PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

IV - Da Seminario lombardo a Istituto pontificio (1901-1934)

Il direttore Filippo Roncari, oblato di Rho (19041908)
Paolo Manna e la sua «propaganda missionaria» (1908-1924)
Pietro Viganò, il direttore vescovo dell'India (1909-1913)
Con padre Armanasco si rafforza l'Istituto (1913-1924)
L'apertura delle «case apostoliche» nel dopoguerra (1920)
Le Costituzioni del 1925 e il rifiuto di diventare religiosi
Padre Manna superiore generale (19241934)
Impulso per l'educazione e l'incremento dei fratelli
Il Pime dall'unione dei Seminari di Milano e Roma (1926)
Manna in Asia riflette sul metodo missionario (1927-1929)
La formazione degli alunni: «Preti mediocri non ci servono»
«Virtù Apostoliche»: la spiritualità del missionario
G.B. Tragella, studioso delle missioni (18851968)
La fondazione delle missionarie dell'Immacolata (1936)

IV

DA SEMINARIO LOMBARDO A ISTITUTO PONTIFICIO
(1901-1934)

Alla morte di mons. Scurati (31 maggio 1901), che aveva ben continuato l’opera di mons. Marinoni, è mancato l’uomo giusto per dirigere l’Istituto e la sua rivista di grande prestigio. Il Seminario delle missioni estere contava a quel tempo circa 70 missionari dispersi in sei grandi missioni: India sud (Hyderabad), India nord (Bengala), Birmania orientale, Hong Kong e Cina (Honan sud e Honan nord); più l’impegno in Colombia. In Italia i missionari in servizio erano solo cinque (altri, dopo il servizio missionario, erano tornati nelle loro diocesi). Il Seminario lombardo sembrava non trovare più una guida.

Il direttore Filippo Roncari, oblato di Rho (1904-1908)

È una «crisi» che va spiegata: riguarda la direzione dell’Istituto, non le sue missioni, che infatti in questo tempo prosperano come non mai. Dal 1900 al 1909 e al 1913, nelle sei missioni tradizionali dell’Istituto (ricordate sopra) il numero dei cattolici aumenta da 51.839 a 70.836 ed a 90.632. Dal 1901 al 1911, l’Istituto ha sette nuovi vescovi: Giovanni Menicatti a Weihwei in Cina (1902), Domenico Pozzoni ad Hong Kong (1905), Angelo Cattaneo a Nanyang in Cina (1905) Santino Taveggia a Krishnagar in Bengala (India, 1906), Emanuele Sagrada a Toungoo in Birmania (1908), Dionigi Vismara ad Hyderabad in India (1909) e Noè Tacconi a Nanyang (e poi a Kaifeng, Cina) nel 1911. Un altro vescovo dell’Istituto (dal 1898) era Pietro Adamo Brioschi a Cartagena in Colombia.
Le Regole del 1886 prevedevano che alla morte del direttore tutti i membri votassero il successore. Una strana regola, per missionari dispersi ai quattro venti e che non s’incontravano mai dopo la funzione di partenza. A quel tempo non c’erano le vacanze in patria e i viaggi di oggi: si andava in missione per sempre e i missionari che per malattia o altro ritornavano in patria erano in genere ripresi dalle rispettive diocesi in cui erano incardinati.
Così, dopo la morte di Marinoni (1891), Scurati è subito eletto perché conosciutissimo anche ai più lontani, attraverso la rivista e i libri. Ma alla morte di Scurati c’è una grande dispersione di voti: il p. Alberto Cazzaniga assume la direzione (pro-direttore ad interim), ma lui stesso affermava di non essere adatto a quell’incarico. Interviene Propaganda Fide che chiede all’arcivescovo di Milano di nominare il superiore. Il card. Andrea Carlo Ferrari si trova a dover scegliere fra due padri anziani che a Milano svolgevano compiti di procura e di insegnamento nel seminario teologico dell’Istituto: padre Alberto Cazzaniga reduce dal Bengala e p. Tancredi Conti dalla Birmania. Il beato card. Ferrari trova che nessuno dei due è adatto al difficile compito e riferisce a Propaganda di non aver trovato l’uomo desiderato.
Di qui la nomina, su indicazione dell’arcivescovo di Milano, di mons. Filippo Roncari (1850-1933), missionario oblato di Rho e diocesano milanese, direttore del Seminario lombardo per le missioni estere dal 4 gennaio 1904 al 31 dicembre 1908: «fin che si troverà tra i membri dell’Istituto uno che sia capace di reggerlo sapientemente e di farlo sempre più prosperare», come dice la lettera del card. Gotti di Propaganda. In seguito il superiore viene eletto non più da votazioni dei missionari dispersi, ma da un Capitolo che riunisce i rappresentanti di tutte le missioni e li confronta con i problemi dell’Istituto.
Mons. Roncari, uomo di Dio e di grandi capacità realizzatrici (era stato in precedenza amministratore apostolico della diocesi di Lugano), si dedica fra l’altro a rafforzare l’economia dell’Istituto, che versava in gravissime difficoltà. Avendo buone conoscenze in diocesi e in Svizzera, riesce a trovare benefattori non solo per le missioni, ma anche per la stessa sede dell’Istituto in Milano. Dato che l’antico fabbricato di san Calocero non era più  sufficiente per il crescente numero di alunni (1), costruisce l’attuale casa madre in via Monterosa, comperando un grande terreno (circa due ettari). Terminata la casa e la chiesa pubblica di san Francesco Saverio, inaugura la chiesa stessa benedicendola il 1° dicembre 1906 come delegato dell’arcivescovo.
Dopo quasi cinque anni di guida dell’Istituto (1904-1908), mons. Filippo Roncari dà le sue dimissioni all’arcivescovo di Milano e alla Santa Sede e si ritira il 31 dicembre 1908. «Le Missioni Cattoliche» dedicano un lungo e cordiale editoriale al missionario oblato di Rho, firmato «I missionari e gli alunni dell’Istituto lombardo di san Francesco Saverio» (2).

«Uomo energico, avveduto, dalle grandi iniziative, indefesso, animo elevatissimo, egli ha stampato tracce indelebili come superiore spirituale e come amministratore. L’Istituto di san Francesco Saverio, mercé sua, è arrivato ad una vita veramente rigogliosa e le missioni ad esso affidate furono largamente rifornite di operai apostolici».

I firmatari si chiedono perché mons. Roncari si ritira, mentre è «nel pieno vigore delle sue forze e dell’azione, egli così ardito e instancabile, egli che in brevissino tempo ha operato prodigi di laboriosità, così da suscitare una vera ammirazione?». E rispondono che s’è trovato in una situazione difficile:

«Amatissimo e diremmo quasi idolatrato dai missionari (3) e dagli aspiranti, circondato di stima e simpatia senza confine, si trovava però alle prese con difficoltà e contrarietà che mai avrebbe creduto doversi aspettare, le quali lo mettevano in una situazione delicatissima... Ebbe a soffrire gravi dispiaceri, a vedersi frainteso...».

Quali erano queste «difficoltà e contrarietà»? Dai documenti dell’archivio non è dato sapere con precisione, ma dalla corrispondenza con i missionari e i vescovi dell’istituto e da altri segni pare di capire che si ripeteva, forse in modo aggravato data la sempre maggior estensione dell’impegno missionario, quello che era stato il cruccio maggiore di mons. Marinoni e di Scurati, come s’è detto: le missioni affidate all’Istituto, soprattutto i relativi vescovi, avrebbero voluto ricevere da Milano un numero ben maggiore di missionari, più assistenza e più aiuti, che il «Seminario lombardo» non era in grado di dare. Di qui le proteste e le accuse contro il direttore.
Per questo motivo, la Santa Sede, in accordo con l’arcivescovo di Milano, accetta le dimissioni di Roncari e mette al suo posto un vescovo delle missioni, mons. Pietro Viganò, missionario in India per 29 anni e vescovo di Hyderabad: per quasi 60 anni, l’Istituto aveva avuto tre direttori mai stati in missione (Scurati aveva fatto meno di due anni in Cina). Pio X scrive una lettera autografa a mons. Roncari, ringraziandolo «vivamente di tutto il bene che ha fatto nei cinque anni di governo a codesto Seminario delle missioni ordinando l’amministrazione, rivendicandone i diritti e mettendolo in tali condizioni economiche da provvedere al fine santissimo della sua istituzione».

Paolo Manna e la sua «propaganda missionaria» (1908-1924)

All’inizio del secolo le missioni prosperano, l’Istituto trova una nuova e spaziosa sede in Via Monterosa, ma «Le Missioni Cattoliche» attraversa un periodo di decadenza, dovuto alla mancanza dell’uomo adatto. In realtà i due direttori Alberto Cazzaniga (per pochi mesi nel 1901) ed Eugenio Salvi (veniva da Hyderabad in India) erano bravi missionari; ma, scrive padre Tragella,

«nelle pagine della rivista di quel tempo non c’era vita. Erano delle traduzioni o delle ottime relazioni originali, che si ponevano le une accanto alle altre, ma non c’era l’anima missionaria che valorizzasse il tutto, che tutto armonizzasse ad un fine, tutto vivificasse alla luce dell’ideale».

L’unica iniziativa di rilievo presa da «Le Missioni Cattoliche» in quegli anni è la fondazione dell’«Opera dei catechisti», annunziata il 21 giugno 1907 con una lettera firmata da mons. Roncari e da p. Salvi. L’Istituto milanese istituiva un’opera a sostegno dei catechisti delle sue missioni, con tanto di statuto e bollettino. Si chiedeva ai soci di versare 96 lire l’anno, in rate mensili, per il mantenimento di un catechista indigeno (una specie di «adozione internazionale» ante litteram); i missionari che beneficiavano di questo sostegno avrebbero celebrato una s. messa l’anno per gli offerenti.
I 26 anni dell'Istituto che stiamo esaminando (1901-1934) sono al centro dei suoi 150 anni e rappresentano una svolta radicale nella storia del Pime: il passaggio da Seminario lombardo a Istituto italiano e poi a Pontificio istituto, con l'unione fra il Seminario milanese e quello romano, voluta e realizzata da Pio XI nel 1926. Il Seminario che ancora nel 1910 (60 anni dopo la fondazione) aveva la sola casa madre di Milano (con la villa Grugana), nel 1934 (quando decade p. Manna) ha in Italia 8 residenze e case apostoliche: è un segno della profonda evoluzione di questi anni.
Il principale personaggio di questo periodo storico (1901-1934) è indubbiamente p. Paolo Manna, che qualcuno considera quasi un secondo fondatore dell’Istituto. Padre Manna (Avellino 1872 — Napoli 1852), nel 1907 ritornò a Milano la terza volta dalla missione di Birmania per motivi di salute (4). Nel luglio di quel 1907, andando in pellegrinaggio a Lourdes, si definiva «un missionario fallito» e scriveva al direttore mons. Roncari:

«Vedo fosco l’avvenire, vedo distrutte tante speranze e disegni di opere buone, mi vedo a 35 anni pressoché inutile e d’inciampo e fastidio a me e agli altri».

