IL NOSTRO PROGETTO DI VITA

HONG KONG
LA MEMORIA FONTE DI SPERANZA
NECROLOGI dei MEMBRI del PIME di HONG KONG

a cura di P. Stefano Andreotti

"Interroga le generazioni passate, e rifletti sull'esperienza dei padri.
Noi infatti siamo di ieri e non sappiamo nulla.
I nostri giorni sulla terra non sono che un'ombra.
Ma essi certamente ti insegneranno, 
traendo le parole dal loro cuore"

(Giobbe 8: 8-10)

- 1 - - 2 - - 3 -

1861 - P. Paolo Reina
1862 - P. Antonio Riva
1863 - P. Andrea Fenaroli
1868 - P. Gaetano Origo

1868 - P. Gaetano Favini

1877 - P. Domenico Davanzo
1878 - P. Borgazzi Ignazio
1889 - P. Sasso Luigi
1892 - P. Burghignoli Giuseppe
1894 - Mons. Raimondi Timoleone
- 4 - - 5 - - 6 -

1901 - Mons. Scurati Giacomo
           - P. Viganò Bemardo
1902 - P. Bianchi Francesco Maria
1904 - Mons. Volonteri Simeone
        - Mons. Piazzoli Luigi Maria
1911 - P. Poletti Attilio
        - P. Salice Amasio Francesco
         


1916 - P. Andreoletti Celestino
1919 - P. Gabardi Pietro
1923 - P. De Maria Pietro
1924 - Mons. Pozzoni Domenico

 

 

 

1925 - P. Zamponi Giuseppe
1928 - P. Placzek Agostino
1930 - P. Banchi Antonio
1933 - P.Ferrario Angelo
1936 - P. Carabelli Giuseppe
1940 - P. Crippa Luigi
1941 - P. Garbelli Pietro
1942 - P. Teruzzi Emilio
1943 - P. Arvat Davide
1945 - P. Olivares Gioacchino
1948 - P. Robba Michele

- 7 - - 8 - - 9 -
1950 - P. Spada Giovanni Michele
1951 - Mons. Valtorta Enrico
1953 - P. Maglioni Raffaele
1956 - P. Frare Domenico Andrea
1957 - P. Grampa Angelo
1959 - P. Page Daniele
1960 - P. Zilioli Giacomo
1962 - P. De Maestri Francesco
           - P. Feroldi Alfredo
1963 - P. Bacchin Angelo
1965 - P. Riganti Antonio
1967 - P. Alessio Giusepe
1968 - P. Tragella Giovanni Battista
           - P. Pilenga Baldassare
1969 - Fr. Radice Adolfo
1972 - P. Della Nina Raffaele
           - P. Liberatore Ottavio
1973 - P. Bonaudo Lorenzo
            - P. Bonaldo Pietro
            - P. Poletti Ambrogio
1974 - P. Fraccaro Valeriano
1976 - P. Granelli Andrea
            - P. Galbiati Umberto
1977 - P. Tapella Enea
1978 - P. Cornetti Alessandro
1979 - P. Orlando Carmelo
1980 - P. Speziali Cirillo
           - P. Brookes Riccardo
           - P. Strizoli Giuseppe
1981 - P. Bruzzone Edmondo
           - P. Parodi Mario
1982 - Fr. Brambilla Luigino
1983 - Mons. Bianchi Lorenzo
           - P. Cantore Michele
1984 - Fr. Polo Vittorio
- 10 - - 11 - - 12 -
1988 - P. Beretta Enrico
           - Fr. Colleoni Mario
           - P. Cozzo lino Domenico
           - P. De Angelis Orazio
1989 - P. Maringelli Domenico
           - P. D'Ayala Valva Diego
1990 - P. Ricciardi Francesco
           - P. Viganò Giovanni
1991 - P. Bolis Luigi
           - P. Carrà Giuseppe
1993 - P. Tettamanzi Ferruccio
1994 - P. Calzini Ovidio
           - P. Ramacciotti Adolfo
1995 - P. Santinon Narciso
           - P. Numeroso Luciano
1996 - Fr. Polli Enrico
1997 - P. Gambaro Luigi
           - P. Pittavino Giovanni
1998 - P. Boerio Antimo
           - P. Girardi Giacomo
           - P. Pisani Osva1do
           - P. Bazzo Domenico
2000 - P. Aletta Luciano
2002 - P. Barbieri Amedeo
2003 - P. Einaudi Secondo
           - P. Lerda Francesco
2004 - P. Famiglietti Giuseppe
           - P. Caruso Giorgio
           - P. Crotti Amelio
2006 - P. Lambertoni Adelio
           - P. Maestrini Nicola
2007 - Fr.Causa Andrea
           - P. Mencarini Lido

1901

MONS. SCURATI GIACOMO  (1831-1901)

Necrologio (da Le Missioni Cattoliche, 1901, pp. 266-269)

Il giorno 31 maggio alle ore sedici e mezzo spirava Mons. Giacomo Scurati, direttore di questo Periodico e del Seminario delle Missioni Estere, dopo una malattia di quasi cinque mesi.

Brevi Cenni Biografici

Poiché nei sempre adorabili disegni di Dio fu stabilito che fossimo privati dell'amatissimo nostro superiore Mons. Giacomo Scurati, pienamente rassegnati a quella Divina Provvidenza tanto benigna a nostro riguardo, non possiamo non sentire un profondo dolore per tale perdita, e vorremmo quale attestato di figliale amore e tributo di riconoscenza, far conoscere a tutti le sue opere e le sue virtù, che tutto occuparono una vita non breve, per la santificazione proprie e delle anime, e per la prosperità dell' Istituto a cui era preposto. Poiché però per la ristrettezza del tempo non ci è permesso di debitamente mostrarlo in quella luce che pur si merita, accenniamo per sommi capi quanto caratterizza la sua vita, certi di fare cosa grata a quanti ne ammirano ed apprezzano la scienza e la virtù.
Nacque egli ai 25 febbraio del 1831 in Milano, nella parrocchia di S. Maria del Carmine, da Gaetano e Dina Bertani, che fin dall'infanzia seppero guidare il suo spirito nella via del bene, preparando così un terreno fecondo, perché vi germogliasse una vocazione al Sacerdozio. Fatto perciò alunno dei nostri Seminarii diocesani, vi si distinse per l'esattezza nell'adempimento d'ogni suo dovere, e specialmente per quel riserbo che, facendolo unicamente amante della preghiera e dello studio, lo rese schivo dal mostrarsi in pubblico, e da tutto che accennasse a c1amorosità, spirito che andò continuamente aumentando in lui, e del quale informò poi l'Istituto ed i suoi membri, dicendo che l'opere di Dio appaiono di luce più bella, quando l'uomo le abbandona nell'oscurità. Fu perciò oltremodo caro ai suoi Superiori, e specialmente a Mons. Cassina, che, come appare da alcune sue lettere, lo trattava con speciali segni di stima, e fatto sacerdote nel 1854, lo voleva professore di eloquenza nel Seminario di San Pietro Martire.
Il Signore però lo voleva maestro di quell'eloquenza tutta posta non nella forma oratoria, ma nella scienza del Crocifisso, onde lo moveva a dedicarsi alle Missioni in questo Seminario, che allora non contava più che cinque anni di vita. 1118 settembre del 1855, formulava una supplica a Sua Ecc. Mons. Romilli, perché gli concedesse il desiderato suo assenso e cominciava un carteggio con Mons. Marinoni ed i parenti, che meriterebbe d'essere citato per intero per gli elevati sentimenti, che vi sono espressi.
Le difficoltà trovate in famiglia all'adempimento di questo suo proposito punto lo atterriscono, persuaso, come a suo conforto gli scriveva Mons. Marinoni il 22 settembre 1855, che "erano quelli i primi passi del Missionario, il quale, dopo aver vissuto una vita tutta di sacrifizio, si dispone ad immolare per ultimo anche se stesso sulla croce del duo divino Maestro".
Perciò forte qual si conveniva ad un Apostolo, ma dolce e riverente ad un tempo con affetto di figlio, rispose alle ripetute istanze della madre, ripromettendosi dalla sua virtù perfetta rassegnazione alla volontà del Signore, mentre pur allora superava le inquietudini di una delicata coscienza, non sapendosi tosto decidere tra l'Istituto delle Missioni e la Congregazione degli Oblati, a cui per altro uomini autorevoli lo spingevano.
Risolto però ogni dubbio, svanita ogni perplessità, nel settembre del 1855 entrava in questo Seminario, rimanendovi sino al 1859, in cui era destinato per la Missione di Hong Kong, donde nei tre anni successivi accompagnava Monsignor Spelta, visitatore apostolico in Cina. Stese di questo viaggio una lunga e dettagliata relazione sotto il nome di Memorie di un viaggio in Cina, già pubblicata nelle
Missioni Cattoliche.
Ammalatosi però in questo frattempo, fu costretto a rimpatriare, venne quindi usato nella Casa nell' insegnamento degli alunni, coadiuvando nello stesso tempo Mons. Marinoni nel suo ufficio, mentre tracciava alcune note che servissero alla direzione e formazione degli aspiranti alle Missioni. Le sue doti non comuni, alla morte di Mons. Marinoni, lo additarono ai membri dell'Istituto quale suo degno successore, e fu allora che esplicò tutta quanta quella prodigiosa attività, che sempre ci mostrò l'amato superiore alieno dalla perdita benché minima di tempo.
Consultato da Vescovi e preti di tutta la Diocesi e di altre ancora, sostegno validissimo e prudente consigliere de' suoi Missionarii, sin dal principio corrispose all'aspettazione di tutti. Sotto il peso dell' intero Istituto e delle Missioni, che pur in momenti difficili seppe con provvida direzione e maturo consiglio sostenere, non gli venne meno il tempo per scrivere non poco ad edificazione propria ed altrui, sempre con stile sugoso e conciso, in cui si rivela ad ogni tratto la profonda conoscenza delle divine Scritture e dei santi Padri: sue predilette letture.
Fu il primo redattore dell' Osservatore Cattolico collaborandovi co' suoi scritti. Ciò non gli impedì di tenersi applicato agli studii più cari al suo cuore, compilando buon numero di libri di devozione di cui non accenneremo che pochissimi, come ad esempio: l'Addolorata, manuale di preghiere per le Canossiane; le Devozioni alla Santissima Eucaristia; le Meditazioni a fomento del divino amore; il Corpus Domini (monografia); i Sermoni compendiati o Tracce di discorsi per le Domeniche e Feste del Signore con appendice per il Rito Ambrosiano; l'Ultima Cena, dalla Storia e Concordia Evangelica, nella prefazione della quale scriveva:


"Do alla luce queste poche carte, per invocar perdono d'ogni torto fatto all'adorabile mio Salvatore nel Sacramento dell'Amor suo, nella Sua Casa, nel Suo Culto; e così averlo mite e propizio al momento non lontano in cui mi vorrà sul letto di morte, per far giudizio de' giorni miei, o decretarmi premio o pena da giusto Giudice.
"Vorrei, dopo averlo ricevuto in Viatico confortatore all'ultimo passo, presentarmi a Lui qual tenero figlio a un padre amante, desideroso di farmi entrare presto nel suo Regno! Vorrei breve la purificazione della polvere terrena, per aver subito Lui stesso in soavissimo, perpetuo premio, grande oltremodo, nell' eterna visione, faccia a faccia, di Dio Uno e Trino, e di Gesù Dio e uomo.
"I profondi misteri dell' Augustissima Unità e Trinità di Dio, dell'Incarnazione, Passione e Morte nell 'umana natura del Verbo di Dio Padre, fatto uomo, formeranno la mia perfezione e felicità pienissima ed eterna, per la quale sono stato creato. Ivi, colle gerarchie celestiali, degnate dei più alti gradi di amore e di gloria, adorerò svelato Quello che ora adoro ascoso sotto il velo del Sacramento e della Fede.
"Non è il presente né un lavoro d'oggi, né un lavoro compito e perfetto, e condotto con una sola vista; non son note e riflessioni gettate in carta per nutrimento dello spirito, non destinate alla stampa. Se ora escono con un titolo alquanto pomposo, la ragione è che non seppi trovarne un altro più adatto. Insomma queste poche carte sono i due centesimi della vedova, in un tempo in cui la divina Volontà, presentandomi nella Sua vigna altre opere secondo il suo beneplacito, appena mi acconsente di offrire in propiziazione per me, e in pascolo a chi li gradisse, questi frammenti di un pane che spero benedetto, affinché non periscano: Colligite fragmenta ne pereant (10, VI,12)". Corpus Domini del 1897

Sebbene la polemica non fosse secondo le tendenze del suo cuore, tuttavia zelando ardentemente il trionfo della verità, vi attese con indefesso studio e felice esito, come ne è prova fra l'altre il libro: Se sia lecito abbruciare i morti.
Non è da dimenticare la fondazione del bullettino 'Le Missioni Cattoliche', che ideato dal 1869 al 1870 usciva alla luce il 6 aprile 1872, volgendo in italiano il bullettino francese sorto il 26 giugno 1868, allo scopo di rendere maggiormente note in Italia le opere dei Missionarii, pur continuando al tempo stesso la traduzione degli Annali della Propagazione della Fede per lunghi anni ancora.
Nel 1882, già noto a Roma per le sue rare virtù e la sua scienza, fu fatto Prelato Domestico di Sua Santità. La malferma salute però che nel continuo ed indefesso lavoro veniva man mano indebolendosi, la vinse su di una volontà abituata al sacrifizio, e l'obbligò a letto, che dovette guardare per quasi cinque mesi, colla rassegnazione che rende felici fra qualunque sorta di patimenti. Nutrito assai spesso nella non breve infermità dal Pane degli angeli, fu confortato dai Confratelli ed in modo speciale dalla benedizione del Santo Padre, e da due visite dell'Em.o Cardo Arcivescovo. Riceveva con animo già rassegnato al pieno sacrifizio di se stesso il consiglio di disporsi all'Estrema Unzione, quantunque si ritenesse ancor lontano il pericolo del suo trapasso, riconoscente a chi glielo suggeriva, perché, come egli disse, avrebbe potuto accompagnare colla mente e col cuore, le sacre Cerimonie a lui preziose. Desiderando vivamente che venissero fatti noti i sentimenti di sua pietà verso Dio, e d'intera sottomissione alla Santa Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana immediatamente prima, pregava venisse letta in presenza di tutta la Comunità la seguente protesta:

"In nomine Domini.

