IL NOSTRO PROGETTO DI VITA

HONG KONG
LA MEMORIA FONTE DI SPERANZA
NECROLOGI dei MEMBRI del PIME di HONG KONG

a cura di P. Stefano Andreotti

"Interroga le generazioni passate, e rifletti sull'esperienza dei padri.
Noi infatti siamo di ieri e non sappiamo nulla.
I nostri giorni sulla terra non sono che un'ombra.
Ma essi certamente ti insegneranno, 
traendo le parole dal loro cuore"

(Giobbe 8: 8-10)

- 1 - - 2 - - 3 -

1861 - P. Paolo Reina
1862 - P. Antonio Riva
1863 - P. Andrea Fenaroli
1868 - P. Gaetano Origo

1868 - P. Gaetano Favini

1877 - P. Domenico Davanzo
1878 - P. Borgazzi Ignazio
1889 - P. Sasso Luigi
1892 - P. Burghignoli Giuseppe
1894 - Mons. Raimondi Timoleone
- 4 - - 5 - - 6 -

1901 - Mons. Scurati Giacomo
           - P. Viganò Bemardo
1902 - P. Bianchi Francesco Maria
1904 - Mons. Volonteri Simeone
        - Mons. Piazzoli Luigi Maria
1911 - P. Poletti Attilio
        - P. Salice Amasio Francesco
         


1916 - P. Andreoletti Celestino
1919 - P. Gabardi Pietro
1923 - P. De Maria Pietro
1924 - Mons. Pozzoni Domenico

 

 

 

1925 - P. Zamponi Giuseppe
1928 - P. Placzek Agostino
1930 - P. Banchi Antonio
1933 - P.Ferrario Angelo
1936 - P. Carabelli Giuseppe
1940 - P. Crippa Luigi
1941 - P. Garbelli Pietro
1942 - P. Teruzzi Emilio
1943 - P. Arvat Davide
1945 - P. Olivares Gioacchino
1948 - P. Robba Michele

- 7 - - 8 - - 9 -
1950 - P. Spada Giovanni Michele
1951 - Mons. Valtorta Enrico
1953 - P. Maglioni Raffaele
1956 - P. Frare Domenico Andrea
1957 - P. Grampa Angelo
1959 - P. Page Daniele
1960 - P. Zilioli Giacomo
1962 - P. De Maestri Francesco
           - P. Feroldi Alfredo
1963 - P. Bacchin Angelo
1965 - P. Riganti Antonio
1967 - P. Alessio Giusepe
1968 - P. Tragella Giovanni Battista
           - P. Pilenga Baldassare
1969 - Fr. Radice Adolfo
1972 - P. Della Nina Raffaele
           - P. Liberatore Ottavio
1973 - P. Bonaudo Lorenzo
            - P. Bonaldo Pietro
            - P. Poletti Ambrogio
1974 - P. Fraccaro Valeriano
1976 - P. Granelli Andrea
            - P. Galbiati Umberto
1977 - P. Tapella Enea
1978 - P. Cornetti Alessandro
1979 - P. Orlando Carmelo
1980 - P. Speziali Cirillo
           - P. Brookes Riccardo
           - P. Strizoli Giuseppe
1981 - P. Bruzzone Edmondo
           - P. Parodi Mario
1982 - Fr. Brambilla Luigino
1983 - Mons. Bianchi Lorenzo
           - P. Cantore Michele
1984 - Fr. Polo Vittorio
- 10 - - 11 - - 12 -
1988 - P. Beretta Enrico
           - Fr. Colleoni Mario
           - P. Cozzo lino Domenico
           - P. De Angelis Orazio
1989 - P. Maringelli Domenico
           - P. D'Ayala Valva Diego
1990 - P. Ricciardi Francesco
           - P. Viganò Giovanni
1991 - P. Bolis Luigi
           - P. Carrà Giuseppe
1993 - P. Tettamanzi Ferruccio
1994 - P. Calzini Ovidio
           - P. Ramacciotti Adolfo
1995 - P. Santinon Narciso
           - P. Numeroso Luciano
1996 - Fr. Polli Enrico
1997 - P. Gambaro Luigi
           - P. Pittavino Giovanni
1998 - P. Boerio Antimo
           - P. Girardi Giacomo
           - P. Pisani Osva1do
           - P. Bazzo Domenico
2000 - P. Aletta Luciano
2002 - P. Barbieri Amedeo
2003 - P. Einaudi Secondo
           - P. Lerda Francesco
2004 - P. Famiglietti Giuseppe
           - P. Caruso Giorgio
           - P. Crotti Amelio
2006 - P. Lambertoni Adelio
           - P. Maestrini Nicola
2007 - Fr.Causa Andrea
           - P. Mencarini Lido

1950

P. SPADA GIOVANNI MICHELE  (1867-1950)

Necrologio (dal Vincolo, n. 47, febbraio 1951, p. 37):

P .Giovanni Spada fu Giovanni Battista e Rosa Rossi, nato a Marsiglia nel 1867, oriundo però di Borgo S.Dalmazzo (Cuneo), entrato nell'Istituto il 25 luglio 1891, ordinato sacerdote l' 11 giugno 1892, partito per Hong Kong il 29 settembre 1892. Morì a Hong Kong il 25 novembre 1950.
Colla scomparsa del P. Giovanni Spada, l'Istituto e la diocesi di Hong Kong vengono a perdere un veterano che, da circa sessant'anni, spendeva tutto se stesso per la grande causa che ci anima.
Arrivato in Cina, fu per tre anni instancabile lavoratore nell'allora territorio di Saikung a Namtao. Chiamato in Hongkong, trasfuse i tesori della sua patema bontà nella colonia portoghese, che allora costituiva il nucleo principale della vita della Missione. Nel 1905 incominciò il suo apostolato di pioniere nell'allora "deserto" di Tsimshatsui, preparando la ricca messe che si raccolse poi a Kowloon. Dopo sei anni fu eletto Delegato della Missione all'allora Consiglio Generale dell'Istituto. Nel 1914 poté ritornare alla diletta Missione, e alla sua Rosary Church. Dopo la morte di Mons.Pozzoni (1924), fu Pro-Vicario Apostolico per ben due anni. Nel 1933 diventa Rettore della Cattedrale, rimanendovi sino al 1942 quando, per la grave età, dovette cedere il grave peso ad altri. Non fu però il suo un ritirarsi a vita privata, perché continuò la sua attività nella larga cerchia delle sue conoscenze, e i nuovi bisogni della Missione lo videro sempre pronto a sostenere, incoraggiare ed aiutare ogni iniziativa di bene, e a diffondere sempre più l'influenza della Chiesa sulla massa pagana. E continuava sempre ad essere padre, consigliere ricercato e custode di segreti e intime confidenze.
Tre mesi di inattività e di malattia lo prepararono a rispondere ancora meglio alla chiamata divina. Serenamente e cosciente fino alle ultime ore, con amorosa confidenza si addormentò nella pace dei giusti. Da chi lo conobbe intimamente, fu definito un "genuino gentiluomo". Con innata gentilezza e dignità, e con un fare signorile, si cattivava la fiducia e la simpatia di tutti. Era sempre pronto ad aiutare tutti, ricchi e poveri, nativi e stranieri. Nessuno fece ricorso alla sua bontà rimanendone deluso. Sapeva far tornare la serenità, la fiducia e la rassegnazione anche nei cuori più sconvolti.
Quasi sessant'anni di apostolato, sono un "record" invidiabile, tanto più se spesi così degnamente per la causa di Dio e delle anime; ci rimane la luce dei suoi esempi che, se fedelmente imitati, faranno noi pure degni della grande vocazione che abbiamo da Dio ricevuto.

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1951

Mons. VALTORTA ENRICO  (1883-1951)

Necrologio (dal Vincolo, n. 50, gennaio 1952, p. 36):

Sua Ecc. Mons. Enrico Valtorta fu Francesco e Erminia Brambilla, nato a Carate Brianza (Milano) il 14 maggio 1883, entrato nell'Istituto il 7 gennaio 1907, ordinato sacerdote il 30 marzo 1907, partito per Hong Kong il 10 settembre 1907, eletto Vescovo titolare di Leros e Vicario Apostolico di Hong Kong il15 marzo 1926. Morì a Hong Kong il 3 settembre 1951.
Il 13 giugno scorso si era rassegnato a lasciar ricordare anche esternamente il suo venticinquesimo di episcopato, visto che anche quella era un'occasione per rinsanguare il fondo a lui intitolato a favore delle opere più bisognose e urgenti della diocesi. Lo stesso amore alla sua missione per cui aveva speso, nel senso più vero della parola, 44ttro anni di fatiche lo persuase ad accettare quei festeggiamenti per le sue nozze d'oro i quali secondo i giornali cattolici e protestanti riuscirono imponentissimi. Certo la sua umiltà sentita e profonda dovette meravigliarsi che si facesse per lui ciò che non si era fatto "per tante umili suore che in questi anni hanno passato in silenzio il loro giubileo missionario e altre molte lo passeranno". Così aveva risposto alla bella esaltazione che in quell'occasione fece di lui il Governatore di Hong Kong. Ma, per una volta sull 'umiltà aveva trionfato quella carità, regina delle virtù di cui Mons. Valtorta durante la guerra aveva dato tanti e sì luminosi esempi. Entrato nell'Istituto il 7 gennaio 1907, partiva nell' ottobre dello stesso anno per Hong Kong. Il suo desiderio di andare "tra gli infedeli" nella terraferma fu subito soddisfatto: ebbe il distretto di Waichow come campo di lavoro. Più tardi fu parroco a S. Giuseppe in Hong Kong ove fiorisce il Club Militare Cattolico e dove poté perfezionarsi nell'inglese. Ma egli anelava sempre alla vita nel distretto e questa volta gli fu affidato il lontano Hoifung dove imparò l'Hoklao, come a Waichow aveva imparato l'Hakkà. Di quegli anni Monsignore doveva serbare sempre il più nostalgico ricordo.
Nel 1924 è segretario di S.E. Mons. Costantini al Concilio Plenario di Shanghai; l'anno dopo è a Roma per sistemare all'Esposizione Missionaria Vaticana quanto di bello e di buono Hong Kong ha offerto al Papa. Il 13 giugno 1926 è consacrato Vescovo da Mons. Costantini. Della sua attività episcopale ricordiamo solo una parola del Governatore di Hong Kong: "tanto nel campo educativo che in quello caritativo neppure una decima parte del suo lavoro si sarebbe fatto senza di lui!". Gli alunni delle scuole cattoliche secondo le ultime statistiche arrivano a 20.500.
Della sua carità inesauribile è stato detto che "Mons.Valtorta era un cuor d'oro sotto ruvida scorza". E nonostante l'eterna insufficienza dei mezzi, quante persone egli salvò durante la guerra! Nel campo più propriamente pastorale egli provvide l'assistenza spirituale anche ai moltissimi profughi dell' interno rifugiatisi a Hong Kong. In poco tempo tre nuove parrocchie sorsero allo scopo. Anche ai carcerati e alle Sezioni Forze Armate fu data adeguata assistenza. Del resto il suo cuore grande e veramente apostolico accoglieva volentieri quanti desiderassero lavorare in Hong Kong; così vi si moltiplicarono in questi anni le Congregazioni religiose tanto maschili che femminili. Per sua iniziativa, o per suo incitamento, o col suo aiuto sorsero diverse opere: il "Centro Cattolico", la "Catholic Truth Society", il "St. Nicolas Club", il nuovo seminario diocesano. Uomo dal finissimo tatto politico si acquistò la stima e simpatia di tutti, anche tra persone di tendenze affatto disparate. Il prestigio del suo nome si rifletté su tutta la Chiesa Cattolica in Hong Kong e i suoi missionari.
Dopo la liberazione anch'egli finalmente poté respirare! Ma la sua salute era rovinata: il mal di cuore si aggravò; una leggera trombosi cerebrale in marzo scorso avvertì che la fine non era lontana. Si rimise alquanto e poté celebrare le Nozze d'argento episcopali. In agosto ebbe un nuovo attacco; il terzo lo abbatté con la paralisi. Il 3 settembre spirava. Per i suoi confratelli il suo nome sarà sempre simbolo di zelo apostolico e un monito da imitarne gli esempi.

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1953

P. MAGLIONI RAFFAELE  (1891-1953)

Necrologio (dal Vincolo n. 55, settembre 1953, p.23)

P.Raffaello Maglioni fu Giulio e Isolina Noferi, nato a Pontassieve (Firenze) il4 dicembre 1891, ordinato sacerdote il 27 febbraio 1915, entrato nell'Istituto il 23 novembre 1927, partito per Hong Kong il 12 ottobre 1928. Morì a Hong Kong il 27 maggio 1953.
Nato a Pontassieve (Firenze) il 4-12-1891 era stato ordinato sacerdote il 27-2-1915. Cappellano militare in prima linea nella prima guerra mondiale, fu successivamente prevosto di Capalle, poi di Firenzuola, e insieme professore di teologia dogmatica in seminario. Entrato nel nostro Istituto nel novembre 1927, un anno dopo era a Hong Kong e per dieci anni ebbe affidate alle sue cure il distretto di Hoi Fung ove lavorò con zelo indefesso.
Di là passò parroco della cattedrale. Dotato di bella intelligenza e inclinato agli studi linguistici e archeologici, vi dedicò i suoi momenti liberi con felice successo: fece scoperte riguardanti la preistoria della Cina Meridionale, ciò che gli acquistò fama presso i dotti. Per le appassionate ricerche si era formato una scelta biblioteca che contava preziose opere di paleontologia, sinologia e linguistica. Aveva accettato l'impegno di cappellano al cimitero di Happy Valley che serve tutte le parrocchie dell'isola: lì era più libero di potersi dedicare ai suoi amati studi.
Era quasi pronto per essere pubblicato un suo lavoro: "La preistoria della Cina del Sud" atteso dagli archeologi europei ed americani. Stava pure preparando un dizionario di uno dei dialetti della Cina Meridionale, l'Hoklò.
Ma i suoi giorni erano ormai al termine: la mattina del 27 maggio le Suore di S. Colombano aspettarono invano il loro cappellano per la Messa delle sei e mandarono a chiedere notizia. Il domestico, salito a chiamarlo, lo trovò esanime sul pavimento del corridoio tra la stanza e la cucina: era ancora caldo e madido di sudore. Padre Brookes corse dalla cattedrale a dargli l'Estrema Unzione "sub conditione". Ai suoi funerali nella chiesa di S. Margherita parteciparono, oltre molti sacerdoti, molti religiosi e rappresentanze di confraternite e associazioni cattoliche, anche S.E. Mons. Lorenzo Bianchi con due altri Ecc.mi Vescovi, Mons. Giuseppe Yuen e Mons. Paschang.
Nell 'unanime rimpianto per la repentina perdita di sì caro confratello si è ravvivato in cuore di ciascuno il monito del Divin Maestro: "E voi state preparati!".

