IL NOSTRO PROGETTO DI VITA

HONG KONG
LA MEMORIA FONTE DI SPERANZA
NECROLOGI dei MEMBRI del PIME di HONG KONG

a cura di P. Stefano Andreotti

"Interroga le generazioni passate, e rifletti sull'esperienza dei padri.
Noi infatti siamo di ieri e non sappiamo nulla.
I nostri giorni sulla terra non sono che un'ombra.
Ma essi certamente ti insegneranno, 
traendo le parole dal loro cuore"

(Giobbe 8: 8-10)

- 1 - - 2 - - 3 -

1861 - P. Paolo Reina
1862 - P. Antonio Riva
1863 - P. Andrea Fenaroli
1868 - P. Gaetano Origo

1868 - P. Gaetano Favini

1877 - P. Domenico Davanzo
1878 - P. Borgazzi Ignazio
1889 - P. Sasso Luigi
1892 - P. Burghignoli Giuseppe
1894 - Mons. Raimondi Timoleone
- 4 - - 5 - - 6 -

1901 - Mons. Scurati Giacomo
           - P. Viganò Bemardo
1902 - P. Bianchi Francesco Maria
1904 - Mons. Volonteri Simeone
        - Mons. Piazzoli Luigi Maria
1911 - P. Poletti Attilio
        - P. Salice Amasio Francesco
         


1916 - P. Andreoletti Celestino
1919 - P. Gabardi Pietro
1923 - P. De Maria Pietro
1924 - Mons. Pozzoni Domenico

 

 

 

1925 - P. Zamponi Giuseppe
1928 - P. Placzek Agostino
1930 - P. Banchi Antonio
1933 - P.Ferrario Angelo
1936 - P. Carabelli Giuseppe
1940 - P. Crippa Luigi
1941 - P. Garbelli Pietro
1942 - P. Teruzzi Emilio
1943 - P. Arvat Davide
1945 - P. Olivares Gioacchino
1948 - P. Robba Michele

- 7 - - 8 - - 9 -
1950 - P. Spada Giovanni Michele
1951 - Mons. Valtorta Enrico
1953 - P. Maglioni Raffaele
1956 - P. Frare Domenico Andrea
1957 - P. Grampa Angelo
1959 - P. Page Daniele
1960 - P. Zilioli Giacomo
1962 - P. De Maestri Francesco
           - P. Feroldi Alfredo
1963 - P. Bacchin Angelo
1965 - P. Riganti Antonio
1967 - P. Alessio Giusepe
1968 - P. Tragella Giovanni Battista
           - P. Pilenga Baldassare
1969 - Fr. Radice Adolfo
1972 - P. Della Nina Raffaele
           - P. Liberatore Ottavio
1973 - P. Bonaudo Lorenzo
            - P. Bonaldo Pietro
            - P. Poletti Ambrogio
1974 - P. Fraccaro Valeriano
1976 - P. Granelli Andrea
            - P. Galbiati Umberto
1977 - P. Tapella Enea
1978 - P. Cornetti Alessandro
1979 - P. Orlando Carmelo
1980 - P. Speziali Cirillo
           - P. Brookes Riccardo
           - P. Strizoli Giuseppe
1981 - P. Bruzzone Edmondo
           - P. Parodi Mario
1982 - Fr. Brambilla Luigino
1983 - Mons. Bianchi Lorenzo
           - P. Cantore Michele
1984 - Fr. Polo Vittorio
- 10 - - 11 - - 12 -
1988 - P. Beretta Enrico
           - Fr. Colleoni Mario
           - P. Cozzolino Domenico
           - P. De Angelis Orazio
1989 - P. Maringelli Domenico
           - P. D'Ayala Valva Diego
1990 - P. Ricciardi Francesco
           - P. Viganò Giovanni
1991 - P. Bolis Luigi
           - P. Carrà Giuseppe
1993 - P. Tettamanzi Ferruccio
1994 - P. Calzini Ovidio
           - P. Ramacciotti Adolfo
1995 - P. Santinon Narciso
           - P. Numeroso Luciano
1996 - Fr. Polli Enrico
1997 - P. Gambaro Luigi
           - P. Pittavino Giovanni
1998 - P. Boerio Antimo
           - P. Girardi Giacomo
           - P. Pisani Osva1do
           - P. Bazzo Domenico
2000 - P. Aletta Luciano
2002 - P. Barbieri Amedeo
2003 - P. Einaudi Secondo
           - P. Lerda Francesco
2004 - P. Famiglietti Giuseppe
           - P. Caruso Giorgio
           - P. Crotti Amelio
2006 - P. Lambertoni Adelio
           - P. Maestrini Nicola
2007 - Fr.Causa Andrea
           - P. Mencarini Lido

1988

P. BERETTA ENRICO (19'19-1988)

Necrologio (dal Vincolo N. 157, aprile-giugno 1988, p. 88)

P. Enrico Beretta, figlio di Carlo e di Maria Bernareggi, nato a Camparada (Milano) il 23 dicembre 1919. Entrò nell'Istituto 1'8 ottobre 1938 proveniente dal seminario di Venegono e fu ordinato sacerdote a Milano il18 dicembre 1943. Partì per Hong Kong il 6 ottobre 1947. Morì a Rancio 1'11 gennaio 1988.

Un santo missionario divorato dalle anime

Un desiderio è certo nel cuore del P. Enrico Beretta che ha cessato di battere nella casa di Rancio di Lecco 1'11 gennaio scorso. Il desiderio di essere più prete, di essere prete per la gente che talvolta incontrava un po' di fretta, ma verso la quale era inesorabilmente attratto dal suo zelo missionario. Amava predicare, trascorrere lunghe ore nel confessionale: il suo tempo, se mai ne avesse una manciata libera, era tutto per gli altri, per le anime. Il suo cuore fremeva e si appassionava per ogni persona che incontrava. I suoi occhi caldi e affettuosi, che nascondevano tanta sofferenza fisica, racchiudevano insieme il velato rammarico di non potere "fare di più".
L'epilogo della sua vita è segnato da questa ansia che lo portava a farsi in quattro per arrivare dove c'era bisogno. Un mezzogiorno di settembre, mentre in bicicletta andava a confessare percorrendo le strade di Watford (Inghilterra), cadeva malamente a terra in seguito ad un improvviso arresto cardiaco, ed entrava in stato di coma completo, dal quale non sarebbe più uscito né all'ospedale di Watford né a quello del Niguarda di Milano, né alla casa di Rancio, che ne accoglieva l'ultimo sospiro.
Nativo di Camparada, una frazione di Lesmo, in provincia di Milano, P. Enrico Beretta era stato battezzato lo stesso giorno della sua nascita, il 23 dicembre del 1919. A 12 anni faceva il suo ingresso nel seminario diocesano, prima quello minore di Seveso, e poi a quello di Venegono, fino al passaggio al Pime, avvenuto con il secondo anno di filosofia. Studente dal 1938 nella casa del Pime a Genova S. Ilario, p. Enrico Beretta riceveva l'ordinazione per l'imposizione dalle mani del Cardinale Schuster il18 dicembre 1943, nella chiesa di S. Bernardino alle Ossa di Milano. Non potendo partire per le missioni a causa della guerra in corso, veniva nominato nel' 44 prefetto del seminario di Monza, dove si dedicava anche all'insegnamento della musica e del disegno, e diventava l'anno seguente vicario cooperatore nella parrocchia di Renate in Brianza.
Il 9 ottobre 1947 segnava la data della sua prima partenza, con destinazione Hong Kong. Qui gli incarichi si susseguirono a catena: vicario cooperatore nella parrocchia di S. Giuseppe, poi nel distretto rurale di Tai-O, quindi nella parrocchia di S. Teresa, in Kowloon. E ancora: rettore temporaneamente, nel 1953, del centro pastorale di Diamond Hill; vicario cooperatore, nel novembre dello stesso anno, nella parrocchia della cattedrale di Hong Kong, e due anni dopo di quella del Rosario di Kowloon, per divenire parroco nel 1957. Nel 1964 P. Beretta lasciava la cura della parrocchia, destinato al seminario diocesano di Aberdeen, sempre ad Hong Kong, come insegnante di latino, inglese, storia, musica, arte. Nel luglio del '68 rientrato in Italia per un periodo di vacanza fu trattenuto dai superiori per attendere al ruolo di propagandista presso la casa di Milano.
Quindi passava nel '72 al centro Ramazzotti quale responsabile per le giornate missionarie, a cui si dedicava senza risparmio di tempo e fatica. Con l'assunzione da parte del Pime di una parrocchia a Senigallia, all'inizio dell'85, P. Beretta veniva destinato all'arduo compito di dare impulso alla presenza missionaria in questa nuova sede. Infine si rendeva disponibile, pochi mesi prima della morte, quale rettore della casa di studio di Watford, in Inghilterra, dove uno dei tanti e sempre più trafelati viaggi in bicicletta doveva risultargli fatale. Ora il corpo di P. Beretta riposa nel campo santo dei missionari del Pime a Villa Grugana, sopra un colle nel colle della sua Brianza, da cui l'intrepido missionario sembra volere ancora abbracciare il suo amato Istituto, i suoi cinesi, la gente tutta che ha incontrato sulle strade del mondo, alla quale sempre ha annunciato pace e bontà.

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FR. COLLEONI MARIO (1910-1988)

Necrologio (dal Vincolo N. 159, luglio-dicembre 1988, p. 175)

Fr. Mario Colleoni, figlio di Giacomo e di Antonietta Dassi, nato a Bergamo il 13 febbraio 1910 entrò nell'Istituto a Milano il 5 novembre 1930. Partito per Hong Kong 1'8 gennaio 1934, fece il giuramento perpetuo a Hong Kong il 15 agosto 1935. Fu procuratore dell'Istituto a Hong Kong. Morì a Rancio 1'8 giugno 1988.

Nato a Bergamo il 13 febbraio 1910, era entrato nell'Istituto il 5 novembre 1930, nella casa di Milano, dove due anni dopo emetteva il giuramento temporaneo. Il 12 gennaio 1934 si imbarcava sulla nave "Conte Rosso" insieme al superiore generale Padre Manna alla volta di Hong Kong, dove approdava dopo 50 giorni di navigazione. Qui emetteva il giuramento perpetuo il 15 agosto 1935, divenendo procuratore della missione e incaricato della sovrintendenza del cimitero di Happy Valley, oltre che Scout-Master della 'Catholic Boys Scouts Association' di Hong Kong. Diventa anche, nel dicembre 1942, assistente del rettore della casa centrale della missione, e nell' ottobre del 1945 contabile generale della 'Catholic Truth Society'. Quindi, nel 1955, sovrintendente di tutti i cimiteri della colonia, dopo essere stato nominato procuratore dell'Istituto ad Hong Kong in successione a P. Luigi Bolis ed economo della regione. Alla fine dell'85 veniva colpito da un primo attacco di ematosi cerebrale che lo lasciava bisognoso di cure e di riposo. Progressivamente doveva lasciare i suoi incarichi, finché una seconda ematosi nel dicembre dell'86 doveva colpirlo nella coordinazione delle idee e nella parola. Consigliato di rientrare in Italia, si stabiliva nella casa di Rancio di Lecco, dove 1'8 giugno scorso il Signore lo chiamava a sé.

Ricordi personali (di P. Nicola Maestrini)

I primi anni di missione

Quando il frate l Mario arrivò in Hong Kong il l febbraio 1934 io ero a Santa Teresa in Kowloon, ma solo due anni dopo passai alla Cattedrale dove Mario già lavorava come assistente procuratore. Per ben 14 anni, dal 1936 fino al 1950 quando lasciai Hong Kong, vissi in Cattedrale con il Mario e l'ebbi sempre come mio aiutante e collaboratore in diverse e svariate attività. Oggi, molti del Pime conoscono solo il fratel Mario di questi ultimi 30 anni, l'uomo d'affari, "the executive", il "boss" di grosse imprese come l'amministrazione dei cimiteri di Hong Kong, la procura dell'Istituto e della Diocesi, eccetera. Ma io ho conosciuto da vicino e lavorato col Mario quando era ancora il semplice "Frate l Mario", il buon fratello coadiutore secondo il genuino stampo pimino, sempre allegro, sempre sorridente, sempre fedele alle sue pratiche di pietà, sempre pronto ad aiutare tutti, cominciando dal vescovo sino all'ultimo servo della casa.
Non esitò ad asserire che se non fosse stato per il lavoro che Mario fece in quei primi anni della sua vita missionaria, dal 1934 al 1950, oggi la "Chiesa" di Hong Kong nelle sue strutture non sarebbe quella che è. Il Mario ebbe davvero un ruolo determinante nella vita della Chiesa di Hong Kong in quegli anni cruciali. Per quanto riguarda me posso dire che fra le tante persone che ho avuto come aiutanti nelle svariate attività di questi 58 anni di vita missionaria in Hong Kong e in America, il fratel Mario è stato per me uno dei miei più validi collaboratori e una delle più care persone con cui ho lavorato.

