IL NOSTRO PROGETTO DI VITA

HONG KONG
LA MEMORIA FONTE DI SPERANZA
NECROLOGI dei MEMBRI del PIME di HONG KONG

a cura di P. Stefano Andreotti

"Interroga le generazioni passate, e rifletti sull'esperienza dei padri.
Noi infatti siamo di ieri e non sappiamo nulla.
I nostri giorni sulla terra non sono che un'ombra.
Ma essi certamente ti insegneranno, 
traendo le parole dal loro cuore"

(Giobbe 8: 8-10)

- 1 - - 2 - - 3 -

1861 - P. Paolo Reina
1862 - P. Antonio Riva
1863 - P. Andrea Fenaroli
1868 - P. Gaetano Origo

1868 - P. Gaetano Favini

1877 - P. Domenico Davanzo
1878 - P. Borgazzi Ignazio
1889 - P. Sasso Luigi
1892 - P. Burghignoli Giuseppe
1894 - Mons. Raimondi Timoleone
- 4 - - 5 - - 6 -

1901 - Mons. Scurati Giacomo
           - P. Viganò Bemardo
1902 - P. Bianchi Francesco Maria
1904 - Mons. Volonteri Simeone
        - Mons. Piazzoli Luigi Maria
1911 - P. Poletti Attilio
        - P. Salice Amasio Francesco
         


1916 - P. Andreoletti Celestino
1919 - P. Gabardi Pietro
1923 - P. De Maria Pietro
1924 - Mons. Pozzoni Domenico

 

 

 

1925 - P. Zamponi Giuseppe
1928 - P. Placzek Agostino
1930 - P. Banchi Antonio
1933 - P.Ferrario Angelo
1936 - P. Carabelli Giuseppe
1940 - P. Crippa Luigi
1941 - P. Garbelli Pietro
1942 - P. Teruzzi Emilio
1943 - P. Arvat Davide
1945 - P. Olivares Gioacchino
1948 - P. Robba Michele

- 7 - - 8 - - 9 -
1950 - P. Spada Giovanni Michele
1951 - Mons. Valtorta Enrico
1953 - P. Maglioni Raffaele
1956 - P. Frare Domenico Andrea
1957 - P. Grampa Angelo
1959 - P. Page Daniele
1960 - P. Zilioli Giacomo
1962 - P. De Maestri Francesco
           - P. Feroldi Alfredo
1963 - P. Bacchin Angelo
1965 - P. Riganti Antonio
1967 - P. Alessio Giusepe
1968 - P. Tragella Giovanni Battista
           - P. Pilenga Baldassare
1969 - Fr. Radice Adolfo
1972 - P. Della Nina Raffaele
           - P. Liberatore Ottavio
1973 - P. Bonaudo Lorenzo
            - P. Bonaldo Pietro
            - P. Poletti Ambrogio
1974 - P. Fraccaro Valeriano
1976 - P. Granelli Andrea
            - P. Galbiati Umberto
1977 - P. Tapella Enea
1978 - P. Cornetti Alessandro
1979 - P. Orlando Carmelo
1980 - P. Speziali Cirillo
           - P. Brookes Riccardo
           - P. Strizoli Giuseppe
1981 - P. Bruzzone Edmondo
           - P. Parodi Mario
1982 - Fr. Brambilla Luigino
1983 - Mons. Bianchi Lorenzo
           - P. Cantore Michele
1984 - Fr. Polo Vittorio
- 10 - - 11 - - 12 -
1988 - P. Beretta Enrico
           - Fr. Colleoni Mario
           - P. Cozzo lino Domenico
           - P. De Angelis Orazio
1989 - P. Maringelli Domenico
           - P. D'Ayala Valva Diego
1990 - P. Ricciardi Francesco
           - P. Viganò Giovanni
1991 - P. Bolis Luigi
           - P. Carrà Giuseppe
1993 - P. Tettamanzi Ferruccio
1994 - P. Calzini Ovidio
           - P. Ramacciotti Adolfo
1995 - P. Santinon Narciso
           - P. Numeroso Luciano
1996 - Fr. Polli Enrico
1997 - P. Gambaro Luigi
           - P. Pittavino Giovanni
1998 - P. Boerio Antimo
           - P. Girardi Giacomo
           - P. Pisani Osva1do
           - P. Bazzo Domenico
2000 - P. Aletta Luciano
2002 - P. Barbieri Amedeo
2003 - P. Einaudi Secondo
           - P. Lerda Francesco
2004 - P. Famiglietti Giuseppe
           - P. Caruso Giorgio
           - P. Crotti Amelio
2006 - P. Lambertoni Adelio
           - P. Maestrini Nicola
2007 - Fr.Causa Andrea
           - P. Mencarini Lido

2000

P. ALETTA LUCIANO  (1910-2000)

Necrologio (Mauro Mezzadonna, dal Vincolo N. 196, agosto 2000, P. 134)

P. Luciano Aletta morì il 12 agosto 2000 a Hong Kong. Nato a Carlentini, Siracusa, il 9 agosto 1910. Entrò nell'Istituto nel 1932 a Sant'Ilario, Genova. Il 17 marzo 1934 venne ordinato presbitero a Milano. Nel settembre dello stesso anno partì per la missione di Hong Kong. Destinato al distretto di Tsiap Tseng, Hoi Fung, zona interna della diocesi di Hong Kong, ne fu prima coadiutore e poi rettore. Nel 1941, causa la guerra, viene internato con altri padri italiani nel villaggio cattolico di St. Joseph e poi nella missione di Ka Ying, dove aiuta nell'insegnamento ai seminaristi di Muiyuen. Nel 1946 ritorna al distretto di Tsiap Tseng dove rimane fino al 1952. Dal 1952 al 1957 è assitente nella parrocchia di St. Teresa in Kowloon da dove inizia il lavoro nella zona di Diamond Hill. In seguito è prima parroco (1957-1972) della Holy Family Parish, e poi, dal 1973, rettore della St. Cecilia Chapel.

P. Luciano Aletta ha avuto il dono di una lunga vita. Nato a Carlentini, provincia e diocesi di Siracusa, il 9-8-1910, da Luciano (stesso nome dato al figlio) e da Nigro Carmela, è deceduto ad Hong Kong il 12 agosto 2000, tre giorni dopo il suo novantesimo compleanno. Una lunga vita con l'anelito a Dio e a servizio totale del prossimo, con azioni e sacrifici che solo Dio ha potuto apprezzare e valutare appieno. Quanto a lui, rispondendo ad una lettera di felicitazioni della direzione Pime di Roma per il suo sessantesimo di sacerdozio (17-3-1994) diceva: "Non credo di avere fatto a1cunché di straordinario. Ho cercato - non so se ci sono riuscito - di vivere la mia giornata come il Signore me la mandava. E spero di continuare a fare lo stesso". Ed ha continuato davvero, sino alla fine, nella sua fedeltà alla vocazione missionaria, che egli aveva sentito ben presto, sin dai suoi primi anni nel seminario di Siracusa, dapprima col contatto con le suore Domenicane del suo oratorio e poi per l'ingresso di due compagni nel Pime e la loro partenza per le Missioni: Padre Giovanni Baglieri per la Cina e Padre Paolo Barbagallo per la Birmania. La morte di quest'ultimo dopo appena tre anni di missione (6-10-1931) lo stimolò alla decisione finale. Al suo padre spirituale disse: "Desidero prendere il posto di Padre Barbagallo". E Don Cosimo Lanza, che lo giudicò poi uno dei migliori giovani del seminario, gli rispose: "Va pure, figlio mio!".
Ma la famiglia, composta dal papà Luciano, fabbro, vedovo, cieco da un occhio, e da altri due fratelli ed una sorella, contrastò fortemente questa decisione per quasi due anni, sino a che, finalmente, egli poté entrare nel Pime il 28-12-1932, in terza teologia. Il 17-3-1934 era consacrato sacerdote a Milano dal Cardinale Arcivescovo Ildefonso Schuster. Dopo le feste al suo paese, Carlentini, tornò al Nord. Ricevuto il crocefisso della partenza dapprima a Milano dal Cardo Schuster il 21 settembre di quello stesso anno, e poi l'Il ottobre dal vescovo di Treviso Mons. Longhin assieme al Padre Antonio Zago, con questi, anch' egli destinato alla stessa missione di Hong Kong, il giorno seguente si imbarcavano sulla motonave "Il Conte Rosso" ed il 3 novembre sbarcavano nella Colonia Inglese di Hong Kong, sulle coste della Cina Meridionale.
Accolti con gioia dal vescovo di Hong Kong Mons. Valtorta e dai confratelli, P. Aletta e P. Zago vennero ben presto mandati nell'interno, a Swabue, nell'interno dell'Hoifung, lontani da ogni residuo influsso europeo, per impararvi la lingua e costumi cinesi, quanto mai difficili e diversi da quelli italiani. Terminato questo speciale periodo, il vescovo assegnò Padre Luciano nel maggio del 1935 ad aiutare e fare pratica di lingua ed apostolato presso Padre Raffaele Maglioni a Swabue. Si vede che il tutto procedeva bene, dato che già al primo novembre dello stesso anno lo troviamo a Tsiap Tseng, in cura di quella parte del distretto. Vi rimane per vari anni, facendo del suo meglio per aprire nuove cristianità e superare le ricorrenti calamità, colera, guerra, fame, tifoni che distruggono tutto. Il 26-11-39 scrive al superiore generale: "Qui anche noi abbiamo passato ore di angoscia, ma il nostro spirito si è temprato e adesso è rientrata la calma. Siamo nelle mani di Dio". E ancora: "L'apostolato, in tutto l'anno scorso, ed anche in buona parte di quest'anno, fu oltre modo ostacolato, ma ciononostante non abbiamo avuto perdite, e abbiamo avuto guadagni. Nel solo mio distretto ho avuto un centinaio circa di nuovi catecumeni. L'avvenire promette".
Il 28-10-1940 il distretto di Tsiap Tseng diventa autonomo da Swabue e Padre Aletta ne diventa il responsabile. Tutto sembra procedere per il meglio, ma alla fine del 1941, con l'arrivo dei Giapponesi cominciano serie difficoltà. Egli viene concentrato con altri confratelli nel villaggio cattolico di S. Giuseppe (Niupidi). Il 25-4-1943 sono invece i nazionalisti a internarli nella lontana missione di Ka Ying (affidata ai missionari americani, e perciò liberi). Così possono aiutare nell'insegnamento ai seminaristi di Muiyuen.
Soltanto tre anni dopo, a guerra mondiale finita, Padre Aletta, assieme ai Padri Robba e Zago, può tornare nella regione dell , Hoifung, ed un mese più tardi far ritorno al suo amato distretto di Tsiap Tseng. Anzi, dal novembre 1948, a Padre Aletta vengono affidati i due distretti riuniti di Swabue e Tsiap Tseng, con centinaia di villaggi, comunità di cristiani, tutto da riorganizzare, visitare, migliorare... Con la sua fede, la tenacia e anche per la sana costituzione fisica continua silenziosamente ma fruttuosamente l' apostolato. Ma nel febbraio del 1951 ecco anche per lui un'altra drammatica svolta. I comunisti cinesi, ormai saldamente al potere in tutta la Cina, e che sino ad allora lo avevano lasciato relativamente tranquillo (salvo breve arresto e percosse il 10-12-50), internato lui e altri confratelli per cinque mesi nella missione di Waichau, un 200 Km oltre, e col 25 agosto seguente, per altri lunghi novi mesi li relegano in una stanzetta in un pessimo alberghetto-prigione nella città di Hoifung: pessimo cibo, pessimo ambiente, niente contatti esterni, anche se essi, con mille sotterfugi riescono ad averne e possono così anche celebrare di nascosto. In questo periodo, a subire prigionia e angherie continue sono, oltre Padre Aletta, i Padri Cantore, Michele Pagani e Mons. Lorenzo Bianchi, a cui si aggiunse in seguito (23-1-50) anche il Padre Dalla Nina.
Mons. Bianchi era stato consacrato vescovo coadiutore di Hong Kong il 9-10-49, ma dieci giorni dopo, assieme ad Aletta, Pagani e P. Giovanni W ong, erano saliti su di una giunca cinese e con ben 8 perigliosi giorni di navigazione (invece di un giorno), erano sbarcati nella zona comunista della missione da cui provenivano. Per allora non furono ostacolati. Mentre questi padri tornavano in Cina, i cinesi che lo potevano, compresi molti cristiani, inondavano di profughi la colonia di Hong Kong. Finalmente, senza processi e interrogatori, il 6-6-1952, il gruppetto dei missionari, pagato il loro debito all' albergo-prigione, fisicamente e moralmente prostrati da isolamento, cibo pessimo e scarso, angherie varie, furono messi sul treno per Hong Kong. Quando passarono il confine erano in condizioni disperate. Padre Dalla Nina era ridotto ad uno scheletro e fu subito ricoverato in ospedale. Padre Aletta, pur avendo avuto prima della prigionia un colpo di sole, conseguenza di una grossa strapazzata, che lo aveva tenuto in letto per 15 giorni con febbri continue ed altissime, sopportò anche meglio dei confratelli questo lungo e difficile periodo di reclusione. Mons. Bianchi però non era con loro. Era stato trattenuto, e non fu liberato che più tardi, il 18-1 O-52. Il suo predecessore, Mons. Enrico Valtorta, era morto intanto il 3-9-51, ma egli lo seppe assai dopo. Padre Aletta fissò poi in un diario dattiloscritto di 23 pagine questo difficile periodo (21-3-51 - 6-6-52).
Ripresosi rapidamente nel fisico, Padre Luciano viene mandato a lavorare dal 16-7-52 al 21-6-57 come vice parroco nella parrocchia di S. Teresa, ed in particolare nella zona di Diamond Hill, nella penisola di Kowloon, davanti all'isola di Hong Kong. Questa penisola, un tempo quasi disabitata, ora era una zona sovraffollata di profughi, ed anche in grande sviluppo. Il 19-9-52 passa ad abitare nella zona stessa di Diamond Hill, sino a che, a metà del '57, fu nominato parroco della S. Famiglia, resa autonoma del tutto da S. Teresa. In questi anni il suo impegno fu grande. Da qualche accenno nelle sue lettere ricaviamo ad esempio che a dicembre' 54 conferì ben 300 battesimi, 234 dei quali a nuovi convertiti, ed aveva inoltre 300 catecumeni che si preparavano al Battesimo. Nella piccola chiesetta della S. Famiglia, sorta nel frattempo, P. Luciano ebbe come aiutanti successivamente P. Giovanni Viganò e poi P. Angelo Bacchin, che vi fecero pratica di lingua e di apostolato.
Nel '58 scriveva al superiore P. Augusto Lombardi che aveva avuto ben 600 nuovi battesimi. Nel '62 scriveva all'amico P. Tragella: "Quest'anno ho avuto un aumento di 800 cristiani nella mia parrocchia. La chiesa è ancora quella piccola e calda chiesettina che lei conosce, con quei verdastri insetti che ogni tanto danno l'assalto alla nostra stanza...".. Una piccola nota, questa, che ci fa immaginare tante altre difficoltà di ogni genere, oltre la fatica di seguire in qualche modo la preparazione dei catecumeni al Battesimo.
Nel 1965 eccoci ad un'altra svolta. Viene eretta la nuova grande scuola superiore a Choi Hung Estate, e così la sede parrocchiale viene trasferita in questo importante centro. Il 2-2-72 ritorna però a Diamond Hill come rettore della Chiesa di S. Cecilia. Qui celebra nel '94 il suo sessantesimo di Messa e qui rimane fino al 26-5-1996, quando vi celebra l'ultima Messa. La chiesetta infatti era sorta su un d'un terreno dato provvisoriamente dal governo, che allora se lo riprese per un nuovo progetto edilizio. La chiesa fu distrutta. A questo punto il Padre aveva 86 anni ed aveva lavorato in quella zona per ben 44 anni.
Da quel giorno si ritirò alla casa regionale del Pime a Kowloon, aiutando ancora tutti nel possibile con la sua solita amabilità di tratto e di espressione. Ma gli anni avanzavano ed anche gli acciacchi. A metà gennaio del 2000 mentre era al "Canossa Hospital" per influenza, Padre Luciano ebbe un ictus che lo lasciò interamente paralizzato. Ricoverato in seguito al "Precious Blood Hospital" a Shamshuipo, vi rimase fino a che rese la sua bella anima a Dio il 12 agosto, alle ore 22. Erano presenti il superiore regionale Padre Dino Doimo, la suora del reparto, il dottore, l'infermiera e vari cattolici di Diamond Hill, che non fecero mai mancare la loro presenza alloro antico e tanto amato pastore. I solenni funerali si svolsero il 17. Il Padre fu sepolto nel cimitero di S. Michele ad Happy Valley, isola di Hong Kong. "Abbiamo pregato, pianto, ringraziato il Signore per il dono di questo uomo di Dio che è rimasto in mezzo a noi per così tanti anni" - ha scritto P. Doimo. Migliore sintesi dei sentimenti di Hong Kong non si potrebbe fare in così poche ma dense parole.
In realtà, in 66 anni di lontananza, mai egli si era dimenticato dell'Italia, di Carlentini, di Siracusa.
.. Ed appena le condizioni furono favorevoli, vi ritornò nel '53, per sei mesi. In luglio scriveva: "Qui non sono rimasto inattivo nel campo missionario. Ho fatto del mio meglio per fare conoscere le missioni ed il lavoro che svolgono i missionari". Parole significative. Padre Luciano tornò ancora in Italia nell'aprile' 74. Ritornò ad Hong Kong solo a Natale, essendosi fratturato un braccio a Roma. Venne ancora per la terza volta nel 1984, per il cinquantesimo di sacerdozio. Memorabile per molti versi. "Evento unico nella sua storia" - dice egli stesso. Carlentini, ormai quasi 20.000 abitanti, non aveva mai assistito ad una celebrazione di una ventina di sacerdoti, compresi l'Arcivescovo ed il vicario generale. Inoltre l' Arcivescovo Mons. Calogero Lauricella, con atto giuridico firmato l' 11-7 -1984, previsto dalle costituzioni del Pime, volle mostrare l'affetto e la stima di tutti concedendogli l'incardinazione in Diocesi, perché egli avesse "più profondo il senso di appartenenza a questa chiesa particolare, ed in nome di essa esercitasse l'impegno missionario secondo il mandato del Pime". In quei mesi P. Aletta fu instancabile nel parlare delle missioni nelle parrocchie, scuole, gruppi. L'ultima e quarta e sempre rapida visita in Italia P. Luciano la fece nel 1991.
In occasione del suo sessantesimo sacerdozio, nel 1994, il settimanale cattolico di Hong Kong, il "Sunday Examiner" riportava tra l'altro una lettera di un cattolico emigrato negli Stati Uniti, Frederick Tsai. Questi diceva: "Quando vivevamo in S. Cecilia, Padre Aletta fu più che un padre per noi. Egli era come il più anziano membro della nostra famiglia, un parente ed amico. Noi lontani ci sentiamo ancora suoi parrocchiani. Non possiamo permetterci di perdere il contatto con lui". Ben detto. Padre Luciano ora è nella pace di Dio. Ma non sarà certo dimenticato dai suoi molti amici di Italia e della Cina. E lui è nella condizione migliore ora di non dimenticarsi di loro.

******************

2002

P. BARBIERI AMEDEO  (1927-2002)

P. Amedeo Barbieri morì a Milano il 26 giugno 2002 per emorragia c cerebrale. Nacque a Maragnole di Breganze, provincia e diocesi di Vicenza, il17 giugno 1927. Entrato nel PIME a Treviso nel 1938, venne ordinato presbitero il 25 giugno 1950. Completato gli studi all'Istituto Biblico, fu professore a Milano dal 1953 al 1958, negli Stati Uniti dal 1958 al 1965, poi a Hong Kong dal 1965 al 1970, e ancora negli Stati Uniti dal 1970 al 1984. Nel 1984 era rientrato definitivamente in Italia con l'incarico di professore a Monza.

L'ultima Messa come la prima (P. Francesco Valsasnini, dal Vincolo No. 202, ago 2002, pp. 86-87)

Era nato il 17 giugno 1927, a Maragnole di Breganze, Vicenza, primo di otto figli e figlie. Tra esse una religiosa, Sr. Pierc1elia delle Poverelle. Frequentò il ginnasio e il liceo nei seminari minori del PIME a Treviso e a Monza e la teologia a Milano. Dopo l'ordinazione i superiori lo mandarono a Roma per proseguire gli studi. Ottenne la licenza in teologia all'Università Gregoriana e quella in Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico: Merita ricordare che allora, cinquant'anni fa, la politica dell'Istituto era quella di chiedere il proseguimento negli studi nelle università solo a coloro che erano ritenuti idonei all'insegnamento.
Dal 1954 al 1958 insegnò Sacra Scrittura nel seminario teologico di Milano. Fu un insegnamento vivo che mirava non solo a far conoscere la Parola di Dio ma anche a viverla, perché, diceva, essa ci è stata donata per alimentare la vita intera non solo la mente. Nel 1959 fu destinato negli USA dove l' Istituto aveva appena iniziato il seminario teologico. Nel 1965 era stato richiesto un insegnante di Sacra Scrittura per il seminario diocesano di Hong Kong e P. Amedeo vi fu destinato. Ci andò volentieri perché il nuovo compito era un servizio più diretto alle missioni. Ma non riuscì a inserirsi pienamente, soprattutto perché a 38 anni e poco dotato di orecchio musicale, non riuscì ad apprendere la lingua cinese con i suoi toni. Si rese conto che senza di essa avrebbe dovuto continuare a insegnare solo in inglese e soprattutto non gli sarebbe stato possibile svolgere una pastorale di un certo livello fuori del seminario.
E così, dopo 5 anni fu richiamato negli USA dove riprese l'insegnamento della Sacra Scrittura nel seminario diocesano di Darlington nello stato del New Jersey, frequentato allora dagli studenti di teologia del PIME: Qualche anno dopo l'Istituto decise di spostare i suoi studenti da Darlington alla CTU (Catholic Theological Union) di Chicago nello stato dell'Illinois. P. Amedeo è ancora ricordato per la sua passione nella ricerca del concetto di "missione" in Paolo.
Nel 1984, dopo un episodio di occlusione intestinale (il primo di altri che sarebbero seguiti), si lasciò convincere a rientrare in Italia e ad accettare di insegnare nel nostro seminario teologico di Monza. Lo fece con alternanze dovute in parte alla sua salute e in parte ad impegni affidatigli dai Superiori: ci fu una prima interruzione agli inizi degli anni '90 quando fu operato d'urgenza a Milano. In quell'occasione si temette di perderlo.
Ci fu un'altra interruzione quando accettò per due volte di dare un corso trimestrale in Sacra Scrittura nel seminario internazionale di Chishan in Taiwan, la cui direzione fu affidata dal "Cammino Neo-Catecumenale" a P. Antonio Sergianni del PIME; e infine l'interruzione degli ultimi anni per ragioni di salute. Da qualche tempo soffriva anche di disturbi circolatori cerebrali che lo rendevano ansioso. Qualche mese fa si era anche sottoposto ad un intervento per la rimozione di placche ai tronchi superiori della carotide. Ma nessuno si aspettava che P. Amedeo sarebbe stato stroncato da un'emorragia cerebrale così invasiva. Tutta la comunità PIME di Milano, che lo rinvenne morto nella sua camera ore dopo, ne fu scossa. Era il 26 giugno e P. Amedeo aveva terminato il suo pellegrinaggio terreno per arrivare alla Casa che non è regolata dal tempo.
Il giorno prima, il 25 giugno, il 52° anniversario della sua ordinazione sacerdotale, celebrò la sua ultima Messa. Egli non se ne rese conto, ma non fu una semplice coincidenza. Chi ha fede sa, e soprattutto sente che quel Signore che "conta i capelli del nostro capo", non fa capitare niente "per caso". Nel giorno anniversario dell' ordinazione, noi sacerdoti celebriamo la Messa con l'intenzione di ringraziare Dio per il dono immenso della fede e del sacerdozio e per chiedere la sua misericordia per la nostra inadeguatezza nel vivere il suo dono. Per P. Amedeo non ci poteva essere migliore preparazione all'incontro con Lui.

********************

2003

P. EINAUDI SECONDO  (1926-2003)

Necrologio (dal Vincolo N. 205, agosto 2003, P. 30)

P. Secondo Einaudi morì a Hong Kong il 9 giugno 2003 per emorragia cerebrale.
Nacque 1'8 settembre 1926 a S.Damiano Macra, provincia di Cuneo e diocesi di Saluzzo. Nel 1948 entrò
nell'Istituto a Genova, proveniente dal Seminario diocesano di Saluzzo. Venne ordinato presbitero il 29 giugno 1952. Dal 1954 al 1985 fu missionario ad Hong Kong dove nel 1969 venne nominato vicario generale del Vescovo. Nel 1985 rientrò in Italia con l'incarico di direttore spirituale del Collegio Urbano a Roma, incarico che coprì fino al 2000. In seguito, per quasi due anni, fu direttore spirituale nella casa per i missionari laici a Busto Arsizio. Tornò a Hong Kong nel marzo 2002. E'stato seppellito nel cimitero cattolico di S.Michele a Hong Kong.

