PICCOLI GRANDI LIBRI  Carlo Ghidelli
Arcivescovo di Lanciano - Orlona
UN ANNO CON SAN PAOLO
Lettera dell'Arcivescovo per l'anno dedicato a san Paolo (28 giugno 2008 - 29 giugno 2009)

Paoline 2008

Capitolo primo
LA PERSONALITÀ DI SAULO/PAOLO
Capitolo quinto
PAOLO AL CONCILIO DI GERUSALEMME
Capitolo nono
IL PARADOSSO PAOLINO
Capitolo secondo
L'INCONTRO DI DAMASCO
Capitolo sesto
PAOLO TEOLOGO
Capitolo decimo
PAOLO PEDAGOGO
Capitolo terzo
PAGINE AUTOBIOGRAFICHE
Capitolo settimo
TEOLOGIA CRISTOCENTRICA
Capitolo undicesimo
PAOLO MISSIONARIO
Capitolo quarto
PAOLO VISTO DA LUCA
Capitolo ottavo
PAOLO MISTICO
Capitolo dodicesimo
PAOLO E NOI

UN POSSIBILE ITINERARIO
PREGHIERA

per la celebrazione dell'anno paolino

CAPITOLO QUINTO

PAOLO AL CONCILIO DI GERUSALEMME

Vi è un episodio, nella vita di Paolo, che merita speciale attenzione: esso ha trovato memoria scritta sia nella sua Lettera ai Galati sia negli Atti degli Apostoli. Paolo ne parla in modo fortemente polemico, mentre Luca lo racconta con una tonalità assai più pacata: si tratta del Concilio di Gerusalemme (cfr. GaI 2,1-10; At 15,1-35).
L'evento merita di essere menzionato perché ha avuto una rilevanza ecclesiale di primissimo ordine, dal momento che in esso si trattava di una questione di capitale importanza: se fosse necessaria la circoncisione per diventare cristiani. A noi, forse, oggi potrebbe sfuggire l'importanza di quel dibattito, ma per la Chiesa di allora da esso dipendeva non solo la legittimità della predicazione di Paolo, ma tutta l'impostazione missionaria.
Per dirla in breve, le cose andarono così: nel suo primo viaggio missionario (cfr. At 13,1-14,28) Paolo aveva predicato la necessità della sola fede per abbracciare la nuova religione cristiana, ma alcuni cristiani provenienti dal giudaismo glielo contestarono. Fu allora necessario convocare il Concilio di Gerusalemme: cosa che si fece per iniziativa di Pietro, il primo degli apostoli. Da un lato dunque stava Paolo, con la sua convinzione maturata sul campo della missione; dall'altro invece stava
Giacomo con i cristiani giudaizzanti. Al centro, possiamo dire, stava Pietro dal quale si attendeva l'ultima parola. Il tutto dentro la cornice di una assemblea conciliare nella quale ognuno ha il dovere di esporre il suo parere, di confrontarsi con gli altri fratelli nella fede, per accogliere alla fine le decisioni che sono frutto della preghiera e della ponderata decisione dei massimi responsabili nella comunità.
Al Concilio Paolo ha partecipato con una delegazione polemica anche nella sua composizione, perché in effetti Tito non era circonciso, eppure era diventato un ottimo cristiano, addirittura discepolo e collaboratore di Paolo. Si accese una discussione nella quale prese la parola anzitutto Pietro, poi Giacomo, mentre Paolo ascoltava e taceva. Si decise poi di scrivere e inviare una lettera che indicasse ai fratelli provenienti dai pagani il da farsi: cioè di non imporre nessun altro obbligo al di fuori di alcuni gesti di rispetto e di carità verso i fratelli provenienti dal giudaismo.
Commentando il fatto con il suo solito stile, Paolo ha potuto scrivere: «Neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la libertà del Vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi» (Gal 2,3-5). Paolo era talmente convinto della bontà della sua prassi missionaria che non era disposto a cedere alle altrui pretese: in questo modo era sicuro di difendere non una sua opinione personale ma la verità del Vangelo, quel Vangelo che gli era stato rivelato sulla via di Damasco.
