PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO   IL NOSTRO PROGETTO DI VITA
P.I.M.E.
1850-2000
150 ANNI DI MISSIONE

EMI 2000

I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII XIX XX XXI XXII XXIII XXIV

IX - Da 145 anni nell'India dei poveri (1855-2000)

Nel vicariato apostolico di Hyderabad (1855)
Domenico Barbero: il «bramino cattolico» (1856)
Apocalittico maremoto a Masulipatam (1864)
Lo «scisma di Goa» e le cappellanie militari (1860-1870)
Domenico Barbero primo vescovo del Pime (1870-1881)
Il vescovo Pietro Caprotti (1882-1897) va ai non cristiani
Hyderabad alla conquista della popolazione telegu (1887)
Mons. Pietro Viganò (18971908) visita i villaggi telegu
I missionari alle prese con le discriminazioni di casta
«Dove trovo così tanti catechisti e come mantenerli?»
Mons. Dionigi Vismara e la liberazione dei «dalit» (1909-1948)
Silvio Pasquali e le «conversioni in massa» dei fuori casta
«Perché si convertono a Cristo?»
Bezwada «terra promessa del cristianesimo in India» (1933)
Fatimanagar, la città cristiana dalla foresta (1953)
«Il vescovo Beretta si identifica con i poveri» (1951-1985)
L'epopea delle «conversioni di massa» a Warangal (1953-1970)
Augusto Colombo: migliorare la vita dei fuori casta
«La promozione dei poveri è problema di educazione»
Ambrogio De Battista: un vescovo realizzatore (1951-1971)
Il seminario di Nuzvid: 620 ragazzi, 112 sacerdoti
Carlo Merlo: «Dharmaraja, il re della carità»
Diodato Desenzani pionere nella medicina missionaria
Mario Fumagalli, Carlo Bonvini, Luigi Pezzoni
Giorgio Bonazzoli: un missionario fra gli indù a Benares
John Subramaniya: da bramino a prete cattolico
Il Pime a Bombay: parrocchia e «Lok Seva 'Sangam» (1966)
Dal 1989 il Pime aperto alle vocazioni dall'India

IX

DA 145 ANNI NELL’INDIA DEI POVERI
(1855-2000)

I primi otto capitoli di questo libro sono dedicati alla storia dei due Seminari missionari di Milano (1850) e di Roma (1871) e alla loro unione voluta da Pio XI nel 1926 per dare origine al Pime; con il presente capitolo IX entriamo nella storia delle missioni affidate all’Istituto, riprendendo il discorso dalle origini fino al nostro tempo.
Dopo il fallimento della missione d’Oceania nel 1855 (capitolo II), il nascente Seminario lombardo per le missioni estere attraversa una breve ma profonda crisi. I missionari che a Milano si preparavano ad andare in Oceania per aiutare i confratelli, fermi a Sydney in attesa di decisioni, erano pronti a partire al più presto: si poteva ripetere il tentativo in isole diverse, nelle quali gli indigeni dessero maggiori garanzie di apertura. Anzi, sarebbero già partiti prima del 1855 se il cardinale di Propaganda, Filippo Fransoni, non avesse giudicato inopportuna la partenza, «per non crescere senza pro il numero delle vittime». Fransoni proponeva «una missione men difficile e perigliosa»: l’India.
Mons. Ramazzotti, Fondatore e vescovo di Pavia, che seguiva da vicino la sua creatura per incarico dei vescovi lombardi, scrive a Propaganda comunicando i nomi di dieci sacerdoti pronti a partire (sette di Milano, uno di Lodi, uno di Trento e uno di Ivrea) e di due «catechisti»; e aggiunge: «Col disporre di san Calocero come di cosa del Santo Padre e di Propaganda, ella fa al Collegio ed a me il più grande favore». Il Seminario lombardo non ha progetti suoi, si mette totalmente nelle mani della Santa Sede (1).
Il Papa e Propaganda prendono alla lettera questa disponibilità. Nel 1855 incomincia la «grande dispersione», che ha finito per dare un’impronta diversa da quella dell’origine al Seminario missionario (2): in quattro anni (1855-1858), per obbedire a inviti di Roma, i missionari partono per tre missioni in India e tre in altre parti del mondo:
— Hyderabad, India del centro-sud (due padri nel 1855 e altri due nel 1857)
— Bengala, India dell’est (tre padri e un fratello, 1855)
— Agra, India del nord (quattro padri e due fratelli, 1856)
— Cartagena in Colombia (due padri, 1856) (3)
— Manila e Borneo (quattro padri — due da Milano e due dall’Oceania — e un fratello, 1856)
— Hong Kong (tre dal Borneo, 1858).

Nel vicariato apostolico di Hyderabad (1855)

Alla metà del secolo scorso l’India politicamente e commercialmente era sotto il controllo degli inglesi attraverso la «Compagnia delle Indie», ma non ancora dominata e colonizzata come dopo il 1858, quando, in seguito alla rivolta dei «sepoys» o truppe indigene nel 1857 (che in India è definita «la prima guerra d’indipendenza»), il governo londinese abolisce la Compagnia delle Indie e assume il controllo militare e amministrativo del paese (nel 1876 la regina Vittoria è proclamata imperatrice delle Indie). In questo periodo il cristianesimo, religione dei dominatori, conosce un momento favorevole per le Chiese e le società missionarie anglicane e protestanti che, come vedremo anche per il Bengala, hanno preceduto quasi ovunque i missionari cattolici (eccetto in Kerala, a Goa e in altri territori del sud già evangelizzati da secoli dai portoghesi).
La Chiesa cattolica in India era in grave ritardo perché dipendeva dal patriarca di Goa e dal «Padroado» e si era giunti al blocco quasi totale dell’evangelizzazione dei non cristiani. Le quattro diocesi latine del patriarcato di Goa in India erano state per lungo tempo senza vescovo: Cranganore e Cochin dal 1777 e 1778, Mylapore dal 1820, il patriarcato di Goa dal 1831 fino al 1938! E questo per colpa e disinteresse dei governi anti-clericali di Lisbona.
Propaganda Fide aveva già eretto il vicariato apostolico del nord India, Tibet e Nepal nel 1696, in regioni molto lontane da Goa, affidandolo ai gesuiti e, dopo la soppressione della compagnia di Gesù, nel 1773 ai cappuccini. Ma nell’India del centro-sud aveva rispettato il patriarcato di Goa, che però era del tutto inefficiente. Tanto più quando i troppi preti del patriarcato (circa 400), senza proiezione missionaria verso l’esterno, erano decaduti nella disciplina e nella vita morale, dando origine a lotte e scandali. Nel 1831 Propaganda crea i tre vicariati apostolici di Malabar (1831), Madras (1832) e Calcutta (1834); poi altri due nel 1836 a Pondicherry ed a Madurai e nel 1845 quelli di Hyderabad e di Visakhapatnam, passando sopra ai privilegi del Padroado e ridando vitalità alla Chiesa dell’India. Il concordato fra Santa Sede e Portogallo del 1857 mette alle strette il governo di Lisbona e, senza che la Santa Sede lo dichiari, essa riprende un po’ della sua libertà di nominare vicari apostolici in India.
Incomincia in questo periodo la lotta del patriarcato di Goa contro i vicari apostolici di Propaganda Fide e i loro missionari, fino al cosiddetto «scisma di Goa» che, nel vicariato di Hyderabad affidato al Seminario lombardo, dura fin verso la fine del secolo. I preti di Goa, diffusi nelle antiche comunità cristiane, non riconoscevano l’autorità dei vicari apostolici, dal pulpito li proclamavano «eretici», esortavano i fedeli a non seguirli... (4).
Dal 1845 Hyderabad aveva un vicario apostolico inglese, mons. Daniele Murphy (5), che disponeva solo di alcuni sacerdoti diocesani inglesi e irlandesi, ma senza garanzia di continuità. Chiede a Propaganda di mandargli dei missionari e nel giugno 1855 arrivano i padri Domenico Barbero e Francesco Pozzi, che Murphy e i suoi preti accolgono con grande cordialità.
Pozzi rimane a Secunderabad, il quartiere inglese e militare di Hyderabad, centro della missione nello stato del Nizam (6); e Barbero va a Masulipatnam, centro della missione nel territorio dipendente dalla Compagnia delle Indie e poi dal governo inglese. Hyderabad aveva circa 3.500 cristiani, Masulipatnam 500, dispersi in piccole comunità nella massa indù e musulmana.
Alla metà del secolo scorso, le missioni in India non erano intese per l’evangelizzazione dei non cristiani, ma come assistenza ai cattolici inglesi, irlandesi, keralesi e goanesi sparsi in tutto il paese a servizio della Compagnia e del governo di Londra. Ad Hyderabad i missionari di Milano (e anche in Bengala, come vedremo nel capitolo seguente) rompono questo schema e si orientano verso le popolazioni non cristiane. Nel vicariato di Hyderabad c’erano anche piccoli nuclei di battezzati «di casta», che condizionano la missione per lunghi decenni. I missionari infatti, per poter evangelizzare «quelli di casta», dovevano astenersi dall’avere rapporti con le basse caste e i «paria» (7). Solo dopo la prima guerra mondiale, specie dopo la fondazione della diocesi di Bezwada (Vijayawada), si sviluppa la missione fra i fuori casta, con notevoli successi (8).

Domenico Barbero: il «bramino cattolico» (1856)

Nel gennaio 1856 p. Barbero si veste come un bramino indiano per presentarsi come «bramino d’Europa»: veste talare bianca, berretta rossa, larga fascia rossa, scarpe rosse o sandali e lunga canna in mano; e si stabilisce a Chandragudem nel distretto del Krishna (oggi diocesi di Vijayawada). Si rivolge alla gente di casta e si fa benvolere per la sua carità e la cura dei malati, ma si sente spesso dire che «non ci sono cristiani nella nostra casta». Nel settembre 1856 costruisce una cappella e la sua residenza e battezza un’anziana catecumena ben preparata. Ma l’apostolato fra la gente di casta ha scarsi risultati. Dopo nove mesi, quando mons. Murphy lo richiama ad Hyderabad, aveva solo venti persone che lo seguivano.
Il vicario apostolico destina Barbero a Secunderabad per attendere agli europei e specialmente ai soldati cattolici come cappellano militare. Ma intanto egli continua il tentativo di apostolato fra gli indiani di casta a Chintakonda presso Hyderabad: anche qui con scarsi risultati. Nel frattempo p. Francesco Pozzi, che aveva incominciato come cappellano militare, nel 1857 parte per Masulipatnam e viene raggiunto nel 1858 da p. Valentino Bigi, uno dei due nuovi missionari inviati da san Calocero nell’aprile 1857 (con p. Pietro Caprotti).
Nel 1859 la Santa Sede manda un visitatore apostolico in India, mons. Clemente Bonnand, delle missioni estere di Parigi e vicario apostolico di Pondicherry, che giunge a Secunderabad alla fine di agosto 1860. In quell'anno il vicariato di Hyderabad aveva sette missionari (quattro del Seminario lombardo e tre irlandesi), 5.240 cattolici, 100 «goanesi», su circa sei milioni di abitanti. Inoltre, due distretti, 17 chiese e cappelle, 4 scuole (due in inglese e due in telegu). TI visitatore apostolico, nel suo rapporto alla Santa Sede, nota che Hyderabad, nel suo piccolo, è una delle poche missioni che tenta l'evangelizzazione della gente di casta; e ammirando il lavoro dei missionari di san Calocero, si propone di

«scrivere in Europa al card. Barnabò (prefetto di Propaganda, n.d.r.), perché vedesse di accrescere il numero dei missionari, troppo esiguo di fronte al compito immane che ‘‘strazia il cuore di ogni missionario’’, come diceva Barbero nel riferire queste impressioni del visitatore» (9).

Un’altra forte impressione ricevuta da mons. Bonnand ad Hyderabad, tanto da lasciarne segno nel suo rapporto alla Santa Sede: lo zelo dei missionari di san Calocero e la povertà in cui vivevano (10).

Apocalittico maremoto a Masulipatam (1864)

Il 1° novembre 1864 un cataclisma naturale di colossali proporzioni colpisce Masulipatam: un ciclone di straordinaria potenza solleva le onde del mare causando un maremoto e scaraventando sulla costa onde alte più di dieci metri che passano spazzando tutto quel che trovano sul loro cammino. Il padre Antonio Tagliabue, che si trovava a Masulipatam col p. O’Brien, scrive a mons. Marinoni due lettere angosciate e tremende (11):

«Da Masulipatam distrutto — scrive il 6 novembre. — Non posso scriverle a lungo perché non ho la testa e il tempo. Tutto è distrutto, tutto è perduto. Ho salvato la vita con p. O’Brien e pochi servi sopra il muro dell’altare. Morimmo mille volte. Il vento cominciò la sera di Tutti i Santi, il mare lontano un miglio e mezzo (circa 2,5 km.) entrò nella nostra casa alle 21,30. Il tutto durò fino alle 6 del mattino. Noi avemmo il tempo di lasciare la casa e salvarci nella chiesa. Non potete immaginare la violenza del vento! Ma chi ci opprimeva era il mare. Tutta la famiglia Anthony Freewall con Urli Johnny e i ragazzi sono perduti. La loro casa è un mucchio di ruine: e così tutte le altre. Ho perduto 20 cattolici nel Fort (si chiama Fort ma non ha più le mura e dista due miglia dalla città di Masulipatam), 5 a Pettah e 60 nel reggimento. Più di due terzi della popolazione del Fort periva. E lo stesso a Pettah.
Io ho niente. Tutto fu portato via dal mare. Non si salvò che una piccola casetta in Pettah dove tenevo il giusto necessario per la Messa. Spero che qualcuno di voi verrà da noi e ci porterà di che vestirci. Abbiamo niente. Avevo con me il SS. Sacramento. Ho pregato i Santi, i Morti, gettai lo scapolare nel mare. Non so fin dove la ruina si estende: dicono a 12, a 20 miglia. Oh, dev’essere di più! Abbiamo mangiato del riso già ruinato dal mare e levatane l’acqua. Abbiamo però trovato del riso asciutto e cominciamo a trovare acqua dolce.
Le case sono tutte una ruina. Le piante tutte atterrate. Il terreno tutto rimosso. Tutto è perduto, con poche eccezioni. I rimasti sono come tanti stupidi. Adesso che Iddio ci salvi dalla pestilenza. Si seppellisce e si seppellisce e non si è ancora finito e non so quando finirà. Noi non potevamo far molto perché pochi e i nativi non volevano lavorare. Adesso abbiamo qui una compagnia di sipoys (militari indiani, n.d.r.). Pregate, pregate per noi. Della chiesa stanno i muri e il soffitto. Caduta è anche la cappella di Pettah. Tutto, tutto è perduto».

Leoncini afferma, basandosi su fonti indiane, che in quella notte morirono dalle 20 alle 30.000 persone e aggiunge che in quella regione è provato che ogni cento anni si abbatte una simile tragedia del maremoto con effetti catastrofici: successe nel 1779 e poi nel 1977 (12).

Lo «scisma di Goa» e le cappellanie militari (1860-1870)

I dieci anni del vicariato di Hyderabad dal 1860 al 1870 sono definiti da padre Tragella «un decennio quasi scialbo, non contrassegnato da alcun avvenimento o prospettiva incoraggiante; periodo che si potrebbe dire di attesa di nuove sistemazioni». La spina nel fianco del vicario apostolico e dei missionari era la questione goanese. Nel 1857 il concordato fra Santa Sede e Portogallo mette Lisbona di fronte alle sue responsabilità: provvedere di personale missionario (vescovi, preti e suore) e di mezzi adeguati (mantenimento e viaggi dei missionari, costruzione di case, chiese, scuole, ecc.) i territori dell’India che bisognava evangelizzare.
In caso contrario, vi avrebbe provveduto Roma, abolendo, nell’India non portoghese, gli antichi privilegi del «Padroado».
Il Portogallo non aveva gli uomini e le finanze per adempiere questo dovere, in un paese sterminato come l’India, che con la colonizzazione inglese si stava aprendo al Vangelo. Ma invece di dichiarare la loro impotenza, i governi di Lisbona tirano per le lunghe, promettono e non fanno, rafforzano vescovi e preti del patriarcato di Goa che minacciano di riprendere il controllo dei territori dei nuovi vicariati apostolici, fra i quali anche Hyderabad. Uno storico delle missioni scrive (13) che nelle trattative per il concordato del 1857 la Segreteria di Stato aveva ceduto davanti all’irriducibile intransigenza di Lisbona:

«Era la stessa istituzione dei vicariati apostolici che doveva sparire. Il card. Antonelli aveva abbandonato l’India per ottenere la fine delle pretese portoghesi sulla Cina. Ma all’ultimo momento Pio IX s’era creduto in dovere di non ratificare il concordato, la cui esecuzione era già stata ordinata. Intanto nell’India il partito dei goanesi aveva trionfato fragorosamente e l’affare si concludeva gettando un dubbio generale sulla solidità delle sedi episcopali dei 17 vicari apostolici stabiliti nell’India inglese».

I missionari, temendo di doversi ritirare, vivono anni di attesa e di incertezza (14). Mons. Murphy, già provato nella salute e non più giovane, è la prima vittima di questa situazione. Nel febbraio 1864 chiama p. Barbero: nonostante il suo rifiuto, lo nomina vicario generale e lo incarica di amministrare in vece sua il vicariato apostolico; il 29 febbraio s’imbarca da Bombay per l’Europa (viene poi nominato vescovo di Hobart in Australia nel 1866). Anche i sacerdoti diocesani irlandesi e inglesi che Murphy aveva portato dall’Europa poco a poco abbandonano l’India.
Il 4 agosto 1869 giungono ad Hyderabad tre suore della Carità (di Maria Bambina): partite da Trieste nel dicembre 1868, si erano ambientate presso le loro sorelle a Krishnagar in Bengala. Le suore, attese da anni come la manna nel deserto, sono accolte con grandi feste e si impegnano subito nell’educazione delle ragazze europee ed eurasiane, a Secunderabad e specialmente a Trimulgherry, che stava diventando una delle più importanti stazioni militari dell’India, con una popolazione cattolica di 2.500 anime (2.000 europei). Le lettere dei missionari a Marinoni sono piene di ammirazione per le suore, ma ecco che, appena un anno dopo, nell’agosto 1870, una delle tre, Brigida Zanella, deve rifugiarsi nella casa regionale a Krishnagar per curare la malferma salute. La superiora generale decide di chiudere la comunità, fra le proteste dei missionari e la delusione delle due sorelle che vorrebbero restare.
La missione procede bene, con le quattro cappellanie militari (Secunderabad, Trimulgherry, Masulipatam, Bolarum), le scuole e la cura delle comunità cristiane nei centri e nei villaggi. I battesimi annuali di adulti, fra pagani e protestanti, variano fra i 70 e i 100 (115 nel 1865): sono però quasi tutti fra le basse caste e i fuori casta. Le alte caste ed i bramini, curati in particolare da alcuni missionari e dal capo missione Barbero, non rispondono fino alla conversione.
Il 7 gennaio 1870 p. Barbero riceve la notifica della sua nomina a vicario apostolico di Hyderabad con dignità vescovile (la nomina del Papa è del 12 dicembre 1869). Il sant’uomo non ci crede e pensa sia uno scherzo dei suoi confratelli! Si convince solo quando sa che p. Caprotti a Secunderabad e il p. Tagliabue a Chudderghaut danno l’annunzio in chiesa e fanno cantare il «Te Deum» ai fedeli!
Nel 1870 il vicariato di Hyderabad aveva otto padri del Pime, compreso il nuovo vescovo: Domenico Barbero e Francesco Pozzi (giunti nel 1855), Valentino Bigi e Pietro Caprotti (1857), Belisario Fattori e Antonio Tagliabue (1861), Camillo Tagliabue e Luigi Malberti (1865). Poi più nessuno fino a p. Domenico Rossi che giunge dall’Italia nel 1871. Rimangono ancora per qualche anno tre sacerdoti irlandesi (O’Brien, Doyle e Dalton).
La cristianità era di circa 7.000 anime, in maggioranza membri della classe militare, sia europei che indiani (tamil soprattutto), con le famiglie e i domestici; una comunità non stabile, mentre i cattolici indigeni dei villaggi (di lingua telegu) erano povera gente, quasi tutti fuori casta; pochi quelli di casta: per mancanza di personale non si era potuto sviluppare questo settore, che Barbero giudicava ricco di promesse.

Domenico Barbero primo vescovo del Pime (1870-1881)

Mons. Domenico Barbero (nato a Foglizzo, Torino, nel 1820), primo vescovo (vicario apostolico) di Hyderabad e del Pime, è consacrato a Roma il 3 aprile 1870 e prende parte al Concilio Vaticano I. Ritorna ad Hyderabad il 3 marzo 1871, accompagnato da sei suore (tutte diplomate!) della Provvidenza di sant’Anna di Torino, fondate nel 1834 dalla marchesa Giulia Falletti di Barolo. Nei suoi dieci anni di episcopato rafforza le istituzioni esistenti, specie le scuole e le cappellanie militari, che erano le due attività più importanti. Muore il 18 settembre 1881: aveva governato la missione di Hyderabad 17 anni, sei come vicario generale e 11 come vescovo vicario apostolico.
«Buono e mite», lo definisce Gerardo Brambilla (15). «Non ha bisogno che di coraggio» scriveva Caprotti di lui a Marinoni; e annunziando la sua morte aggiungeva: «Se c’era un uomo santo era certamente lui» (16). Leoncini corregge la prima espressione: non di coraggio necessitava Barbero, ma di «self confidence», fiducia in se stesso, che la sua «eccessiva umiltà» e «scrupolosità di coscienza » gli impedivano di avere (17). Sentendosi inadatto alla guida della missione, Barbero giunge a dare le dimissioni a Propaganda Fide con una lettera del 30 dicembre 1876, che non ha seguito, per la protesta dei missionari e di Marinoni che invece giudicano più che degno il loro vescovo; il quale sentiva rimorso, come si nota in diverse sue lettere a Marinoni, per lo scarso apostolato fra i non cristiani, limitato dal poco personale e dall’impegno di assistere spiritualmente i militari cattolici e le loro famiglie. La missione ai non cristiani decolla con mons. Caprotti dopo il 1882.