Lavoro umile e nascosto

In questo breve scritto voglio solo ricordare alcune delle sue attività principali in quegli anni difficili che tanti hanno forse dimenticato e tanti altri non hanno mai conosciuto. Quando Mario arrivò nel '34, la missione di Hong Kong stava attraversando tempi molto difficili. La catastrofica crisi finanziaria del 1932-33 che aveva portato la missione all'orlo della bancarotta non era ancora del tutto superata. Si navigava allora solo con la testa fuori d'acqua e soltanto il regime ferreo di emergenza messo in effetto con tanto rigore da P. Ottavi o Liberatore ci dava un barlume di speranza di potere sopravvivere. Mario entrò subito nello spirito della situazione, comprese appieno l'indiscutibile abilità finanziaria del P. Liberatore, e seguì le sue direttive e i suoi metodi senza dissentire e criticare.
Nel 1936 fui trasferito da Santa Teresa alla cattedrale come segretario del vescovo. Lavoravo sì e no un paio di ore al giorno per quell'anima santa di Mons. Valtorta, ma poi dedicavo la parte maggiore del mio tempo alla incipiente 'Catholic Truth Society', all'insegnamento catechetico nelle nostre scuole, a diverse associazioni giovanili e alla direzione spirituale. Mi occupavo di più faccende di quelle che potevo fare da solo e avevo sempre bisogno di aiuto. L'unico a cui potevo rivolgermi era il Mario, e Mario, pur avendo tutto il suo lavoro da fare, non si rifiutava mai. Mi aiutava a tenere i conti della CTS, a mimeografare le copie per le mie lezioni di catechismo, rispondeva alle telefonate per me, andava per me in giro per le chiese a mettere a posto i pamphlet-racks e a raccogliere i soldi. Insomma, proprio per la sua grande generosità, mi faceva quasi da assistente come lo faceva anche per il vescovo e per il rettore
della casa!

La consacrazione della cattedrale.

Alla fine del 1938, occorrendo il cinquantesimo anniversario della inaugurazione della cattedrale, Monsignor Valtorta decise di fare la solenne consacrazione l' 8 dicembre per sollecitare i fedeli a pregare per la pace. La Cina era già un guerra e nubi minacciose gravavano sull'Europa. Monsignore incaricò Mario e me, come suoi cerimonieri, di preparare e dirigere la complicata cerimonia. Oltre la solenne consacrazione che durò quasi tre ore (eravamo ancora prima del Vaticano II) ci fu poi, la domenica seguente, la solenne processione eucaristica per le strade di Hong Kong. Il P. Thomas F. Ryan la ricorda nel suo libro "The First Hundred Years", pagina 215. Vi parteciparono oltre 6.000 persone e circa tra 250 sacerdoti e seminaristi. Fu davvero una bella dimostrazione di fede quando si pensa che a quel tempo tutto il vicariato contava solo 35.000 cattolici, tra Hong Kong e l'interno. Le giornate di preparazione per quelle due manifestazioni furono davvero giornate di lavoro intenso e difficile. La pazienza del Mario, il suo costante sorriso, la sua abilità organizzativa fecero di quelle due manifestazioni un grande successo.

La guerra: 1940-45

Poi venne la guerra. Nel 1940 l'Italia si schierò contro l'Inghilterra e un buon numero di padri italiani dovettero lasciare Hong Kong per Macao. Al Mario fu permesso di rimanere in Hong Kong, come pure al P. Bruzzone e al sottoscritto, come membri dello staff personale del vescovo. La comunità della cattedrale calò di numero, ma con le condizioni di guerra il lavoro aumentò per tutti e il Mario continuò a farsi in due per adempiere il suo lavoro in procura e aiutare tutti.
Quando poi in quelle ore tragiche dell' 8 dicembre 1941 i giapponesi attaccarono Hong Kong, noi italiani, essendo teoricamente nemici degli inglesi, fummo internati nelle prigioni di Stanley. Nei 17 giorni di prigionia che seguirono, Mario fu l'unico che seppe mantenere il suo sorriso, incoraggiando tutti e riuscendo persino a farci ridere anche quando durante il violento attacco giapponese contro il forte di Stanley le bombe passavano fischiando sopra le nostre teste per esplodere con colpi tremendi meno di un chilometro lontano sulle pendici della collina.
Liberati da Stanley passammo 4 anni di fame, di paura, di bombardamenti, di agonia prolungata sotto i giapponesi. Chi non ha mai avuto a che fare con i militari giapponesi di quei tempi, non potrà mai comprendere cosa sia stata la nostra vita in quei giorni. E anche in quei lunghi anni che sembrava non passassero mai, l'unico della nostra famigliola della cattedrale che seppe mantenere il sorriso anche sotto i bombardamenti, incoraggiare gli altri e rendere la vita un po' meno dura fu sempre il Mario. Durante quei 4 anni il Mario mi dette un incredibile aiuto nel mio lavoro come parroco della cattedrale e rettore della casa. Lavorò praticamente come mio assistente e consigliere con una generosità e una dedizione "beyond the call of duty!".
E passammo davvero brutti momenti. I giapponesi requisirono le nostre belle campane italiane e allora d'accordo con il vescovo si decise di "mangiare" l'ormai inutile campanile. Con immenso rimpianto, quasi con le lacrime agli occhi, vendemmo la bella, enorme torre demolita poco a poco. La ragione fu che letteralmente non avevamo i soldi per fare la carità e neppure per vivere noi stessi. In quella torre c'era un'enorme quantità di travi e il legno era allora più prezioso dell'oro perché non si trovava altro combustibile per cucinare, eccetto andare a tagliare l'erba sui monti! Durante la demolizione dovemmo vigilare la torre giorno e notte perché non rubassero il legno. Con i soldi ricavati dalla vendita del legno potemmo fare molta carità e viverci anche oltre un anno. Poi il vescovo, con l' aiuto del Mario, vendette quasi tutto l'oro dei vasi sacri. Quando anche quello finì, ci mettemmo a contatto con Macao e avemmo un po' di soldi da là. Mario era sempre il factotum che arrangiava tutto.
Ma una triste mattina del 1945, una telefonata anonima ci informò che i giapponesi avevano confiscato la barca arrivata da Macao con la nostra corrispondenza di contrabbando, incluse anche lettere per il vescovo, per il Mario, per le suore e per me. Vivemmo tutti giornate di terrore aspettando ogni momento la polizia segreta giapponese che ci portasse in galera. Ma Dio solo sa perché non vennero e solo il 15 agosto potemmo tirare un sospiro di sollievo.

Lo sviluppo del dopo guerra

Finalmente ritornò la pace. Quando il giorno dell'Assunta, il 15 agosto 1945, a mezzogiorno sentimmo alla radio l'imperatore Hirohito dichiarare la resa del Giappone e la fine della guerra ci abbracciammo tutti come pazzi di gioia. Fu allora che il Mario tirò fuori una preziosa bottiglia di vino che aveva nascosta per berla proprio in quel momento di liberazione! Nonostante fossimo tutti deboli ed esauriti dopo quattro anni di vera e propria fame, cominciammo subito il lavoro di ricostruzione. Cominciammo con l'apertura non poco faticosa del Catholic Centre e del St. Nicholas Club nel vecchio King' s Building vicino al ferry di Kow100n, poi seguì il lancio del' Sunday Examiner', usando ancora dei vecchi stocks di carta dell'anteguerra, poi la rinnovata pubblicazione del 'Kung Kao Po', il negozio di libri ed articoli religiosi, e tutta una serie di attività dirette dal centro con uno staff di 27 impiegati.
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l'aiuto del Mario. Durante il giorno faceva il suo lavoro di assistente procuratore tenendo i conti, sorvegliando le costruzioni, facendo le commissioni per tutte le missioni dell'interno, ecc. Poi nel pomeriggio veniva giù al centro, teneva su il morale degli impiegati, faceva un po' da consigliere e da padre a tutti, e poi di notte preparava i conti per la Marie Vieira e per il nostro contabile Mr. Da Rosa. Nel 1948 io presi i primi tre mesi di vacanza in Italia dopo 17 anni continui di Cina e potei farlo solo perché il Mario si addossò lui tutta la responsabilità del complesso lavoro del centro e della CTS. Tanta acqua è ormai passata sotto i ponti da quel lontano 1 febbraio 1934, ma l'orma lasciata dal buon fratel Mario nella storia della diocesi di Hong Kong e ancora di più nell' anima di tanti che l 'hanno conosciuto e sono stati beneficati da lui non passerà mai.

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P. COZZOLINO DOMENICO  (1835-1988)

Necrologio (dal Vincolo N. 160, gennaio-marzo 1989, p. 58)

P. Domenico Cozzolino, figlio di Giuseppe e di Caterina Romano, nato a Pomigliano d'Arco (Napoli) il 24 marzo 1935, entrò nell'Istituto ad A versa il 31 agosto 1954 proveniente dal seminario regionale di Salerno. Ordinato sacerdote a Gaeta il 21 giugno 1959, partì per Hong Kong il 30 settembre 1961. Ritornato in Italia nel 1969, lavorò nella regione Italia Meridionale. Morì a Formia i130 agosto 1988.

In memoria del Padre Domenico Cozzolino (P. Giuseppe Buono, Superiore regionale)

Ci eravamo incontrati nella mattina del 30 agosto, nella casa natale del Beato Alberico Crescitelli, in Altavilla Irpina, per programmare il futuro.. . Avevamo controllato i lavori in corso in contrada Carbocisi, dove si sta costruendo una casa destinata all'accoglienza vocazionale, alla sosta dello spirito, del riposo. Poi, nel pomeriggio, ci eravamo separati: con i Padri Cannone e Germani io tornavo a Napoli; P. Cozzolino, con i Padri Boerio e Pinto, a Gaeta. Ventiquattro ore dopo, alle 15,00, il P. Cozzolino ci lasciava per sempre, stroncato da un arresto cardiocircolare irreversibile, nell' ospedale di Gaeta. Sorpresa e dolore, pur nello sforzo di aderire alla volontà del Padre, che non è la nostra...
P. Domenico Cozzolino aveva 53 anni, essendo nato a Pomigliano d'Arco (Napoli) il 24-3-1935. Aveva frequentato prima il seminario di Nola, successivamente il regionale di Salerno; poi a 19 anni, sentendosi chiamato "ad gentes", entrò nel seminario teologico del Pime in Aversa (Caserta). Il 21 giugno 1959 veniva ordinato sacerdote a Gaeta, nel santuario della SS. Trinità alla montagna spaccata. Trascorse i primi due anni di sacerdozio a Ducenta, come assistente e insegnante dei seminaristi e anche animatore, fino al giugno 1961 quando gli arrivò la destinazione alla missione di Hong Kong. Appresa benissimo la lingua cantonese, fu assegnato come coadiutore nella parrocchia di S. Francesco, dove collaborò con il P. De Angelis dal 1962 al 1965. L'anno seguente fu nominato direttore del centro sociale di Aberdeen rimanendovi fino all'agosto del 1969, quando fu richiamato in Italia per l'animazione vocazionale tra i seminaristi e i giovani con l'incarico di direttore regionale dell'ufficio stampa e propaganda per l'Italia meridionale.
Nell'ottobre 1970 fu a Ducenta come insegnante di inglese e successivamente come rettore del seminario, fino al settembre del 1972. Nel frattempo partecipò alla VII assemblea generale del Pime come deputato eletto della regione meridionale. N egli anni 1972-1979 P. Cozzo lino fu autorizzato dai superiori a fermarsi nella sua diocesi di origine (Nola), dove il vescovo Mons. Guerino Grimaldi gli affidò successivamente la direzione spirituale degli alunni del seminario, della piccola "comunità Betania", che aveva lo scopo di riunire giovani sacerdoti "per una più organica ed efficace opera vocazionale tra i giovani", ed infine anche l'impegno di sostituire il defunto Luigi Pierro nella direzione dell'Ufficio diocesano delle PP.OO.MM. Dopo sette anni di servizio in diocesi fu richiamato nel Pime. Per tre anni (79-82) fu rettore della casa di Gaeta, poi ancora incaricato dell'animazione missionaria e vocazionale nei seminari e nelle parrocchie, con residenza temporanea in famiglia per motivi di salute, fino al 1984, quando nelle case di Napoli e poi di Sassari fu ancora incaricato dell'animazione vocazionale specialmente tra i gruppi del Movimento giovanile missionario.
Nel 1986 gli fu affidato l'ultimo incarico: un'esperienza vocazionale e missionaria ad Altavilla Irpina, nella casa del Beato Alberico Crescitelli, estendendo la sua attività nelle diocesi di Avellino e di Benevento. Due anni, impegnato in questo lavoro; ora si sentiva anche più incoraggiato perché, finalmente, avrebbe avuto come collaboratore
- anche se temporaneo - P. Salvatore Iddau. I progetti, per ora, sono svaniti perché "i miei pensieri non sono i vostri, le mie strade non sono le vostre" dice il Signore. Molti sono accorsi alle celebrazioni eucaristiche in suo suffragio: nel santuario della SS. Trinità di Gaeta dove venne consacrato sacerdote per la missione, nel suo paese natale a Pomigliano d'Arco, dove ricevette il battesimo; a Ducenta dove iniziò il cammino verso la missione. E sono venuti tanti sacerdoti e tanti giovani, anche da lontano, soprattutto quelli del Movimento giovanile missionario.
Ora un brivido di fede ci percorre l'animo: capire la volontà del Padrone della messe che chiama a sé gli operai della vigna nel pieno del giorno. È un interrogativo: andrà avanti l'esperienza missionaria ad Altavilla? Vorrei citare, tra i diversi telegrammi, uno: quello degli eredi del Beato A1berico Crescitelli: "Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi... La famiglia Crescitelli piange colui che venne in silenzio e ci ha lasciato". Chi darà voce a questo silenzio?

