons. Ambrosi lo destina segretario del visitatore apostolico delle missioni di Cina mons. Luigi Spelta. Partono da Hong Kong il 22 giugno 1860, visitano varie missioni cinesi e si ammalano ambedue: Spelta muore a Wuchang il 12 settembre 1862 e Scurati è costretto a rimpatriare. Rimarrà poi sempre a Milano.
[44] G.B. TRAGELLA, op. cit., III, pagg. 189-191.
[45] G.B. TRAGELLA, op. cit., III, pagg. 379-380.
[46] Ci penserà il p. GERARDO BRAMBILLA: «Mons. Giuseppe Marinoni e l’Istituto missioni estere di Milano», Milano 1926, pagg. 420. Questa biografia, valida come testo base e cronologia, andrebbe riscritta per approfondire la spiritualità e l’opera di Marinoni per l’Istituto. Si veda anche: SILVANO ZOCCARATO, «Il missionario secondo gli scritti di mons. Giuseppe Marinoni», Seminario teologico del Pime, Milano 1987, pagg. 58.
[47] G.B. TRAGELLA, op. cit., III, pag. 184.
[48] G.B. TRAGELLA, op. cit., III, pag. 51; G. BRAMBILLA, «Il Pontificio Istituto delle Missioni Estere e le sue Missioni, Memorie, vol. I, L’Istituto», Pime, Milano 1940, pagg. 540 (citaz. alle pagg. 288-294).
[49] G.B. TRAGELLA, op. cit., I, pag. 201 (un ricco benefattore di Padova avrebbe dato aiuti per borse di studio, se il Seminario gli fosse stato raccomandato da Propaganda Fide, che rifiutò dicendo che il benefattore già aiutava la Congregazione). Nel 1871 il card. Barnabò, prefetto di Propaganda, fa coniare (fuori della zecca di Roma, perché questa era stata occupata dai «piemontesi») una medaglia di onorificenza chiesta da mons. Raimondi di Hong Kong per un benefattore locale (AME, VI, 945, 1075, 1093). Propaganda aiutava la missione e la procura di Hong Kong, non l’Istituto di Milano, che considerava affidato ai vescovi lombardi per la sua esistenza.
[50] Questo atteggiamento non era solo di Raimondi, ma in genere dei vescovi e dei missionari in missione. La richiesta di un Capitolo generale dell’Istituto, convocato nel 1912 (vedi cap. IV), viene anche da questo: che vescovi e missionari volevano un Istituto che mandasse in missione più missionari e più mezzi. Infatti a quel Capitolo vengono invitati tutti gli otto vescovi del Seminario lombardo di quel tempo.
[51] Il bollettino del Seminario lombardo per le missioni estere, infatti, nasce solo nel 1914, 64 anni dopo la fondazione, con «Propaganda missionaria» (oggi «Missionari del Pime»).
[52] Nel 1874, mons. Simeone Volonteri, fondatore della missione in Cina, propone a Marinoni che le missioni contribuiscano al mantenimento di un chierico ciascuna, appena si costituisce lo studentato teologico (che nasce l’anno dopo). San Calocero gradisce la proposta che diventa legge per tutte le missioni:
ogni anno ogni missione dava alla casa madre 500 lire (ridotte a 200 nel 1877) o in contanti o con la celebrazione di 40 Messe (AME, XVII, 113, 177, 187).
[53] Il Seminario ambrosiano non ha mai tenuto proprietà e nemmeno parrocchie nelle diocesi che fondava: tutto per la Chiesa locale.