IL NOSTRO PROGETTO DI VITA

HONG KONG
LA MEMORIA FONTE DI SPERANZA
NECROLOGI dei MEMBRI del PIME di HONG KONG

a cura di P. Stefano Andreotti

"Interroga le generazioni passate, e rifletti sull'esperienza dei padri.
Noi infatti siamo di ieri e non sappiamo nulla.
I nostri giorni sulla terra non sono che un'ombra.
Ma essi certamente ti insegneranno, 
traendo le parole dal loro cuore"

(Giobbe 8: 8-10)

- 1 - - 2 - - 3 -

1861 - P. Paolo Reina
1862 - P. Antonio Riva
1863 - P. Andrea Fenaroli
1868 - P. Gaetano Origo

1868 - P. Gaetano Favini

1877 - P. Domenico Davanzo
1878 - P. Borgazzi Ignazio
1889 - P. Sasso Luigi
1892 - P. Burghignoli Giuseppe
1894 - Mons. Raimondi Timoleone
- 4 - - 5 - - 6 -

1901 - Mons. Scurati Giacomo
           - P. Viganò Bemardo
1902 - P. Bianchi Francesco Maria
1904 - Mons. Volonteri Simeone
        - Mons. Piazzoli Luigi Maria
1911 - P. Poletti Attilio
        - P. Salice Amasio Francesco
         


1916 - P. Andreoletti Celestino
1919 - P. Gabardi Pietro
1923 - P. De Maria Pietro
1924 - Mons. Pozzoni Domenico

 

 

 

1925 - P. Zamponi Giuseppe
1928 - P. Placzek Agostino
1930 - P. Banchi Antonio
1933 - P.Ferrario Angelo
1936 - P. Carabelli Giuseppe
1940 - P. Crippa Luigi
1941 - P. Garbelli Pietro
1942 - P. Teruzzi Emilio
1943 - P. Arvat Davide
1945 - P. Olivares Gioacchino
1948 - P. Robba Michele

- 7 - - 8 - - 9 -
1950 - P. Spada Giovanni Michele
1951 - Mons. Valtorta Enrico
1953 - P. Maglioni Raffaele
1956 - P. Frare Domenico Andrea
1957 - P. Grampa Angelo
1959 - P. Page Daniele
1960 - P. Zilioli Giacomo
1962 - P. De Maestri Francesco
           - P. Feroldi Alfredo
1963 - P. Bacchin Angelo
1965 - P. Riganti Antonio
1967 - P. Alessio Giusepe
1968 - P. Tragella Giovanni Battista
           - P. Pilenga Baldassare
1969 - Fr. Radice Adolfo
1972 - P. Della Nina Raffaele
           - P. Liberatore Ottavio
1973 - P. Bonaudo Lorenzo
            - P. Bonaldo Pietro
            - P. Poletti Ambrogio
1974 - P. Fraccaro Valeriano
1976 - P. Granelli Andrea
            - P. Galbiati Umberto
1977 - P. Tapella Enea
1978 - P. Cornetti Alessandro
1979 - P. Orlando Carmelo
1980 - P. Speziali Cirillo
           - P. Brookes Riccardo
           - P. Strizoli Giuseppe
1981 - P. Bruzzone Edmondo
           - P. Parodi Mario
1982 - Fr. Brambilla Luigino
1983 - Mons. Bianchi Lorenzo
           - P. Cantore Michele
1984 - Fr. Polo Vittorio
- 10 - - 11 - - 12 -
1988 - P. Beretta Enrico
           - Fr. Colleoni Mario
           - P. Cozzolino Domenico
           - P. De Angelis Orazio
1989 - P. Maringelli Domenico
           - P. D'Ayala Valva Diego
1990 - P. Ricciardi Francesco
           - P. Viganò Giovanni
1991 - P. Bolis Luigi
           - P. Carrà Giuseppe
1993 - P. Tettamanzi Ferruccio
1994 - P. Calzini Ovidio
           - P. Ramacciotti Adolfo
1995 - P. Santinon Narciso
           - P. Numeroso Luciano
1996 - Fr. Polli Enrico
1997 - P. Gambaro Luigi
           - P. Pittavino Giovanni
1998 - P. Boerio Antimo
           - P. Girardi Giacomo
           - P. Pisani Osva1do
           - P. Bazzo Domenico
2000 - P. Aletta Luciano
2002 - P. Barbieri Amedeo
2003 - P. Einaudi Secondo
           - P. Lerda Francesco
2004 - P. Famiglietti Giuseppe
           - P. Caruso Giorgio
           - P. Crotti Amelio
2006 - P. Lambertoni Adelio
           - P. Maestrini Nicola
2007 - Fr.Causa Andrea
           - P. Mencarini Lido

1861

P. REINA PAOLO, vice-prefetto di Hong Kong (1825-1861)
Breve Biografia (P. Angelo Bubani, Archivista PIME)

Paolo Reina, figlio di Domenico Reina, di professione droghiere, e di Giuditta Papetta, casalinga, nacque a Saronno, diocesi di Milano, il 13 gennaio 1925. Fece le scuole elementari a Saronno nel Collegio Vegliezzi e, nel 1836, alla morte del papà, fu mandato a continuare gli studi nel collegio-seminario di Seveso. A 14 anni, con l'inizio degli studi umanistici, Paolo scelse di rimanere a Seveso, non più come semplice studente, ma come seminari sta, completandovi gli studi di "umanità" ( attuale media-superiore).
Da Seveso, nel 1843, Paolo passò a Monza per i due anni di filosofia e, nel 1845, a Milano al Seminario maggiore. Nel 1848 fu costretto ad interrompere gli studi a causa della insurrezione detta delle Cinque Giornate, partecipandovi prima attivamente come aiutante del famoso Antonio Stoppani, erigendo e difendendo una barricata a Porta Orientale, e pagandone poi lo scotto, avendo il Radescky, con la riconquista di Milano, fatto chiudere il seminario.
Il 2 giugno 1849 fu ordinato sacerdote nel Santuario dell'Addolorata di Rho e rimase a Saronno a disposizione di quell'Arciprete. Qui, all' ombra del Santuario di S. Francesco, il 31 luglio 1850, si consacra alle Missioni. Gli sono compagni lo stesso Rettore del Santuario, P. Ripamonti: il Mazzucconi, futuro martire; Salerio, che lascerà preziose note geografiche ed etnografiche sull'isola di Woodlark e, rimpatriato, fonderà le Suore della Riparazione; e Raimondi, che diventerà il primo Vicario apostolico di Hong Kong. Gli sono testimoni Mons. Ramazzotti, fondatore del PIME e Mons. Marinoni, primo Superiore.
Nel 1852, a soli 27 anni, guida la prima spedizione missionaria del PIME - Mazzucconi, Salerio e
altri quattro - verso la Melanesia (oggi Papua Nuova Guinea). Egli sbarca con il Mazzucconi a Rook (Umboi), mentre il Salerio si era fermato a Woodlark (Mujù). Per tre anni svolge in quelle isole un intenso, sofferto e infruttuoso lavoro di evangelizzazione e promozione umana. Dopo la morte per febbri di un compagno, senza più forze e convinto dell'impossibilità di fare breccia nell'animo di quegli isolani, abbandona Rook per Sidney, il 19 maggio 1855. Nel settembre dello stesso anno, muore martire a W oodlark il compagno Mazzucconi.
Secondo le disposizioni di Propaganda Fide, il 16 agosto 1856, lascia Sidney per Manila, Labuan e Hong Kong, dove giunge il 10 aprile 1858. La sua presenza nell'Isola segna l'avvio di quella missione dove ricoprire le cariche di Vice Prefetto e di Vice Procuratore di Propaganda, e grazie alla sua mediazione, vi giungeranno i primi missionari del PIME e le prime Suore Canossiane.
P. Paolo, indebolito dalle febbri delle isole non resistette però a lungo al clima di Hong Kong. Costretto dalla malattia che, come lui scriveva, minacciava consunzione, il12 aprile 1860, - cioè il giorno stesso in cui le Suore Canossiane arrivavano a Hong Kong - partiva per Macao, sperando in quel clima un po' più sano. Vi rimase due mesi circa, senza sentire alcun giovamento. Costatando ciò il Prefetto Ambrosi, d'accordo con gli altri Padri della Missione, sperando di poterlo salvare, decise di rimandare il Padre in Italia. Partì il 22 giugno 1860, raggiungendo la casa dell'Istituto in Milano il 20 di agosto. Anche qui però i medici non poterono più far nulla ed il Padre, a 36 anni di età, spirava il14 marzo 1861.
I funerali si svolsero nella Chiesa dell'Istituto, San Calocero, e la salma fu tumulata nel Cimitero di Porta Magenta (Musocco). Quando fu pronto il cimitero del PIME a Villa Grugana, Calco, 27 anni dopo, le sue spoglie vennero traslate lassù assieme a quelle del P. Ripamonti, suo compagno a Saronno.

Il TESTAMENTO spirituale e la Pasqua di P. Reina (da Crotti Amelio, Paolo Reina, il Primogenito del Pime, PIME, Milano, 1989, pp. 309-310).

P. Paolo era ormai prossimo alla fine e ci si può chiedere come mai in quell'occasione non abbia lasciato un suo testamento spirituale. Se lo avesse voluto, era ancora nella possibilità di farlo, ma forse fu la sua umiltà a trattenerlo. Del resto, le lettere al fratello Angelo e alla cognata contengono il suo stato d' animo e i suoi elevati pensieri di abbandono a Dio. Ma in particolare abbiamo una lettera al fratello Angelo che può considerarsi il suo testamento; è quella scritta nel 1858 dopo il primo estate di Hong Kong, che per lui segnò l'inizio del definitivo declino. Ormai impossibilitato a muoversi, sentendo prossima la fine, stendeva questo non comune testamento:

"Se io debba vivere una vita lunga o breve non lo so; è certo, però, che anche venendo a casa sarei sempre nello stato in cui sono. lo posso fare poco, ma infine qualche cosa posso fare e il fare qualche cosa in questi paesi è come fare molto da noi. Quando io sono andato alla Missione non ho messo la condizione di aver salva la vita; morire sotto la scure del selvaggio o per clima malsano o per il lavoro, è sempre lo stesso per un missionario.
Vediamo tutto con occhi di fede e passiamo al di là di questa vita mortale col nostro pensiero. Guardiamo ad una vita ben più importante di questa, che è piena di miseria. C'è il sacrifizio del sangue, ma è cosa da niente quando si dica di cuore al Signore: sia fatta la tua volontà".

Fin dalle prime pagine abbiamo osservato che il programma spirituale del Reina era compendiato in queste tre frasi: le contrarietà sono un niente, il patire una consolazione, la Provvidenza un rifugio di assoluta certezza. Questo terzo punto comprende anche l'abbandono alla Provvidenza, fare sempre la Sua santa volontà e lo sperare in una vita di eterna beatitudine.
Ai primi di marzo le condizioni del paziente si erano aggravate di molto. Lo sappiamo da questo particolare: il fratello Angelo fu molto ammirato dalle cure e attenzioni che venivano prodigate al malato da tante persone che gli stavano sempre attorno, perciò diede al Marinoni un'offerta come ringraziamento. Segno che tutti si davano da fare per un paziente che soffriva molto.
P. Paolo sopportò con la solita tranquillità tutti i disagi, fino all'ultimo. Il Marinoni parla di lui come di una "vittima prematura dell'eroico suo zelo", che è morta "lasciando di sé inestinguibile desiderio e luminosi esempi". La vittima era pronta; il 14 marzo del 1861, a 36 anni di età, il Reina celebrava la sua Pasqua: "Spirava' dice il Marinoni ' la sua bella anima nel bacio del Signore, nutrito di tutti i conforti della Chiesa e assistito dai suoi affezionatissimi colleghi che gli facevano corona".

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1862

P. RIVA ANTONIO (1823-1862)

Nato a Lecco il 12-12-1823, ordinato sacerdote il 17-6-1848, entrato nel Seminario lombardo delle Missioni Estere l' 11-7 -1852, partì per Labuan, Borneo, il 19-2-1855 con il prefetto Don Carlos. Cuarteron e p. Ignazio Borgazzi. Fu trasferito a Hong Kong nel settembre 1860, dove aiutò nell' apostolato e nelle costruzioni. Morì il 27-5-1862 di un tumore all' epigastrio.

Memoria del sacerdote di Lecco Antonio Riva, 
Missionario Apostolico a Labuan, poi ad Hong Kong
 
(di P. Giacomo Scurati, dal Vincolo n. 122, pp. 70ss, n. 123, pp. 115ss.).

Proemio

Di ritorno a Milano e dalla benefica Provvidenza restituito a buono stato di mente, prendo a stendere per la prima questa Memoria dell'ottimo confratello e collega D. Antonio Riva che spirava ad Hong Kong, nella camera di contro alla mia, nella casa della Procura, durante l'alienazione mentale da me sofferta colà, in riconoscenza del bene che mi fece nella straziante malattia, finché ebbe forze d' aiutarmi. Son le ricordanze d'un amico carissimo ché qui espongo, ma con ogni semplicità e verità, bastando alla lode le opere sue virtuose, e la molta bontà del suo cuore. Il Signore, che mi ha amato in Missione e nel ritorno, degnisi benedire quest'umile lavoro, intrapreso per l'edificazione dei confratelli futuri. e per la sua maggior gloria.

