Paoline 2008
| Capitolo primo LA PERSONALITÀ DI SAULO/PAOLO |
Capitolo
quinto PAOLO AL CONCILIO DI GERUSALEMME |
Capitolo nono IL PARADOSSO PAOLINO |
| Capitolo secondo L'INCONTRO DI DAMASCO |
Capitolo
sesto PAOLO TEOLOGO |
Capitolo decimo PAOLO PEDAGOGO |
| Capitolo terzo PAGINE AUTOBIOGRAFICHE |
Capitolo
settimo TEOLOGIA CRISTOCENTRICA |
Capitolo undicesimo PAOLO MISSIONARIO |
| Capitolo quarto PAOLO VISTO DA LUCA |
Capitolo
ottavo PAOLO MISTICO |
Capitolo dodicesimo PAOLO E NOI |
UN
POSSIBILE ITINERARIO
PREGHIERA
per la celebrazione dell'anno paolino
PAOLO AL CONCILIO DI GERUSALEMME
Vi è un episodio, nella vita
di Paolo, che merita speciale attenzione: esso ha trovato memoria scritta sia
nella sua Lettera ai Galati sia negli Atti degli Apostoli. Paolo ne parla in
modo fortemente polemico, mentre Luca lo racconta con una tonalità assai più
pacata: si tratta del Concilio di Gerusalemme (cfr. GaI 2,1-10; At 15,1-35).
L'evento merita di essere menzionato perché ha avuto una rilevanza ecclesiale
di primissimo ordine, dal momento che in esso si trattava di una questione di
capitale importanza: se fosse necessaria la circoncisione per diventare
cristiani. A noi, forse, oggi potrebbe sfuggire l'importanza di quel dibattito,
ma per la Chiesa di allora da esso dipendeva non solo la legittimità della
predicazione di Paolo, ma tutta l'impostazione missionaria.
Per dirla in breve, le cose andarono così: nel suo primo viaggio missionario (cfr.
At 13,1-14,28) Paolo aveva predicato la necessità della sola fede per
abbracciare la nuova religione cristiana, ma alcuni cristiani provenienti dal
giudaismo glielo contestarono. Fu allora necessario convocare il Concilio di
Gerusalemme: cosa che si fece per iniziativa di Pietro, il primo degli apostoli.
Da un lato dunque stava Paolo, con la sua convinzione maturata sul campo della
missione; dall'altro invece stava Giacomo
con i cristiani giudaizzanti. Al centro, possiamo dire, stava Pietro dal quale
si attendeva l'ultima parola. Il tutto dentro la cornice di una assemblea
conciliare nella quale ognuno ha il dovere di esporre il suo parere, di
confrontarsi con gli altri fratelli nella fede, per accogliere alla fine le
decisioni che sono frutto della preghiera e della ponderata decisione dei
massimi responsabili nella comunità.
Al Concilio Paolo ha partecipato con una delegazione polemica anche nella sua
composizione, perché in effetti Tito non era circonciso, eppure era diventato
un ottimo cristiano, addirittura discepolo e collaboratore di Paolo. Si accese
una discussione nella quale prese la parola anzitutto Pietro, poi Giacomo,
mentre Paolo ascoltava e taceva. Si decise poi di scrivere e inviare una lettera
che indicasse ai fratelli provenienti dai pagani il da farsi: cioè di non
imporre nessun altro obbligo al di fuori di alcuni gesti di rispetto e di
carità verso i fratelli provenienti dal giudaismo.
Commentando il fatto con il suo solito stile, Paolo ha potuto scrivere: «Neppure
Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere. E
questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la
libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. Ad essi
però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la libertà del
Vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi» (Gal 2,3-5). Paolo era
talmente convinto della bontà della sua prassi missionaria che non era disposto
a cedere alle altrui pretese: in questo modo era sicuro di difendere non una sua
opinione personale ma la verità del Vangelo, quel Vangelo che gli era stato
rivelato sulla via di Damasco.
A proposito di Concilio, mi pare doveroso fare almeno un cenno al Vaticano II,
il Concilio che la Chiesa cattolica ha avuto la grazia di celebrare più di
quarant'anni fa. Si è molto discusso anche in questo Concilio. Da allora la
Chiesa cattolica è passata attraverso momenti difficili e ancora oggi non è
terminato il tempo della sua piena ricezione. Una cosa tuttavia si è fatta
sempre più chiara: il Vaticano II non ha voluto creare una rottura con il
passato della Chiesa e neppure va interpretato nel segno della discontinuità.