Grugana, dì 14 novembre 1892

Potendo essere colto da morte repentina come parecchi miei cari, o perdere l'uso delle mie facoltà, o trovarmi così debole da non poter formare un pensiero, un affetto prima di ricevere i Santi sacramenti, e fare l'apparecchio prossimo al momento supremo da cui dipende l' eternità; fin d'ora umilmente accetto dalla Vostra mano, o Signore, quella morte che la misericordia Vostra giudicherà più spediente per l'eterna mia salute e la maggior gloria Vostra. L'accetto in pena dei miei peccati pei quali mi merito innumerevoli volte la perdizione, e in unione alla morte divina dell'adorabile Salvator mio, Figliuol Vostro, Gesù, che volle per me morire fra le ignominie, le derisioni della croce, affine di santificare e consolare la morte mia temporale, o preservarmi dall' eterna.
"Fiducioso ne' suoi meriti infiniti, nelle Vostre pietose mani, o amante mio Dio, che sebben figlio ingrato oso chiamar Padre, pongo fin d'ora la povera anima mia, colle parole del vostro Gesù in croce: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum; perché difendiate Voi stesso questa poveretta anima mia che costa tutto il sangue della Redenzione, contro le insidie più maligne e gli assalti più atroci che i miei nemici faranno allora per precipitarmi nella colpa e nella dannazione; e l'accogliate con amore all'ingresso dell'eternità, come una figliuola a Voi cara, per tenermi, dopo un giudizio d'affettuoso Padre, di pietoso Salvatore, di Consolatore amorosissimo, sempre con Voi a perfettamente e perpetuamente amarvi e darvi gloria con tutto l'essere mio, come è vostro ardente desiderio, e mio continuo sospiro e preghiera.
"Nell'aborrimento, nell'odio più acerbo contro i nemici dell'anima mia: mondo, demonio e carne; e in ossequio della più fervorosa devozione a Voi, vi offro e vi prego di accettare per quel punto, e ad averli come fatti allora, questi atti che dovrei fare allora, se allora non varrò a concepirne, come pur spero colla grazia Vostra di più perfetti e più santi. Credo pertanto colla fede più ferma, pronto col Vostro aiuto a dare il sangue e la vita piuttosto che dubitare, tutte le verità che la Santa Chiesa Cattolica, per la cui diffusione ho cercato di adoperarmi, e nella quale intendo morire, da figlio affezionatissimo, mi propongo a credere come rivelate da Voi, eterna Verità. E in modo speciale la Vostra santissima Unità e Trinità, la creazione d'ogni cosa dal nulla al principio del tempo, il peccato originale, l'Incarnazione, vita, passione, morte e risurrezione del mio Signore, Figliuol Vostro, Gesù, vero Dio e vero uomo, redentore di
tutti. Credo il divino Spirito santificatore, la santa Chiesa cattolica, l'efficacia dei Sacramenti, la remissione dei peccati, la vita eterna, l'Immacolata Concezione di Maria Santissima, l'infallibilità della Santa Chiesa e del Santo Padre. Con tutto il vigore dell'animo approvo tutto ciò che la Santa Chiesa approva, in particolare il potere temporale del Supremo Gerarca; riprovo e condanno tutto ciò ch' ella riprova e condanna, in specie tutti e singoli gli errori moderni e rosminiani.
"Siccome nella mia vita ho scritto molte cose sì per nutrimento del mio spirito, che per edificazione de' miei prossimi, delle quali altre diedi alla luce, altre lascio inedite, e parecchie non finite, così istantemente prego a prender tutto quanto leggesi in esse nel senso più conforme alla dottrina ed allo spirito della santa Chiesa cattolica, mia madre amatissima, al cui giudizio tutto soggetto colla più intera ed amorosa sommessione; ed a correggere le espressioni inesatte e supplire alle mancanti che si trovassero, in particolare, nei manoscritti non compiti o non riveduti. E Voi, Signore, perdonatemi l'aver sì tante volte avviluppate sentenze in ragionamenti da ignorante, come rimproveraste a Giobbe (xxxviii, 2), che aveva pur così bene difesa la Vostra Provvidenza.
"Appoggiato alle vostre infallibili promesse ed infinita misericordia, spero che pei meriti dell'amorosissimo Redentor mio mi avrete perdonato tutti i miei peccati d'ogni tempo, d'ogni specie, d'ogni gravezza, riconosciuti e non visti, ricordati e dimenticati; e avrete supplito Voi coi meriti del sangue di Gesù a tutto quello che ho mancato io nelle riparazioni ed espiazioni, e nello stesso ricevere il santo Sacramento della Penitenza, non sapendo per la mia miseria far bene cosa verona. Confido che per la morte di croce del Figliuol Vostro Gesù mi preserverete fino all'ultimo respiro ed al tribunale del mio Giudice da ogni diffidenza o presunzione, da ogni peccato che mi tolga od affievolisca il Vostro santo amore. Ma se non mi avreste perdonato ancora, perdonatemi almeno ora per vostra pietà: se conoscessi come meglio riparare e confessare i miei trascorsi, il farei. Tutti piango e aborro i miei peccati, come offesa vostra, disgusto dato a Voi, nera ingratitudine onde ho ricambiato i Vostri benefici. Vorrei non averli mai commessi, e se avrò vita non voglio disgustarvi mai più, perché siete degno per Voi medesimo, per la vostra suprema eccellenza e padronanza, per la vostra infinita bontà, di tutto l'amore, la servitù, l'obbedienza, la gloria dalla vostra creatura ragionevole, e da me in particolare che vi siete degnato colmarmi di benefici i e di grazie senza numero e contro ogni merito, delle quali io vi ringrazio con tutte le mie forze, supplicandovi a concedermi quest' ultimo favore di potervene ringraziare, lodare, benedire, come meritate per tutta l'eternità. No, non permettetemi la somma sventura d'avervi ad odiare in eterno fra i tormenti, ma concedetemi un grande aumento di carità onde in Cielo vi mai coll'amor più grande.
"Ed ora al termine della mia vita, o Dio che desidero e spero proprio d'amare con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze, accogliete per pietà i sensi d' amore di questo mio cuore che sospira di star unito con Voi in eterno. Purificate, accendete, ingrandite in me la Carità, per la quale amo e voglio amare Voi solo, sopra tutte le cose e per Voi medesimo, che tutte le creature insieme non valgono ad amare quanto meritate, o Dio d' infinita misericordia e bontà. Amo per amor vostro tutti i miei prossimi, anche quelli che mi avessero fatto qualche torto, ingiuria, offesa o male qualsiasi, ai quali nuovamente perdono di gran cuore, desideroso di trovarmi con loro nella santa concordia e beatitudine del Paradiso. E da parte mia, invoco umilmente perdono da tutti coloro a cui avessi in qualunque modo fatto torto, offesa, ingiuria o danno; a cui fossi stato occasione d'errore o di peccato, o avessi lasciato mancare le debite correzioni, esortazioni o buoni esempi. E prego Voi, o mio Dio, o mio Salvatore Gesù, che tutto potete, a cui nulla costa, a riparare per me che non posso o non so come fare, i torti o i danni in mia vita, specialmente spirituali, fatti al mio prossimo, fatto ad immagine Vostra e redento con Sangue divino della Croce. Di tanto vi prego alla soglia dell' eternità, ascoltatemi pietoso.
"E ora, o Padre, o Sposo, o Bene mio, concedetemi un più largo perdono: una stilla del Sangue della Redenzione purifichi e adorni la figlia, la sposa, l'amata vostra, che teme ma spera e tutta si pone nelle vostre amorevolissime mani. Presentatela Voi stesso, con benignità e amore, al vostro tribunale, o Gesù. La vista lucidissima d'ogni singolo suo atto in tutta la vita non la spaventi e inabissi, non sia il suo giudizio e sua condanna, ma l'abisso della Vostra misericordia e le Vostro infinito amore accosto a quello della sua miseria, le mostri il perdono accordatole, e la faccia correre con impeto di riconoscenza e amore a Voi, suo Creatore e Padre, a Voi suo Redentore e Santificatore, a Voi Sposo, a Voi Premio. Ecco ch'io vengo a Voi, perdonatemi, accoglietemi. Ditemi la sospirata parola: Fa cuore, sei mio.

"Sac. Giacomo Scurati"

Spirava assistito dai Superiori ed alunni l'ultimo giorno di maggio, onde ossequiare nel Cielo quella Vergine, che con affetto di figlio aveva sempre amato.
Sacerdote esemplare e pio, perde in lui il Clero un modello, il Seminario un sapiente Direttore, i confratelli e gli alunni l'amico ed il padre, augurandosi un successore specchio fedele delle sue virtù.
Lunedì mattina nella chiesa di San Calocero, sulla cui porta leggevasi l'iscrizione:

NELLA SEDE DEGLI ETERNI RIPOSI
ALL'ANIMA ELETTA DI MONS. GIACOMO SCURATI,
PRELATO DOMESTICO DI SUA SANTITA'
DIRETTORE DELLA FACOLTA' TEOLOGICA MILANESE,
DIRETTORE DEL SEMINARIO DELLE MISSIONI ESTERE,
CHE INDEFESSO EDIFICO', SOSTENNE
COI LUMI DI SUA PROFONDA SCIENZA,
COLL'ESEMPIO DI SUE RARE VIRTU',
I VESCOVI I MISSIONARI IN NOME DI CRISTO
MANDATI IN TUTTO IL MONDO
AL PADRE, AL MAESTRO
PREGANO DA DIO IL PREMIO DEL SERVO FEDELE.
R.I.P.

Ebbero luogo solenni suffragi con decorati dalla rappresentanza di Sua Em. il Cardo Arcivescovo, della Facoltà Teologica, dei RR. Preposti della città, dei Seminarii Arcivescovili. Prima di abbandonare la cara salma al Cimitero Monumentale, donde venne trasportata alla Grugana per essere ivi tumulata nella cappella dell'Istituto, il Sig. Mario Mauprivez, a nome dei componenti la Tipografia S. Giuseppe, diresse un ultimo saluto a chi con tanto senno e bontà li aveva trattati e diretti anche pel benessere loro materiale, riconoscendo come la religione sia la vera consolatrice e giusta direttrice dell' operaio, che dietro la sua guida raggiunge anche la debita felicità temporale.
Conchiuse poi augurandosi, come è nostra viva certezza, che dal Cielo non dimentichi i suoi figli, cui ha prodigato tante cure qui in terra" e ci ottenga che, per breve tempo separati da lui, lo possiamo un girono rivedere nella beata eternità.

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P. VIGANÒ BERNARDO  (1837-1901)

Necrologio (dalle Missioni Cattoliche 1901, p. 336)

Milano. - E' già il quarto Confratello che in poco men di quattro mesi, il Seminario delle Missioni Estere di S. Calocero ebbe dolorosamente a perdere. Il giorno 4 corrente mese, moriva in Monticello Brianza, suo paese nativo, il R.P. Bernardo Viganò, missionario apostolico di Hong-Kong. Aggregatosi a questo Istituto, partiva pel suo campo di lavoro nel gennaio dell' anno 1865, e quivi, con quell' energia ed attività che lo distinguevano, tutto si adoperò ad incivilire i poveri infedeli, avendo loro dedicato ben trentacinque anni di continue fatiche. Preso da grave malattia, due anni or sono ritornava in patria a ristabilirsi, e poter di nuovo rivolare al sacrifizio, come era suo desiderio. Avvezzo ai dolori e di carattere gioviale e bonario, sopportava contento la sua malattia. Iddio però lo volle con sé, e nonostante le continue cure ebbe a soccombere, confortato più volte dai Santi Sacramenti. Domenica, giorno 7, gli si fecero solenni funerali in Monticello: e di là veniva poi trasportato alla Villa Grugana per essere tumulato nella cappella mortuaria dell'Istituto. Martedì, giorno 9, nella Chiesa di S. Calocero, coll'intervento di tutti i Superiori dell'Istituto, degli alunni e di tre Contì-atelli di Hong-Kong temporaneamente in patria, si tenne un solenne ufficio funebre, colla Messa cantata dal R.P. Tancredi Conti. Gesù, corona degli apostoli, affretti la pace al servo fedele che s'adoperò per la dilatazione del suo regno. Su la porta della Chiesa si leggeva la seguente iscrizione:

Gesù corona degli apostoli
accogliete nel regno della retribuzione
l'anima del P. Bernardo Viganò
che la forte predilezione della patria dei parenti
perfezionò nell'amore ardente alla salute delle anime
colla sua operosa feconda Missione
durata 35 anni nel Vicariato di Hong-Kong;
tolti i derelitti dall'errore dall'abbruttimento dell'idolatria
li educò alla verità, ai nobili sentimenti
del nostro Vangelo.