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1956

P. FRARE DOMENICO ANDREA  (1913-1956)

Necrologio (dal Vincolo n. 63, agosto 1956, p. 36)

P. Domenico Frare di Giovanni e Maria Morandin, nato a Gajarine (Vittorio V eneto) il 30 novembre 1913, entrato nell'Istituto il 29 settembre 1931, ordinato sacerdote il 6 agosto 1939, partito per Hong Kong il6 ottobre 1947. Morto a Hong Kong il 13 aprile 1956.
A quindici anni era entrato nel seminario di Ceneda, dopo aver imparato l'arte del falegname di cui ritenne il gusto di rifinire bene ogni suo lavoro. Fu alunno nostro dalla quinta ginnasio; venne ordinato sacerdote nel 1939. Durante l'ultima guerra mondiale insegnò greco, latino e italiano. I nostri missionari, suoi alunni, ricordano la sua competenza nelle lingue e la vena poetica che risvegliava ad ogni partenza di missionari per cantare in versi latini o italiani il suo ardente desiderio e il sogno costante delle Missioni. Questo finalmente si realizzò per lui, destinato a Hong Kong nel 1947.
Egli lavorò nel continente prima coadiutore a Sai Kung, poi capodistretto a Tailong. Nel 1951 fu addetto alla parrocchia del S. Rosario a Kowloon, che doveva essere l'ultima sua residenza. Nominato parroco trovò vasto campo al suo ardente zelo, che svolse con grandi frutti spirituali per la stima e la fiducia che col suo cuore aperto e generoso si era accaparrato. Egli rimase sempre al suo posto di lavoro, fino alla sera del suo ultimo giorno di vita terrena, il 13 aprile, quando nel sonno lo colse Sorella Morte.
La sua dipartita così repentina ha impressionato e addolorato tutti: quanti lo conoscevano riconoscevano in lui l'uomo di valore e di virtù, un autentico missionario dalla tempra forte. Col Signor Console d'Italia partecipò ai suoi funerali gran numero di sacerdoti e di Suore di vari Ordini Religiosi che sono nell'isola e gran moltitudine di fedeli. Mentre addolorati piangevano la perdita del Padre delle anime loro, forse pensavano alla Parola del Signore:
"Estote parati!" Qua hora non putatis Filius hominis veniet!".

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1957

P. GRAMPA ANGELO  (1882-1957)

Necrologio (dal Vincolo n. 65, maggio 1957, p. 27)

P. Angelo Grampa di Giuseppe e Teresa Colombo, nato a Busto Arsizio (Milano) il 15 settembre 1882, entrato nell'Istituto il 30 agosto 1905, ordinato sacerdote il18 aprile 1908, partito per Hong Kong il 16 ottobre 1909. Morto a Hong Kong il4 febbraio 1957.
Appena arrivato in Missione mentre attendeva a imparare la lingua inglese, fu assistente nell' Orfanotrofio "S. Luigi" di West Point e per opera sua quella scuola tipografica ebbe grande incremento. Sotto la sua guida, il reparto stampa sfornò molte pubblicazioni che, per i Missionari della Cina, furono preziose armi nell'apostolato. Presto l'obbedienza lo mandò a sostituire P. Andreoletti a Waichow dove egli poté esplicare il suo zelo dando impulso alle scuole. Pensò pure al bene che si poteva fare con un ospedale cattolico e per questo nel 1928 sollecitò in Italia gli aiuti necessari. E difatti l'ospedale sorse sotto la sua vigilanza per poter essere poi affidato alle Madri Canossiane. A Waichow costruì pure la residenza dei Padri. Per la sua abilità gli pure affidata la sorveglianza dei lavori per il Seminario Regionale e quelli della chiesa di S. Teresa. Il Collegio La Salle, i cimiteri Cattolici di S. Michele e S. Raffaele, il Convento delle Canossiane ebbero successivamente le sue zelanti prestazioni.
Le parrocchie di Hong Kong ebbero tutte il vantaggio di un buon servizio di canto sacro grazie ai buoni elementi che egli aveva saputo preparare col suo amore e le sue buone attitudini per la musica. Cuore delicato e generoso, egli era sempre pronto a prestar servizi ai confratelli, cordialissimo con gli ospiti, comprensivo coi giovani. Col passar degli anni e il sopravvento degli acciacchi egli diede sempre esempio di serenità e pazienza.
Celebrò la sua ultima Messa il 23-01-1957; ricoverato d'urgenza per trombosi cerebrale all'ospedale di Wanchai egli spirava serenamente il 4 febbraio. Il giorno 6 ai suoi funerali parteciparono, oltre a Mons. Vescovo e a tutti i confratelli, anche molte rappresentanze di Istituti e Congregazioni religiose. Nel cimitero di Happy Valley la sua spoglia mortale aspetta la gloria della Risurrezione.

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1959

P. PAGE DANIELE  (1882-1959)

Necrologio (dal Vincolo n. 71, gennaio 1960, p. 67)

P. Daniele Page di Pietro G. e di Maria D'Agnes, nato a St.Vincent (Aosta) il 23 agosto 1882, entrato nell'Istituto nel 1908, ordinato Sacerdote il 21 maggio 1910, partito per la missione di Hong Kong nel 1910. Morto in Hong Kong il 25 luglio 1959.

Ricordo l'incontro a Milano, con P. Page, nel Maggio del 1954, quando con altri due carissimi confratelli, (P. Grampa e P. Madaschi) era appena ritornato dalla Missione per un "breve riposo", come diceva lui. Non stava in piedi, sembrava che avesse la mente assente; si vedeva insomma l'uomo finito.
Eppure protestava di voler tornare presto alla sua Hong Kong. Chi, a tavola, diede a lui e agli altri due il "ben tornato" additò i tre veterani all'ammirazione comune, augurò una rapida ripresa di energie fisiche, ma non osò aggiungere il codicillo quasi rituale di pronto ritorno alla Missione. Erano patentemente così sfatti e carichi di anni che sembrava una presa in giro l'augurar loro di tornarsene laggiù. Invece, cinque mesi dopo, P. Page e P. Grampa, gli amici che l'età e gli acciacchi avevano maggiormente stretti l'uno all'altro, vollero partire e partirono sul serio per tornare a morire a "casa loro".
La cronaca della Casa di Milano ne dava così la notizia: "26 Ottobre 1954, diamo il saluto ai PP. Grampa e Page che ritornano in Hong Kong. La loro partenza è per tutti, giovani e vecchi, la miglior predica e il miglior esempio". P. Grampa se ne andò in Paradiso per primo e P. Page lo raggiunse due anni dopo, il 25 luglio 1959, di sabato, proprio quando a Castelgandolfo il Papa, accogliendo i Membri della Direzione Generale, ci disse che pensava in modo particolare a tutti noi del P .I.M.E. e che aveva per tutti una Benedizione speciale. Aveva 77 anni di cui 51 passati nell' Istituto e 49 anni di sacerdozio spesi tutti in Cina, nella missione di Hong Kong. Dopo d'aver gustato, per solo poco più di un anno, la vita missionaria del distretto rurale di Po On, viene dal vescovo richiamato al centro per coprire la carica di Rettore del piccolo seminario locale in Hong Kong.
Il suo entusiasmo giovanile però non si accontenta di questo solo lavoro pur tanto impegnativo, ed eccolo accettare con gioia la cura missionaria del villaggio di Shaukiwan, alla estrema periferia della città, dove diede subito nuovo impulso alla vita cristiana nel piccolo gruppo dei già convertiti e attirò all' ovile di Gesù un continuo crescente numero di neofiti non tanto con fragorosa eloquenza quanto con l' esempio costante di una vita intemerata, di carità a tutta prova e di unione col Signore per mezzo di una pietà esemplare. Per sedici lunghi anni si dette anima e corpo alla formazione dei suoi seminaristi e non furono pochi i sacerdoti locali che uscirono dalle sue mani ben plasmati a seguire l'esempio dei migliori tra i missionari e pronti, alla occorrenza, per sostituirli anche in uffici di non comune responsabilità.
Ebbe un breve intervallo di riposo in Italia dove cercò rimedio per disturbi al cuore, asma bronchiale e un complesso di altre cose che lo avevano estenuato. Al suo ritorno in Missione gli venne affidata la rettoria della Chiesa di S. Margherita che curò esemplarmente, come sempre, per otto anni continui. Dal 1939 al 1941 fu chiamato a svolgere il ministero delicato e prezioso di cappellano nel grande collegio La Salle tenuto dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Provò anche il concentramento, allo scoppio della guerra in Estremo Oriente, quando fu chiuso nelle locali prigioni, insieme con gli altri Padri italiani, fino all' arrivo dei Giapponesi.
Durante l'opprimente occupazione di questi condivise coi confratelli tutte le ansie, le difficoltà di ogni genere, compresa l'estrema penuria di alimenti, con tale pazienza e rassegnazione da essere di esempio realmente non comune. Da quando il Signore volle che le cose ritornassero ad una certa normalità fino al suo ritorno in Italia nel 1954, P. Page si prestò, sempre volentieri e con evidente serenità, ai più svariati incarichi: dalla cura della sua antica cristianità di Shaukiwan alla direzione spirituale, quale confessore, di diverse comunità religiose. Dal suo ultimo ritorno in Missione comincia a delinearsi per Padre Page il declino penoso e tanto umanamente umiliante. Si nota sempre più in lui la perdita progressiva della memoria. Si vede chiaro che la sua mente stanca difficilmente connette, ma il suo carattere di sempre, fatto di mitezza e cortesia continua, appare automaticamente: sorride a tutti e ringrazia sempre. Fu così che il caro scomparso cominciò la sua lunghissima agonia.
Forse l'ultimo momento di lucidità lo ebbe nel settembre 1958 quando chiese l'Estrema Unzione e il Viatico, poi rimase sempre assente e praticamente inconscio per i dieci lunghi mesi che passò all' ospedale di San Francesco, assistito con grande carità e devozione dalle buone Madri Canossiane. P. Page amò grandemente l'Istituto. La sua corrispondenza coi Superiori mantenne sempre un senso di filiale devozione e riconoscenza. Vedeva nei suoi confratelli dei modelli e delle guide preziose. Provò tanta contentezza quando sentì che un suo nipotino si disponeva ad entrare nell'Istituto.
Si auspicava che il P.I.M.E. mettesse finalmente in Hong Kong una sua Procura, ne discuteva in lunghe conversazioni con i confratelli in Missione e ne scrisse anche a P. Banchi, allora economo generale. Voleva ansiosamente il bene e lo sviluppo dell'Istituto. Nel necrologio steso dai confratelli della Missione appare quanta impressione abbia lasciato in loro l'esempio di P. Page. Esempio di profonda pietà, di devozione sincera verso i Superiori, di profondo attaccamento all'Istituto e alla Missione, di zelo ardente per la conversione degli infedeli e di perfetto adempimento di tutti i suoi doveri. "Molte volte", scriveva P. Page al Superiore nei primi anni di Missione, "la malinconia ha tentato di saltarmi in groppa, allora ricorrevo al mio Crocefisso prima con una fervorosa preghiera, poi al mio flauto e l'effetto era magico".
Fu detto di lui che era un Missionario di stampo antico. Sarebbe forse meglio dire che era un Missionario compreso della sua vocazione. Venne da noi ai primi del 1908 dopo una matura riflessione e tanta orazione. Nella lettera di domanda a Mons. Roncari dice appunto: "Da parecchi anni già mi sento un vivo desiderio di dedicarmi alle Missioni. Però, prima di prendere una decisione, volli consultarmi col mio confessore e coi miei Superiori di Seminario, e ne ricevetti incoraggiamento".
Il parroco, D. Luigi Alliod, nella lettera di presentazione del giovane accolito, così si esprime: "Il est admirable par sa piété, irréprochable dans sa conduite et dans ses moeurs". Era felice quando poteva condurre la vita che egli chiamava "da zingaro". La vita del Missionario è sempre dura, ma doveva esserlo ancor più quaranta, cinquant'anni fa: "Quando sapevo già un po' di lingua, solo, col servo che porta due piccole ceste, una che contiene i paramenti e qualche libro, l'altra vesti di ricambio, una coperta ed una stuoia (che formano tutto il mio letto)". Sembra di vederlo "girare di villaggio in villaggio" per realizzare il suo sogno giovanile. Benché all'apparenza sembrasse severo e riservato, amava la compagnia e non mancava di quell'arguzia fine e di quel buon umore che portano sempre una nota di gaiezza nei raduni.
A un confratello in Italia raccomandava di metter in pratica i consigli che era solito dare agli altri, e inviando su quattro fitte pagine notizie della Missione, si lamenta che la sua allegria "Non è più quella di vent'anni, chiassosa, rumorosa, ma quieta, pacifica, interna. Cerco di adempiere i miei doveri più bene che posso e solo quello che le mie forze mi permettono di fare. Mi sforzo di tenermi unito con Dio, sempre pronto per la grande chiamata". Modicissimo nel vestito e nel vitto, non curante delle comodità, poté in molte occasioni aiutare, coi suoi risparmi, confratelli più poveri di lui e venire in aiuto anche dei suoi cristiani. Di lui si potrebbe dire quello che egli stesso scriveva a Mons. Viganò in occasione della morte di P. Salice, suo compagno di Missione e di partenza.
"La chiamata del Signore non trovò impreparato il Missionario che alla mattina si preparava come se dovesse morire alla sera e che alla sera faceva altrettanto come se dovesse morire nella notte". Alle solenni esequie del compianto P. Page, che ebbero luogo il 27 luglio nella Chiesa di S. Margherita, presero parte coi Confratelli molti fedeli, sacerdoti e suore di tutte le congregazioni che lavorano in Hong Kong. Riposa ora nel nostro cimitero di Happy Valley accanto a Mons. Valtorta che fu suo Vescovo amatissimo e di cui aveva scritto, molti anni prima, al Superiore: "Ringrazio la Provvidenza di avermi dato, nel mio primo anno di Missione, per guida un santo missionario. Ho trovato in lui un buon direttore, un fratello amoroso e un vero modello di missionario".
Che l'esempio di un tanto missionario ci sproni a farci ottenere dal Signore quella stima reciproca che mentre ci onora, ci santifica.

