Paoline 2008
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| Capitolo
primo LA PERSONALITÀ DI SAULO/PAOLO |
Capitolo quinto PAOLO AL CONCILIO DI GERUSALEMME |
Capitolo nono IL PARADOSSO PAOLINO |
| Capitolo
secondo L'INCONTRO DI DAMASCO |
Capitolo sesto PAOLO TEOLOGO |
Capitolo decimo PAOLO PEDAGOGO |
| Capitolo
terzo PAGINE AUTOBIOGRAFICHE |
Capitolo settimo TEOLOGIA CRISTOCENTRICA |
Capitolo undicesimo PAOLO MISSIONARIO |
| Capitolo
quarto PAOLO VISTO DA LUCA |
Capitolo ottavo PAOLO MISTICO |
Capitolo dodicesimo PAOLO E NOI |
UN
POSSIBILE ITINERARIO
PREGHIERA
per la celebrazione dell'anno paolino
INTRODUZIONE
Carissimi,
oggi, giorno nel quale la santa Chiesa ci invita a
commemorare la conversione di san Paolo apostolo, mi rivolgo a tutti
indistintamente, presbiteri, diaconi, religiosi e fedeli laici, con il vivo
desiderio di condividere quello che mi pare essere un momento forte del nostro
cammino di fede: l'anno paolino, indetto da papa Benedetto XVI. Vi consegno
questa lettera con un certo anticipo sull'inizio dell'anno paolino nel desiderio
di prepararci bene tutti insieme, non solo con quelle iniziative alle quali
stiamo pensando, ma anche e soprattutto con una adeguata riflessione che mi
auguro possiamo fare sia come singoli fedeli, mediante un programma personale,
sia come aggregazioni ecclesiali, all'interno delle singole associazioni, gruppi
e movimenti.
Una comunità cristiana degna di questo nome non può lasciar cadere inosservato
l'invito di Benedetto XVI a dedicare un intero anno alla memoria di san Paolo,
il grande apostolo delle genti. Anche noi, che formiamo la Chiesa frentana, ci
sentiamo in dovere di raccogliere l'invito del Papa e di dare vita ad alcune
iniziative di carattere squisitamente formativo per raggiungere gli scopi che
hanno mosso il Pontefice a indire un anno straordinario in onore di san Paolo.
Come già ho avuto modo di scrivere in un articolo apparso sul quotidiano
Avvenire, questa Lettera pastorale costituisce la prima di una serie di
iniziative alle quali l'intera comunità frentana è chiamata a partecipare
nell'anno paolino.
Sarebbe infatti fuorviante che noi ci impegnassimo solo in iniziative di
carattere esterno, come pellegrinaggi e mostre, se prima non ci mettessimo sul
serio a conoscere le Lettere di Paolo: questo è il principale scopo della
presente lettera.
Non c'è alcun dubbio che il Papa, mentre indice un anno paolino, ci offre una
meravigliosa opportunità per conoscere meglio e per approfondire il messaggio
che si sprigiona dalla Bibbia, che noi abbiamo imparato a considerare come
"il libro" attraverso il quale il Signore parla alla sua Chiesa e a
ogni uomo e donna di buona volontà. Sarebbe un vero peccato non approfittarne,
tanto più che noi abbiamo già fatto un buon cammino nell'esplorare il non
facile campo della Bibbia in genere, e ultimamente anche quello delle Lettere di
san Paolo.
Il mio intento con questa Lettera pastorale è quello di offrire a tutti i
fedeli laici frentani e, in modo del tutto speciale, ai carissimi confratelli
presbiteri qualche occasione di riflettere sulla vita e sulle Lettere di san.
Paolo, nella certezza che dalla sua persona e dai suoi scritti tutti possiamo
ricevere quel supplemento di luce che può illuminare le nostre strade. Il
nostro sarà un cammino formativo, una ricerca semplice e lineare che potrebbe
entusiasmare chi è disposto a lasciarsi guidare sull'arco di un anno.