Omelia (di P. Vincenzo Carbone)

Lo scorso lunedì 9 giugno, alla Casa del Pime, ci fu grande festa per il cinquantesimo di Sacerdozio di P. Garaventa e per il venticinquesimo di P. Pasini: solenne concelebrazione, seguita poi dal pranzo in onore dei festeggiati. Erano presenti quasi tutti i membri del Pime ad Hong Kong, compreso il caro P. Einaudi. Poi di sera la notizia che P. Einaudi, mentre celebrava nella Cappella del Centro Cattolico, era stato colpito da improvviso malore. Trasportato subito all'ospedale Queen Mary, ci si era subito resi conto che si trattava di cosa molto seria. I dottori parlavano di coma irreversibile, dovuto ad emorragia cerebrale. E qualche ora dopo Einaudi faceva ritorno alla Casa del Padre. Non nascondo che, al sentire la notizia, provai un senso di smarrimento. Tutto era accaduto in così breve tempo. Proprio poche ore prima mi era capitato di essere seduto accanto a lui per il pranzo, ed ora... era già partito! Mi raccolsi in preghiera per qualche momento, e il buon Dio mi aiutò a superare il mio sconcerto facendomi ricordare quanto era accaduto tanti anni fa, in occasione di un funerale.
Nella Badia di Cava de'Tirreni, un Vescovo Benedettino ottantenne (che aveva poi rinunziato al governo della sua Diocesi e si era ritirato nell' Abbazia) aveva terminato i suoi giorni. Il Superiore dell' Abbazia aveva invitato la Schola Cantorum del vicino Seminario Regionale di Salerno per eseguire la Messa funebre. Quando giungemmo all' Abbazia, rimanemmo un po' "scandalizzati" dall'aria di festa che vi regnava. Il Superiore ci offrì dolci e bibite e si intrattenne con noi in modo molto familiare. Fu allora che uno dei miei compagni gli pose la domanda: "Ma noi siamo venuti per un funerale, e vediamo invece che qui c'è aria di festa. Come mai?" Ricordo ancora quella risposta che mi aiutò a vedere la morte con altri occhi. "Ma è questa la nostra Fede", egli disse. "Questo Vescovo ha lavorato per tutta la sua vita per fare conoscere agli altri quanto Dio ama tutti, e ieri sera, mentre tutti noi intorno al suo letto cantavamo la Salve Regina, è ritornato alla Casa del Padre. Non è questo un motivo di gioia per quanto il Buon Dio ha concesso a quest'uomo?"
Col ricordarmi quanto era accaduto tanti anni fa, il Buon Dio mi aiutò a guardare con altri occhi, con gli occhi della Fede, alla morte del caro P. Einaudi. Dio, che aveva preparato questo prete per la sua missione, ora lo chiamava a Sé per farlo felice per sempre. Il mio dolore per l'improvvisa partenza di Einaudi si trasformava in una gioia serena, perché mi sembrava di udire il Buon Dio dire: "Vieni, servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore!"..
Durante lo studio della Teologia, aveva lasciato il Seminario della sua Diocesi di Saluzzo per entrare in quello del Pime e dedicare la sua vita "ad Gentes", perché aveva capito che il suo Battesimo lo chiamava a qualcosa di più esigente: lasciare il suo paese e andare lontano per fare conoscere a tanti ancora che Dio ama tutti e che per questo aveva mandato il Suo Figlio Gesù in mezzo a noi. Ordinato nel 1952, due anni dopo era già ad Hong Kong dove ha lavorato per ben 31 anni, prima come Rettore del Seminario, poi come Parroco e infine per molti anni come Vicario Generale della Diocesi. Nel 1985 il Cardinale Prefetto di Propaganda Fide lo chiamò a Roma come Direttore Spirituale del Collegio Urbano ritenendo che, trattandosi di un Seminario internazionale, occorreva una persona con esperienza missionaria per guidare nella vita spirituale i giovani che provenivano dai territori di missione.
Rientrato a Hong Kong lo scorso anno, P. Einaudi riprese il suo servizio alla chiesa di Hong Kong come Rettore della Cappella del Centro Cattolico, luogo che, per la sua posizione centrale, è molto frequentato da tante persone che hanno bisogno di confessarsi, o cercare qualcuno per chiedere consiglio sul come affrontare i propri problemi. P. Einaudi sapeva molto bene che, portare Cristo agli altri, non è
opera umana. Solo Dio tocca i cuori! E sapeva anche che questo servizio di amore deve essere prima di tutto alimentato dal sacrificio personale. Aveva perciò accettato con amore la sua parte di sofferenze. Anche se egli soffrì solo per qualche ora prima della sua morte, la sofferenza non lo aveva mai lasciato. Prima a causa della sua malferma salute, e poi per varie malattie dei membri della sua famiglia.
Amava i suoi cristiani ed era stimato e amato da loro. Ne è prova la vostra numerosa presenza qui stasera. Siete venuti per pregare PER lui. Forse alcuni di voi anche per un motivo di riconoscenza perché aveva ricevuto da lui comprensione e guida nella sua ricerca. Ma siete qui soprattutto per pregare CON lui, per ringraziare Dio che ha concesso alla chiesa di Hong Kong questo Missionario, questo sacerdote che ci ha lasciato un esempio di dedicazione al Vangelo, con una vita tutta spesa per l'annuncio della Parola che salva, perché molti ancora potessero conoscere l'amore di Dio per ogni persona.
Egli aveva tanto insistito con i suoi cristiani che il Battesimo è una grande Grazia, ma anche una grande responsabilità. Scelti dall'amore di Dio per fare parte della Sua Famiglia, siamo poi mandati ad annunziare questo Amore agli altri, e alla fine della nostra vita saremo giudicati sul come avremo accolto questa grande responsabilità. Ora egli ha terminato il corso della sua vita terrena, e Dio lo ha chiamato a Sé. Ora egli riposa in quel Dio che egli ha amato nella sua vita, e noi siamo qui per ringraziare Dio per il dono che questo Missionario ha fatto della sua vita.
A lui che aveva risposto alla Sua chiamata ed era venuto a lavorare nella Chiesa che è ad Hong Kong, il Buon Dio dice: "Vieni, servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore!" La Chiesa vuole che durante la Messa funebre si canti l' Alleluia. Sembra fuori posto questo canto di gioia in un momento di lutto. E invece è proprio il canto dell' Alleluia che dà il senso della nostra morte. Il dolore per la morte si trasforma in gioia per la vita nuova! Quel canto che nella Chiesa risuona in forma solenne durante la Veglia Pasquale, manifesta la nostra Fede nella nostra vita nuova, perché siamo ormai legati per l'eternità alla risurrezione di Gesù.
Il caro P. Einaudi vive ora in Dio. Quella comunione di amore che era cominciata con il Battesimo, non è terminata con la sua morte. E noi siamo qui questa sera per ringraziare il Signore perché la Sua promessa per l'immortalità futura dà fondamento sicuro alla nostra speranza, come dice la Liturgia: "Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata". La nostra vita, una volta iniziata, non finirà più, perché ora siamo figli nella Casa del Padre. E questo Padre amorevole prepara per ciascuno di noi un posto dove possiamo essere con Lui per tutta l'eternità. Siano rese grazie a Dio!

In Memoria di P. Secondo Einaudi (P. Giancarlo Politi)
Collegio Urbano, Roma (Giovedì, 12 giugno 2003)

Lunedì 9 giugno, alle 15,30 ora italiana (21,30 in Hong Kong), P. Secondo Einaudi terminava la sua avventura di uomo credente, e faceva ritorno al "luogo" da dove era venuto: il cuore di Dio.

1. Perché ciascuno di noi - ogni uomo, donna - nasce a motivo di un pensiero di Dio: che ci consegna alla vita, alla più completa libertà, affidando ci allo Spirito discreto del Figlio, nella speranza, da lui cullata con gioia e trepidazione, che quella creatura che siamo noi impari a fidarsi e affidarsi, cresca con un cuore di figlio. Ed è questo il primo motivo per il quale noi vogliamo oggi dire "grazie" al Signore: Secondo Einaudi l'abbiamo visto imparare volentieri il mestiere di figlio. Chi l'ha conosciuto sa che questo è stato vero, ci ha messo tutto se stesso in questo "corso speciale" che è durato una vita...

2. Ha imparato il mestiere di figlio... accogliendo e vivendo volentieri le sue debolezze fisiche, le fatiche dei propri insuccessi quotidiani - quanti sono per ognuno di noi! - senza scoraggiarsi, senza venir meno alla parola riconoscente data a Dio tanto tempo prima.
Era stato ordinato sacerdote nel Pime, il 29 giugno 1954, e tre mesi dopo, in settembre, partiva per Hong Kong, la missione alla quale i superiori del suo Istituto lo avevano assegnato. Per novembre, su un' isoletta molto bella dell' allora colonia inglese, Cheung Chau, era al lavoro per imparare contemporaneamente le due lingue necessarie al ministero: il cantonese e l'inglese. Trascorso un anno, è costretto a recarsi negli Stati Uniti per cure mediche: la salute precaria sarà sua compagna per il resto della sua vita, la grande aula dove imparare a fidarsi di Dio, dando quello che riusciva. Curare la fastidiosa cervicale è stato per lui solo l'inizio di una lunga fatica, che l'ha accompagnato fino a qualche mese fa, e che ha affrontato con serenità. Tornato in Hong Kong, gli venne chiesto di compiere i mille servizi che gradualmente preparano a capire e ad amare la gente ed il proprio ministero: lavora nel seminario diocesano, aiuta in parrocchia, lavora per i giovani... Nel 1961 viene nominato tra i consultori diocesani, e l'anno dopo incaricato della conduzione centrale dell' Apostolato dei Laici (1' Azione Cattolica locale).

3. Hong Kong era allora una porta socchiusa verso la Cina popolare, dove stavano avvenendo eventi di grande portata per quella nazione. Nel territorio se ne avvertivano i riverberi, talvolta in modo piuttosto assordanti e preoccupanti. Voglio ricordare soltanto due aspetti di quegli anni, nei quali Einaudi si è trovato coinvolto ed ha vissuto con intensità tutta particolare, presentandosi alla fine del Concilio quale superiore degli oltre settanta missionari del gruppo Pime in Hong Kong.
Il primo. La Diocesi di Hong Kong traghettava, finalmente, verso una localizzazione del gruppo direttivo. Nel 1969 viene nominato il primo Vescovo cinese, Francis Hsu, che designa Einaudi suo vicario generale, in tandem con un sacerdote cinese, Peter Lei. Questi succederà a Hsu pochi anni dopo, per un brevissimo episcopato. Nel luglio 1975 il nuovo vescovo è John Baptist Wu. Il rapido succedersi di tre vescovi, le tante iniziative di aggiornamento messe in moto dall' appena concluso Concilio Vaticano II, l'instabilità creata dagli avvenimenti di oltre frontiera dove era in corso la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, hanno reso drammatico quel periodo. Ma anche fecondo di idee, di iniziative, di dibattiti... che hanno messo non poco in crisi le istituzioni ed i suoi uomini, chiamati dalla storia, spesso loro malgrado, a salutari virate di bordo. Einaudi si trovò a dovere essere l'uomo della continuità, l'uomo di un difficile equilibrio, che non poteva non essere terreno pericolosamente minato. Non fece pesare negativamente il suo ruolo anche se si avvertivano chiare le scelte che venivano da lui, e che facevano discutere.
Il secondo. Posso sbagliarmi, ma ritengo che questo secondo aspetto abbia avuto un peso ancora maggiore rispetto al primo. E si è giocato di più all'interno della comunità Pime, dove il numero dei giovani andava aumentando e le spinte per un rinnovamento divenivano necessariamente più forti, anche se non sempre più illuminate e più sagge. Il "parto" per una reciproca accoglienza di persone che sembravano essere su posizioni solo apparentemente lontane, ha fatto soffrire tutti. Lui forse un tantino di più, trovandosi al timone del traghetto, biasimato per lentezze ed errori che invece erano patrimonio di tutti. Nel 1985, credo con suo gran sollievo, terminò il suo servizio di vicario generale, ma al costo di lasciare Hong Kong, chiamato a fare il direttore spirituale qui, al Collegio Urbano, dove ha lavorato per ben 15 anni, fino all'anno 2000. Ma questa è storia passata. La morte invita invece a guardare direttamente in faccia il suo senso, ciò che capita ad uno che muore... per non comportarci "come quelli che non hanno speranza".

4. Secondo Einaudi è morto mentre celebrava l'Eucaristia, al Catholic Centre, in Hong Kong, dove era tornato appena da un anno (nel 2002) dopo ben 17 anni di servizio in Italia. La sua morte cerebrale è avvenuta sull' altare, subito dopo avere pronunciato le parole di Gesù che consacrano la Sua presenza nel Pane eucaristico. Un momento bellissimo per morire, per concludere un'esistenza e iniziarne un altro tipo, in continuità.

5. Ho voluto curiosare in un particolare che mi è sembrato non indifferente. L'ultima parola da lui ascoltata è stata 2 Cor, 1, 1-7, dove si legge (ed Einaudi ha così pregato): Sii tu benedetto, o Dio,

Padre del Signore nostro Gesù Messia,
Padre colmo di sentimenti di misericordia
e Dio di ogni consolazione...
Tu mi hai incessantemente consolato
per rendermi capace di consolare...,

dove il termine "consolazione" tenta di tradurre, senza ben riuscirei, il significato originario della parola greca "invita, trarre vicino", come se Dio, in un'immagine suggestiva, traesse vicino alla Sua guancia il volto del credente. Lunedì, Dio ha sfiorato la guancia di questo Suo servo in un abbraccio che non avrà più fine, per un'esistenza ormai definitiva.
Ancora, la Parola che P. Secondo ha letto personalmente in quell'ultima Eucaristia proclamava "beati", felici, "i poveri in spirito" (Mt.5, 1-12), declinando poi le diverse sfaccettature della felicità che lui, da prete missionario, ha vissuto con intensità. Il "povero" che è felice non è l'uomo che non possiede mezzi per vivere dignitosamente - lo sappiamo bene - bensì colui che "sa". Chi tutto gli dona, colui che usa responsabilmente, con gratitudine, in un gesto di totale fiducia in Dio, che lo coglie alla radice del suo essere. Mi piacerebbe conoscere i pensieri che questa Parola ha provocato in P. Secondo, mentre la leggeva per l'ultima volta, lunedì sera. Avrà intuito la propria povertà radicale (i propri difetti, i propri peccati), e si sarà consegnato con gioia nelle mani di Dio che lo ha voluto e amato, trovandosi "consolato" da Lui, attratto, tirato vicino, perché potesse finalmente avvertire l'affetto grande con il quale il Padre di Gesù l 'ha sempre circondato.

6. Non ha avuto il tempo di pronunziare le parole consacratorie sul vino: ad esso, sostituiva la propria esistenza, consegnata al suo Dio, in un gesto "sconosciuto alla mia carne", pazientemente imparato in ogni Eucaristia.

Lettera di P. Francesco Pavese, IMC

Rev.mo e Caro P. Gianni Zanchi,
                      In questo particolare momento di cordoglio per la scomparsa del carissimo P. Einaudi, desidero unirmi alla sofferenza e preghiera di suffragio del vostro Istituto. Non le nascondo che sento profondamente questa improvvisa morte, perché P. Secondo è stato per me un vero amico, sia durante i lunghi anni di convivenza al Collegio Urbano e sia dopo. Ormai, tutti e due "emeriti", ci tenevamo costantemente in contatto, tramite la posta elettronica, e ci scambiavamo notizie, ideali e anche antichi bei ricordi. Abbiamo perso sulla terra una persona di valore. Avevo conosciuto P. Einaudi molto tempo fa, quando dirigevo i corsi di rinnovamento per i missionari reduci, forse verso la fine degli anni '70. Lo avevo notato, già allora, per la chiarezza della sua personalità di missionario. Ma sono stati i nove anni trascorsi assieme al Collegio Urbano a farmelo conoscere in profondità. Il Cardo Tomko si fidava di noi e diceva, forse scherzando, che il Padre Spirituale e il Rettore erano le "due colonne" della formazione per i seminaristi. Non so se il complimento era tutto giusto. Era comunque certo che noi due abbiamo collaborato in piena sintonia, trovando ci d'accordo sui valori, sui principi e sui metodi. Non ricordo di avere dovuto faticare, neppure una volta, per accordarmi con lui. Anzi, nei momenti più difficili, il mio vero consigliere era P. Einaudi. Consigliere e amico!
Sacerdote e missionario integro, di misura spirituale alta, più della sua statura, P. Einaudi era un educatore finissimo. Non una volta sola ho mandato qualche seminari sta in difficoltà da lui, anche se non era il suo direttore personale, perché aveva una grande capacità di discernimento nello spirito. Era un
uomo di Dio. Era modello per i seminaristi. Se qualcuno "mordeva il freno" era solo perché P. Einaudi proponeva con forza gli ideali e accompagnava senza compromessi alloro raggiungimento. Era esigente, ma con realismo e dolcezza. Soffriva molto quando constatava che qualcuno si accontentava di apparire e faceva sotterfugi sul piano vocazionale. Pur conoscendo diversi missionari del Pime, posso dire che io ho conosciuto, ammirato il vostro Istituto soprattutto attraverso P. Einaudi. Era molto attaccato al Pime, anche nelle cose minime. Ricordo che lo stesso giorno che ritirava lo stipendio, veniva subito in via Guerrazzi a portare l'assegno, al punto che io lo prendevo in giro per questa puntualità. Ma dentro di me. lo ammiravo. P. Einaudi ha fatto davvero onore al Pime! E'stato uno della vostra famiglia molto ben riuscito. Anche umanamente mi sono sempre trovato bene con lui. A parte che eravamo due "vecchi" piemontesi... Qualche rara gita ai colli ce la siamo fatta assieme, per respirare un po', lontano dal frastuono della città e dalle mura austere del collegio. Anche qualche partita al pallone ce la siamo goduta alla televisione, quando gli altri superiori se ne erano andati... Piccole concessioni tra amici che sapevano anche ridere, nonostante gli impegni molto seri in un collegio internazionale, dove 130 seminaristi si preparavano al sacerdozio per le loro Chiese di missione. Di problemi ne abbiamo affrontati molti assieme, ma credo sempre con tranquillità, senza piangerci addosso.
Caro P. Zanchi, mi scusi questo sfogo fraterno. Volevo condividere con qualcuno i miei sentimenti, in questo particolare momento di dolore. Come vede, conservo un ricordo vivissimo e una grande ammirazione per P. Einaudi. E' stato un vero dono per il Collegio Urbano e anche per me.
P. Einaudi sorriderà di quanto ho scritto, perché lui è vivo e felice in Dio. La sua fede e generosità sono sicuramente premiate. Se ce n'è bisogno, lo affidiamo a Dio con fiducia, attraverso l'intercessione della Madonna.
Accetti le mie sincere condoglianze. Con auguri di bene per lei e per il Pime.

Dev.mo, P. Francesco Pavese,
Istituto Missioni Consolata, Roma, Il giugno 2003.

Eulogy delivered at the Mass of the Resurrection of Fr. Secondo Einaudi
( by Fr. Edward Khong, Monday, 16th lune, 2003)

My dear Friends,

You may wonder why I am the one who is to deliver this Eulogy and not, as the custom is, the Provincial Superior of the Pime. I must, however, thank the Provincial Superior of the Pime to give me this chance to speak on our dear Fr. Secondo Einaudi.
We are gathered here to say farewell to our dear Fr. Secondo Einaudi.
We will sure miss him because we are seeing a good friend off for a journey home, as he has just gone ahead of us and is now back to the Heavenly Father. We miss him but we should not mourn. He won't like it, because he is happy. He is content, because he got his last wish to be able to come back and work in the Mission where he was first assigned, and to be able to die and be buried here. And he di ed right here in his Mission and in the midst of the most sacred work of a priest. He died while celebrating Mass last Monday evening, 9th of lune. He died in the full regalia of a priest in his Vestments and at the Altar of the Chapel where he worked.
I know Fr. Einaudi since he first arrived in Hong Kong as a young priest and a Missionary of 28. Of course, I was only 15 years old then. He started as my "Classmate" as he joined our regular c1asses in La Salle College to brash up his English language. He was also my "Student" as I coached him his Cantonese and fine tuned his Chine se sermons. As years went by, he was also my Spiritual Director, my Rector, my Superior, and my Colleague.
Many of us here will sure agree that we "enjoyed" very much and were often fascinated by the sermons and homilies given by Fr. Einaudi. I will share with you a little secret of Fr. Einaudi, known
perhaps only to me.
One year after his arrival to his mission, Hong Kong, he was assigned to be the Chaplain of La Salle College where I studied as well. During the day, he spent some time in attending the English language class to brush up his English language. Of course, he had to sit at the very back row of the class because he was so tall. Every Wednesday afternoon, when our classes was over, I would go to his office and there helped him to prepare his Sunday sermon in Chinese. He already had a draft made in Italian. He would then tell me his mind in English, and I tried my best to interpret it in Chinese for him. Carefully and meticulously he would drop down every word I spoke in romanized form. He then read it out loudly again to me to see if the pronunciation and intonation were correct. We spent about two hours like this every Wednesday and for nearly a school year until he left La Salle College.
That was not all. In the Saturday evening that followed, after the meeting with the Altar Boys at St.Teresa's Church, we would then go into the church. He went up to the Pulpit and I sat by the pews. He then read aloud his Sunday homily with the public address system on and he asked me to make any last minute correction on the homily he had prepared. He would continue to fine-tune his homily and would not be satisfied until I said that what he read out aloud was well heard and understood. This took about another forty five minutes to one hour every week. By seeing how seriously and meticulously he prepared a Sunday homily you will understand and appreciate why his sermons were so fascinating.
He worked at various posts in Hong Kong and had committed himself to a lot of challenging tasks for the Diocese. Just to name a few, he was Rector of a new modem Minor Seminary, Bishop's Delegate for the newly established Council of the Catholic Laity, Parish Priest of a unique international parish, and finally the Vicar general of the Diocese until 1985. Yet God has more challenges and surprises for him in stock. In 1985, at the age of near 60, he was called back to Italy and was appointed the Spiritual Director of the Pontifical Urban College, an international Seminary in Rome. This was a difficult task for him. Every priest and religious here wilI understand what I mean. To be the spiritual counselor of an international group of young men who are of diverse languages, cultures and mentalities is not an easy or simple job. All the worse, he never saw how long this tenure would last. He did not hide his feeling from me that he really did not like this assignment. Only out of obedience and commitment, he took it up, but took it up positively and courageously. This demanding and challenging work really drained much of him. In his correspondence with me all these years, from letters to telephone conversations and later by e-mails, he often mentioned about his great and difficult cross he was carrying. More than once, he told me to ask our late Cardinal John B. Wu to help him out of this difficult job.
His chance came only after 15 long years in this work. In late 2000 his tenure as Spiritual Director was finally over, and he was transferred back to work in his own Pime Institute. Cardinal Wu and I got the news, and decided to get him back to Hong Kong. By early 2002, he was back in Hong Kong and had since been working as the Rector of the Immaculate Heart of Mary Chapel at the Catholic Centre. Here you are, my dear friends. He was back to where he once belonged, very much in peace and at home. He died here, and "with his boots on". He is to be buried here as he had wished. Once again, Fr. Einaudi, we will miss you , but we do not mourn your passing away, we know that you are now resting in Peace.

***********************

P. LERDA FRANCESCO  (1926-2003)

Necrologio «di P. Dino Doimo, dal Vincolo, N. 205, agosto 2003, P. 46)

P. Francesco Lerda morì a Hong Kong il 28 giugno 2003 per carcinoma. Nacque il 22 maggio 1926 a Cuneo. Nel 1948 entrò nel Pime a Genova, proveniente dal Seminario Diocesano di Saluzzo. Il primo luglio 1951 venne ordinato presbitero. Nel 1955 ottenne il dottorato in Scienze Sociali presso l' Università Gregoriana. Nel dicembre dello stesso anno partì per la missione di Hong Kong, dove nel 1959 venne nominato prima vice presidente della Caritas locale, e poi direttore-presidente nel 1968. Ricoprì questo incarico fino alla fine. Fu fautore di iniziative sociali che divennero anche stimolo al governo stesso di Hong Kong. Riposa nel cimitero cattolico S.Michele a Hong Kong.