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1960

P. ZILIOLI GIACOMO  (1898-1960)

Necrologio (P. Thomas F. Ryan S.J., dal Vincolo n. 73, settembre 1960, p. 54)

P. Giacomo Zilioli di Virgilio e di Romano Angela, nato a Mazzano (Brescia) il19 maggio 1923, partito per Hong Kong il 29 luglio 1923, morto il18 luglio 1960.

P. Zilioli è morto improvvisamente il 18 luglio 1960, così che il suo funerale ebbe luogo il giorno stesso in cui fu annunciato il suo decesso. Eppure la chiesa di S. Margherita traboccava di fedeli per la Messa vespertina da Requiem e più di 1.000 persone erano presenti al rito della sepoltura con la partecipazione di un numero tale di Padri e di Suore che da molti anni non si vedeva nel cimitero per simili circostanze. Questa fu la più eloquente testimonianza che potesse venir data alla stima in cui era tenuto il defunto dai cattolici di Hong Kong.
Prima di ritirarsi, la sera precedente la morte avvertì i Padri suoi assistenti che si sentiva molto stanco e li pregò di non chiamarlo prima delle 8, orario per lui veramente straordinario. La mattina seguente, uno dei Padri picchiò alla sua porta. Non ricevendo risposta alcuna, fu forzata la porta e si trovò P. Zilioli disteso in terra già morto. Si provvide immediatamente a telefonare la triste notizia a S.E. il Vescovo. Sua Eccellenza e P. Zilioli erano sempre stati amici dacché si erano conosciuti, più di mezzo secolo fa, nei loro primi anni di seminario. Avevano fatto i loro studi assieme e, sempre insieme, vennero
in Hong Kong nel 1923. Il Vescovo trovò la salma del suo amico già composta nella Chiesa parrocchiale ed intorno ad essa vi era già grande concorso di parrocchiani, uomini, donne e bambini, molti dei quali palesemente in lacrime per la perdita del loro amato Padre cui, dopo che a Dio in gran parte dovevano il dono della Fede.
Egli era uno dei meno ingombranti, eppure era anche uno dei più conosciuti Sacerdoti di Hong Kong. Godeva della fama universale di essere un santo, e, nelle due parrocchie dove egli spese gli ultimi 30 anni della sua vita, era l'oggetto di profondo affetto e sentita venerazione. Aveva 62 anni. Nativo di Brescia, quivi fece parte dei suoi studi nel Collegio "Cesare Arici" dove ritornò più tardi come Prefetto di disciplina e da dove partì per entrare nel P.I.M.E. In quel Collegio, da ragazzo, si aggregò alla Congregazione Mariana alla quale fu sempre legato per tutta la vita sino a propagandarla con zelo speciale dovunque egli andasse.
Compì il lungo curriculum al Sacerdozio nei Seminari di Brescia e nel PIME, e, subito dopo la sua Ordinazione Sacerdotale fu destinato a Hong Kong dove arrivò nel 1923. Il suo compagno, allora il nostro attuale Vescovo, S.E. Mons. Bianchi al quale fu legato da grande amicizia e mutuo rispetto per tutta la vita. Arrivato qua, P. Zilioli andò prima a Sai Kung nel New Territory, dove studiò il cinese, poi fu destinato a Tam Shui nel Kuang Tung. Nel 1926 fu richiamato indietro in Hong Kong e quivi rimase fino alla morte. Per alcuni anni lavorò nella Procura della Missione, ma nel 1932 fu assegnato alla Chiesa di S. Francesco Saverio in Wan Chai facendo di questo popoloso quartiere il suo campo di lavoro per più di 20 anni e della sua popolazione l'unico oggetto dei suoi pensieri e dei suoi sforzi.
Le relazioni che esistevano tra lui e coloro coi quali viveva erano di una qualità che è difficile trovare, ai nostri giorni, in una città. Egli era il loro confidente in ogni difficoltà e il loro assistente in
ogni forma di sventura. Gli si affollavano intorno, ovunque lo trovassero e a tutti, ricchi e poveri - erano quasi sempre poveri - mostrava simpatia, attenzione e anche severi consigli quando ne vedeva il bisogno. Era gentile e dolce di cuore, ma non era affatto molle, sì che non era facile ingannarlo. I suoi parrocchiani impararono molto presto che era inutile andare da lui con una storia qualsiasi o con disgrazie non genuine.
Quando la necessità era vera, sembrava che avesse un istinto speciale nell'individuarla ancora prima che gli venisse esposta. L'influenza che esercitava era realmente grande e il bene da lui compiuto è incalcolabile. Molto prima della guerra, la sua grande mira era di fabbricare una Chiesa spaziosa in Wan Chai, dato che la cappella di S. Francesco, annessa all'ospedale, era troppo piccola. Fece piani su piani, mise gli occhi su ogni possibile area disponibile e gli sembrava proprio di trovarsi a buon punto quando la guerra arrivò a scombussolare ogni sua speranza per molti anni. Appena tornò la pace, egli si mise si nuovo a far piani e questa volta ci riuscì e quando la chiesa fu fabbricata egli ne fu il primo parroco.
La sua devozione alle Anime del Purgatorio si concretò nel dedicare la nuova Chiesa alle "Anime Purganti", e non si può sbagliare affermando che il giorno più bello della sua vita fu quello in cui la Chiesa fu aperta al pubblico e benedetta dal Vescovo. Incorporata nello stesso fabbricato c'era anche la Scuola "Ki-Lap" e questo era il culmine per lui, poiché la sua grande seconda ambizione era di avere una scuola parrocchiale per i suoi ragazzi poveri. Chiesa e scuola rimangono a monumento della sua opera in Wan Chai. Nel 1954, fu trasferito al villaggio di Aberdeen, come parroco della Chiesa di S. Pietro. Da allora fu difficile immaginarsi Wan Chai senza P. Zilioli.
La figura familiare dell' ometto, col cappello a larghe tese, che compiva più volte al giorno, con occhi dimessi, la regolare escursione dalla Cattedrale a Wan Chai e ritorno, mancava all'osservazione di molti. Ma questa stessa figura cominciò molto presto a diventare famosa in Aberdeen. In questo luogo P. Zilioli cominciò il suo solito zelante lavoro, non esclusi i pazienti piani di espansione. Una nuova scuola si imponeva ed egli si mise al lavoro per costruirla. Ci furono ripiegamenti e contrasti alla realizzazione delle sue speranze, ma finalmente la scuola fu pronta. Egli aveva dato ad Aberdeen ciò che la borgata maggiormente necessitava. Il giorno dell'apertura ufficiale della scuola, il Direttore stesso dell' Educazione diede pubblico tributo di lode al grande lavoro di questo Prete, dei più zelanti e tra i più nascosti, segnalandolo all'ammirazione di tutta la Colonia. Il compimento della prima opera in Aberdeen,
segnò l'immediato inizio di nuovi piani per la realizzazione di un'altra, ancora più imponente: la fabbricazione cioè di una nuova Chiesa.
Non era mai stato di quelli che aspettano di avere i soldi in mano per preparare progetti. Ai progetti perciò fece seguito un'interrotta catena di sforzi e tentativi che gli portavano i mezzi nel modo che egli prediligeva: pochi alla volta per mezzo della collaborazione di devoti collaboratori. Quelli che l'avevano aiutato in Wan Chai non lo abbandonarono quando egli si allontanò da loro. Continuarono a lavorare al suo fianco in Aberdeen, anche per stimolare i nuovi parrocchiani ad imitarne l'esempio. Coll'aiuto dei suoi molti amici, la nuova ambizione di P. Zilioli era già in via di realizzazione fino ad aver pronto il progetto dettagliato della Chiesa da costruirsi.
Se fosse vissuto abbastanza da veder completata anche questa sua opera, avrebbe certamente incominciato a darsi da fare per qualche cosa d'altro perché stava già effettivamente pensando ad un ulteriore sviluppo nel campo dell'educazione. La chiamata al Cielo è arrivata prima che la parte materiale del suo lavoro fosse completa, ma ci doveva essere senza dubbio una stupenda mansione già pronta in Cielo per lui. È difficile immaginarsi uno consacrato al suo dovere più di Padre Zilioli.
Che cosa significasse per lui un sacrificio nessuno l 'ha mai potuto indovinare, perché di se stesso non parlava mai. La sua debolezza fisica era trasparente e la sua salute fu quasi ininterrottamente fragile, eppure chi potette mai indurlo ad avere un po' più di cura di se stesso? Circa un anno fa, si riuscì finalmente a convincerlo ad entrare in ospedale, ma egli interpretò la sua degenza ivi poco più di un cambiamento di luogo dove dormire. Egli infatti passava tanta parte del tempo fuori dell'ospedale che non passò molto prima che potesse dire con convinzione che la sua "cura" era finita, di modo che ritornò senz'altro al suo posto. Egli non era un uomo del XX secolo, come cioè la nostra età frettolosa ed irrequieta pretende che noi tutti siamo. Egli apparteneva a quella compagnia di gente senza tempo e fuori del mondo, che in ogni età passano la vita consacrati ad una sola cosa: il servizio di Dio.
Non cedette mai a nessuna convenzione che non riguardasse il suo lavoro: razza, nazionalità, stato o condizione di vita non avevano per lui alcun significato. Fu anche per questo che P. Zilioli godette la stima di tutti. Egli può veramente essere lo svegli arino silenzioso che dovrebbe ricordare a molti che non basta dare importanza allo scopo prefisso, ma che bisogno pure esservici consacrati per colpire perfettamente nel segno. Che possa la sua anima tanto gentile riposare in pace con Cristo.

La testimonianza che segue fu tributata a P. Zilioli dall'On. D.S.J. Crozier, Direttore dell'Educazione in Hong Kong, durante la cerimonia di apertura della Scuola S. Pietro, nel Borgo di Aberdeen il settembre scorso:

Come Direttore dell 'Educazione, la mia prima conoscenza di P. Zilioli risale al 1952 in occasione dell'apertura della scuola Ki Lap. Quella scuola, che provvede l'educazione per i ragazzi poveri della zona congestionata di Wanchai era il prodotto dell'ispirazione di P. Zilioli e dei suoi energici sforzi per aiutare i ragazzi di quel quartiere.
Appena completata quella Scuola, egli trasferì il suo lavoro ad Aberdeen e da allora ha lavorato colla stessa totale devozione che ha caratterizzato il suo lavoro in Wanchai. Egli ha incontrato molte difficoltà e disappunti, come del resto avviene a tutti i grandi lavoratori nel campo sociale e religioso, ma la sua incrollabile fede non gli permise mai di essere allontanato dal suo scopo. Oggi noi vediamo, materializzato davanti a noi, un monumento alle sue convinzioni religiose, alla tenacia dei suoi propositi, al suo grande amore per il prossimo.
P. Zilioli è uno dei più modesti uomini che io conosca e sono sicuro che sto causandogli non poco imbarazzo parlando di lui in tal modo. Un monumento è certo l'ultima cosa che egli si aspetta, ma non credo che egli potrà evitarlo questa volta, poiché la Scuola S. Pietro sarà sempre associata al suo nome. E con simile associazione nessuna Scuola potrebbe incominciare sotto migliori auspici. È con questo spirito per base che noi troviamo le più altre ispirazioni ed i più alti ideali.
Una Scuola senza queste cose sarebbe infatti una ben piccola cosa, anche se imponenti fossero i suoi fabbricati. Per ottenere tutto ciò che dovrebbe ottenere, una scuola deve essere guidata da una forza interna, e voi potete star sicuri che tale forza interna sarà sempre presente in questo luogo.

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1962

P. DE MAESTRI FRANCESCO (1904-1962)

Necrologio (dal Vincolo n. 78, maggio 1962, p. 102)

P. Francesco De Maestri, figlio di Lorenzo e di Fiorentina Ricci, nato a Giustenice (Savona) il 29-9-1904, entrato nell'Istituto il 3-10-1922, ordinato Sacerdote il 25-5-1929, partito per la Missione di Nanyang il 9-11-1930. Espulso dai Comunisti il 23-3-1954. Passato alla Missione di Hong Kong il 28-2-1955. Morto a Hong Kong l' 11-2-1962.