Mi permetto di seminare qua e là alcuni suggerimenti pratici, allo scopo di
invogliare un buon numero di lettori a intraprendere questa bella impresa:
familiarizzarsi con le Lettere di san Paolo ed entrare così a condividere le
grandi ricchezze di ragione e di grazia che esse contengono. Il nostro maestro
sarà quindi lui stesso: non c'è bisogno di altre mediazioni perché Paolo,
attraverso le sue Lettere, parla ancora oggi in modo eloquente ed efficace. È
necessaria solamente un po' di buona volontà per perseverare nella lettura e
nella meditazione.
Ci possa aiutare in questo nostro proposito lo stesso apostolo Paolo: a lui
chiediamo di ottenerci dal Signore risorto il dono dello Spirito Santo, senza
del quale invano ci metteremmo al lavoro. La Vergine Madre, regina del popolo
frentano, ci assista nel cammino che stiamo per intraprendere e l'apostolo
Tommaso, nostro glorioso patrono, interceda per noi.
Fin dall'inizio del nostro
cammino penso sia utile delineare, sia pure a grandi tratti, la personalità di
Paolo apostolo: una personalità certamente poliedrica e complessa, che tuttavia
si lascia "leggere" anche da noi, dal momento che egli ha trovato in
Cristo il centro unificatore di tutte le sue passioni, di tutte le sue
esperienze. Il suo "biglietto da visita" lo troviamo in Filippesi
3,5-7.
Se parlo di "passioni" lo faccio di proposito perché Saulo, diventato
Paolo, non ha certamente cambiato temperamento o carattere ma, con l'aiuto della
grazia, ha saputo orientare tutte le sue energie fisiche e spirituali verso una
nuova meta: conquistare Cristo dopo essere stato conquistato da Cristo (cfr.
Fil3,8). Sta tutto qui il segreto della felicità per ogni essere umano: cercare
e possibilmente trovare un centro unificato re attorno al quale far girare tutta
la propria vita. Allora tutto, o quasi tutto, diventa più chiaro, tutto finisce
col piacere e riusciamo a superare anche le prove più terribili che
immancabilmente la vita riserva.
I tratti della personalità di Paolo mi sembra di poterli riassumere così:
anzitutto egli era una persona estremamente volitiva. Solo una persona
come lui poteva reggere all'urto subito a Damasco, dove la sua umanità è stata
messa a dura prova. Qui però emerge anche
la sua grande onestà; gli premeva mettersi a servizio della verità e ora,
avendola scoperta, si sente in dovere di cambiare strada: questa è onestà a
prova di bomba. Questa forza di volontà Paolo la esprime anche quando entra in
polemica con i suoi avversari, non certo per odio verso di loro, ma piuttosto
per un amore incondizionato alla verità. Di questo amore Paolo è testimone
credibile. Infatti, esortando i cristiani di Efeso a costruire la Chiesa
nell'unità, scrive: «Questo affinché non siamo più come fanciulli
sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina,
secondo l'inganno degli uomini, con quella astuzia che tende a trarre
nell'errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo
di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo»(Ef 4,14-15).
«Fare la verità nella carità»: così suona il testo greco che potrebbe
essere tradotto "inverare la carità", o ancora "vivere
nell'amore autentico", nel senso che questi due sommi valori non possono
vivere l'uno senza l'altro.
In secondo luogo a Paolo dobbiamo riconoscere un temperamento passionale: direi
che lo è stato nel bene e nel male. Riferendosi al suo passato scrive: «lo che
per l'innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento» (1Tm
1,13). Ebbene, la violenza di un tempo Paolo l'ha poi messa a servizio del
Vangelo, dimostrando di saper sopportare le prove più tremende (si veda ad
esempio 2Cor 11,16 ss.). È proprio per questo suo temperamento passionale che
l'apostolo delle genti ha speso il resto dei suoi anni in una serie
interminabile di viaggi missionari, che ne caratterizzano il servizio
apostolico.