I. La prima età e gli studi

Il Missionario apostolico D. Antonio Riva nacque in Lecco il dì 26 di Dicembre del 1823, da Francesco ed Antonia Gnecchi, undecimo tra diciassette figli, e in Lecco trascorse l'età più fresca. La pia ed elemosiniera sua madre principalmente l'allevò con affettuose e diligenti premure, sforzandosi di crescerlo istruito e virtuoso. Essendo i suoi genitori commercianti assai ricchi, gli fecero frequentare la scuola privata del Borgo, che godeva molta stima per avviarlo sulla carriera degli studi, sebbene fornito di scarso ingegno e, specialmente nella puerizia si mostrasse tardo nell'apprendere. Il novembre del 1835 lo diedero in serbo per le grammatiche al Seminario minore diocesano, allora in Castello, terra vicinissima a Lecco. I professori ne frequentavano la casa, e un giorno, il Signor Dozio, uno di essi, disse loro che avrebbero fatto meglio a tenersi in casa il loro figliuoletto Antonio e ad avviarlo sulla domestica azienda. Una tale dichiarazione accorò all'estremo il buon fanciullo che diede in pianto dirotto, temendo di dover lasciare quell'abito e quella carriera che grandemente amava. A compenso, Antonio aveva sortito un'indole mite assai, un animo schietto, un cuore inclinato a virtù, un maschio proposito, immobile contro qualsiasi difficoltà, e lena paziente, infaticabile. Con doti sì rare superò le difficoltà dell' apprendere, e colla costanza nel voler fortemente, nell'applicarsi con diligenza, compì, con bastevole soddisfazione dei maestri, tutto il corso dei Seminari diocesani.
Nel tempo delle vacanze, alzandosi una sorella sua di gran mattino, per invigilare le persone che si mettevano al lavoro, in una loro filanda, trovavagli il lume acceso ancora dalla sera antecedente; del che accortosi il pio e studioso giovanetto, chiuse ogni pertugio che lo potesse tradire, affin di continuare senza impedimenti nel suo proposito. Era il desiderio d'apprendere, era deliberazione di vita austera e divota che lo portava a tanto, deliberazione che durante gli anni degli studi teologici gli fece lasciare anche l'uccellanda [= la caccia], per condurre una vita più seria.
Le sue ricreazioni, infatti, nelle ferie autunnali erano sempre state quanto innocenti altrettanto
convenevoli ad un chierico. Uscendo di Seminario, al termine dell'anno scolastico, comperavasi con alcuni compagni del medesimo Lecco una barca che rivendeva per il S. Carlo. Essi ne erano i barcaiuoli e i passeggeri. Finite alla Chiesa le pratiche di buon seminari sta, que' giovanetti concordi passavano sul lago una buona parte della giornata, ora divertendosi, ora saviamente occupandosi quando la favorevole brezza non rendeva necessario il remeggio. Nell'isolamento dai convegni di persone dirette al secolo, o dedite ad affari, a cose vane; in una vita simile a quella dei pescatori di Galilea, così gradevole al Salvatore; alternata con gite sui monti ad uccellare tra le selve, e le più ridenti scene della natura che elevano e nobilitano un'anima riflessiva; trascorsero in lieta pace un tempo di prova e di pericoli. Così se nei Seminari di Castello prima, poi di S. Pietro Martire, di Monza e di Milano non si distinse per sapere, sempre si offerse a suoi coetanei umile, mansueto, generoso, e con quel volto ilare che manifesta la quiete del cuore. In essi, come gli altri d'impegno più sveglio, ebbe tempi di particolar fervore; e senza pretese mai, poco parlava ma con buon senso.

II. La cura dei feriti

Quando Milano ribellossi alla dominazione Austriaca, D. Antonio era Diacono nel Seminario maggiore della città insorta. Scioltosi il Seminario alle cinque giornate di Marzo anch'egli se ne tornò alla propria casa fin verso la fine d'aprile quando i chierici vi vennero richiamati. Quell'adunamento fu momentaneo, e al nuovo rilascio, non tanto poi pensieri politici che allora dominavano e trassero molti veramente buoni in inganno, perché forse non ne aveva punto, quanto per caritatevole desiderio di soccorrere spiritualmente e fisicamente ammalati e feriti, con tre de' più distinti compagni, due dei quali ritornarono ben presto alle loro case, portossi dove ardea la guerra. Nel combattimento di S. Lucia, avanzandosi intrepido sul terreno abbandonato dall' ala sinistra, raccolse e accompagnò a Somma Campagna il colonnello Caccia ferito. Rimasto qui coll'unico compagno Maggioni, che riuscì poi Missionario diocesano, fra gli Oblati di S. Carlo, andava con lui d'unanime senso e lasciavasi anche per deferenza guidare. Vestiti sempre e completamente dell'abito ecclesiastico, si teneva di solito al Quartier generale, dormiva sulla terra. sulla paglia, di rado su materasso, mangiava dove, quando e come poteva, senz'accettar mai ricognizione di denaro o di onore.
Dopo la battaglia di Goito entrato col compagno nel paese, per curarvi i feriti, un generale e alcuni ufficiali dell' esercito piemontese diede lor noia, un po' per la veste talare e un po' per certo discorso del suo compagno, frainteso dai Carabinieri. La sera pertanto mentre cercavano dove riposarsi su di una seggiola, vennero arrestati e condotti al generale. In sì brutto incontro D. Antonio, non si querelò del compagno, ma solo gli disse sorridendo: Quel linguino! Dinanzi al generale, conosciuto da un Aiutante per il soccorritore del Colonnello Caccia, si tenne per liberato, ed egli che non parlava mai parlò allora con gran sicurezza. Cercati su tutta la persona, minacciati per la domane, l'interrogatorio finì coll' ordine di schioppettarli, la notte se movessero piede. Tratti dai Carabinieri in un androne a grandi finestre senza vetri, una notturna pioggia li ammolli: D. Antonio si fece guanciale d'una panchettina di Chiesa per il riposo; e sull'alba risvegliò il compagno pressandolo a far pulizia d'ordine del capo de' Carabinieri, perché si doveva andare dal Maresciallo. Tenevasi egli sicuro d'essere ad ogni momento rilasciato libero, ma gli fu forza attraversare fra i carabinieri tutto il paese fino al Maresciallo, dove patì insulti e lunghe ore d'incertezza, lasciò al compagno la parola, e ricusò di sottoscrivere il processo verbale, perché non conforme a quanto aveva deposto. Dal Maresciallo fra i carabinieri ancora fu condotto attraversando Goito al generale comandante il corpo d'esercito, e si vide dimenticato e disconosciuto da quanti gli si professavano prima amici od ammiratori. Ai carabinieri s'aggiunse poi un milanese, gonfio per un gran pennacchio, che trionfava conducendo due diaconi in veste talare dal generale alla pubblica prigione. Alla fine, sostenute altre umiliazioni, trovò pietà e giustizia, e 22 ore dopo l'arresto venne rilasciato libero col suo compagno, col quale poi si mostrò per tutto il paese salutando gli amici riapparsi. L'uditore di guerra li aveva pregati a nome del generale di ritornarsene a Milano, ma essi protestarono che rimarrebbero finché loro piacesse, non dovendo l'innocente né pene, né intime. Il D. Maggioni promise che nulla direbbero dei torti ricevuti fino a guerra finita, e D. Antonio anch'egli mantenne la parola che non aveva dato.
Sopraggiunse il tempo delle ordinazioni, e S. Ecc. l'Arcivescovo, per mezzo del suo Segretario Beretta, scrisse ai due Diaconi che se il loro ufficio di carità li tratteneva al campo, farebbe poi per loro apposita Ordinazione, ma se intervenissero a quella imminente, li dispensava dai prescritti esercizi. Consultato l'abbate Stellardi, cappellano del re Carlo Alberto, che al campo era come il superiore ecclesiastico, questi rispose: Una cosa è meglio completa che incompleta; ed entrambi si avviarono a Milano. Nel viaggio venne loro meno il danaro, ma pure la sera del giovedì fra le tempora di Pentecoste giunsero a Rho dove stavano radunati gli ordinandi e il sabbato S. Ecc. Mons. Bartolomeo Romilli, arcivescovo, li ordinò Sacerdoti. Indi ammoniti da lui che nei casi di dubbia necessità si tenessero per autorizzati al ministero delle confessioni, s'affrettarono di nuovo al campo, dove rimasero senza mai piegare allo spirito ed alle massime che vi dominavano, fino alla ritirata delle truppe.
Dapprima portaronsi a Valeggio; ma udito maggiore il bisogno a Volta Mantovana, v'accorsero e trovarono un 400 tra feriti ed ammalati che crebbero fino ad 800, senz'altro aiuto che .di una buona donna che stracciava pezze e due uomini che portavano acqua, onde la loro carità ebbe ad esercitarsi oltre le forze finché non fu provveduto un servizio regolare. Battute le milizie piemontesi, era d'uopo sgombrare quel luogo, e lo si fece di notte con gran fretta; ma D. Antonio non partissene che dopo l' ultimo soldato, mentre già forse entravano i vincitori dalla banda opposta; e dopo d'aver bussato all' Arciprete per raccomandargli i feriti non potuti trasportare. Pervenuto a Goito fu per riguadagnare Volta, si mise in via su di un carro, ma gli convenne retrocedere. Voleva rimanere almeno a Goito, dove s'udiva
ancora il cannone, ma sollecitato dal compagno, piegò con lui verso Bozzolo e Cremona. Qui mentre pranzava, avvertito che a Bozzolo c'erano feriti in bisogno, con un legno [carrozza] di posta vi ritorna contro l'onda delle truppe scompigliate che l'abbandonavano. A Bozzolo diede opera al disimpegno dell' Ospitale dei feriti, e nascendo il bisogno di trovare, fuor di strada, un carretto per alcuni di essi, fu pronto al rischio, ma allora perdette di vista il compagno indivisibile, rimasto come morto dal sonno su di un mucchio di ghiaia, non curante pur d'essere schiacciato purché non l'obbligassero a stare in piedi; né lo rivide che a Milano, al dazio di Porta Romana, quando questa veniva cannoneggiata.
Alle palle che trascorrevano una parte del corso, guardie nazionali e giovani militi, presi dal timor panico, non potendo fuggire per il varco della barricata intercluso, si fecero a scavalcarla dove poteasi con sicurezza. I due sacerdoti allora, avanzandosi verso i nemici si fecero a ributtare que' poveri giovani contro il fuoco. Buon per essi tutti che la cosa fu di pochi momenti e non ne venne né la morte, né il sangue di alcuno. Conchiusosi, il dì seguente, l'armistizio, D. Antonio, dopo un'opera di carità, esercitata tra le vicende guerresche, con animo imperterrito, ritornò al suo paese, ed alla pace del ministero ecclesiastico, indarno invitato dal capo medico Sig. Prandina, nel successivo 1849, a seguire le ambulanze nella guerra che incominciò e finì colla battaglia di Novara.

III. La vocazione alle missioni e la prova

Fedele alla grazia della vocazione divina e del grande sacramento ricevuto in tempi non ordinari, portò intenso affetto al ministero ecclesiastico ed alla cura delle anime, né cessò dagli studi ma coltivolli con amore e costanza, e s'adoperò con saggia industria nell'istruzione religiosa de' contadinelli. Essendosi introdotto in Lecco, da alcuni zelanti Sacerdoti una quotidiana conferenza privata sopra argomenti ecclesiastici, egli la frequentò da studente di teologia nel tempo delle vacanze, poi da prete anche quando la conferenza venne trasportata in paeselli fuori di Lecco, non avendo il buon D. Antonio riguardo veruno ad intemperie di sorta.
Mosso dalla brama di servir Dio nelle Missioni tra gli infedeli, confidava fin da chierico il segreto del cuore al Suo padre spirituale D. Pietro Tacconi, il quale ne esaminò con accuratezza e prudenza la vocazione. Questi, sebbene la giudicasse vera e soda, volle ad esperimento, e anche perché non rimanesse come avvilito tra gli altri aspiranti all'ardua carriera, distinti per impegno e sapere, che prendesse prima la cura d'anime, e per qualche anno coll'esercizio del ministero in patria, si disponesse ad esercitarlo più fruttuosamente tra gli infedeli. Fu quindi coadiutore parrocchiale a Galbiate per più d'un anno; poi, fino all'ingresso in S. Calocero, a Sala, dove ebbe anche il carico della scuola del comune.
Maestro elementare istruì i suoi alunni con amorevole sollecitudine e vero profitto, supplendo coll'industria a quanto potevagli mancare di perizia. Per il primo insegnamento delle lettere alfabeti che, per esempio, fornì ad ogni fanciulletto un'ampia cassettina, sparsa di polvere nera nella quale faceva tracciare coll'indice il carattere scritto in grande sopra cartelloni appesi alle pareti, metodo, molto in uso nelle Indie, coi principianti. Ne' suoi cari bambini più che il sapere avrebbe voluto trasfondere vivissimo sentimento religioso, e davvero li formò alla virtù che sola egli pregiava.
Intanto s'accostava l'ora di dar compimento a desideri lungamente nutriti e dalla dilazione resi più fervidi. Avvicinandosi il giorno del primo invio di Missionari del Seminario nuovamente eretto in Milano, il buon D. Antonio aperse pratiche col Direttore del medesimo per esservi ammesso. Il sospiro tuttavia ad un avvenire carissimo e ormai prossimo non rallentollo nel disimpegno diligente dell'ufficio che gli era stato affidato; che anzi a proprie spese ampliava la casa coadiutorale affinché meglio vi stesse la scuola, e perché più agiatamente vi abitassero coloro che gli sarebbero succeduti, e, in posto povero, non avrebbero avuto danaro, come l'aveva egli, da rendere migliore la misera casetta. Viveva in mirabile accordo col suo vecchio parroco, il quale era meravigliato al vedere come D. Antonio sapeva, al letto degli infermi, rendere la morte così consolata da incontrarsi non solo con rassegnazione ma eziandio con dolce contento; e, dispiacentissimo del suo allontanarsi, diceva che gli accorciava di dieci anni la vita. Accettato definitivamente nel Seminario delle Missioni estere, ritirandosi da Sala, regalò per sua memoria un Manuale di Filotea del Sac. Giuseppe Riva, ad ogni famiglia, che lo conservò qual prezioso
ricordo, con assai durevole affetto. Entrò finalmente in S. Calocero per la Festa della Madonna del Pianto di sangue, giorno undici di Luglio del 1852, col Sac. D. Ignazio Borgazzi, che gli fu poi intimo collega nel corso tutto della sua vita in Missione.
Fatto il suo formale ingresso in S. Calocero, D. Antonio ritornò per breve tempo a Sala, finché fu provveduto chi gli succedesse, e la popolazione non restasse insufficientemente assistita, ritirandosi egli. Quindi a Milano, in maniera regolare, passò il suo tempo negli studi e nelle pratiche comuni il rimanente del 1852, nell'inverno del quale anno fece i Santi Esercizi sotto la direzione del valente barnabita P. Corti, che predicava nella sala dell'antica casuccia, ridotta poi ad uso di Sagrestia; e tutto il 1853 fino all' ottobre, quando il Seminario si trasportò a Saronno. Le care impressioni che più membri del nascente istituto avevano riportato dai Santi Esercizi, dati dal P. Vigitello, ottimo gesuita, che s'atteneva rigorosamente al metodo tracciato da S. Ignazio, avevano determinato gli istitutori e direttori a volerli secondo quel medesimo metodo per tutta la comunità. Li diede il P. Angelo Taglioretti, Missionario oblato di Rho, all'aprirsi della dimora in Saronno; ma D. Antonio non vi ebbe parte, essendo egli stato a Verderio sotto il P. Vigitello medesimo, nel giugno antecedente: anzi rimase a Milano, per coadiuvare al R. D. Giovanni Rossari nell'assistenza alla chiesa, finché, terminato a Saronno il Sacro ritiro, gli venne sostituito il confratello D. Albino Parietti.
A Saronno attese agli studi, fra gli esercizi della vita comune, frequentando le scuole, e coltivando di preferenza le lingue, alle quali consacrava anche parte del notturno riposo. S'esercitò alquanto nel
predicare, confessare, catechizzare i giovanetti dell'Oratorio festivo, che il Fondatore Mons. Ramazzotti aveva nella propria casa, nell'assistere all'annessa chiesa succursale, detta di S. Francesco. La Domenica andò più volte a celebrare la Santa Messa e confessare, alcune miglia discosto, nel paesello di S. Dalmazio, dove v'aveva un Parroco malaticcio, avanzato in età e assai povero; e la chiesa pure era poverissima e sudicia. Di maniera che quando sul partirsene per le Missioni, il Parroco in atto di riconoscenza gli volle dare la sua tabacchi era, egli lo ricambiò coll'offerta di lire 500, per imbiancare la chiesa.
Alla Pasqua dell'anno seguente 1854, scambiandosi con D. Albino, venne a Milano per sovr' intendere alla fabbrica nella nuova casa che si intraprese ben tosto nel vicino Maggio, dopo gli esercizi spirituali fatti a Rho. Attese alla costruzione con diligenza e perizia, modificando pure i disegni del Sig. Ingegnere Corti che non sempre s'accordavano ai bisogni di una comunità, ed alla economia e povertà che desideravasi nell'edificio, insieme colla solidità. In questo impiego, continuando alla meglio lo studio, e un po' attendendo alla chiesa, rimase fino al momento di recarsi dove il Signore lo chiamava.

