PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

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VII - Il Capitolo post-conciliare di aggiornamento (1971-1972)

Il Capitolo post.conciliare dura tre anni (1969-1972)
«Il Capitolo è stato il Concilio del nostro Istituto»
Tre criteri per rinnovare l'Istituto
Il fine, la natura e l'identità del Pime
Il Pime inserito nella Chiesa locale d'origine
I rapporti fra il Pime e le diocesi di missione
Al centro del Capitolo: l'aggiornamento del lavoro missionario
Forte impegno nel dialogo e nella promozione dell'uomo
Il Pime comunità missionaria sacerdotale e laicale
La non facile revisione dei servizi in patria
La spiritualità del Pime è quella apostolica
Lo sviluppo della stampa interna all'Istituto

VII

IL CAPITOLO POST-CONCILIARE DI AGGIORNAMENTO
(1971-1972)

Il VII Capitolo generale (1971-1972) è stato il «Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare», secondo lo spirito, la dottrina e le norme del Concilio Vaticano II, radicando sempre più il futuro dell’Istituto nel carisma originario e nella tradizione che ha fatto la nostra storia. Rappresenta un punto di riferimento essenziale nel Pime, mentre i suoi «Documenti capitolari », entrati sostanzialmente nelle Costituzioni, sono ancor oggi il testo più profondo sullo spirito, i metodi e le linee operative dell’Istituto. Un testo che gli alunni e i membri hanno tra le mani, leggono e studiano.
Anche in senso comunitario, partecipativo, organizzativo, il Capitolo del 1971-72 è stato la maggiore impresa nella vita interna dell’Istituto, un fatto unico nei nostri 150 anni. Gli dedichiamo un intero capitolo (1), sintetizzando i contenuti dei «Documenti capitolari» per dare un’idea dei problemi, delle decisioni prese e delle conseguenze sulla vita pratica del Pime e dei suoi missionari.

Il Capitolo post-conciliare dura tre anni (1969-1972)

Dopo il Vaticano II (1962-1965), Paolo VI chiede a tutti gli ordini, congregazioni e istituti religiosi di celebrare un Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare (2). Propaganda Fide precisava che il Pime non era tenuto a questo Capitolo, in quanto ente non di religiosi, ma mons. Pirovano decide di celebrarlo lo stesso e il 15 settembre 1967 scrive ai suoi missionari che il «Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare» è fissato per il 1971 e coinciderà con la data del Capitolo ordinario ed elettivo (3). Il 29 giugno 1969 manda la lettera di avvio del periodo preparatorio, raccomandando una consultazione ampia, libera ed effettiva e il «diffuso desiderio, condiviso da tutti, di rinnovarci davvero, una volontà onesta e tenace di cercare assieme le vie di Dio su di noi». Tre i periodi di preparazione:
a) La prima fase: ricerca, studio e pronunziamento dei singoli
e delle comunità a livello regionale (giugno 1969 — 31 gennaio 1970). In questo periodo, ogni circoscrizione dell’Istituto, in piena autonomia ed organizzandosi come meglio crede, promuove la ricerca, lo studio e il pronunciamento dei singoli e delle comunità sugli argomenti ritenuti importanti per il rinnovamento. I risultati del lavoro sono inviati ad un segretariato costituito presso la direzione generale, con l’incarico di riceverli, ordinarli e portarli a conoscenza di tutti i membri. Il segretariato pubblica pure un bollettino di informazioni e collegamento su tutte le attività inerenti al Capitolo.
b) Seconda fase (febbraio — dicembre 1970). È creata la «Commissione centrale anti-preparatoria» (Cap), col compito di preparare e condurre una seconda consultazione e fornire tutte le informazioni e documentazioni utili per una visione più chiara e
organica dei problemi da sottoporre al Capitolo. Quest’organismo di carattere tecnico resta alle dipendenze della direzione generale, ma gode di un’ampia relativa autonomia: esamina il materiale giunto dalle regioni, prepara e manda di nuovo ai membri e alle comunità materiale documentativo e domande precise, invitandoli a rispondere per farli partecipare alla seconda consultazione.
La Cap produce, dal febbraio al dicembre 1970, migliaia di pagine di sussidi, studi, inchieste, informazioni, dibattiti da leggere, meditare, discutere (4). L’Istituto si sente quasi aggredito da quella massa di materiale sul Pime, che mai aveva immaginato: ma risponde bene con una vasta gamma di reazioni e contributi. I contenuti del Capitolo si vanno delineando, i membri sono sensibilizzati.
c) Terza fase di preparazione (gennaio — maggio 1971): alla Cap succede la «Commissione centrale preparatoria» (CoCePre), col compito di preparare gli schemi di lavoro da proporre al Capitolo, inviandoli a tutti i membri, e non solo ai capitolari, con l’invito a partecipare ancora con osservazioni, pareri e proposte.
Alla vigilia del Capitolo di aggiornamento, si poteva dire che tutto l’Istituto l’aveva preparato, anche se non erano mancati silenzi e lacune che il superiore generale deprecava, ribadendo la responsabilità diretta e personale di tutti nella fase di preparazione. C’era stata comunque una mobilitazione generale e si erano interessati al Capitolo anche i vescovi italiani.

«Il Capitolo è stato il Concilio del nostro Istituto»

L’atteso Capitolo si svolge nella nuova casa generalizia di via Guerrazzi a Roma dal 29 maggio 1971 al 27 gennaio 1972 (intervalli: 7 agosto — 20 settembre e una settimana a Natale). Ma poi, la «Commissione di redazione dei testi» continua a lavorare fino al giugno 1972, quando viene pubblicato il volume dei «Documenti capitolari». In pratica quindi, dal giugno 1969 al giugno 1972, sono tre anni nei quali il Pime vive in clima conciliare il suo rinnovamento con intensa partecipazione di anziani e di giovani, di comunità e di settori operativi. «Il Capitolo è stato il Concilio del nostro Istituto» ha detto un missionario e molti l’hanno poi ripetuto.
La direzione generale in carica, pur essendo stata eletta per 10 anni, quindi fino al 1975, decide di rimettere il mandato nelle mani del Capitolo e lasciar libera l’assemblea capitolare di procedere a nuove elezioni. Viene rieletto mons. Aristide Pirovano con una nuova direzione, questa volta solo per sei anni (come tutti i superiori dopo di lui).
A questa novità (Capitolo non solo di aggiornamento ma anche elettivo della direzione) si aggiunge quella della composizione del Capitolo stesso: 53 membri, di cui 16 ex officio (mancava il superiore della Birmania, che il governo non aveva lasciato venire) e 37 rappresentanti della base. Di questi ultimi, 24 erano delegati delle varie circoscrizioni e 13 delegati di settore e di categoria, eletti da tutti i membri, eccetto i due fratelli eletti solo dai fratelli. Partecipano direttamente al Capitolo circa uno ogni 13 membri dell’Istituto.
I lavori furono più lunghi e più difficili del previsto. Secondo un calcolo della segreteria, si tennero 185 sessioni generali e innumerevoli riunioni di commissioni; 349 cartelle fitte di verbali; 1.143 votazioni di vario genere; 205 ciclostilati di lavoro per 1.749 pagine distribuiti ai capitolari; un nutrito «servizio stampa» all’Istituto con un bollettino settimanale. Cifre significative di un impegno notevole, per un Istituto piccolo come il Pime (allora aveva circa 700 membri tra vescovi, padri e fratelli).

«Credo di poter affermare con sicurezza — scriveva Pirovano (5) — che nei suoi 122 anni di vita l’Istituto non aveva mai affrontato un avvenimento così importante e pieno di promesse per il futuro... Un’opera che realmente ha richiesto tempo e fatica ma che, con l’aiuto di Dio, si rivelerà fruttuosa col tempo... Una incalcolabile grazia di Dio, una immensa ricchezza che richiederà ancora tempo, pazienza e molta fatica per essere compresa, recepita e resa linfa vitale per gli individui e le comunità».