P. Francesco nacque nel 1926 in provincia di Cuneo, Italia. Dal seminario diocesano di Saluzzo entrò nel Pontificio Istituto Missioni Estere a S. Ilario, Genova. Fece il giuramento perpetuo a Milano nel 1950 e vi fu ordinato Presbitero nel 1951 dal Cardo Schuster. Mandato a Roma per ulteriori studi, nel 1955 otteneva il dottorato in Scienze Sociali presso l'Università Gregoriana e partiva per Hong Kong nel dicembre dello stesso anno. P. Francesco quindi lavorò per 48 anni ininterrotti ad Hong Kong, escluse le brevi vacanze ogni certo numero di anni. Hong Kong negli anni '50 era in una situazione unica al mondo. Nel 1949, con la caduta della Cina sotto il comunismo di Mao Tse Tung, una densa corrente di rifugiati affluiva su Hong Kong, che in pochi anni passava da meno di 2 milioni di abitanti a 4 milioni, gran parte poveri e di famiglie numerose. Le colline si riempivano fitte di baracche. La Chiesa cattolica, assieme ad altre Chiese protestanti, si prodigava ad aiutare questi rifugiati con centri per la distribuzione di cibo, assistenza medica ed educazione scolastica. I missionari italiani del Pime e gli Americani di Maryknoll erano in prima linea in questa situazione.
P. Francesco, dopo un anno di studi della lingua, veniva mandato a Chuk Yuen, un luogo allora famoso come centro e simbolo delle zone dei rifugiati. Lì il suo lavoro missionario-pastorale-caritativo attirava l'attenzione del Vescovo, Mons. Lorenzo Bianchi, che presto lo assumeva come vice direttore della Caritas Diocesana, l'organismo che dirigeva in gran parte questa assistenza ai rifugiati. Nel frattempo P. Francesco aveva anche introdotto un' organizzazione allora molto diffusa nel mondo del lavoro, i Young Christian Workers (JOC), e, assieme a qualche altro missionario, la diffondeva in varie parrocchie della diocesi. Direttore della Caritas, a quei tempi, era Mons. Vath, un sacerdote tedesco, che era riuscito ad avere l'appoggio della Misereor tedesca, un'organizzazione della conferenza episcopale della Germania. Così P. Francesco, assieme a Mons. Vath entrava in strette relazioni con i vescovi tedeschi e otteneva da loro aiuti per piani di lavori su larga scala, particolarmente ospedali e centri sociali.
Quando, alla fine degli anni '60, Mons. Vath moriva, P. Francesco divenne il direttore-presidente della Caritas di Hong Kong. Si dice che ad Hong Kong la Chiesa cattolica è veramente l'espressione della SS. Trinità, perché è costituita da tre cose: le Parrocchie, la Caritas e le Scuole. P. Francesco ne era coinvolto in maniera essenziale e ben presto il logo della Caritas diventava un simbolo conosciuto e amato dai due milioni di rifugiati in Hong Kong. Un po' per volta i rifugiati capirono che Hong Kong era ormai la loro patria. Nel pieno degli anni '70 e negli anni '80, la popolazione della città aumentava considerevolmente per crescita naturale, ma anche per ulteriori ondate di immigrati-rifugiati dalla Cina (per il fallimento del Grande Balzo in Avanti prima, e della Rivoluzione Culturale poi). L'economia si sviluppava per l'afflusso di capitale dall' estero, ma soprattutto per la laboriosità, intraprendenza e intelligenza della gente di Hong Kong. Fabbriche, banche, scuole, chiese, università, commercio, turismo. .. In questo periodo di crescita e sviluppo, P. Francesco guidava la Caritas ad iniziative che divennero poi anche stimolo al governo stesso di Hong Kong: scuole serali per adulti che non avevano avuto, negli anni precedenti, la possibilità di studiare; scuole d'avviamento professionale e scuole per ragazzi "sbandati". Così la Chiesa cattolica di Hong Kong, oltre ad avere scuole annesse ad ogni parrocchia, si arricchiva anche di questo nuovo tipo di scuole che dava la possibilità di studiare a gente, che altrimenti non ne avrebbe avuto occasione. P. Francesco capì questa loro necessità. Il suo metodo di evangelizzazione era l' amore concreto espresso nel dare ai Cinesi di Hong Kong una delle cose che più apprezzavano: la scuola.
Fu in questo tempo (gennaio 1975) che P. Lerda veniva richiesto dalla Caritas Internazionale di prendere il posto di Segretario Generale a Roma. Il Vescovo di Hong Kong, consultato da lui stesso, non fu del parere e P. Francesco rifiutò. Il superiore regionale del Pime in Hong Kong non veniva consultato
in questa materia. Oltre a questi sviluppi, la Caritas iniziava anche centri per anziani, per portatori di handicap, centri ricreativi, istituzioni per aiutare le famiglie con problemi, scuola di turismo e hotel (con due hotel connessi). L'anno scorso (2002) P. Francesco riuscì ad ottenere un ambiente unico e caratteristico. Si tratta di una delle grandi e ultra moderne stazioni del treno che connette il centro di Hong Kong con il nuovo aeroporto. Per varie e complesse ragioni, questa stazione non era sufficientemente usata e molti ambienti rimanevano vuoti. La Caritas riuscì a farsi dare questi ambienti per un affitto bassissimo e ci mise una scuola di informatica. Lo scorso dicembre, P. Francesco organizzò una visita speciale per noi Missionari del Pime, con guide e ciceroni che ci spiegavano varie cose, alcune un po' di fantascienza. Doveva esserci anche lui, ma non poté venire perché si sentiva male: era il tumore ai polmoni.
La Caritas di Hong Kong in questi ultimi anni non si è fermata a lavorare solo in questa città, ma iniziò e sviluppò intense relazioni anche con le amministrazioni di varie città nella Cina continentale. P. Francesco nei suoi contatti e nella direzione di questo grande organismo, che conta circa cinque mila dipendenti, ha sempre instillato la priorità dell' amore per gli altri, al di sopra di ogni differenza anche politica o religiosa. Così in questi anni sì è sviluppata in Cina una rete di attività caritative organizzate, guidate o stimolate dalla Caritas di Hong Kong. Un aspetto a me personalmente molto simpatico era che P. Francesco possibilmente ogni sabato andava all'isola di Cheung Chau, dove la Caritas ha due centri ricreativi. Lì praticava il suo hobby preferito: l'agricoltura (oltre la meccanica). Piantava alberi, li curava, seminava radicchi e insalata, faceva crescere pomodori e zucchini. Al mattino della Domenica scendeva al villaggio per dare una mano nelle Messe e confessioni, e al pomeriggio riprendeva il lavoro di ortolano o boscaiolo. Questo suo interesse si rifletteva poi nei giardini, alberi da bellezza o da frutto attorno agli ospedali, scuole e centri della Caritas.
P. Francesco moriva ad Hong Kong il 28 giugno 2003, dopo alcuni mesi di vane cure per il cancro. Con la sua scomparsa, finisce del tutto il periodo dell'influsso del Pime nella programmazione delle attività proprie della Chiesa di Hong Kong. Ora noi missionari del Pime continuiamo la nostra presenza e il nostro contributo, ma le responsabilità di guida e di pianificazione passano completamente nelle mani del clero locale. P. Secondo Einaudi prima e P. Francesco Lerda poi, furono i due ultimi missionari del Pime a lasciare quei posti di comando che all'inizio degli anni '80 il Pime di Hong Kong aveva deciso di consegnare in mano al clero locale. Il ritardo nel fare questo passaggio fu oggetto di discussioni e opinioni opposte. Da una parte c'era la concezione che era tempo di non essere più noi nelle posizioni di comando, e dall'altra l'assoluta disponibilità a stare al servizio della diocesi fino a quando il vescovo di questa, e noi del Pime, lo richiedeva. "Uno vede la bontà, l'altro vede la saggezza" dice un proverbio Cinese. E così P. Lerda rimase al comando della Caritas di Hong Kong, si può dire, fino al suo ultimo respiro. Si può non condividere un punto di vista, ma non si può non ammirare la dedizione, la competenza, la creatività e lo spirito missionario di questo grande piemontese che, assieme al suo grande amico e quasi compaesano, P. Secondo Einaudi, ha dato tutto della sua vita per la evangelizzazione del popolo Cinese in Hong Kong e nella Cina continentale. Il Signore Gesù, che P. Francesco ha annunciato in parole ed in opere tra i Cinesi, gli dia riposo e gioia eterna nel Suo Regno.

Homily in the Vigil Mass for Late Fr. Francis Lerda
(Fr. John B. Tsang, Hong Kong, 4 July, 2003)

I would like now to say a few words in English about Fr. Francis Lerda. After a long and courageous struggi e with cancer, Fr. Lerda went home to God last Saturday afternoon. We come together this evening gathered as a people of faith to mourn the passing of Fr. Lerda and to pray for his peaceful rest. But we also gather together in a spirit of gratitude, as we celebrate the life of this remarkable man of faith, a life given totally in service to God and people. Fr. Lerda was born in 1926 in the town of Cuneo, in Northern Italy. He was the only son in his family, spending most of his early life working on his family's farm. In 1951 Fr. Lerda was ordained a priest in the Duomo Cathedral in Milan. Early on Fr. Lerda expressed an interest in working c10sely with the poor and needy, especially with poor children. Recognizing this, following his ordination, his Superior sent him to the Gregorian University in Rome to study Sociology, where Fr. Lerda earned his Doctorate in 1955.
In 1956, he was assigned by his Society to Hong Kong, and began his study of Cantonese on Cheung Chau. In 1957 Bishop Bianchi appointed him pastor of S1.Pius X Church in Chuk Yuen. That some year he also became chaplain for the Y oung Christian Workers organization. In 1959 he was asked to be assistant to Fr. Charles Vath in his work with Hong Kong Catholic Relief Services. This organization would later develop to become Caritas-Hong Kong. At the beginning resources for this work were few; it took them a year before they were able to obtain an office on the top floor of Grand Building in Central. At that time the entire organization consisted of three people: Fr.Vath, Fr.Lerda and a secretary. Nonetheless, they were able to coordinate the distribution of a great deal of the humanitarian relief that was coming into Hong Kong to meet the needs of the refugees who were flowing into the territory from China. In 1962 they were able to expand their operation through the purchase of the top floor of the Ngon Lok Yuen Building, and in 1966 they moved into the newly completed Caritas Headquarters on Caine Road.
In 1968 Fr. Lerda succeeded Fr. Vath as the President of Caritas- Hong Kong. In large part through the dedicated efforts of Fr. Lerda, Caritas grown from a small relief organization to one of the largest social service agencies in Hong Kong, providing social work services, educational services, medical services, and community and hospitality services. Caritas has also expanded its work beyond Hong Kong to provide services in Mainland China as well. From its humble beginnings in a small office with a staff of three, Caritas today has over four thousands-six hundred staff, four hundred-thirty two service units in one hundred- forty locations throughout the territory. In addition, thousands of volunteers give their time and talent to support the work of Caritas. Fr. Lerda never sought any accolades for the work that he did on behalf of the poor and the needy. Nonetheless his tireless efforts did not go unrecognized by those around him.
In 1987 he was awarded the Order of the British Empire by Her Majesty Queen Elizabeth. That same year he received the Order of Merit Officer' s Cross from the Federal Republic of Germany. It goes without saying that the success of Caritas is due in large part to the efforts and example put forth by Fr. Lerda. He dedicated his life to service, not out of any self-interest, but purely as an expression of his love for God and love for his brothers and sisters.
In reflecting on the life of Fr. Lerda, especially at this moment as we gather to celebrate his passage from this life into life everlasting, my thoughts keep returning to the words of S1.Paul in his Second Letter to Timothy. I think these words, spoken out of S1. Paul about himself, apply as well to Fr. Lerda: As for me, I am already being poured out as a libation, and the time of my departure has come. I have fought the good
fight, I have finished the race, I have kept the faith. From now on there is reserved for me the crown of righteousness, which the Lord, the righteous judge, will give me on that day, and not only to me but also to al! who have longed for this appearing.
Colleagues and friends, who knew him, will attest to the truth of these words. Many of us were witnesses to how he poured himself out in a tireless struggle to lift people out of poverty and hopelessness. He was not a man of many words; he preferred to let his actions speak for him. In all things he worked with trust and faithfulness in the love and mercy of our Heavenly Father. Everything he did, he placed it in God's hands; rejoicing when there was a success, and faithfully accepting when things did not work out as expected. Never one to be discouraged by apparent failure, he was an inspiration both to those he served and those who served with him. He was an example both for the depth of his faith and the simplicity of his life. Fr. Lerda also possessed a unique vision. He would always look for the possibility where others were might only see hopelessness. He lived from the conviction that every person had a God-given dignity and potential, and that everything, no matter how apparently useless, could be put to use. One story that relates to this concerns a rubbish dump that was located near the Caritas Camp on Cheung Chau. The accumulated rubbish created a great deal of methane gas that caused an unpleasant odor. Where others only noticed a smelly rubbish dump, Fr. Lerda found a way to harness the methane gas to create energy to light the lamps of the camp.
In an interview some years ago, Fr. Lerda stated: "I feel that time flies so quickly, and that the work before me increases day by day. There are still so many problems that remain to be solved. I have seen Caritas grow and develop, and I feel my life has been blessed by spending it in service with this organization. Seeing people becoming more and more independent and more self-sufficient through the help of Caritas, fills me with a great sense of gratitude. W ork, reflection, discussion, study and solving problems with my colleagues are where I find my happiness. Failure does not trouble me. Failures are merely a part of the process that leads to eventual success. Wherever there are needs in society, I am happy to spend myself in work to meet those needs, because my strength and energy for this work arises from my faith and prayer".
Fr. Lerda, all of us here join in prayer that you are now resting peacefully in the arms of our loving God. We pray that when you reach the gates of heaven, when you see our Lord face to face, that you may hear him say to you: "Come, you who are blessed by my Father, inherit the kingdom prepared for you from the foundation of the world. "
We, your friends and colleagues at Caritas, promise to honor your memory by continuing the work to meet the needs of our brothers and sisters. As society continues to change and new needs arise, we will do our best to address them with the same spirit of faithfulness and creativity that you exhibited throughout your life. Y our spirit will continue to live through the spirit of Caritas.

Homily given in the Funeral Mass
(Fr. Michael Yeung, Hong Kong, July 5, 2003)

From a humanistic point of view, death is in fact an absurd tragedy. Everybody lives for a while but inevitably has to die at the end - even the almighty Creator, who is always compassionate and benign, descending into a state of incapacity, has to let go. If I were a plant, or a fish, I could be replaced. But this ''I'' is a unique ''I'', and this "you" is an irreplaceable "you", be it good or bad. Death, in this sense, becomes void.
But in a distressing, absurd world, if humankind would have to live forever, would not life become a more ridiculous tragedy than death? It is written in the very first book of the Holy Scriptures: "By the sweat of your face shall you get bread to eat, until you return to the ground, from where you were taken; for you are dirt, and to dirt you shall return".
Death therefore is more than a physical decomposition, but a relief. From the point of view of faith, we see death as the transformation of life into a mystery. Our Lord Jesus Christ died with willingness for the sake of mankind and this offering gave us a new meaning and a new perspective to death. J esus taught us that "Unless a grain of wheat falls into the earth and dies, it remains alone, but if it dies, it bears much fruit". He also said that "I am the resurrection and the life; whoever believes in me, though he should die, will come to life". Although humankind is humble as dirt, we will share the Creator' s life through our participation in the life of Christ, and Fr. Lerda did tha1. He did that so well that makes anyone who succeeds him very difficult to follow. Fr. Lerda served Caritas for 44 years. His tremendous and valuable contributions to the development of Caritas-Hong Kong to its present magnitude are beyond measure. Throughout his service, he was committed to improving the lives of the last, the least and the 10s1. In the early years of Caritas, that is, in the 50s and 60s, he was active in relief work and family services. One of the milestones was the setting up of the Cathedral Welfare Index at the Hong Kong Council of Social Service.
In the 70s, he worked with other Christian leaders to lobby the Government to establish a social security system to assist families in poverty. Consequential to this effort, the Government set up the Public Assistance Scheme in 1971 and then the Comprehensive Social Security Assistance Scheme in 1993. In the realm of his service to the prisoners and drug addicts, he worked with the Correctional
Services Department and other Christian prison chaplains. He was a strong supporter of the Society for the Aid and Rehabilitation of Drug Abuses, as well as the Rehabilitation of Offenders, while at Caritas, he established the Lok Heep Club to assist the rehabilitation of drug addicts. He was also on the Action Committee Against Narcotics for eight years. In the domain of his services to the physically handicapped persons, Fr. Lerda was invited by the Government to help in the reform of the Factory for the Blind in 1971. He al so actively supported the independence of the Hong Kong Society for the Blind. He facilitated the establishment of an independent organization for Physically Handicapped with Able-bodied Persons, to promote mutual assistance and friendship between the physically handicapped and healthy individuals. Within Caritas, the focus of his efforts was the setting up of services for the mentally handicapped, including the operation of sheltered workshops, special schools and vocational training. In the area of community work, he gave his tremendous support to the Caritas Community Workers during its formation. He also worked with other Christian organizations to start the Society for Community Organization and Community Nursing Service. Fr. Lerda served Caritas with unswerving devotion till the very last moment of his life.
I could still recall Fr. Lerda's sharing in his deathbed about his commitment of his life, in faith and trust, into God's eternal love and care. He shared with me on the celebration of the Solemnity of Corpus Christi, that death is the unique point between time and timelessness when the Spirit of Christ, the Spirit of Life can finally take complete possession of uso Death is that extraordinary experience of Christ, who is life, and fashions us finally into His life, into His image. We must all make the complete gift of ourselves to the least of our brothers and sisters, and finally let God take complete possession of us, even as Jesus crucified on the cross said his 1ast words, "Father, into your hands I commend my spirit". Fr. Lerda lived deeply with his faith in God and his commitment to the Body of Christ, the Church. He understood his mission as proclaiming forthrightly God's vision and design for humankind, and to call all peoples to transform their lives to reflect that design. He accepted his role as an advocate of total devotion and beneficence to the needy and "disadvantaged". Faithful to this call, Fr. Lerda dedicated himself and invited us to join his company:
- to serve as a prophet who could envision a future in which peop1e were treated with dignity and justice, and to empower them to pass on that dream, that vision, from generation to generation; - to serve as a servant of God' s p1an that extends to all people, regard1ess of race, language, occupation or politica1 stance;
- to serve as a companion priest to the vu1nerab1e, the voice1ess, and the underprivi1eged, on their journeys toward self-re1iance.
Fr. Lerda comes and goes. He comes and lights up the world, and shapes it into a better form. He makes death as a turning point in the power of God's grace, death for him is no longer void. In him, there is no enthusiasm but readiness; not a surrender but a love-laden yes.
Fr. Lerda is now hearing what we just heard from the Gospel Reading, which will also inspire all of us here if we wish to follow his path, "Come, you that are b1essed by my Father, inherit the kingdom prepared for you from the foundation of the world; for I was hungry and you gave me food, I was thirsty you gave me something to drink, I was stranger and you welcomed me, I was naked and you gave me clothing. I was sick and you took care of me, I was in prison and you visited me". "Truly I tell you, just as you did it to one of the least of these who are members of my family, you did it to me". And now, to you, Fr. Lerda, our beloved father, faithful brother and compassionate leader, farewell, till we meet again in the Heavenly inheritance!
A tutored peasant's faith was a marvelous gift to the Catholic Church in Hong Kong ("Sunday Examiner", Ju1y 6,2003)
Fr. Francesco Lerda, Pime, became the vice-President of Caritas Hong Kong in 1959 at a time when the Church was struggling to respond to the needs of a constant stream of refuges seeping through the border with China. The then-British colony was stilI struggling to deal with the social difficulties bequeathed by World War II, and the added presence of these hungry, sick and traumatized people created what could have been an intolerable burden for the fledgling social servi ce structures of the territory. The people of Hong Kong we1comed the newcomers with natural generosity, but foremost in the hearts of many of those who survive today will be not only sorrow at the death of the priest who, through his dedication, faith and natural genius was able to offer so much help and comfort to them, but also a profound sense of thanksgiving that their lives had been touched by a man who saw the face of God in every troubled person he met, responding with love in the way he believed Jesus would have done. On March l, 1955, the Catholic Social Welfare Conference of Hong Kong diocese, which had been instituted on July l 1953, was affiliated with 'Caritas Internationalis' and the International Migration Commission. On December 18, 1957 the organization was established as the Official Social Welfare Bureau ofthe Catholic Church in Hong Kong and formally confirmed by bishop's decree in 1959. It was renamed "Caritas-Hong Kong" on October l 1961.
Born in the village of Cuneo, Italy, in 1926, Fr. Lerda's heart never betrayed the values bequeathed to him by the simplicity of his upbringing. His greatest love in life was the "Place of Redemption", Caritas' Youth Centre on Cheung Chau, and on most Saturday afternoons he could be found there painting a fence, fixing a do or or cleaning up the garden. He knew that being responsible for your own environment was necessary for survival in a small village, and he believed that working to enhance the community environment was essential to keeping a focus on what was important in life. He never forgot where he carne from and cherished the life values he had been given by his parents. Throughout the years as vice-President, and from 1968 as President of Caritas, he was never comfortable at the ritzy social functions and fund-raising events that are part and parcel of the work of a director of a large charitable organization. He avoided them when he could, and uncomfortably bowed to the calI of duty when the occasion required. However, one social event that he never missed was the annual dinner of the Caritas Printers, a fledging organization struggling financially but staffed by the down to earth and hard working people with whom he felt at home. Those who queued at the door of his office in the Caritas Centre in Caine Road for a "bit of chat", "some home-spun advice" or "spiritual comfort" found him an attractively shy man, a quality that made him approachable to the taxi drivers, labourers, students and business executives who sought his company. He hated the limelight that aspects of his work required, but loved the sleeves-up and dirty hands side of bringing God's love to the poor and oppressed.
Although never formally educated for the executives roles he played, his natural genius helped him to be sharp with money, investments and the complex organizational demands of running a social service agency, which under his guidance grew from a voluntary group to one serving the community through 432 service units in 140 different locations with more than 10,000 volunteers serving in the fields of social work, education, medical, community and hospital services, delivered not only in Hong Kong but on a smaller scale in Mainland China, North Korea and India. Fr. Lerda was quick to learn. In his early days, large shipments of food donated by overseas charitable agencies and government arrived on Hong Kong's wharves to help feed the hungry. He once directed huge blocks of cheese to be cut up and distributed through the soup-kitchens, only to be told the next day that "the soap you gave us yesterday Father, is not good at all. It simple will not lather!" Fr. Lerda learned that when a gift is given, even in charity, a lot of thought must go into choosing what is appropriate. It was a lesson he never forgot and a lesson that many thousands of people benefited from.
When refugees from Vietnam began to arrive in the mid 1970s, Fr. Lerda spontaneously accepted responsibility for their care. Driven by his love for the poor, seeing their plight and comparing them with the Holy Family wandering from house to house experiencing rejection he simply said: "W e will look after them". When asked how he would pay for it, he replied "God will provide". And God did. It was his tutored peasant' s faith, the gift of the village of Cuneo in Italy to the territory of Hong Kong, that has made Caritas what it is today. Fr. Lerda will be buried at the Catholic Cemetery in Happy Valley in the land he carne to regard as his own. He spent 51 of his 77 years in Hong Kong. He felt more at home speaking Chinese than Italian, and rarely had the opportunity to use the language of his boyhood, an Italian dialect. Bishop Zen will be the principal celebrant at a requiem Mass in the Cathedral at 3:00 pm on Saturday July 5, and there will be a vigil Mass on the preceding Friday evening at 8:00 pm, celebrated by Bishop Tong.

***********************

2004

P. FAMIGLIETTI GIUSEPPE  (1916-2004)

P. Giuseppe Famiglietti morì a Lecco il 3 gennaio 2004. Nacque ad Aquilonia, provincia di Avellino e diocesi di S. Angelo dei Lombardi, il17 dicembre 1916. Alunno della casa di Ducenta, Monza e Milano, fu ordinato presbitero il 29 giugno 1940. Terminata la teologia nel giugno 1941, servì l'Istituto nelle Case di Ducenta e A versa e nel 1947 fu destinato a Hong Kong. Dal 1955 al 1960 fu richiamato in Italia, ad insegnare matematica nei seminari di Ducenta e Aversa. Nel 1960 ripartì per Hong Kong dove rimase fino al 1990 quando, per motivi di salute, rientrò definitivamente in Italia. Riposa nel cimitero del PIME di Villa Grugana.

Omelia (P. Nicola Ruggiero, dal Vincolo N. 207, aprile 2004, P. 52-54)

Sono stato invitato a pronunciare alcune parole per salutare P. Famiglietti. Desidero chiamare P. Famiglietti con il nome di P. Peppino perché così si usa nel sud Italia e così lo chiamavamo noi in missione.
Le letture scelte per la liturgia d'oggi sono proprio appropriate per ricordare a tutti noi P. Peppino perché sono quelle pagine che l'hanno illuminato durante la sua vita, una vita vissuta nell'umiltà e nella mitezza. Troviamo nel Vangelo una frase che si adatta molto bene alla vita di P. Peppino, "servo buono e fedele". Non so perché il Signore non chiama quel servo "buonissimo e perfetto", lo chiama "buono", forse per rilevarne l'umanità, la bontà, la mitezza e la semplicità: doti che il nostro P. Peppino ha sempre vissuto come dono di Dio.
E' stato davvero il servo buono e fedele al Signore. Ha accolto l'invito del Signore, "Andate e predicate il mio Vangelo". P. Peppino è andato, ha predicato, ha seminato il "buon esempio". Nella sua vita ha incontrato tanta gente; tutti gli volevano bene e guardando il suo esempio, lo hanno imitato e hanno imparato ad essere fedeli a Nostro Signore. P. Peppino amava la "sua gente" e la sua gente lo amava.
Voi potreste chiedermi: "Ma come ti permetti di dire queste cose?". Dico tutto questo perché ne ho fatto l'esperienza personale, perché ho sentito parlare di lui, ho ascoltato quello che a Hong Kong si diceva di P. Peppino! L'ho incontrato una prima volta nel lontano 1937. Non era ancora sacerdote, ma s' incamminava verso l'ordinazione. L'ho incontrato di nuovo dopo l'ordinazione, quando è stato mio professore di matematica in seminario: P. Peppino era davvero un genio in matematica.
Adesso mi hanno chiesto di salutarlo: Penso che tutti abbiamo notato la fotografia stampata sull' annuncio di morte di P. Peppino. Vi chiederete perché quella foto di P. Famiglietti con il tovagliolo al collo; sembra strana la scelta, invece è una cosa molto bella perché ci mostra la sua semplicità. Questa foto me ne ricorda un'altra offerta in Hong Kong durante i funerali di P. Wong, un Padre trappista. Il Padre stava seduto su uno sgabello, sorpreso mentre sbuccia le patate, con un sacco di patate ai piedi e
una patata tra le mani. P. Wong e P. Famiglietti: la medesima umiltà, la stessa semplicità!
Come dicevo prima la bontà, la mitezza e la dedicazione di P. Peppino hanno sempre meravigliato tutti. lo sono stato fortunato perché, dopo averlo avuto come professore e prefetto a Ducenta, l'ho incontrato di nuovo negli anni' 50 come compagno di missione a Hong Kong dove mi aveva preceduto nel 1947 e dove è rimasto fino al 1990, quando la malattia l'ha costretto al rientro.
La semplicità di P. Peppino si manifestava nel dedicarsi completamente alla sua gente, e la gente era a lui affezionata; era attento ai bisogni spirituali ed era attento anche ai bisogni materiali della sua gente.
Ricordatevi: chi fa il bene sarà sempre ricordato e amato! Posso testimoniare che P. Peppino è stato davvero amato dai suoi, in modo speciale dai maestri e dalle maestre dell'asilo. P. Famiglietti ha lavorato in una missione molto bella, in un territorio molto povero e difficile, ma è sempre stato contento, sempre geloso della sua missione.
Quante belle cose possiamo ricordare di P. Peppino! Aveva una devozione speciale per S. Giuseppe, lui che si chiamava Giuseppe. Quando lo invitavamo a cantare una canzoncina al suo patrono, sempre intonava "Giuseppe è un nome santo...", e alla fine sorrideva dicendo: "Viva S. Giuseppe".
Un'altra cosa che mi ha colpito di lui è stata l'obbedienza. P. Peppino ha sempre obbedito, sia che l'ordine arrivasse dal superiore sia che arrivasse dal Vescovo. Ha sempre obbedito con rispetto, dedizione, con semplicità e amore.
Possiamo dire che P. Famiglietti ha avuto un grande amore per i confratelli; lui ci amava tutti! Negli anni '70 e '80 quasi tutte le sere, forse senza neppure aver cenato, si recava a visitare un confratello; partiva da casa con i mezzi pubblici verso le sei - non ha mai guidato la macchina - e andava a visitare un confratello, ogni sera uno differente. Quando arrivava gli domandavamo se avesse cenato e sempre rispondeva con parole evasive, poi però non rifiutava niente di quello che gli offrivamo. Queste visite erano importanti per tutti noi, era una sacrificio per lui, ma lo faceva contento, tanto che ha continuato anche dopo essere stato scippato - gli rubarono la catenina che aveva al collo, l'orologio e qualche moneta che aveva in tasca. L'unica cosa che cambiò fu che, obbedendo al Vescovo, quando era ormai vicino a casa ed era in una zona pericolosa, prendeva un taxi per rientrare senza pericoli.
Un ultimo ricordo prima di terminare. P. Famiglietti sia nella malattia, sia durante la sua lunga vita non si è mai lamentato né dei superiori, né di qualsiasi confratello e neppure di qualsiasi persona: non si è lamentato neppure della sua malattia. L'abbiamo visto sempre sorridente e così sorridente lo ricorderemo. Quando gli si chiedeva: "Come stai, Peppino", la risposta era sempre: "Bene, bene!", sempre così: "Sto bene, bene!".
Oggi P. Peppino è stato accolto nel Regno dei Cieli perché è stato sempre buono e fedele, come ha insegnato Nostro Signore. Si ricorderà di noi, ci preparerà il cammino per raggiungerlo nel Regno del Padre eterno e continuerà a dirci, anche dal paradiso: "Sto bene, bene!".