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1902

P. BIANCHI FRANCESCO MARIA  (1876-1902)

Necrologio (dalle Missioni Cattoliche 1902, p. 384, pp. 430-432)

Hong-Kong (Cina). - Un'altra grave sciagura gettava nel lutto il Seminario delle Missioni Estere di S. Calocero. Trascorso appena un mese dacché perdeva un provetto Missionario del Bengala Centrale, un telegramma da Hong-Kong, arrivato a Milano alle ore quattordici del 31 luglio, recava la dolorosa notizia: 'Bianchi morto colera'. Attendiamo ulteriori notizie sugli ultimi giorni del giovine Missionario che a soli ventisei anni di età compiva il sacrificio della propria vita per la salvezza di quei poveri Cinesi, alla conversione dei quali portò il concorso delle sue forze, delle sue belle doti di mente e di cuore, delle sue virtù.
Francesco Maria Bianchi, nato il primo di Marzo del 1876 a Melegnano nella Diocesi di Milano, entrò nel Seminario di S. Calocero il 2 settembre 1896. Ordinato sacerdote il 25 febbraio 1899, nel 22 settembre dello stesso anno partì pel Vicariato di Hong-Kong. Da questa città, residenza del Vicario
apostolico, passò sul continente. Lieto di trovarsi sul campo delle sue più vive aspirazioni, nella parte di Missione assegnata all'esercizio del suo zelo, attese con ardore giovanile, con virile costanza e prudente consiglio, a rassodare nella fede i neofiti ed accrescerne il numero colla conversione degli infedeli. Mentre i primi frutti di conversione ravvivavano la sua fiducia di sovrabbondantemente moltiplicarli, continuando le sue apostoliche fatiche per lunghi anni, sentì la voce del Padrone della vigna che chiamavalo a ricevere la mercede del buon operaio e volava a perorare presso il trono dell' Altissimo la causa della sua diletta Missione.
Il giorno 4 corrente, il M.R. Pro-direttore del Seminario portavasi alla Villa Grugana, ove colla Comunità che vi si trova per le autunnali vacanze celebrossi un solenne ufficio a suffragio del caro defunto. Sia in benedizione la memoria di lui, che,
consummatus in brevi, explevit tempora multa.

Abbiamo già annunciato nel N. 32, p. 384, la morte di questo zelante missionario del nostro Seminario di S.Calocero. Il giorno 5 settembre, a Melegnano sua patria nativa, i suoi compagni pieni di ammirazione per il suo generoso sacrificio e solidali nella carità di Cristo, gli celebrarono solenni suffragi. Due missionari di Hong-Kong, e due alunni rappresentavano l'Istituto cui il caro defunto apparteneva. Per la circostanza veniva distribuita una piccola memoria che conteneva quanto qui pubblichiamo a solenne edificazione ed esempio: cioè un affettuoso saluto di un confratello e una relazione dettagliata del fatto doloroso.

Alla venerata memoria
del sacerdote
Francesco Maria Bianchi
Missionario apostolico in Hong-Kong (Cina),
Martire di carità
a soli 26 anni
morto di colera il 23 luglio 1902.

Majorem hac dilectionem nemo habet,
ut animam suam ponat quis pro amicis suis (Gv. XV,13).

Ricordo di P. Francesco Bianchi ((P. G.O., Hong-Kong, l agosto 1902)

Felice il missionario che corona la sua vita di stenti e fatiche colla palma del martirio o con un atto eroico di carità. Il tuo generoso sacrificio, o amato confratello, circonda di una luce abbagliante la tua venerata memoria, e ti rende a noi oggetto di invidia e di santa emulazione. Tu anelavi a morire per le anime, ed a dare a Dio questa grande prova di carità. Mi ricordo quando, discorrendo in viaggio dei pericoli che circondano la vita apostolica, sempre lieto e sorridente parlavi della peste, del colera o del vaiuolo che, bene spesso, sapevi infierire nel tuo campo di lavoro; mi ricordo quando, salutandoti per il mio ritorno in patria, con una stretta di mano, ridendo mi rispondevi: "Prega Iddio che mi faccia morire subito piuttosto che ritornare in Italia."
I tuoi voti furono appagati, e, te fortunato che meritasti di finire i tuoi giorni sul campo di lavoro, in breccia per strappar anime al demonio, e in uno slancio generoso per diffondere la grazia di Cristo! Con zelo ardente ti eri posto a dissodare la tua vigna incolta: la tua prudenza, il tuo savio discernimento, la tua pietà, la tua sete di patire, il tuo amore al Santissimo Sacramento ti guidavano e sostenevano facendo promettere frutti abbondanti; ma il buon Dio nei suoi adorabili fini ti trapiantava in cielo. Come già il Saverio a Sanciano, tu pure, poco discosto da quell'isola fortunata, solo, hai reso l'anima a Dio; e chi sa con quale amore guardando il crocefisso ti sarai offerto per la conversione di coloro che tanto amavi! Onore a te, o forte, che nel fior della vita ti chinasti al divino volere, mentre la carità ti faceva tutto a tutti, ti spronava alla fatica e ti faceva desiderare maggior numero di anime. Quelle che hai assistite nei corpi infetti dal terribile morbo che pur ti trasse alla tomba, ora ti saranno gloriosa corona. Tu vivi eternamente felice nella visione di quel Dio che tanto amasti: dal cielo benedici all'Istituto cui appartieni; benedici alla tua amata Missione; benedici ai tuoi compagni che nel tuo esempio saranno forti per altre lotte contro lo stesso nemico; benedici e sostieni la tua desolata famiglia, che in te vede la sua gloria ed in te s'affida di protezione e conforto. Accetta questo piccolo fiore che depongo sulla tua tomba venerata: a te mi legano lo stesso fine, memorie care, sentimenti di riconoscenza e un vivo affetto: arrivederci in cielo

Stimatissimo Signore,

E' col più profondo dolore che le do alcuni ragguagli sulla morte di suo figlio, don Francesco, che Iddio già chiamò a sé dal campo glorioso delle sue fatiche. Solo ieri sera, a causa della distanza e del cattivo tempo, un corriere del distretto di Hoi-Fung giungeva in Hong-Kong portandoci la terribile nuova dell'improvvisa morte dell'ottimo Padre avvenuta il 23 luglio. Immantinente si telegrafò al Pro-direttore di S. Calocero, dicendo che il P. Bianchi era morto di colera affinché la famiglia ne fosse avvisata e si accelerassero i suffragi.

Non è a dire la pena che questa triste notizia produsse nell' animo di Sua Ecc. Mons. Piazzoli e di tutti i padri della Missione. Stamane gli celebrammo nella cattedrale di Hong-Kong un solennissimo funerale e Sua Eccellenza, quantunque indisposto, volle dare l'assoluzione. Quasi tutti i Padri coi sacerdoti cinesi erano presenti, e così pure vi parteciparono le Reverende Suore Canossiane colle loro orfane ed educande. Dal luogo dove il buon Padre morì il suo corpo sarà trasportato altrove, in mezzo ad una cristianità più grande dove i cristiani gli prepararono pure solenni funerali. Dalla relazione di un confratello che fu immediato predecessore del P. Bianchi nel luogo della sua missione, tolgo i seguenti particolari:
Il buon Padre ai primi di giugno venne in Hong-Kong per intendersi con Monsignore riguardo le sue questioni e ripartiva per la sua residenza verso il giorno 15 dello stesso mese. Fu questa l'ultima volta che ebbimo il bene d'averlo in mezzo a noi. Mentre stava in Hong-Kong fece una visita a Canton per sollecitare, presso le autorità di quella città, giustizia e protezione pei suoi tanto tribolati cristiani. Arrivato in residenza dopo un pessimo viaggio di mare, portossi nella cristianità di S. Giuseppe per fabbricarvi una piccola casa affine di alloggiare due catechiste indigene ottenute dalla carità del vescovo di Canton, Monsignor Mérel, per istruire le donne della sua Missione.
Il buon Padre doveva essere ben contento di questo successo, poiché era una cosa da lui desiderata ardentemente durante tutto il tempo che fu in missione, e fu pure continuo pensiero dei suoi predecessori. Poiché, non avendo catechiste indigene, riesce molto difficile, dato il costume del luogo, istruire per bene le donne. In questo frattempo fu chiamato ad amministrare alcuni cristiani colpiti di colera e che poscia ne morirono. Dopo si portò in Swa-Bue, cristianità posta in riva al mare, dove pure molti morirono del terribile flagello. Quivi si trovava ai 20 di luglio e stava trattando col mandarino locale e con varii capi per ristabilire la pace tra una ventina di paesi pagani che da mesi e mesi erano in guerra tra loro. Chiamato ad Ao-Mei per amministrare un coleroso, partiva il 21 luglio da Swa-Bue e, dopo alcune ore di marcia, sotto un sole cocente, arrivava in tempo a portare al povero ammalato i conforti di nostra religione. Il dì seguente partiva per visitare Wong-Pu, altra cristianità situata sulla riva del mare a cinque ore di distanza. Arrivato colà alla sera, benché un po' stanco, si sentì ancora bastante in forza per confessare tutti quei cristiani, che si preparavano per far la santa Comunione, ma il buon Padre, non avendo forse già passato bene la notte, non si sentì in grado di alzarsi e celebrare. In quel mattino stesso gli si manifestarono i sintomi del terribile male. Il Padre cinese suo compagno di missione si trovava lontano più di dodici ore di viaggio ed intanto il male cresceva. Il buon Padre avrà certamente capito la sua condizione al vedersi colpito da quello stesso male di cui erano morti parecchi da lui stesso amministrati poco dì prima. In quel frangente, egli, solo, senza medicine, in mezzo a poveri cristiani che con tutta la buona volontà non potevano far nulla per aiutarlo, si preparava fra i più atroci dolori a compiere il suo sacrificio. Il male proseguiva il suo corso con fulmine a rapidità ed in quello stesso dì, il 23 di luglio, verso le due del pomeriggio rendeva la sua bell'anima a Dio, martire di carità! Il Signore lo trovò maturo per il cielo chiamandolo a sé dopo soli due anni e otto mesi di missione, e coronando le sue fatiche.
Fiat voluntas tua!
La Missione ha subito una grave perdita colla morte di questo giovane ornato dalle più belle virtù, che col suo infaticabile zelo e colla sua grande prudenza seppe far tanto nel breve tempo del suo apostolato. I cristiani hanno perduto un vero Padre e lo piangono amaramente: la sua memoria passerà certamente in benedizione fra di loro, e i suoi santi esempi saranno per loro un gran stimolo a divenire sempre migliori.
Il P. Bianchi in tutto il tempo di sua missione ebbe occasione di lavorare molto e di soffrire assai per il Signore! Ha amministrato circa centocinquanta battesimi di adulti ed avrà almeno ricevuto un migliaio di catecumeni. Riparò diverse cappelle, fabbricò una bella scuola a Swa-Bue, piccola città abbastanza importante, e aprì due scuole altrove. Ebbe gravi questioni coi mandarini locali per proteggere i suoi cristiani, e si adoperò talmente, che fu abbastanza felice di aver potuto, coll'aiuto di Dio, conchiudere tutto molto bene, con onore e profitto.
L'anno scorso e quest'anno una parte della sua missione venne fune stata dalle barbare e feroci lotte tra paesi pagani di diversi partiti, per cui anche i cristiani che erano sparsi di qua e di là dovettero soffrire molto. In quest'occasione il buon Padre si fece tutto a tutti, e nella sua ardente carità, spogliò se stesso, spese tutto ciò che aveva e si peritò perfino a ricorrere ad imprestiti pur di poter somministrare ai suoi figli spirituali il necessario alla vita. Per una cristianità che si trovava in mezzo ai villaggi tutti nemici, cosicché nessun cristiano poteva uscire per comprare il cibo necessario senza correre un evidente pericolo della vita, egli stesso si accinse all'opera, andò al mercato a comprare le medicine e le altre provviste indispensabili e impedì che quegli infelici morissero d'inedia.
E' morto sul campo assegnatogli da Dio; si mostrò in tutto un vero missionario pieno dello zelo del Signore e ministro fedele ed operaio instancabile. Preghiamo perché il Signore presto gli conceda il meritato premio delle sue fatiche, delle sue pene e della sua carità. Sua Ecc. Mons. Piazzoli con tutti i confratelli di Hong-Kong offrono a Lei ed a tutta la famiglia le loro più sentite condoglianze. Quella viva fede che già le diede forza di sacrificare il figlio al difficile ministero apostolico, la sosterrà nell' acerbo dolore e la spingerà ad abbandonarsi tutto a quel Dio che dispone ogni cosa pel nostro bene. Con il più profondo rispetto mi professo

Suo Dev.mo nel Signore
P. Giovanni M. Spada, missionario apostolico in Hong-Kong

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1904

Mons. VOLONTERI SIMEONE, Vicario apostolico del Henan (1831-1904)

Necrologio (dalle Missioni Cattoliche 1905, pp. 5-9, e 1906, p. 85)