«Mons. Barbero — afferma don Virginio Cognoli (18) — finché lavorava fra il popolo era perfetto, aveva tutte le qualità per essere un ottimo missionario. Quando l’hanno fatto vescovo, cosa che lui assolutamente non voleva, ha continuato a fare quel che faceva da missionario: viveva poveramente, incontrava la gente, esercitava il ministero sacerdotale ed era apprezzato da tutti come pastore. Ma quando avvenivano contrasti con i suoi missionari, si abbatteva, li attribuiva alla sua incapacità; e questo in lui è rimasto come una specie di sentimento di colpa per aver accettato la carica di vescovo.
Aveva il piano di impiantare missioni fra quelli di casta: ogni missionario avrebbe dovuto vivere in una casta, per avere qualche risultato. Gli attribuiva molta importanza, ma non ha potuto realizzarlo, per la scarsezza di personale e di mezzi materiali».

Due le istituzioni curate dai missionari, oltre al compito pastorale: le scuole e il seminario. Le scuole (13 nel 1880) erano stimatissime, sia quelle dei padri che delle suore (oltre a sant’Anna, c’erano anche le suore native del terzo ordine di san Francesco), specialmente la «Scuola di Tutti i Santi» a Chudderghaut (quartiere centrale di Hyderabad), accanto alla cattedrale. Fondata da mons. Murphy nel giugno 1855, la «All Saints School» era decaduta e nel 1864 Murphy, abbandonando l’India, consigliava ai missionari di chiuderla, tenendo solo il seminario e l’orfanotrofio ad essa collegati. Ma per l’opera intelligente di padre Caprotti, in pochi anni riprende vigore e diventa la prima scuola media dello stato del Nizam, che sempre la sostenne anche economicamente. P. Caprotti scrive nel 1874 (19):

«È di assoluta necessità che l’istruzione cattolica non sia per nulla sotto il livello degli altri istituti di educazione... Nonostante la moltiplicazione delle scuole protestanti, il nostro collegio è cresciuto di anno in anno ed ora contiamo 42 convittori e 120 esterni, molti dei quali sono protestanti... Più di metà degli ufficiali dell’esercito del Nizam sono stati educati in esso e molti altri nostri antichi alunni occupano già posti onorevoli e importanti».

Nel 1876 mons. Barbero, con padre Pietro Carlino, costruisce il nuovo grandioso edificio del collegio, con un costo di 57.000 rupie: «Vero miracolo in mezzo alla più francescana povertà dei nostri» nota Brambilla (20). Aiuti erano venuti dalle autorità inglesi, dal Nizam e dal primo ministro sir Salar Jung Bahado. Il seminario invece non ha successo, in assenza di una vera comunità cattolica stabile e composta da famiglie del posto. Ad Hyderabad venivano educati come seminaristi 10-15 ragazzi e giovani. Alcuni di essi, in genere figli di militari cattolici, giungono fino alla tonsura e uno al diaconato, ma nessuno è ordinato sacerdote.

Il vescovo Pietro Caprotti (1882-1897) va ai non cristiani

Il successore di Barbero è mons. Pietro Caprotti, consacrato vescovo vicario apostolico di Hyderabad il 29 giugno 1882. La missione di Hyderabad aveva 8.500 cattolici (più 700 fedeli di Goa), con 10 sacerdoti (uno irlandese e 9 del Pime) e due sacerdoti goanesi (21). Il 25 settembre 1882 Caprotti manda a Marinoni queste statistiche (22): gli abitanti sono circa 9 milioni, in maggioranza pagani, però ad Hyderabad e nelle città prevalgono i musulmani, essendo musulmani il Nizam e le principali autorità. La missione è divisa in due distretti:
a) Hyderabad 2.400 cattolici, Secunderabad 4.300, Trimulgherry 1.600, Bolarum (altro campo militare) 500. Nei dintorni di queste città, in vari villaggi, 350.
b) Masulipatam 300, il resto sparsi in vari villaggi su vasto territorio (fra i quali Eluru).
Battesimi di adulti nell’anno dalla Trinità 1881 alla Trinità 1882: 241, dei quali 125 protestanti, 114 pagani, 2 musulmani.
Mons. Caprotti orienta i missionari verso i non cristiani. Nel settembre 1882 istituisce la «conferenza di san Vincenzo» per l’assistenza ai poveri e la «confraternita di preghiere per la conversione degli infedeli»; e scrive:

«Le preghiere che si fanno in tutte le chiese della missione, per la dilatazione della fede in mezzo ai pagani, hanno dato subito dolcissimi frutti».

Tre fatti nuovi segnano l’inizio dell’episcopato di mons. Caprotti. Il primo è la lunga lettera di un missionario di Mill Hill del vicariato apostolico di Madras, che lavorava ai confini meridionali del vicariato di Hyderabad: p. Burke racconta due fatti straordinari successi a Turlapadu, 200 miglia da Hyderabad (presso Nandigama e Bezwada). Due ragazzi pagani, colpiti da piaghe e giudicati inguaribili, riacquistano la salute subito dopo che la loro famiglia in un viaggio a Madras è andata a pregare al santuario di sant’Antonio ed ha promesso di diventare cattolica se i figli guariscono.
Nello stesso villaggio, una donna sterile va a pregare nello stesso santuario per avere un figlio, promettendo di battezzare il bambino: lo ottiene, ma quando manifesta il suo voto al marito, questo si arrabbia, porta il neonato al tempio indù e lo offre alle divinità locali; ed ecco che il piccino, poco dopo, viene colto da una impressionante emorraggia sì che il padre, spaventato e pentito, si associa al voto della moglie chiedendo perdono. Il giorno dopo il bambino è salvo. P. Burke conclude: ora queste due famiglie stanno studiando le preghiere e la dottrina cristiana.
Caprotti decide di mandare padre Eugenio Salvi a fondare la sospirata missione nei villaggi. I primi battesimi di adulti vengono amministrati il 22 aprile 1883 e nell’agosto 1884 Salvi riceve un coadiutore, il padre Giovanni Piatti, che l’anno dopo scrive a Marinoni:

«Io sono convinto che qui a Turlapadu e nei villaggi vicini raccoglieremo una messe proprio abbondante».

I battezzati sono di casta, il che suscita qualche resistenza perché i cristiani sono considerati dei «paria» e i catecumeni «hanno paura di perdere la casta». Per superare il pregiudizio, il 3 marzo 1886 p. Salvi organizza una festa solenne in onore di sant’Antonio: fa intervenire cinque missionari italiani e altri quattro dalla vicina missione di Madras, fra i quali anche un indiano. I cristiani da varie parti sono 300, ma anche circa 3.000 pagani, attirati dalla festa, dal pranzo e anche dalla fama di sant’Antonio. I cristiani e gli indiani di casta fraternizzano e padre Salvi gira i villaggi vestendo e vivendo perfettamente all’indiana, come uno di casta, con tunica, turbante e sandali.
Turlapadu diventa il centro d’irradiazione cristiana nella parte inglese della diocesi di Hyderabad. Alla fine del secolo i centri principali erano due: Turlapadu e Bezwada; molte le stazioni secondarie.

Hyderabad alla conquista della popolazione telegu (1887)

Il vicariato apostolico di Hyderabad diventa diocesi nel 1886. In quell’anno il Papa istituisce in India la gerarchia episcopale ordinaria, in seguito al concordato col Portogallo del 23 giugno 1886, che abolisce la giurisdizione di Goa sull’India inglese e quindi riporta, non senza qualche contrasto, preti e fedeli «goanesi» sotto l’autorità del vescovo di Hyderabad: la diocesi viene ad avere circa 2.000 buoni cattolici in più (di casta), con due loro preti e alcune chiese (23).
Inoltre, nel 1887, la Santa Sede affida ad Hyderabad il distretto di Raichur, Mughdal e Bhir (1.300 cattolici su 460.000 abitanti), staccandolo dalla diocesi di Madras: era l’unico distretto del regno del Nizam rimasto sotto il vescovo di Madras (24). A Raichur però non si parlava né telegu né tamil né urdu, ma la lingua «cannada». Caprotti vi manda p. Opilio Negri (a Mughdal) e p. Eugenio Salvi (a Raichur) che imparano la nuova lingua. Padre Negri muore (in concetto di santità) di colera il giorno di san Giuseppe del 1900 (25) ed è sepolto a Bhir. Nel 1928 il distretto cannada di Raichur viene ancora staccato da Hyderabad e unito alla nascente missione «sui iuris» di Bellary (oggi diocesi).
Un secondo tentativo di missione fra i non cristiani è quello fra i «Khoys», popolazione aborigena abitante nelle foreste sulle montagne fra Eluru e Yellandu, che alcune informazioni riferivano essere aperta al cristianesimo. Con la benedizione di mons. Caprotti, padre Salvi compie una prima esplorazione nel marzo 1886, accompagnato da un anglo-indiano come «catechista» e da un servo indiano: incontrano buona accoglienza, ma la resistenza di un capo locale impedisce loro di ottenere il terreno per una casa della missione. Ritornano più numerosi nel novembre dello stesso anno e la spedizione (forse perché il tempo e il luogo erano mal scelti) finisce con un disastro: tutti e sei gli «esploratori» sono vittime di febbri mortali («Jungle fever»). Due infatti muoiono e gli altri debbono fuggire. Il mito della tribù Khoy favorevole al cristianesimo rimane però a lungo fra i missionari di Hyderabad (26). Oggi questi aborigeni vivono in una «zona protetta», ermeticamente chiusa ad ogni presenza missionaria.
Ad Hyderabad la conversione della popolazione telegu (compresi i fuori casta), già iniziata in precedenza, al tempo del vescovo Caprotti viene perseguita in modo sistematico. Le cronache del tempo ricordano i distretti missionari iniziati nelle zone rurali: Eluru, Bezwada, Gandepalli, Jaggayyapeta, Vennanapudi, Kazipet, Bayyaram, Mattampalli... Le cristianità sorte fra i telegu non erano molte, rispetto all’immensità del territorio, né con tanti fedeli, ma costituivano un segno per tutta la popolazione. Erano inoltre quasi tutte cristianità di gente di casta, il che sfatava il pregiudizio che i cristiani fossero tutti paria.
Verso la fine del secolo XIX, la missione di Hyderabad fiorisce nelle città, ma, nonostante la buona volontà del vescovo e dei missionari proiettati verso i non cristiani telegu, langue nelle regioni rurali per mancanza di personale e di mezzi economici. Addirittura mons. Caprotti deve rinunziare a due nuovi missionari che san Calocero gli offre perché letteralmente non aveva il necessario per mantenerli (27)! Se i missionari lavoravano tra i militari e nelle città, trovavano il necessario per mantenersi; nelle campagne e tra gente poverissima no.
Nel secolo scorso, la povertà del Seminario lombardo e delle sue missioni era drammatica e oggi inimmaginabile: tagliava letteralmente le gambe all’evangelizzazione dei non cristiani. Inoltre ad Hyderabad, la politica del governo islamico del Nizam era di favorire le opere missionarie nelle città (destinate ai residenti e ai militari inglesi), ma di ostacolare le stesse nelle zone rurali, dove agli europei non era permesso acquistare immobili e quindi aprire chiese e residenze missionarie: persino sulle proprietà dei cattolici indigeni era proibito erigere una cappella o una semplice stanza per il missionario senza il permesso dell’autorità del Nizam (28).
Il seminario diocesano, come già s’è visto, non ottiene risultati per la mobilità delle famiglie cattoliche, non radicate sul territorio. Mons. Caprotti chiede seminaristi da Madras e da Mangalore, nel sud India, regioni con antiche comunità cristiane. Naturalmente non gli mandano i migliori, ma nel 1891 Caprotti ha il suo primo prete diocesano, padre Pasquale Barrett, formato a san Calocero e ordinato a Milano il 20 dicembre 1890: di lui i missionari dicono ogni bene come direttore di disciplina del collegio-orfanotrofio e nel lavoro pastorale a Chudderghaut.
Nel 1893 Caprotti risponde al delegato apostolico mons. Zaleski sul problema del seminario: l’erezione di seminari è relativamente facile nel sud India, dove ci sono cristiani di antica data, ma molto difficile ad Hyderabad, con piccole e recenti comunità, disperse su grandi distanze:

«Perciò, concludeva, le condizioni per erigere un seminario non sono ancora mature; tuttavia, i missionari sono istruiti per osservare e coltivare i segni di vocazione che possono mostrarsi nelle loro comunità e scuole» (29).

Questo giudizio riguardava, com’è evidente, le comunità cattoliche locali, cioè telegu. P. Leoncini nota che

«le obiezioni di mons. Caprotti sono rimaste valide fino a dieci o vent’anni fa in alcune parti dell’antica missione di Hyderabad, e mi riferisco specialmente alla nostra diocesi (di Vijayawada)».

Mons. Pietro Viganò (1897-1908) visita i villaggi telegu

Il vescovo Caprotti muore improvvisamente il 2 giugno 1897 a Yercaud, villaggio sulle montagne del sud India dove una residenza di suore accoglieva i missionari bisognosi di riposo e di cure. Caprotti, che non aveva mai goduto buona salute, era stato convinto dai suoi missionari ad andarci per la prima volta nel mese di grande caldo che precede il monsone. Il suo successore p. Pietro Viganò scrive di lui: «Ho qui con me la catenella e i flagelli che usava». Testimonianza significativa per i missionari di quel tempo, che si imponevano tormenti supplementari, non contenti delle mortificazioni che la vita nell’India allora comportava: clima, cibo, lingua, viaggi, isolamento, povertà...
Il 12 ottobre 1897 p. Pietro Viganò viene nominato vescovo di Hyderabad e consacrato il 23 gennaio 1898 nella cattedrale di san Giuseppe, con una «folla immensa non solo di cattolici, ma di indù, protestanti, musulmani e i rappresentanti del Nizam e degli inglesi». Anzi, il Nizam manda la sua banda musicale per rallegrare la festa. Mons. Viganò è così descritto da p. Mario Emilio Modaelli:

«Uomo infaticabile e santo, aumentò il numero dei missionari e delle suore, aprì nuove missioni fra i pagani... Le missioni fra i telegu ricevettero da lui un impulso grande, con la collaborazione dei padri Piatti, Sinelli, Civati, Colli e Santambrogio» (30).

Nel 1898 la diocesi di Hyderabad aveva 13.251 cattolici su una popolazione di 10 milioni, il 10% dei quali musulmani (31). Le cifre, avverte padre Leoncini, sono sempre approssimative, per la mobilità della popolazione e l’instabilità dei fedeli. Viganò, abile organizzatore e con una visione profonda delle persone e delle situazioni, proiettandola ancor più la missione verso i non cristiani, grazie all’eroica dedizione dei suoi pochi missionari.
In realtà, la diocesi di Hyderabad non poteva lamentarsi quanto al personale. Dal 1891 al 1900 riceve 16 padri, metà dei quali nei soli ultimi tre anni: Ugo Pezzoni e Umberto Colli nel 1898; Marino Tommaseo e Salvatore Zorgno nel 1899; Enrico Saporiti, Ferdinando Rolla, Paolo Santambrogio e Giuseppe Olesch nel 1900. Ma le difficoltà dell’India, la povertà (32), il misero cibo, la mancanza di cure decimavano i missionari: a parte quelli che morivano appena giunti in missione (ad esempio, p. Francesco Barni muore a Bolarum nel 1896 a 28 anni; p. Edoardo Giraldelli muore nel 1899 anche lui a 28 anni!), i missionari nei villaggi erano spesso obbligati a ritirarsi in città o a rimpatriare per le frequenti malattie. Fra i tanti, merita di essere ricordato p. Giovanni Battista Ciccolungo, morto in fama di santità a Fermo nel 1895 a 48 anni, del quale la diocesi di Fermo intende introdurre la causa di canonizzazione (33).
La sede principale della missione fra i telegu diventa Bezwada, città importante per le due linee ferroviarie che vi si incrociano. A capo della missione il p. Marco Civati, che doveva attendere anche al distretto di Turlapadu. Nel 1898 riceve un viceparroco: il giovane p. Giovanni Battista Ghidoni, subito impegnato nella costruzione della prima scuola cattolica. Nel giugno 1899 le suore di sant’Anna di Torino, su invito di Civati, vengono da Secunderabad a Bezwada per rilevare una scuola femminile di ispirazione protestante, che stava fallendo. Così anche fra i telegu si stabiliscono le suore.
Nel 1904 e nel 1905 mons. Viganò compie due lunghe visite pastorali nella regione telegu sotto il dominio inglese e manda a Milano due rapporti interessanti (34); descrive le visite ai villaggi, che duravano mesi: da metà gennaio a metà marzo del 1904 e lo stesso nell’anno seguente. Ringrazia continuamente il Signore, loda i suoi missionari e racconta con molta semplicità le notti passate sul carro a buoi senza molle (non più di 4-5 km. l’ora) nei viaggi notturni perché di giorno la temperatura è sui 40-45 gradi gradi all’ombra, dopo i quali si sperimentano «le ossa rotte»; l’arrivo nei villaggetti cristiani dove la sosta obbligata è di tre-quattro giorni; la fortuna di trovare, a volte, acqua di pozzo, altrimenti bisogna bere dalle pozzanghere in cui si bagnano uomini e animali; l’incontro affettuoso con i piccoli gruppi di battezzati e catecumeni (10-30-50 per volta)... L’incredibile povertà della missione risalta ad ogni momento:

«Questi ferventi cristiani e catecumeni, nella loro povertà, mostrano grande ricchezza di fede: Iddio li aiuti nei loro bisogni tanto gravi dopo le ultime inondazioni (35). Una cosa mi fece male al cuore fu il vedere che solo a Cudravally c’è la cappella fabbricata da p. Civati e solo a Tamarisa sta per costruirla p. Santambrogio; gli altri villaggi non hanno né cappella né catechista, né per ora la missione può provvedere».

I missionari alle prese con le discriminazioni di casta

Le consolazioni del missionario vengono dal contatto con questi giovani cristiani, poveri di tutto ma pieni di grande fede:

«Il buon Dio ha moltiplicato il suo popolo — scrive il vescovo Viganò (36) — e quindi anche la gioia del pastore. La visita del distretto di Masulipatam ha rallegrato il mio cuore di missionario. Dieci anni fa vi erano solo alcuni vecchi cristiani tamil e pochi eurasiani: oggi il Vangelo è predicato in tutti i villaggi dei dintorni alla popolazione telegu, che lo ascolta volentieri».
«(Ad Akkampilly) anche i pagani venivano a trovarci ed a chiacchierare con noi, giorno e notte. Desiderano un sacerdote residente e promettono in tal caso di farsi cristiani. E benché altro sia promettere e altro fare, credo che essi parlino sinceramente, poiché le condizioni in quel villaggio sono tali che, se non vi è il prete, il farsi cristiano espone a persecuzioni. E non tutti hanno una fede così forte da esporsi a persecuzioni sul bel principio, quando conoscono solo imperfettamente la nostra santa religione. Tanto più che la persecuzione, oltre al resto, li minaccia della espulsione dalla loro casta, cosa all’indiano più cara della vita, poiché ciò non vuol dire soltanto esclusione da tutte le convenienze del vivere sociale, ma rompere persino i legami di famiglia» (37).
I cristiani visitati dal vescovo sono quasi tutti di casta: sudra, reddy, kamma. Mons. Viganò, dopo aver descritto p. Silvio Pasquali che ha la massima cura di non violare la casta (aiuta tutti, è affabile con tutti e non si arrabbia mai con nessuno, ma «tiene al loro posto i paria e sa farsi rispettare dai sudra»), nota con piacere che

«i sudra considerano il padre come perfettamente puro, cioè non contaminato in qualsiasi modo da alcuna violazione di casta; per cui tra i sudra e il padre vi è intima reciprocanza anche in materia di acqua da bere, che per l’indiano è la cosa più sacra che ci sia. Dirà il lettore: perché dare tanta importanza ai sudra a preferenza dei paria? No, non facciamo preferenze. Ma se vengono i sudra, i paria come loro servi li seguono facilmente; mentre è difficile che i sudra seguano i paria, specialmente dove il cattolicesimo non è conosciuto e la gente ha paura che si violi la loro casta. Ripiglierà il lettore: ma questi sentimenti sono barbari e non cristiani e però non si dovrebbero incoraggiare. Certo, v’è dell’esagerazione nel sistema delle caste: noi cerchiamo di rimediarvi a poco a poco e vi si riesce dove il cristianesimo prende radice. Ma alla fine il loro principio è nella sostanza universale a tutto il mondo».

In altre parole, le discriminazioni nei confronti di popolazioni minoritarie non si vincono con atteggiamenti di protesta e di rottura del costume tradizionale, ma con l’educazione ai principi evangelici, che penetrano e cambiano il costume a poco a poco. Il vescovo racconta (38) il caso di un ministro protestante indiano di casta che ad un gruppo di cattolici dice: «La casta è invenzione del diavolo». Discutono per un po’, poi i cattolici chiedono al ministro: «Voi stringereste la mano al vostro stalliere o ad uno di noi?... Mangereste col vostro stalliere e anche con noi?... Dareste vostra figlia in matrimonio ad uno di noi?».
Interrogativi che centrano le tre barriere fra le caste: il contatto fisico, mangiare assieme e il matrimonio fra persone di casta diversa. «Il ministro capì il latino — scrive il vescovo — si volse al suo stalliere e gli ordinò di far partire la carrozza. Buon viaggio!».
Mons. Viganò conclude con queste riflessioni interessanti sul come i missionari vedevano le caste nel secolo scorso:

«In ultima analisi il rispetto alla casta si riduce ad un costume esagerato che, finché non offende la carità, si può tollerare per il maggior bene delle anime, cercando di toglierne l’esagerazione. Si deve poi osservare che i paria stessi non si offendono del modo con cui sono trattati; il costume fa loro sembrare ciò cosa naturale. Anzi, essi stessi non amerebbero che il padre li toccasse pubblicamente senza bisogno e fosse quindi dichiarato paria, poiché allora non avrebbero più l’onore di avere un padre riconosciuto di alta casta. Alla loro volta poi i paria sono altrettanto rigorosi coi ciabattini, inferiori a loro per casta (considerati impuri perché scuoiano gli animali morti e manipolano la loro pelle, n.d.r.). Sicché in conclusione, per vivere bisogna seguire il proverbio: se ti trovi a Roma, vivi da romano, naturalmente se il vivere da romano non offende la coscienza e molto più se promuove il bene spirituale delle anime».