Attraverso gli scritti di Paolo possiamo rilevare una persona
dall'intelligenza veramente eccezionale: all'occorrenza egli sa entrare in
polemica con gli avversari, negatori della verità, come sa discorrere
serenamente con chi è disposto al dialogo per amore della verità; sa
interpretare correttamente le profezie dell'Antico Testamento mostrandone l'attualizzazione
in Cristo, come sa dimostrare la ragionevolezza del credere in Cristo e la
libertà dell'atto di fede; sa confutare chi pretende di dire la verità mentre
sta seminando menzogna e zizzania, come sa esortare con la parola ma anche e
soprattutto con l'esempio di una vita totalmente dedita al Vangelo; sa scrivere
pagine di alta ispirazione poetica, come sa addentrarsi in discussioni
teologiche specialistiche. Intelligenza acuta, quella di Paolo: dono di natura e
di grazia, difficilmente eguagliabile, che egli ha saputo finalmente mettere a
servizio della verità.
Infine Paolo ha dimostrato di essere un
amico fedele: mi
si passi questa espressione. Intendo dire che, una volta conosciuto Cristo
Signore attraverso una rivelazione dal carattere miracoloso, egli non ha mai
cessato di coltivare questa amicizia straordinària, e di onoraria anche a costo
di pagare di persona: lo ha dimostrato in diverse circostanze fino al martirio.
A questo proposito è molto bello ascoltare la sua testimonianza diretta: «
Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il
momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la
mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che
il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno» (2Tm 4,6-8). Parole
estremamente lucide, quasi una profezia di quanto accadrà, non molti anni dopo,
a Roma, quando sarà decapitato (intorno all'anno 64), degno compagno di Pietro:
il loro sangue infatti, versato per amore di Cristo, è stato seme fecondo per
la Chiesa di Roma.
Con queste pennellate essenziali penso di aver colto e presentato un po' anche
la psicologia di Paolo, cioè qualcosa del suo modo di essere e di vivere,
qualcosa del suo modo di pensare e di parlare, qualcosa del suo modo di agire e
di reagire, qualcosa del suo modo di amare e di "odiare": tutto questo
emerge - e non può non emergere - dai suoi scritti perché questi, lo si voglia
o no, tradiscono in modo evidente la psicologia dell'autore.
Una delle prime cose che, nel
corso dei miei studi biblici, ho imparato su san Paolo è l'importanza
fondamentale dell'evento di Damasco, l'incontro sconvolgente di Saulo con Gesù
di Nazaret, per entrare nel segreto di Paolo, per comprendere tutta la sua
riflessione teologica e per cogliere il mistero di grazia che in lui si
manifesta, cioè per fare anche noi il cammino di fede che ha fatto lui.
È lui stesso che ce ne parla, in termini ancora così caldi e commoventi, nella
Lettera ai cristiani della Galazia. La sua testimonianza personale ci aiuta a
farci un'idea chiara e distinta di quell'incontro: essenzialmente è stata una
rivelazione (apokalupsis: Gall,16), un confronto che ha cambiato i
connotati spirituali di Saulo. Da allora Saulo non è più Saulo; Saulo è
diventato un uomo nuovo, una nuova creatura, amico di Gesù, missionario del
Vangelo, fratello universale.
Un noto studioso contemporaneo ha potuto scrivere che, per comprendere la
teologia di Paolo, non è sufficiente partire da Tarso, città nella quale egli
è nato e ha ricevuto la sua prima formazione; non basta partire da Gerusalemme,
città nella quale Saulo è stato educato e ha potuto confrontarsi con gli
apostoli, con Pietro in modo speciale; non è sufficiente partire da Antiochia,
città che è stata punto di riferimento di tutti i suoi viaggi missionari.
Certo, queste città hanno avuto tutte la loro importanza nella formazione di
Paolo e tutte in qualche modo hanno contribuito alla sua crescita morale e
spirituale.
Ma per entrare nel pensiero di Paolo e per comprendere il suo approccio a Cristo
e al mistero della salvezza è assolutamente necessario partire da Damasco,
perché Damasco costituisce il momento della sua prima illuminazione e il
cambiamento di rotta che ha determinato tutto il resto della sua vita. Una
semplice rilettura di quell'evento (cfr. At 9,1-19; 22,1-21; 26,1-23) ci mette
in diretto contatto con la parola di Dio o, meglio, con colui che, mediante la
Bibbia, ci rivolge personalmente la sua Parola. Comprenderemo allora
l'importanza dell'incontro di Damasco nella vita di Paolo: un fulmine a ciel
sereno, si direbbe, o meglio una meravigliosa e imprevedibile irruzione della
grazia di Dio nella sua vita burrascosa e disordinata.