Mentre il Seminario delle Missioni Estere di San Calocero in Milano si trovava già in gravi angustie per la cattiva piega che aveva preso quasi improvvisamente la malattia che da mesi travagliava Mons. Piazzoli, del nostro Seminario, giungeva la ferale notizia della morte di Mons. Volonteri, un altro degli eccellentissimi Vescovi appartenenti al Seminario stesso. Ecco quanto in proposito pubblicava cortesemente l'Osservatore Cattolico:
"Un telegramma giunto la sera della vigilia di Natale al Superiore del Seminario per le Missioni Estere della nostra città e datato da Han-Kou (Cina) annunciava la morte di Mons. Simeone Volonteri,
Vicario apostolico dell'Honan Sud. La dolorosa notizia ha gettato nel lutto tutti i cattolici milanesi, che avevano nel loro concittadino un apostolo benemerito ed esemplare della fede. Poco più di un mese fa Mons. Volonteri, scrivendo al superiore P. Roncari, annunciava la sua partenza per Pechino, ove si recava a trattare di affari importanti per la sua missione e per l'impianto dell'ospedale italiano a Zhumadian: conviene dunque dire che, appena di ritorno dalla capitale dell'impero, il Signore l'abbia voluto seco a festeggiare i gaudii del suo natalizio in cielo.
"Dotato di una mente vasta, di una percezione finissima e di carattere forte, Mons. Volonteri intuiva i bisogni dell' apostolato e subito vi provvedeva; onde non è a meravigliare se col largo concorso proprio e dei pii benefattori poté compire opere gigantesche a salvezza della sua cristianità in momenti critici, e dare alla missione affidatagli uno sviluppo meraviglioso.
"Valendosi della sua qualità di grande mandarino cinese, si era accaparrata la benevolenza della corte e dei grandi dignitari, di modo che, se la missione dell'Honan Sud si trova attualmente in una posizione invidiabile, tutto si deve all'energia e all'attività di questo nostro concittadino.
"Ed ora, se per lui che ha lavorato sino alla fine ed è spirato sul campo da valoroso combattente, la morte non è solo il termine delle fatiche e dei sudori, ma la corona, il premio al servo fedele, per la Missione è una perdita irreparabile, e per il Seminario un'immensa sciagura che solo il buon Dio può lenire e riparare nella sua alta provvidenza. Valgano queste brevi parole, interprete del sentimento di quanti conobbero l'estinto, a confortare in qualche modo il fratello, le sorelle, addoloratissimi.
"Mons. Volonteri era partito da Milano la prima volta il 15 settembre del 1859 per la Missione di Hong-Kong. Allorché nel 1869 veniva da Propaganda Fide affidato al Seminario di S. Calocero il vicariato apostolico dell'Honan, fino a quel tempo tenuto dai Padri Lazzaristi, il 29 giugno del medesimo anno il Volonteri ne veniva nominato pro-vicario apostolico; fu poi eletto vescovo e vicario apostolico, il 25 luglio 1873, e consacrato l'anno dopo al 22 febbraio. A meglio provvedere al bene della missione del vasto Vicariato, Mons. Volonteri ne domandò e ne ottenne la divisione in due Vicariati, l'uno dell'Honan Nord, il secondo dell'Honan Sud."
Fu in questo Vicariato che Mons. Volonteri spiegò tutta la sua infaticabile energia fino alla morte. Contava settantacinque anni di età, dei quali quarantacinque passati in missione.

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Mons. PIAZZOLI LUIGI MARIA,  2° vicario apostolico di Hong Kong (1845-1904)

In memoria (dalle Missioni Cattoliche, 1905, pp. 5-9)

Intorno alla morte di Mons. V olonteri ed alle circostanze che lo accompagnarono per ora non possiamo dir nulla, aspettiamo dai confratelli dell 'Honan sud lettere le quali pur troppo non ci saranno rimesse se non da qui a qualche mese e più; ma di Mons. Piazzoli possiamo dare anche i più minuti particolari e lo facciamo volentieri anche a qualche sfogo del dolore che ci opprime. Ritornato da noi il 2 ottobre per riaversi dalla grave malattia che da più di un anno lo travagliava, Monsignor Piazzoli si era fermato nel Seminario delle Missioni Estere circa tre settimane, ma visto che guadagnava troppo poco credette meglio portarsi nella sua aria nativa di Alzano Maggiore. E quivi parve infatti star meglio, tanto che si lasciò indurre a prestare due assistenze Pontificali. Ma non l'avesse mai fatto! Dalla seconda assistenza, durante la quale soffrì immensamente, non si riebbe più; e tanto andò declinando che pensò di restituirsi a Milano e morire in mezzo ai Colleghi.
Ma la ristrettezza del locale, la mancanza di caloriferi, lo decisero a dimandare una stanza presso la Casa di salute dei benemeriti Fatebenefratelli. Non erano ancora trascorsi otto giorni da che si era portato colà, che cadde in una prostrazione tale che spaventò tutti; non era più la malattia di cuore, l' anemia, era uno sfasciamento totale. Conservava tuttavia sempre lucidità di mente e speditezza di parola.
La notte del Santo Natale il nipote sacerdote, accorso al letto dello zio, celebrò nella stanza il santo Sacrificio e Lo comunicò per viatico. Dopo mezzodì chiese Egli stesso l'Estrema Unzione e la Benedizione Papale, quindi si raccolse in se stesso conservando sempre pienamente la conoscenza e dando le ultime istruzioni al buon P. Pozzoni. Il giorno di S. Stefano dopo mezzodì parve venir meno, quindi si riebbe alquanto e poté ancora benedire un'ultima volta i Superiori e gli alunni accorsi al suo letto. Verso le 18 Sua Em. il Cardinale Arcivescovo, che l'aveva già visitato due volte, volle vederlo un' altra volta, ma dovette constatare che la catastrofe era vicina, e difatti alle 23,30 entrò placidamente in agonia, ed un quarto d'ora dopo la sua bell'anima era già volata in grembo a Dio. Lo assistettero sino alla fine il fratello, il nipote e il P. Pozzoni.
La mattina verso le 9,30, vestito in abiti pontificali, fu portato nella Chiesa pubblica dei Fatebenefratelli cambiata all'uopo in camera ardente, dove accorsero continuamente a venerare le soavi sembianze sacerdoti e popolo d'ogni ceto e condizione fino alle 16 del giorno dopo, quando fu deposto nella cassa, presenti il Superiore del Seminario, P. Pozzoni, i parenti e gli alunni. La mattina seguente verso le ore 9 tutti i Padri e gli alunni del Seminario dalla Chiesa dei Fatebenefratelli portarono in di vota processione la cara salma nella Chiesa di S. Calocero dove si fecero solenni esequie. Terminata la S. Messa, il P. Pozzoni disse due parole dettate dal cuore ed interrotte dalla commozione in memoria del suo estinto Vescovo, quindi coll'intervento di Sua Em. il Cardinale Arcivescovo, che volle così dare all' illustre apostolo di Hong-Kong un attestato di alta stima ed al Seminario un nuovo segno della Sua simpatia, si fecero le cinque assoluzioni di rito intorno alla sua salma. Terminati così i solenni funerali in Chiesa, la cara salma accompagnata da quasi tutti i Padri e dagli alunni del Seminario fu condotta al Cimitero monumentale donde su carro fu subito trasportata alla Villa della Grugana sopra Merate. La mattina seguente parte dei Padri e tutti gli alunni, celebrate le solenni esequie, deposero le care spoglie di Mons. Piazzoli nella cappella mortuaria, dove insieme cogli altri Missionari aspetta il giorno della risurrezione.

Necrologio (dalle Missioni Cattoliche 1905, pp. 7-9)

Ma non si era ancora chiusa la tomba di Mons. Volonteri, che ecco aprirsi alla distanza di tre giorni una seconda, quella di Mons. Piazzoli: ed anche qui ci piace riportare quanto ebbe a pubblicare l' Osservatore Cattolico:
"Mentre il Seminario di S. Calocero ancora piangeva la perdita dell'infaticabile apostolo dell' Honan Sud, Monsignor V olonteri, e si apparecchiava a celebrarne solenni esequie, il Signore volle provarlo una seconda volta, chiamando a sé l'anima dolce e forte di Mons. Luigi Piazzoli, vescovo e vicario apostolico di Hong-Kong (Cina). Egli era ritornato dalla sua missione il giorno 2 del mese di ottobre affranto ed affievolito all'estremo; pareva però che la quiete ed il riposo presso il Seminario e più ancora l'aria di Alzano Maggiore, suo paese nativo, avessero a ridonargli la salute; onde, nonostante la gravezza del male, si sperava sempre che la robusta fibra lo potesse superare; ma purtroppo in queste due ultime settimane la malattia volse al peggio. Da Alzano fece ritorno in Seminario, ma, bisognoso di ambienti spaziosi e caldi, tornava impossibile curarlo qui convenientemente; sicché egli medesimo chiese di essere trasportato nella casa di S. Giuseppe presso i benemeriti Fatebenefratelli.
"Quivi ebbe tre preziose visite del Cardinale Arcivescovo col quale aveva fatta grata conoscenza quattro anni fa, quando per la medesima malattia fu costretto a venire in Europa, e l'assistenza più caritatevole e figliale da parte di quei buoni Padri. Ma pur troppo né la premura di codesti angeli nella carità, né la scienza dell' arte salutare valsero a strapparlo dalla morte e lunedì verso mezzanotte spirava placidamente la sua bell'anima nel bacio del Signore, assistito dal Padre missionario che lo aveva accompagnato in Europa, da un suo fratello e da un suo nipote sacerdote accorsi fin dalla notte di Natale a raccogliere le ultime parole del caro morente.
"D'ingegno eletto, Mons. Piazzoli, aveva una conoscenza non comune delle persone e degli affari, di modo che in meno di dieci anni dacché raccolse quale vescovo l'eredità lasciatagli da Mons.
Raimondi, diede un impulso meraviglioso alla missione di Hong-Kong che deve a lui il suo rifornimento spirituale e materiale. A lui, ricorrevano più che al vescovo al padre, i suoi missionari, i Fratelli della Dottrina Cristiana e le buone Missionarie Canossiane e le Suore francesi che sentirono spezzarsi il cuore allorché il telegramma ferale annunciò loro la dolorosa perdita fatta. A lui facevano capo le più distinte personalità inglesi, cinesi e portoghesi residenti in Hong-Kong, certe di averne sempre un consiglio sicuro. A lui perfino il governatore civile di Hong-Kong e i primi magistrati si rivolgevano anche per le più delicate questioni che nascevano tra cinesi e inglesi.
Né meno lo piangeranno i colleghi della diocesi di Bergamo dove contava numerosi amici ed ammiratori, come lo piangono i suoi parenti, i superiori e gli alunni del Seminario che ebbero campo di ammirare le sue virtù, la sua prodigiosa pazienza e la sua rassegnazione profonda alla volontà di Dio che lo chiamava a sé. Dal cielo, dove è volata l'anima generosa e leale, riguardi e benedica alla sua missione orbata e desolata, al suo Seminario che trentasette anni fa lo accoglieva giovane pieno di brio e di soavità, e preghi perché altri giovani generosi, emulatori delle sue virtù, sorgano e vengano a rimpiazzare il largo vuoto lasciato. Non aveva che cinquantotto anni, di cui trentacinque passati nel laborioso ministero delle Missioni."

Elogio funebre di Mons. Luigi M. Piazzoli, letto dal R. P. Domenico Pozzoni ai funerali nel Santuario di S. Calocero (dalle Missioni Cattoliche 1905, pp. 7-9)

Omnia Sustineo propter electos, ut et ipsi salutem consequentur quae est in Christo Jesu (2 Tim. 2,10)

Queste parole, che l'Apostolo delle genti scriveva al suo Timoteo, sono le medesime che io udiva ripetere spesso dal mio amatissimo or qui defunto Vescovo Mons. Piazzoli. "Sono pronto a tutto, come Dio vuole" diceva sempre, ed avendole sempre dette in tutta la sua vita, ebbe la grazia di poterle dire anche negli estremi momenti: "Sono pronto a tutto, come Dio vuole", sono le ultime parole che pronunciò; dopo di queste parlò ancora, ma non poté più formare una lunga proposizione. Ma egli non solo così diceva con la bocca, ma così faceva anche in pratica, come potrete rilevare dalla narrazione dei fatti della maggior parte dei quali fui testimonio io stesso.
Fui con lui per diciannove anni. Oh, quante cose mi si affacciano alla mente! quante cose ho nella memoria, che desidererei ordinare un poco e dire in modo che riuscissero una giusta e meritata lode al mio amatissimo Vescovo e nello stesso tempo di edificazione e di esempio a tutti. Ma prevedo che non potrò dir tutto ed anche in quello che dirò, sarò molto confuso. Appena arrivato in Hong Kong fu subito conosciuto come sacerdote di gran pietà. Non essendo ancor decisa la sua destinazione, se per Hong Kong o per 1'Honan, egli frattanto, santamente, indifferente, pronto ad andare dove Dio volesse, pur di salvare anime, pregava. 'Appena lo conobbi, - mi disse un giorno un cinese, - Oh! volesse Iddio, pensai subito tra me, che il Piazzoli rimanesse fra noi: egli sarà un buon missionario!' 'E da che rilevasti, dimandai io, - che sarebbe stato un buon missionario?
- 'Da questo, che andava sempre in Chiesa a pregare e pregava con fervore!' E la pietà lo accompagnò per tutta la vita. Non voleva mai dispensarsi dall'ufficio neppure quando era estenuato dalle fatiche ed oppresso dalle febbri, lo lasciava solo costretto per necessità fisica. Nei ritagli di tempo, nei viaggi per terra e per mare, sempre aveva tra le mani il rosario, coprendolo molte volte per la modestia colle maniche della veste. Non avrebbe mai voluto lasciar di dire la S. Messa, al punto che alle volte si accusava di essere stato troppo arrischiato nel voler celebrare, nonostante che, essendo così stanco dalla fatica ed affievolito da malattia, vi fosse pericolo di non poter riuscire a finire il S. Sacrificio, come qualche volta gli accadde. "Se ci dispensiamo dal pregare, quando troviamo difficoltà, quando ci costa fatica, diceva egli, come ce la caveremo nelle altre difficoltà?