L'11 febbraio è morto ad Hong Kong per congestione polmonare sopravvenuta a gravissime ustioni, il Padre Francesco De Maestri. In una lettera scritta a Mons. Massa il 17 dicembre '61 P. De Maestri rivelò che i medici gli avevano riscontrato i sintomi di una terribile malattia che gli avrebbe lentamente atrofizzato le braccia. A S.E. Mons. Bianchi che gli aveva fatto balenare un ritorno in Patria per una cura più efficace del suo male, proprio il giorno prima dell'incidente, rispondeva: - Non ho mai tanto amato la Missione e i miei operai come adesso, e desidererei proprio morire in Missione.
Il Signore lo ha esaudito. P. De Maestri era nato a Giustenice (Albenga) il 29 settembre 1904. Compiuti gli studi ginnasi ali nel Seminario vescovile di Albenga, ove nel' 19 aveva ricevuto la sacra veste, nel 1922 era entrato nel PIME. Inviato a studiare a Roma, si laureò in Teologia. Ordinato Sacerdote ad Albenga il 25 maggio 1929 nel novembre dell'anno seguente veniva dai destinato dai Superiori dell'Istituto alla Missione di Nanyang in Cina. Qui dovette apprendere la difficile lingua cinese e poi fu destinato all'insegnamento nel Seminario Regionale di Kaifeng. Nel '34 il suo Vescovo Mons. Flaminio Belotti, lo assegnò come coadiutore al P. Alfredo Magni nel distretto di T'ang Hien.
In quell'occasione gli disse: "Non s'impressioni se le do come coadiutore un laureato... È anche lui un missionario come gli altri..." Non sbagliava. Ricevuta la destinazione e la benedizione dal Vescovo P.
De Maestri si metteva subito a disposizione del P. Magni. "Sono felicissimo di venire con lei - gli disse fin da questo momento sono ai suoi ordini, mi dica cosa debbo fare, non abbia riguardi per me...". Lavorarono infatti in perfetta armonia e santa letizia per quattro anni sino a che il P. De Maestri veniva destinato capodistretto di Fang-cheng. P. De Maestri era intelligente, possedeva anche una memoria di ferro. La sua scienza teologica era profonda. Ferratissimo in diritto, risolveva casi intricati con una chiarezza e competenza non comuni. Aveva appreso la lingua cinese con facilità.
Leggeva correntemente i giornali in cinese, cosa non di tutti i missionari, data la difficoltà dello stile giornalistico. Spesso faceva la stessa meditazione su testi in cinese. Quando anch'egli, come gli altri Missionari italiani e tedeschi, fu chiuso in campo di concentramento a Neishiang dai nazionalisti, fra tanti sacerdoti e menti acute, Mons. Vito Tchang, Vescovo della Congregazione del Verbo Divino, non trovò persona più adatta di lui per ultimare la formazione teologica e sacerdotale di un suo chierico, che in seguito venne ordinato nello stesso campo.
Eppure, malgrado tutte queste sue doti, era di una umiltà e semplicità di fanciullo. Mai che parlasse dei suoi titoli di studio; tutto faceva senza pose, con naturalezza, sempre pronto a cedere alla opinione altrui se appena ne vedeva la necessità. L'obbedienza poi era per lui come una seconda natura: bastava un accenno, una parola, un desiderio e si era sicuri che avrebbe eseguito tutto a puntino. Bisognava anzi essere precisi, chiari negli ordini per non suscitargli ansie e scrupoli di non averli in caso adempiuti bene.

Un'altra bella virtù risplendeva in lui, la carità, verso i confratelli e verso i cinesi. Sempre allegro, gioviale, generoso, era pronto a tutto per tutti. Era dell'avviso di fare piaceri e favori appena ne avesse la possibilità. Se per caso non poteva, si scusava con tutta umiltà. Non parlava mai male di nessuno. Per tutti egli sapeva trovare una parola di scusa, perfino per i comunisti, che pur gliene facevano di tutti i colori... Alimentava questo complesso di virtù con una pietà sentita e profonda. Era di vita interiore non comune, così come era attento ed esatto nelle cerimonie liturgiche.
Il suo zelo era incontenibile. Leggeva le sue prediche al diretto superiore perchè non gli sembravano mai abbastanza chiare. Ricorreva a paragoni ed esempi; voleva che i cristiani lo capissero davvero ed assimilassero. N elle confessioni si prestava più che volentieri ed era instancabile. Aveva un fiuto particolare nello "scovare" le stole, poichè senza di esse non c'era caso che confessasse... Nei lunghi ed estenuanti giri di distretto non aveva fretta: voleva vedere, avvicinare, parlare con tutti i suoi cristiani.
Si interessava di ogni loro cosa e a tutti donava il suo aiuto spirituale, morale e anche materiale,
dividendo coi poveri i pochi soldi - ne ebbe sempre pochi... - che aveva. Era anche ingegnoso. Tutti ricordano i palloni di carta - alti più di cinque metri - che si industriava di fabbricare per inviarli "negli spazi interplanetari" - come diceva lui - perché i neofiti e i catecumeni capissero che le feste cristiane debbono essere motivo di gioia schietta e universale.
Utilizzava poi le sue conoscenze mediche per avvicinare i pagani e far sentire loro almeno una buona parola. Nel febbraio '41 la Missione di Nanyang veniva invasa dai giapponesi. Presto si sparse la voce che il Vescovo Mons. Pietro Massa e i Padri della Residenza vescovile di Kin Kia Kang (non
lontana da Nanyang) erano stai uccisi o portati via. P. De Maestri, per portare loro aiuto e conforto - di cui poi grazie a Dio non avevano bisogno - con pericolo della sua stessa vita passò attraverso la linea del fuoco per raggiungerli!...
Quando fu nominato capo-distretto di Nanyang, la città era obiettivo ftequente di bombardamenti americani. La residenza missionaria si trovava al centro della piccola città; la possibilità di sfuggire alle bombe non era molta, dato che la città era tutta cinta da vecchie mura. Quando la sua chiesa e residenza di Nanyang fu presa di mira dagli aerei, poco mancò che non rimanesse sepolto tra le macerie. Eppure egli si sentiva tutto animato e pieno di coraggio per prestare la sua opera.
Disse una volta: "Mi sento pronto ad ogni pericolo, pronto a combattere contro la furia delle bombe incendiarie, pur di poter fare un po' di bene a questo popolo!".. E dopo le incursioni Padre De Maestri era il primo ad uscire con la bandierina del "pronto soccorso". Si cacciava dovunque, facendosi in cento per ogni ferito. Fu proprio quest'opera che servì poi da pretesto ai comunisti per accusarlo... di essere una spia: secondo loro, aveva fatto segnalazioni al nemico con la bandierina durante le incursioni aeree...
Gli ultimi anni trascorsi nella sua Missione di Nanyang dal 1947 al 1954 furono infatti i più tremendi per lui, perché vissuti in piena persecuzione religiosa. Sotto il governo comunista, trovandosi la Missione nell'impossibilità materiale di pagare le enormi tasse imposte sulle chiese, residenze, ecc., P. De Maestri si offerse volontariamente di andare in prigione per scontare la pena relativa. Quella volta vi rimase una settimana. I comunisti gli proibirono poi ogni movimento tra i fedeli. Dapprima non potè uscire più dalla città, poi lo confinarono in residenza.
Gli proibirono ogni contatto coi cristiani, ma egli intensificò allora la sua vita di pietà: ore di adorazione diurne e notturne, rosari frequenti, e sempre pronto ad approfittare d'ogni buona occasione per avvicinare i cristiani, esortarli e prepararli alla lotta. A lui faceva capo l'associazione della Legio Mariae: era in ciò instancabile. Progettava giorno e notte nuovi mezzi per fare agire i suoi legionari. P.
De Maestri sapeva sostenere ogni conversazione anche con la gente più istruita, per cui i comunisti con lui non entravano troppo in discussioni; temevano la sua dialettica, calma, ragionata, stringata, che li metteva con le spalle al muro.
Per farla finita con questo "cattivo arnese di imperialista", che con la sua parola evangelica "contaminava, infestava e rovinava le menti dei liberati cinesi", un giorno del 1953 fu legato come un malfattore, fu fatto girare in segno di ludibrio per tutta la città e poi rinchiuso in prigione. In seguito dovette subire il "processo popolare", durante il quale seppe arditamente difendersi da vero soldato di Cristo.
Ai primi di gennaio del 1954 fu condannato all'esilio ed espulso dalla Cina quale "rivoluzionario e capo della Legione di Maria". Tornato in Italia il 23 marzo 1954, su sua richiesta i Superiori l'anno seguente lo mandarono ancora fÌ"a i cinesi, ad Hong Kong, dove lavorò presso la parrocchia di S. Teresa e poi alla Cattedrale.
Su sua domanda negli ultimi cinque anni fu mandato nel distretto industriale di Tsun Wan, dove c' era ampia possibilità di occuparsi di tanti poveri operai cinesi. Egli infatti lavorò assai attivamente a favore del Movimento Giovani Lavoratori Cristiani. A Tsun Wan era coadiutore del giovane parroco cinese della Chiesa del S. Cuore. la sua umiltà infatti, unita ad un profondo spirito missionario, lo portava a lavorare di preferenza sotto altri, piuttosto che ad essere capo. Sempre attivo e zelante in ogni forma di apostolato, ricopriva pure l'importante carica di Revisore Ecclesiastico del "Kung Kao Po", settimanale cattolico diocesano in lingua cinese.
Non ci rimane che concludere con il "Sunday Examiner", settimanale cattolico diocesano in lingua inglese: "Egli fu insomma particolarmente capace di prendere un profondo interesse personale al benessere, alla felicità e santità di ognuno per il quale egli lavorasse. Per questo i suoi parrocchiani, mentre il Vescovo impartiva l'assoluzione alla salma, piangevano dirottamente senza ritegno, proprio come fosse uno di casa".
"Caro Padre, - scriveva la mamma del P. De Maestri, a uno dei nostri Padri,
- non so come esprimerle i miei ringraziamenti per le sue parole di conforto nella grande prova che il Signore ci ha mandato con la perdita del tanto caro e amato Figlio con una fine così improvvisa e tragica. Sebbene tanto rassegnata alla volontà di Dio, non mi sembra vero, perchè quando è partito la seconda volta per Hong Kong, mi sembrava sicura di rivederlo ancora.
Ma i disegni di Dio erano ben diversi dai miei e non mi resta altra strada che la rassegnazione alla sua santa volontà. Il giorno 20 scorso, si fecero solenni funerali nella nostra parrocchia di Giustenice, a cui presero parte anche Mons. Massa e altri Padri dell'Istituto, in tutto una ventina di Sacerdoti, e un immenso popolo venuto dai dintorni. La Messa dell'esequie fu cantata da P.Strizoli e Mons. Vescovo fece un bel discorso commemorativo; anche in altre parrocchie si fecero i funerali. Caro Padre, avrei un mondo di cose da dire, ma il mio povero cuore tanto martoriato, ma rassegnato, non ne può più.. Mi raccomando tanto alle sue preghiere; mi saluti e mi raccomandi anche agli altri Padri, che li ho tanto scolpiti, tutti, nel mio cuore, e mi sembra di essere la mamma di tutti i missionari.
Non passò giorno che li raccomando al Signore, ed offro il mio dolore e sacrificio che il Signore mi ha chiesto per tutti loro."
I
Ci piace riportare alcune parole di rievocazione della cara figura di P. De Maestri mandateci dal suo Vescovo Mons. Massa: "P. De Maestri era un missionario esemplare per zelo e spirito di sacrificio. Vivemmo insieme per più di vent'anni nella missione di Nanyang, prima come confratelli e poi io come suo Vescovo. Non ebbi mai a lamentarmi di Lui. Era un amico leale e buono e fu suddito ubbidiente, sul quale il Vescovo poteva fare assegnamento specialmente nei momenti di emergenza. Aveva ereditato dalla natura splendide qualità di intelligenza e di cuore, che perfezionò coll'esercizio delle virtù e coll' ardore della carità.
Il suo carattere ardente e forte, fu messo a servizio d'una vita sacerdotale vissuta nel continuo sforzo verso la salvezza delle anime dei poveri infedeli e il consolidamento e sviluppo della vita spirituale tra i cristiani commessi alle sue cure pastorali. Era famoso tra noi per il suo costante ottimismo. Cercava di scoprire e considerare il lato buono della vita in genere e degli uomini in specie. Non perdeva mai la speranza di poter ricuperare quello che ormai si riteneva da tutti perduto; per Lui restava sempre "qualche spiraglio" su cui fermare il suo sguardo ottimistico in attesa che tutto migliorasse.
A qualcuno questo suo modo di considerare le cose, potrà essere apparso frutto d'un semplicismo ingenuo, apprezzabile se mai come qualità morale, ma non certo come pratica di vita; ma per chi l'ha conosciuto a fondo, P. De Maestri era tutt'altro che semplicista, tanto meno un ingenuo. Lui, sacerdote e missionario, credeva fortemente alla potenza trasformatrice della carità ed aveva grande fiducia nella missione redentrice di Gesù Cristo, sempre attiva contro le forze avverse e nonostante la noncuranza di tanta parte dell 'umanità.
Da buon teologo, aveva davanti a sé la frase di S.Paolo (I Tim. II, 4) "Deus vult omnes homines salvos fieri ed ad agnitionem veritatis venire".. P. De Maestri lavorò in vari distretti della Missione ed ovunque fu segnalato il suo ardente zelo per le anime ed il suo spirito di sacrificio nell'adempimento del suo dovere sacerdotale e missionario. Si può dire che in questo era scrupoloso. Quando l'occasione si presentava, l'amor suo per Dio e per le anime lo spingevano ad atti di vero ottimismo.
A prova di questa mia asserzione, voglio qui riportare alcuni fatti: Nei primi giorni de febbraio 1941, la Missione di Nanyang era stata invasa dalle truppe Giapponesi che avanzavano verso le città, e la Residenza Vescovile si trovò coinvolta nel furore della battaglia. Si era difatti sparsa la voce che tutto era distrutto e il Vescovo con i Padri, parte morti, altri portati via. Fortemente eccitato da queste notizie, credette giunto il momento di arrischiare tutto, anche la vita, se fosse stato necessario, per portare aiuto e conforto al Vescovo ed ai Padri. Passò attraverso la linea del fuoco ed arrivò alla sede della Residenza episcopale, a Kin Kia Kang. Essendo parroco nella città di Nanyang, ogni volta che questa città veniva bombardata da aeroplani nemici, prima ancora che gli aeroplani fossero partiti, P. De Maestri usciva per poter soccorrere i feriti; e quando la sua chiesa e residenza fu presa di mira dagli aerei nemici, mancò poco che restasse seppellito sotto le macerie.
Sotto il governo comunista, trovandosi la Missione nell'impossibilità fisica di pagare le enormi tasse che il governo popolare aveva ingiustamente imposte, P. De Maestri si offerse volontariamente di andare in prigione per scontare la pena; rimase in prigione per una settimana. Ma il migliore esempio di zelo P. De Maestri ce lo diede quando, scacciato dal governo comunista cinese e ritornato in patria, dopo un breve riposo, domandò di ritornare in Missione. Aveva ormai al suo attivo 25 anni di dura vita missionaria, passati nella Missione di Nanyang, e ritornò ad Hong Kong a ricominciare daccapo a lottare collo studio di nuove lingue e collo sforzo di ambientazione.
Qui si ebbero gli ultimi prodigi di questo missionario secondo il cuor di Dio. Negli ultimi tempi chiese ed ottenne di essere mandato in un distretto industriale, dove vi era la possibilità di occuparsi di tanti operai cinesi; e per questo si adattò ad essere coadiutore in una parrocchia d'un giovane prete cinese. Fu in questa attività che il povero padre si trovò alle prese con una nuova terribile prova. I medici avevano scoperto in Lui il principio di una grave malattia. Egli stesso ne dava notizia nella sua ultima lettera scrittami il 17 dicembre 1961.
Ecco le sue parole: "I medici avrebbero trovato un principio di "sclerosi laterale amiotrofica", male che lentamente atrofizza le braccia. Il Dr. Vio dice che non c'è nulla da fare. Un Dr. chiropratico americano, mi dice che si può guarire. Se il male progredisce, sarebbe una bella prova, e che il Signore mi dia la forza". Il sogno della sua vita fu sempre quello di consumare le sue forze sul campo dell' apostolato e morire in Missione. C'è davvero da rammaricarci della triste fine fatta. A un missionario del suo stampo, avremmo creduto che Iddio avesse riservato una morte, umanamente parlando, più gloriosa.
Adoriamo anche in questo i disegni della Divina Provvidenza. Forse Iddio ha voluto così rispettare la grande umiltà del suo servo fedele, chiamandolo in questa maniera al premio. Potrà sembrare questa una considerazione un po' strana. È certo che la mentalità umana non sa adattarsi a certe disposizioni di Dio che hanno sempre un po' del misterioso: "Non enim cogitationes meae, cogitationes vestrae; neque via vestrae, viae meae, dicit Dominus" (Is. 55,8). Pensiamo a quale prova terribile fu messa la fede degli Apostoli durante la Passione e la morte in croce di Gesù!
Nell'ambito di queste considerazioni, apprezzai altamente le semplici ma profonde parole dette dall' Arciprete della Cattedrale di Albenga che rappresentò il Vescovo Diocesano al solenne funerale celebrato il 21 febbraio U.s. nella chiesa di Giustenice (Pietra Ligure) paese natio di P. De Maestri: "La diocesi di Albenga non è molto nota in Italia, tanto meno questo vostro piccolo paese; ma noi sentiamo di essere altamente onorati dalla figura di questo umile missionario, che insieme ad altri figli di Albenga, ha tanto faticato per la conversione dei poveri infedeli. Queste noi le consideriamo le glorie più fulgide di questa nostra piccola Diocesi Ligure".
Un suo confratello di Hong Kong dando notizia della morte di P. De Maestri così si esprime: "Altri confratelli lo avranno conosciuto come missionario zelante nella nostra Missione di Nanyang. Per noi di Hong Kong egli era il Sacerdote dell'Abbandono in Dio. Ultimamente veniva spesso a visitarmi, e mi rendo conto del suo vivo e ardente entusiasmo per le missioni. Gli ultimi anni li passò assistendo spiritualmente gli operai di Tsuen Wan. Il pensiero di doverli lasciare lo tormentava. Apprezzava il lavoro dei confratelli. Sapeva compatire uomini e cose e mai brontolava o criticava".
Mons. Bianchi, vescovo di Hong Kong, così di esprimeva: "Abbiamo perso un ottimo Padre tanto amato e stimato dai Padri, dai cristiani e dal suo giovane parroco cinese, ma son certo che abbiamo un protettore in cielo. Il PIME può gloriarsi di aver dato alla chiesa un Missionario della tempra di Padre De Maestri".