Invece, messo alla direzione di «Le Missioni Cattoliche», si manifesta «un’anima di fuoco», come ha scritto p. Giovanni Battista Tragella (5). Padre Manna dà slancio alla rivista, tutta tesa a trasmettere amore ed entusiasmo per le missioni ed a stimolare i lettori alla «cooperazione missionaria». «Le Missioni Cattoliche» era informativa, culturale ed educativa sul tema missionario, con appelli ai giovani, uomini e donne, perché si consacrino alla vita missionaria; ma soprattutto chiedeva preghiere. Il primo articolo del nuovo direttore è un commosso invito: «Preghiamo!», seguito dalla stampa di foglietti con preghiere missionarie diffusi a migliaia e dalla pubblicazione di un volumetto intitolato «Filotea missionaria» (6).
Gli editoriali di padre Manna sono veramente esemplari! Ogni mese trova lo spunto per promuovere («fare propaganda» o «zelare», come si diceva allora) libri missionari, opuscoli popolari, calendari, strenne, cartoline, iscrizioni alla Propagazione della fede e all’Opera dei catechisti, appelli per le vocazioni missionarie, esortazioni a pregare per i missionari, a fare nuovi abbonamenti, ecc. È un direttore che non dà tregua ai lettori, non li lascia tranquilli: li considera non solo abbonati alla rivista, ma «propagandisti» della stessa e delle missioni. La carica gli veniva dalla passione e dalla sofferenza con cui aveva vissuto la tormentata esperienza in Birmania.
Con p. Manna l’edizione italiana di «Le Missioni Cattoliche» si distacca da quella francese. Il nuovo direttore valorizza i corrispondenti italiani e lancia le sue iniziative e i suoi appelli: «Può esservi elemosina migliore di quella che dà Dio alle anime e le anime a Dio?»; «Il mondo è di chi se lo piglia e tocca a noi guadagnarlo a Gesù Cristo»; «Tutti i fedeli per tutti gli infedeli»...
La rivista diventa una fucina che produce idee, opuscoli, iniziative, libri. P. Manna non si limita a chiedere ai fedeli preghiere, vocazioni e aiuti economici. Presenta «la conversione del mondo infedele» come un problema non dei missionari ma di tutta la Chiesa, che esige una soluzione globale: il coinvolgimento di tutti i battezzati, vescovi, sacerdoti e fedeli. È una visione profetica. Nel marzo 1909, Manna pubblica l’opuscolo «I fedeli per gli infedeli», nel quale invita gli amici a «far conoscere a tutti i cristiani lo stato attuale del Regno di Cristo nel mondo». La trattazione popolare ha buona accoglienza e caratterizza sempre più il direttore: un’anima piena di passione missionaria, che sa toccare il cuore dei lettori.
Nell’aprile 1909 esce la prima edizione del volume più fortunato di p. Manna: «Operarii autem pauci — Riflessioni sulla vocazione alle missioni estere», che è all’origine, si può dirlo senza tema di esagerare, di centinaia (o forse migliaia) di vocazioni missionarie, sacerdotali e religiose. Il libro era un’assoluta novità nella letteratura religiosa di quel tempo, sia per l’argomento, che per lo spirito che l’animava. Un libro «contagioso», che non pochi superiori di seminario proibivano o permettevano con cautela, per timore che la passione missionaria impoverisse la diocesi.
«In alcuni seminari — racconta un biografo di Manna (7) — veniva letto di nascosto e copiato su fogli di quaderno. Fu tradotto in varie lingue e finora in Italia si sono avute sei edizioni».
Nel novembre del 1909 era pronto l’«Almanacco delle missioni» (fascicolo annuale a larga diffusione) e nei mesi seguenti una serie di libri, opuscoli, strenne, cartoline, circolari a tutti i vescovi, allo scopo di far conoscere in Italia le Opere della Propagazione della fede e della S. Infanzia. P. Manna viene chiamato in varie diocesi per fondare le due Opere missionarie (8).

Pietro Viganò, il direttore vescovo dell’India (1909-1913)

L’arrivo di p. Manna a Milano ha effetti positivi nell’Istituto missionario milanese. La sua spinta innovativa viene recepita dal nuovo direttore, mons. Pietro Viganò (1858-1922), vescovo di Hyderabad in India: entra in carica il 1o gennaio 1909 e governa l’Istituto fino al primo Capitolo generale del 1912, che elegge il nuovo direttore p. Giuseppe Armanasco (in pratica dura in carica fino al luglio 1913, come richiesto dalla S. Sede, fin che sono promulgate le nuove Regole). Se nel Pime mons. Roncari è ricordato soprattutto per aver ideato, costruito e finanziato la casa madre di via Monterosa, mons. Viganò ha avuto un altro merito: apre la prima «casa apostolica» (seminario) a Monza nel 1911. «Le Missioni Cattoliche» nel darne notizia scrive:

«Al fine di avere un maggior numero di missionari quali li richiede il sempre crescente sviluppo delle nostre missioni, l’Istituto, con la debita approvazione della sacra congregazione di Propaganda Fide e di sua eminenza il cardinale arcivescovo di Milano, ha aperto in Monza una casa succursale per quei giovani che, non avendo compiuto i corsi liceali, non potrebbero essere ammessi nel Seminario delle missioni in Milano, che è solo per gli studenti di teologia».

Così, il «Seminario lombardo delle missioni estere», nato nel 1850 col proposito di ricevere solo sacerdoti diocesani e fratelli cooperatori laici che volevano farsi missionari senza diventare religiosi, nel 1875 apre il suo seminario teologico e nel 1911 il seminario filosofico-liceale; poco dopo (1920) viene il primo seminario minore (o «scuola apostolica») a Genova.
Nel 1912 mons. Viganò istituisce a Milano l’«Associazione di pie signore per le missioni dell’Istituto missioni estere», la prima opera di cooperazione alle missioni del Seminario lombardo, ancor oggi attiva: doveva preparare gli arredi sacri per i missionari partenti, ha poi esteso le sue attività anche ad altri campi. Le prospettive vocazionali sono buone: aumentano gli alunni del seminario teologico (36 nel 1912) e soprattutto i partenti per le missioni: uno nel 1901, 5 nel 1902, 6 nel 1903, 3 nel 1904, 4 nel 1905, 5 nel 1906, 8 nel 1907, 10 nel 1908, 4 nel 1909, 12 nel 1910, 5 nel 1911. Alle funzioni di partenza è sempre presente un vescovo lombardo o delle missioni dell’Istituto. Aumentano le presenze dei missionari nelle sei missioni affidate al Pime: nel decennio dal 1902 al 1911 i partenti sono stati 63, i defunti in missione 18.
Negli ultimi vent’anni di mons. Marinoni (1871-1891) i missionari inviati in missione erano stati 37 fra padri e fratelli: nel ventennio seguente (1891-1911) 118. I missionari del Pime in missione (più una decina in Italia, alcuni fuori dell’Istituto) erano 63 nel 1891, sono 97 nel 1911. Partivano in molti, ma dopo qualche anno rimanevano in pochi: le condizioni di vita erano durissime (specie in Bengala definito dagli inglesi «la tomba dell’uomo bianco» e in Birmania), frequenti le morti e il ritiro di missionari giovani per gravi motivi di salute.
Da tempo i missionari desideravano un Capitolo rappresentativo di tutte le missioni: si svolge nella casa madre a Milano dall’8 luglio al 23 settembre 1912. Vi partecipano 17 membri dell’Istituto, compresi (fatto significativo!) gli otto vescovi che si lamentavano spesso del loro Seminario missionario: Vismara (India), Taveggia (Bengala), Sagrada (Birmania), Pozzoni (Hong Kong), Tacconi (Honan Sud), Menicatti (Honan Nord), Adamo Pietro Brioschi (Cartagena, Colombia) che presiede il Capitolo (9), e mons. Pietro Viganò, direttore dell’Istituto, che dichiara di non voler essere eletto, sentendosi mancare doti di governo (10).
A succedergli il Capitolo elegge p. Giuseppe Armanasco, già missionario in Bengala e rettore della «casa apostolica» di Monza.
All’inizio del 1913 l’Istituto aveva in Italia un vescovo, 9 padri e 38 alunni di teologia a Milano, 3 padri e 22 liceisti a Monza; nelle missioni 7 vescovi, 117 padri e 2 fratelli. I cattolici nelle missioni affidate all’Istituto erano 90.632, più 32.258 catecumeni. Il Capitolo del 1912 e le Regole del 1914 sono chiaramente impostati sulla necessità di rafforzare l’Istituto in Italia, per un miglior servizio alle missioni. Il Capitolo ritiene

«non solo conveniente, ma anzi necessaria per il maggior sviluppo dell’Istituto la fondazione di una scuola apostolica, seguendo in ciò l’esempio di altri seminari missionari. L’assemblea è convinta che il seminario filosofico recentemente aperto a Monza non solo non può prendere sviluppo ma nemmeno sussistere senza una scuola apostolica che lo provveda di soggetti, poiché i vescovi e i direttori dei seminari diocesani generalmente sconsigliano i giovani studenti di liceo a prendere una decisione sulla vocazione missionaria» (11).

Questo comporta un maggior impegno di personale in Italia, il che non sembra, ai padri capitolari, in contraddizione con la finalità missionaria dell’Istituto, in quanto inteso in funzione di una miglior efficienza sul campo delle missioni. Le Regole del 1914 infatti prevedono nei seminari rettori, vicerettori, padri spirituali, economi, consiglieri e insegnanti (12). Anche in vista di questo l’art. 57 delle Regole, tra le varie doti, esige nell’aspirante

«una volontà risoluta a dedicarsi perpetuamente al servizio dell’Istituto, sia nelle missioni sia nelle case del medesimo, a giudizio dei superiori».

Prima del Capitolo del 1912, mons. Domenico Callerio, direttore del Pontificio seminario per le missioni estere di Roma, scrive proponendo che il Capitolo del Seminario lombardo discuta dell’unione fra i due Seminari missionari (vedi cap. III) e avanza precise proposte. Il Capitolo le approva e invita mons. Callerio a Milano, ma non si riesce a concludere prima della fine del Capitolo stesso. Seguono varie discussioni con Roma (padre Paolo Manna, segretario del Capitolo, era l’incaricato delle relazioni con Roma): l’unione, già approvata dal Papa e da Propaganda Fide, sembrava cosa fatta. Ma il 7 luglio 1913 il card. Gotti, prefetto di Propaganda, chiede di rimandare, fin che Propaganda abbia esaminato bene la questione. Mons. Callerio, dopo il Capitolo a Milano nel 1912, chiede a Propaganda di rimandare l’unione, dichiarandosi contrario alla stessa: lamentava che «i milanesi vogliono tutto» e intendevano semplicemente assorbire il Seminario romano, ereditandone il personale, le missioni e le case. Ad esempio, Callerio avrebbe voluto l’unico seminario teologico a Roma, ma Milano non intendeva cedere su questo punto: era disposta a mandare dieci teologi del seminario milanese in aiuto a quello romano povero di alunni, ma voleva tenere aperto il seminario a Milano (13).
Il problema sarà risolto d’autorità da Pio XI nel 1926 (vedi più avanti in questo capitolo), ma per il momento fa perdere al Seminario lombardo quasi due anni di snervante attesa. Le Regole vengono approvate da Propaganda con molto ritardo (dal settembre 1912, quando finisce il Capitolo, al luglio 1913), perché non si sapeva se l’unione sarebbe andata a buon fine. Anche il superiore eletto padre Armanasco può prendere possesso della sua carica solo nel luglio 1913, in attesa delle Regole e della quasi sicura unione con Roma!

Con padre Armanasco si rafforza l’Istituto (1913-1924)

Il Capitolo del 1912 è un’altra tappa importante del graduale passaggio da Seminario lombardo a Istituto delle missioni estere. Le Regole del 1914 riprendono sostanzialmente quelle del 1886 fatte da Marinoni e mantengono il titolo di «direttore» al capo dell’Istituto (il primo «superiore generale» è p. Manna); ma non scrivono più «Seminario (o Istituto) lombardo per le missioni estere», sebbene «Seminario (o Istituto) per le missioni estere di Milano». L’approvazione delle Regole è data dal cardinale di Propaganda e non si parla di dipendenza dall’arcivescovo di Milano e dai vescovi lombardi; ormai tutti i missionari sono ordinati «titulo missionis», cioè incardinati nell’Istituto dopo un periodo di prova (prima o dopo l’ordinazione sacerdotale, se entrano già sacerdoti).
Armanasco (1913-1924) è stato un buon direttore (14). L’Istituto ha lavorato bene nelle missioni: nel 1918 la Santa sede affida al Seminario lombardo la prefettura apostolica di Kaifeng in Cina (Honan); e anche in patria c’è stato un cammino in avanti, nonostante la guerra mondiale (1915-1918), con le sue distruzioni, la grande povertà dell’Italia di quel tempo, i seminari dimezzati dai richiami sotto le armi, i reduci nell’immediato dopoguerra (prima del Concordato del 1929, chierici e sacerdoti facevano il servizio militare).

«Nel 1916 — scrive p. Gerardo Brambilla — l’Istituto aveva al servizio della patria il suo piccolo esercito, composto da 35 soldati compresi tre cappellani».

