IL NOSTRO PROGETTO DI VITA

HONG KONG
LA MEMORIA FONTE DI SPERANZA
NECROLOGI dei MEMBRI del PIME di HONG KONG

a cura di P. Stefano Andreotti

"Interroga le generazioni passate, e rifletti sull'esperienza dei padri.
Noi infatti siamo di ieri e non sappiamo nulla.
I nostri giorni sulla terra non sono che un'ombra.
Ma essi certamente ti insegneranno, 
traendo le parole dal loro cuore"

(Giobbe 8: 8-10)

- 1 - - 2 - - 3 -

1861 - P. Paolo Reina
1862 - P. Antonio Riva
1863 - P. Andrea Fenaroli
1868 - P. Gaetano Origo

1868 - P. Gaetano Favini

1877 - P. Domenico Davanzo
1878 - P. Borgazzi Ignazio
1889 - P. Sasso Luigi
1892 - P. Burghignoli Giuseppe
1894 - Mons. Raimondi Timoleone
- 4 - - 5 - - 6 -

1901 - Mons. Scurati Giacomo
           - P. Viganò Bemardo
1902 - P. Bianchi Francesco Maria
1904 - Mons. Volonteri Simeone
        - Mons. Piazzoli Luigi Maria
1911 - P. Poletti Attilio
        - P. Salice Amasio Francesco
         


1916 - P. Andreoletti Celestino
1919 - P. Gabardi Pietro
1923 - P. De Maria Pietro
1924 - Mons. Pozzoni Domenico

 

 

 

1925 - P. Zamponi Giuseppe
1928 - P. Placzek Agostino
1930 - P. Banchi Antonio
1933 - P.Ferrario Angelo
1936 - P. Carabelli Giuseppe
1940 - P. Crippa Luigi
1941 - P. Garbelli Pietro
1942 - P. Teruzzi Emilio
1943 - P. Arvat Davide
1945 - P. Olivares Gioacchino
1948 - P. Robba Michele

- 7 - - 8 - - 9 -
1950 - P. Spada Giovanni Michele
1951 - Mons. Valtorta Enrico
1953 - P. Maglioni Raffaele
1956 - P. Frare Domenico Andrea
1957 - P. Grampa Angelo
1959 - P. Page Daniele
1960 - P. Zilioli Giacomo
1962 - P. De Maestri Francesco
           - P. Feroldi Alfredo
1963 - P. Bacchin Angelo
1965 - P. Riganti Antonio
1967 - P. Alessio Giusepe
1968 - P. Tragella Giovanni Battista
           - P. Pilenga Baldassare
1969 - Fr. Radice Adolfo
1972 - P. Della Nina Raffaele
           - P. Liberatore Ottavio
1973 - P. Bonaudo Lorenzo
            - P. Bonaldo Pietro
            - P. Poletti Ambrogio
1974 - P. Fraccaro Valeriano
1976 - P. Granelli Andrea
            - P. Galbiati Umberto
1977 - P. Tapella Enea
1978 - P. Cornetti Alessandro
1979 - P. Orlando Carmelo
1980 - P. Speziali Cirillo
           - P. Brookes Riccardo
           - P. Strizoli Giuseppe
1981 - P. Bruzzone Edmondo
           - P. Parodi Mario
1982 - Fr. Brambilla Luigino
1983 - Mons. Bianchi Lorenzo
           - P. Cantore Michele
1984 - Fr. Polo Vittorio
- 10 - - 11 - - 12 -
1988 - P. Beretta Enrico
           - Fr. Colleoni Mario
           - P. Cozzo lino Domenico
           - P. De Angelis Orazio
1989 - P. Maringelli Domenico
           - P. D'Ayala Valva Diego
1990 - P. Ricciardi Francesco
           - P. Viganò Giovanni
1991 - P. Bolis Luigi
           - P. Carrà Giuseppe
1993 - P. Tettamanzi Ferruccio
1994 - P. Calzini Ovidio
           - P. Ramacciotti Adolfo
1995 - P. Santinon Narciso
           - P. Numeroso Luciano
1996 - Fr. Polli Enrico
1997 - P. Gambaro Luigi
           - P. Pittavino Giovanni
1998 - P. Boerio Antimo
           - P. Girardi Giacomo
           - P. Pisani Osva1do
           - P. Bazzo Domenico
2000 - P. Aletta Luciano
2002 - P. Barbieri Amedeo
2003 - P. Einaudi Secondo
           - P. Lerda Francesco
2004 - P. Famiglietti Giuseppe
           - P. Caruso Giorgio
           - P. Crotti Amelio
2006 - P. Lambertoni Adelio
           - P. Maestrini Nicola
2007 - Fr.Causa Andrea
           - P. Mencarini Lido

P. FAVINI GAETANO  (1829-1868)

Nato a Lodivecchio, Milano, il 21-5-1833, ordinato sacerdote il 27-3-1853, entrato nell'Istituto il 4-11-1858, partito per Hong Kong il 15-9-1859. Lavorò dapprima nella cura spirituale delle carceri e dell' ospedale, poi nel seminario e dal settembre 1960 fu incaricato anche dei cattolici di lingua portoghese. Nel 1863 istituì la Conferenza di San Vincenzo de' Paoli, la prima in tutta la Cina. La malattia iniziata nel 1867 lo portò alla tomba il 6-9-1868.

Memoria del sacerdote di Lodi, Gaetano Favini, 
Missionario Apostolico in Hong-Kong,
 
(P. Giacomo Scurati, Lodi, Tipografia vescovile Carlo Cagnola, 1874).

Et ecce Simon frater vester, scio quod vir consilii est: ipsum audite semper (1. Macab. 1165). Ad virum consilii tria exiguntur: sapientia, amicitia, justitia (S. Bon. Ser II. de Ss. Sim. et Jud.).

In tributo d'affetto, e per gratitudine alla benevolenza d'un carissimo compagno, raccolgo qui le memorie che riguardano i giorni mortali del compianto D. Gaetano Favini, e le espongo con semplicità e veracità unicamente per l'edificazione. Spero che chi avrà pazienza di scorrere queste poche pagine non avrà a lagnarsi di aver perduto il suo tempo. lo intanto non d'altro prego il Signore, accingendomi al dolce lavoro, di benedire e chi scrive e chi leggerà, perché tutto ritorni alla sua maggior gloria.

I. Infanzia e puerizia di D. Gaetano Favini.

Nacque Don Gaetano Favini in Lodivecchio, il 15 di luglio del 1829, da Antonio e Teresa Rancati, primogenito tra i sette loro figliuoli. I suoi genitori, possedendo pure una commoda casetta, in cui abitavano, erano di mediocri fortune ed artigiani; andavano però ricchi di fede e di cristiana pietà. Da essi, fin dall'infanzia, ebbe D. Gaetano le più savie premure; poiché, grazioso per l'indole dolce e pei modi cortesi, da piccolino, era cercato ed accarezzato da molti, e la madre prudente, temendo che non s' avesse a guastare, l'invigilava assidua. Sveglio di mente ma docile, fin d'allora non gli piaceva che l' aiutassero in ciò che poteva fare da sé. Col più tenero amore, con cura soave, porgendo a sua insaputa un bellissimo esempio, viveva coi fratellini, trattava co' suoi piccoli compagni. Caro puerile trastullo gli era l'altarino, al quale poneva tanto amore da industriarsi a fare i suoi piccoli risparmii per adornarlo, da gioire quando riusciva a vedere la cameretta, in cui lo teneva, tutta illuminata e piena de' coetanei amici.
Ad otto anni, il Prevosto Rossi, di santa memoria, lo richiese ai genitori per chierichetto di sagrestia; e questi insieme co' suoi zii, che gli furono i primi maestri, riluttarono temendo non s'avesse a svagare, con perdita nella bontà e negli studii ne' quali riusciva benissimo. Ma poi cedettero, e il fanciullo stava così modesto, così ben composto all'altare, da movere a stupore. Di dieci anni venne ammesso alla prima Comunione: era il più giovane fra l'eletta schiera dei felici candidati di quell'anno; era anche il più istruito; e pegno sicuro della profonda e cara impressione riportata da quell'anima bella, delle delizie divine di quel giorno solenne e santo nella vita, è l'aver serbato gelosamente fin dopo fatto Sacerdote il dono ricevuto allora dalla mano del suo Parroco. Quando morì il buon Prevosto che l'aveva tratto al servigio degli altari, egli lo pianse inconsolabilmente. Piacque poi al di lui successore D. Giuseppe Bianchi, il quale se l'ebbe carissimo, e se lo voleva sempre sott'occhio.
Nel 1842 v'ebbe a Lodivecchio la prima esposizione delle Quarant'ore, e in capo ad esse la Comunione generale per mano del Vescovo Diocesano, Mons. Benaglia. Questi avendo scorto all'altare il divoto fanciullo, ne fu preso; e di ritorno in sagrestia, appena compiuta la sacra cerimonia, domandò notizie di lui, lo volle vedere da vicino, e venendo gli condotto davanti, alla presenza dei sacerdoti concorsi alla festa, disse con loro grande meraviglia:
«Infirma mundi eligit Deus ut fortia quoque confundat. Ho conosciuto un Vescovo che di due poveri garzoncelli, scelti da lui, fece due sacerdoti che divennero due luminari e martiri della fede.» E gli impose di avviarsi al Sacerdozio; e, mancando il giovinetto del necessario, a far quanto Monsignore gli ingiungeva, il pio Vescovo pregava un Sacerdote ad istruirlo nelle materie delle prime tre classi di grammatica. Così il buon Favini venne chiamato al Sacerdozio, ed ebbe il primo impulso alla via delle Missioni tra gli infedeli, alla quale in seguito, più apertamente chiamato, consacrò la sua vita. In meno di due anni percorse le prime tre classi di grammatica, sicché, il giorno 10 di novembre del 1844, festa d'Ognissanti, vestì l'abito clericale ed entrò nel Seminario diocesano.
Divenuto seminari sta fu tutto studio, ritenutezza e pietà. Egli ripeteva a un suo fratello che, senza por freno alle passioni, non si può studiare. Non per questa ragione tuttavia, ma per la sua viva divozione alla Madonna fu austero con se stesso: sempre parco nel cibo, alieno assai da ghiottornie e da cose ricercate, digiunava il sabbato, e s'asteneva in esso dalla frutta, come in ogni vigilia. Il di lui fratello s' accorse anche più volte ch' egli usava d'altre penitenze segrete, e gli venne trovato nello scrittoio un cilizio. Comunicavasi ogni otto giorni, e nel dì che nutrivasi col Corpo del Signore, rare volte faceva colazione. Importunato una volta da un compagno a prendere cibo gli rispose: Non de solo pane vivi! homo. Parola sapiente, che con molta modestia rivelava la causa dell' astinenza e troncava senza contrasto l'importunità. Faceva quotidianamente la sua visita al dolcissimo Signor nostro Sacramentato, la lettura spirituale e la santa meditazione che assai raramente ometteva.
Suo primo maestro in Seminario fu D. Vincenzo Cassinelli, da cui ebbe il premio per il profitto negli studii. La partenza di Cassinelli da Lodi per la missione del Ceylan accese di più vivo ardore in cuore al discepolo il desiderio suo di dedicarsi all'apostolato tra gl'infedeli. Ma, perdendo a diciott'anni il padre, trepidò pel timore di non poter più proseguire negli studii, o, riuscendo Sacerdote, d'essere costretto a starsene in patria, per sostegno della famiglia. Il Signore che l'amava, provvide a' suoi bisogni: anime generose porsero sussidii; ed egli s'adoperò affinché un altro fratello, di cinqu'anni minore di lui, divenisse chierico. sperando così compiere un giorno i suoi voti ardenti.
Alle tempora di Natale del 1851, fu promosso al Suddiaconato, alle medesime tempora del seguente 1852 al Diaconato, e il sabbato ad Sitientes, dì 27 marzo del 1853, fu ordinato Sacerdote. La sua prima Messa lasciò viva e cara impressione nel popolo sia del paese, sia accorso d'altronde, per la riputazione in cui era tenuto, per la pietà che spirava da lui, e per l'insieme delle circostanze festive. 11 Vescovo, a cui era carissimo, l'avrebbe voluto in Seminario al suo fianco, ma noI permettendo le circostanze di famiglia, lo destinò per allora coadiutore parrocchiale a Gugnano. Quivi stette soli sette mesi, e vi perdette la madre sua che avevasi insieme. N e fu dolentissimo, ma anco rassegnato appieno ai divini voleri. Egli l'aveva assistita nella malattia, che fu breve, non solo da tenero figlio prestandole cure amorosissime, ma anche da sacerdote, munendola egli stesso degli ultimi sacramenti. Dopo la morte di quella pia volle assistere col fratello chierico a' di lei funerali, e ne dispensò la maggior parte delle vesti a povere vedove ed a bisognosi. Nel medesimo giorno, di un tanto lutto per lui, moriva in Lodivecchio un coadiutore parrocchiale: desiderò d'avere quel posto, e anche il Vescovo suo desiderava mandarvelo: così fu fatto coadiutore nel suo luogo nativo.
Tre anni vi dimorò; ma, non sciupato dalle misere affezioni di patria e di famiglia che intristiscono l'opera del Sacerdote dimorante nella casa patema, o sotto il campanile del paese natio; nella fiamma del vero amore verso le persone più care, fu zelantissimo del bene spirituale degli amici, conoscenti e compatrioti. Non solo non risparmiava fatica nel cercare a ravvedimento, nel procurar la salvezza di quanti gli venivano raccomandati; ma tutto e tutti, era, dovunque e in ogni tempo, infaticabile nel promuovere la gloria del Signore. Con molto impegno s'adoperò a infervorare i cuori nella divozione a Gesù Sacramentato, ed a render frequente la santa Comunione, principalmente colla molta carità e assiduità al confessionale. Promosse pur con calore la divozione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria, la bella pratica del Mese di Maria alla quale attese con tanto diletto ed amore da scrivere un apposito librino per uso del suo proprio zelo. Già fin da chierico aveva tessuto elogi ad onore di santi; e Sacerdote predicò la Quaresima in due Parrocchie e l'Avvento in altre tre, senza venir meno ai propri i doveri di coadiutore.
Nelle feste catechizzava le bambine della prima Comunione, e le giovinette raccolte in apposito oratorio. Scrupoloso adempitore dei propri i doveri, frequentava con intelligenza e amore gli infermi, assisteva lungamente i moribondi, affatto irreprensibile nella sua condotta. Così, dopo dieci anni, come fosse ieri, molti che lo conobbero e l'accostarono, ricordano con viva compiacenza e gratitudine la cara memoria de' virtuosi esempii e delle opere generose, compite ne' suoi quattro anni di cura d'anime. Durante il colera del 1855, in cui di centoquindici colpiti dal morbo funesto, settantadue circa soccombettero, insieme coll'amato suo collega D. Giuseppe Andena, spiegò accesissimo zelo, operando prodigi di abnegazione e di sacrifizii.
Il di lui fratello seminari sta ascendeva al presbiterato il 6 di giugno del 1857. Questo lieto evento porgeva occasioni al Vescovo ed al Sig. Rettore Gelmini, uomo tutto del Vescovo, di chiamarlo in Seminario, Maestro di grammatica e Vicerettore. Al comando superiore docile si sottopose e v'andò; ma il suo cuore meditava il compimento di un voto antico, e pel quale si era adoperato a procurare la letizia di quel giorno: l'ingresso nel Seminario delle Missioni Estere. Un anno passò nel Seminario di Lodi, fra la stima e l'amore degli alunni, dei colleghi e dei suoi superiori; e al termine di esso il suo Vescovo lo voleva in proprio segretario. Con prudenza e con soavità declinando il posto che l'avrebbe di nuovo stretto con altri legami, pieno di contento, senza nulla dire a persona veruna, insieme col proprio fratello, che gli era successo nella coadiutoria di Lodivecchio, venne a Milano.
Il dì di S. Carlo dal 1858, entrava nel Seminario delle Missioni, e il primo che incontrò, varcandone la soglia, fu giusto il Superiore Mons. Marinoni che salutò i due fratelli colle dolci parole:
Benedictus qui venit in nomine Domini.

II. S. Calocero, la prova e l'invio.

Nella casa benedetta che l'accolse era felice, e sei giorni dopo il suo ingresso scriveva al fratello: «Dirti che mi trovo bene in essa è poco, devo dirti ottimamente, avendo ottenuto, come già sai, il compimento anche troppo prorogato degli antichi miei desiderii. Il Signore che ha cominciato quest' opera, spero vorrà coronarla e così sarà intieramente compiuto il mio sacrifizio.» Comprendeva che il primo dovere dell'alunno e il primo preparamento a far frutto nelle anime è santificare se stesso, cosicché, parlandone nella medesima lettera, diceva: «Dobbiamo però ricordarci che per santificare gli altri, dobbiamo prima santificare noi stessi; perché, animati noi dalla carità di Gesù Cristo, facilmente potremo trasfonderla negli altri.»
Il primo venerdì dall'ingresso, ritornò discepolo in scuola dopo avervi seduto maestro, e, rifacendosi bimbo per nostro Signore, gli parve d'esser tornato indietro un venti sette anni a dir poco, perché incominciò a imparare l'a, b, c, della lingua inglese. Allo studio di questa, aggiunse un po' di preparamento all'esercizio dal parlar francese, allora obbligatorio alla seconda colazione; riprese gli antichi suoi studii musicali, utili per la missione di Hong-Kong; e frequentò le lezioni di medicina che l'ottimo medico dal Seminario, Sig. Giambattista Scotti, cortesemente amava dare.
Alle feste di sant' Ambrogio, con un suo confratello di S. Calocero, recossi a dare una brave missione, sette od otto miglia fuori di Milano.
«La palma dei patimenti e dal martirio (scriveva al Rettore dal Seminario di Lodi il 14 dicembre dal 1858) sono tutte le migliori attrattive che presenta la carriera alla quale siamo incamminati; queste le sole speranze che ci ponno lusingare; e noi stessi ci andiamo gli uni gli altri persuadendo non esserci preparate ghirlande di rose, sibbene corone di spine, affinché nel momento della prova, non ci manchi il coraggio di sostenerle sul nostro capo. Noi leggiamo soventi lettere dei nostri Missionarii sparsi nelle Indie, ad Hong-Kong e nell' America meridionale, e tutte servono a dissipare i sogni d'una fantasia un po' riscaldata, che medita e compie conversioni e miracoli tra quelle genti abbrutite nel vizio, e insofferenti di qualsiasi legge religiosa e morale. Ci giovano invece a supplicare colla calma dal cuore il Signore che voglia servirsi di noi, strumenti inetti, a compiere le sue misericordie su quelle nazioni sciagurate, sulle quali pesa l'impero di Satanasso Unico mezzo alla salvezza di queste genti è l'umile e perseverante
preghiera. Gli è perciò che noi preghiamo già fin d'ora per quelle anime che ci toccheranno da evangelizzare, affinché la semente cada in terreno predisposto dalla divina grazia, e dia frutti abbondanti di conversioni e di salute»; e raccomandavasi alle di lui orazioni per poter diventare «utile strumento alla salute dei poveri infedeli».
Quest'umile sentimento del bisogno di preghiera, anche da parte degli altri per ben riuscire, eragli famigliare. Il 4 gennaio del seguente anno 1859, scriveva al medesimo: « Anch'io non posso mai dimenticarmi nelle mie deboli preghiere dal mio R.mo e carissimo Sig. Rettore, e dei Chierici di Lodi, in mezzo ai quali mi sono trovato l'anno scorso, e che amai di sincerissimo affetto. E adesso sento più che mai il bisogno di raccomandarmi anche alle loro fervorose preghiere, perché il Signore degnisi fornirmi del corredo di carità intensa, e delle doti richieste al Missionario degli infedeli.»
Colle miserie dei poveri gentili facevasi apostolo in patria, e mandando al lodato suo Sig. Rettore copia d'una lettera stampata del missionario Parietti, l'invitava a leggerla ai chierici, così esprimendosi: «Certo gioverà loro di stimolo ad apprezzare la grazia della loro vocazione, e ad infervorarli nel bene e nella pietà, confrontando la copia delle grazie divine loro concesse, coll'abbrutimento di quei popoli che ignorano, e pertinacemente rifiutano la civiltà e la libertà dei figli di Dio. Così sentiranno più vivo il dovere di corrispondere essi alla infinita bontà di Dio, e di pregare per quei popoli, e per quei Sacerdoti che sono dal Signore destinati ad evangelizzarli.»
Verso la metà di marzo il suo Superiore gli comunicava la disposizione da lui presa, ed accettata dall'Eminentissimo Cardinale Prefetto di Propaganda d'essere aggiunto ai tre prefissi per una prossima spedizione alle Missioni. Egli ricevette la nuova con vero contento e profonda umiltà, come lo indicano queste sue belle parole al Sig. Rettore Gelmini, in data del 20 di marzo: «Sia ringraziato mille volte il cielo di questa bella disposizione a mio favore! Il luogo di mia destinazione è Hong-Kong nella Cina; quali sieno per essere le mie speciali incombenze, non è per anco ben determinato; sarà quello che vorrà Dio: intanto mi gode l'animo di partir presto, e di veder soddisfatti i miei voti di tanti anni. Voglia almeno il Signore adoperare la mia insufficienza e debolezza come strumento di salute per qualcuna di quelle anime tra cui sarò mandato; del resto io mi metto intieramente nelle mani della sua Provvidenza che sa giovarsi degli inetti per operare le maraviglie della sua misericordia.»
Ignorava però ancora il tempo dell'invio e l'aspettava con tranquilla pazienza. La determinazione del giorno felice venne presa sul principio del seguente aprile dal Sig. Superiore, che la fissava ai 7 di maggio. Non era però questo il giorno voluto da Dio buono. L'ultimo d'aprile D. Gaetano e i suoi compagni di viaggio ricevevano il passaporto e una lettera commendatizia per il Console austriaco residente ad Alessandria d'Egitto; ma in quel giorno pure il governatore militare del Lombardo-Veneto notificava alla città che l'Imperatore aveva dichiarato guerra al Piemonte. Il cozzo delle armi cominciò ben tosto: la via di Genova era sbarrata dai due eserciti di fronte l'uno all'altro; quella di Venezia impedita per non potere le navi del Loyd austriaco, che lo avrebbero trasportato gratuitamente, solcare le acque dell' Adriatico; anche le pagelle di Propaganda non arrivavano. Si pensò adunque nel Seminario a pregare per le calamità di quei giorni, e differissi il viaggio ad occasione più propizia. Il dì 7 fu mesto: era procrastinata la bella e ambita corona. Per un caso impreveduto i Brevi venivano da Roma ad ora troppo tardi, dato che avessero potuto porsi in via, né tutti come bisognavano; moriva Sua Ecc. l'Arcivescovo Bartolomeo Romilli, caro al Seminario ch'egli aveva aiutato assai nella fondazione, e aveva anche beneficato largamente in seguito. Il giorno 8 maggio, invece di salpare le lagune venete, recavansi dai Padri di Rho per il ritiro dei Santi Esercizii: fu un tempo per ogni maniera devoto e santo. Gli eserciti belligeranti cominciavano intanto colle ricognizioni e col sangue, e sul declinare del bel mese della mite nostra Madre Maria, la guerra mandava a Milano feriti austriaci, che stringevano il cuore, ma non si potevano aiutare.
La fortuna delle armi peggioravano per l'impero: il dì 4 giugno dalle mura della città s'udiva il lontano rombo del cannone, che sopra una assai lunga linea continuavasi per molte ore: era la battaglia di Magenta. Il dì 5, prima domenica di giugno, gli austriaci si ritiravano, e D. Gaetano Favini cogli altri compagni entrava negli ospedali militari per la cura dei feriti, ben presto ascesi a molte migliaia, e pressoché abbandonati. D. Gaetano medesimo descrive quest'opera di cristiana carità in una lettera al suo
antico Rettore di Seminario: «La cura dei feriti ci tiene occupati tutto il giorno, sicché difficilmente possiamo avere ritaglio di tempo a nostra libera disposizione. Abbiamo ventidue ospitali o piuttosto ricoveri di feriti; dopo averne percorsi varii, facendo da Marta e da Maddalena nei primi giorni in cui bisognava farla da preti, da chirurghi e da infermieri; noi, ora che sono un po' meglio ordinati, attendiamo di proposito alla cura spirituale ed al buon ordine, nell'ampia caserma di san Francesco, presso sant'Ambrogio, ove si trovano raccolti millecinquecento feriti e ammalati, per la massima parte austriaci, d'ogni lingua e d'ogni religione. Per le confessioni abbiamo di quando in quando qualche prete che conosce il tedesco, e nei casi gravi ci serviamo d'interpreti, tanto che non muoiano senza l'aiuto dei Sacramenti. In generale vi troviamo moltissima corrispondenza nella viva fede e sincera pietà, congiunta ad una esemplare rassegnazione, specialmente dei Polacchi, Ungheresi e Moravi. Anche alcuni appartenenti a sette abiurarono i loro errori per farsi cattolici; e maggiore sarebbe il numero di queste conversioni, se minore fosse la difficoltà del farsi intendere.» In quest' opera continuossi fino al regolare assestamento dell'assistenza, che fu poco dopo la festa del Corpus Domini.
Intanto l'ora d'avviarsi alla Missione protraevasi contro ogni buon volere «Fin a quando?.. Dio lo sa (scriveva di nuovo egli stesso, il 12 di maggio, al Sig. Rettore Gelmini). lo nutriva fiducia che le presenti vicende, le quali ci sono d'ostacolo, avrebbero un facile e presto scioglimento. Ma invece ci dobbiamo accorgere che il nodo è stretto e difficile a sciogliersi più di quello che si pensava. Ad ogni modo confidiamo in Dio che ci voglia da una parte o dall'altra aprire la strada alla nostra Missione.» Il ritiro degli eserciti dal Po e dal Ticino non rendeva sicuro ancora il mare, e le Religiose, che dovevano partire insieme, erano obbligate dall 'urgenza della calamità a non allontanarsi dagli ospedali. Quest' ultimo fatto suggerì il divisamento di due invii, l'uno di D. Gaetano col collega D. Simeone Volonteri subito, l'altro del terzo compagno colle Religiose quando Dio l'avrebbe voluto. Nulla però si conchiuse e il disegno proposto, abbandonato e ripreso, svanì intieramente, quando nel luglio sembrò che le Religiose, per i bisogni locali, non volessero più recarsi in Missione. Era un invio ornai di soli Missionarii a cui pensare, e il Sig. Superiore s'adoperò in ogni maniera per avere posti gratuiti sul Mediterraneo, e con ribasso di prezzo quelli sui mari d'Asia. Per troncar ogni nuova causa di dilazione e conchiudere di fatto qualche cosa, portossi egli a Genova il lOdi settembre, e di ritorno a Milano la mattina del 4, fissò l'invio per il15 del medesimo mese.
Così finalmente cessava un'aspettazione assai lunga e penosa, durante la quale, giusta il consueto, celebravansi le sante Quarant'ore in cui D. Gaetano teneva il discorso d'aprimento; e si passavano pure le vacanze, rese più che mai necessarie dal bisogno di quiete e di riposo. Nell'imminenza del giorno desiderato; «Così (scriveva il 12 di settembre del 1859 al suo amatissimo Sig. Rettore, con umiltà e semplicità) così io prego la S. V. di volermi continuare le sue attenzioni ed il suo affetto, scrivendomi frequentemente, non omettendo di risvegliare il mio spirito con pie riflessioni che alla di lei pietà non mancano mai, perché io ne sentirò certamente il bisogno, essendoché avviene d'ordinario che nei paesi dove il corpo soffre il caldo, l'animo rimane più freddo.»
La vigilia della partenza fu al solito festiva e commovente. Al desinare del commiato, nel quale i nuovi messaggeri di pace siedono in capo di mensa, trovavasi fra gli altri il sig. Avvocato Francesco Cortese, venuto da Vimercate per onorare i Missionarii, e nutrire il religioso suo spirito. Finite le divozioni della sera, il signor Superiore diresse dall'altare una parola di saluto, colla quale, commentando un passo d'Isaia, espose l'altezza dello stato apostolico considerato davanti a Dio, la giustizia e le virtù ch' esso richiede. Additò quali mezzi a raggiungere tale giustizia la fedeltà agli esami di coscienza, alla confessione frequente, alla meditazione, all'esercizio della presenza di Dio; il fervore nella recita del Breviario e nella celebrazione della santa Messa. Raccomandò la fiducia e il pieno abbandono di noi e delle nostre cose in Dio, il coraggio, la costanza e la divozione alla Madonna.
Il dì 15, sacro nella Diocesi di Milano ai Dolori di Maria, il Favini celebrava la santa Messa di gran mattino, poi nella chiesuola di S. Calocero, ad indivisibile compagno e sostegno ne' pericoli e ne' travagli, riceveva baciandolo, dalle mani di Mons. Maria Rossi, R.mo Preposto di sant' Ambrogio, il Crocefisso da lui prima benedetto; e udiva dall'Illustre dignitario una breve ma commovente parola, in
cui animando il popolo a fennezza ed operosità nella fede, esponeva le obbligazioni e i pericoli dell' ardua carriera incoraggiando a superarli. «Quindi usciti - così egli - dalla chiesa processionalmente col canto del Benedictus Dominus Deus Israel, fummo accolti nel nostro cortile da una straordinaria moltitudine di gente ansiosa di vederci e salutarci per la prima ed ultima volta. Erano superiori, erano compagni, erano amici, uomini, donne, gente d'ogni abito e d'ogni colore, che baciandoci il volto, la mano, il Crocefisso che ci pendeva sul petto, e lagrimando ci davano l'ultimo addio, augurandoci il felice viaggio. Le dico che era una scena assai commovente, e ci volle tutta la presenza di spirito perché non mi sfuggisse una lagrima. Salimmo a stento in carrozza noi tre col Superiore, e sottraendoci a questa scena che ci commosse profondamente, in breve ci trovammo alla stazione della strada ferrata per Novara.»