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P. FEROLDI ALFREDO (1906-1962)

Necrologio (dal Vincolo, n. 79, settembre 1962, p. 138)

P. Alfredo F eroldi di Francesco e di Celestina Zani, nato a Castelletto di Leno (Brescia) il 5 marzo 1906, entrato nell 'Istituto il 29 settembre 1922, ordinato Sacerdote il 25 maggio 1929, partito per Hong Kong il 12 settembre 1929, morto a Roma i123 luglio 1962.

Ebbe i natali da una modesta famiglia di mezzadri, ricca peraltro di fede cristiana vissuta. Della fanciullezza ricordava i sacrifici sostenuti dalla mamma durante la prima guerra mondiale, la delicatezza estrema della educazione alla purezza ed anche qualche innocente marachella. N e ricavò insegnamenti pratici per tutta la vita, come la fiducia in Dio, il contentarsi di poco, l'apprezzare anche le piccole attenzioni prestategli.
Udita la voce del Signore, entrò a Brescia nel seminario minore e vi compì il corso ginnasi aie conseguendo voti lusinghieri; ottime le referenze fornite dal suo Rettore quando, il 29 settembre 1922, entrò nel nostro liceo di Monza. Sensibile e vivace non gli mancarono difficoltà, ma alla fine del noviziato P. Pagani si dichiarò soddisfatto dell'impegno dimostrato dal Feroldi nell'emendarsi dei difetti che gli erano stati segnalati. Fu ordinato Sacerdote a Brescia dal suo Vescovo Mons. Gaggia il 25 maggio 1929, ed ai 12 di settembre dello stesso anno salpava da Venezia per Hong Kong. Voglio qui ricordare un episodio rivelatore della sua personalità. Dopo la destinazione un padre ebbe a manifestagli la sua commiserazione... perché ad Hong Kong non avrebbe potuto fare il missionario.
P. Feroldi ne fu turbato, ma lo confortò il Superiore Generale P. Manna e così partì fiducioso, deciso di mostrare come stavano le cose. Nella sua cartella personale, assai smilza, c'è un biglietto dei suoi primi tempi ad Hong Kong e vi è scritto testualmente: "In questi primi giorni di missione non sapevo spesso cosa fare, se piangere cioè o ridere, sempre dalla gioia che tutto mi pervadeva. E nell' agosto 1931 manderà al Vincolo un articolo intitolato "Un'apologia", pubblicato sul n. 8, pagina 47, senza firma.
È la risposta ufficiale a quel tal padre, ed è quanto mai rassicurante per i destinati a quella Missione. Dopo pochissimi mesi per fare una certa pratica nell'inglese nel Collegio di S. Giuseppe, al 3 febbraio 1930, è già coadiutore nel distretto di Tamtong e poi successivamente di P'ing-shan nella terraferma cinese. Ebbe modo di assaporare la più autentica vita missionaria e di buscarsi una malariaccia coi fiocchi... L'esperienza fatta lo renderà buono e comprensivo coi confratelli dell'interno, quando avrà autorità e voce in capitolo...
Nell'agosto 1932 Mons. Valtorta lo richiamò in città e perché si curasse e perché intendeva dargli incarichi di particolare fiducia. Per 12 anni fu Rettore del seminario minore indigeno e vi insegnò latino e matematica. A lui si devono il manuale di preghiere in cinese e latino ancora in uso, la traduzione in latino delle preghiere dell'Istituto ad uso del Clero cinese e, tra i pochissimi scritti conservati per tutta la vita e non distrutti negli ultimi mesi) c'è un dizionario dei verbi latino-cinese fatto con cura e competenza. Sopravvennero gli anni tremendi della seconda guerra mondiale ed Hong Kong fu occupata dai Giapponesi; riprovò la fame autentica; la missione per vivere e nutrirsi dovette vendere pure le campane.
Durante quel tempo si prestò a fungere da cappellano e direttore delle Suore Carmelitane di Stanley; la sua presenza ed accortezza fu di protezione e di grande aiuto alle Suore. Dopo la liberazione fu uno degli artefici della rinascita spirituale e materiale della Missione; fu nominato cancelliere, ed il suo fiuto negli affari più di una volta salvò il Vescovo da passi falsi o rischiosi. Continuò in detto incarico sino al 1946, reggendo contemporaneamente anche la parrocchia del Preziosissimo Sangue. Come giusto riconoscimento nel 1947 fu nominato Vicario Generale; ufficio quanto mai impegnativo nel quale si prodigò, anche se non gli procurò eccessive consolazioni.
Della sua vita di Hong Kong, e successivamente degli ultimi anni in Italia, un confratello che lo conosceva bene e lo stimava poté scrivere: "Era l'uomo del dovere e per eseguirlo non lo arrestavano né malattie né difficoltà. Affrontava impavido il suo lavoro e lo portava al termine anche se l'esito gli recava più noie che gloria". Non era mai stato un colosso di salute, ma gli stenti della guerra, uniti ad un lavoro senza sosta, si fecero sentire ognor più. Nel 1947 fu operato per ulcera gastroduodenale; poi comparve minacciosa la t.b.c. che indusse i Superiori a rimpatriarlo nel 1949 come unico tentativo capace di salvarlo. In patria per guarire affrontò con un coraggio che stupì i medici la toracoplastica a Sala Comacina.
Le lettere che scrisse al Superiore durante il periodo convalescenziale passato ad Arco e poi a Rancio testimoniano il suo spirito di povertà e la sua impazienza di riprendere il lavoro, tornando se possibile alla sua Hong Kong. Delicatissimo quando accenna a cose e persone di Hong Kong, preoccupato solo della mutua comprensione e della verità. Finalmente fu dichiarato clinicamente guarito e nel gennaio 1952 fu nominato economo generale. Era un momento particolarmente delicato per la separazione della Direzione Generale dalla Provincia Settentrionale ed il trasferimento a Roma; occorreva un tecnico che impiantasse l'amministrazione centrale e desse forme più moderne alle amministrazioni subordinate.
P. Feroldi, formato -lo ripeteva spesso - alla scuola di P. Liberatore, vi attese con calma, pazienza e costanza sì da meritare le congratulazioni del Capitolo Generale del 1957 che lo promosse Assistente Generale. Nel 1955 aveva supplicato il Superiore Generale di permettergli di tornare a Hong Kong e chiudeva la perorazione così: "Non avrei mai abbandonato Hong Kong se avessi avuto il minimo dubbio che, a guarigione ottenuta, non sarei tornato".
Ebbe un diniego, anche perché la sua salute era quel che era, ed avrebbe richiesto dall'interessato ben altre cure e riguardi. Tant'è... era perfettamente inutile fargli la predica; era l'antitesi del salutismo; per fargli accettare qualcosa di speciale non c'era altra via che un confratello dichiarasse di averne bisogno lui, allora in compagnia accettava, a meno che avesse capito il trucco. Lavorò sempre assai più di quanto le forze gli permettessero e la inazione forzata fu sempre la sua massima penitenza; quando si riposava si poteva essere certi che non ne poteva proprio più.
Nel settembre del 1958 ebbe disturbi cardiaci di particolare gravità che lo portarono all'orlo della tomba. La ripresa fu considerata anche dal medico un mezzo miracolo di P. Mazzucconi, ma lo stesso ebbe a dire con altrettanta chiarezza che era un uomo finito e che la fine avrebbe potuto sopravvenire per una qualsiasi crisi delle vie respiratorie o del cuore, od anche per generale indebolimento. Non so se P. Feroldi ebbe coscienza di ciò; certo non la manifestò e, da buon bresciano discepolo di S. Fermo, continuò come prima, anche se le crisi si succedettero ogni anno. Si finì col pensare che, chissà come, se la cavava sempre e ricompariva due giorni dopo, pronto tra un accesso e l'altro di tosse a burlarsi del medico e delle nostre preoccupazioni.
Nel luglio di quest'anno il caldo ed i disturbi intestinali lo avevano straordinariamente indebolito; lasciò che si chiamasse il medico e cercò di obbedire al Fratel Bolis che lo curava con amore e pazienza. Nelle visite poche parole; egli badava a ripetere quella sua speciale giaculatoria: "Gesù buono, quanto sei buono!". Una volta lo sentii aggiungere con un fil di voce: "Ma a modo tuo!", poi si corresse: "Per fortuna che è buono a modo suo; se lo fosse a modo nostro non lo sarebbe!".
Ritengo che questo fosse il suo modo di manifestare la conformità al volere divino. Credo che sperasse ancora di rimettersi, però negli ultimi mesi aveva manifestato presentimenti, aveva distrutto scritti, memorie, corrispondenza, regalati i pochi oggetti che possedeva, ed aveva detto che i progetti che si discutevano non lo interessavano personalmente. La morte lo colse di sorpresa al mattino del 23 luglio. Si spense dolcemente come il lume cui manca l'olio, credo senza accorgersene; ma se avesse dovuto scegliere questa sarebbe stata la morte che avrebbe preferita, così di nascosto, per non disturbare nessuno.

Tre giorni prima si era confessato a P. Frumento, chiamato dal fratello, fece in tempo ad amministrargli l'Estrema Unzione. Il volto tornò espressivo, direi sorridente, e tale è l'ultima immagine che serbano di lui i confratelli ed i parenti accorsi al suo letto. Era arrivato alla meta; poteva riposare in pace! Il 24 il Superiore Generale celebrò la Messa nella Cappella, presente cadavere, lo si era portato in chiesa così, non essendo ancora pronta la bara. Assistevano rappresentanze degli Istituti di Parma e della Consolata e dei P.P. Carmelitani, parenti ed amici.
In serata la salma partiva per Milano ove il 25 ebbero luogo le onoranze funebri presenti i suoi fratelli e nipoti; poi proseguiva per la Grugana, secondo il suo espresso volere. P. Feroldi nel suo testamento si accusava di "vita molto superficiale" e dopo averne chiesto perdono, rivolge ai confratelli la preghiera di essere dimenticato il più presto possibile. Il severo giudizio fu certamente scritto in un momento di intima sofferenza, resa più acuta dalle forze fisiche mancanti.
Chi lo conobbe, chi soprattutto gli visse a fianco per anni, non accetta questo suo giudizio e meno ancora la domanda di essere dimenticato. Ebbe come ogni mortale i suoi difetti, ma ricompensati abbondantemente dalla sua estrema delicatezza di tatto e di coscienza, dalla sua eroica dedizione al dovere ed al lavoro, anche quando per lui era già fatica il vivere, da un profondo amore all'Istituto ed alla sua Missione, dalla pazienza con la quale portò in silenzio la sua croce fino alla fine, cercando di nasconderla e soprattutto di non farla pesare su nessuno. Queste sono autentiche virtù degne di essere ricordate ed imitate perché sono la sostanza della vita missionaria di ieri, di oggi, di sempre.
Chi come P. Feroldi le ha praticate ha diritto ad essere ricordato in benedizione.