I mobilitati del Pime furono in tutto 39, tre dei quali morti in guerra. Una medaglia di bronzo a Gerolamo Lissoni, che poi sarà missionario in Birmania, e tre medaglie al valor militare al chierico Clemente Vismara del seminario diocesano milanese, che entrerà nel Pime nel 1920. A 22 anni, Clemente terminò la guerra con tre medaglie e il titolo di sergente maggiore.
La linea di governo di p. Armanasco è quella dettata dal Capitolo del 1912: diffondere l’Istituto in patria e avere personale e mezzi più adeguati per le missioni (15). Opera sua è il «Breve direttorio per i missionari dell’Istituto missioni estere» (Milano 1917), un libretto di 62 pagine che in 85 numeri dà «norme ed esortazioni lasciateci dai nostri superiori di santa memoria», riprese dalle «Regole» del 1914. Armanasco si augura, nella presentazione, che questo testo, accompagnato dalla preghiera,

«tutti abbiano a leggerlo almeno una volta l’anno nel corso dei santi esercizi, sicuri che, ben meditato, porterà frutti copiosi di santificazione».

È una specie di manualetto ascetico dell’«uomo apostolico», che ha come base i «Monita ad missionarios» della Congregazione di Propaganda e riguarda i temi abituali della formazione missionaria: fede e preghiera, carità, spirito di povertà e di sacrificio, obbedienza, ecc. Intanto, nell’Istituto in Italia è ancora dominante la figura di p. Paolo Manna (16), che nel 1914 fonda «Propaganda missionaria», bollettino con le lettere dei missionari e per promuovere l’opera della «Propagazione della fede» e la «Santa infanzia»: nell’immediato dopoguerra, dopo la prima enciclica missionaria del nostro secolo «Maximum illud» di Benedetto XV (1919) (17), il bollettino del Pime raggiunge le 186.000 copie. Anche la prima rivista missionaria per gli adolescenti, «Italia Missionaria», nasce da p. Manna nel 1919, con lo scopo dichiarato di «suscitare vocazioni per le missioni». Padre Giovanni Battista Tragella, suo collaboratore, racconta (18):

«La stampa missionaria di quei tempi era in gran parte costituita da bollettini con lunghe liste di offerte... Il tema della vocazione missionaria era trascurato, un po’ per timidezza, un po’ perché si sapeva che l’argomento non era affatto gradito nei seminari, nei collegi e anche nelle famiglie cattoliche. ‘‘Italia Missionaria’’ parlò subito con chiarezza e con passione della vocazione alle missioni estere, proseguendo sulla linea già tracciata da ‘‘Operarii autem pauci’’. È difficile dire quante autentiche vocazioni sono nate dalle lettere mensili firmate dallo zio Missionario (che all’inizio era padre Manna stesso), ma ogni istituto maschile e femminile d’Italia ne deve contare parecchie ».

Va ancora rimarcato che il p. Manna mantiene «Le Missioni Cattoliche», e le altre sue iniziative di stampa e di «propaganda missionaria», in una visione universale della missione, com’era nello spirito della rivista fin dall’inizio. A questa sensibilità va attribuita l’«Unione missionaria del clero», nata nell’ottobre 1916 dallo scandalo che Manna aveva ricevuto, ritornando in Italia dalla Birmania (1907), vedendo lo scarso senso missionario del clero italiano, vescovi compresi. L’Unione nasce con l’intento che ogni diocesi istituisca un’associazione di sacerdoti impegnati

«a favorire la diffusione del Vangelo tra gli infedeli»... a stabilire nelle parrocchie le opere di appoggio ai missionari ... a «favorire le vocazioni alle missioni, non solo tra i chierici, ma anche tra le giovani chiamate allo stato religioso»... ed a diffondere «su vasta scala i periodici già esistenti che trattano di missioni».

L’Unione missionaria del clero, idea geniale e fortunata, si diffonde rapidamente in Italia grazie all’approvazione del Papa e all’appoggio caloroso del beato Guido Maria Conforti, vescovo di Parma, fondatore dei missionari saveriani (1895) e primo presidente dell’Unione stessa. Due fra i primissimi iscritti sono i futuri Papi Pio XI (don Achille Ratti) e Giovanni XXIII (don Angelo Roncalli). La sede centrale dell’Unione rimane al Seminario lombardo di Milano (con la «Rivista di studi missionari» organo dell’associazione) fino al 1922 quando viene portata a Roma e diventa poi Opera pontificia (nel 1956).
Le iniziative di padre Manna e la rivista «Le Missioni Cattoliche » danno al «Seminario lombardo per le missioni estere» una certa fama fra il clero italiano, che aiuta la spinta data dal direttore Armanasco verso una diffusione dell’Istituto in varie regioni italiane. Nel necrologio di p. Armanasco (19) si nota che

«il p. Manna, nel superare le difficoltà per fondare l’Unione missionaria del clero, ebbe in padre Armanasco un valido e intelligente collaboratore, come lo ebbe consigliere in tutte le altre sue preziose iniziative di indole missionaria».

L’apertura delle «case apostoliche» nel dopoguerra (1920)

Il terzo seminario dell’Istituto lombardo per le missioni estere, dopo la teologia a Milano (1875), e il liceale-filosofico di Monza (1911), nasce a Genova l’11 ottobre 1920. In quel giorno padre Attilio Garrè (già missionario in Cina), entra con 9 ragazzi nella nuova «casa apostolica» sistemata in un’ala del convento di sant’Anna dei carmelitani: è il primo «seminario minore» dell’Istituto (20). Padre Garrè raccontava fino al termine della vita (ancora a San Paolo del Brasile nel 1966) le difficoltà, i sacrifici, le sofferenze, le umiliazioni affrontate per aprire e far vivere la «casa apostolica » e gli «apostolini» a Genova. Ma aggiungeva sempre un elogio ai genovesi, che avevano risposto con generosità «al rettore che s’è fatto mendicante» (21).
Segue nel 1921 il «Seminario meridionale del Sacro Cuore per le missioni estere» di Ducenta presso Aversa (provincia di Caserta), che nasce da un progetto di p. Manna coltivato fin dal 19 settembre 1907: in quel giorno infatti egli celebrava la s. Messa «Pro seminario missioni estere meridionale». Nel volume «Operarii autem pauci» (1909), Manna esprimeva l’augurio che

«ogni provincia ecclesiastica... si assumesse l’incarico di provvedere di soggetti e di mezzi d’evangelizzazione una qualche provincia di paese infedele... Oh, se ogni regione d’Italia e di altri paesi cattolici avesse ciascuna il suo seminario di missioni estere!» (22).

Quest’idea si fa strada e nel 1921 il canonico Grassia di Aversa dona per questo scopo il palazzo già dei marchesi Folgori a Ducenta. Mentre fervono i lavori di adattamento, il 7 novembre 1921 Benedetto XV manda a Manna, nominato da Armanasco rettore del seminario di Ducenta, un «Breve pontificio» («Libenter admodum») che costituisce la «carta di fondazione del seminario di Ducenta». Il Papa afferma:

«Era vivissimo desiderio che anche nell’Italia meridionale sorgesse un istituto missionario, non dissimile da quelli che fioriscono in altre città dell’Italia settentrionale e per questo ci compiacciamo ora assai della casa di Ducenta, come quella la quale, se Dio vorrà, sarà per suscitare attraverso l’Italia meridionale molti banditori dell’Evangelo».

Il seminario apre le porte il 15 dicembre 1921 e si svilupperà in seguito, con altri seminari, nella «provincia meridionale del Pime» (oggi «regione») (23).
La terza «scuola apostolica» nata al tempo di p. Armanasco è quella di Treviso, aperta nell’ottobre 1922 dietro invito del clero diocesano e del vescovo mons. Longhin, che offrì la chiesa di san Martino in centro città perché la canonica servisse come inizio di seminario minore. Anche questo seminario, iniziato da padre Gaetano Filippin (missionario in Cina e poi in Brasile), avrà ampi sviluppi.
L’incremento dei seminari e della «propaganda» porta ad un aumento dei missionari partenti per le missioni: 12 nel 1912, 11 nel 1913, 12 nel 1914, 3 nel 1915 in piena guerra. Nel 1919 si riprende con 14 partenze di giovani missionari, 10 nel 1920 e solo cinque nel 1921: quest’ultima partenza rimane memorabile perché celebrata (il 14 novembre) dal card. Achille Ratti, arcivescovo di Milano e futuro Pio XI, il «Papa missionario» amico dell’Istituto.
Va detto che Pio XI aveva veramente uno spirito missionario. Nella prima visita che fece all’Istituto come arcivescovo di Milano il 21 settembre 1921, riferendosi ai missionari ambrosiani si dichiarò

«non solo contento, ma largo e anche giocondo» perché la sua archidiocesi aveva numerosi suoi rappresentanti nelle missioni; e affermò che «il miglior modo per ottenere vocazioni sacerdotali per la diocesi è quello di offrirne per le missioni»: idea che ancor oggi non è da tutti condivisa.

I partenti del 1922 erano 13: il nuovo arcivescovo card. Tosi aveva accettato di presiedere la cerimonia, ma ne fu impedito e all’ultimo momento e inviò il suo segretario mons. Giovanni Rossi (fondatore della Compagnia di san Paolo e della Pro Civitate Christiana di Assisi). Infine, nel 1923 l’Istituto manda 10 nuovi missionari nelle missioni e 14 nel 1924.

Le Costituzioni del 1925 e il rifiuto di diventare religiosi

Come si vede, il numero dei partenti è abbastanza sostenuto: nei dodici anni ricordati (1912-1924) i morti del Pime sono solo 22, i missionari partiti la prima volta per le missioni 99.
Nel 1922 il Seminario lombardo aveva nei sette vicariati apostolici in Asia (ai precedenti si era aggiunto Kaifeng in Cina) 62 milioni di non cristiani e 141.565 battezzati, con 29.102 catecumeni, assistiti da 7 vescovi dell'istituto, 191 missionari italiani, 37 sacerdoti indigeni, 19 religiosi europei e 5 religiosi indigeni, 280 suore europee e 107 suore indigene, 1.734 catechisti e catechiste, 6 seminari con 148 seminaristi. L'opera missionaria dell'Istituto in Asia, come vedremo nei capitoli dedicati alle singole missioni, aveva ovunque un buon sviluppo.
In
Italia invece il Seminario lombardo per le missioni estere passava da un'emergenza all'altra. I nuovi problemi che richiedevano una soluzione erano soprattutto due: il Codice di diritto canonico (1917) che non contemplava più la formula delle origini, cioè sacerdoti diocesani inviati in missione e incardinati nelle proprie diocesi; e la scarsa presenza dell'Istituto stesso nell' assistenza ai missionari sul campo. Questo era il lamento generale che veniva dalle missioni: il Pime aveva ormai un impegno vastissimo in Asia, non poteva limitarsi a preparare e mandare missionari, assistendoli quasi solo con belle lettere di tono spirituale ed esortativo.
Dal 20 agosto 1924 si svolge a Milano il II Capitolo, che il 25 agosto elegge superiore generale padre Paolo Manna (Armanasco già da un anno era gravemente ammalato). Manna aveva sostenuto l’elezione di mons. Adamo Brioschi, arcivescovo di Cartagena in Colombia: ma il fatto che mancasse dall’Italia (eccetto brevi visite) fin da quando era stato portato ancora chierico in Colombia da mons. Eugenio Biffi (nel 1882) convinse i capitolari ad eleggere, con votazione unanime, p. Manna, ormai ben conosciuto in Italia, ma anche nelle missioni.
Il Capitolo del 1924 produce le prime vere Costituzioni (promulgate nel 1925), che riprendono le «Regole» del 1914 e le adattano alla nuova situazione: in Italia ormai ci sono parecchie case e nascono nuovi problemi (rettori, insegnanti, economia, ecc.). Le Costituzioni del 1925 sono importanti perché si adeguano al Codice di diritto canonico (1917), per il quale gli istituti di clero secolare come il nostro sono per molti aspetti equiparati ai religiosi, pur senza i voti (24): così l’Istituto per le missioni estere deve per forza di cose darsi delle regole sulla falsariga di quelle dei religiosi. Le Costituzioni del 1925:
— introducono per i nuovi membri il giuramento temporaneo («promessa») o perpetuo, col quale si diventa membri dell’Istituto (25);
— stabiliscono che tutti gli alunni prima del giuramento facciano un anno intero di noviziato (26), a norma del canone 556;
— prevedono la creazione di «circoscrizioni»: possono venire erette sia nelle terre di missione che fuori di esse e sono presiedute da un superiore regionale, che dipende direttamente dal superiore generale. La sua autorità è regolata da speciali norme (27);
— l’Istituto ha il primo superiore generale che gode di autorità ordinaria propria (non più il direttore);
— le Costituzioni del 1925 riaffermano con forza il diritto del superiore di richiamare «dalle missioni i soggetti che giudicherà necessari per qualche ufficio nella casa madre o nelle case di formazione» (art. 56) ed esigono dai membri piena disponibilità al riguardo (art. 123).
Queste norme introdotte per uniformarsi al Codice, ma più subite che volute, fecero nascere in taluni l’idea e il timore che si tendesse ad assimilare sempre più l’Istituto ad una congregazione religiosa e che p. Manna spingesse in questo senso, ciò che non era vero. P. Domenico Colombo scrive:

«Nessuno voleva che l’Istituto diventasse religioso, ma sull’adozione di alcune norme dei religiosi si poteva discutere: erano proprio così negative o non piuttosto vantaggiose?» (28).

