IL NOSTRO PROGETTO DI VITA

HONG KONG
LA MEMORIA FONTE DI SPERANZA
NECROLOGI dei MEMBRI del PIME di HONG KONG

a cura di P. Stefano Andreotti

"Interroga le generazioni passate, e rifletti sull'esperienza dei padri.
Noi infatti siamo di ieri e non sappiamo nulla.
I nostri giorni sulla terra non sono che un'ombra.
Ma essi certamente ti insegneranno, 
traendo le parole dal loro cuore"

(Giobbe 8: 8-10)

- 1 - - 2 - - 3 -

1861 - P. Paolo Reina
1862 - P. Antonio Riva
1863 - P. Andrea Fenaroli
1868 - P. Gaetano Origo

1868 - P. Gaetano Favini

1877 - P. Domenico Davanzo
1878 - P. Borgazzi Ignazio
1889 - P. Sasso Luigi
1892 - P. Burghignoli Giuseppe
1894 - Mons. Raimondi Timoleone
- 4 - - 5 - - 6 -

1901 - Mons. Scurati Giacomo
           - P. Viganò Bemardo
1902 - P. Bianchi Francesco Maria
1904 - Mons. Volonteri Simeone
        - Mons. Piazzoli Luigi Maria
1911 - P. Poletti Attilio
        - P. Salice Amasio Francesco
         


1916 - P. Andreoletti Celestino
1919 - P. Gabardi Pietro
1923 - P. De Maria Pietro
1924 - Mons. Pozzoni Domenico

 

 

 

1925 - P. Zamponi Giuseppe
1928 - P. Placzek Agostino
1930 - P. Banchi Antonio
1933 - P.Ferrario Angelo
1936 - P. Carabelli Giuseppe
1940 - P. Crippa Luigi
1941 - P. Garbelli Pietro
1942 - P. Teruzzi Emilio
1943 - P. Arvat Davide
1945 - P. Olivares Gioacchino
1948 - P. Robba Michele

- 7 - - 8 - - 9 -
1950 - P. Spada Giovanni Michele
1951 - Mons. Valtorta Enrico
1953 - P. Maglioni Raffaele
1956 - P. Frare Domenico Andrea
1957 - P. Grampa Angelo
1959 - P. Page Daniele
1960 - P. Zilioli Giacomo
1962 - P. De Maestri Francesco
           - P. Feroldi Alfredo
1963 - P. Bacchin Angelo
1965 - P. Riganti Antonio
1967 - P. Alessio Giusepe
1968 - P. Tragella Giovanni Battista
           - P. Pilenga Baldassare
1969 - Fr. Radice Adolfo
1972 - P. Della Nina Raffaele
           - P. Liberatore Ottavio
1973 - P. Bonaudo Lorenzo
            - P. Bonaldo Pietro
            - P. Poletti Ambroio
1974 - P. Fraccaro Valeriano
1976 - P. Granelli Andrea
            - P. Galbiati Umberto
1977 - P. Tapella Enea
1978 - P. Cornetti Alessandro
1979 - P. Orlando Carmelo
1980 - P. Speziali Cirillo
           - P. Brookes Riccardo
           - P. Strizoli Giuseppe
1981 - P. Bruzzone Edmondo
           - P. Parodi Mario
1982 - Fr. Brambilla Luigino
1983 - Mons. Bianchi Lorenzo
           - P. Cantore Michele
1984 - Fr. Polo Vittorio
- 10 - - 11 - - 12 -
1988 - P. Beretta Enrico
           - Fr. Colleoni Mario
           - P. Cozzo lino Domenico
           - P. De Angelis Orazio
1989 - P. Maringelli Domenico
           - P. D'Ayala Valva Diego
1990 - P. Ricciardi Francesco
           - P. Viganò Giovanni
1991 - P. Bolis Luigi
           - P. Carrà Giuseppe
1993 - P. Tettamanzi Ferruccio
1994 - P. Calzini Ovidio
           - P. Ramacciotti Adolfo
1995 - P. Santinon Narciso
           - P. Numeroso Luciano
1996 - Fr. Polli Enrico
1997 - P. Gambaro Luigi
           - P. Pittavino Giovanni
1998 - P. Boerio Antimo
           - P. Girardi Giacomo
           - P. Pisani Osva1do
           - P. Bazzo Domenico
2000 - P. Aletta Luciano
2002 - P. Barbieri Amedeo
2003 - P. Einaudi Secondo
           - P. Lerda Francesco
2004 - P. Famiglietti Giuseppe
           - P. Caruso Giorgio
           - P. Crotti Amelio
2006 - P. Lambertoni Adelio
           - P. Maestrini Nicola
2007 - Fr.Causa Andrea
           - P. Mencarini Lido

1968

P. TRAGELLA GIOVANNI BATTISTA (1885-1968)

Necrologio (P. Raffaele Trotta, dal Vincolo n. 92, gennaio-marzo 1968, p. 56, Si veda anche L' Osservatore Romano, 14-12-1968; L'Avvenire d'Italia, 21-2-1968; Il Cittadino, 13-2-1968)

Padre Giovanni Battista Tragella di Carlo e di Angela Michelini, nato a Milano (della Diocesi di Genova) il 18-11-1885, ordinato sacerdote il 16-7-1911, entrato nell'Istituto il 15-9-1911, partito per Hong Kong il 2-11-1912. Fu assistente generale, rettore della Casa di Ducenta, archivi sta e storico dell'Istituto, Morto a Roma il 13 gennaio 1968.

Curriculum vitae.
Per tracciare il corso della vita del P. Tragella ci serviamo del suo testamento, riportato tra virgolette.

"Nato a Milano il 18 novembre 1885, da padre Milanese e da madre genovese - da una parte e dal!' altra i miei erano agricoltori e in rapporto di commercio od altro tra Genova e Milano. Portato a Genova (Cornigliano, paese di nascita - e morte - di mia madre, oggi è tutt'uno con Genova, la grande), ali 'età di poco più di un anno, per la cura dei bagni, essendo io non nato ma cresciuto rachitichino e sempre fragile, riebbi la salute per le cure più che materne di una zia (sorella di mia madre), il cui ricordo è uno dei più dolci della mia vita; morì a 38 anni a Ventimiglia dove era andata sposa.
A quella si aggiunsero le cure dei nonni materni, presso i quali rimasi poi sempre. Feci le elementari a Cornigliano e a Sampierdarena; ginnasio
(4 classi) al collegio Sacra famiglia di Rivarolo Ligure; alla quinta, invece, passai al seminario arcivescovile, dove continuai col liceo e con la teologia (5 anni, quest 'ultima). Collegio e seminario, luoghi indimenticabili; in collegio studio vigilatissimo, disciplina severissima, temperate, però, dalla viva, fraterna affezione di tutti i superiori e professori: don Piccardo, don Gesino, don Cardinale (morto poi vescovo di Verona), Prof. Sallua; e, in seminario, specialmente pro! Monti, poi Gesuita, don Calcagno, rettore ed educatore paterno, don Moglia, ecc. ".

Frequentando la teologia i chierici erano iniziati all'apostolato con la scuola di catechismo nelle parrocchie. Al Tragella toccò la chiesa dei Barnabiti, S. Bartolomeo degli Armeni, dove allora era animatore impareggiabile di opere il P. Giovanni Semeria, del quale nutrì sempre una stima profondissima e scrisse su L'Eco dei Barnabiti. Specialmente negli ultimi anni ricordava con intense commozione come decisivo, per l'apostolato e lo studio, quel tempo passato a Genova, alla luce degli esempi dell'arcivescovo mons. Pulci ano e dell'insigne barnabita. Alla fine del quinto anno ottenne la licenza in teologia.
"Ordinazione il 16 luglio 1911, nell 'ultima ordinazione tenuta dall' arcivescovo mons. Pulci ano, prima della sua morte immatura, nel dicembre di quello stesso anno". Nel lavoro di formazione spirituale e intellettuale si inserisce la vocazione missionaria, "latente dal ginnasio, prepotente in teologia, conclusasi dopo la lettura di 'Operarii autem pauci', nella prima edizione del 1909".
Tenne segrete le sue aspirazioni fino all'ordinazione, quando, ritornando dalla Metropolitana dopo la funzione, le rivelò al suo amico più intimo, l'attuale mons. Giuseppe M. Carpaneto, il quale aggiunge che "quando se ne aperse con l'arcivescovo nostro di Genova mons. Pulciano, questi lo approvò dicendo: - Va bene: la Chiesa è cattolica, universale, missionaria per costituzione!"..
Lo stesso P. Tragella ricordava (Le Missioni Cattoliche, 12-1-1912, p. 23) che l'arcivescovo aveva aggiunto, "quasi a delineare il doppio aspetto di sacrificio e di soddisfazione che gli procurava questa circostanza: 'Sono contento che anche la nostra diocesi concorra all'opera dell' evangelizzazione degli infedeli: Iddio ci benedirà'. Ed era tanta la fortezza che tal pensiero gli infondeva ad onta del suo dolore pei figli partenti che aveva la schietta amabilità di aggiungere sorridendo: 'Dite a mons. Viganò che... vengo anch'io...!'"
Dopo una visita di "sondaggio"a Milano in giugno, "per odorare l'ambiente di Monterosa", nonostante il disappunto dei suoi, il 15 settembre 1911 entrava nell'Istituto. "1911-12. Noviziato a Monza (prima a Carrobiolo, poi a via Lecco), con rettore P. Armanasco e alunni... 4; tre ore di scuola ogni giorno (4 al mercoledì), dopo aver sorbito io una lezione di inglese dal P. Rettore, ogni giorno. 1912 (4 novembre) partenza per Hong Kong con Mons. Pozzoni, nostro vescovo, e compagno il compianto P. Teruzzi, col quale, nell'estate si era andati a Londra, dai Salesiani per imparare l'inglese.
"1913, settembre, ritorno, causa asma continua, seguita alla bronchite presa a Londra, non mai guarita. "1914, di nuovo scuola a Monza, dopo subita un'operazione dal dI. Calderoli, a Bergamo, specialista naso, gola, ecc. (asportazione del setto nasale e d'una spina ossea al naso). "1915, inizio domanda di tornare in missione, data la guarigione. Marzo, partenza per Hong Kong, via Hyderabad, avendo avuto viaggio pagato fino a Bombay e ricevuto invito dal P. Civati, vicario generale di quella missione.
Pasqua ad Hyderabad, dove confessai in inglese (in quanto potevo...), in cattedrale. Un mese di soggiorno nella missione; poi a Madras mi imbarcai per Hong Kong. Qui quattro mesi solo; fallimento completo: l'asma, come niente fosse stato, mi saltò di nuovo addosso più feroce di prima. Medici e vescovo decidono il rimpatrio; parto in estate, col monsone. "1915, fine anno circa, passo col P. Manna alle Missioni Cattoliche.
Poi guerra; tre volte richiamato, fatto qualche mese di militare, poi riformato, sempre per l' enfisema e l'asma. "1919, estate; viaggio in Olanda e Germania per prepararmi all'insegnamento della Missionologia all'Ateneo di Propaganda, a spese della S.C. di P.F., il cui Prefetto, cardo Van Rossum, s' era inteso col prof. Schmidlin, di Muenster, che aveva fatto il mio nome al cardinale per quella scuola, iniziata in seguito alla Enciclica Maximum Illud di Benedetto XV.
"1919-1921, scuola a Propaganda e P .Manna resta solo a Milano, dove intanto era incominciata la Rivista di studi missionari, per la quale, da Roma, cercavo di aiutare.
"1921-1924, resto solo io alla rivista, tornato da Roma; il P .Manna, essendo stato inviato ad iniziare l'opera di Ducenta, aveva pregato il cardo Van Rossum di lasciarmi libero per sostituirlo a Milano. "1924-1935, continuo alle Missioni Cattoliche da solo o quasi, con qualcuno, di tempo in tempo, a darmi una mano".
Il 20 novembre 1930 veniva nominato assistente generale; e nel 1934 partecipò al capitolo tenuto a Hong Kong, dove fu confermato assistente generale e acclamato archivi sta dell'Istituto. Nell'autunno del 1936 fu nominato rettore di Ducenta, dopo le dimissioni da assistente; l'anno seguente fu confessore nel noviziato a S. Ilario. 1939, chiamato dal cardo Fumasoni Biondi, fu il primo bibliotecario dell' Ateneo di Propaganda, fino al 1947, quando finalmente fu libero di dedicarsi completamente a ordinare e iniziare lo studio dell' archivio dell 'Istituto.
Per integrare i documenti dell'Istituto, dalla fine di settembre del 1954 alla fine di novembre del 1955, eseguì accurate ricerche negli archivi delle nostre missioni di Hong Kong e dell'India. Quindi poté dedicarsi alla compilazione dei tre grossi volumi della storia dell'Istituto. Il primo marzo 1960 subì l' intervento chirurgico alla prostata; ma, appena ripreso, ricominciò il suo lavoro. Nel settembre del 1964 dovette essere ricoverato di nuovo all'ospedale per una rilevante forma di anemia.
Nel dicembre del 1965 ritornò in India; ma questa volta il clima caldo non fu di giovamento all' asma. Intanto la metastasi, diagnosticata un anno prima, continuava il suo corso, e cominciò a farsi sentire con dolori lancinanti. Nel luglio del 1966 venne sottoposto alla cura del cobalto, che, per alcuni mesi, riuscì ad arrestare il processo neoplastico; poi fu un continuo decadere nonostante le cure del dott. Valerio Cicciarelli, che fu sempre premurosissimo e disinteressato. Il fratello Marcello e i giovani padri si prodigarono insieme con le suore infermiere, specialmente negli ultimi mesi, in un'assistenza continua e
amorosa.
I dolori che si susseguivano nelle varie parti del corpo, l'insonnia o gli assopimenti, le assillanti necessità fisiche non gli tolsero la lucidità di mente e non gli fecero perdere la calma. Era dolente di non poter fare più nulla, di dover dipendere in tutto, mentre nella sua mente si agitavano nuove idee e si impostavano i problemi nuovi delle missioni, di cui avrebbe voluto trattare nelle riviste che avevano accolto i suoi articoli. Negli ultimi tempi, diceva spesso: - Ormai ho chiuso tutto, e mi avvio verso la meta, alla quale tutti siamo diretti. Questo è giusto; sono contento e ne ringrazio il Signore.
Il primo gennaio 1968 tenne un lungo e lucido (e da un po' di tempo inconsueto) discorso a Padre Boerio, Lazzarotto e Trotta; poi il decadimento andò accelerandosi. L'undici gli vennero amministrati i sacramenti dal P. Pino Cazzaniga; e ai primi minuti del giorno 13 cessava di vivere. La domenica 14 mons. Superiore celebrava la Messa esequiale e impartiva la benedizione alla salma, presenti i rappresentanti della Congregazione e dell'Università di Propaganda, il ministro Andreotti, i pochi parenti e amici.
Subito dopo la salma venne accompagnata a Ducenta; lì si svolsero i funerali, con la partecipazione dei seminari di Ducenta e A versa, di sacerdoti e amici, e poi la salma venne deposta in un lo culo accanto a quella del P. Manna, come egli stesso aveva desiderato.