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P. DE ANGELIS ORAZIO  (1905-1988)

Necrologio (P. Osvaldo Pisani, dal Vincolo N. 160, gennaio-marzo 1989, p. 59)

P. Orazio De Angelis, figlio di Tommaso e di Serafina Costantini, nato a Picciano (Pescara) il 24 settembre 1905, entrato nell'Istituto il 13 novembre 1925 in II teologia, proveniente dal seminario regionale di Chieti, fu ordinato a Penne (Pescara) il 2 giugno 1928. Partì per Hong Kong il19 luglio dello stesso anno. Morì nella sua missione il15 dicembre 1988.

"Ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ormai è li in serbo per me la corona di giustizia, che il Signore, giusto giudice, mi darà in compenso quel giorno (2 Tim. 4: 7 -8)".

Ben volentieri ho accolto l'invito del superiore regionale, P. Lido Mencarini, a scrivere due righe sulla persona e l'attività missionaria di P. De Angelis, che per più di 12 anni mi fu maestro e guida nell' apostolato parrocchiale. P. Orazio De Angelis morì a 83 anni il 15 dicembre 1988 all'ospedale delle Suore Canossiane, dopo 60 anni di intenso apostolato a servizio della chiesa di Hong Kong. Arrivò in missione il17 settembre 1928 all'età di 23 anni e dopo 5 mesi fu destinato come coadiutore al distretto di Tam- Tong nel territorio ora appartenente alla Cina comunista, lasciando un caro ricordo di sé come ottimo missionario. Dopo 2 anni fu richiamato in città, nella casa centrale della missione, dove per quasi un anno fu segretario di Mons. E. Valtorta, notaio del tribunale ed assistente dei giovani di Azione Cattolica. Il 24 novembre 1931 fu nominato coadiutore nella parrocchia di S. Margherita, dando così inizio a quello che fu un lungo (più di 40 anni) e fruttuoso apostolato come parroco di due parrocchie tra le più vaste della diocesi, lasciando una grande eredità di affetti.
Il 26 aprile 1953 fu richiamato in Italia, dove per sei mesi fu rettore della casa di Catania e poi fu mandato a Detroit, dove lavorò per 8 mesi, lasciando un'ottima impressione fino al punto che i Padri di là lo volevano come regionale, ma egli rifiutò l'invito. Nel settembre del 1974 rinunciò alla parrocchia e si ritirò presso l'attuale chiesa di S. Paolo, dove dimorò fino alla sua morte. Nel frattempo non rimase inerte; al contrario si dedicò alla cura dei carcerati offrendo nello stesso tempo i suoi servizi domenicali in una parrocchia della periferia fino a quando gli venne meno la salute.
Non è tanto facile dire quale sia stata la caratteristica speciale di P. De Angelis. Mi sembra di non sbagliare nell'affermare che egli era un uomo eccezionale sotto ogni aspetto: lo zelo per le anime, l' amore per i poveri, la cura degli ammalati, l'ardente passione per la liturgia. Egli era pure un eccezionale oratore, che affascinava sempre i suoi ascoltatori, sia fanciulli che adulti. Era anche un poliglotta. Sapeva infatti parlare fluentemente più di 7 lingue. Eppure aveva l'animo di un bambino per il suo entusiasmo della natura. Un'altra dote particolare era il suo pronto sorriso ed il grande amore per i bambini. È tuttavia vero che non li poteva sopportare in chiesa perché disturbavano i servizi religiosi. Ma fuori chiesa diventava matto per loro ed aveva sempre caramelle per tutti.
P. De Angelis era un perfezionista in tutte le cose, anche le più piccole. Le mezze misure non erano per lui. Voleva che ogni cosa fosse fatta bene nella sostanza e nei modi. Alle volte poteva sembrare un po' pedante, ma questo lo esigeva per l'edificazione del bene di tutti.

Zelo per le anime

Questo si manifestava soprattutto nel vivo interesse che aveva per i catecumeni. Li voleva vedere uno ad uno prima di ammetterli al catecumenato, che durava almeno 6 mesi con tre lezioni di un'ora alla settimana. Gli incaricati per gli uomini erano il sottoscritto ed il segretario della parrocchia. Le donne erano istruite dalla catechista e da alcune signorine di Azione Cattolica. P. De Angelis passava in tutte le classi delle donne per riassumere e chiarire i punti principali della dottrina. Dopo i primi tre mesi di catechismo, tutti i catecumeni dovevano partecipare in gruppo ad una Santa Messa, perché si abituassero alla soddisfazione del precetto festivo. Alla fine del corso, c'erano gli esami scritti per chi conosceva i caratteri cinesi; per gli altri l'esame era orale. Chi non superava l'esame doveva continuare al minimo per tre mesi. Le tre sere precedenti il battesimo, i catecumeni venivano radunati in chiesa e lui stesso ripassava con loro tutto il catechismo. Alla fine mostrava gli oggetti sacri sia per la Messa che per la benedizione e ne spiegava l'uso e il significato. Non fa quindi meraviglia che P. A. Poletti, di santa memoria, con il suo stile incisivo diceva che conosceva i cristiani di P .De Angelis ad un chilometro di distanza.
Celebrava la Messa con devozione e dignità. Ogni domenica era assiduo al confessionale. Era poi un gusto sentire le sue prediche che preparava con meticolosità e sempre si adattava al pubblico che l' ascoltava. Il suo zelo per le anime lo mostrava anche per la cura personale della scuola parrocchiale, di cui egli era il direttore. Ogni mese teneva conferenze al corpo insegnante e si prendeva a cuore tutti i problemi che riguardavano la scuola, specialmente quelli degli alunni e delle loro famiglie.

Amore per i poveri

La segretaria del Centro Cattolico una volta mi disse: "Al tempo dell'occupazione giapponese (1941-1944), quante famiglie P. De Angelis aveva salvato dalla fame! lo stessa, se sono al mondo, lo devo a lui. Egli infatti ogni giorno portava a casa mia - ed a tutti quelli che poteva - un po' di riso con altre cose perché non morissimo di fame". lo stesso poi negli anni '50 lo vedevo varie volte uscire di sera con un sacco di riso o di farina sull'auto, e mi dicevo: "Cosa va a fare? Non certo a vendere tutto quel ben di Dio". Mi accorsi più tardi che lo portava alle famiglie povere. Allora c'erano anche tanti bambini che non potevano andare a scuola per mancanza di mezzi. P. De Angelis pensò di fondare una scuola serale per bambini poveri e, siccome nella scuola parrocchiale non c'erano locali disponibili, si rivolse ai fratelli Maristi che gestivano una grande scuola nel territorio della parrocchia e chiese loro di accettarli nelle loro aule, che di sera erano libere. In questo modo centinaia di bambini poveri poterono studiare gratis - per due ore tutte le sere. lo fui per parecchi anni direttore di questa scuola ed ogni volta che andavo a visitarla, rimanevo incantato dall'applicazione serena di quei cari bambini.
A parte tutto questo, ogni giorno sia al mattino che al presto pomeriggio, la spaziosa sala di aspetto era piena di gente che voleva vederlo; e lui era sempre pronto a sentire i loro mille problemi e faceva tutto il possibile per poterli risolvere. Quanto denaro P. De Angelis abbia distribuito ai poveri, solo Dio lo sa! Riceveva molte donazioni in denaro dai suoi ex-parrocchiani, distribuiti in varie parti del
mondo. lo spesso andavo in banca a riscuotere - a suo nome - assegni bancari. Ebbene quando morì non aveva nessun soldo in banca. I suoi soldi erano andati tutti a finire in una banca i cui interessi fruttano il cento per uno e la vita eterna, come lui era solito dire nelle sue prediche.

Cura degli ammalati.

Questo era un altro punto forte di P. De Angelis. Spesso li portava con la sua auto all'ospedale, li andava a visitare quando era libero, portando la sua parola di conforto, accompagnata sempre da qualche piccolo regalo e spesso anche da soldi. Tra i confini della parrocchia c'era un ospedale governativo per la tubercolosi. Fattosi amico delle infermiere cattoliche, veniva a sapere quali erano i cattolici; spesso andava a visitarli ed ogni mese portava loro l'Eucarestia. Questa incombenza la passò poi a me con grande mio piacere. Non si possono contare le visite degli ammalati che faceva a domicilio.
A questo proposito, io stesso devo dire che, da quando entrai nell'Istituto, cioè nel 1933 fino ad oggi, fra tanti padri che ho incontrato fino ad ora, ho conosciuto solo un padre con la P maiuscola, cioè un vero padre, un vero papà: e questo è proprio P. De Angelis. Dopo pochi mesi dal mio arrivo in missione, il vescovo mi mandò alla chiesa del Santo Rosario per continuare lo studio dell'inglese. Nel frattempo il parroco, che era P. De Angelis, si accorse che io non stavo troppo bene di salute. Mi fece visitare da un medico, il quale non riscontrò nulla di anormale. Ciò nonostante P. De Angelis mise a mia disposizione una bottiglia di vino da Messa durante i pasti (a quei tempi era un vero lusso) e poco dopo mi mandò per una breve vacanza da Padre G. Caruso a Saikung in aperta campagna. Tutte queste premure a mio riguardo non le potrò mai dimenticare.

Appassionato della liturgia

P. De Angelis voleva che le funzioni liturgiche, specialmente quelle di Natale e del Triduo Pasquale, fossero celebrate con devozione e dignità. Lui stesso chiedeva di fare le prove con i chierichetti per evitare eventuali errori. Queste celebrazioni erano sempre seguite dai fedeli con profonda commozione. Gli stessi Fratelli Maristi, oriundi di Shanghai, dicevano che nemmeno là avevano visto delle funzioni liturgiche così belle.
Il Signore nella sua bontà ha concesso proprio a me la grazia ad assistere alla fine del mio padre e maestro. P. De Angelis ricevette l'unzione degli infermi e l'Eucarestia con tanta spontaneità. Alla fine mi ringraziò per tutto quello che avevo fatto per lui. Nelle due settimane successive, l'ho sempre trovato tranquillo, quantunque non desiderasse morire. La notte del 15 dicembre l'ho assistito per tutto il tempo.
Era calmo e ringraziava i medici. Quando poi mi accorsi che la fine era vicina, la suora infermiera ed io recitammo ad alta voce le preghiere liturgiche per gli agonizzanti. Poco dopo, 5 minuti alla mezzanotte, spirò dolcemente, quasi con un sorriso.
I suoi funerali furono un vero trionfo. La chiesa di S. Margherita, dove egli aveva lavorato come coadiutore nel suo primo incarico parrocchiale in città, era gremita di fedeli, venuti dalle parrocchie in cui aveva speso tante energie e tanto amore. I sacerdoti concelebranti con il cardinale Giovanni B. Wu erano circa un centinaio. Dopo la lettura del Vangelo, Padre L. Mencarini, superiore regionale, e P. Giovanni Pittavino, che per quasi trenta anni aveva lavorato come coadiutore e poi come parroco in quella stessa chiesa, con parole commosse rievocarono la figura e lo zelo apostolico di P. De Angelis. Alla fine della Messa un padre Gesuita mi disse: "Oggi per i padri del Pime non è un giorno di lutto; è un giorno di trionfo". Tuttavia erano tanti a versare lacrime per la dipartita del loro amato pastore, sia in chiesa che al cimitero. A conclusione possiamo dire, come si espresse un nostro giovane confratello: "Con P. De Angelis si è spenta una generazione".

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1989

P. MARINGELLI DOMENICO (1913-1989)

Necrologio (P. Giovanni Campanella, dal Vincolo N. 162, luglio-dicembre 1989, p. 154)

P. Domenico Maringelli, figlio di Nicola e di Maria Giovanna Pedote, nato a Polignano a Mare (Bari) i12 gennaio 1913, entrato nell'Istituto il 17 ottobre 1929 a Genova S. lIario proveniente dal seminario di Monopoli, fu ordinato sacerdote a Milano il 28 giugno 1936. Partì per Weihwei (Cina) il 26 luglio 1936. Espulso nel 1952, passò a Hong Kong e vi rimase fino al 1972. Morì a Rancio di Lecco i19 giugno 1989.