III. Il viaggio, e le prime difficoltà.

Dato l'ultimo saluto all'amato Direttore che aveva accompagnato i suoi figli alla strada ferrata, D. Gaetano salì in carrozza e, sostando prima a Novara dove prese cibo, poi ad Alessandria dove approfittò dell'aspetto per visitare Gesù nel sacramento d'amore e recitar mattutino, assai dopo l'ora fissata, verso le nove e mezzo di sera, giungeva alle porte di Genova. Preso alloggio in luogo centrale presso al porto, terminò a notte inoltrata un giorno di forti emozioni, e rendendo grazie a Colui che l'aveva benedetto, cori cossi per un riposo breve e oltremodo necessario. La prima impressione del mattino seguente fu la vista del mare sul quale dall'elevata camera protendevasi il guardo: il mare ch'egli vedeva per la prima volta, gli rappresentava d'un tratto il passaggio alla Missione, e il bisogno della divina assistenza; il mare, questa gran parte del globo or piana e tranquilla, or corrugata e minacciosa, or tutta sparsa di navi ed or solitaria come gli spazii dell'etere. Celebrata la santa Messa, D. Gaetano co' suoi compagni si affaccendarono per le casse, i passaporti, i posti; per le tre di sera tutto recavasi a bordo del piroscafo che doveva trasportarli ad Alessandria d'Egitto; essi avevano preso cibo. Mentre uno di loro attendeva a compilare le note necessarie ed a scrivere, D. Gaetano coll'altro andò a far visita a Sua Ecc. l' Arcivescovo della ligure metropoli, e a prendere anche da lui la benedizione pel tragitto. «Egli ci accolse - così il Favini - assai cortesemente e ci trattenne ragionando delle Missioni. prima, poi delle cose di Lombardia, e si manifestò veramente per uomo di alta pietà e di profondo senno episcopale, non meno che di pastorale sollecitudine. Ci augurò bene del nostro viaggio e della nostra Missione, e quando ci congedava volle che accettassimo un suo lavoro in lingua francese stampato contro le mene dei protestanti, e un libretto del Segur recentemente edito in Genova. Noi abbiamo cari questi doni che ci ricorderanno sempre la benedizione d'un esimio Pastore.»
Già fin gli ultimi oggetti stavano in barca, e non si aspettava che la ricevuta delle casse per salire essi pure i Missionarii in nave, quand'ecco l'annunzio che per sbaglio una cassa era rimasta in dogana. Si corre, la dogana era già chiusa, tentasi tuttavia di riscattare la prigioniera; ma invano e non senza rabbuffi. Mentre s'attende a questa bisogna, ecco dal consolato francese il telegramma seguente:

Consul France Génes
Prière empécher départ Missionnaires milanais qui aujourd'hui partent pour Alexandrie,
les diriger à Pratolungo banquier Genes. On écrit de Londre: il ne trouveront à Suez plus places par vapeur. Réponse télégrafique payée simple.

Marinoni Superieur Missions Etrangères.

Presto dunque a disfare l'operato del mattino e a ritirare dal porto borse e bauli, dalla nave le casse, dalle Messaggerie il denaro sborsato pei posti. Ma il bello fu quando riportate allo scalo le casse, non si voleva pennettere né di lasciarle passare in città, né di lasciarle depositare in qualche angolo dell'uffizio daziario, o sul ponte davanti l'uffizio, sul quale finalmente rimasero quella notte sotto la pioggia. Ma lasciamo la parola a D. Gaetano medesimo: - «Un dispaccio telegrafico di Milano ci intima di fermarci in Genova Il trambusto di quella giornata già passata, il disturbo che ci restava per ritirare le nostre casse già spedite a bordo, non ci lasciò tempo d'inquietarci all'impensato annunzio, e naturalmente ci piegammo ai voleri della divina Provvidenza che certo dispose così pel maggior bene.»
Il domani, sabbato, fu giorno di incertezze e di correre: ritornare a Milano? rimanere in Genova? recarsi altrove? e Pratolongo dove trovasi? Dopo insistenti ricerche essi trovano il cortese banchiere, e hanno nuova d'una nave mercantile che salperebbe il 30 del medesimo settembre da Marsiglia per Hong-Kong: questa notizia rivolse il loro animo colà, tranquillizzandoli non poco. In Genova tuttavia rimasero fino al 23 per aspettare la corsa delle Messaggerie. Ivi D. Gaetano passò i suoi giorni coi confratelli nella vita più strettamente comune. Non usciva di casa che due volte al giorno, al mattino per la santa Messa, e dopo il mezzodì per la visita a nostro Signore, astenendosi dal visitare i monumenti profani e quanto attira la curiosità del viaggiatore: quando poi fu costretto ad altre uscite, passò giornate si può dire intere nel girare, perché in esse i motivi di correre furono molti e pressanti. Di una tal vita sull'albergo il buon Favini dava poi conto al suo Superiore da un convento di Marsiglia, così: «Anche all' albergo in Genova non vivevamo altrimenti che come in un luogo di ritiro, non uscivamo di casa se non per necessità: allogati nella medesima camera, ci alzavamo da letto la mattina tutti tre contemporaneamente, e dopo celebrata la santa Messa, fatta la meditazione in qualche chiesa, ci raccoglievamo nella nostra cameretta, ove attendevamo alle nostre occupazioni, recitavamo l'ufficio insieme, insieme il Rosario e insieme pure facevamo l'esame generale della sera, prima di coricarci.»
Alla vigilia della navigazione per Marsiglia, D. Gaetano scriveva a' suoi di famiglia la prima lettera, i cui sentimenti così soavi e retti è giusto riferire. - «Miei carissimi, - tali sono le sue parole sento tuttora l'impressione dolorosa che ha prodotto nell'animo mio e nel vostro la mia ultima separazione da voi. lo l 'ho di già offerta al Signore, e così spero avrete fatto anche voi, perché ogni bene di quaggiù ed ogni male, viene egualmente dal Signore che tutto dispone con soavità e con forza. lo vi promisi che vi avrei scritto da Alessandria appena arrivatovi; ma, siccome saprete di già, non in Alessandria ma in Genova ci convenne restare, perché non ci era più possibile essere trasportati di là alla Cina, essendo, per tre mesi, stati presi da altri tutti i posti sui vapori che partono da Suez.
«Io sono adunque ancora qui in Genova e vi rimarrò co' miei due compagni fino a domani, per recarmi poi a Marsiglia, donde partirò il 30 all'incirca. Pazienza! non saranno più solo due mesi di mare, ma saranno per lo meno quattro, giacché andando da quella parte ci conviene girare attorno all'Africa.
«Intanto vado visitando le chiese di Genova che sono veramente belle e magnifiche. In alcune il marmo, l'oro e le pitture sembrano essere materie di nessun costo, tanto vi sono profuse. Questo è certamente indizio di ricchezza, ma indizio maggiore però di fede e di pietà, di cui vanno superbi i Genovesi.
«Domani partirò per Marsiglia, se pure Dio non permetterà altri mutamenti. Ci rivedremo ancora? Il luogo a cui sono diretto è le mille miglia lontano così che naturalmente io debbo rispondere, come lo dissi già, che ci rivedremo in cielo. lo lo spero in Dio cotanto buono che ci vorrà accogliere ed unire in quella beata patria del cielo, ove non ci divideremo mai più. Questa grazia però ci costerà qualche sacrifizio; e anche quello che ho fatto io nell'allontanarmi da voi, e che avete fatto voi nel lasciarmi partire, sarà registrato nel libro dei nostri meriti.
Noi dobbiamo quindi stare continuamente attaccati al Signore, alla sua Chiesa ed al Vicario di Cristo, il Sommo Pontefice; e stare ben bene in guardia che, per la guerra sorda che si promuove dai cattivi alla Chiesa ed al suo Capo visibile, non si raffreddi in noi la fede, non diminuisca la pietà, ma piuttosto, vedendo tanti mali che affliggono il cristianesimo, tante disgrazie con cui Dio castiga i nostri peccati, ci animiamo maggiormente a fuggire il male e a praticare il bene, e a pregare fervorosamente il Signore affinché, nel mentre che la verità del Vangelo si sparge nei popoli idolatri e selvaggi, non cessi dall'illuminare i nostri paesi, ma li rischiari anzi di una luce più viva e brillante, sicché gli uomini sappiano che siccome si salvarono dalle acque del diluvio solo quelli che si trovarono nell'area con Noè, così solo quelli che si troveranno nella Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana andranno salvi dall' universale perdizione, perché essa sola è la fortunata arca di nostra salvezza. Stiamo saldi in questa credenza che ereditammo dai nostri antenati, e rendiamo la nostra fede operosa mediante le opere buone: la pazienza, la buona unione, la concordia. lo non mi estendo in raccomandazioni, perché sarebbe un far
torto a voi che non ne abbisognate, piuttosto vi raccomanderò sempre al Signore perché vi sia largo delle sue benedizioni, e vi faccia prosperare in tutte le cose vostre.
«Io di presente sto benissimo, così spero di tutti voi, siane mille volte benedetto il Signore! ma se avvenga che qualche cosa di male c'incolga, sia pure sempre istessamente benedetto Iddio, e gloria perenne al nostro divin Salvatore Gesù Cristo che ha patito molto per noi. lo vi abbraccio nuovamente nei Sacri Cuori di Gesù e di Maria. - Genova il 22 settembre 1859.»
Finalmente il 23 di settembre avanti le due di sera saliva sul Posillipo ove, data l'ultima stretta di mano al Rev. Procuratore D. Alessandro Ripamonti, venuto a Genova per regolare i conti secondo il diverso viaggio che stavasi per imprendere, entrò cogli amati compagni nella camerina assegnata, e recitovvi l'uffizio e l'itinerario avanti che la nave si muovesse, e il mal di mare impedisse di pregare con divozione. Qual bella sorte! erano i vesperi della Madonna della Mercede, e il Signor provvido gli fece dire l'Ave, Maris Stella, così opportuno in quel momento.
Saliva poscia sopra coperta: la bella mole già procedeva maestosa e veloce sull'onde tranquille; D. Gaetano preso tosto dal mal di mare soffriva assai, e solo il mattino seguente poté riaversi alquanto. Ad ora molto avanzata il Posillipo entrò nel porto di Marsiglia, e disceso a terra recossi all'episcopio per aver commendatizie presso gli Oblati di Maria, istituiti da Sua Ecc. il Vescovo Coadiutore di quella Sede, mentre altri pensava allo sbarco degli oggetti. Monsignore era assente, convenne recarsi ad un albergo, dove a mezzogiorno passato si riunirono tutti tre, bisognosi di riposo e di ristoro.
Sulla sera D. Gaetano tornò all'episcopio per far riconoscere i tre celebret, e questa volta trovò il Vescovo Coadiutore, mentre parlava col quale sopraggiunse Sua Ecc. Mons. Arcivescovo, con cui si trattenne un poco conversando. Ebbe consiglio di volgersi ai Cappuccini se desiderava togliersi all' albergo, cercando loro un'ospitalità, che d'ordinario concedevano volentieri. Il dì seguente, Domenica, la chiese e l'ottenne, onde al lunedì i tre pellegrini abitarono le cella del Beato San Francesco, in dolcissima solitudine. «Come volle Iddio, così ne scriveva egli al suo Superiore in Milano, noi ci troviamo presentemente nella solitudine religiosa e nella quiete placida del convento dei PP. Cappuccini. Dopo le passate incertezze e i brevi incommodi che la Provvidenza ci preparava ad iniziare la nostra carriera, oh quanto ci torna gradito questo intervallo di quiete e di solitudine! Gli è ben vero che anche all'albergo in Genova non vivevamo altrimenti che in luogo di ritiro...; che così abbiam fatto anche qui in Marsiglia per quei due giorni che fummo all'albergo di Roma. Ma comunque sia grande la solitudine procurata sugli alberghi pubblici, non può essere quella che si trova nei conventi, specialmente presso questi RR. Padri che, alle cortesie dell'ospitalità, aggiungono il vantaggio di animarci al fervore coll'esempio delle loro pratiche religiose. Tutto questo ci rende apprezzabile l'angusta cella che abitiamo, e illettuccio di paglia su cui placidamente dormiamo i nostri sonni. Sia sempre benedetto il Signore che continuamente ci veglia e soccorre!»
Incominciatesi fin dal sabbato le pratiche per assicurarsi i posti sulla nave di vicina partenza, era il François I, grosso clipper [bastimento mercantile] a tre alberi, e con una macchina a vapore succursale ad elica per le calme, coadiuvò ad ultimare il nolo nel seguente martedì. Accertatasi per tal modo la partenza, rimaneva incerto solo il giorno in cui avrebbe salpato, e di tanto in tanto andavasi ad interrogare quando sarebbe. «Rimanemmo a Marsiglia ventun giorni - scriveva egli al Sig. Rettore Gelmini attendendo che la nave sferrasse. Intanto alloggiati presso i RR. Padri Cappuccini, lungi dal fracasso e dal sudiciume di questa grande città che conta circa 300,000 abitanti, e ha niente che attragga, dove non ci fu possibile trovare una chiesa che, sia per l'architettura sia per l'ornato, soddisfacesse, noi attendevamo ad apprendere la lingua francese tanto più difficile quanto comunemente la si stima facile.»
Quivi non lasciò trascorrere il suo tempo senza compiere il caro dovere di scrivere al Direttore del Seminario che l'aveva formato e lo mandava in Missione, e di attestargli la sua viva gratitudine, nobile sentimento che unisce e stringe i cuori disponendoli a reciproca generosità di beneficii, di servigi e di sacrifizii. «lo le ripeto, scriveva quindi tra il resto, io le ripeto, amatissimo Sig. Superiore, le proteste di gratitudine e di figliale devozione pel tanto che ha fatto per me dal momento che ebbi la felice ventura di avvicinarla fino a questo momento; e spero che vorrà anche in avvenire continuarmi il caritatevole officio
delle sue paterne sollecitudini. Preghi il Signore per me, affinché tra le distrazioni e i pericoli del viaggio, non perda di vista il punto principale, la mia santificazione (29 settembre 1859).»
Presso i Cappuccini gustò le feste del convento, unito di spirito e di pratiche a que' devoti religiosi che onorarono l'onomastico del loro Provinciale e Guardiano, celebrarono il natalizio del loro fondatore S. Francesco; conobbe in altri ospiti Domenicani, Riformati, Cappuccini, di Francia, d'Italia, d'Olanda e di Spagna, generosi Missionarii che recavansi sulle ardenti coste d'Africa; edificossi all 'umiltà, povertà, pietà e carità di quei cortesi che prodigarono ogni buon servizio a sconosciuti e stranieri, per il dolce amore a Gesù Cristo.
Dal conversare fraterno seppe che ad un'ora dal convento, appena fuori di porta s'ergeva sopra d' una roccia che signoreggia la città ed il porto il divotissimo santuario. di Notre Dame de la Garde, dove i marinai sogliono recarsi ad implorare il buon viaggio. Risolvette coi colleghi d'andarvi e di presentare a Maria un cuore votivo d'argento, come altri inviati del nostro Seminario avevano fatto a Parigi. Vi salì il mattino sereno, ridente del IO d'ottobre e vi celebrò la santa Messa per impetrar prospera navigazione, poi nel Santuario tutto coperto di tavolette rappresentanti grazie ricevute dalla pietosa nostra Madre e Regina, fece appendere al di lei simulacro un cuore che chiudeva questa supplica:

A Maria

Stella del mar, presidio
Alla disciolta vela,
Guida sicura, prospero
Vento al nocchier che anela
Dal mezzo dell' oceano,
Ne' suoi destini assorto,
Schivar le calme e i turbini,
Volar tendendo al porto.
N el tuo vetusto tempio,
Al nauta, al devoto,
Madre ti degna accogliere
D'Itali figli un voto.
Presto affidati a fragile
Legno in balia dell'onde
Noi solcherem l'Atlantico
V ogando a straniere sponde.
E tu, se contro l'albero
Alto levato ai venti
Verran pugnaci i demoni,
D'ira e furor frementi,
Madre, ci salva: un popolo,
Noi ti vogliam destare, 
E fra i Cinesi erigere 
Il tuo sì bello altare.