"Omnia sustineo! e per poter essere sempre pronto davvero a tutto sostenere incominciava dal sostenere la fatica della preghiera, dalla quale traeva la forza per sostenere instancabilmente e generosamente le altre fatiche. Fatiche nello studio continuo della difficilissima lingua cinese, principalmente nella nostra Missione di Hong Kong in terra ferma, dove si parlano tre dialetti fra loro differentissimi. Egli la studiò con grande diligenza, di giorno e di notte; e di notte vi si applicò tanto da ammalarglisi gli occhi, così ché si temeva che non avesse a guarire. Fatiche nello sforzo di adattarsi ai costumi cinesi del luogo, non solo nelle vesti, non solo portando l'incomoda treccia per più di venti anni, ma più nel dormire quasi sempre su tavole coperte da una semplice stuoia; e questa tavola le molte volte non era che quella della porta di casa, l'unica pulita che si trova nelle case cinesi; più ancora nel vitto, dovendo spesso, viaggiando su barche, nutrirsi di cibi ripugnanti e per la qualità e per la preparazione, a volta soffrendo anche la fame.
Fatiche nei continui e lunghi viaggi fino a percorrere a piedi settanta e ottanta e più chilometri in un sol giorno per sentieri così impraticabili da dovere sempre tenere gli occhi fissi a terra a fine di non inciampare e cadere in qualche fosso; guadando continuamente fiumi e torrenti, fino a restare immersa tutta la persona, anzi fino al pericolo di rimanervi annegato, come gli avvenne più volte, sotto la sferza d' un sole equatoriale oppure sotto lo scroscio d'una pioggia di più ore continue. Fatiche in mare, dove nelle anguste barche, pigiato fra cinesi d'ogni condizione, incontrò varie volte fortissime burrasche, fu una volta assalito dai pirati, cadde nelle acque due volte, non sapendo nuotare..., eppure fu sempre salvo, perché Iddio lo riservava ad ancor più grandi fatiche.
Fatiche nel sopportare fortemente le continue febbri di malaria: fortemente perché non solo le sopportava, ma più che poteva le disprezzava. Furono appunto queste febbri disprezzate e malcurate che a poco a poco lo estenuarono e gli cagionarono quei malori, che lo fecero soffrir tanto e in Missione e nell'ultimo lungo fortunoso viaggio e poi in patria fino a dover soccombere così presto, sebbene di fibra robusta e nonostante le amorevoli cure di chi l'amava e gli sforzi dell' arte salutare.
Fatiche nell'esercizio del ministero principalmente al confessionale, al quale era pronto fin dalle prime ore del giorno e vi rimaneva per lunghe ore, nonostante la sua salute fosse scossa, nonostante il confessare sia così pesante in quei paesi principalmente in Hong Kong, dove si parlano lingue svariatissime e difficilissime, sia dagli Europei che dai nativi. Quante volte ne usciva con la voce rauca, lo stomaco rotto, la testa oppressa, tanto spossato da non potere reggersi, eppure invece di prendersi un po' di giusto riposo, subito si dava ad accudire altri impegni, a disbrigare altre faccende!

Omnia sustineo! Qualche volta affranto da tante fatiche la natura si ribellava: sentiva il bisogno di riposare, ma egli resisteva ancora. 'E come, ripeteva, posso io dire agli altri di non essere troppo curanti della salute, di lavorare assiduamente, fino al sacrificio di se stessi, se non faccio così io?' Eppure fu molto più quello che dovette soffrire internamente! Quando sulle piazze, per le vie, nelle botteghe veniva insultato con i titoli più obbrobriosi; quando correva sulla bocca dei maligni una diabolica diceria sulla benedizione nuziale; quando, cercato a morte, dovette abbandonare i suoi cristiani ed esulare per varii mesi dalla sua missione; quando fu accusato come sovvertitore del popolo, istigatore dei cristiani a non pagare il tributo; quando trovandosi in una cristianità di circa quaranta battezzati, si vide trucidati cinque di essi, e imprigionati quasi tutti gli altri, ed egli stesso ebbe le vesti stracciate ed era sul punto di essere trucidato, se il Signore non avesse ispirato ad alcuni pagani più umani di liberarlo; quando in pubblico tribunale affollato da alcuni traditori cristiani, corrotti dal denaro, chiamato bugiardo e calunniatore, come se avesse voluto far condannare a morte degli innocenti; delitto che i cinesi puniscono colla decapitazione; quando gli si annegarono in una circostanza un servo, in un'altra un altro e poi un prete cinese. Oh quanto soffrì in quelle dolorose vicende! Quali ambascie, quali malinconie al suo bel cuore!
Melanconie che gli toglievano l'appetito e la parola, gli strappavano le lacrime! E ben lo posso dire io che lo vidi piangere; melanconie che gli fecero venir qualche volta il pensiero di ritirarsi, non in patria od in famiglia, ma in un chiostro o in qualche angolo della missione, a pregare e a meditare. Oh quanto vagheggiava questa idea! Ma... conoscendo che la volontà di Dio voleva altrimenti, ebbene! avanti, diceva,
omnia sustineo, propter electos!
E chi può dir qual fu la sua trepidazione quando il Sommo Pontefice gli volle cambiare la croce di legno dal semplice missionario in quella d'oro, ma ben più pesante del vescovo apostolo! E che trepidava? forse le lingue parlate in città, che conosceva sì, ma non a sufficienza per mancanza d'esercizio e che doveva quindi studiare ancora, ritornando scolaro? No, non temeva nulla di tutto questo: Non timeo laborem, sed honorem, ebbe egli stesso a dire; non temeva la fatica ma gli onori, e le nuove gravissime responsabilità. Egli che non tremava davanti alle più grandi umiliazioni, tremava davanti agli onori, e come tremava sottomettendosi ad accettare l' episcopato, così faceva sempre, quando la sua posizione lo obbligava ad esporsi, quando la sua virtù e la sua dottrina, che non erano comuni, le sue decisioni, le sue assennate risposte, la sua prudenza, i suoi consigli anche a persone alto locate, la sua avveduta amministrazione gli attirava ammirazione e lodi. Rifuggiva dalle lodi, ricusava trattamenti speciali.
E da questa umiltà, non che dalla preghiera, traeva la forza per sopportare i diversi caratteri anche i più difficili ad adattarsi, nei limiti del lecito a tutti, e per poter essere sempre prudente e paziente anche con le persone che, umanamente parlando, erano le più odiabili. Bisognerebbe essere stato in Cina fra quelle genti davvero senza affezione, per comprendere quanta abnegazione sia necessaria per sopportarle. E Mons. Piazzoli l'aveva questa abnegazione, per cui poteva dire anche a questo riguardo: Omnia sustineo propter electos. Anzi nella sua umiltà e modestia appariva sempre affabile e piacevole a tutti al punto che tutti anche gli infimi potevano accostarlo, e ognuno che l'avvicinasse si pigliava tosto confidenza di celiare con lui.
Chiamava sempre, anche dopo vescovo, noi missionari col titolo di confratelli, e confratello si sottoscriveva nelle lettere e da confratello voleva essere trattato. La sua mitezza però non gli impediva di essere franco e forte nel sostenere la verità e la giustizia e nell' adempire i suoi uffici e doveri pastorali. Oh quante volte l'udii dire: "Avvenga quel che vuole, sono pronto a tutto, Omnia sustineo, piuttosto che tralasciare quello che nel Signore vedo di dover fare!" Non sapeva però tenere il più piccolo rancore con nessuno, che anzi, se offeso, affinché l'offensore non dubitasse del suo perdono, egli dava segni di maggiore amore. E questo l 'ho sperimentato io stesso.

Omnia sustineo propter electos! Oh, quanto rinnegò se stesso anche a riguardo dei parenti e dei suoi più intimi amici, ai quali scriveva di rado, proprio quando solo la convenienza e la necessità lo richiedevano, egli, che era pur di un cuore così sensibile! Egli voleva che il sacrificio di se stesso fosse generoso e completo, al punto che agli estremi di sua vita, quando mi diede le ultime disposizioni, voleva che non dessi nulla a nessuno, neppure un ricordo ai parenti, voleva che tutto rimanesse alla Missione, e cedette solo quando gli dissi che questo era troppo. lo stesso a nome della Missione e del Seminario era obbligato a'suoi parenti, ai quali porgo qui in pubblico i più sinceri ringraziamenti, specialmente al suo nipote sacerdote, alla sua cognata e alle sue nipoti, avendo fatto tanto per lui in questi ultimi tempi che fu tra loro ammalato.

Omnia sustineo propter electos ut et ispi salutem consequantur in Christo Jesu! Ed avendo fatto così davvero,il Signore gli diede la grazia d'esser preceduto nel cielo da molti eletti suoi cristiani e di lasciarne un gran numero, che lo seguiranno, quando a Dio piacerà. Sotto di lui i Cristiani principalmente sulla terra ferma si moltiplicarono, salendo in questi ultimi tempi a più di migliaia i battesimi di adulti: cristiani, la maggior parte buoni e ferventi, cristiani che l'amavano svisceratamente attratti dalla sua virtù, principalmente dalla sua affabilità, dal suo zelo e dalla sua più che generosa carità. E ben posso dirlo io che lo vedeva andar mal vestito, mangiar male, viaggiare a piedi, abitare case incommode e malsane, pur di poter risparmiare per soccorrere i suoi cristiani.
E ben si vide l'amor grande che gli portavano nelle ricorrenze del suo Giubileo d'argento e della sua consacrazione episcopale. Tutti gareggiarono nella loro povertà, unendosi in gruppi per fargli dei doni che dimostrassero il loro affetto. Ed, oh quanto furono commoventi nei loro doni, proprio in tutto conformi al loro carattere di orientali! Un gruppo di cristiani, previe le prostrazioni secondo i loro costumi, gli offrirono una pecora, colla dedica letta da uno di loro, che diceva: "Tu sei il nostro pastore, foste sempre tutto per noi, noi vorremmo per gratitudine essere tutti tuoi, ma, non potendolo, vogliamo esserlo almeno nel nostro simbolo donandoti la pecora." Un altro gruppo si presentò con un bel grosso gallo: "Tu fosti sempre il nostro solerte disinteressato gallo, svegliandoci dal letargo della colpa, chiamandoci alla preghiera ed esortandoci al sacrificio di noi stessi nell'adempimento dei nostri doveri.
Vogliamo che tutti lo sappiano, quindi ti offriamo qui pubblicamente il gallo, simbolo del tuo zelo per noi" .
Poveri cristiani! che diranno all'annunzio che il loro vescovo non ritornerà più fra di loro? qual dolore ne sentiranno! E cosa avranno già detto e in qual dolore sarà immerso il cuore dei religiosi e delle religiose delle diverse nazioni, principalmente delle buone Canossiane, che tanto l'amavano, perché tanto faceva per loro, e, spiritualmente colla predicazione, consigli e confessioni,e materialmente aiutando le a moltiplicare le loro opere, aumentare le loro scuole e le diverse case di ricovero a seconda dei diversi generi d'afflitti e di tribolati. Che mai avranno detto e qual dolore proveranno tutti i missionari, nonché i sacerdoti indigeni, tutti a lui affezionatissimi, tutti abituati a ricorrere a lui in ogni minima cosa, come al più amoroso padre! Che dirà e come più degli altri sarà abbattuto il suo Provicario, che dipendeva in tutto da lui anche qui in Italia per mezzo di lettere, trovandosi ora col peso della missione sulle spalle! E finalmente che devo dire io, che feci il tirocinio di missionario sotto la sua direzione, che ai suoi esempi, alle sue ammonizioni, ai suoi consigli devo, dopo Dio, tutto me stesso! Aveva in lui il vescovo, il padre, il confessore, l'amico, il conforto per ogni pena, luce per ogni dubbio? Che posso dire, che cosa posso fare fuorché pregare e piangere!
Sì, Monsignore veneratissimo, offro le mie preghiere e le mie lagrime a suffragio della soave e forte anima tua, ma deh! tu dal cielo continuami la tua protezione, e continuala al tuo Provicario, a tutti i missionari, sacerdoti indigeni, religiosi e religiose, a tutti i cristiani, a tutta la missione. Guarda dal cielo con occhio d'amore a questo Seminario, al suo Superiore, che ne accettò con tanta abnegazione la direzione, e agli altri superiori, consiglieri e professori e a tutti gli alunni. Fa che si moltiplichino e fa che tutti, e in Missione e nel Seminario, camminiamo sulle tue orme e imitiamo i tuoi forti esempi. Non dimenticare i tuoi parenti, immersi nel lutto, i quali già sopportano con cristiana rassegnazione, dietro il tuo esempio, il tuo abbandono.
Finalmente una parola di ringraziamento a tutti quanti siete qui convenuti a suffragar l'anima del mio amatissimo vescovo; in special modo devo i miei ringraziamenti a Vostra Em. Rev.ma, che, nonostante sia sempre così occupata, si è degnata di venir di presenza a rendere più solenni questi funebri. Addio, monsignore veneratissimo, riposa in pace nel Signore.
Requiem aeternam dona ei, Domine.

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1911

P. POLETTI ATTILIO ~ (1877-1911)

Necrologio (dalle Missioni Cattoliche 1911, pp. 371-372)

Per potere dare con sollecitudine qualche cenno necrologico del nostro P. Atti li o Poletti, morto ad Hong Kong, come venne annunciato nell 'ultimo numero del bollettino, ci siamo rivolti a due suoi colleghi che si trovano temporaneamente a Milano per ragioni di salute, i RR. Padri Carabelli e Ferrario, i quali sono rimasti costernatissimi del triste e inatteso annuncio. Essi ci hanno favorito questi brevi cenni che riusciranno certamente graditi e di edificazione per i nostri devoti lettori, ed impetreranno all'anima del defunto confratello l'aiuto di molti suffragi.