Ricordo di P. Giuseppe Famiglietti (P. Luigi Bonalumi, dal Vincolo N. 207, aprile 2004, P. 54-57)

"Poiché la comunione in Cristo si estende oltre la morte, tutti i membri dell'Istituto offriranno preghiere e suffragi per i confratelli defunti" (C. 70).
Ci ritroviamo questa sera come comunità della casa generali zia per adempiere al nostro dovere, richiestoci dalle nostre Costituzioni, di pregare per il nostro confratello P. Giuseppe Famiglietti ' don Peppino, come amichevolmente lo chiamavamo a Hong Kong, tornato alla casa del Padre lo scorso 3 gennaio. Di S. Giuseppe, P. Famiglietti non portò solo il nome, ma coltivò sempre una devozione particolare.
Nasce il 17 dicembre del 1916 ad Aquilonia, provincia di Avellino, diocesi di S. Angelo dei Lombardi. A tredici anni, nel 1929, entra a Ducenta nel seminario del PIME, come studente di prima ginnasio. E' l'inizio del cammino di formazione che lo vedrà studente di ginnasio a Ducenta, liceale a
Monza, anno di formazione e la teologia a S. Ilario a Genova e gli ultimi tre anni di teologia a Milano. Viene ordinato sacerdote dal Beato Cardo Schuster il 29 giugno 1940. L'Italia è da pochi giorni entrata in guerra a fianco della Germania, e le partenze per le missioni sono sospese. P. Famiglietti verrà quindi destinato al seminario minore di Ducenta dove svolge vari compiti. E' di questo periodo la scoperta della sua vera passione: la matematica. Mi è stato riferito che in classe quando P. Famiglietti spiegava la matematica, il suo volto si illuminava, e insegnava con tanta passione da appassionare a questa materia anche i suoi studenti.
Le breve vacanze estive le passa al suo paese, Aquilonia, dove per la sua vivacità diventa subito il centro di attrazione per i giovani e i ragazzi della zona. Su una cartolina postale, del 30 agosto del 1946, indirizzata a P. Manna, scrive: "La mia camera, ogni giorno al tramonto, è al centro di ritrovo dei seminaristi e ragazzi del paese che tengo allegri con giochi e racconti. Parlo spesso delle missioni".
Terminata la guerra, si riaprono le vie di comunicazione con l'Oriente e P. Giuseppe è parte della prima spedizione, destinato alla diocesi di Hong Kong, colonia inglese nel sud della Cina. La partenza avviene il 9 ottobre del 1947, con il quadrimotore norvegese - forse la prima partenza per le missioni in aereo. Giunge ad Hong Kong il 14 ottobre. In una lettera del 17 ottobre a P. Manna, descrive nei minimi dettagli il viaggio fatto in varie tappe, ma si sofferma soprattutto nel descrivere l'arrivo ad Hong Kong.
"Ad attenderci c'erano i Padri Speziali, Pittavano, Maglioni. Il vescovo ci ricevette a braccia aperte. Come sono contento di trovarmi in questa missione. Ad uno ad uno comincio a conoscere i vari missionari e vedo che c'è grande allegria e grande carità fra tutti. Ieri è giunto pure P. D'Ayala. Che allegria infonde in tutti; ci ha fatto passare una giornata a ridere".
P. Famiglietti viene destinato allo studio dell'Hakka e viene mandato con P. Caruso a Sai Kung, dove vi rimane fino al 1955 svolgendo un apostolato capillare tra i pescatori e i contadini del distretto. In una lettera dell'8 aprile del 1949, scrive sempre a P. Manna:
"Ho già girato il distretto con le sue sette cristianità sparse sul mare e sui monti. Quanto gioisco nel trovarmi tra quei buoni e semplici cristiani. La povertà dell' alloggio e del cibo, le difficoltà e disagi dei viaggi tutto scompare, quando mi vedo circondato da questi cari cinesi, per la cui salvezza spero di consumare tutta la mia vita. Più i giorni passano e più mi convinco che la vita missionaria è la via più diretta per giungere alla santità e al paradiso. Si sta qui per amor di Dio e del prossimo; sempre a contatto coi pagani, il cuore soffre e non sospira altro che Dio sia conosciuto, amato da tutti".
Una delle sue caratteristiche che lo accompagnerà sempre è l'allegrezza e la semplicità di vita. Scrive a P. Salvatore Martino alla vigilia del Natale del 1950: "I giorni ed i mesi scorrono sempre uguali; povero me, se amassi le novità! Sarebbe da morire di noia. Ma io piglio la vita dal lato del dovere e perciò sono sempre contento e sorridente, felice di fare la volontà di Dio". Sono questi gli anni dell' apostolato tra i poveri, i prediletti di P. Giuseppe. Anni felici, segnati sì dalle fatiche dell' apostolato, ma anche pieni di consolazione per i frutti di conversioni numerose; nelle sue lettere del tempo si accenna sovente alla situazione della vicina Cina continentale, ormai sotto un governo comunista.
E vennero gli anni della prova. Nel 1955 è richiamato in Italia per un servizio all'Istituto. Nelle sue lettere ai superiori traspare tutta l'angoscia di un missionario che vuol essere fedele alla promessa di obbedienza, ma che d'altra parte sente tutta la sofferenza del distacco dai suoi pescatori e poveri delle barche. Pur nella sofferenza obbedisce e ritorna a Ducenta, dove riprende l'insegnamento. Il dolore di aver lasciato la missione rimane in tutta la sua durezza. Il 20 ottobre del 1955, scrive al Superiore Generale P. Risso: "Dal giorno in cui ho messo piede in Italia fino ad ora non trovo pace e riposo (...), ho obbedito e sono tornato; ma ora mi trovo in questo terribile stato e non chiedo altro che la carità che io ritorni in missione". P. Giuseppe rimarrà a Ducenta per cinque anni; saranno gli anni più duri della sua esperienza di prete e di missionario. Regolarmente e ripetutamente scrive al Superiore chiedendo di poter ripartire per la missione; perde la giovialità di sempre e non riesce a riadattarsi alla vita in Italia. L' obbedienza però non verrà mai meno e P. Giuseppe svolgerà con fedeltà e scrupolosità quanto gli è chiesto dai superiori. Il Signore Iddio spesso usa le circostanze e le persone per provare i suoi servi
fedeli; certamente per P. Giuseppe lo è stato il rientro in Italia.
Finalmente nel 19, il primo ottobre, riparte per Hong Kong, questa volta con la motonave Victoria. Al rientro in Hong Kong gli verrà chiesto di studiare il cantonese a Cheng Chau, e poi dal 1961 al 1964 sarà parroco di Sai Kung, nel suo vecchio distretto. Nel 1964, Mons. Bianchi lo manda nel nuovo distretto di Hung Shui Kiu, N.T., dove vi rimarrà fino al 1990, quando colpito da ictus cerebrale dovrà rientrare in Italia: Da allora fino alla morte sarà ospite a Rancio nella nostra casa per anziani.
Del lavoro che ha svolto per tanti anni in questo nuovo distretto, P. Famiglietti scrisse poco. Una prima lettera in occasione del Natale del 1964 a P. Morelli, Vicario generale dell'Istituto, ci fornisce qualche notizia: "Dopo Il anni di lavoro fra i pescatori, ho lasciato Sai Kung e sono venuto ad iniziare un nuovo distretto in una borgata di rifugiati a pochi chilometri dalla Cina Rossa. E' gente buona, laboriosa e rispettosa, dedita all'allevamento di polli ed alla coltivazione della verdura. I cristiani non arrivano a 200, ma erano in uno stato di quasi abbandono, per cui ho dovuto lavorare sodo per rintracciarli nelle varie fattorie. (...) Ogni giorno esco a visitare i cristiani e ad avvicinare i pagani. E' qualche volta un lavoro snervante e deludente, ma lo si fa per il Signore". Di più non scrisse; sappiamo però che la visita costante alle famiglie e lo zelo apostolico furono la sua caratteristica per i lunghi anni
Che passò in questa comunità che lui fondò e formò con cura paterna.
Vennero i tempi del Concilio e del Post-Concilio. Anni "della contestazione ruggente", diremmo noi oggi; per P. Famiglietti non fu sempre facile capire e accettare le novità dell'aggiornamento che il Concilio richiedeva. Fedele al suo lavoro di missionario apostolico, ha sempre tenuto in sospetto tutto ciò che non era conforme alla tradizione genuina dell'Istituto. In una lettera del 9 dicembre del 1970, indirizzava probabilmente alla commissione che preparava il Capitolo di Aggiornamento scrive:
"Leggendo i questionari (ndr. mandati in preparazione al Capitolo), sembra di leggere qualche pagina dei 'Principi di Filosofia Matematica' del Russell o della Logica Bulciana: sono difficili e barbosi (si noti, fra parentesi, che sono i cultori delle scienze matematiche). (...) Bei tempi erano quelli quando la formazione era a base di fede nell'autorità dei Superiori, quando la Pietà regnava sovrana, quando si amavano i sacrifici e le rinunzie, quando si viveva la vera vita di famiglia, quando il cuore di ognuno bruciava dall'ansia e dall'entusiasmo per le Missioni! In quei tempi felici l'Istituto ha formato falangi di Apostoli che hanno fatto onore alla Chiesa, alle Missioni ed al PIME. Perciò più che riforme di strutture, si ritorni allo spirito antico ed allora il PIME potrà ripetere con l'Araba Fenice:
'Post fata resurgo"'.
Ho conosciuto P. Famiglietti nei suoi ultimi mesi di attività in Hong Kong, con molti confratelli ho celebrato con lui il girono del suo 50° di sacerdozio, nella cappella del Canossa Hospital, quando ormai era già stato colpito da ictus. L'amore per la sua gente e la contentezza di una vita spesa al servizio del Signore sono il patrimonio più bello che egli ci ha lasciato.
P. Giuseppe scrisse: "Più i giorni passano e più mi convinco che la vita missionaria è la via più diritta per giungere alla santità e al Paradiso". Per noi questo rimane un impegno, mentre crediamo che per lui sia già una realtà.

********************

P. CARUSO GIORGIO  (1908-2004)

P. Giorgio Caruso morì a Hong Kong il 6 dicembre 2004. Era nato a Pascarola di Caivano, provincia di Napoli, 1'11 gennaio 1908. Ordinato presbitero il 19 settembre 1931, partì nell' agosto del 1932 per Hong Kong. Durante la seconda guerra mondiale, insieme ad altri missionari del PIME, fu costretto ad andare a Macao (colonia portoghese e quindi campo neutro), dove si occupò dei profughi. Nel 1952 venne nominato direttore spirituale del Seminario diocesano in Saikung e nel 1953 consultore diocesano. Dal 1955 al 1961 diresse la casa 'Sedes Sapientiae' dove i missionari del PIME, appena arrivati dall'Italia, studiavano l'inglese e il cantonese, di cui lui era l'insegnante principale. Nel 1965 fu assegnato come coadiutore nella parrocchia di S. Teresa in Kowloon, All'età di 90 anni si era ritirato, continuando però a fare il cappellano dell'ospedale di S. Teresa. Secondo la vecchia tradizione dei Padri del PIME, secondo cui si andava in missione per restarci fino alla morte, non fece mai ritorno in Italia. E' stato sepolto nel cimitero cattolico di S1. Michael, località Happy Valley.

Vita di P. Giorgio Caruso (P. Dino Doimo, dal Vincolo No. 209, dicembre 2004, pp. 67-70)

Era nato l' 11 gennaio 1908 da Michele e Maria Centore, a Pascarola di Caivano (Napoli), diocesi di Aversa. Nel 1918 entrò in seminario, ad Aversa (NA). Nel 1927 entrò nel seminario del PIME, a S. Ilario, Genova, nel secondo anno di teologia. Il 19 settembre 1931 venne ordinato presbitero, a Milano, dal Cardo Schuster. Negli anni 1929-30 insegnò storia sacra e geografia ai Fratelli del PIME, in S. Ilario, Genova, Italia.

1) In missione ad Hong Kong, Cina

30 settembre 1932: arrivo ad Hong Kong - non tornò più in Italia.
Ottobre 1932: nella parrocchia di S. Margherita, Happy Valley, per lo studio del cantonese.
7 agosto 1933: assistente di P. Riccardo Brookes, PIME, nelle isole di Lantau e Cheung Chau.
Marzo 1934: Rettore del Distretto di Saikung - Nuovi Territori.

Nel distretto di Saikung.

Questa è una delle prime zone evangelizzate dai missionari del PIME fin dai primi anni del 1860. E' una zona montagnosa, di villaggi lungo il mare oppure nascosti nelle piccole valli coltivate a risaie. Il missionario si muoveva o in barca o lungo i molti sentieri che costituivano la rete stradale di allora. Saikung era il grosso villaggio che faceva da centro di mercato e di comunicazione col resto del mondo. P. Giorgio fu capo di questo distretto per sei anni (1934-1940). Sotto la guida di P. Riccardo Brookes, oltre alla lingua cinese cantonese, aveva imparato anche come si lavora in questi distretti. Si fanno dei periodi di presenza nella residenza centrale, formando i catechisti, seguendo la scuola della missione e curando i catecumeni. Poi si fanno dei periodi di visite da un posto all'altro, fermandosi uno o due giorni nelle chiesette dei villaggi per ascoltare le confessioni, celebrare la Messa, visitare i malati consultarsi con il catechista del luogo. Era una vita semplice e spartana, senza corrente elettrica e senza telefono o televisione. Vita di fatiche fisiche e di isolamento dal resto del mondo, ma una vita che lasciava spazio e lunghe ore per la preghiera e lo studio. P. Giorgio in quegli anni maturò la sua spiritualità missionaria, improntata sulla imitazione del primo grande Missionario, Gesù, che andava per i villaggi e le città della Galilea annunciando il Regno di Dio. Nel frattempo il giovane missionario imparava anche il dialetto Hakka, parlato nella zona di Saikung.

2) Durante la guerra col Giappone

Aprile 1940: Pro-rettore della parrocchia del S. Rosario, Kowloon.
2 settembre 1940: in Macao, al seminario, aiutante di P. Quirino De Ascaniis, PIME, nel lavoro pastorale.
15 settembre 1941: brevemente di nuovo a Saikung
Agosto 1942: nel distretto di Sha Yu Chung (Tu-yeung).
Luglio 1943: in Macao, alla Chiesa di S. Agostino, in cura dei rifugiati da Hong Kong.

La seconda guerra mondiale alleava l'Italia con il Giappone e la Germania, e così tutti i missionari italiani ad Hong Kong si trovavano nella posizione di nemici formali degli inglesi, i padroni della Colonia. Per poter salvare il salvabile, alcuni dei missionari del PIME dovettero andare a Macao, colonia portoghese e quindi campo neutro. P. Giorgio fu uno di questi e la nuova situazione fu una buona occasione per dare una mano nella diocesi di Macao nella cura dei profughi, per imparare la lingua portoghese e migliorare l'inglese. Alla fine, P. Giorgio, vivace e intelligente, sapeva due dialetti cinesi, l'inglese, il portoghese, l'italiano e... il napoletano!

3) Dopo la guerra

Settembre 1946: in Saikung, rettore del distretto.
Dal 31 ottobre 1952, anche direttore spirituale del Seminario diocesano in Saikung.
Dal 2 gennaio 1953: Consultore diocesano.

Finita la guerra, nel 1946, all'età di 34 anni, ritorna a Saikung. Le cose però stavano cambiando rapidamente. I villaggi cattolici e non cattolici incominciavano a spopolarsi perché molti emigravano in Inghilterra, Olanda e Stati Uniti. Il missionario proveniente dall'Italia, terra che anche allora dava ancora molti emigrati, comprendeva molto bene tutti i problemi connessi con l'emigrazione. P. Giorgio sapeva che la gente andava incontro a gravi difficoltà materiali e spirituali. Cercava allora di tenersi in corrispondenza epistolare il più possibile. Uno dei suoi lavori importanti divenne quello di scrivere lettere e di aiutare a mantenere il legame tra il villaggio e il lontano emigrato. Anche la situazione nei villaggi cambiava sensibilmente e l'assenza dei mariti e dei figli adulti lasciava il villaggio popolato quasi solo di donne, vecchi e bambini. I problemi familiari diventavano un fattore serio e critico nella formazione cristiana.
Mentre i villaggi lontani si spopolavano, la cittadina di Saikung invece incominciava ad avere nuovi sviluppi e P. Giorgio percepì che la scuoletta elementare, iniziata dai suoi predecessori nel 1924, non bastava più alle nuove esigenze. Insistette con l'allora vescovo Mons. Enrico Valtorta, PIME, per avere il permesso di iniziare una scuola superiore. La grande stima che Mons. Valtorta aveva per lui gli guadagnò il consenso e nel 1951 la nuova scuola fu iniziata. Era una grande novità e un grande passo nella storia della Chiesa di Hong Kong. Infatti da allora si incominciò a pensare seriamente alla possibilità che ogni parrocchia o distretto avesse le sue scuole. Oggi questa è ormai una realtà e un mezzo formidabile per la diffusione del Vangelo.
A quel tempo P. Giorgio doveva fare anche il direttore spirituale nel Seminario minore diocesano, che era appunto collocato vicino alla chiesa 'parrocchiale' di Saikung. Ben presto la sua esperienza e abilità nel vedere le situazioni dell'ambiente che stava cambiando rapidamente e le sue vedute larghe ed intelligenti, attiravano l'attenzione del nuovo vescovo di Hong Kong, Mons. Lorenzo Bianchi, che lo nominava consultore diocesano.

4) Quarto periodo

Giugno 1953: Rettore della chiesa di S. Giuda (North Point). Si ammala.
29 marzo 1955: Rettore della casa 'Sedes Sapientiae' per gli studi del cantone se, Cheung Chau.

Il quarto periodo della sua vita inizia nel 1955. Veramente ci furono quasi due anni di lavoro nella parrocchia di North Point nell'isola di Hong Kong, più vicino al vescovo, che forse appunto per questo si accorse che P. Giorgio aveva una qualifica di grande importanza: la conoscenza perfetta del cantonese, la lingua parlata ad Hong Kong. In quegli anni questa città stava crescendo velocemente di popolazione per le ondate di rifugiati che fuggivano dalla Cina Comunista. Era necessario avere missionari ben preparati nelle lingue e nella conoscenza della situazione unica e critica creatasi dall'improvviso aumento di gente povera e senza lavoro, ma nello stesso tempo disposta a non lasciar perdere nessuna occasione per affrontare con creatività le dure realtà della vita. Il cinese non ha paura della fatica e delle difficoltà quando vede che c'è un futuro possibile.
A P. Giorgio fu dato l'incarico di preparare i giovani missionari, che arrivavano dall'Italia, a diventare leader nella Chiesa di questa Hong Kong che stava emergendo come città di rifugiati fattisi imprenditori, professionisti e industriali. Per sei anni diresse la casa 'Sedes Sapientiae' dove i missionari del PIME, appena arrivati dall'Italia, studiavano l'inglese e il cinese (cantonese), di cui lui era l' insegnante principale. Ad Hong Kong oggi, noi del PIME, siamo tra quelli che parlano meglio il cantonese, e non è una cosa facile. Grande merito è dovuto anche a P. Giorgio.

5) Il quinto periodo

Nel 1961 P. Giorgio si ammalò, cessò di essere Consultore diocesano e si ritirò nei locali del vecchio Seminario diocesano a Saikung, N.T.
10 ottobre 1965: Coadiutore nella parrocchia di S.- Teresa, Kowloon.

Il quinto periodo della sua vita iniziò nel 1961 con malattia di cuore ed altri problemi di salute, per cui dovette prendersi un periodo di lavoro ridotto, però sempre nel distretto di Saikung, che era stato il suo primo campo di lavoro. Poi, ripresosi bene, fu assegnato come coadiutore nella grande parrocchia di S. Teresa in Kowloon. Questa parrocchia era ed è una parrocchia omnicomprendente: poveri e ricchi, illetterati e intellettuali, piccole e grandi scuole elementari e superiori, alcune di livello mediocre, altre famose per l'alta qualità, alcune cattoliche e altre di religioni varie, una università protestante, ospedali, zone commerciali di negozi e shopping centres, rioni di piccoli artigiani, strade a luci rosse, ecc. P. Giorgio aveva un campo vastissimo per esercitare tutte le sue qualità di apostolo, di direttore spirituale, di confessore, di cappellano nelle scuole e negli ospedali. Per molti anni andò a far scuola di religione e catechesi a studentesse catecumene in alcune scuole non cattoliche.
E nel frattempo manteneva e aumentava le sue relazioni epistolari con i vecchi emigrati degli anni '50-60 e con i nuovi emigrati della paura del 1997. Negli indirizzi del suo epistolario ci sono Malesia, Singapore, India, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Canadà, Inghilterra, e Olanda, P. Giorgio viveva così il nuovo stile di vita della gente di Hong Kong. Non più la quiete e il duro lavoro nei villaggi, ma il rumore, il 'sempre impegnati', la complessità dei problemi, l'intensità e la qualità delle relazioni umane e la pressione mentale della grande città moderna.

6) Il ritiro

1 gennaio 1998: si ritirava definitivamente all'età di 90 anni.

Ma l'età avanza. Quando aveva 82 anni si ritirava ufficialmente da coadiutore, pur restando in parrocchia e continuando a dare una mano qua e là. Nel 1999, dopo una brutta caduta, veniva ricoverato all'Ospedale di S. Teresa, dove lui stesso per molti anni era stato il cappellano. Lentamente la sua situazione peggiorava e P. Giorgio andava incontro ad un lungo calvario. La sua mobilità diminuiva, anche la mente, una volta così pronta e vivace, incominciava ad offuscarsi. Quando andavamo a visitarlo rispondeva prontamente all'invito di dire una preghiera insieme, di ricevere la nostra benedizione od i darci la sua. Ma la conversazione si faceva di volta in volta sempre più limitata e difficile. Alla fine arrivarono complicazioni polmonari e renali e venne l'ora del suo felice incontro col Signore.

7) Morte

6 dicembre 2004: morì all'ospedale di S. Teresa, Kowloon, all'età di 97 anni meno un mese.

Finalmente il 6 dicembre 2004 poteva vedere faccia a faccia il volto del Primo Missionario, Cristo, che lui aveva sempre cercato di seguire, imitare ed annunciare.

Ricordo di P. Giorgio Caruso (P. Arnoldi Melchiorre, dal Vincolo No. 209, dicembre 2004, pp. 71-72)

Non si può dire di conoscere bene un confratello, se non dopo essere stati assieme, vivendo sotto lo stesso tetto, per mesi o anni. Quando nel 1970 andai, come coadiutore, alla parrocchia di S. Teresa, sulla penisola di Kowloon (Hong Kong), vi trovai P. Giorgio Caruso, anche lui coadiutore dal 1965. Diventammo amici ed abbi a conoscerlo a fondo e di stimarlo per le sue qualità umane e per il suo zelo missionario. Rimasi con lui per 18 anni. Mi colpì subito la sua metodicità nel lavoro apostolico. Le sue giornate erano piene: dal mattino alle ore 5, quando si alzava per la meditazione e la Messa, fino alle ore 22, era tutto un susseguirsi di attività. Visitava ogni girono l'ospedale di S. Teresa, di cui era cappellano, visitava anche regolarmente gli anziani dei 50 ospizi localizzati entro i confini della parrocchia (questi ospizi erano situati in appartamenti presi in affitto che contenevano una dozzina di degenti ciascuno). Durante il giorno arrivavano spesso a trovarlo cattolici provenienti dalle diverse parti della diocesi dove egli aveva fatto ministero.
Dopo lo studio del cinese (cantonese) fatto nella parrocchia di S. Margherita, subito dopo il suo arrivo in missione il 30 settembre 1932, aveva svolto ministero sulle isole di Cheung Chau e Lantao, quindi nel distretto di Saikung dove la gente parlava il dialetto Hakka. Nel 1940 lo troviamo a Macao impegnato nel seminario di quella colonia portoghese. Nel 1941 lasciava Macao per far ritorno a Hong Kong incaricato del ministero a Rosary Church, chiesa frequentata soprattutto dai portoghesi di Hong Kong. Nel 1943 è inviato di nuovo a Macao per la cura pastorale dei cattolici di Hong Kong, profughi, causa l'invasione giapponese. Finita la guerra mondiale, ritorna a Saikung, dove nel 1952 diventava il direttore spirituale del seminario diocesano. Nel 1953 veniva mandato a North Point (sull'isola di Hong Kong), dove dava inizio alla parrocchia di S. Giuda Taddeo.
L'attività che particolarmente lo ha caratterizzato è stata quella dell'insegnamento della difficilissima lingua cinese (cantonese) e dell'inglese ai missionari novelli a Hong Kong, ufficio che svolse con maestria e scrupolosità dal 1955 al 1961, quando dovette rinunciarvi causa esaurimento nervoso. In un anno e mezzo di studio delle lingue, i suoi alunni erano in grado di parlare correttamente e fluente mente il cinese e di inserirsi nel lavoro pastorale. Attualmente lo studio del cantonese viene fatto presso l'Università di Hong Kong per un periodo di due anni.
P. Caruso per curare il suo esaurimento andò in Giappone per un breve periodo e quindi di nuovo a Saikung, come vicario cooperatore fino al 1965, quando fu trasferito a S. Teresa (Kowloon), dove ci sono moltissime confessioni e matrimoni. Alla domenica doveva stare in confessionale dalle ore 7 del mattino fino alle ore 12. Si pensi che in un anno si arrivò ad avere mille matrimoni, molti dei quali venivano celebrati da lui stesso.
Nei ritagli di tempo della sua giornata, specialmente dopo la cena, si dava all' apostolato della penna, scrivendo decine di lettere per la direzione spirituale di quanti avevano avuto relazione con lui a Hong Kong e si erano trasferiti in America, Canada e Australia.
Non va dimenticata la sua carità verso i poveri. Le offerte delle Messe da lui celebrate, il sussidio mensile della diocesi per i viaggi e le altre varie offerte che gli davano i cattolici da lui in visita, andavano esclusivamente ai poveri di Madre Teresa, agli handicappati del Fuhong e ai poveri della lontana Mongolia interna (Cina): Per i suoi poveri risparmiava sui viaggi, facendo lunghi tratti a piedi. Dopo tanto lavoro il suo fisico incominciò a cedere e andò incontro a diverse cadute sulla strada. Fu perciò costretto a ritirarsi all'ospedale di S. Teresa, dove era stato cappellano per 30 anni.
Costretto a letto per diversi anni, vi rimase fino alla morte, avvenuta il 6 dicembre 2004 causa tumore. Durante la sua degenza all'ospedale fu assistito gratuitamente giorno e notte da cattolici che erano stati beneficiati da lui.
Nel suo lungo periodo di attività apostolica a Hong Kong (72 anni), non fece mai ritorno in Italia secondo la vecchia tradizione dei Padri del PIME per cui si andava in missione per restarci fino alla morte. Nel suo testamento dispose che tutti i suoi soldi rimasti fossero dati ai poveri e che ai parenti fosse
mandato solo un regalino ricordo. Che Dio lo abbia in gloria e che lui dal cielo preghi perché altri missionari del PIME ne imitino lo zelo.

