PIERO GHEDDO
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI
MISSIONE
EMI 2000
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V
IL NUOVO DINAMISMO DELL’ISTITUTO
NEL DOPOGUERRA
(1934-1957)
Col superiore generale mons. Lorenzo Maria
Balconi (1934-1947) incomincia la seconda metà dei 150 anni dell’Istituto. Il
presente capitolo studia la rapida
evoluzione dell’Istituto, dopo l’impulso
dato da p. Paolo Manna. Poi scoppia la II guerra mondiale con
le sue tragedie che colpiscono anche il Pime, in Italia e nelle
missioni. Nel dopoguerra si manifesta un dinamismo nuovo, ma
non privo di ambiguità per l’assunzione di nuovi e discussi campi
di lavoro, la nascita delle regioni del Pime in Italia, il peso sempre
maggiore che viene ad assumere l’Istituto, il molto personale trattenuto
in Italia.
In questo quadro mons. Balconi rappresenta il tentativo di combinare
le novità (case apostoliche, animazione missionaria, superiori
regionali, ecc.) con la tradizione più autentica e severa. P.
Luigi Risso (1947-1957) è invece il superiore che idealmente accompagna
l’Istituto nei tempi nuovi di una missione che sarà rinnovata
dal Concilio Vaticano II.
Lorenzo Maria Balconi, il superiore dalla Cina (1934-1947)
Il Capitolo di Hong Kong (15 febbraio — 7 marzo 1934) elegge superiore generale mons. Lorenzo Maria Balconi, vescovo vicario apostolico di Hanchung (Shensi, Cina). Mons. Celso Costantini, già delegato apostolico in Cina, così lo presenta il 3 dicembre 1934 all’Istituto a Milano:
«Ho conosciuto in Cina padre Balconi come missionario, come procuratore, come vescovo. L’ho avuto come consultore quando si preparava lo schema del Concilio di Shanghai (1). La prima stesura che riguarda i seminari cinesi, parte importantissima, è dovuta a lui. Allo zelo e alla pietà egli congiunge la cultura ecclesiastica e cinese ed è dotato di quell’equilibrio critico, di quel senso pratico e realistico che fa di lui un uomo di governo» (2).
Nato nel 1878 a Milano, giovanissimo sacerdote
a 23 anni parte per il vicariato apostolico
di Nanyang in Cina nel 1901, quando è
appena terminata la rivolta xenofoba e anti-cristiana dei Boxers,
con migliaia di martiri (vedi cap. XIII). Balconi stesso, assalito di
notte il 5 aprile 1905 nella sua missione, riceve parecchi colpi
di sciabola alla testa e sulle spalle, che gli paralizzano la parte
sinistra del corpo e il braccio per tutta la vita (3)! Questo dà l’idea
del suo spirito di sacrificio e forza di volontà: non si arrende, non
torna in Italia, anzi nei suoi 33 anni di Cina ricopre cariche importanti
(4) e diventa vescovo vicario apostolico di Hanchung (1928).
Le sue circolari sulla vita e lo spirito missionario continuano degnamente
la tradizione di quelle di padre Manna: Balconi era sulla
stessa linea di spiritualità, aveva un concetto altissimo della vocazione
missionaria, che richiede dedizione totale, spirito non comune
di preghiera e di sacrificio. Nella prima lettera (8 settembre 1934) rivolge ai
missionari questa esortazione che caratterizza il
senso del suo superiorato:
«Il mio e il vostro lavoro, fratelli carissimi, ha per scopo l’evangelizzazione del mondo pagano, continuazione dell’altissima missione affidata al nostro Divin Redentore e da Lui compiuta con una lunga serie di sacrifici, coronati dal sacrificio estremo della vita. Siamo dunque e dobbiamo essere uomini di sacrificio: così io farò il mio dovere e su questa linea mi coadiuverete voi... Questa dottrina noi con la parola e con l’esempio dobbiamo insegnarla ai nostri alunni. L’Istituto non prepara dei viaggiatori, dei turisti, degli avventurieri; i vescovi rifiutano positivamente personale che non sia informato da vero spirito apostolico... Questa dev’essere la nostra parola d’ordine, il motto del nostro programma, il segreto per sviluppare più rapidamente ed efficacemente il nostro Istituto... Facciamoci un dovere di accrescere quanto è possibile la fede, lo zelo e la carità che ci contraddistinsero finora, sicuri che le fredde discussioni, che vogliono misurare a metro e compasso i nostri oneri e responsabilità, cadranno da sé. L’entusiasmo non conosce difficoltà. Ci sentiremo fieri e onorati quando il nostro ufficio o i superiori ci chiederanno generosi sacrifici».
Nella circolare dell’Epifania 1935, insistendo su questa linea del dovere e del sacrificio, scrive:
«Non sarò io il superiore che saprà accontentare tutti e tutti rendere felici... Quindi, se dovrò chiedervi dei sacrifici, ho anche bisogno di sapere che li sopporterete con quello stesso animo col quale mi permetterò di domandarli».
La direzione di mons. Balconi è stata
probabilmente la più difficile e
travagliata nella storia dell’Istituto, per una serie di emergenze:
l’interminabile guerra mondiale (1939-1945); le decine di
missionari giovani che non potevano partire; il dopoguerra con
le missioni dell’oriente chiuse e il ritorno in patria di missionari dai
campi di concentramento; le nuove missioni in Brasile e in
Africa, contro la tradizione asiatica dell’Istituto e contestate da alcuni.
Inoltre, la povertà estrema in cui viveva l’Istituto e il dramma
di un superiore generale a Milano che deve accettare dal Papa
l’incarico sia pur temporaneo di rettore del collegio di Propaganda Fide
a Roma e poi varie responsabilità nella congregazione delle
missioni; i contrasti nell’Istituto con la nascita della regione meridionale,
ecc.
Ce n’era abbastanza per fiaccare un uomo meno spirituale, volitivo e
sacrificato di mons. Balconi. Sacerdote e vescovo di alta spiritualità, austero
e severo con sé e con gli altri, ha lasciato un’immagine che
non rende giustizia al suo animo di padre. La severità faceva parte
del suo carattere, ma era anche necessaria, nei tempi della guerra
e dopoguerra, per tenere assieme un Istituto che si stava disperdendo: nel
1945 l’Istituto aveva in Italia circa 110-120 missionari giovani
fuori dell’Istituto, viceparroci, cappellani militari e in ospedali, ecc.;
e forse di più nelle missioni, che tornavano dalla Germania e
dalla Russia, e uscivano malconci dai campi di concentramento inglesi, cinesi,
giapponesi, dal Sud Africa e dal Kenya...
Restare nell’Istituto solo se utili alle missioni
Mons. Balconi imposta la guida dell’Istituto sul principio: «pochi ma buoni». Nella selezione delle vocazioni e nell’ammissione degli alunni al sacerdozio e al giuramento per diventare fratelli era esigente e rigido. La sua prima lettera programmatica (16 luglio 1935), scritta dopo la visita delle «case apostoliche» in Italia, è tutta su questo argomento. Racconta che in un’udienza da Pio XI, il Papa gli ha detto di non vedere bene
«noviziati rigurgitanti di alunni... troppo spesso il numero è a scapito della bontà».
Balconi insiste sul dovere di essere severi nella selezione, tra le centinaia di alunni che affollavano le nostre «case apostoliche»: non solo con i giovani privi di vocazione o di virtù, ma anche con quelli che avevano problemi familiari (es. i figli unici) oppure gracili di salute. Ricorre anche a Propaganda per interpretare il canone 637 del Codice di diritto canonico: un professo con voti temporanei non può essere dimesso da una congregazione religiosa per soli motivi di salute. Questo vale anche per l’Istituto? Propaganda risponde di no: il Pime non è un ente religioso con voti e il suo fine è solo missionario; quindi un missionario in non perfette condizioni di salute, non potendo andare in missione, può essere dimesso, perché
«non raggiungerebbe l’unico scopo per il quale entrò nell’Istituto». Quindi la «infirmitas» «è da ritenersi causa giusta e ragionevole per la non ammissione al giuramento perpetuo e alla definitiva incardinazione nell’Istituto» (5).
Responso che mons. Balconi applica forse con
eccessiva severità, licenziando un certo
numero di alunni, anche già prossimi al sacerdozio
(o al giuramento se fratelli), spesso per malanni giovanili che
permisero poi a non pochi di loro di essere sacerdoti longevi nelle
rispettive diocesi (6)! Diversi rientrarono subito dopo il 1947
col nuovo superiore p. Luigi Risso (7).
Mons. Balconi, anche in conseguenza della sua lunga e sofferta esperienza
di vita missionaria in Cina, rappresenta la tradizione missionaria
più pura, che non ammetteva rimpatri per salute o
motivi familiari, se non in casi estremi. Nella seconda lettera ai
missionari (gennaio 1936) lamenta che una certa «ondata di
novità» sta producendo nelle missioni
«un movimento di va e vieni dei missionari», un «continuo flusso verso la patria»... Richiama che «il giuramento ci dedica in perpetuo alle missioni... per cui non dovrebbe essere lecito lasciare le missioni e la persuasione di questa dedizione perpetua dovrebbe sempre seguirci...». «Bisogna imitare i grandi modelli», dice ancora Balconi, «che non mancano nella lunga schiera dei nostri missionari».
Nel luglio 1936, sempre su «Il Vincolo», ritorna sull’argomento rispondendo alle obiezioni e spiegando bene i motivi ascetici e giuridici che impediscono ai missionari di ritornare facilmente in patria: deve trattarsi di casi assolutamente eccezionali, decisi solo dai superiori (non dai medici). Le stesse norme di distacco dalla famiglia valgono anche per chi lavora in patria. Non solo, ma coloro che ritornano in patria per motivi riconosciuti validi dai superiori, rimangono nelle case dell’Istituto e al suo servizio; e se non c’è per loro un compito adeguato e non possono più ritornare in missione, non è bene rimangano nell’Istituto: ritornino nelle loro diocesi o trovino un ministero sacerdotale uscendo dal Pime.
