PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

VI - Sull' onda del Concilio: speranze e problemi (1957-1964)

P. Augusto Lombardi, il superiore dall'India (1957-1964)
La partecipazione del Pime al Vaticano II (1962-1965)
La direzione dichiara il Pime internazionale (1962)
Il «Centro missionario mons. Ramazzotti» a Milano (1955-1963)
Il superiore dall'Amazzonia: Aristide Pirovano (1965-1977)
Migliora la situazione economica dell'Istituto
Lo sviluppo delle missioni del Pime
Può l'Istituto ritornare ad essere come nel 1850?
La formazione dei missionari e i suoi problemi
Iniziative a livello nazionale del Centro di Milano
Da «Le Missioni Cattoliche» a «Mondo e Missione» (1969)
Una guida paterna e illuminata in tempi tumultuosi
«Andate a portare Gesù Cristo, non voi stessi»
Fermo e sereno di fronte alla «contestazione»

VI

SULL’ONDA DEL CONCILIO: SPERANZE E PROBLEMI
(1957-1977)

Il superiore generale p. Augusto Lombardi (1957-1964) porta l’Istituto nel tempo conciliare tenendolo agganciato alla sua tradizione missionaria e mons. Aristide Pirovano (1965-1977) governa i fermenti ed i tumulti del post-Concilio con mano ferma e paterna: sono vent’anni di crescita e anche di cambiamento, nel quadro di una missione sempre più diversa. Si pone per la prima volta il fenomeno della crisi di fede, che causa una perdita d’identità tra le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Questa crisi, di fronte al tempestoso irrompere dei tempi nuovi nella Chiesa, si è sentita anche nella vita missionaria: dal Pime escono decine di sacerdoti e fratelli.

P. Augusto Lombardi, il superiore dall’India (1957-1964)

Padre Augusto Lombardi, eletto superiore generale nel Capitolo del 1957 (Roma, 6 settembre — 3 ottobre), dal 1952 era vicario generale di p. Luigi Risso: una «vocazione adulta», in tempi in cui gli aspiranti al sacerdozio entravano in seminario dopo le elementari. Nato a Villa S. Stefano (Frosinone) nel 1898, a 20 anni ufficiale dell’esercito, al termine della I guerra mondiale era sfilato a cavallo fra i primi in Vienna alla testa del suo plotone. Laureato in lettere e insegnante a Roma, a 30 anni entra nel Pime. Ordinato sacerdote nel 1932, parte per la missione di Hyderabad e nel 1935 viene chiamato a far parte della delegazione apostolica dell’India a Nuova Delhi.
Il nuovo superiore generale era ben conosciuto in India
avendo visitato molte missioni e tenuto rapporti diplomatici con i colonizzatori inglesi e poi con i nuovi governanti indiani (1). Nel 1947 Propaganda Fide avvisa il Capitolo che la Santa Sede mette il veto alla sua elezione a superiore generale, ma nel 1952 p. Risso lo chiama accanto a sé come vicario (2). Cinque anni dopo è eletto superiore generale. Uomo di cultura e di alto senso del dovere, Lombardi traghetta il Pime verso il Concilio e i tempi nuovi dell’attività missionaria: la sua ricetta è di rafforzare il senso di unità e di appartenenza dei membri. Aveva una visione aperta, moderna della Chiesa, ma era anche fortemente attaccato alla tradizione. 
Nella prima lettera ai missionari (3), parla subito della «scarsezza di vocazioni»: i nostri impegni nelle missioni sono troppi, rispetto allo scarso numero di ordinazioni sacerdotali annuali! Il Capitolo del 1957 aveva espresso questo «voto»:

«Considerato che il problema più urgente è avere vocazioni, dipendendo da esse la vita stessa dell’Istituto, il Capitolo raccomanda che la direzione faccia tutti gli sforzi e sacrifici per risolvere questo problema e attui dei programmi che portino ad un forte aumento dei membri, sia sacerdoti che fratelli».

Fra i mezzi da usare il Capitolo consiglia l’apertura di nuove case apostoliche e centri missionari vicino alle sedi delle due regioni. Padre Lombardi si impegna a fondo, pur nella povertà di quegli anni, a costruire seminari e sedi del Pime in Italia attraverso le due regioni dell’Istituto: il 2 giugno 1957 viene inaugurata la nuova ala della «casa di riposo» di Lecco (la prima pietra era stata posta nel settembre 1955), costruita accanto alla villa acquistata nel 1950; nel 1957 si ingrandisce il seminario di Vigarolo (Lodi); il 30 ottobre 1957 l’Istituto acquista un vasto terreno a Firenze (zona Careggi) per costruirvi un seminario; il 13 luglio 1960 si inaugura il seminario minore di Cervignano (Gorizia) e l’anno seguente inizia la costruzione del «Centro missionario mons. Angelo Ramazzotti» in via Mosè Bianchi a Milano. Nel sud si realizzano ampliamenti e riparazioni nelle case di Sassari, Catania, Gaeta e Aversa.
Anche la formazione era al centro delle preoccupazioni della
direzione generale e di quelle regionali. Il Pime stava continuando il cammino iniziato da p. Risso: nelle case apostoliche e nei seminari teologici e filosofici si passava da un personale reduce dalle missioni a personale più giovane e preparato con studi universitari. Si lamentava a quel tempo il continuo cambio di rettori, padri spirituali, insegnanti.
La direzione era combattuta fra due tendenze: avere personale
giovane e preparato che si consacrasse anche per lunghi anni a compiti di insegnamento e formativi (col rischio di non andare più in missione); oppure continuare col vecchio sistema di utilizzare missionari che tornavano dalle missioni, tecnicamente meno preparati e magari stanchi o ammalati, ma che davano un afflato missionario alla formazione. I giovani studenti della mia generazione ricordano oggi con riconoscenza e nostalgia rettori, padri spirituali e insegnanti che trasmettevano, con la loro stessa testimonianza e i loro racconti, la passione missionaria. Ma i tempi cambiano: si imponeva l’esigenza di personale più preparato, specie alla vigilia e nel tempo del Concilio! Tanto più che dalla seconda metà degli anni cinquanta anche i seminari negli Stati Uniti e del Brasile (in Brasile con le due scuole della Meninopolis a San Paolo e del collegio di Assis) chiedevano insegnanti e formatori preparati.
Il periodo di p. Lombardi è segnato da alcuni grandi avvenimenti.
Il 3 marzo 1958, il patriarca di Venezia, card. Angelo Roncalli, porta a Milano le spoglie del Fondatore mons. Angelo Ramazzotti, suo predecessore a Venezia, tumulate nella chiesa di san Francesco Saverio in via Monterosa. Nella casa madre si incontrano i due prossimi Papi, Giovanni XXIII e Paolo VI, con quasi tutti i vescovi lombardi: dopo il 1850, è la prima volta che l’episcopato lombardo si trova riunito nell’Istituto che ha fondato!
Dal discorso del card. Roncalli, che esalta la santità e le virtù di
Ramazzotti, il Pime riceve la spinta a studiare e conoscere meglio il suo Fondatore e iniziare la sua causa di canonizzazione. Due anni dopo, il 17 luglio 1960, ricevendo il superiore generale, ancora Papa Roncalli dice a lui e ai suoi accompagnatori riferendosi a Ramazzotti:

«Ricordatevi che egli fu un uomo di eccezione, fu un santo. Fate onore alle sue qualità e alla sua santità» (4).

L’anno centenario della morte di Ramazzotti (1961) è celebrato con entusiasmo e manifestazioni adeguate. Il 10 agosto 1961, per i cento anni dalla morte di Ramazzotti, il Papa scrive una lettera apostolica al superiore generale («Centesimo vertente anno»), nella quale esalta mons. Ramazzotti in termini calorosi, con cenni lusinghieri sulla storia dell’Istituto da lui fondato (5). In seguito però la causa di canonizzazione è stata trascurata dall’Istituto e ancor oggi non è conclusa (6).
Il processo informativo per la beatificazione del martire dell’Oceania
padre Giovanni Mazzucconi (7) inizia ufficialmente il 10 aprile 1959 presso la curia diocesana di Milano e si chiude con voto favorevole il 3 ottobre 1961. La pubblicazione della sua biografia e del volume delle Lettere, opera di padre Carlo Suigo, hanno fatto conoscere l’Istituto, soprattutto a Lecco e in diocesi di Milano.
Nel 1962 Giovanni XXIII dona al Pime la sua casa natale per
farne un seminario missionario, con lettera personale (12 marzo 1962) intitolata «Dono missionario ai benemeriti padri del Pime». Nei mesi seguenti il Papa esamina e approva il progetto di costruzione (finanziandolo in parte) e il 18 marzo 1963 benedice in Vaticano la prima pietra del seminario missionario di Sotto il Monte (8). Il discorso di Papa Roncalli in quella circostanza dimostra la stima e l’affetto che aveva per l’Istituto.

«Se fate in fretta a costruire — dice — verrò io stesso a inaugurare il seminario»: muore tre mesi dopo, il 3 giugno 1963!

La partecipazione del Pime al Vaticano II (1962-1965)

Padre Lombardi, nelle sue lettere su «Il Vincolo», continua nella linea di padre Risso: insiste sullo spirito missionario, sulla fedeltà e l’amore all’Istituto, sulle vocazioni missionarie. «Il Vincolo » continua nel cambiamento già iniziato: non è più solo un bollettino con notizie ufficiali della direzione generale, le cronache dalle case e dalle missioni e i necrologi, ma diventa sempre più luogo di dibattiti, articoli provocatori (anche per i superiori), lettere al Vincolo dalla base dell’Istituto e risposte del bollettino (questa la rubrica più interessante), lunghe relazioni dalle missioni e su attività del Pime.
Il tutto orientato a creare quello «spirito di famiglia» che
guerra e dopoguerra (con gli abbandoni dell’Istituto per tornare nella propria diocesi, le espulsioni dalla Cina, i contrasti per le nuove missioni e fra le due regioni italiane) avevano appannato. Padre Lombardi è convinto che bisogna ritornare alle virtù tradizionali nel Pime, ricorda spesso i nostri «grandi» del passato: l’Istituto e i suoi missionari debbono proporsi di essere se stessi, rafforzando il proprio carisma e identità in una Chiesa che col Concilio vuole essa stessa tornare alle proprie origini. All’inizio del Concilio Vaticano II, Lombardi richiama al dovere della santità realizzata nel Pime (9):

«È il senso dell'Istituto che noi dobbiamo più intensamente coltivare, cari confratelli: è al passato di questa nostra bella famiglia, alla sua nascita, la sua storia, le sue caratteristiche che noi dobbiamo rifarci per correggere, migliorare e per edificare. Sappiamo che il Seminario lombardo delle missioni estere nacque in un grande ardore di dedizione totale di sé, di spirito di rinunzia e di sacrificio e i suoi primi membri furono giovani amanti della fatica e portati anche all' avventura pericolosa; crebbe e si sviluppò nel lavoro aspro e solitario di un apostolato da grandi pionieri, sempre sforzandosi di mantenere intatte le sue caratteristiche... Non sono richiami inutili questi: ci vengono dalle tradizioni di casa e debbono servirci per fare un franco scrutinio dei nostri atteggiamenti di fronte a tante forme meno accettabili della vita moderna entrate anche in casa nostra...».