«Dove trovo così tanti catechisti e come mantenerli?»

Il secondo sinodo diocesano di Hyderabad è celebrato da mons. Viganò dal 9 all’11 dicembre 1902 (39). Si discutono i metodi pastorali, in assenza di qualsiasi altra guida pratica per i missionari. I decreti sinodali, promulgati nel 1903 (con un libretto scritto in latino!), esaminano le situazioni locali e danno linee di orientamento per la vita ecclesiale e l’apostolato.
Le norme per la formazione del clero locale, stilate dal vescovo Viganò, che era anche rettore del seminarietto diocesano, sono precise e severe. Ma il seminario non decolla. Nel 1902 aveva sette seminaristi, tre bramini canaresi, due telegu, un goanese e un tamil. Le prime due ordinazioni sacerdotali a Hyderabad sono nel 1914 e si tratta di giovani importati dal sud India.
Nell’estate 1908 Propaganda Fide richiama in Italia mons. Viganò, «per un affare che le deve stare molto a cuore». Il vescovo di Hyderabad parte per l’Italia nel novembre di quell’anno con la speranza di ritornare presto nella «tanto cara India». Invece Propaganda lo nomina direttore dell’Istituto per sostituire mons. Filippo Roncari (si veda il capitolo IV) e Viganò deve rinunziare alla sua diocesi.
Il bilancio del suo episcopato è molto positivo: Propaganda stessa lo sceglie come direttore del Seminario lombardo per le missioni estere perché si era distinto come vescovo in India. Brambilla scrive che mons. Viganò, «di attività non comune... (durante il suo episcopato) portò la missione ad uno stato di grande prosperità» (40); e padre Paolo Manna aggiunge (41) che al tempo di mons. Viganò «la missione (di Hyderabad) ebbe un impulso e un’espansione consolantissimi».
Difficile quantificare in termini statistici il progresso di Hyderabad. Secondo p. Alfonso Bassan (42), che però non cita la fonte di queste notizie, durante l’episcopato di mons. Viganò       

«la popolazione cattolica aumentò di 5.000 unità. Le chiese e le cappelle furono raddoppiate; i catechisti da 20 passarono a 70; le scuole da 16 a 40; gli alunni da 1.000 a 4.000; i catecumeni da 60 a 2.000. Aprì inoltre nuovi conventi di suore: uno a Raichur e due a Bezwada. Si ebbero pure tre farmacie».

Anche ad Hyderabad, come in molte altre missioni, la lenta crescita dei cattolici era dovuta alla tremenda scarsezza del personale e dei mezzi economici. Il 1o luglio 1903 p. Paolo Santambrogio scriveva a mons. Viganò (43):

«Uno dei miei catechisti scrive che nel villaggio di Yelapuram venti famiglie chiedono il battesimo; a Vaddigudem altre venti famiglie vogliono essere istruite e battezzate e trenta a Polukonda. Un indù di Gudimottu chiede un catechista per istruire circa 200 persone. Sono notizie consolanti, ma dove trovo così tanti catechisti e come li posso mantenere?».

Mons. Dionigi Vismara e la liberazione dei «dalit» (1909-1948)

Mons. Dionigi Vismara, successore di mons. Viganò, è vescovo di Hyderabad dal 1909 al 1948, quasi quarant’anni di episcopato. Dopo aver dato le dimissioni nel 1948, vive a Secunderabad come cappellano della casa per anziani e muore nel 1953 a 86 anni, avendone trascorsi 63 in India. Ha la consolazione di vedere nascere due nuove diocesi dall’antica missione di Hyderabad, nate dallo sviluppo della Chiesa nel territorio affidato al Pime: Bezwada nel 1933 (oggi Vijayawada) e Warangal nel 1953.
L’episcopato di mons. Vismara attraversa tutto il tempo del movimento per la libertà dell’India guidato da Gandhi, fino all’indipendenza del 15 agosto 1947. I tempi tranquilli dell’India pacificamente dominata dagli inglesi è ormai tramontato, specie durante e dopo la prima guerra mondiale (1914-1919), quando truppe indiane sono mandate a combattere in Europa e tutto il popolo dell’India può vedere i bianchi dominatori distruggersi a vicenda in una guerra all’ultimo sangue. Quando Gandhi entra in politica nel 1919, i tempi sono maturi e il suo movimento di «non collaborazione non violenta» contro gli inglesi ha uno strepitoso successo (non fare il poliziotto per il governo inglese, non fare il giudice, non portare cause in tribunale, non studiare nelle scuole inglesi e soprattutto non pagare le tasse...). P. Ferdinando Rolla scriveva nel 1920 (44):

«I predicatori di questo movimento sorsero ovunque come per incanto. Uno di questi fu condannato a sei mesi di prigione. Non l’avessero mai fatto! I testimoni furono battuti di santa ragione e lo stesso giudice inglese fu preso a sassate in Bezwada. Queste violenze però non fanno parte del programma. Il grande agitatore Gandhi, in una lettera aperta agli inglesi dell’India, dichiara che non userà mai la forza, ma li vincerà usando grande umiltà e gentilezza. Non è dunque questa una rivoluzione speciale, tutta indiana?».

La presa di coscienza del diritto alla libertà, da parte del popolo indiano, andava di pari passo con il secondo fine della «rivoluzione non violenta» di Gandhi: fare in modo che la lotta per l’indipendenza politica, unendo tutto il popolo contro gli inglesi, facesse superare le divisioni di casta e di religione, ad esempio fra indù e musulmani, per unirli nell’unica India indipendente. Questo secondo scopo ebbe meno successo del primo, ma non mancarono risultati positivi: ad esempio, i «dalit» (paria) e le basse caste presero coscienza dei propri diritti, come pure i nazionalismi linguistici e regionali ebbero modo di farsi valere. Nella regione di lingua telegu (dove lavora il Pime) si affermò il movimento per una provincia separata da quella «tamil» e dalla sua capitale Madras, che nell’India indipendente e federalista portò allo stato di Andhra Pradesh con capitale Hyderabad.
Il 9 novembre 1930 il padre Mario Dell’Agnol scrive (45):

«È meraviglioso e consolante il fatto che non solo la campagna d’indipendenza indiana, con tutto il suo movimento anti-straniero e un po’ anche anti-cristiano, non giunge a toglierci il frutto del lavoro dei nostri grandi predecessori, ma ci lascia campo ad altre grandi conquiste. In quest’anno di marce gandhiane, di bastonature e di fucilate poliziesche, ebbi più di cento battesimi di adulti venuti dal paganesimo. Ah, se avessimo un po’ più di padri, di catechisti, di mezzi, non saremmo obbligati a rispondere ai tanti villaggi che chiedono il catechista: ‘‘Domani, domani...’’. Un domani che non viene mai!».

Silvio Pasquali e le «conversioni in massa» dei fuori casta

Il movimento dei fuori casta verso il cristianesimo era già avvertito nella seconda metà del secolo scorso: la predicazione cristiana di una società senza discriminazioni di casta non poteva non colpire le masse dei marginali diseredati. Uno storico indiano scrive (46):

«La forte impressione suscitata dalla carità cristiana nella mentalità tradizionale dell’India può essere illustrata da numerose citazioni di autori e capi non cristiani. L’eroismo di sollevare le popolazioni più umili dalla palude della loro degradazione e del loro avvilimento era un fatto sconosciuto nell’India del passato».

Negli anni venti e trenta inizia, nella zona telegu della diocesi di Hyderabad, il movimento di massa dei fuori casta verso la Chiesa cattolica. Pronti a combattere e morire per l’indipendenza dell’India, i paria capiscono che l’ora è venuta: possono combattere anche per i loro diritti. Ma in quel tempo il nazionalismo indiano di Gandhi contro l’Inghilterra era dominato dalla gente di casta, che non volevano i fuori casta.

«I paria dell’Andhra Pradesh — mi dice p. Augusto Colombo (47) — anche grazie alle scuole fatte dai missionari del Pime, presero coscienza della loro identità, ma non sapevano come esprimerla in campo politico e sociale. Così si accorgono che i missionari cristiani sono gli unici schierati al loro fianco (48). Di qui il desiderio di abbracciare una religione che educa alla dignità di ogni uomo e all’uguaglianza di tutti gli uomini, come figli dell’unico Dio. Non è stata la Chiesa a convertire i paria, ma i paria che sono entrati nella Chiesa. Il movimento era stato preparato dal Pime, che fin dal secolo scorso si era dedicato ai poveri, aprendo scuole, dispensari, ecc.».
«Se volete avere un’idea approssimativa della condizione dei fuori casta un po’ di anni fa (e in alcune parti lo è tuttora), leggete la storia degli antichi schiavi — scrive il p. Luigi Misani a metà degli anni trenta (49). — La condizione del paria è peggiore di quella di un cane e di qualsiasi animale. Ogni bestia è libera di entrare o uscire o sdraiarsi nelle case e guai a chi la tocca! Al paria tutto è vietato e se qualcuno lo bastona, si ride e si incoraggia a rincarare la dose.
Prima della venuta degli inglesi non c’erano né corti né giudici per i fuori casta. Un paria veniva ingiustamente privato di qualche bene? ‘‘Mi cittamu prabuvu’’ — diceva — ‘‘sia fatta la tua volontà, o signore, ma vedi di essere misericordioso’’. La pena di morte era riservata a un fuori casta che avesse osato passare per alcune vie del villaggio dove c’erano case di bramini o entrare in qualche tempio. L’ombra stessa del paria era considerata immonda. Se un bramino e un paria si incontravano su una stessa stada, questi doveva allontanarsi, lasciar passare il bramino e poi proseguire. Nessun paria poteva entrare nelle scuole dove c’erano quelli di casta e nessuno pensava di aprire scuole solo per i paria. Di qui la grande ignoranza tra di essi e, con l’ignoranza, la più grande degradazione morale e la mancanza totale dei più essenziali principi di igiene. Essi erano così abituati a simile stato, che non pensavano neppure ad un miglioramento e ciecamente si abbandonavano al loro destino (50).
Ma ecco, prima il missionario cattolico, poi gli inglesi con i ministri protestanti, vedono lo stato di abiezione dei fuori casta, ne sentono compassione e incominciano a lavorare per loro. A poco a poco il paria capisce d’essere egli pure un uomo... Eccolo nelle scuole di missione e governative, eccolo impiegato governativo e ricoprire cariche di fiducia... L’educazione andò sempre crescendo e con l’educazione lo spirito di indipendenza».
«Questi servi della gleba — scrive p. Giuseppe Stefanetti (51) — sono sempre angariati da quelli di casta ed è davvero opera di carità e di civiltà cercare di difenderli e di migliorarne la misera condizione. Le autorità inglesi conoscono bene questo stato di cose, ma per la difficoltà di una giusta decisione nei casi particolari (poiché i paria non sono nemmeno essi farina da fare ostie, come si dice) non amano prendere le difese dei paria contro i ‘‘kamma’’ (alta casta). L’unico amico del povero paria è dunque sempre il povero prete».

Uno dei tanti esempi concreti di questo processo, che incomincia nel campo sociale e finisce in quello religioso, è il caso di Denduluru e di padre Silvio Pasquali (52). Sconfitti nella loro ribellione contro gli antichi padroni di casta che ancora li opprimono (con l’aiuto della polizia in loro favore), i fuori casta del villaggio ricorrono al missionario che, scrive p. Leoncini, «nella sua profonda umanità e spirito soprannaturale, è stato per essi più di un migliaio di volumi sulla teologia della liberazione» (53).
Uomo di preghiera noto per le lunghe ore che passava davanti al tabernacolo, ma anche uomo di azione, affabile e gentile ma anche fermo contro ogni ingiustizia, Pasquali ricorre al governo che in linea di principio era favorevole a distribuire le terre incolte dei latifondisti ai poveri. Così, nonostante la resistenza dei proprietari che si vedono sfuggire la mano d’opera a basso prezzo, combatte coraggiosamente la sua battaglia con le autorità e nei tribunali e ottiene la requisizione e la distribuzione delle terre ai senza terra: non con metodi violenti, ma secondo il diritto vigente. Il risultato, in termini ecclesiali, sono i 400 battesimi a Vatlur nel 1918 e i 700 a Denduluru nel 1921. Padre Pasquali amministra più di mille battesimi in ciascuno degli anni 1921, 1922 e 1923, portando alla fede numerosi villaggi: Appannaveedu, Kanumolu, Kuiugurapadu, Lingampadu, Dosapadu, Bogupuram, Kaikaram, Chittampadu, Agadalanka...
Mons. Vismara esaminava personalmente e con severità la preparazione al battesimo di questi neofiti, dichiarandosi pienamente soddisfatto. Pasquali, nonostante le migliaia di battesimi in pochi anni, non battezzava con faciloneria. Sapeva preparare, istruire, con l’aiuto di catechisti e anche di opuscoletti che faceva scrivere da un bramino amico, di contenuto catechetico e apologetico. Stampa catechismi, libri di preghiere e di canti, drammi cristiani, persino un calendario. Padre Pasquali è ancor oggi ricordato come un santo. Certamente il suo coraggio ha aperto la via alla conversione degli «harijans» («figli di Dio», come li chiamava Gandhi) all’inizio degli anni venti. Muore nel 1923 ad Eluru, dopo che il vescovo Vismara l’aveva salvato dal ritornare in Italia dove era stato richiesto come padre spirituale per i chierici teologi dell’Istituto: la fama della sua santità aveva varcato gli oceani (54).
Il poco che s’è detto di padre Pasquali non è possibile, per tirannia di spazio, ripeterlo per altri missionari di quel tempo, che padre Leoncini, nella sua notevole opera storica, descrive compiutamente uno per uno: Marco Civati, Paolo Santambrogio, Opilio Negri, Ugo Pezzoni, Pio Tentorio, Cesare Baldarelli, Mario Dell’Agnol, Paolo Fontana, Giuseppe Tinti... Diversi di questi missionari sono stati grandi apostoli, ciascuno con qualche suo carisma particolare, e hanno lasciato una fama di santità che dura tuttora.

«Perché si convertono a Cristo?»

Negli anni venti e trenta, nella regione telegu sotto dominio inglese la Chiesa si diffonde a macchia d’olio attraverso l’azione sociale, la scuola, la cura degli infermi, l’istruzione religiosa data dai catechisti. Le conversioni sono numerose, ma la messe poteva essere ben più abbondante, se la missione avesse avuto uomini e mezzi a sufficienza per rispondere alle richieste di istruzione religiosa e di battesimo.
Alla conversione di un villaggio non si giunge se non dopo un duro e paziente lavoro. Nella stessa lettera (del luglio 1912) p. Ugo Pezzoni così lo descrive:

«Bisogna sorvegliare i catechisti che non perdano tempo e indirizzarli nel difficile lavoro di formare le nuove cristianità. Non basta insegnare un po’ di preghiere e di catechismo, vi sono costumi e pratiche affatto pagani da sradicare, abusi da togliere, difficoltà da superare, ad esempio le persecuzioni, le angherie e ingiustizie di ogni genere da parte dei bramini e dei capi villaggio gelosi ed interessati, che si vedono sfuggire di mano la preda. Vi sono scuole da aprire, da visitare, a cui provvedere, cappelle da erigere, ecc.».

Padre Pezzoni ha 48 villaggi da visitare ed è contento che si trovino quasi tutti a poca distanza l’uno dall’altro, eccetto due: «Più facile la visita e la sorveglianza e i catecumeni, essendo vicini gli uni agli altri, si sentono più incoraggiati». Ma non sempre è così. A volte le distanze sono grandi e ci vogliono nottate intere per passare da un villaggio all’altro, col carro a buoi o a piedi. Nel 1931 il giovane padre Angelo Bianchi (aveva 27 anni) porta in missione la prima moto: «La uso da dieci giorni — scrive ai parenti. — Magnifica! Anche mons. vescovo che l’ha vista, ne è molto contento».
Le statistiche dimostrano che l’ondata delle conversioni nella regione di Bezwada era eccezionale in India. Nel «Catholic Directory » del 1936 (che comprendeva India, Bengala, Ceylon e Birmania) sono elencate le 58 diocesi di quel tempo, con la percentuale dei convertiti per ogni sacerdote. La prima diocesi è quella di Bezwada con 183 convertiti nel 1935 per ogni sacerdote (55), la seconda Shillong in Assam con 96; nelle prime sette diocesi elencate (su 58), oltre a Bezwada, altre due sono affidate ai missionari del Pime: Dinajpur (Bengala) con 40 convertiti e Kengtung (Birmania) con 35 (56).
I missionari di Bezwada si interrogano sul perché i fuori casta si convertono così numerosi. In un opuscolo anonimo che Leoncini attribuisce a p. Domenico Grassi (57) è riportata una «lettera comune» dei missionari della regione telegu di Bezwada scritta nel 1931, nella quale essi rispondono all’interrogativo: perché i paria si convertono a Cristo? Ecco cosa scrivono (58):

«Indubbiamente la carità dei missionari esercita una grande attrattiva sui pagani. Tuttavia nel nostro caso essa non può spiegare il movimento di conversioni. Le nostre opere caritative sono cospicue solo per la loro assenza. I due orfanotrofi che abbiamo sono insufficienti per dare ospitalità ai bambini abbandonati dei nostri cattolici, non parliamo nemmeno di quelli pagani. Non abbiamo nessun nostro ospedale, siamo troppo poveri per fare qualcosa di consistente nel campo della carità; il governo è protestante e la nostra influenza sugli ufficiali governativi è quasi nulla. No, i pagani non vengono a noi in vista di aiuti che non possono ottenere. È Nostro Signore che li chiama» (59).

La lettera continua affermando che il cristianesimo è sempre più conosciuto, lo spirito di sacrificio e la purezza di vita dei missionari fanno grande impressione; inoltre, che le conversioni a Cristo siano autentiche lo dimostra il fatto che i neo-convertiti sono zelanti nel propagare la loro fede. D’altra parte, l’induismo si rivela sempre più vuoto di fronte ai problemi del mondo moderno: i sacerdoti indù non sono di nessun aiuto alla società e ai poveri e «persino l’entrata nei templi indù è proibita ai paria». Queste spiegazioni però non risolvono il problema del perché si convertono solo i paria del «Krishna District» dove lavorano i missionari del Pime, mentre le motivazioni elencate valgono per tutta l’India. Come nota p. Mario Dell’Agnol (60),

«tutto questo è un mistero della divina Grazia, tanto più se consideriamo che i nostri catecumeni non si aspettano nulla dai missionari. Al contrario, fin dall’inizio del loro catecumenato essi sono esposti alle pressioni fisiche e morali, per non parlare degli assalti e battiture che devono sopportare. Ci sono villaggi di paria che hanno dovuto emigrare per trovare lavoro!».

Ogni missionario aveva liste di numerosi villaggi che chiedevano il catechista e doveva rispondere di no; scoraggiati da queste risposte negative, sono andati con i protestanti; ma questo, scrive padre Grassi nel documento citato, non è il peggiore dei mali. Molti altri, o non si sono fatti protestanti avendo perso la fiducia in loro o, disperati di non ricevere risposta alle loro richieste di istruzione religiosa né dai cattolici né dai protestanti, hanno abbandonato ogni speranza di diventare cristiani (61). Padre Leoncini nota che

«questi decenni di grazia non sono mai più ritornati e oggi un così imponente movimento di conversioni in massa è impensabile, anzi assistiamo alla tendenza opposta, messa in moto da vari movimenti religiosi o politici» (62).

Bezwada «terra promessa del cristianesimo in India» (1933)

La grande opera dei missionari del Pime nella missione di Bezwada è stata la riabilitazione dei fuori casta, non solo nei villaggi, ma educandoli anche a livelli superiori. Ad esempio, nel 1923 viene fondata la scuola industriale di Gunadala presso Bezwada, che nel 1934 aveva 300 alunni paria e ancor oggi prepara meccanici, falegnami, elettrotecnici, ecc.
Il 9 marzo 1934 il delegato apostolico della Santa Sede, mons. Leo Kierkels, visita la missione di Bezwada e ne è entusiasta; due anni dopo, scrive un articolo intitolato «La terra promessa del cristianesimo in India» (63):

«Senza voler disprezzare le altre missioni in India, debbo notare che, riguardo alle conversioni negli ultimi dieci anni, le missioni fra i telegu meritano una speciale citazione. Le conversioni sono state a migliaia e se un imprevedibile avvenimento non viene a mettere uno stop a questo movimento, nei prossimi anni i paesi telegu sono destinati a diventare la terra promessa del cristianesimo. Nellore e Bezwada stanno crescendo e ogni anno mietono un’abbondante messe di anime».