«L’enorme scarsità di clero e la varietà degli uffici vacanti in gran parte delle diocesi d’Italia possono offrire posti per una preziosa collaborazione e lavoro conveniente alle loro forze».
L’Istituto esiste solo per le missioni — diceva padre Manna e Balconi ripete ad ogni momento — e chi non è in missione e in patria non è utile alle missioni non deve restarci. Balconi cita un’udienza avuta da Pio XI al quale ha esposto il caso, trovandolo d’accordo con questa decisione, che nel corso degli anni portò non pochi missionari anziani o ammalati (oppure anche con qualche esperienza negativa alle spalle) a ritornare nella propria diocesi o a cercare ospitalità in altre diocesi italiane! Il che ha danneggiato parecchio anche l’immagine dell’Istituto. La casa di riposo di Rancio di Lecco, ad esempio, è nata nel 1950 da un’intervento di Propaganda Fide che, in seguito a proteste di alcune diocesi, rimproverava i superiori di non curare i propri anziani e ammalati...
«E tu vai a confessarti da qualcun altro»
Un caso fra tanti. Nel dopoguerra tornò da
Kaifeng (Cina) il p. Tito Brambilla, uomo
molto valido ma ammalato. Dopo un po’ di
tempo trascorso in Istituto trovò un posto in una casa di riposo: come
cappellano, lo avrebbero ospitato e curato gratis. Pensò
di andarci portando con sé anche sua madre. Balconi gli chiese
di lasciare l’Istituto e p. Brambilla uscì e morì poi in diocesi di
Milano nel 1964.
La stessa severità mons. Balconi la usava nell’ammissione agli ordini
sacri, come licenziava per motivi disciplinari i chierici anche di
teologia 8 e prendeva facilmente severi provvedimenti nei confronti
dei sacerdoti. «Tu domani non celebri la Messa per questo
motivo...», diceva alla sera a questo o quello.
La severità era accompagnata da una grande umanità e attenzione alle
persone e all’evoluzione delle missioni e delle case. Balconi voleva
essere informato, visitava, scriveva. In una lettera sul «Vincolo»
(gennaio 1940) lamenta che il superiore e la direzione generale
sanno poco o nulla di molti missionari che non scrivono mai
e anche delle situazioni di varie missioni che si fanno poco presenti
al centro:
«Le notizie che ordinariamente riceviamo dalle missioni non sono per nulla sufficienti... Sono irregolari, saltuarie, mancanti con larghissime lacune di cose e di tempo, per cui ne scapiterà anche la storia delle missioni stesse a cui dobbiamo provvedere» (9).
Il superiore chiede che ogni missione invii alla direzione i suoi fogli e circolari interne, nomini un «cronista» che tenga conto degli avvenimenti più importanti, mandi le cronache per «Il Vincolo » e comunichi notizie anche all’agenzia Fides, che vuole un corrispondente fisso per ogni missione. Ma soprattutto, ogni missionario dovrebbe mandare al superiore generale un resoconto annuale della sua situazione e di quel che ha fatto. Padre Angelo Bubani ricorda:
«Temo che l’immagine di Balconi passata nell’Istituto, di uomo rigido e intransigente, abbia finito per diminuire la figura di quest’uomo che secondo me è stato grande ed ha governato l’Istituto come meglio forse non si sarebbe potuto, in quegli anni tremendi della guerra e del primo dopoguerra. Era circondato, è vero,dalla fama di uomo difficile ed esigente, ma per me è stato come un padre».
E racconta fra l’altro un episodio gustoso che dimostra il buon senso di Balconi. Durante gli anni di teologia, il padre spirituale Domenico Barbieri (dalla Birmania) parlava continuamente dello Spirito Santo, fino a stancare un po’ i giovani.
«Una volta che sono andato a confessarmi, racconta Bubani, Barbieri mi chiede se ero veramente devoto allo Spirito Santo e se dicevo ogni giorno le preghiere e giaculatorie che lui aveva raccomandato di dire. Io gli ho risposto che sì, pregavo lo Spirito Santo, ma avevo anche altre devozioni... Lui mi dice: ‘‘Allora non sei adatto a fare il missionario. È meglio che esci dall’Istituto’’. Spaventato, vado dal rettore il quale mi manda dal superiore generale. Balconi ascolta e poi mi dice sorridendo: ‘‘E tu vai a confessarti da qualcun altro’’».
Padre Leonardo Redaelli, missionario in India, ricorda:
«Quando non fu più superiore, mons. Balconi, che prima era severo e autoritario, divenne il miglior amico di tutti: cordiale, umile, dimesso, alla mano. Potevamo prenderci la libertà di fargli osservazioni e rimproverargli le severità del passato. Rideva anche lui e cercava di minimizzare. Forse la sua severità ci voleva in quei tempi tremendi della guerra, aggiunge padre Leonardo, per tener unito un Istituto che ogni anno ordinava 15-18 missionari impazienti di partire e non sapeva dove mandarli perché le missioni erano chiuse».
Un altro episodio molto significativo del
carattere di mons. Balconi lo leggiamo
nella biografia di mons. Pirovano (10), uomo certamente
non facile a lasciarsi intimorire. Durante la guerra, il giovane
padre Pirovano, impegnato nell’attività clandestina di aiutare
ebrei e perseguitati politici a fuggire in Svizzera, il 7 dicembre 1943
è preso prigioniero dai tedeschi, portato in carcere, battuto
perché riveli i nomi dei complici e messo in isolamento. Più
volte lo interrogano e lui continua a negare: «I tedeschi si arrabbiavano e
giù botte», racconta. In seguito confessava: «Me le suonavano
perché in fondo avevano ragione. Ero io che raccontavo un
sacco di bugie!».
Ebbene, dopo tre mesi di queste terribili esperienze a San Vittore, viene
liberato per intervento del card. Schuster e del superiore generale
Balconi, dopo aver firmato l’impegno di non fare più
nulla contro le regole in vigore. È il 15 marzo 1944. Fuori del carcere
lo aspettano due confratelli che lo portano dal card. Schuster per
ringraziarlo. Schuster gli dice: «La prossima volta, non si faccia
prendere». Poi deve andare a casa in via Monterosa.
«Un momento sospirato e al tempo stesso temuto. Sì, perché più forte ancora della paura dei tedeschi e delle loro botte è il timore di una energica reprimenda da parte del superiore generale, il rigidissimo monsignor Balconi. A poco valgono le assicurazioni di padre Obert e di padre Beretta: a bordo di un taxi a carbonella, all’approssimarsi di via Monterosa, Pirovano sente le gambe tremare e il cuore venir meno. È curioso come una persona appena sfuggita alle grinfie delle SS, possa impaurirsi all’idea di una sgridata da parte di un superiore. Ma i suoi timori svaniscono all’arrivo in via Monterosa: appena mette piede nel refettorio affollato per il pranzo, è gioia grande. Sulla tavolata, tre biscotti e un bicchiere di vino per tutti — merce rara a quei tempi — per festeggiare la liberazione di quel missionario un po’ scavezzacollo, ma tanto coraggioso. E chi ha disposto tutto? Proprio mons. Balconi che sorride e lo abbraccia».
Manna e Balconi: due diverse visioni del Pime
«Il Vincolo» del luglio 1936 pubblica la
«comunicazione» che padre G.B. Tragella
ha dato le dimissioni da consigliere della direzione generale,
avendo ricevuto l’incarico dal Capitolo di Hong Kong
(1934) di riordinare l’archivio dell’Istituto. È stato sostituito da
p. Alfredo Lanfranconi (futuro vescovo di Toungoo in Birmania).
Episodio che rivela le divergenze fra la direzione di mons.
Balconi e quella di padre Manna, di cui Tragella era stato consigliere
e collaboratore affezionato.
Il fatto va notato perché illumina, nel quadro storico, il contrasto non
fra due persone (che non c’era), ma fra due visioni dell’Istituto. Ambedue
lo volevano «esclusivamente missionario» e mettevano
l’accento sulla santità e le virtù della tradizione: ma Manna
mirava a un Istituto forte e autonomo dalle diocesi, Balconi voleva
un organismo ridotto e agile in patria, impegnato a formare
e mandare missionari; e chi non serviva in missione o in patria
per le missioni, era meglio tornasse in diocesi: di qui l’estrema severità
nell’ammettere agli ordini sacri e al giuramento e la
facilità nel licenziare.
La sensibilità, maturata dall’esperienza personale, era diversa. Il
milanese Balconi si sentiva lui stesso prete diocesano e voleva un
Pime «diocesano» come all’inizio. Conosciutissimo e richiesto per
cerimonie a Milano e in Lombardia, teneva frequenti e buoni rapporti
con i vescovi e i seminari: l’Istituto ebbe a quel tempo numerose
vocazioni dai seminari diocesani. Manna invece aveva sperimentato
che la «diocesanità» di un Istituto missionario era, se
la si intendeva come all’inizio, utopistica. La sensibilità della maggioranza
dei missionari era come quella di Balconi: di qui la frequente
critica a Manna, che si è tramandata fino ad oggi, di voler far
diventare «religiosi» i missionari del Pime, cosa assolutamente non
vera.
Incomincia con mons. Balconi il dramma per un superiore generale di
dover trattenere in patria missionari per le strutture dell’Istituto. Oggi
la «rotazione del personale» è abbastanza facile, una
volta molto meno, per le difficoltà dei viaggi ma anche perché un
missionario, quando veniva destinato ad una missione, la considerava la
sua famiglia, la sua patria, la sua Chiesa: era segno di virtù
staccarsi del tutto dall’Italia, dimenticarla quasi. Il missionario non
ritornava più volentieri in patria e il vescovo, specie se il soggetto
era di valore, non lo lasciava partire!
Con la nascita delle «case apostoliche» anche Manna aveva avvertito
questo problema, ma si era solo all’inizio: con Balconi diventa
pesante. Nel suo diario e nei verbali della direzione il tema
ricorre spesso: tre «case apostoliche» (Genova, Ducenta e Treviso),
i seminari liceali-filosofici di Monza e di Aversa e quello teologico
di Milano (oltre alla formazione dei fratelli) comportavano dai
40 ai 50 missionari abbastanza giovani e attivi per l’insegnamento, la
direzione, la vita spirituale, l’economato, il reclutamento, ecc.