Il Capitolo di aggiornamento produce il volume «Documenti capitolari» (Roma, 1972, XII + 440 pagine), fino ad oggi il testo più completo e rappresentativo sulla natura, lo spirito e la tradizione anche spirituale del Pime. I suoi 915 numeri marginali sono divisi in questi capitoli:
— Documento introduttorio: decisioni e orientamenti fondamentali
— Fine e natura dell’Istituto
— I fratelli missionari laici
— La nostra vita spirituale
— L’attività missionaria
— L’animazione missionaria
— La formazione nel Pime
— Governo e strutture
— Internazionalizzazione
— Economia
— Documenti vari (su temi particolari).
«Un volume solido e prezioso», l’ha definito il p. Domenico Colombo, segretario del Capitolo, che ha lavorato molto per stimolare e coordinare lo svolgimento dei lavori e la stesura dei «Documenti capitolari». Nella presentazione mons. Pirovano scrive:

«Non si tratta di una legislazione già codificata, ma piuttosto di uno spirito e di orientamenti che devono essere compresi e fatti propri dai singoli membri dell’Istituto e che hanno quindi bisogno di tutto un contesto di riflessione».

Ma il Capitolo di aggiornamento era qualcosa di più della produzione di un bel testo. Alla fine del lungo lavoro, i partecipanti erano soddisfatti: si era veramente andati a fondo, con tutto il tempo disponibile, nell’esame della storia del Pime e della situazione attuale, confrontandoci con il Concilio e con le esperienze e sensibilità varie dei membri, indicando lo spirito e gli orientamenti pratici per il futuro. Sulla base dei «Documenti capitolari» del 1972 vengono poi redatte, dopo una nuova e ampia consultazione dei membri durata 5 anni 6, le Costituzioni del 1978 (a cui seguono quelle definitive del 1991).

Tre criteri per rinnovare l’Istituto

Il capitolo introduttivo «Documento introduttorio» (33 pagg.) è un compendio delle 406 pagine dei «Documenti capitolari»:

«Raccoglie come in una sintesi, le decisioni e gli orientamenti principali presi, mostrando il ‘‘filo conduttore’’ che aveva portato ad essi. I capitolari vi hanno ritrovato le linee fondamentali del rinnovamento promosso dalla loro assemblea e sperano che anche i membri dell’Istituto, che fossero spaventati di fronte alla voluminosa raccolta di tutti i Documenti capitolari, non rinuncino a leggere almeno questo...» (7).

Le grandi linee su cui è impostato il lavoro di rinnovamento sono tre:
a) l’inserimento sempre più pieno dell’Istituto nella Chiesa d’oggi secondo il proprio carisma missionario: prendere coscienza della nuova immagine della Chiesa e della missione «ad gentes» uscita dal Vaticano II e adeguarvi l’Istituto;
b) il suo adattamento alle situazioni del mondo attuale: scrutare «i segni dei tempi» e interpretarli alla luce del Vangelo, tenendone conto per la vita dell’Istituto e l’evangelizzazione missionaria;
c) la riscoperta e valorizzazione dello spirito dell’Istituto, delle sue finalità e caratteristiche originarie:

«Torna a vantaggio della Chiesa che gli istituti abbiano una loro propria fisionomia e una loro propria funzione. Perciò fedelmente si interpretino e si osservino lo spirito e le finalità proprie dei fondatori, come pure le sane tradizioni, poiché tutto ciò costituisce il patrimonio di ciascun istituto» («Perfectae caritatis», decreto del Vaticano II sul rinnovamento della vita religiosa, 2).

Il dibattito capitolare si è confrontato sui problemi concreti dell’Istituto, cercando di risolverli secondo i tre criteri appena ricordati. L’Istituto si trovava, dopo il Concilio, a dover fare delle scelte nel quadro di una situazione missionaria molto confusa, incerta, che prospettava soluzioni diverse e a volte opposte. Il dibattito era ampio e sentito: le decisioni richiedevano partecipazione di tutti, preghiera, studio, confronto, discernimento, scelta.
Il Capitolo di aggiornamento, più che proporre una nuova codificazione fissa e immutabile, doveva iniziare un periodo di ricerca e sperimentazione, insieme aperte e prudenti (8), in un clima di fiducia, per giungere alla formulazione di nuove Costituzioni. Purtroppo, il periodo dopo il 1972 è stato fra i più tormentati nella nostra storia: basti ricordare le difficoltà di varie missioni per guerre, rivoluzioni, dittature (Bangladesh, Guinea-Bissau, Filippine, Brasile) e l’uscita di numerosi membri dall’Istituto per
l’ondata di secolarizzazione e contestazione all’autorità che ha attraversato la Chiesa di quel tempo. Comunque, i «Documenti capitolari» del 1971-1972, col Capitolo di verifica del 1977 e le Costituzioni del 1978, hanno rappresentato una svolta importante nella nostra storia. Ancor oggi si va avanti sulla spinta di quelle decisioni, sia pur aggiornate all’oggi missionario soprattutto dal Capitolo del 1989 e dalle Costituzioni del 1991.

Il fine, la natura e l’identità del Pime

Il primo tema trattato dai Documenti capitolari è «Fine e natura del Pime», cioè la nostra identità:

«Il Capitolo ha stabilito come fine dell’Istituto l’evangelizzazione dei non cristiani e la fondazione della Chiesa in quei popoli e gruppi in cui ancora non esiste» (9).

Si indica la linea d’azione del futuro: un «chiaro riorientamento ad andare ai non cristiani». Il testo riflette sulla Chiesa e la missione oggi: molte scelte sono possibili, ma l’Istituto sceglie la missione fra i non cristiani (coloro che non hanno ancora ricevuto il primo annunzio di Cristo, dove la Chiesa non è ancora fondata), perché questo è il nostro carisma originario e la nostra tradizione. Il Capitolo impegna l’Istituto a rivedere i suoi campi e metodi di apostolato per

«eliminare tutto ciò che non ha come fine diretto il servizio delle missioni e la preparazione dei missionari... si impegnerà quindi a non assumere nuovi campi di lavoro in paesi che non permettano un apostolato prevalentemente fra i non cristiani».

Interessante notare che, per definire la natura, cioè l’identità dell’Istituto, il Capitolo non fa anzitutto un discorso teorico, teologico, giuridico (non dice «chi è» il Pime), ma afferma subito che il Pime, in base al suo carisma originario, va ai non cristiani: la sua identità è data dalla sua azione. («Il nostro Istituto esiste solo perché esistono le missioni», diceva p. Manna).
Sulla base di questo carisma o identità dell’Istituto, il Capitolo doveva affrontare e risolvere problemi molto concreti: le parrocchie tra i cristiani assunte dall’Istituto in Italia, ma anche in altri paesi a maggioranza cristiana (Brasile, Filippine, Camerun del sud, ecc.); la tendenza nelle missioni, favorita anche dai vescovi locali, di tenere parrocchie e incarichi diocesani che potevano essere affidati al clero locale e di restringere l’azione pastorale ai già battezzati (es. ad Hong Kong e in alcune zone dell’India); le difficoltà che si incontravano un po’ in tutte le missioni (per scarsità di personale, per chiusura mentale) ad iniziare presenze e vie nuove di annunzio e di testimonianza: dialogo interreligioso, promozione umana fra gli ultimi (baraccati, ecc.).
Insomma, ci si rendeva conto che anche nel Pime, nonostante la sua secolare tradizione missionaria, era avvenuto un restringimento degli orizzonti al gregge cristiano. Il Capitolo contrasta fortemente questa tendenza (comunissima nelle Chiese antiche e nelle giovani!) e realizza nell’Istituto una correzione di rotta, con la prua sempre più orientata verso i non cristiani. I «Documenti capitolari» elencano bene i compiti del Pime nel lavoro missionario, ordinandoli secondo le priorità (10):

«Il Capitolo precisa così i nostri impegni missionari:
a) Evangelizzazione dei non cristiani in tutte le sue forme e fasi (testimonianza, carità, dialogo, primo annunzio...).
b) Aiuto alle giovani Chiese in ordine alla loro maturazione.
c) Aiuto di emergenza a quelle Chiese che si trovano in condizione
di ‘‘inadeguatezza e insufficienza’’ per le quali l’Istituto si è impegnato (Ad gentes, n. 6, specialmente nota 37).
d) In ordine a tali impegni l’Istituto cura la formazione specifica
dei suoi membri,
e) e coopera all’animazione missionaria delle Chiese particolari».