Verso la fine degli anni cinquanta incominciano le uscite dal sacerdozio che sono fortemente sentite dal superiore generale, uomo austero e spirituale, come una sconfitta della sua direzione. Per lui erano una tragedia. Ricordo che nel luglio 1962, prima degli esercizi spirituali in casa madre a Milano, Lombardi parlò a noi partecipanti dicendo:

«Fino a pochi anni fa, in più d’un secolo, l’Istituto ha avuto tre soli sacerdoti che si sono spretati»; e ne ricordava i nomi, le missioni e le date. «Adesso — continuava — negli ultimi quattro anni ne sono usciti quattro! Questo è il più grande fallimento della mia direzione generale. Si vede che preghiamo poco, ci mortifichiamo poco. Sento la mia responsabilità personale, aiutatemi anche voi a pregare ed a fare penitenza...».

Povero, caro padre Lombardi! Non poteva immaginare che nei 30 anni seguenti, ne sarebbero usciti, tra padri e fratelli, un centinaio!
Al Concilio Vaticano II il Pime partecipa con i suoi 2 arcivescovi
e 12 vescovi.

«L’Istituto — nota ‘‘Il Vincolo’’ — occupa così il secondo posto nell’episcopato missionario italiano, essendo preceduto dai francescani con 19 vescovi e seguito dai salesiani con 10 e dai comboniani con otto».

Era la prima volta (dal Capitolo del 1912) che tutti i vescovi dell’Istituto si incontravano! «Periti» del Vaticano II per la commissione missionaria che ha preparato l’«Ad Gentes»: mons. Gaetano Pollio (già arcivescovo di Kaifeng in Cina e in Italia vescovo di Otranto e poi arcivescovo di Salerno), mons. Arcangelo Cerqua prelato di Parintins (Amazzonia brasiliana), p. Giovanni Battista Tragella e p. Piero Gheddo, che era pure redattore de «L’Osservatore romano», incaricato delle pagine dedicate al Concilio.
Tre interventi di nostri vescovi al Concilio vanno ricordati:
1) mons. Arcangelo Cerqua è stato fra i promotori e organizzatori
di un’azione dei vescovi dell’Amazzonia brasiliana, per far introdurre nel decreto «Ad Gentes» la famosa nota 37 del capitolo VI, sulla missionarietà dei territori amazzonici (10);
2) mons. Lorenzo Bianchi e altri vescovi del Pime reduci
dalla Cina vengono ricevuti da Giovanni XXIII durante la prima sessione del Concilio e si preoccupano di mostrare al Papa che non c’era una realtà di scisma nella Chiesa cinese: anche i vescovi che pure avevano accettato, costretti dal regime, la consacrazione episcopale, si sa che in genere erano buoni sacerdoti e volevano salvare il salvabile della libertà religiosa per i cristiani; quindi non valeva la pena di usare parole forti per non peggiorare la situazione (scisma, ecc.);
3) alcuni di questi vescovi reduci dalla Cina (due o tre) parteciparono
ad un folto gruppo di vescovi dalla Cina e dall’Europa orientale che scrisse una lettera a Giovanni XXIII per chiedergli di condannare apertamente il comunismo e i regimi nati da quell’ideologia.

La direzione dichiara il Pime internazionale (1962)

Uno degli impegni di padre Augusto Lombardi è stata la visita alle missioni: Brasile (26 gennaio — 14 giugno 1959) (11), Stati Uniti, Guinea-Bissau (12), Birmania, India, Bengala, Giappone (vi arriva il 13 maggio 1961), Hong Kong. Il 21 novembre 1961, terminato il giro delle missioni, incomincia la visita alle case in Italia. L’anno seguente, nell’agosto 1962, si celebra a Roma l’assemblea intermedia tra i due Capitoli (27 agosto — 5 settembre 1962). Nella relazione iniziale, il superiore tratta soprattutto due temi:

1) la nuova situazione missionaria creata dal Concilio Vaticano II «richiede al Pime di prepararsi, rinsaldando e rendendo più vivi e operanti i vincoli che ci legano all’Istituto, che in futuro sarà sempre più il vero ed unico centro della stessa nostra vita missionaria»: i superiori regionali aumenteranno di importanza, man mano che i vescovi non saranno più membri dell’Istituto;
2) «la decisione alla quale la direzione generale è venuta, di
aprire le porte dell’Istituto anche agli indigeni»: cioè l’internazionalizzazione che per Lombardi e la sua direzione non fa problema e che danno per scontata, avendo già aperto seminari negli Stati Uniti (1952) e in Brasile (1958) e accettato studenti indiani di teologia (1960) (13). Come vedremo, questo è solo il primo tentativo di un lungo e contrastato cammino.
La direzione di padre Lombardi è stata tormentata anche
dalla povertà estrema in cui vivevano il superiore e la direzione. Il Pime, come già s’è visto (capp. III, IV, V), non ha mai avuto una situazione economica florida, a causa della sua stessa natura di «Seminario lombardo» che viveva con poco e non pensava a diffondersi fuori della Lombardia. La stessa sede di via Monterosa, unica costruzione nei primi 60 anni di vita, venne realizzata solo perché direttore era mons. Filippo Roncari, che trovò benefattori attraverso i suoi missionari di Rho e le sue conoscenze a Milano e in Svizzera. Per un secolo, la direzione generale è rimasta a Milano e aveva un’unica amministrazione per tutto l’Istituto.
Quando nel 1951 il superiore generale col suo consiglio si trasferiscono
a Roma, nasce a Milano la provincia settentrionale con un suo superiore (come già dal 1943 esisteva quella meridionale) e i beni che il Pime aveva nel nord rimangono a Milano. La direzione generale si è trasferita a Roma tenendo per sé solo la tipografia di via Monterosa, fonte più di preoccupazioni che di guadagni; viveva con l’affitto di un palazzo ereditato a Roma (venduto poi all’ambasciata di Svezia) e con le tre offerte di messe che i sacerdoti celebravano ogni mese per il superiore generale, oltre ad un modesto aiuto che davano le province più ricche di Milano e degli Stati Uniti, che però erano fortemente impegnate nella costruzione di case apostoliche. La direzione a Roma, senza retroterra di amici e senza stampa propria, rimaneva in stato di povertà. Ricordo un episodio. Alla fine degli anni cinquanta, un missionario porta a padre Lombardi una notevole somma di denaro giunta da un’eredità familiare. Egli ringrazia e gli dice:

«Dovrei andare a visitare i missionari in Asia, ma non ho i soldi per il biglietto aereo. Pensavo di andare a Propaganda Fide a chiedere un prestito...».

Padre Lombardi, visitando le missioni, voleva mettere in vigore la norma (fissata nel Capitolo del 1957) che ogni padre celebrasse tre sante messe al mese per la direzione generale; ma si scontrò con la protesta di missionari e vescovi, anch’essi in gravi difficoltà finanziarie!
Un secondo episodio rivela la povertà del Pime in quegli anni.
Quando il 24 settembre 1961, dopo non pochi dibattiti e contrasti all’interno dell’Istituto, iniziò la costruzione del primo blocco del Centro missionario di Milano (in via Mosè Bianchi, 94), il direttore padre Amelio Crotti impegnò la comunità del Centro a restituire a poco a poco la somma spesa per la costruzione e l’arredamento (circa 140 milioni). Infatti ogni anno dava alla direzione della regione settentrionale dai 15 ai 20 milioni!

Il «Centro missionario mons. Ramazzotti» a Milano (1955-1963)

«Vi sarete accorti, cari confratelli, che la preoccupazione maggiore mia e della nuova direzione è quella delle vocazioni — scrive p. Lombardi (14). — Avere molte e belle e sante vocazioni per poter provvedere alle necessità delle nostre missioni ed anche, perché no?, per non dover rispondere con accorata tristezza sempre negativamente a richieste e appelli angosciosi di aiuto che ci vengono da altre organizzazioni e da altri campi».

E Lombardi insiste sull’entusiasmo missionario come fonte di vocazioni:

«Entusiasmo però non significa agitazione e irrequietezza, non significa amore della singolarità e brama di novità a tutti i costi...». Significa fedeltà alla vocazione, ottimismo e gioia di essere missionari: queste sono le testimonianze che suscitano vocazioni.

Nel «convegno di stampa e propaganda» (Milano, 23-26 giugno 1958) padre Amelio Crotti, protagonista della svolta per l’animazione missionaria del Pime in Italia negli anni cinquanta, ottiene che l’assemblea formuli in termini forti la proposta di costruire gli «auspicati centri di cultura missionaria, almeno presso le sedi di regione» (cioè Milano e Napoli). Il convegno insiste sullo «spirito di propaganda» specie dei padri reduci dalle missioni, che 

«sono ancor oggi i più atti a suscitare entusiasmo missionario... I missionari di ritorno dalle missioni siano pronti a diffondere l’idea missionaria».

Il problema è di «inserire nelle strutture dell’Istituto» la stampa e la propaganda, in modo che non siano un qualcosa di separato dalla vita dei missionari in patria e in missione.
La proposta del 1958 e la costruzione del «Centro missionario
mons. Angelo Ramazzotti» a Milano (iniziata il 24 settembre 1961 e finita nell’estate 1963), hanno rappresentato la svolta fondamentale nel nostro atteggiamento verso l’animazione missionaria: in precedenza era concepita come un’attività limitata ai redattori della stampa e all’impegno di alcuni missionari a questo designati. Il Centro di Milano promuove invece, concretamente, il principio che tutti i missionari debbono essere animatori dell’ideale missionario e lancia iniziative che coinvolgono i seminari e le case dell’Istituto, i missionari in Italia e i reduci, stimolandoli a impegnarsi per far conoscere le missioni e l’Istituto.
La discussione stessa sulla costruzione del Centro, continuata
per anni, sensibilizza molti sul dovere dell’animazione missionaria (testimoniare e documentare quel che si fa nelle missioni) che riguarda tutti i membri, in patria e in missione, non soltanto gli incaricati.
Le iniziative varate nel periodo di p. Amelio Crotti (1955-1968) sono state soprattutto: la nascita del giornale murale missionario
(«Venga il tuo Regno!», 1956); la pubblicazione della collana di libri mensili missionari «Oltremare» che dura dieci anni (1956-1966), dei «Quaderni di Le Missioni Cattoliche» (22 volumetti di attualità), la «Collana Le Missioni Cattoliche» (una decina di volumi di studio); le edizioni per le varie case del mensile «Missionari del Pime»; il graduale rinnovamento di «Le Missioni Cattoliche» nel 1956 e nel 1959.
Vanno pure ricordati i Gmg (Gruppi missionari giovanili,
1957), «Mani Tese» per la campagna contro la fame nel mondo (1963), la produzione di mostre e di films missionari. Per dare un esempio della vitalità di questo periodo, basti dire che «Propaganda missionaria», diventata con p. Mauro Mezzalonna «Missionari del Pime» nel 1959, passa da 25.000 copie a circa 60.000 in dieci anni, con una dozzina di diverse edizioni per le case. «Le Missioni Cattoliche» con p. Domenico Colombo passa da 1.300 copie nel 1956 a 1.800 nel 1959 e con p. Piero Gheddo a 8.000 nel 1968 (quando cambia titolo e diventa «Mondo e Missione»).
La fondazione del Centro missionario, fortemente voluta dai
padri Amelio Crotti e Giuseppe Perottoni (reduci dalla Cina) (15), sostenuti dal superiore generale Lombardi e dal suo vicario p. Alberto Morelli, era avversata da molti missionari in Italia e in missione perché, dicevano,

«il Pime, da Istituto di attività missionaria sul campo, sta diventando Istituto di animazione missionaria in patria».