Non tutti i missionari erano atti ad insegnare e dirigere gli alunni:
bisognava mandare padri giovani e selezionati a studiare nelle
università, avviarli all’insegnamento... poi diventavano insostituibili o
comunque difficilmente destinabili alle missioni. Diversi missionari
hanno così sacrificato la loro vita nelle strutture dell’Istituto
in Italia. Ricordo solo i padri Riccardo Rota, Lino Bianchi,
Manfredi Dell’Aversana, Bartolomeo Campodonico, Raffaele
Trotta, Cristiano Penner nei seminari; Sante Nicchiarelli nella
procura di Milano e Felice Cazzaniga in quella di Roma; Ambrogio
Beretta nella tipografia... E non pochi fratelli nel servizio delle
case: Antonio Allevi, Gaetano Bosisio, Giuseppe Volonté, Giuseppe
Simoncello, Luigi Pezzin, Ernesto Magoga, Giovanni Bassani.
La tradizione di partire tutti per le missioni, appena dopo l’ordinazione sacerdotale
o il giuramento per i fratelli, dagli anni trenta
in avanti diventa problematica. In tempi più recenti si cerca di rimetterla in vigore, con acrobatiche
sostituzioni e rotazioni, per mantenere
nell’Istituto il forte senso della missione alle genti, che
si concretizza con la partenza. Ma per i superiori generali, come per i diretti interessati, questo problema
è sempre stato fonte di sofferenza.
Nel 1938 mons. Balconi comunica che per
volontà del Papa dal 18 maggio ha assunto la direzione del
«Collegio urbano di Propaganda Fide», dove vengono inviati
chierici da tutte le missioni del mondo per studiare nelle università
pontificie romane (aveva in quell’anno 233 alunni di 38 diverse
nazioni). E aggiunge che
«il Santo Padre mi avvertiva che, nonostante il nuovo ufficio, continuerei ad essere superiore generale e mi dava a tale scopo le più ampie facoltà per delegare o farmi sostituire secondo il bisogno, così che gli affari ed interessi dell’Istituto non soffrano danno o ritardi».
Il superiore raccontava poi ai membri del suo consiglio che di fronte all’imprevista proposta del Papa, fattagli personalmente il 14 maggio, aveva subito detto che era impossibile: l’Istituto, le missioni, i seminari, le missionarie dell’Immacolata appena iniziate... Pio XI lo interrompe dicendo: «Che importa? Il cardinale Verdier non è arcivescovo di Parigi e anche superiore dei sulpiziani? »... Questa nomina improvvisa è certo segno della grande stima che Pio XI aveva di mons. Balconi, ma diventa pesante per l’Istituto soprattutto in patria, che a quel tempo aveva ben 400 alunni nelle sue «scuole apostoliche»! Un testimone dice:
«A Milano Balconi non lo si vedeva mai, era sempre a Roma. Faceva ogni tanto una scappata a Milano. Comandava in sua vece il vicario padre Paolo Pastori».
Dopo la morte di Pio XI (10 febbraio 1939), mons. Balconi presenta le sue dimissioni da rettore del Collegio di Propaganda e il 12 ottobre 1939 ritorna a Milano (col titolo onorifico di arcivescovo titolare di Gerapoli di Frigia). Dopo Balconi, al Collegio urbano viene chiamato come padre spirituale p. Isidoro Pagani, missionario in India. Del tempo trascorso a Roma, il suo consigliere padre Antonio Lozza ha scritto (11):
«Il Papa ogni tanto lo voleva con sé a passeggio nei giardini vaticani. E, conversando, gli confidava tanti suoi progetti; tra gli altri, quello di affidare importanti incarichi al Pime. ‘‘Se fosse vissuto ancora...’’, confidava mons. Balconi».
Di questa pur breve esperienza romana rimane a Balconi la conseguenza di essere nominato consultore di Propaganda Fide, e quindi di dover fare viaggi a Roma, partecipare a riunioni e comitati, ecc.
Nel vortice della guerra mondiale (1940-1945)
Quando mons. Balconi ritorna da Roma a Milano
nell’ottobre 1939 era appena cominciata
la II guerra mondiale (1° settembre). Per qualche mese l’Italia rimane sospesa tra
il timore e la speranza, ma il 10 giugno 1940 anche il nostro paese è
travolto dalla guerra, con disastrose conseguenze per la
stessa popolazione civile: giovani e uomini adulti richiamati alle armi,
bombardamenti aerei diurni e notturni, mitragliamenti di
treni e villaggi, tessere sui generi di prima necessità, prezzi alle
stelle nel «mercato nero», censura sulla stampa, difficoltà di
comunicazioni, spaccatura nel popolo fra sostenitori e oppositori del regime
fascista, fino alla lacerante guerra civile durata poco meno di due anni (8
settembre 1943 — 25 aprile 1945)!
La casa madre e il seminario teologico in via
Monterosa, vicini ad importanti impianti industriali, erano in
pericolo. I chierici teologi durante i bombardamenti avevano paura.
Quasi tutte le notti alle 21 suonavano le sirene e correvano
nel rifugio sotterraneo dove non si poteva dormire per la paura, i
tonfi delle bombe, la mancanza di spazio. Poi all’una o alle due
di notte suonava la fine del bombardamento, andavano a dormire e
alle 5,30 suonava la sveglia, bisognava alzarsi: preghiere,
meditazione, Messa, colazione, scuola, ecc. Il campo da pallone del seminario
era coltivato ad orto dagli stessi chierici, per avere
qualcosa in più da mangiare.
«Nel novembre 1942 — ricorda padre Leonardo
Redaelli — non ne potevamo più, per la stanchezza, la paura, la fame e il
freddo. Un certo sabato di novembre noi teologi abbiamo mandato dal
rettore del seminario, padre Antonio Caminada, una commissione guidata
da Lorenzo Bonaudo di Vercelli, per chiedere di lasciarci
andare alla Grugana o a casa nostra. Alcuni padri del seminario, tutti
i pomeriggi andavano in treno alla Grugana a dormire e il mattino dopo
ritornavano a Milano. Noi eravamo stufi. Balconi era a Roma perché
consultore di Propaganda Fide. Caminada convinse p. Pastori a riunire il
consiglio della direzione generale, che forse non aspettava altro per
liberarsi di noi: eravamo una bella responsabilità per loro! Ci
lasciarono andare a casa per tre mesi, perché la Grugana non era preparata
a riceverci. Per domenica a mezzogiorno, il seminario era vuoto!».
«Quando il lunedì ritornò da Roma, mons.
Balconi — continua Redaelli — non sapeva ancora nulla. Non
avevano avuto il coraggio di informarlo. Saputo che i chierici erano
andati a casa, si arrabbiò perché certo lui non ci avrebbe lasciati andar
via. Ritornammo in seminario a febbraio, quando la Grugana era pronta ad
accoglierci. Balconi venne e disse chiaramente che i mesi di
studio persi dovevamo ricuperarli nell’estate seguente...».
Gli alunni del Pime di quegli anni ricordano la fame che si faceva nei nostri seminari, come del resto in molte case italiane. La povertà estrema dell’Istituto diventava quasi incapacità di mantenere i propri alunni, diversi dei quali si ammalarono (specie di malattie polmonari) proprio per insufficiente nutrimento e riscaldamento. Redaelli aggiunge che Balconi in questo dava buon esempio:
«Il cibo era uguale per tutti, non ammetteva distinzioni, quel che mangiavamo noi mangiava anche lui come superiore e tutti gli altri padri. Balconi è stato austero e severissimo con sé, prima che con gli altri».
Gravi le conseguenza della guerra anche per l’Istituto
in Italia: quasi nulle le comunicazioni con le missioni, l’Istituto
spaccato in due fra nord e sud dal settembre 1943, la casa
madre di Milano bombardata (agosto 1943), diversi missionari
richiamati come cappellani militari. Durante la guerra, molti
giovani padri vennero inviati in parrocchie della diocesi di Milano o
vicine come viceparroci e aiutanti in santuari, cappellani in ospedali
e carceri, nelle forze armate. Le diocesi li chiedevano e
mons. Balconi li mandava volentieri: davano buona testimonianza
diffondendo lo spirito missionario e reclutando anche
vocazioni per l’Istituto. Il buon ricordo del servizio fatto dai missionari
viceparroci o cappellani di carceri e ospedali durante la guerra è
durato a lungo in parrocchie della diocesi di Milano: era ancora
vivo negli anni sessanta. Naturalmente i legami con l’Istituto si
allentavano, alcuni rimasero poi in diocesi e appena la guerra
terminò moltissimi premevano per essere mandati in missione. Ecco l’inizio
delle presenze Pime in Brasile, Guinea-Bissau, Stati Uniti e
Giappone.
Il problema che più tormentava la direzione
generale durante i lunghi anni di guerra erano le scarse
comunicazioni con i missionari in Cina, Hong Kong, India, Bengala, Birmania.
Si tentano tutte le strade: Santa Sede e diplomazia
vaticana, Portogallo, radio vaticana, Croce rossa internazionale,
conoscenze negli Stati Uniti, inutilmente: circa il 72% dell’Istituto
non comunicava più col superiore e con l’Italia. Nel gennaio
1941 infatti il Pime aveva in missione 294 padri (72% del totale) e 25
fratelli (52%); in Italia 77 padri (18,8%) e 22 fratelli (47,8%); a
riposo 12 padri (2,9%); impegnati fuori dell’Istituto in
Italia 25 padri (6,3%) e 1 fratello (2,0%). Le lettere di Balconi ai
membri dell’Istituto nel periodo bellico sono tutte centrate sulle
notizie ricevute dalle missioni, sui tentativi e le difficoltà di comunicare
con i missionari, diversi dei quali cappellani militari in
Grecia, Russia, Germania, Etiopia, e poi prigionieri in Sud Africa,
Kenya, India, Algeria, ecc.