A proposito di Concilio, mi pare doveroso fare almeno un cenno al Vaticano II, il Concilio che la Chiesa cattolica ha avuto la grazia di celebrare più di quarant'anni fa. Si è molto discusso anche in questo Concilio. Da allora la Chiesa cattolica è passata attraverso momenti difficili e ancora oggi non è terminato il tempo della sua piena ricezione. Una cosa tuttavia si è fatta sempre più chiara: il Vaticano II non ha voluto creare una rottura con il passato della Chiesa e neppure va interpretato nel segno della discontinuità. Al contrario esso ha segnato uno sviluppo dottrinale e pastorale della Chiesa dei primi due millenni e oggi esige di essere riletto e vissuto nel segno della continuità. Lo ha affermato con la sua solita lucidità Benedetto XVI: «I problemi della ricezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra di loro. L'una ha causato confusione; l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste una interpretazione che vorrei chiamare "ermeneutica della discontinuità e della rottura"... Dall'altra parte c'è l'ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa».
Come vescovo della Chiesa frentana mi sento in dovere di indicare a tutti il Vaticano II come un evento di grazia e quindi di accoglierlo con gratitudine dal Signore. Nello stesso tempo avverto che, sotto molti profili, il Concilio anche tra noi attende ancora di essere più profondamente conosciuto per essere più largamente realizzato. Anche a livello di regione ecclesiastica dell'Abruzzo Molise ci stiamo interrogando sulla ricezione del Vaticano II e lo abbiamo già fatto in almeno tre distinti convegni in relazione alle costituzioni dogmatiche emanate dal Concilio stesso.
In casa nostra possiamo certamente mettere in atto qualche cosa di analogo per arrivare, tra l'altro, a una celebrazione della liturgia più partecipata e più fruttuosa, a una conoscenza della parola di Dio più profonda e più spirituale, a una apertura ecumenica più convinta e più attenta, a una formazione catechistica più critica e più personalizzata, a una partecipazione alla vita ecclesiale più metodica e più condivisa, a uno stile di preghiera più essenziale e più biblica, a una animazione missionaria più estesa e più generosa, a una azione caritativa più attenta e più capillare, e altro ancora.
Come è facile vedere, abbiamo ancora molte cose da fare come comunità ecclesiale, sia come comunità dio ce sana sia come comunità parrocchiali, per poter dire che il Concilio noi non lo abbiamo subito, ma lo abbiamo accolto con entusiasmo; e ora non lo diamo per scontato ma lo stiamo vivendo con grande impegno da parte di tutti, presbiteri e fedeli laici. Rinnoviamo perciò il nostro proposito di accostarci ai documenti del Vaticano II per studiarli e per assimilarli, di fame oggetto della nostra lettura personale e comunitaria, e di verificarne la ricezione a livello di parrocchie. Ovviamente questo sarà compito precipuo dei presbiteri, ai quali rinnovo il pressante invito a un continuo aggiornamento sui decreti conciliari e a un confronto fraterno nelle nostre riunioni di aggiornamento teologico.

 