Ma soprattutto perché, ancora negli anni cinquanta e sessanta, molti ragionavano così:

«Noi siamo tutti e solo missionari, perciò mandiamo in missione quelle vocazioni e quei mezzi che riceviamo dalle diocesi e basta. Se riceviamo poco, pazienza, la missione non è nostra ma della Chiesa».

Il superiore dall’Amazzonia: Aristide Pirovano (1965-1977)

Ne «Il Vincolo» del febbraio 1964 p. Alberto Morelli comunica la triste notizia della morte di p. Augusto Lombardi avvenuta il 30 gennaio, riportando l’ultima lettera del superiore, scritta il 15 dicembre 1963, poco prima di lasciarsi convincere a mettersi nelle mani dei medici. Uomo schivo e austero, aveva dato ordine al vicario generale di non parlare ad alcuno delle sue malattie per le quali soffriva molto: offriva quelle sofferenze per l’Istituto!
La sua ultima lettera è quasi un testamento. Lombardi dà uno
sguardo sereno e santamente ottimistico sull’Istituto e le sue missioni, notando i molti segni di miglioramento nello spirito e nella vita comunitaria. Mette in risalto la vitalità delle singole missioni passandole in rassegna dopo averle visitate tutte (il primo superiore dopo p. Manna!) e dei seminari in Italia, Stati Uniti e Brasile e si rallegra perché nel giugno 1964 vi sarà l’ordinazione sacerdotale «più folta di tutta la storia dell’Istituto: saranno 32 nuovi sacerdoti. Lo chiamano il classone!». Lombardi riafferma la finalità unica dell’Istituto, «che è in funzione delle missioni e trae da esse la sua origine», lamentando il troppo uso che si sta facendo del termine «missione»: teme che, in seguito a questo, gli istituti missionari finiscano per perdere o appannare il loro carisma.
Padre Morelli assume la guida dell’Istituto, convocando il Capitolo
generale che si svolge nella casa generalizia di Roma (5 marzo — 15 aprile 1965). «Il Vincolo» del settembre 1965 pubblica gli «Atti capitolari» con la prima lettera del nuovo superiore, mons. Aristide Pirovano, che già traccia il suo programma (16). Il primo punto è:

«Adesso lavoriamo!», ricordando una sua battuta al Capitolo: «Sveglierò i dormienti», che «voleva significare questo: mi piange il cuore quando vedo energie, buone volontà e capacità inutilizzate. Non ne devono restare nell’Istituto. Ognuno deve avere la soddisfazione di sentirsi utile e apprezzato come tale. Bisogna che troviamo modo di far fruttare i talenti...». Segue il secondo imperativo: «Lavoriamo insieme »; e il terzo: «Lavoriamo per le missioni».

Un programma semplice e chiaro che Pirovano porta avanti con grande energia. Era nato ad Erba il 22 febbraio 1915, ordinato sacerdote il 21 dicembre 1941 e partito per il Brasile nel novembre 1946, è il fondatore delle missioni dell’Istituto in Amazzonia brasiliana: Macapá e Manaus, da cui poi è venuta Parintins (17). Prelato di Macapá nel 1950 e vescovo nel 1955, consacrato da mons. Montini nel suo paese natale di Erba, Pirovano era in polemica con l’Istituto perché, diceva, «ci avete mandati in Amazzonia senza aiuti e senza assistenza». Una situazione che lamentavano un po’ tutte le missioni: la direzione generale non aveva risorse e non era in grado di mandare aiuti significativi alle missioni e ai missionari. Da superiore generale mons. Pirovano si propone di rafforzare la direzione generale e i superiori regionali delle missioni, in modo da assicurare davvero mezzi e assistenza ai missionari.

Migliora la situazione economica dell’Istituto

Dopo aver preso visione della situazione in cui si trova il Pime, Pirovano scrive (18) che si sente 

«cascare le braccia. Il nostro Istituto, pur ricco di gloria e di meriti, dato che non ha mai pensato a se stesso, ma si è sempre e totalmente identificato con la Chiesa che stava impiantando, oggi si trova con un numero troppo limitato di vocazioni e con zero disponibilità materiali con cui sostenere le opere e i distretti che i vescovi autoctoni ci invitano ad aprire nei loro territori. Il panorama missionario mondiale è in via di trasformazione. In molte nazioni è ormai installata la gerarchia locale e fra non molto lo sarà dappertutto. Ma il compito missionario delle congregazioni e degli istituti come il nostro non è affatto finito, anzi! Agli istituti oggi i vescovi richiedono più uomini, più specializzazioni, più mezzi».

Ed esemplifica con un elenco di richieste da parte dei vescovi di vari continenti e paesi, alle quali non può rispondere positivamente. A mons. Pirovano e al suo consigliere (poi economo generale) p. Edoardo Tagliabue (ingegnere, già missionario in India) si deve la sistemazione finanziaria della direzione.
Pirovano sapeva coltivare molti benefattori personali. Col loro
aiuto acquista un terreno sulla via Aurelia antica, dove il Comune di Roma a quel tempo voleva si portassero istituti e congregazioni religiose per fare una specie di «Vaticano II»; poi la direzione si sposta in via sant’Erasmo (1o luglio 1968), in una casa religiosa in affitto, però insufficiente alle necessità. Nel frattempo l’antica sede di via santa Teresa (via Isonzo) viene ricostruita e affittata ad una ditta di calcoli computerizzati (la prima in Italia, a servizio dei ministeri romani). La ricostruzione è opera di p. Tagliabue, che seppe sfruttare tutte le possibilità di cubatura, facendo anche due piani sottoterra per una vasto garage, quasi unico in quella zona centrale di Roma. Oggi l’affitto di quel palazzo è la base per il mantenimento della direzione generale.
Nel 1969 le «Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue», canadesi
di clausura (Montréal), si ritirano da una grande casa con chiesa pubblica e vasto giardino nella zona di Monteverde vecchio. Una cooperativa di medici offre un miliardo per farne una clinica di lusso: «È una casa religiosa e la diamo a religiosi» rispondono le suore e la danno ai missionari del Pime per meno della metà! Pirovano e Tagliabue hanno avuto coraggio a prendere quella casa in via Guerrazzi, pur essendo già carichi di debiti; e decidono di non vendere l’edificio di via Isonzo, la cui ricostruzione era ancora da pagare.

«Hanno fatto il passo più lungo della gamba — dice p. Piero Zambarbieri, missionario di Hong Kong ed economo della Direzione generale dal 1974 al 1986. — Ma è stata la fortuna del Pime e la Provvidenza ha aiutato. Però quando ogni sei mesi dovevo andare a pagare il mutuo alle banche, erano dolori. L’arredamento della nuova sede della direzione è stato fatto con mobili e attrezzature ricuperati qua e là. Solo lo studio e la stanza del superiore generale li hanno offerti amici di Pirovano».

Nei suoi dodici anni di governo (1965-1977) mons. Pirovano costruisce le case regionali e residenze dell’Istituto a Hong Kong, Tokyo, Eluru (India sud), Bombay (India centrale), San Paolo  (Brasile), Macapá, Belém e Parintins (Amazzonia brasiliana), Bissau (Guinea-Bissau); acquista la casa per lo studio dell’inglese a Londra (1966), oltre a costruire seminari in Brasile e negli Stati Uniti.
Negli anni sessanta il Pime aveva due seminari teologici, a Milano
e Gaeta, dal 1943 quando era iniziata la regione meridionale (vedi cap. V). Pirovano, per realizzare la decisione del Capitolo del 1965, li unisce nell’unico seminario di Milano, vincendo alcune resistenze. È l’inizio del superamento di una divisione di animi che aveva fatto soffrire un po’ tutti. Il Pime è un piccolo Istituto, diceva Pirovano, non può permettersi troppe strutture e di dividere le sue poche forze.

Lo sviluppo delle missioni del Pime

Mons. Pirovano visita le missioni incominciando dal Brasile (12 dicembre 1965 - aprile 1966) (19) e continuando con Guinea-Bissau (5 maggio - 4 giugno 1966), Camerun e Dahomey (4-22 agosto). Parte per il Giappone il 12 novembre 1966, arriva ad Hong Kong il 5 dicembre 1966, facendo nel frattempo una breve visita a Taiwan e nelle Filippine. Il 20 gennaio 1967 giunge in Birmania e riesce ad andare fino a Kengtung (zona proibita per la guerriglia), oltre che a Taunggyi, Loikaw e Toungoo. Il 18 febbraio 1967 giunge in Bengala a Dinajpur (Pakistan orientale) e poi visita le quattro diocesi dell’India dove sono presenti i nostri missionari (Jalpaiguri, Warangal, Vijayawada e Bombay). Torna a Roma il 4 giugno 1967. Nel 1968 visita le case in Italia.
Quando Pirovano diventa superiore generale si sta affermando
una nuova concezione dell’impegno missionario da parte di istituti come il Pime: non più concentrazione di molti membri in alcune missioni affidate all’istituto, ma piccoli gruppi a servizio di varie Chiese locali. Lo schema del passato era quello della «commissione»: la Santa Sede affidava ad un ordine religioso o ad un istituto missionario un determinato territorio fra i non cristiani, per annunziarvi Cristo e fondarvi la Chiesa locale. Dal 1850, il Pime aveva sempre operato secondo questo schema, fondando, fino ai tempi di mons. Pirovano, circa 25 diocesi in India, Bengala, Hong Kong, Cina, Birmania e Brasile.
Nel 1965 l’Istituto era impegnato in tre diocesi con proprio
vescovo in India (Jalpaiguri, Vijayawada e Warangal), una in Pakistan orientale (Dinajpur, Bengala), due in Birmania (Taunggyi e Kengtung) e una ad Hong Kong; inoltre aveva fondato due prelazie in Amazzonia (Macapá e Parintins) e lavorava sotto altri vescovi in varie parti del Brasile, Guinea-Bissau, Giappone, India e Birmania. Una decina di anni prima, circa 130 missionari dell’Istituto erano stati espulsi da quattro diocesi nell’interno della Cina e dai territori della diocesi di Hong Kong sottomessi al governo di Pechino.
Dopo il Concilio Vaticano II, nel 1969 la Santa Sede abolisce
il sistema della «commissio»: gli istituti missionari si mettono a servizio delle Chiese locali già fondate. Mons. Pirovano manda il Pime a lavorare in paesi nuovi dell’Africa con alcune diocesi italiane 20: in tre diocesi del Camerun (1968) e una della Costa d’Avorio (1972); in Asia: in due diocesi della Thailandia (1972) e tre delle Filippine (1967); a Belém in Amazzonia (1965), nello stato di Santa Catarina (1965) e in Mato Grosso (1976) in Brasile.
Inoltre, le richieste di vescovi, di nunzi, dello stesso Papa per
avere missionari in nuovi territori, sono sempre più pressanti. In una lettera ai suoi missionari 21, Pirovano racconta, ma è solo un esempio fra tanti, che negli ultimi tempi gli hanno scritto per avere missionari i vescovi di Ouagadougou e di Kaya (Alto Volta, oggi Burkina Faso), Fort-Rousset (Congo Brazzaville), Dumaguete (Filippine), Kaohsiung (Formosa), dal Madagascar, dal Kenya, oltre che da vari paesi dell’America Latina.