Nel 1941 cinque missionari della Cina vengono
uccisi in soli cinque mesi: p. Cesare Mencattini (11 luglio
1941); e quattro il 19 novembre 1941: mons. Antonio Barosi
(amministratore apostolico di Kaifeng), i padri Mario Zanardi, Bruno
Zanella e Gerolamo Lazzaroni:
«L’assassinio di cinque confratelli — scrive mons. Balconi nel gennaio 1942 — non solo non ha disanimato nessuno, ma ha rinfrancato chi combatte sul campo, ha entusiasmato chi sospira di raggiungerli ed ha sollevato un’ondata di fervida simpatia per l’Istituto e le sue missioni... Le altre missioni non ci danno minori preoccupazioni..».
Poco dopo sono uccisi p. Carlo Osnaghi in Cina (2 febbraio 1942) e p. Emilio Teruzzi ad Hong Kong (26 novembre 1942).
La nascita della regione meridionale (luglio 1943)
La «regione meridionale» del Pime in Italia viene da lontano (12). P. Manna, fin da quando era missionario a Momblò in Birmania si era interrogato sulla possibilità di far nascere anche nel sud un seminario missionario come quello di Milano. Tornato in Italia nel 1907, scrive a vescovi (specialmente a quello di Caiazzo, prov. di Caserta) ed amici sacerdoti e incomincia a celebrare sante Messe per il «Seminario meridionale delle missioni estere». Nel 1909 Manna manda a Pio X un «pro-memoria» per perorare questo seminario nel sud: quello di Milano, ragiona Manna, è stato fondato
«per servire le sole regioni settentrionali. Esso è infatti troppo regionale e poco o niente conosciuto nel sud della penisola... Il fatto che i giovani meridionali, ben scelti ed educati, non sarebbero secondi a nessuno per generosità e zelo apostolico, parrebbe suggerire e richiedere anche per l’Italia meridionale un Istituto...».
Il progetto matura, per interessamento di p.
Manna, quando nasce nel 1921 la casa di Ducenta (Caserta). Il
7 novembre 1921 Benedetto XV manda un Breve pontificio,
augurando che quella casa diventi «un vero e proprio Seminario per
le missioni estere per le province meridionali d’Italia» (vedi
cap. IV). Scaduto da superiore generale nel 1934, p. Manna si dedica
con altri confratelli a promuovere lo sviluppo dei seminari di
Ducenta e di Aversa e della casa di Gaeta ereditata dal
Seminario romano per le missioni estere.
Un primo tentativo di costituire la «regione
meridionale» Manna lo fa nel 1936 con una serie di lettere a mons.
Balconi, ma con esito negativo. Balconi approva l’idea, ma dice che
deve essere un potenziamento dell’Istituto, non una divisione dei pochi
alunni che c’erano. Bisogna quindi prima creare una «casa
apostolica» (seminario minore) in Lombardia e poi dividere gli alunni
di liceo fra Monza e Ducenta e infine quelli di teologia, facendo
nascere gradualmente la regione meridionale. Manna invece insisteva sul
fatto che gli alunni meridionali dovevano avere subito loro seminari
e alunni al sud e che la costituzione di una regione apposita sarebbe
stata strumento di sviluppo nel sud. Comunque già nel 1936 era
chiaro che l’Istituto in Italia, avendo scelto di fortificarsi per avere
più vocazioni e aiuti, doveva entrare in una logica di promozione anche
territoriale che in passato non aveva avuto.
La decisione viene nel luglio 1943 per
insistenza del vicario generale p. Paolo Pastori: la regione
meridionale andava istituita finché era vivo padre Manna. Il 15 luglio 1943
13 mons. Balconi annunzia all’Istituto che è giunto a
maturazione
«un progetto da lungo tempo allo studio... Con la piena approvazione e incoraggiamento della congregazione di Propaganda Fide, la direzione erige una circoscrizione nuova e distinta per l’Italia meridionale... affidata alle cure di un superiore regionale... il rev.mo p. Paolo Manna».
La regione meridionale nasce al tempo giusto.
In settembre e nei mesi seguenti l’Italia si spacca in due,
per gli eserciti alleati che avanzano da sud a nord. Nell’ottobre 1943
inizia a Ducenta il seminario teologico e nel marzo 1944 anche quello
filosofico per gli alunni meridionali; nel 1945, come previsto
dalle disposizioni che mons. Balconi aveva pubblicato per la nascita
della regione meridionale, p. Manna fonda la rivista «Venga il tuo
Regno».
La divisione dell’Istituto in due
circoscrizioni italiane (nel 1951, la direzione generale si trasferisce a
Roma e nasce a Milano la regione settentrionale) suscitò sconcerto e
non poche discussioni e opposizioni, sia in Italia che nelle
missioni. Da un lato si temeva che la divisione fisica avrebbe portato ad una
rottura psicologica («In missione siamo sempre andati d’accordo,
adesso ci divideremo »), dall’altro si diceva che solo così il
Pime avrebbe potuto coltivare le vocazioni nel sud come faceva al
nord.
Le cifre confermano la crescita degli alunni al
sud. Quando sorse il seminario di Ducenta nel 1921, i primi
alunni meridionali entrati già sacerdoti erano solo due: p.
Pasquale Lanzano (missionario in Cina) e p. Vitaliano Rossetti (tornato in
famiglia per malattia). Nel 1943 i missionari meridionali usciti da
Ducenta erano 21 in Cina, 20 in India e Birmania, 5 in
Etiopia e 21 nelle case d’Italia in attesa di partire; più due fratelli, mentre
altri due fratelli erano morti, uno in Birmania e uno in Italia;
gli alunni di teologia erano 17, 18 quelli di liceo e 56 i ginnasiali
(14).
Il contrasto nord-sud nell’Istituto, oggi
superato, è durato, pur con molta fraternità e bonomia e senza mai
scadere in vero conflitto, fino a 20-30 anni fa. Per capirlo,
occorre dire che il Pime conservò per lungo tempo una mentalità
schiettamente «ambrosiana», sia perché la grande
maggioranza dei missionari erano milanesi o lombardi, sia perché l’immagine
dell’Istituto era quella originaria di «Seminario lombardo»:
gli alunni di altre parti d’Italia erano ben accetti, ma visti quasi
come estranei, capitati per caso (15).
Tant’è vero che non c’è mai stato, fino
all’inizio della regione meridionale che ha affermato il principio della
diffusione territoriale, un «piano» per stabilire sedi nelle varie
parti d’Italia, come hanno fatto altri istituti missionari. I
seminari nati fuori di Lombardia (Genova, Ducenta e Treviso) erano venuti
da iniziative di singoli missionari (Garrè, Manna e Filippin),
più che da una programmazione di Istituto... Ancor oggi l’Istituto ha otto
sedi in Lombardia, sei nel sud e tre nel resto del
centro-nord (due in Veneto e una a Genova) più la direzione generale e il
seminario filosofico a Roma.
Ministero sacerdotale sì, animazione missionaria no
Mons. Balconi si interessava della stampa e «propaganda» a favore dell’Istituto, perché si rendeva conto che la situazione in Italia era cambiata molto dai suoi tempi giovanili e in modo non favorevole al Pime. Anche da anziano leggeva e commentava «Le Missioni Cattoliche» e le altre riviste e libri dell’Istituto. In una sua lettera ai missionari raccomanda la diffusione della stampa del Pime, le predicazioni e giornate missionarie, le conferenze, le mostre. Voleva si facesse (16)
«propaganda: cioè far conoscere l’Istituto
il più largamente possibile, onde possa essere sempre meglio sostenuto... In
moltissime diocesi d’Italia noi dell’Istituto di Milano non
siamo per nulla o ben poco conosciuti e ben più sono quelle dove la
nostra stampa non è ancora penetrata, non per opposizione di
chicchessia, ma perché non fu presentata».
Mons. Balconi rimpiange «lo straordinario
sviluppo preso dalla nostra stampa sotto la direzione di padre Manna
e poi del p. Tragella » e lamenta che invece i membri dell’Istituto
poco si interessano di queste cose. Come si può avere vera
vocazione missionaria, se non si sente il desiderio, meglio il bisogno di
fare quel poco che è in nostro potere per aiutare le missioni e l’Istituto?
Non vi pare che sarebbe tanto utile promuovere, nei nostri seminari,
una gara fra gli aspiranti più attivi proponendo anche un
premio per coloro che si fossero distinti, come già si fa in altri
seminari e istituti? Le vacanze in modo particolare darebbero ai nostri
fratelli e seminaristi un’opportuna occasione di esercitare il loro zelo».
E ancora: «Aiutatemi perché la nostra stampa
venga sempre più largamente diffusa e avremo così compiuto un’opera
eminentemente missionaria». Una sollecitazione ad educare i
membri alla «propaganda » missionaria, ben poco seguita nell’Istituto.
Quando p. Manna lascia la direzione generale
(1934) e p. Tragella abbandona Milano e la guida delle riviste
(1936), incomincia per la stampa e la propaganda del Pime un lungo
periodo di decadenza. Nei vent’anni dal 1936 al 1955 «Le Missioni
Cattoliche» conta dieci direttori, con un declino d’immagine
e di tiratura dovuto certo anche alla guerra mondiale, ma
soprattutto alla mancanza di una chiara linea missionaria e di
professionalità giornalistica. Per fare una rivista non basta allineare una
serie di articoli e di rubriche, bisogna dare un’anima, una
personalità, dei contenuti che vengono dalla passione, dedizione e
competenza giornalistica di chi la dirige.
Dopo Tragella si susseguono, fino al
dopoguerra, direttori e redattori reduci dalle missioni: anziani, a
volte ammalati o con un altro compito (insegnante, consigliere della
Direzione generale...), che impediva loro di dedicarsi totalmente alla
stampa. Per un certo periodo durante la guerra, scrive padre
Lozza, mons. Balconi «assunse anche la direzione di ‘‘Le
Missioni Cattoliche’’» (17). Dopo la partenza di p. Tragella, la rivista
ancora una volta decade, come nella crisi dal 1901 al 1909, in seguito
alla morte di Scurati (vedi cap. IV).