CAPITOLO SESTO

PAOLO TEOLOGO

Questa espressione non deve intimidire nessuno: qui per teologia intendiamo solo quell'approfondimento del mistero di Cristo che Paolo, con l'aiuto della grazia, ha potuto fare. Per questo egli ha messo in opera l'acutezza della sua intelligenza, la sensibilità del suo cuore e la docilità della sua fede. In questo modo Paolo è riuscito a penetrare più di chiunque altro nelle profondità del mistero che, in modo sintetico ed emblematico, gli era stato rivelato sulla via verso Damasco.
Là, infatti, Paolo aveva intuito che Gesù di Nazaret, crocifisso, morto e risorto, è l'unico vero Salvatore del mondo. Ora, questa soteriologia, o dottrina sulla salvezza, egli la sviluppa in lungo e in largo in tutte le sue Lettere, ma soprattutto nelle Lettere ai Galati, ai Romani e ai Colossesi. Non possiamo però mai dimenticare che Paolo ha esperimentato l'efficacia della grazia anzitutto in se stesso, e ciò lo ha reso capace di diventarne testimone credibile per altri: « Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (GaI 2,20: notiamo bene il pronome personale di prima persona singolare).
Là, a Damasco, Paolo aveva percepito che tra il Salvatore e i salvati esiste un rapporto profondo
dal quale nasce la Chiesa, comunità dei fedeli in Cristo: ebbene questo discorso egli lo sviluppa soprattutto nella Prima lettera ai Corinzi e nella Lettera agli Efesini. A noi egli consegna un insegnamento che non sgorga da una mente speculativa, ma da una esperienza personale che ha lasciato un segno indelebile nel suo animo. Per questo egli può affermare: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil1,21).
Sulla via per Damasco Paolo aveva avuto una esperienza mistica eccezionale: nella Seconda lettera ai Corinzi egli la ricorda con accenti commossi e commoventi fino ad accendere in noi la certezza che quanto egli ha esperimentato in quella precisa circostanza storica lo possiamo certamente sperimentare anche noi, pur nelle circostanze assai più modeste della nostra vita: «Fatevi miei imitatori », scrive nella Prima lettera ai cristiani di Corinto, «come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1). In tutta verità, senza mancare per questo alla modestia, Paolo si propone a noi come modello di vita cristiana e di passione apostolica.
Nell'incontro con Cristo risorto a Damasco Paolo aveva capito di dover cambiare vita, mettendola tutta a servizio della verità: ebbene nella Lettera ai Filippesi egli rende conto di questa sua decisione e ne indica le profonde motivazioni. In questo modo accende in noi il desiderio di approfondire il significato della nostra appartenenza a Cristo e alla Chiesa, per divenire anche noi testimoni credibili del Signore risorto: «Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo» (1 Cor 3,22-23).
A Damasco Paolo aveva compreso di dover abbandonare ogni forma di odio e di dover dare ampio spazio alla carità: ebbene, nel capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi egli compone quel famoso "inno alla carità" che costituisce una delle piùbelle pagine della letteratura neotestamentaria. Faremo bene a leggerlo e rileggerlo spesso, al fine di assimilarne sia la bellezza letteraria sia l'alta ispirazione teologica.
Nell'incontro di Damasco Paolo ha ricevuto il mandato missionario, che consisteva soprattutto nell'andare nel mondo intero a predicare il Vangelo e a piantare la Chiesa: ebbene nelle Lettere pastorali a Timoteo e a Tito egli manifesta tutta la sua sollecitudine per le Chiese che, man mano, affida ai suoi fedeli e bravi discepoli affinché anch' essi le possano affidare «a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri» (2Tm 2,2). In questo modo Paolo si è fatto carico di creare l'inizio di quella Tradizione ecclesiale che, pur tra alterne e talvolta dolorose vicende, perdura fino a oggi e svolge la sua alta missione.

 

CAPITOLO SETTIMO

TEOLOGIA CRISTOCENTRICA

 