Il 10 gennaio 1933 la regione sotto dominio inglese della diocesi di Hyderabad diventa la «missione autonoma di Bezwada», centro della missione fra i telegu, fuori casta o basse caste. Ad Hyderabad rimanevano comunità cristiane quasi tutte di casta, autosufficienti e provenienti da immigrati dal sud India di antica fede cristiana. Le conversioni nella regione di Hyderabad erano a quel tempo molto meno numerose che a Bezwada.
Il 13 aprile 1937 un nuovo decreto della Santa Sede proclama Bezwada diocesi, suffraganea della sede metropolitana di Madras (64). Nel 1953, quando Hyderabad, capitale dell’Andhra Pradesh (stato federale dell’Unione indiana), diventa archidiocesi metropolitana, Bezwada è una delle diocesi suffraganee.
Dall’11 novembre 1933 superiore della missione di Bezwada è il milanese mons. Domenico Grassi, vescovo dal 1° maggio 1939, che muore il 9 maggio 1951: 18 anni di governo della missione, attraversati dalla II guerra mondiale (1940-1945), quando la maggioranza dei missionari italiani del Pime sono rinchiusi dagli inglesi in campo di concentramento. Dopo la guerra il «vescovo gentiluomo», com’era chiamato mons. Grassi per il suo portamento affabile ma riservato che lo faceva sembrare un «gentleman» inglese, organizza e dà un forte impulso all’apostolato: i cattolici passano da 22.633 nel 1933 a 38.280 nel 1939 ed a 62.709 nel 1951, cioè triplicati in meno di vent’anni, con la guerra mondiale in mezzo. Una statistica che dimostra come l’ondata delle conversioni in massa non si era affatto spenta anche dopo l’indipendenza dell’India nell’agosto 1947.
Quando nasce nel 1933, la missione autonoma di Bezwada aveva 16 padri del Pime, un prete indiano, tre fratelli di San Gabriele, 29 suore e 187 catechisti. Nel 1951 la diocesi di Bezwada contava 35 padri, 29 del Pime e 6 indiani, 5 fratelli del Pime, 65 suore e 318 catechisti: «uno straordinario progresso» nota Leoncini (65), specie nel numero dei catechisti che, com’è noto, sono i veri evangelizzatori dei non cristiani.
Ma non tutto è riducibile a statistiche di battesimi e di personale apostolico. Un forte segno di presenza della Chiesa fra i telegu, oltre alle opere caritative ed educative, è il santuario della Madonna di Lourdes a Gunadala, frequentato ogni anno da circa due milioni, due milioni e mezzo di pellegrini. L’inizio del santuario risale al 1924 quando padre Paolo Arlati (66) consacra l’orfanotrofio appena iniziato a Gunadala alla Madonna di Lourdes: chiede in Italia una sua grande statua e la mette in una cavità naturale nella roccia a metà della collina che domina Gunadala e la vicina città di Vijayawada (oggi un milione di abitanti). A poco a poco la gente dei villaggi vicini e poi anche da quelli più lontani incomincia a salire i sentieri della collina per toccare i piedi di Maria e metterle al collo una ghirlanda di fiori secondo il costume indiano. Il movimento di folla è cresciuto spontaneamente. Nel 1933, a ricordo dell’Anno Santo, sulla cima del colle viene piantata un’alta croce che si vede da tutta Vijayawada.
Dopo l’ultima guerra mondiale, quando le lotte sanguinose fra indù e musulmani insanguinavano il paese e portarono alla divisione fra India e Pakistan (1947), Vijayawada, città con molti musulmani, venne salvata dalla bianca Signora sulla collina di Gunadala, a cui tutti accorrevano in preghiera: i pellegrinaggi avevano creato un clima di comprensione fra indù e musulmani. Nel 1950 i fratelli Carlo Bertoli e Luigi Crippa ingrandiscono la grotta scavando la viva roccia, costruiscono due scalinate che salgono zigzagando la collina e portano alla grotta di Lourdes, dominata da un grande arco in cemento colorato; lungo la strada che sale alla grotta costruiscono 15 cappelline con gli affreschi dei 15 misteri del Rosario. Nel 1951 viene installata una nuova statua di Maria. I cattolici salgono alla grotta e poi alla Croce, portando al collo un crocifisso e il rosario di Maria.
Nella festa della Madonna di Lourdes l’11 febbraio (quando accorrono a Gunadala 150.000-200.000 devoti in maggioranza non cattolici), Maria è incoronata da un musulmano, mentre migliaia di pellegrini si fanno tagliare i capelli, sciogliendo il voto che avevano fatto di non tagliarsi i capelli se non dopo il pellegrinaggio a Gunadala. Va ricordato che, a partire dagli anni venti,

«Gunadala diventa il cuore della missione di Bezwada — come scrive p. Leonardo Redaelli (67). — La scuola industriale (fabbri e falegnami) guidata dai fratelli del Pime, le scuole elementari, medie e magistrali, hanno creato fra i cristiani delle élites professionali di buon livello: tutti erano orgogliosi di poter dire di aver studiato a Gunadala. I maestri diventavano automaticamente catechisti, prima che fosse creato il centro di formazione dei catechisti (intitolato a san Paolo). A Gunadala erano ospitati gratis 300 studenti fuori casta, con un irrilevante (anche se apprezzato) aiuto del governo: da questo ‘‘boarding’’ e dalle nostre scuole sono uscite le prime classi medie dei ‘‘dalit’’ nella regione di Bezwada».

Fatimanagar, la città cristiana dalla foresta (1953)

Riprendiamo il racconto della diocesi di Hyderabad, dopo la separazione di Bezwada nel 1933. Le statistiche del 1939 segnano per Hyderabad (68) una popolazione di circa 7 milioni di abitanti, dei quali 34.410 cattolici, con 24 missionari del Pime, 10 sacerdoti indiani, 7 seminaristi di teologia e filosofia, 153 catechisti. Numerose le suore: sant’Anna di Torino, 8 case con 48 suore; francescane missionarie di Maria, quattro case con 28 suore; suore catechiste telegu di sant’Anna della Provvidenza (sotto la direzione delle suore di sant’Anna italiane), cinque case con 12 suore e 14 novizie; suore della Carità di Maria Bambina, tre case con 24 suore; suore catechiste indigene di s. Francesco d’Assisi (sotto la direzione delle suore della Carità), quattro case con 15 suore; piccole suore dei poveri, sei suore.
Come si vede da questo semplice elenco, la diocesi di Hyderabad poteva dirsi ben fondata: nell’anno 1938 i battesimi di pagani adulti erano 762 (più 71 venuti dal protestantesimo), a Bezwada poco meno di 2.000. Nella diocesi di Hyderabad i cattolici vivevano principalmente nelle città: anglo-indiani, tamil e altri provenienti da varie parti dell’India, più famiglie locali di casta. Erano convertiti da tempo («vecchi cristiani»), una comunità matura che dava anche vocazioni sacerdotali e religiose, ma con poche conversioni. Nelle città il grande impegno della Chiesa erano le scuole e le opere assistenziali e caritative. L’apostolato nei villaggi non cristiani, poco sviluppato, comincia praticamente con l’erezione della diocesi di Warangal nel 1953, della quale il primo vescovo è mons. Alfonso Beretta, allora vescovo di Hyderabad. Beretta racconta (69):

«Già dai tempi di mons. Vismara si parlava di dividere la diocesi di Hyderabad, ma il vescovo era più che ottantenne e la situazione era ferma. Quando diventai vicario capitolare (amministratore diocesano) nel 1948, in seguito alle dimissioni di mons. Vismara, scrissi al p. Augusto Lombardi del Pime, che era segretario della nunziatura apostolica di Delhi (poi superiore del Pime, vedi capitolo VI, n.d.r.), perché promovesse la divisione. Consacrato vescovo di Hyderabad (8 aprile 1951 a Brugherio, mio paese natale), iniziai la procedura e dopo due anni venne eretta la nuova diocesi di Warangal».

I 21 padri del Pime seguono mons. Beretta a Warangal, mentre Hyderabad passa al vescovo indiano mons. Marc Gopu, col quale rimangono una ventina di sacerdoti locali. Presso Warangal, dove oggi sorge «Fatimanagar» (la città di Fatima), nel 1953 era «tutta foresta, infestata da pantere, orsi e cobra». Mons. Beretta compera un vastissimo terreno e fratel Pasqualino Sala (il costruttore di Fatimanagar) ne compera altro: in tutto 60 ettari. Forse è difficile trovare in India una cittadina cattolica così vasta e bella come Fatimanagar, sede del vescovo di Warangal e delle opere centrali cattoliche: cattedrale, curia vescovile, seminario, scuole, officine, ospedale, sedi di religiosi e di suore, convitti maschili e femminili per studenti e ricoverati, opere sociali e caritative, tipografia, ecc.
Ma quando all’inizio, nel 1953, Beretta vuol costruire col benestare delle autorità locali, manca il permesso del governo di Hyderabad (capitale dello stato indiano di Andhra Pradesh): il primo ministro non vuole saperne. Il problema, afferma mons. Beretta, è stato risolto dalla Madonna di Fatima, alla quale ha poi dedicato la diocesi:

«Nel 1948-1949 — racconta l’anziano vescovo (70) — avevano organizzato un pellegrinaggio della statua della Madonna di Fatima nelle diocesi dell’India. Mi chiesero se la volevo ad Hyderabad, ma io ero perplesso perché a quel tempo c’era la guerriglia dei seguaci del Nizam contro l’esercito indiano. Però accettai e il passaggio della statua operò autentici miracoli. Una donna non cristiana paralizzata alle gambe, che si trovava nell’ospedale cattolico di Hyderabad, aveva imparato dalle suore le preghiere cristiane. Quando la statua della Madonna arrivò in ospedale, la posero su un altare nell’atrio. La donna si trovava a 20 metri di distanza. Improvvisamente si è alzata ed ha camminato fino all’altare (71). Il giorno dopo ne parlarono tutti i giornali di Hyderabad. I medici, scettici, prevedevano che in pochi giorni la donna sarebbe tornata alla sua paralisi: invece io rimasi ad  Hyderabad ancora cinque anni e la vidi camminare in ottima salute! Una suora, con un tumore al cervello che le impediva di parlare, si mise a cantare con i fedeli e le consorelle e tornò normale. Nella mia diocesi si verificarono altri casi simili...».

Così, per intercessione della Madonna di Fatima, giunge il sospirato permesso di costruire Fatimanagar. Artefice della cittadina cattolica è fratel Pasqualino Sala, grande costruttore e organizzatore del lavoro di muratori e operai che lui stesso formava. L’avventura di come da una foresta è nata Fatimanagar è affascinante, raccontata dallo stesso Pasqualino nel suo diario (72), di cui riproduco solo la conclusione:

«Tanti anni fa un padre disse di me che sono un ‘‘enciclopedico’’ e intendeva non tanto quello che ho studiato, che è molto poco, ma quello che ho fatto e che faccio. A casa mia ero muratore. Entrato nel Pime, per incarico dei superiori feci la pulizia delle stanze, il cuoco, il calzolaio, il portinaio, l’infermiere, l’autista, il parrucchiere; nella mia carissima missione in India sono stato insegnante, dottore, disegnatore, architetto, capomastro, capo officina, cuoco, catechista, contadino, allevatore di vacche, buoi e bufale e ho dato anche dei battesimi. Negli ultimi anni mi sono accontentato di fare il costruttore, ma tutte le altre mansioni le ho accettate a un solo scopo, la mia santificazione. Sono contento di aver lasciato la mia famiglia e la mia patria e di essermi dato completamente a Dio, per fare la sua volontà.
Non importa se gli impegni che ho assolto sono stati umili e nascosti. Il Signore darà la ricompensa non guardando a quello che si è fatto o alle cariche ricoperte, ma allo spirito con cui lo avremo servito. Posso dire che questo è proprio lo spirito col quale sono diventato fratello missionario».

«Il vescovo Beretta si identifica con i poveri» (1951-1985)

Prima di partire da Hyderabad, mons. Beretta acquista il terreno per il seminario filosofico e teologico regionale (per le diocesi dell’Andhra Pradesh), che viene costruito negli anni seguenti. La sua prima preoccupazione appena giunto a Warangal è di aprire il seminario, al quale dà la priorità assoluta, anche perché a quel tempo i missionari temevano di essere espulsi dall’India. Infatti cessano quasi subito i permessi per l’ingresso di rinforzi dall’Italia.

«Quando nel 1953 partì da Hyderabad e venne a Warangal — dice p. Augusto Colombo (73) — non aveva nemmeno un prete né un seminarista indiano, ma prese preti dal Kerala e cominciò subito il seminario: ha avuto almeno un centinaio di preti. Dei suoi ragazzi diventati preti, tre sono stati consacrati vescovi: uno di Guntur, il secondo gli succedette a Warangal e il terzo è diventato Vescovo di Nalgonda. Ha dato un forte impulso ai catechisti e alla catechesi, alla formazione cristiana in profondità attraverso le associazioni laicali e le opere sociali ed educative».

Beretta è ricordato come un vescovo di grande cultura: leggeva molto, studiava, parlava bene il telegu letterario e il tamil, l’hindi e anche l’urdu, naturalmente oltre all’inglese. Dicono i missionari che quando faceva discorsi in telegu (che è lingua letteraria di antica tradizione), gli indiani colti che lo ascoltavano si meravigliavano di come uno straniero sapesse così bene la loro lingua. Era però conosciuto come «l’apostolo dei poveri». Non solo perché pioniere dell’azione missionaria e sociale tra i paria, ma per le caratteristiche del suo episcopato: austerità e povertà, condivisione col popolo più umile, capacità di parlare la lingua della gente comune, ecc. In una pubblicazione edita a Warangal per il suo 25o di episcopato (1976) un sacerdote indiano scrive:  «Il bishop Beretta si identifica in tutto con i poveri». In una delle sue poche interviste si legge (74):

«Ho cercato di vivere in mezzo alla gente più povera, visitarla frequentemente nei villaggi, essere attento ai loro bisogni e disponibile ad ogni tipo di servizio richiesto. A differenza dei protestanti, noi non abbiamo mai fatto propaganda o proselitismo. Erano gli indiani stessi a chiederci il battesimo e spesso anche in troppi... Un’altra mia forte preoccupazione è stata l’educazione delle nuove generazioni nelle scuole... Il nostro lavoro apostolico si sviluppò soprattutto fra i paria».

Padre Augusto Colombo testimonia (75):

«Mons. Beretta incarnava bene la tradizione del Pime, che manda i missionari a fondare la Chiesa dove ancora non esiste. Fondò la diocesi di Warangal nel 1953, dalla quale fece nascere altre due diocesi: Nalgonda (1976) e poi Khammam che è stata eretta dopo le sue dimissioni (1988), ma l’aveva preparata lui. Per Beretta la missione era essenzialmente primo annunzio ai non cristiani. Io sono stato a Khammam: dal 1953 al 1970 siamo passati da 3.000 a 60.000 battezzati. Beretta è stato uno dei protagonisti delle conversioni in massa dei paria già quando era parroco a Dornakal, alla fine degli anni trenta.
Il movimento in massa dei paria verso la Chiesa avvenne solo in Andhra, è caratteristico delle missioni del Pime, non c’è stato in nessun’altra parte dell’India. Anche se provocato da situazioni politiche e dal lavoro sociale dei missionari, è nato per l’insistenza di Beretta (e del vescovo di Vijayawada mons. Ambrogio De Battista) sul primo annunzio e la catechesi. Beretta era favorevole all’azione sociale ed educativa, ma voleva che i preti si impegnassero nella missione, visitando i villaggi non cristiani, formando e assistendo i catechisti, costruendo cappelle. Diceva sempre che quando un villaggio si converte a Cristo, allora incomincia la sua promozione sociale.
Per le scuole e le opere sociali chiamava istituti specializzati, gesuiti, salesiani, fratelli di varie congregazioni e del Pime e poi le missionarie dell’Immacolata e altre congregazioni femminili. Voleva che i preti facessero i preti. È vero che io e altri missionari abbiamo fatto molte opere sociali, ma il vescovo sapeva che noi missionari non trascuravamo la parrocchia e la missione ai non cristiani, perché davamo le opere in mano ai laici locali. Per educare missionariamente i preti indiani, non voleva si impegnassero in opere sociali: aveva sperimentato che, se messi in queste opere, erano tentati di trascurare il ministero pastorale. Beretta era convinto che la conversione a Cristo, quando è autentica, porta ad un cambiamento di mentalità e di strutture familiari e diventa promozione sociale».
«La conversione dei paria — continua p. Colombo — ha rivoluzionato la Chiesa dell’Andhra Pradesh e anche dell’India. Prima era una Chiesa con poco spirito missionario. Le conversioni avvenivano per influsso dei cristiani, i preti, essendo pochi, rimanevano un po’ chiusi nei villaggi cristiani. Noi del Pime abbiamo dato l’esempio di andare ai villaggi non cristiani e il Signore ha benedetto questo apostolato con ondate di conversioni, che hanno reso la Chiesa più attiva. Oggi le parrocchie sono più missionarie, mentre prima erano tradizionaliste. Anche la grande attenzione ai catechisti è nata da questa spinta ai non cristiani.
L’apostolato nei villaggi più poveri, come le scuole, hanno portato alla redenzione sociale dei paria. Oggi i ‘‘dalit’’ hanno deputati, laureati, vescovi, schiere di professionisti. Si continua a dire in Europa che la Chiesa in India trova molte opposizioni perché troppo ‘‘occidentale’’. È vero solo in parte. Il fastidio nelle classi dirigenti viene dal fatto che la Chiesa cattolica è sempre in primo piano nella difesa dei poveri e delle classi o categorie marginalizzate, soprattutto dei paria e dei tribali».

Quando mons. Beretta riesce a far accettare le sue dimissioni (30 novembre 1985), era da molti anni l’unico vescovo straniero rimasto in India. Ma i vescovi dell’Andhra Pradesh non volevano che si ritirasse. Beretta diventa cappellano del lebbrosario di Pedda Pendial dove resta 14 anni fino alla morte. Riprende ad andare in bicicletta, fa catechismo e celebra la messa nei villaggi, è confessore di suore e preti. Muore il 23 maggio 1998 a 87 anni, dopo 64 trascorsi di India.

L’epopea delle «conversioni in massa» a Warangal (1953-1970)

La nascita della diocesi di Warangal (1953) segna l’inizio del fenomeno di «conversioni in massa» tra i fuori casta (chiamati anche «dalit» o «harijans» o «paria»), che già si verificava da vent’anni nella vicina diocesi di Bezwada (Vijayawada). Molti hanno cercato di trovare spiegazioni razionali per questo fenomeno: fatica sprecata. L’unica spiegazione valida è quanto scrivevano i missionari di quel tempo nella regione fra Warangal e Vijayawada: «Lo Spirito Santo soffia con forza in questa zona dell’India». Il p. Augusto Colombo scrive (76):

«Sono infinitamente riconoscente al Signore per avermi non solo chiamato ad essere missionario, ma mandato all’età di 25 anni a Warangal nel 1952, proprio quando il cristianesimo esplodeva fra il nostro popolo. Noi missionari eravamo inebriati da questo vento che gonfiava le vele, anche se non sapevamo perché proprio a noi toccava la grazia di vedere in azione lo Spirito Santo, come negli Atti degli Apostoli. Questo vento portava notizie di conversioni e di battesimi di interi villaggi da ogni punto delle diocesi di Warangal e di Vijayawada, anche da zone lontanissime, rimaste aride per lungo tempo.
Ci siamo dati completamente alla missione, con grandi sacrifici, lavorando tutto l’anno, sempre disponibili alle richieste della gente. Il momento di incontro fra noi era nei giorni 11 e 12 febbraio di ogni anno, festa della Madonna di Gunadala: un incontro che nessuno avrebbe voluto perdere, per nessuna ragione al mondo, perché era un momento di alta tensione missionaria, di gioia, di fraternità, quando, scambiandoci le notizie dei vari distretti, toccavamo con mano le meraviglie che il Signore operava attraverso le nostre persone. Il luogo di incontro era lo studio-stanza da letto-refettorio di padre Leonardo Redaelli, rettore della scuola che ospitava 300 ragazzi e sotto il grande albero di tamarindo davanti alla veranda (che dava rifugio a centinaia di pappagallini). Ci ritrovavamo in 30-40: raccontavamo le nostre avventure, mangiando qualcosa di buono che Redaelli aveva preparato.
A mezzanotte quasi tutti andiamo a dormire: a gruppetti di due-tre padri, ciascuno prende un lettuccio da campo (solo la rete senza materasso) e si sistema nel posto che trova migliore: nella veranda, sotto la pianta, nel mezzo del refettorio, dove c’è vento o dove non c’è vento, secondo i gusti. Tutti siamo abituati ai villaggi dove si dorme come si può. Così coricati, le conversazioni continuano: c’è chi discute il problema dei maestri, altri si scambiano esperienze sui catechisti, poi ci sono gli inviti vicendevoli a battezzare un villaggio, a celebrare una festa, a predicare un ritiro, ecc. Solo verso l’una di notte il silenzio viene rotto solo dal frinire dei grilli e dai vari modi di respirare e di russare. Alle 5 tutto il piazzale davanti alla scuola è in fermento, con centinaia di pellegrini che arrivano e vogliono confessarsi, prima di salire la collina di Gunadala e andare a pregare la Madonna...».

Colombo afferma che i vecchi missionari si ritenevano soddisfatti di mille battesimi di adulti l’anno, ma alcuni giovani ne amministravano due-tre volte tanti. Un fatto del tutto straordinario in India, reso possibile dalla motocicletta che aveva sostituito il carro a buoi, da scuole e maestri cattolici che facevano anche i catechisti e dall’aumentato afflusso di aiuti finanziari, per costruire scuole e cappelle, pagare i maestri, ecc. Nel 1950 la zona di Khammam aveva qualche migliaio di battezzati, nel 1980 erano 80.000: nel 1988 è nata la nuova diocesi di Khammam. Commovente, scrive Augusto,

«la giornata passata a battezzare il villaggio di Banigandlapadu: cinquecento battesimi dati con un caldo a quaranta gradi. P. Giannino Politi fu il prescelto nuovo parroco, che raccolse la corona di rose e di spine. Infatti, il movimento di conversioni (dei ‘‘dalit’’), nuovo nella zona, suscitò risentimenti nei capi delle alte caste che si identificavano anche con i capi politici: così ne uscirono scintille, minacce, angherie, ecc., che però ebbero l’effetto di tutte le persecuzioni: infervorare e moltiplicare i neofiti».