Al contrario esso ha segnato uno sviluppo dottrinale e pastorale della Chiesa
dei primi due millenni e oggi esige di essere riletto e vissuto nel segno della
continuità. Lo ha affermato con la sua solita lucidità Benedetto XVI: «I
problemi della ricezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si
sono trovate a confronto e hanno litigato tra di loro. L'una ha causato
confusione; l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato
frutti. Da una parte esiste una interpretazione che vorrei chiamare
"ermeneutica della discontinuità e della rottura"... Dall'altra parte
c'è l'ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell'unico
soggetto-Chiesa».
Come vescovo della Chiesa frentana mi sento in dovere di indicare a tutti il
Vaticano II come un evento di grazia e quindi di accoglierlo con gratitudine dal
Signore. Nello stesso tempo avverto che, sotto molti profili, il Concilio anche
tra noi attende ancora di essere più profondamente conosciuto per essere più
largamente realizzato. Anche a livello di regione ecclesiastica dell'Abruzzo
Molise ci stiamo interrogando sulla ricezione del Vaticano II e lo abbiamo già
fatto in almeno tre distinti convegni in relazione alle costituzioni dogmatiche
emanate dal Concilio stesso.
In casa nostra possiamo certamente mettere in atto qualche cosa di analogo per
arrivare, tra l'altro, a una celebrazione della liturgia più partecipata e più
fruttuosa, a una conoscenza della parola di Dio più profonda e più spirituale,
a una apertura ecumenica più convinta e più attenta, a una formazione
catechistica più critica e più personalizzata, a una partecipazione alla vita
ecclesiale più metodica e più condivisa, a uno stile di preghiera più
essenziale e più biblica, a una animazione missionaria più estesa e più
generosa, a una azione caritativa più attenta e più capillare, e altro ancora.
Come è facile vedere, abbiamo ancora molte cose da fare come comunità
ecclesiale, sia come comunità dio ce sana sia come comunità parrocchiali, per
poter dire che il Concilio noi non lo abbiamo subito, ma lo abbiamo accolto con
entusiasmo; e ora non lo diamo per scontato ma lo stiamo vivendo con grande
impegno da parte di tutti, presbiteri e fedeli laici. Rinnoviamo perciò il
nostro proposito di accostarci ai documenti del Vaticano II per studiarli e per
assimilarli, di fame oggetto della nostra lettura personale e comunitaria, e di
verificarne la ricezione a livello di parrocchie. Ovviamente questo sarà
compito precipuo dei presbiteri, ai quali rinnovo il pressante invito a un
continuo aggiornamento sui decreti conciliari e a un confronto fraterno nelle
nostre riunioni di aggiornamento teologico.
Questa espressione non deve
intimidire nessuno: qui per teologia intendiamo solo quell'approfondimento del
mistero di Cristo che Paolo, con l'aiuto della grazia, ha potuto fare. Per
questo egli ha messo in opera l'acutezza della sua intelligenza, la sensibilità
del suo cuore e la docilità della sua fede. In questo modo Paolo è riuscito a
penetrare più di chiunque altro nelle profondità del mistero che, in modo
sintetico ed emblematico, gli era stato rivelato sulla via verso Damasco.
Là, infatti, Paolo aveva intuito che Gesù di Nazaret, crocifisso, morto e
risorto, è l'unico vero Salvatore del mondo. Ora, questa soteriologia, o
dottrina sulla salvezza, egli la sviluppa in lungo e in largo in tutte le sue
Lettere, ma soprattutto nelle Lettere ai Galati, ai Romani e ai Colossesi. Non
possiamo però mai dimenticare che Paolo ha esperimentato l'efficacia della
grazia anzitutto in se stesso, e ciò lo ha reso capace di diventarne testimone
credibile per altri: « Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede
del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (GaI 2,20:
notiamo bene il pronome personale di prima persona singolare).