Come è facile notare, la riflessione teologica di Paolo è a un tempo teoretica e pratica: da un lato infatti egli sa affrontare astrusi problemi teologici con estrema chiarezza espositiva e con rara capacità di penetrazione nelle verità credute; dall'altro lato dimostra di avere anche un grande senso pratico e di saper trovare e indicare le dovute mediazioni storiche per dare consistenza e concretezza alle verità predicate.
Soprattutto però debbo ricordare che al centro della riflessione teologica di Paolo vi è Gesù Cristo, nella totalità del suo mistero: Cristo manifestato nella carne e vissuto tra noi, Cristo morto e risorto e Cristo annunziato ai pagani, Cristo creduto nel mondo e assunto nella gloria (cfr.1Tm 3,16). A questo proposito mi sento in dovere di rimandare alla lettura e alla meditazione di due grandi pagine dell'epistolario paolino, proprio per la loro grande rilevanza cristologica.
La prima pagina è quella di Filippesi 2,5-11: qui Paolo forse si rifà a un inno liturgico molto antico e traccia tutta la vicenda storica di Cristo, dalla sua vita trinitaria fino alla sua finale glorificazione, passando attraverso la sua morte e risurrezione. Un inno da cantare più che da leggere; comunque una perla assai preziosa da incastonare dentro la nostra professione di fede.
In questo inno ci è dato rilevare come, di sua natura, il mistero di Cristo si innesti nel mistero trinitario: non si può comprendere chi è Gesù se non si comprende, per mezzo di lui, chi è il Padre. Lo aveva affermato a chiare lettere Gesù stesso: «Nessuno conosce chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Le 10,22). Nello stesso inno Paolo ci dice che il mistero di Cristo consiste essenzialmente nell'evento pasquale di morte e di risurrezione: è qui che, paradossalmente, si concentra e si rivela la gloria di Dio, quella alla quale sono destinati il Figlio e tutti quelli che crederanno in Lui.
Forse il punto centrale dell'inno va riconosciuto nel binomio Dio-servo (schiavo), cioè nel mistero della incarnazione di Dio, premessa e preludio al mistero pasquale: «Pur essendo di natura divina... spogliò se stesso assumendo la condizione di servo... facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato» (Fil2,6-9). Qui rifulge in tutto il suo splendore il mistero di Cristo, che è a un tempo Dio e uomo, Signore e servo, Figlio e fratello, pastore e agnello, umile e grande, obbediente e autorevole. Paolo ci invita a considerare congiuntamente l'incarnazione del Verbo e l'evento pasquale così da non separare ciò che nel piano di Dio costituisce una inscindibile unità.
La seconda pagina è quella di Colossesi 1,12-20: un inno a Cristo, capo dell'universo; un inno dal respiro ampio, cosmico che non sopporta menomazioni o restrizioni di sorta. In esso il mistero di Cristo sfocia e si coniuga con il mistero della Chiesa; l'opera della liberazione abbraccia l'intera umanità e tutti gli esseri creati; la natura divina del Verbo si raccorda con la concretezza del mistero pasquale.
Una stupenda sintesi teologica del mistero cristico e cristiano.
In questo secondo inno Paolo, in termini sensibilmente nuovi, esprime la stessa fede in Cristo Signore, riconoscendolo come Creatore e come Redentore, come immagine del Dio invisibile e come capo della Chiesa, come il primogenito dei risorti e come riconciliato re universale. L'animo dell'orante si apre a orizzonti sconfinati: avvertiamo che nella preghiera non siamo mai soli, ma ci muoviamo sempre in una grande compagnia e ci troviamo elevati al di sopra di noi stessi.
Vorrei rilevare, a proposito del cristocentrismo di Paolo, che non si tratta di una scelta teorica e tanto meno di una opzione dottrinale, quanto piuttosto di una scelta di vita che lo ha portato a esprimersi, oltre che con precisione termino logica, anche con accenti personalissimi, come questi: «Questa vita ' che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di
Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2,20). L'uso del pronome di prima persona singolare (mentre in Ef 5,2 utilizza il "voi") è un segno chiaro e inequivocabile della passione con la quale Paolo ha amato Gesù, dopo che da Gesù era stato amato perdutamente. In questo modo Paolo ci invita tutti a non accontentarci delle formulazioni di fede, sia pure esatte e ufficiali, ma a fare dell'atto di fede un rinnovato slancio d'amore verso Gesù. Paolo desidera che non ci limitiamo a ripetere alcune preghiere in modo quasi meccanico, ma a nutrire sentimenti di vero amore verso il Signore Gesù e a esprimerli senza mezzi termini, secondo il grado di amore che ci brucia in cuore.
Un amore il nostro che, come quello di Paolo, è una risposta all'amore di Cristo verso tutti: «L'amore del Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti... Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (2Cor 5,14-15). Anche a questo proposito dobbiamo constatare che tutto è grazia: è solo per l'amore sgorgato dal cuore di Cristo che, a noi come a Paolo, è dato di poter amare Gesù e, in forza di questo amore, di poter parlare di lui ai nostri fratelli.