IV. La dipartita e la sosta in Roma

Quando a Dio piacque che il Seminario, superate innumerevoli difficoltà e opposizioni, mandasse la seconda volta de' Missionari agli infedeli, anche D. Antonio, compita la prova e il preparamento, venne eletto per quell'invio. La risoluzione essendosi presa tardi a suo riguardo, ne fu avvertito solo tre giorni prima, ma trovò tempo di recarsi a Pavia a riverire S. Ecc. Mons. Ramazzotti, fondatore, poi a Lecco per accomiatarsi da' suoi genitori coi quali si trattenne alcune poche ore della notte, e la vigilia fu a Milano. Il suo cuore era esultante di gioia, e fra le sì commoventi solennità della dipartita, il 19 di Febbraio del 1855, mosse con altri sette compagni alla volta di Roma, dove ebbe più determinata designazione del luogo, ove stabilirsi.
Sostando brevemente a Genova, ospitato nel Collegio Brignole-Sale che lo ricevette con accoglienze fraterne, s'adoprò con D. Albino Parietti, per avere i posti sul vapore, e preparare l'imbarco; e visitò la città e i suoi monumenti religiosi. Sotto l'impressione che le grandezze terrene producono in chi le contempla per la prima volta, colla più schietta umiltà ci rivelò quanto ne avesse l'animo alieno. "Si, è vero, - scriveva egli al suo maestro di Dogmatica, - ho veduto cose nuove, delle belle Chiese e belle vie, ma io non so che benedetto naturale sia il mio, che cosi facilmente sì stanca di vedere! Gli confesso che al vedere tanta suntuosità di palazzi, tanta ricchezza di marmi, sento, dopo le prime impressioni di maraviglia, un vuoto, una specie di disgusto, e bisogna che corra in cerca di pensieri un
po' più alti, perché mi par di morire d'asfissia morale, e allora il mio cuore va più a posto e comincia a rivivere. Quello che mi ha consolato fu la compagnia di un santo prete che mi lasciò assai edificato dalla grande pietà che spirava ogni sua parola ».
A Roma giungeva D. Antonio il dì 23 di Febbraio, preceduto da commendatizia del Direttore, Mons. Marinoni, che, nella designazione dei soggetti, così dipingeva al R.mo P. Alfieri il nostro Riva: "Il Sig. Riva è nativo di Lecco, Diocesi di Milano, ha 31 anni, è stato cinque anni in cura d'anime, ha molto criterio, pietà soda ma senza vernice, amante più dei fatti che delle parole, pronto all'obbedienza, ai sacrifizii, ai disagi, ha sufficiente dottrina, è di carattere fermo. Egli non ha potuto apprender se non poco di francese e di inglese, essendo stato staccato dal resto della Comunità per assistere alla Chiesa ed al Confessionario» (Lettera del 17 di gennaio del 1855). Con D. Ignazio Borgazzi, quello tra i sette compagni partitisi insieme che doveva essergli collega di Missione, fu indirizzato dalla Sacra Congregazione di Propaganda al Convento di S. Andrea delle Fratte, presso i religiosi di S. Francesco di Paoli, detti perciò Paolotti, o Minimi, dove abitava D. Carlos Cuarteron suo nuovo superiore. Con animo il meglio disposto ad amore e soggezione, entrambi si misero nelle di lui mani, ed egli se li volle vicini di camera. Dopo pochi giorni di convivenza, D. Carlos parve loro un uomo straordinario, di grandi viste, grande santità e riputazione a Roma. Questi li introdusse alla conversazione del Cardinale Arcivescovo di Toledo, dell'Eminentissimo Cardinale Franzoni, e delle persone più distinte della Città Santa. D. Antonio, umile ed avvezzo a trattar cogli umili, non sapeva intendere come potesse trovarsi con tanto alti personaggi: ne ammirava colla scienza la virtù, e "Quanto s'impara a trattar con questi uomini!» esclamava; ma insieme gli pareva sognare.
Bramosi di portarsi al più presto in Missione, trovarono fin da Roma sacrifizii da offerire al
Signore in desiderii protratti, preludio di quel tardo raggiungimento di frutti sospirati che è sì proprio del Sacerdote in Missione tra gli infedeli. Dove nella vasta Oceania fissare la dimora era incerto, né si poteva stabilire che compiuti ed esaminati gli studi sulle terre da evangelizzare. D. Carlos che ne era incaricato vi lavorava indefessamente, raccogliendo le osservazioni già fatte da capitano di mare e compilando le carte geografiche delle isole settentrionali. Ma il lavoro sempre vicino al termine protraevasi di mese in mese, e si prevedeva che, conchiuso ogni accordo in Roma, rimanevano altri non brevi indugi in Spagna e a Manilla, oltre il lungo viaggio da farsi a vela.
Ciò fece adottare dai due Missionari, nel convento di S. Andrea l'orario e il vivere di S. Calocero, il più possibile. D. Antonio era lo svegliatore, e della sua saviezza nella piccola comunità così il confratello: - "D. Antonio sta bene ed è sempre lui. È veramente una fortuna e un piacere la sua compagnia: quanta virtù sotto una scorza comune, anzi piuttosto ruvida! Questa fu una grazia tutta speciale che a me fece la divina bontà, e di cui certamente dovrò dame gran conto ». - E la virtù sua ben manifestavasi tratto tratto in candide rivelazioni dell'animo che gli sfuggivano all'insaputa della penna.
Il 14 di Marzo vide i confratelli destinati alle Indie muovere alacri alla loro Missione, mentre quanto a sé non poteva ancor prevedere quando si delibererebbe sulla località particolare dove aprire la Missione. Era un distacco ed una prova. Fedele il tempo trascorrea, ed egli calmo nell'animo e rassegnato, dopo quattro mesi e più di aspettative, i primi di luglio, esponendo l'incertezza del tempo in cui egli pure si sarebbe partito di colà, rivelava l'interior patimento suo e la virtù onde lo tollerava. Dopo d'aver detto che bramava scrivere ai colleghi della Micronesia ma che non lo faceva, così ragiona: - «Se prendo in mano la penna non so dir altro se non che io credo che la vita del Missionario abbia ad essere un continuo patire ed un continuo aver consolazioni dal cielo, e ciò che sembra strano patire il più delle volte senza poter conoscere il motivo per cui si patisce. Facciamo un buon tesoro di preghiere. Sono queste il balsamo che ci riempie di consolazioni. Non intendo con ciò di darmi il vanto di Missionario vecchio e sperimentato. Non sono che a Roma, né tampoco ancor missionario; ma pure il Signore quest'effetto me lo ha di già voluto far sentire, e lo sento tuttora quasi un preludio di tutta la vita futura».
Sul principio d'Agosto ricevette alcune lettere da que' Confratelli ai quali bramava ma non sapeva scrivere. La narrazione dei loro patimenti l'intenerì e l'eccitò al pratico amor del soffrire, cosa ch' egli stimava assai, e riconosceva come un segno caratteristico del vero seguace di Cristo. - "Ho letto
quelle care lettere de' miei compagni - scriveva ai 9 d'agosto - e mi hanno non poco animato a patire qualche cosa anch'io. Già lo prego e lo pregava per questo il Signore, ma poi ancor sempre con timore che mi esaudisse, e adesso che mi fa soffrire un po' di lunganimità, mi pare una cosa quasi insoffribile. Quei nostri compagni ci danno un grand'esempio, come la grazia sia tanto più forte quanto più ci troviamo abbandonati. È ben vero che han potuto far poco o nulla; ma che importa al Missionario? 11 salvar anime è per lui un mezzo e non il fine: il fine è di patire come ha patito Gesù Cristo, è di essere crocifisso come lo fu Egli ».
E D. Antonio sosteneva in fatto una prova veramente dura e prolungata, che dipendeva in parte dal suo carattere pronto ed operoso, in parte da previsioni sinistre intorno al suo futuro che il Signore parve gli desse perché gustasse anticipatamente il calice dei dolori che l'attendevano. - «lo lo vidi - mi notò qui il di lui compagno D. Ignazio - io lo vidi gemere sotto il peso di questo Giardino degli Ulivi e quasi sudar sangue, certo irrigare di lagrime più volte la terra. Come Gesù agonizzante si stringeva allora a Dio più che mai, e ripeteva col Salvatore: Non mea voluntas sed tuafiat! Vedevasi in quell'anima bella la lotta terribile della natura e della grazia che usciva dal combattimento trionfante per la virtù infallibile dell'orazione fervorosa perseverante, la sua divozione a Maria Santissima Immacolata della quale aveva ricevuto una medaglia, a lui carissima per un giglio che vi era figurato, dalle Religiose del Sacro Cuore a Trinità del Monte; e per la sua continua contemplazione".
Finalmente il piano della nuova missione fu da D. Carlos ultimato, e la sera del 19 d'agosto poté essere da Mons. Bernabò presentato al Santo Padre che ne sentì viva compiacenza, sebbene scorgesse a prima vista il grave dispendio che richiedevasi ad eseguirlo. Si trattava di stabilire in Labuan e nelle sue dipendenze della Malesia orientale una Prefettura che dovesse servire di centro e di appoggio alle Missioni d'Oceania, come la testa d'una gran ruota che manda raggi a tutta la periferia. I Missionari dovevano stabilirsi in diversi punti e comunicare tra loro con piccoli bastimenti che la Missione avrebbe acquistati, ed essi avrebbero diretti. D. Carlos si proferiva poi per tutta la spesa della Missione e dei Missionarii che seco conduceva. Così il Santo Padre poté ritener possibile il compimento del disegno e permise che se ne trattasse dai Cardinali, deputati per gli affari di Propaganda, nelle loro riunioni.
A D. Antonio sembravano troppo grandi i divisamenti del P. Cuarteron e temeva non fossero per fallire, onde con chiudeva una relazione dei disegni e delle speranze della sua futura Missione con queste parole: «Basta! non vorrei che si verificasse quel detto d'Orazio sempre ripetuto: Parturiunt montes et nascetur ridiculus mus». - Parole che ebbero il loro avveramento, ma che D. Antonio subito correggeva quasi meno rispettose, meno fidenti in Dio, soggiungendo: - «O meglio, come dice Lei, se il Signore ci benedirà sarà questo e anche più, e perciò mettiamoci intieramente nelle sue mani».
Datosi però a ciascuno dei Cardinali della Sacra Congregazione di Propaganda un esemplare del piano di D. Carlos, cui furono aggiunte spiegazioni orali; gli Eminentissimi si adunarono il 27 d'Agosto, discussero quel disegno, e favorendo le sante intenzioni del P. Cuarteron, eressero Labuan colle sue dipendenze nella Malesia orientale in Prefettura Apostolica, nominando lui stesso, com'era ben giusto, a Prefetto Apostolico. Con questo non rimaneva più altro a fare in Roma.