A Damasco Paolo ha compreso che tra Gesù e i cristiani vi era, e vi
è tuttora, una identità spirituale, sacramentale, nella quale sta il
segreto e il fondamento del nostro essere Chiesa, del nostro amore alla Chiesa:
« lo sono quel Gesù che tu perseguiti» (At 9,5). Dunque: nella persona dei
suoi discepoli è il Signore a essere perseguitato. La Chiesa è il corpo di
Cristo, è il prolungamento della sua umanità, è la sposa amata di Cristo. Non
si può separare la Chiesa da Cristo, come non si può separare una persona dal
suo corpo, come non si può dividere la
sposa dallo sposo: sarebbe una violenza assurda. Qui sta il segreto di tutta la
spiritualità paolina.
A Damasco Paolo ha compreso che Gesù di Nazaret è il vero Messia, quello
indicato dai profeti dell'Antico Testamento e destinato a diventare il Salvatore
dell'intera umanità, perché tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i
luoghi sono peccatori e attendono la liberazione dalla schiavitù del peccato.
Avendo identificato Gesù nella sua dignità messianica e nella sua divinità,
Paolo non poté non legarsi a lui con tutte le sue forze, con tutta la sua
capacità di amare, per una convinzione in lui profondamente radicata: «So a
chi ho creduto e sono certo che egli è capace di conservare fino a quel giorno
il deposito che mi è stato affidato» (2Tm 1,12).
A Damasco Paolo ha compreso che fino a quel momento egli aveva camminato su
una strada sbagliata, una strada che non doveva più battere. Quello è
stato il momento della sua conversione, cioè del suo distacco da una vita
contrassegnata dalla paura e dall'odio per volgersi a una vita improntata alla
fiducia e all'amore. «Quello che poteva essere per me un guadagno l'ho
considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi tutto ormai io reputo una
perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio
Signore» (Fil 3,7-8). La conversione di
Paolo ha davvero qualcosa di straordinario,
che raramente si è verificato nella storia
bimillenaria del cristianesimo.
A Damasco Paolo ha compreso di dover
cambiare vita e di dover aderire in
pieno, mediante la fede,
alla persona di Gesù: lui solo doveva diventare l'oggetto del suo amore, il
centro della sua predicazione. In effetti tutte le Lettere di Paolo, che sono il
riflesso letterario della sua viva voce, hanno una impostazione cristocentrica
evidentissima: «lo ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non
Gesù Cristo e questi crocifisso» scrive ai cristiani di Corinto (1Cor 2,2).
Quello cui Paolo tende con tutte le sue forze non è un Cristo evanescente, ma
proprio quel Gesù che porta in sé le stimmate della crocifissione. Ogni
ipotesi alternativa a questa, Paolo la respinge fortemente. Lo afferma, sia pure
in tono ironico, nella sua Seconda lettera ai cristiani di Corinto: «Se infatti
il primo venuto vi predica un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predicato
noi o se si tratta di ricevere uno Spirito diverso da quello che avete ricevuto
o un altro Vangelo che non avete ancora sentito, voi siete ben disposti ad
accettarlo» (2Cor 11,4).
A Damasco Paolo ha avuto il dono di comprendere che nella vita quello che
vale di più non èl'affermazione di se stessi a scapito degli altri, bensì
il dono di sé a colui per amore del quale possiamo amare il prossimo, chiunque
esso sia. I.:amore del prossimo allora diventa inseparabile dall'amore di Gesù,
così come l'amore di Gesù porta necessariamente all'amore verso il prossimo.
Su questo tema Paolo ha composto un "inno alla carità" che raggiunge
le vette della poesia e della mistica: «La carità è paziente, è benigna la
carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di
rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male
ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità; tutto copre,
tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine»
(1Cor13,4-7).