I missionari artefici di questo movimento di conversioni nella regione di Khammam (e fondatori della diocesi omonima) sono stati i padri Carlo Silva (1905-1973), Albino Bortolato (1912-1964), Giannino Politi (1914-1995), Giulio Cancelli (1920-1985), Carlo Radice (1914-1980) e i viventi Luigi Delissandri, Florindo Antonello e Augusto Colombo. Ma non è possibile ricordarli tutti! La vita di questi e altri missionari delle diocesi di Warangal e Vijayawada di quel tempo era un continuo girare nei villaggi per visitare, incontrare e aiutare la gente. Così la descrive Augusto Colombo:

«Il carro a buoi è la casa ambulante del missionario, col molleggio rappresentato da un sacco riempito di paglia. All’arrivo in un villaggio viene piantata la tenda che ha un crocifisso sul palo e serve da chiesa, con un lettino da campo, un tavolino pieghevole che serve anche da altare, una sedia e una pentola che serve da cucina. Inoltre, un grammofono con i dischi a 75 giri che mandano in visibilio i ragazzi. Alla sera si accende la lanterna a petrolio e fino alle ore piccole si continua a pregare, leggere il Vangelo, ascoltare le loro domande e rispondere. Alle quattro del mattino la gente è già raccolta davanti alla tenda per la Messa, prima che spunti il sole e arrivino i ‘‘padroni’’ a chiamare i loro servi ed a spedirli nei campi a lavorare.
Queste esperienze erano del tutto nuove per i fuori casta, abituati ad essere tenuti a distanza, in disparte e in silenzio. Per questo la visita del missionario è ricordata anche a distanza di anni e l’unico problema per la loro conversione sono le distanze da superarsi col carro a buoi e le forze del missionario, che non può visitare dieci villaggi in un giorno. Non appena i giovani missionari riescono ad avere dall’Italia le moto, l’ambiente è già pronto per le conversioni. Si costruiscono piccole cappelle in ogni villaggio dove ci sono cristiani o catecumeni: costruzioni bianche in mezzo al fango del villaggio che danno identità e dignità ai poveri fuori casta, che trovano nel missionario il loro padre e protettore. Un ruolo mai conosciuto da questa gente».

Come e perché avvenivano le conversioni? P. Leonardo Redaelli afferma che non si può dare una risposta a questa domanda: in luoghi dove il padre aveva costruito la scuola e la chiesa non c’erano conversioni; in altri posti dove era andato una volta sola, subito chiedevano l’istruzione religiosa e si convertivano. Leonardo racconta (77):

«Una volta padre Angelo Bianchi (poi vicario generale di mons. De Battista) raccontava che passando in moto vicino ad un villaggio di ‘‘dalit’’ (fuori casta) in cui non era mai stato, vede da lontano che alcuni poliziotti avevano legato un uomo ad una pianta e lo stavano battendo con bastoni. Il padre si avvicina e ferma i poliziotti, i quali gli spiegano che quell’uomo ha sbagliato e bisogna punirlo subito. Bianchi intercede per lui, paga la multa e lo fa liberare. Il poveraccio si è così commosso per quell’intervento del tutto gratuito, che a poco a poco si è fatto cristiano ed ha poi portato tutto il villaggio nella Chiesa».

Augusto Colombo: migliorare la vita dei fuori casta

Una caratteristica dei missionari del Pime in Andhra Pradesh sono le opere educative e sociali. Tutti i missionari hanno realizzato una quantità di iniziative: case per i poveri, cooperative di produzione e di vendita, fattorie agricole, impegno anche giuridico per le terre ai paria, banche rurali per la lotta contro gli usurai, assistenza sanitaria e ai lebbrosi, educazione scolastica, lavoro artigianale per le donne, scavo di pozzi, alfabetizzazione degli adulti, ecc.
Non è possibile, nel breve spazio a disposizione, seguire l’azione pastorale e sociale dei singoli missionari. Parlo di uno che è in India dal 1952 e si è distinto con opere fuori del normale: il padre Augusto Colombo. Ancor oggi, a 73 anni di età (è nato nel 1927) e dopo 48 anni di India, continua a portare avanti una quantità di imprese e trova anche il tempo di inventarne di nuove. Cos’ha realizzato padre Augusto? È passato attraverso varie esperienze, come tutti i missionari (78).
Oltre all’aiuto nei casi di emergenza, ha incominciato facendo l’infermiere e il medico, dopo aver frequentato a Milano la «scuola di medicina per missionari» fondata dal dott. Marcello Candia al Policlinico nel 1948 ed essendosi diplomato infermiere.
Negli anni cinquanta, il movimento di conversioni dei paria dalla diocesi di Vijayawada si diffonde in quella vicina di Warangal, soprattutto nei distretti missionari di Khammam (in cui operava p. Colombo) e di Nalgonda: ambedue oggi sono sedi di diocesi.

«Non esistevano strade né elettricità — racconta p. Augusto riferendosi agli inizi del suo apostolato in India (79) — si girava di villaggio in villaggio con il carro tirato dai buoi. Una vita randagia, a volte veramente pesante... Ci dedicavamo soprattutto ai fuori casta i quali, benché rappresentassero una fetta consistente della popolazione, erano emarginati. Da noi si sentivano accolti e trattati da uomini, pari a noi. Tra loro iniziarono le prime conversioni. Facendosi cristiani si sentivano rivalutati. Così, nella diocesi di Warangal, in una quindicina d’anni, dalle quattro parrocchie iniziali se ne svilupparono una decina. Tutto questo contribuì a creare una solida comunità. I miei parrocchiani erano tutti braccianti e analfabeti. Brava gente, ma povera (80). E il governo dell’Andhra Pradesh non faceva assolutamente nulla per cambiare la situazione. Seguiva l’antica e collaudata strategia: ‘‘Finché il popolo è povero e ignorante, lo si può governare facilmente’’. Perciò niente scuole, ospedali, provvidenze sociali per i paria».

Padre Colombo sviluppa la sua attività sanitaria: costruisce un ospedale, diversi dispensari e un lebbrosario.

«I lebbrosi sono forse i più emarginati fra gli uomini, a loro era negata ogni assistenza ospedaliera. Chiedemmo l’autorizzazione per realizzare un programma di assistenza e il governo ci diede un’area edificabile da gestire secondo le direttive del programma sanitario nazionale. Anche in questo caso le strutture, i medici, gli infermieri e le medicine erano totalmente a nostro carico. Per fortuna vennero incontro gli «Amici dei Lebbrosi» di Bologna. Inizialmente gli ammalati nella nostra zona erano 3.000, oggi sono 300, poiché la lebbra è una malattia dalla quale si guarisce alla perfezione, se curati in tempo. Decidemmo di organizzare un efficiente monitoraggio del territorio...».

Poi Augusto si dedica ai ciechi:

«Ogni anno in India circa quattro milioni di persone diventano cieche a causa della cataratta! Con l’aiuto di un medico oculista italiano e di una formidabile équipe di medici italiani è nata un’attrezzata clinica oculistica: per otto anni, nella stagione propizia, medici oculisti e chirurghi italiani sono venuti in India a curare e operare i poveri e hanno formato un dottore locale, che oggi opera gratuitamente 4-5 cataratte al giorno».

Dagli anni sessanta in avanti, padre Colombo si lancia in una serie di iniziative: scavo di pozzi, fattoria agricola, costruzione di strade (col sistema «Food for Work», cioè cibo in cambio di lavoro), case per i poveri, interventi nei tribunali a difesa dei poveri, cooperative di calzolai e di altri artigiani... e naturalmente scuole di ogni genere.

«La promozione dei poveri è problema di educazione»

Una delle iniziative più originali è stata quella di insegnare alle donne indiane l’arte di produrre ricami e merletti, tradizionale nel paese natale di padre Augusto, Cantù (Como). Da Cantù e da Monza arrivano ricamatrici che insegnano alle ragazze e alle donne locali:

«Imparano subito — mi disse una di queste insegnanti nel 1977 — e sono veramente brave, intelligenti, precise: il problema è di abituarle a tener pulito il loro prodotto. Nelle capanne indiane c’è troppa polvere, mani unte, bambini che toccano tutto...».

Oggi un migliaio di donne lavorano a casa propria (con lo stipendio di 15 rupie al giorno) in questa industria che esporta in Italia quasi tutti i suoi prodotti (venduti dalla ditta Ratti di Cantù). Un’altra ventina di ragazze dipingono foglie che vengono applicate su cartoncino e usate come biglietti augurali. Il fatto che tante donne guadagnano un buon stipendio fisso ha causato una «rivoluzione femminile» nei villaggi!
All’inizio degli anni sessanta, padre Colombo realizza, con l’aiuto di amici lodigiani, la «Lodi Society» e la «Lodi Farm», fattoria che è un grande aiuto per il miglioramento della produzione di cibo, l’introduzione di nuovi prodotti di frutta e verdura, la coltivazione del baco da seta. Oggi la «Lodi Society» è un organismo diocesano con sede a Fatimanagar, riconosciuto dal governo per il lavoro sociale. Ha costruito centinaia di casette per i poveri e scavato centinaia di pozzi, distribuito sementi e attrezzi agricoli, ecc. In campo scolastico, le missioni hanno sempre usato le scuole come mezzo per promuovere l’elevazione delle classi più povere. Padre Colombo ne ha costruite tante, elementari e medie, ma i paria meritevoli non riuscivano a proseguire negli studi: non trovavano mai posto nelle scuole superiori, nei licei e nelle università statali.
«La soluzione è una sola — ha detto Augusto. — Le scuole dobbiamo farcele noi». Con l’incoraggiamento di mons. Beretta parte la costruzione di scuole medie, licei e addirittura università, dove i paria che dimostrano capacità e buona volontà possono studiare senza preoccuparsi d’altro. Nel maggio 1997 sono usciti dall’ateneo di Warangal i primi laureati in lettere, scienze naturali, economia e commercio. Nella lettera del Natale 1998 che manda agli amici, padre Augusto scrive:

«All'università abbiamo la nuova facoltà MCA (Master of Computers Applications), che forma esperti e insegnanti nel campo dei computer e nell' agosto scorso siamo riusciti ad ottenere dal governo l'approvazione della nostra università di ingegneria con le facoltà di elettronica e comunicazioni (40 studenti), computer (40), elettrotecnica (40) e meccanica (60). Siccome in India tutte le università scientifiche sono a numero chiuso, è praticamente impossibile far ammettere un nostro studente nelle statali o private. Ora invece abbiamo l'università nostra, diocesana, e metà dei posti sono riservati ai nostri ragazzi, l'altra metà è aperta a tutti, non esclusi i nostri ragazzi».

Dove un tempo c’era foresta, oggi ci sono scuole, casette e botteghe. Il nuovo quartiere si chiama «Karunapuram», «città della bontà». Vi abitano 3.000 studenti e studentesse in gran parte paria; sono ospitati nei pensionati, dove trovano il clima giusto per studiare, oltre che nutrimento e assistenza adeguati.
Un grande aiuto per il potenziamento delle scuole l’hanno portato le «adozioni a distanza». Benefattori dall’Italia, e in particolare del centro missionario Pime di Milano («Ufficio aiuto missioni » di padre Mauro) e del Mam di Napoli («Movimento adozioni missionarie» di p. Fabiano Licciardi), mantengono circa 4.000 ragazzi e ne aiutano altri 10.000. Al centro diocesano di Fatimanagar un apposito ufficio segue tutto il movimento, esaminando le richieste di nuove adozioni. I bambini ed i ragazzi sono seguiti a casa loro, si scatta la fotografia, si manda ai genitori adottivi anche la pagella e la «carta d’identità» del ragazzo, in cui sono segnati gli esami sostenuti con i risultati.
Tutte queste attività organizzative, educative, economiche p. Augusto non le porta avanti a nome suo o del Pime, ma per conto della diocesi di cui sono tutte le proprietà, attraverso la «Viswa Karuna Sangam» il cui presidente è il vescovo. Tutto il resto, soprattutto i fastidi e i fondi per coprire i passivi sono a carico di padre Augusto. Al momento buono gli succederà il direttore diocesano della società. Non è superfluo ricordare che p. Colombo continua a svolgere il lavoro pastorale di visita ai villaggi nella sua parrocchia di Karunapuram (a 10 km. da Fatimanagar). Dalla sua semisecolare esperienza padre Augusto ha ricavato questo insegnamento (81):

«Molti pensano in Italia che la parte più difficile nell’opera di promozione umana ed economica del terzo mondo sia di trovare finanziamenti per i progetti di sviluppo. La realtà è un’altra. Trovare il denaro per certi progetti è certamente difficile, specialmente per noi missionari che non abbiamo alle spalle organismi come la FAO né la potenza di governi. Ma molto più difficile è spendere bene i soldi ricevuti, cioè saper suscitare collaborazione fra la gente e non solo far della beneficenza oppure mettere in piedi baracconi che assorbono denaro ma producono poco. Il terzo mondo è pieno di progetti andati a male, governativi, di organismi internazionali e anche dei missionari...
Per produrre sviluppo si deve vincere l’ostacolo terribile di mentalità statiche, di abitudini tradizionali che non permettono un cammino di progresso. La radice di ogni sviluppo non è il denaro e nemmeno le strutture politiche o le grandi costruzioni, ma la mentalità della gente: per sviluppare un popolo bisogna anzitutto fare opera di educazione, non solo nel senso di alfabetizzazione scolastica, ma di evoluzione di mentalità e dei costumi tradizionali. Per questo, pur ringraziando tutti quelli che aiutano finanziariamente, io rimango dell’idea che il miglior aiuto che noi possiamo dare al terzo mondo è quello di venire sul posto e fare un cammino assieme a loro: non come maestri, ma come fratelli; non solo per dare qualcosa, ma anche per imparare, dato che i popoli poveri (e parlo soprattutto degli indiani) hanno moltissimo da insegnarci».

Ambrogio De Battista: un vescovo realizzatore (1951-1971)

Il successore del primo vescovo di Bezwada mons. Domenico Grassi (1933-1951), è mons. Ambrogio De Battista (1951-1971), missionario in India dal 1932 e vicario generale del Pime dal 1947 al 1951. Come vescovo di Vijayawada (il nome inglese di Bezwada è stato cambiato) dimostra subito le sue capacità e il suo carattere. La diocesi, cresciuta in modo costante ma tumultuoso fin dalla fondazione (1933), chiedeva un organizzatore. De Battista, missionario di prima linea tra i poveri, aveva una mentalità pratica e capace di pianificare: non amava le apparenze, andava al sodo, voleva dai suoi missionari la stessa dedizione che lui metteva nel suo apostolato.
Vijayawada mantiene per un lungo periodo, anche sotto De Battista, il primato delle conversioni fra le diocesi dell’India conquistato nel 1935, quando ebbe 5.506 battesimi di adulti in un solo anno, su un totale di 53.742 in tutte le 58 diocesi dell’India di quel tempo che, come possedimento inglese, comprendeva anche Birmania e Sri Lanka (oggi l’India ha 130 diocesi)! Padre Domenico Vivenzi, vicario generale di De Battista negli ultimi anni del suo episcopato, mi diceva (82):

«Da varie parti dell'India venivano a Vijayawada per studiare il nostro "metodo". In realtà non si trattava di un "metodo", ma di uno spirito. Le direttive che mons. De Battista dava ai suoi missionari erano semplici: esigeva che si facesse vita con il popolo, senza nessun distacco o isolamento. Il missionario deve impegnarsi a fondo per conoscere la lingua, il dialetto locale, gli usi e tradizioni, partecipare alle feste popolari, mangiare con gli altri, ecc. Voleva si visitassero spesso i villaggi: in genere ogni missionario o sacerdote locale ha dai 30 ai 50 villaggi cristiani o con gruppi di cristiani da visitare. Praticamente si è sempre in giro, eccetto in certi periodi dell' anno troppo afosi. Mons. De Battista non voleva che le visite fossero rapidi passaggi il giorno di domenica, come oggi si è tentati di fare con i mezzi di comunicazione più veloci: si doveva stare nei villaggi due-tre giorni, essere sempre a disposizione, ascoltare tutti, dare istruzione religiosa, risolvere casi umani, visitare i malati anche non cristiani.
Ti assicuro che è assai pesante vivere di continuo in mezzo alla gente più povera dell’India, mangiare male e dormire peggio, in mezzo alla povertà, agli odori, alle malattie. Eppure abbiamo visto che questo è il metodo giusto per incarnarci nella loro vita e sensibilità, acquistare la loro fiducia per servirli meglio, sia spiritualmente che in campo sociale. Il popolo capisce che il prete è veramente a sua disposizione ed è l’unico che vive con i più poveri, senza mettere nessuna barriera fra sé e la gente».

 

Ecco le cifre della Diocesi di Vijayawada dal 1951 al 1971:
Parrocchie 17 55
cattolici 62.705  155.328
catecumeni  6.277 (nel 1961) 16.618
sacerdoti  35 94
fratelli 5  24
suore  65  429
catechisti  318  831
insegnanti  360  580
seminaristi  2  53
ospedali cattolici  4  19
dispensari medici  4  22
lebbrosari  zero 4
orfanotrofi 3  12
scuole elementari ?  193
scuole medie (High Schools)  3  12
università (83)  0   3
chiese e cappelle  ?  370
capanne della preghiera ?  634

«Le autorità civili della regione — continua p. Domenico Vivenzi — hanno più volte ringraziato mons. De Battista per il notevole contributo dato dalla Chiesa allo sviluppo. I nostri piani erano concordati con le autorità e oggi tutti riconoscono che, per la redenzione dei fuori casta e delle basse caste, nessuno nella nostra regione ha fatto tanto come la Chiesa cattolica... Il vescovo ha costruito le scuole e altre opere educative e poi voleva che i più intelligenti di ogni villaggio fossero mandati avanti negli studi e si addossava tutte le spese. È facile immaginare il volume di denaro che questo servizio è costato alla diocesi, però oggi abbiamo decine di medici, avvocati, professori, insegnanti, funzionari di stato, tecnici di ogni genere, uomini politici e sindacalisti, che vengono dai fuori casta. Un fatto assolutamente impensabile mezzo secolo fa. All’università di Vijayawada su 1.900 alunni 320 sono cattolici e nei ‘‘colleges’’ femminili la proporzione è ancora maggiore».

Il vescovo De Battista ha costituito una formidabile équipe direttiva col suo vicario generale mons. Angelo Bianchi (1904-1968), che era chiamato «la sua ombra», nel senso che i due erano perfettamente integrati fra di loro e si completavano bene (84). Padre Bianchi ha trascorso 41 anni in India, di cui 34 come vicario generale. Padre Leonardo Redaelli ricorda (85):

«Durante gli episcopati di Grassi e De Battista, padre Bianchi era una figura carismatica eccezionale. I vescovi non facevano nulla senza di lui e anche di fronte al governo rappresentava bene la Chiesa. Aveva un’intelligenza vivace e si intendeva di tutto, di scuole e di catechisti, delle conversioni e di problemi tecnici, di liturgia e di canto. Era autorevole ma anche umile, sapeva servire i due vescovi lavorando dietro le quinte e senza voler apparire. Era molto alla mano e sapeva portare pace tra i missionari e tra i catechisti e maestri, quando nasceva qualche contrasto. Ha saputo attirare i gesuiti per l’‘‘Andhra Loyola College’’ a Vijayawada, facendo tutte le pratiche e ottenendo la terra gratis per l’università cattolica e poi per i due ‘‘colleges’’ delle suore. Allo stesso modo molte opere della diocesi, ospedali, scuole e lebbrosario di Eluru, debbono a lui la loro esistenza. In diocesi di Vijayawada, certamente è stato la personalità più eminente nei suoi anni di missione, senza togliere nulla ai meriti di Grassi e di De Battista (86)».

Il seminario di Nuzvid: 620 ragazzi, 112 sacerdoti

Quello che stupisce, nell’episcopato di mons. De Battista, è come abbia potuto trovare il personale (soprattutto preti e suore) e il denaro per così tante opere. Continuando una tradizione affermata nelle missioni del Pime (87), ha chiamato fin dall’inizio nella sua diocesi vari istituti e congregazioni, maschili e femminili. Spinto dall’urgenza del movimento di conversioni, seguì all’inizio l’esempio di mons. Grassi invitando sacerdoti e seminaristi dal Kerala. Il seminario diocesano, iniziato il 13 giugno 1938, era stato chiuso per gli scarsi risultati dei primi anni e la guerra, con i missionari in campo di concentramento; però ha rappresentato «una data memorabile nella storia della Chiesa cattolica in India» (88): è stato il primo seminario per ragazzi paria, allora giudicati non adatti per il sacerdozio.
Mons. De Battista riapre il seminario il 16 luglio 1956 a Gunadala, ma nel dicembre 1957 lo sposta a Nuzvid affidandolo al p. Giovanni Leoncini che ne è ancora rettore! Nella sua lettera agli amici in Italia, in occasione dei suoi 50 anni di sacerdozio, p. Leoncini scrive (89):

«In quarant’anni di vita del seminario di Nuzvid mi hanno accompagnato 620 ragazzi. Quelli che ce l’hanno fatta a raggiungere la meta del sacerdozio sono poco meno del 25%, mentre 129 sono ancora in seminario. Sui 112 sacerdoti che hanno studiato con me, 3 sono diventati vescovi, 14 sono morti (6 di morte accidentale) e 8 si sono spretati (per quanto ne so io, perché alcuni sono sacerdoti in America e non più in contatto con me)».

Nel 1953 mons. De Battista invita nella sua diocesi preti e seminaristi del Kerala (90). Si appella ai vescovi, gli arrivano 10 seminaristi già maturi, che diventano sacerdoti della diocesi di Vijayawada. A questi ne seguono altri, mentre cresce anche il clero locale di lingua telegu: il primo consacrato da mons. De Battista è del 1953, da una famiglia di antica fede; ma il primo telegu lo consacra il 31 marzo 1964, il secondo nel 1966, quattro nel 1971, ecc. Alla fine degli anni sessanta cessa il reclutamento di preti e seminaristi nel Kerala: ormai la diocesi ha un sufficiente numero di vocazioni locali (91).