"Sento che la mia fine si avvicina. Penso che sia giusto esprimere qualche mio sentimento. Prima di tutto e soprattutto un inno di ringraziamento alla misericordia di Dio... Chiedo perdono al Signore di tutto come sono reo davanti a Lui senza scuse e/o attenuanti! Chiedo perdono, e lo chiedo di cuore, a tutti coloro che nella mia vita avessi offeso o amareggiato. Intendo morire in piena adesione agli insegnamenti della Madre Chiesa. Ringrazio l'Istituto del bene ricevuto sia spiritualmente che materialmente. Ringrazio tanto quei buoni cristiani cinesi che per anni ed anni non mi fecero mancare il necessario quando ero in mezzo a loro, lontano dal vescovo e dai confratelli..." Questo il testamento spirituale che Padre Domenico MaringeUi con mano ferma e con bella calligrafia scriveva quattro anni e mezzo fa.
Il 10 ottobre 1984 il rettore della casa di Rancio, padre Luigi Pinos lo volle leggere, come atto penitenziale, alle solenni esequie che si svolsero nella cappella della nostra casa di riposo di Rancio, all' inizio della concelebrazione presieduta dal padre Giacomo Girardi, superiore regionale della regione Italia settentrionale lunedì 12 giugno con la partecipazione di concelebranti delle case di Milano, Monza, Sotto il Monte, Saronno, S. lIario, Treviso, della regione meridionale, e di alunni e sacerdoti della diocesi ambrosiana. Concelebravano anche i due Ecc. Vescovi Mons. Gaetano Pollio, che fu compagno di studio per alcuni anni in liceo e teologia, e Mons. Angelo Cerqua. Vi era anche una numerosa rappresentanza della parrocchia di Castello dove, come diremo, Padre Maringelli per quindici anni esercitò il ministero sacerdotale dopo il suo rientro da Hong Kong nel 1972.
Padre Domenico Maringelli, proprio in questo mese di giugno, il 28, avrebbe compiuti i 53 anni di sacerdozio! Egli era nato a Polignano a Mare, diocesi di Monopoli, in provincia di Bari, il 2 gennaio 1913 da genitori profondamente cristiani. Egli, con orgoglio, ricordava che la sua parentela annoverava vari sacerdoti e religiosi, fra i quali spiccava lo zio materno fra Bonaventura Guglielmi dei frati minori, insigne predicatore e insegnante di teologia dogmatica e di S. Scrittura nel teologato della provincia minoritica di S.Angelo in Puglia. Non c'è da meravigliarsi, quindi, se a dieci anni entrò nel seminario vescovile di Monopoli per seguire Cristo che lo chiamava al sacerdozio. Ma il Signore lo voleva missionario e per manifestargli la sua scelta si servì di un missionario del Pime, Padre Pietro Manghisi, poi missionario in Birmania, martire della carità il 15-2-1953.
Lo attesta Padre Maringelli stesso che in una lettera del 1987 a padre Geremia scriveva: "Nel giugno del 1925 assistendo alla prima Messa di P. Pietro a Monopoli fui colpito dal suo profondo raccoglimento davanti all'altare. Quando uscì dalla sacrestia mi feci ardito, lo avvicinai e gli esposi il desiderio di avere un crocifisso e lui fu generoso di darmene uno... Da allora decisi di essere missionario come lui". Alla fine del ginnasio, completato nel seminario arcivescovile di Bari, ottenuto il permesso del vescovo diocesano Mons. Migliore, che qualche anno prima lo aveva dato al chierico Pietro Manghisi, accolto dal Servo di Dio padre Paolo Manna, allora superiore generale del Pime, nell'agosto del 1929 entrava nella casa di S. Giuseppe a S. Ilario Ligure, dove in quell'anno da Monza era stato trasferito il noviziato.
Fu allora che mi incontrai con lui, stringendo così quei vincoli di fraternità durati per sessanta lunghi anni. Assieme emettemmo il giuramento temporaneo il 22 agosto 1930 e quello perpetuo il 27 marzo 1936. n 28 giugno 1936 per l'imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione di S. Em. il Servo di Dio Cardo ndefonso Schuster fummo consacrati presbiteri, e nel pomeriggio facevamo insieme il viaggio fino a Polignano a Mare. Coincidenze storiche: 53 anni dopo nello stesso mese, ma in circostanze e modo diverso compivamo lo stesso itinerario!
Destinato al vicariato apostolico di Weihwei, il 26 luglio era a Milano per il triduo di preparazione alla partenza. n gruppo dei 14 partenti si raccolse, come di consueto, nella chiesa di S. Francesco Saverio assieme alla comunità e ai numerosi fedeli. n superiore generale, S.E. Mons. Lorenzo Balconi, consegnò la desiderata pagella di "Missionario Apostolico", che per singolare privilegio della S. Congregazione di Propaganda Fide fu consegnata alla vigilia della partenza dei primi cinque missionari dell'Istituto la sera del 15 marzo 1852 a San Calocero e concessa fino all'ultimo invio del 28 giugno 1939 alla vigilia della seconda guerra mondiale. n missionario apostolico riceveva così il "mandato ufficiale" di "Annunciatore del Vangelo" e per tutta la vita indissolubilmente legato alla sua missione che non poteva lasciare senza l'autorizzazione della stessa S. Congregazione. n superiore generale, che per essi si faceva mallevadore davanti alla chiesa, con parole commosse diede loro una consegna: "Dimenticare se stessi, lavorare per Dio e per le anime": parole che si impressero profondamente nell' animo di Padre Maringelli che se ne fece un programma per tutta la vita, e lo visse per 34 anni di vita missionaria a Weihwei e a Hong Kong.
Nell'annuncio funebre fatto affiggere dall'Ufficio missionario diocesano delle diocesi di Conversano- Monopoli vi era la definizione del missionario data da Padre Maringelli in una sua lettera: "n missionario è l'uomo della fede in Cristo, l'uomo innamorato di Cristo, che va e dona questa ricchezza ricevuta da Cristo". Ricevuto il crocefisso nella parrocchia di S. Maria della Fontana da S. Em. Mons. Noè Tacconi, il 31 luglio padre Maringelli con altri sette confratelli si imbarcava a Genova sul Conte Verde. n primo agosto, nella sosta fatta a Napoli, accolti dai padri Morelli e Munno, si recarono al santuario della Madonna del Rosario a Pompei per mettere sotto la protezione della mamma celeste il futuro lavoro apostolico. Sbarcato a Shanghai il 24 agosto col padre Silvio Colosio, raggiungeva Kaifeng e nella casa regionale veniva iniziato alla vita e allo studio della lingua cinese alla quale si appassionò per tutta la vita.
Aveva una spiccata facilità all'apprendimento della lingua, per cui riuscì a parlare fluentemente, a leggere e a scrivere con facilità quella lingua complicata qual' è la lingua cinese. Unico dei nostri missionari che riuscì nel 1979 a mettersi in comunicazione coi suoi vecchi cristiani dai quali ricevette 70 risposte e di queste 32 pubblicate nel libro "Lettere di Cristiani dalla Cina" di P. Piero Gheddo, a cura di Mondo e Missione. Secondo l'uso cinese il suo cognome venne cinesizzato con tre caratteri: Hai: mare; Tche: beneficare; Lì: popolo e nei 16 anni trascorsi nel Honan e nei 18 vissuti a Hong Kong egli fu "mare di grazia ricevuta da Dio con cui beneficò il popolo cinese".
Quando egli giunse a Weihwei, nel Honan, il vicariato apostolico, retto da S.E. Mons. Martino Chi olino, contava 3.798.000 non cristiani e 40.000 cattolici, curati da 28 missionari italiani, da Il sacerdoti cinesi e 572 catechisti. Padre Maringelli iniziò l'apostolato sotto la guida dello zelante, santo e veterano missionario, padre Paolo Giusti, nel distretto di Hwashien e nel 1939 fu mandato a Laoniutien, dove lavorò instancabilmente fino al momento dell'espulsione, nel 1952, eccetto la parentesi di due mesi nel 1943 quando, assieme agli altri confratelli fu dai giapponesi internato a Sinhiang.
Egli, a imitazione di Paolo Apostolo seppe farsi e darsi tutto a tutti per portare a tutti a Cristo, cinese coi cinesi, povero coi poveri. Visitava i cristiani a casa loro, parlava a lungo con loro, li ascoltava con pazienza, si adattava alle loro misere condizioni di vita, alle costumanze e ai cibi. Nei viaggi portava solo il brevi ari o e l'occorrente per la Messa. Girava a piedi o in bicicletta in ogni stagione. Quando si fermava nei villaggi si accontentava di quello che gli preparavano. Dormiva con le loro coperte piene di cimici e di tutto il resto... Pregava coi cristiani e insisteva perché pregassero da soli e in famiglia. Con la proclamazione della Repubblica Popolare cinese nell'ottobre del 1949 cominciarono i soprusi e le angherie da parte dei comunisti.
Dal Natale del 1950 gli proibirono di girare per i villaggi e non potè nemmeno andare a trovare Padre Giusti distante appena una ventina di chilometri. Nella primavera del 1951 furono espulsi quasi tutti i missionari e ne rimasero appena cinque, compreso il vescovo. I comunisti gli facevano ogni sorta di dispetti fino a costringerlo a non uscire nel cortile della casa e a non vedere nessuna persona, eccetto il cuoco che gli portava da mangiare, per così stancarlo e indurlo ad andarsene. Ma i cristiani gli volevano molto bene e non l'abbandonarono in quel periodo di isolamento. Nottetempo lo andavano a trovare, gli portavano viveri ed altro necessario e lo tenevano informato dell'evolversi della situazione. L'asma che lo soffocava era terribilmente aumentata e le medicine non si trovavano, per cui nel mese di maggio del 1952 decise di presentare la domanda di lasciare la Cina. Ma l'autorizzazione venne solo ad ottobre e così poté partire per Tien- Tsin e raggiungere Hong Kong.
Qui incontrò padre Amelio Crotti, espulso da Kaifeng, e con lui collaborò all'assistenza dei profughi cinesi raccolti a Cheung Sha Wan. Trascorso un breve periodo di vacanza in Italia nel 1954 ritornò a Hong Kong, dove prese il posto di padre Crotti richiamato in Italia. Si diede anima e corpo all' assistenza delle migliaia di profughi che, lasciata la Cina senza portare con sé nulla, approdavano a Hong Kong con la speranza di raggiungere la libertà. Nei 18 anni trascorsi a Cheung Sha Wan, prima, e poi nel nuovo quartiere di Tai Po lavorò sempre con entusiasmo e senza mai risparmiarsi e riuscì a portare a termine la bella chiesa dedicata al Cuore Immacolato di Maria con le opere parrocchiali, inaugurate dal superiore generale, padre Augusto Lombardi in visita alla diocesi di Hong Kong, nel 1962.
L'asma che lo affliggeva e lo costringeva ogni tanto a ricoverarsi nell'ospedale si aggravò a tal punto che si impose il rientro in Italia. Padre Marazzi ha testimoniato ai funerali che quando il vescovo Mons. Hsu gli comunicò l'amaro provvedimento, Padre Maringelli piangendo lo supplicava "di lasciarlo lavorare e morire fra i suoi amati cinesi, avrebbe fatto quel tanto che la salute gli avrebbe permesso". Rientrato in Italia, mi ricordo che egli pensava di andare a Londra per sottoporsi ad un' operazione che i medici sconsigliarono, perché inefficace. Egli, accolto nella casa di riposo di Rancio, non stette fermo, ma continuò, instancabile, il ministero sacerdotale nella parrocchia di Castello fino a qualche anno prima della morte.
Ogni giorno, puntuale, alle nove, si recava per la celebrazione dell'Eucarestia infervorando con la sua parola, come ha testimoniato il parroco di Castello, e sempre disponibile per alcune ore del giorno nell' amministrazione del sacramento della riconciliazione. Il pomeriggio del sabato lo dedicava ai fanciulli che facevano lunghe code davanti al confessionale e attendevano anche ore pur di confessarsi da lui. Negli ultimi due anni il Signore lo volle purificare con una malattia che lo ridusse alla quasi immobilità; ma lui si mantenne sempre sereno, allegro, senza mai lamentarsi, offrendo tutto per il bene dei suoi amati cinesi per i quali, come ha testimoniato S.E. Mons. Scarafile Martino, vescovo di Castellaneta e già parroco di Polignano a Mare per vari anni, ebbe sempre sentimenti di stima e ammirazione. Ne parlava sempre bene senza alcun rancore e, anche se sollecitato, non accennava mai alle vessazioni e ai maltrattamenti subiti da parte dei comunisti.
Alcuni giorni prima di perdere conoscenza con mano tremante poté vergare alcune parole: "E così ci avviciniamo alla morte. Ringraziamo il Signore che ci ha dato un bel po' di tempo... Vi adoro e vi ringrazio, Signore, di tutti i benefici concessimi durante la vita": era l'inno di lode al Signore che "il servo buono e fedele", lasciata questa terra alle 22,30 del venerdì 9 giugno, andava a continuare nel cielo nella gloria dei santi. Aveva 76 anni e cinque mesi, dei quali 60 trascorsi nell'Istituto, di cui 55 come presbitero e di questi 34 trascorsi da missionario apostolico per l'annuncio del Vangelo fra il popolo cinese. Dopo la solenne concelebrazione nella casa di Rancio, le spoglie mortali di padre Maringelli furono portate a Polignano a Mare, affidate al ricordo e alla pietà della comunità nella quale aveva visto i natali. I superiori dell'Istituto hanno aderito alla richiesta dei familiari perché la salma fosse tumulata nel cimitero di Polignano, nella certezza che la sua presenza parli al cuore della gioventù delle due diocesi di Conversano e Monopoli e sia seme di numerose vocazioni.
Quod faxit Deus!