Le Opere

Gli interessi del P.Tragella furono esclusivamente quelli missionari, sia sotto l'aspetto pratico che sotto l'aspetto culturale. Scrive nel testamento: "Attraverso infinite miserie, che il Signore vorrà perdonare, spero, Lo ringrazio di nuovo della vocazione missionaria e delle soddisfazioni che essa mi ha procurato, in tutta la vita, specialmente nelle non poche contrarietà e delusioni patite.
Credo e spero aver dato tutto quanto potevo a questa santissima causa con amore costante e sinceramente sentito, e vorrei poterlo trasfondere in tutti i nostri giovani allievi aspiranti. Viva le missioni!". Veramente ha dato tutto quanto poteva. Gli restò sempre nell'anima l'acuta nostalgia della vita missionaria, che la malattia gli aveva precluso. I ripetuti viaggi in oriente gli servirono come un bagno salutare di "missionari età", perché rifuggì sempre l'idea di fare "turismo missionario".
Lavorò innanzi tutto per l'Istituto: professore, rettore, direttore delle nostre pubblicazioni, assistente generale, archivi sta, sotto l'impulso del P. Armanasco, fondò e diresse il periodico Pro aris et focis, per gli alunni mobilitati nella grande guerra; fondò la Bibliotechina missionaria, e l'Associazione degli amici del Pime; per alcuni anni, dall'inizio della pubblicazione, fu il redattore del Vincolo.
Pubblicò cenni biografici del chierico sottotenente Vincenzo Villa (1917), Carlo Salerio, apostolo della fede e della riparazione (1947), Un'anima di fuoco, P. Paolo Manna (1954). Fece conoscere l'Istituto e le sue missioni con i volumi: Le missioni cattoliche italiane attuali (1923), Una passeggiata missionaria ad Hong Kong (1935), Frontiere d'Asia illuminate (1938), Italia Missionaria (1939), Le Missioni del Pontificio Istituto Missioni Estere (1939). Un discorso a parte meritano i tre volumi Le Missioni Estere di Milano (1950,1959,1963), che rivelano l'amore del P. Tragella per l'Istituto, e il suo indiscusso valore di ricercatore e di storico. "L'opera scrive Carlo Castiglione nella prefazione al primo volume, costituirà davvero un monumento aere perennius, per la serietà con cui è condotta; per la diligente e coscienziosa preparazione; per l'oggettività e la serena critica e valutazione dei documenti.
Il lungo e appassionato studio di P.Tragella, figlio devoto del vetusto Istituto, non gli fa mai velo nella ricerca e nella esposizione dei fatti. È un lavoro di ampio respiro e di ampie vedute. Per quanto si tratti di una monografia, non si presenta tuttavia avulsa dalla storia generale della Chiesa e neppure da quella civile e politica dell'epoca". In ogni tempo si interessò delle vocazioni, sia nei contatti personali con giovani, seminaristi e sacerdoti, sia negli articoli sparsi nelle varie riviste: Le Missioni Cattoliche, Italia Missionaria, Rivista di studi missionari, Venga il tuo regno, Clero e missioni.
All'assillo delle vocazioni si debbono le sue pubblicazioni: La santa "follia" della vocazione missionaria (1923), che, insieme con Operarii autem pauci, suscitò missionari e missionarie; Per una federazione seminaristica missionaria in Italia (1926); Per una spiritualità missionaria (1947); Ite et vos! (1960). Lavorò per la santa chiesa. Ebbe uno spirito eminentemente cattolico, e anche i problemi particolari li inquadrò nell' ampia visuale della Chiesa.
Basta rileggere i numerosissimi articoli sparsi in tanti giornali e riviste. In proposito ricorderemo i volumi: Pio XI papa missionario (1930), Una nuova epoca nella storia delle missioni (1933), Chiesa conquistatrice (1941), Pagine di storia e di attualità missionaria (1947), Il travaglio delle missioni cattoliche nell' ora presente (1948), Panorami missionari d'Asia (1961), Le missioni ieri e oggi (1966); e le traduzioni dal tedesco: La storia nelle missioni (1923), Manuale di storia delle missioni (1927-1929), S. Francesco Saverio (1930), Il cristianesimo occidentale visto dagli asiatici (1953).
Importantissima fu la sua collaborazione all'Enciclopedia Ecclesiastica (1942-1955), all' Enciclopedia Cattolica (1948-1954) e al Dizionario Ecclesiastico (1953-1958). Per questo il Cardo Roncalli lo disse "un vero Cesare Baronio in materia di storia missionaria recente". Qui bisogna mettere in rilievo la sua collaborazione a due riviste: 'Studium' e 'Concretezza'. Fu invitato alla collaborazione della rivista 'Studium' nell'autunno del 1935, dietro indicazione di Mons. Costantini.
"La collaborazione - scrive lo stesso Padre in un appunto - era tanto più notevole, in quanto era la prima volta che una rivista non missionaria, non ecclesiastica ammetteva nelle sue rubriche stabilmente l' argomento delle missioni, per cui il P. Manna, quando lo seppe, ne fu assai contento come di un risultato della nostra propaganda missionaria". La collaborazione fu costante per trenta anni, cioè fino a quando la malattia gliela permise; e fu sempre intelligente, aperta, aggiornatissima.
La collaborazione a Concretezza (dal 1954) si deve all'amicizia col già fucino ministro Giulio Andreotti. Accettò volentieri questa periodica nuova fatica, con l'intento di far conoscere il problema missionario tra uomini impegnati nella politica. Ma forse la sua opera più appassionata fu quella della collaborazione data al P. Manna nell' organizzazione e nella diffusione dell 'Unione Missionaria del Clero. Innanzi tutto, il P. Manna stesso dava al P. Tragella il merito di averlo deciso a lanciare l'idea che da tempo stava maturando: fu infatti il suo studio sull'organizzazione missionaria del clero in Germania che spinse il fondatore dell 'Unione Missionaria a rompere gli indugi.
Fu redattore del Bollettino dell'Unione Missionaria del Clero e poi della Rivista di studi missionari, su cui pubblicò numerosi articoli di cultura; nello stesso tempo fu propagandista instancabile nelle diocesi e nei vari congressi. Scriveva egli stesso (L'Osservatore Romano, 11 settembre 1966). "ricordo come quei mesi furono davvero febbrili: notizie alle riviste missionarie, articoli per la stampa cattolica, conferenze, raduni in varie città, lettere a cardinali e vescovi, oltre il lavoro ordinario di mandare avanti una pubblicazione settimanale e due mensili, nonostante i non frequenti disturbi di salute e la fatica dei viaggi".
Seguì con passione l'attività dell'Unione, e fu sempre membro del Consiglio superiore. Nel 1946 lanciava l'iniziativa di una giornata "in cui tutti gli iscritti, unanimemente, contemporaneamente, in tutta l'Italia, in tutto il mondo, si dedichino ad una pratica comune, almeno offrano, se non proprio la S. Messa, il Divino Ufficio, per questa grande impetrazione, per l'avvento in grande stile del Regno di Dio nei grandi popoli della terra ancora lontani da Gesù Salvatore" (Rivista missionaria, 1946, n. 3).
L'idea venne fatta propria dell'Unione Missionaria e cominciò così a essere celebrata la giornata missionaria sacerdotale nella festa di S. Francesco Saverio.

L'anima

Apriamo di nuovo il testamento. "Denaro. Non ho altro che quelle poche centinaia di migliaia di lire che si troveranno ancora nel tiretto al giorno della mia morte. Non ho debiti, né crediti, né conti in banca. Stimo una grande grazia del Signore quella di avermi fatto comprendere a gustare il pensiero del Suo Divin Figlio circa le ricchezze e la povertà, quale risulta dal meraviglioso discorso della montagna.
E per questo e di questo Lo ringrazio infinitamente.

"Professione di fede.
a) Non ho particolari professioni di fede da fare, e non voglio né devo dire a tutti il mio segreto; il
Signore lo sa. Soltanto alla vigilia della morte e per la gloria di Dio e l'incoraggiamento dei giovani se ce ne fosse il bisogno - voglio sia espresso, in queste mie ultime righe, il mio più vivo ringraziamento a Dio per avermi conservato intatto e convinto e vivace il dono della fede, con tutto ciò che essa comporta ed esige, in tempi particolarmente pericolosi (epoca del Modernismo, negli anni della mia giovinezza), nonostante la conoscenza delle inevitabili debolezze umane dell' organismo ecclesiastico di ieri e di oggi, e le tentazioni che erano in aria a quei tempi.

Gli stessi sentimenti di riconoscenza debbo esprimere al Signore per il dono della vocazione sacerdotale e missionaria e della sua conservazione freschissima nella vecchiaia, come nella giovinezza, nonostante la mia incommensurabile indegnità e in corrispondenza. Confermata - questa vocazione - specialmente dall' esempio di molte vite di miei confratelli, già defunti o tuttora viventi, che ho conosciuto e che ho visti fare al Signore il dono totale della loro vita e attività nelle missioni, santi ignorati, che non avranno forse mai un altare, ma che ne hanno eretto uno nel cuore di quello esigentissimo soggetto che è il sottoscritto.

b) "E, dopo che a Dio, agli uomini. A quelli soprattutto, che mi hanno fatto del bene dai primi giorni agli ultimi: parenti, superiori, colleghi, amici; a quelli, in modo specialissimo, che hanno provocato, accompagnato, assistito la mia vocazione sacerdotale e poi missionaria. (...)
c) "Trattando degli uomini, questi nostri compagni del pellegrinaggio terreno, mi corre anche l'obbligo di chiedere perdono a coloro che avessi offeso coi miei modi, le mie parole, i miei atti. Se il mio debito dinanzi a Dio è assai grave, pesante, posso, però, dichiarare con sincerità che credo e spero non avere mai inteso offendere nessuno dei miei fratelli, grandi e piccoli, colleghi o superiori, Padri e Fratelli, almeno positivamente. Comunque, tutti coloro oggi viventi che fossero rimasti male in conseguenza di miei atti o parole, spero non troveranno difficile il perdonarmi, e, sicuro di ciò, mi
presenterò più fiduciosamente al tribunale di Dio. D'altra parte io perdono di cuore - come sempre ho perdonato. . . ".

Scrive un suo ex-alunno (mons. Giovanni Bonetti di Seriate): "La grande stima che avevo di lui, santo, che, nella umiltà e semplicità evangelica, rivelava una profonda fede e una carità grande verso Dio e per le anime, nonché una dedizione completa e totale al suo Istituto e alla missione che Dio gi aveva affidato.
Gli incontri con la sua anima, purtroppo per me così rari, erano un beneficiare della sua scienza e della sua sapienza, che irradiavano dalla sua parola in umiltà e naturalezza; un riscaldarsi all'amore divino, che sovrabbondava senza ostentazione dalla sua anima; era un elevarsi, dimessamente, verso Dio"

"Per me era più che padre - scrive il P. Muselli -; le sue lettere erano mensilmente una carica di energia per me". I missionari di W arangal scrivevano in data 17 gennaio, quando ancora non avevano saputo del decesso: "Qui lo ricordiamo in molti e le siamo grati che oltre alla via tracciataci dai suoi libri, ora ci mostra quella dell' esempio pratico con la pazienza e serenità nel portare la croce che il Signore le ha dato".
Il ministro Andreotti, nella sua lettera di condoglianze, ricordava l'amico, "di cui resta incancellabile il ricordo e rimangono studi di singolare efficacia e singolarità e profondità missionaria. Era un sacerdote completo".
L'on. Mig1iari lo ricorda con commozione. "Sacerdote piissimo, missionario ardente, conferenziere attraente, storico fertile, solido e brillante ad un tempo, era e sarà, bene lo si può dire, una gemma preziosa nel tessuto inestimabile del ministero e del magistero del Pime. Voglio ricordare la sua vivacissima carica umana, che gi acquistò amici devoti e tenaci, ai quali partecipò la sua passione missionaria.
Mi piace qui ricordare alcune amicizie singolari: quella del poeta Moscardelli, che preparò a una buona morte; quella di Romolo Murri, ritornato alla Chiesa per la comprensione di Pio XII; dell'ebreo prof. Ravà, che, durante l'occupazione nazista, venne ospitato nella casa di Roma; quella di Ernesto Bonaiuti, che ardentemente, ma invano, desiderò vedere nella verità e nell 'umiltà della Chiesa Cattolica. La sua vita era metodicamente seria, distribuita tra lavoro e preghiera.
Nonostante le frequenti notti insonni per l'asma, alle sei era puntuale per la celebrazione della Messa; e nel tardo pomeriggio, dopo il lavoro, la visita al SS. Sacramento era una tappa amorosamente obbligata. Possiamo chiudere queste note biografiche con le parole del telegramma di condoglianze del cardo Agagianian. "Figura eminente di missionario et missionologo che tanto scrisse operò et giovò santa et nobile causa del Vangelo o rimarrà in benedizione presso questo Sacro Dicastero che sempre apprezzò alto spirito apostolico et preziosi servigi del compianto Padre".

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P. PILENGA BALDASSARE (1890-1968)

Necrologio (P. A. Morelli dal Vincolo n. 92, gennaio-marzo 1968, p. 65)

Baldassarre Pilenga, di Angelo e Teresa Scotti, nato a Comun N ovo (Bergamo) l' 1-1-1890, entrato nell' Istituto il 15-12-1913, ordinato sacerdote il 28-6-1914, partì per Hong Kong il 29-12-1914, morto ad Hong Kong il 26-1-1968.

