PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

VIII - Il Pime diventa internazionale (1977-2000)

Le quattro Assemblee generali dal 1977 al 1995
Le Costituzioni del 1978 ritornano alle origini
Il lungo cammino verso un Pime internazionale (1965-1989)
A Tagaytay il Pime diventa internazionale (1989)
Seminario teologico unico per un Pime internazionale
«La società multiculturale è il futuro dell'umanità»
«Un Istituto che diminuisce di dieci membri l'anno»
I missionari laici del Pime (o fratelli)
Strutture formative e animazione missionaria
Maggior impegno nei mass media
Rinnovare il nostro «spirito apostolico»
Perequazione economica in una «Famiglia di apostoli»
Archivio, storia del Pime e nuove cause dei santi
Giovanni Paolo II beatifica Giovanni Mazzucconi
Il «Progetto Pime» e il coraggio di nuove missioni
 

VIII

IL PIME DIVENTA INTERNAZIONALE
(1977-2000)

Questo capitolo del libro sui 150 anni del Pime racconta il tempo attuale dell’Istituto, dal 1977 al 2000. Anni meno turbolenti dei precedenti, ma certo più problematici. La costante diminuzione delle vocazioni, il rapido e spesso radicale cambiamento delle situazioni nel mondo missionario, la scelta dell’internazionalità, l’esigenza molto sentita dai missionari di una formazione permanente, la dispersione dei missionari in tanti servizi alle Chiese locali, senza più le «missioni proprie» del passato: questi e altri fatti richiedono non facili, ma anche sempre più rapidi adattamenti.
Quello che rende difficile la vita di un Istituto esclusivamente missionario è soprattutto la debole identità della «missione alle genti», nonostante la chiarezza e la forza dei pronunciamenti ecclesiali: dal decreto «Ad Gentes» del Concilio Vaticano II (1965) alla «Evangelii nuntiandi» di Paolo VI (1975) e all’enciclica «Redemptoris missio» di Giovanni Paolo II (1990).
Oggi la «missione alle genti» risulta spesso incerta, discussa, a volte contestata; i dibattiti teologici e l’irrompere delle cosiddette «teologie del terzo mondo» minano le certezze del passato e creano disorientamento (1). La fede in Cristo unico Salvatore dell’uomo è messa a dura prova: la missione, che è opera di fede, non può non risentirne.

Le quattro Assemblee generali dal 1977 al 1995

La realtà del Pime è in continuo movimento e non è facile da descrivere. In questo capitolo ricordiamo anzitutto in modo schematico le Assemblee (o Capitoli) generali dell’ultimo quarto di secolo, che si succedono ogni sei anni; e i superiori generali che ne vengono eletti.
1) VIII Assemblea generale: Roma, 3 ottobre 1977 — 10 gennaio 1978. Di carattere ordinario (elezione della nuova direzione e affari ordinari) e speciale, cioè di «verifica» della fase di aggiornamento (dopo il Capitolo post-conciliare del 1971), per rinnovare l’attività evangelizzatrice: la maggior parte del tempo è stata impiegata per approvare i singoli articoli delle nuove Costituzioni e del Direttorio, con dibattiti piuttosto accesi e anche spaccature drammatiche, che il nuovo superiore p. Fedele Giannini ha ricomposto. Alla fine vengono votate e approvate le Costituzioni, che Propaganda Fide sanziona con la sua autorità «ad experimentum» (2). Entrano in vigore il 1 ° ottobre 1978.
L’Assemblea elegge superiore generale padre Fedele Giannini. Nato a Lucca nel 1927, missionario in Giappone dal 1954 e nel 1977 superiore regionale di quella missione (oggi è tornato a fare il parroco a Nirasaki), padre Fedele, dopo il periodo frenetico e tumultuoso dell’immediato post-Concilio, è il superiore calmo, paterno, pieno di umanità e di saggezza orientale. Dai missionari è ricordato come un padre che ha lenito molte asperità e ferite, ha composto dissidi, ha messo fortemente l’accento su quello che ci unisce e sul senso di identità dell’Istituto, che dev’essere sentito e condiviso da tutti.
2) IX Assemblea generale: Roma, 8 settembre — 14 novembre 1983. Le Costituzioni-Direttorio del 1978 sono confermate, ma si prevedono modifiche per adeguare il testo al nuovo Codice di diritto canonico (promulgato il 25 gennaio 1983). Queste modifiche ad alcuni articoli entrano in vigore il 14 maggio 1987: di particolare interesse il n. 8 delle Costituzioni, che definisce il Pime «una società di vita apostolica». L’Assemblea del 1983 lancia all’Istituto un forte «Messaggio» su « Il Pime e il suo carisma oggi» («Rivitalizzare il nostro carisma») e una «Dichiarazione sull’internazionalizzazione»: i due problemi più sentiti e discussi in quel momento (3).
Superiore generale è eletto p. Fernando Galbiati: nato a Bussero (Milano) nel 1932, sacerdote dal 1956, partito per Hong Kong nel 1957 e poi ancora parroco ad Hong Kong dopo essere stato superiore generale (4): ha visitato molto le missioni e le case dell’Istituto, animando sulle decisioni prese e ancora da prendere e preparando la prossima Assemblea generale del 1989, considerata decisiva per il futuro del Pime.
3) X Assemblea generale: Tagaytay (Filippine), 8 settembre — 21 ottobre 1989: vi prendono parte 44 delegati. Due grossi impegni preceduti da laboriosa preparazione: la revisione delle Costituzioni-Direttorio in seguito al nuovo Codice di diritto canonico del 1983 e su proposta di una commissione apposita istituita il 14 maggio 1987; la modifica del precedente articolo delle Costituzioni che sanciva l’internazionalità del Pime solo per «i paesi a maggioranza cristiana», togliendo questa clausola. Dall’Assemblea di Tagaytay escono le nuove Costituzioni-Direttorio, entrate in vigore il 1 ° ottobre 1991 dopo l’approvazione di Propaganda Fide: sono le Costituzioni attuali che si considerano definitive (5). Va notato il coraggio del precedente superiore p. Fernando Galbiati, che aveva stabilito di tenere l’Assemblea nelle Filippine contro il parere di molti: un gesto simbolico-profetico che ha orientato il Pime in un cammino di internazionalità, di mondialità.
Superiore generale eletto p. Franco Cagnasso. Nato a Susa (Torino) nel 1943, sacerdote dal 1969, redattore di «Mondo e Missione» e poi segretario per l’animazione missionaria dal 1972 al 1977 nella direzione generale di mons. Pirovano. In Bangladesh dal 1978 al 1983, eletto vicario generale di p. Fernando Galbiati nel 1983 e superiore generale nel 1989. P. Cagnasso , forte delle decisioni prese a Tagaytay, fa compiere all’Istituto il passaggio verso un rinnovamento le cui basi erano state poste nel Capitolo di aggiornamento post-conciliare del 1971-1972. La sua rielezione come superiore nel 1995 è una logica conseguenza del ruolo delicato che ha svolto in questi anni. Quando p. Cagnasso terminerà il suo secondo mandato nel 2001, il Pime , sempre tenendo fede alle sue radici, natura e identità, sarà sensibilmente diverso da quello che era fino al 1989.
4) XI Assemblea generale: Ariccia (Roma), 18 giugno — 22 luglio 1995. Scompare il lavoro delle precedenti Assemblee per le Costituzioni e il Direttorio. Rimangono i problemi sul tappeto. Gli «Atti», per la prima volta stampati in tre lingue (6), danno particolare attenzione a questi problemi: rinnovamento della nostra missione ad gentes, i laici missionari, formazione iniziale dei missionari, mass media, economia. Superiore generale è rieletto p. Franco Cagnasso, con una direzione diversa.
Va ancora notato che le Assemblee generali, dopo il grande Capitolo di aggiornamento del 1971, sono state molto più partecipate che in precedenza; hanno coinvolto, sia nella preparazione che nello svolgimento, tutto l’Istituto: non ci sono stati temi tenuti nascosti, decisioni impreviste e non preparate da ampie consultazioni e dibattiti. Così pure i «consigli plenari», che si celebravano tre anni dopo ogni Assemblea generale (e dopo il 1983 ogni due anni), e radunano con la direzione generale tutti i superiori delle singole circoscrizioni, hanno assunto negli ultimi tempi una notevole importanza per verificare il cammino percorso e decidere i problemi che sono venuti a maturazione.

Le Costituzioni del 1978 ritornano alle origini

Fin dalla prima lettera ai missionari (7) p. Giannini mette l’accento sul tema dell’identità:

«Il Capitolo appena terminato ci porta a rivedere la nostra identità, ci ricorda che per rispondere pienamente allo spirito dell’Istituto non basta essere in missione , come non basta essere sacerdoti o fratelli... Dovremmo ritrovare lo spirito e la tradizione dell’Istituto. Vorrei proprio invitare tutti ad andare a rivedere nelle biografie dei nostri ‘‘grandi’’ quali erano i sentimenti che li animavano e qual è l’eredità che ci hanno lasciato».

È un’affermazione che deriva dalle discussioni nell’Assemblea del 1977, che hanno rilevato l’importanza sempre maggiore dell’Istituto nell’azione missionaria dei suoi membri. Le novità dell’Assemblea 1977 vanno in questa direzione:
1) Il libro delle Costituzioni porta anche il Direttorio, mentre in precedenza erano due libretti separati. Le Costituzioni sono lo statuto del Pime, approvato da Propaganda Fide, che solo un Capitolo generale può cambiare; il Direttorio contiene le norme pratiche per la vita delle comunità e dei missionari, che sono importanti ma possono essere cambiate anche senza ricorrere a Propaganda. Unendo i due testi normativi, si rafforza l’immagine dell’Istituto presso i missionari, dando a tutti un volumetto a cui si ispira la propria identità, spiritualità, vita, azione missionaria.
2) Si introducono nelle Costituzioni articoli «ascetico-spirituali» (ispirati alla tradizione del Pime e ai testi ed esempi dei missionari), soprattutto tratti dai «Documenti capitolari» del 1972. Così un testo giuridico acquista anche un carattere formativo e spirituale.
3) Le Costituzioni del 1978 tornano alle nostre origini. Il padre Giuseppe Piazza, che insegna diritto canonico nel seminario teologico del Pime, scrive (8):

«Con le Costituzioni del 1978 siamo ritornati alle origini e ci si accorge di questo ritorno subito dal primo articolo: il fine dell’Istituto è l’attività missionaria, l’evangelizzazione dei popoli e gruppi non ancora cristiani... Il contenuto sostanziale di queste nuove Costituzioni è identico alle Regole del 1886 e del 1914. I cambiamenti fatti dal 1925 in poi — nel senso di ‘‘istituto religioso’’ — sono stati tutti eliminati. L’intuizione del Fondatore mons. Angelo Ramazzotti e dei primi padri, espressa nella ‘‘Proposta’’ e adattata ai tempi nel 1886 e nel 1914, riemerge di nuovo chiaramente e tutto è impostato su questa intuizione. E sono state anticipate anche molte cose che verranno sancite dal nuovo Codice di diritto canonico del 1983».

Il cammino fra le Costituzioni del 1978 e quelle del 1991, a parte le decisioni nuove prese a Tagaytay (ad esempio l’internazionalizzazione), è stato notevole anche in un altro senso: il codice di diritto canonico del 1983 ha aperto uno spazio per gli istituti missionari senza voti, catalogandoli fra le «Società di vita apostolica», categoria nuova del diritto canonico (9) che così li definisce (can. 731):

«Agli istituti di vita consacrata sono assimilate le società di vita apostolica i cui membri, senza voti religiosi, perseguono il fine apostolico proprio della società e, conducendo vita fraterna in comunità secondo un proprio stile, tendono alla perfezione della carità mediante l’osservanza delle Costituzioni».

Specialmente per le «società di vita apostolica», oggi il diritto proprio acquista importanza molto più che in passato, poiché a queste comunità la Chiesa ha lasciato vasti campi in cui organizzarsi liberamente secondo la propria natura e le situazioni concrete; una possibilità molto opportuna per adeguare l’Istituto alla varietà dei campi in cui opera. Dal 1977 ad oggi infatti, le singole circoscrizioni (regioni e delegazioni), come alcuni settori di lavoro (formazione, economia), si sono dati i propri «statuti» e strutture partecipative; e si sono moltiplicati gli incontri nazionali e internazionali dei formatori, rettori, economi, missionari laici, animatori, addetti ai mass media, ecc.