Ma il problema non era solo la stampa e il suo
direttore. Fino agli anni venti, il Pime aveva conservato, come
dire, una certa primogenitura o preminenza tra le forze missionarie italiane:
era l’Istituto più antico, nato dai vescovi lombardi e da Pio
IX; aveva la rivista più prestigiosa; a lui facevano capo
la Propagazione della fede, la santa Infanzia e l’Unione
missionaria del Clero; lo rappresentavano personaggi notissimi tra il clero italiano come
Manna, Tragella (e, nel secolo scorso, Marinoni e
Scurati).
Dopo la «Maximum illud» (1919) tutto cambia
per il dinamismo delle Pontificie opere trasferite da Lione a
Roma e degli istituti missionari italiani (comboniani, saveriani,
Consolata), l’ingresso in Italia di istituti nati all’estero (padri
bianchi, oblati di Maria Immacolata, missionari del Divin Verbo,
missioni africane di Lione, maristi) e il risveglio di antichi
ordini e congregazioni, che avevano sempre avuto molti missionari ma
svolto scarsa animazione missionaria in Italia (gesuiti, francescani,
cappuccini, carmelitani, salesiani, ecc.). Nasce la stampa
missionaria italiana: le riviste missionarie italiane erano 8 nel
1910 e 43 nel 1940!
Mons. Balconi e i suoi successori si trovano a
dover affrontare questi cambiamenti a cui l’Istituto era
impreparato. Nel quadro missionario italiano il Pime perdeva
rapidamente terreno, era sempre meno conosciuto perché non diffuso sul
territorio nazionale (mentre tutti venivano in Lombardia e a
Milano), con poco personale in patria e soprattutto con membri
che spesso non sentivano il senso di appartenenza all’Istituto e
avevano scarsa attitudine alla «propaganda missionaria».
In passato, perché oggi c’è un’altra
sensibilità, i missionari erano a volte talmente legati alla loro
missione (sentimento in sé ottimo non c’è dubbio!), da dimenticare l’Istituto
vedendolo con affetto, ma quasi come un qualcosa di estraneo
(18); inoltre, tornati in Italia per qualsiasi motivo, si impegnavano
nel ministero sacerdotale (messe, confessioni, predicazioni, cerimonie,
ritiri spirituali); ma non nell’animazione missionaria: giornate
missionarie, conferenze, incontri in scuole e collegi per
parlare delle missioni, mostre, diffusione libri, abbonamenti alle
riviste. Mons. Balconi, come più avanti p. Risso, p. Lombardi (col suo
vicario p. Morelli) e mons. Pirovano, insistevano spesso nello
stimolare le case ed i membri dell’Istituto a dedicarsi alla
«propaganda (o animazione) missionaria».
Stupisce che mons. Balconi, specie durante la
guerra con i molti giovani che aveva a disposizione e dato
che sentiva fortemente questo tema, non abbia avviato qualche
iniziativa per far conoscere di più l’Istituto. La stampa era
affidata a personale anziano e inadatto, non a giovani che avrebbero potuto
darle nuovo vigore, come farà p. Risso dopo il 1947.
Padre Manna nel sud, durante e dopo la guerra,
mandava i missionari a predicare le «missioni al
popolo» in varie diocesi del meridione, con lo scopo anche di visitare
regioni nuove, far conoscere l’Istituto, raccogliere offerte e
abbonamenti, suscitare vocazioni, vedere la possibilità di fondare una casa dell’Istituto
(il seminario di Sassari è nato così). Nel nord i giovani
missionari erano mandati a fare i viceparroci, i
cappellani in ospedale o nell’esercito; almeno alcuni potevano andare in regioni
diverse dalla Lombardia e delle diocesi in cui già eravamo
presenti, per iniziare in qualche modo — anche a servizio dell’ufficio
missionario diocesano — una presenza dell’Istituto.
A partire da p. Manna e da mons. Balconi è
forte nei superiori la preoccupazione di preparare insegnanti per i
seminari. I giovani missionari venivano mandati a laurearsi in
teologia, sacra Scrittura, morale, diritto, filosofia,
letteratura, greco e latino. Alcuni studiavano «missionologia» ma erano poi messi
nell’insegnamento, non nella «propaganda missionaria». Non c’era
il concetto che ogni casa avesse uno o due animatori
missionari: il missionario in Italia, oltre al servizio fatto in casa
(rettore, insegnante, amministratore), era concepito come aiutante nel ministero
ordinario delle parrocchie o cappellano di conventi
femminili, non come animatore missionario. Nonostante la scuola di
Manna e di Tragella, a molti del Pime è mancato (e manca) il senso
dell’animazione missionaria, del trasmettere con passione l’ideale
missionario, far conoscere il lavoro dei missionari e l’Istituto,
procurare vocazioni, amici, abbonamenti.
Personalmente però mons. Balconi, anche da
superiore generale, si prestava per conferenze, articoli e
predicazioni missionarie, ha sempre visitato i seminari della diocesi di
Milano. E va anche detto che nel periodo di mons. Balconi l’Istituto
ha attraversato un tempo molto favorevole per le vocazioni
(19) e
le partenze dei missionari, eccetto naturalmente nel lungo
periodo della guerra mondiale (1940-1945). Erano anni di
grande fervore missionario in Italia e le vocazioni abbondavano. Nell’ultima
funzione di partenza prima della guerra nel 1939 il
superiore manda in missione ben 23 sacerdoti e fratelli, una
delle spedizioni più numerose in 150 anni
(20)!
Balconi apre all’Africa e alle Americhe
Secondo le Costituzioni, il mandato di mons.
Balconi sarebbe dovuto durare dieci anni.
Ma nel 1944 era impossibile convocare un
Capitolo generale e neppure realizzare una elezione del successore per
posta. Propaganda Fide gli prolunga il mandato.
Nelle iniziative di apostolato missionario,
mons. Balconi ha dimostrato un grande coraggio rivoluzionando la tradizione
del Pime: invia missionari in Africa e nelle Americhe: la
missione di Neghelli in Etiopia nel 1937, l’invio di missionari in
Brasile (1946), negli Stati Uniti (1946) e in Guinea-Bissau (1947).
Missioni nate da pressioni esterne, è vero, ma anche con la
determinazione tipica di Balconi: l’Etiopia e la Guinea-Bissau assegnate dalla
Santa Sede, il Brasile assunto per trovare sfogo immediato alle decine di
missionari che in Italia fremevano per partire, gli Stati Uniti
nel tentativo di cercare aiuti finanziari per l’autentica miseria in
Italia e nelle missioni.
Sono svolte importanti e decisive per un
Istituto che, avendo fatto la scelta fra i non cristiani in Asia,
rischiava di giungere nei tempi moderni con quell’unica rotta
geografica (21): padre Manna, infatti, testimoniano i primi missionari
partiti per il Brasile, era contrario a questa spedizione in un «paese
cristiano». Mons. Balconi è stato coraggioso e profetico: è andato
contro una tradizione storica quasi secolare, ha aperto vie nuove.
Il Capitolo del 1947 si svolge nella casa madre
di Milano (15 luglio — 9 agosto 1947) ed elegge il nuovo
superiore generale padre Luigi Risso: genovese (nato nel 1880), ordinato
sacerdote diocesano nel 1905, entra nell’Istituto nel 1910;
missionario a Nanyang in Cina (1911-1924), eletto dal Capitolo del
1924 vicario generale di p. Manna e poi procuratore a Roma.
Un uomo di grande bontà, gentilezza, paternità,
preparato teologicamente e con una visione aggiornata della missione della
Chiesa. Equilibrava il suo dinamismo con un lavoro nascosto di
attenzione ai singoli missionari, di corrispondenza e
direzione spirituale.
Benché personalmente inclinato alla vita
metodica e ritirata, ha saputo svolgere bene il suo ruolo di guida
in un momento in cui l’Istituto, con le missioni dissestate,
con molti giovani che premevano per partire e altri che dovevano essere
ritirati dalla prima linea dopo i drammi della guerra, aveva bisogno
di un capo che fosse presente e prendesse in mano le
situazioni nuove. Dopo la severità e l’autorevolezza di mons. Balconi,
Risso mette in evidenza il volto del padre.
Un anno dopo la sua elezione a superiore, si
getta coraggiosamente in un lungo viaggio attraverso le missioni.
Riesce a visitare Hong Kong (29 settembre — 25 ottobre 1948) e
poi Hankow (30 ottobre — 9 novembre), ma è costretto a
rinunziare, per ostacoli insormontabili, alle tre diocesi in Honan (Kaifeng,
Nanyang e Weihwei). Prosegue per Hanchung e solo il 6
gennaio 1949 riesce avventurosamente a raggiungere Shanghai
attraverso territori insicuri: i comunisti stavano occupando tutto il
territorio dopo la lunga guerra civile cinese. Ritorna ad Hong
Kong e il 1o febbraio, per nave, prosegue per Giappone, Hawaii e Stati
Uniti dove giunge il 21 febbraio a san Francisco. Visita
il Pime a Detroit, il 19 marzo arriva a Belem e visita le missioni in
Amazzonia e poi nel Brasile del sud. Ritorna a Genova il 29 maggio
1949. Viaggio lungo e faticosissimo per un uomo delicato come
Risso, che aveva 69 anni!
Le due relazioni sulla visita in Cina e in
Stati Uniti-Brasile sono molto belle, sentite, accorate
(22). Il
Brasile colpisce l’anziano superiore, che si sente in dovere di rispondere
alla domanda comune a molti:
«Perché il nostro Istituto, sorto per preparare missionari per i paesi infedeli, oggi ha cambiato rotta e si accinge al lavoro fra le popolazioni cristiane?».
Risso avvertiva pericoloso un interrogativo del
genere, per un Istituto già così disperso come il Pime.
Infatti sia lui che il suo successore p. Augusto Lombardi danno importanza
alle relazioni dal Brasile, per dimostrare soprattutto ai
missionari dell’Asia che la «Terra di santa Croce» entra per vari
motivi (anche per l’insistenza di Pio XII e della Santa Sede in quegli anni di
«salvare l’America Latina») nel carisma dell’Istituto
(23).