Là, a Damasco, Paolo aveva percepito che tra il Salvatore e i salvati esiste un
rapporto profondo dal
quale nasce la Chiesa, comunità dei fedeli in Cristo: ebbene questo discorso
egli lo sviluppa soprattutto nella Prima lettera ai Corinzi e nella Lettera agli
Efesini. A noi egli consegna un insegnamento che non sgorga da una mente
speculativa, ma da una esperienza personale che ha lasciato un segno indelebile
nel suo animo. Per questo egli può affermare: «Per me infatti il vivere è
Cristo e il morire un guadagno» (Fil1,21).
Sulla via per Damasco Paolo aveva avuto una esperienza mistica eccezionale:
nella Seconda lettera ai Corinzi egli la ricorda con accenti commossi e
commoventi fino ad accendere in noi la certezza che quanto egli ha esperimentato
in quella precisa circostanza storica lo possiamo certamente sperimentare anche
noi, pur nelle circostanze assai più modeste della nostra vita: «Fatevi miei
imitatori », scrive nella Prima lettera ai cristiani di Corinto, «come io lo
sono di Cristo» (1Cor 11,1). In tutta verità, senza mancare per questo alla
modestia, Paolo si propone a noi come modello di vita cristiana e di passione
apostolica.
Nell'incontro con Cristo risorto a Damasco Paolo aveva capito di dover cambiare
vita, mettendola tutta a servizio della verità: ebbene nella Lettera ai
Filippesi egli rende conto di questa sua decisione e ne indica le profonde
motivazioni. In questo modo accende in noi il desiderio di approfondire il
significato della nostra appartenenza a Cristo e alla Chiesa, per divenire anche
noi testimoni credibili del Signore risorto: «Tutto è vostro! Ma voi siete di
Cristo» (1 Cor 3,22-23).
A Damasco Paolo aveva compreso di dover abbandonare ogni forma di odio e di
dover dare ampio spazio alla carità: ebbene, nel capitolo 13 della Prima
lettera ai Corinzi egli compone quel famoso "inno alla carità" che
costituisce una delle piùbelle pagine della letteratura neotestamentaria.
Faremo bene a leggerlo e rileggerlo spesso, al fine di assimilarne sia la
bellezza letteraria sia l'alta ispirazione teologica.
Nell'incontro di Damasco Paolo ha ricevuto il mandato missionario, che
consisteva soprattutto nell'andare nel mondo intero a predicare il Vangelo e a
piantare la Chiesa: ebbene nelle Lettere pastorali a Timoteo e a Tito egli
manifesta tutta la sua sollecitudine per le Chiese che, man mano, affida ai suoi
fedeli e bravi discepoli affinché anch' essi le possano affidare «a persone
fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri» (2Tm
2,2). In questo modo Paolo si è fatto carico di creare l'inizio di quella
Tradizione ecclesiale che, pur tra alterne e talvolta dolorose vicende, perdura
fino a oggi e svolge la sua alta missione.
Come è facile notare, la
riflessione teologica di Paolo è a un tempo teoretica e pratica: da un lato
infatti egli sa affrontare astrusi problemi teologici con estrema chiarezza
espositiva e con rara capacità di penetrazione nelle verità credute;
dall'altro lato dimostra di avere anche un grande senso pratico e di saper
trovare e indicare le dovute mediazioni storiche per dare consistenza e
concretezza alle verità predicate.
Soprattutto però debbo ricordare che al centro della riflessione teologica di
Paolo vi è Gesù Cristo, nella totalità del suo mistero: Cristo manifestato
nella carne e vissuto tra noi, Cristo morto e risorto e Cristo annunziato ai
pagani, Cristo creduto nel mondo e assunto nella gloria (cfr.1Tm 3,16). A questo
proposito mi sento in dovere di rimandare alla lettura e alla meditazione di due
grandi pagine dell'epistolario paolino, proprio per la loro grande rilevanza
cristologica.
La prima pagina è quella di Filippesi 2,5-11:
qui Paolo forse si rifà a un inno liturgico molto antico e traccia tutta la
vicenda storica di Cristo, dalla sua vita trinitaria fino alla sua finale
glorificazione, passando attraverso la sua morte e risurrezione. Un inno da
cantare più che da leggere; comunque una perla assai preziosa da incastonare
dentro la nostra professione di fede.