IV. In mare.

Dopo ventun giorni di permanenza in Marsiglia, passati fra continue, indefinite proroghe, il 15 d' ottobre del 1859, giorno di santa Teresa, salì a bordo coi compagni, dopo d'aver lasciato pegni d' indubbia gratitudine ai carissimi e benevoli ospiti; d'aver ricevuto la benedizione dal Padre Guardiano, che era commosso ai pericoli della lunga navigazione e temeva per loro come se fossero stati suoi figli stessi; ed aver preso alla cattedrale l'olio degli infermi, per qualunque emergenza del viaggio. Non vi trovò altro che un passeggero a compagno di navigazione, e se non poté, come desiderava e sperava, avervi una camerina a parte ove formare come una piccola parrocchiale per il tempo del lungo tragitto, poté però averne una in comune co' suoi due confratelli, grandi cella così da rimanere libero il posto di un quarto letticciuolo, all'altezza giusta d'una mensa d'altare, dove si collocò e assicurò la cappella portatile. Erano i vesperi d'un sabbato, la nave stette ancorata in porto fino alla seguente mattina, in cui, celebrata la santa Messa, ascese sul ponte a godere del magnifico spettacolo d'una gran nave che, sferrando con venticinque e più vele spiegate, movevasi tra una selva d'alberi fermi, e spinta da legger vento, usciva dal porto, e tranquilla prendeva il largo. Maestosa solcando le onde, a poco a poco lo toglieva alla vista della città, di Notre Dame e dei monti, per non più rivedere quel lido ospitale. D. Gaetano partiva tranquillo per la viva fiducia riposta in Dio. "Oh, io spero che il Signore vorrà continuarci il soccorso della sua grazia, e l'assistenza del suo Angelo che ci accompagni. Il mare lo provammo di già, e benché, io pel primo abbia dovuto pagargli il tributo, non mi riuscì e non mi riuscirà spaventoso. E poi avvenga quello che si vuole, siccome sappiamo che nulla accade che non sia da Dio permesso, cosi nulla ci può spaventare (al Direttore, dì 29 settembre 1859).»
Costeggiando a ragguardevole distanza il mezzodì della Francia, e la spiaggia orientale della Spagna, in dieci giorni percorse il Mediterraneo, e il27 d'ottobre trovossi in faccia al picco di Gibilterra, dinanzi a cui vide ancorata la squadra inglese d'osservazione. Passato lo stretto, entrava a mezzodì nel grande Oceano Atlantico, lasciandosi dietro le spalle gli ultimi lidi d'Europa e le tetre montagne dell' Africa. Cinque giorni dopo, il dì dei Santi, a mattino già inoltrato, stava davanti a Teneriffa nelle Canarie, dove la nave sostando dalla corsa alcune ore, incrociò nella rada, mentre il capitano scese a terra per impostarvi lettere, e cercarvi nuove d'Europa, se ce ne fossero. Egli non discese, ma vi mandò per mezzo del suo collega D. Simeone Volonteri, una lettera per l'amato già suo Rettore Gelmini. Da Teneriffa, il François I, attraversando tutto l'Atlantico per prendere i venti favorevoli, in direzione del Brasile, spingevasi fin quasi in vista delle sue spiagge, poi ripiegando verso Oriente, passava un cinquanta leghe sotto il Capo di Buona Speranza, che si può dire tuttora il Capo tempestoso, tanto vi sono impetuosi i venti, e le onde furiose. Con poche vele spiegate a mezz'albero, la nave sbattuta per ogni verso dai flutti, percossa senza pietà dai marosi come da colpi di ariete, scontorta orribilmente, mentre scorreva sulle acque più veloce degli stessi vapori veloci, faceva acqua, e scricchiolava e gemeva così che di notte era impossibile chiuder occhio. Durante il giorno solo uccelli che pasconsi di pesci svolazzando intorno alla nave; se grossi pesci cane vagolavanle intorno intorno pronti ad ingoiare chiunque cadesse nelle acque; se uno splendido sole antartico rallegrava il guardo e l'animo, invitando a star sopra coperta, un freddo intenso e il mal di mare compensavano il dolce. Alle anitre marine «fu fatto qualche colpo di schioppo: alcune rimasero ferite, ma non valendo la pena di fermare la nave per raccoglierle, si lasciavano sulle acque; allora era bello il vedere le più vicine accostarsi alla ferita compagna eppoi alzarsi, andare in cerca d'altre e con esse tornare presso la sventurata, quasi volessero confortarla nella sua disgrazia. La loro vista ci rallegrò. Dopo tanto tempo che non si vede altro che cielo ed acqua, la vista di un essere vivente, sebbene irragionevole, rallegra lo spirito e lo aiuta a lodare il Signore che sparge le sue creature per tutto l'universo, e alimenta gli uccelli là dove è impossibile il seminare.»
Da lunga pezza non vedevasi terra: era sempre lo spettacolo uniforme di cielo ed acqua, «la quale se placida e tranquilla, presentava un azzurro assai carico e bello, se agitata e sconvolta dai venti, offriva un color verdastro screziato dal bianco della spuma prodotta dal cozzo vicendevole delle onde.» Solo svago era il comparire tratto tratto di qualche enorme mostro, di qualche delfino o balena soffiatrice che mandava getti d'acqua somiglianti a zampillo di fonte; oppure l'emergere di pesciolini alati che, a numerose torme, spiegavano un brevissimo volo era la fosforescenza del mare e il meraviglioso levare e tramontar del sole «con che la natura scioglie un inno di gloria al sapientissimo suo Autore,» e che il buon Favini gustava grandemente, da una stia, ove sedeasi a contemplarlo. «Non vi ha pennello né penna che valgano a ritrarre su d'un quadro, o a descrivere con parole queste scene che solo la sapienza di Dio vale a produrre e ripetere.» La vista della terra ora desiderata, speravasi rasentar le isole di S. Paolo; ma non fu dato, perché una densa nebbia consigliò a tener la via più verso il polo, e schivare il pericolo di rompervi contro. Bisognò portarsi fino presso la Nuova Olanda, che fu veduta il 9 di gennaio. Quelle
coste biancheggianti sull' orizzonte, furono la prima terra scorta, per brev' ora e in lontananza, da Teneriffa in poi. «Erano montagne squallide, arse, ma pure le salutammo come si saluta un amico da tanto tempo desiderato.» I marinai rettificarono i calcoli.
La via più breve sarebbe stata il volgere la prora al Nord, e varcato il mare indiano passare lo stretto della Sonda, e salir quindi alla Cina. Ma era la stagione delle monsoni contrarie, «per conseguenza impraticabile quella rotta; onde convenne girare al Nord dell'Australia, passare lo stretto di Timor, attraversare le Molucche e spingersi nel grande Oceano Pacifico fino in vista delle isole Pelews [Palao] (132° di longitudine), per prendere i venti e ridiscendere alla rada di Hong-Kong (112°, di longitudine, 18 di latitudine nord). Quest'ultimo tratto di navigazione, se era più grave per l'intensissimo calore che scioglieva la pece delle connessure della nave, per le calme ostinate, per lo spossamento della persona, per le contrarie correnti sottomarine che paralizzavano la già debole corsa, pei turbini che rapidi ma frequenti colsero la nave; era però anche ricreato dalla speranza di un desiderio vicino a compiersi, e da ridenti scene naturali. «Passando per le isole, godemmo lo spettacolo d'una vegetazione superbamente florida: la loro superficie era tutta coperta di piante d'ogni famiglia; né scorgevasi palmo di terra che non fosse vestito. Avremmo desiderato approdare ad alcuna di esse, ma il capitano, sia che temesse dei selvaggi che le abitano, o dei pirati che vi si appiattano, o del mare non ancor bene conosciuto; sia che desiderasse, come io penso, d'arrivare al fine del viaggio, non volle fermarsi. Ci convenne rassegnarci e sopportare in pace la privazione di quei ristori che ci avrebbero recato le frutta fresche di quei frutteti abbandonati alla discrezione di chiunque vi passa, in un tempo in cui il caldo ascendeva fino al 31 O[ del termometro] di Reaumour, e l'acqua fresca a 24°. Ci convenne far di necessità virtù e, nonostante il caldo e il bisogno che ci sentivamo di qualche ristoro refrigerante, offrire a Cristo siziente i nostri desiderii, o soffrire la sete con Lui. Noi demmo addio a quei monti, ed augurammo ai selvaggi che li abitano una scintilla di luce che loro faccia conoscere il Dio che li ha creati, e il suo Cristo che li ha redenti. Forse essi non hanno ancora veduto la veste nera che loro parlasse di un essere onnipotente, giusto rimuneratore della virtù e punitore rigoroso del vizio. Maturerà anche per essi il tempo delle divine misericordie. In questi giorni, in cui passavamo per la seconda volta la linea, si provò ad esporre il termometro al sole dopo mezzodì, e si ebbero 50 gradi, Reaumour.»

V. La vita di mare.

Quali fossero le sue occupazioni sulla nave, lo dice egli stesso in una lettera, estesa e bella, a' suoi parenti ed amici. «In quei giorni, così egli, che si aveva comodo di leggere e scrivere, io cercava sul ponte, all'aria aperta, un luogo qualunque dove il sole od il vento mi disturbasse meno, e là piantava il mio studio, quantunque m'accadesse spesso di dover mutar luogo, perché il sole cambiava esso pure continuamente posto, e le vele che mi facevano ombra venivano diversamente disposte secondo la direzione del vento.» Il suo studiuolo preferito era la barra intorno all'albero maestro; ma il tempo non permettevagli sempre di star sul ponte. Il troppo vento, o l'atmosfera troppo fredda o troppo calda, l' assoluta mancanza di ombra costringevanlo a scendere e respirar l'aria soffocata e mefitica della sua cameretta; quando pure il mar grosso tutto non agitava e tutto impediva: studio, cibo, riposo. Era un patimento non lieve, ma condito dall'amore alla croce, alle pene inerenti alla propria vocazione si tramutava in occasione di dolce riso e di soavi celie. Ecco com' egli ne parlò e gaiamente lo descrisse.

«Non mi sarei mai indotto ad affidarmi al mare, se non m'avessero eccitato ragioni più nobili. Anzi mi maravigliava nei primi giorni pensando come vi fosse gente che per amor del danaro si esponesse a siffatto genere di patimenti e di pericoli. Di patimenti, perché non ne mancano anche in mare, e noi certamente non avremmo goduto allegria e cantato quando eravamo assaliti dal mal di mare.
«Ma che è il mal di mare? Un malessere di tutta la persona, di cui principalmente risentono lo stomaco e la testa, e non lascia luogo ad alcuna occupazione. Coloro che hanno lo stomaco alquanto schizzinoso (io era un di quelli) senton nausea al mangiare e rendono quanto hanno inghiottito, ma poi rimangono tranquilli sebbene alquanto deboli. Coloro che ritengono il
cibo, si sentono assai male né ponno applicarsi a cosa alcuna finché il cibo non sia passato. Quanto a me rimediava col coricarmi subito, e in questo modo me la passava piuttosto bene.» Favini ebbe però questo male solo nei primi giorni ed in seguito, ogni volta che il vento soffiava forte ed arrabbiavasi il mare, e le onde sbattevano in ogni direzione la nave che, sebbene vasta e maestosa, non sembrava più d'un mezzo guscio d'uovo galleggiante in ampio bacino.

«Allorquando il mare era infuriato, così egli ancora, e la nave veniva sbattuta qua e là dalle onde che parevano pezzi di mare che si urtavano e rompevano a vicenda, pareva precisamente la culla d'un bambino che piange, mentre la sua mamma vuoI che dorma. Allora era assai difficile stare in piedi, e quando si voleva passare da un luogo all'altro bisognava attaccarsi ben bene per non arrischiar di cadere. Anzi neppur seduti sopra sedili inchiodati al suolo si poteva essere sicuri, e avreste riso vedendoci a tavola: bottiglie, bicchieri, coltelli, forchette, tondi, nessuna cosa voleva stare a posto, ma tutto sembrava aver vita.
«Il più bello del giuoco però era di notte: allora si mettevano a danzare nella cameretta tutti
gli oggetti non bene affrancati: libri, scanni, spazzole, candellieri, vesti, berretti; né crediate che vi mancasse la musica, no: vi era il violino, la viola, la bombarda nello scricchiolio continuo, indefesso dell' albero di poppa che formava un lato del nostro camerino, e un gemito incessante multiforme, prolungato di tutte le pareti della nave, che a fatica solcava le acque con uno sforzo straordinario; e nelle ondate del mare che sembravano pezzi di macigno sbattuti contro la nave. È inutile il dire che per quelle notti, addio sonno, addio riposo; il mattino ci levavamo più stanchi di quando ci eravamo coricati. A dir vero, solamente per non rotolar giù dal lettuccio, lungo 3 braccia e mezzo, largo uno, bisognava durar gran fatica o attaccarsi alla sponda, colle mani e coi piedi. Cose veramente da ridere a vederle, e noi ridevamo a provarle. Così il Signore ci presentava ottime occasioni di prepararci agli incommodi ed ai patimenti dell'apostolato a cui ci ha chiamati, colla pazienza e coll'intiera fiducia in Lui!»

Allo svolto del Capo di Buona Speranza, dove i venti e le onde davano alla nave, agitata come una foglia, tutti insieme i movimenti di prora, di fianco e sussultorio; il gemito, per dir così, della nave ispirava a un suo compagno questo sfogo:

Il lamento della nave.

Perché, mia nave, ti contorci e lagni
Simile ad uom che pena? 
Propizio è il vento, nube che ti bagni 
In ciel non v'è, serena 
Splende la luna sulla gonfia vela 
Perché t'affliggi? 
A me il tuo cuor non cela.
T'intendo, amica; tu pietosa sai
Che vo, che sto, che poso 
Senza trovar ristoro, ed a me fai 
Noto il soffrire asceso, 
Perché, nei mali addolorando insieme, 
Trovar possiamo insiem conforto e speme.
Sul ciglione del monte annosa selva
Ergevi al ciel la cima, 
E mentre al piede mansueta belva 
Nutrivi, all'aura prima 
Dalle tue fronde lo scherzoso augello 
A' zeffiri scioglieva 'il canto bello.
Tu variopinta al sole mattutino,
Tu nel meriggio ombrosa, 
Permeata dal raggio vespertino 
Tutta mirabil cosa;
Sentivi allora di levare un canto
Al Creator, né ti struggevi in pianto.
Ma del bel verde de' tuoi rami monca,
Della vital radice 
Ai crudi colpi della falce stronca, 
Dalla natia pendice 
Esule or tratta sopra l'onde amare, 
Forzata servi a ingorde brame avare.
Pur ti consola; ché una legge eterna,
Provvida ognor, sul monte 
E nella man del fabbro ti governa; 
E di tua vita al Fonte, 
Altare o scranna, trave od assicella, 
Alzi l'inno di gloria in tua favella.
Come l'argento, dal filon natio
Cavato, arso e battuto, 
Splende più vago sull' altar di Dio; 
Qui mirabil tessuto,
Qui galleggiante a rapido viaggio
Di Dio nell'uom, dimmi, non sveli un raggio?
Sulla marina, fluttuante, immensa,
Se proceder ti scorgo
Contro i venti secura, in sen di densa, 
Orrida notte, io sorgo
Dalla potenza dell 'umana mente
A contemplare il primo Intelligente.
E gl'inni segui al Creator frattanto;
Ma più nobili e grandi,
Or che ministra di pietà, di santo
Fraterno amor, t'espandi 
E fede porti, unisci estranei lidi, 
Ancora all' egro di speranze arridi.
Cessa il lamento; lo farai se un tristo
T'avrà a servir costretto 
All'oppressione, a frodo lento acquisto 
Il dì che al tuo cospetto,
Ei tremerà, siccome trema un reo
Davanti al testimon del mal ch'ei feo.
Or non lagnarti, e me dal duol sospinto
A gemer non conduci! 
Vuoi che lo spiro sia dal corpo vinto?
Se umide le mie luci
Esser degno di pianto, il pianto mio 
Cadrà sull'ora non trascorsa in Dio.
Non mi compianger, perché il guardo inteso
Nel mio Signor che soffre 
Il cuor mi sento dalla sete acceso 
Di nuove pene, egli offre 
Ostia piacente, di soave odore, 
Un sacrifizio di più puro amore.
Oh! tu non sai che i miei dolor son conti
Dove il dolor si premia; 
Che se lo fugge il mondo, e contro ha pronti 
Improperio e bestemmia; 
Sul capo al giusto un'immortal corona 
Intreccia e gloria incomparabil dona.
Taci dunque mia nave, perché, s'eco
Io ti facessi, indegno 
Sarei di quella fe' che lungi reco, 
Per dilatarne il regno; 
Taci, o m'ispira più sublimi carmi 
Nelle mie pene, o taci e non tentarmi.

«Alla musica sopraccennata suppliva nei giorni di calma, continua poi D. Gaetano, il battere regolare degli stantuffi del vapore, che stava rasente la nostra camerina nel piano inferiore, e da principio pareva proprio che i colpi venissero a battere sul nostro cervello; ma poi mi avvezzai: e a qual cosa non s'avvezza l'uomo? Quella battuta regolare serviva a farmi dormire più saporitamente. Questi incommodi e disturbi che il buon Dio ci permetteva, per farci accorti che la nostra vita come la nostra morte dipendeva da lui, in mare più sensibilmente che in terra, e per far sentire la potenza della sua mano e il suo supremo dominio sulle animate creature, ce li ricompensava poi largamente col farci percorrere centinaia di leghe per giorno.»
Così il buon Favini; ma i dì di calma non eran giorni favorevoli allo studio. In essi, per la forma particolare della nave, il movimento di fianco era forte ed incommodo come nella furia dei venti; e il caldo insopportabile levava ogni vigoria alla mente: eran giorni di pazienza, e perciò perfetti e di merito.
In mezzo a queste privazioni e a queste pene qual era il sostegno e il conforto che conservava allo spirito il sereno, e porgevagli contento fra il patire? La pietà, quel sentimento religioso per cui considerando gli abissi che nascondono nel mare ricchezze incalcolabili, rifletteva: «Ma Iddio le nascose, per sottrarle all'insaziabile avidità dell'uomo.» Volgendo indietro uno sguardo alle più che ventunmila miglia percorse, considerava: «Certo che il Signore ha voluto farei conoscere che il globo della terra non è poi una gran cosa come si pensa; che se alcuno vuol prenderai il gusto di vedere che è veramente piccolo in faccia alla fede ed alla speranza cristiana, non ha a far altro che a montare sopra una nave, e in quattro o cinque mesi, e anche meno, è bell'e persuaso che nulla v'ha di grande fuori di Dio.»
La pietà fu nutrita dalle pratiche religiose e principalmente dal divin Sacrifizio, per il quale molte volte alzavasi dal letto, celebrava, poi ricoricavasi tosto, non permettendo il mar fortunoso di stare a lungo in piedi. «In mezzo alle piccole noie, ai piccoli incommodi, il Signore, che è sempre buono con tutti, ci accordò la consolazione di poter celebrare la santa Messa quasi tutti i giorni, cosicché in centoquattordici giorni di viaggio in mare noi non fummo impediti di celebrare che in soli sedici giorni. Il camerino che serviva a noi di stanza da letto e di studio, serviva altresì come chiesuola, dove, sopra piccolo altare eretto sul piano incerto delle acque, e talvolta sui flutti spumeggianti, degnavasi scendere, ostia di pace e di propiziazione, la immensa maestà di Dio. Il giovedì e la Domenica trasportavamo la nostra cappelletta nella sala grande, e là dicevamo una Messa per tutti coloro che volevano ascoltarla. E fu davvero spettacolo commovente la notte del Santo Natale. Il capitano ci chiese se potevamo celebrare a mezzanotte, e noi ci prestammo più che volontieri (ai Missionarii è concessa la facoltà). Si
addobbarono la sala e l'altare con arazzi e damaschi, si postò la mensa ornata di candellieri e di fiori artificiali, e al punto della mezzanotte si incominciò la Messa, salutata al Sanctus e all'Elevazione da una salva di moschetti, che in mezzo al mare, ingrossata dal vento, nel tenebrio della notte, fece un effetto mirabile e lasciò una tenera commozione negli animi de' superiori e de' marinai presenti. Così venne salutata la nascita di Gesù Bambino anche in mezzo all'Oceano, dove forse Iddio non si degnò mai scendere colla sua sacramentale presenza, e dove non s'innalzò mai all'Altissimo la vittima sacrosanta del suo divin Figliuolo.»

VI. L'arrivo ad Hong-Kong.

Per tal modo D. Gaetano s'accostava al termine del viaggio, benedetto dal Signore che assiste i suoi inviati. «Chiunque si fosse trovato nella nostra posizione avrebbe desiderato di entrare finalmente in porto, non per sedersi tranquillo, ma per incominciar a faticare nel campo spinoso del Padre di famiglia, fatica lungamente desiderata. Eravamo discosti dalla Cina appena un ottanta miglia quando cominciammo a vedere alcune giunche cinesi. Fu ricevuto sulla nave un piloto cinese per introdurci nel porto di Hong-Kong; il primo cinese che abbiamo veduto e potuto esaminare da capo a piedi. Il giorno 7 di febbraio a mezzogiorno mirammo da lungi come una nube più stabile delle altre, era la terra della Cina; a poco a poco distinguemmo le isole circostanti ad Hong-Kong, isola anch'essa del circuito di trenta miglia, montagnosa e squallida come le sue vicine isolette.»
Alle sei di sera del medesimo giorno, il P. Favini entrava felicemente nella rada, protetto davvero dalla Stella del mare, Maria, invocata da lui sulla collina marsigliese nel tempio di Notre Dame de la Garde. Ce ne fa fede il buon D. Gaetano medesimo, dove scrivendo a' suoi, così ragiona: «Voi vi aspetterete forse che io vi descriva qualche tempesta di mare che gettasse lo spavento in tutti i cuori. Niente affatto. V'ho già detto un'altra volta che Iddio fu buono con noi, non già pei nostri meriti ma perché volle ascoltare ed esaudire le preghiere di quelle buone anime che pregavano per noi. Non avemmo mai occasione di spaventarci. Fu una volta che il vento soffiava così forte e il mare era così arrabbiato, che il. capitano per prevenire qualsiasi sinistro accidente fece raccogliere le vele, lasciandone solamente tre o quattro, tanto per non star fermi. Avvenne più volte nel mare d'Oceania di vederci attorno tre o quattro turbini che facevano dell'acqua come fa il vento della polvere: uno ci passò dietro della nave appena un dieci braccia, se fosse passato più vicino avrebbe portato con sé le vele che avrebbe incontrate staccandole dagli alberi cui sono assicurate con grosse corde, come si stacca colla mano una foglia da un ramo.
«Quello che ci tenne sospesi per ben due volte ci furono due pezzi di catene di ferro con una carrucola per ciascuno caduti dall'alto. Stavano un giorno, sul tramontare del sole, i marinai tirando una corda per alzare una vela dell' albero di poppa, quando si sentì staccarsi in alto qualcosa pesante e precipitarsi giù per le corde. Fu un momento di sospensione terribile: i marinai (erano sei) stavan lì curvi aspettando il colpo. Iddio buono non permise che alcuno restasse offeso e quel pesante arnese piombò in un piccolo spazio dove non c'era persona. Sia ringraziato il cielo, perché quel pezzo di catena e quella carrucola sarebbero bastati a fracassare le ossa e ad uccidere un uomo!
«Così continuammo fin quasi alla fine del viaggio, e già eravamo all'isola di Hong-Kong, lì lì per entrare nel porto, alle tre e tre quarti, una mezz'ora avanti il desinare, quando un marinaio salito con altri sull'albero maestro per raccogliere le vele, non so come precipita dall'antenna su cui erasi attaccato e piombò sul ponte percuotendo la testa contro un'altra antenna inferiore. Accorsero tutti; il medico prese ad esaminarlo se era ancor vivo, e intanto sul dubbio uno de' miei colleghi gli impartì l'assoluzione. lo corsi a prendere l'olio santo, e glielo amministrai sotto condizione in fronte; ma l'infelice non emetteva più fiato, e prese ben presto il color di cadavere. Il dì seguente fu da uno de' nostri Missionarii levato dalla nave e accompagnato al cimitero. Il Signore volle dare una lezione ai superstiti, perché approfittino del tempo che loro concede per disporsi al gran passo; ma i marinai usi a vedere frequentemente di simili accidenti sanno cavarne poco profitto.
Gettata l' àncora, due Missionarii francesi salirono a bordo, e in mezzo all'ombra che già
discendeva e i lumi accesi nella città, lo condussero a terra ed alla Missione, dove, come si esprime egli, «ricevemmo dal Prefetto Apostolico e dagli altri colleghi quelle accoglienze che si fanno ad amici di lunga conoscenza e lungamente attesi.» In questa seconda patria riandando le memorie del lungo viaggio le stendeva in varie lettere edificanti che mandava a' suoi cari d'Europa. Da esse abbiam prese le notizie riferite, e da quella a' suoi parenti pigliamo i bei sensi con cui la conchiude:
«Del resto, o miei cari, io sto bene e sono contento d'essere finalmente arrivato. Pregate il Signore perché non abbia ad essere uno strumento inutile, ma colla conversione e santificazione dei peccatori e degli infedeli, abbia a santificare anche l'anima mia, perché sarebbe lagrimevole che dopo aver salvati gli altri, perdessi me stesso. lo pregherò, come ho sempre pregato, anche per voi, domandando al Signore la medesima grazia, e così nell'unione delle preghiere, resteranno uniti in Dio anche i nostri cuori, e benché separati di corpo molte migliaia di miglia, saremo pur sempre congiunti di spirito. Avrei desiderato con desiderio grande d'aver notizie di voi appena arrivato qui; ma il Signore che vuol sempre mescolato il dolce coll'amaro, volle regalarmi un'occasione d'offrirgli un piccolo sacrifizio, il sacrifizio d'un umano desiderio; non trovai scritto veruno, mi rassegnai. Non ho però detto che voi vi siate dimenticati di me; ho detto in cuor mio, ci vuoI pazienza e aspettare. Il missionario dev'essere disposto a sacrifizii ben più grandi e generosi di questi, che sono un'inezia contemplati coll'occhio della fede, o paragonati con altri maggiori.
«Io termino questa lettera che riuscì più lunga di quello ch'io pensassi da principio, augurando a tutti e distintamente a ciascuno di voi le benedizioni del Signore, sia spirituali che temporali; pregovi tutti a serbar memoria di me quando pregate Iddio, e a dare per me il saluto di pace a tutte nominatamente quelle buone persone che mi hanno voluto un po' di bene. Addio, dunque, addio a voi tutti; io vi lascio negli amabilissimi Cuori di Gesù e di Maria.»
Ma i sentimenti più generosi e delicati li serbava pel suo Superiore di Milano, al quale, dopo le
grazie a Dio pel felice viaggio, e d'aver detto che altri glielo avrebbero descritto, così parla: «A me non resta che di rinnovare alla Signoria Vostra le proteste di figliale affetto e di doverosa dipendenza, come anche di ringraziarla delle preghiere che avrà certamente fatto Ella e fatto fare da altri per implorare l' assistenza del Signore a' suoi figli tra i pericoli di una lunga navigazione. Grazie, grazie mille a Lei, Sig. Superiore, e grazie tante anche a quelli che hanno pregato per noi, perché le loro orazioni furono esaudite in cielo, e a noi fu accordato un prospero viaggio (febbraio 1860).»