Il lungo cammino verso un Pime internazionale (1965-1989)

La decisione fondamentale presa dall’Assemblea di Tagaytay è stata di internazionalizzare il Pime , chiudendo positivamente trent’anni di discussioni e incertezze. È una svolta radicale nella nostra storia, maturata anche per rispondere ai vescovi locali delle missioni che chiedono agli istituti come il nostro di aiutarli a formare e inviare missionari fuori dei loro paesi e culture. Ecco ad esempio cosa diceva, alla riunione annuale del Comina (consiglio missionario nazionale) del 1983, il segretario della Cnbb (conferenza episcopale brasiliana), mons. Luca Moreira Neves, rispondendo all’interrogativo che gli era stato posto: «Cosa chiede oggi la Chiesa brasiliana agli istituti con carisma specificamente missionario?» (10):

«La funzione principale degli istituti missionari in Brasile è esattamente questa: stimolare il popolo di Dio perché assuma e viva la coscienza della sua missionarietà: far crescere la Chiesa locale perché diventi essa stessa capace di venire in aiuto ad altre Chiese e inviare missionari, perché siano disponibili per altre aree più bisognose... L’istituto missionario deve inoculare nel popolo il bacillo santo della  coscienza missionaria. Deve offrire a questa Chiesa locale la possibilità di preparare e mandare suoi figli agli altri popoli. L’istituto missionario compirà la sua missione quando i missionari brasiliani saranno in Giappone , in Africa, dappertutto».

I due primi superiori del dopoguerra, p. Luigi Risso (1947-1957) e p. Augusto Lombardi (1957-1964), hanno aperto il cammino avviando nostri seminari negli Stati Uniti (1952) e in Brasile (1958) e accettando nell’Istituto sacerdoti e studenti indiani di teologia provenienti da seminari diocesani (1960). Decisioni in parte non condivise dalla base dell’Istituto.
Il Capitolo del 1965 approva l’internazionalità del Pime, e ne spiega i motivi (11): nella nostra legislazione e tradizione nulla si oppone a questo passo, anche se non è mai stato compiuto; e fa voto che «la direzione pensi appena possibile a fondare l’Istituto in paesi dove siano buone opportunità per il reclutamento e la raccolta di mezzi». Mette però dei limiti alla fondazione del Pime in paesi non cristiani, problema ancora da approfondire e da maturare nell’Istituto:

«La rapida evoluzione e i radicali mutamenti delle situazioni in cui viene ad esercitarsi il lavoro missionario possono rendere utile o anche necessario quello che in passato poteva sembrare assurdo. Se un tempo si andava in missione per fondarvi le Chiese locali, può darsi che, ad un certo momento, quando queste Chiese sono fondate, si riveli utile che gli istituti missionari vi si impiantino, reclutandovi giovani del posto per formarli ad uno spirito apostolico e per inviarli ad evangelizzare, in unione con i missionari esteri...».

Dopo il Capitolo del 1965, il nuovo superiore mons. Pirovano esplora a fondo l’alternativa al diventare un istituto internazionale: proporre ai vescovi e alla conferenza episcopale italiana di riprendersi l’Istituto nato dai vescovi lombardi, perché diventi, nelle loro mani, strumento di espressione missionaria della Chiesa italiana. Ma i tentativi fatti non vanno a buon fine (vedi cap. VI).
Il Capitolo del 1971 afferma: possiamo reclutare vocazioni nei paesi a maggioranza cristiana, ma non in quelli non cristiani come l’India (dove il Pime lavora dal 1855 e dove alcuni vescovi chiedevano all’Istituto di accogliere e formare missionari indiani). Si potevano ricevere singolarmente sacerdoti e laici di qualsiasi nazionalità che avessero chiesto di entrare nel Pime, ma non fondare seminari né fare animazione e reclutamento vocazionale in paesi come l’India e il Bangladesh; si doveva invece favorire e aiutare i vescovi locali, anche in Brasile e nelle Filippine, a far nascere istituti missionari locali sul modello del Pime (cap. VII).
Il tema dell’internazionalità si dibatte soprattutto in occasione dei Capitoli, ma a poco a poco diventa argomento appassionante per tutti i membri dell’Istituto, che gradualmente si orientano verso una risposta positiva, come risulta da varie inchieste e pareri scritti sulle riviste interne («Il Vincolo» e «Infor-Pime»).
Dopo l’Assemblea del 1983 che lo ha eletto superiore generale, p. Fernando Galbiati ha lui pure tentato il ritorno al carisma originario della diocesanità italiana, avvicinando diversi vescovi e la stessa conferenza episcopale per confermare e riproporre l’offerta già avanzata da mons. Pirovano: il Pime , se volete e con formula da studiare assieme, diventa strumento di missionarietà nelle mani dei vescovi italiani. Anche Galbiati ha dovuto convincersi che la proposta non era recepita né accettata. Alla vigilia dell’Assemblea 1989 (Tagaytay, 8 settembre — 21 ottobre 1989) scrive (12):

«Il Capitolo straordinario di aggiornamento del 1971 decise di aprire definitivamente l’Istituto all’internazionalità. Questo dato di fatto, codificato nelle Costituzioni, che è ben lontano dall’essere ancora acquisito, ha già posto il Pime in un contesto di internazionalità come una risposta ad esigenze di impegno missionario che si vanno facendo sempre più evidenti».
Galbiati avverte che in questa «scelta eventuale per l’Istituto (siamo) confortati dal fatto che non saremo soli su questo cammino di rinnovamento... (per) le scelte già fatte da altri istituti simili al nostro»; e propone, mantenendo la fedeltà al carisma di «missionari ad gentes», di discutere «se questo impegno missionario non si estenda anche all’animazione missionaria di queste Chiese, in quale forma e misura e con quale aiuto pratico».

Egli coglie però nell’Istituto una resistenza alla scelta di internazionalizzare il Pime e avvia un «sondaggio» fra i membri, invitandoli a rispondere a queste due domande (lettera del 14 marzo 1989):

«1) Ritieni che l’Istituto, in via normale, debba perseguire la politica di incardinazione dei suoi membri sacerdoti nelle diocesi di origine?
2) Ritieni che l’Istituto, pur restando ancorato ai suoi principi ispiratori e alla sua autentica tradizione ecclesiale, si debba aprire all’internazionalizzazione (interecclesialità) anche in paesi di ‘‘Chiese più giovani’’, in paesi ‘‘non a maggioranza cristiana’’ o almeno in certe aree di essi?».

Alle domande rispondono in 202 (circa un terzo dei membri). Sulla «doppia incardinazione» (13) ci sono solo poche risposte positive; sull’internazionalità:
— 67 sì senza condizioni, 11 no senza condizioni;
— 87 sì ad alcune condizioni, 30 no ad alcune condizioni;
— 7 «ni» (cioè, né sì né no).
La Commissione preparatoria all’Assemblea di Tagaytay, esaminando bene le risposte, afferma che è evidente la grande maggioranza dei sì, sia numericamente che virtualmente, in quanto le condizioni poste da alcuni «sì» non inficiano il «sì» di principio, mentre in non pochi casi le condizioni di chi ha detto «no» trasformano il «no» in un «sì» in via di principio.

A Tagaytay il Pime diventa internazionale (1989)

La X Assemblea generale a Tagaytay nelle Filippine (1989) non doveva trattare la questione «inter» da capo. L’Istituto di fatto era già internazionale. Si trattava invece della clausola che limitava l’«inter» ai paesi a maggioranza cristiana: abolirla o mantenerla? Ecco la decisione (14):

«12 — Nel contesto missionario attuale sta crescendo nel Pime la coscienza di essere strumento di comunione tra le Chiese. Da sempre il nostro Istituto è portatore di valori inter-ecclesiali; oggi, giovani Chiese chiedono di condividere il nostro carisma. Il seme da noi gettato ha fruttificato al punto che ora membri delle Chiese da noi fondate domandano di essere accolti nella nostra famiglia di apostoli (15). Non possiamo rifiutare questa richiesta che riteniamo suscitata da Dio. Per questo l’Assemblea generale ha deciso di togliere la clausola che limitava l’internazionalizzazione ai ‘‘paesi di maggioranza cristiana’’; e che l’Istituto, ponendosi al servizio della comunione tra le Chiese per l’evangelizzazione dei non cristiani, accoglie e forma missionari in diversi paesi, di modo che membri di nazionalità diverse operano insieme nei medesimi compiti di evangelizzazione.
«13 — Il primo frutto di questa accoglienza è stata l’approvazione dell’internazionalità in India. Diciamo grazie ai nostri confratelli indiani: con la loro lunga e fedele attesa (16) hanno aiutato tutto il Pime a maturare in questa direzione. L’Assemblea ha dato poi mandato alla Direzione generale di aprire in Asia un centro per l’accoglienza di sacerdoti e laici asiatici che desiderassero consacrarsi alla missione ad gentes tramite l’Istituto».
I partecipanti all’Assemblea di Tagaytay si rendono conto di aver preso una decisione «storica» nel nostro cammino secolare. Il «Seminario lombardo per le missioni estere», nato per formare e mandare in missione sacerdoti diocesani di Lombardia, 139 anni dopo diventa un organismo a livello internazionale e mondiale. Negli Atti dell’Assemblea aggiungono perciò queste opportune riflessioni:

«14 — Questo comporta certo un cambiamento di mentalità e il superamento di ogni etnocentrismo. Siamo tutti coscienti che si tratta di un cammino nuovo, come quello di Abramo invitato ad uscire dalla propria terra.
15 — Tutto ciò susciterà forse sorpresa e delusione in alcuni, timorosi di mancare di fedeltà al nostro carisma originario, che ci vuole a servizio disinteressato delle Chiese locali. Siamo però convinti che questa novità è una evoluzione coerente dell’impegno che il nostro Istituto vive da oltre un secolo.
16 — La necessaria continuità in questa evoluzione va garantita con la fedeltà al nostro passato. Per questo raccomandiamo di rafforzare i vincoli con le nostre Chiese d’origine. L’essere espressione della Chiesa locale fa parte della nostra identità e va riaffermato con forza proprio in questo momento storico. Le Costituzioni ricordano a tutti, compresi coloro che entreranno nel Pime dalle giovani Chiese, che il nostro carisma deve essere vissuto in stretto rapporto con le Chiese locali. Tale rapporto va rinsaldato con tutti i mezzi disponibili e, là dove è possibile, con l’incardinazione.
17 — L’internazionalità così intesa diventa ulteriore mezzo di comunione tra le Chiese, rivelandosi un’espressione significativa di inter-ecclesialità.
18 — L’apertura all’internazionalità ci invita anche ad integrare le differenze culturali ed ecclesiali dei vari paesi d’origine. Assieme a indubbie difficoltà nelle persone singole e nelle strutture dell’Istituto, essa porterà il dono di uno scambio fruttuoso. Nella fede e nell’amore, la nostra fraternità sarà sempre più immagine della Trinità».

Per quanto riguarda l’India, l’Assemblea di Tagaytay afferma che

«iniziando un cammino di internazionalizzazione, i membri della regione indiana dovranno:
— esprimere maggiormente la loro identità di missionari del Pime, poiché essi sono per l’India i modelli viventi dello spirito dell’Istituto;
— prestare attenzione più alla qualità che al numero dei candidati, respingendo la tentazione di una facile gratificazione;
— sentire questa nuova attività come un impegno di tutti e di ciascuno, da portare avanti in comunione d’intenti e con apporti costruttivi;
— l’attività di animazione si svolgerà in Andhra (17), dove il Pime ha lavorato per lungo tempo, i vescovi sono in favore dell’iniziativa e c’è abbondanza di vocazioni».

Seminario teologico unico per un Pime internazionale

Le Costituzioni attuali del 1991 dicono al n. 10:

« Il Pime è un Istituto missionario internazionale. Ponendosi al servizio della comunione fra le Chiese per l’evangelizzazione dei non cristiani, accoglie e forma missionari in diversi paesi del mondo, di modo che membri di nazionalità diverse operano insieme nei medesimi compiti dell’evangelizzazione».

La prima lettera del superiore p. Franco Cagnasso (18) è stampata in italiano, inglese e portoghese. È il segno chiaro di una svolta radicale. Dopo l’Assemblea di Tagaytay, il Pime non è più un «Istituto italiano» con qualche piccola appendice di membri stranieri, ma diventa istituzionalmente un «Istituto internazionale» (19). Questa decisione sull’internazionalità, come scrive p. Cagnasso (20),

«è considerata la più significativa a molti di noi nell’Istituto. Ci si rende conto che può aprire la porta a notevoli cambiamenti per il futuro, che vengono visti con speranza e timore».

Dopo aver parlato degli aspetti positivi e anche dei pericoli di questa novità, il superiore afferma che

«in concreto, dobbiamo considerarci in una fase di transizione. L’internazionalità è ormai acquisita di diritto, e di fatto è stata sperimentata in questi anni. Ma il Pime non è ancora un Istituto internazionale, lo sta diventando. Culturalmente, oltre che numericamente, siamo ancora un Istituto italiano, anzi prevalentemente lombardoveneto. Questo non è un giudizio di valore ma una constatazione di fatto.
«La compattezza culturale — continua Cagnasso — ha molto facilitato lo spirito di famiglia, l’intesa fra noi sia in Italia che nelle missioni, una coesione di Istituto nonostante il ben noto individualismo che ci portiamo dietro. Tuttavia deve lasciar posto ad un qualcosa di diverso, che ci costerà fatica. Gli italiani debbono rendersi conto che l’ingresso in comunità o in missione di confratelli di altre nazionalità, esige che si faccia spazio ad altri punti di vista, altri gusti e sensibilità, altri modi di vita che vanno accolti con simpatia e con i quali bisogna avere un confronto costruttivo. Se ciò non avverrà, se ci chiuderemo a riccio in difesa dei nostri modi di fare, di parlare e affrontare le cose, i nuovi arrivati non potranno assolutamente trovarsi a casa loro e noi porremo a grave rischio la loro stessa vocazione...».