S.E. Mons. L. Bianchi scrivendo al Superiore Generale, immediatamente dopo il trapasso di P. Pilenga, dopo date le notizie, aggiungeva: "Dobbiamo dire a onor del vero che fu un bravo missionario lavoratore zelante - buon catechista per gli innumerevoli catecumeni istruiti da lui personalmente. È un veterano che passa... un vero bergamasco". Queste note sul caro defunto saranno un breve commento alle veritiere parole del suo Vescovo.
La sua vocazione maturò nel seminario di Bergamo; dove fu alunno del futuro papa Giovanni XXIII, che una volta a scuola lo giustificò "dormi ente" con il detto "Si dormit, salvus eri t", e ben lo ricordava! Nella sua classe già altri tre compagni (i futuri PP. Seminati, Lozza e Rosi) erano passati a via Monterosa. Entrò in quarta teologia - già suddiacono - con una buona pagella con la media superiore al 9, ed una buona presentazione: "Ha buona capacità e fu sempre di condotta irreprensibile e di ottimo spirito. La vocazione, provata e contrastata a lungo, credo sia delle più sicure". Ordinato sacerdote il 28-6-1914, riuscì a partire per Hong Kong prima dello scoppio delle ostilità della Prima Guerra Mondiale.
Il 5-5-1915 scriveva al Superiore P. Armanasco col quale ebbe sempre la massima confidenza: "Non mi pare vero di essere qui... mi trovo contento di una contentezza che io stesso non so come spiegare". Mentre studia inglese già comincia a fare catechismo; questa del catechismo sarà la sua specializzazione e la sua passione per tutta la vita. Nel 1915 fu destinato al distretto di Wai Chow sulla terra ferma, dove fu iniziato all'apostolato da P. Fenaroli, il primo bergamasco entrato nell'Istituto [P. Fenaroli è morto nel 1863; si tratta invece di P. Celestino Andreoletti, n.d.r.]. A lui successe e vi restò sino al 1922. Con quale entusiasmo P. Pilenga parla dei numerosi battesimi di adulti, dei suoi catechisti!
All'inizio aveva imparato solo a parlare cinese (Cantonese), poi si accinse allo studio dei caratteri: "I caratteri cinesi sono duri, ma la mia testa è ancora più dura". Però scriveva anche al Superiore: "Se sente qualcosa sul mio conto, favorisca correggermi con santa libertà". C'era stato qualche battibecco coi confratelli e col Vescovo a proposito della guerra, ed egli passava per germanofilo di fronte agli altri filo-inglesi.. .Le difficoltà della guerra si facevano sentire in tutti i sensi; niente più rinforzi e scarsissimi gli aiuti. Seguiva nei Cinesi il crollo del prestigio degli Europei e i mandarini alzarono la cresta e giunsero a perseguitare sempre più apertamente i cristiani ed i catecumeni. Si arrivò in seguito alla guerra civile tra Canton e Pechino e tra Canton e i distretti in cui egli lavorava. Scriveva: "Ho avuto 5 chiese e 2 case delle Suore e molte cappelle e scuole saccheggiate dai soldati e in parte distrutte. Un mio catechista e parecchi cristiani furono barbaramente trucidati". P. Pilenga difese i suoi
fedeli da pari suo, e venne arrestato con un gruppo di cattolici, ma riuscì a fuggire.
Il motivo del temporaneo allontanamento: "lo non mi sarei deciso a partire se non avessi visto che la mia presenza era più di danno che di giovamento ai Cristiani, cui i soldati estorcevano denaro e viveri in continuazione con la promessa di salvare la mia vita". Passò in seguito a Ping Shan, dove si trattenne dal 1922 al 1929, anno in cui si decise a chiedere un breve riposo in patria.
Fu poi a Rosary Church, Kowloon, il 1930 e 1931, in qualità di vice-parroco, poi tornò alla terra ferma e alla sua cara Wai Chow, dove rimase dal 1931 al 1942, dando a quel distretto uno straordinario sviluppo. Nel 1933 ebbe... il coraggio di chiedere prima al Superiore e poi ai Padri Capitolari ben tre fratelli cooperatori, uno per le costruzioni, un secondo per la medicina, ed un terzo per la scuola e l' Azione Cattolica. La domanda fu approvata e appoggiata, ma non credo attuata... In una lettera del 1936 P. Pilenga parla di ben 7 distretti con complessivi 12 padri tra cinesi ed italiani. Si vantava di essere il padre che aveva durato il maggior numero di anni sulla terra ferma, e, se non fosse stato per i comunisti, avrebbe finito là i suoi giorni, perché egli amava i suoi cristiani e l'amore gli faceva dimenticare i disagi dell' età.
In città di Hong Kong fu assistente in cattedrale, poi dal 1948 al 1955 parroco al Preziosissimo Sangue. Poi a S. Francesco d'Assisi, poi assistente a Rosary Church, infine di nuovo assistente in cattedrale. Non ambì mai posti onorevoli; li lasciava volentieri ai confratelli; solo però esigeva da essi comprensione, fiducia e che lo lasciassero lavorare, e che se avevano qualcosa da dirgli non gli parlassero dietro le spalle. Si occupò pure delle Suore e degli ammalati poveri nei numerosi ospedali, dove li visitava armato della sua vecchia sporta, che man mano si alleggeriva. Ma la sua passione era il catechismo e lo fu sino all'ultimo della sua vita. Nel 1951 fece una seconda scappata in Italia, dopo avere atteso mesi e mesi per la difficoltà della sua situazione. Di una franchezza veramente bergamasca, non fece misteri, né prima del rimpatrio né durante esso, che a lui la vita in comunità a Milano senza un ufficio fisso non andava, e così, passati i mesi regolamentari a casa, anticipò la partenza.
Nel 1964 ricorreva il cinquantesimo di Messa. Ho qui avanti l'immagine ricordo. In prima pagina la foto di lui alla elevazione alle parole: Magnificat anima mea Dominum. Nell'interno, dopo le date, continua il Magnificat "et exultavit spiritus meus in Deo salutari meo". Poi in quattro lingue la strofa del Dies irae:
"Quaerens me sedisti lassus, redemisti crucem passus, tantus labor non sit cassus".
Giacché le Costituzioni lo permettevano pensò anche a fare una scappatina in Italia. In una lettera dell'epoca si lascia andare ai ricordi: "E dire che quando sono entrato nell'Istituto, dopo due o tre mesi, dovetti andare dal caro P. Armanasco, Superiore di allora perché avevo uno scrupolo. Gli dissi - Padre, io non so se posso stare in questo Istituto, perché dicono che bisogna essere disposti a rimanervi sino alla morte. lo vengo solo per andare in Missione, ed in Missione chissà cosa succederà! Clima, malattie, bestie feroci... di modo che io mi sono fatto l'idea che a 50 anni, se non sono morto, sarò certo un ferro rotto; quindi la mia intenzione è: a 50 anni di ritirarmi a casa mia, dove ho da mangiare senza di essere di peso all'Istituto. In breve io non ho intenzione di stare nell'Istituto sino alla morte -. I! povero P. Armanasco mi guardò, sorrise, fece un gesto con la mano e disse: - Va e poi ci si pensa! - e continua Così sono passati i 50, i 60, i 70, e sono ancora qui, e, grazie a Dio, posso ancora lavorare. Quanto devo essere grato al Signore di avermi dato tanta sanità".
Era affezionatissimo ai suoi e non ne faceva mistero; ma l'amore alla sua missione era ancora più forte e la spuntò sempre sino alla morte. Se ci fu qualche tentennamento al suo rientro, esso fu dovuto al mutamento di posto (- in più di una Missione, Hong Kong compresa, è di moda cambiare destinazione mentre l'interessato è in Italia -) ed all'impressione che non lo si volesse più, che lo si considerasse quasi un peso... Rassicurato su questo punto nel 1965, dopo essere stato qualche tempo anche a Sotto il Monte, torna definitivamente a Hong Kong scrivendo: "Mi rincresce a lasciare la casa, ma mi rincresce ancor più a lasciare la missione". Il primo gennaio 1968 aveva iniziato i 79 anni, ed era ancora forte e arzillo. Il
segreto della sua salute - ebbe una volta a dirmi - dipendeva da un giorno alla settimana, di solito al martedì, che egli dedicava, da autentico bergamasco alla caccia o, nei tempi e luoghi proibiti, alla pesca.
Passo la ricetta a chi vuole campare fino a 78 anni! In lui anche anziano era rimasto qualcosa del fanciullino di cui parla il Pascoli, ossia la semplicità, la sincerità a tutta prova, ed un certo quale candore di animo. Oltre alla caccia e alla pesca si dilettava anche di allevare uccelli. Famoso rimase a Sotto il Monte quello che ebbe il coraggio di portarsi in Italia in aereo e che salutava, quando era di buon umore, con "A ve Maria". E che dire di quando molti anni fa confessava al Superiore di avere speso per un bariletto di vino
- che gli aveva fatto tanto bene - una offerta notevole, ma solo perché l'offerente aveva data tassativamente quella intenzione, e la volontà dell' offerente fa legge!. . .
Un uomo quindi con tutti gli aspetti di una umanità ordinaria, ma buona, fedele alla parola data, ed al dovere, ma schiva di umane lodi, desiderosa solo di potere lavorare e non essere di peso.
Il caro decano di Hong Kong si sentì male il 12 gennaio; portato all'ospedale, il cardiogramma dette una sentenza tanto inaspettata quanto grave. Solo la sua fibra gli concesse ancora due settimane di vita. Assistito amorosamente dalle Suore, dal Fr. Luigino Brambilla, visitato spesso dai Padri e dal Vescovo, rimase sempre in perfetta conoscenza sino all'ultimo, disponendosi alla chiamata del Padrone che aveva servito, senza mai andare in pensione... Spirò quietamente alle ore locali 08,25 del 26-1-1968. La larghissima partecipazione ai funerali dimostrò quanto fosse benvoluto e stimato dal clero e dai fedeli. Il Signore conceda al Pime di avere dai seminari diocesani tanti missionari sul tipo di P. Pilenga; non sono sorpassati neppure dopo il Vaticano Il!

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1969

FR. RADICE ADOLFO  (1917-1969)

Necrologio (P. Gambaro Luigi dal Vincolo n. 96, luglio-dicembre 1969, p. 49)

Fratel Adolfo Radice, figlio di Giovanni e di Adele Catalani, nato a Cesano Maderno (Milano) il 27 settembre 1917, entrato nell'Istituto il 27 agosto 1935, partito per Hong Kong il 26 settembre 1948, morto a Hong Kong per infarto cardiaco, il 7 settembre 1969.

Fr. Giuseppe Adolfo Radice fu conosciuto da moltissimi sia in Italia che a Hong Kong. Moltissimi dei nostri Padri e Fratelli lo ricordano quando era a Milano nei vari uffici occupati: portineria, tipografia, spedizioneria, sartoria. Ad Hong Kong durante i 21 anni di vita missionaria ebbe modo di farsi conoscere non solo tra i Membri del Pime, ma anche tra il Clero Cinese e le varie Congregazioni religiose sia maschili che femminili. Non parliamo poi dei cattolici della parrocchia di S. Margherita, tra i quali lavorò con entusiasmo prestandosi a tutti i lavori; dalla Chiesa alla Procura, dalle Associazioni alla Scuola.
Ovunque c'era un lavoro, un'attività, un'iniziativa Fr. Radice non mancava mai, e si sacrificava con entusiasmo senza badare al tempo e alla fatica. E la gente lo apprezzava, gli voleva bene, anche perché, dotato di un carattere gioviale, aperto, era facile all'amicizia. Si era fatto molti amici ed aveva aiutato anche molti sia a trovare un posto in una scuola cattolica, sia un lavoro.
Prova di quanto fosse stimato e ben voluto è il grande concorso di Sacerdoti, Religiosi e Religiose e di Cristiani che parteciparono al suo funerale. E non poche sono le persone che hanno fatto celebrare delle SS. Messe per lui. In generale godeva sempre buona salute, ma da tre anni fa cominciò ad avere disturbi di cuore e pressione alta.
Un primo attacco del male lo ebbe nel 1967 mentre era in nave diretto in Italia per le vacanze. Grazie a Dio ed il pronto intervento medico riuscì a superare la crisi, arrivò in Italia e si godette un meritato riposo. Ritornò ad Hong Kong ai primi del 1968, ma ci accorgemmo che non era più come prima: l'aspetto del volto ed il modo di camminare manifestavano segni di stanchezza e pesantezza nei movimenti. Ogni tanto lamentava disturbi al cuore e pressione alta. Faceva regolarmente le sue visite mediche, continuava il suo lavoro a servizio della Missione.
Dopo Pasqua di quest'anno i suoi disturbi si accentuarono, ed allora entrò a St. Paul's Hospital e si sottomise a delle cure: fu consultato un cardiologo, il quale lo rimise abbastanza bene in salute. Sembrava migliorato, quantunque il medico gli avesse sconsigliato di guidare la macchina. Ma l'aspetto esterno era poco incoraggiante; il colore del volto e delle labbra era piuttosto oscuro, gli occhi fondi ed ingrossati: i PP. di S. Margherita non erano troppo persuasi del suo miglioramento. Di ritorno dall' Ospedale riprese quasi del tutto le sue attività.
Ai primi di luglio cominciò ad accusare i suoi soliti disturbi: anzi questa volta più accentuati, tanto che gli causarono insonnie e difficile respirazione. Anzi una mattina mentre stava preparandosi ad uscire, cominciò a sentire dolori così forti allo stomaco da non poterne più; soffriva mancanza di respiro e sudava freddo. Allora fu portato all'ospedale St. Paul e sottoposto ad energiche cure. Per una settimana gli fu somministrato l'ossigeno e vegliato giorno e notte. Versava in grave pericolo, tanto che i Padri di S. Margherita credettero prudente amministrargli gli ultimi sacramenti.
Alla cerimonia furono presenti i PP. D'Ayala, Bolis, Gambaro, Meneghetti ed il Fr. Brambilla Luigino. Ricevette i Sacramenti con piena coscienza anche se forse non realizzava del tutto la gravità del suo male. Grazie a Dio dopo una settimana di incertezze e di preoccupazioni cominciò a riprendersi e migliorare, tanto che al Confratello che gli amministrò gli ultimi Sacramenti scherzando diceva: "Non hai pregato bene, perché sono ancora vivo".
Rimase all'ospedale fino al 29 agosto, e poi ritornò a Santa Margherita. Le prescrizioni del medico erano ben chiare e precise: non doveva fare nessuno sforzo e tanto meno scendere o salire le scale. Fr. Radice si attenne fedelmente alle diretti ve del medico, in cui aveva veramente fiducia. Rimase con i Padri dieci giorni: si alzava normalmente, prendeva il cibo alla tavola comune e passava il suo tempo conversando, guardando la televisione e riposando. Un confratello gli portava la S. Comunione: l'ultima la ricevette il 7 settembre. Verso gli ultimi giorni però incominciò ad accusare inappetenza, malessere, sudava freddo.
Chiesto se si doveva avvertire il medico, disse di attendere. Il giorno 9 si alzò come il solito, tanto che salutò allegramente i Padri, telefonò a Fr. Luigino. Ma pochi minuti dopo le otto, mentre si era ritirato in stanza, ebbe un improvviso attacco. Fece chiamare P. Gambaro che si trovava in Chiesa. Appena costui arrivò nella sua stanza, Fr. Radice chiese del medico e di P. Bolis. Pochi minuti dopo, ebbe come uno scossone, emise un forte respiro e si accasciò sulla poltrona.
P. Gambaro gli diede l'assoluzione, gli suggerì qualche giaculatoria. Respirava, ma non disse nulla. Intanto arrivò anche il dottore, che con l'aiuto del Padre lo trasportava sul letto, e gli praticò dei massaggi al cuore. Ma tutto inutile: il respiro si faceva sempre più raro. Arrivò nel frattempo anche P. Bolis, gli fu amministrato l'Olio degli infermi con la formula breve, ma poco dopo ci lasciò per sempre.
Erano le 8,30. Avvenuto il decesso fu informato il Superiore Regionale, il Vescovo Diocesano e gli altri Padri del Pime. Poco dopo arrivarono i PP. Carrà con Mons. Maggioni, Fr. Mario, P. Pittavino, Grioni, Zambarbieri e Fr. Luigino. Si decise di fare la camera ardente nell'abitazione dei Padri e di fare il funerale il giorno seguente alle ore dieci. Durante tutto il pomeriggio diversi fedeli di S. Margherita ed amici personali del Fr. Radice visitarono la salma. Alla sera i membri delle Associazioni cattoliche della parrocchia si radunarono in Chiesa a recitare il Rosario per il caro estinto.
Alle dieci del 10 settembre ebbero luogo i funerali. La Messa concelebrata fu presieduta da Mons. Hsu, Vescovo Diocesano, e concelebranti furono Mons. Maggioni, P. Pittavino, P. Gambaro e P. Zambarbieri. La Messa solenne fu cantata dai PP. del Pime. Quasi tutti i Padri del Pime furono presenti; moltissimi altri Sacerdoti, Religiosi e Religiose, nonché numerosissimi fedeli parteciparono al funerale. Dopo la Messa la salma fu portata al cimitero processionalmente ed alla tomba pure officiò Mons. Hsu.
Del caro Fr. Radice ora ci rimane il suo ricordo, la sua schietta amicizia, ed il suo spirito ottimistico e gioviale. Egli ci ha lasciati, ma la sua immagine è viva tra noi e tra i fedeli di S. Margherita. Speriamo che dal cielo ci ottenga un rinnovato spirito di fede, un ardente zelo per le anime e per l' apostolato missionario.