VII. Il cuore del missionario in presenza del paganesimo.

Sul campo assegnato dal Signore, dimenticando le cose passate, «in quanto a me, diceva il P. Favini, non ho lingua sufficiente per ringraziare il buon Dio dell'assistenza che mi ha prestato, giacché dopo un mese e cinque giorni che son qui non ebbi a lamentare un solo istante di malessere; ottima compagnia per parte de' miei superiori e de' miei colleghi con cui mi trovo; nutrimento europeo e piuttosto abbondante; società fiorita; insomma non mancherebbe niente a chi non avesse che desiderii di simil natura.
«Ma il Missionario pensa, o almeno deve pensare, a ben altre cose che maggiormente si confonnino allo scopo della sua vocazione;» e volgendo tutto l'animo, tutte le forze alla grand'opera della conversione de' gentili, Favini contempla le genti idolatre, e sospira il momento di poterle aiutare. «E, diceva egli, questi sono i desiderii che ci creano continuamente spine al cuore, vedendo le fitte tenebre in cui sono profondamente immerse ed addormentate, e la difficoltà somma di illuminarle, stante la loro indescrivibile ignoranza, che rende i pagani, superbi, viziosi e superstiziosi in sommo grado.
«Mosso da curiosità, io mi recai in compagnia del prete cinese che è con noi, a visitare le principali pagode, ed, oh quanto mi pianse il cuore al vedere collocati sugli altari loro Opera manuum hominum, e giorno e notte, a que' simulacri del demonio, arsi incenso e ceri. Se nelle nostre chiese, ove conservasi il vero Dio si ardessero altrettanti lumi e altrettanto incenso, anche di notte sarebbero illuminate a giorno. Del resto però nessun ordine, nessuna pietà; ma disordine e confusione. Colà dentro chi mangia, chi beve, chi giuoca, chi ride, chi scherza. E lo possono fare impunemente perché i loro dèi, e ce ne sono delle
centinaia in ogni pagoda, hanno bocca, come dice il Salmista, ma non parlano, occhi e non veggono, orecchie e non odono, mani e non toccano, piedi e non camminano....
«In certi giorni prefissi dell'anno, come nei plenilunii, i Cinesi di qui usano fare cerimonie particolari e, cominciando dall'uscio fino all'ultimo angolo della casa, accendono lumi ed ardono incensi a tutti gli idoli e genii che l'immaginazione possa mai figurarsi. In quei giorni e specialmente la sera, anche le cappellette lungo la strada, alte da terra non più di due o tre metri, sono illuminate e frequentate. La sera dell'ultimo plenilunio, andando a passeggio mi sentii più volte stringere il cuore, al vedere tributati al demonio quegli onori che solo si devono al vero Dio. E vedendo alcune donne accoccolate dinanzi ad una di queste cappellette gettare i dadi e poi pregare; le guardai con occhio di compassione e dissi loro che avrebbero fatto meglio ad andar a dormire. Esse capirono, e si misero a ridere. Poverette!
In mezzo a queste e molte altre superstizioni e vizii che non istà la pena di tutti numerare, e più coll'esempio dinanzi di molti protestanti, presbiteriani, metodisti, wesleiani, zoroastriani, framassoni e cattolici di solo nome, ben si può argomentare quanto sia difficile la loro conversione, tanto più che i Cinesi di Hong-Kong vengono qui dall'interno per far denaro, eppoi tornano, dopo tre o quattro anni, ai loro paesi ed alle loro famiglie »
Questi dolori non inacerbiscono l'animo del Missionario che intenerito sente commuoversi le paterne sue viscere, e tutto bontà mira i suoi figli e li ama, studiando in essi titoli d'amore. Così Favini continua a narrare paternamente quanto vide di loro.
"Un giorno sulla fine del mese passato, io, in compagnia di alcuni miei chierici, feci una lunga passeggiata sulla terra ferma cinese, e passando noi per mezzo di una piccola città, vestiti della veste nera, tutta la gente correa a vederci con quella curiosità con cui si corre in Europa a vedere un albino, o qualche personaggio affatto strano; e alcuni mormoravano accenti che non capivamo, altri ci salutavano mettendo la mano alla fronte, altri dicendo: cin-cin, che è la loro formola di saluto, altri ci inchinavano sussurrando si gli uni gli altri Sin-san che nel nostro linguaggio vuol dire: Maestri, dottori. lo avrei dovuto o almeno desiderato di trattenermi un poco a parlar con loro; ma il non conoscere affatto né la lingua cinese né il loro dialetto, me lo impedì e mi accontentai di salutarli colla mano. Forse presto alcuno di noi verrà stabilito anche in quella città, per istruire quella gente nei principii della fede e nella cognizione del vero Dio.
Partendo dalla città, una turba di fanciulli ci seguì per un buon tratto di strada: è cosa naturale nei fanciulli, ma la condizione loro, e il rispetto, che ci manifestarono, mi fecero a buon diritto concepire buone speranze in futuro per essi. Finalmente io li licenziai distribuendo, alcune aranci e che aveva preso con me. Mi ricordai allora del detto di Gesù Cristo:
Lasciate che i fanciulli vengano a me; perché è di loro il regno de' cieli.»
Fra tali spine e difficoltà D. Gaetano volge il guardo alle anime accolte in seno della Chiesa, e si consola per il bene che già esiste, frutto di fatiche altrui, benedette da Dio, e ragione di dolce fiducia di trovare un campo non ingrato ma fecondo.
«Del resto, prosegue, i cristiani e le cristiane cinesi son buoni e più buoni di molti cristiani creoli, poi quali la religione consiste più nelle pratiche esteriori che nella santità del cuore e della coscienza. Tra i soldati irlandesi che abbiamo qui ve ne hanno molti di sinceri e fervorosi cristiani, che, ogni otto o quindici giorni, s'accostano ai sacramenti della confessione e comunione: cosa che deve certamente far maraviglia, considerando i pericoli e la corruzione estremamente lagrimevole di una città quasi tutta pagana. Né il giovine missionario può tenersi dal volgere un pensiero anche al proprio paese, da non molto abbandonato; sentire al vivo il dovere della gratitudine pel dono della fede; e invitarlo a soccorrere i fratelli tuttora idolatri. Ed, «Oh! esclama, i cattolici dei nostri paesi in Europa dovrebbero ringraziare perpetuamente il Signore di essere nati in seno alla vera Chiesa, e di essere stati allevati con educazione cristiana. È solo in mezzo ad un perpetuo guazzabuglio di sètte e di superstizioni idolatre che si è obbligati a valutare il bene sommo, incalcolabile che ci ha donato Iddio nella fede. È solo in mezzo alle fitte tenebre delle passioni e dell'ignoranza che si può giustamente valutare il raggio di luce che valga a diradare siffatto tenebrio, ma che di rado è concesso dal Signore! Di' ai buoni di Lodivecchio che
preghino anche per questa povera gente che fu redenta sì dal sangue di Cristo, ma che sinora non partecipa ai frutti del medesimo.»
Tra questi sentimenti, esordiva D. Gaetano la sua bella vita apostolica da quelle opere sante che l' occasione fornisce al novello Missionario, finché non ha ricevuto una determinata destinazione. Dopo quattro o cinque mesi che era ad Hong-Kong non poteva ancor dire quali sarebbero state le speciali occupazioni a cui dedicarsi di proposito; il che non dipendeva tanto dall'essere novizio quanto dalle particolari circostanze in cui versava la Missione allora. Il dì 21 di giugno, quando il suo viceprefetto D. Paolo Reina, sfinito dai patimenti dell'Oceania e da malattia, prendeva il mare per cercare un prolungamento di giorni in Europa, e un suo compagno di viaggio volgeva il piede all'interno della Cina, al seguito di Sua Ecc. Mons. Spelta, Visitatore Apostolico di tutta la Cina e dei regni adiacenti, legato della Santa Sede alla corte di Pechino, il P. Favini porgeva al suo degnissimo fratello D. Angelo le notizie del bene operato fin allora, e dell'incerta destinazione, così: «Finora le fatiche non sono né molte né gravi, perché tutto quello che finora devo fare si è attendere alla disciplina del piccolo nostro Seminario, come vicerettore; attendere alla cura spirituale degli ammalati nel civico ospedale; fare un discorsetto colla recita del Rosario e delle Litanie in inglese ai carcerati, e studiare ancora l'inglese e il portoghese, perché forse tra alcuni mesi mi toccherà assumere la cura dei cristiani portoghesi di qui, che formano la maggioranza dei nostri cristiani. Quanto alla lingua cinese la studierò in seguito. A vendo dovuto fare le funzioni del Sabbato Santo, dopo la benedizione del fonte, battezzai 10 cinesi, 4 uomini, 2 donne e 4 fanciulli; il sabbato della Pentecoste se ne battezzarono altri 12, e così, a poco a poco, speriamo che il grano di senapa, seminato nel campo del Padre di famiglia, cresca in larghe proporzioni." Il che riconfermava poco dopo, sulla fine d'agosto, scrivendo al suo Rettore di Seminario in Lodi: «Quanto a me posso dire di essere ancora nel tirocinio, giacché per ora non faccio altro che invigilare il piccolo Seminario, insegnare un po' di filosofia a tre alunni, tenere un discorsetto inglese la Domenica ai prigionieri e qualche altra coserella. Fra poco mi toccherà la cura dei Portoghesi, i quali formano la maggior parte della cristianità.» Nell'ottobre aveva insegnato l'ideologia e cominciava l'etica, dopo la quale, i suoi chierici passerebbero a studiare la teologia sotto la direzione del P. Raimondi.
Del resto non davasi pensiero dell'ufficio che gli sarebbe stato definitivamente fissato, contento di quel qualunque posto, di cui la volontà del Signore gli avrebbe detto:
Prendi, è il tuo. «Lascio tutta la cura a' miei superiori di disporre di me a seconda delle loro viste, e pel maggior bene della Missione (21 giugno 1861, al Superiore).»
Sortita a sua porzione particolare la cura dei cristiani portoghesi, li amò in Gesù Cristo con tutto l' affetto, e si faceva come uno di loro per condudi a Cristo: eran essi i suoi figli, essi il sacro deposito da
riconsegnare nelle mani del Padrone evangelico con usura; essi la ragione della sua salvezza e corona, o della sua condanna. Egli imprese allora l'opera del suo apostolato con quello zelo giusto di cui aveva dato prova nella lunga aspettativa della destinazione finale, e di cui volevansi forniti i Missionarii di quell'isola, quando D. Paolo Reina scriveva al Direttore dell'Istituto in Milano: - «Istruisca bene gli allievi nella rinuncia a sé stessi. Che muoia a se stessa quella benedetta volontà propria, e che lasci tutto il posto a quella di Dio e dei superiori. Temperi ogni ardore e fretta, perché non è zelo che viene da Dio, e li educhi a fare il tutto non solo esteriormente con tranquillità, ma ne educhi principalmente il cuore ad essere tranquillo, senza disordinati desiderii, indifferente a tutto. Quanti, ingannati da un falso zelo, trascurano la propria salute, e fanno un bene che Dio non benedice, un bene che passa in un momento! Il Missionario, senza essere religioso, deve avere le virtù di un religioso, altrimenti non si troverà bene, e farà star male anche gli altri (Lettera del 1 O ottobre 1858).»
D. Gaetano in fatto, imparata bene la lingua portoghese, preparava e studiava la spiegazione del Vangelo e della Dottrina Cristiana che faceva ogni Domenica dal pergamo o dall'altare con molta chiarezza, e con unzione soave; confessava, e promoveva la frequenza si Sacramenti, assisteva gli ammalati e li confortava colla parola e coi sacramenti all'ultimo passaggio, portavasi al lontanissimo cimitero per la sepoltura de' morti, battezzava i bambini, benediceva le nozze, aveva grande cura della pulitezza della chiesa, del decoro delle sacre funzioni; attendeva alle novene, ai tridui, alle feste
particolari, al mese di Maria. Poi c'erano scandali da togliere, piaghe da guarire, e in questo, in cui consisteva il difficile, era l'ansia e il dolore del suo bel cuore, operava con prudenza cristiana, pregando e facendo pregare, affin di riuscire all'intento. - «Mi raccomando alle di Lei preghiere, scriveva al suo Rettore di Seminario, perché è una vigna molto dissipata e spinosa.» Altre fiate aggiungeva: «Preghiamo il Signore che, per l'intercessione di S. Giuseppe e di S. Francesco Saverio, voglia presto diradare le tenebre dell'idolatria e dare la pace a questi paesi cotanto tribolati, e voglia inscrivere questa immensa parte della famiglia umana nel numero de' suoi fedeli adoratori.
Datogli poi conto d'un po' di frutto raccolto, il 14 aprile 1861, così conchiudeva la sua lettera: «Ma che giova lavorare il campo, se manca l'acqua o la rugiada che l'irrori e lo fecondi? E perciò io mi rivolgo a Lei e La prego invocare con noi dal cielo questa benefica rugiada necessaria perché il campo non inaridisca affatto, né gli operai si stanchino, ma raddoppino di lena e si armino di pazienza. Voglia raccomandare questa vigna anche alle orazioni dei buoni e de' suoi seminaristi, perché le nostre orazioni insieme congiunte facciano violenza al trono delle divine misericordie a favore di queste anime, redente esse pure col sangue di Gesù Cristo. Amatissimo Sig. Rettore, mi raccomandi al Signore, e con me anche questa povera gente pagana che cammina a perdizione senza tampoco sospettarlo (21 giugno 1861, al Superiore).»
Con uno sfogo d'intimo dolore alle grandi miserie che ogni dì meglio scorgeva, così gli si rivolgeva più tardi:
«Voglia ricordarmi a... ed al Moralista il quale, se potesse venire a fare un passeggio con me in certi quartieri di queste corrottissime contrade orientali in certe ore della notte, come spesso a me tocca, quando mi chiamano per qualche ammalato, ne vedrebbe di così belle da fargli raggrottare davvero le ciglia, e arricciare il naso. Se non fosse che le sono cose piuttosto da piangere che da ridere, gliene vorrei far io una descrizioncella interessante; ma via, preghiamo insieme il Signore perché dia la luce a quelli che non veggono ancora, e illumini la mente e tocchi il cuore a coloro che dopo aver avuta la grazia di poter vedere, chiudono gli occhi per non vedere (31 dicembre 1869).»
Tale altra fiata colla bella umiltà che ornava il suo tenero cuore, diceva al fratello:
«Se vuoi notizie di me, io, a Dio mercè, sto ottimamente di salute,
a pesar de que esta gente nào quer fazer juizo como eu desejaria; c'è però da lavorare e mi accontento, perché Deus retribuet non secundum fructum sed secundum laborem. Le conversioni già, se ve ne hanno, non le facciamo noi, le fa il Signore colla sua grazia efficace; noi non siamo che gli strumenti delle sue mani. Così questa mattina ho battezzato un cinese vestito all'europea, di trentaquattro anni; non è che l'abbia convertito io, si presentò già convertito dal Signore, e dopo d'essere stato istruito, io lo battezzai. Sicché vedi, come anche voi altri che siete tanto lontani, potete essere Missionari aiutando colle preghiere: chi fa tutto è la preghiera. Ho visto in molti casi, che più mi valse pregare che sfiatarmi e rompermi i polmoni colle esortazioni a vincere cuori induriti e ostinati nel peccato. E di questi cotali qui abbondiamo più che altrove. Sicché pregate, e qualche cosa di buono si farà.»

VIII. Il cuore di D. Gaetano verso i suoi parenti.

Il mondo taccia di durezza e di crudeltà i servi del Signore che, per il divino amore ond'ardono, lasciano la casa e la patria, quasi che quella fiamma generosa che li porta a genti lontane e sconosciute possa rifiutar coloro ai quali legano tanti doveri di natura e di gratitudine. No, essi spezzano sol quanto è carnale e disordinato, ma la vera carità di Cristo, per la quale sacrificano la dolce convivenza, si fa sentire in loro più viva, per la gratitudine al sacrifizio che Dio richiese pur dai parenti: ma l'affetto non è men tenero perché più puro, più ordinato. L'amatissimo D. Gaetano, pur così sobrio in dimostrazioni d'affetto nel conversare fraterno, abbracciava nel suo cuore i bisogni e i dolori de' suoi cari lontani, e vi provvedeva con quella calma che saggiamente provvede come meglio può, e non permette che si svigorisca lo spirito della propria vocazione. Ecco con che affetto, con che premura lor parla. «Questa mattina, dica al fratello, mi venne presentata la tua desideratissima, e l'apersi con fiduciosa speranza. lo non so come, ma le prime parole che caddero sotto gli occhi mi fecero sospirare, Et ecce, dissi tra me, ecce quod vere bar accidit, et quod timebam evenit. «Bassiano è milite!» Pazienza! Dio volle così, sia benedetto il suo nome in eterno! lo pregherò con maggior fervore Iddio perché lo preservi dalla corruzione lagrimevole che generalmente regna nella milizia, e che il suo Angelo Custode lo salvi da qualsiasi pericolo, e lo conservi sempre buono e timorato di Dio.
«Le altre notizie mi riuscirono care e soddisfacenti. Mi rallegro con Pietro e Cecchina per la Teresina che loro ha donato il Signore: di' loro che le diano un bacio in fronte anche per me, e ricorda loro che in essa il buon Dio ha dato loro il sacro dovere di allevarla buona e pia, di non fomentarne le passioncelle che porta con sé la natura, ma anzi procurino di reprimerle fin da principio, e così crescerà come oliva nella sua famiglia, sempre cara a' suoi ed al Signore (12 giugno 1860).»
E in altra al medesimo fratello, dopo d'aver ricordato le nuove avute della propria casa, così continua, in data del 30 di novembre, 1861: «Questo sono tutt'altro che notizie consolanti; siccome però quaggiù non possiamo aspettarci niente di buono, così dobbiamo in tutto e sempre benedire quella mano che castigando risana, e umiliando conserva. Spero però che lo zio si sarà sufficientemente ristabilito in salute; io ho pregato e pregherò per lui in modo particolare, come prego e pregherò sempre per voi tutti, affinché, per vostra parte, usiate verso di me la medesima carità.
«Una notte di questa settimana ho assistito al letto dello zio Carlo che agitavasi nelle agonie di morte: non amerei essere profeta anche questa volta! Se hanno bisogno, aiuta li anche del mio, giacché è sempre una carità che Dio saprà rimeritarci.»
In pari modo raccomandava al fratello un soldato che ritornava in famiglia. «Sentii con vivo piacere della venuta di Bassiano a casa, dopo tre o quattro anni di assenza che non poteva certo giovargli per la licenza di una soldatesca sbrigliata, all'ordine d'ufficiali e capitani che non saranno certo i più atti a far tenere in onore la religione e i suoi ministri. Voglio sperare che non si sarà smarrita in lui la bontà del carattere, né che si sia lasciato trascinare dai pravi esempi dei compagni. Ad ogni modo non lasciar di rinnovargli, quando ne hai l'occasione, le più vive raccomandazioni, anche per parte mia, di essere industrioso in trovar modo di fare (almeno) nascostamente quello che fatto pubblicamente gli attirerebbe i sarcasmi e le ingiurie de' suoi commilitoni. È massima cristiana che si debba obbedire a Dio, poi al re; ma quando non si può combinare l'una e l'altra obbedienza, perché si metterà da parte Iddio per il quale i re regnano? E non sanno tutti che chi è fedele al suo Dio, sarà perciò stesso fedele a' suoi superiori?»
Così in altre circostanze, come sempre, mostrava il suo cuor tenero e fedele, dicendo: «Ringrazio nominatamente tutti quelli che mi mandarono un loro saluto e che pregano per me, e di' loro che io non mi dimenticherò mai di essi. Raccomando ai fratelli e sorelle che siano buoni e che continuino a vivere nel santo timor di Dio: a... raccomando in particolare che educhino i loro figli nell'obbedienza, nella pietà e nella semplicità, un giorno si troveranno contenti.
«Addio, attende lectioni et meditationi. Confortare et esto robustus.» «Godo assai che siate tutti sani; siate anche buoni, e virtuosi sempre, e il Signore veglierà sopra di voi. I miei saluti a..., e non lasciate di raccomandarmi al Signore coi miei cristiani bianchi, bruni e neri, tra i quali ve ne sono molti di buoni e molti di cattivi. Addio.»
«Ti raccomando di salutarmi..., dì loro che sto bene, e che prego per tutti, e vivo nella speranza che essi preghino per me, e per questi miei figliuoli in Cristo. Raccomando poi di nuovo ai fratelli e alle sorelle che siano buoni e timorati di Dio; e a te che li aiuti coll'opera e col consiglio, e che preghi pel tuo affezionatissimo fratello (14 marzo 1866).»
Lasciando la sua terra nativa per recarsi alla Cina, D. Gaetano aveva pur lasciato il Pastore al quale doveva l'esser diventato sacerdote, e la sana coltura della mente e del cuore; s'era distaccato da tanti amatissimi compagni di studio e di ministero. Ma nel remoto oriente non aveva dimenticato né i doveri della gratitudine e della primi era sudditanza, né i sentimenti e gli offici dell'amicizia: tutto aveva nel suo cuore una giusta e con Dio ben regolata porzione.
Per il suo vivo amore a Roma, alla sede di Pietro, al Supremo Gerarca, al Maestro infallibile, al Santissimo Padre, il Papa, esultava fino alle piccole cose che glielo ricordavano e fomentavano; egli gloriavasi della franca condotta del suo amato Vescovo, nella tribolazione destata alla Chiesa dai
sottoscrittori all'indirizzo Passaglia; e compiangeva i sottoscrittori, ne deplorava il male.
Parrà cosa da nulla, ma è come un raggio di sole che trafora le nubi, è come una scintilla che manifesta il fuoco nascosto, quanto D. Gaetano scrisse al suo fratello D. Angelo, allorché, appena giunto in Missione, poté ripigliare la veste talare romana che per alcun tempo aveva dovuto metter da parte.
«Io ripresi con vero piacere la mia veste romana, perché noi andiamo vestiti alla romana, meno il collarino che è supplito dal colletto della veste alquanto alzato, e i calzoni lunghi che giovano al risparmio delle calze nere. Il nostro cappello è fatto a guisa dei soliti triangolari, ma però coll'ovale. Son fatti di cartone e paglia coperti di tibet [qualità di lana o di seta ottenuta dalla sfilacciature di tessuti fini, n.d.r.] o d'orleans [tessuto leggero e lucido in mezza lana con ordito di cotone, n.d.r.]. Del resto portiamo sempre la veste talare, in casa e fuori, si andasse pure dal governatore. Se non si ha il cappello, si prende la berretta assai quadri cornuta e il bastone, e si va in qualunque luogo, da qualunque persona, per qualunque contrada, con quella libertà che non si ha nei nostri paesi e nelle nostre città. Solo non si porta la tonsura, ma un qualche bel giorno ci faremo fare anche quella. In una città dove si veggono vestiti d'ogni sorta, nessuno ci bada; solo le guardie ci distinguono, perché, quando passiamo loro dinanzi, ci presentano l'arma.»
Con questo spirito d'amore alla disciplina ecclesiastica, tutto contrario a quello ispirato dai seguaci di Passaglia, amanti di nuove cose, e ligi ai potenti del secolo, contro il Padre loro; D. Gaetano scriveva, il12 maggio 1863, al proprio fratello:
«Ricevetti la carissima tua in cui mi si davano notizie consolanti sulla salute del nostro amatissimo e veneratissimo Prelato. lo era proprio ansioso, d'aver sue notizie, sapendo che all' età veramente patriarcale del nostro Vescovo, un incommodo, leggiero in altri, potrebbe in lui essere fatale. Non potei a meno che ammirare la sua fermezza apostolica nell'atto che fece di negare la patente della Quaresimale predicazione a que' poveri preti ingannati che sottoscrissero all'indirizzo Passaglia, nel numero dei quali mi spiace assai assai di aver trovato di quelli, pei buoni principii dei quali io non avrei esitato di por la mano nel fuoco. lo non so come possano essere stati tratti in inganno da un uomo che oggi giorno suona contraddizione, vigliaccheria, ambiguità e peggio: dal nome di un uomo che oggi dice il rovescio di quello che aveva detto ieri.
«Eppoi che importa ai preti che la sede del regno italiano sia a Roma piuttosto che a Torino, a Milano, a Genova, o, se si vuole, nell'impero della Cina? Ad essi dovrebbe piuttosto premere che il Papa stia là dove la divina Provvidenza l'ha collocato, né impacciarsi di ciò che loro non s'appartiene.
«Ma via, nella speranza che si ricredano anche questi miei compagni come già altri si ricredettero, io non voglio più oltre por mano in questa pasta per lavare la quale non v'ha sapone che basti.»
Ed al Rettore Gelmini, il 10 di settembre 1883, diceva:

«Da qualche lettera e dal giornale l'Armonia venni a conoscere fatti, che quanto disonorano quelli che li hanno commessi, altrettanto esaltano la fortezza veramente apostolica del nostro Vescovo. Parlo dei preti che apposero la propria firma all'indirizzo passagliano, e di quelli che cantarono il Te-Deum nel giorno della festa nazionale, tra i quali vidi il nome di alcuni ai quali mi trovo legato coi vincoli della più doverosa riconoscenza. Devo piangere e pregare per essi: è ciò solo che posso fare.
«Nel tempo stesso devo altamente gloriarmi d'appartenere ad un Vescovo che non la risparmia a coloro che mancano all' obbedienza sua e a quella della Chiesa.
«Non mi maraviglio poi che alcuni de' miei compagni si lascino portare dal vento delle novità, e si mostrino deboli sotto le impressioni di un governo nemico della Chiesa e della religione. Forse, chi lo sa? anch'io posto nelle medesime loro circostanze farei lo stesso, sebbene presentemente sento in me medesimo, che non lo farei assolutamente.»