Negli anni novanta, le due direzioni generali guidate da p. Franco Cagnasso portano avanti con determinazione e coraggio alcune decisioni tese a confermare e fortificare questa scelta che, in prospettiva volta al futuro, dipinge uno scenario molto diverso da quello che conosciamo oggi. Al consiglio plenario 1991 per la prima volta è presentata (21) una «ipotesi di lavoro riguardante una teologia internazionale, che risponda meglio alla nostra situazione attuale, nel campo della formazione iniziale». Si ipotizzano due centri di studio teologico: Monza e Manila.
Infatti, dal 1995 tutti i teologi sono riuniti a Monza e poi, a partire dal 1999, parte a Monza e parte nel seminario appena costruito a Tagaytay nelle Filippine, mescolando i membri delle varie nazionalità. Un processo non facile: la chiusura (nel 1995) dei seminari teologici statunitense a Chicago, brasiliano a Florianópolis e indiano a Pune, ha causato reazioni negative nelle rispettive regioni, che s’è calmata negli anni seguenti quando i seminaristi provenienti dai paesi ricordati (e altri entrati da Filippine, Bangladesh, Birmania, dove l’Istituto non ha seminari suoi) hanno giudicato positivo il seminario teologico internazionale. Il diacono Christopher Guy Snyder (ordinato sacerdote nel 1998) diceva nel 1997:

«Io sono da pochi anni nel Pime, ma l’esperienza che facciamo noi americani nel seminario di Monza è molto bella: vivere e studiare con italiani, brasiliani, indiani e alcuni di altre nazionalità mi ha fatto capire che essere missionario vuol dire anzitutto convivere e lavorare con il diverso: non solo italiani e non solo bianchi, ma di qualsiasi razza, lingua, cultura, colore. Questo è anche una sofferenza, all’inizio costa fatica, ma poi diventa una ricchezza. Credo che Monza sia un modello per tutto il Pime che diventa internazionale».

«La società multiculturale è il futuro dell’umanità»

C’è un altro aspetto molto importante dell’internazionalità: un istituto missionario deve affrontare nel suo interno, prima che nella missione, la «multiculturalità», che è la condizione umana del futuro, in un mondo che si va «globalizzando», ma mantenendo ciascun popolo la sua identità. Il padre Giorgio Paleari racconta (22):

«Nel 1994 sono venuto negli Stati Uniti dopo 18 anni di Brasile: avevo 44 anni. In Brasile mi ero formato un’immagine negativa degli States: le multinazionali, la Cia, lo sfruttamento dei paesi poveri... L’impatto che ho avuto in America è stato invece molto positivo. Mi ha incantato questa società multiculturale, questa mescolanza di razze, lingue, culture, religioni, costumi. A Chicago si parlano 45 lingue, con un processo di confronto, di integrazione, di tensioni molto forti ma anche arricchenti. Ti accorgi che acquisti una dimensione nuova della vita: la multiculturalità, che è il futuro dell’umanità.
Nelle grandi città americane, come Chicago e anche Detroit, ci sono quartieri irlandesi, italiani, spagnoli, vietnamiti, cinesi, messicani... I quartieri messicani hanno tutto del Messico, i negozi, il folclore, le celebrazioni religiose, la lingua: quando vai nel quartiere messicano di Chicago, è meglio se parli spagnolo che inglese. La Via crucis dei messicani per le vie di Chicago il Venerdì Santo, con il folclore e la religiosità popolare che esprime, è uno spettacolo che commuove e incanta.
Negli States gli immigrati mantengono la loro identità culturale e la loro lingua, ma si dichiarano americani e sono fieri di esserlo, ciascuno a modo suo. Secondo me questo è lo ‘‘spirito americano’’: è il paese della libertà e dell’ordine, nel quale tutti hanno eguali possibilità di costruirsi il loro futuro e di essere accolti e rispettati per quello che sono.
Questa esperienza negli States — continua padre Giorgio Paleari — mi ha aperto un mondo nuovo, esaltante, perché preannunzia il futuro dell’umanità. L’America è una scuola formidabile per noi missionari, per vedere come si risolvono le tensioni che ci sono, fortissime, e come l’azione pastorale della Chiesa acquista una dimensione nuova, di inculturazione e di cambiamento. Ci sono state in passato diverse tensioni fra americani e italiani nel Pime, ma adesso stanno scomparendo. Si impara assieme come si costruisce un Istituto missionario, perché qui sei accettato come tu sei: la diversità è accettata, non solo nelle persone, ma nei cammini nuovi che queste persone ricercano e realizzano. Non c’è un modello culturale unico americano. Per me la grande sfida dell’America, e poi del mondo, è come si riuscirà ad integrare popoli diversi in un’unica società, rispettando le loro diversità: cioè il pluralismo vero, rispettoso di tutti.
Anche in campo religioso, qui tocchi con mano che il cattolicesimo è una delle religioni. Ve ne sono altre, di recente importazione che si stanno imponendo: l’islam ad esempio, in America c’è la più forte comunità islamica fuori del mondo musulmano; e poi il buddhismo, l’induismo, le sette e le ‘‘nuove religioni’’... Questa è la sfida religiosa. Qui si sperimentano le tensioni religiose, il confronto, il dialogo, gli aspetti positivi e negativi del pluralismo: anche questa è un’esperienza piena di significato per noi missionari e interessante per il Pime , nato milanese, ambrosiano, lombardo, poi diventato italiano, e che adesso si sta internazionalizzando. Un Istituto missionario solo italiano, nel mondo della ‘‘globalizzazione’’ che sta nascendo, non ha senso».

Il Pime vuol realizzare la sua internazionalità, che è pure multiculturalità e inter-ecclesialità, con lo stile dei suoi invii in missione. È interessante notare che non ci sono missioni riservate agli italiani o ai brasiliani, agli americani o agli indiani. Anzi la tendenza è di mescolare il personale di diversa provenienza culturale ed ecclesiale, sia nelle missioni che nelle regioni di Istituto. Per cui troviamo missionari americani in Giappone , in Papua Nuova Guinea, in Amazzonia, in Messico e nell'animazione missionaria in Italia; brasiliani in Guinea-Bissau, Costa d'Avorio, Giappone; indiani in Amazzonia, Mato Grosso, Papua Nuova Guinea; un bengalese in Costa d'Avorio ; nella stessa Italia e negli Stati Uniti troviamo missionari in servizio all'Istituto di varie nazionalità.
Non sempre questa integrazione in comunità di lingua e cultura diversa è facile. Ma soprattutto i giovani vanno educati, in un mondo sempre più unito, a testimoniare con la vita, proprio in un Istituto missionario che vuol annunziare Cristo a tutti i popoli ed a tutte le culture, che si può vivere fraternamente fra popoli diversi e che nella diversità ci sono ricchezze da scoprire e condividere.

«Un Istituto che diminuisce di dieci membri l’anno!»

Negli anni ottanta, anche il Pime entra gradualmente in quella «crisi di vocazioni» che ha colpito diocesi ed enti religiosi in Italia. Fino agli anni ottanta il seminario teologico dell’Istituto si è mantenuto su un numero di alunni superiore (rispetto al passato) alla media italiana e di altri istituti missionari. Dalla metà degli anni ottanta siamo entrati anche in una progressiva decadenza numerica (23).
Il padre Severino Crimella, superiore regionale a Milano e poi consigliere del superiore generale p. Giannini, così presenta la situazione alla vigilia del Capitolo generale del 1983 (24). L’Istituto ha avuto un «boom» di classi numerose negli anni sessanta e settanta. All’inizio degli anni ottanta si nota una tendenza alla diminuzione: ogni anno entrano in prima teologia circa 11-12 giovani. Non sarebbe poco, ma questi giovani non vengono più dai seminari minori bensì da ambienti secolari (pochi dai seminari diocesani): per cui, su 11-12 che entrano in prima teologia, almeno un terzo escono prima del sacerdozio.

«Diversamente che in passato — continua Crimella — i primi anni di teologia sono ancora considerati anni di ricerca e di approfondimento della propria vocazione».
Altra osservazione: «Nell’ultimo decennio l’Istituto ha tratto le sue vocazioni quasi esclusivamente dalla Lombardia e dal Veneto. Si può dire che tutte le altre regioni d’Italia, anche in quelle dove siamo presenti con una comunità, hanno fornito pochissimi elementi».

Crimella nota anche che l’Istituto è molto e positivamente conosciuto in Italia, ma se non ci sono gli «animatori vocazionali» che «accompagnano» i giovani, giungono poche reclute. E conclude dicendo che oggi il reclutamento delle vocazioni è molto più difficile e complesso di un tempo: è un dato di fatto che tutti sperimentano.
In Italia, gli ultimi 25-30 anni sono caratterizzati dal trionfo di concezioni e modelli secolarizzanti di vita, dal «sottozero demografico» alla crisi di fede e dell’associazionismo cattolico (soprattutto dell’Azione Cattolica): tutto questo si traduce in una grave riduzione delle vocazioni alla vita consacrata, che spinge istituti missionari e religiosi a «investire» personale e mezzi in continenti che presentano migliori possibilità di reclutamento (America Latina, Asia, Africa), riducendo la propria presenza in Italia. Il Pime fino agli anni novanta ha avuto un’espansione internazionale quasi nulla, continuando il suo impegno di animazione e di reclutamento vocazionale in Italia. Ma con scarsi frutti. Intanto è diminuito il personale attivo e sono aumentati gli anziani.
Il superiore generale attuale, p. Franco Cagnasso, una volta mi ha detto:

«Sapessi com’è difficile dirigere un Istituto che ogni anno diminuisce di dieci membri!».

Ecco com’è diminuito il personale del Pime (italiani e non):

 

vescovi

padri

fratelli

studenti di teologia
(dal 1990, 4 anni di studio e non 5)

1970

12

611

76

62

1975

9

624

80

58

1977

10

651

82

57

1989

vescovi e padri

565

41

36

1994

vescovi e padri

546

40

25

1998

4

502

32

35

1999

5

490

31

38 (25)

Anno 1988. Età media: dei padri 51,60 anni; dei fratelli 59,80; età media dei membri 55,12.
Anno 1994. Età media: dei padri 57,51 anni; dei fratelli 61,92; età media dei membri 57,81.

I missionari laici del Pime (o fratelli)

Negli ambienti clericali si parla a volte del laicato cattolico impegnato e qualcuno lo definisce «il gigante addormentato». Definizione azzeccata: già prima, ma specialmente dopo il Concilio Vaticano II tutti i battezzati sono stati chiamati a svolgere con la loro vita un compito missionario. Ma hanno ancora un lungo cammino da fare per impegnarsi nella missione della Chiesa. Nella «Redemptoris missio» (n. 71) si legge:

«I Pontefici dell’età recente hanno molto insistito sull’importanza del ruolo dei laici nell’attività missionaria... La missione è di tutto il popolo di Dio... La partecipazione dei laici all’espansione della fede risulta chiara fin dai primi tempi del cristianesimo, a opera sia di singoli fedeli e famiglie, sia dell’intera comunità... Il Vaticano II ha confermato questa tradizione, illustrando il carattere missionario di tutto il popolo di Dio, in particolare l’apostolato dei laici, e sottolineando il contributo specifico che essi sono chiamati a dare all’attività missionaria».

Il Pime è nato nel 1850 come Istituto missionario formato da sacerdoti e da laici consacrati a vita all’opera delle missioni. In questo quadro, il Capitolo di aggiornamento del 1971, dopo un intenso periodo di preparazione, ha discusso a lungo dei fratelli, mettendoli sullo stesso piano dei padri (vedi cap. VII):

«Il fondamento del nostro appartenere al Pime è la vocazione missionaria, che in se stessa è uguale nei sacerdoti come nei fratelli: sacerdozio e laicato sono modi diversi di attuare questa vocazione fondamentalmente uguale. La conseguenza più importante sta nel vedere i laici come missionari a pieno titolo e non come semplici cooperatori dei sacerdoti e quindi nel chiedere e nell’offrire loro un impegno che sia chiaramente e direttamente di apostolato missionario e non solo di lavoro tecnico» (26).