 

CAPITOLO OTTAVO

PAOLO MISTICO

Ci sono, nelle Lettere di Paolo, alcune pagine che descrivono le sue esperienze mistiche: quelle attraverso le quali egli ha potuto penetrare più a fondo nel mistero di Cristo Signore. Certo, di sua natura una esperienza mistica è unica e irripetibile, è qualcosa di personale e inimitabile: eppure ciò che Paolo dice di se stesso, sotto un certo profilo ci coinvolge come credenti e come amici di Cristo. La più importante di queste pagine la troviamo certamente in 2 Corinzi 12,1-10 e una lettura attenta non potrà non provocare in noi un forte stupore e una grande ammirazione.
Al di là di quello che di straordinario Paolo dice di se stesso (si tratta di visioni e di rivelazioni che sfuggono alla normale esperienza religiosa del credente), ci impressiona il modo con il quale egli riferisce queste sue esperienze mistiche. Comincia col dire che egli potrebbe anche vantarsi di quello che ha visto e udito, ma poi termina accennando a una spina che gli è stata messa nella carne, perché non montasse in superbia. Come si vede, il discorso è tutt'altro che autoelogiativo; al contrario, Paolo dimostra di voler inserire le sue esperienze mistiche nel vissuto quotidiano ed elevare la sua vita feriale alle somme altezze della grazia. Si tratta, direi, di una mistica ordinaria, nel
senso che essa può essere appannaggio di tutti i credenti, a condizione che essi si lascino attrarre dalla forza irresistibile della grazia e si lascino introdurre nel talamo dell'intimità divina. Cosa non affatto difficile perché lo Spirito del Signore risorto agisce efficacemente e affettivamente nel cuore di ogni credente.
Una cosa è certa: a Paolo è stata donata una meravigliosa opportunità, quella di sondare il mistero della Trinità passando attraverso il mistero di Cristo nella potenza dello Spirito Santo. Ed è questo, non altro, il cammino di perfezione attraverso il quale deve passare ogni autentico discepolo di Cristo Signore: vivere nell'intimità dello Spirito Santo, pienamente sottomesso all'insegnamento di Gesù, per approdare alla comunione di Dio Padre (vedi 2 Corinzi 13,13). L'impronta trinitaria del nostro cammino di fede dovrebbe essere talmente evidente da trasformare ogni nostra azione, ogni nostra preghiera, in un inno di lode alla Trinità.
Per questo san Giovanni Crisostomo ha potuto affermare: «Cor Pauli cor Christi». Come per dire: se vuoi conoscere il cuore di Cristo cerca di conoscere il cuore di Paolo. E noi sappiamo che il termine "cuore" comprende tutto il segreto della personalità, tutte le ricchezze della persona. Certamente Paolo non è l'unica via per arrivare a Cristo, ma non c'è alcun dubbio che, per molti di coloro che tendono seriamente alla perfezione, egli ha aperto, una volta per sempre, una via maestra. Lo avvertiamo in queste sue parole che contengono un invito a seguirlo sulla via della piena assimilazione a Cristo: «lo piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei eieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell'uomo interiore. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,14-19).
Chi scrive in questo modo dimostra chiaramente di vivere ciò che dice: è certamente il caso di Paolo che, con grande discrezione ma con altrettanta immediatezza, si propone come esempio di vita cristiana, vissuta alle massime altezze: «Vi esorto, dunque, fatevi miei imitatori!» (1Cor 4,16). Da lui noi tutti impariamo qualcosa di eccezionalmente importante: che nella vita quello che conta non è eiò che si fa, ma il grado d'amore con il quale accogliamo l'amore di Dio per noi e svolgiamo i nostri doveri di cittadini e di cristiani.
Ma forse il vertice della mistica paolina sta nel rapporto paterno-filiale di Dio con noi e di noi con Dio. Anche solo il pensare che noi possiamo rivolgerei a Dio chiamandolo con il dolce nome di "Padre" ei riempie il cuore di commozione e di gioia. Se poi, come ci insegna san Paolo, a noi è offerta la possibilità di intessere con Dio un rapporto di profonda intimità filiale, arrivando a trattarlo con quella libertà con la quale un bambino tratta il
suo babbo, allora comprendiamo che in questo modo ei si apre l'accesso al mistero trinitario. Noi come Gesù possiamo invocare Dio con il dolce nome di "Abbà" che corrisponde al nostro "papi" (cfr. Gal 4,6: Rm 8,15): niente di più bello, niente di più alto, niente di più profondo.