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P. D'AYALA VALVA DIEGO (1900-1989)

Necrologio (P. Lido Mencarini, dal Vincolo N. 162, luglio-dicembre 1989, p. 152)

P. Diego D'Ayala, figlio di Antonio e di Maria Bonanno, nato a Napoli il17 febbraio 1900, entrato nell' Istituto il 17 ottobre 1921, fu ordinato sacerdote a Milano il 6 giugno 1925. Partì per Hong Kong il 6 ottobre 1925. Morì nella sua missione il 22 luglio 1989.

"Desidero venire liberato da questa vita ed essere con Cristo" (Fil. 1,2-3).

Il mistero della morte porta con sé dolore, senso di perdita e tristezza al cuore umano; ma la nostra fede nella resurrezione porta speranza e la promessa di una vita immortale e di una pace eterna con Dio. La morte è stata per P. D'Ayala la realizzazione del suo più profondo desiderio, poiché ha desiderato lasciare questo mondo ed essere con Cristo. Si è spesso lamentato che il Signore si stava dimenticando di lui. Ma Dio non ha dimenticato il suo servo fedele, ed il suo grido: "Vieni, Signore Gesù!", ha trovato una risposta sabato, 22 luglio, quando è stato richiamato alla casa di suo Padre. La sua morte segna anche la fine di una generazione di missionari che hanno vissuto anni turbolenti ed importanti nella storia di Hong Kong.
P. D'Ayala Valva era nato a Napoli all'inizio del secolo, 89 anni fa. Per seguire la sua vocazione missionaria rinunciò al suo titolo di "conte", ereditato dalla sua famiglia nobile. Entrò nel seminario delle Missioni a Milano, ed il suo sogno di una vita interamente spesa al servizio delle missioni s'avverò quando venne ordinato sacerdote nel 1925. Nel novembre dello stesso anno mise piede a Hong Kong, e così ebbe inizio il suo lungo viaggio missionario. Il suo primo incarico fu nel distretto di Wai Yeung, a Tam Tong e Ping Shan, in Cina. Furono anni difficili e pieni di rischi, che P. D'Ayala non dimenticò più. Nel 1930, venne nominato "rettore" dei Nuovi Territori, che allora formavano un'unica parrocchia. Nel 1940, a causa della guerra ritornò in Cina, nel villaggio di Tam Tong, e nel 1941 venne internato dal governo cinese.
Poté ritornare a Hong Kong nel 1942; venne allora nominato cappellano della casa per anziani S. Giuseppe, a Ngau Chi Wan. Nel 1945, tornò a fare ministero nei distretti di Yuen Long e di Tsuen Wan. Fu in quegli anni che dette inizio a scuole e ad opere sociali con denaro proveniente dalla sua famiglia, usando l'eredità che gli era stata lasciata. Costruì la chiesa e la scuola di Tsuen Wan. Cambiati i confini
amministrativi diocesani, nel 1950 P. D' Ayala venne nominato rettore del distretto di Tsuen Wan. Con la sua barba svolazzante, alla guida della sua famosa e potente motocicletta, era sempre in movimento attraverso strade polverose e sentieri di villaggio, senza badare alle condizioni del tempo, al servizio del suo gregge: portando aiuto a chi era nel bisogno dando e ricevendo amicizia da tutti, autorità locali e gente ordinaria.
La sua fenomenale memoria lo rendeva capace di ricordare gente ed avvenimenti, e per P. D' Ayala ricordarli voleva dire aiutarli. Molta di questa gente deve molto a lui, spesso la loro stessa sopravvivenza. Anni dopo, i nipoti di queste famiglie che l'andavano a trovare ormai vecchio, udivano da lui storie delle loro famiglie, delle quali lui era divenuto parte. Per molti di loro era divenuto un venerabile vecchio considerato un patriarca della loro famiglia allargata, ed un vero amico. Nel 1960 venne nominato parroco della parrocchia di S.Pietro in Aberdeen, per un anno. In seguito dal 1961 al 1963, divenne assistente nella parrocchia della cattedrale. Dal 1963 fino alla sua morte, svolse il suo ministero tra gli anziani della St. Mary's Home e Bruna Celeste Home.
Per 26 anni ha svolto il suo ministero sacerdotale con zelo, dedizione ed efficienza, trasmettendo conforto e forza a molti. Uomo di profonda fede, si alzava ogni giorno prima dell'alba per dedicare, nella meditazione e nel silenzio, le prime ore del giorno al Signore. Da questo incontro con il Signore riceveva forza ed energia per vivere l'intera giornata in unione al Signore. Non si spiega altrimenti la sua dedizione totale al suo dovere, il suo zelo e soprattutto la sua carità. Ha vissuto una vita semplice e frugale. Frugale con sé, ma generoso e di gran cuore verso gli altri, specialmente i poveri ed i bisognosi. Una delle superiore delle Piccole Suore dei Poveri ha detto di lui: "P. D'Ayala sembra avere una sensibilità particolare ed un'intuizione speciale per scoprire quando le persone sono nel bisogno. Con grande discrezione dà il suo aiuto nella sua maniera caratteristica, senza rumore e senza farsi accorgere. È capitato spesso ai nostri anziani o ai loro parenti, nel momento del bisogno. Al momento, nessuno di noi si accorgeva di nulla. La cosa veniva rivelata solo più tardi dagli interessati, in maniera molto confidenziale" .
Un'altra prova della sua carità era evidente dalle innumerevoli visite che riceveva da parte di antichi parrocchiani ed amici; alcune di queste amicizie risalivano ai primi suoi anni di attività missionaria. Ricordava tutti con affetto, e riceveva con vivo interesse e gioia profonda, condividendo i loro successi e fallimenti; non solo i loro, ma anche quelli dei loro figli. Dai più umili ai più influenti, tutti venivano con un dono. La loro gioia di incontrarlo di nuovo era commovente. Ognuno aveva un avvenimento o una storia da ricordare, in cui in passato avevano ricevuto da lui qualche aiuto. Le sue date anniversarie non furono mai dimenticate dai suoi amici di 40 e 50 anni. Fu un uomo molto abbordabile. Amabile e pieno di affetto, sempre sorridente, sapeva mettere tutti a loro agio e farli sentire benvenuti.
Amava la conversazione, non si stancava di intrattenere i visitatori con i suoi ricordi di eventi e persone del passato. Era piacevole conversare con lui. Fu un campione di sincerità e di verità, con la semplicità di un bambino. Aveva in orrore la disonestà, che lo rivoltava: non aveva paura di denunciarla, anche dal pulpito. Aveva una personalità forte con una forte volontà che lo rendeva spesso cocciuto. Si arrendeva solo dinanzi all'autorità o a motivazioni convincenti. Era un po' l'avvocato del diavolo e non esitava a presentare proteste e critiche costruttive contro istituzioni e persone che percepiva come distanziatesi dallo spirito del Vangelo. Data l'occasione, non risparmiava neppure le persone con alte responsabilità. Per quanti lo conoscevano bene, tuttavia questo era solo l'espressione del suo carattere onesto e sincero, che non riusciva mai a nascondere. Non nutrì mai risentimenti nel suo cuore. Quando la cosa era finita, ritornava ad essere se stesso: gentile, gioviale, aperto.
Abbiamo perso un amico vecchio e fedele, ma abbiamo guadagnato un patrono in cielo. La nostra perdita è un guadagno. Dobbiamo davvero ringraziare Dio per avere dato al Pime, alla diocesi di Hong Kong e a tutti i suoi amici un prete del calibro di P. D'Ayala. Riposa in pace!

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1990

P. RICCIARDI FRANCESCO (1912-1990)

Necrologio (dal Vincolo N. 165, settembre 1990, p. 150)

P. Francesco Ricciardi, figlio di Luigi e Nicolina Orsi, nato a Casapulla (Napoli) il 1 gennaio 1912, entrato nell 'Istituto a Genova s.nario il 31 agosto 1933 proveniente dal seminario regionale di Posillipo, fu ordinato sacerdote a Milano il 22 settembre 1934. Partì per Hong Kong il 9 agosto 1935 e passò a Detroit il 30 settembre 1969. Morì a Los Angeles 1'11 luglio 1990.

Omelia (di P. G.B. Boracco)

I choose this selection from St. John's Gospel (12, 23-26) because it shows us the real purpose of Fr. Ricciardì's life. Jesus, about to die for us, is talking of glorification; not only, but he says also that one who hates his life for His sake, preserves it to life eternal; and where Jesus is, His servant will be. I didn't have the occasion of meeting him while we were in China; but I lived with him most of twenty-one years, since he arrived in the States to teach our seminarians at Maryglade, Memphis. When Maryglade was sold, Father Ricciardi carne to Detroit and remained till the end. A man of many talents, he completed his studies for the priesthood in Rome, at the Gregorian University, where he obtained a Master Degree in Theology.

Ordained a priest, he was assigned to Hong Kong, where he learned Chine se so well that, even after many years away from China, he continued to speak it very fluent1y any time he met Chinese people living in the States. Besides his missionary work, he became a teacher in schools and the seminary of Hong Kong; director and principal of the school he had buil1. Later on, the bishop of Macao requested Father Ricciardi go there and teach seminarians of that Diocese. For years in Macao, Father had the opportunity to learn various languages: Portuguese, French, German and Spanish. During summer vacations, with a grant from the Portuguese government, he could travel all over the world. Any time we had some guests coming from overseas to our house here in Detroit, Father Ricciardi had always some personal experience to tell them about their country: I know that pIace; I was there". His knowledge of geography, history, anthropology, besides theology, was vast; he was a brain, endowed also with a wonderful memory.

But, what we admired most in Father Ricciardi was his priest1y life of prayer and service. This year, he was saying the daily Mass in Spanish for our sisters. Earlier he preferred to say Mass alone, during the nigh1. When we found out, he told us that he could not sleep. Really, this was his habit. Even without Mass, he was up during the night to pray before the Blessed Sacrament. When there was any request for Mass outside, he was always ready to accept. If one of us went out to celebrate without letting him know it, he almost felt hurt: "Why did not you ask me? I could go myself'. And still, every morning he was seen in the chapel, waiting for other priests to come to say Mass; he did not want to miss any Mass, at any hour. He spent most of his time between the chapel and his room; we can't say how many rosaries he prayed each day either in church, or driving the car or walking from one place to another. He was seen usually with the rosary in his hand, ready to start the prayer as soon as he was alone.

During this year, his health was giving him more troubles than usual; and he did not feel as strong as he used to be; but he didn't cease his service. For many years, he spent the summer time going from place to place preaching mission appeals, without coming home for months. He used to travel through the States at night, so that he could arrive early in the morning in some place and look for the church. Sometimes he had to wait a long time before the church opened, so that he could celebrate Mass. It is hard to say how many places he went and how many parishes he helped for weekend Masses in this Archdiocese and outside of it. People who attended his Masses, may remember his impressing sermons, which he had carefully prepared every time during the long periods of adoration before the Blessed Sacrament.

A man of prayer and of great fidelity to his duties. When he had been assigned a particular task, he never wanted to be substituted. When we knew that he was not feeling well, we suggested that some other could take his place for a time; no way, he wanted to carry on; only God knows the effort sometimes he had to do. He was the ordinary confessor of the Dominican Contemplative nuns at Farmington Hills, for many years. It was usually more than one-hour work and twenty minutes driving from home. In spite of his many infirmities, Father never accepted to be replaced. The same can be said about the Pime Guilds he was assisting; he never missed one of their meetings, even though he had thirty - and - more miles to drive.

A faithful servant of the Lord of His people. When we received the news of his death, the first comment among us was "He died on his feet". As a matter of fact, it was just toward the end of June that he wanted to go to Los Angeles to see some friends from China and Macao, now residing in California. He planned to come back home soon, make two more mission appeals in Detroit and then, at the end of

July, like now, go to Italy for a short vacation. God's will was instead that Father Ricciardi could serve the people of God once more, on July the 1st, in our parish of St. Patrick, in Los Angeles. And that was the end. He got sick during the night. Monday morning he was unable to say Mass and was taken to the hospital, where he died after one week. It was in the middle of the novena to the Feast of Our Lady of Mt. Carmel. Father Ricciardi was a lover of Our Lady. He never missed the novena to one of her feasts and often reminded us also of an upcoming one.