IX. Il cuore di Favini verso la patria.

La guerra di Lombardia ritardava di più mesi al santo Missionario il muovere alla Missione, e a quel così grave preludio tenevano poi dietro tutti, nel tempo del suo ministero apostolico, gli eventi onde compivasi l'invasione dei Ducati, della Toscana, delle province Romane, del Napoletano, della Sicilia. Venne di poi l'acquisto della Venezia e da ultimo il pieno spogliamento del Santo Padre; e quando le armi Sabaude aprirono la breccia nelle mura della città santa e se ne impadronirono, rendendovi prigioniero il Sommo Pontefice, suo sovrano, D. Gaetano era già da qualche anno passato agli eterni riposi; ma le notizie dei funesti avvenimenti che prepararono quel giorno, gli pervennero prima e addolorarono il buon Missionario, che non poteva rimanere indifferente alle calamità religiose della sua patria.
Per non interrompere in seguito il racconto delle di lui fatiche apostoliche, raccogliamo qui quei sentimenti ch'egli espose ne' diversi tempi ed eventi, e manifestano un cuore tenero e retto, interessato e sensibile, perché informato dal vero spirito del Salvatore.
«Intanto però che il regno di Dio si estende in queste parti lontane del mondo, io prego il Signore che non permetta sia tolto ai nostri paesi d'Italia;» scriveva fin dal 1860.
«Sono sensibilissimo a tutti coloro che per tuo mezzo mi inviarono saluti, e vorrei loro rispondere una parola di ringraziamento e di preghiera. Di ringraziamento, perché non mi riconosco meritevole del loro affetto; di preghiera, perché non mi dimentichino nelle loro orazioni, come io non lascio mai di pregare per loro e per tutti, affinché nella crisi spaventosa in cui la nostra povera Italia sta dibattendosi, i buoni si confermino sempre più nell'attaccamento sincero alla religione che ereditammo dai nostri avi, e i tristi cessino dall'illudersi e dall'illudere i semplici sopra folli speranze di felicità, e di grandezza nazionale, a danno della religione e dei buoni costumi. La vera grandezza di un popolo si fonda necessariamente sui principii della fede, della giustizia e della pubblica onestà.»
Con molto vigore esprimevasi sulle cose della lontana patria, nel febbraio 1861, allorché diceva: «Mi spiacque assai la sorte toccata al povero D. Domenico S..., e ad altri insigni ecclesiastici dell'Emilia e della Toscana, come anche il leggere sui giornali di Milano suggerimenti al Governo per mettere a dovere l'alto clero delle Romagne, col privarlo dei sussidii pecuniarii. Speriamo che presto si accomodino tutte queste differenze, le quali se fanno imbaldanzire i nemici del clero cattolico, certo fan
poco onore alla fede italiana riputata sempre dalle estere nazioni esemplare ed invitta; e danno scandalo. ai governi idolatri, i quali incoraggiati da siffatti esempii insaniscono sempre più contro i Missionarii e i seguaci del Cattolicismo.»
E allorquando l'anima ispiratrice degli ultimi rivolgimenti della nostra penisola, passava da questa vita a render ragione delle opere sue al Giudice eterno: «Spero, diceva D. Gaetano, che colla morte di Cavour la rivoluzione abbia perduto la testa, e voglia dar tempo alle vicende d'assestarsi meglio. Fu un castigo del Signore che voleva purificare la patria nostra, e provare la religione dei buoni, perché, dopo la tempesta, il sole risplenda più fulgido di prima. Le nefandezze, avvenute nel reame di Napoli, stomacarono anche qui gli stessi protestanti, i quali certamente avrebbero gridato alla tirannia, come fecero alla ripresa di Perugia, se, come allora, vi avessero il loro interesse. Del resto nessuna maraviglia; guai se un uomo si fissa in una cattiva massima; tutto è lecito quello che giova; quando ci stia l'interesse, i macelli e le carneficine si riguardano come necessarii ad effettuare un'idea; anzi si rimeritano con indulgenze; di moschetti, s'intende!»
Ragguagliando un compagno, scriveva pure: «Il Parlamento italiano, radunato in Torino, ha eletto e dichiarato Roma, come capitale del nuovo regno; ma Roma vuol essere un osso più duro di Napoli, e forse uno scoglio fatale: basta, la Provvidenza prenderà cura.»
Tenendo sempre dietro alle notizie della terra natale, già sull'ultimo de' suoi giorni quaggiù, così manifestava tutto l'animo suo pieno di fede, il giorno 14 di marzo del 1866:
«Le notizie d'Italia, che ci portano i giornali, sono più tristi che consolanti, poiché sembra che la vogliano far finita col Clero e colla Chiesa, rendendola più schiava di quello che fosse ai tempi di Giuseppe II, e più povera di quello che ai tempi delle catacombe. Il Signore però che permette tutto quello che si vede oggi in Italia e altrove, pe' suoi reconditi disegni, vi metterà presto rimedio, e farà trionfare la verità e la giustizia. Dopo di aver usato la spada, la spezzerà e la getterà lungi da sé. Noi preghiamo, e preghiamo umilmente il Signore che il dono della fede non venga mai meno all'Italia. Ma
  non basta pregare, bisogna altresì zelare colle parole e colle opere la gloria di Dio e la santificazione delle anime, senza immischiarsi nella politica più di quello che sia necessario per il perfetto disimpegno dei proprii doveri.»
E, un poco più tardi, quando deportazioni di Sacerdoti intemerati, e la dichiarazione di guerra all' Austria, tutto scompigliavano; egli dalla seconda sua patria, Hong-Kong, scriveva il 27 d'agosto: - «Le voci sempre spaventose di guerra che sembrano mandare a ferro e a fuoco tutta Europa, risuonarono fino in queste remotissime parti del globo, e anche qui si innalzarono preghiere al Dio degli eserciti, perché si degnasse rimettere nel fodero la spada dell'ira sua, e far rifiorire sempre più bella la pace e la concordia, e con esse far trionfare la religione. Quanto a noi, sicuri sotto l'egida dell'impero inglese, abbiamo niente a soffrire, e godiamo piena libertà di fare ciò che meglio convenga per la gloria di Dio e per il bene delle anime. Sento, ovvero lessi, di arresti fatti di ottimi ecclesiastici; è il Signore che vuol provarli. A te però raccomando di non immischi arti in politica; la politica dei preti deve essere l'orazione, la confidenza e la sommissione ai voleri di Dio (12 settembre del 1864).»
Son questi i sensi onde D. Gaetano da lungi si commoveva per la patria sua, questi i dolori che provava per le sciagure di lei vere!

X. Difficoltà e frutti del lavoro apostolico.

I giornali che pronto e continue portano le notizie in ogni parte della terra, tenevano il buon Favini in cognizione di quanto avveniva in Europa e in Asia. Davanti alla sua mente stavano come le persecuzioni tonchinesi e cocincinesi, così le crescenti angustie create alla Chiesa nella terra stessa dove siede il Venerando successore di Pietro, e gli impedimenti posti al libero esercizio del ministero sacerdotale di uomini ispirati da vero zelo delle anime. Da siffatto quadro lontano ripiegando lo sguardo sull'isola sua e sopra i suoi figli, così pennelleggia la libertà che vi godeva e le difficoltà speciali che il bene vi incontrava, in una lettera del 14 d'aprile 1861 al Sig. Rettore Gelmini, di poi Vescovo degnissimo dei figli di S. Bassiano.
«Quanto a noi, le persecuzioni non ci impediscono l'esercizio del nostro ministero, e operiamo nella nostra sfera più liberamente che in Italia, eccettuato che, essendo in paese protestante e pagano, funzioni pubbliche fuori di chiesa, come processioni, accompagnamento ai funerali, non si fanno, e la Santissima Comunione agli infermi la si porta segretamente, in una scatoletta d'argento, appesa al collo e nascosta in petto. Ciò, non perché ci sia proibito dalle autorità civili, ma per non esporre i sacri misteri alle profanazioni degli eretici e dei pagani.»
E in altra del 21 di giugno 1860 al medesimo prelato, continua:
«Qui, sebbene siano pochi i cattolici, pure il Cattolicismo è rispettato, anzi, per parte del governo,
nessun incommodo, nessuna molestia; si fa, si disfa, si predica, si tace; facciamo tutto quello che crediam bene di fare, senza che il Missionario venga molestato da alcun agente di polizia; che anzi la polizia ci presta la sua assistenza nei casi di grande concorso alla chiesa per qualche festa particolare. Funzioni pubbliche fuori di chiesa già non se ne fanno, né converrebbe farle in mezzo a pagani; per cui quando c'è da comunicare qualche infermo, o in casa privata o negli ospedali, si leva dalla pisside la sacra parti cola e la si mette in una scatoletta d'argento, dentro una borsetta che si appende al collo, sotto la veste. Indi in abito consueto, con un fanciullo che porta seco cotta, stola e tutto il necessario, si va da un capo all'altro della città.
«Così i defunti si menano privatamente alla chiesa sopra un carro apposito, e dalla chiesa, fatte le consuete assoluzioni, si menano al cimitero cattolico (i protestanti hanno il loro, e i cinesi portano a seppellire i loro morti alla montagna). Là trovasi il prete, il quale, in cotta e stola, riceve alla porta del cimitero il cadavere e lo conduce alla tomba, secondo i riti consueti.
«Quanto al progresso di questa Missione devo dire che costa molta fatica, molta pazienza e molto tempo. Fondata da pochi anni (nel 1842) in uno dei luoghi più adatti per le comunicazioni con tutto il mondo, la città di Hong-Kong si può dire il luogo di convegno di tutte le nazioni e vi si parlano tutte le lingue, si veggono tutti i colori delle umane stirpi, più i misti colori degli ibridi, tutte le fogge di vestito, e
per conseguenza tutti i costumi e tutte le religioni. Quando è la campana cattolica che invita i cristiani a recitare il saluto a Maria; quando il Marabutto che dai minareti della sua moschea grida l' Allah, invitando i suoi alla preghiera; ora il tam-tam dei cinesi che chiama le donne del volgo a dar fuoco ai mortaretti ed alle castagnole in onore del Dio dell'oro; ora si veggono i Persiani far prostrazioni al sol che nasce o che tramonta. Quanto ai protestanti, metodisti, presbiteriani, battisti, zuingliani e altri eretici molti, essi sono molto avari delle loro campanelle e si contentano di farle strillar solo la Domenica per qualche quarto d'ora.
«Aggiunga a questa miscellanea tutte le scostumatezze, che a dir vero nelle contrade dell'Asia sono comuni, ma qui sono esorbitanti, e gli scandali anche dei cattolici, specialmente degli antichi cattolici, i cui padri portarono in queste remote contrade la luce del Vangelo; i corrotti costumi de' marinai; e poi argomenti se la fede cattolica possa progredire a passi di gigante.
«I mezzi non mancano, ma non corrisponde ai mezzi la volontà e l'impegno dei fedeli. Tutti gli anni però si convertono un quaranta o cinquanta Cinesi, alcuni protestanti inglesi, specialmente soldati; ma che cosa è mai in confronto di 80,000 Cinesi pagani che popolano questa piccola Babilonia? Noi facciamo tutti gli sforzi per mantenere i pochi buoni che vi sono tra i già cattolici, e far buoni i molti cattivi e non si risparmiano né fatiche, né denari, né funzioni decorose. Questa mattina istessa si è fatta per la prima volta la Prima Comunione a quarantacinque tra fanciulli e fanciulle portoghesi, inglesi e cinesi, e speriamo che siffatta funzione, celebrata con tutta la solennità, possa operare sull' animo anche di quelli (e son molti!) che dopo d'avere ricevuto il pane Eucaristico la prima volta, o nella circostanza del matrimonio, se ne sono poi affatto dimenticati.»
E la Prima Comunione era frutto delle fatiche tutte particolari del P. Favini il quale si occupava della. conversione dei pagani solo indirettamente, quando le loro relazioni colle famiglie portoghesi a lui affidate, portavangli da raccogliere anche questo dolcissimo frutto. Egli esprimeva tale condizione sua ripetendo al medesimo suo antico Rettore, il dì 30 settembre del 1863:
«Non s'aspetti da me, Sig. Rettore, notizie di pagani convertiti alla fede da me, no, perché non avendo io che la cura dei portoghesi di qui, e sono circa 1,500, non le potrei dare se non notizie di qualcuno che si confessa dopo venti o trenta anni di vita scandalosa; oppure di qualche unione legittimata col Sacramento del Matrimonio, et hujusmodi. Però c'è sempre qualche serva cinese che, essendo al servizio di signore portoghesi, queste si prendono cura di farle cristiane; anzi qui è molto invalsa la massima, che non vi è mezzo migliore per espiare i propri i peccati che quello di convertire i gentili.»
Poi ancora, addì 30 dicembre del 1864: «Non speri da me notizie di conversioni fatte tra i gentili; prima perché non ho questa incombenza, poi perché non conosco ancora la lingua cinese, avendo appena da qualche mese cominciato a studiarla, e potrò difficilmente continuare, in modo almeno da poterla parlare tollerabilmente, per mancanza di tempo. Tutt'al più mi avviene di battezzare qualche cinese pagana che si trova al servizio di qualche buona famiglia portoghese, o che illecitamente convive con qualche manilese, per poi unirli in matrimonio. Però, anche in questi casi, le so dire che è molto difficile che riescano cristiane fervorose, perché, sebbene siano anche convinte della bontà della nostra santa religione e della falsità dei loro dèi, pure vi è un certo altro fine interessato pel quale, se non si ha dopo più cura di prima, molto presto intiepidiscono.
«Ci giova a ciò la scelta di buone madrine, donne di buoni ed esemplari costumi e di autorità; perché c'è questo vantaggio che qui i padrini hanno potere sopra i loro figliocci, più che in Europa. E talora avviene che questi, essendo pur essi di vita poco morigerata e poco amanti delle cose di Dio, esigono però e conseguono che i loro figliocci siano puntuali nell' osservanza dei loro doveri.
«Del resto anche senza i gentili me ne restano di conversioni a fare tra gli stessi cristiani, sì che, quando prendo tra le mani lo stato d'anime, al mirare le croci poste al nome di quelli che da anni e anni non fanno Pasqua, e al considerare lo stato miserevole di altri che vivono come Dio sa (e anch'io so), senza trovare alcuna via di poterli far uscire dal lezzo in cui giacciono, meno l'orazione, le so dire, Sig. Rettore, che un brivido mi corre per le ossa, e dico fra me stesso:
Ad quid veni huc?
«Grazie a Dio però qualche po' di bene si può fare, e quello che noi crediamo impossibile, il Signore dispone le cose in modo che si rende agevole. Una malattia, una morte, un infortunio, alle volte, rimediano a molte cose. Già talvolta, quando me ne accade una, due, tre, mi cadono un po' le braccia, ma poi, alzando gli occhi al cielo, dico tra me stesso: se tutti fossero santi, forse mi lamenterei d'aver poco da fare. Dunque facciamo quello che possiamo, del resto si lasci la cura a Dio, nelle cui mani stanno i cuori di tutti.»
In fatto, nel 1862, oltre al bene delle Confraternite già esistenti del Rosario, dello Scapolare, dell' Addolorata, del Sacro Cuore di Gesù e di Maria, introdusse quell' esercizio così divoto e fruttuoso delle santissime Quarantore di adorazione a Gesù solennemente esposto sull'altare, tra lo splendore degli addobbi e dei lumi, nella gloria che noi miseri possiamo offerirgli. Egli ne dava conto al suo Superiore, ai 30 di dicembre del 1863, scrivendogli:

«Già dall'anno passato s'introdusse tra noi l'esposizione delle santissime Quarant'Ore in cui, e per essere cosa nuova e perché il tempo fu piovosissimo, non potemmo avere grande numero di Confessioni e di Comunioni; quest'anno, ossia in questi giorni in cui ha luogo la suddetta esposizione, speriamo frutti più copiosi. Creda, Sig. Superiore, tra questa gente vi hanno vizii, anche enormi, ma la fede non è però spenta, è piuttosto sopita, ed ha bisogno di forti stimoli.» Non s'ingannava: questo piissimo culto di Gesù Sacramentato ottenne frutti sempre maggiori.

Nel seguente 1864, poteva scrivere, in data del dì 30 dicembre, al Sig. Rettore Gelmini: «Ora abbiamo l'esposizione delle Quarant'Ore che cominciarono oggi e finiranno il lO dell'anno nuovo. Avemmo già molte Confessioni e dimani e dopo ne spero ancor di più.» E ad un suo antico collega: «Siamo nel secondo giorno delle santissime Quarant'Ore, ed abbiamo la consolazione di vedere affollati i confessionarii e la sacra Mensa, e dimani Mons. Chiais, Vicario Apostolico del Scen-Si, celebrerà la Messa pontificale, come ha fatto eziandio la notte ed il giorno del santo Natale.»

Aveva pure in animo di stabilire la Confraternita del Cuore Immacolato di Maria per la conversione dei peccatori, ed esprimeva questo pensiero al Direttore del Seminario di S. Calocero, dicendogli: «Mi venne più volte l'ispirazione di stabilire la Confraternita dell'Immacolato Cuore di Maria per la conversione dei peccatori, cosa molto facile qui dove si ha una grande bramosia di Confraternite e ne abbiamo già molte altre, ma finora si è fatto niente in proposito; spero però che lo si farà presto, tanto più che ho già presso di me una bolla sottoscritta da Lei. Qualora si effettuasse questo divisamento, ne la farò avvertita.»