L’Assemblea del 1989 a Tagaytay fa un passo avanti: dà mandato alla direzione generale di istituire la «Delegazione missionari laici» (Dml), che ha lo scopo di

«meglio animare, formare e rinnovare i missionari laici, operando sempre nel quadro dell’Istituto, in collaborazione con i vari animatori e formatori. I missionari laici, sia in forma autonoma che in collaborazione con altre regioni e delegazioni, attendono a progetti del seguente tipo: sviluppo integrale; presenza-testimonianza in ambienti non cristiani, inserendosi nella realtà locale; collaborazione diretta con i padri del Pime in ogni settore d’Istituto e di missione».

La «Delegazione missionari laici» viene istituita il 1 ° novembre 1991, quando entra in vigore lo «Statuto della Dml» 27. Il primo responsabile è Fabio Mussi 28, che così presenta la vocazione dei laici del Pime consacrati a vita alla missione (29):

«Credo fermamente che la nostra scelta di vita sia ancora valida. È tramontata l’epoca in cui si indirizzava tra i ‘‘fratelli’’ l’aspirante di animo buono che ‘‘non ce la faceva’’ con gli studi teologici. Oggi missionari laici non si diventa per ripiego: la nostra scelta ha invece le sue precise caratteristiche che la rendono unica, diversa sia da quella dei preti che da quella dei volontari internazionali.
Anzitutto la scelta di vita. Ci sono delle presenze che un volontario potrà difficilmente intraprendere, perché richiedono tempi molto lunghi, oppure una preparazione troppo specifica o ancora un lavoro in situazioni ambientali o geografiche particolari. Dall’altro lato esistono ambiti (ad esempio le nazioni islamiche) dove ad un prete potrebbe essere interdetto l’accesso o comunque l’apostolato suo proprio. Il missionario laico invece cerca la sua strada anche lì.
La ‘‘Delegazione missionari laici’’ è una forma giuridica per rendere più evidenti le caratteristiche e i compiti delle vocazioni laicali a vita. In pratica è una sorta di ‘‘organizzazione’’ non territoriale, della quale fanno parte i missionari laici e i sacerdoti ad essa destinati dai superiori; ai laici che sono già membri dell’Istituto è data facoltà di aderirvi, i nuovi missionari laici invece vi saranno assegnati di norma».

Quale il cammino della Dml negli ultimi anni (30)? Il delegato attuale dei missionari laici, Ettore Caserini, così risponde (31):

«Anzitutto mi preme di dire che oggi per i nostri missionari laici abbiamo a Busto Arsizio una buona struttura formativa, sia sul piano degli studi che della formazione spirituale (32). Nell’ottobre 1999 apriamo la casa con 8 giovani che intendono diventare missionari laici a vita: 4 sono italiani e 4 vengono dalle missioni, Bangladesh (due), Papua Nuova Guinea e uno di origine vietnamita (dagli USA).
I nostri obiettivi concreti sono due e siamo ancora all’inizio, ma il cammino si prospetta buono e pieno di speranze:
a) L’inizio dell’animazione vocazionale e del reclutamento di missionari laici membri dell’Istituto nei territori di missione e una pre-formazione sul posto, prima di venire in Italia.
b) stabilire nelle missioni delle opere che siano sotto la diretta responsabilità della Dml, come personale e come finanze e direttive operative: oggi le tre scuole tecnico-industriali di Eluru (India), Dinajpur (Bangladesh) e Watuluma (Papua Nuova Guinea). Quest’ultima attualmente è al centro della nostra attenzione perché nuova: abbiamo mandato due missionari laici giovani ad aiutare Mario Fardin che è là da vari anni. Poi ci sono presenze di missionari laici nelle missioni affidate al Pime, in Brasile (a San Paolo fra i ragazzi di strada), Amazzonia, Camerun, Thailandia: di qui potrebbero nascere altre opere della Dml».

Due le istituzioni iniziate per dare all’Istituto nuove presenze missionarie laicali:
a) la «Comunità missionarie laiche» (fondate nel 1988). Sono l’equivalente dei missionari laici a vita del Pime (fratelli) in campo femminile. Fanno vita comunitaria e promessa di servire le missioni per tutta la vita nella castità, povertà e obbedienza. Sono una decina in formazione e quattro in missione in Cambogia (33).
b) l’Alp («Associazione laici del Pime») avviata nel 1991, per mandato dell’Assemblea di Tagaytay: laici (uomini e donne, sposati e non sposati) che desiderano realizzare un servizio missionario con il Pime e si impegnano in progetti nelle missioni, con un contratto di 3-5 anni, dopo due anni di formazione in Italia. Oggi sono una sessantina in formazione e 25 in varie missioni: Thailandia, Bangladesh, Camerun, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, San Paolo, Parintins e Macapá (34).

Strutture formative e animazione missionaria

Da quanto detto sopra, può sembrare che il Pime , tra seminari e delegazione missionari laici, finisca per aumentare troppo le sue strutture di Istituto, a scapito del lavoro fatto nelle missioni. È un pericolo di cui le Assemblee e i superiori di ogni grado sono ben avvertiti. Ma per cause facili da immaginare si verifica proprio il contrario. Dal 1970 ad oggi l’Istituto ha chiuso 18 seminari (35) e ne ha aperti quattro, che assieme ai tre già esistenti fanno 7.
In sintesi, nel 1970 il Pime aveva 21 seminari, oggi ne ha 7: in Italia (2), Stati Uniti (1), Brasile (1), India (2) e Filippine (1), più la casa di formazione dei missionari laici a Busto Arsizio. In tutti questi seminari (36), i giovani frequentano scuole teologiche e filosofiche esterne all’Istituto. Quindi, l’impegno di personale nei seminari è molto diminuito rispetto al passato (37).
L’animazione missionaria per le vocazioni ha abbandonato il reclutamento di ragazzi delle prime scuole dopo le elementari. Oggi si punta, in ogni paese, su vocazioni adulte, mature, seguendo a casa loro gli adolescenti che manifestano intenzione di diventare missionari e invitandoli a giornate o a «campi scuola» estivi di formazione missionaria.
Nel nord Italia l’animazione vocazionale si fa a partire dalle case di Sotto il Monte, Grugana (Lecco), Monza, Centro missionario di Milano, Santa Margherita di Roncà (Verona) e Vallio di Roncade (Treviso). Nel sud Italia a Napoli, Ducenta, Gaeta, Mascalucia e Sassari. Gli animatori lavorano fra i giovani nelle parrocchie, oratori, scuole e collegi cattolici, seminari diocesani, associazioni e movimenti, per sensibilizzare all’ideale missionario. Si organizzano incontri missionari, giornate di riflessione e di preghiera, ecc (38). Gli adolescenti sono animati per la vocazione missionaria dalle due riviste per i giovani: «I.M.» in Italia (Italia Missionaria) e «Missão Jovem» in Brasile, dove sono funzionanti i centri vocazionali di Ibiporã, São Paulo, Florianópolis, Belém e Manaus.
In Italia, strumento nuovo dell’animazione giovanile è l’associazione «Giovani e missione» (39), che manda ogni anno nelle missioni del Pime, per uno-due mesi estivi, quasi cento giovani e ragazze interessati a conoscere le missioni ed a condividere la vita di missionari e delle suore in missione (l’iniziativa è realizzata in collaborazione con le missionarie dell’Immacolata). Questi giovani sono preparati all’esperienza missionaria con una giornata mensile per tutto un anno e poi si incontrano ancora l’anno seguente per discutere le loro esperienze.
In Italia il Pime è poco diffuso sul territorio nazionale. Negli ultimi trent’anni, chiudendo i seminari, si sono tentate presenze in regioni nuove: a Chioggia, Belluno, Senigallia (Ancona), Campodoro (Padova), Foggia, Cosenza; esperienze chiuse per mancanza di personale. Chiusa la casa di Campodoro (Padova), ne è aperta un’altra a Santa Margherita di Roncà (Verona, diocesi di Vicenza). Nel 1986 si è aperta una sede a Saronno (Varese), città natale del «Seminario lombardo per le missioni estere», dove si collabora con le parrocchie svolgendo animazione missionaria. La regione meridionale ha accettato nel 1999 il piccolo santuario della Madonna dell’Abbondanza a Cursi (Lecce), in diocesi di Otranto, non molto distante da dove l’Istituto aveva negli anni settanta una parrocchia a Galatina.
L’animazione vocazionale in Italia è resa difficile dalla crisi del «sottozero demografico» italiano: ci sono sempre meno giovani... Ma non solo. Come già detto all’inizio di questo capitolo, c’è una crisi della missione ad gentes che non facilita i compiti degli animatori. Ecco cosa dice p. Vito Del Prete, superiore regionale dell’Italia meridionale nell’assemblea regionale del 1994 (Ducenta, 12-16 dicembre):

«Vi sono più missiologi oggi che in passato. Da quando il Vaticano II ha inaugurato un nuovo modo di fare la teologia e quindi l’ecclesiologia, non v’è stato teologo che non abbia voluto dire la sua sulla missione. Si è insistito molto sulla responsabilità missionaria delle Chiese e di tutti i cristiani, e giustamente. Si sono intraviste e analizzate le nuove vie dell’evangelizzazione, i nuovi ambiti, le nuove metodologie. In altre parole, c’è un gran parlare della missione della Chiesa e dell’evangelizzazione... Eppure, mai come oggi la missione e le missioni sono in crisi. Crisi di stile, di personale, di valori, di identità e, qualche volta, di fede.
Tutto questo riguarda da vicino anche noi, che stiamo facendo la nostra opera di animazione in Italia. Se si appannano e si sviliscono fino a perdere significato l’idea e l’urgenza dell’evangelizzazione ad gentes, anche noi non siamo più motivati e la nostra animazione si trascina senza convinzione, riducendosi ad un’attività indistinta e generica. Per realizzare la nostra vocazione specifica e testimoniare la verità del nostro essere dobbiamo giocare sulla validità e permanente attualità dell’invio ad gentes» (40).

Maggior impegno nei mass media

Giovanni Paolo II, nel discorso ai membri dell’Assemblea generale del Pime ricevuti in udienza l’8 luglio 1995, raccomanda (41)

«una più incisiva presenza nel campo delle comunicazioni sociali... Il vostro Istituto può già vantare in questo campo una consolidata tradizione. Sappiate continuare su questa strada...».

Il Pime si è mosso in questo senso e al consiglio plenario del 1999 a Roma (20 giugno — 4 luglio) il superiore p. Cagnasso ha potuto affermare nella sua relazione: «Lavoriamo più di prima nei mezzi di comunicazione sociale»; mentre tra le mozioni finali troviamo scritto:

«Il consiglio plenario riafferma che l’impegno di evangelizzazione ad gentes nei mezzi di comunicazione sociale è un’attività importante nell’Istituto».

Anche questo è un passaggio importante nella nostra storia. In passato (20-30 anni fa) i mezzi di comunicazione sociale (stampa e audiovisivi) erano considerati strumenti di animazione missionaria da potenziare in patria, per avere preghiere, vocazioni e mezzi per le missioni: nei paesi di missione, si diceva, occorre ci pensino le Chiese locali, noi andiamo ai non cristiani. Oggi è maturata una visione diversa, promossa da Giovanni Paolo II con la «Redemptoris Missio »: da un lato sottolineando l’importanza di questi strumenti per l’evangelizzazione (42); dall’altro richiamando gli istituti missionari al dovere di impegnarsi in questo campo:

«Le Chiese locali — scrive il Papa (RM 83) — inseriscano l’animazione missionaria come elemento-cardine della loro pastorale ordinaria nelle parrocchie, nelle associazioni e nei gruppi, specie giovanili. A questo fine vale, anzitutto, l’informazione mediante la stampa missionaria e i vari sussidi audiovisivi. Il loro ruolo è di grande importanza, in quanto fanno conoscere la vita della Chiesa, le voci e le esperienze dei missionari e delle Chiese locali, presso le quali lavorano. Occorre che nelle Chiese più giovani, che non sono ancora in grado di dotarsi di una stampa e altri sussidi, gli istituti missionari dedichino personale e mezzi a queste iniziative» (RM 83).