«La nostra diocesi — scrive Leoncini (92) — ha un immenso debito di gratitudine per le diocesi di Palai, Kothamangalam, Changanacherry e Kottayam, che ci hanno dato i migliori doni, i loro figli. Non potremo mai ricompensarli per questo dono».

Non va dimenticato il lavoro dei fratelli del Pime, specie nella scuola tecnico-professionale di Gunadala e nelle costruzioni di chiese, cappelle, case parrocchiali, ecc. (93). Tre vanno ricordati: Carlo Bertoli (fabbro) e Luigi Crippa (falegname), che hanno guidato per lunghi anni la scuola di Gunadala; e Davide Giani, architetto e progettista della maggioranza delle chiese e opere ecclesiali e sociali della diocesi e anche di altre diocesi. Giani aveva saputo raggiungere, nelle sue costruzioni, una felice sintesi fra gli stili della tradizione indiana e i canoni dell’architettura moderna. Per questo era ricercato anche in campo civile in varie parti dell’India, persino dalle massime autorità civili: ha costruito per lo stato e per i privati scuole, teatri, palazzi per uffici e per abitazione.
Come mons. De Battista abbia risolto il problema economico della diocesi di Vijayawada, nei suoi vent’anni di episcopato, è uno dei «misteri» nella vita di questo grande vescovo. Il suo vicario generale mons. Domenico Vivenzi affermava dopo la sua morte che «è un mistero della Provvidenza!». E aggiungeva (94):

«A dir la verità, noi missionari brontolavamo spesso contro di lui perché ci teneva in povertà assoluta, spremeva da ciascuno di noi tutto quello che poteva: ma abbiamo sempre collaborato perché sapevamo che faceva tutto non per avarizia, ma per realizzare piani di sviluppo veramente coraggiosi. E poi perché lui stesso aiutava tutti quelli che erano veramente in necessità.
Ad esempio, quando ero a Jangareddigudem, un centro di grande importanza civile, avevo programmato un ospedaletto da 50.000 rupie, cioè circa sei milioni di lire, che in India è già una bella somma, specie per me che non avevo nulla! Quando il vescovo venne a visitarmi mi disse: no, questo è un centro troppo importante per un ospedale così piccolo. Costruiscine uno per almeno 100-120 letti... Io conoscevo la sua abitudine di impegnare i padri in opere sociali necessarie, ma superiori alle forze di diversi, che poi dovevano farsi in quattro per coprire spese e debiti. Perciò mi ricordo che dissi subito: ‘‘Va bene, un ospedale di quelle proporzioni ci starebbe bene, ma poi chi paga?’’. Lui si mise a ridere ironicamente, come faceva spesso: ‘‘Tu ubbidisci e costruisci, mi disse, poi la Provvidenza ci penserà’’. E infatti debbo dire che, un po’ io con i miei benefattori in Italia, un po’ i cristiani locali, un po’ il vescovo, l’ospedale è stato pagato».

Carlo Merlo: «Dharmaraja, il re della carità»

A raccontare quanto hanno realizzato mons. De Battista e i suoi missionari non si finirebbe più. Un cenno merita la «scuola per catechisti» fondata nel 1958, il «St. Paul Catechetical Centre», che serviva anche altre diocesi di lingua telegu (dello stato di Andhra) ed ha portato i catechisti di Vijayawada da 318 nel 1951 a 831 nel 1971! Questo spiega anche perché i cattolici sono triplicati nello stesso periodo di tempo. Mons. Vivenzi diceva (95):

«La scuola per catechisti è una cosa seria. I giovani stanno due anni 'come convittori nella scuola, mantenuti dalla diocesi, con studi religiosi e tecnici (specie nel campo delle cooperative). Solo alla domenica escono per fare apostolato nei villaggi. Per i catechisti che sono già al lavoro, ogni missionario deve radunare i suoi tutti i mesi per una giornata di ritiro e discussione sui programmi religiosi mensili. Poi, ogni anno si fanno i corsi di aggiornamento di una settimana. Se noi sacerdoti non avessimo questi capi del laicato, il nostro ministero sarebbe impossibile: loro fanno quasi tutto, istruzione religiosa, organizzazione e animazione della comunità cristiana, amministrazione delle opere sociali e dei beni della Chiesa, ecc. Mons. De Battista diceva sempre che se i catechisti sono istruiti si forma veramente la Chiesa; altrimenti, se sono ignoranti, si formano solo gruppi che sfruttano gli aiuti della Chiesa».

Una delle tradizioni più belle nelle missioni del Pime è la povertà, l’austerità di vita dei missionari, in India finalizzata all’evangelizzazione dei villaggi paria. Ci sarebbero tanti esempi da ricordare (96). Ne basti uno: il p. Carlo Merlo, missionario a Vijayawada, in India dal 1934 e morto il 18 gennaio 1957 a Fatimanagar. Nella sua biografia si legge (97):

«Quando era a Nandigama, abitò per lunghi anni in una capannuccia di fango dal tetto di paglia. Oltre allo stanzone, che serviva da sala di ricevimento e da ufficio, egli dormiva in un angolo della veranda chiuso da due stuoie per pareti, più da quella di fango dello stanzone stesso, e senza porta. Vi teneva ammucchiati i suoi attrezzi più vari e un misero letto indiano, fatto di corda, usando per coperta un telo grezzo che gli serviva anche per avvolgere la sua roba nei giri di missione».
Una volta p. Paolo Barlassina guarda nella borsa che p. Merlo portava quando visitava i villaggi per settimane: «C’era ben poco: asciugamano, spazzolino da denti, quaderno da pochi soldi per i conti, penna stilografica, il breviario ed un cambio di biancheria. Nient’altro! Egli aveva compreso una verità che fu luce e guida al suo apostolato: ‘‘Qui, diceva, lavoriamo fra povera gente e quindi più si è poveri, più si è vicini a loro ed essi hanno più confidenza in noi’’. Tutta la sua vita fu improntata a vera povertà, al punto di disfarsi da ogni superfluo e dello stesso necessario. La sua povertà gli fece praticare due grandi virtù: la mortificazione per sé e la generosità verso gli altri. Scrisse una volta: ‘‘Sono stato abituato fin da piccolo allo spirito di sacrificio e di mortificazione, qualità che formano lo scheletro del missionario».
Mons. Angelo Bianchi attesta di lui: «Tutto quello che capitava nelle sue mani lo distribuiva in carità e per sé non teneva nulla. La stoffa che riceveva da Busto la dava ai poveri, mentre lui indossava vesti e calzoni rattoppati. Se si fosse tenuto da conto, sarebbe campato più a lungo: ma preferì darsi tutto al Signore e ai suoi cristiani».
I suoi fedeli lo chiamavano il ‘‘Dharmaraja’’, cioè il re della carità». Una volta disse: «Avere molto denaro, che pessimo affare! Io sono sempre in debito...». E al termine della vita scrisse: «Da quando sono in India ho costruito più di una dozzina di cappelle e l’ultima mi è costata 6.000 rupie. Eppure non ho mai chiesto denaro. Vuoi sapere come ho fatto? Primo, ho cercato di fare del mio meglio; secondo, lascio fare il resto a Dio. Finora mi è sempre andata bene...» (98).

Diodato Desenzani pionere nella medicina missionaria

Quante belle figure nella storia del Pime in India (ma non solo!). Lo dico perché mancano ancora le loro biografie, mentre sono personaggi che non andrebbero dimenticati. Uno di questi è padre Diodato Desenzani, nato a Verona nel 1882 da una famiglia che non brillava per spirito religioso. Il padre di Diodato, uomo retto e severo, era preoccupato di quel suo figlio vivacissimo e un po’ malandrino (99). Decide di mandarlo all’Accademia navale di La Spezia dove, spera, lo raddrizzeranno. Diodato invece afferma che vuol fare il prete e il padre, visitando il seminario in cui il figlio voleva entrare, gli dice: «No, tu sei troppo matto, non mi fido della tua vocazione». E gli nega il consenso.
Ma le vie di Dio sono infinite. Conseguita la licenza liceale nel 1901, Diodato entra nel seminario diocesano a Verona e viene ordinato sacerdote nel 1905. Si impegna subito nell’educazione della gioventù e nel 1907 incontra il beato don Giovanni Calabria, che gli affida due orfanelli e l’incarico di trovare una casa per gli orfani. Il 26 novembre 1907 don Diodato apre la «Casa dei Buoni Fanciulli» a S. Giovanni della Valle: nasce l’Opera di don Calabria. Dal 1907 al 1911 i due lavorano assieme, ma avevano idee diverse: Calabria immaginava una congregazione religiosa, mentre Desenzani, abituato all’azione nei limiti massimi di libertà, preferiva si restasse liberi da vincoli, sembrandogli che bastasse la parola data e l’impegno assunto. I due rimangono amici (Diodato aveva scelto Calabria come suo padre spirituale), ma le loro strade divergono. La congregazione di don Calabria considera padre Desenzani una specie di co-fondatore, perché ideatore della prima «Casa dei Buoni Fanciulli» ed intimo collaboratore del beato Calabria all’inizio dell’opera.
Diodato sognava le missioni e nel 1913 don Calabria lo consiglia di entrare al Pime, istituto missionario senza voti. L’anno seguente parte per Hyderabad, con l’intenzione di aprire anche in India delle «Case dei Buoni Fanciulli» e chiamarvi collaboratori dall’Opera di don Calabria. Vivendo in mezzo ai paria, tocca con mano la necessità dell’assistenza sanitaria e si consacra agli infermi, prendendosi cura dei lebbrosi e formando, con l’aiuto delle suore di Sant’Anna, infermiere e ostetriche cattoliche. Nel 1933, tornato in Italia per curarsi, si iscrive all’università di Padova dove consegue la laurea in medicina nel 1938.
Ma intanto, nel novembre 1934 era già ripartito per l’India con quattro fratelli dei «poveri servi della Divina Provvidenza» di don Calabria, per iniziarli all’apostolato missionario e alle opere sanitarie e di carità; e aveva già gettato, fra gli studenti dell’università di medicina e i giovani medici, il seme dell’Ummi (Unione medico missionaria italiana), che fonda nel 1936 quando ritorna in Italia per continuare gli studi di medicina. Nel 1938, ripartendo definitivamente per l’India, affida l’Ummi alla congregazione di don Calabria, che ancor oggi la continua con sede a Negrar (Verona) e la rivista «Medicina e Missioni» (Viale Rizzardi, 4 — 37024 Negrar, Verona).
Tornando in India come medico, padre Desenzani si dedica alla cura dei malati, ma soprattutto

«è stato pioniere dell’attrezzatura medica della missione ed ebbe la consolazione, prima di morire, di vedere questo campo svilupparsi tanto che la diocesi di Vijayawada era considerata in India la prima per numero di ospedali, dispensari, attrezzature sanitarie» (100).

Istituisce in India la Immu (Indian Medical Mission Union) che si diffonde in tutto il paese, per unire i medici cattolici e dar loro uno spirito missionario; e fonda il suo ospedale-dispensario a Nawabpet.

«Nel lavoro medico non volle mai saperne di ospedali di lusso, per i ricchi, poiché diceva che questi già hanno molte possibilità di curarsi; voleva quindi che le costruzioni degli ospedali e dispensari, pur rispondendo alle esigenze igienico-sanitarie, non fossero una stonatura con le povere abitazioni degli indiani di villaggio... Nel suo ospedale-dispensario di Nawabpet fu sempre missionario e seppe esercitare la medicina non come un’opera fine a se stessa, ma come un mezzo di carità che gli permetteva di raggiungere le anime. La sua fama di medico varcò ben presto i confini della diocesi e la sua residenza divenne meta di numerosissimi malati, provenienti anche da lontano; venivano a lui soprattutto i poveri, i paria, ma si videro anche nel piccolo villaggio le auto dei ricchi e degli appartenenti alle caste più alte, richiamati dalla sua fama di abile medico e spinti dalla speranza di avere da lui quella salute che avevano invano ricercato nelle grandi città...
Amatissimo dal suo popolo presso il quale gode oggi di una stima quasi leggendaria e che già da vivo lo venerava come un santo, padre Desenzani aveva un’intensa vita spirituale, basata sul sacrificio e sulla più cieca fiducia nella Provvidenza. La sua brama di apostolato lo portava spesso a ricercare ingegnosamente nuovi metodi apostolici: ad esempio, negli ultimi anni di vita aveva concepito il progetto di fondare una compagnia teatrale che girasse i villaggi dell’India a rappresentare drammi sacri...» (101).

Mario Fumagalli, Carlo Bonvini, Luigi Pezzoni

Un altro missionario della diocesi di Vijayawada da ricordare è il p. Mario Fumagalli (1923-1998), apostolo dei villaggi più poveri, carismatico della cura degli handicappati. Dal 1955 fino alla morte ha lavorato nella parrocchia di Vissannapeta, dove ha fondato nel 1967 la «Casa della Divina Provvidenza» per i minorati fisici e mentali e poi scuole e altre opere sociali. Fra i suoi «piccoli handicappati» ci sono oggi bravi maestri, impiegati, uno di essi è addirittura professore universitario. La «Casa della Divina Provvidenza » ne ospita una settantina e nel settembre 1998 è stata assunta dalle suore italiane dell’Immacolata Concezione (102).
Padre Fumagalli è anche ricordato come zelante parroco (ha costruito una sessantina di chiese e cappelle) ed educatore: sei dei suoi giovani cristiani sono diventati sacerdoti, uno dei quali, il p. Anthony Thota Raju, è stato missionario in Papua Nuova Guinea ed ora educa i giovani seminaristi indiani del Pime a Pune.
Fra i più recenti missionari di Warangal che hanno molto realizzato in campo ecclesiale e sociale, vanno ricordati p. Carlo Bonvini e p. Luigi Pezzoni, ma non è possibile nominarli tutti: il Pime ha mandato in India circa 300 missionari. Dall’ultima guerra mondiale, fra italiani e indiani sono stati più di cento (103).
P. Carlo Bonvini (1923-1994) è ricordato a Warangal come fondatore di nuovi distretti missionari, che nel 1977 hanno dato origine alla diocesi di Nalgonda, il cui primo vescovo è stato mons. Matthew Cheriankunnel del Pime. Quando Bonvini giunge in India e viene mandato a Monugodu (1952), Nalgonda dipendeva proprio da questa parrocchia, dove padre Carlo ha costruito scuole e varie opere sociali, oltre a chiese e cappelle; ed ha poi anche costruito la cattedrale di Nalgonda. In seguito ha lavorato a Suryapet e poi a Mahabubnagar, nella zona più povera della nuova diocesi, non ancora evangelizzata, dove costruisce tante scuole, orfanotrofi, opere sociali.
Lavoratore instancabile e di forza straordinaria, Bonvini affermava che era diventato famoso, fra la sua gente molto semplice in ambiente rurale, non per le molte chiese e opere costruite, ma appunto per la sua forza fisica. Racconta in un articolo che una volta, quand’era giovane missionario, vinse una scommessa di mille rupie (a quel tempo una grossa somma): partito in bicicletta assieme al pullman di linea da Monugodu, giunge a Nalgonda (dopo 25 km.) prima del pullman, che però aveva fatto per strada alcune brevi fermate per far scendere e salire i passeggeri nei villaggi.
Un’altra volta, è sempre Bonvini che racconta (104), giunge in moto ad un fiume che in genere si passa a guado. Ma è ingrossato dalle piogge e con la moto è impossibile. Bonvini, di fronte a una folla di indiani che vogliono vedere come se la cava, attraversa il fiume con la sua «Moto Guzzi 350» in spalla, pesante circa un quintale e mezzo! «Questo fatto, scrive Bonvini, mi rese famosissimo...».
Il padre Luigi Pezzoni (105), dottore in medicina entrato in India nel 1966 grazie agli studi di medicina a Milano e ai corsi sulla lebbra in Spagna, è parroco per dieci anni a Nalgonda: trova cinque villaggi cristiani con circa 2.000 battezzati, ne lascia una sessantina con 10.000 cattolici, tutti «dalit». Costruisce due parrocchie e fonda due organismi di promozione sociale: la «Rural and Social Association» (scavo pozzi, elettricità ai villaggi, case per i poveri, scuole, ecc.) e il «Leprosy Health Centre» per la cura e prevenzione della lebbra. Nel 1973 fonda il primo ospedale per lebbrosi e dal 1978 si dedica esclusivamente a combattere la lebbra in un’area affidatagli dal governo indiano, che nel 1984 gli conferisce un riconoscimento ufficiale per i servizi resi al paese.
L’ospedale ha 200 posti letto, cura circa 6.000 pazienti l’anno e 15.000 lebbrosi a casa loro, con servizi di fisioterapia e offerte di lavoro per la riabilitazione. Pezzoni ospita anche 300 figli e figlie di lebbrosi e centinaia di vecchi abbandonati; dà una pensione ai lebbrosi indigenti; costruisce case per le famiglie dei lebbrosi; ha impiantato una fattoria per sopperire alle necessità del lebbrosario (con bufali, maiali, ecc.) e quattro officine che danno lavoro a uomini e donne ex-lebbrosi (falegnameria, meccanica, calzoleria, fabbricazione di arti artificiali per handicappati, artigianato).
Tutto questo padre Pezzoni l’ha realizzato, oltre che attraverso centinaia di dipendenti e collaboratori laici, con le suore francescane dell’Immacolata di Valencia, che aveva conosciuto in Spagna negli studi di specializzazione per la cura della lebbra, e poi ha chiamato in India costruendo i loro conventi e il noviziato.

Giorgio Bonazzoli: un missionario fra gli indù a Benares

I 145 anni del Pime in India (dal 1855) non si esauriscono in quello che i suoi missionari hanno fatto nello stato di Andhra fra la popolazione telegu, dove hanno fondato sei diocesi: Hyderabad, Vijayawada, Warangal, Eluru, Nalgonda e Khammam.
Va ricordato un singolare missionario, p. Giorgio Bonazzoli, che ha dedicato più di vent’anni al dialogo interreligioso con l’induismo a Varanasi (Benares). Sacerdote del Pime nel 1958, studente all’università cattolica di Milano e poi professore di latino e greco, Bonazzoli studia il «sanscrito», la lingua antica e sacra dell’India. Nel 1964 è a Benares (Varanasi), come studente di sanscrito alla «Hindu University»: si immerge nell’ambiente indù, non tanto per «dialogare» (si accorge che gli indù non vogliono il dialogo, preferiscono l’amicizia e la testimonianza), quanto per sperimentare l’induismo dall’interno, diventando amico di «guru» e di docenti indù. Lo scopo era di capire, sperimentare, com’è possibile «inserire Cristo nel mondo religioso indù» (106).
Bonazzoli afferma che non ha fatto «dialogo» nel senso che noi diamo a questo termine (confrontarsi dialetticamente con esponenti di altra religione), ma lui stesso è diventato «dialogo», cioè ha unito nella sua persona la fede e l’amore a Cristo con l’esperienza della vita religiosa indù e dei suoi valori.

«Ho messo a repentaglio il mio Cristo — scrive (107): — se è veramente colui che dice di essere, è in grado di riconciliare le varie visioni, le varie culture, i vari individui. E fu così che incominciai ad andare nei templi e là a pregare... chi e come lo scoprivo ogni volta. Andavo agli atti di culto, alle riunioni degli indù e incominciai a tenermi in casa un prete indù, che adagio adagio mi istruiva da amico su quello spirito della sua cultura e della sua ‘‘religione’’ che invano si cercherebbe nei libri o nelle scritture sacre. Mi sforzai, se mi si passa l’espressione, di diventare indù. Ben presto però mi accorsi di essere come Daniele nella fossa dei leoni e — meno santo di lui — incominciai a preoccuparmi dell’avvenire del mio cristianesimo».

Dopo essere tornato in Italia e in Germania per un periodo di studi teologici e di riflessione, padre Giorgio continua nella sua esperienza. Nel 1972 ritorna in India, insegna all’ambasciata italiana di Nuova Delhi ed è presente tra i poveri di un infimo quartiere della capitale indiana. Nel 1975 trova lavoro presso il Maharaja di Benares: traduce dal sanscrito in inglese le antiche scritture indù e intanto vive immerso nel mondo indù.

«Lasciai che l’induismo mi coprisse, mi facesse momentaneamente suo: ormai avevo la quasi sicurezza che Cristo avrebbe trionfato dentro di me, non a scapito di altri dei, ma usando gli altri dei... Incominciai a sentire la pace. Più mi sforzavo di diventare indù e più mi sentivo cristiano. Era veramente come l’apparire di una nuova alba. Un’esperienza molto entusiasmante: da una parte Cristo si ingrandiva nelle sue dimensioni e nelle sue esigenze dentro di me, dall’altra mi sembrava di capire l’induismo dal di dentro. Non cercai di intellettualizzare quello che stavo vivendo. Il viverlo era già un valore in sé... E il dialogo? La sintesi che avrebbe dovuto aver luogo nel dialogo — come risultato della proposta e della controproposta — s’era verificata in me. Senza volerlo, invece di fare il dialogo ero diventato dialogo».

Da queste scarne citazioni risulta già il fascino dell’esperienza di Bonazzoli, che non possiamo ripercorrere compiutamente. Nel 1989 padre Giorgio è richiamato in Italia per insegnare all’università cattolica di Milano e nel seminario teologico del Pime. Dal 1992 divide il suo anno in due semestri: uno nel seminario diocesano di Rabaul (Papua Nuova Guinea) e l’altro nel seminario del Pime di Pune (India).