Il problema però è complesso. Dopo aver cambiato sistema incardinando col «giuramento» i suoi membri, il Seminario lombardo si trovò ad avere un certo numero di padri che rifiutavano il giuramento e si attenevano al vecchio sistema dell’incardinazione in diocesi. Ma alcune diocesi accettavano questo sistema, altre no. Ad esempio, la curia dell’archidiocesi di Milano non accettava più, come aveva sempre fatto fin dal 1850, i missionari ambrosiani già incardinati in diocesi, quando ritornavano dalle missioni: anziani ed ammalati che venivano in patria per gravi motivi non li riconosceva più come propri. L’Istituto faceva presente che solo i giovani membri col giuramento erano incardinati nell’Istituto, gli altri rimanevano preti diocesani. Alla fine degli anni venti, la curia di Milano portò la causa a Propaganda, che approvò il suo comportamento dicendo al Pime di provvedere ai suoi anziani... (29). Il superiore generale allora fu costretto a dire le sue ragioni. Propaganda ordinò di studiare la cosa in modo più adeguato e non se ne fece nulla...

Padre Manna superiore generale (1924-1934)

Dopo la sua elezione a superiore generale il 25 agosto 1924, nella circolare ai confratelli del 16 settembre 1924, p. Paolo Manna espone con chiarezza il suo programma:
— «maggior unione e più stretti rapporti fra i missionari e il loro superiore generale, fra la direzione centrale e le missioni»;
— consolidamento e sviluppo delle missioni;
— cura particolare per le case di formazione, perché ai futuri missionari sia data un’accurata preparazione;
— curare il reclutamento degli alunni;
— dare più attenzione alla «situazione economica affatto lieta, in cui versa attualmente l’Istituto in Italia»;
— infine, realizzare quanto le nuove regole approvate dal Capitolo stabiliscono: il giuramento di fedeltà all’Istituto, sostitutivo dell’incardinazione alle diocesi d’origine, e l’«anno di formazione» che prepara allo stesso.
Le case di formazione erano al centro dell’interesse del nuovo superiore: ingrandisce le esistenti e ne fonda di nuove. Nel 1925 costruisce il seminario di Monza, dietro alla villa iniziale aperta nel 1911; nel 1926-1928 il nuovo seminario teologico a Milano nel terreno di via Monterosa (30): gli alunni di teologia, 20 nel 1906, erano 67 nel 1927; nel 1925 p. Manna costruisce il seminario di Genova, accanto alla villa dei conti Luxoro, e sistema il seminario di Treviso nell’ex-Collegio Pio X in centro città; infine, aggiunge un nuovo fabbricato alla Villa Grugana e un altro a Ducenta e apre nel 1934 una casa di vacanza per gli alunni ad Esino Lario (Como).
Alle nuove case apostoliche aperte da padre Manna si aggiungono quelle ereditate dal Pontificio seminario romano per le missioni  estere, unito da Pio XI a quello milanese nel 1926 (vedi più avanti): la sede dell’Istituto in via santa Teresa a Roma (31), che diventa procura e casa per gli studenti nelle università romane; la casa estiva di Gaeta col santuario della Montagna spaccata, in incantevole posizione a picco sul mare (32); e la casa di Carraia (Lucca), chiusa nel 1930. Nel 1926 Manna acquista una casa apostolica ad Arezzo, per il reclutamento nell’Italia centrale (chiusa però nel 1932). Nel 1933 inaugura la nuova casa di Aversa (provincia di Caserta), per gli studenti meridionali del ginnasio superiore e del liceo.
Com’è facile immaginare, questo dinamismo di costruzioni e la richiesta di personale dalle missioni per il servizio all’Istituto in Italia, suscitano non poche opposizioni fra i missionari sul campo. Padre Manna, nella Lettera sul «Vincolo» del gennaio 1930, giustifica la sua politica di costruzione delle case apostoliche e di aumento del personale in Italia: oggi è impossibile avere vocazioni in altro modo! Nel 1930, l’Istituto aveva:
— 77 studenti di teologia: 16 dai seminari diocesani e 61 dalle case apostoliche dell’Istituto;
— 70 filosofi: 13 dai seminari diocesani e 56 dalle case apostoliche;
— 293 «apostolini» di ginnasio;
Naturalmente questa crescita degli alunni comporta un maggior impegno di personale in Italia. Nel 1930 il Pime presenta queste statistiche:
— vescovi 12
— padri in missione 199
— padri attivi in Italia (superiori, nei seminari) 56
— padri a riposo 12 o impegnati fuori dell’Istituto 7
— fratelli in Italia, in missione e in formazione 62
Nella relazione al Capitolo di Hong Kong (1934) 33 padre Manna così scrive:

«Le speranze dell’Istituto e delle missioni si fondano specialmente su queste case apostoliche, oggi una vera necessità. Dai seminari diocesani e dal clero ci vengono ormai ben poche vocazioni. Da uno studio fatto sui nostri alunni di teologia, risulta che non più di due o tre su dieci di essi vengono dai seminari diocesani».
Padre Manna informa i missionari che «in Italia si sono create condizioni difficili... per gli istituti esclusivamente missionari come il nostro. Col costituirsi e lo svilupparsi dell’organizzazione missionaria delle diocesi e la politica di concentramento promossa, oltre i limiti voluti dall’autorità, dai dirigenti delle Opere pontificie, sono venuti a mancare molti mezzi che avevamo finora avuto per la nostra propaganda. Tutto è accentrato nei segretariati e nelle commissioni diocesane... Anche la nostra stampa è ormai quasi paralizzata. La stampa ufficiale delle Opere è imposta obbligatoriamente... Nessuna meraviglia se la tiratura dei nostri periodici va di anno in anno riducendosi» (34).

Anche situazioni come questa: una Chiesa che fonda due seminari missionari di clero diocesano (Milano e Ducenta) e poi non li riconosce più come propri, è un fatto che ha spinto il «Seminario lombardo per le missioni estere» a diventare sempre più «Istituto».
Non va dimenticata, nel tempo di padre Manna, la collaborazione alla direzione e formazione spirituale dell’Istituto missionario portoghese di Cucujães (simile al Pime, di clero diocesano per le missioni). Il 5 gennaio 1930 la segreteria di stato comunica l’ordine
del Papa di mandare due missionari per occuparsi dell’Istituto portoghese di recente fondazione. Partono due missionari di
Hong Kong, il p. Mario Parodi e il p. Valentino Corti, quest’ultimo sostituito nel luglio 1936 da p. Franco Vernocchi. I due rimangono in Portogallo fino all’inizio degli anni cinquanta (nel 1951 Vernocchi è superiore in Guinea-Bissau).

Impulso per l’educazione e l’incremento dei fratelli

Quando padre Manna nel 1924 diventa superiore, i fratelli sono 5 in missione, 6 in Italia e 8 probandi (totale 19); nel 1935 22 in missione e 12 in Italia, più 27 aspiranti in formazione, sebbene Manna fosse molto severo nelle ammissioni (totale 61). Dal 1924 al 1934, p. Manna invia in missione 20 fratelli (due all’anno) e al Capitolo del 1934 ad Hong Kong presenta il nuovo «Direttorio per i fratelli cooperatori», perché 

«da tutti i membri dell’Istituto si conosca bene la natura, lo spirito, i doveri di questi futuri collaboratori e la cura di cui debbono essere oggetto» (35).

Bisogna dire che, mentre nella prima spedizione in Oceania i fratelli (o «catechisti») erano due su cinque sacerdoti e subito dopo vi fu un certo afflusso di candidati e fratelli partenti per le missioni (Giovanni Sesana, Paolo Mauri, Giuseppe Beltrami, Angelo Galimberti), in seguito i laici missionari nel Pime diminuiscono in rapporto al numero dei padri: per i primi sessant’anni, il Seminario lombardo, limitato in Italia a una sola casa e con scarsissimo personale, non aveva le forze per curare il reclutamento e la formazione dei laici. I fratelli entravano nell’Istituto in modo occasionale e ricevevano soprattutto una formazione spirituale. Non si lanciavano appelli per la vocazione laicale alle missioni, ma il direttore cercava dei buoni giovani cattolici che rispondessero alle richieste dalle missioni (dalla Birmania chiedevano due tipografi, dal Bengala un falegname e un ortolano, ecc.), li formava e li mandava in missione, a volte senza che avessero avuto alcun legame precedente con il Seminario milanese.
I laici consacrati a vita erano trascurati, tanto da essere quasi
scomparsi all’inizio del nostro secolo, quando erano solo quattro:
Angelo Galimberti in Bengala (morto nel 1907) e tre in Birmania: il mitico e santo Pompeo Nasuelli (morto nel 1927), Giovanni Angelini (morto nel 1900) e Giovanni Genovesi (morto nel 1945).
Partivano però tutti per le missioni. I primi che nel 1915 vengono
trattenuti in Italia per il servizio alle case dell’Istituto (a causa della guerra) sono Giovanni Battista Brusoni e Giovanni Foresti. Da allora si affermò l’abitudine di trattenere (a volte anche a lungo o per sempre) alcuni fratelli nei seminari che l’Istituto andava fondando in Italia, mortificando il loro desiderio di essere missionari sul campo. Lo stesso succedeva con i padri, dato che la richiesta di personale andava aumentando in Italia.
Padre Manna aveva una grandissima stima per i fratelli: li
aveva visti al lavoro in Birmania. Nel 1925 costruisce la tipografia dell’Istituto nell’ampio cortile della casa madre (oggi gestita da esterni). Lo scopo era di risparmiare tempo e denaro con le pubblicazioni dell’Istituto e di offrire una scuola di formazione professionale ai «fratelli cooperatori», che però frequentavano anche altri centri formativi per la meccanica e la falegnameria, l’arte, l’architettura e le costruzioni, i corsi di infermieristica. Nel gennaio 1931 p. Manna pubblica su «Il Vincolo» una lettera dedicata a questo tema (36) in cui dice che giungono «pressanti richieste di fratelli dalle missioni» e quindi di essersi impegnato per ridare vigore a questo prezioso personale dell’Istituto. Qualche risultato si è ottenuto, ma

«il progresso numerico avrebbe potuto essere anche maggiore se si fosse stati larghi nelle accettazioni, perché le domande davvero non mancano: ma ci preoccupiamo molto della formazione, la quale per la varietà di istruzione e di educazione che bisogna impartire ai postulanti presenta non lievi difficoltà».
E aggiunge: «I nostri fratelli non hanno dinanzi a sé il sacerdozio e neanche la vita religiosa propriamente detta fra le mura di un convento. Ad essi bisogna però dare ugualmente, ed a più forte ragione,
anzitutto una più seria e profonda formazione spirituale che, santificandoli ed elevandoli, dica loro sempre la ragione della vita laboriosa e sacrificata che vogliono abbracciare a fianco dei missionari e assicuri loro la grazia di potervi perseverare».

In un lungo studio sui fratelli (già segnalato) in preparazione al Capitolo di aggiornamento del 1971-72, p. Ilario Trobbiani lamenta che anche p. Manna, che pure aveva preso a cuore la formazione e lo sviluppo dei laici nel Pime, nel suo «Direttorio per i fratelli cooperatori» del 1931

«ha dato un’impostazione palesemente basata sul valore della cooperazione al missionario in quanto tale. L’idea missionaria è presente, ma come una realtà alla quale si presta servizio e non fungendo da missionario. ‘‘Utilissima può riuscire l’opera dei fratelli che coadiuvi, completi, alleggerisca il lavoro dei missionari (37)... Essere coadiutori, pure nei posti più umili, dell’apostolato di Gesù Cristo è sempre cosa di grandissimo merito e di altissimo onore, di cui, dopo il sacerdozio non si può sulla terra pensare il maggiore’’. La dignità dunque non di essere missionario, ma di aiutare il missionario. Ed è chiaro che tale dignità permane sempre, anche se non si va in missione...».