«Una volta il Santo Padre — scrive ancora il superiore (22) — personalmente mi chiese sacerdoti per la Corea, dove sembra che lo Spirito Santo stia operando meraviglie. Aggiungerò che non mi faccio più vedere dal Papa per non essere ‘‘incastrato’’ con richieste e suppliche alle quali non posso rispondere».

Nel tempo di mons. Pirovano si precisa la «scelta asiatica» dell’Istituto, frutto della nostra tradizione, sanzionata dal Capitolo d’aggiornamento post-conciliare (1971-1972, vedi cap. VII) e confermata nei Capitoli seguenti. Scelta non esclusiva ma preferenziale, dato che in Asia la presenza cristiana è spesso irrilevante. Se la «missione ad gentes» in senso stretto ha un futuro, questo è certamente in Asia dove le giovani Chiese sono sì formalmente fondate, ma non in tutti i paesi e nemmeno in tutte le aree linguistiche e culturali.
Mons. Pirovano compie numerosi viaggi in Asia, manda l’Istituto
nelle Filippine (1967) e in Thailandia (1972). Su indicazione del Capitolo di aggiornamento 1971-72, fonda l’«Istituto studi asiatici» (Isa, 1974), che ha contribuito alla conoscenza dell’Asia in Italia, attraverso conferenze, libri, corsi universitari, viaggi guidati, stabilendo rapporti di dialogo tra monasteri italiani e monasteri asiatici di religioni non cristiane.
Ancora in Asia la direzione generale di mons. Pirovano passa a
vescovi locali cinque diocesi affidate a nostri vescovi: Jalpaiguri (India, 1967), Dinajpur (Bangladesh, 1968), Hong Kong (1969), Kengtung (Birmania, 1972) e Vijayawada (India, 1972). In una conferenza tenuta anni dopo dice che, con l’ingresso del nuovo vescovo (23),

 «anche se tutto era stato edificato dal Pime e dai suoi missionari, tutto diventa proprietà della diocesi e del vescovo locale, indiano, birmano o cinese, che prende il nostro posto. I nostri padri rimangono per aiutare a far crescere la diocesi. Meraviglioso! Io vedevo, girando il mondo, che questo non succedeva quando la missione era fondata da un vescovo religioso: in generale passavano la diocesi ad un religioso del loro ordine e tutto rimaneva nelle loro mani. Il Pime invece si mette a disposizione e cede tutto quello che ha costruito: scuole, ospedali, laboratori, chiese, case, ecc.».

Può l’Istituto ritornare ad essere come nel 1850?

L’enciclica «Fidei donum» di Pio XII (1957), che apriva le porte delle «missioni estere» alle diocesi e ai sacerdoti diocesani, spalanca anche al Pime una prospettiva esaltante, che dopo il Concilio ritorna di attualità. Il Vaticano II infatti invita ordini e istituti a rinnovarsi ritornando al carisma originale: il Pime è un «Seminario missionario» fondato dai vescovi lombardi e dipendente da essi e da Propaganda Fide. Come s’è visto, nel 1850 questa fondazione profetica era forse troppo in anticipo sul cammino della storia. Le Chiese locali non solo di Lombardia non erano preparate ad essere missionarie fra i non cristiani. Così, la storia e il codice di diritto canonico hanno portato il Seminario lombardo su un’altra strada, facendolo diventare un organismo autonomo dalle diocesi.
Ma durante e dopo il Vaticano II, con lo sbocciare di iniziative
che esprimono la missionarietà delle diocesi, anche il Pime si sente interrogato. Si sviluppa nell’Istituto un ampio dibattito: il Capitolo del 1965 approva il «voto» di riprendere e mantenere i contatti con i vescovi italiani, 

«dato il crescente affermarsi del movimento missionario nelle diocesi e data la nostra origine diocesana e la natura di istituto non religioso».

Mons. Pirovano fin dall’inizio si impegna a fondo nel visitare vescovi e diocesi, proponendo la nostra collaborazione sia nell’attività in missione come nell’animazione missionaria. Incontra anche il presidente della conferenza episcopale italiana card. Urbani e il segretario mons. Bartoletti, vari vescovi interessati al problema missionario e il cardinale arcivescovo di Milano Giovanni Colombo, proponendo che il Pime diventi nuovamente il «loro» istituto: troviamo assieme la formula, diceva, noi vorremmo ritornare alla nostra origine mettendoci al servizio e nelle mani dell’episcopato italiano (24). Questo lo ripeteva spesso e lo dichiarava pubblicamente in prediche, conferenze, incontri. Ci credeva veramente e nell’immediato post-Concilio pareva un’ipotesi realizzabile.
Ad esempio, nel discorso per la posa della prima pietra del
nuovo seminario dell’Istituto a Treviso (Preganziol), alla presenza del vescovo locale (7 giugno 1965), mons. Pirovano dice:

«Questo seminario non è nostro del Pime, è vostro, della diocesi di Treviso, poiché i missionari non sono qualcosa di staccato dal clero diocesano, sono la loro espansione naturale, i fratelli, i figli che vanno in altre regioni ma che appartengono ancora in un certo senso alla famiglia che li ha mandati. Io in questo momento mi sento felice di ripetere, non solo come vescovo ma come superiore, che il Pime vuol essere l’espressione missionaria di tutti i vescovi italiani. È nostro desiderio che la direzione dell’Istituto sia esercitata dai vescovi e noi missionari essere il vostro clero» (25).

Nel discorso per l’inaugurazione del seminario del Pime a Treviso (7 giugno 1967), Pirovano approfondisce il tema e dice che 

«questo seminario non è un corpo estraneo nel tessuto connettivo della diocesi, ma una cellula viva, missionaria della diocesi». E poi allarga il discorso alle diocesi italiane che vogliono esprimere la loro missionarietà.
Il Pime desidera ritornare alle sue origini del 1850, quando dipendeva dalle diocesi: «Il Signore ci aiuti a raggiungere questo traguardo: il Pime allora sarà ricongiunto alla sua vera ed unica ragion
d’essere espressa in termini moderni e le diocesi avranno ritrovato
un organismo di espressione missionaria che può mettere al loro servizio una esperienza, una tradizione, delle strutture più che secolari. Da quanto detto appare che la disponibilità missionaria del nostro Istituto nei riguardi delle diocesi non è uno slogan. È la maturazione dell’idea originaria, dei germi posti dallo Spirito Santo alla sua fondazione, che ora sbocciano nel nuovo clima del Vaticano II».

Questi concetti Pirovano li esprime a varie riprese ai vescovi italiani, a voce e per iscritto. Ma il 24 maggio 1970, rispondendo ad una sollecitazione inviata dai chierici del Pime (in preparazione al Capitolo del 1971) sulla necessità del dialogo con la gerarchia episcopale italiana, scrive di

«aver tentato di avvicinare i vescovi italiani, proponendo che l’Istituto sia considerato — come era alle sue origini — espressione della missionarietà delle diocesi. Purtroppo il risultato dei nostri sforzi è stato finora nullo ed è bene che questo sia confessato. Ma ciò non toglie che a noi resti il dovere di provare altre vie».

Alcuni vescovi rispondono positivamente all’invito di collaborazione nell’attività missionaria. Nelle nuove missioni che mons. Pirovano inizia in Africa, vengono coinvolte cinque diocesi italiane: Treviso, Como e Vicenza in Camerun; Gorizia e Belluno in Costa d’Avorio (vedi il cap. XVI); anche per l’inizio nelle Filippine (1968) il superiore aveva tentato inutilmente di coinvolgere alcune diocesi italiane.
Nel periodo di Pirovano, gli impegni del Pime si dilatano geograficamente
e l’importanza dell’Istituto diventa evidente. Fin dalla prima lettera ai missionari dopo essere stato eletto superiore (26), egli afferma con chiarezza che 

«responsabile dell’opera missionaria ad esso affidata dalla Chiesa è l’Istituto, non i singoli membri»; e aggiunge: «Il Capitolo riconosce che è lavoro di non minore sacrificio né meno proficuo alla causa missionaria di quello svolto sul campo, anche quello imposto dall’obbedienza nelle regioni dell’Istituto»; ed auspica che «dalla mente di ognuno scompaia l’ingiusta distinzione tra membri che sono stati o non sono stati in missione».

Era un principio già affermato in precedenza da altri superiori, ma Pirovano lo riafferma e lo applica con convinzione (27). Avverte subito che, mentre in passato l’Istituto aveva avuto poca importanza nel lavoro missionario sul campo (lui stesso come prelato a Macapá si lamentava della scarsa assistenza ricevuta), sempre più in futuro il suo ruolo sarà determinante, per tanti motivi che è facile intuire: missionari dispersi in vari paesi e diocesi e non più uniti in poche missioni; le Chiese locali chiedono collaborazione in compiti specializzati; la «formazione permanente» dei missionari oggi indispensabile, ecc.
In passato si partiva per le missioni per non tornare più. Nel
dopoguerra si è permesso il ritorno ogni dieci anni, poi ridotti a sei, poi a quattro: attualmente i missionari hanno diritto ad una vacanza in patria dopo tre anni di lavoro in missione. Non tutti ne approfittano, ma l’andirivieni dei missionari in Italia è continuo (e per vari motivi provvidenziale).

La formazione dei missionari e i suoi problemi

Come tutti i superiori, anche Pirovano era soprattutto preoccupato di avere «vocazioni missionarie a vita e ad gentes: sante, ben preparate e tante» scrive in una lettera:

«Il Santo Padre in persona, aggiunge in un’altra, si è degnato un giorno di chiedermi missionari e io ho dovuto aprire le braccia in un gesto sconsolato. Questo, miei cari confratelli, è il più grave dei nostri problemi. Scuotiamoci e lavoriamo, ma specialmente intensifichiamo le nostre preghiere, viviamo una vita più disciplinata e santa per impetrare dal padrone delle Messe molti e santi operai alla sua Chiesa».