Il Capitolo ha impegnato l’Istituto a non prendere nuove parrocchie in ambiente cristiano ed a cedere a poco a poco ai vescovi quelle esistenti, allo scadere del contratto. Per il lavoro in Italia, Stati Uniti, Brasile e Filippine (11), cioè nei paesi a maggioranza cristiana, il Capitolo chiede di 

«orientarsi verso impegni sempre più specificamente missionari» ed esorta a «dedicare i nuovi missionari inviati in Brasile ad una specifica animazione missionaria e alla formazione dei missionari» (n. 90).

In questo quadro si comprende la «preferenza all’Asia», fatta già nel corso della storia, ma confermata 120 anni dopo la nascita dell’Istituto. Una scelta coraggiosa e controcorrente rispetto alla Chiesa di quegli anni e agli impegni missionari di molti istituti e delle diocesi dei paesi d’antica cristianità (che vanno in America Latina e in Africa, ma non in Asia); scelta non esclusiva, ma prioritaria. Infatti, dopo il Capitolo del 1971, l’Istituto, pur in periodo di crisi per la diminuzione delle vocazioni, è andato in Thailandia, Taiwan, Cambogia, Papua Nuova Guinea; realizzando anche tentativi di presenza nella Cina comunista; ha fondato l’«Istituto studi asiatici» (Isa) e l’agenzia di stampa «Asia News» (con i due supplementi «Cina Oggi» e «Islam Oggi»).

Il Pime inserito nella Chiesa locale d’origine

L’Istituto ha avuto una chiara origine diocesana:

«La sua novità nel secolo scorso consisteva nel voler significare ed essere l’espressione della missionarietà dei vescovi» per il servizio alla missione universale. «Nelle relazioni con le Chiese d’origine l’Istituto si presenti come uno strumento particolarmente aperto e adatto per rispondere alle loro esigenze di missionarietà».

Come già s’è detto (cap. VI), mons. Pirovano (che credeva molto a questa formula di un Pime diocesano come agli inizi), nei suoi 12 anni di governo ha cercato un rapporto nuovo e vero con le diocesi, prima ancora che giuridico: i risultati positivi sono venuti per la collaborazione nell’opera missionaria sul campo, ma sono mancati per quanto riguarda il riconoscimento dell’Istituto come espressione missionaria delle diocesi e della Chiesa italiana (sia pure in formule da studiare assieme).
I «Documenti capitolari» ricordano ai missionari e all’Istituto
«la necessità e il valore dell’animazione missionaria delle Chiese d’origine». Questo tema ha fatto discutere: nelle missioni si era formata, nel corso degli ultimi tempi, la convinzione che l’animazione missionaria spettasse alle Chiese locali e che il Pime potesse fare l’animazione solo come supplenza; ma appena le Chiese locali prendono coscienza della loro missionarietà, l’Istituto deve dedicarsi solo all’attività missionaria fra i non cristiani 12. I «Documenti capitolari» notano:

«La riflessione del Capitolo è partita dalla considerazione del dovere che ciascun missionario ha di rendere, almeno in parte, ciò che ha ricevuto e di comunicare a tutta la Chiesa i valori di cui il suo apostolato lo arricchisce. Ogni singolo missionario deve far partecipi gli altri (e prima di tutto la Chiesa particolare in cui la sua fede è nata e maturata) del suo carisma missionario... Come conseguenza di questo dovere degli individui si pone il dovere dell’Istituto, in quanto tale, che deve facilitarne l’attuazione e, se necessario, creare e mantenere delle strutture che rendano possibile e facile questa comunicazione di esperienze e di valori spirituali e culturali (riviste, centri di animazione, ecc.)».

Interessante notare che i Documenti capitolari non si accontentano di dire che l’Istituto è inserito in una Chiesa locale per un servizio alla sua missionarietà, ma aggiungono: il compito di animazione missionaria 

«non deve essere generico, rivolto cioè a quella formazione umana e cristiana e anche ad un comune spirito missionario, che sono i compiti di ogni buona famiglia, parrocchia, diocesi, seminario diocesano. Il suo compito dev’essere invece specifico... per una donazione totale alle missioni».

Anche questo è un tema che ha fatto discutere. Una parte dell’Istituto sosteneva che, poiché in Italia il popolo è sempre più scristianizzato, compito dei missionari in patria non è solo di dare motivazioni ed entusiasmo per portare la fede ai non cristiani, ma di aiutare nella formazione cristiana dei battezzati (ad esempio servendo nel ministero ordinario nelle parrocchie, orientando la rivista «Italia Missionaria» verso la formazione cristiana di base degli adolescenti); altri sostenevano invece che compito del Pime è di trasmettere il suo carisma missionario, una delle forme più incisive di evangelizzazione («La fede si rafforza donandola!», dirà Giovanni Paolo II nella «Redemptoris missio», n. 2). Il Capitolo ha risolto il dibattito insistendo sul carisma originario del Seminario lombardo, dell’attività missionaria fra i non cristiani e dell’animazione missionaria in senso stretto.
Quali i legami del missionario del Pime con le diocesi d’origine?
A parte il dovere dei rapporti di affetto e riconoscenza e le relazioni sul lavoro in missione, che si raccomanda a tutti di inviare alla propria diocesi, il Capitolo ha introdotto una novità anche sul piano giuridico:

«I missionari del Pime, attraverso la promessa (13) che li aggrega all’Istituto, non saranno più automaticamente scardinati dalle loro diocesi, ma (se il vescovo acconsente) vi potranno rimanere incardinati. Anche quelli che già hanno emesso il giuramento potranno richiedere di essere aggregati alle loro diocesi, pur restando a tutti gli effetti membri dell’Istituto».

Il fatto non è così raro: nelle nuove classi di sacerdoti del Pime circa un terzo si incardinano nelle loro diocesi. Il fatto è significativo per chi coltiva stretti rapporti con la sua Chiesa d’origine. Il Pime è disponibile ad accogliere e collaborare con i sacerdoti «Fidei donum» nelle sue comunità di missione, anche come «associati» all’Istituto (vedi cap. VIII).

I rapporti fra il Pime e le diocesi di missione

«Il nostro compito nelle Chiese giovani è di metterci a servizio della loro missionarietà, accettando e anzi sollecitando per noi i compiti e gli ambienti ancora non cristiani e lasciando appena possibile al clero locale gli ambienti già cristiani. Con la presa di coscienza missionaria delle giovani Chiese, il Capitolo ha creduto bene di introdurre anche un concetto nuovo nell’Istituto: quello di animazione missionaria delle missioni stesse. È chiaro che la migliore animazione consiste nell’essere missionari noi stessi e nel formare comunità apostoliche e aperte; ma in alcuni posti, soprattutto in quelli già più organizzati, potrà essere utile anche che qualcuno si dedichi espressamente, come avviene in patria, ad un’opera di sensibilizzazione e di formazione allo spirito missionario».

Questa decisione del Capitolo ha segnato la vita di alcune regioni dell’Istituto: soprattutto Brasile e India dove si è dato importanza all’animazione missionaria della Chiesa locale. In altre regioni (es. Hong Kong) il problema più sentito è stato di trasferire al clero cinese parrocchie e opere ancora tenute dai nostri missionari.
Ovunque i missionari dell’Istituto vivono in comunione con le
Chiese di cui sono a servizio, mediante un servizio specifico rispondente al proprio carisma «ad gentes». Interessante notare che in diversi paesi i vescovi locali usano i missionari del Pime esattamente come loro sacerdoti diocesani, ad esempio mettendoli a vivere e lavorare in parrocchie con sacerdoti locali (Hong Kong, Guinea-Bissau, Bangladesh, Amazzonia).
Al Capitolo del 1971, come all’interno dell’Istituto, è molto
acceso anche il dibattito sull’internazionalizzazione.