A Damasco Paolo ha compreso che c'è Qualcuno al di sopra di tutti che
merita di essere servito e amato sopra ogni altra cosa o persona: Gesù di
Nazaret. Il suo nome, cioè la sua persona, è «al di sopra di ogni altro
nome» (Fil 2,9). Egli, Paolo, doveva farlo conoscere a tutti: « perché nel
nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e
ogni lingua proclami che Signore è Gesù Cristo a gloria di Dio Padre» (Fil
2,10-11). Qui possiamo intravedere la coscienza missionaria di Paolo che tende a
portare Gesù agli altri e gli altri a Gesù.
A Damasco Paolo si è visto costretto a cambiare l'orientamento della sua
vita e lo ha fatto in modo così netto e forte da lasciare intravedere che
in quel preciso momento in lui ha trionfato solo la grazia di Dio. Tutto sta
rinchiuso in quel "ma" con il quale egli imprime una svolta al
racconto della sua conversione: «Voi avete certamente sentito parlare
della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente
la Chiesa di Dio e la devastassi... Ma quando colui che mi scelse fin dal
seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare in me
suo Figlio perché lo annunziassi ai pagani...» (Gal 1,13-16). Ognuno di noi
può fare tutti i progetti che vuole, può anche illudersi di poter fare tutto
da solo, ma quando Dio decide di entrare nella sua vita, allora tutto cambia e
cambia in meglio.
Chi, nell'intraprendere questo
cammino, vuol partire con il piede giusto, farà bene a individuare prima le
pagine autobiografiche di Paolo: sono molte e tutte assai belle. Mettendole
insieme, una dopo l'altra, si possono ricostruire praticamente tutte le tappe
della sua vita e della sua ricerca. È un suggerimento che mi permetto di dare a
coloro che sono seriamente intenzionati a conoscere le Lettere di Paolo e non
hanno strumenti tecnici e scientifici appropriati. Forse questa è l'unica
strada percorribile: chi l'ha già percorsa ne ha ricavato grandi frutti.
Tra le molte pagine in cui Paolo parla di se stesso ne scelgo una perché mi
sembra la più completa e la più significativa: si tratta di Filippesi 3,1-14.
Qui l'autore distingue in modo estremamente chiaro tre momenti della sua vita:
il passato (vv. 4-6), il presente (vv. 7-11) e il futuro (vv. 12-14). Dovremmo
imparare anche noi, almeno nei momenti più importanti della nostra piccola
storia personale, a rileggere la nostra vita alla luce della parola di Dio, se
non altro per ringraziare dei doni ricevuti e per chiedere perdono della
mancanze commesse e delle omissioni fatte; sempre comunque per innalzare il
nostro inno di lode e di ringraziamento al Signore.
Paolo non ha mai rinnegato il proprio passato di giudeo, ma solo qui
enumera tanti titoli: « Circonciso l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele,
della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge, quanto a
zelo persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva
dall' osservanza della legge» (vv. 5-6). Come Saul, primo re d'Israele di cui
porta il nome, Paolo discende dalla tribù di Beniamino, benemerita fra tutte le
tribù perché rimasta sempre fedele alla dinastia di Davide. Come tanti suoi
coetanei Paolo si era totalmente dedicato al culto di Dio in modo settario e
cieco. Come tanti altri ebrei Paolo aveva considerato un privilegio
irrinunciabile quello di appartenere alla religione ebraica. Come tanti altri
farisei Paolo praticamente aveva fatto della legge - la Torah - un idolo, e ne
era divenuto schiavo, con tutte le conseguenze.
Per il presente, Paolo si sente portato ad adottare criteri valutativi
del tutto nuovi; si direbbe che egli ha dovuto sovvertire la scala dei valori:
«Quello che poteva essere per me un guadagno l'ho considerato una perdita a
motivo di Cristo» (v. 7). Ancor più: «Tutto ormai io reputo una perdita di
fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il
quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al
fine di guadagnare Cristo» (v. 8). Anche per noi, come per lui, si tratta di
sapere chi sta al centro della nostra vita, chi abbiamo deciso di mettere al
vertice della nostra ricerca. Se è Gesù, allora tutto, nella nostra vita,
prende un senso, cioè un significato e un
orientamento nuovo; tutto finirà col contribuire alla nostra crescita umana e
alla nostra maturità cristiana.