************************

P. CROTTI AMELIO (1913-2004)

P. Amelio Crotti morì a Lecco il 6 settembre 2004. Era nato a Monastier, provincia e diocesi di Treviso, 1'8 dicembre 1913. Il 19 settembre 1936 era stato ordinato presbitero e l'anno seguente era partito per Kaifeng, Cina. Rimase in questo paese fino al 1951 quando fu espulso, insieme all'arcivescovo di Kaifeng Mons. Gaetano Polli o, suo compagno di prigionia e torture. Passò a Hong Kong dove si dedicò all'assistenza dei profughi cinesi. Nel 1954 rientrò in Italia. Sua occupazione principale fu l'animazione missionaria. A lui si deve la costruzione del Centro Missionario di Via Mosè Bianchi; come direttore diede impulso alle varie attività in particolare alle riviste missionarie del PIME. Dal 1968 al 1973 ebbe l' incarico di segretario della Pontificia Unione missionaria del Clero. Per alcuni brevi periodi ritornò anche in missione: in Camerun e a Taiwan. E' stato sepolto a Lesiona, Biella, dove vive la sua famiglia.

Omelia del funerale (P. Giancarlo Politi, Lecco, 8-9-2004, dal Vincolo No. 209, dico 2004, pp. 49-51)

Ancora una volta, siamo stati convocati a celebrare l'eucaristia per dare l'ultimo saluto ad un nostro confratello che ha lasciato: per una destinazione alla quale tutti ci stiamo preparando, vivendo bene il mistero nel quale, per grazia, ci troviamo inseriti.
Questa mattina il nostro "grazie" al Signore ed il nostro saluto è motivato dalla persona di P. Amelio Crotti. Ha vissuto una vita piena, lunga e intensa. Vivendo insieme, noi veniamo a conoscere ciascuno i pregi e o difetti degli altri, e impariamo ad accoglierei come Dio ci accoglie: nella misericordia. Nulla impedisce di riconoscere negli altri quanto Dio va compiendo nelle loro esistenze. Raccontarlo, diventa motivo di consolazione e di gratitudine.
La lunga esistenza di P. Amelio ha avuto inizio nel 1913, la festa dell'Immacolata. Dodici anni dopo, nel 1925, entrava nel seminario del PIME, dove ha compiuto il suo curriculum di studi, in preparazione all'ordinazione presbiterale, avvenuta nel settembre 1936. L'anno seguente, partiva per la missione di Kaifeng, in Henan, dove avrebbe speso 14 intensi anni della sua vita. Esattamente in quegli anni, nella Cina sconvolta da enormi rivolgimenti, si stava consolidando quel regime che nel 1951 espellerà dal Paese oltre 5000 missionari, tra cui P. Crotti. L'espulsione mise fine ad un periodo che rimarrà impresso nella sua memoria per tutta la vita. Come tanti altri, non si concesse a nessuna nostalgia paralizzante.
Si fermò ad Hong Kong per tre anni. Il vescovo Mons. Bianchi gli chiese di sistemarsi in una delle infinite distese di baracche dove, temporaneamente, trovavano alloggio i rifugiati dalla Cina. Si sistemò presso l'angusta cappella del cimitero cattolico (Our Lady Mediatrix, demolita nel 1970), a Cheung Sha Wan. P. Domenico Maringelli (1913-1999) gli succederà nel 1954, quando P. Amelio venne richiamato in Italia.
A Milano, venne incaricato dell'animazione missionaria (1954-68), coadiuvato da P. Giuseppe Perottoni (1909-1962), anch'egli ex-missionario in Cina, a Weihui, e da altri (allora) giovani missionari, Giacomo Girardi e Piero Gheddo. Nel primi anni '60 sorse, per sua iniziativa, la parte vecchia del Centro missionario di Via Mosè Bianchi, a Milano, di cui P. Crotti fu il primo direttore. Fu la sua chiaroveggente intuizione a volerI o, come sede dell'animazione e della redazione delle nostre riviste. Durante questo primo periodo, nel 1963, ebbe parte nella fondazione di Mani Tese.
Nel 1968, venne nominato segretario nazionale della Pontifica Unione Missionaria (PUM), un lavoro che gli permise di entrare negli ambienti ecclesiastici italiani per promuovervi un più profondo
coinvolgimento missionario. Allo scadere del suo mandato, P. Amelio tornò a servire l'Istituto: a Firenze e a Treviso. Seguì un periodo di sette anni (1986-1993) a Saronno, dove il PIME aveva cominciato la sua storia nel lontano 1850 ed ora, insieme a P. Angelo Rusconi, tornava per svolgervi attività di animazione missionaria.
Nel 1993 - e fino al 1995 - venne di nuovo, per P. Amelio, un grande momento. Ad ottant'anni suonati, tornava a servire la Chiesa di Cina, questa volta a Taiwan, vicino a Kaohsiung: Anche se per breve tempo, quella insperata occasione gli fece respirare la gioia del servizio al Vangelo.
Tornato a Milano, si rese disponibile al ministero che le sue condizioni gli permettevano. A Lecco, era approdato soltanto in questi ultimi anni della sua lunga vita. L'età non ha mai spento in lui il desiderio di servire il Vangelo nei modi a lui possibili. L'ha servito fino al momento in cui si è spento, la mattina di lunedì, 6 settembre.
Era nato nel giorno della festa dell'Immacolata. Ne facciamo i funerali nella festa della Natività della Madre di Dio. La circostanza non gli dispiacerà.
Che cosa resta di lui?
- Resta l'amore, al stima e il rispetto che quest'uomo ha portato ai suoi confratelli e alla gente che ha incontrato; - Resta il ricordo di un uomo che non ha avuto paura di dare tutto a servizio del Vangelo, qualche volta fino alla presunzione; - Resta la memoria di un prete che ha avuto la caparbietà di osare, spesso oltre la prudenza e incurante dei propri limiti, sicuro che Dio l'avrebbe aiutato; - Resta il ricordo di un uomo senza doppi fini, capace di accoglienza, anche orgoglioso, amante della missione e innamorato della sua missione.
Lo ricordiamo come si ricorda un fratello, grati al Signore per averlo donato al PIME ed averlo fatto conoscere a noi.

Messa in suffragio (P. Piero Gheddo, Roma, 13-9-2004, dal Vincolo No. 209, dicembre 2004, pp. 51-58)

Celebriamo oggi la S. Messa in suffragio di P. Amelio Crotti, morto a Lecco il 6 settembre scorso a quasi 91 anni. E' stato un grande missionario, sia sui campi di missione all'estero, che nella vita dell' Istituto in Italia. Era animato da una grande fede e amore alle missioni. La vita di P. Crotti è molto movimentata, non facile da sintetizzare.

Missionario nella Cina in guerra civile (1937-1948)
P. Amelio è andato in Cina proprio negli anni in cui quell'immenso continente era in guerra contro l'invasore giapponese e contemporaneamente in guerra civile fra governo nazionalista di Chiang Kai Shek e rivoluzionari comunisti di Mao Tze Tung. La Cina era precipitata nel caos. Crotti studia bene il cinese ed è rettore del seminario diocesano di Kaifeng dal 1938 al 1944, quando viene mandato a dirigere il distretto missionario di Fukou per due anni (1944-1945); poi ritorna in città come viceparroco e poi parroco della cattedrale di Kaifeng, capitale della provincia cinese di Henan.
Ma la tempesta si avvicina. Nel 1948 la diocesi di Kaifeng cade sotto il dominio dei comunisti. L' arcivescovo Mons. Gaetano Pollio, di cui P. Crotti era il segretario, scrive nel dicembre 1948: "In parecchi distretti il padre non può risiedere: le residenze sono state occupate dai comunisti, nelle chiese si fanno comizi del popolo e si emanano sentenze contro i ricchi, i cristiani, gli impiegati governativi, ecc. Altari, oggetti sacri, immagini, statue, tutto ridotto a pezzi e bruciato. Questa è una bufera peggiore di quelle vissute fino ad oggi. Come ne usciremo? Fin dai primi giorni dell'occupazione - continua il racconto di Mons. Pollio - ci sentimmo ripetere in faccia da ufficiali e soldati frasi ingiuriose: 'Voi stranieri, che cosa state a fare qui? Non abbiamo bisogno di voi. Quello che voi insegnate sotto il nome di religione, è superstizione e oppio del popolo. Dio non esiste". Mons. Pollio aggiunge: "La Cina liberata da quel giorno perse la gioia di vivere".
Gli inizi del governo comunista sono migliori di quanto si temeva. Il governo dichiara di voler rispettare la libertà religiosa. I cristiani continuano ad andare in chiesa, in città le opere della diocesi funzionano regolarmente: dieci scuole elementari, scuola media e liceo maschile con 550 alunni, scuola media e liceo femminile con 990 studentesse, ospedale con 60 letti, undici dispensari medici, una casa di riposo per anziane e un orfanotrofio, il seminario diocesano e quello regionale, oltre alle opere di insegnamento religioso e di culto.

Persecuzione comunista contro la Chiesa (1950)
Agli inizi del 1949 il governo cambia tattica. Pubblica un decreto intitolato "fangpei misin" (Guardarsi dalle superstizioni): l'uomo non ha anima e tutte le religioni sono inutili, parassitarie. Incominciano le restrizioni al culto e le pressioni sui credenti perché smettano di frequentare la chiesa.
Dopo la proclamazione della repubblica popolare (1 ottobre 1949), crescono gli attacchi contro la Chiesa e il Papa, proclamato 'nemico del genere umano'. I missionari sono definiti 'spie dei governi imperialisti e oppressori dei cinesi'. N elI' ottobre 1949 vescovo e missionari ricevono l'ordine di restare a domicilio semicoatto. Il vescovo Pollio scrive: "Non potevo uscire da Kaifeng, se uscivo per le vie della città ero seguito da poliziotti; eravamo sottoposti a continue visite diurne e notturne (anche due o tre volte nella stessa notte da parte della polizia".
Nell'anno 1950 inizia la vera persecuzione della Chiesa, con arresti e processi di missionari e dei cristiani più in vista. I missionari rimasti nelle loro residenze, occupate dai comunisti eccetto la stanzetta in cui abitano, sono continuamente controllati. Nel settembre 1950 il governo impone alle 162 denominazioni protestanti di Cina la "Riforma della Triplice Autonomia", sintetizzata nello slogan: "Autogoverno, autofinanziamento, autopropaganda". La Chiesa di Cina doveva tagliare i ponti con le Chiese sorelle di tutto il mondo (e per i Cattolici, con la Santa Sede): in pratica, diventare docile strumento nelle mani del governo per i suoi disegni politici. I capi delle Chiese protestanti firmano con scarsi episodi di resistenza. Nel novembre la stessa riforma è proposta ai vescovi cattolici ed essi si rifiutano di formare. Questo gesto scatena la persecuzione.
A Kaifeng, a Natale del 1950 è impossibile celebrare la messa o qualsiasi funzione religiosa, sia in città che in tutta la diocesi. L' 8 gennaio 1951 dieci funzionari vanno da Mons. Pollio: il governo vuoI sapere la sua posizione riguardo alla 'Riforma della Triplice Autonomia'. Pollio si dichiara contrario spiegandone i motivi. Incominciano a Kaifeng le manifestazioni studentesche contro il vescovo e i missionari. Dal 24 al 31 gennaio tutti gli alunni delle due scuole cattoliche medie e superiori partecipano ad un corso di indottrinamento, che si ripete nelle due settimane a cavallo di Pasqua: ai giovani si chiede, con minacce ed angherie di ogni genere, di denunziare il vescovo e i missionari come 'imperialisti nascosti dietro la Chiesa, persone manovrate dal Vaticano, a servizio dell'America, la grande imperialista'. Diversi di quei giovani sono arrestati e incarcerati, catechisti e membri delle associazioni cattoliche sono presi di mira e costretti a subire angherie in vari modi.

Processi popolari contro i missionari (1951)
Il 10 aprile 1951, domenica in albis, Mons, Pollio è arrestato, assieme ad un buon numero di cristiani (specialmente della 'Legione di Maria'), che difendono il loro vescovo, dicendo ai poliziotti di arrestare anche loro. Verso sera sono pure condotti in carcere il P. Edoardo Piccinini e Fr. Francesco Quartieri, otto ragazze e una decina di giovani cattolici: Il2 aprile è incarcerato P. Amelio Crotti, parroco della cattedrale e segretario del vescovo.
Non è possibile seguire le vicende dei cristiani, che hanno patito più dei missionari: questi infatti sono stati espulsi, quelli invece sono scomparsi o emersi dopo anni e decenni di prigione e lavoro forzato. Qui però ci interessa la sorte dei missionari del PIME, come esempio concreto di cosa è successo a molti altri missionari e cristiani in quegli anni. Prima dell' espulsione dalla Cina l' 8 ottobre 1951, Pollio e i suoi missionari (fra i quali P. Crotti) sono in carcere per sei mesi e sottoposti a 32 processi penali!

Ecco come P. Crotti descrive brevemente la sua prigionia (intervista a "Il Resegone", 6 ottobre 2000).

"Fummo chiusi in una piccolissima cella, costretti a stare seduti per terra senza appoggiarci alle pareti. Se qualcuno osava farlo, per punizione doveva stare in piedi con le braccia alzate per un 'ora. Per dormire c'erano sul pavimento assi di legno intorno ai quali scorazzavano topi di tutte le dimensioni. Il poco cibo che ci davano, lo dividevamo fraternamente con loro, così ci lasciavano un po' tranquilli.
Faceva un caldo terribile e l'acqua per lavarci era ridotta al minimo. In quel carcere c'erano ottocento persone, noi eravamo gli unici europei. Ma il peggio veniva di notte. Ogni paio di
ore di sonno ci svegliavano per portarci in una sala gremita di militari, il cosiddetto 'tribunale del popolo'. Elencavano i nostri crimini che consistevano, secondo loro, nell'aver parlato contro il partito comunista cinese, esercitato spionaggio a favore degli Stati Uniti... Ci interrogavano sulle sciocchezze più assurde per due o tre ore di seguito e questo tutte le notti per sei mesi esatti".

P. Crotti aveva 38 anni: in carcere perde circa 25 chili. L'atto finale, prima dell'espulsione, merita di essere ricordato: il 'processo popolare', un sistema molto in uso nella Cina di quel tempo. Il 21 settembre 1951, alle otto del mattino, Mons. Pollio e i tre missionari arrestati con lui vengono portati nel massimo teatro cittadino. Fuori del teatro e lungo le strade, centinaia di studenti di tutte le classi, al passare dei missionari, gridano slogan e le parole: "Abbasso, ammazzali!" Mons. Polli o riconosce alcuni cristiani obbligati ad assistere al processo e tutti i venti chierici del seminario regionale, studenti di filosofia e di teologia, che avevano subito ogni sorta di angherie e torture, scrivendo pagine di eroismo cristiano che solo Dio conosce. Scrive Pollio: "Non posso tanto facilmente dimenticare quei visi minacciosi e torvi da cui sprizzava odio, solo odio, quegli aspetti feroci che palesavano ira e furore, sdegno e indignazione..."
Con i quattro missionari è giudicata anche Giuseppina Li, una giovane appartenente alla Legione di Maria. Il 'processo popolare' dura cinque ore: contro i quattro missionari e la giovane vengono riservate le accuse più assurde, raccontate da numerosi 'testimoni', fra i quali anche dieci cristiani che non avevano resistito alle pressioni e alle violenze. In quelle cinque ore, gli accusati non possono dire nulla, solo tenere la testa china in segno di pentimento e ricevere colpi da parte delle guardie o di chi li accusa. Uno di questi, incontrando giorni dopo un altro missionario italiano ancora libero (più tardi incarcerato ed espulso), gli dice: "Potessi vedere ancora una volta il mio arcivescovo, vorrei chiedergli e sentire la sua parola di perdono!"
Al termine del 'processo popolare' le tremila persone che affollano il teatro ricevono un foglio con la sentenza già stampata, che viene letta solennemente dal giudice capo del tribunale militare: sei mesi di carcere per i missionari e poi l'espulsione dalla Cina, quattro mesi di carcere per Giuseppina Li subito liberata (li aveva già trascorsi in carcere). I sei mesi di carcere scadevano all'inizio di ottobre: infatti l'8 ottobre 1951 i quattro missionari, dopo un lungo viaggio in treno durato tre giorni, attraversano il ponte di Lowu fra la Cina comunista e la colonia inglese di Hong Kong: subito ricoverato in ospedale, ma liberi! Quando leggono l'atto di condanna, conservato nell'archivio PIME a Roma in cinese, i missionari si accorgono che sono condannati solo per motivi religiosi, per essersi opposti al 'movimento per la Triplice Autonoma della Chiesa', mentre i motivi politici non sono nemmeno citati.

Assistenza ai profughi cinesi ad Hong Kong (1951-1954)
Appena arriva ad Hong Kong, dopo qualche settimana in ospedale, Crotti sceglie di restare in quel lembo di Cina libera per assistere i profughi dalla Cina aiutando i missionari del PIME, ai quali era affidata quella diocesi. Nel 1945 la colonia inglese aveva mezzo milione di abitanti, nel 1947 un milione, due e mezzo nel 1952 e tre nel 1955. La Chiesa pure cresceva per l'ingresso di forze nuove, specialmente missionari e missionarie espulsi dalla Cina. Nei primi anni cinquanta si poteva ancora fuggire con una certa facilità dalla Cina. Ogni giorno erano centinaia i cinesi che arrivavano nella colonia inglese: persone disperate che avevano perso tutto, alla ricerca di un lavoro qualsiasi per sopravvivere, d'un tetto, di cibo quotidiano.
Ad Hong Kong si discuteva, anche all'interno della Chiesa, se era bene impegnarsi nell'aiuto ai profughi perché si pensava che in pochi anni i comunisti cinesi avrebbero invaso la colonia inglese. Crotti si getta subito nel nuovo lavoro, trascinando col suo esempio altri preti, religiosi e laici. Il 17 ottobre 1952 arriva ad Hong Kong dalle carceri cinesi (un anno e mezzo di prigione: 23 marzo 1951 - 17 ottobre 1952) anche il vescovo di Hong Kong, che subito approva e potenzia il lavoro tra i profughi.
Dagli otto centri cattolici per l'accoglienza ai profughi aperti nel 1952, si passa ai 18 centri nel 1953! Ogni centro attrezzato con scuola, cappella, cucina, distribuzione di viveri e vestiti, dispensario medico e docce, sala di lettura, corsi di qualificazione professionale, asilo infantile, ufficio per trovare lavoro e casa.
Due missionari espulsi dalla Cina emergono come figure carismatiche in questa assistenza ai profughi: P. Amelio Crotti (la stampa locale lo definisce "il padre dei profughi") e P. Howard Trube di Maryknol1. I due anni e mezzo di Crotti ad Hong Kong (1951-1954) sono un'avventura da studiare e da illustrare, per le enormi difficoltà superate e per i meravigliosi frutti anche di missione che questo impegno ha poi portato alla Chiesa, che si è aperta alla società cinese, mentre prima era chiusa all'interno della piccola comunità cristiana: tutti comprendono che non basta annunciare Cristo, occorre anche interessarsi della promozione dell 'uomo cinese in modo attivo, anche andando controcorrente.

Il Centro Missionario Mons. Ramazzotti a Milano (1954-1968)
Padre Crotti giunge a Milano il Italia il 22 aprile 1954 e diventa direttore della stampa e propaganda del PIME nell' ottobre 1954: cioè superiore di un gruppo di giovani preti che erano in quel settore di attività missionaria in attesa di partire per le missioni (i PP. Angelo Lazzarotto, Domenico Colombo, Mauro Mezzadonna e il sottoscritto). Crotti, con alcuni missionari espulsi dalla Cina, è stato l' iniziatore e costruttore del "Centro Missionario Mons. Angelo Ramazzotti" in Via Mosè Bianchi a Milano, che voleva "inserire nelle strutture dell'Istituto la stampa e la propaganda, in modo che non siano un qualcosa di separato dalla vita dei missionari in patria e in missione", e dare all'Istituto uno strumento adeguato per promuovere le vocazioni missionarie e la conoscenza delle missioni.
La proposta del 1955 e la costruzione del Centro Missionario Mons. A. Ramazzotti a Milano (iniziata il 24 settembre 1961 e terminata nell'estate 1963), hanno rappresentato la svolta fondamentale del PIME verso l'animazione missionaria: in precedenza era concepita come un'attività limitata ai redattori della stampa e all'impegno di alcuni missionari a questo designati. Il Centro di Milano promuove invece, concretamente, il principio che tutti i missionari debbono essere animatori dell'ideale missionario e lancia iniziative che coinvolgono i seminari e le case dell 'Istituto, i missionari in Italia e i reduci, stimolandoli a impegnarsi per far conoscere le missioni e l'Istituto. La discussione stessa sulla costruzione del Centro, continuata per anni con molte polemiche, sensibilizza molti sul dovere dell' animazione missionaria (testimoniare e documentare quel che si fa nelle missioni) che riguarda tutti i membri, in patria e in missione, non soltanto gli incaricati.
P. Crotti non solo era entusiasta di quel che faceva, ma anche geniale nelle iniziative. Quelle varate nel suo periodo (1955-1968) sono state numerose e di successo: la nascita del giornale murale (Venga il tuo regno, 1956); la pubblicazione della collana di libri mensili missionari "Oltremare", che dura dieci anni con 8-10 volumi l'anno in abbonamento (1956-1966) dei "Quaderni di Le Missioni Cattoliche" (22 volumetti di attualità) , la Collana Le Missioni Cattoliche (volumi di studio), le edizioni per le varie case del mensile "Missionari del PIME"; il graduale rinnovamento di "Le Missioni Cattoliche" nel 1956 e 1959.
Vanno pure ricordati la nascita della EMI (Editrice Missionaria Italiana) con gli altri istituti missionari nel 1956, G.M.G. (Gruppi Missionari Giovanili, 1957), "Mani Tese" per la campagna contro la fame nel mondo (1963), la creazione dell' associazione "Madrine e Padrini del Seminario teologico", la produzione di mostre e film missionari, le "giornate missionarie parrocchiali" e le "esposizioni missionarie di cineserie" a Milano e in estate in luoghi di villeggiatura. Il PIME, che era molto limitato al ristretto orizzonte ambrosiano, diventa istituto nazionale, con amici in ogni parte d'Italia. Basti dire che "Propaganda missionaria", diventata con P. Mauro Mezzadonna "Missionari del PIME" nel 1959, passa da 25.000 copie a circa 50.000 in dieci anni, con una dozzina di edizioni per le case. "Le Missioni Cattoliche", con P. Domenico Colombo e P. Piero Gheddo, passa da 1.300 copie nel 1956 a 8.000 nel 1968, quando cambia titolo e diventa "Mondo e Missione" come organo della Pontificia Unione Missionaria del Clero.

Ancora missionario in Camerun ed a Taiwan
I 14 anni trascorsi a Milano come direttore del Centro Missionario portano P. Crotti ad essere ben conosciuto nella Chiesa e nel movimento missionario in Italia. Questo apre la strada alla sua nomina il 1 ° dicembre 1968 a segretario della Pontificia Unione Missionaria del Clero, fondata dal Beato P. Paolo Manna nel 1916 per l'educazione del clero all'ideale missionario. Proprio nel dicembre 1968 la rivista "Le Missioni Cattoliche" diventa organo dell'Unione ed è inviata ogni mese, a quel tempo, a circa 30.000 sacerdoti e religiosi italiani, oltre agli abbonati laici che aveva il PIME; la rivista cambia nome e diventa "Mondo e Missione".
Inizia un altro periodo di intensa attività per P. Amelio: visita le diocesi, i seminari, organizza incontri e convegni di preti e religiosi in tutta Italia, infiammando il clero della sua passione missionaria. Nel 1973, dopo il suo periodo di cinque anni, il PIME lo richiama per farlo rettore della casa apostolica di Treviso, a quel tempo con tante vocazioni. Nel 1977 partecipa al Capitolo generale dell'Istituto a Roma, come rappresentante della regione settentrionale d'Italia e nel 1978 è rettore del seminario per le vocazioni adulte di Firenze, ma intanto chiede ai superiori di poter tornare in missione.
Infatti nel 1981 è destinato al Camerun per un 'anno sabbatico' in aiuto ai missionari del PIME. Usando il francese, si dedica all' apostolato nella parrocchia di Nlongkak nella capitale Yaoundé e poi nella missione di Ambam; ma il suo permesso di residenza turistico durava solo tre mesi; lo prolungano fino a sei mesi, ma nel settembre 1981 deve ritornare in Italia e chiede ai superiori di ritornare a Hong Kong. Il vescovo e i confratelli laggiù lo vorrebbero, ma c'è ancora bisogno di lui in Italia e nel settembre 1984 è nominato rettore della nascente casa di Saronno, praticamente fondata da lui e da altri due missionari suoi collaboratori con un ottimo lavoro nelle parrocchie.
Negli anni novanta, a ottanta e più anni, P. Amelio dimostra ancora uno spirito giovanile: non si mette a riposo, ma è sempre alla ricerca di nuove possibilità per diffondere lo spirito missionario. Il 14-30 giugno 1991 compie un viaggio all'interno della Cina con i padri Domenico Colombo e Gilberto Orioli e ritorna nella sua missione di Kaifeng con la grande gioia di ritrovare i suoi antichi cristiani. Crotti si meraviglia lui stesso di saper parlare così bene il cinese, quarant'anni dopo l'espulsione dalla Cina. Tornato in Italia, pubblica tre lunghe relazioni in "Infor-Pime" (ottobre 'dicembre 1991, febbraio 1992) e in Missionari del PIME (novembre e dicembre 1991, gennaio 1992) ed è invitato per conferenze e interviste.
Rinverdisce la passione per la Cina e l' 8 settembre 1992 scrive al Superiore generale P. Franco Cagnasso, chiedendogli di partire per la missione di Taiwan, dopo 38 anni che serve l'Istituto in Italia. Negli anni 1993-1994 è assegnato alla Delegazione PIME di Taiwan, di cui è superiore delegato, fino al febbraio 1994. Ha lavorato nella pastorale di Kaohsiung ed a Chisan.
Dalla primavera 1994 P. Amelio è in Italia. Ha ormai 81 anni, ma non si dichiara pensionato. E' nella casa madre del PIME e si impegna nella predicazione e ministero pastorale e poi studia e scrive le biografie molto interessanti di due vescovi di Kaifeng, Mons. Noè Tacconi (1873-1942) 3 Mons. Gaetano Pollio (1911-1991). Il 19 settembre 1996 festeggia il 60° di sacerdozio e nel 2000 si ritira nella casa di riposo dei missionari a Lecco, dove muore il 6 settembre
2004.