Al centro delle preoccupazioni della direzione generale di Pirovano era la formazione dei nuovi membri. Dopo il Concilio Vaticano II e l’«Ad gentes» (che chiedeva per i futuri missionari una formazione missionaria specifica, nn. 24-27), anche nel nostro seminario teologico

«nasce il desiderio di insegnare una teologia orientata missionariamente — afferma p. Lorenzo Chiesa 28. — C’è stata discussione, è aumentata la sensibilità, soprattutto dopo il nostro Capitolo di rinnovamento post-conciliare. Nella seconda direzione di mons. Pirovano di cui ho fatto parte come consigliere, con p. Cesare Bonivento (che era segretario per la formazione) ci siamo impegnati per rendere sensibili i nostri insegnanti a questo orientamento missionario e un po’ anche i teologi nella Chiesa italiana. Ma si è trattato più che altro di discussioni e di tentativi di rendere missionaria l’ecclesiologia, la cristologia, la storia ecclesiastica, lo studio della Bibbia...
In questo senso p. Amedeo Barbieri, che insegnava negli Stati Uniti, ha compiuto un bel lavoro di approfondimento in senso missionario di san Paolo. I nostri professori di allora, i padri Gaetano Favaro, Sandro Sacchi, Costanzo Donegana e altri, erano impegnati
in questa linea. Ci si opponeva all’idea che la teologia è teologia e basta: noi volevamo far emergere nei vari trattati di teologia l’elemento missionario; e poi introdurre corsi di studio su temi interessanti per un missionario: etnologia, antropologia culturale, religioni non cristiane, ecc. C’è stata una riflessione e una sensibilità, si è fatto qualche passo concreto, ma non molto di più.
Un altro elemento da notare nella nostra formazione è che abbiamo sempre voluto mantenere aperta la nostra scuola teologica, anche a prezzo di gravi difficoltà, in tempi in cui altre scuole chiudevano. Io ho sempre insistito su questo punto anche perché, se mandavamo i nostri studenti a studiare in seminari diocesani e chiudevamo la nostra scuola teologica interna (alla quale venivano e vengono
anche membri di altri istituti e congregazioni), temevo che si
abbassasse la preoccupazione degli studi teologici nel Pime, che i superiori non mandassero più nostri studenti a specializzarsi nelle università romane».

La preoccupazione di mons. Pirovano era soprattutto di mantenere l’insegnamento e la formazione degli studenti teologi in una linea chiaramente ecclesiale: visitava spesso i seminari, parlava con il personale dirigente ed insegnante e con gli alunni, uno per uno, raccomandando soprattutto la vita spirituale e la fedeltà al Papa. Dopo il suo primo mandato di sei anni come superiore, Pirovano prepara personalmente, con l’aiuto dei suoi consiglieri, la lunghissima relazione della direzione generale al Capitolo di aggiornamento post-conciliare del 1971: 202 pagine, 48 delle quali riguardano la formazione. All’inizio richiama il n. 22 delle Costituzioni: l’Istituto

«professa illimitata devozione, profondo attaccamento, amore e venerazione al Sommo Pontefice... sottomissione assoluta e obbedienza filiale a tutte le disposizioni della Santa Sede».

Il superiore si chiede se, nei nostri seminari, dai minori ai maggiori, si inculca negli alunni «lo spirito e la lettera dell’art. 22»; parla della crisi di fede che attraversa la Chiesa e condanna

«la fiducia forse eccessiva nei principi della psicologia, come se questa fosse ora la scienza unica e infallibile per la formazione dei giovani »; e un certo «orizzontalismo, con un risvolto di ironia verso tutto ciò che è tradizionale o che si appella a principi di fede e di ascetica. Anche la parola del Papa conta poco!». Mons. Aristide dice ai capitolari che «i seminari e la formazione sono il settore che, in patria, necessita in questo momento di maggior cura e attenzione e di direttive chiare e attuabili» (29).

Quando mons. Pirovano scriveva queste parole (1971) si era nel tempo della «contestazione» imperante come moda culturale  e la direzione generale aveva già sperimentato quanto l’atmosfera di quel periodo influisse negativamente sui seminari (30). Alla fine degli anni sessanta e nella prima metà dei settanta, il seminario teologico di Milano si caratterizza per un frequente cambio di rettori, insegnanti, membri dell’équipe formativa: segno evidente che fra direzione generale e personale del seminario c’era disaccordo.
Nella primavera-estate 1974 mons. Pirovano chiude il «triennio
» del seminario teologico a Milano (non il primo «biennio» a Monza). Gli alunni vengono inviati nelle case dell’Istituto a Gorizia, a Roma e al Centro missionario di Milano, seguendo altre scuole teologiche. Continua a Monza il primo biennio della teologia, dove si ricostruisce anno per anno il triennio teologico. L’Istituto si orienta ad avere, anche per la difficoltà di trovare personale insegnante e per la diminuzione degli alunni, un solo seminario maggiore a Monza (31).
Decisione senza dubbio coraggiosa che suscita discussioni,
proteste e opposizioni (rimbalzate anche sulla stampa nazionale), presa perché, nonostante vari tentativi, la direzione generale non riusciva a far superare uno spirito di contestazione alla Chiesa e contenuti di formazione teologica che giudicava negativi. Nei seminari di quegli anni contrasti del genere erano molto comuni in diocesi e congregazioni: la direzione di Pirovano ebbe il coraggio di prendere una decisione.
Nella relazione sulla formazione al Capitolo del 1977, preparata
da p. Lorenzo Chiesa, consigliere di mons. Pirovano per quel settore e incaricato dei seminari dell’Istituto (1971-1977), si legge (32):

«La comunità del triennio teologico di Milano presentava lacune formative e comunitarie che dovevano essere colmate... (Dopo la chiusura del 1974) la direzione generale venne convincendosi di aver preso la decisione giusta, sia perché si accorse che durante l’anno seguente vari professori (esterni) che avevamo avuto nel triennio erano stati richiamati dai loro vescovi e superiori per la confusione pastorale che avevano creato in diocesi, sia perché alcuni dei nostri studenti, una volta ordinati e partiti per la missione, si sono rivelati un fallimento doloroso e traumatico, le cui radici non potevano non risalire a problematiche profonde già presenti in loro nel tempo in cui erano in seminario. Del resto, più di uno di loro lo ammise».

Al termine dei suoi 12 anni di superiore generale, nel Capitolo del 1977 mons. Pirovano affermava che «il punto debole dell’Istituto in questi ultimi vent’anni circa di storia è stato il settore della formazione dei missionari» (33).

Iniziative a livello nazionale del Centro di Milano

Per favorire le vocazioni missionarie, mons. Pirovano si muoveva su tre linee:
1) Teneva frequenti rapporti con i vescovi e le diocesi d’Italia,
con visite, lettere, incontri personali, offrendo collaborazione per i nascenti centri missionari diocesani, avviando la presenza del Pime nelle diocesi di Belluno e Chioggia. Nel sud, alle due parrocchie in precedenza già assunte dal Pime (Cuore immacolato di Maria a Galatina, Lecce, diocesi di Otranto, 1961; Madonna del latte dolce, Sassari, fondata dall’Istituto nel 1963), ne aggiunge una terza: santa Teresa del Bambino Gesù ai Colli Aminei (Napoli, novembre 1966). Queste parrocchie vengono ridate alle diocesi dopo il Capitolo di aggiornamento del 1971-1972, che vuol liberare il Pime, in Italia e negli Usa, da responsabilità parrocchiali per impegnarlo «nelle attività di un più diretto servizio alle missioni» (34).
Nei suoi 12 anni, mons. Pirovano costruisce il Centro missionario
padre Paolo Manna di Napoli (1971), il secondo blocco del Centro missionario mons. Angelo Ramazzotti di Milano (1972), i seminari di Firenze (prima sede fondata nel 1957, il seminario inaugurato nel 1967), Mascalucia (Catania, 1971) e il nuovo seminario di Treviso-Preganziol (prima pietra nel giugno 1965, inaugurazione 1967); inoltre inaugura il seminario di Sotto il Monte (Bergamo, prima pietra nel 1963, inaugurazione nel 1965).
2) Il superiore generale richiama spesso i missionari alle loro
responsabilità riguardo alle vocazioni e all’animazione missionaria:

«Mi pare di aver notato nelle nostre case in Italia e altrove (35) un certo assenteismo, una certa indifferenza da parte di molti... Per la propaganda, la realizzazione delle giornate missionarie, la ricerca di vocazioni, di mezzi, di benefattori, normalmente si lasciano queste cose al propagandista o al rettore o all’economo. Niente di più sbagliato... Questo spirito di iniziativa, di collaborazione e di corresponsabilità manca purtroppo nel nostro Istituto... Chiedo ai rettori che facciano un esame accurato degli impegni di ministero perché si dia la netta preferenza alle giornate missionarie, alla diffusione della conoscenza dell’Istituto, alla ricerca di vocazioni e di mezzi per l’Istituto e le missioni. Ogni missionario, anche se occupato nelle nostre case, dovrebbe sempre essere un impegnato, un patito dell’idea missionaria...».

Per suscitare vocazioni missionarie, scriveva mons. Pirovano (36), 

«ciascuno di noi deve sentirsi responsabile ‘‘in solido’’ del loro aumento. Ogni missionario che si rispetti deve essere una ‘‘fiaccola’’ che accende altre fiaccole; un padre che vuol lasciare dietro di sé figli spirituali che prendano il suo posto... Nessuno è dispensato dall’interessarsi a trovare e suscitare vocazioni missionarie». E lamenta che «nelle nostre case ci sono padri, il cui apostolato è quasi esclusivamente ridotto a curare qualche piccola comunità di suore e tutto finisce lì; insomma, ci sono padri che hanno fatto il... loro nido, si sono  formati una loro chiesuola. Mi permetto di richiamare l’attenzione dei rettori delle singole comunità, perché abbiano a vagliare le situazioni locali, le possibilità e la salute dei membri e assegnare a ciascuno un lavoro che sia il più possibile nella linea sopra indicata, cioè quella delle vocazioni».