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1972

P. DELLA NINA RAFFAELE (1904-1972)

Necrologio (P. Noè Simonut, dal Vincolo n. 105, settembre-dicembre 1972, p. 131)

Figlio di Annibale e di Rosalia Quartaroli, nato a Porcari (Lucca) il 28-9-1904, entrato nell'Istituto l' 11-12-1928, ordinato sacerdote il 19-4-1930, partito per Hong Hong il 9-9-1930, morto a S.Ilario Genova il14-5-1972.

Padre Raffaele della Nina, il "buon Padre Raffaele" come tutti lo chiamavano, il 14 maggio 1972 ci ha lasciato per sempre. Aveva 68 anni, essendo nato a Porcari (Lucca) il 28 settembre 1904. Se ne è andato in silenzio, sereno e tranquillo come era sempre vissuto. Anche se la sua fine non giunse inattesa, perché da parecchio tempo era tormentato da una fastidiosa asma bronchiale, tuttavia si spense quasi improvvisamente per il sopraggiungere di altri malanni: enfisema polmonare e complicazioni in seguito all'operazione chirurgica di un'ernia strozzata che ridussero a zero la sua resistenza fisica.
La sua vita è sempre stata quella di un convinto cristiano, che, conscio della ricchezza del dono della fede per la salvezza di tutte le anime, scelse la via più dura ma anche più aperta alla diffusione della sua grazia: l'apostolato tra i non cristiani. La sua vocazione missionaria è maturata a poco a poco; ma quando si decise fare il gran passo, non ebbe un momento di esitazione.

Seminarista.

Entrato giovinetto nel seminario diocesano di Lucca, seguì regolarmente i corsi di studio e attese seriamente alla sua formazione spirituale. Quando alla fine del terzo corso di teologia, fece la domanda di essere accettato tra i membri del Pime, così formulò la sua richiesta: "Da lungo tempo desidero vivamente di divenire apostolo tra gli infedeli ed ora credo giunto il momento propizio per la presta realizzazione delle mie aspirazioni.
Senta, Padre, il confessore è contento che intraprenda questa via, i superiori arcicontenti, i genitori e fratelli lontani mi lasciano libero. Credo che differire l'entrata nel loro Istituto, equivalga a voler liberamente tradire la vocazione e perciò eccomi a Lei per concludere qualche cosa" (19 settembre 1928).
La sua vita in seminario fu, come in seguito del resto, piana, lineare, vissuta nel cosciente impegno al suo dovere di aspirante al sacerdozio missionario. Più che un elogio suonano le parole di presentazione che fece al Superiore dell'Istituto il Rettore del seminario di Lucca: "Il seminarista Raffaele della Nina è ottimo, e umanamente parlando ci dispiace la sua partenza. La sua condotta è irreprensibile, il carattere serio, soave, socievole, la sua pietà non lascia niente a desiderare.
L'intelligenza non è di aquila, ma non è nemmeno un'oca; è attivo, studioso, amante del sacrificio. Ce ne serviamo per Prefetto, Vice-prefetto per qualunque incombenza. La sua volontà è quella dei superiori, è quella di Dio. Ed è robusto di salute, sebbene all'apparenza non lo sembri molto".
Il rettore non esagera affatto perché conclude così il suo giudizio: "... tengano come veritiere e sincere le informazioni suddette" (24 settembre 1928).

I primi anni di missione.

Entrato nell'Istituto, il giovane attese con lo stesso impegno e ardore alla preparazione immediata del sacerdozio, che ricevette dal Cardo I. Schuster, il 19 aprile 1930. Destinato alla missione di Hong Kong, nel seguente settembre partì felice per la tanto sospirata meta. Dopo alcuni mesi di studio dell'inglese e di ambientazione alla nuova vita, p. Della Nina viene mandato in distretto assieme a p. Poletti, dove la prima cosa da affrontate è la lingua locale "Hakka".
Se non che, dopo appena un anno, il vescovo, Mons. Valtorta, lo manda in un altro distretto. Chiunque avrebbe protestato, specialmente ai giorni nostri, ma P. Raffaele, che voleva assolutamente obbedire ai superiori, china il capo e va contento dove l'obbedienza lo vuole. Infatti così scrive al Superiore Generale dell'Istituto, in data 25 gennaio 1932: "Conosce già come, da quasi un anno il Vescovo mi inviò in distretto, assieme a P. Poletti, alle dipendenze di P. Liberatore. Ringraziando Iddio, mi sono sempre trovato bene: salute perfetta, allegria, entusiasmo sempre crescenti.
P. Poletti ed io ci siamo amati come due fratelli e siamo rimasti insieme quasi un anno per lo studio della lingua "Hakka". Da qualche mese avevo cominciato ed entrare nella vita attiva, potevo confessare, predicare, visitare cristianità, ecc. Adesso mi spiego perché ho detto "avevo cominciato". L' altro ieri mi giunse una lettera inviata da Monsignore che dice: Finalmente, ho pensato di mandarti all' Hoifung, dove, nonostante i fastidi causati dai comunisti, continuano le conversioni...
La nuova lingua, che ti resta da imparare, Hoklau, non ti darà grandi difficoltà per impararla.. .Come vede, Padre, devo ormai cambiare distretto e lingua. Le confesso che mi dispiace un po' lasciare il distretto che ormai conoscevo, i cristiani, la tattica, la lingua che studiavo con passione e amavo tanto. Non creda però che provi difficoltà a obbedire, anzi, sono contentissimo e sempre disposto a fare la volontà di Dio. Mi metterò con impegno nello studio della nuova lingua e spero di qui a un anno di potere essere di nuovo in grado di esercitare il ministero e fare un po' di bene.
I comunisti non mi fanno paura, ché sono disposto a tutto, del resto poi starò pure io all' erta onde non lasciarmi acciuffare". Con queste ammirevoli disposizioni di animo, fatte di obbedienza, coraggio ed entusiasmo, comincia la sua vera vita missionaria di preghiera, di lavoro assiduo, di sofferenza soprattutto a causa dei comunisti che alla fine lo imprigioneranno, riducendo lo a un "cadavere ambulante" tanto sarà la sua magrezza, l'esaurimento e la spossatezza fisica; ma lo spirito resterà sempre elevato, sempre pronto a ogni alto sacrificio, fosse anche quello della vita, pur di fare sempre, sotto l' obbedienza dei superiori, la volontà di Dio.

Nel distretto dell'Hoi Fung

Poiché nel nuovo distretto dell 'Hoi Fung, trovò p. L. Bianchi, al quale si legò con fraterna amicizia, e che dapprima fu suo capodistretto e poi suo Vescovo, prendiamo da una memoria dello stesso mons. Bianchi le notizie di quel periodo che abbraccia in realtà tutta la sua vita missionaria in Cina. Giunto nell'Hoi Fung, col suo carattere gioviale, aperto e sereno si acquistò ben presto l'affetto dei cristiani e la stima dei pagani. I bambini poi si sentivano attratti dalla sua bontà, e furono loro i suoi maestri di cinese.
P. Raffaele poté in poco tempo apprendere dalla loro voce chiara e argentina le spiccate tonalità della difficile lingua dell'Hoi Fung. Fra lui e p. Bianchi ci fu sempre un vincolo di unione più che fraterno; mons. Valtorta li chiamava "i due inseparabili". Fra loro non c'era né mio né tuo; vivevano una vita povera, fra i loro poveri cristiani, cercando di risparmiare dal magro sussidio che passava la missione, per potere aiutare i bisognosi o inviare qualche catechista in più per il vasto distretto affidato alle loro cure.
P. Raffaele era tanto stimato da tutti i Padri cinesi e italiani che ricorrevano volentieri a lui come guida e consigliere. Durante la seconda guerra mondiale fu anche lui tra i sei padri italiani che subirono la durezza del concentramento, prima nella propria residenza, controllati e vigilati da un picchetto di soldati, poi, al termine di una estenuante marcia di 7 giorni, ai confini della provincia del Fu-kien.
Fortuna volle che il vescovo americano, mons. Ford (ucciso poi dai comunisti nel 1949) si facesse garante dei Padri italiani e ottenesse loro di potere risiedere nel seminario di quella missione. Ogni settimana dovevano presentarsi alla polizia. Padre Della Nina ebbe l'incarico di insegnare latino ai giovani seminaristi. A guerra finita, mons. Ford lo volle ritenere ancora per un anno. P. Bianchi, che alla notizia dell'armistizio si avventurò a ritornare nell'Hoi Fung, cercò di riparare alla meglio la residenza principale, della quale i giapponesi avevano lasciato solo le mura e il tetto.
Ritornarono poi i cristiani che avevano tanto sofferto per l'allontanamento dei Padri e li ricevettero con grande gioia. La vita di distretto riprese lentamente, ma già un altro pericolo più grave si presentava a rendere difficile il loro lavoro: la guerriglia dei comunisti. Più volte chiesa e residenza dovettero ospitare l'armata rossa. P. Della Nina occultava la sua sofferenza con la serenità del suo animo, cercava con P. Bianchi di fare opera di buon samaritano col distribuire medicine ai loro malati.
Tante croci e sofferenze e soprattutto l'opera missionaria intralciata ne minarono la salute, per cui Mons. Valtorta volle che P. Raffaele si prendesse un po' di riposo in Italia: era il 1948. Ma nell'anno seguente ritornò alla sua missione, ormai in balia dei comunisti. Sempre nel 1949, p. Bianchi venne eletto e consacrato vescovo Coadiutore di Hong Kong, e ripartiva subito per l'Hoi Fung per essere vicino ai Padri dei distretti, ormai in mano al governo rosso di Mao. P. Raffaele, appena giunto dall'Italia pregò mons. Valtorta di lasciarlo ritornare nell'Hoi Fung per condividere con mons. Bianchi e altri confratelli la vita dura in regime rosso.
Ben poco si poteva fare; ma la sola presenza dei Padri fu di grande conforto e incoraggiamento ai cristiani. Nel 1950, a mons. Bianchi, ai PP. Della Nina, Aletta e Pagani non si permise più di allontanarsi dalla propria residenza e, nel marzo del 1951, incominciò per loro il duro calvario di prigionia. P. Raffaele conservò sempre la sua serenità e il suo buon umore.
In una delle frequenti visite notturne che gli fecero i poliziotti, questi presero dal breviario di p. Della Nina due immagini: quella di S. Teresina e della B. Canossa e chiesero a lui chi fossero: "Teresina, rispose, è mia sorella... e la Canossa mia zia". Con questa arguzia poté riavere il breviario e le immagini.

Gli anni di servizio in patria.

Alla fine di maggio del 1952, il capo della polizia annunciò che i padri Della Nina, Aletta e Zago si preparassero a lasciare la Cina per Hong Kong; mentre mons. Bianchi doveva rimanere. La gioia della liberazione fu mutata in grande amarezza per i padri che dovevano separarsi dal loro vescovo.
Arrivati a Hong Kong, la salute sempre più precaria di p. Della Nina impose ai superiori il suo rimpatrio, anche se velatamente giustificato da un suo eventuale servizio in Italia. Infatti p. Della Nina così rispondeva al Superiore Generale, p. Risso: "Sono appena uscito dall'ospedale ed ora mi sento bene. Deo Gratias! La sua lettera del 18 luglio, nella quale mi comanda di venire in Italia ad aiutare a preparare dei buoni missionari, mi riempie di stupore e di tremore.
Le dico sinceramente che non mi sento di ricoprire uffici sì delicati e pieni di grave responsabilità. Creda che sarebbe per me cosa assai dolorosa il dovere lasciare la mia cara missione. La scelta, mi dice Lei, è caduta sopra di me. Ciò mi reca grande meraviglia, dato che ci sono tanti nostri Padri cacciati dalla Cina che già si trovano in Italia. Sa bene che qui siamo pochi ed il lavoro è molto, quindi sono certo che vorrà dispensarmi dal venire in Italia. Mi dice pure che la scelta è la volontà di Dio. Non ne dubito e non intendo ribellarmi. So bene che è mio dovere obbedire ai Superiori...
In questi tempi poi noi tutti soffriamo tanto per l'assenza del nostro amato Vescovo, ancora in prigione. Lei sa bene che io ho passato tutto il mio tempo di vita missionaria insieme a lui; con lui ho condiviso le sofferenze della mia breve prigionia; so io solo il bene che mi ha fatto ed il fraterno affetto che ci tiene legati". La volontà di Dio, manifesta nei Superiori, alla quale non "intende ribellarsi" lo porta in Italia.
Qui in Italia svolge con la sua solita saggezza e bontà la missione di padre spirituale dei nostri alunni di Treviso. Allo scadere dei tre anni, secondo una presunta promessa fatta dal Superiore, fa domanda di ritornare alla sua missione, perché è "perfettamente guarito"! Scrive infatti: "Di salute sto assai bene e mi trovo contento. Ormai sono al termine del mio terzo anno del delicato ufficio da lei affidatomi e spero che sia giunto il tempo nel quale mi si riapra la via del ritorno nella mia cara missione. Non faccio pressioni, ricordando sempre le parole che Lei mi disse nella sua visita qua a Treviso, cioè, che facendo pressioni, andrei contro lo Spirito Santo. Sono pronto all'obbedienza."
E appunto l'obbedienza lo fermerà ancora per altri sette anni a Treviso, sempre dedito al suo grave compito della fonnazione spirituale degli aspiranti missionari, e prestandosi per il ministero sia nelle parrocchie che nella guida spirituale dei sacerdoti. Ma la salute va declinando e i Superiori lo mandano a Genova perché il clima gli sia più propizio. Passano così altri dieci anni di esemplare vita sacerdotale, compiendo il suo apostolato, soprattutto nelle parrocchie di S. Zita in Genova e a Bogliasco. Inoltre si prestava per le confessioni di tanti sacerdoti che l'andavano a trovare in stanza, finché i vari gravi mali sopraccennati lo costrinsero definitivamente a letto, esaurendo a poco a poco le deboli forze fisiche, ma affinando sempre di più il suo spirito ormai assorto soltanto in Dio.
Così si preparava al grande passo verso la vita eterna.

Uomo di Dio e vero missionario.