We alI will remember Father Ricciardi for a long time. He really didn't spare himself to serve God and people. "One who 10ves his life, will10se it; one who hates his life for my sake - says the Lord

shall find it". And yet, the more one has received from God in this life, the more he is called to account for. This is why we are alI together today to pray that the Good Lord may receive His faithful servant in the bosom of His infinite mercy, through the intercession of the Blessed Virgin, Father Ricciardi loved so much. Eternal rest grant unto him, Lord. May he rest in peace.

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P. VIGANÒ GIOVANNI (1916-1990)

Necrologio (P. Nevio Viganò, dal Vincolo N. 166, dicembre 1990, p. 199)

P. Giovanni Viganò, figlio di Enrico e di Rosa Bottini, nato a Lissone (Milano) il 26 aprile 1916, entrato nell 'Istituto a Treviso il 30 settembre 1929, fu ordinato sacerdote a Milano il 29 giugno 1940. Coadiutore a S. Maria della Fontana in Milano dal 1942 al 1947, partì per Nanyang (Cina) il18 agosto 1947. Espulso passò a Hong Kong il 2 gennaio 1954. Rientrato in Italia per festeggiare il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale, morì improvvisamente a Milano il 25 luglio 1990.

"Non era necessario avere la sua fede per fare parte del suo gregge. Felici per averlo avuto per amico più che tristi per averlo perso, annunciamo l'improvvisa scomparsa di p. Giovanni Viganò ... ".
Questo annuncio funebre apparso all'indomani della sua morte sul "South China Morning Post" - il principale quotidiano in lingua inglese di Hong Kong
- descrive nelle sue poche righe la personalità di P. Giovanni, lissonese missionario in terra cinese.
P. Giovanni viene ordinato sacerdote nel 1940, a 24 anni, ed è pronto a salpare i mari per i territori di missione affidati al Pime dalla Santa Sede. La situazione politica europea, tuttavia, lo obbliga ad accantonare per qualche tempo i sogni di missione coltivati così a lungo. A causa della seconda guerra mondiale i porti e i mari sono continuamente teatri di battaglie; le navi sono requisite per uso militare e ogni partenza viene rimandata. In questi anni di sofferenze e tragedie, P. Giovanni viene destinato come coadiutore della parrocchia milanese di S. Maria della Fontana, dove rimane dal 1942 al 1947.
Nel 1947 i superiori annunciano a P. Giovanni la destinazione per il suo impegno missionario: sarà la Cina, con le sue vastità, la sua cultura millenaria e i suoi misteri. Prima sede di studio della lingua cinese (il mandarino) e del suo lavoro di evangelizzazione è Nanyang, una piccola città all'estremo lembo di pianura fertile dall'estuario del fiume Giallo. P. Giovanni lavora alla formazione dei futuri sacerdoti nel locale seminario, alla cura pastorale delle comunità e distretti cristiani, e soprattutto nella preparazione dei nuovi cristiani. Nel 1954 P. Giovanni deve lasciare forzatamente la sua gente e rifugiarsi a Hong Kong in attesa di mutamenti nella Cina continentale.
Il capitolo "Hong Kong" significa un ricominciare da capo: nuovo ambiente, nuove abitudini, nuovi problemi ed anche rimettersi a studiare un altro dialetto cinese, il cantonese, più complicato del mandarino, per la sua varietà di toni e vocabolario. P. Giovanni è in prima linea nell'opera della chiesa di Hong Kong di offrire a migliaia di poveri rifugiati dalla Cina di Mao cibo, vestiario ed aiuti economici per ogni necessità. A 20-30 anni di distanza gente di ogni età e condizione ancora ricorderà per riconoscenza la mano generosa di P. Giovanni, in molte occasioni l'unico sostegno e strumento di sopravvivenza. L'impronta del suo stile brianzolo-meneghino del "ghe pensi mi" rimane viva tutt'oggi, oltre che indelebilmente nel cuore dei "suoi cinesi", anche nel fonte battesimale di una chiesa, nella via crucis di un'altra, eretti grazie a lui. Impronta ben più profonda hanno però lasciato la sua amicizia e gioia di vivere che hanno contagiato coloro che lo hanno conosciuto, senza distinzione di razza, stato sociale o religione.
La sua preghiera per la chiesa e i suoi parrocchiani si estendeva e "sconfinava" nelle benedizioni che impartiva di nascosto ed ecumenicamente ai giovani sposi non cristiani che si onoravano di averlo invitato alle nozze, o ai defunti e parenti buddisti che lo volevano presente per un sostegno nel dolore; le sue frequenti e regolari visite ai carcerati, lo mostrano premuroso e attento cappellano e amico dei detenuti cristiani e non, come pure degli agenti carcerari e di polizia che ne apprezzano la magnanimità e comunicativa. "Non dimenticatevi, amici lissonesi
- proclamava il 27 giugno di quest'anno, festa del Corpus Domini, in occasione del cinquantesimo di ordinazione sacerdotale - non dimenticatevi della vostra tradizione cristiana, e siate orgogliosi della vostra fede. Continuate ad essere un punto di riferimento ed un sostegno per coloro che in terre lontane per la difesa della medesima fede e dei fondamentali diritti umani donano la propria esistenza e mettono in pericolo anche la vita". Sembra sentirlo ancora, con quella sua voce e la sua fede "spessa così", di cui spesso si vantava e di cui sempre fu testimone nel corso della sua vita. Qui in Italia lo ha raggiunto la chiamata finale del Padre. Una trombosi l'ha colpito e dopo breve agonia si è spento all'età di 74 anni.
Ciao, P. Giovanni, e grazie in modo particolare da parte mia.

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1991

P. BOLIS LUIGI   (1920-1991)

Necrologio (dal Vincolo N. 169, luglio-settembre 1991, p. 159)

P. Luigi Bolis, figlio di Vittorio e di Giuseppina N ava, nato a Brembate Sopra (Bergamo) il 27 luglio 1920, entrato nell'Istituto a Milano il 27 settembre 1940 proveniente dal seminario di Bergamo, fu ordinato sacerdote a Milano il 18 dicembre 1943. Partì per Hanchung (Cina) il18 agosto 1947. Espulso nel dicembre 1952, passò a Hong Kong.

Omelia della Messa di Requiem (di P. Renzo Milanese, St Margaret' s Church, Hong Kong, 5 agosto 1991 )

P. Luigi Bolis nacque a Brembate di Sopra (Bergamo) il 27-7-1920 da Vittorio a Nava Giuseppina. Iniziò la preparazione al sacerdozio nel seminario di Bergamo e dopo essere passato al seminario del Pime, venne ordinato sacerdote dal Cardina1 Schuster il 18/12/1943 nella chiesa di S. Bernardino, Milano. Servì come coadiutore prima a Cavaria (Varese) e poi a Villastanza (Milano). Il 18-8-1947 partì per la prima volta dall'Italia per Hanchung (Shensi, Cina) dove fu assegnato coadiutore del distretto di Yen-Tse-Pien a partire dal 16 settembre 1948. Il 19 dicembre 1952 fu espulso dalla Cina. Dopo il suo arrivo a Hong Kong, prima servì nella rettori a di North Point e quindi fu assegnato alla Procura del Pime in Hong Kong ed entrò a fare parte del clero di questa diocesi (3-1-1954). In quei giorni fu mandato a sostituire temporaneamente un prete nella parrocchia di S. Margherita: vi rimase come coadiutore fino al giugno scorso quando rientrò per l'ultima volta in Italia, senza avere mai ricevuto una nomina ufficiale. Fu procuratore del Pime in Hong Kong dal '65 al '70 e dal settembre 1966 fu il supervisor delle scuole elementare e secondaria di St. Margaret che aveva chiesto e ottenuto di fondare. Muore il 30-7-1991, alle 4 del mattino ad Ambivere (BG).
Per molti anni non ho avuto molti e profondi contatti con P. Bolis.L'immagine che mi sono fatto di lui in questo periodo è quella di una persona che parlava poco anche durante gli incontri della comunità; chi lo conosce meglio di me conferma che la sua caratteristica principale è stata: lavorare nel silenzio. La sua azione sacerdotale e missionaria verrà ricordata più per ciò che ha fatto che per quanto ha detto. Agli inizi degli anni sessanta si fece promotore dall'idea di affiancare la parrocchia con una scuola. Per fare ciò deve avere superato la sua riservatezza rompendo il silenzio a cui era abituato. Tuttavia, quando le scuole primaria e secondaria furono avviate, tornò a concentrarsi di più nell' opera di organizzazione e amministrazione della scuola che nel parlare. Sembra che credesse fermamente nella massima che dice: "chi ha messo mano all'aratro non deve voltarsi indietro". Quando all'inizio di quest' anno è arrivata la notizia della sua malattia, ho incominciato a incontrarlo con maggiore assiduità e ho avuto modo di scoprire nuovi aspetti dell'uomo, che mi erano fino a quel momento sconosciuti. Mi sono reso conto che non disdegnava intrattenere un confratello in lunghe chiacchierate. Alla fine di queste conversazioni amichevoli si scusava per i fastidi che credeva di arre c armi e prima di lasciarlo ero costretto ad accettare una bottiglia di vino o un panettone. Mi sono reso conto che dietro una personalità apparentemente fredda e distaccata c'era un amico generoso sempre pronto a prendersi cura di chi gli era vicino. Ho scoperto un uomo dai sentimenti profondi e dal cuore grande. In realtà era solo una persona che teneva molto alla propria indipendenza ed era discreto a non interferire indebitamente nelle faccende altrui. Tuttavia era sempre pronto ad aiutare chi ne avesse bisogno o ad essere vicino a chiunque si trovasse in difficoltà. Sembra che il modo di correlarsi agli altri fosse ispirato dal principio evangelico è meglio dare che ricevere. Quando con l'aggravarsi della malattia le forze gli venivano meno, il suo maggiore cruccio era quello di non riuscire più a fare tutto quello che aveva promesso di fare. Era tanto forte nell' affrontare le sofferenze fisiche quanto dispiaciuto di non potere attuare tutti i programmi che aveva in mente.
Mentre siamo qui riuniti a pregare per P. Bolis, dobbiamo ricordarci che la liturgia non è il momento di lodare l'uomo ma il momento in cui rendere grazie a Dio. In questa messa rinnoviamo ancora una volta la memoria della nostra salvezza: solo Dio, in Cristo, può darci la vita attraverso la morte. Commemorare un nostro fratello è quindi una occasione per avere degli spunti per riflettere sul mistero della salvezza. Le poche caratteristiche di P. Bolis che ho evidenziato devono aiutarci a capire come lui sia stato un segno di grazia e uno strumento della salvezza donataci da Dio. Nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato Gesù dice: "Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma quella di Colui che mi ha mandato" (Gv. 6,38). Il nostro fratello P. Bolis deve essere ricordato non per le sue qualità o i suoi difetti ma perché è stato servo di Colui che lo ha scelto come prete e lo ha inviato come missionario.

Ricordo di P. Luigi Bolis (P. Giancarlo Politi)