Dagli anni ottanta, e soprattutto nell’ultimo decennio, l’Istituto si è mosso con una certa decisione. Ecco un elenco dei fatti degni di nota:
1986 — Nasce a Florianópolis (Santa Catarina, Brasile) «Missão Jovem», fondata da p. Paolo De Coppi, che ha subito un buon successo, raggiungendo le 50.000 copie (43). Accanto alla rivista, l’editrice omonima che pubblica soprattutto sussidi per l’animazione missionaria, ma anche libri missionari.
1987 — Al Centro missionario di Milano inizia «Asia News», agenzia quindicinale d’informazione sull’Asia, con i supplementi di documentazione «Cina Oggi» e «Islam Oggi».
1990 — Il 20 giugno la direzione generale nomina una commissione con l’incarico di preparare un «Direttorio per la stampa e i mass media del Pime» e «un progetto globale dei mezzi di comunicazione sociale di tutto il Pime » (44).
1992 — A Bombay in India p. Carlo Rimondi incomincia a pubblicare il mensile «Asia Mission» per l’India.
1992 — Incontro internazionale degli operatori stampa Pime a Milano per la programmazione e il coordinamento dei mass media (30 novembre-5 dicembre) (45).
1994 — I superiori regionali del Pime in Asia, nel loro incontro a Zamboanga (1-4 marzo) non approvano il progetto di una rivista per l’evangelizzazione in Asia: pochi lettori cattolici in Asia sanno l’inglese; l’Istituto non è in grado di fare una rivista del genere, che è compito delle Chiese locali (46).
1994 — Nasce a San Paolo «Mundo e Missão», dapprima bimestrale, dall’ottobre 1999 mensile (47), con l’editrice omonima.
1995 — Per opera dei padri Raffaele Magni e Claudio Corti nasce a Detroit il centro audiovisivi del Pime americano.
1995 — Nasce al Centro mons. Angelo Ramazzotti di Milano la «Pimedit », che pubblica volumetti («Minipagine») per l’animazione missionaria.
1996 — Presso la Emi inizia la collana editoriale «Storia e vita missionaria» dell’Ufficio storico del Pime, che fino a tutto il 2000 pubblica dodici volumi.
1997 — Nasce a San Paolo, per opera di p. Claudio Pighin, il centro audiovisivi del Pime brasiliano.
1997 — Dal febbraio 1997 padre Bernardo Cervellera, già redattore di «Mondo e Missione» e poi missionario ad Hong Kong, è nominato direttore dell’agenzia internazionale «Fides», organo della Pontificia opera per la propagazione della fede (in italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo e cinese): è pubblicata quotidianamente su Internet (www.fides.org) e settimanalmente su carta. Padre Bernardo ha riportato la Fides ad un alto livello di efficienza ed ha iniziato l’edizione in cinese, che ha avuto un forte impatto (attraverso Internet) sull’opinione pubblica cinese e sulle comunità cinesi nel mondo. È in programma l’edizione in lingua araba. Fides riporta le notizie delle Chiese locali in ogni parte del mondo missionario, grazie anche ai rapporti che riceve nella centrale delle missioni della Santa Sede.
1997 — Il Pime aderisce al gruppo di istituti missionari italiani che fonda la Misna (Missionary News Agency), agenzia d’informazione missionaria quotidiana, esclusivamente su rete Internet (www.misna.org), in italiano, francese e inglese: anche la Misna ha ottenuto un buon successo nei media (specializzandosi sui paesi africani), il che dimostra le potenzialità del mondo missionario nel campo della comunicazione.

Rinnovare il nostro «spirito apostolico»

Nel 1989 padre Fernando Galbiati ricorda che secondo mons. Pirovano nel 1977 il problema più grave del Pime era la formazione degli alunni; Giannini diceva nel 1983, al termine dei suoi sei anni di superiore, che il problema più grave era «la mancanza di quello spirito di famiglia che è sempre stato considerato come una delle caratteristiche del Pime». Un anno dopo la sua elezione a superiore generale, p. Giannini scrive (48):

«Visitando le missioni spesso mi sento rivolgere questa domanda: ‘‘Come ha trovato l’Istituto? peggio o meglio di quello che si immaginava?’’. Rispondo senza esitare che ho trovato il Pime molto meglio di quello che pensavo, se si guarda l’attività, lo zelo, lo spirito di sacrificio ed anche, grazie alla Provvidenza, le realizzazioni dei nostri missionari. Ma non so proprio se si può dire altrettanto per quanto riguarda l’unità e la collaborazione tra i membri dell’Istituto, per non parlare poi del ‘‘senso’’ dell’Istituto».
Giannini accenna a «uno dei problemi più sentiti dalla direzione generale, quello della rotazione del personale. Come mai è così difficile trovare uomini che per qualche anno si sacrifichino nelle attività di animazione e di formazione?». E ricorda quel passo delle Costituzioni che dice: «L’Istituto è il luogo dove i carismi dei vari membri si fondono in armonica unità per un servizio più valido all’attività missionaria» (n. 12).

Nel 1989 p. Fernando Galbiati, al termine dei suoi sei anni di superiore generale, afferma (49) che

«il punto centrale delle nostre difficoltà attuali (sta)... nella caduta del nostro spirito apostolico come è evidenziato dalle Costituzioni (nn. 17 — 24)». Si nota «un calo di tensione del nostro spirito apostolico », che Galbiati attribuisce alla secolarizzazione e a «una poco illuminata interpretazione dei testi conciliari fatta da intellettuali e teologi che tengono banco e che arrivano a mettere in dubbio linee e direttive date dal magistero»; ed esemplifica citando sacerdoti che non recitano il Breviario, non celebrano tutti i giorni la Messa, parlano del celibato «in termini liberali...».

Anche nel Pime, come in tutta la Chiesa, negli ultimi 40 anni si è posto con drammaticità il fenomeno delle uscite dal sacerdozio e dal laicato a vita. Non si è mai fatto uno studio specifico sui numeri (certamente oltre le cento unità), le cause, i percorsi di questi missionari che hanno abbandonato. Costante atteggiamento dei superiori, e in genere dei confratelli, è stato di carità, di comprensione e di aiuto fraterno. Ricordo un episodio. Negli anni settanta, un confratello dalle missioni era in crisi di vocazione. Tornato in Italia, i superiori l’hanno mandato al Centro missionario mons. Ramazzotti di Milano per un periodo di riposo e di riflessione. È rimasto con noi un po’ di tempo, aiutandoci nel nostro lavoro. Poi ci ha lasciati e nel salutarci ci ha detto:

«Vi ringrazio di questi mesi che ho passato tra voi, per il bene che mi volete e l’aiuto che mi avete dato. Ma soprattutto perché non mi sono mai sentito giudicato».

Come il Pime tenta di ricuperare lo spirito apostolico delle sue origini? Con varie iniziative per rafforzare la vita spirituale e il senso di identità e di appartenenza ad un Istituto missionario: esercizi spirituali predicati da missionari del Pime sullo spirito e la santità nell’Istituto; visite guidate comuni di 12-15 giorni in Terrasanta, con programmi culturali e spirituali; lezioni sulla storia del Pime nell’anno di formazione, le pubblicazioni dell’Ufficio storico (vedi sotto).
Padre Franco Cagnasso ha lanciato nell’Istituto un «Anno vocazionale» (1° ottobre 1991, festa di Santa Teresa di Gesù Bambino — 18 ottobre 1992, Giornata missionaria mondiale): un anno di preghiere e di iniziative (interne ed esterne all’Istituto) per le vocazioni missionarie. Questo anno, scrive Cagnasso,

«è lo sviluppo logico della nostra continua ricerca di rinnovamento spirituale e apostolico. Unisce un’urgenza di questi tempi, che vedono diminuire le vocazioni, con una necessità di sempre, che è quella di essere fedeli fino in fondo alla nostra vocazione». Le iniziative da intraprendere «saranno numerose ed efficaci soprattutto se scaturiranno da un effettivo impegno nostro di rinnovamento e di preghiera. Esse allora saranno un invito convinto e credibile ad unirsi a noi, a partecipare al nostro sforzo; saranno già — in altre parole — una proposta vocazionale»; ed invita tutti a mettersi «in stato di rinnovamento vocazionale e in preghiera» (50).

Perequazione economica in una «Famiglia di apostoli»

Ancora padre Cagnasso richiama l’attenzione (51) su un tema ricorrente nella nostra tradizione, che definisce l’Istituto «famiglia di apostoli» («Direttorio», n. 8, 2): il che significa non solo un «solido legame oggettivo che unisce i suoi membri», ma anche il fatto che

«Cristo ci costituisce fratelli nel compito di evangelizzare e il legame che ci unisce a Lui ci unisce anche reciprocamente con una forza proporzionata alla sincerità del nostro ‘‘sì’’ e alla fedeltà alla nostra vocazione».

Il superiore generale insiste sul valore dell’«organizzazione comunitaria» e dello «spirito di famiglia che dà vita all’organizzazione e appaga emotivamente». In concreto, la direzione di p. Cagnasso , per dare importanza all’Istituto come strumento di formazione e di aiuto ai missionari in tutte le loro difficoltà, ne ha rafforzato le strutture, inventandone anche di nuove: ad esempio l’Assemblea rappresentativa interregionale (Ari) fra le regioni d’Italia (1° ottobre 1991) (52). Altre iniziative di coordinamento e di scambio a livello internazionale meritano di essere segnalate (53).
Un ultimo aspetto della «Famiglia di apostoli» è quello che riguarda l’economia, la cui gestione deve rispettare tre principi e tre criteri di gestione (54):

«a) Il Pime è una famiglia di apostoli;
b) vive in comunione;
c) è per l’attività ecclesiale di evangelizzazione.
La natura della gestione economica del Pime deve perciò assumere i seguenti criteri:
1) subordinazione assoluta ai requisiti carismatici dell’Istituto;
2) essere strumento di effettiva comunione nella partecipazione ai beni, attuando una giustizia evangelica;
3) essere segno di carità e di comunione con le Chiese povere e l’umanità».

Il Pime è passato da una grande povertà, come più volte s’è rilevato nei capitoli precedenti, ad una certa disponibilità di mezzi: questo ha permesso, negli ultimi 30-40 anni di costruire case regionali, seminari, centri missionari, e varie opere nelle missioni (come si vedrà meglio nei capitoli seguenti). Si è lavorato per creare una perequazione fra le regioni d’Istituto e aiutare di più i missionari e le missioni (anche quelle dove il Pime non c’è più). Tre i meccanismi funzionanti oggi:
1) «Il patrimonio dell’Istituto è unico e collettivo e la sua proprietà appartiene all’Istituto intero» (Costituzioni 114, 2). Principio importante per evitare che una regione o delegazione sia ricca e un’altra povera. L’Istituto è unico e il suo patrimonio unico: può essere amministrato anche localmente, ma viene usato dove maggiori sono le necessità.
2) «Il patrimonio è amministrato in un Fondo generale di Istituto e nelle singole circoscrizioni secondo le rispettive competenze, a norma del diritto universale e di quello proprio» (Costituzioni, 114, 3). «Il Fondo generale di Istituto ha lo scopo di realizzare un’adeguata distribuzione dei beni secondo le necessità e finalità dell’Istituto e di evitare accumulazione di capitali». A questo Fondo vanno le eredità e le offerte ricevute per questo scopo (cioè per il Pime in genere), in qualunque parte del mondo vengano ricevute. Ogni due anni, alla celebrazione del «consiglio plenario » (tutti i superiori di circoscrizione si riuniscono con la direzione generale), si distribuiscono le somme realizzate, per finanziare progetti presentati dalle singole regioni o delegazioni e approvati dall’assemblea dei superiori.
3) Il «Fondo Missioni» (55), a cui vanno le eredità ed offerte ricevute per le missioni senza destinazione specifica: servono per finanziare progetti nelle missioni, presentati da missionari del Pime o da vescovi dove l’Istituto lavora, o anche da altri, specie nelle missioni dove il Pime ha lavorato in passato e fondato la Chiesa locale.
È bene notare che il «Fondo Istituto» e il «Fondo Missioni» sono strumenti notevoli e originali di condivisione fra le regioni d’Istituto e con le missioni. Non si chiede, come spesso avviene in altri istituti e congregazioni, alle regioni e missioni di bastare a se stesse, a rischio di creare squilibri fra chi ha più disponibilità e chi meno. Nel Pime si è giunti, dopo anni di discussioni e sperimentazioni, a questo assetto economico conforme ai principi «Famiglia di apostoli» ed esclusività del carisma missionario. Le offerte ricevute dall’Istituto sono equamente distribuite secondo le necessità, con il controllo dei consigli plenari (ogni due anni) e dei Capitoli (ogni sei anni) sul come le singole regioni e missioni spendono quanto ricevono dal Fondo Istituto e dal Fondo Missioni.

Archivio, storia del Pime e nuove cause dei santi

Il culto delle memorie storiche è alla base della tensione verso l’aggiornamento e «il ritorno allo spirito delle origini», che caratterizza il Pime nel tempo del post-Concilio. In questa luce va vista la decisione della direzione generale di ridare vigore all’ Archivio generale e all’Ufficio storico del Pime.
L’ Archivio generale a Roma è nato ufficialmente nel 1936, per mandato del Capitolo di Hong Kong del 1934, che ne aveva incaricato padre G.B. Tragella. Fino a quel momento non esisteva un archivio degno di questo nome. Tragella raccontava che tutto il materiale esistente era conservato in uno sgabuzzino vicino all’ufficio del superiore generale a Milano,

«chiuso a chiave e solo mons. Balconi aveva quella chiave. Sembrava ci fosse chissà quale tesoro di fonti storiche ben catalogato e ordinato, mentre quando ne ho preso possesso mi sono trovato davanti a un mucchio di scatole e valigie piene di documenti, lettere, verbali, diari, relazioni, accatastati alla rinfusa».