Da questi pur brevi cenni della sua vita terrena, possiamo ricavare alcune note caratteristiche della personalità di p. Della Nina quale uomo di Dio e perciò autentico missionario. Innanzi tutto, per tutta la sua vita fu un uomo limpido, dal tratto sempre delicato, nobile, umile. La sua vita missionaria fu intensa, anche se non vistosa per opere esterne: i tempi erano difficili, travagliati dalla propaganda comunista fin dal suo primo entrare in missione nell'Hoi Fung e sempre più pericolosi anche per la vita stessa, fintanto che soffrì con il compagno "inseparabile" mons. Bianchi e altri confratelli la prigionia dei comunisti.
Anche se sempre in pericolo p. Della Nina non chiese mai di cambiare aria; anzi, ecco che cosa scrisse dalla sua missione, dove avrebbe voluto terminare i suoi giorni: "Come è bella la vita apostolica! Come è felice il missionario sul campo di lavoro! S. Giuseppe (sede del distretto dell'Hoi Fung) è il luogo ideale per un novellino. .. Il campo è grande, la messe è molta, le speranze di raccolta non vane; ma il momento non è propizio e sospiriamo un po' di pace e di libertà.
Speriamo che cessi il comunismo, preghiamo e speriamo un prossimo avvenire di tranquillità... Ah!, ci si sente stringere il cuore nel vedere tanta povera gente che, per le continue vessazioni dei comunisti, soffre la fame, è priva di casa e possedimenti, ecc... È vero che siamo sempre esposti a continui pericoli per i comunisti che infestano il nostro distretto, ma stiamo all'erta ed appare visibile la protezione del Signore. Siamo sprovvisti di mezzi materiali che ci servirebbero per fare tanto bene. Pazienza! Facciamo quello che possiamo con i poveri mezzi disponibili, certo che Iddio supplirà con maggiori benefici di ordine spirituale" (luglio 1932).
È quasi un proverbio di famiglia che i missionari del Pime sono lavoratori infaticabili, ma ognuno a casa sua. Padre Della Nina, invece, si è sempre trovato a collaborare con i confratelli, come si è già visto sopra. Egli aveva le qualità richieste dalla mentalità moderna per un lavoro in comune: umiltà, coscienza della propria pochezza, sincero affetto per gli altri che stimava più di se stesso e soprattutto la preghiera evangelica dell'unione fraterna: "due o più riuniti nel nome di Gesù".
Ecco la sua ripetuta testimonianza in varie lettere al Superiore generale: "Sul mio conto non ho novità da comunicarle; di salute sto bene e continuo il mio lavoro con santo entusiasmo, animato dal solo desiderio di fare un po' di bene e rendermi strumento meno indegno nelle mani di Dio. Sono il più misero di tutti i suoi missionari, ma non per questo mi scoraggio, perché ho tante anime buone che suppliscono alle mie deficienze, con le loro preghiere e sacrifici. Sa bene che lavoro alle dipendenze del p. Bianchi e quello che mi consola è che ci amiamo più di due fratelli; in sette anni da che siamo insieme, non c'è mai stato il minimo urto, abbiamo sempre agito d'amore d'accordo. Questo è solo effetto della misericordia di Dio. Mi trovo pure contentissimo del mio amato Vescovo e preferirei morire prima di rendergli un dispiacere" (lO marzo 1938).

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P. LIBERATORE OTTAVIO  (1901-1972)

Necrologio (P. Noè Simonut, dal Vincolo n. 108, ottobre-dicembre 1973, p. 128)

P. Ottavi o Liberatore, figlio di Matteo e di Letizia Maria, nato a Caserta 1'8-4-1901, entrato nell'Istituto il 15-6-1922, ordinato sacerdote l' 11-6-1927, partito per Hong Kong il 18-8-1927, morto a Hong Kong il 12-12-1972.

Un missionario che voleva partire per le missioni senza biglietto di ritorno.
La mattina del 12 dicembre 1972, nella sua stanza nell' episcopio di Hong Kong, fu trovato già cadavere, stroncato da un ennesimo ma fatale attacco cardiaco, il P. Ottavi o Liberatore di anni 71, dei quali 50 vissuti nell'Istituto, dopo aver lavorato per ben 45 anni quasi ininterrottamente in quella nostra Missione. Anche se ormai da parecchi anni quasi invalido per complicazioni cardiache ed altri acciacchi che lo facevano soffrire tanto fisicamente ma soprattutto moralmente per non potere svolgere più alcun apostolato, non volle mai tuttavia ritornare in Italia, perché ripeteva sempre che si parte per le missioni una sola volta, dove "ci si sta assai bene, quando nel cuore si ha un ardente desiderio di vivere nascosti, sapendo godere di soffrire per amore di Gesù e delle anime" (Lettera a P. Manna dell' Il ottobre 1946).
Nato a Caserta da famiglia benestante e profondamente cristiana, suo padre avvocato e intendente di Finanza, voleva dare ai suoi figli un'istruzione superiore con una solida educazione religiosa. Fu così che Ottavio ancora piccolo fu affidato al collegio di S. Maria di Caravaggio tenuto dai PP. Barnabiti, e, ragazzo diligente, di una intelligenza superiore, conseguì facilmente e brillantemente dapprima il diploma di perito commerciale e poi di ragioniere. Suo padre lo impiegò presso il Credito Italiano a Napoli, e in seguito a Milano, ma con l'intento di fargli continuare gli studi all'università per la laurea in scienze commerciali, ma... l'uomo propone e Dio dispone!
In un ambiente di vissuta fede cristiana, con educazione sia in famiglia (ebbe la sorella maggiore suora della Carità), che in collegio che erano convinti della formazione dell'uomo secondo i sani principi della pedagogia tradizionale naturalmente cristiana, il giovane Ottavi o maturò a poco a poco la sua vocazione missionaria. Tra le varie testimonianze della sua formazione, possiamo citarne una che la sintetizza tutte e senza dubbio la più valida per la conoscenza del personaggio: Mons. Fortunato Farina, vescovo di Troia, che lo accolse ancora bambino nel circolo giovanile di Salerno e lo seguì sempre con cura e amore fino al giorno di varcare la soglia del nostro Istituto a Milano nel 1922.
Ecco la testimonianza di Mons. Farina, che lo presentò a P. Armanasco Superiore Generale dell' Istituto, in due riprese (12 e 16 giugno 1922): "L'ho conosciuto fin dal 1909 quando ero direttore del Circolo giovanile di Salerno, aveva Ottavio allora poco più di 8 anni. È stato sempre un giovanetto religioso e pio, d'ingegno sveglio e diligente nello studio.
Durante il periodo dell'adolescenza non ha deviato. Allontanandosi a Salerno per la promozione di suo padre a vice-intendente di Finanza a Girgenti, vi ritornò nel 1914... Riprese a frequentare con grande assiduità l'oratorio dove era venuto fanciullo e frequentava i santi Sacramenti accostandosi ad essi tutti i giorni di festa. Nel 1917, se non erro, fu costretto di nuovo ad andare via per seguire il padre, promosso di nuovo Intendente a Caltanisetta. Avendo conseguito con ottimi punti il diploma dell'Istituto Commerciale di Salerno e poi quello di ragioniere, per obbedire al padre... ".
Come nacque la vocazione missionaria. "Quando frequentava l'oratorio di Salerno, si era iscritto alla Propagazione della Fede e alla S. Infanzia e ne leggeva con interesse gli Annali. Venuto poi a Napoli, la sua pietà divenne più profonda e più fervente, a ciò dovette contribuire con la grazia divina l'esempio di suo fratello più grande col quale conviveva, e le conversazioni della sua sorella maggiore, fattasi Figlia della Carità".
"La vocazione cominciò a germogliare e a manifestarsi l'anno scorso, in questo mese dedicato al S. Cuore. Egli più volte venne da me per lume e consiglio, quando mi fermavo a Napoli... L'affidai alle cure del sacerdote Prof. Gioacchino Brandi, sacerdote dotto, prudente e pio di questa città... Egli è stato il suo direttore spirituale fino a quando è partito per Milano" (come impiegato al Credito Italiano). Giudizio sulla vocazione missionaria: "lo non ho alcun dubbio che la chiamata del virtuosissimo giovane a consacrarsi a Dio nel sacerdozio e a pro delle Missioni sia chiamata che venga da Lui, e perciò vera vocazione.
Egli si sente attratto alle Missioni di Africa e vorrebbe entrare in una Congregazione Religiosa: pare che non voglia rimanere nel clero secolare". Il padre che seguiva personalmente con piani chiari la formazione morale e intellettuale dei figli, voleva anche per Ottavi o un avvenire sicuro dignitoso per una posizione qualificata nella vita, quando ecco fulmine a la richiesta da parte del figlio del consenso per farsi missionario. Glielo concede a denti stretti, "piegato", dice in una lettera al Superiore dell'Istituto (28-6-1922) più che dalle ragioni addotte calorosamente da Ottavio, "soprattutto dalla irremovibile volontà di mio figlio di seguire la sua vocazione. Solo avrei voluto che si fosse prima laureato in scienze commerciali e poi disponesse di sé... Spero che come fuori si è dimostrato serio, di ottimi costumi, sappia di queste pregiate qualità servirsi anche presso codesto Istituto e meritare la stima e la benevolenza dei Superiori e dei compagni".

Preparazione al sacerdozio missionario.

Entrato nell'Istituto a Monza per frequentare il liceo, si distinse subito, come faceva sperare suo padre, per l'acutezza di ingegno riportando i più alti voti nelle discipline scolastiche (non per nulla era pronipote del grande P. Liberatore, gesuita, uno dei fondatori della neo-scolastica), per la gentilezza del tratto sempre educato e rispettoso con tutti, tanto che i Superiori pensarono di utilizzarlo per il nostro seminario minore di Ducenta, dove contemporaneamente svolgeva il compito di prefetto di disciplina, di insegnante e per conto suo doveva attendere allo studio della teologia!
Naturalmente le cose andavano come potevano, perché anche per i geni il tempo, uguale per tutti, ridimensiona l'arco della loro attività! Lui infatti si lamentava non per il suo sacrificio personale, ma perché le faccende non potevano andare bene per nessuno: per sé senza dubbio perché lo studio della teologia era il più trascurato, per la disciplina perché non aveva il dono dell'ubicazione, per l' insegnamento perché non era più il tempo di fare simultaneamente il pedagogo alla maniera antica.
Tanto che P. Manna per il successivo anno scolastico 1925-26, voleva sentire il parere dell' interessato per sapere se se la sentiva di accettare un altro anno simile, ma lui che aveva imparato come tutti il solo verbo obbedire "perinde ac cadaver" non vuole altro che fare l'obbedienza dei superiori che è la voce stessa di Dio. Scrive perciò decisamente anche se commosso per essere egli stato richiesto della scelta (4-8-1924): "che vuoI dire piacere o non piacere, essere disposto o non essere disposto? Il mio piacere è di fare la volontà di Dio e non assecondare le mie inclinazioni; la volontà di Dio per me si manifesta attraverso un ordine esplicito del mio Superiore.
Mi mandi dove vuole e stia pur certo che io obbedirò con immenso piacere e cercherò di fare del mio meglio per corrispondere a ciò che Dio vuole da me". E non furono solo le belle parole del primogenito della famosa parabola, perché Liberatore sarà ancora a Ducenta l'anno seguente e al Superiore che gli raccomanda di promuovere l'armonia tra i membri della comunità, risponde con fierezza per fare capire che, anche se non condivide strutture e metodi, tuttavia fa quello che può agente non passivo ma intelligente e preoccupato per il migliore andamento delle cose: "Lei mi raccomanda l' accordo tra di noi, ed io sono lieto di poterla assicurare che almeno fino ad ora non ho avuto il più piccolo screzio con alcuno, ho trovato infatti chi ha potuto compatire i miei difetti che oggi anche a lei prometto di fare del mio meglio per emendarli e per rendermi ad essi più sopportabile", e ancora (22-12-1925): "Coi miei colleghi si va bene; con i Superiori meglio, con i ragazzi ottimamente.
Insomma tutto procede bene, considerando che non siamo in paradiso ma in terra. Nel giugno 1927 raggiunge finalmente la meta: è sacerdote e ormai non aspetta più che la destinazione per partire subito per le missioni, e naturalmente non per l'Africa come faceva credere Mons. Farina, ma per qualunque altra missione, affidandosi alla saggezza dei Superiori che, meglio di un alunno, a contatto come sono delle singole missioni e ragguagliati del resto dai capi missione decidono, o meglio decidevano di inviare i singoli missionari secondo l'interesse delle anime a cominciare da quella del Padre che partiva.
A P. Liberatore toccò in sorte, e felice sorte di Hong Kong, che raggiunge ai primi dell'anno 1928 tanto felice della scelta, dicendo per l'occasione, che partiva col principio secondo il quale è "meglio fare la volontà di Dio che cercare la gloria di Dio".

Duro noviziato per la preparazione immediata all'apostolato.