3) La stampa e l’animazione missionaria, con i due Centri di Milano e di Napoli, hanno avuto ai tempi di mons. Pirovano il loro massimo sviluppo, non senza contrasti. Ad esempio, la costruzione del secondo blocco del Centro di Milano (1972-1973) suscitò forti critiche nell’Istituto: la «struttura» del Centro era «segno di trionfalismo» e contro la «scelta dei poveri».
L’idea base per il Centro mons. Ramazzotti di Milano,
espressa fin dall’inizio dal primo direttore, il p. Amelio Crotti, era questa: noi del Pime non possiamo limitarci a coltivare il piccolo orticello di Milano e dintorni. L’Italia è grande, un Centro missionario come il nostro, a servizio dell’animazione missionaria della Chiesa italiana, deve proporsi di raggiungere tutto il paese. Facciamo anche iniziative di utilità immediata per l’Istituto (suscitare e accompagnare vocazioni missionarie, stimolare preghiere e aiuti per le missioni), ma il nostro orizzonte non può essere così ristretto: bisogna inventare e lanciare idee e iniziative per un’animazione missionaria a livello nazionale, che sia ripresa da diocesi e parrocchie, stampa cattolica e laica, radio e televisioni.
In questa linea, negli anni settanta il Centro Ramazzotti di Milano,
sotto la direzione di p. Giacomo Girardi (37), si impone all’attenzione della Chiesa italiana. Fra le iniziative di risonanza nazionale ricordiamo:
— la fondazione dell’«Ufficio aiuto missioni» (Uam) a metà degli anni sessanta (p. Mauro Mezzalonna l’ha diretto fino all’inizio del 2000), per la formulazione e il finanziamento di «progetti» provenienti dai missionari dell’Istituto e dalle diocesi missionarie da essi fondate;
— le «adozioni missionarie internazionali» che stanno incontrando un grande successo: questa iniziativa è stata realizzata anzitutto dal «Centro missionario padre Paolo Manna» di Napoli col Mam («Movimento adozioni missionarie») fondato da p. Fabiano Licciardi nel 1973 38.
— l’«ufficio stampa»: frequenti comunicati e conferenze stampa, articoli sui giornali, interventi in radio e televisioni, rapporti amichevoli con molti giornalisti e l’associazione dei giornalisti cattolici, con un ritorno di immagine notevole, per le missioni ma anche per l’Istituto;
— le «veglie missionarie» e la «scuola di animazione missionaria
» iniziate a Milano da p. Giacomo Girardi nel 1974 e poi diffuse in molte diocesi italiane, fino a diventare punti fermi importanti nel mondo missionario italiano;
— la fondazione (1975, da parte di p. Raffaele Magni) del «Centro audio-visivi don Natale Soffientini» (sacerdote milanese della RAI-TV che ha aiutato nei primi passi), con la produzione, finora, di un centinaio di video-cassette (oggi diretto dall’americano p. Tim Sattler, già missionario in Amazzonia);
— la pubblicità e il sostegno organico alle opere di Madre Teresa (39) e del servo di Dio dottor Marcello Candia; Candia ricambiava pagando ogni anno centinaia (una volta anche 1.000) abbonamenti omaggio a «Mondo e Missione», inviati con una sua lettera nella quale spiegava il perché di quell’omaggio;
— il potenziamento della biblioteca missionaria del Centro e
del museo missionario-etnologico, fondato agli inizi del Seminario lombardo per le missioni estere, che ha trovato una sede degna (40);
— i «programmi culturali» del Centro missionario: corsi di lezioni (sul «terzo mondo», cristianesimo e culture, la fame nel mondo, le missioni), conferenze, concerti, presentazione di libri e di missionari, ecc.;
— le «campagne d’opinione pubblica» sul Vietnam e per i profughi da Vietnam e Cambogia, contro la lebbra e la fame nel mondo, per i disastrati da cicloni e inondazioni in India e Bangladesh, per il Libano (ma questa negli anni ottanta), ecc.;
— la sensibilizzazione della Chiesa italiana riguardo alla missione in Asia, con l’Isa (Istituto studi asiatici, 1974), diretto da padre Cesare Bonivento.

Da «Le Missioni Cattoliche» a «Mondo e Missione» (1969)

Questa impostazione del Centro missionario Ramazzotti di Milano ha favorito la crescita di «Le Missioni Cattoliche». Nel 1956 il nuovo direttore è p. Domenico Colombo: la rivista assume un’impostazione che, nella struttura e nei contenuti, è ancora quella attuale; ritorna ad essere quella che era ai tempi di Manna e Tragella, un periodico di cultura e informazione missionaria di carattere generale, mentre nei vent’anni precedenti (1934-1955) era soprattutto una rivista sul Pime e le sue missioni.
Passaggio non facile perché non compreso e contestato. Nel
gennaio 1959, quando p. Gheddo prende in mano la rivista, nell’Istituto erano ancora forti le proteste perché «la nostra rivista» aveva abolito i necrologi dei missionari e gli elenchi dei benefattori e delle offerte ricevute; non riportava le «relazioni» annuali delle missioni affidate all’Istituto (con relative statistiche di battesimi, cresime, confessioni, prime comunioni, matrimoni dell’anno precedente); dava troppe notizie e relazioni su paesi in cui il Pime non era presente, ecc. Nel 1959 Gheddo pubblica (41) una lunga relazione su «il pubblico che vogliamo raggiungere» e «quali temi vogliamo trattare». Le riviste a servizio dell’Istituto sono «Missionari del Pime» a Milano (l’antica «Propaganda missionaria») e «Venga il tuo Regno» a Napoli:

«Le Missioni Cattoliche si propone di interessare l’élite cattolica italiana e le persone colte aperte ai problemi d’oltremare (giornalisti, studiosi, professionisti, studenti, sacerdoti, seminaristi)... La rivista cerca di formarsi un suo pubblico fra i giornalisti, cioè fra coloro che possono trovarvi temi e spunti per articoli sulla stampa cattolica o profana. Ritengo che questo pubblico sia molto importante per la diffusione dell’idea missionaria».

Le differenze fra «Le Missioni Cattoliche» di prima e dopo il 1956, pur nella continuità della linea missionaria, sono queste (42):
1) un’attenzione nuova all’ecumenismo e al dialogo con le religioni
non cristiane. «Le Missioni Cattoliche» è stata la prima rivista italiana ad avere una rubrica mensile fissa sull’ecumenismo e il dialogo con i non cristiani (tenuta da p. Domenico Colombo e poi da p. Angelo Rusconi).
2) Articoli e studi frequenti sulla teologia della missione e le
problematiche post-conciliari della missione ad gentes. Tragella informava degli studi «scientifici» sul tema missionario (missionologia), ma il dibattito sulle «vie nuove» della missione alle genti è sorto dopo il Vaticano II.
3) Tendenza assolutamente nuova, rispetto al passato di «Le
Missioni Cattoliche», è l’attenzione alle situazioni politiche, sociali, economiche dei paesi del «terzo mondo». In passato l’orizzonte era limitato alla vita della Chiesa, anche con notizie e studi sull’ambiente culturale, politico, religioso, ma solo in quanto era necessario conoscere i popoli evangelizzati per capire il cammino delle missioni.
4) Una differenza, in negativo, pare invece questa: in passato erano molto più frequenti gli appelli per le vocazioni missionarie ai giovani, ai seminaristi, ai sacerdoti, alle famiglie, ecc. Anche gli articoli dei missionari rivolgevano spesso richiami e proposte concrete per il nascere di vocazioni missionarie, inviti a pregare per le vocazioni. Oggi si ha quasi il pudore di parlare di queste cose. Molte volte mons. Pirovano ricordava, ai redattori delle riviste, il dovere primario di orientare tutto il nostro lavoro a suscitare vocazioni. Aveva l'impressione. che la stampa missionaria stesse dando molto spazio ai problemi politico-sociali, mentre era troppo prudente nel proporre ai giovani il «progetto di vita» della consacrazione totale a Dio e alle missioni.
Mons. Pirovano approvava in pieno la linea del Centro missionario
di Milano e di «Le Missioni Cattoliche», che nel gennaio 1969 diventa «Mondo e Missione» unendosi con «Clero e Missioni», la rivista della Pontificia unione missionaria del clero e dei religiosi (fondata da p. Paolo Manna nel 1916), ed era spedita mensilmente, in quell’anno, a 28.000 vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, seminaristi. Nei dieci anni seguenti, la rivista raggiunge le 45.000 copie di tiratura (comprese le circa 16.000 copie spedite agli abbonati laici del Pime).
Nel 1974 organizzammo un incontro di tre giorni a Firenze
per tutta la stampa dell’Istituto in Italia. Erano gli anni roventi della «contestazione» e di un certo spirito secolarizzante che svuotava dall’interno il carisma missionario. Pirovano insisteva fortemente su due concetti:
1) la stampa missionaria deve servire all’animazione missionaria
ed a suscitare vocazioni per la missione ad gentes: se non ottiene questi due scopi non serve (e lo dimostrò l’anno seguente, quando aveva già deciso di chiudere la rivista ‘‘Italia Missionaria’’ (IM), che parlava troppo poco di missioni e di missionari, la cui tiratura era molto diminuita);
2) la stampa missionaria è strumento per portare Cristo agli
italiani, deve essere animata dalla passione di comunicare Cristo a tutti. E ammoniva: guardatevi dalle mode del momento, oggi per essere cristiani bisogna obbedire alla Chiesa e andare contro-corrente... Non capiva la «contestazione» ad encicliche del Papa come la «Humanae Vitae» (1968); non capiva, in campo ecclesiale, la moda «sessantottina» di fare continue «esperienze»: per lui il missionario è il prete completamente dedicato a Cristo e le «esperienze» da fare sono quelle che permettono di approfondire questa consacrazione.

Una guida paterna e illuminata in tempi tumultuosi

Nei tempi difficili del post-Concilio, se il Pime ha in parte evitato le sbandate del «sessantotto» riguardo alla fede e alla Chiesa, lo deve al dono che Dio ha fatto con mons. Aristide Pirovano, che ha governato con paternità e spirito di fede: una guida cordiale, umana, attenta alle persone, ma anche ferma, sicura, serena. Erano tempi di grande confusione, dubbi, incertezze, in cui si privilegiavano le «esperienze» comunque nuove, che a volte portavano fuori strada (43). Certo, nei piani di Dio il tempo spumeggiante del «sessantotto» ha avuto una funzione positiva: di sbloccare una situazione stagnante, di sburocratizzare e declericalizzare la Chiesa, dandole una maggior giovinezza, umanità, flessibilità, apertura ai tempi nuovi.
Non tutto è stato negativo: oggi la Chiesa è, in senso positivo,
profondamente diversa da quello che era trent’anni fa. Anche la missione è radicalmente cambiata. Ma nella grande svolta epocale ci volevano (e spesso sono mancati) equilibrio e soprattutto forte radicamento nella fede e nella tradizione.
La funzione di mons. Pirovano è stata questa: ha saputo realizzare le «vie nuove» nello spirito missionario autentico ereditato dalla tradizione del Pime, anche con interventi decisi e provvidenziali. Su un punto, in particolare, non transigeva: l'amore e la fedeltà al Papa. Il discorso ai missionari partenti del 22 settembre 1968 è tutto impostato su questo tema (44), che poi ritorna spesso nelle sue lettere ai missionari. Nella Chiesa oggi, scrive Pirovano, 

«si sta infiltrando uno spirito di critica corrosiva, ‘‘un acido spirito di critica negativa e abituale’’, dice Paolo VI, persino tra i giovani sacerdoti e nei seminari... La roccia su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa è Pietro»; e aggiunge una serie di: «Solo il Papa... ci garantisce della verità... Solo il Papa ci difende dai lupi... Solo il Papa assicura l’unità...». Quindi: «Obbedienza totale e devota, sincera e fattiva al Santo Padre. Ecco la salvezza nostra e delle anime che saranno a noi affidate».

Il p. Lorenzo Chiesa, suo consigliere per sei anni alla direzione generale (1971-1977), dice (45):

«Mons. Pirovano era calmo di fronte agli ostacoli, agli imprevisti e al futuro. Nelle difficoltà ti dava la certezza che si poteva uscirne. E poi, i problemi non gli cambiavano l’umore; poteva anche arrabbiarsi, ma il suo umore di fondo era sempre uguale, riusciva a trovare momenti di serenità anche nelle peggiori situazioni... Aveva una capacità di ripresa eccezionale, non sembrava mai vuoto».