Il primo che aveva incominciato a rovistare in questo materiale e utilizzarlo (a parte Marinoni e Scurati nel secolo scorso) era stato p. Gerardo Brambilla (missionario dalla Cina), che lavorava dagli anni venti alla stesura della sua monumentale storia dell’Istituto (56). Tragella portò tutto il materiale a Roma, dove si è stabilito dopo il 1936, e iniziò a catalogarlo e ad archiviarlo rilegando i documenti e le lettere dei missionari in una trentina di grossi volumi (di circa 1500-1600 pagine l’uno) e scrivendo anche lui i tre volumi della sua opera storica (57). Dopo Tragella (morto nel 1968), p. Francesco Frumento (missionario in Cina) continua il lavoro giungendo fino a 478 volumi di documenti e lettere catalogati e rilegati.
Nel 1986 viene incaricato dell’ Archivio generale a Roma il p. Angelo Bubani, già missionario e vicario generale a Macapá in Amazzonia (1948-1985). Egli ha ricercato, raccolto e ordinato molto altro materiale, per un totale di 1.925 volumi rilegati e scatole di documenti ancora da sistemare. Non solo, ma ha computerizzato l’Archivio compilando diversi «regesti» di documenti (note, liste, cataloghi) che ne rendono facile e rapida la consultazione; inoltre, ha visitato varie missioni per sistemare gli archivi locali e portare a Roma gli originali o le fotocopie di documenti e lettere importanti. Questo lavoro ha creato nell’Istituto una nuova sensibilità riguardo alla nostra storia. Si è iniziato il lavoro di scrivere ai parenti dei missionari per chiedere gli originali delle lettere dei missionari o fotocopie delle stesse (58).
Nel 1972, in seguito al Capitolo del 1971 che richiamava il dovere di coltivare le nostre memorie, la direzione fondava l’«Ufficio ricerche storiche», affidandolo a p. Carlo Suigo, poi a p. Francesco Frumento (1981) e dopo il 1984 a p. Alfonso Bassan (attuale postulatore dell’Istituto). Nel giugno 1994 viene a Roma come direttore p. Piero Gheddo . Da allora al 2000 l’Ufficio storico ha prodotto 11 volumi nella sua collana editoriale presso la Emi («Storia e vita missionaria») (59) e altri libri sul Pime e i suoi missionari presso altre editrici.
Dall'autunno 1997 don Virginio Cognoli di Roma si è offerto di lavorare gratis per l'Ufficio storico e sta studiando e trascrivendo al computer la copiosa raccolta di lettere di mons. Marinoni ed a Marinoni (cap. IlI). Inoltre, sono stati trascritti al computer i testi sulla fondazione dei Seminari delle missioni estere di Milano e di Roma (60); e attivati uffici di ricerche storiche nelle missioni con incaricati della storia locale (Brasile, Giappone, Hong Kong, Filippine). Nel Brasile del sud, p. Teodoro Negri ha già pubblicato in portoghese sei biografie di missionari del Pime fra i più venerati dal popolo brasiliano (Attilio Garrè, Gaziano Calogero, Aldo Bollini, Aldo Da Tofori, Augusto Gianola, Rino Nogarotto) (61).
Da questi studi e pubblicazioni è venuto lo stimolo a iniziare nuove cause di canonizzazione di grandi missionari morti in concetto di santità; non sono pochi, anche se i beati del Pime sono solo due (i martiri Mazzucconi e Crescitelli), un «venerabile» in attesa di un miracolo per la beatificazione ( p. Paolo Manna) e due «servi di Dio» ( mons. Angelo Ramazzotti e p. Clemente Vismara).
C’è sempre stata nel Pime una certa «ritrosia» a iniziare cause di canonizzazione dei propri membri: non solo dei martiri (la beatificazione di Crescitelli si deve a mons. Balconi che era stato vescovo di Hanchung in Cina; quella di Mazzucconi a p. Carlo Suigo per iniziativa del Laboratorio missionario di Lecco), ma anche di missionari la cui «fama di santità» era ed è molto solida.
Due le cause di canonizzazione iniziate negli ultimi anni: una del padre Clemente Vismara (1897-1988), il cui «processo diocesano informativo» è stato aperto dal card. Carlo Maria Martini il 18 ottobre 1996 ad Agrate Brianza (paese natale di padre Clemente) e chiuso dallo stesso il 17 ottobre 1998: padre Vismara è un missionario della Birmania (1897-1988), morto a 91 anni dopo 65 anni di missione «senza mai essere invecchiato»; è invocato come «protettore dei bambini» perché viveva con 250 orfani e orfane raccolti nei villaggi distrutti dalla guerriglia e dalle carestie.
La seconda causa è quella del dottor Marcello Candia (1916-1983), industriale e missionario laico in Amazzonia, che non era membro del Pime, ma è venerato come un figlio dell’Istituto: la sua vocazione missionaria infatti è nata da mons. Aristide Pirovano e si è realizzata a Macapá (dove ha fondato un grandioso ospedale) con i missionari del Pime, che hanno contribuito a farlo diventare santo ed a farlo conoscere e venerare: è un modello attuale di missionario laico che il card. Martini ha definito 61 Padre Ferdinando Germani si è specializzato nella pubblicazione di biografie di missionari del Pime, già segnalate nel corso di questo volume. Dal 1981 ad oggi ne ha pubblicate 10 (oltre ai libri su p. Paolo Manna): Cerqua e Pozzoni (vescovi); Barbagallo, Frascogna, Ziello, Lanzano, Vergara, Manghisi, Cavagna (padri). Si veda l’elenco completo nella bibliografia al termine di questo volume.

«un testimone straordinario, un cristiano esemplare di questa fine del secondo millennio, un modello nel nome del quale vorremmo avviarci verso il terzo millennio per incominciarlo con speranza».

La causa è stata iniziata dall’arcivescovo a Milano il 12 gennaio 1991 e chiusa l’8 febbraio 1994. Per due altri missionari stanno maturando i tempi per introdurre le cause di canonizzazione: fratel Felice Tantardini, «il fabbro di Dio» missionario in Birmania (1898-1991) e mons. Eugenio Biffi (1829-1896), vescovo di Cartagena in Colombia (1882-1896) (62).

Giovanni Paolo II beatifica Giovanni Mazzucconi

Negli ultimi superiori generali, da p. Paolo Manna in avanti, si nota il frequente richiamo al senso di appartenenza all’Istituto, alla nostra tradizione apostolica, allo spirito comunitario e di famiglia, perché i membri vi attingano stimoli e modelli che aiutino a restare fedeli alla vocazione missionaria. Alcuni avvenimenti degli ultimi tempi vanno in questa direzione: rafforzare lo spirito apostolico e l’amore all’Istituto.
Per la prima e la seconda volta un Papa visita una sede del Pime. Il 26 aprile 1981 Giovanni Paolo II è nella casa natale di Giovanni XXIII a Sotto il Monte (63). La seconda visita è quella del 13 novembre 1990 (64) alla tomba di padre Paolo Manna e al seminario di Ducenta (Caserta), per il 75° anniversario della Pontificia unione missionaria del clero e dei religiosi. Sono presenti i rappresentanti dell’Unione e varie personalità missionarie (65).
Il 19 febbraio 1984 Giovanni Paolo II beatifica il martire dell’Oceania Giovanni Mazzucconi (ucciso nel 1855). La basilica vaticana accoglie circa 3.000 pellegrini della diocesi di Milano e 600 chierichetti ambrosiani anch’essi venuti a Roma per la beatificazione di Mazzucconi. Seguono celebrazioni a Milano e a Lecco. Il solenne pontificale del card. Martini la domenica 26 febbraio, con l’arazzo di Mazzucconi sulla facciata del Duomo, porta una grande folla a stringersi attorno ai missionari del Pime, che Martini ringrazia per quello che danno alla diocesi di Milano. Il 21 ottobre lo stesso arcivescovo inaugura, fra i tanti santi e martiri, una statua di Mazzucconi sulla parete esterna di destra del duomo e nel 1989 erige una parrocchia intitolata al nuovo beato in Sesto San Giovanni.
Il 18 febbraio 1989 la congregazione per le cause dei santi emette il decreto sull’eroicità delle virtù di p. Paolo Manna, che diventa «venerabile»: è il primo missionario del Pime non martire la cui pratica delle virtù cristiane viene giudicata «eroica»; uno dei tanti che potrebbero essere riconosciuti dalla Chiesa, se il Pime avesse iniziato le cause che meritavano. Su p. Paolo Manna, in questa occasione, il superiore generale p. Fernando Galbiati scrive un lungo e documentato articolo (66), rilevandone la santità, la missionarietà e l’esemplarità per tutti i missionari.
Infine, nel cuore del nostro «Anno vocazionale», il 20 maggio 1992 un tragico avvenimento viene a confermare il cammino di santità e di martirio molto forte nella tradizione del Pime («Siamo figli di santi», scriveva padre Manna): a Zamboanga nell’isola di Mindanao (Filippine) è ucciso il p. Salvatore Carzedda, apostolo del dialogo con l’Islam (67).
P. Cagnasso scrive (68):

«Viviamo in un tempo in cui la morte violenta dei testimoni del Vangelo sembra diventare meno rara che in passato. Il Pime conta ora 18 martiri, ma solo due di loro — i beati Giovanni Mazzucconi e Alberico Crescitelli — risalgono ai primi 90 anni di vita dei Seminari missionari lombardo e romano da cui abbiamo origine, mentre tutti gli altri sono stati uccisi negli ultimi 50 anni... Paradossalmente, in tempi in cui si aspirava molto al martirio e la missione era vista in una luce che oggi appare persino troppo ‘‘eroica’’, il rischio era di fatto dovuto più alle malattie e ai disagi fisici che altro; oggi invece, nell’epoca della sicurezza (viaggi comodi, medicine, abitazioni confortevoli...) e di una visione quasi disincantata della missione, nell’epoca in cui si viene anche posti davanti all’interrogativo se i missionari stiano davvero annunciando Cristo o non piuttosto diluendo l’annuncio in cose secondarie e poco incisive, il Signore ci chiede con frequenza il sacrificio della vita, sottratta dalla violenza... C’è nella morte violenta di un missionario un senso che va colto nel mistero della sua chiamata a seguire il Signore, e che illumina il cammino dei suoi confratelli».

Il «Progetto Pime» e il coraggio di nuove missioni

L’Assemblea di Tagaytay (1989) ha invitato ogni circoscrizione dell’Istituto

«a elaborare un ‘‘Progetto Pime’’ che presenti la realtà del nostro lavoro nella sua molteplicità e organicità. Esso è da concepirsi nell’ambito di un servizio condotto sempre in comunione e dipendenza ecclesiale».

P. Cagnasso lancia fin dall’inizio il «Progetto Pime», da realizzare nelle varie regioni d’Istituto e nelle missioni (69): non possiamo accontentarci di una «mediocre routine» nel lavoro, ma occorre progettare ed avere «disponibilità al futuro». Il superiore invita le regioni dell’Istituto a

«ripercorrere ciascuna la sua storia... Una comunità vive bene quando è cosciente della sua storia ed ha idee per il domani: il presente da solo non ha forza sufficiente per tenerla unita. Ripercorrere la storia, dunque, e poi saper fotografare il presente».

Per giungere a cosa? Alla coscienza che la missione diventa sempre più complessa e le Chiese locali chiedono da noi rapidi adattamenti alle situazioni e alle necessità locali: sempre meno il servizio che i missionari stranieri possono rendere alle giovani Chiese è opera di individui, sempre più si richiede un servizio comunitario, un progetto comunitario che risponde alle necessità della Chiesa locale (70). Ecco l’esigenza, l’urgenza oggi di restare uniti, come membri dello stesso Istituto, nel lavoro che facciamo: di avere un progetto comune, che non può essere «un grande ombrello sotto cui trovano posto le scelte che ciascuno fa a suo gusto: limitarsi ad appiccicare l’etichetta ‘‘Progetto Pime’’ su ciò che ciascuno ha fatto finora mi sembra proprio sbagliato!».

«Il progetto dovrebbe invece metterci con maggior chiarezza davanti al fatto che è il Pime che si presenta a lavorare in un certo posto o ambiente. I vescovi chiedono la collaborazione dell’Istituto, non dei singoli individui; bisogna dare una risposta insieme. Ciò non vuol affatto dire che tutti facciano la stessa cosa; al contrario, deve far parte del progetto anche la capacità di offrire servizi e metodi diversi, in cui sia chiaro però il ‘‘filo conduttore’’ fatto proprio da ciascuno».