«Per più d’un secolo il Pime non ha mai accolto nelle sue file membri provenienti dai paesi di missione. Oggi però alcuni pensano che... un Istituto missionario veramente internazionale abbia tutto da guadagnare dal contatto con uomini di diversa nazionalità e cultura; in secondo luogo si desidera dare un autentico spirito missionario al clero locale, che spesso per vari motivi non appare sufficientemente propenso a dedicarsi all’evangelizzazione dei non cristiani.
La discussione in Capitolo è stata piuttosto lunga e sofferta. È prevalsa la preoccupazione di non dare adito al sospetto che si voglia abbandonare la nostra tradizione di completo disinteresse e distacco,
per iniziare una politica di potenziamento dell’Istituto in quanto tale». L’‘‘Ad Gentes’’ al n. 20 dice: «È conveniente che le giovani Chiese partecipino anch’esse e quanto prima alla missione universale della Chiesa, inviando anch’esse dei missionari a predicare dappertutto nel mondo il Vangelo, anche se soffrono di scarsezza di clero»: in conseguenza di questo, il Capitolo «ha deciso che il Pime continui ad accogliere vocazioni missionarie in India, ma con la chiara intenzione non di legarle necessariamente a sé, ma di trasmettere uno spirito missionario che, appena possibile, sfoci in un Istituto missionario locale autosufficiente; e di operare in Brasile per la formazione di sacerdoti che saranno inviati alle loro diocesi o a diocesi povere di clero o, col Pime, alle missioni, sempre con l’intenzione di far sorgere un Istituto missionario locale».

Diremo meglio nel capitolo VIII le vicende del faticoso cammino del Pime per diventare internazionale. Il Capitolo del 1971 ha accettato l’internazionalizzazione in paesi cristiani (Brasile e Stati Uniti), ma l’ha rimandata in paesi non cristiani. L’India, dove dal 1958 al 1971 l’Istituto aveva assunto vocazioni (una quindicina di chierici e sacerdoti), si è ritenuto non matura una decisione positiva. Si è incaricato l’Istituto di indagare e far maturare la scelta (che è poi venuta col Capitolo del 1989). In Brasile il problema è stato ancor più complesso e tormentato (14). Sono tappe storiche attraverso le quali si forma nel Pime l’opinione pubblica attuale, quasi del tutto favorevole all’internazionalizzazione (con alcune resistenze soprattutto in missioni dell’Asia).

Al centro del Capitolo: l’aggiornamento del lavoro missionario

Il lavoro missionario rappresenta il fine e la ragion d’essere dell’Istituto, che non vuol offrirsi alle missioni con uno stile unico e ben definito di apostolato, ma intende

«ospitare una gamma abbastanza vasta di carismi e di metodi per l’evangelizzazione. Se si riflette alla grande varietà di campi in cui i nostri missionari lavorano, si comprende quanto sarebbe assurdo dare delle definizioni troppo precise e uniformi».

Bisogna dire anzitutto che il Capitolo del 1971 ha dato ampio spazio alla riflessione e al dibattito sull’attività missionaria:

«Il rinnovamento del lavoro missionario infatti — scrive p. Domenico Colombo (15) — è stato lo scopo principale del Capitolo di aggiornamento e delle assemblee successive a livello generale. Lo stesso ripensamento del fine e il maggior inserimento ecclesiale del Pime erano ordinati all’aggiornamento del lavoro missionario... Il punto di partenza è stato costantemente la nostra situazione missionaria oggi. Un confronto con la realtà per coglierne, alla luce dei segni dei tempi, le esigenze attuali e profonde e rinnovare, in conformità ad esse, i modi di presenza e i metodi di lavoro».
«Il Capitolo di aggiornamento — continua padre Domenico — ha elaborato un lungo e dettagliato documento (16) che studia i contenuti di questa attività, le varie fasi e i vari aspetti che presenta oggi, e formula principi ed orientamenti per le nostre situazioni pratiche. La preparazione prossima del missionario, il suo inserimento nella comunità umana, il suo impegno di promozione umana ed evangelizzazione,
il primo annunzio e l’opera di crescita e maturazione della Chiesa locale, il dialogo ecumenico ed interreligioso, le relazioni con i diversi operatori della missione, e ancora lo spirito e lo stile con cui occorre attuare: tutti questi compiti sono i principali argomenti trattati. La sostanza di questa riflessione, passata al vaglio di ulteriori approfondimenti e verifiche, è poi entrata nelle nuove Costituzioni e nel Direttorio generale. Se si considera che in passato le Costituzioni si accontentavano di dare alcune norme spicciole di vita per i missionari sul campo (esistevano però alcuni direttori pastorali locali), si vede come in questa materia ci sia stata una grande innovazione».

Il Capitolo del 1971 ha discusso i rapidi e radicali mutamenti che segnano oggi la missione fra i non cristiani: i popoli prendono coscienza più viva e forte del valore delle loro culture e religioni e dei diritti dell’uomo e della donna; le giovani Chiese diventano protagoniste della missione nei loro territori. Questi segni richiedono ai missionari, assieme allo spirito di sempre (che è quello di Cristo e degli Apostoli), dei cambiamenti profondi di stile e di metodi, frutto di riflessione e di una mentalità nuova. In conseguenza di quanto sopra, il Capitolo stabilisce che 

«ogni missione prepari al più presto un piano di studi ben organizzato e chiede a tutti uno sforzo di aggiornamento culturale, per ottenere il quale non dovrebbe rincrescere di impiegare un po’ di tempo e di denaro... In ogni missione ci sia qualche confratello che si dedichi ad approfondire temi di particolare interesse per l’apostolato locale (liturgia, ecumenismo, sociologia, religioni non cristiane, mezzi di comunicazione sociale, ecc.), perché possa essere utile anche agli altri... Tutto ciò ricordando che l’esigenza fondamentale della missione resta sempre quella del rinnovamento interiore, prima ancora che delle conoscenze e dei metodi!».

Il decreto del Vaticano II «Ad gentes» (AG 6) invita espressamente gli Istituti che lavorano sotto i vescovi locali ad assumersi compiti particolari nell’ambito di una determinata regione, «ad esempio l’evangelizzazione di certe categorie o di popoli che, per ragioni particolari, non hanno forse ancora ricevuto il messaggio evangelico o ad esso hanno fatto resistenza» (AG, 27). Per questo il Capitolo vuole che 

«ogni missione riveda i suoi piani di lavoro pastorale, tenendo presente sia l’invito del Concilio sia la nostra vocazione all’annunzio; e che almeno qualcuno si dedichi ad ambienti nuovi o chiusi, trascurati finora o per mancanza di personale o per mancanza di risultati visibili. La penetrazione in questi ambienti probabilmente richiederà forme di presenza diverse da quelle tradizionali, ma questo non dovrà costituire un impedimento, come non lo costituiva per quelli che hanno aperto le nostre missioni più antiche: il missionario deve caratterizzarsi per la capacità di adattamento a situazioni anche molto differenti».

Proprio perché il Pime esiste solo per i non cristiani, deve dare segni forti di reagire al rinchiudersi di diocesi e parrocchie, non solo andando a popoli non ancora evangelizzati, ma anche inventando modi nuovi di porsi di fronte ai non cristiani e anche agli atei dichiarati (si pensi alla Cina comunista).

