PICCOLI GRANDI LIBRI  Carlo Ghidelli
Arcivescovo di Lanciano - Orlona
UN ANNO CON SAN PAOLO
Lettera dell'Arcivescovo per l'anno dedicato a san Paolo (28 giugno 2008 - 29 giugno 2009)

Paoline 2008

Capitolo primo
LA PERSONALITÀ DI SAULO/PAOLO
Capitolo quinto
PAOLO AL CONCILIO DI GERUSALEMME
Capitolo nono
IL PARADOSSO PAOLINO
Capitolo secondo
L'INCONTRO DI DAMASCO
Capitolo sesto
PAOLO TEOLOGO
Capitolo decimo
PAOLO PEDAGOGO
Capitolo terzo
PAGINE AUTOBIOGRAFICHE
Capitolo settimo
TEOLOGIA CRISTOCENTRICA
Capitolo undicesimo
PAOLO MISSIONARIO
Capitolo quarto
PAOLO VISTO DA LUCA
Capitolo ottavo
PAOLO MISTICO
Capitolo dodicesimo
PAOLO E NOI

UN POSSIBILE ITINERARIO

PREGHIERA
per la celebrazione dell'anno paolino

CAPITOLO NONO

IL PARADOSSO PAOLINO

«Quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12,10): con queste parole Paolo chiude una delle più belle pagine autobiografiche del suo epistolario, dopo aver ricordato, da un lato, le speciali «visioni e rivelazioni del Signore » (cfr. 2Cor 12,1-6) e, dall'altro, «una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi (2Cor 12,7). Posto tra due fuochi Paolo prega e gli viene detto: «Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza»(2Cor 12,9). Solo alla fine esclama: « Quando sono debole è allora che sono forte ».
Penso che in queste espressioni possiamo trovare la sintesi di quello che ho chiamato il paradosso paolino: la capacità di fare sintesi tra grandezza e piccolezza, tra debolezza e fortezza, tra rivelazioni e tentazioni, tra cielo e terra, tra spirito e materia, tra voli pindarici e movimenti rasoterra, tra grazia e peccato, tra eros e agape. A ben vedere, qui Paolo si dà a conoscere per quello che è, e noi dobbiamo accogliere la sua testimonianza in questa duplice valenza. Solo così Paolo diventa un modello imitabile: non troppo alto da diventare inarrivabile, e neppure troppo basso da sembrare indegno.
Potremmo chiederci. quando, come e da chi Paolo ha imparato tutto questo; e la risposta risale
alla sua esperienza originaria, quella che egli stesso descrive all'inizio della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto, quando scrive: «Non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono» (1Cor 1,26-28). Vi è dunque una fondazione teologica al paradosso paolino: ciò che egli sperimenta sulla sua carne corrisponde a un preciso disegno di colui che lo ha chiamato anzitutto a condividere il destino pasquale di Gesù e poi a essere suo missionario nel mondo.
Lo scopo di ciò è chiaramente indicato da Paolo stesso: «perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1Cor 1,29). E qui, si noti bene, non si tratta di un vago sentimento di umiltà sotto il quale potrebbe nascondersi un qualche compiacimento personale; si tratta invece di dare a Dio ciò che è di Dio, cioè di riconoscere che a Dio solo spetta il primato in tutto e soprattutto nella nostra vita. Davanti a Dio ogni uomo si comporta correttamente solo quando emette una duplice confessione: da un lato confessa il suo peccato e dall'atro confessa la divina grandezza.
Troviamo conferma di questo modo di presentarsi da parte di Paolo in 1 Corinzi 15,9-10 dove Paolo prima si presenta come «l'infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di
Dio »; poi invece esalta l'opera della grazia nella sua vita: «Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è in me ». Penso sia doveroso da parte nostra cogliere questo modo di dire di Paolo, ma soprattutto questo suo modo di essere che ci induce a considerare come anche ciascuno di noi possa vivere nella stessa tensione, riconoscendo da un lato la propria pochezza e dall'altro il primato della grazia.