Come si vede, il «Progetto Pime» significa discutere e precisare il lavoro che in un certo paese e Chiesa locale dev’essere fatto insieme o anche dai singoli ma come Istituto, secondo il nostro carisma missionario, a servizio della Chiesa in cui ci troviamo. È un mezzo per identificare le priorità e le scelte dell’Istituto in una determinata missione o regione, unendo i membri e le forze per raggiungere quel fine: si tratta di evitare il più possibile impegni individuali non programmati comunitariamente. Questo anche perché, diminuendo il personale e aumentando l’età media dei missionari, l’Istituto si trova a dover affrontare compiti sempre più numerosi e gravosi. È quindi necessario che le forze vengano unite, si evitino dispersioni e ci sia collaborazione reciproca per lo stesso fine.
Negli incontri e assemblee degli ultimi dieci anni a tutti i livelli, in Italia e all’estero, si è parlato spesso di «Progetto Pime». Questo è servito a rafforzare il senso di appartenenza all’Istituto e migliorare la programmazione comunitaria delle attività, obbligando anche a fare delle scelte precise.
Alla crisi di vocazioni l’Istituto ha reagito, oltre che programmando meglio il lavoro e le mete da perseguire assieme, col coraggio di assumere nuove missioni. I tre superiori generali che si sono succeduti: Fedele Giannini (1977-1983), Fernando Galbiati (1983-1989), Franco Cagnasso (1989-2001) hanno aperto nuovi campi di lavoro: Papua Nuova Guinea (1980), Taiwan (1986), Cambogia (1990), parrocchie fra i cinesi in Canada e in Inghilterra (1992) (71) e missione fra gli indios Mixtecos in Messico (1993). Non è stato un coraggio da poco: l’Istituto ha dimostrato, nella sua povertà, di saper mantenere viva una spinta propulsiva che dà speranza ed è un segno di disponibilità, anche in tempi così difficili, alle richieste della Santa Sede e dei vescovi.
Come ha detto il superiore generale nella sua relazione al «consiglio plenario» del 1999 (Roma, 20 giugno — 4 luglio):

« Il Pime non s’è chiuso a riccio e non sta dormendo».

Ed elenca una serie di aperture nuove che l’Istituto ha realizzato negli ultimi anni, che lo hanno cambiato per adattarlo alle necessità della Chiesa e danno speranza per il futuro. Ecco in sintesi (vedremo meglio più avanti nei capitoli sui singoli paesi in cui il Pime è presente):

«1 — L’Istituto ha seguito l’evoluzione delle Chiese in cui opera, tentando continuamente di mantenere il proprio carisma e allo stesso tempo adattarsi alle novità che emergono. Ciò ha voluto dire atteggiamenti diversi secondo le diverse situazioni. Ad esempio ad Hong Kong, mi pare che la situazione della Chiesa locale renda più consapevoli del nostro ruolo di appoggio...
2 — Quasi ovunque è cresciuto il consenso attorno all’idea che noi siamo non solo missionari in prima persona, ma anche animatori per la missione. Ciò non sempre coincide con l’aprirsi alle vocazioni locali, può e deve esprimersi anche in altri modi...
3 — La forte richiesta (sempre sottolineata anche da Propaganda Fide) di impegno nella formazione nei seminari, dei catechisti, delle religiose, nei movimenti e per una ‘‘lideranza’’ laica ha trovato risposte consistenti. Molti confratelli hanno frequentato corsi per formatori a Roma e altrove. Il compito formativo non è più guardato con sospetto. Sono state avviate e si continua a gestire opere specifiche per la formazione e la spiritualità: catechistati in Camerun, Costa d’Avorio e Guinea-Bissau; Euntes Asian Center, Oasis of Prayer, Harmony Village nelle Filippine; Emmaus e Centro di Singra in Bangladesh; S. Cristina House in Thailandia; Centro di N’Dame in Guinea-Bissau; ‘‘Grão de mostarda’’ a Parintins. Vari confratelli sono impegnati in strutture formative diocesane o di istituti, a tempo pieno o parziale. C’è anche, lo segnalo anche se tocca solo indirettamente il tema ‘‘ad gentes’’, una maggior attenzione alla spiritualità, alla preghiera, alla formazione personale nella nostra animazione missionaria e vocazionale.
4 — Lavoriamo molto più di prima nelle città (72).
5 — Lavoriamo più di prima nei mezzi di comunicazione sociale.
6 — Abbiamo aperto altri centri, rurali e non, per i tribali, e altre iniziative missionarie in luoghi o paesi nuovi.
7 — C’è maggior accettazione, come parte della nostra missione, dell’impegno del dialogo interreligioso, realizzato attraverso alcune iniziative specifiche, ma anche all’interno delle altre attività e presenze. Continua invece ad essere quasi completamente assente l’impegno ecumenico, su cui pure non sono mancati gli appelli, ad esempio da parte del Papa.
8 — Abbiamo mandato missionari del Pime da parte di altre Chiese, oltre a quella italiana».

 

 