XI. Le conferenze di S. Vincenzo de' Paoli.

Il pio e zelante Missionario, sul principio dell'anno 1863, aveva perduto molto nella sanità di maniera che, dalla fine di gennaio fino alla metà di marzo, era così incomodato da tenere in apprensione il medico, e dover ritirarsi a Macao per trovare, nel riposo e in aria assai migliore, la guarigione. Riebbesi di fatto, ma non tenendo conto della pochezza delle sue forze fisiche, tosto si rimise alle opere del suo penoso e faticoso apostolato, e ricadde, onde gli fu forza di ritornare alcun poco a Macao. Ecco com' egli coll'umiltà che sottrae alle cose la loro gravità, e le espone con candore, dà conto di tutto al fratello, al quale anche espone le impressioni del ridente paese, e la generosa pienezza del suo sacrifizio a Dio, onde la tentazione di ritornare in patria nulla potea sull' anima sua:
«Avrai conosciuto dall 'ultima mia che fui alquanto malandato di salute nel gennaio passato, e che al momento in cui ti scriveva quella lettera, parevami stare alquanto bene. Ma che vuoi? La troppa confidenza nelle mie forze, non ancor bene riavute, mi persuase a riprendere le mie solite occupazioni di confessare, predicare, assistere infermi, ecc., e questo mi cagionò una ricaduta che mise in forse la mia piena guarigione. Sicché il medico, che con molta sollecitudine mi curava, ordinommi che lasciassi per qualche tempo Hong-Kong e mi recassi a Macao o a Canton, per mutar aria, e, assai più, per passare alcune settimane in riposo. Mi fu forza appigliarmi a questo partito a cui consigliavanmi anche il mio Superiore e i miei compagni, nonché la mia stessa condizione.
«Io scelsi Macao, sia perché vi fui altra volta, sia perché avrei trovato là, nel Seminario diocesano, ottima compagnia nei RR. PP. Gesuiti, di cui uno è italiano, sia ancora perché nel mio luogo di dimora colà avrei potuto, senza uscire di casa, fare delle buone passeggiate pei viali di quel grande giardino. Quando però partii da Hong-Kong mi sentiva già abbastanza bene, solo mi restava alcun poco di debolezza, la quale mercè un buon appetito e la quiete, ben presto svanì. Anche la stagione alquanto fredda (fu sugli ultimi giorni di febbraio) mi giovò molto a rimettermi in forze, per cui, passati quindici giorni nel mio riposo, volli fare una gita a Canton, di cui sentiva dire grandi maraviglie....
«Amene pianure e campagne verdeggianti cominciarono a rallegrarmi la vista assuefatta da tre anni a non vedere che montagne sassose, aridi e nudi scogli, ché tale è l'aspetto che presentano l'isola di Hong-Kong, quella di Macao e tutte le altre circostanti che sono assai numerose; e mi ricordarono la bella primavera d'Italia col suo cielo così bello quand'è bello, così splendido, così in pace.
«Non ti scandalizzare per queste mie espressioni che puzzano un po' di nostalgia, specialmente nella bocca di un Missionario. Esule volontario, anche quando le rimembranze della patria si rinnovano e si riabbellano nella sua fantasia, egli sa temperarle colla speranza nel sacrifizio che ne ha fatto, e sebbene sia impossibile dimenticare quei luoghi ove si respirarono le prime aure di vita, ove si hanno tanti legami di religione, di sangue, di amicizia; pure la coscienza di essere lungi per un fine buono e santo rende aggradevoli e gioconde anche le spiaggie remote e sassose. Così si degni il buon Dio di continuarmi lo spirito di sacrifizio per la sua gloria e per il maggior bene dell'anima mia (14 aprile l863)!»
Il buon Favini qui accomuna quello che era virtù dell'anima sua, ma non di tutti, perciocché non è raro trovare nei sani stessi il desiderio, anzi il proposito di ritornare in patria dopo un dato tempo, nei deboli ed ammalati quello di rivedere il paese nativo per guarire e finirvi poi i giorni in altri lavori. Questa tentazione egli non la sentiva, e rimanendo nella terra, assegnatagli dal padrone evangelico, con molta temperanza pure usava di quanto arreca guarigione non abbandonandosi a lunghi e costosi viaggi, ma accontentandosi d'un po' di riposo nel luogo più vicino d'aria salubre, non disperdendo lo spirito per ricuperare le forze del corpo, sempre in vista delle sue pecorelle. Macao è a quattro ore di navigazione da Hong-Kong.
Non appena giudicossi guarito fu subito in mezzo ai suoi figli, perché il suo supremo pensiero quaggiù era la loro salvezza come lo disse in seguito allorché, avendo per incidenza parlato della medicina cinese, così si espresse:
«Non vorrei che pensassi che io voglia fare il dottore. No, lascio questa incombenza a chi è del mestiere; a me basta essere medico delle anime, la cura delle quali è ben più difficile, e dipende solo da quel buon Dio nelle cui mani, stanno i cuori degli uomini.» E pensò a stabilire le Conferenze di S. Vincenzo. Movealo il bisogno di moltiplicare, di estendere il soccorso alle necessità spirituali e temporali di coloro che amava, e pei quali come impiegava l'ingegno e le forze, logorava la sanità, così si spropriava. di tutto quanto avea, accontentandosi del più stretto necessario. Svelano questa effusa elemosina le sue stesse parole; poiché non avendo a sua disposizione che quanto gli veniva dato per la celebrazione delle Messe, questo quasi totalmente compartiva a' suoi poveri.
«Nel mese di luglio (scriveva egli al Rettore Gelmini il 10 di settembre del 1863) abbiamo aperto le Conferenze. di S. Vincenzo de' Paoli, membri della quale sono i due Giudici della colonia, cattolici veramente esemplari, una dei quali è il presidente della Conferenza, e il Viceconsole francese, buon cristiano, e i principali tra i Portoghesi di Hong- Kong. Cosicché i miei poveri che prima non potevano avere da me che un venti o venticinque scudi al mese, elemosine di Messe, ora ne hanno una cinquantina. E vantaggio è questo; ma il migliore si è di vedere unite le principali persone cattoliche di Hong-Kong; di vederle ricevere tutte insieme i santi Sacramenti nelle principali solennità della Chiesa; ciò che è di somma edificazione per tutti. Dio voglia benedire questa Società, e darle sempre maggior incremento.»
E un poco più tardi, nel dicembre, aggiungeva rendendo conto al suo Superiore di Milano: «Dobbiamo ringraziare il Signore che si scorga un movimento consolante, poiché, d'anno in anno, va aumentando il numero delle Confessioni non solo tra le donne, ma anche tra gli uomini, che sono i più renitenti, e questo movimento, speriamo nel Signore, continuerà a darci sempre nuovi frutti, ora che si è
potuto stabilire una Conferenza di S. Vincenzo de' Paoli, composta di venticinque socii quasi tutti portoghesi, la quale benché conti solo sei mesi di esistenza, pure è già capace di distribuire tredici, quattordici e quindici scudi tutte le settimane fra quattordici o sedici famiglie povere, col triplice vantaggio di edificarsi mutuamente, di edificare il pubblico e di soccorrere spiritualmente e corporalmente le famiglie più bisognose di Hong-Kong. Finora si verifica di questa Conferenza, la prima e unica stabilita in questo vastissimo impero della Cina, quello che è scritto del grano di senapa, perché cominciò con sette od otto socii e in meno di sei mesi crebbe fino a venticinque, e c'è tutta la speranza di un aumento maggiore.»
Né male si opponeva, perché un altro semestre dopo, esortando il fratello a compire il divisamento d'erigerne una in Lodivecchio, espone come era cresciuta quella di Hong-Kong per inanimarlo:
«L'idea che mi hai espresso nell'ultima tua di stabilire nel nostro paese una Conferenza di S. Vincenzo de' Paoli, sotto il titolo e la tutela di S. Pietro Apostolo, patrono principale della Parrocchia, è degna della miglior lode, perché grande è il bene che ne deriva a quanti la compongono, e ai molti poveri. ... Animo adunque, perché le opere del Signore quando si imprendono con giusti fini, e specialmente per soccorrere i suoi poveri, prosperano infallibilmente.
«La nostra Conferenza di Hong-Kong toccò appena il suo primo anniversario e già conta una cinquantina di socii tra attivi e onorarii. Ti ho già scritto che cominciammo con otto o nove soli ed ora vedi che aumento! E aumenterà ancora, perché tutti la riconoscono eminentemente vantaggiosa (25 giugno 1864).»
Poi come seppe che nella patria sua la desiderata erezione non aveva potuto aver luogo, nel settembre del medesimo anno, così continua: «Vedute le ragioni che la impedivano, anch'io stimai molto prudente che non si sia impresa. Il Signore supplirà con altro al gran bene che quella avrebbe prodotto.»
Poi parlando delle associazioni operaie dice: «Lo spirito religioso in siffatte istituzioni è come il sugo che dà alimento alla pianta, la fa rifiorire sempre bella e più maestosa, la feconda di ottimi frutti. lo lo dico per recente esperienza.
«Quando l'anno passato pensammo a stabilire in queste remote contrade la Conferenza di S. Vincenzo, esaminate le circostanze puramente umane, io avrei disperato di riuscire ad alcun bene. Radunare persone solo intente a negozii temporali, tutta la settimana occupati nei loro travagli, e indurre queste persone a radunarsi tutte le domeniche, nelle ore più calde del giorno, e portare spontaneamente il tributo della loro carità, senza alcuna speranza di materiale compenso, e distribuirla poi alle case de' poveri con non ordinario incommodo, la mi sembrava cosa se non impossibile, ardua però e difficile.
«Invece Dio benedisse la nostra impresa, e la fece prosperare di maniera che, nel giorno del primo anniversario, già si trattava di fondare una seconda Conferenza. Solo Domenica scorsa, non pochi dei nostri socii si maravigliavano di essersi così moltiplicati e di aver distribuito ai poveri nel solo corso di un anno più di mille scudi, che farebbero la somma di seimila franchi, restando ancora un fondo di cento scudi. E tutto ciò senza contare la grande edificazione prodotta tra gli stessi socii, e in tutta la cristianità di Hong-Kong.»

XII. La divina assistenza.

Favini si era consacrato tutto al Signore. Qual cosa più cara per un Missionario della Cina del poter recarsi sulla tomba del Saverio che moriva alle sue porte, e ivi effondere il cuore, e ricevere le ispirazioni che partono da que' ruderi. Eran molti anni che non si visitava Sanciano, e il farlo era tuttora difficile. Presentatasi la buona occasione di un pellegrinaggio divoto, non c'era d'uopo di inviti per destare la volontà di recarsi a quelle venerabili reliquie. Ma D. Gaetano, cui premevano le anime affidategli e la fedeltà esatta a' suoi doveri, anche invitato e pregato, se ne astiene, e compie un sacrifizio, tanto più grande quanto più di cosa divota e rara, piuttosto che venir meno alle sue obbligazioni. Scrive egli:
«Il 19 del passato novembre, centotrenta persone circa, di Hong-Kong e di Macao, con dodici preti, fecero un pellegrinaggio all'Isola di Sanciano per visitare il sepolcro in cui rimase per sei mesi depositato
il corpo dell'Apostolo delle Indie, il Taumaturgo S. Francesco Saverio. Nell'isola non vi sono cristiani, e benché distante da Hong-Kong e da Macao sole novanta miglia, pure è pericoloso l'andarvi e pel timore dei pirati che la costeggiano e per la veemenza della marea che rende assai difficile l'approccio. Sul luogo del sepolcro, in mezzo a cespugli e spine, non trovarono se non alcuni rimasugli di una piccola cappella che dicesi fabbricata due secoli fa, e una lapide che indica il giorno e l'anno della morte del Santo. Arrivati colà alle sette di mattina della Domenica (giorno 19, che risponde al medesimo giorno di Domenica in cui il Santo vi celebrò la sua ultima Messa), s'affrettarono subito ad innalzare una baracca di foglie di palma, e vi piantarono tre altari, uno dei quali sopra il sepolcro, e vi furono celebrate dieci Messe con una solenne, cantata dai collegi ali del Seminario diocesano di Macao. Il P. Rondina, Gesuita, direttore del detto Seminario, recitò inter missarum solemnia un commovente panegirico delle virtù apostoliche del Santo. Anch'io fui ripetutamente pregato di' andarvi, ma, essendo giorno di Domenica, ne fui impedito dalle mie incombenze (13 dicembre 1864).»
Nei travagli della vita apostolica non guardava indietro agli agi della terra nativa, sul campo assegnatogli dalla Divina Provvidenza non fermavasi a cogliere rose, non risparmiava se stesso, era grato al Padre che abbiamo ne' cieli pei doni che gli accordava, magnificandoli con umile riconoscenza; e il Signore lo proteggeva con singolare amore, dandogli non molta salute ma sufficiente al bisogno del suo ministero, preservandolo da sinistri. Così, se nell' autunno del 1863 poteva scrivere: «La mia salute, grazie a Dio, non fu mai. tanto buona come ora;» nel giugno dell'anno seguente, 1864, raccontava:

«Noi siamo presentemente tempestati da una pioggia che continua poco più poco meno dirotta da un mese e mezzo. Dico tempestati, perché in questi paesi non si vede mai né grandine, né neve; la vera grandine sono gli acquazzoni che diluviano dal cielo, e precipitano giù dalla montagna, sul cui dosso sta la nostra città di Vittoria, a torrenti, rovesciando case, schiantando macigni, rovinando strade e condotti. È cosa che si ripete in maggiore o minore estensione tutti gli anni, ma sui primi di giugno di quest'anno, e precisamente la prima Domenica, fu uno spettacolo veramente pauroso. Densi e scuri nuvoloni rendevano il giorno poco differente dalla notte, la pioggia che cadeva dirottissima e continuata andò sempre ingrossando fino al mattino seguente, e tanta era la sua veemenza, che i condotti dell'acqua, benché ampii, scoppiarono in più luoghi, inondando case, scassinando fondamenta, affondando strade, squilibrando muri e perdendo nelle rovine una sessantina di persone. Molte baracche di bambù e foglie, ove si trovavano ricoverati alcune centinaia di Cinesi Acà, situate alle falde superiori della montagna, furono le prime ad essere rovesciate, ed era certamente lugubre la scena che presentavano uomini, donne, fanciulli, infermi che, esposti all' inclemenza del tempo, mandavano grida di disperazione, le quali, miste al rimbombo dei tuoni e al guizzo delle saette, in una oscurità profonda, con un'acqua a diluvio, rendevano lo spettacolo miserando. I buoni cristiani, tocchi da spavento, accendevano nelle case le candele benedette dinanzi al loro piccolo altare, ed esponevano le palme benedette, pregando e invocando aiuto dal cielo. E Iddio, esaudendo le preghiere dei buoni, non permise che le loro case private, né le loro vite fossero colte dal fulmine, di cui in questi paesi, più che in Italia, si ha un grande spavento; ma, secondo la parola della Santa Scrittura, lo lasciò cader sul tempio, e, un'ora dopo, la procella si; disperse e cessarono le acque.
Era appena toccato il segno del mezzogiorno alla torre della nostra chiesa. lo e uno de' miei seminaristi stavamo in chiesa disponendo l'altare per la Trezena di sant'Antonio di Padova, di cui i Portoghesi sono molto divoti, e finito di recitar l'Angelus, udimmo un rimbombo spaventoso come se la chiesa cadesse. «L'abbiamo qui» dissi al chierico, e pensando che crollasse qualche parte della chiesa, vidi cadere in terra dei pezzi di calce, udii sfrantumarsi i vetri delle finestre della torre e corsi sul luogo che era a quindici passi di distanza da me, ma il fulmine che era caduto sulla torre spezzando un angolo del suo cornicione, entrò, per un buco che fece nel muro, nella chiesa, sfiorò la parete vicina ad un quadro al quale portò via la doratura della cornice, ed uscì per un buca che fece nella facciata superiore della chiesa senz'alcun altro danno. Sia lodato Iddio!«Anche i pagani si impensierirono della perversità del tempo, e temendo forte una carestia di riso, i mandarini ordinarono pubbliche preci agli dèi (ma se son sordi!) e proibirono di mangiar carni finché non cessasse la pioggia. Bella lezione ai governanti d'Italia!»

Essendo giunte in Europa veraci notizie intorno al pericolo di soccombere nella malattia, e non essendo atte ad ispirar fiducia quelle che di lui si scrivevano dai compagni di Missione, D. Gaetano aveva ricevuto condoglianze dalla patria, e fors'anche inviti al ritorno. Egli, a dissipare ogni concetto sfavorevole in proposito, e a palesare la risolutezza dell'animo suo, scrisse al fratello, il quale, con sentimenti davvero cristiani, accoglieva queste notizie e propositi:

«Nonostante la malattia incurabile che mi trascina tutti i giorni verso il sepolcro, da questa mia potrai conoscere che sono ancor vivo, che la penna non mi tremola peranco tra le dita. Ben disse chi disse che io era travagliato da una malattia incurabile, perché è già da trentacinque anni che mi affligge la malattia della morte, a cui, come ogni altro uomo vado incontro. Erra. poi chi soggiunse o premise che io tornava in patria; ciò che, dai tetti in giù, posso dire impossibile, avuto riguardo sia alla ferma e risoluta disposizione in cui mi trovava all'atto di mia partenza di non tornare, sia alle presenti disposizioni dell' animo mio risoluto a tutto costo di voler morire sul campo di battaglia. Dissi dai tetti in giù, perché dai tetti in su nessuno può comandare se non Dio, del quale chi può perscrutare i decreti? Del resto, grazie a Dio, la mia salute non è punto alterata, e le mie gambe mi portano per gli erti sentieri della montuosa Hong-Kong con miglior lena di quando qua giunsi. Grazie a Dio, ripeto, perché, quanto all'apparenza, non prometto molto neppure adesso, come non lo prometteva dieci anni fa, quando il defunto e robusto Parroco mi diceva tra il serio e il buffo che a Lodi si dava da alcuni la notizia che io era malato di etisia. Del resto poco m'importerebbe morir oggi o domani, di etisia o di cholera morbus, o di qualsiasi altro malore, solo mi importa morir fedele alla mia vocazione (12 settembre 1864)!»
Ed aggiungeva, il13 dicembre del medesimo anno:
«Intanto ti darò qualche notizia di questi remotissimi paesi ed anche dello scrivente. Anzi,
voglio incominciare da quest'ultimo che tutti credono ammalato e sta meglio di tutti quanti; magro, stecchito, ma, grazie al buon Dio, sempre sano e sempre di buona lena. lo stesso ne sono ammirato. Già capisco anch'io che la prima nevata che venisse vi resterei sotto; ma, per mia buona ventura, mi trovo in paese in cui vi hanno saette, ma non si vede mai neve; e le saette e i fulmini non mi fanno paura dopo che ne ho visti cader vicini senza toccarmi. Voler quello che Dio vuole è la miglior medicina per vivere tranquilli e senza timore.»
E lo confermava al Rettore del Seminario di Lodi, il dì 30 dello stesso mese, dicendogli:
«Dall'ultima volta che ebbi il piacere di scriverle a quest'ora, la mia salute non si è punto
alterata, e il Signore me ne dà tanta da poter sufficientemente disimpegnare i doveri del mio ministero.»

Nelle opere poi del ministero istesso il Signore gli porgeva particolare assistenza e, come rendeva fruttuosa la sua predicazione e la parola de' suoi consigli, così porgeva pure buon esito all'opera sua in difficili imprese. Ne è prova quanto egli narrava di miseri salvati dal suicidio in quel medesimo anno.
«Una sera fui chiamato da una donna che, per gelosia del proprio marito, prese una buona dose di oppio per togliersi la vita. Corsi immediatamente e la trovai distesa sul suo letto, smaniandosi in accenti di disperazione. La prima cosa fu d'imporle di prendere un vomitorio: ma ella voleva ad ogni costo morire. Diceva di essere disposta a confessarsi, ma non voleva di alcuna sorte prolungare la sua esistenza. lo la minacciai di lasciarla morire senza Sacramenti, e di farla seppellire come un cane, secondo le regole della Chiesa, se non prendesse prima la medicina. Dopo lungo combattere fu costretta, volere o non volere, a trangugiare l'emetico che provocandole il vomito, la salvò.
«Il medesimo avvenne ad un'altra donna che prese arsenico. lo ne fui avvisato da una sua cognata che, senza saperne la causa, mi venne a dire che questa donna si trovava a letto per perdite continue di sangue. Siccome io sapeva le antecedenze, così le feci immediatamente rilevare la causa del male e mandai immediatamente per il medico, benché avessi poca speranza della sua guarigione essendo già passate ventisei ore. Fortunatamente si poté ancora salvare, ed ora sta piangendo l'enorme suo attentato.
«Anche un giovane ventenne prese per disperazione una buona quantità di oppio infuso nell' acido solforico. Ma il timor della morte lo spaventò e per mezzo di alcuni suoi amici che, appena avutane la fatale notizia, accorsero alla sua casa, dove era solo, mi fece chiamare alle due di notte, e immediatamente gli feci amministrare una forte dose di ipopecuana che seguita da tre o quattro pinte d' acqua tiepida, gli rassicurò la vita.
«Questa fu come l'epidemia di quest' anno per noi che fummo esenti dal terribile flagello del cholera che ha seminato stragi a, Shanghai e a Manila.»

XIII. Le consolazioni dei pio Missionario.

Come la rovina delle anime e le fatiche sostenute, lavorando una terra ingrata al suo cultore, sono la maggior pena del Missionario costretto a mirare vizi irrimediabili, offese di Dio che non può impedire; così il ravvedimento dei peccatori e la loro penitenza, il bene e l' onor di Dio promosso in qualsiasi parte della terra, sono la sua consolazione. Perciò, dopo d'aver narrato i tentativi di suicidio che gli straziarono il cuore, continua:
«Queste ed altre pillole amare che ci tocca trangugiare vengono però raddolcite da alcune consolazioni che ci tengono in forza lo spirito, il quale altrimenti cadrebbe. Il giorno dell'Immacolata Concezione, che in Hong-Kong si celebra con festa solennissima, essendo l'Immacolata la Patrona principale della Chiesa e della Missione, fu per noi e per tutti i buoni consolantissimo, e perché la concorrenza alla Chiesa ed ai Sacramenti fu grandissima in quel dì e in tutta la Novena che precedette, e perché avemmo Messa Pontificale di Mons. Vescovo Vicario Apostolico di Canton, il quale nella Domenica scorsa ordinò parimenti due suddiaconi del piccolo nostro Seminario cinese.»
Lo consolavano pure le notizie del bene dato dal Signore ai parenti suoi e la pietà promossa nella patria sua, ma senza svigorirne lo spirito dell' alta sua vocazione, onde così, parlava:

«Al fratello, il 14 marzo 1866.
«Le notizie che nell'ultima tua mi desti mi furono molto gradite; il buono stato della famiglia, il divisamento delle campane mandate ad effetto, i santi Esercizii che avranno, o dovevano aver luogo nella nostra chiesa, la speranza di cogliere copiosi frutti, come le volte passate, mi han fatto per un momento desiderare la mia patria affin di partecipare alla gioia di vedere un numero sterminato di comunicanti, qual non vidi mai, né spero di vedere in questi paesi. Ma io ho rinunciato per sempre a Lodivecchio, e solo mi resta la speranza, forse non lontana, di udire dalla nostra patria vera il suono lugubre delle nostre campane che inviteranno i buoni di Lodivecchio a pregar riposo all'anima mia.»

Queste buone nuove gli porgevano occasione di dire al suo D. Angelo un po' del bene operato nel 1865, e le consolazioni onde il Signore gli veniva tra le pene confortando il cuore: Un po' del bene, diciamo, perché egli era solito coprirlo col silenzio e appena tratto tratto accennava qualche cosa per soddisfare all'altrui vivo desiderio di notizie, per l'edificazione fraterna, per il fomento del vicendevole amore; o per dar conto a' suoi Superiori dell'opera sua, e render loro questo doveroso e caro ossequio. Per tal ragione, nella citata lettera; continuava, dicendo:

«Anche qui avemmo una piccola Missione di due prediche al giorno, nella Novena dell' Immacolata, nella cui festa vi ebbe la chiusura del santo Giubileo. Predicò un Padre Gesuita di Macao, in lingua portoghese, benché egli sia italiano, e il Panegirico della Concezione lo fece un altro Padre Gesuita portoghese, pure di Macao. Vi ebbe sempre discreto concorso alle prediche; e buon numero di Comunioni, la più parte del sesso divoto, perché tra gli uomini abbiamo ancora, come sempre, a lamentare negligenza. Però qualche pesce grosso si è preso anche questa volta.
«In un paese come questo, in cui, oltre la mescolanza delle sette religiose e dell'idolatria, la scostumatezza a quelle inerente, e gli scandali di ogni sorta, havvi altresì la facilità dei mezzi di fare il male, l'essere e il conservarsi buoni può dirsi un vero merito.
«Nonostante tutto ciò, posso dire che il germe della fede sussiste in tutti, perché ben pochi sono coloro che mancano alle funzioni della chiesa, e, siccome il pudore non ritiene più il suo lustro originario, così vi vedi assistere anche persone di conosciuta scostumatezza. Però siccome la corruzione è del cuore e non dell'intelletto, così vi è sempre qualche ravvedimento che ci consola nelle nostre angustie. Così, per esempio:
«Due mesi fa morì un vecchio di oltre settant' anni, confortato più volte nella sua malattia (che durò tre mesi) dai santi Sacramenti, con edificazione di tutti coloro che lo conoscevano per un uomo irreligioso e direi quasi incredulo. Ora vedi di che mezzo si servì il Signore per richiamarlo a sé.
«Venne egli da Macao ad abitare con una sua figlia maritata qui, affine di passare i suoi ultimi giorni in sua compagnia. La figlia si ammalò gravemente, ma io non potei entrare in casa perché il vecchio non voleva sapere di preti. Una notte però che l'inferma peggiorò a tal punto da perdere intieramente i sensi, fui chiamato, e, non potendo far altro, le diedi l' assoluzione sub conditione, e le amministrai l'Estrema Unzione. Come però erano attacchi ripetuti d'isterismo, dopo trenta ore si riebbe, e chiese gli altri Sacramenti. Allora fu che io domandai di fare una visita al vecchio che si stava nella sua camera seduto sopra un seggiolone, perché tocco da paralisi. Venni introdotto e accolto con tutta cortesia. Gli ripetei le mie visite, e a poco a poco feci cadere il discorso sopra la Confessione aspettandomi una fiera ripulsa. La grazia però aveva già lavorato nel di lui cuore, ed egli aveva già cominciato a stimarmi, per cui, interessando anche la mediazione della di lui figlia risanata, si confessò e ricevette la Santissima Comunione con tal soddisfazione che non rifiniva di ringraziare il Signore per averlo condotto a prendere una risoluzione, che era ben lontano di aspettare così feconda di consolazioni, e che da venticinque anni più non gustava. Questa fu per me una vera e grande consolazione, della quale ringraziai e ringrazio ancora il Signore e tutte le anime buone che mi aiutano colla carità delle loro preghiere.
«Per Pasqua spero di confessarne e maritarne un altro che vive miseramente in peccato da più di trent'anni. Ecco un'altra spina di meno al cuore. Sia lodato Iddio!»