La triste notizia della morte del nostro carissimo confratello ed amico Padre Attilio Poletti comunicataci con patema premura da Sua Eccellenza Mons. Pietro Viganò, nostro amatissimo Superiore, venne ad amareggiarci proprio a due mesi dal nostro ritorno dalla cara missione di Hong Kong. È doloroso il pensiero di non ritrovar più al nostro ritorno il caro P. Attilio, sempre allegro e gioviale e col quale abbiamo passato insieme giorni tristi e lieti: la sua dipartita è per noi un vuoto sentitissimo come lo è per il nostro vescovo, per gli altri nostri confratelli e per i cristiani sia del continente che dell'isola di Hong Kong. Condottovi ancora chierico nell'ottobre del 1900, perché appena ritornato dal servizio militare, dal defunto nostro vicario apostolico Mons. Luigi Piazzoli, attese dapprima allo studio delle lingue inglese e portoghese in città, e con tanto profitto che in breve tempo parlava, confessava e predicava in ambedue le lingue. L'inglese poi lo parlava e pronunciava così bene da essere lodato dagli inglesi stessi. In principio attese un po' alla cappellania militare ed ai cristiani di Hong Kong e della penisola di Kowloon. Ma dopo un paio d'anni circa, fu mandato ad imparare la lingua cinese su terra ferma.
Mentre studiava l'Akkà a Si-Kung, attendeva, nell'assenza di Mons. Domenico Pozzoni, allora Padre, ai cristiani di quell'importante distretto ed alla fabbrica della miglior chiesa di quelle parti, ossia, quella di Jam- Ten- Tzu, dedicata a S. Giuseppe, patrono del celeste impero. Imparata che ebbe la lingua Akkà, gli fu assegnato da evangelizzare una parte di Missione, il distretto di Tu-yong che, per mancanza di operai evangelici, si può dire non aveva ancora avuto un missionario fisso e tanto lavorò che in breve tempo il numero dei cristiani venne triplicato: le cappelle furono o edificate di nuovo o riparate. Ma in seguito, per l'assenza del cappellano militare di Hong-Kong, venne richiamato in città a sostituirlo ad tempus e nel frattempo attendeva anche un po' all'orfanotrofio senza contare che di tanto in tanto doveva fare qualche visita alla sua missione nel continente. Dovendo però attendere a molte cose la sua missione ne soffrì alquanto. Non potendo darsi tutto ai suoi amati cristiani e catecumeni il fervore di essi, quasi tutti nuovi, ne risentì un po' ed il numero dei cristiani diminuì.
Ritornato di nuovo ai suoi cristiani, Mons. Pozzoni, per il ritorno temporaneo del P. Ferrario in patria, dovette affidargli la direzione anche dei cristiani del nuovo territorio inglese in terra ferma e così il suo lavoro venne duplicato ancora. Il Padre Poletti, per quanto sentisse la nuova responsabilità, pure, sempre obbediente, l'accettò e sappiamo che disimpegnò questo nuovo incarico col suo solito zelo ed alacrità. Con undici anni di missione pertanto il nostro amatissimo P. Attilio aveva già lavorato in parecchi campi e si era reso abile, anche perché sapeva varie lingue, a qualunque posto l'avesse destinato l'obbedienza.
Pel suo carattere poi sempre allegro e gioviale, pel suo buon cuore, si faceva conoscere ed amare da tutti, sia europei che cinesi, dai quali era stimato assai. Ecco perché la notizia della sua morte ci ha colpiti grandemente, e fortemente la sentiamo, e non c'è dubbio che l'avrà sentita anche il nostro veneratissimo Vescovo Mons. Pozzoni, al quale inviamo le nostre sincere condoglianze. Per la sua scossa salute, il P. Poletti in questi ultimi tempi aveva domandato un rimpatrio temporaneo: i superiori glielo avevano già concesso, perché vedevano che ne aveva veramente bisogno. Ma il Signore ha disposto diversamente: egli era maturo pel cielo ed il Signore volle da lui un sacrificio completo, il sacrificio anche di non più rivedere il suo amato padre ottuagenario, il suo carissimo fratello Arciprete di Menaggio e la sua sorella Clorinda, persone che egli nominava sempre nei suoi discorsi ed alle quali scriveva lunghissime lettere, tutte piene di brio e di vita e che leggeva anche a noi prima di spedirle. Noi non dubitiamo che sul suo letto dei dolori avrà offerto questo nuovo sacrificio, che da lui richiedeva il Signore, per la sua amata missione di Hong-Kong e per i figli da lui rigenerati nelle acque del santo battesimo.
Carissimo Attilio, noi non abbiamo avuto la consolazione di vederti morire e di assisterti; non avremo più quella di rivederci quaggiù, ma speriamo di rivederti in cielo.

Il giorno poi 26 del passato mese di luglio, alle ore nove e mezza, alla Villa Grugana, dove si trova tutto il seminario a passare le vacanze, ebbe luogo un ufficio funebre pel defunto nostro P. Poletti. Partiti processionalmente dalla villa ci recammo alla solitaria chiesetta di S. Martino, parata a lutto per l' occasione, vicino al piccolo cimitero dove dormono il sonno dei giusti tanti nostri confratelli, sacerdoti, vescovi e superiori. Si recitò dapprima il solenne ufficio, a cui tenne dietro la Messe solenne da Requiem, celebrata dal P. Angelo Ferrario, condiscepolo del defunto e compagno di missione, durante la quale fu eseguita magistralmente scelta musica sacra dai nostri alunni del Seminario delle Missioni. Dopo la S. Messa il P. Lorenzo Balconi, pure condiscepolo del nostro compianto P. Poletti, disse commosso poche parole rievocando la dolce figura del nostro indimenticabile confratello. Seguì poi l'assoluzione di rito alla tomba, impartita pontificalmente da Sua Ecc. Mons. Viganò, Direttore del Seminario. Erano presenti, oltre il nostro amatissimo superiore, Mons. Viganò, Sua Ecc. Mons. Menicatti, Vicario apostolico dell' Honan Nord, ed il fratello del defunto, Arciprete di Menaggio.

I particolari della morte del R. P. Poletti delle M. E. di Milano, Missionario nel Vic. Ap. di Hong-Kong (dalle Missioni Cattoliche, 1911, pp. 400-403)

Pubblichiamo a conforto dei confratelli e dei congiunti, e ad edificazione di tutti i nostri Lettori le seguenti notizie pervenuteci sulla morte di questo ministro fedele nelle Vigna del Signore. Il Rev. P. Spada scrive a S. Ecc. Mons. Pietro Viganò, Direttore dell'Istituto delle Missioni:

Hong-Kong, 26 Luglio 1911.

Già il telegramma del 24 corrente ha annunziato all'Ecc. V. la grandissima perdita che la Missione di Hong-Kong ha fatto colla morte, direi quasi improvvisa, del nostro amatissimo P. Poletti che spirava la sua bell'anima a Dio alle lO amo del dì 24 corrente nell'Ospedale Civile di Hong-Kong, premurosamente assistito da tutti i padri presenti in Hong-Kong, dalle suore Canossiane e da Monsignor Pozzoni.
Fu tanto rapido il male che ce lo tolse, che non ci pare quasi vero che egli non sia più con noi. Alcuni giorni fa, dopo un viaggio alla città, sede del suo Distretto, dove si recò a visitare il
Mandarino per un atto urgente in bene della sua Missione, avvisò non poco di malessere seguito da febbre leggiera. Il dottore dopo un diligente esame dichiarò che si trattava di tifo e consigliò che fosse portato all'Ospedale Civile per essere meglio curato. Colà il Dottore in capo col suo assistente non poterono trovare i bacilli del tifo e credettero che fosse un caso di appendicite, quando tutto d'un tratto verso le 3 p.m. del giorno 23 corrente il P. Potetti d'improvviso s'aggravò e subito gli furono amministrati il Santo Viatico e l'Estrema Unzione. Li ricevette questi Sacramenti con una perfetta rassegnazione e colla più commovente pietà rispondendo a tutte le preghiere.
Intanto i due dottori si pronunciarono che il caso era disperato e che forse non avrebbe passata la notte ed era perciò impossibile tentare qualsiasi operazione per salvarlo. Data la sua fibra robusta e giovane passò discretamente quella notte che egli stesso sapeva poter essergli fatale e quantunque assai oppresso dal male, conservò il suo carattere giulivo ed allegro anche in mezzo a' suoi dolori che di quando in quando gli si facevano sentire acutissimi.
Alle 10 p.m. del dì 23 il dottor Kock, capo dell'Ospedale, lo visitò e domandò come stava, a cui egli rispose tutto giulivo che stava meglio e che non soffriva più tanto, ma il dottore che aveva trovato il polso capillare tosto gli replicò: ma voi, Padre, state molto male. Egli però non si dava per vinto e vedendosi attorno Monsignore, i Confratelli e le Suore e tutte le cure che si aveva di lui, disse in tono faceto: Oh quante storie per un moribondo! ed a Monsignore, da cui aveva già ottenuto licenza di recarsi in Europa, pure disse che invece di andare a vedere il suo padre ottantenne, il suo fratello e sua sorella, sarebbe andato invece in Paradiso a vedere la sua mamma.
Ebbe sempre la sua piena conoscenza e solo la perdette brevi istanti prima di morire.
Appena passata la mezzanotte del 23 ricevette la Santa Comunione e di quando in quando andava recitando delle giaculatorie.
Viene l'alba ed intanto si mostravano sulla sua faccia più evidenti i segni della sua prossima fine. Egli riceve la benedizione Papale con l'indulgenza plenaria e risponde pure a tutte le preghiere.
Verso le 9 a.m. del 24 il dottore in capo viene a visitarlo e dice che al massimo durerà ancora un' ora ed egli se ne approfitta per confessarsi ancora. La Rev. M. Superiora delle Suore Canossiane gli si avvicina e gli dice che si ricordi poi in Paradiso di lei, delle Suore e di tutta la Missione, a cui egli risponde con commozione che lo farà.
La sua fine intanto si avvicina, il colore del volto gli si cambia in sanguigno e la sua voce si fa più difficile. Si recitano le preghiere degli agonizzanti. Ripete più volte con grande fede e divozione la giaculatoria: Giuseppe e Maria, spiri in pace con voi l'anima mia; bacia più volte il Crocefisso, se lo stringe tra le mani ed io poscia glielo metto sul cuore. Ad un tratto non ha più forza di stringerlo fra le sue mani, fa ancora alcuni movimenti e rende la sua anima al Creatore. Erano le lO a.m.
Tutti i Confratelli e le Suore costernati erano in pianto. Adoriamo gli imprescrutabili disegni del Signore! Fiat voluntas tua! Recitiamo le preghiere del rituale, quando Mons. Pozzoni, che era andato ad assistere un' altro ammalato, arriva senza aver avuto la consolazione di vederlo ancora in vita.
Ieri 25, Mons. Pozzoni, coll'assistenza di tutti i Padri della Procura francese e spagnuola e di noi, coll'intervento delle ragazze europee e cinesi delle Suore Canossiane, la Comunità dei Fratelli delle Scuole Cristiane; e un grande numero di fedeli, pontificò, presente cadavere, nella Cattedrale.
Il funerale fu fatto alle 5,15 di sera alla Cattedrale ed al Cimitero, dove una grande folla di gente già aspettava l'arrivo del carro portante le spoglie del defunto padre seguito da una lunga processione. Monsignor Pozzoni ufficiò assistito dai Confratelli e da tutti i padri delle Procure francese, spagnuola e stabilimenti delle Missioni Estere di Bethanie e Nazareth. Le Suore francesi di Saint Paul de Chartres colle loro ragazze e le Suore Canossiane pure colle loro ragazze erano presenti insieme ad una grandissima folla di fedeli ed amici. Finito il santo rito molti si presentarono ad offrire le loro condoglianze per l'immatura perdita del buon padre.
Il P. Poletti quantunque avesse in cura un Distretto cinese era però molto conosciuto in Hong-Kong dove per anni aveva praticato il suo ministero subito dopo la sua ordinazione avvenuta il dì dell'Epifania del 1901.
Egli fu un zelante Missionario e lascia quale frutto del suo zelo un distretto fiorente dove egli battezzò alcune centinaia di Cinesi e fondò varie stazioni nuove che dotò di belle cappelle con residenza pel Missionario e scuola:
Era amatissimo da' suoi Cristiani per cui sacrificava tutto, e prontissimo a correre ovunque fosse il bisogno. Aveva un cuor d'oro per cui i cristiani lo chiamavano il Padre del buon cuore
«how shim shin fu». Questo buon cuore noi tutti lo sperimentammo. Monsignore avendo bisogno di uno per supplire alla mancanza di qualche Padre o assente o indisposto, faceva un cenno ed il buon P. Poletti tosto correva. Un Confratello gli domandava un favore, e alle volte gli era abbastanza grave il soddisfarlo, ma per lui non c' era difficoltà; il piacere di poter essere di aiuto ad un Confratello, era per lui una consolazione.
Dotato d'una robusta salute e d'un cuore d'oro accompagnato d'un carattere giulivo era l' invidiabile compagno e collo zelo per la gloria di Dio e per la salute delle anime, fu il fedel servo di Dio nella Sua vigna! Ah! quanto presto il Signore l'ha ritirato da noi! Non ci resta che pregare perché il Signore gli affretti l'eterna ricompensa se già non ne fosse in possesso e che altri missionari vengano dal Seminario a sostituirlo.
I quattro giornali quotidiani di Hong-Kong, quantunque protestanti, pubblicarono tosto la notizia delta morte del nostro buon P. Poletti, non solo, ma dedicarono lunghissime colonne per celebrarne i pregi, le virtù ed il suo zelo apostolico. Il South China Morning Post dice: «Il P. Poletti aveva solo 34 anni, e la Missione Cattolica Romana di Hong-Kong ha perso in lui, uno dei più abili, e perfetti linguisti fra i suoi operai per il campo della Missione nella Cina del Sud. Senza pretese e senza darsene vanto, durante i dieci anni che il Rev. P. Poletti passò fra i Cinesi del distretto di Kweishin, egli imparò a perfezione il dialetto della Provincia, oltre aver acquistato una grande ed intima conoscenza di tutte le novelle del paese e delle superstizioni degli abitanti.
«Egli s'era accaparrato l'affetto delle popolazioni in mezzo alle quali lavorò prima di chiudere la sua carriera di Missionario. Egli entrò nello spirito dell'opera sua, in modo che conosceva benissimo come, prima di predicare il Vangelo, si debbano preparare i popoli, e prima che questi possano essere preparati si debbano considerare bene i loro costumi e pregiudizi. È detto abbastanza dell' abilità spiegata da questo giovane Sacerdote quando si può asserire che durante tutto il tempo dei dieci anni spesi da lui in un distretto che si sa essere abitato da un elemento il più turbolento, egli non ebbe mai ad incontrare nessun conflitto né da parte della popolazione, né da parte delle autorità.
«Durante la carestia di quattro anni fa nel Sud della Cina, il P. Poletti s' adoprò con grande successo a raccogliere privatamente fondi in Hong-Kong, coi quali poté in tempo opportuno aiutare l'affamata popolazione affidata alla sua giurisdizione spirituale; egli fu nel vero senso della parola vero pastore temporale e spirituale del suo gregge. Senza cure, preoccupazioni e riguardi per se stesso; egli intraprese lunghi viaggi, lontano dalla misera capanna che gli serviva d'abitazione, temporanea, per alleviare le miserie e le sofferenze di coloro che si trovavano in bisogno di assistenza o di soccorso. Fu in uno di questi viaggi a cavallo che gli capitò un doloroso accidente per il quale poco mancò ch'egli non rimanesse privo dell'uso della sua gamba destra. Fortunatamente però la disgrazia, quantunque lo lasciasse un po' zoppicante, non lo privò dell'uso della sua gamba. Egli venne ad Hong-Kong per assistere alla funzione dell'incoronazione, nella Cattedrale, il 22 dello scorso Giugno, e stava aspettando dall'Italia, l'arrivo di un Confratello Missionario, a prendere il suo posto, per partire per Corno, suo paese nativo, dove il suo padre, un signore di ottant'anni l'attendeva con grande ansietà. Egli ora lo lascia a piangere per la sua morte, insieme ad un fratello Sacerdote ed una sorella. Egli fu Cappellano militare in Hong-Kong durante l'assenza del P. Placzeck nel 1909.»