Forte impegno nel dialogo e nella promozione dell’uomo

Dopo queste scelte del Capitolo del 1971, nelle missioni diversi missionari (specialmente giovani ma non solo) tentano «vie nuove» di annunzio, di presenza, di dialogo interreligioso, di inculturazione. Negli anni settanta e ottanta, il tema delle «vie nuove» (di cui diremo meglio nella storia delle singole missioni) è stato uno dei più sperimentati e dibattuti nell’Istituto. Proprio questo uscire dai binari già tracciati ha dimostrato la grande apertura dell’Istituto, che ha sempre rifiutato schematismi e formalismi e dato grande libertà ai suoi missionari (17).
Il tutto sempre orientato ai non cristiani. Negli ultimi trent’anni,
l’attività missionaria dell’Istituto in sintesi dice questo (e lo dice in forza delle scelte fatte dal Capitolo di aggiornamento del 1971): noi missionari vediamo che la Chiesa fa difficoltà ad andare ai non cristiani, anche le giovani Chiese tendono a chiudersi, ad accontentarsi del piccolo gregge già radunato nell’ovile di Cristo; si stabilisce ovunque la struttura pastorale-amministrativa della parrocchia che spesso non ha più proiezione esterna. Ebbene, noi siamo un piccolo Istituto, con poche forze e scarsi mezzi. Ma quel poco che siamo lo spendiamo per andare controcorrente, per dare esempi, modelli, per indicare lo spirito che dovrebbe animare il mondo cristiano se vuole realizzare l’«Ad gentes» di Gesù.
Per scendere al concreto, il progetto dell’attività missionaria
in Thailandia è nato in seguito ai dibattiti del Capitolo del 1971 e si configurava all’inizio (1972) come una presenza nuova di testimonianza e dialogo con i buddhisti. Lo stesso è avvenuto per altri tentativi di dialogo con i non cristiani realizzati fra i musulmani nelle Filippine, in Bangladesh, nel Camerun; fra gli indù in India; fra i buddhisti in Giappone e ad Hong Kong.
In passato si viveva accanto a questi mondi religiosi quasi
ignorandoli perché non offrivano speranza di conversione: oggi si sono aperti nuovi canali di contatto a volte concretizzati in presenze stabili di missionari, che possono indicare anche alle Chiese locali la via da percorrere. Da quando la Cina del dopo Mao (morto nel settembre 1976) si è aperta al mondo esterno, una decina di missionari del Pime sono riusciti a stabilirsi per qualche tempo nell’interno del continente cinese o a compiere viaggi e contatti frequenti, in varie forme e tempi (alcuni anche per anni), svolgendo attività a servizio del popolo cinese.
Riguardo alla presenza in ambienti socio-culturali dimenticati o
in attività di promozione umana e di giustizia diverse da quelle tradizionali, alcuni missionari si sono impegnati nel mondo del lavoro e degli emarginati (India, Hong Kong, Giappone); altri hanno preso le difese dei poveri e degli emarginati finendo anche in prigione e subendo l’espulsione (come nelle Filippine e in Brasile); la comunità della Guinea-Bissau ha assunto un atteggiamento chiaro e coraggioso nei confronti della politica portoghese prima dell’indipendenza ed ha realizzato poi forme inedite di testimonianza e di attività; Bangladesh, India e Brasile offrono esempi di inserimento in ambienti nuovi o di cooperazione in stile nuovo per l’edificazione di una società giusta e fraterna. Va detto che queste coraggiose aperture hanno anche portato a dolorosi fallimenti, come in Giappone, nelle Filippine, in Brasile, in Guinea Bissau.
Oltre a questi rapidi cenni concreti (che saranno approfonditi
nella storia delle singole missioni), bisogna dire che, dopo il Capitolo di aggiornamento del 1971, le comunità di missione del Pime hanno lavorato per la verifica voluta dal Capitolo sull’orientamento del nostro lavoro ai non cristiani.

«Discussioni impegnate, sincere, anche combattute — scrive ancora Domenico Colombo nell’articolo citato — seguite spesso da programmazioni coraggiose benché non sempre realistiche e condivise. Senza dubbio, specie nei primi anni (1971-1975), ci fu fretta e impazienza in alcuni, assenteismo e pigrizia in altri. Il consiglio plenario del 1975 sentì il bisogno di richiamare alcuni criteri base da seguire nell’attuazione dei nuovi modi di presenza e dialogo e nella continuazione degli esperimenti in corso 18. Anche qualche fallimento servì a rendere più saggi, senza perdere l’audacia».

Sul piano della testimonianza al Vangelo, il Capitolo del 1971 chiede ai missionari che siano attenti 

«alla libertà religiosa, al rispetto della persona umana e della coscienza individuale e collettiva, evitando ogni forma di imposizione del messaggio evangelico; alla fame, povertà, miseria e sviluppo...».
«Il Capitolo poi si preoccupa di mettere in guardia da una certa
sfiducia nell’annuncio anche verbale della Parola, per cui alcuni oggi corrono il rischio di ritardare troppo la proclamazione diretta della Buona Novella. Il missionario deve rinnovare la sua fede nel Vangelo che è ‘‘forza di Dio per la salvezza di ogni credente’’ (Rm, 1, 16) e nella potenza dello Spirito che apre i cuori a credere (At, 16, 14)».

La missione della Chiesa non si esaurisce su un piano puramente spirituale, ma investe tutta la realtà dell’uomo e del mondo e la loro storia. Il contributo che l’opera missionaria dà allo sviluppo rientra in un concetto adeguato di essa: tra lo sforzo del progresso umano e quello dell’evangelizzazione, se ben compresi, non c’è opposizione né separazione, ma convergenza e armonia.

«Il missionario, rifiutando quindi una contrapposizione che lo costringerebbe a scegliere tra evangelizzazione e sviluppo, cercherà di fondere armoniosamente nel suo pensiero e nella sua vita il servizio per il progresso e il servizio per il Vangelo».

Il Pime comunità missionaria sacerdotale e laicale

Il rinnovamento dell’Istituto avviene cercando di

«orientarlo sempre più chiaramente all’apostolato fra i non cristiani. L’Istituto non vive per se stesso, né per offrire ai suoi membri l’opportunità di santificarsi nella vita comunitaria. Nessuno sceglie il Pime se non per servirvi le missioni. Per questo la nostra vita comunitaria, l’educazione che diamo, l’attività che svolgiamo vanno continuamente verificate con questo metro».

Il Capitolo mette in risalto che le scelte operate nella sopra indicata direzione richiederanno sperimentazioni e cambiamenti anche non indifferenti. Per questo

«ha descritto il Pime come un’associazione che vive in fraterna comunione di intenti ed ha implicitamente respinto una visione dell’Istituto come puro strumento per arrivare alle missioni e non pensarci più. Chi sceglie il Pime sa di non scegliere semplicemente un corso di preparazione, un viaggio gratuito e un’assicurazione in caso di forzato rimpatrio, ma di entrare a far parte di una comunità e di assumersi in un certo modo la responsabilità di tutti gli altri confratelli che hanno fatto la sua stessa scelta. Non si può porre da un lato l’Istituto e dall’altro i singoli membri, ma occorre che ognuno veda l’Istituto come un organismo vivente di persone solidali e corresponsabili... Si tratterà, quindi, sempre di rapporti fra membri di uno stesso Istituto, che insieme cercano il modo migliore per realizzare non solo la propria ma anche l’altrui vocazione missionaria».
«La funzione dei superiori è quella di presiedere a questa comunione, accettando il servizio di coordinare il lavoro di tutti, di stimolarlo e valorizzarlo facendo in modo che sia orientato costantemente al fine missionario. Non si scarica su di loro la responsabilità di tutti i problemi comuni, ma si riconosce in essi il compito di rappresentare
l’autorità della Chiesa e di armonizzare le responsabilità di ciascuno».

Quanto sopra ha un significato preciso nella storia del Pime: nato all’inizio come vera comunità (vedi i capp. I e II), ha poi visto indebolire i legami fra i membri e la direzione generale, per la grande dispersione dei missionari e il nulla di cui disponevano i primi direttori, specie mons. Marinoni il quale non poteva aiutare i missionari e le missioni (19). Come già s’è detto, il «Seminario lombardo» è sopravvissuto per 60 anni in questa situazione, creando nei missionari l’immagine di essere non un Istituto pronto ad assistere e ad aiutare, ma un seminario di formazione e di invio dei missionari che poi morivano in missione o tornavano nelle loro diocesi.
A partire da p. Armanasco (1913-1924) e da p. Manna (1924-1934) in avanti, incomincia il cammino contrario, lungo e faticoso
e non ancora del tutto compiuto: si pongono le basi di un Istituto che si responsabilizza sempre più dei suoi missionari e delle missioni ad esso affidate. Ecco perché il Capitolo del 1971 rifiuta una «visione dell’Istituto come di puro strumento per arrivare alle missioni e non pensarci più».
Il «Documento introduttorio» sintetizza poi le caratteristiche
di ogni comunità del Pime: preghiera comunitaria, corresponsabilità, «unità e carica apostolica capaci di sostenere la vocazione di tutti, costituire una vera testimonianza di Chiesa e un richiamo per nuove vocazioni missionarie». Infine, le comunità del Pime debbono caratterizzarsi

«per una grande apertura e disponibilità verso l’esterno... Il Capitolo invita tutti a considerare anche la possibilità di ricevere come associati sacerdoti e laici che intendono dedicarsi alle missioni solo per qualche tempo. Essi dovranno trovarsi pienamente a loro agio nelle nostre comunità aperte e unite nel costante approfondimento del comune ideale missionario».