In questo inno ci è dato rilevare come, di sua natura, il mistero di Cristo si
innesti nel mistero trinitario: non si può comprendere chi è Gesù se non si
comprende, per mezzo di lui, chi è il Padre. Lo aveva affermato a chiare
lettere Gesù stesso: «Nessuno conosce chi è il Figlio se non il Padre, né
chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare»
(Le 10,22). Nello stesso inno Paolo ci dice che il mistero di Cristo consiste
essenzialmente nell'evento pasquale di morte e di risurrezione: è qui che,
paradossalmente, si concentra e si rivela la gloria di Dio, quella alla quale
sono destinati il Figlio e tutti quelli che crederanno in Lui.
Forse il punto centrale dell'inno va riconosciuto nel binomio Dio-servo
(schiavo), cioè nel mistero della incarnazione di Dio, premessa e preludio al
mistero pasquale: «Pur essendo di natura divina... spogliò se stesso assumendo
la condizione di servo... facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di
croce. Per questo Dio lo ha esaltato» (Fil2,6-9). Qui rifulge in tutto il suo
splendore il mistero di Cristo, che è a un tempo Dio e uomo, Signore e servo,
Figlio e fratello, pastore e agnello, umile e grande, obbediente e autorevole.
Paolo ci invita a considerare congiuntamente l'incarnazione del Verbo e l'evento
pasquale così da non separare ciò che nel piano di Dio costituisce una
inscindibile unità.
La seconda pagina è quella di Colossesi
1,12-20: un inno a Cristo, capo
dell'universo; un inno dal respiro ampio, cosmico che non sopporta menomazioni o
restrizioni di sorta. In esso il mistero di Cristo sfocia e si coniuga con il
mistero della Chiesa; l'opera della liberazione abbraccia l'intera umanità e
tutti gli esseri creati; la natura divina del Verbo si raccorda con la
concretezza del mistero pasquale.
Una stupenda sintesi teologica del mistero cristico e cristiano.
In questo secondo inno Paolo, in termini sensibilmente nuovi, esprime la stessa
fede in Cristo Signore, riconoscendolo come Creatore e come Redentore, come
immagine del Dio invisibile e come capo della Chiesa, come il primogenito dei
risorti e come riconciliato re universale. L'animo dell'orante si apre a
orizzonti sconfinati: avvertiamo che nella preghiera non siamo mai soli, ma ci
muoviamo sempre in una grande compagnia e ci troviamo elevati al di sopra di noi
stessi.
Vorrei rilevare, a proposito del cristocentrismo di Paolo, che non si tratta di
una scelta teorica e tanto meno di una opzione dottrinale, quanto piuttosto di
una scelta di vita che lo ha portato a esprimersi, oltre che con precisione
termino logica, anche con accenti personalissimi, come questi: «Questa vita '
che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio,
che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2,20). L'uso del pronome di
prima persona singolare (mentre in Ef 5,2 utilizza il "voi") è un
segno chiaro e inequivocabile della passione con la quale Paolo ha amato Gesù,
dopo che da Gesù era stato amato perdutamente. In questo modo Paolo ci invita
tutti a non accontentarci delle formulazioni di fede, sia pure esatte e
ufficiali, ma a fare dell'atto di fede un rinnovato slancio d'amore verso Gesù.
Paolo desidera che non ci limitiamo a ripetere alcune preghiere in modo quasi
meccanico, ma a nutrire sentimenti di vero amore verso il Signore Gesù e a
esprimerli senza mezzi termini, secondo il grado di amore che ci brucia in
cuore.
Un amore il nostro che, come quello di Paolo, è una risposta all'amore di
Cristo verso tutti: «L'amore del Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto
per tutti... Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano
più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (2Cor
5,14-15). Anche a questo proposito dobbiamo constatare che tutto è grazia: è
solo per l'amore sgorgato dal cuore di Cristo che, a noi come a Paolo, è dato
di poter amare Gesù e, in forza di questo amore, di poter parlare di lui ai
nostri fratelli.
Ci sono, nelle Lettere di
Paolo, alcune pagine che descrivono le sue esperienze mistiche: quelle
attraverso le quali egli ha potuto penetrare più a fondo nel mistero di Cristo
Signore. Certo, di sua natura una esperienza mistica è unica e irripetibile, è
qualcosa di personale e inimitabile: eppure ciò che Paolo dice di se stesso,
sotto un certo profilo ci coinvolge come credenti e come amici di Cristo. La
più importante di queste pagine la troviamo certamente in 2 Corinzi 12,1-10 e
una lettura attenta non potrà non provocare in noi un forte stupore e una
grande ammirazione.