Quanto al futuro, Paolo
non si avventura in previsioni avventate; si accontenta solo di tenerlo
intimamente connesso con il suo presente: «Non che io abbia già conquistato il
premio o sia ormai arrivato alla perlezione; solo mi sforzo di correre per
conquistarlo perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (v. 12).
Sembra essere questo l'unico modo corretto anche per noi se vogliamo preparare
un futuro che non sia pieno di sorprese negative, bensì ricco dei doni di Dio,
quei doni che il Signore, nella sua bontà misericordiosa, non ci lascerà
certamente mancare.
Nell'epistolario paolino, oltre a questa ci sono molte altre pagine
autobiografiche, dalle quali conviene partire per una lettura sistematica
dell'intera sua produzione letteraria. Una volta fatto questo primo passo e
superate le prime difficoltà, sarà più facile leggere una per una le sue
Lettere e comprenderne il significato profondo. Infatti, solo chi si è
familiarizzato con il linguaggio e con la psicologia di Paolo può permettersi
di leggere le sue Lettere, anche le più difficili; e capirle, entrando In
profonda sintonia spirituale con chi scrive.
Un'altra annotazione si impone: quella che noi andremo a comporre non sarà una
mera elencazione dei dati biografici di Paolo ma sarà quasi una autobiografia
spirituale dell'apostolo, tale cioè da farci conoscere la sua identità
vera e profonda, quella che egli, a partire
dal grande evento di Damasco, ha man mano acquisito per tappe progressive,
passando attraverso molteplici prove ed esperienze mistiche che lo hanno
assimilato a Cristo, suo Signore.
È risaputo che Luca è stato
discepolo di Paolo, avendolo seguito durante alcuni suoi viaggi missionari. La
sua fortuna consiste proprio nell'aver potuto crescere alla scuola di Paolo,
ascoltandone la predicazione e facendo tesoro dei suoi insegnamenti. Se Luca ha
ritenuto opportuno scrivere, oltre al terzo Vangelo, anche gli Atti degli
Apostoli, lo si deve certamente alla ricchezza di notizie che egli aveva
raccolto sul conto di Paolo e al desiderio di trasmettere ai suoi lettori quanto
aveva imparato direttamente dal suo maestro.
Di Paolo Luca ci offre un ritratto un po' diverso da quello che ricaviamo
dalle sue Lettere: non un ritratto totalmente altro, ma certamente un ritratto
più sereno, meno drammatico. Luca infatti racconta, mentre Paolo polemizza; ed
è ovvio che, cambiando il genere letterario, cambiano anche le fattezze del
personaggio in questione. Forse in Luca gioca l'ammirazione per il maestro e il
suo affetto per l'apostolo; certamente egli si è lasciato conquistare dalla
forte personalità di Paolo e in qualche modo ne è stato plasmato. Ma quali
sono i tratti caratteristici di questo ritratto?
Anzitutto dal racconto della seconda parte degli Atti, quella appunto dedicata
ai viaggi missionari dell'apostolo, emerge un Paolo che ha molto in
comune con gli altri apostoli, (anche
lui come i Dodici deve dire ciò che ha visto e udito: cfr. At 22,15), ma lui
non ha visto le stesse cose (cfr. At 1,22). La manifestazione che segna la
sua conversione è messa in relazione più con altre manifestazioni successive (cfr.
At 26,16) che non con le apparizioni ai testimoni nel corso dèi quaranta giorni
(cfr. At 1,3). Luca mostra di essere pienamente consapevole di questo fatto ed
è forse questa la ragione per la quale egli ha ritenuto suo imprescindibile
dovere rendere testimonianza scritta e perenne della viva predicazione di Paolo
quale, in parte almeno, egli ha potuto ascoltare.