Né di minore conforto gli erano le conversioni fatte in carcere, e il battesimo amministrato sul palco stesso del capestro, onde gli infelici colpiti dall'umana giustizia, nel mentre che venivano graziati dalla divina misericordia, passavano dalla morte del tempo alla vita dell' eternità indossando la veste candida del Battesimo, simbolo del candore dell'anima rigenerata. In quest'anno, 1866, ce ne furono parecchi, dei quali egli così parla:

«Sulla fine di luglio avemmo due conversioni sopra tre cinesi condannati alla forca per delitto di pirateria. E il giorno di S. Gaetano, un altro cinese, assassino di una donna europea e di una sua bambina, poco prima d'essere appiccato, fu battezzato e cresimato.
«Il giorno seguente, amministrai il Battesimo e la Confermazione a sei altri condannati per pirateria. Tutti parvero ben disposti e sufficientemente istruiti, per cui si può dire di loro che, dopo di avere pirateggiata la terra, pirateggiarono il cielo.»

Questo operava in quelle medesime carceri dove nei primi anni del suo apostolato gli avveniva il fatto seguente, che esporrò colle parole del suo caro confratello D. Gaetano Origo, il qual pure ebbevi parte. Trattavasi di due rei condannati a morte, uno de' quali ostinandosi nelle superstizioni pagane morì impenitente, l'altro di venti anni, tocco dalla grazia, convertissi e morì nel bacio di quel Signore che altra volta accordava dalla sua croce perdono e paradiso al ladro pentito sul suo patibolo.
«Tutta l'ultima notte, narra il pio Missionario, fu occupata nell'istruirlo. Alla mattina andai col P. Favini per l'amministrazione del Battesimo: dicemmo al chierico che l'aveva istruito che gli facesse interrogazioni sulle cose principali. In quel momento, mentre stavamo disponendo pel Battesimo, entra il governatore della prigione col ministro protestante, parroco dell' Union Chapel, Dr. Legge, preclaro per la sua erudizione e cognizione della lingua cinese. Appena entrati e salutati con inchini, il ministro si pone in gentilissimo atteggiamento, curvo, colle mani di dietro, tenendo il cappello ed il bastone, poi domanda a colui che voleva farsi cristiano come la pensava della religione cattolica. Il giovane cinese gli risponde che la religione cattolica conduce alla verità e felicità, e che i protestanti non fanno che mentire. Ferito da questa risposta si alza, sta ritto, e poi si curva ancora e gli domanda se credeva in Gesù Cristo. Il Cinese gli risponde: No. Credeva il neofito che il Gesù dei protestanti fosse diverso dal nostro, e questa opinione gli era somministrata dall' avversione che aveva contro gli Inglesi e in particolar modo contro i protestanti. Allora il ministro dice al P. Favini: Come potete voi battezzare questo cinese che non crede in Gesù Cristo? Il P. Favini dice al chierico che l'avea istruito: Domanda se crede in Gesù Cristo. Il Cinese risponde: Sì, credo che Gesù è Dio ed uomo, nostro Salvatore. - Domandagli ancora. - Sì, credo
fermamente. Allora il ministro si ritirò confuso. Noi gli amministrammo subito il Battesimo senza cerimonie, indi il P. Favini gli amministrò la Cresima. Il Cinese era tutto vestito di bianco, colla croce al collo e la medaglia dell'Immacolata. Il nuovo cristiano, fatto forte dalla grazia, dopo qualche lagrima, rifece il volto allegro, e rispondeva alle esortazioni del chierico che lo teneva mentre gli legavano le braccia per condurlo al patibolo. Là giunto, col chierico sempre ai fianchi che lo esortava a perdonare, a comportarsi da vero cristiano, ascende il patibolo e ivi dice al popolo astante la causa della sua morte, e lo prega di non imitarlo nel peccato, ma bensì nella penitenza, e che egli moriva contento, sicuro del perdono del Signore del cielo. Ciò detto, quieto ricevette la cuffia, la corda al collo, e in un momento morì, con grande stupore del popolo della sua rassegnazione e penitenza. lo mi rimisi al basso del patibolo, e sono testimonio oculare di tutto. Subito dopo domandai al governatore il corpo del cristiano: mi fu gentilmente concesso, e lo feci seppellire col suo feretro nel nostro camposanto.»

XIV. «Bonus miles Christi»

Il maggior pensiero dell'amato confratello era fra le opere del ministero quello di ravviare gli erranti. Nulla più l'affliggeva delle dissolutezze (così facili in terra cocente ed idolatra, fra l'abbondanza degli agi e le lusinghe delle passioni) di donne o d'uomini liberi ancora, o già uniti in matrimonio. Da buon Pastore, con zelo prudente, moveva sulle tracce dei miseri, soffriva con rassegnazione ogni sorta di disprezzi e d'affronti, e mille vessazioni; ma non davasi pace finché non avesse levato il traviamento e lo scandalo.
Tra queste non leggi ere fatiche, sostenute da uno spirito ordinato, dedito all'orazione, severo con se stesso, mite, umile, amico della povertà e del sacrifizio; tra una popolazione resa insensibile, in parte dall'ignoranza, in altra parte dai traffici e dalla cupidigia di denaro e di piaceri; lontano dalle persone più care, sotto un clima gravoso e l'amarezza di perdite fra i compagni; il dì della Addolorata del 1866, settimo anniversario del giorno in cui partivasi da Milano, ebbe un primo sbocco di sangue, seguito da altri alla vicina Pasqua, e da altri ancora che egli veniva occultando, e furono scoperti dall'amorevole sorpresa de' compagni. Nell'ottobre, i medici lo diedero per ispedito. I confratelli, cui doleva assai il perderlo, gli suggerirono il ritorno in patria; ma egli che amava la sua greggia, il suo posto, egli che le tante volte aveva manifestato il generoso proposito di morire in Missione, rifiutò tranquillamente, dicendo: Un vero soldato non teme di morire sul campo. La morte non lo atterriva, lo rallegrava anzi, e se, alla vista dei martiri di Corea, e di una nuova persecuzione nel Tonchino, nutriva un desiderio, sentiva un dolore, eran questi il sospiro del martirio, e la pena di trovarsi lontano dai campi cruenti. Parlando infatti dei forti coreani scriveva: Quanto a me, invidio la sorte avventurosa di quei fortunati che suggellarono col sangue la loro fede, e desidero dal Signore pace a quelle province desolate. E nei giusti
timori di novelli combattimenti nel Tonchino, terra ferace di martiri, così condoleasi dicendo: Fortunati essi che coroneranno la loro vita apostolica con un glorioso martirio! Noi non ne abbiamo neppure la dolce lusinga, poiché ad Hong-Kong è più facile morir tisici che martiri per la fede!
Pieno di tali sentimenti, perseverò a rimanere tra i suoi figli, fino al termine dell' anno adoperandosi quanto e assai più che non valessero le sue forze, sostenuto dall' amore e dalla grazia. In tal maniera poté esporre così, la prima volta che scrisse in Europa, il bene operato, dandone conto al Superiore coll'umiltà che copre ciò stesso che dice: «Di questo che il Signore mi permise di fare a pro delle anime nulla avrei a dirle di straordinario, non numerose conversioni di gentili alla fede, non peregrinazioni apostoliche, non fatiche straordinarie; ma solo le fatiche ordinarie del quieto mio ministero tra cristiani già fatti, sebbene alquanto freddi nella loro religione e restii alle ammonizioni. È vero che il Signore non mi lasciò mancare alcune consolazioni, specialmente nella legittimazione di varie illecite unioni, tre delle quali furono la spina dei sette anni che lavoro in questa vigna affidatami da Dio. Quest'anno la popolazione portoghese, solita ad aumentarsi negli anni scorsi, andò decrescendo, perché, paralizzato d'assai il commercio, molte case commerciali fallirono o chiusero i loro negozii, e molte famiglie che vivevano del salario di queste, furono obbligate a ritirarsi a Macao, dove la sussistenza è meno costosa, oppure a cercarsi i mezzi di sostentamento in altri posti della Cina e del Giappone. Con tutto ciò il lavoro per noi è uguale, e il da fare ancor è molto.»

E ad altra persona a lui cara qual padre, contemporaneamente scriveva:
«Dall'ultima volta che le scrissi a questa parte nulla ho a narrarle di straordinario accaduto in questa Missione. Il seme dell'Evangelio si va spargendo regolarmente tra gli infedeli e ci dà tutti gli anni il frutto di qualche centinaio di conversioni che si verificano più tra le popolazioni rurali che tra gli abitanti della popolosa città di Vittoria, pel motivo della semplicità delle prime, e della maggiore illustrazione (malizia) nelle seconde; a cui le si aggiungono i tristi esempi degli Europei con cui vivono o da cui dipendono, chiaro si vede perché nelle città marittime le conversioni siano così scarse. Anche tra i vecchi cristiani qualche cosa si fa; qualche anima di più si accosta ai santi Sacramenti; si legittimano col matrimonio unioni illecite; nei fanciulli e nelle fanciulle s'instillano i sensi della religione e della pietà mediante scuole e catechismi. Del resto, vizii da estirpare, ignoranti da istruire, unioni da legittimare, insomma del molto male da togliere e del molto bene da fare ce ne resta ancor assai, assai. Quello che noi non potrem fare, lo faranno i nostri successori.

Al termine del 1866, stremato di forze e oppresso dal male, consentì, sebbene a malincuore, alle insistenti preghiere de' confratelli, di recarsi a Manila, a respirarvi un po' d'aria migliore, sia per non offendere la loro affettuosa premura, sia perché Manila non è molto lontana da Hong-Kong, e dall'amata sua greggia. Ma non vi rimase a lungo.
«È, dal principio di gennaio, scriveva quindi da Hong-Kong, il 28 d'aprile del seguente 1867, (al suo confratello, e, un dì, collega di Missione, Scurati), è dal principio del gennaio prossimo passato che sto in riposo perché non poteva più andare avanti; vollero che andassi a provare l'aria e i dolci riposi di Manila, vinsi la ripugnanza d'assentarmi dalla Missione: il primo mese pareva che migliorassi; ma nel meglio delle mie speranze, negli ultimi cinque giorni del povero P. Luigi [Ambrosi] (tra il 9 e lO di marzo), mi vidi obbligato a rigettar sangue; non so se dai polmoni o dai vasi precordiali, il che, sebbene non mi spaventasse, però lasciommi al quinto giorno assai sfinito; e, quantunque non rimanessi a letto, pure ci volle una ventina di giorni per rimettermi. Allora risolvetti di ritornare a Hong-Kong, e vi giunsi il giorno 28 prossimo passato. Qui dunque mi trovo in mezzo si compagni e rassegnato pienamente a fare quello che Dio vorrà, sia che ritornino le forze, o che intieramente si spengano.»
E al Superiore, in termini ancora più teneri, due giorni dopo: «Non mancarono pure le prove con cui il Signore suole tentarci; una delle quali si fu la tosse che, accompagnata da sputi sanguigni, mi dura da un anno e che, nel passato gennaio, mi obbligò ad un forzato riposo e a passare questi ultimi tre mesi nelle isole Filippine per vedere se quel clima più uguale, più mite che quello di Hong-Kong, mi poteva giovare. Ma non fu così la volontà del Signore, laonde ritornai ad Hong-Kong, disposto a fare quel poco
che il Signore mi permetterà di fare. E qui mi aspettava un'altra prova ben dispiacente, la morte del mio amatissimo Superiore, che Iddio volle chiamare a se." Era questi il P. Luigi Ambrosi, del quale, in altra lettera, diceva: «Sentii molto la sua perdita perché era buono e mi amava.»
Ma il suo animo, tutto dato a Dio, dalla malattia e dal riposo forzato non cavava che bene, cui riconosceva tutto dalla immensa bontà di Dio, onde conchiudeva la citata lettera: «Quanto a me particolarmente debbo ringraziare la bontà divina che mi manteneva sempre rassegnato a tutto quello che Dio disporrà di me, sia per la sanità come per la malattia, sia per la vita che per la morte. E questo solo che domando, e che prego umilmente anche Lei a dimandare al Signore per me.» E, il medesimo giorno, con perfetta espropriazione di se stesso, anche circa la gravezza del male, scriveva al Sig. Rettore Gelmini: «Quanto a me, ora faccio quel che posso perché da qualche tempo la mia salute alquanto deteriorata non mi permette più di fare quel che vorrei.»
Sante disposizioni del buon soldato di Cristo che combatte fino alla morte! Il P. Favini, appena ritornato da Manila, sebbene sì gramo, supplicò il suo nuovo Superiore a lasciarlo continuare nel disimpegno de' suoi doveri, dicendo che sarebbe morto più presto se glielo avesse impedito. E continuò di fatto in tutto quanto le forze prostrate glielo permisero: consiglio, esempio e consolazione dei compagni, uno dei quali, il P. Volonteri, presentemente Vescovo Vicario Apostolico dell'Ho-Nan meridionale, scriveva il 19 del maggio seguente, al comune collega Scurati: «Saprà lo stato meschino del buon P. Favini. Questo ci addolora assai, nessuno di noi potrebbe compensare la sua perdita, come Vicario dei Portoghesi. Noi tutti poi ammiriamo in modo speciale la sua prudenza, e ci sono utili i suoi consigli. Volesse la Vergine Santissima fare un miracolo in questo suo mese di grazie, per conservarcelo a lungo. Però sempre: Fiat voluntas Dei!» Potevasi in fatti dire di lui ciò che è scritto di Simone Maccabeo: Ecce Simon frater noster scio quod vir consilii est, ipsum audite (I. Macab. II); dono particolare del Signore, al quale si richiede, giusta S. Bonaventura, il concorso della. sapienza, dell' amicizia e della giustizia: Ad virum consilii tria exiguntur: sapientia, amicitia et justitia (Serm. de SS. Simon et Giud.).

XV. Il Padre Ambrosi.

Quanto dolorosa dovesse tornare all'amato confratello la morte del Prefetto Apostolico P. Ambrosi, si può desumere dalla lunga convivenza di tanti anni, scorsi nella buona unione più perfetta, nella fiducia più intima, e in circostanze per ogni modo difficilissime. Fin da quando sollecitavasi un invio di Missionarii da Milano, intorno ai quali raccomandavasi al Superiore che fossero uomini santi, «La prego, scriveva D. Paolo Reina, mandarmi dei buoni giovani, uomini del Signore. Questa Missione è difficile perché vi sono molti dispiaceri, e il. lavorare puramente per il Signore è necessario per tutti, ma in modo particolare qui.» E i dispiaceri esterni sciolgono bene spesso, per diversità di vedute, la buona armonia d' una casa, d'un convitto. Per Favini non fu così, sebbene infelici circostanze facessero, non che diminuire, crescere i dispiaceri, i contrattempi, le difficoltà, e i sentimenti particolari potessero facilmente sorgere e scindere il dolce accordo.
Per queste affliggenti circostanze il P. Ambrosi terminò forse avanti tempo i suoi giorni; ma egli era buono. Il Missionario D. Giovanni Valentini, cinque giorni dopo la di lui morte, scriveva al suo Direttore in Milano questa bella testimonianza: «L'amato defunto avrà trovato tesori di buone opere presso la misericordia del Signore, tesori che si procurò con una vita tutta, dalla prima gioventù, sacrificata al bene della Chiesa, vita la più regolata nei doveri quotidiani di ottimo Missionario, conoscendone noi tutta l'esattezza alla sua lunga meditazione, all'officio, visita, rosario e divozioni private di cui era certo commovente esempio. Al che è d'aggiungere lo spirito di penitenza e di severa disciplina colla quale si trattava da indizi i che nell'umilissima sua stanza trovammo. La sua carità e la bontà del cuore, oltre alle ottocento persone che l'accompagnarono al cimitero e i molti che vennero a piangere ed a pregare sul suo cadavere, io voglio asserirle, nel modo più solenne, ed anche con lagrime di riconoscenza, poiché nella infermità colla quale mi visitò il Signore l'anno scorso dalla metà di settembre fino a novembre, io l'ebbi a sperimentare non solo premuroso della mia salute, visitandomi giornalmente,
ma impegnato con carità veramente patema a rendermi i più umili servigi (Lettera 15 marzo 1867).»
Il suo carattere era forte ma ragionevole, i suoi modi benevoli, il suo aspetto sempre mite e sorridente, le intenzioni rette e inclinate a bontà, la vita operosa e intraprendente. Egli amava il P. Favini in cui riconosceva meriti non comuni, onde preferendo lo ad altri, quando questi godeva sufficiente sanità, lo indicava e proponeva a suo successore nella Procura di Propaganda e Prefettura Apostolica. Al P. Favini aveva affidato il governo della sua coscienza, al di lui sentimento riferivasi nei giudizii più difficili a formarsi.
E di ricambio D. Gaetano lo stimava ed amava con umile soggezione, e ne sentì vivamente la perdita. Un mese e mezzo dopo il ritorno in Hong-Kong, affettuosamente sfogava il suo dolore, che doveva aggravare l'afflizione della malattia, così esponendo al citato confratello il quale pure lo amava assai, le nuove raccolte: "Come le sarà certamente arrivata notizia, il buon P. Ambrosi passò all'eternità il IO marzo prossimo passato in conseguenza di idrocardite, come l'ho sempre qualificata io, o di kidney, ossia imbarazzo delle vie ureterie come la qualificò D. Kane. Quando egli si mise a letto e quando morì, io era assente, mi trovava nelle Filippine per vedere se la temperatura mite di quei luoghi, il riposo di alcuni mesi, mi restituisse le forze e mi strappasse la tosse che da quasi un anno mi dava occasione a un po' di penitenza; per il che non posso darle minute notizie della sua ultima infermità. Dai compagni che l'assistettero seppi che sopportò con eroica pazienza e rassegnazione i gravi incomodi della sua malattia, e morì con tutti i conforti della religione, confessandosi fino a tre volte nel giorno della sua morte. Sebbene mi dicesse, quando ci separammo, che voleva fare una gita al Giappone, perché non si sentiva ancor disposto a morire, pure accettò volonteroso dalle mani di Dio il decreto della sua morte. I funerali furono splendidi. Mons. Luigi da Castellazzo, che da tre mesi si trovava in Hong-Kong, gli fece le esequie: l'accompagnamento al cimitero fu tale quale non fu mai visto in Hong-Kong. Lo stesso Governatore avrebbe mandato il suo aiutante colla carrozza vestita a lutto se in quel giorno istesso il Corriere d'Europa non gli avesse recata la notizia della morte di suo padre. Portarono la salma parte chierici e preti, parte secolari cattolici di ogni nazione, e parte soldati irlandesi. Alcuni proposero una sottoscrizione per erigere sulla sua tomba un monumento sepolcrale; ed ora si vorrebbe approfittare dell' occasione, per erigere una cappella nel mezzo del cimitero, e in essa riporre le ossa del P. Ambrosi a cui sarebbe specialmente dedicata, poi all'intorno preparare sepolture per me e per tutti i preti che muoiono nella Missione (Ibid.).»
Morendo, il P. Ambrosi. dopo d'aver, ricevuto gli ultimi Sacramenti, incaricò di tutti i suoi officii il R.mo P. Raimondi, che gli fu confessore e consigliere nelle cose riguardanti le Missioni. Dopo che D. Gaetano fu costretto ripararsi a Manila, al ritorno dalla gita fatta per condiscendenza alla carità de' confratelli, ebbe come suo superiore il P. Raimondi, lo amò, ne approvò le misure prese per il bene della Missione, e fu da lui che domandò in favore di lasciarlo lavorare quanto le forze glielo consentivano, finché lo potesse, per la salvezza de' suoi figli, di quelle anime che ardentemente amava in Gesù Cristo.
Così in fatto consolavasi nel cordoglio che l'affliggeva per la morte del venerato Superiore, e faceva voti per l'innalzamento del proprio confratello: «Sieno però grazie al cielo, che ci consola della di lui perdita, colla buona armonia tra noi, e col buono spirito e zelo che anima tutti i nostri compagni, impegnati veramente nell'andamento migliore della Missione Speriamo che anche questa Missione di
Hong-Kong sia per essere ora intieramente affidata al nostro Seminario, e che il P. Raimondi, che ha sempre faticato e sta tuttora faticando valente mente per il bene della medesima, passi da Viceprefetto ad essere Prefetto Apostolico.» E in un'altra lettera aggiungeva: «Per la morte del buon P. Ambrosi (avendo a cagione d'infelici circostanze lasciato dietro a sé la Missione gravata di un forte debito) si fece per economia una casa sola, e siamo tutti riuniti nel collegio accanto alla chiesa, in perfetta unione e accordo, attendendo che Roma disponga di noi, sebbene non dubitiamo che la Sacra Congregazione e il Superiore di S. Calocero si accorderanno nel dare per successore al P. Ambrosi, il P. Raimondi, che ora ne fa le veci con nostra piena soddisfazione.»
I suoi voti vennero ascoltati. Fino a questo momento la Missione era stata servita sì da più anni dai Missionarii del Seminario di S. Calocero, sotto la guida dell'ottimo P. Ambrosi, ma non per anco era stata affidata loro. Il R.mo D. Luigi Ambrosi era nato in Loane sul Veronese nel 1819. Appena finiti primeggiando gli studi i teologici, e celebrata la prima Messa, si dedicò subito alla cura d'anime, come coadiutore parrocchiale nel paese nativo. Circa un anno dopo, desideroso di consacrare la vita in servigio delle Missioni, per la maggior gloria di Dio, si offerse di cuore a disposizione della Sacra Congregazione di Propaganda, e abbandonato per sempre quanto avea di più caro sulla terra fu mandato nel 1845, con altri Missionarii ad Hong-Kong, in qualità di Viceprocuratore di Propaganda. I suoi modi benevoli e la prontezza del suo ingegno, ond'ebbe ben presto famigliari l'inglese, il francese, il portoghese e lo spagnuolo, gli guadagnarono in breve la stima e l'affetto di quanti lo conobbero.
Nel 1856, desiderosi i Padri Francescani che amministravano temporariamente quella nascente cristianità di ritirarsi alle loro Missioni nell'interno dell'Impero, la Sacra Congregazione di Propaganda, per riguardo ai grandi servigi resi dal P. Ambrosi ed alle sue doti particolari sì nel governo ecclesiastico che nell'amministrazione dei beni, lo nominò Prefetto Apostolico della Missione di Hong-Kong, e suo Procuratore generale in Cina.
Parecchi Sacerdoti del Seminario delle Missioni Estere di Milano furono in seguito mandati colà a coadiuvarlo nel nuovo e difficile incarico, ed è sotto il suo governo, e mediante la sua attività, che alla cura parrocchiale dei molti cattolici accorrenti a quel porto da quasi ogni parte del mondo, si aggiunsero scuole per fanciulli e per le fanciulle, e fu edificata una bella chiesa di stile romano, da lui disegnata e fatta costruire. Quando questa chiesa era quasi al termine, verso la fine del 1859, un incendio fortuito la ridusse in rovine coll'attigua casa della Missione.
In mezzo alle difficoltà e privazioni più affliggenti non si lasciò abbattere il coraggioso P. Ambrosi, e presto, con offerte spontanee e generose tanto degli abitanti dell'isola, quanto di molti buoni cristiani di Manila, ebbe la consolazione di vedere la chiesa rifabbricata e condotta a termine con tutto il buon gusto e lo splendore dell' arte.
Nel 1860, le Figlie della Carità, Canossiane, vennero da Venezia ad assumere la cura delle bambine, delle orfane e dei bimbi esposti, per quali esisteva già anche un altro asilo della Santa Infanzia, tenuto dalle religiose francesi, le Suore di S. Paolo di Chartre. Per collocarle il Padre Ambrosi fece sorgere un vasto edifizio dove, in diversi scomparti, quelle pie Vergini sacre faticano incessantemente, con un buon esito ognora crescente.
Nel 1863, con nuovo aiuto della generosa carità degli abitanti delle isole Filippine, si prese a costruire collegio e scuole per fanciulli sull'area stessa dove era stata incendiata la casa della Missione, e in meno di un anno si compiva l'edifizio, nel quale convivevano circa trenta giovinetti e s'adunavano alle scuole più di centocinquanta fanciulli per venirvi allevati al commercio, e insieme alla buona vita cristiana.
Un'altra cappella più semplice ma di giusta architettura venne innalzata per Cinesi, colle offerte della pubblica carità.
Negli ultimi suoi anni si apriva, può dirsi, una Missione sulla vicina terra ferma, ove tre Missionarii e un Sacerdote cinese, distribuiti in varie parti, lavoravano con frutto alla conversione degli idolatri. Cinque Cinesi cresciuti da fanciulli nel Seminarietto della Prefettura furono ordinati Sacerdoti, e da ultimo erasi incominciato un istituto per il ravviamento dei discoli cinesi, sostenuto dalla carità dei fedeli di Hong-Kong che faceva rapidi progressi.
Fra queste opere, nella sollecitudine per Vicariati di tutto l'impero cinese, e fra più sciagure alle quali andò soggetto, incontrò la malattia che, lunga oltre quattro anni, tollerata con impareggiabile forza d'animo, lo portò al sepolcro in età di quarantotto anni, ammirato e compianto con straordinario sentimento da tutti gli abitanti della colonia, nella quale aveva per ben venti due anni faticato con zelo, intelligenza e perseveranza. Non s'aggregò mai al Seminario di S. Calocero, ma ne amò e regolò i Missionarii con affetto paterno, né volle, anche pregato, ammettere altri Sacerdoti nella sua Prefettura all' infuori dei Missionarii di quest'Istituto.
Alla di lui morte la Sacra Congregazione di Propaganda doveva eleggere il nuovo Prefetto e Procuratore, e nella sua bontà non prese uno estranio, ma uno dei Missionarii che già vi avevano faticato,
e affidando all'umile Seminario la Missione, nominò da prima Proprefetto, poi Prefetto Apostolico e suo Procuratore il P. Timoleone Raimondi, adempiendo i voti e le speranze del P. Favini.