Alla distanza di un anno dalla sua partenza perde il suo buon padre, e ringraziando P. L. Risso, Vicario Generale, che gli aveva mandato le condoglianze, scrive (1-12-1928) da Yong-fa-thun: "Ben sa per prova come sia penoso il primo periodo di noviziato missionario, e pure le posso assicurare che mi sono sempre sentito contento, sempre felice assai della mia vocazione.
La solitudine in cui spesso vivo non mi rattrista e converso più felicemente con Dio. Il dolore che provo è vedere che i cristiani sono pochi pochi e non vogliono venire. È uno strazio indicibile; se mi perseguitassero, mi sembra che sarei più felice che non vedere la loro indifferenza. Pazienza! Non è vero? .. Da ciò che le ho scritto può comprendere quale sia la mia vita: studiare il cinese e pregare. Studio il dialetto Hak-kà e non le so dire quanto mi sia difficile.
Ho cominciato a confessare, ma ci vuole ben altro per predicare e sapere sostenere una conversazione. Sono in un piccolo villaggetto di un centinaio di abitanti, ma non tutti ferventi. Pazienza, e sono gli unici cristiani in un mandarinato di 60 mila anime".
Oltre allo studio della lingua si guarda attorno per trovare una forma di apostolato più efficace perché l'attuale gli pare troppo spezzata e poco fruttuosa, se si vuole raggiungere l'unico fine di salvare le anime. Anche gli eventi politici precipitano: è gia cominciata la rivoluzione del Mao e a Canton si è in piena guerra civile, e rassicurando il Superiore preoccupato della sorte dei suoi missionari, P. Liberatore così si esprime: ".. .Qui in Cina, almeno per quello che vedo io, sembrerebbe un momento propizio (per l' evangelizzazione), perché si vogliono abolire le pagode e i bonzi.
Ma che vi sostituiscono? Bisogna pregare assai. Pregare perché i missionari siano santi illuminati, sulla via da seguire. La conversione degli infedeli è opera di Dio con la cooperazione dell'uomo, e in quanto è opera dell'uomo è come una vera battaglia che non si vince se non con una buona tattica. Basta, noi stiamo al nostro posto preparandoci nella preghiera e nella sofferenza...
Oh come sono felice di essere anche io una piccola sentinella di questi posti avanzati in cui vincitori o vinti (parlo umanamente) ritrarremo una gloria senza fine". L'anno dopo si trova a Tham-Shui, ancora alle prese con la lingua "assai dura" che gli fa dire ogni mattina: "nunc coepi!" ma non si scoraggia affatto, scrivendo a P. Manna (1-7-1929): "lo sto sempre bene, sempre contento cercando di fare il meno male quando non posso fare il meglio!
Ieri ho predicato due volte in una chiesa poco distante da qui. Pensi: predicato! Non capivano manco i banchi, ma io duro: l'ho imparata (mi dicevo) e la dirò". Rassicura poi P. Manna di non correre alcun pericolo per la rivoluzione dei rossi e attende anzi l'occasione buona di potere fare tanto bene alle anime, e ritorna anzi sulla questione del metodo (17-12-1929): "Noi qui non si sta con le mani alla cintola, ma non si può negare che i risultati sono inferiori alle forze impiegate", e perché? "Ho l' impressione, diceva, che dipende dall'inapplicazione di una legge economica di grande rendimento: la divisione dei lavori e conseguentemente la specializzazione degli individui.
Il missionario fa-tutto è per me un rimedio del momento non un mezzo abituale. Si finisce con l' avere missionari mediocri in tutto, spreco di energie, lavoro imperfetto, rendimento scarso".
La legge economica del lavoro secondo le specializzazioni non impedisce intanto di fare quello che si può.
Non è la prima né l'ultima volta che egli tratta questo problema dello "spreco di tante energie" e del modesto risultato, tanto che P. Manna, un po' preoccupato della critica... gli chiede di esprimere chiari e completi i suoi principi di un metodo, se ne conosce, di evangelizzazione più razionale e redditizio. Del resto P. Manna condivideva in pieno il principio, che ribadiva spesso a noi nelle sue profonde prediche, "ottenere il più grande fine coi minimi mezzi!"
P. Liberatore non è un teorico nato per affrontare lo studio di un metodo adatto, se pur ci sia, dato che finora nessuno l 'ha ancora né ideato né messo in pratica, ma spinto dalla contestazione delle carenze e dal buon senso della retta ragione, alla critica che fa suggerisce qualche idea per risolvere almeno i piccoli problemi che garantiscano vita lunga e buon impiego delle proprie energie secondo la necessità del momento (anche a causa della caotica situazione rivoluzionaria in Cina che durerà ben a lungo) e quindi più che sistematici piani esige rimedi tempestivi a necessità reali soprattutto di un personale efficiente.
È così che alle lamentele del Superiore per i troppi missionari malati, ne indica le ragioni (3-5-1930): "Noi missionari siamo troppo affidati a noi stessi e si finisce spesso a cadere in due eccessi opposti: in principio troppo non curanti di sé, in un secondo momento troppo riguardosi", perché un Padre era depresso per esaurimento fisico-nervoso perché mangiava troppo poco.
E ne dà un sicuro rimedio: "Se fossi già vecchio missionario e potessi dare consigli direi ai novellini così: Lei, Rev. Padre, va in distretto, ebbene mi assicuri che ella ogni giorno mangerà non meno di 200 grammi di carne e quattro uova, giovedì e domenica un pollo intero e da parte mia le assicuro non meno di 30 anni di apostolato".
Non teme i pericoli della rivoluzione e così assicura P. Manna (5-5-1930): "La rassicuro che non corro alcun pericolo "nel mio distretto tutti i capi-ladroni sono "amici" miei. Cammino indisturbato e nessuno mi reca noie. Qui i ladroni sono un po' come i camorristi napoletani o i mafiosi siciliani e, capirà, mi trovo nel mio elemento. Ho un servo che fu un ex-ladrone per "compagnia" e con un tal santo protettore si può essere abbastanza sicuri.
L'uomo ora è convertito battezzato e mi è abbastanza affezionato". Risponde poi finalmente alla domanda di P. Manna riguardo alle sue reiterate osservazioni sul modo dell'apostolato: "Vede qui nei distretti i Padri fanno molto più del loro dovere ed appunto per questo mi fa rimanere perplesso se sia necessario o almeno utile. Ho un' ammirazione sconfinata per quello che si è fatto e che fa soggettivamente, ma se considero oggettivamente lascio sospeso il mio giudizio. Ed intendiamoci bene, che chi le scrive fa come gli altri, mi creda, sinceramente senza affettazione, siamo degli eroi che viviamo con tal disprezzo della nostra vita e non curanza di noi stessi che mi fa meravigliare e non crederei se non fosse così.
E ciò che è ancora più meraviglioso è che lo si fa semplicemente senza accorgersene. Ma ciò è un bene? è zelo assennato? io non le so rispondere!". È una riflessione seria e preoccupante; non parla tanto per parlare, ma per spingere tutti a cercare una soluzione; continua infatti: "Le ripeto che non intesi né intendo né intenderò criticare nessuno, ho invece nel mio cuore un'ammirazione per avere conosciuto uomini di simile tempra di cui non credevo ve ne fossero ancora sulla terra, e mi reputo lieto di vivere e morire con loro.
Ma in questo solo modo arriveremo ad una migliore soluzione del problema della conversione degli infedeli? Vede per il dire o il constatare che si è fatto quel che si può e come si può vuoI dire che si fa il meglio che si può.
Sì, non basta fare come si può oppure tutto quello che si può, ma bisogna cercare di fare il meglio.
Non mi neghi che davanti alle necessità tutti sono capaci di fare come si può, ma il meglio chi lo cerca? .. .". E conclude una volta per sempre l' annoso problema, che aspetta ancora la soluzione per rimanere forse sempre e solo "epoché", per confessare a P. Manna che come tutti anche egli continuerà a fare del suo meglio per salvare le anime: "Lei stia pur tranquillo per me, con l'aiuto di Dio e della Madonna, spero di rimanere sempre al mio posto, se non tanto dolcemente (come lei mi raccomanda, ma la natura non si cambia in pochi anni) almeno obbedientemente. Le assicuro che fo né più né meno che quello che fanno gli altri", secondo le necessità ed esigenze della missione lavorando sempre con fervore con chiara visione dei problemi che riuscirà a portare a termine con decisione e coraggio un po' azzardato o inventiva fantasia.
Assistito da questa illuminata volontà e tenace fermezza, occupò varie e complesse mansioni successivamente e talora anche contemporaneamente: fu Vice-procuratore e poi Procuratore della Diocesi nel 1932; capo distretto a Saikung nel New Territory l'anno 1934, per passare alla cura del distretto di Cheung-chau, Tai-O e Isole adiacenti durante gli anni 1936-37, quando venne promosso parroco della parrocchia del Prezioso Sangue in Shan-Shui-Po e nel 1946 tenne la parrocchia di S. Croce a Shaukiwan. . .

Delegato al Capitolo generale dell'Istituto nel 1947.

Come si è già visto, sentiva urgente una soluzione del problema per una migliore razionalizzazione dell' apostolato missionario, tanto più che con la guerra si cominciava a mettere in crisi tanti valori e metodi tradizionali, compresa addirittura la stessa esistenza delle missioni nel mondo non cristiano. P. Liberatore che sapeva fare la critica, senza dubbio in senso costruttivo, buon parlatore come era anche se non puro teorico, fu delegato al Capitolo, che si tenne a Milano nel 1947.
Mi ricordo che egli giungendo a Roma chiedeva ai Padri presenti notizie, informazioni, pareri sull'Istituto, seminari e persone, per avere un quadro di cognizioni necessarie sulle situazioni che il Capitolo, avrebbe dovuto affrontare e dame realistiche risposte. Causa la guerra quel Capitolo non poté avere una preparazione di sussidi, studi, commissioni ecc. quale per esempio ha avuto l'ultimo, e perciò ogni capitolare doveva assumere per conto proprio informazioni almeno sommarie dei tanti e gravi problemi sul tappeto per essere in grado di capire la sostanza almeno dei programmi formati dalla Direzione uscente.
Fin dall'inizio dei lavori P. Liberatore con qualche altro capitolare aveva posto una pregiudizi aIe come leit-motiv dello svolgimento dei lavori per garantirne la ragione di essere dell'Istituto puramente missionario, e cioè: tutti i capitolari agiranno ispirati dal comune e unico desiderio di ritornare subito, o partire per chi non era mai stato destinato per le missioni appena concluso il Capitolo stesso. Ciò doveva garantire la serietà e la ricerca di conclusioni tutte protese all'unico fine dell'Istituto: la sua esclusiva missione tra i non cristiani! Il che significava che non si doveva avere alcuna preoccupazione di crearsi posticini di comando in Italia!
P. Liberatore era stato sincero nella sua proposta, perché sia prima di partire da Hong Kong sia appena arrivato a Roma come delegato, aveva detto chiaramente a P. Manna che né desiderava neppure dopo la guerra venire in Italia, e una volta venuto per obbedienza, non intendeva restarvi: "Non desidero affatto, scriveva ancora nel 1946, di tornare in Italia", e giuntovi ripeteva: "Ho rivisto dopo quasi venti anni l'Italia, ma come prima ad Hong Kong non desideravo tornarvi così ora non desidero rimanervi.
Pazienza: speriamo di fare tutto presto e bene (19-5-1947) e in un'altra replica: "Sto discretamente bene, ma non mi assuefo a restare in Italia dopo venti anni di missione. Patisco in tutti i modi: spiritualmente per le condizioni dell'Italia; moralmente: per non avere più il mio lavoro tra gli infedeli; fisicamente: perché il mangiare né mi basta né mi gusta. Come al solito, sorrido e aspetto che anche questa passi". (3-6-1947). Deluso dell'andamento del Capitolo e più ancora perché il suo famoso principio non gli sembrava rispettato neanche dai colleghi con cui si era accordato, alla proposta del nuovo Superiore Generale, P. Luigi Risso che invitava, offrendo una lauta mancia, un Padre della Cina per accompagnarvi i nuovi partenti, egli accettò subito con entusiasmo, e si imbarcò con noi partenti per la Cina il 18 agosto 1947 a Genova.
Si dovette fare quasi il periplo del mondo, perché si è dovuto approfittare di una nave americana
che dalla Norvegia toccava i porti di Genova e Palermo e poi per via New York - Panama raggiungeva, attraverso il Pacifico, Shanghai e Hong Kong.

Ripresa dell' attività missionaria.

In tal modo P. Liberatore era ritornato alla sua amata missione, dove riprese con l'antico entusiasmo e spirito missionario la sua molteplice attività che assommava talora anche più compiti essendo parroco a S. Margherita, in Happy Valley, procuratore della Diocesi e Superiore Regionale di Hong Kong, e in seguito direttore del Catholic Centre. Nella espletazione di queste mansioni spiccò la sua eminente figura, la sua vigoria di spirito e la prontezza e acutezza di mente nello sciogliere situazioni ardue e impreviste.
L'ultima sua opera che resta ancora come una vivente testimonianza del suo amore alla missione è stata la nuova splendida chiesa di S. Giuda apostolo, della quale attese alla costruzione negli anni 1955-57, e che poi in qualità di primo parroco arredò con magnificenza procurando a destra e a sinistra con abile destrezza i mezzi necessari per concludervi il suo lungo ministero sacerdotale nel 1965 quando per complicazioni cardiache dovette rinunciare e ritirarsi da ogni attività in episcopio.

Coronamento dell'apostolato missionario: sofferenza e preghiera.

Senza dubbio gli anni più duri e anche più monotoni della sua vita missionaria furono questi della sua forzata inazione, né poteva essere diversamente per un uomo di sì formidabile attività che aveva condotto avanti fiducioso sì nella Provvidenza, ma anche con un piano metodico, che gli assorbiva tempo ed energie, come diceva: "Sento appieno la mia responsabilità (7-9-1949) annessa alla carica che mi viene affidata. .. sento il dovere di esercitare in pieno l'autorità che è ad essa pure connessa.
Il mio carattere è di fare con molta esattezza e precisione ciò che si deve fare, ed esigere lo stesso dagli altri". Anche in quegli anni lo sorresse sempre limpida la coscienza di volere e sapere fare la volontà di Dio in preparazione alla sua chiamata per il premio eterno. Diceva infatti (7-8-1966): "In quanto a me mi preparo sempre a morire, ma pare che ci vuol tempo. Sono praticamente invalido, ma il Signore vuole così e mi vuole bene", e il Signore finalmente lo porterà con sé con la sua visita improvvisa, ma lui era sempre pronto nell'attesa invocata da tanto tempo, dopo una lunga sofferenza purificatrice!
Anche nella sua stanza viveva sempre con lo spirito missionario seguendo con la preghiera assidua i confratelli sul campo del loro ministero, venendo incontro alle loro necessità offrendo i suoi risparmi quando sapeva di qualche urgente necessità in favore dei poveri, che voleva soccorrere subito e si addolorava se chi doveva spedire il denaro non era sollecito, colpa sua o più spesso delle poste sempre più a scoppio ritardato, dicendo: "Il povero è Cristo, e Cristo non deve aspettare.
Ha fame egli, si deve dare da mangiare, è ignudo e bisogna vestirlo. Era questa l'ultima vistosa offerta a Padre Bonaldo per i suoi poveri a Manila (2-4-1972), che, ora dopo avere sfamato gli affamati e vestito gli ignudi con quel denaro lo ha già raggiunto in cielo il IO novembre u.S. P. Liberatore fu un vero missionario donato si a Dio per le missioni in un modo cosciente irreversibile sacrificandosi fino alla fine, volendo morire in missione. Senza dubbio anche egli era uomo nuovo in Cristo ma sempre in lotta con il vecchio che non voleva mai morire; forse per questo Dio lo ha inchiodato per tanto tempo in una stanza inattivo e sofferente per purificarlo delle sue imperfezioni e renderlo degno della visione beata subito dopo la morte.
Il più grosso difetto, lo sanno i suoi collaboratori, era il carattere sempre imprevedibile, un po' camaleontico, con alti e bassi che ingenerava una specie di psicosi negli altri per non sapere essi che cosa dovessero attendersi: un sorriso o ,una sfuriata! Confessava lui stesso che aveva difetti e che la natura non si può vincere in pochi anni, anzi più questi passano più quegli ingigantiscono, però aveva la volontà di correggersi, e soprattutto ha pagato duramente con brucianti umiliazioni!
Capace, sicuro di sé e con programmi di soluzione dei problemi lucidi dall' effetto garantito se attuati sistematicamente, poteva sembrare superbo, ma era sulla linea del sì sì e no no del Vangelo, e quindi onesto e umile quando diceva: "lo sono pronto ad aiutare (30-10-1947) se davvero vogliamo ottenere buoni risultati; se però si volesse continuare con mezze vie e mezze risorse, la prego di volermi lasciare al mio posto umilissimo e sconosciuto, dove mi trovo bene, felicissimo".
Possiamo chiudere queste brevi note sulla vita di P. Liberatore con le sue stesse parole che scrisse a P. Manna nel lontano 1925 perché furono profeti che allora e al termine della sua vita ne verificarono la verità vissuta in tutta la vita missionaria: "Le posso assicurare (9-7-1925) che sento sempre più vivissima in me la vocazione e posso dire, senza tema di mentire, che vivo solo per la Messa e per le Missioni. Queste due cose fuse insieme nell'amore di Dio formano il mio pensiero, tutta la mia vita".

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1973

P. BONAUDO LORENZO  (1922-1973)

Necrologio (Piero Gheddo, dal Vincolo N. 107, maggio-settembre 1973, p. 88)

P. Lorenzo Bonaudo, figlio di Carlo e di Balza Maria, nato a Livorno Ferraris (Vercelli) il 9-8-1922, entrato nell'Istituto il 3-10-1938, ordinato sacerdote il 26-6-1945, partì per Hong Kong il 10-12-1950. Morì a Milano il 27-2-1973.