V. Viaggio a Cadice ed a Manila

L'eletto drappello non uscì tuttavia dalla capitale del mondo cattolico se non la sera del 19 di Ottobre, dopo una lunga ma non inutile permanenza di quasi otto mesi. All'alba del 21 nel porto di Civitavecchia ascesero a bordo del vapore di guerra, l'Eclaireur, graziati dal console francese residente in Roma di posto gratuito. Il dì 22 toccarono Tolone, indi ancorarono nel porto di Marsiglia, donde ripartironsi la notte del 24 a bordo del piccolo vapore spagnolo, il Mercurio, alla volta di Cadice. Nel tragitto da Marsiglia a Cadice, che durò 14 giorni, costeggiarono con diletto quel regno un dì sì formidabile, fermandosi alcun poco nei vari porti di Cette, Barcellona, Valenza, Alicante, Cartagena, Almeria, Malaga e Algesira che sta dirimpetto a Gibilterra, conservando sempre il loro vestito ecclesiastico anche nello scendere a terra.
A Cadice furono costretti dai modi obbliganti de' parenti del loro superiore D. Carlos ad ospitare
nella loro casa. Vi ebbero camere appartate, in cui se la passarono tranquillamente, attendendo ai loro doveri religiosi ed a studi linguistici. Qualche passeggiata lungo il porto li ricreava colla vista del mare, il quale non mancò di mostrar loro quanto sia terribile allorché s'infuria. Nei giorni della loro dimora colà v'ebbero fierissime tempeste, ed essi furono spettatori addolorati delle lunghe lotte di bastimenti che naufragarono e delle strazianti agonie di marinai e passeggeri che affogarono. In quei giorni pure vi ebbero i santi esercizi spirituali in una Chiesa della città, ai quali non tardarono punto a partecipare per accrescere vigore alloro spirito, e disporre il cuore contro tutte le tentazioni e i pericoli della navigazione imminente. D. Carlos intanto assettava le domestiche bisogna e disponeva di tutto l'occorrente al tragitto ed alla Missione.
In Cadice, D. Carlos al leggere lettere di D. Paolo Reina, Prefetto Apostolico della Melanesia, che, giusta gli accordi presi in Propaganda, egli doveva stabilire in località più opportuna, determinò che per non perdere tempo D. Paolo, consentendoglielo la salute, s'avesse tosto a recare coll'avanzo de' suoi Missionari a Manilla o a Singapore, donde li avrebbe trasportati su altro campo che avesse da produrre un frutto pronto e copioso, come, per esempio, a Ternate. Dietro tale risoluzione scrisse ai Missionarii di Rook e Woodlark invitandoli a Singapore e a Manila, indicando loro che egli intendeva darsi al mare, il 31 del vicino gennaio, 1856.
Ma si dovette ancora procrastinare. Stando i due nostri confratelli in procinto d'imbarcarsi, si congedarono dal Vescovo di Cadice che li benedisse, pregò dal Signore ogni bene su di essi, e, il dì che fecero vela, celebrarono il divin sacrifizio pel loro buon viaggio. Il 28 di Febbraio del 1856, compito un anno da che lasciarono Milano, pieni delle più care religiose speranze, salparono da Cadice diretti a Manila, sopra una fregata spagnuola o clipper, carica di circa 300 passeggeri, la maggior parte soldati. D. Carlos ne era il cappellano, e D. Antonio, che già parlava lo spagnuolo, sperava fare un po' di bene fra tutta quella gente. Né male apponevasi, se si considera il governo morale e religioso delle navi di Spagna, e l'onestà del Capitano toccatogli.
In fatto «nei barchi (Barco è parola spagnuola, noi diremmo Imbarco, nel senso generico d'ogni sorta di navi e di barche) spagnuoli - così il buon D. Antonio - vi è l'uso anzi l'obbligazione di recitare il Santo Rosario in comune, ogni sera, di far Pasqua, di celebrare la Santa Messa pure in comune. Spera D. Carlos di tenere istruzioni catechistiche, se si presteranno le circostanze. Il padrone del barco D. Ignazio Fernando de Castro è un sant'uomo che frequenta la Chiesa, detta la Cuera . ... Santa è pure la sua moglie e tutta la sua famiglia. Egli ci ha favoriti fino all'estremo, perché invece di pagare 400 scudi per ciascheduno, come tutti gli altri, ne paghiamo 500 in tre. Una bellissima cappella ci ha posto nella sala maggiore: quivi diremo una Messa tutti i giorni; ma per non essere di troppo incomodo, le altre due le diremo nella sala del Capitano».
Ciò non ostante D. Antonio temeva le dissipazioni inseparabili dal vivere in nave fra cotanta gente, e pregava il Direttore generale ad aiutarlo con orazioni a Dio contro questo pericolo. - «Preghi adunque - scriveva nella medesima lettera - che il Signore ci liberi dai pericoli del mare, ma più di tutto dai pericoli dell' anima. Con tanta gente a bordo speriamo di poter fare del bene; ma può essere anche che ci sieno di grande dissipazione ... Sul mare generalmente di bene se ne fa poco e neppure se ne potrebbe far molto». Inoltre dal candore più puro dell'animo apriva il suo cuore nella medesima lettera al Superiore di Milano, e lo pregava ad ottenergli dalla bontà di Dio quella grazia, che è un bisogno sì comune e sì grave, di fare tutta e dovunque la volontà dei propri superiori; grazia che col seguito, come vedremo, s'accorse d'aver ottenuto. - «Sono in pace e contento - così egli. - Il demonio già non mancò di quando in quando di suscitarmi l' amor proprio con terribili tentazioni, e in quei momenti io vengo di malumore, aspro, e alle volte anche offensivo. Però posso dirle che questi momenti passano presto: il passato fu per me una vera scuola, scuola amara sì, e nella quale il Signore ben poco può esser contento di me: nondimeno mi pare di sentirmi in cuore una contentezza d'essere passato per quella. Questa adunque è la grazia particolare che io vorrei che mi ottenga dal Signore, di fare io sempre la volontà de' miei superiori in tutto e dappertutto, e in quel modo e in quelle cose che piace a loro ».
Fece buono ma lento viaggio, e solo in 109 giorni di navigazione, il16 di Giugno, la nave entrò
nella Baia di Manila, senz'essersi fermata che brevissimo tempo ad Anger, 600 leghe discosto da Manila, sulla costa occidentale di Giava, nello stretto della Sonda. Durante il tragitto, D. Antonio istruì, in lingua spagnuola, con ogni pazienza, zelo e discrezione gli Indiani della ciurma, e li preparò ai Santi Sacramenti per la Pasqua che fecero tutti in varie riprese. Imparò un poco di nautica, tanto da poter governare le piccole navi che il Prefetto Apostolico avrebbe comperate per la Missione.
Non gli mancavano tuttavia dolori. Il male di mare lo tormentò quasi la maggior parte del viaggio, in modo non ordinario, fino a rigettare sangue; - patimento ch' egli sostenne con invitta pazienza e fortezza, insieme colle conseguenti privazioni, e l'abbattimento, l'umiliazione che suol risvegliare nei temperamenti più forti com'era quello di D. Antonio. Nel breve tratto di mare da Anger a Manila vari turbini sempre pericolosi fra arcipelaghi così pieni di isole, di scogli, di bassi fondi, e così poco conosciuti nonostante il moderno progresso, crearono ripetuti incomodi e pericoli. Un marinaio cadde in mare, e cagionò gran dolore stimandosi certa la di lui perdita, sebbene il Signore lo facesse giungere a salvamento. Un soldato, munito degli ultimi sacramenti, e di tutti i conforti della religione, passò di vita; e dopo gli onori funebri fu dato al mare. Le morti ne' bastimenti fanno profonda impressione e arrecano un lutto somigliante a quello d'una famiglia in cui muoia qualche membro. Bramava anche D. Antonio trovar notizie de' compagni che dovevano riunirsi nel medesimo punto e non ne trova.

VI. La sosta in Manila

Qui lasceremo che il compianto confratello medesimo ci dia notizie di questa sosta, notizie del paese, e le ragioni a sperar bene della nuova Missione che stavasi per aprire. "Ieri - cosi egli - fui a bordo del Brigantino, chiamato "I martiri del Tunkin" di D. Carlos. E' a due alberi come uno di quelli che si vedevano a Ripagrande in Roma, però assai buono nelle tempeste; se non che ora è alquanto vecchio e specialmente in questi ultimi sei mesi dell'assenza di D. Carlos, fu lasciato cadere in molto deperimento Ha dunque bisogno di essere rassettato. Dicono che in un mese lo possono riparare ma ti assicuro che sarà favore se lo potranno in tre mesi. Questo probabilmente ci accompagnerà e servirà in Missione.
"Comunque sia noi ora siamo alloggiati nel convento degli Agostiniani calzati; qui non ci manca assolutamente niente. Il P. Procuratore ha tutto il carattere del carissimo D. Alessandro Ripamonti, con la sola differenza che D. Alessandro in S. Calocero troppo spesso ha da combattere colla miseria, mentre al Procuratore di qui entra danaro per tutte le parti. Un terzo di Manila è del convento, nella provincia poi estensioni di terra incalcolabili sono sue. Saranno circa 200 padri, pochissimi in proporzione ai moltissimi paesi affidati alle loro cure. Per questo ad eccezione del Provinciale, del Procuratore, del Lettore di Teologia, del Priore, del Rettore e Vicerettore dello studentato e di una ventina di giovani che stanno finendo i loro studi di Teologia, gli altri sono tutti dispersi nelle varie provincie in qualità di Parroci.
"Ma ti dico, carissimo D. Carlo (Bolis, professore di Dogmatica e storia, suo intimo amico) che in
tutto questi paesi, che poco si scostano dalla linea, le missioni sono difficili assai. Te lo dico perché non abbi a sperar troppo, come scrivevamo nelle prime lettere: di chiacchiere sono stanco, voglio vedere un poco di fatti. Sappi adunque che questi popoli della zona torrida, al primo vederli, paiono bastantemente intelligenti, ma alla prova hanno una intelligenza molto fosca e debole che ad istruirli costa una fatica immensa. E specialmente gli uomini, mi dicono il Padre Provinciale e gli altri Padri, di 100 non vi sono lO che sappiano cosa sia Confessione e Comunione, e quanti si trovano di 40, 50, 60 anni al punto di morte senz'essersi confessati né comunicati mai! Eppure esteriormente paiono tanti santi; tutti tengono corone al collo, abitini, medaglie, alcuni un mazzo; per le strade si fanno innanzi, s'inginocchiano per baciarti la mano; ad ogni parola: Sì, Padre; sì, Padre. Per fortuna che qui si costuma ad andare sempre in carrozza, se non uno non si libera più. Notando che questi buoni Padri, come pure i Domenicani e i Francescani fanno tutto il possibile, fornendo li di libri e catechismi nella loro lingua, istruendoli più che possono. Nelle donne però v'è più premura e divozione: il che se è così da per tutto, qui in sommo grado. Noi l'abbiamo provato coll'esperienza a Pasqua. Abbiam confessato prima i soldati, sapevano poco, però: pazienza! Ma quando venimmo a' marinai, li vedemmo tutti bramosi di questo, ma erano affatto digiuni di dottrina e di sacramenti. Allora sospendemmo subito, ed io mi posi a fargli tutte le sere mezz' ora di catechismo, che per essi era una sera sì ed una no, dovendo una metà star sempre sopra il ponte, di guardia. D. Ignazio la faceva quasi sempre ai soldati che, sebbene di già confessati e comunicati, ne avevano tuttavia grande necessità. E così negli ultimi cinque giorni di maggio abbiamo avuto la consolazione di confessare e comunicare anche tutti i marinai.
"La seconda ragione per cui è sommamente difficile fare dei veri cristiani in tutti questi paesi a me pare, almeno con tutti quelli che ho praticati io, giacché trovo questo stando con loro; e, ciò che è più, dalle relazioni dei Padri, che non son tanto i vizi, quanto piuttosto il loro sistema di vita, ed è questo che non si può cambiare. Qui la natura fa che i popoli non abbiano alcuna necessità. Il calore non li fa necessitare di abiti: per questo al più è portare calzoni che generalmente toccano dalle cosce alle reni; in città se ne vedono molti che hanno anche camicia fuori de' calzoni, la maggior parte è, dico, con piccoli calzoni. Un terzo della città, come quasi tutti i bottegai, sono cinesi: questi sono peggiori di tutti. Le donne portano quasi tutte una giacchettina, aperta al collo, cui le più modeste ricoprono con un fazzoletto: essa non giunge che alle reni; ma poi la veste sopra la quale vi sono due o tre braccia di tela di cotone che si pongono in giro e dalle reni discende fino alle ginocchia. Coi fanciulli. non c'è riguardo alcuno, e bisognerebbe chiudersi in una cella per non incontrarne ad ogni passo, in parte o in tutto ignudi; nel mezzo stesso della città.
"Di più le loro case, sono otto o dieci pali piantati nella terra: all'altezza di due braccia e mezzo una soffitta o un pavimento di assi con in giro una fascia di assi dell' altezza di 15 oncie circa; poi uno steccato di canne, per altro di 4 braccia; una tettoia di canne e foglie di cocco; in tutto una stanza o capanna all'elevazione di circa due braccia e mezzo da terra. Ora, questa unica stanza serve di cucina, di mensa e di letto per tutti, ché tutti alla rinfusa si sdraiano sul suolo di legno, non necessitano qui né letto, né coperta. Gettar legna al fuoco e pretendere che non bruci è cosa difficile. E' verità che grazie alloro colore, per noi Europei fanno poca sensazione; ma sarà così anche per loro? lo credo che no. Questi ottimi Padri hanno fatto il possibile e farebbero grandi sacrifici, perché si fabbrichino case di pietra o di legno con varie divisioni. Voglion così per respirare aria libera e passante, perché dicono che sono più fresche. Tolto specialmente questo secondo pericolo od occasione prossima, il carattere, dell'Indio specialmente, è docile, obbediente ed anche amabile.
"Ieri arrivò un catechista dei Padri Serra e Salvado, Benedettini, che stanno al Nord-Ovest dell' Australia. Sono più di sei anni che sono là, e non han potuto far niente. Otto o dieci sacerdoti con trentacinque catechisti gli sono fuggiti e ritirati quasi tutti. Vedi, caro D. Carlo; preghiamo il Signore che la nostra vada un po' più bene, o almeno che il Signore ci dia forza e grazia di superare tutti i travagli della missione. Sospirando il momento di essere utile a qualche cosa, addio" (Lettera del 5 di Luglio del 1856).
Questi sospiri piaceva al Signore che venissero ognora prolungati. I mesi trascorrevano in aspettazione di potersi recare nella terra assegnata a D. Carlos in Prefettura Apostolica, perché il comperare e riparar navi traeva le cose in lungo assai. Altro rimedio non c'era che la pazienza e la longanimità: e il buon Riva ne possedeva certo non poca, quantunque nella sua umiltà scrivesse: - "Non posso negarle che di quando in quando m'impaziento ancora un pochettino del troppo lungo aspettare. Ma il Missionario deve essere fatto per la pazienza; così ci ripeteva il Santo Padre: Pazienza, pazienza, e sempre pazienza. Con tutto ciò non manchiamo arche di star allegri, giacché la compagnia è buona e il nostro modo di vivere, poco dissimile da quello di S. Calocero. La lingua malaja non è tanto difficile, molto più facile certo che l'inglese, sebbene per me tutte le lingue siano difficili ».
In questo tempo erano giunti a Manila i RR. D. Paolo Reina e D. Timoleone Raimondi, col catechista Luigi Tacchini, e l'isolano Puarer, che si erano ritirati dalla sterile ed insaluberrima Missione di Rook e Woodlark. Questi dovevano ricevere nuova destinazione dal P. Cuarteron che, nella sua cognizione dei mari e delle isole oceanesi, avrebbe scelto punti più opportuni dei lasciati, ove ristabilire la loro missione.

VII. La Missione

Finalmente, quando Dio volle, ripigliata la via del mare, il 14 d'Aprile del 1857 tutta la comitiva approdò a Labuan, dove ricevette ottima accoglienza dagli inglesi che, sebbene protestanti, loro premisero protezione e terreno per casa, chiesa, scuola e cimitero. Labuan è città collocata nella parte nordica della grand'Isola di Borneo, abitata da Maomettani, Cinesi, pagani, apostati e protestanti i quali non vi avevano né vescovo, né ministri. E questa, nella distribuzione che si fece delle terre da evangelizzare toccò al Missionario D. Ignazio Borgazzi.
Nel maggio seguente il Prefetto D. Carlos col buon Riva e D. Timoleone Raimondi, s'inoltrò a visitare la città di Borneo, a 15 miglia da Labuan, e ottenne dal governo di poter fondare un altro stabilimento della Missione, dal quale si riprometteva copiosi frutti, se non fra i 30.000 maomettani stanziati, fra i quali le conversioni sono sempre e dovunque difficilissime, almeno fra i 300 e più schiavi (a non contare le loro famiglie) indigeni delle Filippine, per la maggior parte apostati; e tra gli infedeli dell'interno, fatti credere d'indole docile e buona. Questa poi doveva essere la porzione del campo evangelico da coltivarsi dal buon D. Antonio.
Da Borneo poi costeggiando s'inoltrarono fino a Mancabon, 70 miglia lontano da Labuan, dove il Prefetto Cuarteron divisava di porre un terzo stabilimento, e questo per sé medesimo reputandolo un punto più difficile e più esposto a pericoli. Due falucche di 20 tonnellate di registro comperate a Manilla e le barche degli isolani avrebbero dovuto tenere le comunicazioni.
Esaminati i luoghi e ottenute le bisognevoli concessioni, i tre Missionarii si ricondussero a Labuan, dove sul finire del medesimo mese battezzarono quattro fanciulli; ma ai divisati stabilimenti non si diede mano così subito. Venne anche l'ottobre e quest'impianto era tuttora poco più d'una speranza di cui D. Antonio ci diede notizia colle particolarità del carattere dei naturali. Trascrivo le sue stesse parole, perché dopo di questa lettera ben poco scrisse, forse per la ragione indicata nel pensiero con cui l' esordisce.