Come tutti gli uomini d’azione, era impaziente per natura. Non aveva ancora concepito un progetto, che già si impegnava per realizzarlo. Doveva spesso esercitare la pazienza perché incontrava proprio nei suoi missionari frequenti ostacoli alle sue intuizioni e proposte: eppure ascoltava, discuteva, si confrontava, era pronto a recedere da alcune sue idee anche già espresse; aveva fiducia nei suoi collaboratori e dava loro pieno mandato quando erano incaricati di qualche problema. P. Ilario Trobbiani scrive (46):

«Non poche volte mi trovai con vedute diverse dalle sue nel valutare. Il dialogo era sempre chiaro e leale, non ebbe mai esitazione nel dare via libera alle innovazioni. Questa esperienza di dialogo schietto, finalizzato alla scelta migliore, trovò conferma quando lavorai al suo fianco per sei anni nella direzione, come vicario generale (1971-1977). Più volte si lasciò mettere in minoranza, aderendo alle scelte del consiglio e sostenendole come superiore. Quando mi mandò in visita alle missioni, mi diede sempre piena autorizzazione anche decisionale, nell’ambito di orientamenti concordati. Al ritorno talvolta ebbe a dirmi: ‘‘Io avrei deciso in modo diverso, ma va bene così’’».

«Andate a portare Gesù Cristo, non voi stessi»

Le lettere di Pirovano sul «Vincolo», come i suoi discorsi ai partenti per le missioni, sono testi notevoli per la lunghezza e l’afflato con cui scrive. Dopo p. Manna, credo sia il superiore che si è espresso in modo più incisivo nelle lettere sul «Vincolo», fatto strano per uno come lui, che non si poteva certo catalogare fra gli scrittori o gli «intellettuali».

«Mons. Pirovano — testimonia p. Angelo Lazzarotto — confessava che gli costava molto mettersi a scrivere, ma lo faceva con impegno per il profondo senso che aveva del suo dovere».

«Il Vincolo» diventa sempre più corposo e denso di relazioni dalle missioni e dalle case, di discussioni (47): usciva tre volte l’anno, di grande formato, dalle 70 alle 100 pagine. Gli scritti di Pirovano (in genere dedicati alle visite di missioni o case dell’Istituto o ai missionari partenti) sono agganciati alle situazioni concrete, ma manifestano sempre la sua prima preoccupazione: la vita spirituale del missionario. Un uomo come lui, geniale nell’organizzazione, esperto di problemi pratici e finanziari, poco portato agli studi e ai problemi teorici e speculativi, aveva poi una profonda spiritualità che trasmetteva ai missionari.

«La sua era una fede forte, essenziale, pratica — ha detto p. Franco Cagnasso (48) — che si traduceva in questa convinzione: la fede si vive nella Chiesa, lavorando con e per la Chiesa senza riserve, restrizioni mentali, distinzioni. La si vive pregando, con puntuale fedeltà alla Messa, al breviario, alla meditazione, al rosario: aveva una intensa, semplice e filiale devozione alla Madonna (49). Si vive la fede obbedendo al Papa. Negli anni che ho trascorso abbastanza vicino a lui, a Roma, anni di contestazione forte alla Chiesa e al Papa, mi colpiva l’aspetto profondamente umano della sua obbedienza. Voleva essere fedele al Papa per convinzione di fede, ma anche con una partecipazione personale intensa alla sua fatica e alla sua sofferenza. C’era in lui una profonda ‘‘simpatia’’ (= sentire insieme) umana per il Papa e per la sua responsabilità».

I suoi viaggi come superiore generale nelle varie missioni sono ricordati per molti motivi, ma soprattutto per i chiari orientamenti di fede e di spirito missionario che egli non si stancava di dare e richiamare. E questo fin dall’inizio del suo superiorato. In uno dei suoi primi discorsi di saluto ai missionari partenti (50) diceva:

«In missione voi andate per predicare Cristo crocifisso e risorto: Cristo e non voi stessi. E vorrei dirvi che questo vi darà la suprema sicurezza e quindi la gioia perenne, in mezzo a tutte le difficoltà. Nonostante le problematiche di cui tanti oggi sembrano farsi un alibi, abbiate fiducia: se andate a portare Gesù Cristo, la vostra missione sarà divina. Ma bisogna portare Cristo e non noi stessi e neppure il nostro modo di vivere, di pensare, di agire... Miei cari giovani missionari, voi dovete andare a portare il Cristo con la vostra carità, col vostro spirito di sacrificio, con la vostra umiltà... Non andate a portare la nostra civiltà, ma andate a portare il Vangelo e io vorrei che quando i pagani o i nostri cristiani chiedono a voi: ‘‘Facci vedere Gesù’’, ciascuno di voi possa rispondere: ‘‘Chi vede me e la mia vita, vede Gesù!’’».

P. Angelo Lazzarotto, suo consigliere per tutti i suoi 12 anni di superiore generale, afferma:

«Del governo di mons. Pirovano va sottolineata la profonda convinzione che aveva sul ruolo dei laici nelle missioni, come dimostra anche il suo episcopato in Amazzonia (51) e il suo personale impegno per diffondere e seguire Mani Tese. Di fronte alle esperienze nuove nelle missioni che allora si tentavano era coraggioso nell’approvarle, anche se prevedeva che il successo era tutt’altro che sicuro».

Fermo e sereno di fronte alla «contestazione»

Mons. Pirovano (tutta la sua vita e il suo carattere lo confermano) per natura era piuttosto anti-conformista: non era affatto contrario alla «contestazione» della vita ecclesiale, se fatta in spirito di fede e di amore. Anzi, la vedeva con un certo occhio benevolo e pieno di speranza: da giovane era stato anche lui un «contestatore» (52) e in seguito, missionario in Amazzonia, i suoi atteggiamenti non erano certo quelli di uno che accetta pacificamente tutto quello che viene dall’alto. Era insofferente di metodi burocratici e di un modello di prete «clericale», pieno di complessi e di paure, ma continuava a dire che, se si vuol fare qualcosa di nuovo nella Chiesa, bisogna essere fedelissimi alla preghiera e accettare umilmente il cammino della comunità cristiana, guidata da Papa e vescovi.
Quindi, un certo spirito rivoluzionario giovanile e innovatore
della Chiesa lo sentiva congeniale alla sua natura. Quel che non poteva ammettere nei missionari era quando questo spirito si basava non sulla fede e la passione missionaria, ma era innescato da ideologie terrene, da mode del momento, da influssi mondani. Nella sua fede semplice ma forte e profonda, non riusciva a capire, ad esempio, quelli che a quel tempo si definivano «cristiani per il socialismo»: che bisogno c’è, diceva, di andare a cercare ispirazione per l’azione sociale in ideologie che sono l’opposto del Vangelo? Una volta disse: «Noi siamo cristiani per il Vangelo, non per il socialismo».
Negli anni settanta mons. Pirovano ha dimostrato la sua notevole
statura spirituale ed ecclesiale, e capacità di guida, nei molti conflitti in cui il Pime si è trovato confrontato soprattutto nelle missioni: ha sempre scelto la via evangelica, sia di fronte a poteri politici dittatoriali, sia nei turbamenti interni causati dalla «contestazione », nonostante la buona volontà degli uomini (vedremo meglio nella storia delle singole missioni).
Non sempre però la sua azione di superiore generale è stata
giudicata positivamente, a volte ha suscitato proteste e antipatie. Aveva un carattere impulsivo, capace di forti reazioni, specie quando pensava che si volesse giocarlo, fargli credere una cosa per un’altra, oppure quando notava (o credeva di notare) una mancanza di fede, una resistenza all’obbedienza. Scontri ne ha avuti molti, in due missioni aveva dichiarato che non sarebbe più andato se non cambiavano certi atteggiamenti...
Si può dire che una certa durezza nel comando (erano anche
tempi in cui i superiori erano facilmente scavalcati o snobbati!) gli ha alienato le simpatie di non pochi, che non erano d’accordo con la sua lettura degli avvenimenti e il suo «decisionismo». Ad esempio, nella crisi e nelle divisioni fra i missionari del Pime in Guinea-Bissau negli anni dopo il 1974 (vedi capitolo XV), alcuni missionari affermano che ha preso posizioni troppo drastiche. Ascoltando diverse voci in proposito, posso così sintetizzarle:

«Non ha capito la situazione della Guinea di quel tempo. Non avendo visitato il paese dopo l’indipendenza, lo giudicava secondo i criteri validi forse per altri paesi che lui conosceva meglio, ma non per la Guinea. Pensava che alcuni di noi fossimo diventati marxisti, perché cercavamo di andare d’accordo col governo rivoluzionario. In realtà, questo giudizio non corrispondeva alla verità. Noi conoscevamo bene quei giovani capi che si dichiaravano marxisti o comunisti, erano stati nostri alunni nelle scuole della missione, la maggioranza erano anche battezzati. Avevamo con loro un buon rapporto personale e sapevamo che, trattandoli in modo amichevole e sostenendoli in quello che facevano di buono, potevamo conservare un certo influsso su di loro, orientandoli per il bene del popolo nelle scelte che facevano. Pirovano, almeno in quella circostanza, ha agito senza informarsi bene, senza saper ascoltare o dando fiducia solo ad alcuni; e poi ha usato troppa durezza, mandando qualcuno in crisi perché non si vedeva ascoltato né capito».

P. Franco Cagnasso scrive (53):

«La sua tensione, la sua passione erano le missioni, il bene della gente. Diceva che la sua vocazione era nata immediatamente come vocazione per le missioni: erano l’obiettivo delle sue attività e dei suoi impegni fino all’ultimo... Per lui essere missionario voleva dire cercare le situazioni difficili, partire dal nulla, da ciò che manca; buttarsi dentro fino a trasformarle ed a trasformarle bene. Non era approssimativo nelle cose, al contrario; però gli dava fastidio che si pretendesse di avere tutto programmato e calcolato prima, e guardava con preoccupazione al fatto che oggi tutto debba essere previsto, preparato, sicuro, preciso... Era un uomo che guardava avanti, sempre. Anche quando il suo giudizio sul presente si faceva critico, e magari molto, non si lasciava però avvolgere dalla spirale della lamentela, dal rimpianto del passato. Voleva sempre trovare uno spunto, un impegno che potesse costruire qualcosa di positivo per il futuro».