Fede, entusiasmo e bel carattere
P. Amelio Crotti ha avuto una vita movimentata e molto varia: in 68 anni di sacerdozio missionario ha lavorato in una dozzina di posti diversi, nella pastorale parrocchiale, la direzione e l'insegnamento in vari seminari in Cina e in Italia, l'accoglienza dei profughi ad Hong Kong, la stampa e l' animazione missionaria in Italia, l'educazione missionaria dei sacerdoti, rettore delle due case di Treviso e di Saronno, il ritorno in missione prima in Camerun e poi a Taiwan; Crotti è stato predicatore e scrittore di libri e soprattutto in Italia, grande animatore missionario.
Caratteristica di questo indimenticabile amico è stato il suo forte spirito di fede e la passione missionaria che ha manifestato in ogni periodo della sua vita. Sapeva adattarsi rapidamente a qualsiasi situazione e non concepiva l'idea di starsene a riposo, di diminuire il suo ritmo di lavoro.
Aveva una grande fede, ma anche un bel carattere: cordiale, ottimista in ogni situazione, entusiasta in tutto quello che faceva. Aveva una grande pazienza, lo ricordo quando stavamo iniziando il Centro Missionario a Milano e c'erano molte polemiche, accuse a noi del Centro, non all'esterno ma all'interno del PIME. Crotti non se la prendeva mai, si manteneva sereno e sorridente. Al massimo diceva: "Non capiscono l' importanza del Centro perché è una cosa nuova, ma domani capiranno. ... "
Un'altra bella qualità del carissimo P. Amelio è che era creativo. Ovunque è stato ha inventato cose nuove e poi sapeva portarle avanti, realizzarle. Era perseverante, costante, non si scoraggiava per gli insuccessi. Pieno di idee, di progetti, di proposte, era insistente anche con noi giovani nel proporci questo e quello. A volte ci dicevamo:"Oggi il Crotti ne inventa un'altra". Non era facile collaborare con lui proprio per questo motivo, ne inventava una tutti i giorni, non ti lasciava tranquillo, ti mandava dove non avresti voluto andare. Per noi era un grande esempio di animatore che si buttava in ogni direzione, prendeva anche diversi impegni nello stesso tempo, poi mandava noi redattori a sostituirlo.
Ricordo quando a Milano subito dopo il carcere cinese e il gran lavoro ad Hong Kong era diventato direttore della stampa e propaganda PIME e aveva subito proposto la costruzione del Centro Missionario in Via Mosè Bianchi. Il PIME a quei tempi era molto povero e non aveva il necessario per quel progetto- I superiori avevano dato il permesso di costruire, se in 10-12 anni restituivamo la somma necessaria (che era all'inizio degli anni sessanta di 120 milioni di lire). Crotti si era impegnato: organizzava e visitava gli amici del Centro, creava iniziative di animazione che potevano rendere anche economicamente, educava noi tutti a cercare benefattori, ma soprattutto quasi tutte le domeniche predicava le giornate missionarie parrocchiali. Lui e P. Giuseppe Perottoni, ambedue reduci dalla Cina, erano di esempio a tutti: Perottoni morì mentre predicava una giornata missionaria nella parrocchia S. Maria della Passione in Milano, e Crotti svenne due volte mentre predicava, una nella chiesa pubblica del PIME in Via Monterosa. Sono esempi che non possiamo dimenticare.
Ho vissuto con P. Crotti a Milano dal 1954 al 1968, 14 anni all'inizio del mio sacerdozio e debbo molto a lui come formazione sacerdotale e missionaria. In lui ho ammirato soprattutto questo: essendo uomo di fede e di preghiera, alla missione ci credeva davvero, sia là in Cina, ad Hong Kong, a Taiwan e in Camerun, sai qui in Italia. Questo mi pare molto importante, perché si continua ancora a considerare l' Istituto missionario all'estero e non in Italia. Crotti credeva che l'Istituto è uno solo ed è sempre missionario e anche noi, membri dell'Istituto quando partecipiamo agli impegni di Istituto siamo missionari.
Nell'animazione missionaria Crotti puntava anzitutto sulla preghiera e le vocazioni. Ricordo che a Milano visitava molto i collegi cattolici maschili e femminili ed ha suscitato senza dubbio vocazioni. Qualche volta mi diceva: "Tu che scrivi tanto, hai già notizia di qualche vocazione nata da quello che scrivi?" Era una provocazione e un richiamo.
Un altro aspetto importante della sua azione, quando era a Milano, è questo: concepiva il Centro Missionario che stavamo iniziando come opera di evangelizzazione della Chiesa italiana. Non era, come dire, chiuso nelle necessità dell'Istituto, aveva uno sguardo aperto verso la Chiesa italiana. Anche nelle giornate missionarie diceva sempre di non insistere sulla raccolta economica, ma su come la missione converte la Chiesa, ridà uno spirito evangelico e l'entusiasmo della fede.

*********************

2006

P. LAMBERTONI ADELIO  (1939-2006)

Il 7 luglio 2006 moriva a Hong Kong per linfoma P. Adelio Lambertoni. Nato il 20 settembre 1939 a Velate (Varese), diocesi di Milano, era entrato nell'Istituto a Villa Grugana nel 1958 proveniente dal seminario diocesano. Ordinato presbitero i130 marzo 1963, partì per Hong Kong nel 1965, dopo due anni come vice rettore a Vigarolo. Nel 1974, dopo l'uccisione di P. Valeriano Fraccaro, fu mandato in Tailandia per un anno e poi in Italia, a Gorizia. Nel 1978 era rientrato ad Hong Kong. Riposa nel cimitero di Velate.

Ricordo di P. Adelio Lambertoni (P. Gianni Criveller, dal Vincolo No. 214, agosto 2006, pp. 87-91)

"Niente è più grande dell'amore di Dio e dell'amore per i nostri fratelli e sorelle. So che Dio ha già perdonato i miei peccati. Spero che anche voi mi perdoniate, e che vi ricordiate solo delle cose buone che Dio ha fatto attraverso di me non scrivete niente sulla mia vita".

Con queste parole, dettate al confratello P. Franco Cumbo, dal letto dell'ospedale di St. Paul de Chartres poche settimane prima della sua morte, P. Adelio ha riassunto in modo efficace l'ideale della sua vita, che è stata davvero molto intensa e che ha vissuto come un grande dono di sé.
P. Adelio Lambertoni nato a Velate (Varese, diocesi di Milano) il 20 settembre 1939, è stato un missionario generosissimo, ottimista, allegro e buono. E' stato anche umile, perché nelle tante attività e realizzazioni che lo hanno visto protagonista, non h mai messo davanti se stesso, il suo nome, la sua gloria personale. La richiesta di non scrivere circa la sua vita non può valere per questa breve e parziale testimonianza che come confratelli gli dobbiamo in questi gironi tanto tristi, ma anche sereni.
Sì, sereni perché la morte di Adelio avvenuta all'età di 66 anni, non è arrivata inaspettata, né per lui né per noi: era ben preparato, e lo eravamo anche noi. Ma la sua mancanza si fa già sentire e la nostalgia di lui non è per questo meno pungente. Era un vero animatore della nostra comunità, anzi forse il leader più significativo, ascoltato ed influente. La sua naturale capacità di trascinatore si vedeva in molte circostanze e attività, nei nostri raduni, e in particolare quelli del lunedì, di cui era il punto di riferimento. Questi incontri, che negli anni '70 e '80 includevano riflessioni condivise sulla Parola di Dio, hanno caratterizzato in modo importante la vita e gli orientamenti della comunità del PIME a Hong Kong, dove il P. Lambertoni giunse il 20 ottobre 1965, dopo un servizio di due anni nella casa formativa di Vigarolo.
P. Adelio è stato un leader del rinnovamento della nostra presenza missionaria a Hong Kong, da quando il PIME ha consegnato la guida della diocesi al clero locale (1968) fino agli anni' 80, quando, tra lunghe discussioni, la comunità PIME decise che i nostri missionari dovevano essere solo al servizio, e non a capo, degli uffici di responsabilità della diocesi. P. Adelio fu in prima linea nel cercare, tra non pochi contrasti e difficoltà, ma anche con grande generosità ed entusiasmo, 'vie nuove', in particolare nell'impegno sociale.
P. Adelio non era però un uomo di rottura, né amava i conflitti. Aveva una profonda saggezza e tanto buon senso. Per questo favoriva convergenze tra idee e posizioni diverse, salvava la cordialità nei rapporti personali, e sempre comunque ci teneva all'unità di fondo della nostra comunità, di cui, per lunghissimi anni è stato consigliere prima, e vice regionale poi. Teneva in altissima stima l'amicizia, amava la compagnia e la vita di comunità, a cui non è mai venuto meno, anche negli anni della malattia e del dolore.
Dalla sua terra varesina, a cui era intensamente attaccato, ha ereditato, credo, non solo il buon
senso menzionato sopra, ma anche il senso pratico, la grande intraprendenza e l'impegno senza risparmio che hanno caratterizzato i suoi anni giovanili e della maturità, fino ai primi sintomi della malattia, che lo ha intaccato a partire dal 1995.
Sono davvero tantissimi gli impegni sociali che lo hanno visto protagonista, così da renderlo uno dei missionari più incisivi, conosciutissimo non solo nell'ambiente ecclesiale, ma anche nella più vasta società di Hong Kong.
Fu un influente leader, e per molti anni dirigente del s.o.c.o. (Società delle Organizzazioni comunitarie), un importante gruppo sociale e politico impegnato nel vasto campo della marginalità e della povertà di Hong Kong. A Sai Kung, dove fu viceparroco dal 1967 al 1974, si impegnò, tra le altre cose, a favorire i diritti dei pescatori e dei diseredati, in particolare per dare loro una casa, con la costruzione dei Villaggi di San Pietro e della Pace. Queste realizzazioni furono fatte in collaborazione con la Caritas di Hong Kong.
L'esperienza di Sai Kung ebbe un tragico epilogo, quando il 28 settembre 1974 il parroco, P. Valeriano Fraccaro, PIME, fu brutalmente ucciso. I responsabili e le motivazioni dell'omicidio sono ancora sconosciuti. E' molto verosimile che P. Adelio fosse il vero obiettivo, proprio a causa del suo impegno sociale, tanto che venne richiamato in Italia e persino destinato ad una diversa missione, la Tailandia. A causa dell'impossibilità di ottenere il visto tailandese, prestò servizio per tre anni a Gorizia, in Friuli, dove allacciò numerosi e forti legami, e dove spesso tornava durante le vacanze in Italia. L' omicidio di P. Fraccaro scosse P. Adelio, ma egli trovò la forza di tornare nel 1978 a Hong Kong, dove riprese, senza riserve e risparmio, l'attività missionaria e sociale.
In quegli anni 'caldi' molti cristiani di Hong Kong, come in tante altre parti, vivevano la fede come impegno a favore dei più poveri e lotta per la giustizia. Diversi missionari del PIME erano coinvolti in questo movimento, fondando il Gruppo di Impegno Sociale del PIME (PIME' s Social Concern Group) , di cui P. Adelio fu uno degli ispiratori più convinti e attivi. Non sono mancati momenti di protesta e denuncia verso le politiche, sociale ed economiche, dell'amministrazione coloniale, in particolare nei confronti dei baraccati, dei venditori ambulanti, della gente delle barche, ecc. In quegli anni era scoppiata a Hong Kong la crisi dei profughi vietnamiti. P. Adelio fu in prima fila a loro favore, impegnandosi sia a visitare i campi profughi, sia a protestare contro l'amministrazione coloniale per il trattamento loro riservato.
Sarebbe ingiusto però pensare a P. Adelio come ad un attivista radicale: non lo era affatto. Era un uomo che cercava il dialogo con tutti, e che al buon senso e alla moderazione, aggiungeva un'esuberante carica umana, una sincera bontà e simpatia che gli faceva guadagnare amici e rispetto in tutti gli ambienti. A questo proposito è bello ricordare la sua amicizia e frequentazione con l'ultimo governatore di Hong Kong, Chris Patten.
P. Adelio, che fu consacrato presbitero nel duomo di Milano il 30 marzo 1963 dal Cardinale Giovanni Battista Montini, che nello steso anno venne eletto papa con il nome di Paolo VI, non ha mai smesso di considerarsi innanzitutto missionario e prete. Non ha vissuto l'attività sociale in alternativa al suo essere ministro di Dio. Anzi è stato davvero un bel esempio di integrazione tra la dimensione di impegno sociale, sempre comunque ispirata al Vangelo, e del servizio ministeriale. Fu anche impegnato, in qualità di 'supervisore', nelle scuole cattoliche legate alle parrocchie, ma la principale attività di P. Adelio è stata quella di guida delle comunità. Dopo essere stato viceparroco a Sai Kung, come già ricordato, fu parroco in tre parrocchie: San Vincenzo a Wong Tai Sin dal 1978 al 1987; Santo Stefano a Kwai Fong dal 1987 al 1990; ed infine San Giovanni Evangelista a Sek Lei.
P. Adelio era convinto che il prete deve essere innanzitutto pastore, ed agire a partire da una comunità concreta, cioè dalla parrocchia. Anche in questo P. Adelio testimoniava l'equilibrio e la ricchezza della sua persona: era certamente innovativo e a favore del rinnovamento della presenza missionaria, ma anche radicato nella tradizione missionaria del PIME, quella cioè di fondare chiese davvero locali e mature.
P. Adelio amava al chiesa, anche la chiesa istituzionale, e le sue tradizioni. La fede cattolica gli
era incollata addosso come qualcosa di naturale, di spontaneo e di amato. Come molti di noi, Ade1io ha certamente assorbito tutto questo fin da bambino, nella sua famiglia (affezionatissimo ai genitori e alle due sorelle); da ragazzo nel seminario diocesano milanese; e poi nel seminario teologico del PIME. Raccontava le avventure degli anni di seminario con grande allegria e senza recriminazioni: per lui erano state esperienze positive.
P. Adelio era un uomo che, con la sua personalità travolgente e la sua generosità coinvolgente, lasciava ovunque una profonda traccia di sé. E poi amava curare i rapporti con le persone a lui care, costruendo così una vastissima rete di belle amicizie. Questa sua capacità di 'fare comunione' è particolarmente visibile nella grande famiglia che Ade1io ha costruito a Hong Kong attraverso l' accoglienza in casa di otto bambini e ragazzi in difficoltà familiari o senza genitori. P. Ade1io si è speso per loro con grande generosità: li ha seguiti ed educati, fatto studiare ed inseriti con successo nella società. Sembrava che non volesse morire senza prima vedere la sua opera completata, con il matrimonio di Raymond, l'ultimo dei suoi 'figli adottivi'. Per loro P. Ade1io è stato il papà, e per i loro figli è stato il nonno: li ha molto amati, e godeva vederli riuniti settimanalmente presso la sua residenza parrocchiale, o celebrare insieme il capodanno e le altre feste tradizionali del calendario cinese. E' stato un affetto ricambiato totalmente: se ne è avuto una commovente testimonianza con il supporto ricevuto da Ade1io negli anni della malattia, e soprattutto nelle lunghe e numerose degenze all'ospedale, dove i 'suoi figli', in particolare Margaret, 'la figlia maggiore', lo hanno assistito in continuazione, con amore e dedizione davvero filiale. I confratelli del PIME, che pure lo hanno spesso visitato all'ospedale, sono riconoscenti ai 'suoi familiari' per il bene da loro voluto a P. Adelio.
P. Adelio ha vissuto la grave e rara malattia, il morbo di Waldenstrom, con una serenità che non poteva che venire dalla fede. Consapevole dell'ora che si avvicinava, non ha fatto drammi o scene: fino alla fine si interessava degli altri più che di se stesso. E' sempre stato presente, finché ce l'ha fatta, in parrocchia, alle attività della diocesi e alla vita del PIME. Poi si è affidato al Signore, dandoci una testimonianza di offerta di sé alla volontà di Dio che ci ha non solo edificato, ma anche in un certo senso persino sorpreso. E' morto il 7 luglio 2006, alle 4:10, assistito dai 'suoi figli' e dal nostro superiore, P. Dino Doimo. Nelle ore precedenti fu vegliato, insieme ai numerosi confratelli, anche dal vicario generale P. Dominic Chan, dal vescovo John Tong e dal cardinale Joseph Zen che, nonostante lo stato di incoscienza, gli continuava a parlare, a lungo e con affetto, in italiano.

L'ultima volta che l'ho visto, il 28 giugno scorso, accompagnavo da lui P. Franco Mella, il quale era di ritorno dalla Cina e in partenza per l'Italia. Ade1io e Franco, pur tanto diversi, erano molto amici e compagni di 'tante battaglie'. Quando entrò Franco, che non vedeva da mesi, Ade1io fece un sorriso bellissimo, e gli chiese, se pur a fatica, circa le sue ultime 'proteste'. Ma in quella visita le cose non dette prevalevano su quelle dette: ciascuno di loro sapeva che sarebbe stato il loro ultimo incontro. Prima di lasciarlo andare, Ade1io chiese a Franco: preghiamo insieme. Dicemmo il Padre nostro e l'A ve Maria. Ade1io chiese ancora: dammi la benedizione. E Franco: no, dacci tu la tua benedizione. E Ade1io ci benedisse, con voce debole, ma chiara, accompagnata dal gesto della mano. Fu un momento non solo di grande commozione, ma anche uno di quegli istanti di forte intensità umana e spirituale che non si scordano più.

Addio Adelio, grazie anche a Te per le cose buone che Dio ha operato attraverso di te.

******************

P. MAESTRINI NICOLA  (1908-2006)

Necrologio (dal Vincolo N. 214, agosto 2006, pp. 96-103)

Il 15 luglio 2006 moriva a Lecco P. Nicola Maestrini, Decano dell'Istituto. Era nato il 9 gennaio 1908 a Cagli in provincia di Pesaro, diocesi di Cagli e Pergola. Compiuti gli studi ginnasiali al Seminario Romano a Roma, era entrato nell'Istituto nel 1925 a Monza. Ordinato presbitero, il 20 settembre 1930 a Milano, nell'agosto 1931 era partito per Hong Kong. Parroco di St. Teresa's Church, fu fondatore e Direttore del "Catholic Centre", avviando la pubblicazione del giornale cattolico "The Sunday Examiner"
Nel 1950, dopo aver visitato il Giappone per avviare due nuove missioni in quella nazione, veniva destinato a Detroit negli Stati Uniti d'America. Attraverso il Centro missionario di Detroit, da lui fondato, organizzò una vasta rete di amici e benefattori, raccogliendo fondi e aiuti per le Missioni sparse in tutto il mondo e per la Regione stessa. Iniziò la pubblicazione della rivista missionaria "Catholic Life", pubblicata ancor oggi con il nome di "PIME World". Diede inizio all'animazione vocazionale fondando i seminari di Newark, Ohio, di Mariglade a Memphis, Michigan, e di Oackland, New Jersey. Nella sua lunga vita missionaria ha scritto e pubblicato diversi libri. Nel 1973 lasciò i suoi incarichi a Detroit e aprì la casa a Tequesta, Florida, dove ha continuato la sua opera di animazione missionaria, raccogliendo e inviando fondi alle nostre Missioni. Dal 2005 era ospite della nostra casa di Lecco. Riposa nel cimitero di Villa Grugana.

Remember Fr. Maestrini (P. Kenneth Mazur)

"The souls of the just are in the hand oJ God... They are at peace. " We hear these words in the Old Testament, the book of Wisdom. We take consolation in knowing that, indeed, the soul of our beloved Fr. Maestrini is at peace.
We are gathered together here today to remember Fr. Maestrini, to pray for his soul, and to thank God for his presence among us for such a long time. Fr. Maestrini must be credited as one who helped put PIME where we are in the States today. His hard work and dedication for PIME and for the missions helped to establish PIME in the States.
Before going nay further, I think we must admit that no one of us is ready to canonize Fr. Maestrini right now. I don't mean to say too much about what Fr. Maestrini did, but rather, what he believed in; it is his faith, the same faith that we share, that we are remembering.
Fr. Maestrini could be a stubborn and hard headed person. He was in charge. And he let you know it. I became regional superior in the States in April 2005, a few months after Fr. Maestrini returned to the PIME retirement center in Lecco, Italy. In August of 2005, traveling to Italy for a meeting, I made a point of traveling to Lecco to visit Fr. Maestrini and Fr. Ruggiero, two members of the US Region at the PIME retirement home. Arriving there, Fr. Maestrini immediately chided me. He liked to do that to 'younger' priests. He asked why, if I became superior in April, it took until August for me to travel to Italy to speak with him. I tried to point out that it was only four months, and that Italy is not alI that dose to Detroit. But there was no way to convince him. I should have been there right away, because he had many things to tell me about what to do and how to do it... and so he proceeded to tell me. This is the Fr. Maestrini that we remember and love.
Fr. Maestrini talked that day about seminarians in the States. And about the Chinese people. I am sure you all know that Fr. Maestrini had a dream - he probably had more than one. His dream was that there would be 100 priests form the US Region serving in the missions. Unfortunately, that dream did not become a reality. It fell short by more than half. But I am one of those that Fr. Maestrini dreamt of. When he spoke to me that day at Rancio, he talked about Chinese seminarians. At first, I thought to myself that he was making no sense. But the more he talked, the more I realized that he knew exactly what he was saying. It was his dream of missionary priests, and his love for 'his' mission, China, that he was talking about. Y ou see, above all, Fr. Maestrini was a foreign missionary. That is what PIME is.
In the past days and weeks since Fr. Maestrini passed away, I have been looking through different things that he wrote - in his books, in his newsletters and in regional notes - to try to get a better understanding of who he was. I would like to share with you some of what I read. It tells us about his faith. It tells us about being a missionary.
Fr. Maestrini wrote: "After the day of ordination to the priesthood, the most important day in the life of a PIME missionary is the day when he receives his first mission assignment." He goes on to explain the day he received his assignment, and how he was a little disappointed at first, because he wanted to go to Burma. Nevertheless, he quickly adjusted to the idea.
"The day after the ceremony, I left for a final visit with my family. That last month at home was a real strain on the emotion of us all. My poor mother and dad felt that my departure was a death knell. They expected never to see me again here on eartho Very often I would catch my mother crying or would notice her red eyes. My father did not cry openly, but I could re ad his pain in every line of his face. He wanted to spend every minute of the day with me."
"I wanted to spend the last day of my vacation with all my relatives, in Cagli, where I had been born, and leave for the missions form there. Therefore I asked all those who could come to gather there at my uncle's house, on August l, the last day of my vacation. They all decided to see me off at the railroad station. When at about 10:00 p. m., the train pulled into the station, a flood of tears was left loose. Trying to smile, pretending to be cheerful, encouraging, hugging, kissing everybody, I finally sighed with relief when the conductor shouted, 'All aboard!' Slowly the train moved away from the dim light of the station and starting speeding into the night. In a semi-deserted compartment of the train, and finally alone, I cried, too."
The suffering of a missionary is not just a physical suffering, but more an emotional one. Leaving family, friends, loved ones. o. Leaving everything for God. For the next 20 years, Fr. Maestrini dedicated his life and his all to the mission of Hong Kong. A missionary' s first love is, most of all, his first mission assignment.
"One morning in March 1950, I received a letter form PIME headquarters in Milan that changed the course of my life." The letter asked him to go to Japan and look for mission possibilities for the many missionaries that were leaving mainland China.
"For two months, I traveled through Japan form north to south, interviewing bishops, foreign missionaries and Japanese priests... In September, a second letter form our Superior informed me that, on the basis of my report' PIME had decided to accept two mission districts in Japan. I was to proceed to the States on a 'temporary' assignment to raise funds for the new Tokyo house. And so, one afternoon in late October, 1950, after a tearful farewell form the center staff, numerous friends and with the good wishes of the bishop, I walked down the mission house to the harbor for the last time with only one suitcase containing all my earthly possessions. Boarding the freighter bound to Japan, I had a feeling deep in my heart that my work in Hong Kong had come to an end and that this was my farewell to my beloved mission.
While the sun was setting beyond the Kowloon hills, the ship slowly steamed out of the harbor. I could not help remembering another sunset, another voyage, another painful farewell almost twenty years earlier in Italy, when I had left my family and my country, bound for China. As I had done then, I tried to stifle my heartache and boldly turned to the future and a new life in the same old pattern of following the steps of Christ. Distance-wise, Hong Kong was now many miles behind, but I was still carrying it in my heart and with the unforgettable memory of the best twenty years of my life, twenty years with the Chinese."
Yes, we who come after China take second and third and fourth place to Fr. Maestrini's beloved China.
Another time when Fr. Maestrini, the missionary, was called to suffer by leaving alI. o o to follow Christ. This is the life of a missionary. And we know that Fr. Maestrini continued to live his life as a
missionary whether it was in Detroit or Tequesta, or wherever. And last July 15, when our Lord carne to Fr. Maestrini and said "Father, it's time. The place prepared for you is ready", Fr. Maestrini once more left on a journey, his final journey. "Well done, good and faithful servant." Our lord surely said to him. And Fr. Maestrini knew that he would be leaving many people who loved him and who would miss him, but it was time. And so we believe that Fr. Maestrini is now enjoying eternal life with God. And he's probably trying to tell God what to do and how to do it. God can take it.
One last passage from Fr. Maestrini. He had made so many friends in his 98 plus years. And they were very special to him. Fr. Maestrini wrote in one of his books: "This book (my life) would never seen the light of day if it were not for the collaboration, the help, the kindness, the assistance and above all, the inspiration I have received form hundreds of friends, near and far." He then goes on to name many of his friends. And then he write: "To all, my heartiest 'Thank you' and a prayerful remembrance in time... and after." Now it is the 'after' for Fr. Maestrini, and he has assured us that he is praying for each and every one of you before our Heavenly Father.
And so we remember Fr. Maestrini, and all that he has done, and all that he was for us. First and foremost, Fr. Maestrini was a foreign missionary, giving up all to follow Christ. Time and time again.