27 ottobre 1857

"Carissimo D. Carlo,

è più di un anno che ti ho scritto, una lettera all'anno pare che dovrebbe bastare giacché ho una pigrizia mortale a scrivere lettere, tanto più che le cose di qui le sapete di già egualmente; eppoi finora non sono che progetti, i quali con la pressa che abbiamo noi, hanno tempo da mutarsi cinquantamila volte.
L'amatissimo nostro Prefetto Sig. D. Carlos Cuarteron pare, a quello che lui dice, che voglia mettere tre missioni. Una qui in Labuan dove ha posto D. Ignazio e intorno ad essa già parlano bastantemente le altre lettere. Un'altra a Borneo: non fare il grignolino, neh! qui dice sarebbe per me. Eh! caro Bolis, se fosse vero! Vi sarebbe già un buon numero di battezzati, schiavi delle Isole Filippine. Una terza a Mangata e Moncabon, poco più di un grado al Nord di Labuan. Ma quando porrà queste due ultime missioni? Non te lo so dire, perché se i giorni di D. Carlos fossero mesi, sarebbe ancora una buona cosa, se poi sono anni, pazienza: ne sono già avvezzo.
E della sicurezza in queste Missioni? Ecco: in quella di Labuan, finché sta in possesso degli inglesi, non c'è pericolo alcuno. In quella di Borneo si sta parimenti sicuri, perché il Missionario è sotto la protezione del Console inglese, il quale è interessato assai per il Missionario; non ci sarebbe altro pericolo che di un ammutinamento improvviso, ma la vista di qualche vapore di guerra che di quando in quando viene a dire: guardate che son qui, li fa star cheti, cheti, sebbene in fondo covino un odio mortale ai bianchi. Quella un po' più pericolosa sarebbe l'altra di Moncabon, ma là pure gli indigeni stanno quieti, per la stessa paura. Poi D. Carlos colà intende farsi rispettare: ha già allestito qualche cannone di discreto calibro, che sarà la campana principale della Missione. Così dice D. Carlos perché io, a mio credere, sono piuttosto di opinione che D. Carios né vorrà, né forse gli converrà legarsi ad una Missione, e siccome, conforme al suo carattere, più gli gusta l'assoluta indipendenza. così
lascerà forse Borneo e porrà me a Moncabon; dimorandovi lui il tempo libero: la qual cosa è per me indifferente.
Ora qualche parola sui naturali. D. Francesco Pozzi mi scrive in una sua lettera: - I naturali di qui sono i peggiori che ci siano: il convertir questo popolo è proprio mutatio dextera excelsi. Se il mio caro D. Francesco conoscesse un pochettino i naturali di Borneo muterebbe opinione. Non già che si possa rendere anche a me la pariglia. I soldati che avevamo qui prima e quelli che vennero ora, in tutto forse un 300, erano pur tutti di Madras, di Hyderabad, proprio dei paesi del Pozzi, e quasi tutti maomettani ed idolatri, però hanno tutt'altro carattere! Così dicon pure gli inglesi di qui che ben li conoscono. Questi che noi chiamiamo Malabar, sono piuttosto alti di statura; e, sebbene più neri dei nostri Malaj, hanno però un tratto più dignitoso. Diamone pure una parte anche all'educazione militare: si conosce però sempre che lo hanno per carattere; e quei pochi cattolici che vi sono, lo sono anche di sentimento, di cuore e di fatto; ciò che non conseguiremo mai in questi nostri malesi, i quali saranno sempre leggieri di animo, come piccoli e smilzi sono di corpo, poco neri, brutti come il peccato, peggiori di quelli delle Filippine. D. Paolo e D. Timoleone dicono di non aver mai visto gente così brutta come questa nella loro missione, né così timida sebben temeraria, né così vile, sebbene sfacciata, né così impostora.
Dunque qui sarà impossibile fare dei cristiani? Senti: nelle Filippine gli Spagnuoli in poco tempo formarono quattro milioni di cristiani. Il governo, allora pienamente cattolico, dava mano ai frati: i frati erano frati di spada, il loro 'asperges' era il bastone. Dunque la religione l'hanno qui imposta? lo questo non lo so;so che i fanciulli vanno trattati da fanciulli, e che un padre il quale obbliga in certo modo i suoi figliuoli a sentir Messa, a confessarsi, ecc. mi pare che non faccia male. E' vero che i cristiani delle Filippine sono cristiani di quel genere, o come dicono loro: in quasi 400 anni non abbiamo neppure un santo nostro, né tanto meno un beato; però è certo che una qualche anima buona c'è senza dubbio, e che, se non tanto in su, almeno entro la porta del Paradiso entreranno molti anche di questi indii: tutti i bambini che muoiono almeno questi sono certi che vanno in cielo. Dunque non è già un gran bene che sieno cristiani?
Pretendere dei cristiani fervorosi in questa parte di Oceania, all'infuori forse di qualche individuo, io lo credo impossibile (salvo sempre un miracolo), perché non basta che questi rinascano, come dice il Vangelo, bisogna mutarne anche il soggetto. A Cebù, piccola provincia delle Filippine, vi è un Vescovo zelantissimo, ed un discreto numero di frati e, ciò che più importa, è già da molti anni che s'incontrarono ad esservi i migliori. Colà hanno ora ridotto le donne bene, e una gran parte di queste si confessano ogni 15 giorni, cosa necessaria per anime che non sanno camminare da sé: negli uomini non ottennero ancora nulla. Ebbene con alcuni di quei buoni frati parlai e mi assicurarono che se avessero da abbandonare quella provincia per soli 20 anni, tutti ritornerebbero alloro stato selvaggio, come anticamente. Nelle altre provincie è un orrore; perché, eccettuato anche Manila dove gli abitanti sono più sviluppati, del resto su di una popolazione di 8 o 10 mila anime tu non vedrai ascoltare la messa più di un 300, o 400; e non ti faran Pasqua più di un 200, se pure in alcune parrocchie non sono più di una trentina e quasi tutte donne anche queste. Ne vien di conseguenza che in un punto di morte, giacché in allora chiamano tutti il Sacerdote, li trovi poi così ignoranti che non sanno più né che sia Sacramento di Penitenza, né Eucaristia. E così su 100 moribondi, ad 80 darai l'assoluzione sotto condizione, a non più di una quindicina porterai il S. Viatico, perché moralmente certo che non ne sono capaci. Ad un curato che faceva lavorare nella sua Chiesa da alcuni mesi, domandai dove teneva il Sacramento, mentre quasi tutti i giorni aveva moribondi. Mi rispose che per i naturali non c'è il precetto di comunicarsi in punto di morte.
Non si può dire, mio caro Bolis, che fosse sempre stato così: soltanto lO o 12 anni fa, trovavasi la cosa molto differente. Più protetto dal governo che non sia ora, il Curato era tutto
nella sua Parrocchia. Egli chiamava il Capitano del paese, che è precisamente il nostro deputato, poi, se un figlio o una figlia mancava alla scuola, se vi era qualche questione, se un qualche scandalo o un disordine qualunque, il Capitano faceva chiamare tutti, e il Curato diceva: a questo, quattro bastonate, a quello quindici, ecc. Che, perfino a confessarsi, il Curato divideva il paese in tanti quartieri: oggi verrà il tal quartiere, domani l'altro, ecc. e se qualche individuo mancava erano bastonate. Chi viene dall'Europa sente gran ripugnanza ad udir queste cose: ma che vuoi? non c'è altro rimedio per questi Indii benedetti. Intanto dal primo fino all'ultimo dei fanciulli, tutti sapevano leggere, scrivere e la dottrina benone; e come generalmente sono facili di memoria, così facili anche a dimenticarsi, li obbligavano ad esaminarsi sulla dottrina tutti gli anni, se fossero stati vecchi di 80 anni. Poi una volta che erano ai piedi del confessore, sebbene alcuni quasi trascinati, cercavano di far quel poco che potevano per pentirsi dei loro peccati, perché l'Indio è così; poi in punto di morte gli davi i Sacramenti, sicuro che ne erano capaci. Credilo il bastone nelle Filippine fu sempre l'armonia delle famiglie, la pace e l'ordine del paese, e diciamolo pure la salvezza delle anime. Ora che anche il governo spagnuolo non ha più religione, e che crede di portare il progresso nelle Filippine soltanto col togliere ai Curati la primi era loro autorità; il povero Curato si trova abbandonato dalle sue pecorelle, le quali si disperdono e muoiono miseramente.
Sì, tutto va bene, dirai tu, ma come potrete voi altri adoperare il bastone? Voi, soli, senza un governo che vi protegge, con selvaggi ancora indomiti? Qui sta la difficoltà. In Labuan se non proprio colla bacchetta, di una certa autorità si può usare. Sui cristiani Filippini che sono qui o col rinfacciarli tutte le volte che mancano, o col far loro una visita in casa e dire: credeva che fosse ammalato: o anche col farIi chiamare dal capo delle guardie, meticcio inglese, buon protestante che potrà essere buon Cattolico, che ci serve molto bene, e tra lui e il missionario dar loro una buona sgridata. Non c'è rimedio, te lo ripeto. A Borneo il console gode di una grande autorità e li tiene in una gran paura. La visita di cinque vapori nella settimana passata ha fatto bene. Il console ama il Missionario perché porta la civilizzazione; e se egli protegge il missionario, questi potrà fare qualche cosa. D. Carlos a Mangata, se pone i suoi cannoni, lui sarà il più forte, e il più forte regna. Basta! Stiamo a vedere che cosa succederà. I mezzi umani sono sempre mezzi umani. Se il Signore benedirà le nostre fatiche (se pure arriveremo in tempo a farle), e benedirà questi popoli, come si sono convertiti quelli delle Filippine, si convertiranno anche questi. Se no, ne sia sempre benedetto il Signore, e dia forza e pazienza a' suoi Missionarii, che possano salvarsi almeno essi! Ma il male si è che accostumandosi al bastone, anche senza volerlo si bastona su tutti. Anche a questo si accostuma, o carissimo: sia a bastonare che ad essere bastonato... La vita del Missionario, sebbene finora non abbia fatto niente (e chi sa fin a quando) mi piace. C'è è vero, alcune volte qualche accessorio che mi pone un poco di malumore, ma l'accessorio, come non è necessario, è passeggi ero; sicché posso dirti che io son contento, e spero che lo sarò sempre, se il Signore mi conserverà sempre nella sua grazia. Questa è l'unica cosa che chiedo a Gesù ed a Maria: non me la negheranno se anche tu pregherai per me. Addio, carissimo, addio... raccomandami al Signore,

 

 

tuo affezionatissimo Antonio Riva».

Non altro giudizio né migliori speranze esponeva il suo compagno Ignazio Borgazzi, il quale scriveva, il 10 d'ottobre del 1858, di non aspettarsi gran cose da Labuan e Borneo e loro coste senza un miracolo; perché popolate da «Maomettani i più caparbi e bigotti, che all'ignoranza e corruzione più profonda aggiungono una superbia e doppiezza la più ributtante e inaccessibile". E perché i molti cristiani delle Filippine, schiavi dei malesi, diventano apostati, "e con questi ogni via per richiamarli è inutile. Qui poi in Labuan ove l'influenza del prete cattolico è quasi nulla, essendo assorbita dai capi inglesi che vivono quasi tutti in concubinato o in adulterio, eppure pretendono d'essere cristiani; c'è meno ancora a sperare».

VIII. La porzioncella particolare

Venne però alla fine anche il sospirato momento in cui D. Antonio poté dire: questa è la terra che Dio m'ha fissata, qui spargerò i miei sudori; ora mi trovo al mio posto. Sulla fine in fatto del gennaio del 1858, circa tre anni dopo la dipartita da Milano, salutò i compagni della Micronesia cui Dio chiamava alla Cina (essi partironsi da Labuan il 25 di febbraio 1858, per Singapore ed Hong-Kong, sul Brigantino di D. Carlos. Dopo questa separazione anche D. Ignazio rimase solo a Labuan), si recò nei dintorni di Borneo, a 35 miglia dal suo caro D. Ignazio, che per l'avanti non avrebbe potuto vedere più di qualche volta al mese. Tosto incominciò le sue fatiche apostoliche e costruì una Chiesa in Baranbang, terra non lontana più d'un miglio da Borneo, da cui è separata da un largo fiume. Spese per l'edificazione solo 1500 dollari, ma riuscì tanto bene che quella casa del Signore si imponeva ai riguardanti. Due torri ne adornavano la facciata, e due croci inalberate sovr'esse dominavano il paese, non senza destare l'invidia e l'odio del fanatico maomettano che tentava rapirgli i suoi pochi cristiani, usando talora anche la forza. La dedicò alla Madonna delle Grazie e vi radunò subito intorno quattro famiglie cristiane. Poi diede opera ad accrescerne il numero col trasportarvi quei fortunati che di mano in mano ricevevano la grazia del Santo Battesimo, e vi riuscì, sebbene non tanto quanto avrebbe bramato. Era il suo pensiero di fabbricare molte case intorno alla chiesa e formarvi un paese intieramente cristiano.
Già nutriva ragionevoli speranze di copiose conversioni tra i Murut, naturali dell'interno, gente fedele alla data parola, senza una religione ma desiderosi di averla, e coi quali D. Antonio era entrato in amichevole relazione religiosa. Ma l'uomo nemico, che vigila sempre ai danni del bene, si oppose colla potenza della forza brutale, e quando il Missionario aveva già raccolte dieci famiglie, con sommo dolore, vide i Pangiram, capi mussulmani, rapirgliene quattro, cui invano si sforzò di reclamare. Questo fatto non presentava il carattere di una momentanea violenza, ma disposizioni a rinnovarsi ogni volta che fosse possibile. Ciò lo costrinse ad andare con molta cautela nel concedere il Battesimo, per timore di cotesti despoti brutali, giacché, diceva egli, appena battezzati me li rubano i Pangiram; cautela che aveva dovuto usare fin dal primo formare lo stabilimento, ma per altro motivo. Quando non aveva dove collocare i nuovi suoi figli, per tenerseli sotto gli occhi, difficilmente passava al battesimo dei catecumeni, per tema che non apostatassero, lasciandoli in pericolo prossimo.
In mezzo ai suoi cristiani e catecumeni, se si eccettuano alcune scorrerie nell'interno dell'Isola, viveva di ordinario ritirato per la grande scostumatezza del paese. Ce lo raccontò egli medesimo con queste parole colle quali chiude una narrazione de' brutali costumi degli isolani. - "Che farà adunque il povero Missionario? Star ritirato tra casa e chiesa a far orazione. Così me la passo io. Qui ritirato con questi miei cristiani, vivo con loro, come uno di loro. La mia casa non è più bella della loro, i miei mobili sono la scranna, un tavolino e tre casse; non c'è di più: mangio riso e pesce lo stesso di loro, e quando uno di essi non ne ha, gli divido del mio; viviamo come una sola famiglia».