 

CAPITOLO DECIMO

PAOLO PEDAGOGO

La nostra conoscenza dell'apostolo Paolo rimarrebbe imperdonabilmente incompleta se non facessimo qualche considerazione sul metodo pedagogico che Paolo lascia trasparire da tutti i suoi scritti. Paolo è stato un grande maestro non solo per i suoi contemporanei, ma anche per molti altri che, lungo i secoli, si sono incrociati con i suoi scritti; e indubbiamente lo può essere anche per noi.
Tra tutte le virtù di cui Paolo è stato e rimane sempre un grande modello ve n'è una che merita speciale attenzione, soprattutto nel nostro tempo, a motivo delle particolari condizioni culturali nelle quali ci troviamo, ed è la virtù della libertà. Il nostro discorso si fa ora critico, dal momento che oggi, tra i giovani - ma non solo tra loro -, serpeggiano non pochi equivoci su questa parola e si scambia la vera libertà con quello che sarebbe più esatto chiamare libertinismo, licenza di poter fare qualunque cosa corrisponda al piacere personale immediato.
Paolo ci insegna una cosa molto semplice e molto vera: la libertà non è un bene assoluto, ma relativo. Essa non può sussistere da sola, ma esige di essere coniugata con la verità e con la carità. Chi non si sottopone gioiosamente alloro giogo fatalmente finisce in una sorta di labirinto dal quale difficilmente potrà uscire. E noi sappiamo che questo giogo, come quello di cui parlava Gesù, è dolce e leggero (cfr. Mt 11,30). Chi non accetta questo giogo si sottoporrà ad altri, ben più pesanti e intollerabili. È legge inscritta nel nostro cuore e a ciascuno è data la possibilità, cioè la grazia, di poterlo portare.
Libertà, carità e verità sono come tre sorelle inseparabili: se stanno insieme, allora sono come tre energie vitali che ci aiutano a vivere bene; in caso contrario scompaiono tutte insieme e noi rimaniamo privi di ciò che è indispensabile per condurre una vita cristiana decorosa. Lo si può constatare chiaramente nella Lettera ai cristiani della Galazia quando, a proposito della famosa discussione sulla circoncisione o non circoncisione, Paolo invita sì alla libertà in Cristo, ma nello stesso tempo si affretta a richiamare i diritti inalienabili della verità e soprattutto il dovere irrinunciabile della carità: « Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù... In Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità. Correvate bene; chi vi ha tagliato la strada che non obbedite più alla verità?» (Gal 5,1.6-7).
Verità, carità e libertà: le prime due esprimono valori assoluti, mentre la terza si pone alloro servizio. Si direbbe che la libertà ci è data per arrivare alla verità e per vivere nella carità. Solo a queste condizioni la libertà realizza in pienezza la sua natura: « Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne (cioè egoisticamente), ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri» (Gal 5,13).
Carità, verità e libertà: se a una di esse deve essere riconosciuto il primato, esso va attribuito certamente alla carità. In questo l'insegnamento di Paolo è chiaro e preciso. Possiamo richiamare un'altra delle sue pagine, quella nella quale Paolo pone la carità come il primo frutto dello Spirito Santo, il primo che sintetizza in sé tutti gli altri: «Il frutto dello Spirito è carità, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé: contro queste cose non c'è legge» (Gal 5,22-23).
Opportunamente Benedetto XVI ha scritto: « Gesù è la stella polare della libertà umana: senza di Lui essa perde il suo orientamento, poiché senza la conoscenza della verità la libertà si snatura, si isola e si riduce a sterile arbitrio. Con Lui la libertà si rinnova» (10.02.2006). Personalmente ritengo che l'insegnamento dell'apostolo Paolo sulla vera libertà, così impellente e così liberante, sia di grande importanza per tutti, oggi. Esso è valido e attuale soprattutto per i giovani che, pur essendo esposti alle attrattive di molte sirene, stanno cercando una corretta affermazione di se stessi in questo contesto storico-culturale.
Siete proprio voi, carissimi giovani frentani, che avete bisogno di coniugare strettamente libertà, verità e carità per trovare la via giusta e per realizzarvi pienamente in Cristo. Non abbiate paura: Cristo è capace di appagare tutti i vostri desideri. Non lasciatevi ammaliare dai falsi maestri che purtroppo crescono a vista d'occhio anche in casa nostra; rimanete saldi alla tradizione delle vostre famiglie e al buon esempio dei vostri genitori ed educatori, con i quali potete stabilire un rapporto dialogico fraterno e amicale. Fatevi amici bravi e seri conj quali potrete condividere i momenti più belli della vostra giovinezza e trovare occasioni di divertimento sano e sereno; soprattutto aprite la vostra mente e il vostro cuore alle proposte educative e ricreative delle vostre comunità parrocchiali nelle quali potrete crescere come Dio ci vuole e come voi certamente desiderate.
Soprattutto, carissimi, guardatevi dalla illusione di poter fare da soli ciò che solo con l'aiuto di Dio potrete realizzare. Solo lui può tenere viva in noi la fiamma della speranza e lui, il Signore, normalmente opera attraverso i vostri educatori: «Anima dell' educazione, come dell'intera vita», ha scritto recentemente Benedetto XVI, «può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini "senza speranza e senza Dio in questo mondo" come scriveva l'apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef2,12)>> (21.01.2008). Non è forse sotto gli occhi di tutti un paganesimo di ritorno, del quale sfacciatamente si fanno propagandisti non pochi oggi, in un mondo che pur si dice cristiano? Ma noi sappiamo con certezza che chi rifiuta Dio e si affida agli idoli alla fine si trova a vivere senza alcuna speranza in questo mondo.