P. Lorenzo Bonaudo: un missionario "troppo buono".

L'ultima volta che ci siamo visti, pochi giorni prima della sua scomparsa, dato che lamentava una continua diminuzione di forze, gli dissi che non lo trovavo affatto cambiato, che il suo occhio era ben vivo, la mente lucida ed altre pietose bugie del genere. Mi afferrò la mano e mentre i suoi occhi mi fissavano con l'abituale dolcezza, P. Renzo mi disse lentamente: "No, caro Piero, ormai so già che devo andarmene presto. . .
Mi sono preparato a quest'ultimo momento, cercando sempre di avere tanta carità verso tutti e sono sicuro che il buon Dio ne avrà tanta anche per me...". Il mio ricordo di lui è legato a queste semplici parole di addio, che in fondo sono un po' la sintesi della sua vita e del suo sacerdozio. Generoso e pieno di umanità, aveva il dono di farsi amare da tutti, sapeva partecipare spontaneamente e cordialmente alle gioie e ai dolori del prossimo, era un vero amico, un fratello sempre a disposizione: non so se ha mai detto di no a qualcuno, anche a quelli che conoscendo la sua incapacità di negare un favore, a volte ne approfittavano.
"È troppo buono!" ha detto spesso chi l'ha conosciuto da vicino e la frase è quanto mai esatta, anche se per un sacerdote, e in particolare un missionario, non c'è mai un "troppo" nel campo della bontà. Forse proprio per questa sua bontà oggi si potrebbe dire che, umanamente, non si è "realizzato", non ha fatto "carriera", sebbene avesse un'intelligenza profonda e acuta (riusciva benissimo negli studi, ad esempio) ed una dose non comune di buon senso e di capacità lavorative.
Mi sono sempre chiesto, ci siamo sempre chiesti noi che l'abbiamo conosciuto da vicino, dove sarebbe arrivato p. Renzo se fosse. stato avviato nel campo dell'insegnamento o della stampa (scriveva molto bene e conservo diverse sue lettere che sono veri capolavori di stile e sensibilità) o in funzioni direttive o pastorali. Ma negli Istituti missionari, si sa, come in molte altre istituzioni del resto, sono sempre più i "posti vuoti da riempire" che gli uomini disposti ad impegnarvisi: e dato che P. Renzo "non diceva mai di no", eccolo nella funzione di "uomo sempre disponibile" a riempire i vuoti lasciati da altri.
Lui non se ne è mai lamentato, ha sempre lavorato duro in qualsiasi posto l'abbiamo messo: qualcuno può pensare che questa è dabbenaggine; io credo che ci sia dentro una buona dose di spirito di sacrificio e di santità. L'anno scorso, in settembre, mi pare, quando già era uscito dall'ospedale dopo lunghe cure, gli proposi di venire all'ufficio stampa dell'Istituto per curare il mensile "Missionari del Pime" e per collaborare a "Mondo e Missione".
- Non ho più le forze per fare questo - mi rispose - ma mi sarebbe tanto piaciuto se ne avessi avuto la possibilità in passato!
- Perché non l 'hai mai detto?
- gli chiesi.
-
Cosa vuoi, ho sempre fatto quello che mi hanno detto di fare...
Non si era mai sognato di esprimere una sua preferenza!
Era nato a Livorno Ferraris (Vercelli) nel 1922. Compiuto il ginnasio nel seminario diocesano di Moncrivello, venne al Pime per il liceo e la teologia ed è ordinato sacerdote nel 1945. Per due anni vice-rettore dei nostri fratelli missionari, dal 1947 al 1950 insegna al liceo dell'Istituto (italiano e storia). Nel 1950 parte per la missione di Hong Kong in Cina dove rimane poco più di tre anni: aveva appena finito di imparare l'inglese e il cinese ed era già entrato al lavoro nella parrocchia di S. Margherita, quando nel 1954 deve ritornare in Italia per un' operazione allo stomaco.
"In attesa di guarire del tutto", diventa insegnante d'inglese dei chierici missionari ed amministratore, prima della casa della Grugana (Lecco) e poi, nel 1964, del Centro missionario del Pime in Milano. Qui, soprattutto, nei pochi anni che è rimasto con noi, ha dato una testimonianza veramente eccezionale di lavoro: amministratore di un complesso che ha un giro annuale di centinaia di milioni di offerte ai missionari, abbonamenti alle riviste e vendite di libri, trovava il tempo per predicare giornate missionarie, fare conferenze, organizzare mostre, ricevere benefattori, parenti di missionari, amici e zelatrici, scrivere una quantità di lettere ai missionari ed ai benefattori.
E naturalmente, oltre alla manutenzione anche materiale del Centro missionario, P. Bonaudo curava con passione il giardino, piantandovi alberi e fiori rari che aveva fatto venire da tante parti: alla sera, dopo cena, mentre noi andavamo a fare una passeggiata o a vedere un po' di televisione, lui era sempre lì ad innaffiare, potare, fare innesti, tagliare l'erba... Stava spendendo le sue ultime forze e noi non ce ne siamo nemmeno accorti! Mentre infatti era sempre pronto a consolare chi soffriva o chi era scoraggiato, aveva il pudore di parlare dei suoi mali.
- Renzo come va? - gli si chiedeva quando lo si vedeva sofferente.
- Sempre bene, la vita è dura e vince chi la dura! - era la sua battuta per sviare il discorso.
Eppure, il suo fisico robusto, da figlio di contadini che aveva sempre lavorato anche con le mani, era minato gravemente da un male imperdonabile.
Negli ultimi anni, quando il lavoro al Centro divenne troppo gravoso, si ritirò a insegnare inglese e a fare l'amministratore nella casa del Pime a Firenze e poi presso la Direzione generale dell'Istituto a Roma. Nel giugno scorso, fu ricoverato all'ospedale di S. Carlo a Milano: nei tre mesi di settembre, ottobre e novembre parve riprendersi, ma a dicembre ormai fu chiaro che nessun intervento (ne furono tentati due) avrebbe potuto salvarlo. È morto in piena coscienza il 27 febbraio scorso, alle due di notte. Riposa, accanto al papà e alla mamma, nella tomba di famiglia del cimitero di Livorno Ferraris.
Voglio terminare ricordando un debito personale che ho con P. Lorenzo. Nel 1945, quando fu ordinato sacerdote e venne al seminario di Moncrivello per una delle sue prime Messe, diede sbocco alla mia vocazione missionaria portandomi con sé al Pime di Milano: l'ho sempre sentito come un fratello maggiore che mi ha indicato e aperto la strada. E vorrei dire oggi come Eliseo al profeta Elia: caro Renzo, passi doppio in me il tuo spirito.

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P. BONALDO PIETRO  (1915-1973)

Necrologio (P.Amelio Crotti dal Vincolo N. 110, maggio-settembre 1974, p. 78)

P. Pietro Bonaldo, figlio di Giovanbattista e di Mogno Adelaide Giuditta, nato a Scorzè (Venezia), l'11-5-1915, entrato nell'Istituto il 7-11-1926, ordinato sacerdote il 18-12-1937, partì per Hong Kong il 30-'8'1953 dopo vari servizi all'Istituto. Fu subito nominato rettore della casa di Studi di Cheung Chow, studiando lui stesso le lingue inglese e cinese. Nel 1955 fu assistente in cattedrale, mentre dall'agosto 1956 al novembre 1957, rettore del seminario diocesano. Ritornato in Italia nel 1957, venne eletto superiore provinciale dell 'Italia settentrionale dal 1958 fino al 1968, quando partì per le Filippine. Malato di cancro fu ricondotto in Italia e morì a Milano il 10-11-1973.

Pubblichiamo due "Memorie" che si completano a vicenda: la prima di P. Crotti e la seconda della comunità delle Filippine.

Apostolo del Trevigiano: simpaticone, ma sempre missionario (P. Amelio Crotti)

Da Treviso a S. Donà di Piave sono almeno 40 chilometri di strada; P. Bonaldo li macinava tutti con la sua pesante bicicletta, almeno una volta alla settimana, per andarvi a svolgere il ministero domenicale. E ne faceva tutte le settimane tanti e tanti di più, sempre in bicicletta, per recarsi ovunque magari in tre posti diversi in uno stesso giorno - per tenere quaresimali, tridui, giornate missionarie; o per questue di salami, formaggio e altro ben di Dio per i suoi apostolini.
Si era fatto amici tutti i sacerdoti della Diocesi di Treviso e si faceva veramente tutto a tutti, non solo per ottenere il loro aiuto, ma anche per confortare e incoraggiare tutti. Proprio grazie a questa vita di servizio che gli doveva costare tanto, ma che egli svolgeva sempre in maniera serena, aveva saputo entrare nel cuore di tutti e così poteva stimolare tutti alla generosità missionaria.
Parlando di P. Bonaldo, credo che non ci sia altro modo di presentarlo che questo: un missionario tutto di un pezzo e un grande cuore di amico sincero e cordiale. Le testimonianze che di lui hanno dato tutti i sacerdoti della diocesi sono di questo tono; tanto che sulla sua durezza come apostolo e sulla giovialità come amico si potrebbe scrivere un intero libro. A Treviso si sono succeduti tanti altri santi missionari del Pime, come P. Pagani, P. Salvi e il sempre ricordato P. Filippin. Ma dalle conversazioni che in questi mesi ho potuto avere con i sacerdoti della Diocesi, devo dire che P. Bonaldo è quello più
ricordato, forse perché - virtuoso al pari degli altri - più degli altri era pronto a un gioviale servizio.
Rotto ad ogni fatica, umano in ogni occasione, gli piaceva farsi amici i parroci con dei gesti e delle battute che tutti amano ricordare, come quella di apprezzare il goto di vino e il bicchierino di grappa, che egli stesso aveva chiesto, con il gesto del buongustaio che annusa, assaggia e poi vuota di un fiato dicendo: "Buono, veramente molto buono... un altro mezzo goto per favore!".
Sempre nel periodo trascorso a Treviso, cioè dal 1938 al 1953 tutti i Padri che gli sono stati a fianco lo ricordano come il confratello e il superiore ideale. In altri momenti del suo superiorato, cioè dal 1958 al 1968, troveremo un P. Bonaldo "tormentato" dai problemi dell'aggiornamento e quindi dubbioso sulla linea da prendere, sia come Regionale dell'Italia settentrionale, sia come Padre Spirituale dell'anno di formazione a Firenze; ma a Treviso tutti lo ricordano come il Superiore alla "San Calogero", tutto fede, capace di dare un' educazione spartana ai giovani e pronto a fare comunione con tutti i Padri, sia con i giovani che con i vecchi. Tutti parlano della gioia di P. Bonaldo nel fare la "ciompa" con tutti i Padri, quando un parroco gli regalava qualche buon fiasco di vino: era anche quello un modo di fare comunione.

Essere missionario ad ogni costo: sì a Dio e ai Superiori.

Può sembrare una sciocca presunzione la mia, ma ricordo che a me, da ragazzo di 12 anni, Pieretto, di Il anni, appena entrato nella Casa del Pime, che allora era sfollata a Montebelluna, fece subito impressione il fatto che egli capisse già più di me il valore dell'obbedienza. La prima volta ciò avvenne quando entrambi dovemmo stare a casa da passeggio e lui non volle accettare una bella tazza di caffè e latte con un buon pezzo di pane che le due domestiche ci offrivano, solo per il fatto che il vicerettore non lo sapesse, mentre io accettai ben volentieri l'offerta.
Obbedire a Dio e ai Superiori, sempre, è stato un suo distintivo, fin da quando sentì la chiamata. A proposito di questa, Mons. Barbiero, che allora era vice-parroco di Scorzè, ricorda la piccola vittoria che Pierino ebbe sul suo parroco. La mamma, spinta dalla zia, che si era fatta protettrice della vocazione del ragazzo, disse al Parroco che Pierino voleva diventare missionario; il parroco non ne voleva sapere, dicendo "la vocazione ce 1 'ha la zia, non Pierino"; ma il ragazzo non si stancò di insistere, fin tanto che il Parroco concesse alla mamma di portarlo a Montebelluna, per vedere che cosa ne pensassero i Padri.
Il suo "sì" ai Superiori era dettato dalla sua profonda fede che lo spingeva ad essere come Cristo, il "sì" del Padre. E qui, tutti coloro che gli sono stati compagni potrebbero ricordare tante cose molto meglio di me, perché io, a causa della differenza di un anno, durante i dodici anni di vita di seminario, tante volte lo perdevo di vista.
Da seminarista, aveva il carattere del gogliardo, pronto agli scherzi e alle trovate. In liceo eresse la compagnia degli "enoisti" che per statuto avevano il compito di vuotare tutti i quintini di vino che gli altri lasciavano; per ordine del capo, la compagnia smise la sua attività quando lo zelante Rettore vide in essa qualcosa di disdicevole alla serietà di un seminari sta.
Noi, invece, ci stavamo molto alle sue trovate, perché primo nello scherzo era anche primo nella scuola, nella pietà, nello spirito di fede e di obbedienza.

Lungo servizio in Italia prima di raggiungere la missione.

Non si lamentò quando ordinato Sacerdote, venne trattenuto in Italia, dove rimase fino al 1953. Esultò quando i Superiori, finalmente lo destinarono a Hong Kong. Era già avanti negli anni; gli costò moltissimo lo studio, ma imparò bene l'inglese e anche il cantonese. Sperava di mettersi subito a lavorare da vero missionario, tra i non cristiani e in mezzo alle grosse comunità di cristiani; ma si accorse che il Signore lo voleva in un altro campo; quello dei sacerdoti e delle religiose; obbedì e si diede alla predicazione di ritiri e di esercizi spirituali, alle confessioni e alla direzione spirituale.
Il genere di lavoro non gli importava, gli bastava essere missionario sul campo.

Ancora in Italia per servire l'Istituto

Ma ecco la grande amarezza: il Superiore Generale eletto nel Capitolo del 1957, P. Augusto Lombardi, lo richiamava per affidargli la carica di Superiore dell'Italia Settentrionale. In quell'occasione l'obbedire gli costò moltissimo; ma ancora una volta nella volontà del Superiore lesse la volontà di Dio e obbedì.
Anche per le amarezze che quell'atto di obbedienza gli avrebbe procurato, bisogna dire che è stato un atto di puro eroismo; ma lui era abituato a questi atti, perché non avrebbe mai, per nessun motivo, anteposto se stesso, le sue preferenze, alla volontà di Dio espressa dalla volontà dei Superiori. Ma non tutti la pensavano alla sua maniera; egli dovette fame amara constatazione durante i suoi cinque anni di superiorato.
Molte cose erano cambiate e all'obbedienza cieca stava per subentrare il tempo del dialogo; ogni atto un po' autoritario sarebbe apparso quanto meno inopportuno agli occhi e alle orecchie dei sudditi; e tutti noi, io compreso, dobbiamo averlo fatto soffrire molto, tutte le volte che contrariavamo le sue proposte; questo perché in lui c'era la coscienza di dovere agire in un certo modo e si sentiva dire che prima avrebbe dovuto venire a un dialogo, nel quale spesso, era il Superiore che doveva cedere.
Quante volte, di fronte a delle decisioni non accettate dai sudditi, sotto i Portici della Casa di Milano lo abbiamo visto allargare le braccia, quasi a dire: "Ecco, ora sono i Superiori che devono obbedire!". Poi, dal 1963 al 1968, fece il Direttore dell'anno di formazione prima alla Grugana e poi a Firenze; in quel periodo cercò di adattarsi alle norme dell'aggiornamento nel campo dell'educazione; e nel fare ciò questa volta, mentre non mieteva tanti frutti fra gli alunni, aveva anche qualche collega o superiore che non apprezzavano completamente i suoi sforzi sinceri; perciò anche in questo campo ebbe molto da soffrire.