 

 

NOTE

[1] Lombardi raccontava che Nehru gli aveva detto: «Voi cristiani date all’India un grande esempio di carità verso i più deboli e di capacità educativa dei nostri giovani. Finché ci sarò io al governo non avrete nulla da temere, anche se siete una piccola minoranza: vi proteggerò da ogni estremismo».
[2] Il precedente vicario, p. Ambrogio De Battista, era stato nominato vescovo di Vijayawada.
[3] «Il Vincolo», gennaio 1958.
[4] «Il Vincolo», settembre 1960, pag. 1.
[5] «Il Vincolo» riporta la Lettera di Giovanni XXIII (settembre 1961) e due
lunghe relazioni sulle celebrazioni in onore di mons. Ramazzotti realizzate nelle due regioni italiane e nelle relative sedi dell’Istituto (maggio 1961, pagg. 88-92; gennaio 1962, pagg. 8-15). Le due costruzioni dedicate a Ramazzotti sono il seminario di Cervignano (Gorizia) e il Centro missionario di Milano.
[6] Il 13 febbraio 1976 inizia nella curia di Milano il processo diocesano per la canonizzazione di mons. Ramazzotti, che si chiude il 16 febbraio 1978. I documenti vengono portati a Roma. Nel 1997 la dott.sa Francesca Consolini, collaboratrice esterna, assume l’incarico della stesura della «Positio», che è stampata dalla Congregazione dei Santi nel 1999.
[7] Tra i «voti» del Capitolo 1957 anche questo: «Tributando un plauso al p. Carlo Suigo, biografo di p. Giovanni Mazzucconi e suscitatore del movimento in favore del riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa delle sue virtù di sacerdote e di martire della fede, il Capitolo dà incarico alla direzione generale di fare tutto il possibile perché si possa addivenire alla beatificazione di quel nostro primo martire». Mazzucconi è beatificato da Giovanni Paolo II il 19 febbraio 1984.
[8] «Il Vincolo», maggio 1963, pagg. 73-77.
[9] «Il Vincolo», gennaio 1963, pag. 2.
[10] PIERO GHEDDO, «Missione Amazzonia», Emi, Bologna 1998, pagg. 30-31.
[11] Si vedano i volumi citati «Missione Brasile», pagg. 131-133; «Missione Amazzonia», 97-98, pagg. 305-307.
[12] Vedi «Missione Bissau» cit., pagg. 121-125.
[13] Il vicario generale p. Alberto Morelli, spiega su «Il Vincolo» (gennaio
1963, pagg. 11-12) i motivi per «L’accettazione nel Pime di vocazioni dai paesi di missione», portando motivi storici e giuridici. Vedi al capitolo IX come sono giunti al Pime i primi sacerdoti indiani dal seminario di Nuzvid (diocesi di Vijayawada), all’inizio degli anni sessanta. Al cap. XIII il tentativo fatto nel 1919 da mons. Noè Tacconi, vicario apostolico di Kaifeng (Cina), di far accettare studenti di teologia americani nel Seminario lombardo per le missioni estere e di fondare un seminario missionario in USA, dietro invito dell’Arcivescovo di Philadelphia (AMELIO CROTTI, «Noè Tacconi, Il primo vescovo di Kaifeng (Cina)», Emi, Bologna 1999, pagg. 197-199).
[14] «Il Vincolo», gennaio 1959, pag. 2.
[15] Giuseppe Perottoni è morto il 6 maggio 1962 a 53 anni in una parrocchia di Milano proprio mentre era sul pulpito e predicava una giornata missionaria. A Milano, per noi giovani era a quel tempo un modello per lo spirito di sacrificio, l’impegno e la passione missionaria che metteva in tutto quel che faceva.
[16] Si veda: PIERO GHEDDO-RAFFAELLA GUZZELONI, «Il vescovo del sorriso, Dom Aristide Pirovano», Pimedit, Milano 1997, pagg. 197. MAURO COLOMBO, «Mons. Aristide Pirovano, Il vescovo dei due mondi», Emi, Bologna 1999, pagg. 282.
[17] PIERO GHEDDO, «Missione Amazzonia, I 50 anni del Pime nel nord Brasile», Emi, Bologna 1998, pagg. 484.
[18] «Il Vincolo», maggio-settembre 1967, pagg. 1-4.
[19] Nel dicembre 1965 il vicario generale p. Carlo Colombo visita gli Stati Uniti.
[20] Sui contatti fra mons. Pirovano e le diocesi italiane per fondare assieme alcune missioni in Africa, si vedano i capitoli relativi al Camerun (XVI) e alla Costa d’Avorio (XVII).
[21] «Il Vincolo», luglio-dicembre 1969, pag. 2.
[22] Mons. Pirovano era stato consacrato vescovo ad Erba da mons. G.B. Montini, allora arcivescovo di Milano, il 13 novembre 1955, e da allora aveva mantenuto un filiale rapporto con lui, anche quando divenne Paolo VI. Fra l’altro, fu proprio Paolo VI che donò alla prelazia di Macapá il suo primo aereo (il «San Paolo») nel 1964.
[23] Conversazione al centro culturale «Il Ritrovo» di Ossona (Milano) nel 1993, secondo la trascrizione dello stesso centro.
[24] Nel Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare a Roma (1971-1972), si approva la proposta di una «doppia incardinazione» dei membri del Pime (nell’Istituto e nella diocesi di origine), che però non ha avuto seguito né incidenza (vedi capitolo VII).
[25] Discorso citato da p. Fernando Galbiati (superiore generale dal 1983 al 1989): «La missione nella Chiesa, il Pime e le diocesi», Vol. I, Roma 1970, pag. 94.
[26] «Lettera del superiore generale per la pubblicazione di alcune decisioni del Capitolo», Roma, 8 maggio 1965.
[27] Dopo aver contribuito ad eleggere mons. Pirovano a superiore nel Capitolo del marzo 1965, nel maggio 1965, avvicinandosi le «destinazioni» annuali dei missionari, gli ho scritto che da 12 anni aspettavo di partire per le missioni e questa era la volta buona! Pirovano mi dice: «Non dirmelo più. Quando sarà il momento te lo dirò io». Quella volta ho capito che il Signore mi chiamava a realizzare la vocazione missionaria nel giornalismo.
[28] Intervistato a Milano il 19 settembre 1999.
[29] L’originale della relazione di mons. Pirovano al Capitolo 1971 nel vol. 12 dell’Archivio generale, citazione alle pagg. 197-201.
[30] Vedi il volume di ROBERTO BERETTA, «Il lungo autunno, Controstoria del sessantotto cattolico», Rizzoli 1998 (pagg. 364), che racconta la storia della «contestazione» nella Chiesa italiana, seminari compresi.
[31] «Il Vincolo», n. 109, gennaio-aprile 1974, pagg. 19-24; n. 110, maggio-settembre 1974, pagg. 48-49.
[32] Archivio generale, vol. 35, pag. 639.
[33] Lo cita p. Fernando Galbiati in «Il Vincolo» n. 161, aprile-giugno 1989, pag. 67.
[34] «Documenti capitolari», Roma, 1972, n. 94. Vedi il cap. VIII.
[35] Pirovano era appena tornato dal Brasile, «Il Vincolo», maggio-ottobre 1966, pag. 2.
[36] «Il Vincolo», luglio-dicembre 1969, pag. 4.
[37] Padre Giacomo Girardi (1930-1998), missionario ad Hong Kong e nelle Filippine, è morto a Lecco il 24 febbraio 1998 mentre era segretario nazionale della Pontificia unione missionaria del clero e dei religiosi. Vedi «Le imprese missionarie di padre Giacomo», stampato dal fratello Mario a Pordenone, 1998, pagg. 32.
[38] P. Licciardi già nel 1962 negli USA e poi in Bangladesh viene a contatto con le «adozioni internazionali» organizzate dal Pime in America. Nel 1972 entra a far parte del «Centro missionario Paolo Manna» di Napoli e nel 1973 inizia il Mam (movimento adozioni missionarie). La rispondenza è immediata: in Italia a quel tempo il sistema «adozioni internazionali» era una novità. In pochi anni arrivano migliaia di richieste, sia dalle missioni che da ogni parte d’Italia. Licciardi presenta il Mam in giornali, radio e televisioni, lo pubblicizza anche attraverso associazioni laiche come il «Lyons Club», che lanciò una campagna promozionale in varie regioni d’Italia. Oggi il Mam del Centro missionario Pime di Napoli ha 51.000 adozioni in atto per assistere bambini bisognosi in tutto il mondo.
[39] Il Centro missionario del Pime era il fiduciario di Madre Teresa in Italia negli anni 1973-1978: raccoglievamo le offerte per lei, curavamo la pubblicità delle sue opere, chi voleva invitare Madre Teresa in Italia passava dal Pime, ecc.
[40] «Una finestra sul mondo, Il Museo Popoli e Culture», Pime, Milano 1999 (II ediz.), pagg. 40.
[41] «Le Missioni Cattoliche 1959», «Il Vincolo», maggio-settembre 1959, pagg. 21-24.
[42] PIERO GHEDDO, «Dai nostri inviati speciali, 125 anni di giornalismo missionario, Da ‘‘Le Missioni Cattoliche’’ a ‘‘Mondo e Missione’’, 1872-1997», Emi, Bologna 1997, pagg. 124.
[43] Per dare un’idea della confusione di idee comune trent’anni fa e oggi impensabile, basti dire che in una missione del Pime (ma è solo un esempio!) si fece un questionario su vari argomenti invitando i confratelli a rispondere per iscritto. Fra le domande ce n’era una sul celibato sacerdotale: 11 missionari votarono a favore, 8 contro e 11 si astennero («Il Vincolo», n. 99, luglio-settembre 1970, pag. 107).
[44] «Il Vincolo», dicembre 1968, pagg. 38-39.
[45] Testimonianza raccolta a Milano il 15 aprile 1997.
[46] ILARIO TROBBIANI, «Timoniere saggio nella bufera del ’68», «Mondo e Missione», marzo 1998, pagg. 59-61.
[47] Si veda la trascrizione di un dibattito su «La missionarietà delle diocesi e
gli istituti missionari», tema rovente in quegli anni, svoltosi nel seminario teologico del Pime il 22 maggio 1967, «Il Vincolo», maggio-settembre 1967, pagg. 39-55.
[48] Superiore generale, nell’omelia funebre a Lecco il 5 febbraio 1997.
[49] P. Angelo Bubani, che è stato con lui 16 anni in Amazzonia (1948-1964) e
anche suo vicario generale, testimonia che «dalla sua ordinazione sacerdotale fino alla morte mons. Pirovano recitò ogni giorno il rosario per intero (15 misteri)».
[50] Il 10 settembre 1966 a Milano, «Il Vincolo» (maggio-ottobre 1996, pagg. 30-31).
[51] È stato uno dei primi vescovi missionari a portare laici in Amazzonia già all’inizio degli anni cinquanta, compresi Marcello Candia e i primi giovani di «Gioventù Studentesca» (P. GHEDDO, «Missione Amazzonia», Emi, Bologna 1997, pagg. 56-58, 62-63).
[52] È risaputo, fra gli «anziani» dell’Istituto, che l’ordinazione sacerdotale di Pirovano venne rimandata dal superiore mons. Balconi da giugno a dicembre 1941; e poi, giovane sacerdote, fu «sospeso a divinis» per motivi disciplinari dallo stesso Lorenzo Maria Balconi (si era lasciato coinvolgere dal movimento clandestino partigiano e non rispettava le regole e gli orari della comunità). Un’anziana suora di Maria Bambina del Policlinico di Milano, dove Pirovano era cappellano, ha detto anni dopo a p. Lorenzo Chiesa: «Povero padre Aristide, faceva pena, nel periodo in cui non celebrava la messa, vederlo venire a mani giunte all’altare per fare la comunione con noi suore...».
[53] Nell’omelia al funerale, Lecco, 5 febbraio 1997.