Padre Risso ha avuto anche il merito di aver
mandato il Pime in Giappone, su richiesta dei vescovi di Osaka
e Fukuoka. Dopo due visite di p. Nicola Maestrini da Hong Kong
in Giappone (primavera e autunno 1950), il 19 dicembre 1950 giungono a
Tokyo i primi due missionari dell’Istituto, i padri
Francesco Sardei e Nazareno Rocchi, ambedue provenienti dalla Cina.
Padre Luigi Risso dà dinamismo al Pime in Italia (1947-1957)
Al Pime in Italia padre Risso apre orizzonti
nuovi, favorito anche dall’abbondanza di
personale, dal risveglio dell’animazione missionaria
e da un’esigenza fortemente sentita in quegli anni nelle
case del Pime: l’Istituto era troppo poco conosciuto persino in
Lombardia (24), le vocazioni non aumentavano, anzi diminuivano: le
ordinazioni sacerdotali nel decennio 1938-1947 (nonostante la
severità di Balconi) erano di un terzo superiori a quelle tra
il 1948 e il 1957.
Dalla fine degli anni quaranta, l’Istituto in
Italia è in crescita di entusiasmo e di consistenza. Molte le cause:
l’interesse per le nuove missioni, partenze numerose e frequenti
per le missioni, rinascita della stampa e dell’animazione missionaria
dell’Istituto e in genere in Italia, nuove case che si aprono,
le iniziative per il centenario di fondazione, la beatificazione di
Alberico Crescitelli.
P. Risso apre la casa di riposo a Lecco (25
aprile 1950), nell’ottobre 1950 la «scuola apostolica» di Vigarolo
(Lodi), la casa per i fratelli a Busto Arsizio a ricordo del
centenario (1952: come si vede, siamo sempre in Lombardia) e nel 1954
la casa estiva che serviva di vacanza per i seminaristi di Treviso
a Velo d’Astico (Vicenza). Nel sud si inaugura la sede di Napoli (27
giugno 1953) e si aprono le due case di Sassari (1951) e di
Catania (1954).
La novità portata da p. Risso all’Istituto
in Italia è di aver indicato decisamente il dovere dell’animazione
missionaria: Balconi esortava in questo senso, Risso prende
provvedimenti concreti. Le sue lettere ritornano spesso su questo tema:
il 25 giugno 1951 richiama l’obbedienza, l’unità e la
collaborazione, evitando l’individualismo. Si appella a quello
«spirito di famiglia, di cui si parla spesso forse solo per deplorare che fra noi non esiste... ed è frutto di carità, ordine, disciplina, fedeltà al dovere, lealtà e chiarezza di condotta... eliminando tutto ciò che è in contrasto con esso: superbia, egoismo, invidia, amor proprio, intolleranza, ricerca del proprio comodo e interesse». Insomma, conclude il superiore: «Amare l’Istituto e aver fiducia in esso, nei suoi superiori, nelle sue opere e iniziative (25). Com’è doloroso vedere che tra noi ci sono talora degli scoraggiati, dei pessimisti, dei disillusi! Quelli che sono affetti da questo stato d’animo, indegno di un missionario, non fanno del male solo a se stessi, ma diffondono la loro sfiducia o pessimismo anche negli altri... Che cosa facciamo noi per far conoscere la nostra stampa, diffonderla, procurare abbonamenti?».
Padre Risso mette in ogni casa un «animatore
missionario», approva e sostiene il bollettino «Operarii»
per i seminaristi italiani fatto dai chierici di teologia del Pime (contro
il parere dei professori del seminario!), dà sviluppo al
«Museo missionario» (indo-cinese) organizzato da p. Guido Margutti
e inizia a Milano il «Centro missionario mons. Angelo Ramazzotti»
in ambienti della casa madre di via Monterosa, destinandovi
personale giovane. I primi tre che dalla fine degli anni quaranta
e inizio anni cinquanta hanno cambiato la situazione della casa madre
sono stati i padri Vincenzo Mariani, Angelo Lazzarotto e
Domenico Colombo: il primo nell’animazione (con giornate
missionarie, creando gruppi di amici, visitando parrocchie e
seminari), il secondo con «Italia Missionaria» e i giovani amici,
il terzo con «Propaganda Missionaria» e l’aiuto in
redazione a «Le Missioni Cattoliche».
Risso dà molta importanza alle celebrazioni
dell’anno centenario (31 luglio 1949 — 1950), con manifestazioni
culturali (una all’università cattolica), funzione di
partenza speciale a Saronno, pubblicazione di un ricco «numero unico»
celebrativo, mostra missionaria itinerante, giornate di
predicazione in parrocchie e santuari, articoli sui giornali. Nel corso dell’anno
centenario p. G.B. Tragella pubblica il primo volume sulla
storia del Pime (26) che viene inviato ai vescovi italiani, ai
seminari e facoltà teologiche, ad autorità civili e religiose.
Nel 1955 giunge a Milano il padre Amelio Crotti
come direttore (reduce dalle carceri in Cina e da Hong Kong),
che subito lancia l’idea di costruire un Centro
missionario staccato dalla casa madre, sulla via Mosè Bianchi, al fondo del
grande terreno che mons. Roncari aveva acquistato all’inizio del
secolo e p. Bricco riacquistato durante la II guerra mondiale
(27).
Un dato indicativo per il rilancio della
«propaganda» sono queste statistiche («Il Vincolo», febbraio
1950, pag. 20): al 1° gennaio 1950 l’«Associazione amici del Pime» conta
un totale di 7.500 membri divisi in 134 gruppi, di cui 31 in
Milano e 93 fuori; altri 33 gruppi sono in formazione; l’«Associazione
degli exalunni» conta 146 iscritti, l’«Associazione
piccoli amici» si sta diffondendo.
Il prezzo da pagare: l’aumento dei membri in Italia
Il forte dinamismo in Italia (nuovi seminari e
sedi, animazione missionaria, due regioni,
rinascita della stampa, ecc.) aveva un prezzo:
l’aumento del personale in patria, fatto che suscita non poche
proteste sia tra i missionari sul campo che tra i giovani trattenuti in
patria! Fenomeno non limitato ai tempi di Risso, ma che continua anche dopo
(28). Per spiegare l’aumento
di missionari in Italia, va tenuto conto di alcuni fatti:
1) l’espulsione o il ritorno dei missionari
dalla Cina ha rappresentato per il Pime in Italia un trauma tremendo: metà
delle missioni dell’Istituto venivano azzerate.
Dalla fine degli anni quaranta a metà dei cinquanta c’era un afflusso
continuo di missionari e vescovi dalla Cina: prostrati nel fisico e
nel morale. Alcuni ripartivano per altre missioni (Giappone,
Brasile, Hong Kong, Stati Uniti); altri restavano in Italia, non
erano più in grado di ricominciare altrove. Altri missionari ritornavano da altre
missioni per motivi di salute, dopo le vicende della
guerra e dei campi di concentramento.
2) Le due regioni in Italia, l’aumento delle
case apostoliche e dell’animazione missionaria sono state le
cause che più hanno inciso sull’aumento del personale in Italia.
3) In passato, quando i vescovi delle missioni
erano membri dell’Istituto e non c’era l’abitudine di
vacanze periodiche in patria, molti missionari anziani e ammalati rimanevano
sul campo del loro lavoro; dagli anni cinquanta in
avanti, chi non è più efficiente tende a ritornare (o a essere mandato) in
Italia.
4) Nel dopoguerra, la vita missionaria diventa
complessa. I missionari ad esempio cominciano a ritornare in
Italia per vacanza o per corsi di aggiornamento con una frequenza
crescente: all’inizio (dopo il Capitolo del 1947) ogni
dieci anni, poi ogni sei, poi ogni quattro o tre; il passaggio di reduci
nelle case dell’Istituto in Italia (compresi quelli che vengono per
fatti familiari o per cure medico-chirurgiche o per la rotazione del
personale negli uffici dell’Istituto) è frequente e richiede
strutture e personale di servizio.
Tutto questo movimento, in fondo inevitabile,
non elimina la «resistenza» dei giovani missionari ad essere
trattenuti per un servizio all’Istituto, fatto nuovo nel Pime. La
tradizione (che gli ultimi superiori stanno cercando di riprendere!) era che appena
ordinati sacerdoti o dopo il giuramento di appartenenza per i
fratelli, subito si partiva per le missioni. Nel dopoguerra, con l’aumento
delle «case apostoliche», dell’animazione e dei membri
destinati agli studi universitari, decine di missionari debbono rimandare la
partenza. Questo fatto era sentito come una ingiustizia, specie
quando si prolungava per più di due-tre anni: si sceglieva il Pime,
si diceva a quel tempo, perché si era sicuri di andare subito
in missione!
La direzione generale si trasferisce a Roma (1951)
Nella vita interna dell’Istituto, p. Risso
introduce di nuovo l’«anno di
formazione» (ex-noviziato) per i seminaristi al termine del
liceo, prima di entrare in teologia 29: il primo anno è stato il 1948-1949
a Genova Sant’Ilario. Il superiore insiste sull’importanza di questo anno che dev’essere condivisa
da tutti, rispondendo alle obiezioni («Ma allora, quelli dei nostri
che non hanno fatto questo anno sono meno formati?»); e
pubblica ne «Il Vincolo » articoli, studi, richiami su «lo spirito
dell’Istituto».
Rispondendo a certe contestazioni interne («Il
Pime non ha una spiritualità propria — si diceva — non
essendo un ordine religioso »), «Il Vincolo» afferma
(30), in un articolo
non firmato dal titolo «Lo spirito dell’Istituto», posto all’inizio
e perciò particolarmente autorevole, che questo «spirito» non è nulla
di straordinario o di particolaristico:
«I suoi caratteri scaturiscono dalle lettere e dalle istruzioni del Fondatore, dalle circolari dei superiori generali e dagli esempi dei missionari che noi teniamo come modelli».
Padre Risso sperava che nell’anno centenario
sarebbe stato beatificato il martire della Cina Alberico Crescitelli e
nel 1949 scriveva di aver ricevuto dalla Santa Sede assicurazioni in
questo senso. Poi invece lo informano che la beatificazione di
Crescitelli è rimandata al 18 febbraio 1951, perché «la proclamazione
del dogma dell’Assunta assorbirà completamente il Santo Padre» nell’anno
1950.