In questo quadro, il Capitolo ha discusso a lungo dei fratelli, equiparandoli a pieno titolo con i padri: cessano

«le ultime discriminazioni giuridiche che ancora vi erano tra sacerdoti e fratelli e che non sono direttamente connesse con l’esercizio del ministero sacerdotale... Il fondamento del nostro appartenere al Pime è la vocazione missionaria, che in se stessa è uguale nei sacerdoti come nei fratelli: sacerdozio e laicato sono modi diversi di attuare questa vocazione fondamentalmente uguale».
«La conseguenza più importante sta nel vedere i laici come missionari a pieno titolo e non come semplici cooperatori dei sacerdoti e
quindi nel chiedere e nell’offrire loro un impegno che sia chiaramente e direttamente di apostolato missionario... I metodi migliori per tradurre in pratica queste esigenze possono essere di affidare interamente ad un gruppo di fratelli certe opere sociali che sono indubbiamente di competenza laicale più che sacerdotale, oppure di formare delle comunità apostoliche in cui l’apostolato del sacerdote e del laico si integrino a vicenda, a tutto vantaggio reciproco» (20).

Altra conseguenza riguarda l’animazione vocazionale e la formazione:

«Se l’Istituto ha nel suo interno due modi di essere missionari (quello laicale e quello sacerdotale), essi vanno sempre presentati tutti e due... I fratelli devono essere preparati ad esercitare anche l’apostolato diretto, dando a tutti una solida base spirituale, religiosa e culturale». Infine, l’Istituto dovrà cercare «i modi più adatti per aprire le porte a laici missionari temporanei».

La non facile revisione dei servizi in patria

Riguardo alla presenza dell’Istituto in patria, il Capitolo del 1971 stabilisce il criterio

«che la nostra presenza in patria si giustifica solo per un servizio diretto di assistenza, formazione e animazione per le missioni».

1) Per la formazione dei missionari è necessario avere seminari propri dell’Istituto perché

«le Chiese di antica fondazione in cui il Pime si trova non hanno ancora piena coscienza missionaria e non sarebbero in grado, per ora, di assumersi tutte le responsabilità che spetterebbero loro». Bisogna però perdere «gradualmente la configurazione che ci assimila troppo a molti istituti religiosi, i quali tendono a rendersi il più possibile autonomi in tutto, per assumere invece una funzione aperta e complementare nei confronti delle Chiese locali, senza avere strutture formative esclusivamente proprie».

Per i seminari minori, che l’Istituto vuole gradualmente ridurre e abolire, si mandino i ragazzi che manifestano desiderio di farsi missionari nei seminari diocesani, seguendoli fino a quando potranno entrare nel seminario maggiore dell’Istituto.
2) L’animazione missionaria,

«dev’essere specifica e non generica e quindi anch’essa va considerata complementare con l’opera di animazione svolta dalle diocesi, dalle Pontificie opere missionarie e dagli altri istituti».

Per fare animazione missionaria specifica sono preferibili i missionari che hanno già svolto un lavoro nelle missioni, perché diano testimonianza concreta, personalizzata. «Formazione e animazione non devono però mai richiedere all’Istituto un impegno sproporzionato alle sue forze».
3) Economia e strutture centrali. Essendo l’Istituto totalmente
a servizio delle missioni, anche finanziariamente esso deve contribuire nel modo più diretto possibile. Il primo impegno è quello per gli uomini, i missionari: reclutamento, formazione, salute, aggiornamento, ecc. Per l’aiuto ai missionari sul campo si costituiranno fondi appositi a cui tutti i membri dell’Istituto sono chiamati a contribuire. Infine, il Capitolo ha portato al tempo stesso una certa centralizzazione e decentralizzazione nelle strutture dell’Istituto.

«Non siamo in molti ed è inutile moltiplicare le strutture che assorbono uomini, tempo e finanze. Con l’ampia autonomia delle comunità locali, la direzione generale sarà affiancata da organi di studio e di ricerca (i quattro segretariati) a servizio di tutti nei loro settori di competenza: personale, attività missionaria, animazione e formazione. Sono organismi che cercheranno di stimolare l’informazione e lo scambio di esperienze all’interno dell’Istituto, perché il lavoro di aggiornamento coinvolga tutti e ci si possa aiutare anche a distanza e in ambienti differenti».

In sintesi, il Capitolo del 1971 ha dato molta più responsabilità e autonomia che non in passato alle regioni e alle comunità locali, decentralizzando l’autorità del superiore generale; ma ha anche voluto rafforzare il servizio della direzione generale ai missionari e a tutto l’Istituto, con aiuti economici e strumenti tecnici di assistenza, di ricerca, di formazione permanente (ad esempio i corsi per i missionari reduci, l’accoglienza nella casa generalizia ai missionari che fanno un anno sabbatico di studio nelle università romane, ecc.).
Una delle conseguenze del Capitolo del 1971 in campo formativo
è stata la chiusura graduale dei seminari minori in Italia, dovuta anche alla diminuzione delle vocazioni (21). In seguito, l’animazione vocazionale si orienta sempre più sulle medie superiori e il liceo, le vocazioni adulte e le «comunità vocazionali» (che stentano a nascere).
A Sotto il Monte si incomincia nel 1972 una collaborazione
col seminario diocesano (che dura fino al 1981): si chiude il seminario minore nella casa natale di Papa Giovanni XXIII, inviando i ragazzi con vocazione missionaria nel seminario diocesano di Bergamo per le medie inferiori, seguendoli dall’esterno per riprenderli nelle medie superiori. Nel dicembre 1980 (22) il p. Luigi Cattaneo, superiore regionale a Milano, traccia un bilancio di questa esperienza: inviati nel seminario di Bergamo 64 ragazzi, rientrati al Pime nelle medie superiori 11 ragazzi:

«Si nota che i superiori del seminario di Bergamo si sentono alquanto perplessi. Sembra giunto il momento, per motivi di mutamento di indirizzo vocazionale della diocesi di Bergamo, di verificare i presupposti che avevano portato ad iniziare l’esperienza di collaborazione».

In seguito alla chiusura di case e seminari minori e all’abbandono dell’animazione vocazionale fra i ragazzi sotto i 15 anni, c’è stata una maggior disponibilità di personale e l’aumento dei missionari in missione. Subito dopo il Capitolo del 1971 è prevalso il principio praticato in passato: «Tutti e subito in missione», sacrosanto per un Istituto «esclusivamente missionario»: era applicato ai nuovi missionari e anche a diversi «anziani» mai stati in missione; altri, già reduci dalle missioni, vennero incoraggiati a ripartire nonostante le difficoltà.
Dal gennaio 1972 all’ottobre 1974 si registra un totale di 97
destinati (in media 32 l’anno), mentre in tutto il triennio l’Istituto era aumentato di 53 nuovi missionari (media di 18 l’anno) e il numero dei richiamati o trattenuti in patria era di 24. Dal 1970 al 1979 i membri in missione sono aumentati di 30 unità (da 379 a 409), mentre quelli nelle regioni d’Istituto (Italia e Stati Uniti) diminuiti di 49 (da 322 a 273), naturalmente comprendendo anche gli anziani non più attivi.

La spiritualità del Pime è quella apostolica

Nella nostra tradizione è stato più volte messo in risalto che la «spiritualità del Pime» non è altro che la spiritualità apostolica attualizzata secondo le indicazioni e i modelli del Fondatore e dei nostri missionari. Il Capitolo del 1971 afferma:

«La nostra spiritualità non è costruita a fianco della nostra missione, ma nasce da essa ed è a servizio di essa. In questo senso il Capitolo intende promuovere il rinnovamento della nostra spiritualità».

Padre Domenico Colombo scrive che, nella lunga e laboriosa preparazione al Capitolo del 1971

«è sintomatico che non si sia dedicato nessun sussidio specifico alla vita spirituale... Il motivo era... l’imbarazzo di affrontare un tema i cui termini stessi ‘‘la nostra spiritualità’’ urtavano più di uno» (23).