IX. Il trasferimento

Frattanto il P. Cuarteron, sia che fosse stanco di rimanere in quelle isole, sia che perdesse dei capitali coi quali doveva sostenere le spese della Missione, lasciò intendere che non era per continuarla, né aspettava per ritirarsi che una decisione di Roma, alla quale aveva sottoposto il giudizio della cosa. Verso la metà poi del mese di Dicembre del 1859, senza lasciar danaro ai Missionari partissene per Looporing, dicendo che sarebbe stato assente per due mesi. Egli avrebbe mantenuta la parola se un tifone che gli spezzò gli alberi e gli aperse la Goletta in acqua, non l'avessero costretto a rimanere più lungamente a Looporing.
Questi incidenti non turbarono per nulla D. Antonio del quale il compagno Borgazzi scriveva: "D. Antonio in Borneo se ne ride di tutto: vive con arroz (riso) e peseadillo (pesciolini), e il poco denaro che ha lo spende allegramente a finire la sua chiesa che è proprio bella, lavorandovi egli stesso come un facchino». - E del resto s'incoraggiava e consolava con questo pensiero: intanto "due bambini stanno in cielo, e due altri cristiani morirono muniti dei Sacramenti».
Sul principio d'Agosto del 1860, quando meno ci pensava, riceveva ordine da Roma di recarsi col confratello Borgazzi all'obbedienza del R.mo D. Luigi Ambrosi, Prefetto Apostolico di Hong-Kong. La ragione di questo trasferimento non gli veniva detta, né la seppe mai chiara, e morì senza poter ben conoscerla. Qual impressione doveva produrre questo comando che troncava ogni concepita speranza, mandava in fumo le fatiche, le pene, le spese di tanto tempo non è dirsi. Bisognerà che entri in una missione nuova, che ricominci a studiare dall'abicì nuove lingue, a naturalizzarsi in altro clima, in altri costumi. Tuttavia calmo e sereno, si consolava nella fiducia di non aver contribuito in nulla a tale deliberazione e di recarsi in mezzo a compagni. Vi vedeva una disposizione di Dio, e senza nulla intendere e nulla domandare, partivasene contento. - "Contento, scriveva poi, io fui tutto il tempo che stetti a Borneo, contento spero che starò ad Hong-Kong, o in qualunque altro luogo sia destinato. Credo, almen volontariamente, di non aver mai dato disgusto al mio Superiore in tutto il tempo che stetti a Borneo, né lui mi ha dimostrato mai segno di disgusto alcuno.» Questo sì confortevole pensiero della buona testimonianza della coscienza ripeteva egli anche da Hong-Kong in una lettera del 29 di Settembre del 1860, in cui dopo di aver esposto le sue supposizioni intorno a questo trasferimento (egli lo riteneva derivato da dissesto delle sostanze del R.mo P. Cuarteron), così asserisce: - "Quanto alle lettere di Roma (che riguardavano la nuova destinazione) non mi danno alcun pensiero, perché io credo proprio in coscienza di aver fatto in Borneo il meglio che ho potuto. Ho sempre creduto di essere in perfetta relazione ed unione col mio Superiore: le molte lettere che ancor conservo ne sono la prova. Che se poi con me parlava e scriveva ad una maniera e scriveva a Roma all'altra, a lui tocca.»
Se ebbe un qualche rincrescimento in questo fatto, esso era degno d'un cuore apostolico e subordinato alla santa volontà del Signore. Gli spiaceva - "lasciare quelle più famiglie cristiane che aveva radunato presso di sé ... e i Murut, gente dell'interno con cui aveva fatta tanta relazione, e già essi avevano tagliato spontaneamente i legnami e le asse per fare una chiesucciuola nella loro terra.» Ma conchiudeva dicendo: - "Basta! il Signore mi toglie quelli, ma spero che mi darà altri ».
Il 24 d'Agosto di quest'anno 1860 partì dunque per Hong-Kong, e vi arrivò il nove di Settembre, dopo 16 giorni di felice navigazione. Ad Hong-Kong si mette sotto l'obbedienza del R.mo Sac. D. Luigi Ambrosi, della Diocesi di Verona, Prefetto Apostolico della Missione e Procuratore di Propaganda per tutte le Missioni Cinesi. Ma una sorpresa e un dolore ebbe tosto a subirvi, poiché non vi trovò l' amatissimo suo D. Paolo Reina, Vice Prefetto e Vice Procuratore, cui l'infermità che lo condusse al sepolcro aveva obbligato a porsi in mare per l'Europa il22 del giugno antecedente. Cosicché scrivendogli poi in Europa che sperava di riaverlo guarito e Superiore gli esprimeva l'afflizione pel - "non essere arrivato ad Hong-Kong in tempo di dargli un bacio di saluto".
Il nuovo Superiore Ambrosi l'accolse con benevolenza, lo ebbe come giuntogli in buon punto, per le costruzioni che meditava, ed alle quali diede tosto opera, formando insieme i disegni ed affidandogliene la esecuzione. Da Hong-Kong il confratello D. Timoleone Raimondi così informava del suo arrivo il Direttore dell'Istituto di S. Calocero, con lettere dell'11 di Settembre: «Domenica scorsa, con nostro contento ci arrivarono qui i due Missionarii di Borneo, Riva e Borgazzi. A dirle il vero, io non so combinare le relazioni inviate a Roma contro i nostri due Missionarii colle lettere ufficiali scritte da D. Carlos Cuarteron, ai due Missionarii, e ch'io lessi, e coi fatti che io conosco. D. Carlos Cuarteron, l'anno scorso, a Manila aveva già assicurato i suoi amici che voleva abbandonare la Missione, e questo non perché fosse malcontento de' suoi Missionarii, dei quali faceva elogio, ma bensì per affari pecuniari. - I due Missionarii erano in mala vista delle autorità civili perché D. Carlos aveva disgustato le dette autorità. Così succedeva che appena i due Missionarii dovessero star forti a difendere i cristiani, le autorità loro erano addosso. Dio giudicherà la cosa, ma è mia ferma opinione, dopo aver ben ponderata e indagata la cosa, dopo l'aver sentite varie cose a Manila, circa la Missione di D. Carios Cuarteron, è mia ferma opinione ch' esso già fosse determinato ad abbandonare la Missione da più di un anno fa, prima che succedessero questi disgusti tra i Missionarii e le autorità civili, e che per avere una ragione onde ritirarsi onestamente, si approfittò di questa occasione, e, scrivendo a Propaganda, senza forse accorgersi, descrisse la cosa più nera che non fosse. Del resto io son persuasissimo che qui i due Missionarii daranno
a conoscersi quali sono buoni e obbedienti». Ambrosi poi li amò e rese loro, ai 30 di Dicembre di quel medesimo anno, questa bella testimonianza: - "Checché si possa aver detto dei RR. Riva e Borgazzi, io non ho che da lodarmene; essi lavorano da buoni operai nella vigna del Signore; né mancherò per parte mia di profittare di qualche circostanza per fame sapere qualche cosa alla Sacra Congregazione» (Lettera a D. Alessandro Ripamonti).

X. Hong-Kong e la corona

D. Antonio, in fatto, nel breve tempo che visse ad Hong-Kong attese all'erezione del monastero per le Figlie della Carità, che comprende educandato, scuole, orfanotrofio, asilo per bambini esposti, ricovero per le penitenti e per le ammalate. Collocò l'altar maggiore nella chiesa dell'Immacolata, tutto di marmo fatto venire dalla Toscana; con molta abilità e sapienza governando ogni cosa in modo di ottenere i maggiori comodi colle minori spese, di buon accordo col R.mo P. Ambrosi, il cui disegno non garbavagli molto, per il dispendio che richiedeva senza offrire vantaggi corrispondenti. Per raggiungere il suo intento, studiava sui piani e sul lavoro dì e notte, né desisteva finché non fosse riuscito a fare quanto egli riteneva dovuto al bene della Missione, alla quale aveva consacrato tutto se stesso. In pari genere di fatiche diresse la costruzione del Palazzo di Procura dei Reverendi Padri Domenicani spagnuoli, i quali, per trasportare da Manila ad Hong-Kong la loro Procura, nell'ottobre del 1860, avevano comperato la casa e il terreno di José d' Almada, contiguo all'area dove fu eretto quasi contemporaneamente il monastero delle Canossiane. Morendo lasciava, per fabbricare la casa della Missione che un incendio aveva distrutto nel 1859, un disegno molto studiato, quale lo richiedevano le difficoltà del terreno, e i vari usi di catecumenato, seminario e presbiterio ai quali doveva servire.
Il suo lavoro non fu però tutto disegni e fabbriche cui attese finché gli fu possibile adoperarsi. Appena giunto in Hong-Kong s'applicò allo studio della lingua portoghese, affine alla Spagnuola, che si parlava nella sua Missione di prima, ma pur sempre lingua affatto distinta. Era questa una fatica grave assai per D. Antonio presso ai 40 anni, al quale lo studio era costato tanto fin dalla prima età, tutta fatta per l'imparare; tuttavia vi si sottopose con grand'animo, colla tenacità sì propria del suo proposito, coll' orazione impetrando ciò che la natura negava, e riuscì per modo che nella quaresima del 1862, sebbene già molto ammalato intraprese a predicare i Venerdì, nella Chiesa dell'Immacolata che è la principale della Prefettura Apostolica di Hong-Kong, e se non poté compiere l'opera santa fu solo pei rapidi progressi dell'infermità che ne troncò i giorni preziosi. E prima di questo sacro impiego, avendo campo a predicare e confessare nella propria lingua italiana, vi si esercitò ogni settimana in qualità di confessore delle Canossiane, con vera consolazione del pio suo spirito.
Avvezzo nelle isole Filippine ad una vita simile a quella dei nativi per la semplicità, la povertà, l' austerità, non poco dovette lottare nell'intimo suo cuore fra gli agi e certa grandezza che offeriva la colonia inglese di Hong-Kong, a certe convenienze d'una vita civile assai urbana e squisita, alle quali era pur d'uopo acconciarsi. Il sistema della Missione era diametralmente opposto alle sue idee, a' suoi sentimenti, contro l'aspettazione formatasi nel venirvi. Ma era pena tutta per lui, che nel vigore dello spirito sapeva essere ilare sempre e piacevole con tutti, e fuori di casa e in casa, con coloro che lo consolavano e con quelli ch'erano l'occasione del suo interno patire. Mentre non violava le debite convenienze nel tratto fraterno, sapeva astenersi dalle ricreazioni che ove l'avesse voluto avrebbe potuto pigliarsi, come fu di certa accademia musicale che venne data in una sala vicinissima alla sua camera nella Quaresima del 1862, ed alla quale erano convenuti Sacerdoti di diverse nazioni e religiosi. Egli allegando il male suo, non volle far un passo fuor della camera, per gustare le armonie, ma si trattenne in utili ragionamenti con un altro confratello, guardando tratto, tratto il vestito nuovo che si era preparato per il giorno della sua morte, e col quale essere sepolto.
Quando chi stende questa memoria, dopo un viaggio di quasi due anni, ritornò dall'interno della China ad Hong-Kong, estremamente indebolito di forze fisiche e mentali, anzi alienato di mente, D. Antonio gli fu d'intorno con squisite e persistenti sollecitudini, fin tantoché, aggravandosi il male d' entrambi, non lo poté più assolutamente aiutare, finito e stremato dalla sua infermità. Ma chi scrive,
grazie alle accorte a provvide di lui cure, in parte del Carnevale e della Quaresima di quel 1862, poté essere sollevato un po' di spirto e celebrare la Santa Messa, e predicare e far scuola di letteratura latina e di filosofia, fino a Pasqua celebrata, quando D. Antonio non aveva più forze; neppure per sé.
Fu anche grandemente distaccato dai beni della terra, cosicché quand'era ancora in patria se n'era valso per il bene, e si era rifiutato di spogliarsi di quanto poteva esser suo pel solo riflesso di non voler contribuire con un atto positivo all'ingordigia altrui, senza che dal suo rifiuto traesse poi vantaggio per sé, che non contava per nulla le ricchezze. In Missione non chiese mai checchessia ai facoltosi genitori, e solo una volta scrisse in un angolo di lettera ai suoi queste parole: 'Se mi mandate denaro l'accetto.' Avutolo, se ne valse per erigere due campanili alla sua Chiesetta malese. Ad Hong- Kong sebbene fosse creditore colla Missione d'oltre 400 dollari, dovuti gli per elemosina di messe celebrate, non cercava quel denaro ma solo facevasi somministrare dal P. Ambrosi gli oggetti che gli occorrevano e le elemosine poi poveri o per aiuto delle scuole cattoliche, dai missionari aperte e sostenute col loro privato peculio.
E donde traeva il pianto confratello la sua forza, la buona riuscita negli impegni affidati gli? Non da altro che da quella pietà che l'apostolo chiama utile a tutto, da quell' orazione fervorosa, fiduciosa, continua che è la debolezza di Dio e l' onnipotenza nostra. In fatto nelle prove, nelle lotte, negli abbattimenti di spirito, il collega Borgazzi lo trovava inondato di lagrime ai piedi del suo crocifisso, o dell'immagine di Maria Santissima, la cara Madre che abbiamo ne' cieli, alla quale D. Antonio nutriva tenerissima divozione.
Con questo spirito di pietà e d'orazione sostenne con pazienza e fortezza inalterabile il peso della lunga e penosa sua malattia. I primi sintomi del male apparvero nel gennaio e febbraio di quell'anno, ma allora sentivasi ancor vita e robustezza da assistere e regolare i suoi operai e muratori cinesi. Nella quaresima l'infermità aggravossi e dovette sospendere la predicazione alle religiose, e sul termine non poté più né celebrare la Santa Messa, né uscir di casa, obbligato a letto da febbre, che medicine mal a proposito gli destarono a gravame. Fu penoso sacrifizio, ma tal era il voler del Signore, e ciò lo tranquillava. Stette per tre mesi senza poter ritenere cibo alcuno, perché e in casa e fuori, dopo il cibo, lo sorprendevano repentini vomiti che lo tormentavano dì e notte. L'impeto del male era siffatto che se trovavasi per via, non aveva tempo di ripararsi in qualche luogo meno esposto agli sguardi, onde ne ritraeva non leggi ere umiliazioni. Scoperse una gonfiezza interna come di acqua adunata al ventricolo: si fece applicare pasta vescicatoria; ma il medico che la scrisse parve non curarsi poi di trame vantaggio, e solo con nuove medicine tolse i sinistri effetti delle precedenti inopportune. Il calore della stagione in quell'isola vicina al tropico, e dentro la zona torrida, già facevasi sentire con forza; il nutrimento rigettato arrecava languore e sfinimento e pena al povero malato, il quale ne risentiva fino alla testa,cosicché a domandargli come stesse, scherzando rispondeva: La mia testa vola, vola. Dopo la Pasqua venne portato in camera più spaziosa, arieggiata e lontana dai rumori, nella medesima casa però della Procura, dove abitavano tutti i Missionarii residenti nella città, dopo l'incendio della casa della Missione: era la camera d'ordinario serbata pei Vescovi. Quivi coi medici inglesi sperimentò anche i chinesi, adattandosi alla loro maniera di medicina, ben diversa dalla nostra; ma inutilmente.
In un patire che era davvero grande e continuo, accostumato a trattare con durezza il suo corpo, mediante le austerità delle mortificazioni e delle penitenze, respingeva, per quanto stava da lui, ogni delicatezza dalle sue membra e ci voleva tutta l'industria dell'amicizia per fargli prendere qualche conforto di cibo o di bevanda più conforme al suo bisogno. Invece gli si vedeva sempre in volto la rassegnazione e la conformità ai voleri del Signore, spesso il sorriso sulle labbra, e talora pure l' espressione del gaudio di poter patire e offrire il sacrifizio della vita al suo Dio: sentimento quanto nobile ed arduo, altrettanto più frequente e fermo all'avvicinarsi dell'ultimo giorno. L'ora terribile del nostro ritorno a Dio non lo sgomentava, ma scorgendola ogni dì più accostarsi, moltiplicava le pratiche di pietà e il ricevimento de' santi sacramenti, solo lamentandosi talvolta qualche poco perché la malattia gli impediva di fare del bene, e voleva dire, di far tutto il bene che bramava nel suo cuore ardente d'amore e di zelo.
Nel conversare, durante la vita, aveva molte volte espresso il desiderio di morire nel bel mese di
Maria, e la sua diletta Madre lo ha esaudito. Il maggio volgeva al suo termine, e il buon D. Antonio, come lampada cui è sottratto il nutrimento, andava sensibilmente accostandosi all'ultima sua ora. Avendo replicatamente ricevuto nel corso della malattia il santo viatico, con divozione affatto straordinaria accolse l'ultima volta lo sposo divino dell'anima sua, e i solidi conforti onde la Chiesa aiuta i figli suoi nel gran passaggio all'eternità. Passò gli ultimi giorni in orazione quasi continua, assistito dal compagno di tutto il suo tempo di Missione. Presso all'ora estrema, D. Antonio lo prega ad aiutarlo nella recita del Santo Rosario; e mentre vi veniva rispondendo, giunto al terzo mistero, ripete le dolci parole: Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l'anima mia, cessa di parlare e soavemente spira nel Signore, il27 di maggio del 1862 alle tre ore e tre quarti di mattino.
Quasi assopito in un soave sonno, D. Antonio rimane colle labbra composte a sorriso, ma lasciando nel dolore e nelle lagrime il suo fedele D. Ignazio, tutti gli altri missionarii e i cristiani che ne avevano conosciuta e apprezzata la virtù. Sul suo letto di morte, rivestito degli ornamenti sacerdotali e il crocifisso di Missionario nelle mani, venne fotografato, poi deposto nella funebre bara, lasciata aperta per coloro che bramarono vederlo un'ultima volta. Solenni esequie furono celebrate nella chiesa principale di Hong-Kong, concorrendovi il clero dell'isola con molto interessamento, le religiose colle loro fanciulle allieve e i cristiani adunativisi a invocare sull'anima sua bella la clemenza del Signore, e la pronta visione del Sommo Bene. Ai piedi del feretro stava in una cornice a modo di quadro questa semplice ma espressiva iscrizione, dettata da D. Ignazio: Antonio Riva - Bornei primum - Hong Kong deinde Missionario Apostolico - virtutibus omnibus - preclaro -
pacem adprecamini.
Pervenuta la nuova di questa morte preziosa nel paese nativo, tosto fecero per l'anima del confratello perduto, in S. Calocero, i suffragi solenni che si sogliono celebrare pei Missionarii. Altri molto distinti gli fecero celebrare in Lecco i suoi doviziosi parenti; ed altri ancora volle la popolazione di Sala dove era stato per più anni a coadiuvare il Parroco, memore della sua liberalità e virtù, e gli vennero celebrati con profonda commozione.
La memoria delle egregie sue virtù non scese colla salma nel sepolcro, ma sopravisse nel cuore dei molti che seppero conoscerlo. Il Signore pietoso co' suoi figli che si sforzano piacergli acceleri la gloria al pianto confratello, ove tuttora abbisognasse de' nostri suffragi e della misericordia divina. Possano le maschie sue doti essere tesoro di vita a quanti ebbero ed hanno vincoli d'unione con un' anima così bella, e a quanti cadrà sott' occhi questa memoria, che con tenera gratitudine il confratello ed amico depone sulle spoglie benedette che attendono, oltre i mari, il giorno della resurrezione e della vita.