 

CAPITOLO UNDICESIMO

PAOLO MISSIONARIO

Dire Paolo equivale a dire missionario: egli infatti è stato il primo grande missionario di Cristo, come Cristo è stato il missionario del Padre (cfr. Le 4,43; 10,16). Il suo amore per Gesù non poteva rimanere nascosto o silente: doveva esplodere e di fatto è esploso in modo dirompente. Lo sta a dimostrare la successione dei viaggi missionari di Paolo: sempre più lunghi, sempre più difficili, sempre più intensi, sempre più logoranti, sempre più esaltanti.
Ancor prima che fossero scritti i quattro Vangeli, Paolo si preoccupò di confrontarsi con gli apostoli, che erano ancora in vita, per accertarsi sulla validità e sulla solidità del Vangelo che intendeva predicare e quindi non correre invano (cfr. GaI 2,2) . In questa sua preoccupazione noi riconosciamo la necessità di stare uniti nella professione dell'unica fede, senza mai indulgere alla smania della novità o al pericolo di seguire i falsi profeti. La passione missionaria di Paolo può essere qualificata con questi aggettivi: originale, fedele e aderente alle diverse situazioni socio-culturali dei suoi destinatari.
Originale, anzitutto: se non altro per il fatto che Paolo è stato il primo a tessere una dottrina (riguardante Cristo, la salvezza, la Chiesa eccetera) che per la sua complessità e linearità ha scatenato gli amori e gli odi di non pochi critici. Qualcuno è arrivato addirittura a dire che Paolo sarebbe il creatore del cristianesimo, per il fatto che egli ha creato un sistema di dottrine e di norme pratiche degne del fondatore di una religione. Ciò, ovviamente, non è assolutamente vero, perché quanto egli ha predicato, insegnato e scritto è frutto di rivelazione divina e di adesione alla tradizione apostolica.
L'originalità di Paolo consiste in ben altro. A lui va riconosciuta l'abilità di aver trovato nel mistero pasquale di Cristo morto e risorto la chiave di lettura di tutta la storia, a partire dalla sua storia personale. Ciò che egli, per pura grazia, ha compreso a Damasco non è altro che questo e ha saputo tradurlo in un linguaggio diversificato che, cammin facendo, ha assunto la forma della esposizione dottrinale, della catechesi, della esortazione, della diatriba e altre forme ancora.
Fedele è stato Paolo nel suo anelito missionario perché in ogni suo insegnamento egli si manifesta sempre attento alla rivelazione di Damasco e, nello stesso tempo, sempre sollecito di non predicare fuori dal coro degli apostoli. Ne abbiamo una prova palmare e stringente: confrontando la predicazione di Paolo con i racconti evangelici, noi rileviamo che non solo non c'è ombra di contraddizione o di incoerenza, ma - al contrario - esiste una profonda e meravigliosa sintonia di messaggi e di insegnamenti. Cosa meravigliosa, se pensiamo che Paolo morì nella prima metà degli anni 60, mentre i Vangeli presumibilmente sono stati scritti a partire dagli anni 70. Solo una comune origine divina di ambedue le testimonianze può spiegare un fatto simile: qui noi riconosciamo il dito di Dio e vi troviamo un fondamento sicuro per la nostra adesione di fede.
Questa sua fedeltà Paolo l'ha mantenuta a denti stretti, anche a fronte di chi lo contestava e gli contendeva questo primato. Esemplare, sotto questo profilo, quanto Paolo scrive confrontando il suo ministero con quello di alcuni che si vantavano di essere apostoli come lui e «cercano un pretesto per apparire come noi in quello di cui si vantano. Questi tali », continua l'apostolo, «sono falsi apostoli, operai fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo» (2Cor 11,12-13). E continua: «Sono ministri di Dio? Sto per dire una follia, io più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nella prigionia, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte» (2Cor 11,23). La passione missionaria di Paolo qui si accompagna a un sano orgoglio che non guasta affatto, anzi rende ancor più limpida e simpatica la sua testimonianza. E noi non possiamo non vantarci di poter annoverare tra i nostri "padri nella fede" un apostolo come Paolo.
Aderente alla situazione culturale dei suoi destinatari fu la missionarietà di Paolo: egli infatti ha messo in atto quell'opera di inculturazione della fede o di evangelizzazione della cultura di cui si parla molto oggi. Nessuno più di Paolo ha saputo inserire il genio del cristianesimo nella cultura greco-ellenistica; nessuno più di lui ha saputo dialogare con le varie espressioni della cultura a lui contemporanea; nessuno più di lui ha saputo interagire con gli ambienti culturali del suo tempo, sia ellenistici sia giudaici. Del resto egli, per la formazione ricevuta, ne aveva anche gli strumenti e ha contribuito in modo decisivo a inserire la letteratura neotestamentaria nel rango della letteratura tout court.
Una missionarietà, quella di Paolo, che ha saputo dialogare con diversi popoli e diverse culture, che ha saputo adattarsi a diverse persone e diversi ambienti, che ha saputo inventare diversi metodi di approccio alla ricerca della verità. È assai illuminante confrontare l'arte oratoria che Paolo adotta a Listra (cfr. At 14,15-18) e ad Atene (cfr. At 17,16-31), in un ambiente pagano, e come parla invece in un ambiente giudaico (cfr. At 13,1641): due modi assai diversi ma complementari per andare incontro alle esigenze dell'uditorio, per approdare tutti insieme nel porto della verità.