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1963

P. BACCHIN ANGELO (1906-1963)

Necrologio (dal Vincolo n. 81, maggio 1963. p. 101)

P. Angelo Bacchin di Giovanni e di Maria Giusti, nato a Carbonera (Treviso) il 26-1-1906, entrato nell'Istituto il 18-10-1923, ordinato Sacerdote il 24-9-1932, partito per Nanyang 1'8-9-1933, espulso dai I comunisti nel marzo 1954, morto a Hong Kong il 12-2-1963.

Il P. Bacchin è stato in stile anche negli ultimi mesi della sua grave e dolorosa malattia. Il P.. Bazzo, Vicario Regionale di Hong Kong, annunziando la morte di questo caro Padre così scriveva: "il P. Bacchin se ne è volato in Cielo, lasciando a noi rimasti sulla terra esempio di eroismo e di zelo, frutto del suo spirito di obbedienza e di sacrificio che lo accompagnò per tutta la sua vita di missionario. Apostolicamente visse e santamente mori.
Fu doppiamente martire: prima perché, da vero ardito dell' esercito di Cristo, fu angariato, bastonato, sottoposto a duro "lavaggio del cervello" ed altri gravi soprusi. Ultimamente dovette subire anche il martirio fisico e morale di una lunga e fastidiosa malattia che per lunghi anni gli fu causa di dolori, di umiliazioni, di noie. Fu sempre il primo nello zelo e nel lavoro, nella cooperazione e nel sacrificio di se stesso, quando si trattava di aiutare gli altri nel ministero.
Osservatore acuto di uomini e di cose, vedeva e aveva anche il coraggio di santamente disapprovare, quando invece della gloria di Dio e della salvezza delle anime, s'accorgeva che si cercava il trionfo della propria personalità. Amava lo studio, sebbene trovava una certa difficoltà in esso, e soprattutto pregava molto, e il tempo della preghiera, anche nella grande attività, lo sapeva trovare sempre".
E il Vicario generale della Diocesi, Padre Mencarini, annunziando la morte di questo bravo missionario ai confratelli di altre Missioni, finiva la lettera così: "La morte di un santo ci addolora, ma il . pensiero che abbiamo un protettore in Cielo ci rianima e ci conforta".
A voler far risaltare la personalità preziosa di questo Padre, dice il suo Vescovo Mons. Massa, si potrebbe compendiare tutto in una semplice frase: "Il P. Bacchin fu un missionario, giornalmente preoccupato di dare a Dio e agli uomini la testimonianza più profonda di una vita apostolicamente e generosamente vissuta. Ha dato a Dio tutto quello che la sua vita sacerdotale poteva disporre, senza preoccupazioni umane, con puro slancio ed amore vivo".
Guardò con fronte serena sorella morte che gli si avvicinava a grandi passi, e come era vissuto così volle prepararsi a morire: "Quest'oggi finalmente, scriveva al P. Provinciale di Milano, i medici con termini molto garbati e cristiani, mi hanno data la sentenza di morte. Non che io non lo sapessi già, ma nessuno osava dirmelo chiaramente. Fu il Dr. Mc Fafrean che, dopo avermi visitato minutamente, mi annunciò che per il mio male, cancro al fegato, non c'era più nulla da fare. Ora sono tre i medici che convengono alla stessa sentenza. Le mie condizioni di salute non mi consentono di viaggiare, e quindi, se il Signore non farà un miracolo, la mia sorte è segnata.
Non so ancora quanto ci vorrà (la lettera porta la data del 17-9-1962), ma certo è questione di mesi.
Se poi ci saranno altre complicazioni, allora potrei andarmene anche più presto. Le Suore Francescane hanno cominciato una seconda Novena alla Beata Assunta Pallotta. Veramente è già un pezzo che mi raccomando a questa beata di ottenermi la grazia di fare una buona morte. Se non mi otterrà il miracolo della guarigione, otterrà almeno la seconda grazia. Certo che a ripensare alla mia vita passata, la vedo vuota e piena di peccati e di mancanze... Spero ugualmente ancora nella misericordia di Dio... Mi sforzerò di pregare anche per gli altri confratelli ammalati, ma non le nascondo che il pregare mi riesce difficile ora che sono ammalato.
Non so più che cosa dire se non che domandare a tutti perdono se qualche volta li avessi offesi o fossi stato loro di cattivo esempio". E a proposito della difficoltà della preghiera, scrivendo al Superiore Generale diceva: "Pregare quando si è ammalati non è cosa facile. La testa alle volte non funziona bene... Dica ai seminaristi e ai Padri che cerchino di pregare bene finché stanno bene, perché una volta ammalati, la cosa è molto difficile. Stia sicuro, Rev.mo Padre Superiore, che non mancherò di offrire i miei fastidi al Signore per Lei, per l'Istituto e per la Chiesa tutta".
Sebbene la morte di questo Padre era ormai aspettata da lui stesso e la si prevedeva di giorno in giorno da tutti, pure quando egli si spense vi fu un plebiscito di affetto da parte dei Confratelli. Vogliamo riportare integralmente lo scritto del suo Vescovo Mons. Massa, mandatoci in occasione della morte del suo missionario: "La dolorosa notizia della morte di P. Angelo Bacchin, non ci giunse purtroppo improvvisa. La sentenza di morte prossima del povero Padre, ci fu comunicata alcuni mesi fa, quando i medici di Hong Kong scopersero in lui il terribile male che non perdona.
Anche il Padre ne volle essere informato dettagliatamente per potersi preparare bene alla morte. Egli ci lascia dopo avere edificato tutti col suo spirito di fede, di sacrificio e di rassegnazione alla volontà di Dio. Noi missionari di Nanyang eravamo ormai abituati a questi esempi, perché il P. Angelo Bacchin fu veramente un missionario edificante sotto tutti gli aspetti.
I primi anni di vita missionaria li passò con me. Il Vescovo Mons. Flaminio Belotti, me l'aveva dato come coadiutore, quando ero parroco di Nanyang e capo di quel distretto missionario. Ne potei apprezzare le ottime qualità di genuino spirito sacerdotale, e di missionario zelante e di grande spirito di sacrificio. Nei suoi quasi venti anni di attività apostolica nella diocesi di Nanyang, P. Angelo Bacchin, fu di esempio ai suoi confratelli di ogni virtù apostolica, e stimato da tutti specialmente per la sua pietà e il suo spirito di dedizione al lavoro missionario. Viaggiava sempre a piedi, nelle sue lunghe e frequenti peregrinazioni apostoliche, e arrivato nelle cristianità non accusava stanchezza ma si metteva subito a disposizione dei cristiani. Non voleva che i cristiani si disturbassero troppo per il suo cibo. Diceva loro che il suo stomaco non poteva sopportare cibi pesanti e che per lui bastava il cibo ordinario di minestra e verdure cotte.
Voleva però che trattassero bene i suoi due domestici, il catechista e il portatore, perché più bisognosi di lui. Per questo i Cinesi solevano dire che P. Bacchin faceva penitenze e digiuni ma trattava bene i suoi familiari. In residenza conduceva una vita regolata, senza però venir meno ai doveri di sorveglianza e attività ordinaria che le varie opere richiedevano. Il tempo libero l'occupava nello studio e nella preghiera. Si tratteneva a lungo, specialmente alla sera, davanti al SS. Sacramento. Nel tempo che stava in chiesa era sempre in ginocchio, composto e devoto.
I confratelli scherzando lo chiamavano il "fachiro" ed altri "lampada ardente"; ma tutti comprendevano ed erano convinti che la sua devozione non era né presuntuosa né esagerata. P. Bacchin seppe sempre bilanciare bene i suoi doveri di missionario zelante colla vita di preghiera e di adempimento dei suoi doveri sacerdotali. Era un missionario veramente completo ed equilibrato. Non gli difettava nemmeno il buon umore. La sua compagnia, nei momenti di ricreazione, era gradita e sempre fruttuosa. Era dotato di buon senso pratico che il continuo studio delle materie ecclesiastiche avevano corroborato e raffinato.
Mi diceva, quando era mio coadiutore a Nanyang, che per lui lo studio era oltretutto un dovere di coscienza, perché doveva completare i suoi studi ecclesiastici che durante il tirocinio in seminario aveva fatto, come diceva lui: "In qualche modo".
Nato nel 1906 a Carbonera (Treviso), era entrato nel nostro Istituto a 17 anni nel 1923, a Genova, nella casa di S. Anna, colla sola licenza elementare; anche questa ormai sdruscita perché già da qualche anno lavorava in una sartoria. P. Garrè, allora rettore della casa, ne aveva subito apprezzato la sua buona volontà e in tre anni gli fece fare il ginnasio.
Poi passò a Monza per il liceo, dove rimase per due anni e a Milano dove fece il corso completo di Teologia. Diede allo studio tutto quello che la sua tenace volontà aveva richiesto alla sua intelligenza, e ne uscì con una cultura discreta e sufficiente. A Nanyang, oltre il lavoro missionario intenso, accettò con vero spirito di sacrificio tutte quelle prove dolorose, alle quali la Diocesi venne sottoposta dagli avvenimenti straordinari di quegli anni.
Per circa tre anni, durante la guerra cino-giapponese, fu insieme ai suoi confratelli di Nanyang, nel campo di concentramento di Neihiang e infine dovette subire la terribile prova della persecuzione comunista. Fu uno dei missionari di Nanyang che sofferse di più da parte dei comunisti. Era stato preso di mira dai "compagni" per la sua zelante opera di catechista, specialmente in mezzo ai ragazzi, che ogni giorno radunava in chiesa per la lezione di catechismo. Quando i "compagni" decisero di sbarazzarsi di lui ad ogni costo, lo tennero per vari mesi sotto spietato controllo, minacciandolo con tutti i mezzi se non avesse cessato di occuparsi dei giovani.
Infine, visto inutile le minacce lo costrinsero a domicilio coatto, e per un mese intero lo sottoposero alla terribile operazione della "lavatura del cervello". Ogni mattina era portato in una stanza, fatto sedere sopra uno sgabello senza appoggi, e sottoposto per varie ore al fuoco di fila di tutte le domande che quattro "compagni" gli facevano su tutti gli argomenti, anche i più strani, alle quali egli doveva sempre rispondere. E quando s'impennava o rispondeva un po' eccitato, veniva martoriato e battuto. Lo scopo di questo barbaro trattamento era quello di ridurre il padre completamente ossequiente ai loro comandi, costringendolo poi a chiedere il permesso di lasciare la Cina e rientrare in Italia.
Il padre si rese conto di tutto questo e a me diceva che, finché il Signore l'avesse assistito, avrebbe resistito a qualunque pressione. lo gli feci osservare che i "compagni" non avrebbero desistito dal loro inumano trattamento finché non avessero ottenuto il loro scopo. Nei primi giorni l'operazione "lavatura del cervello" si prolungava per due o tre ore continue.
In seguito, si andò aumentando sempre di più d'intensità, fino a tenere il Padre per sei o sette ore senza mangiare, sotto quell'orribile tormento. Dopo un mese di questo martirio il povero padre, ormai sfinito di forze, venne una sera in camera mia e abbandonandosi sopra una seggiola, mi disse piangendo: non ne posso più! Era stato sottoposto, per una giornata intera, dalle sei del mattino alle sei di sera, ad un vero martirio morale e fisico, come il Divin Maestro nella notte della flagellazione. Credetti quindi opportuno di comunicargli l'ordine del Superiore Generale di Roma di fare le pratiche per il suo ritorno in Italia.
Lasciò Hankow nel marzo del 1954 ed arrivò nella nostra missione di Hong Kong, dove, colla autorizzazione del Superiore, si fermò per continuare la sua vita missionaria. Qui si compì il suo olocausto.
Alcuni anni fa subì la difficile operazione chirurgica all'intestino che oltre tutto lo ridusse ad uno stato di umiliante e dolorosa situazione organica. Sopravvenne poi il tumore al fegato che consumò quel corpo ormai sfinito dal lavoro e dalle malattie, e durante la malattia il povero padre diede a Dio l'ultima prova del suo grande amore verso Lui e le anime dei poveri infedeli.
Questi fatti dolorosi accumulati si sopra una povera esistenza umana, consumandone a poco a poco la consistenza, inquadrati in una lunga e laboriosa vita missionaria, illuminati da uno spirito sacerdotale veramente esemplare, sconcertano un po' la nostra intelligenza umana. Siamo certo davanti ad una personalità eccezionale e straordinaria. Quale lavorio abbia compiuto la grazia di Dio in quell' anima, noi non lo possiamo sapere se Iddio non ci svela il mistero.
Il nostro grande dolore per la sua perdita non è solo causato dalla sua dipartita ma dal vivo rincrescimento di non aver potuto usufruire abbastanza della vita luminosa di questa degna figura di missionario perfetto". Riportiamo un espressivo scritto di Fratel Raffaele Comotti in cui si vede chiaro in che stima e considerazione era tenuto P. Bacchin anche dai cristiani del luogo: "Era giunto a Hankow, alla nostra Procura, mi pare, in autunno del 1949 con altri Padri della Missione di Nanyang.
Uomo di spirito di preghiera, il suo programma personale e quotidiano venne subito, come era uso fare nei Distretti di Missione, messo in atto. Alle sue SS. Messe sempre celebrate con vero sacerdotale raccoglimento, con grande spirito di asceta, si aggiungevano le lunghe ore di preghiera vocale, e meditazione, che lo facevano il santo sacerdote di grande orazione mentale.
A questa sua pietà va aggiunto il Suo grande amore e divozione alla Vergine SS.ma; per cui le lunghe visite al SS.mo, lunghe ore di vera adorazione, trascorse sempre ginocchioni, immobile, senza appoggio alcuno, completamente assorto in vera contemplazione, da eccitare alla devozione, e che lo facevano il vero Missionario adoratore. Il complesso di questa sua pietà sacerdotale, la sua figura d' asceta, lo spirito di grande mortificazione che lo animava a praticare digiuni e astinenze, gli procurarono il nome di "Fachiro santo".
Apostolo camminatore dei Distretti di Missione, preferiva camminare a piedi, sebbene avesse a sua disposizione il mezzo della cavalcatura. Missionario lavoratore apostolico, anche a Hankow volle continuare ad essere in stile; ed essendo libero da impegni fissi, si prestò molto nel lavoro di Ministero presso la chiesa dell'Immacolata e nella celebrazione delle SS. Messe un po' ovunque, secondo i bisogni e necessità locali. Tutto ciò compì senza mai badare mai né al clima, né alle condizioni del tempo, e nemmeno alle sue condizioni di salute; ma una cosa sola lo animava: l'amore nel procurare la gloria di Dio ed il bene delle anime.
Ai vari malanni fisici, col tempo, vi si aggiunsero anche quelli dello spirito, le sofferenze morali, le vere persecuzioni. Difatti, i comunisti, all'inizio del 1951, ci confiscarono la nostra Casa-Procura, cosicché si dovette cercare altrove alloggio; chi presso la Residenza Arcivescovile dei PP. Francescani italiani della Provincia di Vicenza, e chi presso la Procura dei P. Spagnoli.
Il P. Bacchin, con gli altri suoi confratelli, il giorno 18 febbraio 1951, di Domenica, proprio lo stesso giorno, la stessa ora che, a Roma nella Basilica di S. Pietro, avveniva la solenne funzione, il solenne rito della Beatificazione del nostro Martire P. Alberico Crescitelli, egli era per le vie di Hankow, quasi profugo, come esiliato, senza casa e dimora, verso un nuovo rifugio, accompagnando i carretti con le poche masserizie lasciategli, diretto alla Cattedrale dei PP. Francescani. Solo poco dopo si rammentò di tale data memorabile!... e di essa non se ne dimenticò mai più.
In questa sua nuova dimora, non l'attendeva un ben meritato riposo ma grandi lotte, grandi sofferenze fisiche e morali. Difatti da parecchio tempo era in corso in tutta la Cina, contro i cattolici, la famosa triplice indipendenza, voluta e incoraggiata dal governo comunista. In parecchi centri alcuni protestanti e anche cattolici, sia per ignoranza, sia per inganno come per forti minacce, vi avevano aderito e data la loro approvazione. Anche nella città di Hankow avvenne l'uguale. Parecchi di questi cristiani apostati si erano messi a capo di tale movimento progressista, operando secondo le direttive dei comunisti, non solo, ma usando tutta la loro arbitraria falsa autorità e volontà accanita nel molestare, in qualunque modo, Sacerdoti, Suore e fedeli, con lunghi interrogatori, false accuse, insolenze, minacce ed anche con percosse, onde provocare reazioni ed aver così materiale di accuse da portare alle autorità comuniste.
Anche il povero P. Bacchin venne da codesti malintenzionati operatori diabolici preso di mira. Per molte volte lo tennero per lunghe ore sotto a interrogatori, per nulla affatto seri, tra insulti, insolenze da gente corrotta, minacce ed anche percosse, fino ad essere trattato come un cencio da rifiuto gettato per terra e calpestato.
Volevano che P. Bacchin dicesse male del suo Vescovo, dei suoi Confratelli, della sua Missione e di tutto il clero locale, sia Europeo che Cinese. Volevano deposizioni e accuse contro la Legio Mariae; che dichiarasse in falso quanto questa associazione faceva di bene; che era un'associazione reazionaria; che desse a loro i nomi di coloro che erano i capi di tale movimento, ecc. ecc. Ed il suo silenzio fedele faceva accanire i suoi nemici contro di lui. Solo il Signore sa cosa e quanto abbia sofferto in quei momenti il povero P. Bacchin; lui lo sapeva, ma non diceva mai nulla; solo soffriva nel più assoluto silenzio.
Una sola volta ha palesato qualche cosa e fu in occasione di simili trattamenti subiti da P. Prosdocimo, Francescano, il quale dopo lungo interrogatorio, s'incontrò con P. Bacchin, che a sua volta disse: "A me ne hanno fatto di tutti i colori; me ne hanno dette di tutte le qualità; cose che nemmeno i pagani han mai osato dire o fare; mi han gettato per terra e mi son venuti addosso a calpestarmi come un cencio!"
E il Signore, in tutto quel lungo tempo di sì duro lottare e soffrire, gli concesse la grazia della salute fisica, quasi dono per poter sopportare tutte quelle sofferenze morali ed anche fisiche per la Fede e la Giustizia. Non si ricorda di aver visto P. Bacchin piangere ma un giorno, di ritorno da un lungo lottare con quelle vere canaglie, veri forsennati, lo si vide piangere.
Cosa gli avevano fatto?.. Cosa aveva sofferto?.. Il Signore e lui stesso sapevano quanto era avvenuto; gli altri ben poco o nulla. E quelle sofferenze sopportate nel silenzio o offerte a Dio, chi sa quante grazie di aiuto avranno ottenuto a tante anime, che erano nelle sue stesse condizioni di lotta per la Fede. Solo un giorno lassù tutto si saprà.
Per ora egli ci ha preceduti nel ricevere il premio di tutto il suo lavoro apostolico, di tutte le sue sofferenze sopportate nel silenzio; premio che certamente il Buon Dio gli avrà riservato veramente grande, perché grande egli fu nel procurargli gloria, onore ed amore". Terminiamo con le parole di un confratello di Hong Kong: "P. Bacchin se ne è andato al Cielo dopo aver sofferto per mesi senza un lamento.
Che il Signore ci conceda di fare una santa morte, come l 'ha fatta lui!
Pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum eius l"