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1863

P. FENAROLI ANDREA  (1840-1863)

Nato ad Alzano maggiore, Bergamo, il 22-1-1840, entrato a San Calocero il 10-9-1861, ordinato sacerdote il 19-1-1863. Partito dall'Italia il 16-3-1862, vi giunse il 28-4. Di ritorno da un funerale a Happy Valley, il lO settembre, si fermò alla casa di Luigi Tacchini in Wanchai e gli propose di fare un bagno per rinfrescarsi: entrambi scesero alla spiaggia ma solo p. Andrea entrò in acqua e dopo pochi minuti vi rimase annegato.

Memoria del sacerdote bergomese Andrea Fenaroli, 
Missionario Apostolico ad Hong Kong
 
(di P. Giacomo Scurati, dal Vincolo n. 124).

Il confratello Sac. D. Andrea Fenaroli, quinto figlio di Giovanni e Maria Bana, agiati e religiosissimi genitori, nacque in Alzano maggiore, nella Diocesi di Bergamo, il 22 di gennaio dell'anno 1840. Sortito fin dall'infanzia un carattere mite, paziente e docile, anche castigato de' leggieri falli domestici non s'adirava, e aveva appreso a parlar volentieri di sacerdoti, di religiosi e di chiesa. Sui nove anni incominciò il corso ginnasiale nel Collegio vescovile di Celana, dove anche lo compì, distinguendosi per la sua pietà e timor di Dio, cosi da riuscir caro ai superiori e di edificazione ai condiscepoli. Si ricordano ancora i teneri sensi, onde infiorava i suoi elaborati quando volgevansi intorno a Gesù e Maria. Allorché venne definito dal glorioso Pontefice Pio IX il dogma dell'Immacolata vi fu gran festa e luminaria nel Collegio, della quale il pio giovanetto Fenaroli riuscì il moderatore e l'anima. Parlava volentieri di cose virtuose, desiderava convertir anime, e s'inspirava all'amore dei sacrifici, attento in iscuola e diligente ne' suoi doveri. Aveva a condiscepolo un giovin signore del suo medesimo paese, ma nel tempo delle vacanze non usava con lui, perché, a suo dire, aveva pensieri ed idee troppo diverse dalle sue.
Terminato il corso ginnasiale, studiò filosofia e teologia nel Seminario di Bergamo, sempre uguale a se stesso. Un anno che ammalossi fu lasciato andare a casa, ove già meditando il pensiero delle missioni tra gli infedeli, trascorso il tempo delle scuole, sostenne molti disagi, per avvezzarsi ai patimenti dell'ardua carriera. Studiava assai, fin le cinque o sei ore di seguito. Talvolta nei giorni festivi, dopo le sacre funzioni, raccolse fanciulli e li condusse a ricrearsi pei campi, e cosi sottraevali a pericoli. Quando poi decise di consacrarsi alle Missioni, parve spiegare con uno zelo distinto, un'abilità maggiore di quella mostrata per l'addietro.
Presi i debiti consigli ed ammesso nel Seminario di S. Calocero, vi entrò giovanissimo appena diacono, il lO Settembre del 1861, avendo però già compiuto il corso teologico. Qui, ottenuta quella maggior larghezza di dispensa dall'età che gli fu possibile, procurò d'essere ordinato subito sacerdote, e lo fu sul principio di luglio del 1862 in Trento, dal Vescovo. di quella città, non essendovi in quei giorni ordinazioni in alcuna diocesi lombarda. A Trento fece pure i Santi Esercizi di preparazione; ma celebrò in S. Calocero la sua prima messa. Mentre faceva la sua prova nel nostro Seminario di Missioni, venne a Milano D. Timoleone Raimondi, Viceprefetto della Missione di Hong Kong, e si accordò con lui di portarsi colà a proprie spese, per esservi adoperato come Rettore del Collegio che si cercava erigersi. D. Timoleone ritornato poi in China ne sollecitò l'invio, il quale ebbe luogo il 16 di marzo del 1863, col corredo e spese di trasporto fatte in gran parte, se non in tutto, dal Missionario stesso.
Non essendo, a suo credere, molto lontano il giorno di mettersi in via, il di 6 di settembre del 1862, esprimeva i suoi sentimenti su questo importante passo nella lettera seguente, in cui effondeva il suo cuore con un antico condiscepolo di collegio e di Seminario, il Signor Daniele Rosi:
"Quanto inaspettata, altrettanto cara mi è stata la lettera che mi venne consegnata dal mio compagno D. Remigio Pezzotti. Niente per me di più caro che l'avere notizie de' miei amici e l'udire da essi che conservano ancora verso di me quell 'amicizia che tanto mi era di conforto nel Seminario di Bergamo. Amico, credetemi, ora che sono per abbandonarvi del tutto, sento veramente il più vivo rincrescimento, e invidio ancora, da questo lato, i bei giorni del nostro tirocinio. Che volete? Qui su questa terra bisogna far la volontà di Dio, bisogna separarsi, dirsi addio, e confidare solamente nella vita avvenire, dove non ci separeremo mai più. In questi giorni per me casi solenni, gli ultimi che passerò forse in Italia, altra consolazione non mi rimane che lo stringere al mio seno l'immagine di Gesù crocifisso; il sacrifizio che debbo fare è grande, ma con questo Gesù crocifisso nelle mani, credete che non mi può turbare l'aspetto di una patria amata ma che mi sfugge per sempre davanti, con quanto ha di più caro, e benché la carne si risenta, il mio spirito va ripetendo: Christus Jesus crucifixus solutio est omnis difficultatis. Oh! che non dice ad un 'anima sensibile alle grandezze della fede uno spettacolo di tanto amore! Come piccoli diventano i nostri sacrifizii paragonati alle pene del Golgota! Ora pensate, amico, come tanti popoli non conoscono questo Dio crocifisso, morto anche per essi, e quindi perdonate, o amico, se l'animo non mi regge all'aspetto di tanta sventura, perdonate se dimentico d'ogn'altro affetto io volo al soccorso loro: sono fratelli essi pure, sono figli di un solo pastore a noi comune, sono redenti col medesimo sangue... L'opera è difficile, ma mi conforta che Dio suoi trarre la sua gloria dalla nostra debolezza medesima, mi conforta il patrocinio di Maria, mi confortano le preghiere de' miei amici. Oh! sÌ, non dimenticatevi mai di pregare per me, pe' miei figli, gli infedeli! Tutti e due benché divisi attendiamo con ogni mezzo alla nostra salute, e alla salute de' nostri prossimi! Il Signore ci dia quel zelo che è necessario al prete, quel coraggio che forma l'apostolo, quelle virtù che adornano i santi. D. Remigio vi avrà già detto la mia Missione: Hong Kong, in China. Oh, che bel campo! Quante anime da salvare! Spero e spero molto di poterne salvare in buon numero! lo vi lascio perché è passata la mezza notte. Daniele, non vogliate per carità addormentarvi in un angolo della vigna del Signore, ricordatevi anche del vostro amico - Fenaroli Andrea, Missionario».

Il mattino del 16 di marzo del 1863 ebbe luogo la sempre bella e commovente funzione dell' invio. D. Andrea non era solo ad incamminarsi verso l'Oriente, ma un altro Sacerdote della Diocesi di Bergamo partivasi con lui per la missione centrale del Bengala. Sebbene il giorno fosse piovoso, il popolo s'affollò nella Chiesa, dove il R.mo Mons. Galli, Provicario generale, celebrò la S. Messa, benedisse i crocefissi, che mise al collo dei due mandati dal Signore, e disse parole di conforto, di benedizione e di addio. Al venerabile dignitario rispose D. Andrea con queste parole che buttate in carta durante la notte, non si finirono di scrivere che mentre Monsignore già celebrava la S. Messa:

"Giunse anche per noi il momento tanto desiderato di consacrarsi intieramente ali 'opera la più santa, quella di portare il nome di Gesù e di far note le mirabili invenzioni del suo amore ai popoli infedeli. In oggi è appieno soddisfatto il voto ardentissimo del nostro cuore. Fidenti in questo Dio crocefisso, unica speranza dell'apostolo di Gesù Cristo; appoggiati a questa croce, consolazione,forza e guida fedele del Missionario, nel nome del Signore che nonostante la nostra insufficienza ci ha prescelti al ministero dell 'Apostolato, muniti della benedizione del Vicario di Cristo, nostro amatissimo Pastore, confortati dalle vostre parole, o venerando dignitario di questa chiesa milanese, noi volentieri abbandoniamo quanto di più caro e sacro vi era per noi in queste contrade, per muovere alla conquista delle anime più abbandonate, ritrarle dall'errore e dall'abisso di schiavitù in cui giacciono ognora sepolte, donar loro la libertà dei veri figli di Dio, condurli a dir breve ali 'unico ovile, la chiesa cattolica, fuori della quale hanno errato fin qui senza speranza di salute.
Prima però di allontanarci da questo altare, il nostro cuore sente il dovere di rendere un pubblico attestato a tutti quelli che in qualsiasi guisa s'adoperarono perché fossero appagati i nostri voti, e perché noi deboli, ignoranti, senza mezzi, mercè le paterne e incessanti loro cure o preghiere, avessimo a riuscire meno inetti a sÌ difficile incarico. A Voi in prima, o venerando Provicario di questa illustre Diocesi, che in nome dell'amatissimo nostro Pastore siete venuto fra noi per confortarci della vostra benedizione, armarci il petto dell 'unica validissima arma il Crocefisso, sieno le nostre grazie, e grazie a Voi pure, o direttori e precettori che non risparmiaste fatica alcuna per educare l'intelletto e il cuore nostro a questa divina vocazione. Indelebili nella nostra memoria e più ancora nel nostro cuore saranno i vostri beneficii, né migliore ringraziamento sappiamo rendervi, se non quello di una sincera promessa di una fedele e costante osservanza de' vostri saggi e prudenti consigli.
Ed anche a voi pure, devoti fedeli, si volge il nostro pensiero confortato dallo spettacolo della vostra religione, con cui accorreste per pregare l'ultima volta con noi a questo altare, acciò il Signore inviasse i suoi operai a quella messe abbondante che già biondeggia, coltivata da altri de' nostri confratelli di ministero. La vostra presenza ci
è di doppio conforto, giacché ci porge una prova che nei vostri animi è viva ancora e salda la fede, contro della quale si arrovellano oggidì tanti nemici, ministri di errore e di iniquità per strapparvela dal cuore. Deh, non sia mai vero che mentre noi spingiamo il pensiero e l'opera nostra ai popoli che non l 'hanno, dietro a noi entri il nemico a spogliarvi del più prezioso di tutti i doni la fede e l'amore di Gesù Cristo. Noi pregheremo, e se i sacrifizii di cui non è senza la separazione di questo giorno, e quelli che ci attendono sul campo del nostro Apostolato avranno qualche merito presso Dio benignissimo, volonterosamente li offriremo acciocché, e in voi, e in noi si conservi forte ed illeso l'attaccamento alla Cattolica Chiesa, madre e unica maestra di verità.
Conscii però che ogni dono procede da Dio, fonte d'ogni bene, bene, via, verità, vita, padre dei
poveri, a lui ei volgeremo incessantemente, onde ei soccorra col potente suo divino aiuto. Egli si è degnato sceglierei fra mille a continuare la missione del suo divin Figliuolo, doniei ancora di conseguire profittevolmente quel fine che per gli amorosi suoi consigli ei affida. Forti della sua onnipotenza e nel suo nome, partiamo alla volta di quelli che chiamiamo ora nostri figli, dividendoci da voi nostri fratelli in Gesù Cristo, per poi riunirei tutti insieme nel giorno estremo, attorno al comune nostro padre ne' cieli ".