Contestazione più che giusta per la mentalità di oggi, ma un testo del 1931 non va giudicato in base alle novità conciliari degli anni sessanta! Nel 1931 non c’era ancora nemmeno l’alba della «teologia del laicato» che il Concilio Vaticano II ha elaborato e diffuso, portando nelle comunità cristiane una delle tante provvidenziali rivoluzioni. Basti dire che negli anni trenta tutti i testi dell’Azione Cattolica, allora massima espressione della promozione laicale nella Chiesa, stabilivano per i laici battezzati il compito di essere «collaboratori dell’apostolato gerarchico della Chiesa»: l’apostolato è compito dei vescovi e dei preti, i laici collaborano e obbediscono! Se leggiamo la «Christifideles laici» di Giovanni Paolo II (1988) troviamo tutt’altra impostazione. Ma 60 anni dopo! 
Nel Direttorio di Manna sui fratelli si enunziano principi importanti sulla loro formazione e sulle responsabilità che devono
assumersi: cosa che nella vita missionaria s’è verificata molte volte. Si vedrà più avanti come questo tema è evoluto nella storia dell’Istituto.

Il Pime dall’unione dei Seminari di Milano e Roma (1926)

La nascita ufficiale del Pime avviene il 26 maggio 1926, quando il card. Van Rossum, prefetto di Propaganda, convoca a Roma i due superiori dei Seminari missionari di Milano e di Roma, p. Paolo Manna e mons. Domenico Callerio, per comunicare loro che Pio XI ha pubblicato un «Motu proprio» col quale stabilisce che i due Seminari vengono uniti nel nuovo Pontificio istituto missioni estere. Superiore generale è p. Paolo Manna, mons. Callerio entra «a vita e in soprannumero» nel consiglio generale, i membri dei due enti sono uniti nel nuovo Istituto con pari diritti e doveri (38). Il documento di Pio XI afferma che i due organismi missionari di Milano e di Roma, «a noi carissimi», sono molto simili per lo scopo e le regole che li governano: «Crediamo che gioverà loro grandemente se da ambedue ne sorga uno solo, eccellente».
All’unione fra Milano e Roma, discussa da molti anni (si veda
il cap. III e più sopra in questo capitolo), si è giunti faticosamente, solo per la volontà di Pio XI che nel 1926 presenta, attraverso Propaganda, il problema già deciso e risolto. Le difficoltà sono facili da capire: si trattava di mettere assieme (e non pochi, nelle due parti, contestavano questa necessità), due Istituti che avevano una loro storia e un loro spirito, diverse missioni, stili di apostolato, ecc. Inoltre c’erano resistenze anche nella curia romana, e in particolare in Propaganda, essendo in senso stretto il Seminario romano una loro creatura. Nel 1912 si era giunti ad un accordo di unificazione, poi bloccato da Propaganda, che non giudicava maturo questo passo (si veda alle pagg. 124-125).

«Padre Manna, per conto suo, aveva avuto un’amara esperienza nelle trattative intercorse, personalmente, con alcuni membri della curia romana negli anni 1912 e 1913, ed ora desiderava che non risorgessero le intemperanze, gli egoismi, il ‘‘congregazionalismo’’ d’un tempo» (39).

Nel 1926 invece è proprio Propaganda che spinge per l’unione e Pio XI decide. Perché questa fretta? Il motivo immediato era questo: le due missioni del Seminario di Roma erano in difficoltà. La Bassa California in Messico a causa del governo rivoluzionario che perseguitava la Chiesa ed espelleva i missionari stranieri; Hanchung in Cina era tormentata da una grave divisione fra i missionari. Secondo il visitatore apostolico mons. Massi, era necessario sostituire il vicario apostolico mons. Antonio Maria Capettini, che aveva dato le dimissioni già accettate dal Papa. Mons. Celso Costantini, delegato apostolico in Cina, premeva perché si provvedesse a nominare il sostituto di mons. Capettini, mandando missionari nuovi nella missione, in modo da riprendere l’evangelizzazione bloccata da tempo.
Questo il motivo immediato per l’unificazione con Milano.
Ma c’era una situazione di fondo che portava alla stessa conclusione. L’unione venne decisa anche per il mancato sviluppo del Seminario romano (vedi il cap. III), che nel 1926 aveva solo una trentina di sacerdoti: 11 in Italia, 10 in Cina, 5 nelle Americhe, uno dei quali, il card. Giovanni Bonzano (1867-1927), era nunzio negli Stati Uniti. Altro motivo importante per questa unione decisa dal Papa era che, mentre il Seminario di Milano aveva provveduto ad adeguarsi al Codice di diritto canonico con le nuove Costituzioni del 1925, quello di Roma continuava come prima.
L’unione fra Milano e Roma avviene rapidamente e facilmente:
il Papa aveva già deciso, precisando anche le condizioni. Manna col suo consiglio accettano tutto quanto propone il card. Van Rossum prefetto di Propaganda, eccetto il nome del nuovo ente che nasce con l’unificazione: non «Pontificio Seminario per le missioni estere», ma «Pontificio Istituto...».

«La parola Seminario — scrive Manna al cardinale — usata in passato anche da noi, ha dato troppo l’idea che la nostra fosse un’associazione di sacerdoti senza alcun vincolo serio di aggregazione» (40).

L’unione porta al Seminario di Milano, oltre alla missione di Hanchung in Cina e ad un certo numero di membri, tre case in Italia: Roma, Gaeta e Lucca (preziosa quella di via s. Teresa a Roma, che oggi rappresenta, ricostruita e concessa in affitto, la base economica per il mantenimento della direzione generale); ma soprattutto una buona tradizione di spirito e di vita missionaria, purtroppo ancor poco studiata.
Padre Manna, superiore generale dei due Seminari uniti,
prende sul serio l’unione e vuol conoscere anche i missionari del Seminario di Roma. Parte da Genova il 7 dicembre 1927 e rientra a Milano il 14 febbraio 1929 (14 mesi per un viaggio che oggi si farebbe comodamente in due-tre): visita tutte le missioni dell’Istituto in Asia (compresa quella dello Shensi) e anche gli Stati Uniti dove incontra in California alcuni missionari di Roma che erano stati dispersi dalla rivoluzione messicana. In Asia visita anche la nuova prefettura apostolica di Kengtung in Birmania, staccata nel
1927 dal vicariato apostolico di Toungoo.

Manna in Asia riflette sul metodo missionario (1927-1929)

Frutto della visita alle missioni dell’Asia è il famoso testo rivoluzionario e «inedito» di padre Manna (scritto per Propaganda Fide ma non reso pubblico fino a vent’anni fa): «Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione» (41). Documento eccezionale per il tempo in cui fu scritto: dimostra, ancora una volta, quanto Manna, pur superiore generale di un piccolo Istituto, aveva a cuore le sorti della Chiesa e non perdeva di vista le grandi questioni della missione universale. Di fronte alla «crisi delle missioni» in Cina e in oriente, Manna propone con forza e coraggio il modello della missione secondo l’ispirazione del Vangelo e degli Atti degli Apostoli. Con tutte le conseguenze che ne derivano. Ad esempio:

— «Mischiare missioni e politica, affidare le sorti del Vangelo alla protezione di potenze occidentali è stato ed è tuttora sommamente dannoso alla propagazione della fede. Anche in questo campo l’apostolato ha raccolto i tristi frutti della sua alleanza con l’occidentalismo e del suo allontanamento dalle vie maestre del Vangelo»;
— «Quanto più fruttuoso sarebbe stato il nostro apostolato in mezzo ai popoli, se avessimo potuto presentarci ad essi da soli, appoggiati unicamente al Vangelo e alla grazia di Dio!»;
— «Oggi parlare di missioni è quasi come parlare di denaro. Se prendiamo in mano qualsiasi periodico missionario non troviamo che appelli per avere denaro... è preoccupante vedere come l’idea della indispensabilità del denaro sia entrata nella mente dei missionari odierni... Così è che lo Spirito Santo deve oggi fare i conti con
gli economi delle missioni e può permettersi di spingersi solo fin dove le finanze consentono»;
— «Ho visitato molte missioni importanti ed ho ammirato maestose cattedrali e belle chiese, grandiosi collegi e università, magnifici conventi di suore con scuole ed educandati modernissimi... Davanti al mondo pagano, che pure di tante opere si serve e le sfrutta, tali opere servono a fissare sempre meglio il carattere straniero delle missioni ed a nascondere Gesù Cristo... Con questo apparato di opere, che richiede tanto impiego di personale, ci avviciniamo o ci scostiamo dal metodo che, per convertire le anime, hanno seguito uomini veramente apostolici?»;
— «Se gli interessi dell’istituto, dell’ordine religioso prevalgono su quelli della Chiesa, se prevalgono interessi nazionalisti o anche di indole finanziaria, la missione diventa fine a se stessa e il Regno di Dio non si stabilisce... Invece di stabilire la Chiesa, i suddetti ordini e istituti missionari hanno finito con lo stabilire se stessi»;
— «La vera e unica soluzione del problema missionario sta nella costituzione di Chiese indigene, perciò nella formazione del relativo clero... Il nostro metodo tradizionale di formare sacerdoti per i vecchi paesi occidentali e civilizzati è il più adatto per formare sacerdoti che devono piantare e mantenere la fede fra i popoli dell’India, della Cina, dell’Africa, dell’Oceania?... Anche per questa questione sostengo che non c’è altra via che spogliarci dell’occidentalismo per tornare all’antico»;
— «Con i nostri metodi noi stiamo facendo un danno grandissimo
alla Chiesa, un’ingiustizia alle anime, mentre rendiamo vano il sangue di Cristo per molti popoli... Forse farò proposte che possono sembrare troppo ardite; ma per fare le rivoluzioni — e la conversione del mondo è la più grande delle rivoluzioni — ci vogliono bene mezzi rivoluzionari».

Sono alcuni esempi dei problemi posti da padre Manna a Propaganda Fide sul «metodo missionario», che danno l’idea della forza di questo testo del 1929. Con la storia del Pime non c’entra molto, se non nel senso che nell’Istituto, forse grazie anche alla sua libertà interna, precisa identità (missione alle genti) e scopo unico (annunziare Cristo e fondare la Chiesa locale fra i non cristiani), maturavano personalità forti ed evangeliche, come vedremo meglio nei capitoli dedicati alle singole missioni.

La formazione degli alunni: «Preti mediocri non ci servono»

Manna seguiva con molta attenzione il cammino delle missioni e dei missionari. Leggeva e annotava le relazioni annuali dalle missioni e intratteneva con i missionari una fitta corrispondenza: in passato c’era ancora il costume che i missionari dovevano (poi non tutti lo facevano) inviare una volta l’anno al superiore una loro personale relazione sul lavoro fatto, la salute, l’ambientazione, i problemi... I frutti del lavoro missionario, nel suo tempo di gestione dell’Istituto, non sono mancati, come vedremo meglio più avanti: il periodo fra le due guerre mondiali può essere considerato come il più fruttuoso per le vocazioni missionarie e per l’aumento dei cristiani nelle missioni.
Riguardo alla vita nelle missioni, Manna conduce una decisa
azione per stabilire i superiori e le case regionali. Nonostante le difficoltà incontrate con i vescovi dell’Istituto (non vedevano
bene un’altra autorità oltre alla loro), riesce a istituire due «regioni» missionarie: quella indo-birmana ad Hyderabad e quella per Cina-Hong Kong a Kaifeng; in questa stessa città pone la «casa regionale» per studio e riposo, mentre ad Hong Kong stabilisce una procura dell’Istituto nella casa annessa alla chiesa parrocchiale di santa Margherita.
Nella lettera circolare n. 3 del 31 luglio 1925, Manna scrive:

«Questa dei superiori regionali è l’innovazione più saliente tra quelle introdotte nelle nuove Costituzioni... Il nostro Istituto non è stato fondato per essere un’agenzia di reclutamento di personale per le diocesi e i vicariati che gli sono affidati; esso è una vera e propria famiglia religiosa (42), i cui membri hanno diritto di attendersi dai loro superiori una continua assistenza spirituale e materiale, nella gioventù come nella vecchiaia, nella sanità e nella malattia, in Italia come in qualunque altro luogo... Come missionari apostolici debbono lavorare al bene della Chiesa e delle anime sotto la guida dei vescovi e dei vicari apostolici; come membri dell’Istituto debbono essere assistiti anche dai loro superiori religiosi per quello che riguarda specialmente la loro perfezione e santificazione personale».