Ricordando P. Maestrini (P. Mark Tardiff)

La vita di P. Nicola Maestrini è impressionante da più di un punto di vista. Il salmista parla della vita umana che dura 70 anni, 80 per quelli che sono forti e Padre Maestrini ha raggiunto 98, con ben 75 anni di Messa. Inoltre, la sua è stata una vita piena di attività missionaria. Per 20 anni fu a Hong Kong, impegnato nella predicazione del V angelo. Aveva una grande capacità per le iniziative nuove, come per esempio i progetti per utilizzare la stampa, come strumento per la diffusione del Vangelo. Passò poi agli Stati Uniti dove l'iniziativa fu ancora più grande: fare sorgere una nuova regione del PIME. Ha avuto presto una visione del PIME internazionale, ed è stato lui a proporre che il PIME accogliesse vocazioni anche dagli Stati Uniti. lo che vi parlo adesso sono uno dei frutti di questa visione.
Padre Maestrini aveva le missioni nel uso cuore e parlava spesso delle missioni in una maniera che affascinava e trascinava la gente. Infatti, c'è una storia che si racconta di lui negli USA. Annida due uomini erano alla fermata ad aspettare un pullman, però ad uno di loro mancavano alcuni centesimi per il biglietto. L'altro gli consigliò di andare alla vicina casa dei missionari per chiederli al Padre Maestrini. L' uomo andò e tornò dopo qualche minuto. L'altro gli chiese se aveva ottenuto i centesimi. Egli rispose che Padre Maestrini aveva parlato così bene delle missioni che da sua parte gli aveva dato i centesimi che aveva per il biglietto.
Padre Maestrini è stato senz'altro uno dei grandi dell'Istituto, sia per la sua capacità sia per le opere che ha potuto compiere. Allo stesso tempo, possiamo dire che ha avuto la grazia e la disgrazia di una lunga vita. Ha avuto la grazia perché la Bibbia ci insegna che una lunga vita è una benedizione del Signore. Ha avuto la disgrazia perché la sua lunga vita gli ha permesso di vedere la fine di tante opere cui aveva dedicato molto, in modo particolare i seminari degli USA. Padre Maestrini non ne ha parlato, però trovo difficile immaginare che non soffrisse per questo fatto.
Questa fine delle sue opere è anche una chiave per leggere la sua vita. Come ci spiegano le letture oggi, chi crede nel Signore avrà la vita eterna. Infine quello che conta più delle opere compiute e gli anni di Messa è la fede nel Signore. Le buone notizie che Padre Maestrini ha predicato per così tanti anni, cercando di aiutare gli altri a capire e a credere, sono state la base della sua speranza, e sono anche la base della nostra speranza per lui. Sappiamo che il Signore è misericordioso, e così abbiamo fiducia che perdonerà a Padre Maestrini tutti i suoi peccati e guarderà alla sua fede, accogliendolo nella Sua luce e nella Sua pace.

"Sunday Examiner" founding father dies in his homeland (dal Vincolo N. 214, ago 2006, pp. 100-101 )

Hong Kong: the far-sighted founder of the "Sunday Examiner", Fr. Nicola Maestrini, of the PontificaI Foreign Mission Institute (PIME), died in Rancio di Lecco, Ita1y, at 9:30 am on July 17. He was 98 years old and the oldest member ofthe worldwide mission society.
Father Maestrini carne to Hong Kong shortly after his priestly ordination in September 1930, by Alfredo Cardo Ildefonso Schuster, who was later proclaimed a blessed. During his 20 years in the then British Colony, he served as pastor at Sto Teresa's parish in Kowloon and was the founding director of the Catholic Centre in downtown CentraI.
He also saw the need for an English language newspaper in the diocese to bring the ever-growing expatriate population as well as communicate events in the territory and China to the rest of the world. Father Maestrini produced his first edition on lO March 1946. It was a classy production form its infancy, featuring direct reports of important Church events around the world, professionally shot news agency photographs and on-the-spot reporting in Hong Kong.
The paper has been published weekly since that date, and with changing circumstances in the diocese, has grown to incorporate a supplement for the more than 100,000 Filipino Catholics resident in the territory. It has also developed a wide circulation throughout Asia and an intemational market.
The Italian-bom Father Maestrini was a pioneer of new territories. He left Hong Kong in 1950 for Japan, where he started new foundations, before being assigned to the tledgling United States of America quasi-region of the PIME Institute. There, working, out of Detroit, he developed a vast network of mission supporters and benefactors and began publishing a mission magazine, Catholic Life, which still exists today, under the title of PIME W orld.
In true pioneering fashion, he recruited young Americans to priest-missionary vocation and founded minor seminaries in Newark, Ss. Peter and Paul in Oakland, Florida, Queen of Apostles in New Jersey and Maryglade in Memphis, Michigan.
In 1973, he made another move into uncharted waters and set up house in the untried area of Tequesta, Florida, where he continued his work ofpromoting sUPPOrt for the mission commitment ofhis Institute, which he always referred to as 'raising friends for the mission'.
During his time in Florida he retumed to his originallove of publishing and began what was to be a prolific writing career. He produced books on his mission experience in Hong Kong and the history of the beginnings of the PIME presence in the United States of America as well as on more generaI topics.
Father Maestrini was bom on 8 January 1908, in Cagli, Pesaro province, and entered PIME on 1 October 1925. He took his final oath of membership (now known as "final promise") on 28 June 1930 and was ordained priest on September 20 of the same year. He retired from commitments in the United States of America in February 2005 and retumed to his native Italy. May he rest in peace.

"Fr. Maestrini led PIME here" (Joe Kohn, "The Michigan Catholic", July 20, 2006, riportato dal Vincolo No. 214, agosto 2006, pp. 101-103)

Fr. Nicola Maestrini, former Superior of the PIME Missionaries United States Region, was a centraI figure in laying a foundation for his order in the United States, said those who worked and ministered with him in Detroit. Fr. Maestrini died July 15. He was 98 and had been living at the PIME retirement house in Lecco, Italy.
"I always felt like he was one oJ our spiritual fathers" said Fr. Ken Mazur, regional superior for the PIME Missionaries in Detroit, who ministered Fr. Maestrini for decades.
He certainly helped to establish who we are and what we do here in the United States, especially in the Detroit area".
The PIME missionaries are established in Detroit in order to fund missionary work by their order throughout the world. Currently 10 PIME fathers reside in Detroit.
Fr. Maestrini's outgoing attitude, networking skills and zeal for doing things in a professional
manner allowed him to meet with great success in raising money for and awareness of the missions. Though he was not a native-boro American, he thrived in the culture, his friends said.
"He just knew how to warm up to people and become concerned about them", Fr. Mazur said. "He knew who you were and how to approach you in order to send Junds to our missions and the poor around the world".
Fr. Maestrini was boro in Cagli, in the province of Pesaro, Italy. He was ordained in September 1930 by Blessed Cardinal Alfredo Ildefonso Schuster, and was sent to the Mission of Hong Kong. He worked there for 20 years, where he was pastor and founder of the Catholic Center for the Diocese, which initiated the diocesan local paper, the "Sunday Examiner".
Fr. Maestrini ministered in Detroit beginning in 1950. Cardinal Edward Mooney had invited the organization to Detroit three years earlier. Fr. Maestrini opened the PIME Mission Promotion Center in the city. The local work included the publication of "Catholic Life" magazine, which he wanted to model after the well-known national magazine, "Life'. The magazine is now known as "PIME World".
Fr. Maestrini also established PIME"s Knights of Charity program, which honored Detroit area citizens whose work exemplified the organization's efforts to improve the world, both locally and globally. Because of the program, Fr. Maestrini was known as a pioneer of interfaith efforts. Each year in an era before interfaith initiatives were common - the Knights of Charity honored a Catholic, Protestant and Jewish leader form the community.
Fr. Maestrini also founded numerous vocation activities and high school seminaries in Oakland, New Jersey and Newark, Ohio, which educated hundreds of young men form the Detroit area form the 1950s through 1990. He also opened Maryglade College Seminary (the present Sacred Heart Rehabilitation Center), and a residence for students oftheology in New Jersey.
Fr. Maestrini authored numerous books, including "Forever Love" and "China: Lost Mission".
In 1973 he left his position in Detroit. In 1978 he moved to Tequesta, Florida, where he opened a home for retired missionaries and continued to promote the missions. In January 2005, due to failing health, he moved from Florida to the PIME retirement center in Lecco, Italy.
Even as he passed retirement age, Fr. Maestrini was never one to stop working for the missions.
"He was not the type to just sit and twiddle his thumbs, ever", said Robert Bayer, who was editor of"Catholic Life" magazine under Fr. Maestrini.
Bayer said Fr. Maestrini's skills as a fundraising - for which he received national press coverage - may even have put him at the level of Detroit's top executives.
"I thinks he knew every politicians in the city and in the state", Bayer said.
"Everybody used to joke about him, that he should be an executive Jor the GM Corporation. He had a mind like that".
Fr. Mazur said that, even after he moved to Italy, Fr. Maestrini stilI would share his ideas for running the PIME missions in the United States. It was the relentless pursuit of his goals, he added, that made Fr. Maestrini instrumental in many people's lives and for the PIME missionaries.
"He had a vision", Fr. Mazur said. "He had something that he believed that he could accomplish with the help oJ God and the generosity oJ the people here in the Detroit area... 1 know that he touched the lives oJ many, many people".
When Fr. Maestrini passed away, he was the oldest member of the PIME Missionaries. Fr. Maestrini' s funeral Mass was held in the chapel of the retirement home. He was buried in the PIME Cemetery in Villa Grugana, Italy.
A local memorial Mass for Fr. Maestrini will be held at 11 :30 am on August 15, at the PIME chapel, 17330 Quincy S1. in Detroi1.
Condolences may be sent to the PIME Missionaries Headquarters, c/o Fr. Ken Mazur, Regional Superior, 17330 Quincy, Detroi1. 48221.

******************

2007

FR. CAUSA ANDREA  (1922-2007)

Età 84 - Istituto 46 - Hong Kong Il. Il 19 gennaio 2007 moriva a Lecco per carcinoma Fr. Andrea Causa. Nato ad Altofonte, provincia di Palermo e diocesi di Monreale, il 3 aprile 1922, dopo gli studi di maestro elementare, e vari lavori svolti nel periodo post-bellico, nel 1956 entra nell'Istituto a Ducenta come fratello. Il 4 agosto 1960, emette il giuramento perpetuo. Nell'ottobre del 1961 parte per Hong Kong, missione dove rimane fino al 1972. In questi anni ricopre diversi incarichi: dal 1963 al 1965, assistente alla costruzione delle opere della diocesi; dal 1965 al 1969 economo del Seminario diocesano; dal 1969 al 1970, assistente nel Centro Caritas presso la parrocchia di S. Teresa; dal 1970 al 1972 Prefetto di Disciplina al "Raimondi College". Nel 1972 è richiamato in Italia da Mons. Pirovano, allora Superiore generale. Destinato all'Italia meridionale, lavora come economo nella casa di Ducenta, poi di Sassari. Dal 2006, per motivi di salute era residente nella casa di Rancio. E' stato sepolto nel cimitero Pime della Grugana.

Omelia Funerali (P. Luca Bolelli, Lecco, 20 gennaio 2007, dal Vincolo N. 216, aprile 2007, pp. 83-84)

Non mancava volta che dopo la Messa domenicale alla chiesetta di Santi Filomena, mentre ritornavamo alla casa del Pime di Napoli, fratel Andrea non mi richiamasse al alcune verità sostanziali, col suo passo lento, sostenuto dall'immancabile bastone. lo avevo appena presieduto la Messa e lo accompagnavo lungo la discesa che porta alla nostra comunità. Una delle cose che mi ripeteva più spesso era questa: "Fare la volontà di Dio è tutto! E' Lui il Signore, il Padrone, e a noi è chiesto di obbedirgli". Confesso che all'inizio non davo molto peso alle sue parole, le ascoltavo ma mi risuonavano più come correzioni all'omelia che avevo appena fatto (... e storcevo un po' il naso!). Poi, col passare del tempo, ho capito cosa voleva dirmi.
Nel brano del Vangelo appena letto, Gesù ci dice chiaramente che amare Dio sopra tutto e con tutto noi stessi è il più grande e primo dei comandamenti. Amarlo è fare la sua volontà. Ricordo che lo stesso fratel Andrea, trovandosi ricoverato all'ospedale in camera con un testimone di Geova molto fervente, per non finire in interminabili polemiche, gli aveva citato questo brano del Vangelo. E quel tale aveva smesso di insistere. Su quel punto erano d'accordo.
Amare Dio sopra tutto. E' stato l'assillo di fratel Andrea. Si rimproverava di essersene reso conto troppo tardi, solo in tarda età, e di aver dato prima troppo poco tempo alla preghiera e alla meditazione. Diceva che si era fatto sempre assorbire dai tanti impegni pratici, a danno della preghiera, relegata a pochi e veloci ritagli della giornata. Per questo si preoccupava e mi ripeteva che dedicassi almeno un'ora alla meditazione quotidiana della Scrittura, che dessi tempo al ringraziamento dopo la Messa... che non andassi a letto troppo tardi! Erano tutti richiami che, con il uso modo educato e gentile, sapeva farmi. E lo ringrazio di cuore.
Amare Dio soprattutto. In questo aveva un aiutante particolare: il uso angelo custode. Lo chiamava familiarmente "lo Zio" perché, diceva, "era nato prima lui". Diceva di non aver mai provato un istante di solitudine negli anni vissuti ad Hong Kong, ma di aver sempre percepito accanto a sé questa presenza costante. Al suo angelo custode riconosceva di averlo guidato nelle scelte difficili e nei momenti di più grande tentazione. Aveva una devozione molto viva per "lo Zio". E poi c'era la mamma, la Vergine Maria. Una volta gli ho chiesto se non avesse paura di morire. Mi ha risposto che confidava nella Madonna, era sicuro che lo avrebbe aiutato, una madre non abbandona i suoi figli. Lui era un figlio fedele, nelle ore che stava in portineria a Napoli, lo si vedeva sempre sgranare il rosario in mano. Non so quanti ne dicesse, so però che non li recitava a macchinetta perché soffriva quando aveva la sensazione
che in comunità il rosario venisse detto col pilota automatico. A lui piaceva meditare lentamente i contenuti dei vari misteri, pensare alle verità che c'erano dietro. Si era fatto delle corone di diversi colori a seconda dei misteri che recitava. anche se negli ultimi tempi pregava solo con quella dai grani rossi, per i misteri dolorosi. . .
Amare Dio soprattutto e il prossimo come noi stessi. Amava in particolare l'Istituto. Pregava il Signore affinché ci donasse di tornare al fervore e alla povertà delle origini. Per le missioni e per le vocazioni missionarie offriva le sue preghiere e sofferenze, soprattutto da quando era qui a Rancio. Desiderava che questa nostra comunità fosse sempre più un luogo dove aiutarsi a vivere cristianamente la sofferenza e la morte.
Ha combattuto la buona battaglia, ha terminato la sua corsa, ha conservato la fede... La dignità e la fede con cui ha vissuto le ultime ore della vita ne sono un limpido commento.

Ricordando il missionario laico Fr. Andrea Causa (P. Alfredo Di Landa, dal Vincolo N. 216, aprile 2007, pp. 85-86)

La notte dell'8 settembre 1943 l'allievo sottotenente Causa Andrea si trovava con la pattuglia assegnatagli presso una postazione antiaerea sulle colline di Fiesole. La radio militare trasmise l'ordine del generale Pietro Badoglio che il governo provvisorio a Salerno aveva accettato l'armistizio imposto dalle forze anglo-americane. L'esercito doveva considerarsi sciolto e le truppe tedesche, in ritirata verso il nord Italia, potevano dar luogo a rappresaglie d'ogni specie.
Per evitare che il drappello dei giovani soldati italiani cadesse nella trappola degli ex-alleati, il sottotenente siciliano lasciò che ciascuno deponesse la divisa grigioverde e si mimetizzasse con vestiti civili arrangiati alla meglio. Dalla Toscana alla Sicilia la distanza era notevole. Le stazioni ferroviarie distrutte o danneggiate dai massicci bombardamenti, i binari fatti saltare con le mine, i collegamenti via mare bloccati. Quel 'picciotto', unico maschio di una patriarcale famiglia altofontese, era stato chiamato alle armi con l'ultima leva ed inviato al corso allievi ufficiali perché in possesso del diploma magistrale.
Andrea aveva aperto gli occhi alla vita il 3 aprile 1922, il giorno dopo la ricorrenza di S. Francesco da Paola. Forse per tale felice coincidenza ebbe una particolare devozione verso il fondatore dell'Ordine dei Minimi e, più tardi, si lasciò guidare spiritualmente da un sacerdote di quell'Ordine religioso. Dopo le scuole elementari fatte ad Altofonte, Palermo, passò a seguire i corsi superiori nel capoluogo della Sicilia distinguendosi per diligenza e profitto negli studi. Conseguita la maturità magistrale, fu chiamato alle armi. Non fu esonerato perché sia il nonno, sia il genitore potevano sostenere la famiglia. Una volta disgregato l'esercito, Andrea si sobbarcò il duro lavoro di spaccalegna e di massaro in una casa di contadini. Riuscì alla fine della guerra a raggiungere Palermo, dove in forza del diploma superiore fu assunto all'ufficio postale. Divenne poi dipendente del ministero dei Lavori Pubblici ed incaricato a dirigere le squadre di operai per i lavori del porto e la rimozione dei residui belli ci dai fondali del mare.
Il caposquadra Causa, ligio al suo dovere, non risparmiò né ingegneri né ditte appaltatrici esigendo che i soldi dello Stato fossero spesi con giustizia ed equità. Consigliato poi dal suo direttore spirituale a lasciare il mondo per seguire Cristo, come l'apostolo Francesco da Paola, piantò registri e tabulati per entrare nell'Istituto delle Missioni Estere (Pime) a Ducenta, in provincia di Caserta. Era il 1956'57, con la prospettiva di intraprendere gli studi teologici o di inserirsi tra i Fratelli Cooperatori. Scelse la seconda via. Dopo il noviziato con il Maestro P. Bartolomeo Campodonico, fu ammesso al Giuramento perpetuo nel Pime in data 4 agosto 1960. Venne assegnato alla comunità di Ducenta come insegnante nella classe preparatoria al ginnasio. Nel luglio dell'anno successivo (15 luglio 1961), era destinato alla missione di Hong Kong. In compagnia di altri cinque confratelli sacerdoti, tra i quali P. Domenico Cozzolino, salpava da Napoli alla volta della missione di Hong Kong il 10 ottobre. Nelle cronache del tempo è ricordato che "tutto il Seminario di Ducenta e le Suore della Sacra Famiglia addette alla comunità, sono al porto di Napoli per salutare i due partenti"(da Il Vincolo, sett.-ott. 1961, N. 76, P. 53).
Negli undici anni trascorsi in Cina, dopo aver appreso la lingua cinese, Fr. Causa fu addetto a compiti di responsabilità. Dal 1963 al 1965 fu assistente ai lavori nella costruzione delle opere diocesane per mandato di S. E. Lorenzo Bianchi. Nel quadriennio successivo (1965-69), venne nominato economo del Seminario della Diocesi. Fu vice direttore del Centro Caritas (1969-70), e nei due anni successivi ebbe l'incarico di prefetto della disciplina presso il Collegio Mons. Raimondi (1970-72). L'allora superiore Generale Mons. Aristide Pirovano lo richiamò in Italia assegnandolo alla circoscrizione Italia meridionale. Ebbe in mano il settore dell' economia della casa di Ducenta, amministrando con estrema parsimonia il cibo, la. conduzione dell' orto e il rifacimento dei locali pericolanti (salone del teatro, dormitori, tettoie).
Con il triciclo "Ape" si aggirava per Aversa e nei paesi circonvicini, dovunque c'era necessità di raccogliere le bottiglie di salsa di pomodoro e di rifornirsi di carne vaccina all'ingrosso. Era lo stesso economo della comunità degli "apostolici" a ridurre in pezzi i quarti dei vitelli e trasferirne una gran parte alla "Piccola Casa della Provvidenza" per le esigenze dell'Istituto Cottolengo.
Da Ducenta negli anni Ottanta fu trasferito alla Casa di Sassari, sempre con l'ufficio di economo. La sua permanenza isolana consentì che molte zelatrici sarde rimanessero così edificate dallo zelo e dalla pietà mariana di Fr. Causa che, quando fu chiamato presso la direzione regionale di Napoli per la portineria e la trascrizione di cedole postali, telefonavano per avere notizie sulla salute e suggerimenti spirituali.
Le condizioni generali peggiorarono negli ultimi anni, sia per la vista che per l'apparato gastrico e circolatorio. Venne operato agli Ospedali Riuniti del capoluogo partenopeo, ma con riserva per la massa oscura che s'ingrandiva sempre più.
Durante il 2006 Fr. Causa manifestò la volontà di raggiungere la Casa degli anziani e dei Padri ammalati a Rancio di Lecco, conscio delle gravi condizioni in cui versava. Il carcinoma, diffusosi in tutto l'organismo, lo ha condotto alla morte la mattina del 19 gennaio scorso. Le sue spoglie riposeranno nel cimitero del Pime alla Grugana, là dove il devoto di S. Francesco da Paola come "Minimo" volle formarsi alla missione di Fratello Laico.

************************

P. MENCARINI LIDO  (1916-2007)

Necrologio (dal Vincolo, 78, N. 217, agosto 2007, p. 38-47)

Il 2 maggio 2007, moriva a Hong Kong per cirrosi epatica P. Lido Mencarini.
Era nato a Lucca il 30 novembre 1916. Entrato nell'Istituto nel 1931 a Monza, proveniente dal Seminario di Lucca, il 6 agosto 1939 fu ordinato sacerdote. Fino al 1947 rimase in Italia, impegnato in servizi all'Istituto e nella parrocchia di S. Paolo a Cantù. Nel 1947 venne destinato ad Hong Kong. In particolare, dal 1947 al 1949 lavorò nel distretto di Hoifung, sul continente cinese.
Nel giugno 1949 fu chiamato a Hong Kong, dove ricoprì diversi incarichi. Nel 1950-1951 fu Segretario di Mons. Enrico Valtorta; dal 1952 al 1954 Direttore del Catholic Centre; dal 1954 al 1962 Procuratore della missione; dal 1959 al 1967 Vicario Generale sotto Mons. Lorenzo Bianchi, collaborando allo sviluppo dei servizi sociali e scolastici della Chiesa in tempi particolarmente difficili dato l'afflusso di milioni di rifugiati. Nel 1967 l'allora Vescovo di Hong Kong, Mons. Francesco Hsu, lo volle di nuovo Procuratore Diocesano, posto che mantenne fino al 1985, quando fu nominato Superiore Regionale del PIME e l'anno seguente Procuratore. Lavorò nella Direzione Regionale fino al 1990, continuando nell 'incarico di Procuratore. Lavorò nella Direzione Regionale fino al 1990, continuando
nell'incarico di Procuratore fino al dicembre 2004. Nel 1990 fu anche nominato consulente della Procura Diocesana, incarico che ha svolto fedelmente fino a pochissimi giorni dalla morte.
P. Lido è stato sepolto nel cimitero di Happy Valley.

TESTAMENTO SPIRITUALE del P. LIDO MENCARINI

Hong Kong 25 marzo 2000

Ringrazio Dio per il dono della vita e della vocazione sacerdotale e missionaria nel P. LM.E. e per tutto il bene che mi ha sempre voluto.
Adoro e accetto con amore la Sua volontà per la vita e per la morte.
Mi affido alla Sua infinita misericordia che mi ha condotto nelle vie misteriose del mio destino con amore di Padre e confido nel Suo perdono per le mie infedeltà e miserie.
Desiderando morire riconciliato con tutti, chiedo perdono a tutti quelli cui posso aver fatto del male anche involontariamente.
Non ho nulla da perdonare a nessuno o perché non mi sono ritenuto offeso o perché quelli che mi hanno dato dei dispiaceri sono stati strumento nelle mani di Dio per il mio bene.
Faccio affidamento sulle preghiere dei confratelli e di tutti coloro che si ricordano ancora di me perché possa presto vedere il volto di Dio.
                                                              ECCE, FIAT! VENI DOM

Lido Mencarini

HOMILY (by Fr. Edward Khong at the Funeral Mass for Fr. Lido Mencarini, PIME, S1. Margaret's Church, Happy Valley, Hong Kong, Saturday, 5th May, 2007).

"Ecce, Fiat. Veni, Domine Jesus Christus" These are the few words in Latin whispered out from the mouth of Fr. Lido Mencarini shortly before he breathed out his las1.
In the Chinese language, this may be roughly interpreted as "All right, I am ready. Let it be done.
Come Lord Jesus Christ."
My dear friends, you may be wondering why I am here to deliver this homily and not a confrere of his. Fr. Mencarini spent 90 years on earth, and more than one third of it we spent together at the Diocesan Procuration. To me he was a great mentor, a respectable superior, a caring friend and a loving confrere. But my relation with him and knowledge of him went long beyond this period.
I first carne to know Fr. Mencarini when I was a young newly ordained priest some 38 years ago. A year after my ordination, I was appointed to be the Vice Rector of the Diocesan Seminary and was put in charge of the Seminary finance. Ever since then, due to the nature of my work, I had often contacts with him. In him I found a very kind-hearted senior, strict to himself in alI aspects of life, but generous to others, especially when it was anything related with the life of the Seminarians. He was in fact a missionary priest living a hermit's life! Those who knew him would sure notice that he never took a meal outside of a church institution and the cassock he wore had been with him for some decades.
When I was appointed to the Catholic Centre, even though I still had nothing to do with the administration of the Procuration, now and then Fr. Mencarini would come to my office in the Central and discussed with me on financial investment of the Diocese. In the beginning I felt embarrassed and could not bear the sight of this elderly priest coming all the way from mid-level to see me in my office, and I told him that I could go up to his office as long as he sent for me. Still, he insisted to go to the Central by saying that I was more busy than he was. I saw in him a very humble and considerate priest indeed.
By 1978, the new Catholic Diocese Centre was completed. According to the original plan of the late Bishop Francis Hsu, the Catholic Centre administration office was to be relocated to one whole floor of the new building. However, shortly before we prepared to move, Fr. Mencarini told me to move the Director's office to the floor allocated to the Diocesan Procuration. This forced me change all my plan and layout of the Catholic Centre administration office. Re insisted that I should work along side with him and with the late Brother Mario. Shortly afterward, Fr. Mencarini requested the late Bishop John B. Wu to appoint me as Deputy Procurator, a post which I held until 1985 when he was made the Provincial of the PIME Fathers in Hong Kong. I was then made his successor as Diocesan Procurator until end of last year. During his tenure as Provincial, Fr. Mencarini still supported the running of the Diocesan Procuration at the back stage. After his tenure was over, and this time, at my request, the Bishop appointed him Adviser to the Diocesan Procuration, a post he held until the day he passed away.
As soon as I was officially appointed his assistant, the first thing Fr. Mencarini told me was that I could change any system or do anything I like with the Procuration. Re was conservative in his life style, and sometimes even in his way of doing things, but he was wide open to changes and to cope with modem management. As said, he gave me a free hand to run the office. Re never complained a bit over any change that I did in the Procuration. I could proudly mentioned that the Diocesan Procuration was the first administration office in the Bishop' s Curia to have lay professional employees other than mere messengers and janitors! Fr. Mencarini gave me full support to materialize the concept that the Diocese needed to recruit trained lay persons to help in the management of the diocese. Re even went through the trouble to make the reguest official to the Bishop and the Board of Diocesan Consultors as this move was to create a precedence in the Bishop's Curia. In this one could see his vision and willingness to sub-delegate his authority.
To all the staff of the Diocesan Procuration, he was a resource person and a walking database! Whenever we needed to look into the past for any long past record or for any background material on a certain case, he would always be ready to brief us and to tell us where we might still find the written documents on the issue. In brief, in the Diocesan, he was well loved and respected by all. To those in the Procuration, he was a great Grandpa.
When I was a young priest, some good-hearted seniors cautioned me that Fr. Mencarini might be a difficult person to cope with. However, after all these decades with him, I could proudly let you know that we never had a word of grudge or discontent, not to say quarrel, between him and me! Re was so nice and so approachable that he would only be too willing to give in to any positive and constructive opinion and idea.
Shortly before he died, Fr. Mencarini told his confreres to pass on for him the message that he begged for pardon and forgiveness from all those whom he had offended or might have offended unknowingly. However, he, on his part, would have nobody to forgive --- because he did not realize that anybody had ever offended him. You could see how great his heart was!
Here we are, dear friends, we are not here for a memorial service to mourn the passing away of our Fr. Mencarini. I would be reluctant to use these words. Rather, I would see this as a Farewell Party -- a farewell party to our dear Grandpa, our beloved Fr. Lido Mencarini. We are just here to see him off. We know well, just as he knew, that he is going back to the Father, and accompanied by our Lord Jesus Christ.
This is exactly what he told us "Ecce, Fiat. Veni, Domine Jesus Christus!" Re will be missed, but not forgotten! We are sure that we still have a lot to learn from him, and we are sure also that he would not leave us alone. Re would still be looking after us from on high, from the Kingdom of the Father! Amen.