John Subramaniya: da bramino a prete cattolico

Un altro missionario del Pime merita di essere ricordato per il dialogo con l'induismo, l'indiano padre John  Subrama­niya Ayer, che però non ha lasciato documenti sulla sua straor­dinaria esperienza, eccetto una  lunga testimonianza sulla sua conversione (108).
Nato da una famiglia di bramini a Tanjore presso Madras nel 1929, in una zona di forte religiosità popolare con numerosi templi indù, è educato in famiglia ad una rigorosa osservanza dell’induismo e racconta nella sua testimonianza la serenità e la pienezza della vita religiosa che ha sperimentato da ragazzo e da giovane. Studia in un collegio protestante ad Hyderabad e poi lavora come impiegato in un’azienda, ma intanto legge la Bibbia, rimanendo però un fedele indù. I cristiani gli apparivano come traditori sradicati dal loro passato, però anche in lui nascono tanti interrogativi sul rapporto fra induismo e mondo moderno, sulle caste. Non pensava di cambiare religione, ma si rendeva conto di molte incongruenze nell’induismo, che i moderni movimenti riformatori non riuscivano ad eliminare.
Dopo un’esperienza di giornalista e fotografo in un giornale di lingua inglese, è assunto come impiegato e bibliotecario in un’ospedale con 240 letti nello stato di Andhra Pradesh, dove rimane parecchi anni. Alcune suore italiane di Maria Bambina, infermiere nell’ospedale, gli chiedono di insegnar loro la lingua locale, il «telegu».

«Era la prima volta che incontravo dei cattolici. L’incontro con quelle donne vestite in modo così diverso dal solito mi colpì. Ciò che mi piaceva in loro era il fatto che parlavano un linguaggio simile al mio: parlavano di Dio, pregavano, sembrava non avessero interessi da curare per sé in questo mondo; ma contemporaneamente sapevano prendersi cura con amore degli uomini. Pregavano ma lavoravano intensamente...».

Il giudizio di John sui cristiani non cambia, ma gli nasce nel cuore una certa simpatia e un certo interesse nei loro confronti. Qualche tempo dopo la superiora lo invita a visitare la cappella delle suore e John la segue. Entra, si inginocchia come la suora e  fa come lei il segno della croce, imitando i suoi movimenti, in silenzio.

«In quel momento mi sentii profondamente scosso. Mi sembrava di vivere un’esperienza completamente nuova, di gioia indescrivibile, che mi cambiava totalmente, quasi un peso che mi si toglieva dal cuore. Senza sapere perché dissi a me stesso: ‘‘Mi faccio cristiano’’. Uscii poco dopo pieno di commozione e con una strana lucidità mentale. Mi pareva di non sapere più niente della mia vita precedente, delle mie categorie religiose, delle divinità indù e dei culti bramini....
Tutto era come cancellato. Riflettevo sulla realtà di Cristo che è venuto per salvarci. Quella che fino a un momento prima mi sembrava un’assurdità inconcepibile, ora mi appariva come il più profondo gesto di amore possibile: lasciarsi crocifiggere per me, per la mia salvezza. Le mie obiezioni precedenti, le mie difficoltà erano prive di fondamento. Un intero capitolo della mia vita si annullava e io mi sentivo come nuovo, rinato. Andai a casa cantando allegramente».

Da quel momento John segue la chiamata di Dio, studia il cristianesimo, incontra i missionari del Pime e in particolare padre Florindo Antonello a Dornakal, col quale passa a più riprese vari mesi, seguendolo nelle sue visite ai villaggi.

«Partivano da casa e per sei giorni andavamo da un villaggio all’altro; il padre faceva catechismo, battezzava, celebrava la messa e io lo aiutavo ome potevo; poi il sabato sera ritornavamo alla base. La presenza di un bramino era senza dubbio notata molto più di quella di un europeo. I villaggi che visitavamo erano quasi tutti di fuori casta, che non avevano mai visto un bramino sedere accanto a loro, entrare nelle loro case, bere la loro acqua e comportarsi in tutto come loro. Il fatto li entusiasmava perché rendeva visibile quanto avevano udito nelle istruzioni religiose: il Dio cristiano è il Dio di tutti, Cristo è morto per i fuori casta e i bramini, la fratellanza cristiana non è fatta solo di parole e di buoni sentimenti... Da parte mia l’incontro con loro era una scoperta forse altrettanto grande, perché la divisione in caste crea in India tanti mondi distinti, ognuno dei quali ignora l’altro in maniera quasi assoluta...».

John Subramaniya riceve il battesimo a trent’anni, nella Pasqua del 1959 e due anni dopo entra nel seminario del Pime. Studia nei seminari filosofico e teologico del Pime in Italia ed è ordinato sacerdote l’8 settembre 1970 nella parrocchia di Camposampiero (Padova). Tornato poi in India, ha lavorato nelle diocesi di Warangal e di Khammam. È morto a Vijayawada il 1° aprile 1996.
È stato un buon sacerdote, ma ha esercitato il ministero in modo comune, quasi dimenticando il suo essere bramino, che gli creava non poche difficoltà, sia nella comunità cristiana sia soprattutto con la famiglia, i bramini e gli indù religiosi dei posti in cui lavorava. Non ha potuto realizzare quello che era il suo sogno, di testimoniare Cristo nel mondo religioso indù. John ha capito meglio, ritornando in India da sacerdote, che la famiglia e l’ambiente in cui era vissuto l’avevano radiato, abbandonato, lo rifiutavano, pur senza alcuna manifestazione d’intolleranza. Provava una sofferenza profonda per tutto questo: aveva perso tutte le possibilità che pensava di avere di annunziare Cristo nel suo mondo d’origine.
John era un uomo colto, leggeva molto, aveva facilità estrema per le lingue, conosceva e parlava bene tamil, telegu, hindi, urdu, sanscrito, inglese, italiano e persino latino (si era messo d’impegno a studiare il latino!). Lo slancio e l’entusiasmo della sua conversione sono stati poi mortificati da vari fattori, un po’ anche dal suo carattere timido e introverso, ma soprattutto da quanto lui stesso testimoniava nel racconto più volte citato:

«In Italia ho studiato la filosofia e la teologia occidentali, ho imparato cosa pensa la Chiesa e cosa dicono gli studiosi di Dio e di Gesù Cristo. Tutto ciò mi è stato utile, però mi è parso molto arido e astratto: il Dio che ho conosciuto e che mi incontra tutti i giorni è diverso, è un Dio vivo che mi ha cercato e si è fatto trovare sulla mia strada quando proprio non me l’aspettavo, mi ha conquistato, ha sconvolto la mia vita orientandola come non avrei mai immaginato. Si è posto prepotentemente al centro della mia esistenza e, facendomi abbandonare tutto, mi ha fatto ritrovare me stesso.
È quello stesso Dio che cercano tanti amici che ho conosciuto in Italia, giovani soprattutto, che desiderano agire e testimoniare, insofferenti di tante vecchie cose che portiamo avanti stancamente, senza la freschezza di un incontro personale con il Vangelo. Quando ho parlato loro della mia conversione, di quel momento in cui ho capito che Cristo era morto e risorto per me e che mi voleva, allora ci siamo sentiti subito uniti, accomunati dall’ansia di amore che si trova in tutti noi».

Un suo confratello dice:

«Quando è ritornato in India, dopo nove anni d’Italia, non era più lui. Aveva perso la carica che aveva. Gli studi in Italia non gli hanno fatto bene. Forse, se fosse rimasto in India, sarebbe rimasto immerso nel mondo indiano che conosceva a fondo e, forse, avrebbe potuto realizzare quello che sognava, portare Gesù Cristo ai bramini e alle alte caste».

Il Pime a Bombay: parrocchia e «Lok Seva Sangam» (1966)

Nel 1966 p. Bruno Venturin va a Bombay per iniziare una «procura» delle missioni del Pime, che da molti anni i missionari chiedevano. Nella maggior metropoli dell’India padre Bruno inizia, in una casetta d’affitto, il lavoro per i missionari del Pime e le missionarie dell’Immacolata: ospitare quelli di passaggio, sdoganare casse e materiali in arrivo dall’Italia, ecc. Chiede all’arcivescovo di Bombay di essere utile alla diocesi e viene mandato nel quartiere periferico di Irla (oggi quasi in centro alla metropoli, passata da 3 a 11 milioni di abitanti!).
Bruno compera un terreno e costruisce a poco a poco una chiesa dedicandola a «Nostra Signora della Salute di Velan­kanni», santuario mariano dell'India (nel Tamil Nadu), dove nel 1500 la Madonna apparve ad un pastorello e poi ad un gio­vane paralitico compiendo due miracoli: la piccola cappella eretta all'inizio diventa nei secoli il più famoso santuario ma­riano dell'India e oggi una maestosa basilica accoglie milioni di pellegrini che invocano Maria come Madre della Salute. Padre Venturin intitola la sua chiesa alla Madonna di Velankanni e vede ripetersi lo stesso prodigio: si moltiplicano le folle di pel­legrini, anche non cristiani; nella festa dell'8 settembre, i fedeli invadono le vie adiacenti.
Oggi il parroco è p. Antonio Grugni, venuto nel 1975 in India come medico e laico associato al Pime e poi diventato sacerdote. Già responsabile del progetto sanitario iniziato da p. Carlo Torriani (vedi più avanti), oggi è impegnato nel programma diocesano della pastorale matrimoniale e familiare 109: autore di diversi volumi diffusi fra i cattolici indiani su temi morali e matrimoniali, tiene corsi per la formazione dei giovani al matrimonio (come già in Italia prima di diventare sacerdote).
Nella parrocchia di Irla è anche presente il padre Carlo Rimondi, già parroco a sua volta, che ha fondato nel 1992 e diretto fino al 1999 la rivista del Pime «Asia Mission»; dirige l’ufficio vocazionale dell’Istituto in India.
Il padre Carlo Torriani è entrato in India come studente nel 1969, ma è andato subito a vivere fra i marginali di Bombay (oggi Mumbai). Ha cominciato a Chunabhatti, un ammasso informe di capanne di paglia e cartone accanto ai binari di una ferrovia, sotto un grande ponte su cui passa una delle principali strade di Bombay. Quando l’ho visitato nel 1977, mi ero emozionato nel vedere i bambini che giocavano tra le rotaie e fuggivano appena sentivano i treni fischiare e sferragliare da lontano; e poi il fetore acuto e ripugnante di escrementi, il caldo soffocante (a gennaio, nella baracca-dispensario, il termometro segnava 41 gradi, con l’umidità al 90%), la visione delle piaghe purulente che i lebbrosi ci mostravano 110. Ricordo la sua risposta (che vale per tutti i missionari e per le mille situazioni simili in cui vivono!) alla mia domanda, com’era possibile per un italiano vivere e lavorare serenamente e a lungo in un ambiente così degradato:

«Quando vieni a lavorare in India, specialmente in situazioni come questa, devi sempre richiamarti ai motivi di fede. Se ti fermi ai motivi umani, allora ritorni subito in Italia».

Padre Carlo ha ottenuto il permesso di residenza permanente in India (oggi è cittadino indiano), lavorando come operatore sociale. Laureato in sociologia al «Tata Institute of Social Sciences» di Bombay e licenziato in teologia a Pune, ha incominciato ad organizzare l’assistenza ai lebbrosi e ai poveri delle baraccopoli: fonda la «Lok Seva Sangam» (società per il servizio del popolo), ente assistenziale e di promozione umana apprezzato dalle autorità dello stato di Maharashtra e del municipio di Mumbai.
La Lok Seva Sangam è un ente benefico senza scopo di lucro, incaricato dal ministero della sanità dell’India di svolgere opera di prevenzione e di cura della lebbra. Nel novembre 1985, in un’area con più d’un milione di abitanti, 4.550 lebbrosi erano curati a casa loro in 31 dispensari settimanali, sotto la direzione del padre dottor Antonio Grugni.
Oggi la LSS, ormai totalmente in mano a laici indiani, attende ad un territorio con circa due milioni di abitanti (prevenzione, scoperta e cura della lebbra) e 6.000 lebbrosi da curare. Ha una trentina di dipendenti (medici, infermiere, personale para-sanitario), oltre a numerosi volontari che aiutano e strutture adeguate (dispensari, uffici, cliniche mobili) in quella parte di Mumbai sotto il suo controllo. Vi organizza visite sistematiche nelle scuole, fabbriche, quartieri popolari, per scoprire i primi segni della lebbra e poter curare in tempo i malati.
Inoltre, a Taloja (poco fuori Mumbai), Torriani ha fondato nel 1983 la «Swarga Dwar» (porta del cielo), un «ashram» (luogo di preghiera) che ospita otto lebbrosi nel periodo terminale della vita, con una fattoria che produce cibo per le necessità di tutta l’organizzazione. Swarga Dwar è anche intesa come luogo di incontri e di «preghiera ecumenica», dato che la grande maggioranza dei lebbrosi, dei dipendenti e dei volontari della LSS non sono cristiani. Nella cappella ecumenica vi sono i testi delle grandi religioni del mondo, con le immagini dei profeti e i loro simboli (la stella di Davide per gli ebrei, la croce per i cristiani, la mezzaluna per i musulmani, la ruota del destino per i buddhisti, i piedi per i jain, ecc.).
Padre Torriani ricorda che, nella visita fatta in India nel febbraio 1986, Giovanni Paolo II aveva dichiarato parlando di Gandhi (111): «Ho imparato molto da lui e non ho vergogna di dirlo»; e aggiunge: «L’incontro con l’oriente dev’essere un arricchimento vicendevole. Il movimento missionario dovrebbe far cambiare la Chiesa in occidente... La nostra conversione deve precedere la loro». Padre Carlo si scandalizza quando torna in Italia (112):

«Il nostro mondo occidentale sta soffocando nel consumismo. Non si sa più cosa inventare per vendere sempre di più. Le sfilate di moda ne sono un esempio: i vestiti più strani ed eccentrici per far rinnovare il guardaroba ad ogni stagione... La carne in scatola per i gatti, i cani col ‘‘pedigre’’... Ma dove sono i bambini nelle nostre città? Le scuole sono vuote. Al mattino si vedono più persone che portano il cane al parco che il bambino a scuola... Ho l’impressione che il nostro consumismo finirà per consumare questa nostra civiltà occidentale. Ecco perché ritorno in India: per salvarmi mettendomi con gli ultimi».

Dal 1989 il Pime aperto alle vocazioni dall’India

Come già s’è detto (113), nell’Assemblea generale a Tagaytay (Filippine, 1989), il Pime ha deciso di accogliere vocazioni missionarie dalle Chiese che ha fondato nei paesi non cristiani. In India, questa decisione attesa da almeno trent’anni ha avuto effetto immediato. Artefici e promotori del Pime indiano sono stati soprattutto i due superiori regionali dell’India, Domenico Vivenzi (1979-1986) e Benito Picascia (1986-1994). Quest’ultimo ha costruito con grande coraggio i due seminari di Eluru e di Pune, avviando l’animazione missionaria e la rivista del Pime in India («Asia Mission», di cui s’è detto).
Ad Eluru, il 28 ottobre 1992 è stato inaugurato il seminario «Queen of Apostles» (Regina degli Apostoli), con una Messa solenne a cui hanno partecipato i 12 vescovi dell’Andhra, 100 sacerdoti e 200 suore, venuti per complimentarsi e ringraziare il Pime del lavoro fatto nel loro stato e per la decisione di accogliere e formare missionari indiani.
Il seminario minore di Eluru è stato costruito accanto alla casa regionale dell’Istituto in India e alla «St. Xavier’s School» diretta dal Pime, che conta circa 2.000 studenti per i corsi elementari e medi (con un pensionato gratuito per studenti poveri che ospita 395 ragazzi). Nello stesso terreno sorge la scuola tecnico-professionale «S. Francesco Saverio», diretta dai fratelli Francesco Sartori ed Enrico Meregalli. Consegnata alla diocesi di Vijayawada la scuola tecnico-professionale di S. Giuseppe a Gunadala (fondata a metà degli anni venti), nel 1969 i fratelli del Pime ne hanno fondato una seconda a Eluru, dove sorge pure la casa della Dml (Delegazione missionari laici) dell’Istituto in India. La «St. Xavier’s Industrial School» ha 140 alunni nei vari reparti di meccanica, falegnameria, carpenteria, elettrotecnica con alcune officine-laboratori in cui lavorano anche una cinquantina di dipendenti.
Nel suo discorso per l’inaugurazione del seminario il superiore generale p. Franco Cagnasso diceva fra l’altro (114):

«Alcuni possono meravigliarsi di come il Pime cominci a reclutare vocazioni missionarie solo ora, dopo 140 anni che lavoriamo in India... Noi del Pime non aspiriamo a fondare grandi opere né ad avere un gran numero di attività. Altre congregazioni hanno questo carisma e questo scopo e possono fare molto bene questo servizio. Noi chiediamo solo di essere compresi e accettati per quello che siamo: vogliamo essere l’espressione missionaria della Chiesa locale. Oggi, come quando siamo nati più di cento anni fa, noi diamo la priorità alla crescita della Chiesa locale e consideriamo l’attività missionaria come parte di questa crescita.
Non desideriamo diventare una potenza, ma accettiamo di essere come un ramo che vive la stessa vita della Chiesa locale, un ramo che riceve linfa e vita dall’albero che è la Chiesa locale, per portare frutti. La Chiesa in Italia, attraverso noi, ha portato frutti meravigliosi di fede e di servizio in Andhra Pradesh e in altre parti dell’India. Ora noi offriamo noi stessi come uno strumento, affinché la Chiesa in India possa vedere il suo servizio portare frutti in altre parti del mondo.
Il nostro numero è diminuito negli ultimi anni. Avremmo potuto tenere per noi molte cose che ora sono in mano di altri. Ma questo fa parte della nostra vocazione: diminuire perché la Chiesa possa crescere. Potremmo essere auto-sufficienti in tutto, invece abbiamo bisogno di aiuto, esattamente come il ramo di un albero ha bisogno dell’albero e delle sue radici. La missione che siamo chiamati a compiere, non è la nostra missione, ma la missione della Chiesa...
Di fronte a voi, Chiese che con l’aiuto di Dio abbiamo fondato, noi abbiamo un diritto: non il diritto di avere onori e proprietà, ma il diritto di essere considerati come parte di voi stesse. La nostra realtà è piccola ma significativa, perché vi aiuta a compiere un dovere importante: portare il Vangelo fino agli ultimi confini della terra. Questo lo spirito che ci ha ispirato nell’aspettare fino ad oggi, per aprire un seminario del Pime in India».

Il 15 giugno 1993 a Pune (presso Mumbay) si è inaugurato l’anno accademico filosofico e teologico per i 19 aspiranti missionari del Pime e il 6 gennaio 1994 si è aperto ufficialmente il seminario «Vidhya Bhavan», accanto all’università filosofica e teologica e al seminario papale affidato ai gesuiti (115).
Oggi il Pime indiano ha il vescovo mons. Matthew Cheriankunnel, già ordinario di Nalgonda e di Kurnool e incaricato della commissione per i fuori casta ed i tribali della conferenza episcopale indiana; e 12 sacerdoti indiani, due dei quali in Papua Nuova Guinea, uno in Amazzonia (Amapá), uno nel Brasile del sud, gli altri in India.
Il 20 ottobre 1998, la cattedrale restaurata di Vijayawada è dedicata ai tre vescovi Domenico Grassi, Ambrogio De Battista e Joseph Thumma e per l’occasione un fascicolo a colori racconta la storia della diocesi: «Sing aloud the Song of Gratitude, A Tribute to the former Prelates» (64 pagg.). Il vescovo di Vijayawada, mons. Marampudi Joji, scrivendo al superiore generale p. Franco Cagnasso per invitarlo alla celebrazione, aggiunge:

«Essendo io stesso il frutto del lavoro fatto dai missionari del Pime, mi sento indebitato con l’Istituto. Così porto nel cuore un profondo desiderio di preservare la tradizione del Pime nella nostra diocesi e di salvaguardare le vostre memorie portando alla luce il contributo dato dai vostri missionari e il loro grande amore per la diocesi di Vijayawada... Il ricordo dei vostri vescovi è poca cosa rispetto al duro lavoro che i missionari del Pime hanno fatto. Noi li ricordiamo con affetto e riconoscenza».