Il Daily Press di Hong-Kong, ha pure parole di grande elogio per il nostro caro defunto, e parlando dell' ascendente che esercitava su quella popolazione pagana di K weishin dice che una volta i briganti avevano assalito il suo servo, e lo volevano ad ogni costo condur via, quando apparve il P. Poletti, e bastò una parola di lui perché lo rilasciassero senza offesa alcuna.

Il giornale «The Hong-Kong Telegraph» dice:
«Egli morì come visse, ripieno di consolante fortezza e di fede Cristiana nella speranza di potersi riunire a quelli che come lui hanno spesa la loro vita per procurare il benessere spirituale e temporale dei propri fratelli. Egli era amato da tutti i nativi, conoscendo i loro usi e la loro lingua, quanto quella del proprio paese di Corno in Italia.

Il giornale «The China Mail» ha pure parole elogianti la sua virtù, e la conoscenza perfetta della lingua inglese, cinese e del dialetto del distretto nel quale, con zelo indefesso e carità d'apostolo, lavorò tanti anni. R. L P.

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P. SALICE AMASIO FRANCESCO  (1888-1911)

Relazione del R P. Celestino Andreoletti del nostro Istituto, Missionario ad Hong-Kong: "Notizie più complete sulla fine del R. P. Amasio Salice" (dalle Missioni Cattoliche, 1911, p. 419)

Eravamo ancora immersi nel pianto e nel lutto per la perdita immatura del nostro carissimo P. Attilio Poletti, quando una nuova sciagura venne a colpirci ed a rincrudire il nostro dolore, aprendo una seconda tomba vicino a quella che s'era appena chiusa. Il P. Amasio Salice non è più! Il novello Missionario volava al Cielo la mattina del 20 Agosto.
Il cielo era bello e sereno, di quella bellezza e calma che succede all'infuriar della tempesta, dopo che il vento ha dissipato le nubi e fatto scomparir la burrasca. Le vette dei monti, le cime dei colli sembravan godere del sole che dopo averle rese più belle andava a rispecchiarsi nelle acque della sotto stante pianura ancor tutta allagata per l'inondazione di fresco avvenuta. Tutto sembrava foriero di pace e felicità, e nulla faceva presagire il dolore che avrebbe segnato quella splendida mattinata nella quale il nostro caro Missionario rimase vittima del suo zelo e del suo amore per il Santo Sacrificio della
Messa! E fu appunto in quel mattino sì bello che noi dovemmo ripetere nello schianto del cuore angosciato «fiat volontas tua», chini dinnanzi agli imperscrutabili disegni di Dio che ha misurati i passi di nostra vita.
Gli ultimi giorni della sua vita, il P. Salice, li passò insieme al P. Crippa nell'esercizio del suo ministero. Due o tre dì innanzi alla festa dell'Assunzione di Maria SS. dovette recarsi con detto padre ad un villaggio perso nell'insenatura dei monti, al quale si perviene per una via difficilissima ed aspra, e vi si recò per celebrare i funerali solenni di un buon vecchio, morto alcuni giorni prima. Fu nell'occasione di quel viaggio che io lo vidi per l'ultima volta, e fu per un sol giorno, nel quale celebrammo un ufficio funebre per il defunto P. Poletti, non avendo potuto intervenire a quello solenne celebrato in Hong-Kong, al quale erano presenti tutti gli altri Padri della Missione. Lo lasciai mentre egli, adagiato su poca paglia, prendeva un po' di riposo per riprendere un po' di forza, onde poter continuare il suo viaggio con P. Crippa, attraverso quelle montagne per dirupi e sentieri quasi impraticabili. La via era resa assai difficile per le continue e torrenziali piogge dei giorni precedenti; tuttavia poterono giungere in qualche modo a destinazione passando attraverso le acque di quel fiume, nel quale, solo pochi giorni dopo, il P. Salice avrebbe trovato la morte.
Appena partiti dal luogo dove eravamo convenuti, i due Padri furono sorpresi dalla pioggia, che rendeva il loro cammino assai malagevole, e dovettero sostare una notte in una poverissima capanna. Il giorno seguente di buon mattino sono ancora in viaggio, ed, oh quale strada dovettero battere quel giorno! Per sentieri orribili, alle volte nel fango fino alle ginocchia, altre nell'acqua fino a mezza vita, fra stenti e fatiche giungono ad una piccola residenza, dove il giorno dell'Assunzione dovevano inaugurare, benedicendola, una chiesuola appena rimessa a nuovo. Fermatisi alcuni giorni per lasciar terminare la pioggia torrenziale che continuava ininterrotta, si posero di nuovo in cammino per arrivare al luogo del funerale, fissato per il giorno 19 Agosto, al quale dovevano pur intervenire tutti i cristiani dei villaggi dei dintorni. In questo ultimo tratto del viaggio a ridosso di monti, per vie tramutate in torrenti, e nelle pianure allagate dai fiumi, straripati per le continue piogge, e cogli abiti inzuppati, il Padre Salice ebbe a soffrire grandemente, cosicché appena arrivato ebbe a lamentare dolori acuti intestinali, e non poté prendere cibo di sorta, e fu costretto a mettersi a riposo in quel giaciglio che gli era stato preparato per letto.
Durante la notte il P. Crippa, che riposava nella stessa capanna, notò come il P. Salice, colto da profondo sopore, mandasse gemiti, causati dai dolori che doveva soffrire. Si provò a svegliarlo per chiedergli se abbisognasse di qualche cosa, ma fu opera vana, giacché la fatica del viaggio e la conseguente spossatezza lo tenevano immerso in un profondo assopimento. La mattina, tuttavia, s'alzò col suo fare sempre gioviale, e disse di sentirsi riposato; celebrò la Messa in canto pei funerali, e fu l' ultima volta che le sue mani benedette, ancora olezzanti dei sacri carismi dell'Ordinazione, innalzarono al Cielo l'Ostia Santa. Dopo la S. Messa volle accompagnare quella salma all'ultima dimora, e mentre benediceva la tomba, si sentiva oltremodo commosso, presago forse che non doveva essere molto lontano il giorno in cui le stesse preci sarebbero state recitate sopra la sua.
Addio commovente. - Dopo il funerale si dispose subito per un altro viaggio, ché il suo ministero richiedeva la sua presenza in altra parte della Missione, e non voleva perdere tempo, per potersi poi recare ad Hong-Kong per l'ufficio di trigesima in suffragio del P. Poletti, prima di recarsi a prendere il luogo da lui lasciato vuoto per la sua morte. Il P. Salice aveva sempre viaggiato a piedi, dimostrando una resistenza ammirabile, ma in quel dì, non sentendosi abbastanza in forze, accettò ben volentieri l'offerta di un cavallo che i buoni cristiani del luogo gli fecero. Lungo il cammino dovette separarsi dal suo compagno, diretto alla propria residenza, e questa volta il P. Salice, contrariamente al suo costume, si mostrò accasciato e commosso, con grande meraviglia del P. Crippa, che si fece un dovere di consolarlo e di confortarlo, e notò, mentre gli stringeva la mano, sul ciglio del buon Padre una lagrima furtiva, di cui egli stesso non sapeva darsene ragione.
L'ultima notte. - Separatosi dal suo compagno, col quale aveva passato alcuni giorni in dolce conversazione, confortandosi a vicenda, ed al quale
aveva inconsapevolmente dato l'ultimo addio, continuò il suo cammino attraversando quei luoghi che erano stati testimoni dei suoi primi sudori e dove egli aveva meditato tanti piani, e tanto aveva pregato per l'estensione del regno di Gesù Cristo. In sul far della sera giunse vicino ad un villaggio cristiano, nel quale si decise di pernottare, non potendo continuare il cammino per luoghi tutti coperti dalle acque. Quei buoni cristiani fanno a gara ad offrirgli l' ospitalità ed a portargli cibo; ma egli, sfinito e stanco oltremodo, pur accettando ricovero, si rifiuta, ringraziando, di prendere ristoro alcuno e si raccoglie in fervorosa preghiera, come era solito di fare anche quando per la grande stanchezza non poteva reggersi in piedi. Benedice i cristiani che gli stanno d' attorno, e si corica su di una stuoia offertagli da quei suoi figli che tanto lo amavano e lo apprezzavano per le sue belle virtù.
La tragica fine. - Spuntava appena l'aurora del giorno 20 Agosto, e il P. Salice s'affretta a prepararsi per l'ultimo tratto di strada che lo separa dalla sua meta. Essendo giorno di domenica, quei ferventi cristiani lo pregano a rimanere con loro, ma egli, quantunque a malincuore, non può accondiscendere alle loro preghiere, non avendo con sé i paramenti sacri per celebrare. Si dirige quindi alla volta di Tham-tong, dove si trova la residenza dei Padri, con annessa una cappella, che si potrebbe chiamare la Chiesa matrice di tutto questo vastissimo Distretto: essa sorge in mezzo ad una cristianità assai fervente e di antichissima data. Volendo arrivare in tempo per offrire il santo Sacrifizio, s'affretta, forzando la cavalcatura e lasciando a considerevole distanza dietro a sé l'uomo che lo accompagna. Ad un certo punto della via, si trova costretto a battere le acque, che per l'inondazione, allagavano tutto il terreno circostante, finché giunge al luogo nel quale dovrebbe passare il fiume. Esso è un torrentaccio che, pur rimanendo asciutto per la maggior parte dell' anno, rigonfia e diventa impetuoso durante la stagione delle piogge, e specialmente quando ha luogo qualche inondazione, ed in quest'anno ha fatto parecchie vittime. Per passarlo vi è una specie di ponte, ma qual ponte! Mette orrore al solo vederlo. Avendo l'impeto della corrente corroso e portato via il terreno alle due estremità, esso rimane là isolato, e per di più quasi completamente sott'acqua.
Il P. Salice, che era passato per quel ponte solo dieci giorni prima, quando cioè la forza della corrente impetuosa non aveva rotto il sentiero che mena al passaggio, non pensando al pericolo che le acque nascondevano, cercò di spingere il cavallo; ma esso si rifiuta, ed egli è costretto a scendere di sella; tenta il terreno e trovatolo abbastanza solido, ritorna a prendere il cavallo per farlo passare al di là del fiume. Se non che, avendo, senza accorgersene, deviato alquanto, si trovò improvvisamente mancare i piedi, precipitando nella corrente. Alcuni fanciulli del villaggio di Tham-tong, situato a pochi passi dalla sponda opposta, avendo veduto il Padre scomparire nelle acque, si misero a gridare fuggendo verso il villaggio, mentre un giovinotto pagano, pure presente, accorse sul luogo per tentare di salvarlo : tutto fu inutile, giacché quando ricomparve a galla era già privo dei sensi ed esalava l'ultimo respiro.
Povero Padre Salice! Egli è caduto là dove era passato le tante volte, lieto e contento di poter offrire a Dio abbondante manipolo di frutti; è caduto là abbandonato da tutti e privo d'ogni conforto, ma egli è caduto perché era vittima preparata per essere offerta a Dio, ed il suo Angelo Custode, certo, ha in quel momento trasportata al Cielo quell'anima che tanto anelava al possesso del suo Dio. Egli è caduto, ma la sua morte non ha segnato il tramonto, poiché egli è morto quando l'aurora si stendeva estatica davanti all' Apostolo, all'eroe, come ombra dell'aurora eterna e beata, alla quale egli volava come fiore olezzante delle ore mattutine. Ma per noi è ben duro e triste il dover constatare la perdita dell' amatissimo nostro Padre Salice, avvenuta in modo si tragico.
Il trasporto alla Residenza. - Quel ragazzo pagano che aveva inutilmente tentato di salvare il Padre, corse spaventato a dame l'avviso ai Cristiani di Tham-tong, che commossi e piangenti accorsero a ripescare il corpo del loro venerato Padre e Maestro, che trasportarono con grande rispetto alla residenza, improvvisando una cappella ardente. Quanto essi amassero il buon Padre Salice ben lo mostrarono in questa dolorosa circostanza. Le donne rimasero piangenti intorno alla salma pregando pace e riposo eterno a quell'anima eletta. Gli uomini si formarono in diverse comitive per portare il triste annunzio ai Padri delle Residenze più vicine. lo che mi trovavo alla distanza di 30 kilometri fui il primo a riceverne l' avviso. Stava allora in visita in uno dei villaggi della mia Missione, e stava appunto ascoltando le sante Confessioni. Quando vidi quella strana comitiva, con un lumicino in mano, entrare nella povera stamberga di fango in cui mi trovava, deporre il lume a poca distanza ed avvicinarsi frettolosi e tremanti; rilevai subito essere accaduto qualche cosa di grave, onde, sospese le confessioni mi affrettai, non senza timore, a domandare spiegazioni. Alla triste nuova, mi sentii mancar le forze, e venir meno... poi ripreso alquanto il coraggio abbandonai subito quel luogo e con quella comitiva di cristiani mi misi in cammino per Tham-tong. Erano le Il di notte. Dopo una lunga notte di cammino arrivai il lunedì mattina a Tham-tong, dove trovai i cristiani preganti.
Dinnanzi alla salma. - Non saprei descrivere il dolore, l'ambascia, l'affanno che provai al trovanni dinnanzi a quella salma. Non poteva credere ai miei stessi occhi. Povero Padre Salice! Pochi giorni prima sì vegeto, sì allegro, sì pieno di belle speranze, ed ora non è più! lo fisso il mio sguardo su quelle spoglie esanimi: il suo volto composto e sereno, gli occhi chiusi, come abbandonati a dolce sonno, la barba ed i capelli ben ordinati, tutto indicava che: beati morti, qui in Domino moriuntur, sono beati coloro che muoiono nel Signore.
I Funerali. - Non potendo tener a lungo esposta la salma, a cagione dei calori tropicali di questi luoghi, il giorno stesso che arrivai la composi nella cassa già preparata dai Cristiani. Vestito di bianchi lini, indossava i sacri paramenti, e teneva fra le mani quel Crocefisso che gli era stato consegnato lo scorso anno a Milano; Crocifisso che gli fu veramente compagno nel breve corso della vita e gli fu compagno nell' ora della morte. Pregai a lungo per l'eterno riposo di quell' anima bella, ed a lungo piansi.
Collocato su di un modesto catafalco nella chiesuola, per tutto il tempo che trascorse fino ai funerali fu un continuo accorrere di Cristiani a pregare, e durante tutta la settimana un numero stragrande di essi si accostarono ai santi Sacramenti per suffragare l'anima del loro Padre.
Alla mattina del mercoledì arrivò il P. Banchi, avvisato da Mons. Vescovo, al quale era stato telegrafato fin dalla domenica antecedente, e con lui arrivò pure il P. Agostino, come rappresentante di S. Ecc. Mons. Vescovo. I funerali furono fissati per il Venerdì 26 Agosto, onde dar tempo ai Cristiani di potersi radunare dalle varie parti del Distretto. Alla sera dello stesso giorno arrivò pure il R.do P. Crippa dopo un viaggio di più di 60 chilometri. I giorni di mercoledì e giovedì passarono nei preparativi pei solenni funerali. Quanto soffrimmo in quei giorni! I Cristiani continuavano ad affluire d'ogni parte: vecchi cadenti, uomini d'affari, donne d'ogni età e condizione, schiere di fanciulli, tutti accorrevano a rendere l'ultimo omaggio al loro Padre che avevano conosciuto ed amato. Sulla fronte di ciascuno si leggeva l'impronta del dolore: era uno spettacolo commovente!
Il giorno fissato si celebrarono i solenni funerali. La chiesa era tuta parata a lutto, ed i sempre-verdi, ed i ramoscelli di pino richiamavano alla mente la giovane vita troncata mentre era nel suo pieno vigore. Numerosissime furono le Comunioni del mattino, seguite dal canto mesto dei cristiani. La messa cantata a tre voci attirò l'attenzione di tutti, che erano grandemente commossi a quelle flebili note e lo sparo del cannone, come è costume in Cina per tali circostanze, echeggiò per lunga pezza per tutti i dintorni.
Il Corteo, riuscì commovente e solenne, quale non fu visto mai. La banda Cinese precedeva la lunga fila di popolo mesto e pregante che con ceri ardenti sfilava sotto i folti bambù; venivano poi i fanciulli delle scuole, bianco vestiti, coi loro stendardi e bandiere preparati per la circostanza; un buon servizio di chierichetti in divisa, i Padri in cotta ed il celebrante in piviale precedevano il feretro, che si avanzava portato da una ventina di cristiani in mezzo a due fitte file di popolo, e seguito dalle ragazze della scuola con corone di fiori e da ultimo venivano le donne tutte vestite a lutto. Ci vollero ben due ore perché quel lungo corteo di fedeli preganti e piangenti si svolgesse ed arrivasse al Cimitero, circondato da una siepe di annosi bambù. La tomba che doveva accogliere la salma dell' amato nostro Padre Salice era scavata nel mezzo della grande spianata, dove presto sorgerà una chiesetta a conservare il prezioso tesoro. lo ebbi l'incarico di dare l'ultima assoluzione a quel feretro e di benedire quella tomba che, mentre un coro di voci innalzava al Cielo le ultime preci, riceveva la salma racchiusa nella sua cassa mortuaria.
Addio, P. Salice!... Addio, venerato compagno e confratello! Addio, prega per noi! Addio!