Al di là di quello che di straordinario Paolo dice di se stesso (si tratta di
visioni e di rivelazioni che sfuggono alla normale esperienza religiosa del
credente), ci impressiona il modo con il quale egli riferisce queste sue
esperienze mistiche. Comincia col dire che egli potrebbe anche vantarsi di
quello che ha visto e udito, ma poi termina accennando a una spina che gli è
stata messa nella carne, perché non montasse in superbia. Come si vede, il
discorso è tutt'altro che autoelogiativo; al contrario, Paolo dimostra di voler
inserire le sue esperienze mistiche nel vissuto quotidiano ed elevare la sua
vita feriale alle somme altezze della grazia. Si tratta, direi, di una mistica
ordinaria, nel senso che essa può essere
appannaggio di tutti i credenti, a condizione che essi si lascino attrarre dalla
forza irresistibile della grazia e si lascino introdurre nel talamo
dell'intimità divina. Cosa non affatto difficile perché lo Spirito del Signore
risorto agisce efficacemente e affettivamente nel cuore di ogni credente.
Una cosa è certa: a Paolo è stata donata una meravigliosa opportunità, quella
di sondare il mistero della Trinità passando attraverso il mistero di Cristo
nella potenza dello Spirito Santo. Ed è questo, non altro, il cammino di
perfezione attraverso il quale deve passare ogni autentico discepolo di Cristo
Signore: vivere nell'intimità dello Spirito Santo, pienamente sottomesso
all'insegnamento di Gesù, per approdare alla comunione di Dio Padre (vedi 2
Corinzi 13,13). L'impronta trinitaria del nostro cammino di fede dovrebbe essere
talmente evidente da trasformare ogni nostra azione, ogni nostra preghiera, in
un inno di lode alla Trinità.
Per questo san Giovanni Crisostomo ha potuto affermare: «Cor Pauli cor
Christi». Come per dire: se vuoi conoscere il cuore di Cristo cerca di
conoscere il cuore di Paolo. E noi sappiamo che il termine "cuore"
comprende tutto il segreto della personalità, tutte le ricchezze della persona.
Certamente Paolo non è l'unica via per arrivare a Cristo, ma non c'è alcun
dubbio che, per molti di coloro che tendono seriamente alla perfezione, egli ha
aperto, una volta per sempre, una via maestra. Lo avvertiamo in queste sue
parole che contengono un invito a seguirlo sulla via della piena assimilazione a
Cristo: «lo piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei
eieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda, secondo la ricchezza della
sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell'uomo
interiore. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e
fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia
l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e conoscere l'amore di
Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza
di Dio» (Ef 3,14-19).
Chi scrive in questo modo dimostra chiaramente di vivere ciò che dice: è
certamente il caso di Paolo che, con grande discrezione ma con altrettanta
immediatezza, si propone come esempio di vita cristiana, vissuta alle massime
altezze: «Vi esorto, dunque, fatevi miei imitatori!» (1Cor 4,16). Da lui noi
tutti impariamo qualcosa di eccezionalmente importante: che nella vita quello
che conta non è eiò che si fa, ma il grado d'amore con il quale accogliamo
l'amore di Dio per noi e svolgiamo i nostri doveri di cittadini e di cristiani.
Ma forse il vertice della mistica paolina sta nel rapporto paterno-filiale di
Dio con noi e di noi con Dio. Anche solo il pensare che noi possiamo rivolgerei
a Dio chiamandolo con il dolce nome di "Padre" ei riempie il cuore di
commozione e di gioia. Se poi, come ci insegna san Paolo, a noi è offerta la
possibilità di intessere con Dio un rapporto di profonda intimità filiale,
arrivando a trattarlo con quella libertà con la quale un bambino tratta il
suo babbo, allora comprendiamo che in questo modo
ei si apre l'accesso al mistero trinitario. Noi come Gesù possiamo invocare Dio
con il dolce nome di "Abbà" che corrisponde al nostro
"papi" (cfr. Gal 4,6: Rm 8,15): niente di più bello, niente di più
alto, niente di più profondo.