OMELIA alla Messa per la veglia funebre (P. Vincenzo Carbone, Hong Kong, 4 maggio 2007)

Questa sera, siamo qui radunati in preghiera e siamo presi da due emozioni contrastanti:- da una parte, siamo addolorati per la scomparsa del caro P. Mencarini, d'altra parte però siamo pieni di gioia perché questo nostro fratello sacerdote ha già ascoltato le parole che abbiamo appena letto nel Vangelo: "Vieni, servo buono e fedele... partecipa alla gioia del Tuo Signore".
Pochi mesi fa, in occasione del suo 90° compleanno, il P. Mencarini, che era sempre schivo di ogni lode che potesse riguardare la sua persona, dovette acconsentire ad una celebrazione a cui parteciparono il cardinale Giuseppe Zen e il suo Ausiliare Giovanni Tong, insieme ai sacerdoti e gli impiegati dell'Ufficio della Procura diocesana, dove il P. Mencarini aveva lavorato per tanti anni.
La presenza del Cardinale e del suo Ausiliare a quella celebrazione mostrava come i più alti responsabili della Diocesi volevano ringraziare questo umile servitore di questa Chiesa locale che per ben 58 anni aveva dato il meglio delle sue doti e della sua carità apostolica, prima come Vicario Generale dal 1959 al 1967, e poi come Responsabile dell'Ufficio della Procura diocesana fino al 1985, quando dovette lasciare l'incarico perché era stato eletto Superiore Regionale del PIME in HK.
Pur nella sua brevità, è molto eloquente la testimonianza di un giovane Padre del PIME che in questi ultimi anni lavorò con lui: "Ho avuto la fortuna in questi anni di stare accanto a P. Mencarini e al di la di tutto, mi colpiva la sua fede, la sua preghiera, il suo affidarsi al Signore. E poi anche la sua umiltà: da quando sono stato nominato economo, lui si è messo da parte e mi ha chiesto cosa doveva fare ancora per l'economia. Ringrazio il Signore per aver conosciuto un grande uomo e un grande missionario. Chiediamo a lui che ci possa assistere dal cielo per poter continuare l'annuncio del vangelo in terra di Cina."
Questo giovane Padre faceva eco all'altra testimonianza che ci era pervenuta da parte del nostro Superiore Regionale che si trova a Roma per l'Assemblea Generale del PIME: "mi dispiace moltissimo di non essere stato con voi accanto a P. Lido, mentre ci lasciava. Mi dispiace anche perché era una persona che ci ha insegnato tante cose: lavorare in silenzio, vicinanza al PIME in generale e a tutti noi di HK, partecipazione e contributo nelle attività della Regione, bontà ed incoraggiamento verso tutti noi, fedeltà alle decisioni prese nei nostri incontri, e ancora tante cose che non si finirebbe di dire.
Per me è stato un esempio che vorrei essere capace di imitare.
Sono presente con voi in questi giorni di dolore, ma anche di serenità, sapendo che abbiamo un grande amico ed insegnante, che ci aiuta dal Cielo".
Il giorno precedente la sua morte, insieme con il Vice-Regionale, ero andato a fargli visita all' ospedale, e lui ci ha chiesto di pregare il Rosario. E' stato lui a scegliere, anche se si vedeva che faceva fatica a parlare, che noi meditassimo i misteri dolorosi. Dopo la recita del terzo mistero, ci siamo fermati per un momento, non sapendo se continuare, perché vedevamo che faceva fatica. Lui però ci ha detto subito: "quinto mistero". Si vede che stava veramente meditando i misteri della sofferenza di Gesù, e ha voluto passare subito all'ultimo mistero, perché si sentiva vicino alla morte, e voleva essere con il Suo Signore!
Questa sera siamo anche noi qui a meditare sulla morte, perché la morte di una persona cara, ci costringe a riflettere su questo inevitabile momento della nostra vita. D'altra parte però, lungi dal procurarci un senso di sgomento, la nostra Fede ci fa capire che Gesù ha dato un nuovo senso alla morte.
In questo periodo pasquale noi meditiamo sulla morte-risurrezione di Gesù.
A Gesù che muore la morte del peccatore, ma con un totale abbandono nelle mani del Padre, Dio risponde risuscitandolo a nuova vita il terzo giorno. Alle donne che erano andate al sepolcro per ungere il suo corpo, gli angeli dicono che non devono cercare tra i morti colui che è il Vivente.
E' stato proprio questo evento della risurrezione a mutare profondamente il morire di tutti noi, figli e figlie di Adamo.
La vita di umiltà, servizio e amore che aveva condotto Gesù alla morte, è una vita che ha ormai superato i confini della morte. E' una vita-per-sempre, una vita senza fine! Per questo noi, questa sera, rendiamo grazie a Dio. E lo facciamo non con parole nostre ma offrendo il sacrificio della S. Messa, l' offerta che Dio stesso ha posto nelle nostre mani perché noi potessimo ringraziare degnamente Colui che è al di sopra di ogni lode, e che ci ha ormai "trasferiti nel Regno di luce del suo Figlio diletto".
Dio ci aveva donato questo Sacerdote perché offrisse con amore il suo servizio ai fratelli e sorelle. Ora Dio ha voluto riprendere il suo dono, per farlo vivere sempre con Sé.
L'Eucaristia che stiamo celebrando è PANE SPEZZATO, SANGUE VERSATO. P. Mencarini che, con tanta devozione aveva tante volte celebrato il santo sacrificio dell'altare, aveva imparato a spezzarsi per servire gli altri. Ora è con Dio, ed è qui con noi mentre celebriamo l'Eucaristia ... per ringraziare Dio del dono ricevuto, ... e per celebrare con noi l'amore di Dio per ciascuno di noi.

RICORDO di P. Lido Mencarini (P. Bernardo Cervellera)

Il 2 maggio scorso, alle ore II.30 ad Hong Kong si è spento P. Lido Mencarini. Aveva 91 anni. Chi lo conosce sa della sua grande disponibilità e impegno al lavoro. E pur avendo accettato il suo ricovero all' ospedale, con pazienza e preghiera, era ancora disponibile a lavorare per la diocesi di Hong Kong e per il Pime. Tre giorni prima della morte, alla sua veneranda età, con il fegato distrutto e la cistifellea bloccata, ha chiesto perfino che gli rinnovassero la patente di guida, che stava per scadere.
L'ultima volta che l'ho visto due anni fa ad Hong Kong, l'ho incontrato che scendeva dall'auto, dopo aver percorso autostrada e tunnel che dalla cattedrale sull'isola porta alla Pime House. A quasi 90 anni, P. Mencarini, al sabato mattina presto - per evitare il traffico caotico di Hong Kong, arrivava alla Pime House per svolgere le sue mansioni di "aiuto economo" dopo aver per decenni svolto quello di economo e procuratore del Pime e della diocesi. La domenica mattina andava a celebrare la messa a Sai Kung, in una delle prime parrocchie fondate dai missionari del Pime fra i cinesi della terraferma, nel lontano 1860-61. Poi, dopo il pranzo e un piccolo riposo, ritornava alla cattedrale in tempo per sfuggire al traffico del ritorno dal week-end.
È stato un uomo che non si è mai fermato, non perché fosse un nevrotico dell' attivismo, ma per quello che lui definiva "lo zelo", un impegno militante nell'opera dell'evangelizzazione, svolto con calma e signorilità, nella precisione e nel silenzio, senza pigrizia o lamenti.
P. Mencarini ha avuto il dono di essere quello che in psicologia si chiama "un buon gregario", un carattere buono, capace di collaborazione, affidabile e fidato. Questo fin dall'inizio della sua vocazione. Prima di entrare nell'istituto proveniente dal seminario di Lucca, che lui frequentava come esterno, l' allora rettore lo presenta in una lettera a padre Manna, come "la perla dell'Istituto", del seminario, "per pietà, condotta, studio", tanto da essere di esempio a tutti i suoi compagni.
Nel 1947, questa "perla" viene inviato in missione nella "perla dell'oriente", come veniva definita Hong Kong. Dal '47 al '49 svolge i sui primi passi di evangelizzazione fra i cinesi dell'Hoifung, un territorio nella Cina meridionale, che però apparteneva alla diocesi di Hong Kong. All' arrivo dei comunisti, nel '49, e in seguito alle prime violenze e soprusi, gli viene richiesto di tornare ad Hong Kong. . P. Mencarini ubbidisce, anche se in una lettera del ' 51 al superiore generale, P. Risso, spiega che sarebbe meglio lasciare libero ogni padre di decidere se rimanere o andare via, anche a costo di difficoltà, martirio, campo di concentramento. Per lui anche l'avvento del comunismo in Cina va guardato dentro un disegno più grande della provvidenza di Dio. E se questo porta "gravi danni" alla vita della Chiesa, egli è certo che i comunisti non riusciranno a distruggere la fede, perché "la Grazia di Dio sarà di aiuto ai nostri cristiani". Già nel '51 P. Mencarini parla addirittura di un "risveglio di spirito" e di una "fede più pura" che si sta diffondendo fra i cristiani.
Questa percezione di P. Mencarini è stata come una profezia. Ormai in Cina, proprio attraverso le sofferenze, le testimonianze dei cristiani e il fallimento, il vuoto, il disgusto conseguenti alle violenze della Rivoluzione Culturale, al massacro di Tian'anmen, alla corruzione dei quadri del partito, la fede nel comunismo è crollata e fra i cinesi è diffusa una forte ansia spirituale che spinge molti a conoscere ed apprezzare la Chiesa cattolica. Ne è un esempio il fatto che la scorsa Pasqua oltre 1000 adulti sono stati battezzati nella sola città di Pechino.
Va detto che P. Mencarini non ha mai smesso di lavorare per i suoi cattolici dell'Hoifung. Non appena le porte della Cina si sono riaperte, negli anni '80, egli si è recato in visita ai suoi vecchi fedeli e ha mantenuto rapporti per aiutarli nella missione, inviando pubblicazioni, consigli e anche aiuti economici con cui i cattolici hanno edificato perfino delle nuove chiese. La Chiesa del sud della Cina deve molto a questi missionari che pur espulsi o allontanati dal loro gregge non hanno mai smesso di offrire la loro vita per essa, facendola maturare nella crescita e nella fedeltà al papa..
Per il suo buon carattere di gregario, P. Mencarini, nel Pime ha svolto sempre un lavoro di segretario e aiuto di superiori e vescovi [segretario di mons. Enrico Valtorta (1950-51); vicario generale di mons. Lorenzo Bianchi (1959-67)]. Ma il suo più grande impegno è stato quello di procuratore - cioè amministratore - del Pime di Hong Kong (1954-1962) e della diocesi (dal '67 all'85); dal '90 in poi ha lavorato nel consiglio della Procura diocesana e come "aiuto-procuratore" per il Pime, fino alla fine.
Noi tutti di solito evitiamo di fare questi lavori di ufficio, che ci sembrano monotoni ed aridi. P. Mencarini ha invece affrontato questo impegno che lo ha assorbito per decenni come un lavoro utile per la missione, sapendo che l'evangelizzazione ha bisogno di diversi strumenti, anche di quello economico. Quando lo si incontrava nel suo ufficio, era come vedere un antico monaco benedettino al lavoro: fogli distribuiti in modo ordinato sulla scrivania, attenzione quasi pignola ad ogni particolare, insieme a giovialità e sorriso, come uno che è certo di servire un Re nella sua opera meravigliosa.
P. Mencarini ricordava un benedettino per il suo lavoro di ufficio, ma anche un francescano per la sua povertà. A differenza di quello che si vede nel mondo, il suo lavoro di amministratore non lo ha mai arricchito. Portava sempre la sua veste talare, lisa, un po' smunta, ma sempre pulita, la sua auto era vecchia di decenni. Ma questo suo lavoro ha arricchito le chiese della Cina, come ho già detto. Tutto quello che risparmiava per sé e gli aiuti che riceveva prendevano la direzione dell'Hoifung.
È proprio grazie alla sua perizia di economo e al suo cuore di evangelizzatore che P. Mencarini è riuscito a dare una delle più grandi spinte alla missione della Chiesa di Hong Kong. Negli anni '60 egli divenuto vicario generale, si è impegnato a trovare il modo di aiutare i profughi e aprire centinaia di scuole cattoliche nel territorio.
Hong Kong era a quel tempo un luogo di rifugio per centinaia di migliaia di fuggitivi dalla Cina. Molti, per giungere sull'isola, nella disperazione, si lanciavano a nuoto per giorni, attraversando il Fiume delle Perle, sfidando la presenza di squali e marosi, per giungere malridotti sulle coste del territorio.. Ogni giorno masse di persone arrivavano nella colonia britannica, sfiniti e distrutti, poverissimi, chiedendo un tetto per ripararsi e una coppa di riso per sfamarsi.
Davanti a questa emergenza, la "fantasia della carità" - richiamata tante volte da Giovanni Paolo II - ha spinto la Chiesa di Hong Kong a provvedere e rispondere a tutti questi bisogni con la nascita della Caritas e con la costruzione di scuole e chiese per offrire ai rifugiati alloggio, istruzione e nuova dignità. Grazie a questa attenzione ai bisogni dell'uomo, i cinesi che fuggivano una società spietata e dittatoriale, hanno scoperto l'amore gratuito e molti di loro anche la fede, l'amore gratuito di Gesù Cristo per loro.
P. Mencarini è stato l'architetto di una specie di alleanza fra il governo di Hong Kong e la Chiesa, per accudire a questi profughi, alla loro istruzione e alla loro integrazione. In fondo, la ricchezza di Hong Kong, la sua voglia di emergere, il suo divenire uno dei centri finanziari più importanti del mondo, è dovuta molto anche a questo desiderio di riscatto e di impegno dei moltissimi ex profughi cinesi, che hanno reso il territorio una patria dignitosa per milioni di persone. E se la Chiesa di Hong Kong gode di grandissima stima come avvocata di libertà, diritti e attenzione ai poveri, ciò è dovuto anche al carattere paziente, tenace e preciso, da benedettino impiegato del P. Mencarini.
Vorrei concludere con un piccolo accenno personale. lo sono giunto ad Hong Kong nel febbraio del '90, quando P. Mencarini era superiore regionale. Devo a lui avere avuto la possibilità di impegnarmi da subito per la Cina, studiando lingua e cultura mandarina: un fatto che ha segnato tutta la mia vita seguente, andando poi a vivere a Pechino, facendo anche l'insegnante in università, e poi lavorando per la Cina qui da Roma, attraverso AsiaNews. Allora a tutti i missionari di Hong Kong veniva richiesto di impegnarsi anzitutto nel territorio, imparando la lingua cantonese e poi di svolgere qualche lavoro anche per la Cina. Ma onnai la repubblica popolare cinese stava cambiando, si stava aprendo di più e la missione diretta nel Paese diveniva più possibile. P. Mencarini ha accettato la mia proposta di fanni studiare da subito la lingua mandarina, rendendo Hong Kong il trampolino di lancio per la missione del Pime verso la Cina, non più solo a spizzichi e bocconi, o con opere di carità, ma in modo pieno, allargando a tutta la Cina l'impegno di evangelizzazione della comunità Pime di Hong Kong. Per tutte le appassionanti conseguenze che questa sua decisione ha avuto nella mia vita, io gli sono profondamente grato.
Ma tutta la comunità Pime di Hong Kong è grato a questo buon operaio della vigna del Signore, che anche nel fervore della sua attività, sapeva perdere tempo con un confratello nel bisogno, ascoltandolo o giocando con lui a canasta. Gli è grata anche la Chiesa di Hong Kong e quella della Cina, che gli hanno dedicato solenni funerali in cattedrale e nella chiesa di St. Margaret.
Chiediamo a lui, che è nella dimora per lui preparata nel cuore di Dio, di benedire la nostra opera e quella della Chiesa di Hong Kong e della Cina, perché il Signore mandi operai nella sua messe, a lavorare con il Pime, in questo campo sterminato di oltre un miliardo di persone che attendono la testimonianza dell' amore di Cristo e della vera dignità per la loro vita.

"Benemerito lo è già. Grazie P. Lido" (Luciano Barocco, da "La Provincia" del l o dicembre 2006)

Cantù - "Benemerito lo è già. Poi ben venga anche la benemerenza. Quella di P. Lido Mencarini è davvero una pagina della storia cittadina che merita di essere pienamente riportata alla luce in tutto il suo valore". Non ha dubbi il sindaco Tiziana Sala nell'esprimere ammirazione per un personaggio che, in silenzio, ha dato un contributo determinante. Un eroe che in tempo di guerra ha salvato decine si canturini dalla deportazione e dai lager.
"Siamo davvero di fronte' dice il sindaco' a un caso che mostra strette analogie rispetto a quello del comasco Giorgio Perlasca. A un eroe. E ora, dopo oltre sessant'anni di silenzio, ci accorgiamo che la città non gli ha tributato quell'abbraccio e quel riconoscimento che questo missionario del PIME invece merita. A questo punto come amministrazione comunale ci sentiamo impegnati a colmare una lacuna. Il primo ringraziamento va al gruppo "ex-giovani" dell'oratorio San Paolo che ha voluto raccontare fatti di vita che praticamente nessuno in città sino ad oggi sapeva. P. Lido ha brillato di luce propria nel periodo più buio. Adesso però tutto non può e non deve tornare nell'oblio. Come amministrazione comunale ci attiveremo per cercare nei nostri archivi storie e documenti che possano ricondurre a P. Mencarini. Davvero il desiderio di conoscere di più su questa nobile figura è tanto, e dovrebbe coinvolgere tutti coloro che amano Cantù e la sua storia. Sarebbe bello raccogliere anche le testimonianze di persone che lui ha salvato.
Agli 'ex-giovani' di San Paolo - continua il sindaco - vorrei dire che la loro azione è stata meritoria e che il Comune di Cantù è anche disponibile a contribuire direttamente per riportare P. Lido nella nostra città durante le celebrazioni di Galliano millenaria. Certo la sorpresa di scoprire in città un eroe raffrontabile in qualche misura a Perlasca è davvero tanta. Credo che se sino ad oggi non gli è stata assegnata una benemerenza è solo perché non era a conoscenza di questi fatti. Ma ritengo che, come amministrazione comunale e come canturini, ci potranno essere possibilità per dare un supporto concreto a questo grande uomo nella sua attività".
Che P. Lido sia inesauribile ve lo dimostrano le pur scarne cronache asiatiche. Nel 2003 fu protagonista, insieme a Mons. Joseph Zen e in diretto contatto con Papa Woityla, di una giornata di preghiera e di digiuno in tutte le chiese di Hong Kong, per la prima volta in stretto coordinamento con le altre chiese nel mondo.
'Il problema della pace' ebbe a dire P. Lido' è molto sentito qui: è sulla bocca di tutti. Siamo coscienti che la pace è un dono troppo grande, troppo importante: per questo non vogliamo lasciare che venga distrutto nell'indifferenza generale. Siamo in comunione con la Chiesa universale, che in tutto il mondo alza al Cielo la voce, invocando la pace da Dio e pregherà la Vergine Maria, Regina della Pace, di intercedere per questa umanità schiava dell' odio e della violenza. E noi tutti lo faremo con grande gioia e responsabilità: la pace viene da Dio, ma cammina sulla gambe degli uomini".
Dal piccolo oratorio di San Paolo alla grande Hong Kong un unico filo conduttore. E una certezza: i primi passi di P. Lido, uomo di pace, sono stati mossi proprio a Cantù.

Ricordando un generoso missionario: P. Lido Mencarini (P. Angelo Lazzaretto, Concelebrazione Eucaristica: Milano,7 maggio 2007) ( dal Vincolo 78, N. 217, agosto 2007, pp. 65-66)

In questa celebrazione liturgica, ricordiamo la memoria di un confratello, padre Lido Mencarini, che ha speso tutta la sua lunga vita (aveva 91 anni) per la causa del Vangelo nel servizio disinteressato ed intelligente della Chiesa missionaria di Hong Kong. Il Signore lo ha richiamato a sé una settimana fa, il 2 maggio, e ci viene spontaneo ringraziarlo per il dono di questo confratello.
Nato nel 1916 a Lucca, frequentò quel seminario diocesano, prima di entrare nel PIME, dove divenne sacerdote nel 1939. A causa della guerra mondiale che scoppiava poco dopo, non poté partire subito per le missioni, e svolse così un servizio pastorale nella parrocchia di Cantù, dove è ricordato ancora oggi. Destinato nel 1947 ad Hong Kong, spese i primi due anni nel distretto di Hoifung, lungo la costa del Guangdong, imparando la difficile lingua hoklou. Richiamato in città, l'anziano vescovo mons. Enrico Valtorta lo volle come suo segretario, e lo fece poi direttore del Catholic Centre e Procuratore della missione dal 1954 al 1962. Aveva imparato bene anche la lingua inglese e il cantonese. Fu in quel periodo che io incontrai il padre Lido, quando arrivai ad Hong Kong per la prima volta nel 1956; e mi impressionò la sua serenità e il suo inalterabile sorriso, sapendo che aveva dovuto trascorrere un anno in sanatorio, perché colpito dalla tubercolosi. Eppure, non si risparmiava. Il vescovo mons. Lorenzo Bianchi nel 1959 lo fece vicario generale della diocesi. Erano anni molto difficili, perché dalla Cina arrivano centinaia di migliaia di rifugiati, e P. Mencarini non esitò ad impegnare la Chiesa in quei drammatici problemi, sviluppando, in collaborazione col governo, servizi sociali e scolastici che sono considerati ancora oggi fra i più importanti di Hong Kong. Nel 1967 il nuovo vescovo mons. Francis Hsu, il primo vescovo cinese di Hong Kong, affidò nuovamente a P. Mencarini la Procura della diocesi, impegno che mantenne fino al 1985, quando fu eletto Superiore regionale della comunità del PIME e, l'anno dopo, anche Procuratore dell'Istituto.
Il P. Mencarini si distingueva, oltre che per la indiscussa competenza, anche per una grande semplicità e riservatezza. Ma, pochi mesi fa egli dovette acconsentire ad una celebrazione voluta dal cardinale di Hong Kong Giuseppe Zen in occasione del suo 90° compleanno. Vi partecipò anche il vescovo ausiliare mons. Giovanni Tong, con numerosi sacerdoti e laici impegnati dell'ufficio della Procura diocesana, dove il P. Mencarini aveva continuato a prestare servizio fino agli ultimi giorni della sua vita. In quella maniera semplice e informale, la Chiesa di Hong Kong attraverso i suoi alti responsabili voleva ringraziare questo umile servitore che per ben 58 anni aveva dato il meglio delle sue doti e della sua carità apostolica allo sviluppo della diocesi.
Un giovane Padre del PIME, che in questi ultimi anni ebbe occasione di condividere con lui un importante servizio, scrive: "Ho avuto la fortuna in questi anni di stare accanto a P. Mencarini e al di là di tutto, mi colpiva la sua fede, la sua preghiera, il suo affidarsi al Signore. E poi anche la sua umiltà: da quando sono stato nominato economo, lui si è messo da parte e mi ha chiesto cosa poteva fare ancora per aiutarmi nell'economia. Ringrazio il Signore per aver conosciuto un grande uomo e un grande
missionario" .
Il Superiore Regionale della comunità del PIME in Hong Kong, padre Dino Doimo, che al momento del suo decesso si trovava già in Italia per partecipare all'Assemblea Generale del PIME, scriveva ai confratelli: "mi dispiace moltissimo di non essere stato con voi accanto a P. Lido, mentre ci lasciava. Era una persona che ci ha insegnato tante cose: lavorare in silenzio, vicinanza al PIME in generale e a ciascuno di noi, partecipazione e contributo nelle attività della Regione, bontà ed incoraggiamento verso tutti noi, fedeltà alle decisioni prese nei nostri incontri, e ancora tante cose che non si finirebbe di dire. Per me e' stato un esempio che vorrei essere capace di imitare".
E il Vice-superiore era andato a fargli visita all'ospedale poche ore prima del repentino decesso, e ricorda: "Padre Lido ci ha chiesto di pregare con lui il Rosario. Fu lui a scegliere, anche se si vedeva che faceva fatica a parlare, che meditassimo i misteri dolorosi. Dopo la recita del terzo mistero, ci eravamo fermati un momento, incerti se continuare, per non affaticarlo troppo. E lui ci chiese di aggiungere subito " il quinto mistero". Ovviamente la sua anima era immersa nella contemplazione della passione e morte di Gesù. In quei momenti supremi della sua stessa vita, voleva essere con il Suo Signore!". Anch'io ringrazio il Signore per aver avuto la possibilità di visi tarlo in ospedale 1 O giorni fa, di ritorno da un viaggio in Cina. Era nel reparto di terapia intensiva e parlammo pochi minuti scambiandoci reciprocamente la benedizione, ma rimasi edificato dalla sua serenità e dalla sua fede luminosa.
Rievocando la figura di questo confratello proprio nel periodo pasquale, viene spontanea una riflessione sul mistero della morte di Gesù che, col suo totale abbandono nelle mani del Padre, ha meritato anche per noi la resurrezione, mutando profondamente anche il senso del nostro soffrire e morire. Per questo siamo qui questa sera, a rendere grazie a Dio. E lo facciamo non con parole nostre ma offrendo il sacrificio stesso di Gesù, che il Padre ha posto nelle nostre mani. L'Eucaristia che stiamo celebrando è PANE SPEZZATO, è SANGUE VERSATO.
P. Mencarini, celebrando tante volte con devozione il santo sacrificio dell'altare, aveva imparato a spezzarsi per servire gli altri. Ora, trovandosi presso Dio, ci è accanto mentre celebriamo anche noi l'Eucaristia. Insieme ringraziamo Dio del dono ricevuto in questo confratello, insieme celebriamo l'amore di Dio per ciascuno di noi.

***********************