Un altro risultato della visita alle missioni è la stesura di vari «Direttori» per i superiori regionali, i padri addetti alle case apostoliche in Italia, i fratelli cooperatori. Manna insiste sulla vita comunitaria, sempre ricordata come caratteristica dell’Istituto ma scarsamente praticata nelle missioni, per la dispersione dei missionari su grandi distanze. Visitando la Birmania dice a mons. Erminio Bonetta, capo missione a Kengtung, che se vi sono ancora dei padri che vivono da soli e altri che muoiono appena giunti in missione per mancanza di cibo e di cure, non gli manderà più missionari (43).
Come già s’è detto, il giuramento è stato introdotto in modo obbligatorio per tutti i nuovi membri per obbedire al Codice di diritto canonico (1917), che non ammetteva nei missionari l’incardinazione nella propria diocesi (cioè, i preti diocesani non andavano in missione, ma solo i missionari di ordini, congregazioni e istituti appositi). Sul «giuramento» si sviluppò una certa contestazione da parte di quanti preferivano rimanere legati alle proprie diocesi, temendo di dover diventare «religiosi», con i voti dei religiosi. L’intento di Manna, invece, era del tutto diverso (44):

«Quanto con l’aiuto di Dio si divisa di fare — scriveva — è di dare incremento alle missioni. Le missioni sono, dopo la nostra santificazione, il fine dell’Istituto che tutti dobbiamo cercare di raggiungere nel modo più completo che ci è dato, per essere fedeli a Dio, alla Chiesa, alle anime. Ho sempre davanti agli occhi l’immensa massa dei sessanta milioni di anime che Nostro Signore per mezzo del suo vicario ci ha assegnato, perché le conduciamo al suo ovile. Solo se saremo numerosi e santi, potremo assolvere così immane compito. Ebbene, tutta la fatica mia e dei miei colleghi nella direzione dell’Istituto sarà indirizzata a dare numerosi e santi missionari alle missioni».

La formazione degli alunni era al centro delle preoccupazioni di padre Manna (45). P. Salvatore Martino, che è stato con Tragella il più fedele e vicino collaboratore di Manna, scrive che spesso gli diceva, parlando dell’educazione degli alunni (46):

«Nelle tue conversazioni con gli alunni metti come fondamento della vocazione missionaria l’amore a Gesù Cristo. Fa capire quanto Cristo ha amato noi e le anime. Presenta ad essi Gesù Cristo. La vocazione missionaria non può reggere se non è concepita come la nostra risposta all’amore infinito di Cristo. Senza il fuoco dell’amore di Gesù Cristo, la vita missionaria è una misera illusione e, presto o tardi, un grande fallimento. Cristo non lo serviamo mai bene abbastanza. Nel suo servizio dobbiamo essere generosi fino all’eroismo. Di gente fiacca, Cristo non sa che farsene».

Ai formatori scriveva (47):

«Gesù Cristo, ecco la realtà intorno alla quale deve formarsi, trasformarsi la vita dei nostri aspiranti; ecco la luce in cui debbono illuminarsi i loro ideali, il fuoco in cui debbono accendersi i loro cuori, il cibo di cui debbono fortificarsi le loro anime. Bisogna far sentire Gesù Cristo al cuore, all’anima dei nostri aspiranti, come all’intelletto: tanta formazione spirituale quanta intellettuale e scientifica; tanta orazione quanta teologia... Se non sarà tale la loro formazione, avremo dei dotti, ma scompariranno i missionari, quelli cioè che domani dovrebbero sapersi gioiosamente sacrificare per far conoscere, amare e servire Gesù Cristo ai popoli infedeli».

Tragella scrive che Manna (48)

«voleva e faceva propaganda per le vocazioni; ma esigeva che fossero vocazioni scelte. Non gli bastava il numero, teneva alla formazione, alla qualità... Egli desiderava un numero di vocazioni adeguato ai bisogni delle sue missioni, ma questi missionari dovevano essere santi. Quindi aprire nuove case preferibilmente nelle varie regioni d’Italia (così si spiegano i suoi passi per cercare altri sbocchi fuori di Lombardia). D’altra parte, conscio di dover fare le cose seriamente con personale sufficiente e scelto, ad un certo punto si era convinto che l’Istituto non era ancora in grado di assicurare un tale personale per molte case e lasciò cadere non una, ma parecchie proposte di fondazioni... preferendo concentrare la sua attenzione e le sue premure sullo sviluppo dei seminari di Treviso, Genova e Ducenta. Le cose o farle bene o avere il coraggio di non farle».

Ai formatori dei seminari, dopo il lungo viaggio nelle missioni d’Asia, scriveva (49):

«Vivissima, dopo questo viaggio, ho nell’anima l’immagine di quello che è e deve essere la vita dell’uomo apostolico nelle nostre missioni. Preti mediocri non ci servono: abbiamo bisogno di una vera schiera di uomini superiori, ripieni dello Spirito di Dio, capaci di fondare, organizzare nuove cristianità e Chiese, capaci anche di molto soffrire; non semplici soldati, ma condottieri, non mercenari o dilettanti, ma veri pastori di anime...».

«Virtù Apostoliche»: la spiritualità del missionario

Con le sue «lettere ai missionari» padre Manna ha segnato la formazione e lo spirito dell’Istituto. Di ritorno dalla visita alle missioni in Asia, il 4 aprile 1929 inizia la pubblicazione del bollettino interno «Il Vincolo», che fa seguito alle lettere circolari iniziate subito dopo essere diventato superiore generale (la prima è del 6 settembre 1924, l’ottava e ultima del 27 settembre 1927). Nel primo editoriale si augura che il nuovo foglio possa avere «una risonanza di vita vivente» e non sia solo informativo. Questo lo spirito di Manna, che traspare poi nelle sue lettere. «Il Vincolo» è definito da Tragella

«l’organo ufficiale delle sue preoccupazioni apostoliche presso i suoi missionari: egli era un uomo che aveva delle idee e, soprattutto, delle forti convinzioni. Le une e le altre voleva comunicare per un sempre maggiore e migliore sviluppo delle missioni».

Le «circolari» di Manna (ogni fascicolo de «Il Vincolo» ne portava una) diventano subito provocatorie per i missionari. Manna non solo è preparato in teologia e lettore dei migliori autori di vita spirituale del tempo, ma ha entusiasmo per la vocazione missionaria e sa trasmettere il suo appassionato spirito di santità, applicando alla vita del missionario quello che si studia sui libri di ascetica.

«Cos’è la vocazione da parte nostra? — scrive nel dicembre 1932. — È l’amore stesso per Dio portato fino al completo sacrificio di noi stessi. Se la nostra vocazione non è questo, non è nulla».
Il suo sguardo è vasto come il mondo, come la Chiesa: «Dobbiamo tenere molto a questo spirito (missionario) e non immiserirci e rimpicciolirci in interessi congregazionalisti o comunque particolari, che possono offuscare il fulgido ideale della vita missionaria... Non si avveri mai tra noi (come grazie a Dio finora non è mai avvenuto) che una missione diventi fine a se stessa, che, sugli interessi di Dio e della Chiesa prevalgano interessi congregazionalisti, nazionalisti,
economici... Siamo apostoli e spaziamo lontano, su orizzonti divini...».

Due i «chiodi fissi» di padre Manna:

1) L’unico scopo del Pime sono le missioni ai non cristiani. L’Istituto esiste solo perché esistono le missioni: «Chi entra fra noi deve sapere che l’Istituto non ha altro fine che le missioni fra gli infedeli e che noi siamo tutti e solo missionari».
2) «Siate missionari santi, camminando sulle orme di quei grandi che vi hanno preceduto... Sì, abbiamo davanti a noi dei grandi esempi e desidero che ne facciamo tesoro. Il nostro Istituto benché relativamente giovane, può vantare un deposito di apostoliche tradizioni, di metodi di apostolato così nobili, così vivificato dal più alto spirito di sacrificio, di abnegazione, di zelo, da non aver nulla da invidiare ai più grandi Istituti missionari. Questo sacro deposito è la nostra vera ricchezza, il nostro vanto: su di esso io fondo la mia speranza
delle divine benedizioni».

I due «chiodi» della santità e dello spirito missionario, come prima risposta del missionario alla grazia della vocazione, sono talmente forti in Manna, che li ripete in toni diversi e con diverse argomentazioni ad ogni pagina senza stancarsi. Le sue circolari hanno contribuito molto a creare nell’Istituto uno spirito, una tradizione che si ricollega a quella delle nostre origini e della vita missionaria come vissuta sul campo dai missionari (50). Si è discusso se Manna ha «fondato» la spiritualità del Pime. Germani afferma (51):

«Risulta evidente che p. Manna non ha ‘‘inventato’’ la spiritualità del Pime, ma l’ha semplicemente ‘‘codificata’’, dopo averla scoperta nella condotta giornaliera dei missionari dell’Istituto. Prima di lui non c’erano manuali di spiritualità per i missionari dell’Istituto. Lui ha analizzato questa spiritualità, ne ha delineato le caratteristiche, l’ha confrontata con il Vangelo e ne ha dedotto che è la spiritualità evangelica, ispirata agli esempi e alla dottrina di Gesù Cristo, con una forte carica di generosità, di rinuncia, di sacrifici. Perciò, come norma di vita, non fa riferimenti a leggi scritte, ma semplicemente alla condotta dei missionari che l’hanno preceduto».

Le 23 circolari di Manna sono state pubblicate in «Virtù apostoliche — Lettere ai missionari», che ha avuto quattro edizioni, la prima nel 1943, l’ultima, e prima integrale a cura dell’Ufficio storico del Pime, nel 1997 (52). Padre Juan Esquerda Bifet, direttore del Ciam (Centro internazionale di animazione missionaria) di Roma e scrittore apprezzato di libri sulla teologia e lo spirito missionario, scrive nella prefazione a «Virtù Apostoliche»:

«Le lettere circolari di padre Paolo Manna offrono a tutti i missionari d’oggi un ricco contenuto dottrinale apostolico che trascende l’Istituto a cui sono rivolte. Le ‘‘virtù apostoliche’’ descritte in queste lettere interessano ogni persona che si sente chiamata alla missione senza frontiere... Il ‘‘cristocentrismo’’ che traspare nelle lettere suscita la passione di evangelizzare, cioè di comunicare la fede a tutti coloro che non conoscono Gesù. Però questo stesso cristocentrismo di p. Manna spiega anche l’esigenza di santità nella linea della ‘‘vita apostolica’’, cioè la vita evangelica senza sconti a imitazione degli Apostoli.
È un cristocentrismo secondo lo stile di Paolo per i tempi nuovi... Non sono principalmente le idee su Gesù Cristo quelle che dominano il pensiero di p. Manna, ma la stessa persona di Gesù sentita
accanto, amata con passione, centro della vita e ragion d’essere della missione.... La vita missionaria è bella e gioiosa perché inserita
nella vita di Gesù... Il desiderio di santità viene collegato strettamente allo zelo apostolico... A mio avviso, la lettera n. 22 potrebbe essere presentata come una gemma della letteratura cristiana sulla
croce e sullo spirito di sacrificio in rapporto con la carità apostolica...».