In secondo luogo il Paolo di Luca presenta un'altra nota caratteristica,
quella della ufficialità. Mi spiego: Luca riferisce spesso e volentieri
ciò che Paolo ebbe a dire e a fare dinanzi alle pubbliche autorità, sia
giudaiche (cfr. At 22,1 ss.) sia romane (cfr. At 24,10 ss.; 25,10 ss.; 26,2 ss.);
e ciò non emerge in modo altrettanto forte dalle Lettere di Paolo. Questo
rilievo ci porta a considerare la rilevanza e l'incidenza sociale che ebbero sia
la predicazione sia la presenza di Paolo nei diversi ambienti da lui praticati.
Ne risulta che con Paolo il cristianesimo ha varcato decisamente i confini, non
solo geografici, della Palestina e, potremmo dire, ha acquisito diritto di
cittadinanza nel mondo intero. Questo è il grande vanto di Paolo, non quello di
avere inventato o fondato il cristianesimo. Infatti, mentre il genere letterario
dei Vangeli è come un unicum nella letteratura antica, quello delle
lettere è invece un
genere letterario assai comune e quelle di Paolo non hanno nulla da invidiare,
per esempio, alle lettere di Seneca.
Paolo per Luca costituisce il modello numero uno della missionarietà: nessun
apostolo, neppure Pietro che pure ha ricevuto da Gesù il massimo incarico, ha
espresso un'ansia missionaria pari a quella di Paolo: instancabile, capace di
assommare il lavoro quotidiano alle fatiche della predicazione, sempre pronto a
pagare di persona, per amore di colui che lo ha afferrato e strappato da ogni
altra attrattiva. «Ecco, ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme
senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni
città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni» (At 20,22-23). È con
questa convinzione che Paolo affronta ogni singola tappa dei suoi viaggi
missionari.
Rileggendo i racconti lucani dei viaggi missionari di Paolo, se si leggono -
come è doveroso fare - in profondità, si ricava un'altra impressione: in essi
Paolo appare piuttosto come colui che si è dedicato in primissimo luogo alla plantatio
ecclesiarum, cioè alla piantagione della Chiesa di Cristo nelle varie
città e regioni pagane nelle quali arrivava come predicatore. Glielo ha detto
Gesù stesso: «Va', perché io ti manderò lontano, tra i pagani» (At 22,21).
Paolo non è stato un costruttore di Chiese, ma un suscitatore di comunità
ecclesiali, che poi ha affidato ad alcuni suoi discepoli e collaboratori.
Ma è soprattutto nel discorso agli anziani di Efeso che Paolo ha fatto venire a
Mileto (cfr. At 20,18-35) che noi possiamo
cogliere quella profonda spiritualità
missionaria che lo rende modello
insuperabile per ogni evangelizzatore. Per Paolo essere missionario vuol dire
assumere l'atteggiamento del servo-schiavo che non può sottrarsi al mandato
ricevuto (cfr. anche 1Cor 9,1618); vuol dire sopportare ogni genere di prove per
amore del Vangelo; vuol dire non risparmiarsi mai per nessun motivo nelle
fatiche fisiche; vuol dire affidarsi in piena fiducia ai disegni della divina
provvidenza; vuol dire offrire tutto se stesso in sacrificio gradito a Dio; vuoI
dire saper rinunciare a tutto pur di guadagnare qualcuno a Cristo; vuoI dire
resistere ai lupi rapaci che cercano solo di danneggiare il gregge; vuoI dire
vegliare giorno e notte nella preghiera e nella custodia di coloro che sono
stati affidati alle sue cure di pastore; vuol dire esortare e scongiurare nel
nome del Signore; vuoI dire credere nella efficacia della Parola; vuol dire
testimoniare il proprio disinteresse intrecciando lavoro e predicazione; vuol
dire infine porre la propria gioia nel dare più che nel ricevere.
A ragione questo discorso è stato qualificato da Jacques Dupont come il testamento
pastorale di Paolo perché,
a ben considerare, esso racchiude le regole principali di un'azione pastorale
ineccepibile. Non è affatto difficile riconoscere in questo discorso i tratti
essenziali della spiritualità di san Paolo, tratti che, ovviamente, dovrebbero
essere anche quelli della spiritualità di ogni pastore d'anime.