 

CAPITOLO DODICESIMO

PAOLO E NOI

Avviandomi alla conclusione di questa lettera pastorale mi pare utile riflettere anche sui rapporti che intercorrono tra Paolo e noi: noi come comunità ecclesiale che vuole crescere nella fede, che vuole incrementare la sua speranza e vuole vivere nella carità.
Mi torna subito alla mente l'inizio della Prima lettera ai cristiani di Tessalonica, il più antico documento del Nuovo Testamento, quando Paolo elogia i suoi destinatari in questi termini: « Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosa carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo»(1Ts 1,2-3). Questo è un grande dono che Paolo ha fatto agli abitanti di Tessalonica e, nello stesso tempo, a noi: qui infatti ci viene detto che la vita cristiana non esige altro che l'esercizio concreto, possibilmente eroico, delle tre virtù teologali.
Fede, speranza e carità sono oggetto della più antica esortazione apostolica, valida per i cristiani di Tessalonica e valida anche per noi, oggi. Su di esse dobbiamo sempre confrontare non solo la nostra condotta, ma anche la nostra mentalità, essendo noi sempre esposti al pericolo di trascurarle e quindi di vivere da pagani. È sempre Paolo a esortarci: «Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). Notiamo: si tratta di passare da uno schema (è questo il termine greco del primo verbo), alla forma (in greco morphé): lo schema ovviamente mortifica perché appiattisce tutto, mentre la forma fa rinascere perché è sempre nuova.
Fede, speranza e carità sono come tre sorelle che stanno bene insieme. La più grande, afferma san Paolo (cfr. 1Cor 13,13), è la carità, ma anche le altre due hanno una importanza fondamentale. La fede, perché senza di essa è impossibile piacere a Dio (cfr. Eb 11,6) e la speranza perché essa è come una fiammella che rivela la presenza delle altre due virtù. Péguy direbbe che la speranza è la più piccola delle tre, ma non per questo la meno preziosa. Essa è come una pianticina che cresce soprattutto in un cuore umile e generoso.
Fede, speranza e carità sono anzitutto dono di Dio: ai cristiani esse vengono donate con il sacramento del battesimo e sono esse che imprimono in ciascuno di noi l'immagine e la somiglianza con Dio creatore e la forma di Cristo redentore. Chi le accoglie come dono e cerca di conformare ad esse la propria vita cammina nella gioia e diffonde gioia attorno a sé. Paolo afferma che con il battesimo siamo stati «predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito di molti fratelli» (Rm 8,29).
Fede, speranza e carità sono come tre forze spirituali che nel loro insieme sono in grado di vincere ogni umana resistenza, ci liberano dalle scorie del peccato e ci danno la certezza di vivere nella piena comunione con Dio. E ciò al di là di ogni nostra sensazione psicologica perché tutto è grazia per chi ha deciso di abbandonarsi a Dio e noi sappiamo che la grazia di Dio ha una sua efficacia irresistibile. Paolo lo afferma chiaramente al termine del capitolo settimo della sua Lettera ai Romani, quando dopo aver esclamato: «Sono uno sventurato! », si chiede: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? ». E risponde: «La grazia di nostro Signore Gesù Cristo» (Rm 7,24-25).