G.B. Tragella, studioso delle missioni (1885-1968)

Merita una speciale sottolineatura il p. Giovanni Battista Tragella, entrato nel Pime già sacerdote diocesano di Genova e principale collaboratore di p. Manna dal 1915 (53), quando ritorna in Italia da Hong Kong, dopo due sfortunati e brevissimi tentativi di missione: il clima caldo umido lo metteva in crisi dopo pochi mesi di permanenza, a causa dell’asma bronchiale che lo tormenterà fino alla morte. Tragella è importante perché dà nel suo tempo, con p. Manna, l’immagine dell’Istituto nella Chiesa e nella società italiana e sostituisce Manna alla direzione della stampa e della «propaganda missionaria», a partire dalla fondazione dell’Unione missionaria (1916) e specialmente da quando Manna diventa rettore di Ducenta (1921) e poi superiore generale.
A Tragella, uomo di studio, si deve la prima cattedra di missionologia
del mondo cattolico fondata per volere di Benedetto XV nell’università Urbaniana di Propaganda Fide (Tragella ne fu titolare dal 1919 al 1922), che ebbe effetti positivi, sia pure con
non poche polemiche fra i missionari. Anche le missioni (in passato viste come appendice poetica e avventurosa della Chiesa) sono poste in un quadro di studi seri: Bibbia e missione, teologia e diritto missionario, storia delle missioni, spiritualità missionaria, etnologia, antropologia, diritto coloniale, linguistica, ecc.
Padre Tragella è ben conosciuto e citato dagli specialisti come
studioso delle missioni, anche se la sua produzione storica, teologica e di missionologia dev’essere ancora approfondita in modo specifico.
Più noto nell’Istituto e nella Chiesa italiana è il Tragella giornalista
e animatore missionario. Nel 1922 inizia la «Bibliotechina missionaria» pubblicando dieci volumi l’anno in abbonamento. Uno sforzo redazionale ed editoriale notevole, perché la collana dura dal 1922 al 1946 e poi è ripresa (col titolo «Oltremare») dal 1956 al 1966. Va notato che tra i volumi della Bibliotechina quelli sull’Istituto e i suoi missionari non sono più di un quarto, gli altri risultano firmati da missionari di altri istituti, in particolare padri bianchi, o.m.i., francescani, cappuccini, salesiani, maristi, gesuiti, carmelitani. La «Bibliotechina» di Tragella con 170 volumi in 24 anni (a volte facevano volumi doppi o tripli quando superavano un certo numero di pagine) rappresenta la collana di libri missionari più nutrita nella storia dell’editoria missionaria italiana.
Tragella collabora con Manna a «Le Missioni Cattoliche» dal
1914 e la dirige dal 1921 al 1935 e poi ancora per un breve periodo nel dopoguerra (1949-1951). Nel 1920, dopo che da un anno (1919) si era iniziata a Roma la riorganizzazione dell’Opera della propagazione della fede (il trasferimento del Consiglio centrale è nel 1921), il legame fra «Le Missioni Cattoliche» e «Les Missions Catholiques» si spezza e la rivista cambia sottotitolo: non più «Bollettino settimanale illustrato dell’Opera della propagazione della fede», ma «Rivista quindicinale illustrata dell’Istituto delle missioni estere». Nel 1929 «Le Missioni Cattoliche» aveva una tiratura di 9.000 copie ed era l’unica rivista missionaria ripresa dai giornali, perché rappresentava il mondo missionario e in particolare i missionari italiani.
È pure significativo che fra le due guerre mondiali Tragella
fosse invitato a collaborare a giornali e riviste culturali, e poi per
conferenze e corsi di missiologia all’università cattolica, agli uomini dell’Azione cattolica nazionale, alla Fuci (dove conosce Giulio Andreotti e ne resterà sempre amico).
Per diffondere «Italia Missionaria», Tragella fonda i «Piccoli
amici del Pime» il cui primo convegno si tiene il 18 luglio 1926. Nel 1928 l’iniziativa si allarga e diventa l’«Associazione amici del Pime», con i «Congressini missionari» annuali, che continuano tuttora: nel settembre 1999 si è svolta la 68° edizione.
Il tema della vocazione missionaria è frequente in Tragella e
studiato sia dal punto di vista teologico-spirituale che esperienziale, secondo le esperienze di numerosi «conquistati dall’ideale missionario» («La santa follia della vocazione missionaria», 1923). Tragella era convinto che le vocazioni missionarie maschili dovevano nascere soprattutto nei seminari diocesani. Di qui le «Lettere aperte ai seminaristi» (1922) e il lancio della proposta di far sorgere fra i chierici i «Circoli missionari» ai quali dà temi e schemi di discussione (1924-1925). Da questa attività pubblicistica su «Le Missioni Cattoliche» e la stampa cattolica, nasce il volumetto «Per una federazione seminaristica missionaria in Italia» (1925) e nel 1946 la proposta di una «Giornata di spiritualità sacerdotale missionaria» nella festa di san Francesco Saverio (3 dicembre).
Nella vita di Tragella va ancora notato il suo spirito molto
aperto alle novità, l’interesse per l’ecumenismo e le chiese protestanti, i rapporti con personalità ebraiche ed evangeliche e con uomini di cultura del suo tempo, anche non ben visti nella Chiesa come Ernesto Buonaiuti, col quale ebbe incontri personali e una fitta corrispondenza (lo aiutò anche economicamente in momenti difficili della sua vita).
L’attività di p. Manna e di p. Tragella rappresenta, per il loro
tempo, la più efficace animazione missionaria nella Chiesa e sulla scena italiana. Il segreto del loro successo: intendevano la «propaganda missionaria» non come ricerca di aiuti e di vocazioni per il proprio Istituto, ma un far conoscere e amare l’ideale missionario, a servizio di tutta la Chiesa.
Anche p. Manna, come Tragella, pubblicò volumi che sono indice
chiaro di questa ispirazione universale. Oltre al già ricordato
«Operarii autem pauci» (1909), nel 1920 ecco il primo manuale di missionologia in Italia: «La conversione del mondo infedele» e nel 1940 «I fratelli separati e noi», coraggiosissimo per la scarsa maturazione ecumenica di quel tempo: «Questo libro è destinato a diventare col tempo sempre più moderno» scriveva il card. Costantini nella prefazione alla biografia di p. Manna scritta da Tragella.
Infine nel 1950, due anni prima di morire, Manna pubblica un
appello all’episcopato per una soluzione radicale del problema missionario: «Le nostre Chiese e la propagazione del Vangelo», di cui già s’è detto.

La fondazione delle missionarie dell’Immacolata (1936)

Una delle opere più importanti di padre Manna, come superiore generale, è stata di aver preparato la fondazione delle missionarie dell’Immacolata, realizzata poi dal suo successore mons. Lorenzo Maria Balconi nel 1936 (54). Al Capitolo del 1934 Manna dichiara che da tempo aveva avuto sollecitazioni per questa fondazione, approvata

«da persone autorevolissime... Io però non mi seppi mai decidere a por mano a quest’impresa, che riconosco quanto mai delicata e irta di difficoltà» (55).

E propone al Capitolo di decidere e di votare l’erezione formale già matura, perché

«un piccolo gruppo di persone assai affezionate all’Istituto aspettano da tempo questa fondazione per consacrarvisi».

Il Capitolo vota e approva all’unanimità. La fondazione delle missionarie dell’Immacolata aveva avuto un periodo d’incubazione esageratamente lungo. Tutto nasce nel 1917, da quando l’amministrazione e la spedizione delle riviste del Pime era fatta dalle suore della Riparazione, fondate da p. Carlo Salerio, nella loro sede di corso Magenta. P. Manna chiedeva alla superiora di dare altre suore per quel lavoro, ma inutilmente. Una delle suore impegnate in quel compito, Giuseppina Dones, il 15 agosto 1919 dice a Manna: «Perché non fonda lei un istituto di suore missionarie?» (56).
Seguono anni in cui Manna si convince della bontà di quell’idea
e suor Giuseppina lo stimola a fare il passo decisivo, dicendosi lei stessa disposta ad aiutare nell’impresa. Ma le difficoltà non erano poche, dovute soprattutto alle incertezze di padre Manna, che non si sentiva delegato a ciò dall’Istituto e non voleva realizzare una iniziativa personale; inoltre, dal 1921 al 1924 era rettore a Ducenta. Poi c’erano le difficoltà poste dalle suore della Riparazione che non concedevano due suore per dirigere il nuovo Istituto; infine mancava l’intesa tra loro e p. Manna su due scelte possibili: un unico noviziato o due distinti fra le suore della Riparazione e le missionarie del Pime?
Nel 1925 tra suor Dones e p. Manna riprendono i contatti ed i
progetti per la nuova fondazione (suor Giuseppina prepara addirittura un abbozzo di norme) e nel 1927 si presenta la prima ragazza che vuol entrare nella nuova congregazione, Giuseppina Rodolfi (poi suor Igilda), che sognava da tempo di consacrarsi alle missioni dell’Asia, della Cina. Ma poi segue una lunga pausa do
vuta al viaggio di Manna nelle missioni d’oriente (1927-1929), mentre interviene nel progetto un altro missionario, p. G.B. Tragella.
Si attende fino al Capitolo del 1934 ad Hong Kong, mentre
già giungono adesioni di altre ragazze alla nuova congregazione appena progettata e pubblicizzata da p. Tragella su «Italia Missionaria». Padre Manna matura intanto, con suor Giuseppina Dones e Giuseppina Rodolfi, la ferma convinzione che la nuova congregazione dev’essere esclusivamente dedicata alle missioni estere fra i non cristiani.
Nel 1934, al Capitolo di Hong Kong, come s’è detto, Manna
presenta il progetto e il Capitolo approva. Ma intanto le giovani postulanti si erano ritirate per varie ragioni. Il nuovo superiore generale, mons. Lorenzo Maria Balconi, riuscirà a dare inizio alle
missionarie dell’Immacolata l’8 dicembre 1936, con l’approvazione dell’arcivescovo di Milano, il beato card. Ildefonso Schuster. La prima partenza di missionarie avviene il 30 agosto 1948 per l’India. Il 2 aprile 1962 Propaganda Fide pubblica il decreto che riconosce le missionarie dell’Immacolata come congregazione di diritto pontificio. Oggi sono 700, di cui 157 italiane, 552 indiane, 49 brasiliane, 40 del Bangladesh, 1 di Hong Kong.

 