 

 

 

incammina nell' acqua e si dirige verso il ponte del torrentello.

Quantunque il ponte fosse tutto coperto dall'acqua egli vi arriva e giunto colà con abbastanza facilità, ritorna indietro evidentemente per tirare il cavallo e farlo passare dall'altra sponda. Nel tragitto sbagliò il cammino ed ingannato da alcuni cespugli cadde nel torrente.
La corrente lo travolge, mentre egli fa sforzi per uscirne; un ragazzetto che tutto aveva veduto subito accorre con una canna di bambù che porge al Padre, ma egli non può afferrarla. Allora il ragazzo, ben esperto della riva del torrentello, si fa vicino al Padre ed arriva a prenderlo per una mano, ma mancandogli la forza, il povero Padre, che, esausto del tutto, non arrivava a fare uno sforzo qualsiasi, sparisce nell' acqua e vi muore annegato.
In quel frangente il ragazzo stesso subito corre alla Cristianità ad annunziare la disgrazia avvenuta. I Cristiani tosto vennero sul posto e dopo pochi minuti ritrovarono il corpo del povero Padre, che con riverenza trasportarono nella Chiesa della Cristianità aspettando le disposizioni pel funerale.
Il povero Padre, digiuno ancora ed affaticato dal viaggio dei giorni precedenti, doveva essere molto stanco e spossato, e quindi non potè lottare più a lungo nell' acqua, che del resto avrebbe potuto facilmente vincere essendo egli abile nuotatore.
Il giorno 25, i PP. Banchi ed Agostino, ai quali si aggiunse pure il P. Crippa, coll'intervento dei Cristiani di Tham-tong e di tutte le Cristianità vicine, celebrarono un solenne funerale e poscia in mezzo alle preghiere ed al pianto gli diedero onorevole sepoltura. I Cristiani di Tham-tong ebbero l'onore di possedere le spoglie mortali del Padre, onore per loro inestimabile e che reputano una benedizione di Dio!
Era santo, essi dicono, ed il Signore lo chiamò a se in Paradiso, da dove egli ci aiuterà ad essere buoni cristiani! Il Signore ce l'ha dato ed Egli ce l'ha tolto, sia fatta la sua santa volontà; ma la natura ne risente... e noi tutti siamo costernati.
Il buon padre aveva solo 24 anni e nei pochi mesi di Missione colla sua buona volontà, zelo e virtù edificò i cristiani, riuscì ad imparare a sufficienza la lingua parlata e dava fondate speranze di riuscire un santo Missionario. Aveva una tenera e grande divozione al SS. Sacramento e nelle Cristianità dove potevasi conservare il Santissimo egli pregava lunghe ore in Chiesa. Aveva carissima la venerazione della Madonna del Buon Consiglio e diceva che sarebbe stato per lui una grande felicità il poter fabbricare la prima cappella in di Lei onore. Già aveva incominciato a predicare e si sforzava d' inculcare nei cristiani questa divozione.
Il padre Cinese Giuseppe Chan che fu con lui alcuni mesi fu edificatissimo della vita mortificata e dura che egli conduceva per meglio farsi alla vita del Missionario e di salvatore di anime; i cristiani pure raccontano di lui alcuni fatti di abnegazione e carità speciali.
Consummatus in brevi explevit tempora multa!
Noi, già poveri, rimanemmo più poveri per la sua dipartita, e non ci resta che pregare suffragi per l'anima sua bella, se qualche cosa ancora le mancasse per godere della visione di Dio, e pregare anche perché Dio ed i superiori ci inviino altri aiutanti e continuatori delle opere che i due defunti hanno lasciato. Messis quidem multa... operarii autem pauci!
Monsignor Pozzoni con tutti i Confratelli inviano le più sentite condoglianze al genitore del defunto Missionario che con tenero affetto spesso ricordava. La santa vita ed il sacrificio, che il diletto figlio ha fatto per il Signore, lo consolino della dolorosa perdita, e l'assicurino delle sue preghiere e della sua assistenza dal Cielo.

Necrologio (dalle Missioni Cattoliche, 1911, p. 494)

Lunedì, 21 Agosto, quando l'ultimo numero del Bollettino era in corso di stampa, giunse alla Casa Madre dell'Istituto delle Missioni Estere a Milano, quest'altro laconico e triste annuncio: PADRE SALICE ANNEGATO.

Il giovanissimo P. Amasio Salice, era appena partito per la Missione di Hong-Kong. Egli fece parte dell'ultima spedizione: non aveva quindi neppure un anno di missione! Così giovane, mentre dava di si tante buone speranze, il Signore se lo ha chiamato, ed in un modo tanto tragico.
Non abbiamo alcuna notizia del come sia avvenuta questa disgrazia: si può congetturare solamente che attraversando il mare dall'Isola al continente, ove egli era di stazione, la sua nave sia stata sorpresa da un qualche tifone tanto frequenti di questi mesi in quei paraggi, e sia naufragato. Pubblichiamo tosto che arriveranno i particolari della dolorosissima perdita.

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Inviamo sentite condoglianze agli addoloratissimi genitori e congiunti del buon P. Salice, all'Ecc. mo Vescovo e ai RR. Missionari di Hong-Kong che in brevissimo tempo si sono visti privati di due ottimi giovani colleghi. Adoriamo profondamente gli imprescrutabili disegni di Dio, e preghiamo riposo alle anime dei nostri amati confratelli defunti che hanno fedelmente compito il loro corso, andando incontro ad una morte prematura per amore di Dio e delle anime.

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Il P. Amasio Salice, della diocesi di Tortona, nacque a Silvano Pietra il 14 Aprile 1888, entrò nel Seminario delle Missioni il 16 luglio 1907 nel quale compi lodevolmente gli studi i teologici. Fu ordinato Sacerdote il 15 Agosto dello scorso anno 1910 ed ai 26 del successivo Settembre partiva per la sua destinazione di Hong-Kong.
Il solenne tributo di suffragio della Casa Madre al giovane Missionario fu reso alla Villa Grugana, ove il Seminario delle Missioni Estere si trova per le vacanze. Il mesto corteo parti processionalmente dalla Villa, movendo verso la Chiesetta di S. Martino, attigua al nostro Cimitero. La piccola Cappella campestre era addobbata a lutto. Dopo il solenne Ufficio, venne celebrata la S. Messa, cantata dal Padre Angelo Ferrario, amico della famiglia del defunto, cui assisteva da Diacono il M. R. P. Carabelli, ambedue appartenenti alla Missione dell'estinto. Alla Messa venne eseguita egregiamente musica di Fherinignon (Requiem, Kyrie, Sanctus, Agnus Dei, Lux Aeterna), e il Libera a tre voci di
Mush.
Assisteva alla solenne funzione, in forma privata, l'Eccellentissimo nostro Superiore Mons. Viganò, il quale, al termine della Messa, rivolse alla comunità poche commoventi parole.

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