 

CAPITOLO TREDICESIMO

UN POSSIBILE ITINERARIO

Prima di chiudere questa lettera pastorale, mi permetto di suggerire ai lettori più attenti un itinerario di lettura delle Lettere di san Paolo, secondo un criterio non scolastico ma pratico, che spero possa essere apprezzato e soprattutto messo in atto. Ci vorrà pazienza e perseveranza, ma alla fine sarà grande la gioia, sicuro il progresso nella fede, sostanziosi i frutti raccolti.

1. Suggerisco di partire dalla Lettera ai Filippesi, che in parte è autobiografica e in parte prelude a molti temi delle altre Lettere. La si legge con una certa facilità e la si può gustare con una lettura pacata e lineare.

2. In un secondo momento si può passare alla Lettera ai Calati che dapprima racconta la conversione dell'apostolo e poi passa alla difesa del suo "evangelo", cioè della sua predicazione. Qui i toni si fanno molto polemici, talvolta duri, ma è anche in questo modo che veniamo a conoscere la vera personalità di Paolo.

3. Quindi sarebbe bene affrontare la Prima lettera ai Corinzi, che tratta ampiamente il tema della Chiesa non in modo astratto, ma a partire dalla situazione storica di quella comunità. Egli passa in rassegna i vari problemi di quella comunità e a ognuno offre una risposta appropriata e puntuale. Viene spontaneo il confronto con la situazione delle nostre comunità ecclesiali.

4. In quarto luogo suggerirei di leggere la Seconda lettera ai Corinzi, anch'essa molto autobiografica e perciò tale da introdurci in una conoscenza più diretta del cuore di Paolo. È in essa che ci è offerta l'opportunità di entrare nell'animo non solo dell'apostolo ma anche del credente e del mistico.

5. È venuto ora il momento per affrontare la Lettera ai Romani, che sviluppa e approfondisce la tematica della Lettera ai Galati. Qui le difficoltà potrebbero crescere, ma nessuna paura! Siamo ormai capaci di interpretare correttamente anche questa Lettera, se siamo stati fedeli nel leggere le altre.

6. La Lettera agli Efesini presenta non poche difficoltà ma a questo punto siamo in grado di coglierne il messaggio. Nella sua prima parte tratta del mistero della Chiesa, mentre nella seconda Paolo rivolge una speciale esortazione ai battezzati.

7. A questo punto possiamo certamente accostare la Lettera ai Colossesi che fondamentalmente contiene il messaggio formulato da Paolo nelle altre Lettere: con il battesimo noi abbiamo parte alla pienezza di Cristo, che è il capo.

8. Le tre Lettere pastorali, le due a Timoteo e quella a Tito, vanno lette con una nuova chiave interpretativa: esse infatti contengono una lunga serie di raccomandazioni che Paolo rivolge ai suoi due discepoli prediletti, affinché imparino a reggere le comunità ecclesiali loro affidate.

9. Le due Lettere ai Tessalonicesi, le prime scritte da san Paolo, si caratterizzano soprattutto per il loro messaggio escatologico, relativo agli ultimi eventi della storia della salvezza. Esse tuttavia contengono anche pagine autobiografiche di Paolo, intrise di un amore che assume fattezze sia materne sia paterne.
La Lettera a Filemone, la più breve di tutte, non è altro che un biglietto di presentazione che Paolo invia a Filemone per raccomandargli Onesimo «lui, il mio cuore »: uno scritto brevissimo ma ricco di pathos e di carità.

10. Infine, per i più volonterosi, si può affrontare la Lettera agli Ebrei la quale, con uno stile nuovo e assai diverso da quello adottato da Paolo nelle altre Lettere, affronta il tema del sacerdozio di Cristo e ne presenta le principali caratteristiche.