Da Milano colla ferrovia D. Andrea portavasi a Genova col compagno destinato alle Indie e col procuratore del Seminario nostro D. Alessandro Ripamonti. Quivi venne raggiunto il dì seguente da quattro Suore della Carità, le RR. Suor Annunziata Carminati, visitatrice, Suor Maria Angelina Ballio, Suor Nazarena Cavallotti e Suor Maria Scatti destinate al Bengala centrale. Queste religiose, celebrata alla sera del dì 16 la loro funzione d'invio, il 17 di gran mattino si mettevano in viaggio, e giungevano a Genova in tempo d'imbarcarsi lo stesso giorno coi Missionari, per Marsilia. Nella breve navigazione "ebbimo - scrisse D. Andrea che era alla testa della spedizione - ottimo bastimento, ottima burrasca che ci ha fatto provare subito cosa sia il viaggiar in mare. Le Suore furono le prime a sentirne l'effetto e noi ne seguimmo subito l'esempio".
"A Marsiglia poi [dove arrivarono verso il mezzogiorno del dì seguente] a gran fatica - continua D. Andrea - ci fu dato di poter trasportare a terra le nostre casse, sotto il titolo di bagagli: si trattava di 22 capi, e abbisognavano due barche per trasportare tutto alla dogana, dove furono depositate, senz' essere assoggettate a visita".
Dal porto e Missionari e Suore passarono alla città, dove presero alloggio all'Hotel de Rome, albergo frequentato dai buoni preti. Il governo francese aveva accordato sulle Messaggerie imperiali due posti gratuiti per Missionari, tre per le Suore ed uno per un catechista che doveva recarsi al Bengala, ma non vi andò. D. Andrea ne ebbe cognizione in Marsiglia, all'ufficio di quella Società di navigazione; e trovando che mancava il posto per una Suora, per questa pagò il passaggio. Indi, sbrigati gli affari ebbe il grazioso pensiero di scrivere i voti di tutti al nostro Superiore, Mons. Giuseppe Marinoni, per il suo giorno onomastico. Poi sul «Labourdonnais" partivansi di là tutti per Alessandria d'Egitto.
Appena gettata l'ancora in questo porto, D. Andrea, presa una barchetta discende a terra solo, si reca dai RR. PP. Lazzaristi, dove il Sig. Bell, Superiore della Casa, gli dice di non sperare riduzione di prezzo, per il passaggio a bordo delle navi postali francesi. Egli tuttavia vuol tentare e recasi dal console francese impetrando il bramato favore. Gli risponde questi di nulla poter fare pe' Missionari italiani, senza aver prima consultato il ministero, il quale aveva già date altre negative. La nave stava per sferrare: sopra una non fondata speranza dovevasi perdere la corsa? D. Andrea pensa bene di non inoltrare petizione, ma tosto ritornarsene al bastimento per aver consiglio dal compagno e dalle Suore sul da farsi. Si convenne di prendere i primi posti, pagare ed andarsene. Allora, prese seco le Suore, ritornò in Alessandria, lasciando al porto il compagno D. Remigio, al quale affidò la cura de' numerosi bagagli. D. Andrea condusse le Religiose dalle Suore della Carità che stanno di contro alla casa dei Lazzaristi, poi andò pei biglietti alla ferrovia, e con una vettura condusse le religiose alla stazione; ma al momento di muoversi D. Remigio non era ancor giunto colle casse, né arrivò in tempo da farle caricare. L'imbroglio non fu leggiero, ma, grazie a Dio, senza sinistri per le opportune sollecitudini dell'ottimo P. Bell, che fece riuscire ancor tutto a bene.
Da Suez navigando sul "Cambodge" giungeva il 2 d'aprile a Point de Galle [porto in Ceylon] dove s'incontrò col confratello D. Francesco Pozzi che ritornava in Italia, mandato dal suo Vicario Apostolico per riacquistarvi la sanità sciupata, ripararvi le forze e poter rimettersi ai travagli apostolici. In questa rada del Cielan [Ceylon] si separò dalle Suore, dal suo amatissimo compagno, per proseguire poi da solo, in altra direzione, il suo viaggio. Il 28 del medesimo Aprile, pervenuto alla meta, scriveva al suo professore di lingua inglese, e confratello amatissimo D. Carlo Salerio: «Eccomi a Hong Kong in mezzo ai miei confratelli dilettissimi che mi aspettavano; eccomi nel luogo da Dio assegnatomi, e dove spero di lavorare per la sua gloria e per la conversione delle anime più bisognose ed abbandonate. Iddio che mi ha benedetto durante il viaggio che non poteva essere migliore, mi benedirà anche in tutta la mia vita. Sento
veramente il bisogno anzi il dovere di ringraziare Iddio di tanti beneficii e spero che tutti nella nostra famiglia di S. Calocero si uniranno a me e lo pregheranno che mi assista, perché senza di Lui nulla mi sarebbe dato di poter fare».
I pochi mesi che Dio gli numerò per la carriera apostolica, lo mostrarono fornito di molte belle doti e pieno di buon volere. «Del nuovo arrivato non possiamo che lodarci - scriveva il Missionario D. Gaetano Favini il 29 di maggio - quantunque fino ad ora si mostrasse alquanto peritoso, forse per istudiare il terreno che sta calcando, e fors'anche perché prevenuto della situazione di Hong Kong». Si esercitò con molto buon esito in tutti gli atti di ministero che si sogliono dare da compiere a chi giunge di nuovo in Missione. Conoscitore della musica diede opera a formare una cappella di giovani dilettanti, pel servizio della Chiesa nelle principali solennità. Il riserbo che poté aver usato sul principio. poté anche dipendere da un po' di timidezza di carattere, ajutata dai patimenti d'un clima affatto nuovo e che rende inclinevoli alla malinconia.
Il quinto mese del suo arrivo sulla terra sospirata e ottenuta a costo di tanti sacrifizii, venne dal Signore, i cui imperscrutabili giudizii non vanno mai scompagnati dalla misericordia, chiamato a sé, forse perciocché la malizia non guastasse il cuore di lui. D. Andrea passò di vita il lOdi settembre del 1863, in un modo doloroso, la narrazione del quale prendiamo dalle due lettere del Reverendissimo Prefetto Ambrosi, in data, una dell' Il e l'altra del 27 di settembre.
"Una visita un po' solenne, - così egli, - è piaciuto al Signore di farci ieri sera... Il buon Sacerdote Missionario, che molto prometteva, D. Andrea Fenaroli, ci fu immaturamente rapito. Non ben anco finito il pranzo, precisamente alle cinque, prese la portantina e andò al cimitero a compiere un'opera di misericordia, a seppellire un morticino e due morti. Al ritorno entrò in casa di Luigi Tacchini che sta a mezza via tra la chiesa e il cimitero, dove gli venne offerto alcunché da reficiarsi, ma da cui egli si astenne differendo fin dopo un bagno di mare che voleva prendere, sentendosi, diceva, alquanto aggravato, e supponendo che un bagno l'avrebbe alleggerito. Ne fu sconsigliato da un piloto genovese che vive con Luigi, tuttavia persistette, restando Luigi spettatore sulla spiaggia, seduto a pochi passi ed in conversazione con lui. Due minuti dopo d'essere entrato nell'acqua che non era punto profonda, affondò, poi comparve ancora un istante gorgogliando, e ricadde cadavere. Quando il povero buon Sacerdote calò a fondo, Luigi si trovò assai imbrogliato e corse veloce a casa sua, che era vicina per chiamare l'aiuto del piloto. Venne questi velocissimo al luogo, si mise nell' acqua con un chinese (ché di circa una trentina ch' eran lì testimonj dell'accaduto, appena quest'uno ebbe un po' d'animo) e coll'aiuto di Luigi e della sua moglie che mostrò coraggio veramente virile e cristiano, il cadavere fu tirato dall'acqua sulla spiaggia.
"La domane, 11 di Settembre, verso le quattro e mezzo di sera si cantò un notturno dell'Uffizio de' morti, colle laudi, e col concorso di amici e buona gente, di sei delle nostre Suore, con una quarantina delle nostre orfane, di due Suore francesi, dei Reverendi Padri Domenicani e dei Missionarii ad exteros di Parigi. Assistettero pure alle esequie in quel giorno ed accompagnarono il cadavere al cimitero (un tre miglia distante) alcuni militari ed ufficiali cattolici, senza contare il nostro buon amico Sir Enrico Ball, primo giudice della colonia, e due compagnie di soldati".
Il giorno diciassette, settimo della morte, gli si cantò messa solenne da requiem, cui molti amici e devoti assistettero, suffragandone l'anima. In questo giorno ai piedi del catafalco leggevasi: Die recurrente VII / ab obitu / adestote fideles / Rev. D. Andr. Fenaroli / virenti aetate / inopina morte abrepti / una cum sodalibus / casui / illacrimantes / ejusque animae gaudia / apud superos perpetua / piis fusis precibus /
properate.
La notizia di questa morte improvvisa riuscì molto acerba anche a S. Calocero, dove si applicarono le messe consuete di suffragio e si celebrò ufficio solenne da morto come costumasi in morte de' Missionarii. La famiglia del defunto, che è molto religiosa, bevette l'amaro calice, e la triste novella affisse pur l'animo di sua madre che, inferma per apoplessia, sopravisse al figlio, tanto da offerire a Dio la morte del caro frutto delle sue viscere materne. Che Dio, buono e clemente, lo abbia accolto nella sua pace, assunto alla sua corona, alla sua gloria nei gaudii imperituri del cieli.

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1868

P. ORIGO GAETANO  (1835-1868)

Nato a Milano il 7-8-1835, ordinato sacerdote ed entrato nell'Istituto il 29-10-1858, partì per Hong Kong il 26-3-1861 dove arrivò il 2-4. Impegnato dapprima nell'insegnamento ai seminaristi, nella cura dei soldati e nell' apostolato ai carcerati e condannati a morte, nel 1864 fu mandato sul continente ad aiutare p. Volonteri a Ting Kok. Nel 1865 si trasferì a Sai Kung dove aprì una chiesetta e formò la prima comunità. Passò poi a Tam Shui. In questi peregrinazioni faticose si ammalò di tisi polmonare che lo portò alla tomba il 26-3-1868.

Lettera-Testamento di P. G. Origo a Mons. Marinoni, del 3 marzo 1868

La sentenza del mio vicinissimo trapasso è stata data, ho già ricevuto una volta il SS. Viatico, e sebbene mi alzi e mangi, pure è comune certezza che in brevissimo tempo in domum Domini ibimus (andremo alla casa del Signore). Grazie al Signore... Ma prima di partire voglio salutarLa e ringraziarLa di avermi contro ogni mio merito accettato nel Seminario delle Missioni, d'aver usato ogni cura e sollecitudine per la mia buona riuscita, d'avermi destinato a questa cara Missione, e d'aver con lettere e preghiere confortato e diretto il mio spirito. Ringrazio pure D. Carlo Bolis, D. Alessando [Ripamonti], D. Carlo Salerio che cooperarono al medesimo fine. A tutti e a Lei specialmente domando perdono d'ogni offesa, disubbedienza, disgusto che abbia mai recato. O se la Divina Misericordia mi libera dall'inferno e possa andare in Paradiso, pregherò per Lei, Amatissimo e Rev. Padre, pel Seminario, per gli alunni tutti. Saluto per l'ultima volta, gli bacio la mano e mi dico suo obbl.mo in Xsto,
M[issionario] A[postolico]. Gaetano Origo.

Lettera di Mons. Giuseppe Marinoni a P. Gaetano Origo (25 aprile 1868)

Carissimo D. Gaetano,
                                            Io spero che questa mia lo trovi ancora vivo e meglio in forze di quello che fosse allorché mi scriveva una commoventissima lettera che mi trasse le lacrime e commosse anche quanti la udirono: si potrebbe dirla il suo testamento, il testamento di un Missionario che riconosce la grazia della sua sublime vocazione, e si addormenta fiducioso nel bacio del Signore, di cui conosce appieno la bontà e la misericordia. Prego Dio che la confermi in quei santi sentimenti e la conservi ancora a lungo, se così torna a Sua gloria e al bene delle anime.
Avrei bramato di vederlo tornare da Hong Kong col drappello di giovani Cinesi che sono richiesti dal Collegio di Napoli. L'aria nativa è un gran balsamo e lo stesso viaggio di mare suole in molti casi riuscire di sollievo agli infermi della sua qualità. Ma sia fatto in tutto la santissima volontà di Dio.
Scriverei a D. Simeone Volontari, ma non ho ancora ricevuto da Roma le facoltà che egli
desidera per indulgenze, etc. . ..
Addio, mio amatissimo D. Gaetano, a ben rivederci in cielo se non lo possiamo più in terra.
L'abbraccio con tutto il cuore e mi dico in unione di sante preghiere.

Dev.mo e Aff.mo in Cristo
P. Giuseppe Marinoni

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