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1965

P. RIGANTI ANTONIO  (1893-1965)

Necrologio ('Un Confratello', dal Vincolo n. 87, settembre 1965, p. 53)

P. Antonio Riganti di Luigi e di Innocenza Michelini, nato a Sesto Calende (Varese) il 27 ottobre 1893, entrato nell'Istituto il primo ottobre 1913, ordinato sacerdote il18 marzo 1916, partito per Hong Kong il 28 dicembre 1919, morto a Hong Kong il20 luglio 1965.

Mi accingo a scrivere queste righe in memoria del nostro compianto P .Riganti con misti sentimenti di piacere, timore e reverenza. Piacere, perché con queste pagine io spero di rendere ben meritato omaggio alla nobile figura dello scomparso, non solo in mio nome, ma anche in quello di tutti i membri del Pime. Timore, perché so che, nonostante i miei sforzi, io non riuscirò affatto a presentare P. Riganti in quella luce, che egli merita in sì alto grado. Reverenza, perché la sua personalità di uomo, sacerdote, missionario, parroco, superiore, amministratore, artista, amico, compagno, benefattore, mi riempie di confusione e smarrimento, fino al punto da farmi tremare la penna in mano.
Se non avessi accettato l'immeritato invito di porgere questo modesto, postumo omaggio alla memoria di P .Riganti, sentirei il rimorso di non essere stato degno della sua preziosa amicizia. P. Riganti nacque in Sesto Calende (Varese) il 27 ottobre 1893, fu ammesso nel 1905 nel seminario diocesano di Milano, che lasciò nel 1913 per entrare nel PIME, e fu ordinato sacerdote il18 marzo 1916.
Negli ultimi due anni della prima guerra mondiale, servì nell'esercito italiano, in Albania, prima con la Croce Rossa e, poi come cappellano militare. Arrivò nel 1920 in Hong Kong dove spese praticamente tutta la sua vita.
Quasi subito dopo il suo arrivo, divenne maestro del Coro della Cattedrale, e nel 1923 divenne anche professore nel seminario diocesano. Nel 1927 fu scelto come parroco della chiesa di S. Giuseppe, dove lavorò per oltre 21 anni. Nel 1948 fu richiamato a Milano come Assistente del Superiore Generale, ma dopo un anno ottenne il permesso di far ritorno alla Missione di Hong Kong, dove gli fu subito assegnata la doppia carica di parroco di S. Margherita e Procuratore del PIME in Hong Kong. Dopo la morte di Mons. Valtorta, nel 1951, mentre la diocesi di Hong Kong era sede vacante, perché il nuovo Vescovo Mons. Bianchi era ancora sotto arresto nella Cina comunista, la S. Congregazione della Propagazione della Fede elesse P. Riganti a Vicario Generale con pienissimi poteri, e Mons. Bianchi, quando prese possesso della diocesi nel 1952, lo confermò suo Vicario Generale.
La fiducia e la stima che i Padri nutrivano per P. Riganti si palesò ancora una volta, quando lo proposero all'alto posto di superiore regionale di Hong Kong nel 1954. Ma in questi ultimi anni, P. Riganti, sentendo sempre più il peso dell' età, aggravato da seri acciacchi di salute, si dimise, gradatamente, dalle sue cariche. La prima impressione che chiunque si incontrava con P. Riganti era obbligato a ricevere, era quella di trovarsi alla presenza di un "gentiluomo" nel senso più completo della parola. Dal suo contegno, modo di vestire, parlare, porgere, trattare, traspariva un'aria di tale dignitosa personalità, che rimaneva indelebilmente associata al suo nome.
Sempre moderato nei gesti, parco nelle parole, sommesso nella voce, soffuso di serenità, pieno di gentilezza, P .Riganti poteva ben definirsi il simbolo e modello di Sacerdote. lo ho la ferma convinzione che egli abbia esercitato una grande influenza di bene non solo tra i cattolici, ma anche e specialmente tra i pagani e non cattolici, anche con la sola sua presenza riservata e raffinata, eppure così piacevole e amabile. Sempre pronto a ricevere visite di confratelli, non dava mai segno di essere annoiato o troppo occupato, e volentieri dava ascolto a chi andava da lui per consigli e decisioni, in materia di ministero o problemi personali.
Era affabile con tutti, prendeva interesse nelle difficoltà altrui, e con la sua indefettibile ospitalità incoraggiava a cordiale amicizia e reciproco affetto. La sua conversazione assumeva un grado speciale di piacevolezza, perché spesso condita di spunti umoristici, osservazioni sagaci e barzellette succose, con molti granelli di sapienza nascosta.
Era, allora, veramente un piacere vedere il suo viso arrossito e sentire il suo schioppettio di risate,
mentre, per asciugarsi gli occhi lacrimogeni, posava sul portacenere la sigaretta - quella sigaretta, che gli fu compagna per tanti anni, che egli fumava e inspirava con gusto, per mandare in fumo, diceva, le "aspirazioni" della vita. P. Riganti non dava indizi di essere particolarmente amante di libri. Eppure egli sapeva non solo "il fatto suo" nel campo ecclesiastico e profano, ma possedeva una cultura non comune, in vari campi dello scibile. Più di una volta io mi son domandato da dove e come e quando egli avesse potuto assorbire e immagazzinare tanto sapere.
È vero che l'intelligenza e lo spirito di osservazione possono sostituire, fino a un certo punto, i metodi convenzionali di studio, però credo, non fino a quel punto. Allora si deve pensare che egli studiasse di nascosto! La specialità di P.Riganti, nel campo culturale, fu, senza dubbio, la musica. La sua abilità in questo ramo fu grandemente apprezzata non solo dal pubblico, ma anche dalle Autorità civili, le quali, in occasioni speciali, lo invitarono a presenziare, in qualità di esaminatore, ad esami di musica di alto livello. P .Riganti non era un pianista, compositore e conduttore di terza o seconda classe.
Fu sempre tra quelli di prima classe. Aveva uno stile tutto suo, fatto di fine delicatezza, zampillante di originalità, fertile ispirazione, caldo sentimento, sentita religiosità, gusto quanto mai artistico. Per chi conosceva il suo stile, non era necessario vederlo suonare, per poterlo identificare. Bastava solo sentire per convincersi che chi sedeva all'organo o al pianoforte non poteva essere che P. Riganti! Quando non gli fu più possibile dedicarsi a lavori più pesanti di ministero, egli si mise, di buona lena, a comporre un Manuale di canti religiosi da usarsi nella Diocesi di Hong Kong, secondo le ultime prescrizioni della nuova liturgia. Non molto tempo prima che il malanno gli togliesse volontà e forza di scorrere le mani sulla tastiera, lo pregai durante una visita nella sua casa parrocchiale di S. Margherita, che mi facesse sentire, per la centesima volta, il mio preferito: "The rivulet".
Quando arrivò all'ultima nota, disse, con aria di stanchezza: "Questa volta ce l 'ho fatta, ma non è il ruscelletto" di una volta. Sento che comincia a disseccarsi". Le sue mani scivolavano, con piacere, non solo sulla tastiera del pianoforte, ma - se si può chiamare così - anche sulla tastiera della macchina dattilografica. P. Riganti aveva l'arte, quasi direi, la passione di scrivere e rispondere a lettere: lettere lunghe, chiare, precise, giudiziose, piacevoli, argute, piene della sua mente e del suo cuore.
Un'altra mia convinzione personale è che anche con gli scritti P. Riganti fece un mondo di bene. N elle sue lettere si ammirava il suo giudizio corretto, il suo criterio sano, la sua teoria ortodossa, il suo consiglio sapiente, il suo rimprovero delicato, la sua critica spassionata, il suo comando paterno, la sua decisione ferma, il suo divieto inequivocabile. È bene subito notare che se P .Riganti, come amico e compagno, era di squisita affabilità e amabile dolcezza, sapeva anche, come Superiore, essere deciso e risoluto, sia pure con i guanti gialli.
Come in altri campi, così anche nei confronti dei recenti sviluppi dovuti al movimento ecumenico, P .Riganti mantenne sempre, con assennatezza e calma, una presa di posizione bilanciata tra eccessi estremi. Egli, pur non prendendo le parti dei "laudatores temporis acti", delle idee stagnanti, teorie in carta pecorita e metodi ammuffiti, tuttavia non poté mai sopportare i sedicenti "moderni" teologi e "unterelli", che vorrebbero spiantare non solo Milano, ma Roma intera, e che - come diceva don Abbondio - non contenti di stare essi in moto, vorrebbero trascinare con sé tutto il genere umano!
Con saggia prudenza, P .Riganti subito adottò il corso medio, che è il corso ideale, quello di "sentire cum Ecclesia", lasciando, così, a noi tutti il fulgido esempio di filiale attaccamento alla Chiesa, contro sbandamenti più o meno cervellotici, spesso importati per mezzo di libri, opuscoli e riviste. Il pensiero del proverbiale "gruzzoletto", che minaccia spesso di fare da capolino nella vita degli
ecclesiastici, non turbò mai la quiete e serenità di P. Riganti.
Se, alle volte, forse diede mostra di tirare l'acqua al suo mulino, fu sempre per gli interessi dell' Istituto, che egli amò e servì in Hong Kong, per tanti anni, in qualità di procuratore; ma nella sua vita privata non mostrò mai alcun segno di attaccamento al mammona iniquitatis, né di lusso o stravaganza. Una volta fu sentito dire, con tono di voce molto serio: "È un guaio, se i missionari cominciano ad avere troppa moneta e troppa libertà. Le due cose vanno quasi sempre insieme. Non ci può essere troppo della seconda, se non c'è troppo della prima". Se è vero che l'umiltà è il fondamento di tutte le altre virtù, si può capire perché P. Riganti fu così genuinamente virtuoso.
Egli si distinse, in modo speciale, per la sua umiltà, semplicità, riservatezza, fino al punto di essere tipicamente vergognoso, quasi pauroso di lodi, apprezzamenti e onori. Scomparve come era vissuto: quietamente, serenamente. P.Allegra O.F.M., che lo assistette negli ultimi momenti, ci disse che la morte di P .Riganti fu una delle più sante ed edificanti che egli abbia mai visto nella sua lunga esperienza di Confessore e Padre Spirituale. E io aggiungo che il suo funerale fu uno dei più affollati, per concorso di fedeli e religiosi. Quel giorno ebbi l'impressione che i conventi e i monasteri di Hong Kong si fossero svuotati, a giudicare dal numero di Padri e Suore, che accompagnarono la Sua salma al Camposanto.
È penoso dover mettere tutti i verbi, in queste pagine, nel passato remoto, mentre sarebbe così gioioso poterli ancora usare nell'indicativo presente, scrivendo su P. Riganti, ancora vivo tra noi. Sia questa la nostra speranza e la nostra consolazione: che P. Riganti continui ancora, nel nostro ricordo di lui e dei suoi esempi, a vivere in mezzo a noi e a parlarci.
Defunctus adhuc loquitur.
Una volta qualcuno gli disse scherzosamente: "P. Riganti, il Suo nome, dal verbo "rigare" è simbolico e significativo". Prontamente, con il suo naturale spirito di facezia, egli rispose: "Allora bisogna che faccia onore al mio nome, "rigando bene". In verità, P. Riganti, durante la sua lunga vita di 72 anni, ha "rigato" una bellissima pagina, ispiratrice di bene, negli annali della storia del PIME, in questo remoto angolo del mondo.