Il Capitolo ha poi prodotto un testo su «La nostra vita spirituale» e le Costituzioni (del 1978, come pure quelle del 1991) dedicano un capitolo allo «Spirito apostolico» che caratterizza l’Istituto (24).
Fondamento e modello della spiritualità del Pime è il Cristo
evangelizzatore: come lui e in lui, il missionario si dedica totalmente all’evangelizzazione cercando sempre e solo la gloria di Dio e la salvezza dell’uomo. Poiché Cristo ci ha salvati nel mistero della Croce, come suo discepolo e apostolo il missionario si conforma a Cristo crocifisso e su lui solo fa affidamento per l’efficacia del suo apostolato. La Buona Novella che il missionario annunzia è Cristo morto e risorto: perciò egli dev’essere uomo dell’ottimismo, della speranza, che non si scoraggia per gli insuccessi e le lentezze dell’apostolato.
La vocazione missionaria esige dal missionario, sull’esempio
di Cristo, una radicale povertà, castità, obbedienza e rinnegamento di se stesso, per potersi fare tutto a tutti, in vista di guadagnare gli uomini al Vangelo. Questa spiritualità cristocentrica è indispensabile al missionario, che — scriveva già padre Manna (25) —

«deve presentarsi ai popoli infedeli come un altro Cristo: se non impersona Gesù Cristo, non è niente. Quando nel missionario appare l’uomo, allora egli è inefficace».

In rispondenza a queste linee, i Capitoli del 1971 e del 1977 hanno stabilito i criteri di formazione dei missionari e della loro vita e attività. La formazione spirituale degli alunni deve mirare a «far sì che Cristo viva nel futuro apostolo e possa continuare in lui la missione affidata alla sua Chiesa». L’opera di evangelizzazione 

«prima degli altri chiama in causa noi stessi e ci chiede un continuo impegno di docilità allo Spirito Santo, di conversione, di attenzione alle persone e all’ambiente circostante, di testimonianza personale e comunitaria, per essere degni annunziatori della salvezza di Cristo» (26).

Questi criteri generali sono specificati da orientamenti concreti di attuazione. Il cammino formativo deve condurre non solo ad una profonda conoscenza, ma ad una esperienza vissuta del Vangelo. Analogamente, l'opera di evangelizzazione non è anzitutto la trasmissione di un messaggio, ma la testimonianza di una vita diversa, che incarni la presenza e l'amore del Cristo agli uomini. Si sono inoltre indicati i mezzi per alimentare questo spirito nei singoli e nelle comunità (preghiere comunitarie, ecc.) e si è pure creata qualche struttura specifica (ad esempio il periodo di spiritualità durante il tempo formativo) e i sussidi di carattere spirituale nell' ambito della formazione permanente (27).

Lo sviluppo della stampa interna all'Istituto

Uno dei risultati molto positivi del Capitolo, che continua tuttora, è lo sviluppo della stampa interna dell'Istituto. Gli anni di preparazione al 1971 e di dibattito dopo il Capitolo per le Costituzioni del 1978, hanno fatto circolare molti ciclostilati, fogli, inchieste, facendo nascere bollettini interni alle singole regioni specie di missione, mandati anche alle altre regioni di Istituto. Se ne stampano oggi una dozzina, fonte preziosa di conoscenza delle situazioni e dell' attività missionaria nelle varie regioni e missioni.
A Roma, presso la direzione generale, nel 1972 si incomincia a
stampare il bollettino «Infor-Pime» (5-6 numeri l’anno) con i suoi «Quaderni di Infor-Pime» (2-3 numeri l’anno), ambedue diretti fino ad oggi da p. Domenico Colombo. Le due pubblicazioni sono nate nell’atmosfera del Capitolo post-conciliare: si voleva continuare il clima di partecipazione che favoriva il senso di appartenenza e lo spirito di famiglia nell’Istituto (28). Così

«il Capitolo, per una maggior condivisione da parte di tutti i membri dell’Istituto, ha impegnato la Direzione generale a organizzare nel miglior modo possibile un ‘‘servizio centrale di informazione e documentazione missionaria’’. Inoltre, per mantenere sempre vivi il rinnovamento e l’aggiornamento dell’Istituto, ha stabilito che nascesse una ‘‘tribuna libera di opinioni’’ attraverso un organo apposito di stampa, al quale tutti i membri potranno mandare le idee che saranno comunicate a tutti». Il gruppo incaricato di questo compito specifico (i quattro segretari tecnici della direzione generale stabiliti dal Capitolo del 1971) «è dotato della necessaria autonomia e indipendenza» (29).

In quasi trent’anni di vita, queste due pubblicazioni hanno dato buona prova, arricchendo la comunicazione e gli scambi e contribuendo alla formazione permanente missionaria dei membri dell’Istituto. Mirano ad essere non una pubblicazione curata dalla direzione generale (come «Il Vincolo»), ma una «tribuna aperta» che riporta relazioni e lettere dei missionari, stimolati a riferire problemi, esperienze, proteste, situazioni in cui vivono, riflessioni sulla missione e sull’Istituto, ecc.
1) «Infor-Pime» (finora 138 fascicoli) contiene informazioni e
relazioni sulla vita delle missioni e sui problemi dell’Istituto, con un dibattito vivace. Scrivendo i volumi sui 50 anni dell’Istituto in Brasile, Amazzonia, America e Guinea-Bissau, mi sono accorto che il materiale sull’attività dei missionari del Pime raccolto da questo bollettino è veramente prezioso. L’archivio centrale dell’Istituto (30) contiene poco sulla vita dei missionari e sull’apostolato che essi svolgono nel nostro tempo: spesso vi sono quasi solo i testi ufficiali e documenti di scarsa utilità per scrivere la storia (decreti, contratti di acquisto e progetti di costruzioni, resoconti economici, lettere su problemi personali di singoli missionari, ecc.).
Mentre in passato i missionari mandavano ai superiori o alle
riviste lunghe relazioni sul loro lavoro, oggi non scrivono quasi più: telefono, fax, internet e visite frequenti dall’Italia in missione e viceversa hanno sostituito lo scritto. Negli archivi la vita missionaria è scarsamente rappresentata. Anche le lettere che si raccolgono da parenti o amici spesso sono di natura economica o strettamente personale. Se non ci fossero le relazioni e le interviste su «Infor-Pime» (e su altre riviste dell’Istituto), del lavoro di molti missionari si saprebbe ben poco!
2) I «Quaderni di Infor-Pime», apprezzati anche fuori dell’Istituto,
sono volumetti monografici (dalle 80 alle 140 pagg.) su temi d’interesse comune: storia e attualità dei campi di lavoro del Pime, resoconti di Capitoli e consigli plenari, contributi per la formazione permanente, teologia e spiritualità missionaria, documenti delle giovani Chiese e degli altri istituti missionari, ecc. Fino al settembre 1999 ne sono stati stampati 62 (quello del marzo 1999, «Per ripensare la nostra evangelizzazione», con studi sulla missione ad gentes e gli istituti missionari, pagg. 92): rappresentano, tutti assieme, una preziosa antologia di documentazioni, problemi, situazioni, esperienze e riflessioni sulla vita missionaria in questa fine secolo.
Dal tempo del Capitolo del 1971, quand’era incaricato della
segreteria e della documentazione, il p. Domenico Colombo si è pure impegnato a curare la biblioteca centrale della direzione generale, con grande esperienza e capacità di discernimento (era già stato bibliotecario al centro missionario mons. Angelo Ramazzotti di Milano per una quindicina d’anni). Oggi è uno strumento prezioso sui temi della missione per la casa generalizia e gli studenti delle università romane. Nei fascicoli di «Infor-Pime», p. Colombo pubblica un «inserto bibliografico» con la presentazione ragionata delle ultime novità in campo missionario e temi connessi (teologia e spiritualità missionaria, temi pastorali, religioni, ecumenismo, sviluppo, dialogo, etnologia, situazioni e problemi delle giovani Chiese e dei paesi del terzo mondo, ecc.).