XVI. L'ultima malattia.

Ripigliando adunque il lavoro e le sollecitudini consuete, tra il languore dell'infermità che lo consumava e la vista d'altri compagni ammalati o affievoliti essi pure, in angustia scorreva i suoi giorni meritorii: «Il Padre Origo, scriveva egli il 31 dicembre del 1867, s'incammina a gran passi alla consunzione polmonare, sebbene possa celebrare la santa Messa quasi ogni giorno. Il P. Viganò fu di recente salvato da un mal di fegato tanto grave, che si temeva di doverlo perdere. Il P. Valentini anche lui, dopo aver passato il settembre con febbri spasmodiche, continua tuttora con sordi dolori che, non ostante le cure mediche, non sembrano disposti a cessare.»
In circostanze così atte a scoraggiare, durante il bollore della stagione estiva che ad Hong-Kong non ha refrigerio neppure in alcun' ora della notte, scriveva al fratello:
«Qui nulla di nuovo, meno il caldo che si fa sentire ogni dì più, sì che il termometro di Reaumour oscilla costantemente tra il 23° e il 25°, con un'atmosfera qualche volta così opprimente che i mantici ne risentono a misura che i carnevali (anni) aggravano le spalle. Fra breve ne conterò trentotto. Non credeva d'aver a contarne tanti, e sull'incominciare di quest'anno quasi quasi dubitava di giungere fin qui; ma invece pare che le ruote quantunque un po' logore, vogliano andare avanti ancora un pochetto. Pazienza! Quando si può lavorare meno male! e il mio stato di salute, sebbene non sia appieno soddisfacente, pure mi lascia fare qualche cosa; sono contento così. Dì 12 luglio 1867.»
Alla metà di novembre, scrive al medesimo fratello una lettera che sembra il riassunto dei nobili sentimenti di vivissima fede che dominarono tutti i suoi giorni di Missione, di gratitudine a Dio pei flagelli risparmiati al suo paese nativo, consolazione pel fervore nel bene ivi conservato, preghiera per l' attaccamento di Lodivecchio al Santo Padre, sacrifizio che egli offre del proprio ritorno ad impetrare questa grazia singolare, piena disposizione ai divini voleri, gratitudine a chi prega per lui, stima della preghiera onde raccomanda la divozione dell' Unione della preghiera; cosicché non possiamo esimerci dal recarla intera.

«Carissimo fratello, egli dice adunque, in data del 18 di novembre 1867, da Hong-Kong:
«Dall'ultima tua, in data del 29 d'agosto, appresi con sommo piacere che nessuno dei nostri
fu colto dal terribile morbo che bastante strage ha fatto in altre province d'Italia. Questo è un motivo di più per ringraziare il Signore che ci abbia preservati, e che nel nostro paese non si abbia a deplorare che una vittima del rio malore.
«Nello stesso tempo, oh! quanto mi fu consolante la notizia che non venne meno tra i nostri Lodivecchini la fede, la divozione e il fervore in sì minacciosa circostanza, e oh quanto perciò spero che, nonostante la corruzione de' tempi presenti, si conservi illibata la fede tra noi che abbiamo il bene di essere sotto l'immediata protezione del Principe degli Apostoli, nella cui chiesa fummo rigenerati mediante il Battesimo, e santificati, oh! quante volte, pei santi Sacramenti!
«E che questa fiducia sia sincera in me lo puoi argomentare da ciò che, siccome è dovere di ogni buon cristiano, prego sempre per la Chiesa universale, ma in modo particolare prego per quella di Lodivecchio, affinché il Signore si degni preservarla dalla corruzione dei costumi, e da ogni errore contro la santa fede; e, per conseguir ciò, mantenerla sempre costante nell' attaccamento al Sommo Pontefice. a cui fu affidato il deposito della fede, e che, per commissione di Cristo, è la pietra angolare, contro cui le porte d'inferno non potranno prevalere.
«Se per ottenere questa grazia, i miei piccoli sacrifizii e la mia rinuncia a rivedere la patria valgono qualche cosa, ben volontieri ne faccio a Dio l'offerta. Puoi manifestare questa mia volontà risoluta a quelli specialmente che tacciano di ostinazione il continuare nella lontana Missione a cui mi volle il Signore, ed a cui mi rivolsi deciso di non lasciare l'aratro dopo di
avervi posto mano.
«Io non voglio già dire che non si potrebbero dare circostanze imperiose che mi obbligassero a quello che presentemente non ho volontà di fare, poiché so bene che è Dio che dispone di tutto e tutto fa pel nostro meglio; ma fuori di queste circostanze parmi di poter star sicuro sulla fermezza della mia volontà. Quantunque non mi creda robusto, la mia salute però non è così mal ridotta da essere inutile al bene delle anime; e questo mi basta e mi consola, e mi fa sperare maggiori gli aiuti di Dio.
«Passando ora da questa perorazione senza esordio, sono gratissimo e riconoscente a tutte quelle buone persone che nominatamente mi informasti tenermi sempre presente nelle loro orazioni; ed assicurale, per parte mia, che anch'io riservai sempre un memento particolare per quelle buone anime che pregano per me, e animale a perseverare in questa opera di esimia carità, perché nell'unione della preghiera sta la forza che ci ottiene da Dio grazie affatto straordinarie, e particolarmente quella di perseverare nel bene fino alla fine.
«L'unione della preghiera è tanto necessaria anche per mantenere acceso sempre il fuoco della carità che, fin dai primordii del cristianesimo, leggiamo negli Atti degli Apostoli che i fedeli d'allora erano perseveranti unanimemente nell'orazione. Questa faceva la forza dei Martiri; questa strappava dalla loro bocca confessioni edificantissime alla vista di minacce e di tormenti; questa faceva loro beffare santamente le ire dei tiranni.
Per me vorrei che da per tutto fosse estesa questa divozione dell' Unione della preghiera; come lo è in molte diocesi di Francia e d'Italia, e a cui il regnante Sommo Pontefice e Re, largì privilegi ed Indulgenze, che si ponno lucrare senza spesa né fatica.
«Ancora una esibizione al mio antico D. G. C. e poi finisco. Sento che il poveretto si lamenta del suo vecchio e ostinato raffreddore, e più del nuovo raffreddore sopravvenuto gli per il carico della tassa mobiliare. Ora per togliersi da ambi gli impacci io gli suggerirei di venire ad Hong-Kong. Qui guarirebbe dal raffreddore di naso per il calore continuo che vi è, e che fa traspirare fino le ossa; si toglierebbe anche quello di testa perché ora, per favore del Governatore inglese, le tasse che pesavano sulla Missione furono della metà alleggerite....
«Dà i miei saluti a... non che a tutti quelli che fanno di me speciale menzione nelle loro
orazioni... e credi sempre che sono nei Sacri Cuori di Gesù e di Maria.

«Tuo aff.mo fratello D. Gaetano, Missionario Apostolico.»

In questa lettera si sente tutta la vigoria di uno spirito sano in un corpo sano, sebbene non fosse così; e quanto scrive al suo Superiore; sollecitato da lui a dargli notizie, lo dimostra ancor meglio.
«Ella desidera, diceva egli a Mons. Marinoni il 31 dicembre 1867, aver notizie dello stato di salute in cui mi trovo e delle cose della Missione. Quanto a me devo premetterle anzitutto che dopo il mio ritorno da Manila, il quale fu sulla fine di aprile, la mia salute andò sempre progredendo di bene in meglio, sicché fin d'allora non lasciai neppure un giorno di celebrare la santa Messa e di udire le confessioni, di assistere gli infermi, benché mi astenessi dalla predicazione, e questo per la ragione principale che altri potevano supplirvi senza ch'io mi sforzassi. Che la mia salute abbia in questi ultimi anni sensibilmente deteriorato è vero, pure non giunsi mai ad essere stremato di forze, come forse alcuni han fatto pensare. Anzi godo dire a V. S. R.ma che dal giorno 2 dell'ottobre prossimo passato sentii un miglioramento notabile, e questo lo attribuisco all'illimitata fiducia che ebbi sempre e sempre avrò nei suffragii alle anime sante del Purgatorio; altrimenti non saprei spiegare il vedere con ammirazione di tutti coloro che mi credevano intisichito, prendere nella stagione più fredda nuova lena, e colorirsi il volto meglio di quello che lo fosse alcuni anni fa. Quantunque io avessi volontieri preferito il giungere presto agli amplessi divini, pure ringrazio egualmente il Signore che volle prolungata alquanto la mia carriera mortale, perché confido che sarà per il mio meglio. Se è per lavorare per la gloria di Dio non mi rifiuto, né mi rifiuterò giammai. Preghi per me anche Lei, perché possa essere utile operaio nella vigna del Signore.
«Quanto alla Missione le dirò che la Provvidenza di Dio la fa andare meglio di quello che si potrebbe sperare con tre o quattro Missionarii ammalati e col P. Volonteri nelle Filippine. In Hong-Kong, per rispetto ai Portoghesi, anch'io attendo come prima, e le cose camminano come al solito. Per rispetto ai Cinesi di Vittoria poco si può fare, e poco realmente si fa. Nella terra ferma della Missione, il numero dei cristiani aumenta di qualche centinaio tutti gli anni, e lo zelo dei compagni è in questo da lodarsi.»
Intanto una nuova afflizione preparavasi per il suo cuore; la morte del suo caro confratello D. Gaetano Origo. Egli la sopportò con sentimenti di fede, ammirando le divine disposizioni, che lo facevano sopravivere, mentre convenivagli pur riconoscere che i suoi dì declinavano. La forza dello spirito giovava senza dubbio anche al prolungamento dei suoi giorni; la sua moderazione, pace, fiducia in Dio al continuare le opere del suo ministero e della sua carità; pure sul principio di marzo dell' anno seguente ebbe tale insulto dalla malattia che non poteva più parlare e dovette sospendere la celebrazione della santa Messa per venti giorni. Altri sarebbesi atterrito; egli ragionò colla più serena calma ad un suo collega così:

«Ho tra le mani l'ultima sua in data del 28 di gennaio che ricevetti nei primi di marzo, cioè il 7 o l'8, precisamente quando mi resi bambolo e appena balbettava qualche motto smozzicato o scriveva a stento qualche parola che altri intendevano a metà e a mezz'aria. Credo che qualche compagno ne avrà scritto a Milano, e però non voglio ripetere inutilmente il passato. Ciò che posso dire è che non so darmi ragione del come mi sia capitata questa bellissima storia, Dio lo saprà che la volle e in parte la vuole ancora, perché quantunque la vada meglio e possa con qualche piccola difficoltà celebrare la santa Messa e confessare fin dal 28 marzo, mi è ancora alcun che difficile esprimermi correntemente. Già, in fin dei conti, che cosa mi resta ancora sulla terra, se non che presto il Signore mi chiami a sé, e mi aiuti colle sue misericordie per il perdono de' miei peccati? Così adunque, mio caro D. Giacomo, mi aiuti anche lei colle sue orazioni, perché finem perfectum concedat mihi Deus. Chi l'avrebbe detto che il povero Origo dovesse finire prima di me?.. Sono giudizi i di Dio e basta; io che mi sto aspettando da quasi due anni il diem resolutionis sto ancor qui. - Ora rimaniamo in pochi atti davvero al lavoro, poiché, fatti i conti, il solo di noi che goda salute perfetta è il P. Raimondi: gli altri, benché lavorino, soffrono tutti qualche acciacco che fa avvertire la necessità di rinnovare le scene e cambiare i personaggi. Speriamo che all' ora che le scrivo due nuovi si troveranno già in viaggio.»

Questa è l'ultima lettera del Missionario. Due ancora ne riferiremo, però quelle sono dell'operaio che finito il suo compito va a ricevere la mercede; del guerriero che vinti i nemici del suo principe si presenta alla corona. Ma in questa convien notarlo, quelle espressioni: «mi sto aspettando da quasi due anni il diem resolutionis,» gettano luce sulle lettere precedenti e manifestano la fortezza dello spirito che così soavemente le dettava.

XVII. Il congedo dalla vita presente.

Continuò il P. Favini ne' suoi lavori e nelle sue fatiche apostoliche, quanto le forze prostrate glielo permisero, come abbian detto: consiglio, esempio e consolazione de' compagni nel suo tenore di vita, fin verso il mese di luglio del 1868. Nel corso di questo mese, intieramente sfinito, cessò di celebrare nella pubblica chiesa, e il di 13 d'agosto disse per l'ultima volta la santa Messa nella propria camera. Il giorno dopo, mentre un altro missionario, D. Giovanni Valentini, partivasi da Hong-Kong lasciando nell' incertezza che potesse giungere vivo alla meta ultima del suo viaggio, D. Gaetano scrisse a Mons. Marinoni, il Padre che aveva tanto vivamente amato, la seguente tenerissima lettera, colla quale congedavasi da lui, dicendogli:

«R.mo Sig. Superiore, è da alcuni mesi che non ho l'onore di presentarle i miei ossequii, e ciò in conseguenza della mia salute che mi lasciava appena la voglia e il potere di adempire alle prime esigenze del mio ministero. Adesso che non ho altro a fare che aspettare dal misericordioso Signore il termine prossimo della mia vita, visto che tutto sembra ciò indicare, credo di doverle scrivere due linee per rinnovare tutti quei sentimenti di riverenza, amore, rispetto che le ho professato finora costantemente, non meno che verso cotesto nostro venerando Seminario, a cui desidero unitamente prosperità e moltitudine di operai. Chiedo a lei Sig. Superiore, ed agli altri RR. Superiori e Colleghi, perdono di tutto quello in che avessi potuto averli offesi. Mi professo con tutta la considerazione. - U.mo Servo e Figlio in Cristo, Gaetano Favini, Missionario Apostolico.»

Con questa pace l'anima giusta vede l'appressarsi dell'ultimo giorno, e vi si prepara, non omettendo neppure i doveri di convenienza imposti dal cuore. Gli affetti ben regolati non si smentiscono neppure in morte, e così D. Gaetano, compiti da prima gli offici figliali verso il suo Superiore, con giusto ordine compie di poi gli uffici fraterni, e dieci giorni dopo, il 24 d'agosto, scrive al fratello D. Angelo l' ultima sua lettera nella quale, se la memoria non gli è più esatta suggeritrice delle date, il cuore si espande in sentimenti ed effusioni forti, calmi, di fede. Cosi in fatto scriveva:

«Carissimo Fratello, Fr. e Sorelle,
«Ho ricevuto giusto colla prima corriera di luglio il pacchetto colle tre borsette di rapè [tessuto pelato con l'ordito in vista] ed i sei fazzoletti di colore, il tutto con mia piena soddisfazione. Soltanto che non so per quanto tempo potrò far uso dell'uno e degli altri, poiché le forze mi vanno sensibilmente mancando, e dal principio dell'agosto cessai di celebrare in chiesa per la grande difficoltà di ascendere le scale delle quali non si posson quasi numerare i gradini. Per cui celebro ogni tre o quattro giorni nella mia propria stanza (vedi, se fossi ritornato a casa, a spasso tutti questi bei privilegi). Del resto il mio corpo, quantunque senza piaghe, pure è ridotto ad uno scheletro, in tutta la forza del termine; per cui mi rallegro che poco o nulla resterà da divorare ai vermi. Per quanto allo spirito, devo confessarlo ad honorem et gloriam Dei, che non mi son trovato mai così tranquillo e rassegnato ai divini voleri; bisogna dire che vi sieno ben delle anime buone e pie che preghino per me alle quali professo tutta la mia gratitudine. Come pure mi ha sensibilmente tocco la tua espressione di discolpa, o che so io; quello che ho potuto fare, ho fatto con tutto il cuore tanto per te come per tutti gli altri, e godo di aver trovato sempre una corrispondenza quale non poteva a meno che trovare in te.
«Io non so se potrò scriverti altre volte, in tutti i casi ti servano quelle raccomandazioni che di quando in quando ti mandava per te e per gli altri; specialmente il santo timor di Dio, la frequenza ai santi Sacramenti, il buon esempio, l'unione, la pace e l'amore reciproco tra voi altri, procurando di far del bene a tutti, ma specialmente a coloro che hanno prima fatto del bene a noi. Finalmente vi scongiuro che viviate santamente in modo che, potendo morire santamente, ci ritroviamo qualche giorno eternamente riuniti nella gloria del Signore.
«Addio a tutti, addio: nei Sacri Cuori di Gesù e di Maria.
«Oggi, 1 settembre 1868, il medico mi disse che potrei morire quest'oggi o domani.

«vostro A.mo Fratello
«D. G. Favini,
Miss. Ap.»

Le previsioni del medico s'avverarono alcuni giorni dopo.
In così lunga malattia, che lo andava lentamente consumando, esercitò un'ammirabile pazienza,
non volle mai dare ad alcuno il menomo incomodo, né accettò che il servizio d'un fanciullo di tredici anni, il qual pure rare volte al giorno, gli entrava in camera. Volle alzarsi ogni giorno dalle sette del mattino alle otto della sera, e stavasene seduto senza languore, e ben composto nella persona. Il 31 d' agosto, patendo insulti più fieri dalla sua malattia, e ripetendosi questi ancora con forza nei dì seguenti, chiese il santo Viatico, ed ebbe il divino conforto. Il 4 di settembre, sentendo d'accostarsi al sepolcro, ricevette l'Olio Santo. In tali momenti se gli accesero a fianco due candele benedette, ma egli non ne permise che una, perché non avessero poi a mancare al bisogno degli altri. Il dì 5, vigilia della morte, non alzossi; un compagno di sua confidenza, trovandolo ancor digiuno ad ora tarda, gli domanda se voleva prendere qualche ristoro; ed egli risponde: Si. - Che desidera? - Il Paradiso. - E al Paradiso sentivasi vicino; del Paradiso era da sì lungo tempo in consolante aspettazione, da potersi davvero applicare a lui il cupio dissolvi et esse cum Christo di S. Paolo sospiroso della visione e del possesso di Dio! All'una e mezzo, disse che il suo Angelo custode gli era visibile; e agli astanti parve che di fatto l'ammalato parlasse di quando in quando con alcuno che gli stesse al fianco. Sul far del mattino seguente, giorno 6 settembre, alle quattro, fu trovato già senza forze, alle cinque e venti agonizzava, e cinque minuti dopo rendeva l'anima sua bella al Signore, al quale consacrato aveva la vita e i servigio
Fu un dolore per tutti. Come visse da santo, morì da santo. Tal era il concetto in cui l'aveva il popolo, che in questa circostanza diede mirabili segni della sua venerazione. Volle che in chiesa il feretro stesse aperto, e chi baciava i piedi al defunto adagiato sulla bara, e chi gli toccava le mani, poi facevasi il segno della santa croce. Non sul carro, ma a braccia, quelle spoglie benedette furono portate al lontanissimo cimitero, dove una folla di vedove e di madri inginocchiate davanti al feretro, dirigevano preghiere e si raccomandavano al defunto.
«Così chiudevasi - scriveva il Missionario D. Simeone Volonteri, ora Vescovo Vicario Apostolico dell'Ho-Nan, al confratello, compagno di viaggio alla Cina, - questa vita preziosa che fu tutta pel suo Dio e per la salute delle anime, alla cura delle quali si era dedicato con illuminato zelo, e con sì costante e ardente fervore da potersi chiamar vittima della sua carità. Nel corso di otto anni di dimora in Hong-Kong, si meritò universale stima ed amore, ed una ben giusta venerazione, tanto che il popolo a gara toccava il suo cadavere con rosarii od altri oggetti per conservarli come reliquie. Amore si ottenne per l'amabile ingenuità del suo tratto, la nobiltà de' suoi modi, lo schietto e uniforme suo carattere. Stima per la sua dottrina congiunta a rara prudenza ed aggiustatezza di giudizii, ed umile riserbo nel pronunziarli. Venerazione poi per le eminenti virtù che ne abbellivano il cuore, il cui candore traspariva nel volto, nella parola e in tutta la persona. Missionario fu davvero apostolico: ai compagni d'esempio, a me di rimprovero. Pastore vigile si sacrificò pel bene della sua greggia: servo buono e fedele, meritossi in breve la corona delle sue opere sante... È il primo di noi tre compagni di navigazione che ci ha preceduti al cielo; preghiamolo che ci ottenga dal Signore grazie più copiose per servirlo noi pure con egual fedeltà sulla terra, e altresì, per noi due, la grazia di vederlo un'altra volta in cielo. Anche il suo Superiore aspettava da lui grazie specialissime.»
Colui che ha compilato le presenti memorie, qualche anno prima che il buon Missionario morisse, alle nuove minacciose del suo termine vicino, gli aveva scritto con illimitata fiducia raccomandandosegli per il giorno del suo passaggio alla vita beata, perché in Paradiso pregasse per lui e gli ottenesse particolari favori. Or prima che la nuova della morte arrivasse in Europa, dovette evidentemente notare il favore ricevuto, e quando la notizia giunse, considerando il tempo, dovette riconoscere che al momento della morte di lui cominciava la grazia. Quest'ultimo veritiero tributo di sincera riconoscenza gode qui da ultimo deporre, mentre più volte in seguito, invocandolo gli otteneva le grazie domandate, e nella Cina i diletti suoi figli lo vennero ricordando in seguito.
Uno dei Missionarii che gli succedettero nel carico di Vicario dei Portoghesi, così attestava il fatto: «La fama del P. Favini è qui ancor viva, e basti questo per confermarlo. Una mattina di giorno feriale veggo alla mia Messa varii giovani della Congregazione, e richiestili io poscia perché in quella mattina fossero a Messa, mi risposero tutti d'accordo: Oggi è l'anniversario della morte del P. Favini. La qual cosa io non sapeva; ed edificato di questo bell'atto, soggiunsi che il P. Favini li ricompenserà certo dal cielo per questa loro memoria ed affetto. - 20 marzo 1870.»
E ora, amato Favini tanto caro a Dio, al fine della ristampa di queste pagine, colle quali ho cercato, dopo trentanove anni dalla morte, di rammentare l'edificante tuo pellegrinaggio quaggiù, dal luogo di salvezza, da quel cielo dove fermamente ti spero nella gloria, ascoltami ancora, e per l'amore che nutrivi
alla missione di Hong-Kong, per lo zelo delle anime di quella diletta cristianità, per l'intenso amore che nutrivi a' tuoi confratelli, impetraci le grazie che sai nel mio desiderio riguardo a questa diletta Missione. Mentre ringrazio di tutto cuore l' Augustissima, Santissima Trinità per le grazie a te fatte, e, pe' tuoi meriti, invoco quelle che or desidero, tu amorevole ottienmi tali favori alla maggior gloria di Dio, e al maggior bene dei confratelli e delle anime. Possa, in un giorno non lontano, manifestarle e registrarle qui sotto, con animo esultante e grato!

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