NOTE

[1] I tanti interrogativi che a livello popolare, anche tra i fedeli della Chiesa, molti si fanno sulla «missione alle genti» sono segno di quanto oggi la vocazione missionaria è problematica: 30-40 anni fa non si ponevano. Stiamo diventando pagani anche noi, perché partire? Vale ancora la pena di disturbare popoli che vivono bene con le loro religioni? Perché imporre ad altri le nostre credenze quando anche le loro sono buone? Non è forse vero che tutte le religioni, in un modo o nell’altro, conducono allo stesso Dio? Non sarebbe meglio che il missionario s’impegnasse per la promozione umana dei popoli e la giustizia fra ricchi e poveri, rimandando al futuro (o mettendo un po’ tra parentesi) l’annunzio esplicito di Cristo unico salvatore dell’uomo, che suscita integrismi e opposizioni?...
[2] «Costituzioni e Direttorio generale 1978», Pime, Roma 1978, pagg. 138. Approvate «ad experimentum»: cioè per un tempo limitato, fino al prossimo Capitolo che ha discusso le Costituzioni, quello del 1989 a Tagaytay nelle Filippine, da cui escono nel 1991 le ultime e attuali Costituzioni.
[3] «Atti della IX Assemblea generale», Roma 1983, pagg. 72.
[4] Nel 1999 è stato chiamato a Roma come segretario internazionale della Pontificia unione missionaria del clero e dei religiosi/e.
[5] «Atti della X Assemblea generale, Tagaytay 8 settembre — 21 ottobre 1989», Roma 1989, pagg. 58; «Costituzioni e direttorio generale del Pime, 1991», Roma 1991, pagg. 341 (in italiano, inglese e portoghese).
[6] «Atti della XI Assemblea generale, 18 giugno — 22 luglio 1995», Roma 1995, pagg. 42 per ogni lingua: stampati in italiano, inglese, portoghese.
[7] «Il Vincolo», n. 121, ottobre 1997-febbraio 1978, pag. 2.
[8] GIUSEPPE PIAZZA, «Costituzioni: cosa sono e un po’ di storia», «Quaderni di Infor-Pime», n. 48, aprile 1992, pagg. 5-16.
[9] Come già s’è detto (vedi cap. IV), il codice di diritto canonico del 1917 assimilava gli istituti missionari di clero diocesano e secolare come il Pime alle congregazioni religiose con voti, non contemplando l’invio di sacerdoti diocesani in missione. Il Seminario lombardo per le missioni estere dovette adeguare le sue Costituzioni diventando, mentre Pio XI lo univa al Seminario missionario di Roma, Pontificio istituto missioni estere (1926). Il codice del 1983 apre spazi nuovi di diritto proprio agli istituti missionari senza voti.
[10] LUCA MOREIRA NEVES, «La funzione di un istituto missionario in Brasile», «Mondo e Missione», gennaio 1984, pagg. 66-67.
[11] «3 — L’Istituto può essere internazionale», in «Atti del Capitolo 1965», «Il Vincolo», n. 87, settembre 1965, pag. 8.
[12] «Il Vincolo», n. 159, luglio-dicembre 1988, pagg. 119-123.
[13] Terminologia errata, è stato poi precisato: non si tratta di «doppia incardinazione», ma di incardinazione nella diocesi e incorporazione nel Pime.
[14] «Messaggio di Tagaytay», «Atti della X Assemblea generale 1989», Roma 1989, pag. 9-11.
[15] Tra le conclusioni del «Consiglio plenario, Roma, 15 novembre — 15 dicembre 1987» si legge (pag. 25): «10 — Sembra crescere l’esigenza che la nostra famiglia di apostoli, con le specifiche modalità che ci contraddistinguono, si apra alla Chiesa universale. I membri di diverse Chiese locali infatti esprimono il desiderio di essere partecipi di questo nostro carisma di missionari a vita. All’interno del Pime è necessaria una maggior informazione circa l’internazionalità come fatto già acquisito nell’Istituto e come prospettive che si aprono».
[16] Come già detto, all’inizio degli anni sessanta p. Augusto Lombardi ammetteva nell’Istituto sacerdoti e chierici di teologia indiani. Altri venivano ancora ammessi da mons. Pirovano alla fine degli anni sessanta: una dozzina in tutto, che hanno pazientemente atteso di veder pienamente riconosciuta la via da loro intrapresa; cioè che il Pime venisse fondato e reclutasse vocazioni missionarie anche in India. Il che è avvenuto dopo l’Assemblea del 1989.
[17] L’Andhra Pradesh è lo stato indiano del sud-est, dove il Pime ha maggiormente lavorato, fondandovi l’archidiocesi di Hyderabad e cinque diocesi (Vijayawada, Warangal, Nalgonda, Eluru, Kammameth).
[18] «Il Vincolo», n. 162, luglio-dicembre 1989.
[19] Per lo svolgimento del dibattito e le decisioni dell’Assemblea di Tagaytay si veda: DOMENICO COLOMBO, «L’internazionalità alla X Assemblea di Tagaytay», «Quaderni di Infor-Pime», n. 44, marzo 1990, pagg. 5-16. Si veda pure: «Atti della X Assemblea generale, Tagaytay, 8 settembre — 21 ottobre 1989», Roma 1989, pagg. 58.
[20] «Aprirsi all’internazionalità», «Il Vincolo», n. 163, aprile 1990.
[21] «Il Vincolo», n. 175, gennaio-marzo 1993, pagg. 16-17.
[22] PIERO GHEDDO, «Missione America, I 50 anni del Pime negli Stati Uniti, Canada e Messico (1947-1948)», Emi, Bologna 1998, pagg. 139-142.
[23] Il seminario teologico (nei suoi cinque anni di studio) aveva 50 alunni italiani nel 1977; nel 1983 erano 42; nel 1989 36; nel 1994 (con quattro anni di studio) 19; nel 1998 15. Negli anni novanta sono arrivati gli studenti di teologia di altre nazionalità a dare più consistenza al seminario teologico.
[24] «Il Vincolo», n. 138, gennaio-aprile 1983, pagg. 10-15.
[25] Nel giugno 1999 incomincia il secondo seminario teologico del Pime a Tagaytay nelle Filippine: 30 studenti sono a Monza, 8 a Tagaytay. Buone speranze danno i seminari filosofici e dell’anno di formazione (per gli italiani a Roma, accanto alla direzione generale, e poi a Detroit, Brusque e Pune), dove si nota, anche in Italia (purtroppo non ancora in USA), un aumento di vocazioni.
[26] «Documento introduttorio» dei «Documenti capitolari», Roma 1972, nn. 52-53. Sull’evoluzione dei fratelli nel Pime si veda: «Missionari laici Pime per il rilancio della propria vocazione», «Quaderni di Infor-Pime», n. 46, aprile 1991, pagg. 95.
[27] «Il Vincolo», n. 170, ottobre-dicembre 1991, pagg. 201-207.
[28] Fabio Mussi è stato missionario in Costa d’Avorio. Dopo di lui, dal 1o settembre 1998, superiore della Dml è Ettore Caserini, missionario in Bangladesh.
[29] ROBERTO BERETTA, «Missionari laici, Vangelo quotidiano», «Mondo e Missione», marzo 1993, pagg. 174-175.
[30] FABIO MUSSI , «La Dml nel triennio 1994-1997», «Infor-Pime», gennaio 1998, pagg. 6-18; «La programmazione della Dml per il triennio 1997-2000», «Il Vincolo», n. 188, dicembre 1997, pagg. 150-153; vedi numero di «Infor-Pime» dedicato ai missionari laici, n. 124, novembre 1997, pagg. 5-27.
[31] Intervistato il 23 settembre 1999.
[32] BRUNO BRUGNOLARO, «Formazione dei missionari laici: riflessioni ed esperienze», «Infor-Pime», gennaio 1988, pagg. 19-27; ALDO DI CATERINO, «Quale impegno e formazione per i laici nella missione?», «Infor-Pime», giugno 1996, pagg. 32-37.
[33] FRANCO CAGNASSO , «Laiche missionarie a vita», «Infor-Pime», maggio 1989, pagg. 15-19; «Convenzione tra le Comunità missionarie laiche (Cml) e il Pime », «Il Vincolo», n. 185, dicembre 1996, pagg. 137-138.
[34] FABIO MUSSI , « Il Pime e i laici con impegno missionario a tempo determinato», «Infor-Pime», dicembre 1995, pagg. 33-42; P. GHEDDO, «Alp femminile al Mocambo», «Infor-Pime», giugno 1996, pagg. 27-31.
[35] Italia settentrionale: Milano (teologico), Treviso, Vigarolo (Lodi), Genova, Firenze, Sotto il Monte (Bergamo), Cervignano (Gorizia). Nel nord Italia oggi sono aperti il seminario teologico internazionale di Monza (quattro anni prima del sacerdozio) e la casa di formazione dei missionari laici a Busto Arsizio (Varese).
— Italia meridionale: Sassari, Aversa (Caserta), Gaeta, Mascalucia (Catania), Ducenta (Caserta). A Roma si è iniziato il seminario filosofico, con l’anno di formazione per gli alunni italiani (prima della teologia).
— Stati Uniti: Newark (Ohio), Oakland (New Jersey), Maryglade (Michigan) e Chicago. Rimane aperto il «College» di Detroit (Michigan), per filosofia e anno di formazione.
— Brasile: Palhoça e Florianópolis (Santa Catarina), Londrina (Paranà), Assis (San Paolo). Rimane aperto il seminario di Brusque (Santa Catarina) per filosofia e anno di formazione.
— India: si sono aperti i due seminari di Eluru (Andhra Pradesh) e di Pune (Maharashtra): il primo propedeutico, il secondo per filosofia e anno di formazione.
— Filippine: dall’ottobre 1999 è aperto il seminario teologico internazionale a Tagaytay ( 50 km . a sud di Manila).
[36] Eccetto a Monza dove dal luglio 1987 c’è la scuola teologico-missionaria del Pime affiliata alla Pontificia università urbaniana di Roma («Il Vincolo», n. 154, luglio-settembre 1987, pagg. 122-124).
[37] «Situazioni e problematiche formative, Incontro formatori Pime, gennaio 1989», «Quaderni di Infor-Pime», n. 43, maggio 1989, pagg, 68; ILARIO TROBBIANI, «L’itinerario formativo dei sacerdoti del Pime », «Il Vincolo», n. 167, marzo 1991, pagg. 36-43. «Incontro formatori di filosofia e teologia nei seminari del Pime, Pune (India), 21-28 gennaio 1995», «Il Vincolo», nn. 180-181, ottobre 1994-febbraio 1995, pagg. 35-41; CARLO SCAPIN, «Incontro formatori a Pune», «Infor Pime, giugno 1995, pagg. 13-16.
[38] «Identità e compiti del missionario del Pime oggi in Italia, Assemblea generale regione Italia nord, 6-9 settembre 1982», «Quaderni di Infor-Pime, n. 26, ottobre 1982, pagg. 96.
[39] ALBERTO CACCARO e ANDREA ZANIBONI, «Giovani e missione», «Mondo e Missione», maggio 1999, pagg. 31-46.
[40] «Il Vincolo», nn. 180-181, ottobre 1994-febbraio 1995, pagg. 66-67.
[41] «Il Vincolo», n. 182, settembre 1995, pagg. 114-116.
[42] «I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Le nuove generazioni soprattutto crescono in modo condizionato da essi» (RM 37).
[43] PIERO GHEDDO, «Missione Brasile», Emi, Bologna 1996, pagg. 247-249.
[44] «Il Vincolo», n. 164, giugno 1990, pag. 69.
[45] «Il Vincolo», n. 174, ottobre-dicembre 1992, pagg. 172-176.
[46] «Il Vincolo», n. 175, gennaio-marzo 1993, pagg. 7-8; «Il Vincolo», n. 178, gennaio-marzo 1994, pagg. 25-27.
[47] «Missione Brasile», cit., pagg. 249-252.
[48] «Il Vincolo», n. 124, gennaio-maggio 1979, pag. 2.
[49] Lettera per convocare la X Assemblea generale del 1989 («Il Vincolo», n. 15, luglio-dicembre 1988, pagg. 119-123).
[50] «Il Vincolo», n. 168, giugno 1991, pagg. 59-62.
[51] «Il Vincolo», n. 170, ottobre-dicembre 1991, pagg. 171-176.
[52] La I Ari si è riunita nel 1992 al Ciam di Roma (26 gennaio — 8 febbraio), «per un ripensamento della nostra presenza in Italia», attraverso il coordinamento delle attività fra le due regioni italiane» («Il Vincolo», n. 171, gennaiomarzo 1992, pagg. 29-42).
II Ari, Paestum (Salerno), 22-26 settembre 1993. «Il Vincolo», n. 177, settembre- dicembre 1993, pagg. 118-119. Lo «Statuto interregionale», pagg. 119-129 (modifiche nel Vincolo n. 189, aprile 1998, pagg. 36-37).
III Ari, Collevalenza (Perugia), 25-28 ottobre 1994.
IV Ari, Ariccia (Roma), 24-27 ottobre 1995, «Il Vincolo», n. 183, dicembre 1995, pagg. 271-286.
V Ari, Ducenta, 19-21 novembre 1996.
VI Ari, Milano, 25-27 novembre 1997.
VII Ari, Ducenta, 23-26 novembre 1999.
[53] La delegazione generalizia, per i membri che fanno parte e collaborano alla direzione generale dell’Istituto (1o ottobre 1991, per mandato dell’Assemblea di Tagaytay);
la delegazione dei missionari laici (1° novembre 1991);
gli incontri a livello nazionale e internazionale fra gli economi, i formatori, gli operatori nei mass media, gli animatori vocazionali;
le due assemblee continentali finora realizzate: l’«Assemblea pan-brasiliana» (Rio de Janeiro, 25 luglio — 5 agosto 1996); e «pan-africana» (Bissau, 19 — 25 gennaio 1998);
la pubblicazione di «Direttori» per l’economia e la formazione;
Interessante anche l’inchiesta sul Pime fatta dal’Isfod (Istituto formazione dirigenti) di Modena nel 1995, in preparazione all’Assemblea generale di Ariccia. Ne è risultata una visione e valutazione dell’Istituto dal punto di vista delle scienze umane (così come si può chiedere ad un economista di valutare se è amministrato bene il denaro). Esperienza utile e stimolante, anche se prescindeva dagli elementi teologici e spirituali della vita di un Istituto missionario.
[54] «Direttorio generale dell’economia, Principi, Io fascicolo», Roma ottobre 1993, pagg. 6-7. Il Direttorio generale dell’economia è stato varato nel maggio 1990 («Il Vincolo», n. 164, giugno 1990, pag. 70) ed è entrato in vigore il 1 ° ottobre 1991, con lo «Statuto del Fondo generale di Istituto». GIOVANNI GADDA, «Economia a servizio della missione», «Quaderni di Infor-Pime», n. 53, novembre 1994 («Verso la XI Assemblea generale»), pagg. 48-55.
[55] «Il Vincolo», n. 183, dicembre 1995 (supplemento per il consiglio plenario speciale di Ariccia, 25-26 luglio 1995), pag. 8.
[56] G. BRAMBILLA, «Il Pontificio Istituto Missioni Estere e le sue missioni», cinque volumi (già citati, si veda la bibliografia al termine di questo libro) pubblicati fra il 1940 e il 1944 per complessive 2.800 pagine circa (è morto prima di finire e pubblicare i due volumi sulle missioni in Cina): un’opera notevole per la vastità del materiale raccolto. Brambilla, già missionario in Cina, non aveva però nessun senso archivistico. Per citare le lettere dei missionari nei suoi volumi, non le ricopiava ma mandava l’originale in tipografia, a volte ritagliando solo le parti che interessavano. «Così, diceva Tragella, di certe lettere o documenti non abbiamo più l’originale in archivio, ma solo la citazione che ne ha fatto Brambilla».
[57] «Le Missioni Estere di Milano nel quadro degli avvenimenti contemporanei», tre volumi che coprono il periodo dal 1850 al 1901 (già citati), per circa 1.300 pagine complessive, pubblicati fra il 1950 e il 1960.
[58] Per dare un’idea di quanto grande e importante sia questo lavoro, basti dire che di p. Clemente Vismara (missionario in Birmania dal 1923 al 1988), fino al 1993 l’ Archivio generale aveva circa 250 lettere. Dopo che si è iniziata la sua causa di canonizzazione e si è scritto a parenti, amici e benefattori, oggi l’Archivio è entrato in possesso di più di 2.000 sue lettere!
[59] I 50° anniversari di alcune missioni sono ricordati con volumi di PIERO GHEDDO: «Missione Brasile» (1996, pagg. 383), «Missione Amazzonia» (1998, pagg. 482), «Missione America» (Stati Uniti, Canada, Messico, 1998, pagg. 176), «Missione Bissau» (Guinea-Bissau, 1999, pagg. 459). L’Ufficio storico ha poi pubblicato la prima edizione critica delle lettere ai missionari di p. PAOLO MANNA («Virtù Apostoliche», 1997, pagg. 460); PIERO GHEDDO, «Dai nostri inviati speciali, 125 anni di giornalismo missionario, da Le Missioni Cattoliche a Mondo e Missione, 1872-1997» (1997, pagg. 124). Inoltre: lo studio di GIUSEPPE BUTTURINI su «Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione», che p. Manna mandò a Propaganda Fide dopo il viaggio in Oriente del 1927-1929: «Le missioni cattoliche in Cina fra le due guerre mondiali» (1998, pagg. 334); AMELIO CROTTI, «Noè Tacconi (1873-1942), Il primo vescovo di Kaifeng (Cina)», 1999, pagg. 368; MAURO COLOMBO, «Aristide Pirovano, Il vescovo dei due mondi», 1999, pagg. 382. Infine: entro il 2000 sono pubblicati il presente volume e una scelta dei documenti di fondazione dei Seminari per le missioni estere di Milano (1850) e di Roma (1874) e della loro unione nel Pime (1926): a cura di p. DOMENICO COLOMBO e don VIRGILIO COGNOLI, con note storico-critiche; e la biografia di mons. Angelo Ramazzotti di Angelo Montonati.
[60] «Inizi del Seminario lombardo per le missioni estere, Documenti d’archivio 1849-1854», tre volumi per 641 pagg. complessive (per opera di Marcella Massimi); «Inizi del Pontificio seminario dei ss. Apostoli Pietro e Paolo per le missioni estere, Roma, Documenti di fondazione 1865-1888», in due volumi per 554 pagg. ( p. Giuseppe Gariboldi). Il p. Paolo Pivetta ha messo al computer tutti i testi sull’unificazione dei Seminari missionari di Milano e di Roma nel 1926.
[62] Nel 1996 l’arcivescovo di Cartagena, mons. Carlos José Ruiseco Vieira, nel centenario della morte del «vescovo santo» suo predecessore, ha formato un comitato diocesano per iniziare la sua causa di canonizzazione.
[63] «Il Vincolo», n. 132, gennaio-maggio 1981, pagg. 17-23.
[64] «Il Vincolo», n. 166, dicembre 1990, pagg. 187-189.
[65] « Giovanni Paolo II a Trentola Ducenta (Caserta), Pime, Trentola-Ducenta, 1990, pagg. 86.
[66] «Il Vincolo», n. 160, gennaio-marzo 1989, pagg. 28-39.
[67] Pochi anni prima, l’11 aprile 1985, fu ucciso a Tulunan nell’isola di Mindanao il p. Tullio Favali. Si veda: PIERO GHEDDO, «Filippine, il dono della vita», «Mondo e Missione», marzo 1986, pagg. 161-183. Vedi l’elenco dei martiri del Pime in appendice.
[68] «Il Vincolo», n. 172, aprile-giugno 1992, pagg. 55-58.
[69] «Il Vincolo», n. 165, settembre 1990, pagg. 111-115.
[70] Si vedano più avanti in questo libro i capitoli sulle singole missioni affidate all’Istituto; ma anche le relazioni dalle missioni che i relativi rappresentanti presentano alle ultime Assemblee generali dell’Istituto: « Il Pime in bianco e nero, Relazioni delle regioni alla IX Assemblea», «Quaderni di Infor-Pime», n. 30, gennaio 1984, pagg. 136; «Verso la XI Assemblea generale, Questioni e documentazione per riflettere, dialogare e proporre», «Quaderni di Infor-Pime», n. 53, novembre 1994, pagg. 108; «Verifica di una famiglia di Apostoli, Relazioni delle circoscrizioni di missione alla XI Assemblea generale», «Quaderni di Infor-Pime», n. 55, novembre 1995, pagg. 161.
[71] L’apostolato fra i cinesi in Canada e Inghilterra assunto però come impegno non di Istituto, ma «ad personam» per i due missionari messi a disposizione dei vescovi locali che li avevano richiesti.
[72] P. Cagnasso aggiunge: «C’è stata una levata di scudi quando si è incominciato a dire che la missione andava verso la città. Qualcuno ha gridato allo scandalo, ad un Pime che rinunzia agli ultimi. Ma quando davvero le città hanno cominciato ad ingigantirsi sotto i nostri occhi, quando abbiamo visto che la gente dei nostri villaggi si perdeva nelle periferie squallide e disumane, quando s’è visto che andare in città voleva dire dedicarsi agli ultimi e alla fondazione di comunità cristiane, allora le obiezioni e le paure sono cadute e si è trovato chi era pronto ad andare non per stare comodo, ma per seguire le genti...».