Come si vede si tratta di dieci passi da compiere insieme, quasi in cordata: è un'ottima occasione per testimoniare il nostro amore alla parola di Dio scritta e il nostro proposito di voler crescere insieme come comunità di fede.

Buon cammino a tutti! Personalmente, oltre all'impegno delle settimane bibliche che stiamo dedicando e dedicheremo ancora alle pagine autobiografiche di Paolo, mi metto a disposizione di quanti avessero bisogno di qualche ulteriore suggerimento o desiderio di qualche delucidazione. Prego incessantemente il Signore che accolga questo sacrificio di lode che dai nostri cuori sale a lui.

Inoltre, come ho già annunciato, ci impegniamo fin d'ora a organizzare un pellegrinaggio sui luoghi paolini a Roma, nel desiderio di seguire l'esempio di papa Benedetto XVI. Sarà un' ottima occasione per riscoprire la figura del grande apostolo non solo attraverso le sue Lettere ma anche visitando i luoghi e le testimonianze del suo martirio. Cercheremo così di completare la nostra formazione alla missionarietà, invocando l'intercessione del primo grande apostolo del cristianesimo.

CONCLUSIONE

Il nostro cammino forse è stato più lungo del previsto, ma spero di non aver annoiato troppo i miei lettori: confesso che è stato utile anche per me per il semplice motivo che le Lettere di Paolo sono così ricche e così profonde che non si finisce mai di gustarle. Ne abbiamo fatto l'esperienza anche in alcune settimane bibliche che, fin dall'inizio del mio ministero episcopale tra voi, carissimi, ho voluto tenere nelle rispettive cattedrali di Lanciano e di Ortona, alle quali alcuni di voi hanno partecipato con encomiabile perseveranza.
Cercheremo di continuare questa bella esperienza di lettura della parola di Dio e di meditazione, nella speranza di coinvolgere un numero sempre crescente di persone, soprattutto di giovani, per« imparare Cristo» (è l'espressione coniata da Paolo in Ef 4,20) e diventare capaci di insegnarlo ad altri. Non è mera utopia, questa, ma una meta verso la quale possiamo e dobbiamo tendere tutti insieme, desiderosi solo di apprendere quella «scienza di Cristo» (cfr. 1Cor 1,4-5) che trova la sua più alta manifestazione nel mistero pasquale di morte e di risurrezione.
Pongo termine a questa lettera pastorale oggi 25 gennaio, memoria della conversione di san Paolo apostolo, a conclusione dell'ottavario di preghiere per l'unità dei cristiani, in grande anticipo sulla data d'inizio dell'anno paolino, ma desidero che per tempo ci prepariamo con tutte le nostre energie spirituali alla celebrazione che ci è stata indicata dal Papa. A san Paolo affido il buon esito delle iniziative che prenderemo e soprattutto la nostra santificazione personale secondo le attese del sacro cuore di Gesù.
E ora, carissimi, non mi rimane che esortarvi a voler partecipare alle celebrazioni liturgiche e alle iniziative di carattere formativo che vi saranno proposte nel corso dell'anno paolino: abbiate la bontà di seguire il nostro giornale Terra mé che vi terrà informati puntualmente su tutto.
Il mio saluto finale lo mutuo dalla formula trinitaria con la quale Paolo chiude la sua Seconda lettera ai Corinzi: «Per il resto, fratelli, siate lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi... La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2Cor 13,11.13).
Con ogni miglior augurio per la Pasqua ormai prossima e per tutto l'anno paolino vi benedico di gran cuore, carissimi. Credetemi vostro affezionatissimo

 

PREGHIERA

per la celebrazione dell'anno paolino

 

O Dio, nostro Signore e Padre,
per intercessione di san Paolo apostolo
noi ti preghiamo.

Santifica le nostre famiglie
e fa' di esse autentici focolari
di educazione alla vita cristiana.

Accendi nel cuore di tanti giovani
il desiderio di servirti come Paolo
diffondendo il santo Vangelo.

Manda alla tua Chiesa
numerosi e santi sacerdoti,
testimoni credibili del tuo amore.

Fa' che la nostra Chiesa frentana
in questo anno dedicato a san Paolo
cresca nell'amore a Te e ai fratelli.
Amen!

 

+ Carlo Ghidelli