Interessante notare un’altra novità: con p.
Risso, «Il Vincolo» diventa corposo e frequente, tanto che diversi
missionari scrivono lettere di ringraziamento. In ogni numero
compaiono varie rubriche, cronache, lettere e risposte, studi e c’è
anche l’elenco di «Quelli che hanno lasciato l’Istituto».
Quasi tutti si sono incardinati nelle diocesi italiane d’origine (alcuni
anche in quelle di missione): segno che l’antico costume di tornare alla
propria diocesi e l’indicazione che aveva dato mons. Balconi in
questo senso continuano a rappresentare un orientamento per molti.
Nel 1951 la grande novità: la direzione
generale lascia Milano e si trasferisce a Roma.
«In seguito all’erezione della regione meridionale, avvenuta per decreto della Sacra Congregazione di Propaganda Fide in data 20 marzo 1943 31, la medesima S. Congregazione ha creduto opportuno, con lettera del 25 giugno 1951, erigere anche la provincia settentrionale di questo Istituto, autorizzando il superiore generale a redigere il relativo decreto di erezione».
Per realizzare il «voto» del Capitolo 1947 (e
rispondere ad un invito di Propaganda Fide) nel 1951 p. Risso
trasferisce la direzione generale da Milano a Roma e istituisce la
regione settentrionale dell’Istituto.
Con l’ottobre 1951 la direzione si stabilisce
nella casa di via santa Teresa (via Isonzo) a Roma, sede
originaria dell’Istituto romano e poi del procuratore presso la Santa Sede e
degli studenti nelle università romane. A Milano entra in
carica il primo superiore regionale, p. Cesare Mariani (dall’India).
Il passaggio da Milano a Roma non è stato
semplice. A Milano la direzione generale era stabilita da più d’un
secolo, aveva le sue strutture, benefattori, amici, collaboratori
esterni, riviste, animatori, ecc. Giungendo a Roma s’è trovata quasi
priva di tutto, isolata in una casa sufficiente per la procura e gli
studenti delle università romane, ma inadeguata per la direzione generale
d’un Istituto in crescita. Dal punto di vista economico, il
superiore generale non poteva più disporre delle risorse
accumulate a Milano e che a Milano avevano possibilità di ulteriore
e continuo accrescimento (attraverso eredità, offerte...). Nel portare
a Roma la direzione generale, si erano lasciati alla «regione
settentrionale» i beni mobili e immobili che in precedenza erano
considerati dell’Istituto, e di cui la direzione generale poteva
disporre... Problema grave che verrà risolto dai superiori generali
e dai Capitoli che verranno in seguito (vedi il capitolo
VIII).
Il tempo dell’entusiasmo fa esplodere le vocazioni missionarie
Il tempo del superiore generale padre Luigi
Risso (1947-1957) è stato segnato dalla
croce della persecuzione in Cina, da una grande
povertà in Italia e nelle missioni e dall’entusiasmo, soprattutto fra
i giovani membri, per le nuove missioni assunte dall’Istituto, dove
si partiva, come in passato, alla garibaldina! Gli scritti dei
missionari da Brasile, Amazzonia, Guinea-Bissau e Giappone, che
descrivevano terre e popoli nuovi, avventura e poesia della missione,
hanno segnato alunni e missionari del Pime degli anni cinquanta,
come Cina, India, Bengala e Birmania avevano segnato i
giovani di 20 e più anni prima.
In Italia, dall’inizio degli anni cinquanta l’apertura
di case e il forte impegno nell’animazione missionaria
portano a pensare che l’Istituto sta superando la sua «crisi» di
crescita, uscendo, come dire, dall’adolescenza e maturando come vero
Istituto.
Padre Risso era un uomo di grandi qualità
umane, sapeva dare fiducia ed entusiasmo per le missioni e far
imboccare vie nuove all’Istituto, dopo un secolo dalla
fondazione. Fra le quali anche l’inizio dell’internazionalizzazione, che
si compirà solo negli anni novanta! Nel 1952 la direzione approva l’apertura
del primo seminario negli Stati Uniti (32) e subito «Il Vincolo»
risponde alle obiezioni ricevute (33).
In questo periodo di immediato dopoguerra,
anche la vita dei missionari sul campo è quanto mai dinamica:
nel passaggio dal colonialismo all’indipendenza dei popoli, il
Pime va avanti a testa bassa ad evangelizzare, convertire, fondare la
Chiesa e preparare il passaggio delle Chiese locali al clero
indigeno. Tempi di entusiasmo missionario nei seminari e nelle case dell’Istituto:
seguivamo con passione l’epopea evangelizzatrice dell’India
(con i vescovi Beretta e De Battista), del Bengala indiano (Galbiati
e Grossi) e del Bengala pakistano (Obert), della
Birmania (Lanfranconi e Bonetta), di Hong Kong (Bianchi); e poi le
nuove missioni in Giappone, Guinea-Bissau, Brasile (30
parrocchie al sud fondate in pochi anni) e in Amazzonia (Macapá, Manaus,
Parintins).
Naturalmente non mancava la croce, che all’inizio
degli anni cinquanta era la persecuzione in Cina e la
perdita di cinque diocesi (si salva solo la colonia inglese di Hong Kong,
ma la diocesi di Hong Kong perde i quattro quinti del suo
territorio). La stampa del Pime negli anni cinquanta era ancora poca
cosa, ma i giovani redattori dell’Istituto erano impegnati nel
mandare ai giornali e alle agenzie le interviste ai missionari reduci
dalla Cina, con le loro odissee di processi popolari, carceri,
campi di lavoro forzato, espulsione.
I cinquanta sono stati, nella Chiesa italiana,
anni di grande sensibilità missionaria, favorita da tre
encicliche missionarie, due di Pio XII («Evangelii praecones» 1951, «Fidei
donum» 1957) e una di Giovanni XXIII («Princeps pastorum»
1959); anni di passione missionaria e di esplosione delle vocazioni
missionarie; anni in cui sono nate diverse istituzioni
missionarie alle quali anche il Pime partecipava: la Federazione della stampa
missionaria italiana (Fesmi) e l’Editrice missionaria italiana
(Emi) nel 1955, i primi congressi del laicato missionario
italiano organizzati dal servo di Dio dott. Marcello Candia (1955, 1956,
1957, 1958), l’inizio della équipe di visitatori missionari dei
seminari italiani inviati dall’Unione missionaria del clero (1955), il
primo congresso missionario italiano del dopoguerra e la partenza dei primi
sacerdoti «Fidei donum» (Padova 1957), la nascita delle
«Settimane di studi missionari» dell’università cattolica
(1960), ecc.
Il Pime ha partecipato cordialmente e
attivamente a questa rinascita, anche se non ha approfittato subito in modo
adeguato delle vocazioni missionarie, perché ancora
poco conosciuto e scarsamente presente sul territorio nazionale.
Il forte afflusso di vocazioni verrà con gli anni sessanta.
NOTE
[1]
Si riferisce al Concilio plenario della Chiesa cattolica cinese celebrato a
Shanghai dal 14 maggio al 12 giugno 1924, presieduto dal
delegato apostolico mons. Celso Costantini.
[2] G. BRAMBILLA, «Il Pontificio istituto
delle missioni estere e le sue missioni», Vol. I
«L’Istituto», Pime, Milano 1940, pagg. 540 (citaz. a pag. 434). Il prefetto
di Propaganda Fide, card. Pietro Fumasoni-Biondi, scriveva
a mons. Balconi: «Vostra eccellenza è reduce da un
lungo periodo di apostolato nella lontana Cina, in
mezzo a difficoltà e traversie straordinarie. Ella quindi, che per molto
tempo ha corso il rischio della prigionia e della morte e
che ha veduto anche diversi dei suoi generosi
missionari soffrire con serenità e fortezza le pene della cattività
per amore di Cristo, è ben preparata a dirigere i giovani che si accingono
alle ardue lotte dell’apostolato missionario» (G.
BRAMBILLA, op. cit., pag. 435).
[3] Si veda il racconto di questo fatto nella storia delle missioni in
Cina (cap. XIII).
[4] Sull’esperienza in Cina scrisse un interessante e fortunato volume,
un classico della letteratura missionaria: «Trentatré
anni in Cina», Pime, Milano 1946 (III ediz.), pagg.
471.
[5] Si veda la
lettera di Balconi e quella del prefetto di Propaganda, in «Il Vincolo», n.
15, luglio 1935, pagg. 17-21.
[6] Un chierico licenziato da mons. Balconi per motivi di salute entrò
in un altro istituto missionario italiano e ne
divenne superiore generale!
[7] Un caso fra tanti. P. Angelo Biffi era
stato dimesso nel 1947 poco prima dell’ordinazione
sacerdotale, perché «non adatto per la dura vita delle missioni a causa
della sua gracile salute»: aveva contratto due pleuriti mentre era in
seminario. L’anno seguente Biffi ripresenta la
domanda d’ammissione a p. Luigi Risso, viene
riammesso e ordinato sacerdote il 18 dicembre 1948. Missionario in India dal
1950 al 1979 (superiore regionale dell’India, 1973-1979) e poi procuratore
delle missioni negli Stati Uniti dal 1979 al 1992, è morto
a Milano il 15 aprile 1998 a 74 anni di età, ancora
impegnato nella procura delle missioni.
[8] Un esempio
della severità di quei tempi. Nel 1949 il rettore p. Cesare Mariani licenzia
un alunno di I teologia, che scriveva e stampava al ciclostile il mensile
«Operarii» inviato a circa 300 seminari: creava contatti
col Pime, nascevano vocazioni e iniziative. Ad
esempio, da «Operarii» e dai suoi congressi estivi sono nate
le visite regolari dei missionari nei seminari, inviati dalla Pontificia unione
missionaria del clero. Quando non c’era carta di stampa,
il giovane alunno faceva una corsa in tipografia
attraversando il cortile del seminario (era proibito!). Mariani
lo sorprende e lo rimprovera... una, due volte. Alla terza gli dice: «Vieni
nel mio ufficio». Va e si sente dire: «Sei dimesso
perché non sei obbediente». Il giovane si sente
crollare il mondo addosso, va in chiesa e piange disperatamente, mentre
gli altri sono a scuola. I compagni lo scoprono e vanno da p. Lino Bianchi,
professore e uomo autorevole e di molto buon senso, che...
salva la sua vocazione. Erano i metodi che si
usavano allora per educare i giovani!