 

 

NOTE

[1] Mi servo soprattutto dello studio di p. DOMENICO COLOMBO: «Il rinnovamento post-conciliare del Pime», in «Quaderni di Infor-Pime», n. 16, ottobre 1979, pagg. 59-83; e poi del «Documento introduttorio, Decisioni ed orientamenti fondamentali del Capitolo», in «Documenti capitolari», Roma 1972, pagg. 1-33.
[2] Motu proprio «Ecclesiae sanctae», 6 agosto 1966.
[3] In seguito al Capitolo generale del 1965, che aveva eletto superiore Pirovano, le Costituzioni fissavano il prossimo Capitolo per dieci anni dopo, cioè nel 1975. Pirovano e la sua direzione generale decidevano che il «Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare» da celebrarsi nel 1971 avrebbe coinciso con il Capitolo ordinario, cioè sarebbe stato anche elettivo di una nuova direzione generale. Quindi rinunciavano a quattro anni di governo per chiedere una nuova elezione del superiore e dei suoi consiglieri. Il Capitolo poi rielesse mons. Pirovano per altri sei anni, fino al 1977. Dopo di allora il Capitolo generale elettivo della direzione si celebra ogni sei anni (e non più ogni dieci come in precedenza).
[4] — «Sussidi Capitolo 1971» (12 fascicoli);
— «Inchieste pre-capitolari» (due fascicoli);
— «Documento-base Capitolo 1971» («Il Pime e la missione oggi», pagg. 126) e gli «Schemi di discussione» (tre fascicoli);
— 10 fascicoli del «Centro documentazione missionaria» (CeDoMi) e altrettanti della «Commissione giuridica permanente» (CoGiuPe);
— l’opera di p. Fernando Galbiati (scritta e stampata per il Capitolo) su «La missione della Chiesa» in due volumi: «Il Pime e le diocesi» (pagg. 120) e «La missione negli anni ’70» (pagg. 80).
[5] «Il Vincolo», gennaio-aprile 1972, pag. 2.
[6] Si vedano i fascicoli dei «Quaderni di Infor-Pime» (pubblicati dopo varie consultazioni di tutti i membri): n. 8, luglio 1976 (abbozzo delle Costituzioni e del Direttorio), n. 9, dicembre 1976 (documentazione e interrogativi per il Capitolo 1977) e n. 10, aprile 1977 (secondo abbozzo delle Costituzioni e del Direttorio generale, alla vigilia del Capitolo 1977).
[7] Nelle citazioni che facciamo in tutto questo VII capitolo, il numero d’ordine significa che quel testo tra virgolette viene dai «Documenti capitolari» (Roma 1972); se non c’è numero, viene dal «Documento introduttorio» degli stessi «Documenti capitolari».
[8] Il «Motu proprio» di Paolo VI («Ecclesiae sanctae», 1966) sui Capitoli di aggiornamento post-conciliare, chiedeva orientamenti seguiti da esperienze, prima di giungere ad una legislazione definitiva.
[9] Dal «Documento introduttorio». Come già detto, quando in questo capitolo si cita un testo senza numero d’ordine, vuol dire che è dal «Documento introduttorio».
[10] «Documenti capitolari», Roma 1972, n. 72, pag. 41.
[11] Per le prelazie dell’Amazzonia il Capitolo chiede che si continui ad inviarvi personale e mezzi, mirando a costruire la Chiesa locale che sia presto autosufficiente (n. 90).
[12] Nell’inchiesta pre-capitolare («Risultati inchiesta Pime 1970», Roma, 1970, pagg. 28-29), il 6,3% dei missionari pensavano che il Pime non deve fare animazione missionaria: questo spetta solo alla Chiesa locale; il 31% che l’a.m. spetta alla Chiesa locale, ma il Pime può farla per supplenza, in attesa che le diocesi diventino autosufficienti; il 61,2% che spetta anche al Pime in modo permanente perché l’a.m. fa parte della nostra funzione attuale nella Chiesa. Si noti che fra i missionari dai 50 anni in giù molti sostenevano le prime due ipotesi; sopra i 50 erano dell’idea contraria.
[13] Il n. 168 dei «Documenti Capitolari» afferma: «Il Capitolo stabilisce che l’aggregazione dei candidati all’Istituto... si debba esprimere mediante un adeguato segno esterno, allo scopo di manifestare il valore e il contenuto ecclesiale e comunitario della loro peculiare consacrazione missionaria»; il n. 169 («Sostituzione della promessa al giuramento») continua: «Poiché tale segno può essere chiaramente e sufficientemente espresso da una promessa, e questa corrisponde meglio del giuramento alle nostre tradizioni di sacerdoti secolari e di laici alla mentalità e sensibilità dei giovani di oggi, il Capitolo decide che il vincolo di aggregazione all’Istituto sia stabilito mediante una promessa, anziché col giuramento».
[14] Vedi: PIERO GHEDDO, «Missione Brasile, I 50 anni del Pime nella Terra di Santa Croce (1946-1996)», Emi 1996, pagg. 125-129, 213-231, 327-329, 336- 340. In Brasile, come in India e in altri paesi (Filippine, Thailandia) l’Istituto ha favorito la nascita di un Istituto missionario di clero diocesano, dipendente dai vescovi locali, sul modello del «Seminario lombardo per le missioni estere».
[15] D. COLOMBO, «Il rinnovamento post-conciliare del Pime», cit. pag. 77-78.
[16] Vedi i «Documenti capitolari» citati, il capitolo V su «L’attività missionaria» da pag. 167 a pag. 220.
[17] Il p. Augusto Gianola, appassionato «cercatore di Dio» nelle foreste dell’Amazzonia (il libro delle sue lettere è intitolato «In missione per cercare Dio», San Paolo 1998, pagg. 442), che ha tentato modi nuovi e originali di presenza fra indios e caboclos, scrive più volte nel diario che ringraziava di essere entrato nel Pime, perché «nessun altro istituto mi avrebbe dato la libertà che mi hanno dato i superiori del Pime». Si veda la biografia ricavata dal diario: PIERO GHEDDO, «Dio viene sul fiume, Augusto Gianola, una tormentata ricerca di santità», Emi, Bologna 19983, pagg. 331.
[18] «Atti del Consiglio plenario», Roma 1975, pagg. 14-15.
[19] Lo studioso don Virginio Cognoli scrive (in «Infor-Pime», n. 129, ottobre 1998, pag. 8): «Marinoni navigava nella povertà più assoluta. Al vescovo di Hong Kong, mons. Timoleone Raimondi, che lo tempestava di richieste quasi con violenza: ‘‘Voglio aiuti, voglio che da Milano mi appoggiate nei servizi che debbo fare alla Cina, nei trasporti...’’, Marinoni risponde che a san Calocero non c’è nulla, si va avanti giorno per giorno e se non ci fosse l’Opera della Propagazione della fede col sussidio annuale e i soldi per i viaggi, non si saprebbe come sopravvivere».
[20] Nel capitolo VIII vedremo come questi orientamenti si sono tradotti in realtà concrete.
[21] Sassari chiude nell’ottobre 1972, Mascalucia (Catania, ottobre 1973), Ducenta (Caserta, ottobre 1978, dopo un tentativo di proseguire con le medie superiori); Genova e Sotto il Monte nel 1972. Alla fine degli anni settanta, sotto varie forme, si riaprono alcuni seminari: nell’anno scolastico 1981-1982 Treviso aveva ancora 20 alunni delle medie inferiori, Ducenta 12, Sassari 7 e Gaeta 5 («Il Vincolo», n. 134, ottobre-dicembre 1981, pag. 88); nell’ottobre 1982 a Treviso erano 22, a Ducenta 13, a Sassari 6 ed a Gaeta 3 («Il Vincolo», n. 137, giugno-dicembre 1982, pag. 64).
[22] «Il Vincolo», n. 131, novembre-dicembre 1980, pagg. 196-197.
[23] «Il rinnovamento post-conciliare del Pime», cit., pag. 82.
[24] ANGELO RUSCONI, «La formazione spirituale del missionario secondo le nuove Costituzioni e Direttorio generale del Pontificio Istituto Missioni Estere», Tesi presso la pontificia facoltà teologica «Teresianum», Istituto di spiritualità, Roma 1980, pagg. 118.
[25] «Virtù apostoliche», cit., pag. 90. Nelle Costituzioni attualmente in vigore (del 1991) «Virtù Apostoliche» è citato 44 volte.
[26] «Costituzioni e direttorio generale», Roma 1978, n. 29, pag. 34.
[27] Su questo tema si veda anche il capitolo VIII.
[28] Il 1° dicembre 1972 mons. Pirovano istituiva presso la direzione generale anche l’«ufficio ricerche storiche», di cui diremo nel capitolo VIII.
[29] Vedi «Infor-Pime», n. 12, marzo 1972, pag. 1.
[30] Sull’archivio generale del Pime vedi il cap. VIII.