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1967

P. ALESSIO GIUSEPPE (1909-1967)

Necrologio (PP. Bonaldo e Cappelletto dal Vincolo n. 90, gennaio-marzo 1967, p. 52)

P. Giuseppe Alessio, figlio di Alessandro e di Fuga Rosa, nato a S. Martino di Lupari il 27-11-1909, entrato nell'Istituto il 10-10-1927, ordinato sacerdote il 12-3-1932, partito per Hong Kong l' 8-9-1932 morto a Treviso per infarto ill-2-1967.

P. Alessio sentì la chiamata del Signore che lo voleva missionario in terre lontane fin dalla tenera età di 13 anni, quando aveva appena finito la seconda ginnasio, mentre era nel Seminario di Treviso. Chiese per iscritto il permesso di entrare nella nostra Casa apostolica di San Martino, ma dovette aspettare fino all'età di 18 anni prima di essere accettato nel PIME. P. Isidoro Pagani, allora Rettore della Casa di Treviso in data 5-10-1927 lo presentava a P. Manna, allora Superiore Generale: "Rev.mo e Amatissimo Superiore, mi è sommamente gradito di presentarle come aspirante un ottimo giovane del Seminario di Treviso, promosso alla terza liceale, Giuseppe Alessio.
La sua vocazione è stata lungamente provata dal papà, un bravo avvocato di S. Martino di Lupari, che temeva di trattasse di poesia giovanile e rifiutava il suo consenso con il pretesto della giovane età del figlio. Da quanto mi si assicura da tutte le parti, il giovane, di carattere serio e ardente, dà pieno
affidamento di seria vocazione e di buona riuscita.
Io stesso l'ho consigliato di rompere gli indugi dei suoi genitori, per fare quest' anno il noviziato e trovarsi pronto, l'anno venturo ad entrare in teologia. È pronto a partire immediatamente. Spero che la risposta sia affermativa..." Fu accettato subito.
Il 10-10-1927 poté entrare a Monza dove fece l'anno di noviziato, e l'anno dopo iniziò la teologia a Milano. Chi gli fu compagno lo ricorda sempre entusiasta della vocazione, brillante negli studi, affascinante oratore nei fervorini settimanali della Congregazione mariana. Se qualche volta l'esuberanza del suo carattere gli faceva commettere qualche marachella, appena richiamato si rimetteva subito in carreggiata. Non viveva che per le missioni, ed ebbe la fortuna di poter arrivare a Hong Kong, dove era stato destinato, nello stesso anno della sua ordinazione sacerdotale. Partì l' 8-9-1932 e il 30 dello stesso mese era già in Hong Kong, dove doveva passare quasi 33 anni, più di metà della sua vita.
Dopo alcuni giorni nella Residenza centrale di Caine Road, fu mandato a S. Margarita, presso padre Page, per lo studio del cinese e dell'inglese. Un anno dopo veniva destinato nella parte che la Missione di Hong Kong ha nella terra ferma, ora occupata dai comunisti. Fu coadiutore nel distretto di Yat-T'iu-Lung fino al 1935, e poi parroco fino al 1942, anno in cui fu richiamato a Hong Kong come assistente della Cattedrale. Egli stesso parla della vita missionaria di terra ferma quasi con rimpianto e commozione: "Per i missionari dei distretti la vita era dura! Lingua difficile, diversità di razze, di costumi, di mentalità. Non c'erano strade, solo sentieri, nessun mezzo di trasporto (solo qualche mese all' anno si poteva usare la bicicletta). Si andava quindi a piedi di villaggio in villaggio, e nella stagione delle piogge tante volte si camminava per molti tratti di strada con il fango fino alle ginocchia.
Si mangiava male: riso, verdura, pesce salato. Letto duro: due cavalletti e due tavole, dove non mancavano mai gli inquilini; pulci, cimici, zanzare. Avevamo poche e piccole chiesette di terra battuta, e qualche scuoletta. Vita dura, ma eravamo contenti perché lavoravamo in regime di libertà, stimati dalle autorità, amati dal popolo. I missionari coi loro cristiani erano come una famiglia: "ore lieti ed ore tristi! Si godeva e si soffriva insieme".
Sforzandoci di entrare nel segreto di quei lunghi anni di missione possiamo elencare alcune date memorabili:
1934: siccità, carestia e fame.
1937: tifone e inondazione che distrugge tutto.
1938-1941: sbarco e occupazione dei Giapponesi; di qui furti, massacri e incendi.
Nel dicembre del1941 viene internato nel campo di concentramento cinese.
1942-1945: ritorno ad Hong Kong: anni di guerra micidiale, di fame.
Nel 1946, appena finita la guerra, dovette ritornare in Italia per un giusto riposo e per confortare i suoi vecchi genitori, per i quali la morte di un suo fratello era stato un colpo insopportabile. Il fratello infatti era l'unico sostegno e conforto della famiglia, e lasciava quattro figli ancora bambini. Cercò di approfittare della sua permanenza in Italia per curarsi dell'ulcera duodenale che lo doveva fare tribolare per tutta la vita. Ritornò a Hong Kong nell'ottobre del 1947 e si rimise al lavoro con un nuovo entusiasmo: lo spirito era sì pronto, ma la carne, purtroppo era ancora inferma.
Con alterne cadute e guarigioni, senza dar fastidi a nessuno, riuscì ad inserirsi nell'immenso lavoro di apostolato tenuto acceso dal parroco P. Bazzo, e nello stesso tempo dava una mano anche al P. Maestrini, al Catholic Centre. Nel gennaio del 1954 dovette ancora una volta cercare aiuto in Italia per la sua salute scossa. Ma appena si sentì in forza ritornò in Missione dopo appena 4 mesi di permanenza in patria. "lo fui con P. Alessio in Cattedrale, dall'ottobre 1955 al settembre 1956, - dice P. Bonaldo -. P. Alessio era già coadiutore anziano della Cattedrale, io ero appena il suo aiutante.
Ammirai in lui l'assiduità al confessionale anche nei mesi più caldi. Molti ordini di suore lo vollero come confessore ordinario. Meravigliosa era la sua completa dedizione ai giovani (era direttore di vari gruppi della Legione di Maria) che in lui ebbero sempre un esperto consigliere e un sincero amico. Avviò alla vita religiosa molte anime che da lui ricevettero un sicuro indirizzo alla vita cristiana. Aveva un amore particolare al culto, e come cerimoniere della Cattedrale, curò la formazione dei chierichetti che ornavano le azioni liturgiche in cattedrale con una competenza ed esattezza che non è facile trovare neppure in Italia: arrivò ad avere più di cento chierichetti, tutti ben disciplinati e istruiti.
Nel settembre del 1956, P. Alessio mi seguì nel Seminario minore della Diocesi, che allora si trovava in un bel fabbricato nel distretto di Sai Kung, nel New Territory, in qualità di direttore spirituale degli alunni, mentre io ero rettore. Diresse amorevolmente i seminaristi e li coltivò con grande impegno, nonostante i continui disturbi dell'ulcera, a cui si aggiunsero i calcoli al fegato e la pressione alta che spesso gli faceva girare la testa come una "trottola", soleva dire lui stesso.
Lavorammo assieme fino al novembre del 1957 quando dovetti lasciare la missione di Hong Kong per l'Italia. Conservo di P. Alessio un caro ricordo per la sua pietà eucaristica, per la sua sincerità con tutti, per il suo amore alle anime, e in modo speciale ai giovani e ai poveri". Ritornò ancora una volta in Italia nel giugno del 1963, e poi, per l'ultima volta nell' aprile del 1965.
Fino agli ultimi giorni di vita il suo desiderio era di ritornare a morire in missione. Intanto per essere utile all'Istituto accettò volentieri la carica di direttore spirituale della casa apostolica di Treviso. Solo gli ultimi mesi dovette lasciare questo ufficio perché sentiva che si avvicinava l'ultima chiamata del Signore. Fino all'ultimo rimase coerente a se stesso: non perse mai la sua giovanilità e il suo grande senso di ottimismo. Dal suo diario noi possiamo capire anche le sue grandi qualità umane e la semplicità e delicatezza del suo animo. P. Giuseppe fu un uomo di animo semplice e quasi pauroso di far vedere le sue molte doti.
Fu un uomo di cuore e questo infatti è il significato del nome che i cristiani gli diedero. Visse, patì, donò ma sempre nella semplicità e nella bontà. Nella sua vita non c'è che un continuo donare se stesso a Dio per essere mezzo di salvezza. I 33 anni di missione ce lo assicurano. A questo riguardo possiamo rileggere insieme due frasi significative: "una gioia immensa, indescrivibile, misteriosa zampilla nel cuore quando si è asciugata una lacrima", e riassumeva il suo spirito missionario in questo programma: "Avvicinare i poveri che hanno solo occhi per piangere - Dio solo in cui sperare".
Era stato ricoverato in clinica a Treviso per alcuni esami. I dottori gli avevano promesso di dimetterlo a giorni. Il primo febbraio, come il solito, aveva recitato tutto il suo breviario in mattinata e dopo pranzo era andato a letto per riposare. Dopo un po' di tempo fu trovato da P. Dametto, che era andato a visitarlo, addormentato nel riposo eterno, schiantato da un infarto cardiaco.
Morì come era vissuto: senza dar fastidio a nessuno! I seminaristi di Hong Kong, che si trovano a Roma a studiare, vollero essere rappresentati al funerale. A loro nome, il P. Chan, prima di partire per Treviso mandava al Superiore di Roma la seguente lettera di condoglianze:

Dear and Rev. Father,
            with this short letter, and on behalf oJ ali the Hong Kong seminarians in Rome, may I express my deep sentiments and condolence to you and to your Institute at the passing away oJ Rev. Fr. Alessio.
I am not making an eulogy to the deceased at this sad moment, but I am sure that the good works which he had don e Jor the Hong Kong Diocese will outlive him, and his personality will be remembered by ali the Jaithful, especially by those who were under his pastoral care. We will certainly remember him in our prayers.
To end this letter, let us pray to the Lord oJ the harvest that He may cali many more generous souls to your Institute to continue the work oJ the deceased Jor our people.

Sincerely in Christ,
Fr. Thaddeus Chan

In un foglietto d'appunti, trovato dopo morte, egli stesso sintetizza il suo cammino in terra:
"Benedetta la vita, serena la morte, felice l'eternità!"
P. Giuseppe è certamente benedetto da chi fu da lui largamente beneficato; fu sereno nella morte perché abbandonato in Dio per il quale ha dato tutto se stesso; ed ora è felice per tutta l'eternità dove gode il premio delle sue lotte e del suo lungo lavoro apostolico.

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