[9] Erano gli
anni in cui p. Gerardo Brambilla scriveva i volumi di storia delle singole
missioni dell’Istituto.
[10] MAURO
COLOMBO, «Aristide Pirovano, il vescovo dei due mondi», Emi, Bologna 1999,
pagg. 382 (cit. a pagg. 61-62).
[11] Necrologio di mons. Balconi, in «Il
Vincolo», gennaio-giugno 1969, pag. 71.
[12] Si veda l’articolo di p. Ferdinando
Germani, «Il Seminario meridionale per le missioni estere, Un problema che
assillò padre Manna», nel volume di Autori vari: «Padre Paolo Manna ieri e oggi»,
Pime,
Napoli 1966, pagg. 105-125. Cfr. pure F. GERMANI, «P. Paolo Manna», op.
cit., vol. II, cap. VIII segg.
[13] «Il Vincolo», luglio 1943.
[14] Si veda la biografia di Manna scritta da
Tragella, cit., pag. 304. Nel 1961, 40 anni dopo la fondazione di
Ducenta, i
missionari usciti da Ducenta e in missione erano 66, più 4 fratelli e 20 studenti di
teologia («Il Vincolo», gennaio 1962, pag. 17).
[15] Ricordo che noi seminaristi piemontesi nei
seminari del Pime ci sentivamo a volte dire dai padri: «Tu che sei
piemontese, come mai sei venuto al Pime e non sei andato dai missionari della
Consolata?».
[16] Lettera di mons. Balconi, in «Il Vincolo»
gennaio 1943, pagg. 1-6, tutta sulla stampa e «propaganda missionaria».
[17] Necrologio di mons. Balconi, in «Il
Vincolo», citato.
[18] Dopo trent’anni di missione in Bangladesh,
un ottimo missionario confessava («Infor-Pime», n. 36, aprile 1979, pag. 8):
«Per me il Pime è il Seminario che mi ha fatto diventare prete e basta. Io
intendo essere Chiesa con la nostra gente qui. Il Pime è uno dei puntelli che la
Chiesa universale offre ai missionari all’estero. I problemi del Pime sono solo
indirettamente i miei. Quando l’anno scorso la comunità del Bangladesh era
impegnata ad individuare il futuro dell’Istituto, io non avevo nulla di nulla da suggerire... A
57 anni io guardo al Pime come l’anziano guarda alla casa di ricovero.
Quando mi ritirerò a Rancio, anch’io volerò col cuore verso casa, ma la mia casa
non sarà né Portogruaro né via Monterosa, sarà il nostro Uttor
Bongo».
[19] Nel gennaio 1937, nel seminario teologico di
Milano il Pime aveva 91 teologi (per quattro anni di studio) e a Monza 69
studenti di liceo (tre anni): «Il Vincolo», gennaio 1937, pag. 9.
[20] Nel 1934 i partenti furono 12 (1 fratello),
nel 1935 17, nel 1936 14, nel 1937 20 (2 fratelli), nel 1938 16 (1 fratello),
nel 1939 23 (3 fratelli).
[21] Va ricordato che il Seminario lombardo per
le missioni estere ha lavorato dal 1856 al 1946 in Colombia, dando due
arcivescovi a Cartagena: mons. Eugenio Biffi (1882-1896) e mons. Pietro Adamo
Brioschi (1898-1943). Ma ha sempre considerato quella diocesi non affidata all’Istituto:
i missionari, richiesti dal Papa, lavoravano fuori dei campi di missione
dell’Istituto. La Bassa California in Messico, affidata da Leone XIII all’Istituto
di Roma l’8 novembre 1895, è abbandonata nel 1926 a causa della rivoluzione messicana,
che aveva espulso quasi tutti i missionari. Anche in questo caso, i
missionari romani che lavoravano in Messico e nella California statunitense, non
ebbero continuità nel loro lavoro. Il Pime non sentiva come proprie queste missioni
non asiatiche.
[22] «Il Vincolo», febbraio 1949, pagg. 1-7;
settembre 1949, pagg. 1-6.
[23] Si veda P. GHEDDO, «Missione Brasile, I 50
anni del Pime nella Terra di Santa Croce (1946-1996)», Emi, Bologna 1996,
pagg. 383 (nei capp. I e II c’è la documentazione di questo viaggio); e «Missione
Amazzonia, I 50 anni del Pime nel nord Brasile (1948-1998)», Emi, 1998 (ai
capp. III e IV).
[24] Il primo nostro missionario in visita ai
seminari diocesani per l’Unione missionaria del Clero, il p. Giuseppe Lombardi
(missionario in Cina e poi in Giappone), al termine del suo primo anno di
lavoro (1955), in una relazione in casa madre a Milano diceva che, eccetto nei
seminari delle diocesi di Milano, Bergamo, Lodi, Como e Pavia, negli altri
seminari diocesani della Lombardia, anche da parte dei sacerdoti formatori, si
ignorava persino l’esistenza del Pime e delle sue riviste.
[25] Sul tema dell’amore all’Istituto p.
Risso torna più volte su «Il Vincolo»: si veda maggio 1953, pagg. 2-3 («Se c’è una
cosa che fa male al cuore è incontrare persone disamorate del proprio Istituto»);
sett. 1953, pagg. 1-3; sett. 1955, pagg. 1-4; genn. 1956, pagg. 1-2; genn. 1957, pagg.
1-2.
[26]
G.B. TRAGELLA, «Le Missioni Estere di Milano nel quadro degli avvenimenti
contemporanei», Vol. I, 1850-1860, Milano 1950, pagg. 402;
Vol. II, 1860-1882, Milano 1959, pagg. 518; Vol. III, 1882-1901, Milano 1963,
pagg. 442.
[27] Nel 1927-1928 p. Manna, per costruire a
Milano il seminario teologico, fu
costretto a
vendere metà del terreno di via Monterosa (la parte che dà sulla via Mosè
Bianchi). Durante l’ultima guerra mondiale, quando i prezzi erano molto
bassi, il torinese p. Giovanni Bricco (già missionario in
Cina), visto che l’Istituto non aderiva alla sua
proposta, con una eredità personale riacquistò il terreno venduto
e ancora libero da costruzioni: su quel terreno è stato poi costruito il
Centro missionario mons. Angelo Ramazzotti (nel 1961-1963 e
nel 1972-1973) e la nuova tipografia dell’Istituto
(1972).
[28] Ecco alcune statistiche da «Il Pime e la
missione oggi», Documento-base Capitolo 1971, Roma, alle pagg. 100, 107-108.
Va detto che le statistiche qui riportate, presentate al Capitolo di aggiornamento del
1971 dalla commissione preparatoria, vennero contestate. Si diceva che
i compilatori erano partiti con una tesi da dimostrare: c’è troppo personale
in Italia; e avevano presentato dati senza spiegazioni (quanti in Italia per
malattia o per impegni? Quanti di passaggio? Quanti per studi di specializzazione?).
1) Gennaio 1941: totale padri 408: 294 in
missione (72% del totale); in Italia 77 (18,8%); a riposo 12 (2,9%); impegnati fuori
dell’Istituto in Italia 25 (6,3%). Totale fratelli 48: in missione 25 (52%), in
Italia 22 (47,8%), in servizio fuori Istituto 1 (2,0%).
2) Gennaio 1950: totale padri 492: 282 (57,3%)
in Cina, India, Hong Kong, Bengala e Birmania; 6 (1,2%) in
Guinea-Bissau;
53 (10,7%) in Brasile; 5 (1,0%) negli Stati Uniti; 1 a Londra (0,4%), 123 in
Italia (25,0%); 22 (4,4%) impegnati fuori dell’Istituto.
Totale fratelli 54: 23 (42,5%) in Cina, India,
Birmania, Hong Kong, Bengala; 1 (2,0%) in
Guinea-Bissau; 2 (3,7%) in Brasile,
28 in Italia (51,8%).
3) Gennaio 1957: totale padri 528: 201 (39,7%)
nelle missioni tradizionali dell’Asia; 18 (3,5%) in Giappone; 14 (2,6%)
in Guinea-Bissau; 83 (15,7%) in Brasile; 25 (6,6%) in USA; 168 (31,8%) in
Italia; 19 con impegno fuori dell’Istituto (3,7%).
Totale fratelli 64: 18 (28,2%) nelle missioni
tradizionali dell’Asia; 1 (1,5%) in Giappone; 2 (3,1%) in
Guinea-Bissau; 8
(12,5%) in Brasile; 33 (51,6%) in Italia; 2 (3,1%) in USA.
4) Dal 1930 al 1970 i padri sono aumentati da
260 a 623 e i fratelli da 27 a 76. I padri in Italia sono aumentati da 72
(24,2% del totale) a 222 (35,7%); i fratelli da 21 a 32.
[29] Nel
tempo di mons. Balconi, «anno di formazione» era inteso il primo anno
di studi teologici. Dal settembre 1948 si è fatto un anno completo senza
studi, interamente dedicato alla vita spirituale.
[30] «Lo spirito dell’Istituto», «Il
Vincolo», febbraio 1950, pag. 8.
[31] La lettera di Propaganda era in risposta
alla richiesta di mons. Balconi di poter erigere la regione meridionale (vedi
biografia di p. Manna, scritta da p. Germani,
cit., vol. III, pagg. 10-12).
[32] Si veda: P.
GHEDDO, «Missione America, I 50
anni del Pime negli Stati Uniti, Canada, Messico (1947-1997)», Emi,
Bologna 1998, pagg. 250.
[33] «Perché internazionalizzarci?», «Il
Vincolo», settembre 1952, pagg. 7-9.