 

 

NOTE

[1] Lettera di Ramazzotti del 22 maggio 1854. Vedi «Inizi...», cit., vol. III, pagg. 603-604; e il capitolo III del presente volume.
[2] L’abbiamo già notato nei capitoli precedenti, ma va ribadito, perché è una delle chiavi di lettura della nostra storia. Il Seminario lombardo delle missioni estere è nato ed ha operato nella prima missione dell’Oceania con un fortissimo spirito comunitario e di unione con san Calocero. Dal 1855 in avanti, proprio a causa della «grande dispersione» geografica, questo spirito va scemando per lasciare il posto a quello che qualcuno ha definito «il peccato del Pime», l’individualismo: ma altri lo definiscono «la forza del Pime», nel senso della disponibilità assoluta alle necessità del popolo in cui un missionario vive e lavora. Già ai tempi del direttore mons. Giuseppe Marinoni (1850-1891), ma poi specialmente col superiore generale p. Paolo Manna (1924-1934) e con tutti i superiori seguenti, l’Istituto cerca di far ricuperare il carisma originario, che definiamo lo «spirito di famiglia».
[3] Sui missionari del Pime in Colombia vedi il capitolo XIV.
[4] Ad Hyderabad scoppia nel 1848 il caso doloroso della cappella a Secunderabad, costruita dal p. Murphy qualche anno prima e poi occupata dal prete goanese con l’aiuto di alcuni militari, durante un’assenza di Murphy. Ne segue una lotta tra fedeli goanesi e cattolici, con l’intervento dell’autorità militare inglese, che manda via da Secunderabad Murphy, al quale è permesso di rientrare solo nel 1853 (GERARDO BRAMBILLA, «Il Pontificio Istituto delle Missioni Estere e le sue Missioni — Memorie — Vol II — Hyderabad e Bezwada», Pime, Milano 1941, pagg. 26-27).
[5] Le fonti principali per la storia del Pime in India sono i tre volumi di G.B. TRAGELLA sul Pime (già citati), dal 1850 al 1900; il volume di Gerardo Brambilla citato (pagg. 692); e JOHN LEONCINI, «A History of the Catholic Diocese of Vijayawada », Catholic Centre, Vijayawada 1988, pagg. 332. Altra bibliografia sarà segnalata nel corso di questo capitolo.
[6] Quando i missionari ambrosiani arrivano in India (1855) i governatori inglesi e la Compagnia delle Indie rispettavano i regni indigeni che si mostravano amici; annettevano quelli che opponevano resistenza. Intanto unificavano il paese costruendo strade, ferrovie, porti, scuole, ospedali, inserendo gli indigeni nell’amministrazione e abolendo i costumi più barbari come il «sati» (rogo della vedova col cadavere del marito). Nei secoli XVII-XVIII gli imperatori islamici Moghul, che governavano la valle del Gange al nord, avevano tentato di unificare l’India inviando da Delhi loro governatori (Nizam) nelle province del sud non islamizzate. Ad Hyderabad, dal 1713 regnava il Nizam musulmano (che dalla metà del secolo divenne indipendente dall’impero dei Moghul in rovina), anche se nel suo regno i musulmani erano meno del 10% della popolazione. Il Nizam si mostrò sempre amico degli inglesi e favorevole alla missione cristiana. La sua autorità fu abolita dall’India indipendente (1947).
[7] «Pariah» è vocabolo della lingua tamil che significa «fuori casta». I paria sono chiamati anche, secondo l’indicazione data da Gandhi, «harijians» («figli di Dio»); oppure «dalit», termine della lingua «hindi» usato oggi dalla stampa indiana.
[8] Mons. Alfonso Beretta, vescovo di Hyderabad dal 1951 e di Warangal dal 1953 fino al 1985, morto nel 1998, intervistato dal p. Francesco Rapacioli il 3 marzo 1996 diceva: «Prima della nostra generazione di missionari (arrivò in India nel 1935, n.d.r.), i nostri predecessori non si occupavano dei fuori casta. Proprio all’inizio del mio ministero andavo fuori con p. Lanza, il quale non permetteva ai paria di avvicinarsi troppo. Noi giovani missionari non abbiamo mai osservato le regole dell’intoccabilità. Si è trattato di una svolta». Bisogna notare che mons. Beretta si riferiva alla regione di Hyderabad dove egli esercitò il suo primo ministero. Vedremo invece che a Bezwada i missionari già nei primi decenni del nostro secolo lavoravano tra i paria ottenendo numerose conversioni.
[9] G.B. TRAGELLA, op. cit., I, pagg. 306-307.
[10] AME, XIX, pag. 290.
[11] AME, XX, pag. 337 (6 novembre 1864); AME, XX, 341-357 (23 novembre da Madras). Questa seconda lettera da Madras è riportata integralmente nel vol. cit. di Brambilla, pagg. 46-50.
[12] G. LEONCINI, op. cit., pag. 47. Sul maremoto del 1977 si veda il resoconto di PIERO GHEDDO, «Ciclone in India: sottosviluppo e solidarietà», «Mondo e Missione », marzo 1978, pagg. 163-186. Il maremoto del 19-20 novembre 1977 causò circa 100.000 morti. Il vento soffiava a 180 km. l’ora. Le onde marine avevano invaso 90 km. di costa, entrando per una profondità di 15-20 km., con onde alte anche 15-18 metri! L’epicentro del maremoto partiva da Masulipatam fino a 80-90 km. verso il sud.
[13] Il gesuita A. RÉTIF, in «Histoire universelle des Missions Catholiques» sotto la direzione di S. Delacroix, Librairie Grund, Paris 1958, vol. III, pagg.96-97.
[14] Il contrasto col patriarcato di Goa lo risolve radicalmente il nuovo concordato fra Santa Sede e Portogallo, firmato il 23 giugno 1886: i territori dell’India, eccetto quelli sotto dominio portoghese, dipendono unicamente dalla Santa Sede. Nel settembre 1886 viene creata in India la gerarchia episcopale ordinaria, sottraendo così il paese al regime missionario del Padroado».
[15] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 72.
[16] G.B. TRAGELLA, II, op. cit., pag. 365, BRAMBILLA, op. cit., pag. 74.
[17] G. LEONCINI, op. cit., pag. 52.
[18] Don Virginio Cognoli (intervistato a Roma il 7 marzo 1999), collaboratore dell’Ufficio storico del Pime a Roma, ha letto e schedato le migliaia di lettere di mons. Marinoni ai missionari e dei missionari a Marinoni contenute nell’archivio generale dell’Istituto: le lettere di mons. Barbero a Marinoni sommano a 1.250 pagine, quelle di Caprotti allo stesso a 1.200 pagine!
[19] G. BRAMBILLA, pagg. 81-82.
[20] G. BRAMBILLA, pag. 83.
[21] G. BRAMBILLA, pagg. 71-72.
[22] G. BRAMBILLA, pag. 92.
[23] La cifra di 2.000 cattolici è poco affidabile. Sei anni prima i cattolici portoghesi erano 700!
[24] G.B. TRAGELLA, op. cit., III, pagg. 97-99; 254-255.
[25] G. BRAMBILLA, op. cit., pagg. 191-193.
[26] Nel 1889 mons. Caprotti visita i Khoys che gli chiedono di mandare fra loro un missionario stabile presso la tribù. Ma la mancanza di personale impedisce questo passo.
[27] G.B. TRAGELLA, op. cit., III, pag. 237.
[28] I benedettini di Einsiedeln (Svizzera) volevano iniziare una loro presenza in India. Caprotti risponde proponendo di fondare il loro monastero nella parte nord-ovest della missione, priva di missionari e con due milioni di abitanti di lingua «maratha». Però in quella regione il Nizam proibisce agli europei di acquistare terreni e di costruire case: i benedettini potrebbero costruire il loro monastero in un villaggio di confine sotto il dominio inglese e poi introdursi prudentemente nello stato autonomo del Nizam. L’ipotesi di un monastero benedettino tramonta per sempre...
[29] G.B. TRAGELLA, op. cit., III, pag. 238.
[30] M.E. MODAELLI, «L’India», Pime, Milano 1937, pag. 328.
[31] G. LEONCINI, pag. 59.
[32] La missione era carica di debiti. Appena diventato vescovo nel 1897, la prima disposizione che prende mons. Viganò è di ridurre lo stipendio mensile dei suoi missionari di 12 rupie («Le Missioni Cattoliche», 1898, pag. 460).
[33] Padre Eugenio Salvi, suo compagno di fatiche apostoliche in India, ne ha scritto una breve biografia: «Memorie del sacerdote G.B. Ciccolungo», Milano 1896. Vedi anche: GUIDO PIERGALLINA, «L’inebriante passione, Padre Gianbattista Ciccolungo (1847-1895)», Pime, Milano 1964, pagg. 166.
[34] G. BRAMBILLA, op. cit., pagg. 213-223; 224-238.
[35] In altra parte di questo resoconto il vescovo nota: «Mentre scrivo, le cavallette che hanno già devastato buona parte dell’India, passano a milioni in una colonna larga 50 miglia...».
[36] G. BRAMBILLA, op. cit., pagg. 213-214.
[37] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 229.
[38] G. BRAMBILLA, op. cit., pagg. 235-236.
[39] Si veda in Leoncini, op. cit., pag. 85. Il primo sinodo, di un giorno solo (28 febbraio 1889), era stato celebrato da mons. Caprotti per promulgare i decreti del concilio episcopale di Bangalore (1887) e dare sistemazione e ufficialità a decreti e consuetudini della missione di Hyderabad (TRAGELLA, II, pag. 102).
[40] G. BRAMBILLA, pag. 299.
[41] PAOLO MANNA, «L’Istituto delle Missioni Estere di Milano», Milano 1915, pag. 30.
[42] ALFONSO BASSAN, «Mons. Pietro Viganò, 1858-1922», «Il Vincolo», n. 153, aprile-giugno 1987, pag. 94.
[43] G. LEONCINI, pag. 87.
[44] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 490.
[45] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 536.
[46] LOUIS D’SILVA, «The Christian Community and the National Mainstream», Poona 1986, pag. 50.
[47] Intervistato a Genova il 28 maggio 1998.
[48] Questo è vero nelle situazioni concrete delle campagne in cui vivevano i missionari del Pime, ma non va dimenticato il lavoro fatto dai riformatori indiani dell’induismo, che hanno cercato di abolire le caste (Gandhi e molti altri). Qui però non sto facendo la storia dei «dalit», ma più modestamente ricordo il contributo dato dai missionari del Pime alla loro redenzione.
[49] G. BRAMBILLA, op. cit., pagg. 620-622.
[50] Il 4 dicembre 1926, mons. Joseph Legrand, vescovo di Dacca, scriveva sul giornale cattolico «The Examiner» di Bombay: «Nell’induismo il paria non è un uomo, non ha diritti, è al disotto di uno schiavo, d’un cane, d’un maiale. Tutti sanno che un pio indù, nel credere alla reincarnazione, preferisce rinascere maiale o cane, piuttosto che paria. Un povero paria deve star molto lontano da un uomo di casta, perché anche solo la sua ombra, cadendo su di un indù di casta, lo renderebbe immondo.... Il paria non è una persona, per lui non c’è speranza, non c’è salute; il disprezzo più profondo è quanto gli si deve. Il peggio è che lo stesso paria, poveretto, crede veramente di essere quello che è per la gente di casta: egli non ha mai avuto nemmeno per sogno l’idea di poter uscire da questa sua tanto disprezzata condizione e per secoli ha ispirato questi sentimenti ai suoi figli».
[51] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 384.
[52] ANTONIO LOZZA, «L’amico dei paria, Padre Silvio Pasquali», Pime, Milano 1967, pagg. 150.
[53] G. LEONCINI, op. cit., pagg. 98-99; G. BRAMBILLA, op. cit., pagg. 623-629.
[54] Pasquali è morto nel 1923. Nella prefazione alla sua biografia cit., «L’amico dei paria», il vescovo di Vijayawada mons. Ambrogio De Battista scriveva nel 1966: «Da oltre quarant’anni nella chiesa di Eluru si offrono fiori e si accendono lumi sulla tomba di padre Silvio Pasquali, si invoca la sua intercessione per ottenere grazie e si ringrazia per quelle ottenute... Il segreto del suo successo sta nello spirito apostolico fatto di semplicità evangelica e profonda umiltà, di povertà contenta e carità inesauribile. La sua vita è ancora una conferma della parola del Signore: beati i miti perché possederanno la terra».
[55] In quell’anno era la percentuale più alta di conversioni per sacerdote non solo delle missioni in India, ma anche di tutte le missioni del mondo dipendenti da Propaganda Fide (LEONCINI, op. cit., pag. 140).
[56] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 645.
[57] «Mass conversions in the Kistna District».
[58] G. LEONCINI, pag. 117.
[59] Durante un viaggio in India nel 1964, quando era ancora tempo di conversioni in massa, avevo chiesto a vari missionari di spiegarmi perché alcuni villaggi si convertivano e altri no. Il p. Augusto Colombo mi disse: «Non so spiegarmelo. Si convertono i villaggi dove credevo di aver lavorato di meno, mentre restano impenetrabili zone dove ho concentrato i maggiori sforzi, le maggiori energie».
[60] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 649. Su padre Mario Dell’Agnol si veda: «Padre Mario Dell’Agnol, Pime, missionario diocesano», Venezia 1980, pagg. 102.
[61] «Mass conversions in the Kistna District», cit.
[62] G. LEONCINI, op. cit., pag. 121.
[63] «The New Leader», giornale cattolico di Madras, settembre 1936; «Le Missioni Cattoliche», 1936, pag. 331.
[64] Il 15 giugno 1938 la Santa Sede aveva staccato due distretti civili dalla diocesi di Hyderabad per costituire la diocesi di Bellary, affidata al francescani inglesi (BRAMBILLA, op. cit., pagg. 524-525).
[65] G. LEONCINI, op. cit., pag. 139.
[66] GIOVANNI LEONCINI — PAOLO BARLASSINA, «Il Signore è la mia porzione, Profilo biografico di padre Paolo Arlati», Merate (Lecco) 1984, pagg. 40.
[67] Lettera a p. Gheddo del 15 aprile 1999.
[68] G. BRAMBILLA, op. cit., pagg. 587-597.
[69] Intervistato da p. Francesco Rapacioli a Pedda Pendial il 3 novembre 1996.
[70] Intervista di p. Rapacioli, cit.
[71] Mons. Beretta, che era presente alla scena, a questo punto — dice l’intervistatore p. Rapacioli — si mette a piangere commosso al ricordo di quel fatto straordinario.
[72] PASQUALINO SALA, «L’uomo di Fatimanagar», Pime, Milano 1967, pagg. 131. Vedi anche: PIERO GHEDDO, «Come la ‘‘Città di Fatima’’ è sorta nella giungla», «Le Missioni Cattoliche», febbraio 1965, pagg. 76-78.
[73] Intervistato a Genova il 28 maggio 1998.
[74] Intervista data a p. Sergio Ticozzi, missionario del Pime ad Hong Kong, che è del suo paese (Brugherio). Vedi GIAMPIERO SANDIONIGI, «Mons. Beretta, vescovo dei fuoricasta», «Mondo e Missione», agosto-settembre 1998, pagg. 50-51.
[75] Intervistato a Genova il 28 maggio 1998.
[76] Lettera a p. Gheddo del 24 agosto 1999.
[77] Intervistato il 18 ottobre 1999.
[78] Intervistato a Fatimanagar da p. Francesco Rapacioli nell’aprile 1996. Vedi inoltre: GIUSEPPE CAFFULLI, «Il miracolo di Warangal», «Mondo e Missione» marzo 1999, pag. 46.
[79] AUGUSTO COLOMBO, «A servizio del Regno», «Missionari del Pime», gennaio 1999, pag. 3.
[80] Nell’intervista a Francesco Rapacioli citata, Augusto afferma che se, negli anni cinquanta e sessanta, «invece di venti padri nella diocesi di Warangal ce ne fossero stati cento, i dalit si sarebbero convertiti tutti».
[81] AUGUSTO COLOMBO, «Esperienze di promozione umana nell’India rurale», «Mondo e Missione», aprile 1974, pagg. 253-257.
[82] PIERO GHEDDO, «Ricordando mons. De Battista. I metodi missionari d’un grande vescovo dell’India», «Mondo e Missione», aprile 1972, pagg. 261-264.
[83] Sono i «colleges» universitari, uno maschile dei gesuiti e due femminili tenuti da suore.
[84] COSTANTINO CAMINADA, «Mons. Angelo Bianchi, vicario generale di Vijayawada», Pime, Milano 1969, pagg. 259.
[85] Intervistato il 22 ottobre 1999.
[86] Quando morì mons. Grassi nel 1951, i missionari l’avevano eletto come vescovo, ma non poté essere nominato per un incidente avuto nei suoi primi anni di missione quando era a Vatlur (1933-1935): prendendo in mano una pistola che riteneva scarica, partì un colpo che uccise un ragazzo. Venne riconosciuta la sua completa innocenza e ottenne il perdono della famiglia, ma la Santa Sede non ritenne opportuno nominarlo vescovo.
[87]
La tradizione di chiamare nella diocesi affidata al Pime altri istituti e ordini religiosi maschili. In passato, quando vigeva il sistema della «commissio», un territorio era affidato («commesso») ad un dato ordine o istituto per l’evangelizzazione ed era difficile si invitassero altri.
[88] G. BRAMBILLA, op. cit., pag. 668.
[89] «La Stella», Genova, marzo 1999.
[90] Mons. De Battista, intervistato a Vijayawada nel novembre 1964, mi diceva: «La scarsezza dei sacerdoti è per me la spina più angosciosa, poiché frena gran parte del lavoro di evangelizzazione dei non cristiani: attualmente ho in diocesi 36 sacerdoti indiani (quasi tutti del Malabar) e 28 italiani del Pime, che bastano appena per la cura dei più di 100.000 battezzati. Eppure ogni anno diamo dai tre ai cinquemila battesimi di adulti, che potrebbero essere comodamente 10.000, se il lavoro non fosse assolutamente superiore alle nostre forze» (PIERO GHEDDO, «Apostolato missionario fra i paria» e «Il movimento di conversioni dei paria», «Le Missioni Cattoliche», febbraio 1965, pagg. 84-93).
[91] Leoncini ricorda, a pag. 206 del suo libro citato e in «Pime e vocazioni indiane (1961-1970)» «Infor-Pime», maggio 1984, pagg. 8-18, che durante la visita a Vijayawada nel 1961 del superiore generale del Pime padre Augusto Lombardi, lui stesso, rettore del seminario diocesano di Nuzvid, gli chiese se si potevano ammettere nell’Istituto alcuni seminaristi keralesi che lo chiedevano. Lombardi rispose di sì e il Pime ebbe, all’inizio degli anni sessanta, i suoi primi cinque sacerdoti indiani, dopo più d’un secolo di lavoro in India.
Negli anni seguenti altri quattro sacerdoti del Kerala vennero ammessi nel Pime: uno di questi diventò poi vescovo di Nalgonda e di Kurnool, mons. Matthew Cheriankunnel, che alla fine degli anni ottanta è stato presidente della Commissione della Cbci (Conferenza episcopale indiana) per i fuori casta ed i tribali; ora è padre spirituale nel seminario del Pime a Eluru.
L’ammissione di indiani nel Pime si fermò dopo il Capitolo del 1971-1972 e venne rilanciata in modo sistematico dopo l’Assemblea generale del 1989 (capitoli VI, VII, VIII). Leoncini nota che i primi indiani ammessi nel Pime negli anni sessanta venivano dal Kerala; non erano telegu, perché questo era considerato dal vescovo De Battista «un furto sacrilego» ad una giovane Chiesa che non aveva ancora il suo clero diocesano.
[92] G. LEONCINI, op. cit., pagg. 189-190.
[93] A Vijayawada arrivarono nel 1948 le prime quattro missionarie dell’Immacolata, la congregazione femminile nata dal Pime nel 1936 (capitolo V) che ha fortemente contribuito all’educazione e all’assistenza sanitaria dei poveri nello stato di Andhra. Oggi le missionarie dell’Immacolata indiane sono circa 600, lavorano in 10 dei 25 stati dell’India e in Papua Nuova Guinea, Hong Kong, Brasile, Camerun, Bangladesh, Italia, Inghilterra, Guinea-Bissau.
[94] Intervista citata del 1972.
[95] Intervista citata del 1972.
[96] Un racconto toccante della vita nei villaggi paria è quello di padre Vincenzo Pagano (1914-1982), grande evangelizzatore, che spiega bene come si è adattato al modo di vivere degli indiani più poveri e come ne ha portati molti alla Chiesa. VINCENZO PAGANO, «Delta meraviglioso», Pime, Milano 1966, pagg. 207; «42 anni di vita missionaria in India», «Mondo e Missione», febbraio 1990, pagg. 96-122.
[97] GIOVANNA M. FERRARIO, «L’infaticabile Swami», Pime, Milano 1963, specie alle pagg. 179-185, per la sua povertà evangelica e mortificazione.
[98] G. LEONCINI, op. cit., pag. 211.
[99] Don Diodato scriveva: «Dio scelse me per questa via, altrimenti non mi sarei salvato. Senza i sostegni dello stato sacerdotale, sarei naufragato». Vedi ALBERTO MORELLI, «P. Diodato Desenzani, medico-missionario e fondatore dell’UMMI », «Le Missioni Cattoliche», ottobre 1960, pagg. 314-317.
[100] ROMOLO CAMPUS, «Padre Diodato Desenzani», «Missionari del Pime», novembre 1983, pag. 1.
[101] A. MORELLI, art. cit., pag. 317.
[102] «Il Vincolo», dicembre 1998, n. 191, pag. 165. Il nome «Casa della Divina Provvidenza» è stato tradotto in telegu con queste parole: «Dikku leni variki (chi è povero, ammalato) daivame gati (ha per destinazione Dio)».
[103] Si legga la bella biografia di p. Nicola Frascogna (1916-1981), missionario fra i lebbrosi nella diocesi di Vijayawada: FERDINANDO GERMANI, «Come Francesco... », Pime, Napoli 1981, pagg. 262.
[104] «Una vita per l’India, Padre Carlo Bonvini», «Missionari del Pime», febbraio 1995.
[105] Nasce a Palosco (BG) nel 1931 in una famiglia di poveri contadini: sette figli, di cui uno sposato, tre suore, due sacerdoti missionari, un fratello francescano.
[106] GIORGIO BONAZZOLI, «La mia vita fra gli indù a Benares», «Mondo e Missione», marzo 1967, pagg. 158-173; «L’India attende il Cristo indiano», «Mondo e Missione», dicembre 1972, pagg. 642-659.
[107] GIORGIO BONAZZOLI, «Le confessioni di un... indiano», «Infor-Pime», n. 57, marzo 1985, pagg. 28-39.
[108] «Incontro a Cristo nell’Induismo», «Mondo e Missione», ottobre 1971, pagg. 510-531.
[109] ANTONIO GRUGNI, «Esperienze e considerazioni di un missionario medico a Bombay», «Infor-Pime», marzo 1991, pagg. 12-21; «Un servizio alla Chiesa particolare dell’India», «Infor-Pime», giugno 1992, pagg. 34-36.
[110] PIERO GHEDDO, «Tra lebbrosi e baraccati a Bombay», «Mondo e Missione», giugno-luglio 1978, pagg. 367-391.
[111] Lettera di padre Carlo agli amici del maggio 1986, nel volume «La porta del cielo. Lettere di un missionario dall’India», Emi, Bologna 1997, pagg. 192.
[112] Lettera di p. Torriani agli amici del febbraio 1996.
[113] Vedi i capitoli VI, VII e VIII.
[114] «Il Vincolo», n. 174, novembre-dicembre 1992, pagg. 185-187.
[115] Lettera del Superiore generale per questa inaugurazione in «Il Vincolo», n. 177, settembre-dicembre 1993, pagg. 109-111.