Il 30 luglio è morto ad Ambivere il P. Luigi Bolis, un missionario del Pime che ha speso 44 dei suoi 71 anni in Cina e ad Hong Kong. Da poco più di sei mesi era stato colpito da tumore e da un buon numero di malattie collaterali: la certezza che la malattia non era curabile ha avuto in P. Luigi effetti sorprendenti. Una grandissima voglia di vivere che gli ha dato forza, sperando in un miracolo del Signore, ed una splendida consegna di se stesso nelle mani di Colui che aveva imparato ormai a conoscere e ad amare con una spontaneità e semplicità ammirabili. Nella speranza di potere incontrare tutti i suoi familiari per un'ultima volta, aveva accettato l'invito pressante rivoltogli dai suoi confratelli di Hong Kong di ritornare in Italia. Vi è giunto a metà giugno scorso, assicurandosi però un biglietto di ritorno: "lo desidero morire dove il Signore mi ha dato la grazia di servirlo per l'intera mia vita di missionario". La conclusione è stata diversa: è stato sepolto nella sua terra, accanto alla tomba del nipote Vittorio, a sua volta "tornato a casa" il 2 febbraio scorso, negli stessi giorni in cui iniziavano per P. Luigi i primi sintomi del male. Ad accompagnarlo nell 'ultimo viaggio al cimitero di Ambivere si era radunata una folla notevole, oltre 40 preti e missionari guidati nella celebrazione dal vescovo di Savona, mons. Roberto Amadei. Era presente anche il P. Giovanni Wong, che per Il anni ha lavorato con il P. Luigi nella stessa parrocchia di S. Margherita ad Hong Kong. P. Giovanni era venuto in Italia con l'intenzione di riaccompagnare il P. Luigi nel suo viaggio di ritorno in Oriente. Durante la liturgia funebre anche il P. Giovanni ha voluto ricordare il P. Bolis, ed ha portato il saluto della diocesi e del clero cinese.
Si è concluso così il cammino di un altro dei tanti servi del Signore, che hanno impreziosito la loro vita nella sequela fedele, costante ed umile, rendendosi utile mettendo la propria vita a disposizione, nel Suo nome. L'inizio di quel cammino va molto indietro negli anni. Era stato ordinato sacerdote nel Pime nel dicembre 1943. La grande guerra impediva allora di potere lasciare l'Italia. Trascorse quindi quasi quattro anni aiutando nel ministero presso le parrocchie di Cavaria e di Villastanza. A distanza di tutti questi anni, nelle due parrocchie c'erano ancora molte persone che lo ricordavano con affetto, ed hanno voluto essere presenti per dargli l'ultimo saluto. Nell'agosto 1947, P. Luigi era uno dei 18 missionari del Pime che, assieme, hanno lasciato l'Italia per raggiungere la Cina. Sua meta era Hanzhong (Hanchung) una sperduta diocesi nella lontana e isolata provincia dello Shaanxi (Shensi). Situata in una grande pianura tra monti imponenti, la vallata di Hanzhong, tuttavia, era ed è povera. Le comunicazioni con l'esterno sono sempre state e permangono difficili anche oggi. I nuovi missionari arrivavano in un campo già abbondantemente seminato e fecondato dalle fatiche di santi e di martiri. Per ricordare soltanto l'ultimo, P .Luigi andò nel territorio nel quale aveva lavorato il Beato Alberico Crescitelli, ucciso nel 1900. Quello però non era uno dei migliori momenti per arrivare nel continente cinese. Il paese era da anni scosso dalle guerre: la guerra civile e la morsa dell' armata rossa stavano ormai stringendo da ogni angolo.
Lo Shaanxi settentrionale era stato per lungo tempo la base comunista, a Yenan, lontano dalle armate del Kuomintang. Quasi subito dopo l'arrivo dei nuovi missionari, dei quali uno era P.Bolis, l' influenza comunista cominciò a farsi sentire forte anche ad Hanzhong, ed infine prevalse. Dopo pochi mesi di tolleranza, la chiesa venne colpita direttamente. Tutti i missionari stranieri - il vescovo, i sacerdoti, fratelli laici e suore - vennero progressivamente espulsi. Per l'inizio del 1953, anche l'ultimo di essi aveva lasciato la zona, ed il governo locale poteva ora rivolgere indisturbato la sua totale attenzione al clero, alle suore ed ai cattolici locali. Anche per P. Luigi il distacco da Hanzhong fu traumatico, come per tutti gli altri. Fu il momento nel quale venne loro chiesto, in un modo un po' brusco, di fidarsi di Dio in modo totale, lasciando nelle sue mani quelle comunità ferventi e vedendo la distruzione fisica di tutto il lavoro visibile. Questo scomparve tutto, travolto dalla follia ideologica che, in oltre 40 anni, ha seminato sofferenze indicibili in tutta la Cina. La profondità di quel sofferto distacco, e dell'amore per quella gente e per quella terra, io lo vidi nel 1988, quando con i padri Luigi e Martinelli ci recammo per la prima volta nella "loro" Hanzhong. Il ritorno alloro primo amore fu un pellegrinaggio mesto anche consolante: emerse la fedeltà eroica a Cristo ed alla sua chiesa vissuta nel quotidiano di ben 38 anni difficilissimi da parte di tanti sacerdoti e laici. Ma potemmo pure toccare con mano quanto ancora la chiesa fosse sotto il totale ed impietoso controllo di un governo incapace di rispetto per l'uomo. Quei 38 anni erano stati duri ma gloriosi: Hanzhong aveva dato il suo contributo alla "Ecc1esia Martyrum", con 4 preti ed una schiera di laici morti in prigione od uccisi, a motivo della loro fede mai rinunciata. Oggi, accanto alla patetica comunità "patriottica" vive una vivace e fiorente comunità pienamente cattolica. P. Luigi ha portato nel cuore per tutti questi anni la memoria viva di questa schiera di uomini e donne fedeli a Cristo, dei quali lui è stato un testimone, e che lui con gli altri suoi confratelli ha contribuito a generare.
Espulso dalla Cina continentale, P. Luigi si fermò ad Hong Kong, un lembo di Cina sotto amministrazione inglese (rimarrà tale ancora per poco, fino al 1997). Rimase nella stessa parrocchia, S. Margherita, fino alla sua morte, svolgendo un prezioso ministero come assistente alla chiesa ed occupando dal 1970 la direzione della scuola superiore che porta lo stesso nome. P .Luigi si immerse nel lavoro. Meglio, ne fu sommerso, intessendo una fitta rete di contatti umani e di amicizie belle. Non fu l' uomo dell'organizzazione, ma l'uomo che si lasciava avvicinare, anche se burbero; che si lasciava commuovere da gesti di amicizia, che trovava il tempo ed il gusto di una partita a carte o a majong in una città che non ha tempo da perdere. Non gli piacevano gran che gli incontri, di qualsiasi natura: ci si trovava a disagio, forse perché in un certo senso questi tendono a rendere anonimi ed a spersonalizzare. Né ha mai trovato le sue soddisfazioni in discussioni teologiche. Fino all'ultimo, la sua intensa spiritualità s'è costruita sulla celebrazione dell'Eucarestia e la recita del breviario. Ma dentro a questa scorza poco raffinata, chi 1 'ha avvicinato e conosciuto, vi ha ammirato un amore profondo ed una dedizione totale. Ha vissuto e lavorato in Hong Kong con dedizione, con in cuore la nostalgia del suo primo amore, il Pime, che nella Sua persona ha ricevuto un dono grande, del quale è grato a Dio, ed alla sua bellissima famiglia. La sua memoria la conserveremo insieme, la sua famiglia e noi del Pime, con i tanti amici che gli hanno voluto bene.

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P. CARRA' GIUSEPPE  (1921-1991)

Necrologio (P. Fernando Galbiati, dal Vincolo N. 171, gennaio-marzo 1992, p. 43)

P. Giuseppe Carrà, figlio di Ettore e di Giuseppina Baiardi, nato a Codogno (Milano) il 20 febbraio 1921, entrato nell'Istituto a Villa Grugana il 29 settembre 1943 proveniente dal seminario di Novara, fu ordinato sacerdote a Cernusco il 29 giugno 1946. Partì per Nanyang (Cina) il 18 agosto 1947. Fu procuratore della missione a Hankow dal 1952 al 1953, quando fu espulso e passò a Hong Kong. Dal 1958 fu direttore del Raimondi College; superiore regionale di Hong Kong dal 1968 al 1973. Morì a Hong Kong il 31 dicembre 1991.

P. Giuseppe Carrà, ordinato sacerdote il 29 giugno 1946, partì per la missione di Nanyang (Cina) il 18 agosto 1947, ma fu costretto dalla guerra civile a fermarsi a Hankow, dove dal 1952 al 1953 fu procuratore del Pime. Espulso dalla Cina il 2 febbraio 1953, iniziò il suo lavoro nella diocesi di Hong Kong. Qualche anno fa, durante un'udienza in Vaticano, il Cardo Jacques Martin, allora prefetto della casa pontificia, mi si accostò con un sorriso di amicizia e mi disse: "lo conosco un missionario del Pime, un grande missionario, il P. Carrà di Hong Kong. Lei lo conosce?" Ho pensato a queste parole il giorno del funerale di P. Carrà, vedendo la grande chiesa gremita di gente e la sua bara circondata da tanti confratelli della chiesa di Hong Kong guidati dal vescovo S. Emin. il Cardo WU. P.Carrà di Hong Kong è stato tale non solo perché a Hong Kong ha avuto la sua seconda ed ultima destinazione, ma soprattutto perché con altri confratelli è stato strumento della creazione della nuova chiesa di Hong Kong negli anni del dopo guerra, iniziando quei cambiamenti di impegno missionario e di strutture che la portarono nello spirito ed orientamento del Vaticano II.
Arrivato in Hong Kong, il trentaduenne P. Carrà si immerse nel lavoro missionario diretto che finora gli era mancato, con un organismo che per quei tempi era nuovo, la Legione di Maria, e divenne dal 1954 al 1965 il direttore spirituale della curia di lingua inglese, l'unica lingua che poteva parlare correttamente nel nuovo ambiente culturale di Hong Kong e con ampie possibilità di lavoro nella parrocchia di S. Teresa in Kowloon, dove era stato inviato come coadiutore. Questo impegno particolare nel mondo di lingua inglese e tra l' élite di Hong Kong, se da una parte gi riscosse ampi consensi per la sua attività ed il suo zelo, gli impedì però di dedicarsi allo studio del cantonese, la lingua parlata dalla maggioranza della popolazione: era certo il frutto di una scelta di ministero mirato ad una categoria di persone e che lo preparò per il suo apostolato missionario particolare nella diocesi. Ben presto infatti si rese evidente nella diocesi impegnata totalmente nell'assistenza a milioni di rifugiati, la necessità di creare per loro strutture educative ad ogni livello e di cercare nel laicato cattolico l'aiuto all' evangelizzazione per le masse dei nuovi battezzati che cercavano nella chiesa il senso e la comunione nella loro nuova vita in Hong Kong.
Aperto a queste istanze e sempre più impegnato nell'apostolato dei laici, P. Carrà, aiutato dal suo felice carattere e dalla sua abilità organizzativa, aveva dato vita al primo nucleo di quello che poi sarà il consiglio centrale per l'apostolato dei laici. Per questo, nel settembre del 1957 è inviato a Roma per partecipare al secondo congresso mondiale dell'apostolato dei laici. Le sue capacità intellettuali e la buona conoscenza della lingua inglese lo candidarono presto alla responsabilità di una nuova e grossa iniziativa per la diocesi, la fondazione e la direzione di un nuovo 'college' dedicato alla memoria del primo vescovo di Hong Kong e nel maggio 1958 divenne il supervisor del Raimondi College. Stabilitosi nella nuova struttura, incominciò per lui una relazione particolare con questa scuola e con l'impegno educativo che divenne un po' l'amore dominante della sua vita. Negli anni '60 la diocesi di Hong Kong conobbe uno dei tempi migliori della sua storia, quando si trovò totalmente impegnata sia nel lavoro di evangelizzazione con le migliaia di catecumeni che assiepavano le varie parrocchie, come pure nel lavoro di assistenza e di educazione delle masse di bambini e di giovani che i rifugiati avevano portato nella colonia. P. Carrà si coinvolse in modo specifico nel lavoro di educazione che per la Diocesi era in gran parte nuovo a livello secondario e attraverso l'esempio del suo College dimostrò che anche la diocesi, e non solo le congregazioni religiose, poteva impegnarsi con successo in questo importante servizio. La possibilità di questo successo era dovuta ad una componente che P. Carrà aveva da tempo individuata e coltivata: l'impegno dei laici nella vita e nel servizio ecclesiale.
Il carisma specifico di P. Carrà fu quello di valutare la necessità della responsabilità dei laici nella chiesa e di stimolare e guidare la loro azione. Nessuno aveva tanto successo come lui nel creare gruppi di laici, lanciare nuove iniziative e offrire l'ispirazione necessaria per un nuovo impegno. Il suo carattere bonario e ottimista, la sua facilità di parola e la sua capacità di aggregazione con ogni tipo di persona rendeva normale quello che per altri aveva dello straordinario. Nel dicembre 1960 P. Carrà lancia il suo Serra Club per dare anche al laicato di Hong Kong la coscienza dell'impegno per le vocazioni sacerdotali e religiose e nel 1964 fonda anche l'associazione cristiana degli imprenditori nella convinzione che il benessere sociale era possibile più che con la lotta di classe, con la convinzione e comprensione cristiana. Egli porta le sue idee ed il suo spirito anche a livello di direzione diocesana e nel gennaio 1959 fino al febbraio 1962 è delegato vescovile della giunta diocesana per l'apostolato dei laici. P. Carrà ha pure una parte non secondaria nella creazione del consiglio cattolico per l'educazione di cui è il direttore dal 1972 al 1974 e poi ancora dal 1976 al 1980.
Nonostante i limiti imposti da una salute che negli ultimi anni andava sempre più deteriorandosi, la sua presenza ed il suo contributo al consiglio furono costanti. L'equilibrio dei suoi interventi, la conoscenza degli uomini e le relazioni con esponenti del mondo dell' educazione rendevano sempre i suoi giudizi sempre apprezzati anche per la sua capacità di trovare soluzioni ai vari problemi. P .Carrà è stato un realista che pur coltivando ideali ed attuando li quando possibile in modo profetico, aveva forte il senso dei vari limiti che ogni impegno porta con sé e sapeva prendere le cose con un sano ottimismo che era un altro aspetto della sua umiltà e semplicità. Nessuno infatti si sentiva a disagio con lui e gli piaceva discutere le cose o fare progetti in modo familiare e amichevole, magari con un invito a pranzo, dove appariva la sua gioia di fare contento e soddisfatto il suo ospite anche quando egli, per i vari malanni, non poteva gustare la bontà dei piatti serviti. Fu questa bontà d'animo che lo fece eleggere superiore regionale della comunità di Hong Kong nell' ottobre del 1968 e come tale partecipò al capitolo di aggiornamento del 1971, dove la sua esperienza e apertura di spirito portarono un contributo non indifferente.
Recentemente però il continuo deteriorarsi della sua salute con il susseguirsi e l'accumularsi di vari malanni lo avevano estraniato un po' dalla vita ufficiale della diocesi e della comunità pur restando per tutti un amico e per molti un confidente apprezzato. Continuò nel suo lavoro fino alla fine, assistito fedelmente dai suoi collaboratori laici, finché l'organismo, in dialisi tre volte alla settimana, non resse più ed il cuore cedette improvvisamente l'ultimo giorno del 1991. La presenza di tanti confratelli ed amici al suo funerale testimonia la stima e l'affetto di cui era circondato e la riconoscenza per il suo contributo di lavoro e di iniziative alla chiesa di Hong Kong.