NOTE

[1] L’antico santuario di san Calocero, in centro città a poca distanza dalla basilica di sant’Ambrogio, è stato distrutto dai bombardamenti nell’ultima guerra mondiale. Rimane la via san Calocero, dove sorgeva.
[2] «Le Missioni Cattoliche», gennaio 1909, pagg. 3-6.
[3] Roncari si preoccupava di mandare ogni anno per Natale una damigiana di vino in ogni missione, non per la messa, ma perché stessero allegri nelle feste natalizie (inutile dire che il vino era a quel tempo introvabile in Birmania, Bengala, interno della Cina...).
[4] Partito per la Birmania nel 1895, Manna ritornò in Italia a causa di febbri malariche nel 1902, 1905 e nel 1907.
[5] G.B. TRAGELLA, «Un’anima di fuoco, p. Paolo Manna, 1872-1952», Pime, Napoli 1954, pagg. 382. Il primo fascicolo della rivista diretto da p. Manna esce il 9 febbraio 1909.
[6] Prima edizione nel 1919, seguita da altre due nel 1922 e 1923.
[7] R. TROTTA, «Padre Paolo Manna, fondatore dell’Unione missionaria del clero», Emi, Bologna 1981, pagg. 190 (citaz. a pag. 42).
[8] Giovanni XXIII definì padre Manna «il Cristoforo Colombo della cooperazione missionaria» (discorso al V congresso missionario dei seminaristi italiani, 7 settembre 1960).
[9] Gerardo Brambilla definisce mons. Brioschi: «Onore, lustro e grande benefattore dell’Istituto, che si era acquistato una preziosa esperienza per simili lavori essendo stato segretario del Concilio plenario dell’America Latina tenuto a Roma poco prima». Si riferisce al Concilio dell’America Latina convocato da Leone XIII e svoltosi in Vaticano nel 1899 (28 maggio-9 luglio).
[10] Dopo la rinunzia ad essere superiore del Pime, Pio X nomina mons. Pietro Viganò ausiliare del vescovo di Tortona. Nel 1917 entra nella Compagnia di Gesù, chiede di partire per le missioni e nel dicembre 1919 (a 61 anni) è inviato nelle Filippine dove vive santamente fra i 5.000 lebbrosi dell’isola di Culion. Alla fine del 1921 ritorna in Italia e muore a Roma nella Casa generalizia dei gesuiti il 13 febbraio 1922, assistito dal p. Giovanni Piatti, che era stato suo missionario ad Hyderabad. Il p. Giuseppe Raviolo, s.j., inviando documenti sulla sua vita dalle Filippine, ha dato questo giudizio: «C’è materia per proporlo alla venerazione del popolo, naturalmente dopo il giudizio della Chiesa». Dopo la sua morte, i gesuiti hanno pensato di iniziarne la causa di canonizzazione e chiesto al Pime documenti sulla sua vita in India. Si veda lo studio di ALFONSO BASSAN: «Mons. Pietro Viganò (1858-1922)», «Il Vincolo», 1987, nn. 153 (pagg. 92-96) e 154 (pagg. 141-144).
[11] Diario del Capitolo 1912, AGPIME, I, 2, pag. 33.
[12] Art. 49 segg.
[13] Vedi FERDINANDO GERMANI, «Padre Paolo Manna», Pime, Trentola Ducenta 1990, vol. II, pagg. 49-53.
[14] Era nato a Tovo S. Agata (Sondrio) il 12 luglio 1869. Ordinato sacerdote nel Seminario lombardo nel 1894 dopo gli studi nel seminario diocesano di Como, partiva lo stesso anno per il Bengala. Richiamato da mons. Pietro Viganò per vari incarichi nell’Istituto, è eletto direttore mentre era rettore del seminario di Monza che aveva lui stesso iniziato nel 1911. Morì nella casa madre a Milano il 24 ottobre 1934.
[15] Nel 1914 p. Armanasco si muove per avere un padre residente a Roma come procuratore delle missioni presso la Santa Sede. Nell’aprile 1915 p. Gioacchino Cattaneo (reduce dalla Birmania) apre la piccola residenza del Pime a Roma.
[16] Padre FERDINANDO GERMANI ne ha pubblicato una monumentale biografia  in cinque volumi: «P. Paolo Manna», Pime, Trentola-Ducenta (CE), 1989-1994, circa 1.700 pagine; inoltre, ha dedicato a p. Manna altri cinque volumi (pagg. 1330 complessive), che illustrano la sua spiritualità e i rapporti che ebbe con i suoi amici santi, le religiose, i laici e i seminaristi, sulla base del vastissimo epistolario raccolto per la causa di canonizzazione (vedi elenco bibliografico al fondo di questo volume).
[17] Nel vol. II della biografia di p. Manna appena segnalata, al paragrafo intitolato «Il contributo di padre Manna all’enciclica» (vol. II, pagg. 117-121) p. Germani esamina l’influsso che ebbe Manna sulla «Maximum illud», sia in modo diretto attraverso il card. Van Rossum, prefetto di Propaganda a cui risale la paternità del documento, sia in modo indiretto: molti passi dell’enciclica «rispecchiano le idee di p. Manna, già largamente diffuse attraverso la pubblicazione dei suoi libri e delle sue riviste».
[18] P. GHEDDO, «I cinquant’anni di sacerdozio di P. Tragella», «Le Missioni Cattoliche», gennaio 1962, pagg. 44-51. Vedi anche A. LAZZAROTTO, «Padre Giovanni Battista Tragella», «Studium», n. 6-7, 1968.
[19] «Le Missioni Cattoliche», 4 novembre 1934, pagg. 582-585.
[20] Il seminario rimane a sant’Anna dall’11 ottobre 1920 al 19 marzo 1925, quando i seminaristi si trasferiscono nella villa al mare dei signori Luxoro, da essi donata all’Istituto, in Sant’Ilario Ligure (oggi Capolungo di Nervi). PIETRO MASSA, «I missionari liguri del Pime, nel 50o anniversario della casa apostolica s. Giuseppe in s. Ilario Ligure», Pime, Genova 1970, pagg. 64.
[21] ANTONIO DURANTE, «Padre Attilio Garrè, l’uomo che non si fermò mai», Pime 1987 (II ediz.), pagg. 150.
[22] Idea che già aveva Ramazzotti quando fondò il Seminario lombardo per le missioni estere.
[23] Sulla casa di Ducenta e i suoi precedenti: FERDINANDO GERMANI, op. cit. su p. Manna, vol. II, pagg. 159-288. Vedi anche: V. DEL PRETE, D. MONGILLO, L. ORABONA, «Il Seminario missionario di Ducenta, Un’idea, una storia, un futuro», Pime, Trentola-Ducenta 1991, pagg. 120.
[24] Il Codice del 1917 così definisce le società di vita comune senza voti (can. 637): «Societas in qua sodales vivendi rationem religiosorum imitantur», cioè imitano il modo di vivere dei religiosi! Il Codice concepiva solo due categorie di sacerdoti: i diocesani e i religiosi. Quelli del Pime e di altri Istituti missionari come il nostro (ma anche non missionari: filippini, pallottini, lazzaristi, cottolenghini, ecc.) risultavano una realtà tollerata, che doveva adeguarsi e imitare la struttura dei religiosi.
[25] L’art. 5 delle Costituzioni del 1935 dice: «Il giuramento che si emette nell’Istituto, sia temporaneo che perpetuo, non va confuso con i voti neppure semplici delle congregazioni religiose. I membri dell’Istituto quindi non hanno, agli occhi della Chiesa, la qualità di religiosi; partecipano però a parecchie prerogative dello stato religioso, conformemente al diritto. Il giuramento perpetuo ha lo stesso valore della professione religiosa (can. 115, 585), di modo che, per esso, il nuovo membro è escardinato dalla propria diocesi ed incardinato nell’Istituto».
[26] Nelle Costituzioni del 1935 non si usa più il termine «noviziato» (che poteva richiamare i religiosi), ma «anno di formazione».
[27] Vedi l’art. 23 delle Costituzioni del 1925. Da questo articolo nascono poi in Italia le regioni del sud (1943) e del nord (1951).
[28] DOMENICO COLOMBO, «Continuità e sviluppo nel carisma del Pime», «Quaderni di Infor-Pime», n. 50, aprile 1993, pagg. 40-63 (la citaz. a pag. 55). Si veda anche: GIUSEPPE PIAZZA, «Costituzioni: cosa sono e un po’ di storia», «Quaderni di Infor-Pime», n. 48, aprile 1992, pagg. 5-16. In realtà, come dicono questi testi citati, il giuramento era stato introdotto nel 1921, ma si era riusciti ad imporlo solo ai nuovi membri.
[29] F. GERMANI, «P. Paolo Manna», Trentola-Ducenta (CE) 1992, vol. III, pag. 308.
[30] Nel 1926 p. Manna è ricevuto da Pio XI e gli presenta il progetto del nuovo e grande seminario teologico del Pime a Milano. Il Papa gli chiede: «Chissà quanto costa! Avete già i capitali?». Manna risponde che ha fiducia nella Provvidenza. «Sì, va bene, ma bisogna anche avere la testa sulle spalle» aggiunge Pio XI, che apre un cassetto, ne tira fuori un mazzetto di biglietti di grosso taglio e li dà allo stupito missionario.
[31] Costruita nel 1910 come casa madre del Seminario romano.
[32] DONATO VAGLIO, «La Montagna Spaccata di Gaeta e il suo Santuario tra storia e leggenda», Pime, Napoli 1990, pagg. 170.
[33] Si veda il testo integrale nel vol. III della biografia di Manna del p. Ferdinando Germani, già citata, pagg. 292-309.
[34] Negli anni venti e trenta p. Tragella su «Le Missioni Cattoliche» denunziava
fortemente questa situazione: il bollettino dell’Istituto «Propaganda missionaria», che aveva raggiunto le 186.000 copie nel 1922, cade a 60.000 in pochi
anni.
[35] FERDINANDO GERMANI, «P. Paolo Manna e i laici missionari», Pime, Trentola- Ducenta (CE), 1977, pagg. 170. ILARIO TROBBIANI, «I fratelli nel Pime» (n. 8 dei sussidi per il Capitolo di aggiornamento post-conciliare del 1971-72), Roma, novembre 1970, pagg. 116; e poi il testo dei «Documenti capitolari» su «I fratelli missionari laici», Pime, Roma 1971, pagg. 89-107.
[36] Riportata integralmente nel libro di p. Manna: «Virtù Apostoliche», Emi, Bologna 1997 (IV ediz.), pagg. 217-220.
[37] Le Costituzioni del 1925 dicevano che «i fratelli sono i cooperatori dei padri nelle opere di apostolato dell’Istituto» (art. 159).
[38] Sulla storia particolareggiata dell’unione fra i due Seminari missionari vedi F. GERMANI, op. cit., vol. III, pagg. 41-82; e i testi commentati nel volume a cura di D. COLOMBO «PIME, Documenti di fondazione», Emi 2000, pagg. 470.
[39] F. GERMANI, op. cit., vol. III, pag. 43.
[40] F. GERMANI, op. cit., pag. 45.
[41] Pubblicato e commentato da Giuseppe Butturini in: «La fine delle missioni
in Cina nell’analisi di p. Paolo Manna», Emi, Bologna 1979; Id., «Le missioni cattoliche in Cina tra le due guerre mondiali», Emi, 1998, nella collana dell’Ufficio storico del Pime, pagg. 336. Vedi pure: PAOLO MANNA, «Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione», con introduzione e note di p. Giuseppe Buono, Emi, 1979, pagg. 135.
[42] P. Manna non usava qui e più sotto il termine «religioso» in senso canonico, come dimostrano tanti altri suoi scritti, ma morale e spirituale, donde la sua preoccupazione per la cura della vita spirituale e santificazione dei missionari.
[43] Si leggano in proposito le «Lettere dalla Birmania» di p. Clemente Vismara,
San Paolo, 1995, pagg. 240; e la biografia di Vismara «Prima del Sole», Emi, Bologna 1991, alle pagg. 75-78.
[44] Si veda, soprattutto nelle Lettere ai missionari («Virtù apostoliche», Emi, Bologna 1997, pagg. 460), l’insistenza di p. Manna sul perché il Pime non ha i voti religiosi (specie alle pagg. 347-359, 373-380).
[45] F. GERMANI, «P. Paolo Manna e la vocazione missionaria dei giovani»,
Pime, Trentola-Ducenta 1998, pagg. 245. Nel volume sono riportati molti testi e azioni di p. Manna sulla formazione nei seminari dell’Istituto, che non possiamo riportare per brevità.
[46] S. MARTINO, «La spiritualità di p. Manna», in Autori vari, «Padre Paolo
Manna ieri e oggi», Pime, Napoli 1966, pagg. 146 (citaz. a pag. 19).
[47] Lettera circolare n. 11, in «Virtù apostoliche», cit., pagg. 177-178.
[48] G.B. TRAGELLA, «Un’anima di fuoco: P. Paolo Manna», Napoli 1954, pagg.
237-238.
[49] Lettera circolare n. 9, in «Virtù apostoliche», cit., pag. 156.
[50] Non possiamo sintetizzare la dottrina spirituale-missionaria di p. Manna in poche righe. Si veda: F. GERMANI, «P. Paolo Manna, maestro di spiritualità missionaria», Pime, Trentola Ducenta 1993, pagg. 314; e l’ottima sintesi su questo tema di Juan Esquerda Bifet, direttore del Ciam (Centro internazionale di animazione missionaria) di Roma, nella prefazione al volume «Virtù apostoliche» citato: «Missionari: uomini apostolici».
[51] F. GERMANI, «P. Paolo Manna», op. cit., vol. III, pagg. 270-271.
[52] PAOLO MANNA, «Virtù apostoliche, Lettere ai missionari», Emi, Bologna
1997, pagg. 460. La Pontificia unione missionaria del clero e dei religiosi ha inviato in omaggio il volume ai suoi circa 15.000 associati italiani.
[53] Giovanni Battista Tragella era nato a Milano da genitori genovesi il 18 novembre 1885. Diventato sacerdote nella diocesi di Genova nel 1911, entra nel Seminario missionario di Milano e parte per Hong Kong nel 1912 e nel 1913. Torna definitivamente in Italia nel 1914.
[54] SANDRA MAZZOLINI, «Storia di una fondazione, le missionarie dell’Immacolata», Casa generalizia, Roma 1986, pagg. 441. ELISABETTA MARCHESI, «Identità delle Missionarie dell’Immacolata», «Quaderni di Infor-Pime», n. 50, aprile 1993, pagg. 100-106; URSULA PINTO, «Internazionalità», «Quaderni di Infor- Pime», n. 50, 107-111.
[55] F. GERMANI, «P. Paolo Manna», op. cit., Trentola-Ducenta (CE) 1992, vol. III, pag. 308.
[56] Non conosciamo le parole precise dette dalla Dones a Manna, ma è certo dalle sue memorie («Se Dio vuole si farà, Memorie di Madre Giuseppina Dones», Missionarie dell’Immacolata-Pime, Roma 1997, pagg. 287) che suor Giuseppina, appassionata collaboratrice di p. Manna nella spedizione delle riviste missionarie, soffriva perché le sue suore della Riparazione non avevano personale per quell’opera e sognava che Manna fondasse un istituto di suore missionarie collegate al Pime, dichiarandosi disposta ad entrarvi. Quando esprime a Manna questa idea, egli risponde: «Non mi sono mai sognato di essere un giorno Fondatore di un Istituto» (libro cit. pag. 32). L’idea della congregazione quindi è della Dones, che l’ha proposta a Manna.