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1993

P. TETTAMANZI FERRUCCIO  (1912-1993)

Necrologio (P. Lelio Piovesan, dal Vincolo N. 175, gennaio-marzo 1993, p. 30)

P. Ferruccio Tettamanzi, nato a Va1era di Arese, Milano, il 5-2-1912, entrato nell'Istituto 1'8-10-1925, ordinato sacerdote il 19-9-1936, partì per la missione di Weihui, N. Henan, il 2-7-1937. Espulso dalla Cina nel gennaio 1954, fu trasferito nel maggio seguente a Hong Kong. Dopo il rimpatrio per malattia nel 1977, andò ad aiutare a Sotto il Monte, dove morì il 26-1-1993.

Ricordando padre Ferruccio Tettamanzi in punta di piedi.

Padre Ferruccio Tettamanzi ci ha lasciati. Era rimasto in comunità e aveva cenato con noi fino all' ultima sera. Veramente aveva mangiato poco e si diceva stanco, ma nulla faceva prevedere una fine così imminente. Dopo cena, come al solito, si era ritirato in camera e aveva seguito il telegiornale; poi si era coricato, ma da quel sonno non si sarebbe più destato. Al mattino lo si è richiamato più volte per citofono ma senza risposta. Era già partito... e l'abbiamo trovato nel suo letto, coperto, come se stesse dormendo. Dalla terra al premio dei giusti "senza disturbare nessuno", come diceva lui, come aveva sempre desiderato e chiesto al Signore. Con lui scompare una grande figura di missionario "vecchio stampo" che, partito per la Cina nel 1937, aveva lavorato fra i suoi cinesi fino al 1954 quando era stato espulso, dopo anni di domicilio coatto e tante sofferenze. Profondo conoscitore della lingua e cultura cinese, si era fatto benvolere da tutti perché era buono di animo e incapace di chiudere il cuore alle necessità e miserie dei fratelli. Espulso dal regime di Mao, fu richiesta la sua opera nella missione del Pime ad Hong Kong dove si prodigò per altri diciassette anni, pur nella difficoltà di una lingua e di un ambiente diversi dal precedente. È proprio vero: il primo amore non si può scordare. P. Ferruccio aveva lasciato il cuore nella sua vecchia missione all'interno della Cina più che ad Hong Kong. Intanto passavano gli anni, aumentavano gli acciacchi della vecchiaia, specialmente diminuiva la vista e fu necessario rimpatriare e sottoporsi ad un intervento chirurgico agli occhi. Rimasto con i suoi occhiali molto spessi, ci vedeva poco. Si lamentava talvolta anche di questo, ma lo faceva ridendo per cui non gli dava molto peso e gli altri non sempre riuscivano a scoprire le sue intime sofferenze. Qui nella comunità di Sotto il Monte era impegnato nel ministero e nell' accoglienza dei pellegrini. Lo conoscevano tutti con il suo pizzetto bianco e la sua inseparabile sigaretta, affabile e pronto alla battuta, da buon milanese. La sua giornata era fatta di lettura, di incontri con la gente del luogo e coi pellegrini. Soprattutto di tanta preghiera: sgranava sempre il suo rosario. Prestandosi per le confessioni, sembrava che avesse un debole per i penitenti sordi e scrupolosi... Si lamentava un po', ma poi li accoglieva tutti e li ascoltava. Sorella morte lo accompagnò al Signore per il premio, ultimo dei confratelli della sua missione. Noi ricordiamo p. Ferruccio con tanta nostalgia e ne sentiamo il vuoto. Solo la preghiera e la fede leniscono il nostro distacco. A lui raccomandiamo l'Istituto, la Cina, la nostra comunità e quanti l'hanno conosciuto e amato.

Ricordo di P. Ferruccio Tettamanzi (P. Mario Marazzi)

La morte di p. Ferruccio ci suggerisce tre pensieri. È stata una morte improvvisa. Ieri l'altro mi trovavo nella nostra casa di Rancio. Mentre eravamo a tavola sento dire che improvvisamente, nell' oratorio della propria parrocchia a Macherio, è morto d. Luigi Pozzi colpito da infarto. Poco più tardi sento dire che anche p. Ferruccio è morto improvvisamente nel sonno. Alla notizia di una morte come quella di p. Ferruccio, l'uomo della strada direbbe: "Fortunato lui! È morto senza accorgersene, senza soffrire". Può essere così, ma a noi credenti un atteggiamento come questo non è sufficiente. Una morte improvvisa ci richiama la parola di Gesù: "State pronti!", ci ricorda di essere sempre vigilanti, "nell' attesa della sua venuta" come diremo tra poco continuando la celebrazione dell'Eucarestia. Ci ricorda che dobbiamo usare bene il tempo: da una parte impegnando ci nella costruzione della città terrena, dall'altra tenendo fisso lo sguardo sulla città celeste. Siamo pellegrini su questa terra, come diremo ancora tra poco nell'Eucarestia. Qui sta la differenza tra noi e gli altri che, come noi, lavorano per la costruzione di un mondo nuovo.
Mi viene in mente l'articolo sulla "melassa cristiana" di Giovanni Testori apparso qualche giorno fa sul "Corriere della Sera". Non do un giudizio sull'articolo, scritto in uno stile provocatorio, "al limite". È un articolo però che mi ha fatto pensare. È vero che non possiamo rifiutarci di dire qualcosa sulla città terrena, se no le nostre parole sarebbero solo parole vuote, solo spiritualismo; ma le nostre dovrebbero essere parole diverse, che aiutano a riflettere sul senso ultimo della vita, della morte, del dolore. Come diceva Testori in quell'articolo, (e sappiamo in che situazione è: irrimediabilmente malato, sta guardando in faccia la morte che si avvicina): "la verità dei cristiani abita solo e su nella croce". Anche se non ho conosciuto p. Ferruccio in profondità per non avere lavorato fianco a fianco nella stessa parrocchia, sono stato con lui a Hong Kong per 16 anni. Eccetto un breve periodo come responsabile della parrocchia di Aberdeen, a Hong Kong ha sempre lavorato come gregario, mantenendo un basso profilo.
C'è una bella fotografia di lui pubblicata sul libretto "Hong Kong oggi" (stampato nel 1970 a cura di "HK Pime Press") che lo ritrae come era veramente. È una fotografia che fu scattata nel centro sociale Caritas di Tin Wan, dove p. Ferruccio era cappellano. È seduto a un tavolino della scuola materna, con a fianco due bambini che lo guardano e sta giocando con delle palline, con una faccia da bambino, da semplice. P. Ferruccio era così: un semplice. Mi ha sempre colpito molto la sua conoscenza della lingua cinese, (e l'ho invidiato molte volte per questo!). Ricordo il commento di Mons. Bianchi alle omelie di P. Tettamanzi, quando lavorava con P. Bazzo nella parrocchia della cattedrale: diceva che parlava bene il
cinese e lo ascoltava volentieri. Un particolare del genere può sorprendere, ma - come si sa - la lingua cinese è difficile. Tutti i missionari la sanno parlare (e anche bene) ma non tutti riescono ad applicarsi alla conoscenza della lingua scritta, per tanti motivi. A Hong Kong c'è poi l'attenuante che la lingua inglese è pure importante e va conosciuta per essere usata bene. P. Ferruccio si era impegnato nello studio della lingua cinese. Per esempio mentre la maggior parte di noi missionari stranieri leggeva il quotidiano di lingua inglese, P. Ferruccio leggeva quello cinese. E qui in Italia era abbonato al settimanale cattolico di lingua cinese, non a quello inglese. Conoscere bene la lingua locale è importante per tanti motivi: perché è il mezzo per essere efficaci nell'annuncio del Vangelo, perché è segno di rispetto verso la cultura locale, perché è la chiave che porta al cuore della gente. In questo P. Ferruccio è stato un bravo missionario.
P. Ferruccio è stato nella Cina continentale dall'agosto 1937 al dicembre 1953. Ha conosciuto il comunismo prima di altri nostri missionari, perché i comunisti erano arrivati nella nostra missione di Weihwei nel 1947/48. Ricordava con un certo orgoglio che aveva ospitato per circa un mese Lin Piao con il suo stato maggiore... Non mi pare comunque che P. Ferruccio ebbe particolarmente a soffrire sotto i
comunisti - o comunque non ne parlava. Costretto a lasciare la Cina, dopo un breve periodo di vacanza in Italia, si fermò a lavorare a Hong Kong. Anche se non lo manifestava apertamente, di certo ha conservato nel cuore tanto amore per la sua prima missione. Ricordo P. Maringelli (della stessa missione di Weihwei, lui pure fermatosi a Hong Kong dopo l'espulsione) che diceva: "Là nell'interno è un'altra cosa". E i cristiani del Henan non lo dimenticavano: ho visto varie lettere che, all'inizio degli anni '80, i cristiani cinesi avevano mandato a P. Maringelli; chiedevano di salutare i vari missionari del Pime che avevano conosciuto, fra cui "De Shen fu" (Padre Tettamanzi).
Che cosa è rimasto del lavoro compiuto in Cina da P. Ferruccio e da altri missionari? Vi leggo alcune righe scrittemi un paio di anni fa da un nostro confratello durante una visita ad alcune località della nostra missione di Weihwei: "Ho approfittato dei giorni di vacanza per il primo maggio per fare una capatina in Henan: ho potuto così visitare la nostra missione di Weihui, dove è stato rimesso in funzione il convento con 6-7 suore, una cappella aperta e il prete che vi celebra sporadicamente, mentre l'ospedale è diventato "ospedale del popolo", l'episcopio la sede del sindacato, la cattedrale chiusa e vuota, le abitazioni usate da famiglie... Ad Anyang invece la chiesa è stata quasi tutta distrutta durante la Rivoluzione culturale, mentre il dispensario-infermeria è stato trasformato in chiesetta. Vi abita il vescovo con uno o due preti, c'è il convento di suore con una quindicina di novizie, alcuni seminaristi... Ho potuto partecipare alla Messa solenne cantata in cinese nella serata della festa di S. Giuseppe lavoratore: è stato molto commovente. Ricordano ancora i nostri padri e l'Istituto. Il vescovo chiede preghiere speciali (anche qui l'atmosfera e il controllo sono rigidi) e ringrazia per il nostro interesse...".
Sulla situazione della chiesa di Cina si possono dire due semplici cose: da quando, dopo la morte di Mao, sono andati al potere i riformisti, alla chiesa è stata concessa una certa libertà unitamente ad un severo controllo delle attività religiose. D'altra parte le comunità cristiane (almeno in certe zone) stanno conoscendo una primavera: ci sono richieste di battesimi, vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa. Durante gli anni più bui del comunismo, a Hong Kong noi missionari ci domandavamo: "Riusciranno i cristiani cinesi a superare questa prova?" Ebbene, ci sono state sì delle defezioni, ma nel complesso i cristiani sono stati meravigliosi, hanno sostenuto l'urto di una terribile persecuzione, dando bellissime prove di fedeltà a Cristo e alla chiesa. Le comunità cristiane cinesi sono oggi povere di mezzi ma ricche di fede che irradiano attorno. E questo è il frutto dei sacrifici di tanti martiri e confessori della fede, di
tanti missionari che - come P. Ferruccio - hanno lavorato duramente.
Dopo un lungo inverno, oggi la Cina ci appare come un campo arato dalla rivoluzione comunista, bagnato dal sangue dei martiri e dal sudore di tanti missionari, pronto per la semina della Parola di Dio. Per tanto tempo, forse, noi missionari non potremo entrare in quel paese (almeno nella forma tradizionale), ma non possiamo dimenticarlo. Oggi la Cina si sta aprendo alle riforme economiche. I nostri operatori commerciali guardano con interesse a questo grande e promettente mercato. Noi pure guardiamo alla Cina, ma con altri occhi. C'è un popolo numeroso (un miliardo e più!) che ancora non ha ricevuto appieno l'annuncio della Parola di salvezza, c'è una chiesa ancora provata e comunque isolata, una chiesa che a noi chiede solidarietà e preghiera.
Con la morte di P. Ferruccio scompare un altro di questi nostri umili ma veri protagonisti della missione in Cina. Mi auguro e prego che da parte nostra non venga meno l'amore, la passione, l'interesse per questo grande paese e la sua chiesa.

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