Riparte per le missioni: Filippine.

Finalmente giunse il premio di tante amarezze sopportate per amore. L'Istituto si accingeva ad aprire una nuova Missione, quella delle Filippine e i Superiori pensarono a lui, guida sicura, missionario tutto di un pezzo, come capo della nuova spedizione. Come se fosse la prima volta, si preparò con entusiasmo al suo nuovo lavoro e partecipò con gioia alla funzione di partenza: eravamo alla fine del 1968.
Non spetta dire a me che cosa abbia fatto P. Bonaldo nelle Filippine; con molta maggiore competenza ne potranno parlare i suoi Padri. Il 3 novembre dello scorso anno egli ritornò dalle Filippine; ma vi ritornava per morire. Il giorno prima della sua morte, cioè il 9 novembre, con altri sacerdoti della diocesi di Treviso mi recai a fargli visita. "Non è più lui", dicevano i sacerdoti; non parlava e gli occhi erano aperti sì, ma immobili e senza espressione.
"Ci rivedremo lassù" gli disse Mons. Barbiero, ed egli, quasi a ringraziarlo di queste parole di conforto, mosse il capo e allargò le mani. Poi io aggiunsi: "Ricordati, lassù, del Seminario del Pime di Treviso, il seminario che tu hai tanto amato"; egli stese di nuovo le mani, mosse ancora più il capo e mi guardò fisso, quasi per dirmi: "E come posso dimenticarmi?". Fu l'ultimo incontro; il mattino dopo, alle 7 ,30 egli era già spirato.

In Memoria di P. Pietro Bonaldo (La Comunità PIME nelle Filippine)

Altri avranno descritto P. Bonaldo sulle nostre riviste e giornali locali per i molti che l'hanno conosciuto, apprezzato, amato, lavorato con lui, e per i pochi che saranno "passati all'opposizione", trovando in lui un uomo a cui piaceva costruire molto, rendere solidi i fondamenti di cemento di un Pime, che tardava ad avvertire i segni di tempi nuovi, difficili da capire, da interpretare, da viverci dentro.
Anche noi abbiamo conosciuto quel P. Bonaldo; siamo stati seminaristi quando lui era Regionale del Nord Italia e poi giovani preti sotto di lui, rassegnati o in qualche modo contenti di ricevere ed obbedire ordini che venivano da lui, ma che avremmo preferito potere discutere prima, adattati alle nostre inclinazioni e ragionamenti, magari cambiati, dopo averne parlato insieme.
Quel P. Bonaldo è ora per noi solo un ricordo di un uomo allora diverso: forte, devoto, capace di obbedienze costose, esigente con se stesso e con gli altri. Un uomo e prete vero anche allora, ma diverso. L'ultimo P. Bonaldo è un presente che ci appartiene, di cui siamo gelosamente orgogliosi, di cui facciamo fatica a scrivere, perché troppi anche nel Pime di oggi non sono arrivati dove è arrivato lui nella strada dell'adattamento di sé, dell'identificazione con le persone e le situazioni di oggi, della gioia di sacrificarsi con amore e speranza, anche senza capire tutto, accettando l'insicurezza nativa del cristiano in cammino, ma con fiducia, con confidenza, con sincerità con chi gli è stato attorno in questi ultimi anni nelle Filippine.
Abbiamo provato a cercare tra le sue cose, come si fa sempre quando uno se ne è andato col Signore. Non abbiamo trovato molto; forse ha avuto tempo di cancellare tante cose scritte. Ha lasciato schemi di prediche, riassunti di corsi di esercizi spirituali, pochi appunti personali. Il vero P. Bonaldo di questi ultimi anni è nelle minute dei nostri raduni, cronaca a volte spietata degli inizi, delle difficoltà, degli errori, delle incertezze del nostro gruppo messo assieme in maniera artigianale e mandato ad iniziare un lavoro apostolico in tre posti completamente diversi.
A lui piaceva l'idea del prete come "uomo spogliato
- crocifisso - mangiato". I primi mesi qui gli offrirono l'occasione di gustare queste sue parole diventate suo pane quotidiano. Trascriviamo parte di una sua lettera al Superiore Generale (4-11-1969) circa un episodio importante e duro (dimissioni di due Padri della direzione del Seminario diocesano), che in vari settori del Pime, specie in Italia e Hong Kong, fu stoltamente giudicato.
"... Non ho parole per esprimere il mio stato d'animo e per dirle quanto vorrei che ciò che è successo non fosse mai successo. E così con l'andare degli anni aumentano i miei errori e i danni che vado causando all'Istituto e alla Chiesa. Non mi costa domandare scusa né a Lei, né all'Istituto, né al Vescovo di San Pablo e posso anche sperare nel perdono Suo, dell'Istituto e del Vescovo, ma ciò che mi angustia è il pensiero di come mi trovo
coram Domino.
Proprio oggi mi è arrivata copia della sua risposta al Nunzio ed anche quella lettera mi suona amara condanna. Comunque, Lei non guardi in faccia a nessuno e per evitare altri errori vorrei dirLe le parole di S. Agostino al Signore: "Hic ure, hic seca, hic non parcas" ... al sottoscritto. Quanto ai miei compagni stia pur certo che, se avessero avuto un altro superiore in loco, avrebbero agito diversamente". È difficile dire se ci furono momenti più difficili nel suo passato, ma nel momento di quella prova agì con le qualità del cristiano vero: senso di responsabilità, umiltà, coraggio, verità.
Avessero avuto gli altri la saggezza di confrontarsi "coram Domino!" Nel clima di febbrile rinnovamento di questi anni, si è fatta più acuta, o forse più pubblicizzata soltanto, la difficoltà di rapporti tra vecchi e giovani, anche all'interno della Chiesa. Anche P. Bonaldo vi si è trovato coinvolto a Milano, Firenze, Marino, nelle Filippine. Qui però ha sorpreso tutti, Vescovo incluso, per la non comune capacità e volontà di accettare, di ascoltare, di tirarsi da parte per fare posto ad altri, di dare fiducia ed appoggio incondizionato.
Si trovò a lavorare con confratelli totalmente diversi per età, idee, orientamenti pastorali, scelte di vita. Quello che possiamo dire ora è che ci dette l'impressione di ringiovanire, di credere nei giovani, di essere molto saggio, di amare un'organizzazione interna dove le persone si impongono prima di tutto con franchezza e verità, dove c'è divisione di responsabilità, desiderio di camminare e crescere insieme.
Lui, così sensibile al bene delle anime, lasciava con naturalezza la parrocchia senza preti per lunghi giorni di raduni, che spesso diventavano spietati scontri di persone di idee diverse, capaci di ritrovarsi insieme e unite attorno all'altare nella celebrazione di Messe assolutamente non convenzionali, ma vere come la presenza di Cristo nel pane consacrato. E con altrettanta naturalezza condivideva la soddisfazione di un bagno in mare (il problema più grosso rimaneva il costume da bagno!) o si metteva a cucinare grossi pesci allo spiedo, magari mangiandone metà per vedere quando erano cotti a puntino...
Erano quelli i momenti in cui noi restavamo sorpresi dal "Bonaldo diverso", ancora forte e compatto come una roccia alpina, ma fraterno, allegro, aperto e vicino a ciascuno di noi, come se l'età e l'esperienza non contassero più nulla, al massimo divisorie facili da rimuovere, bastava provarci sul serio. P. Bonaldo ricoperse sempre "posizioni di potere" nell'Istituto e ciascuno di noi certamente ricorda la convinta veemenza con cui sempre difese l'autorità, la Chiesa, il Papa.
C'è chi fa così per difendere personali posizioni di comando. Lui lo continuò a fare per una meditata accettazione della teologia dell'Autorità, per amorosa convinzione di un servizio da rendere ai fratelli in nome di Dio ed imitazione di Cristo, per religioso rispetto dello Spirito che soffia dove vuole. Ci sembra importante testimoniare questa sua posizione riportando le seguenti righe, che abbiamo trovato in un foglietto nel suo libro delle Messe:
"Apertura al popolo, alle idee. Noi siamo i servi, i "Katulong (= servi in Tagalog). Molte volte non cooperiamo, ma imponiamo i nostri schemi. Scoprire come Dio lavora oggi nel nostro popolo". I ricchi li vedeva come il pelo sullo stomaco, ma il "popolo", i poveri, godevano di tutto il suo rispetto e si prendevano tutte le sue considerazioni.
Le discussioni nella Chiesa oggi riguardano in particolare il prete e la sua missione. P. Bonaldo la vedeva così, come trascriviamo dalla sua agenda:
"Missione: Andate, predicate, insegnate a fare quello che vi ho insegnato. Distintivo: Da questo vi conosceranno che siete miei, se vi amerete l'un l'altro come io vi ho amato. Come amare: cioè cosa fare per gli altri: Exemplum dedi vobis ut quemadmodum ego feci, ita et vos. Lavare i piedi... anche se nessuno li lava a te. Come ricevere gli altri: cioè come lasciarsi trattare: lasciarsi mangiare e tacere e ascoltare e qualche volta parlare".. V eniva spesso richiesto di predicare ritiri per preti e suore e vi si preparava scrupolosamente.
Quello che diceva era robusta dottrina, illustrata con esempi ed espressioni genuine e legate alla vita. Un esempio: "Abbiamo forse imbrogliato, resa difficile la nostra vita spirituale. (Coltello e forchetta per mangiare un fico...). Non cercare pensieri elevati, idee sublimi; sei tenebre. Non cercare dolcezza e consolazione. Il Regnum Dei non è un sentimento". Le idee moderne, la contestazione, il bisogno di cambiare non sembravano essere per lui problemi o difficoltà senza soluzione e senza fine...
Ne abbiamo avuta conferma nella sua scelta personale della forma di governo per la nostra Regione: cioè: Superiore e Consiglio di comunità. Per lui il problema non era la struttura, che si può sempre aggiornare o cambiare, ma il tipo di testimonianza davanti al mondo che Cristo si aspetta da noi.
Ecco come ne scrive:
"Per fare sì che la nostra vita sia cristiana, noi gente di chiesa dobbiamo guardarci in faccia con occhio cristiano ed aiutarci sinceramente a vicenda. Nessuno di noi possiede il monopolio della verità; né i vecchi né i giovani. Dobbiamo avere il coraggio cristiano di aiutarci nell' amore e nella verità, nello scambio di esperienze, nel rispetto dell' altro, nel sapere dire nei dovuti modi, 'Tu hai sbagliato', nell' accettare la correzione dell'altro anche se non è fatta nei dovuti modi. (L'ultimo arrivato, Paolo, si oppose a Pietro).
Se eliminassimo le divisioni (vecchi-giovani, conservatori-progressisti) e venissimo ad un impegno vero di amore, verità, rispetto, se fossimo capaci di non vederci avversari e se ci sentissimo in dovere verso tutti! Noi allora daremmo al mondo la testimonianza che Cristo si aspetta da noi".
Non ci sentiamo di parlare dei suoi ultimi mesi con noi. Sono stati mesi di coronamento di una vita molto attiva, molto sofferta e ci è difficile descriverli.
Capì la serietà del suo male, accettò le cure possibili e, crediamo, tenne per sé il desiderio di morire tra la sua gente. Si rimproverava delle spese fatte per la sua salute ed alla fine scelse di morire dove avrebbe pesato di meno alla nostra Regione, cioè in Italia. È l'unica delusione che ci ha dato in questi anni ed anche questa delusione è diventata in noi ammirazione di uomo vero, che volle essere spogliato, crocifisso, mangiato.
Quello che gli altri hanno capito di Lui è espresso eloquentemente in un biglietto di Natale inviato da una donna di S.Cruz, la sua Parrocchia:

"The death of Fr. Bonaldo leaves a beautiful impression in us. He has lived for the greater glory of God. He will be living with us in our memory, the Spiritual Father, who daily served God untiringly and faithfully with prayer and deeds. Merry Christmas to him in Heaven".

Tra le sue cose abbiamo trovato l'immagine-ricordo di sua madre, morta a Scorzè di Treviso nel 1952. Pensiamo l'abbia composta lui stesso. Pensiamo possa compendiare quello che pensiamo di lui, la forza che ci ha lasciato come segno, il coraggio che gli domandiamo per continuare, la fede per accettare i rischi che ci attendono, la bravura con cui è vissuto con noi, come fratello nel Sacerdozio e compagno nel servizio agli altri:

"Completò la fine dei suoi giorni
con quella calma soprannaturale che è,
per quelli che vanno a Dio,
la più preziosa di tutte le grazie,
e per quelli che rimangono
la più dolce delle consolazioni".

La fede lo rese forte nelle tribolazioni, instancabile nel lavoro, saggio nel consiglio.

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P. POLETTI AMBROGIO  (1905-1973)

Necrologio (P. Orazio de Angelis, Hong Kong, 29-12-1973, dal Vincolo n. 109, gen.-aprile 1974, p. 39)

P. Ambrogio Poletti, figlio di Luigi e di Laura Barindelli, nato a Mandello Lario (Como) 1'11-6-1905, entrato nell'Istituto il 5-10-1925, ordinato sacerdote il 25-5-1929, partito per Hong Kong il 9-11-1930, morto a Hong Kong il 26-12-1973 per infarto.

Sono appena tornato dal nostro cimitero cattolico di Hong Kong dove abbiamo dato l'estremo addio ad un altro veterano della missione: P. Ambrogio Poletti. Dietro invito del nostro Superiore Regionale, mi accingo a mettere sulla carta, come mi vengono, alcuni pensieri e reminescenze che daranno un'idea - sia pure incompleta - della forte personalità dello scomparso, così come l'ho conosciuto io per 44 anni, prima come compagno nell' anno di formazione in Italia, e poi commilitone in missione, nonché come fidato e carissimo amico.
La fotografia del defunto padre che apparve sui giornali locali dopo la sua scomparsa, io la trovai assai appropriata ed espressiva, perché basta dare uno sguardo a quella fotografia per vedervi, quasi dipinto a vivi colori, la figura certamente caratteristica di P. Poletti. Sebbene avesse il titolo di Cavaliere di Italia, egli era sempre "a terra" tra la sua gente. Non fu mai amante di quisquiglie teologiche o cavilli liturgici o finezze linguistiche. Egli possedeva un gran cuore pieno di umanità verso cristiani e pagani, specialmente verso i più poveri e i più piccoli e il suo cuore fece le veci di tutto il resto.

Il re dei Nuovi Territori

Ben a ragione P. Poletti era considerato "il re dei Nuovi Territori" (cioè, quella porzione di terraferma rilasciata alla Colonia di Hong Kong per 99 anni). Qualunque problema religioso, sociale, economico, pubblico, domestico, era presentato a lui come consultore, spesso come giudice.
Le Autorità Governative e i capi dei villaggi spesso lo consultavano, prima di prendere una decisione che riguardasse il bene pubblico. Una sua parola, una sua opinione, un suo giudizio non erano presi alla leggera. Se la Chiesa Cattolica ha fatto tanto e sì celere progresso nei Nuovi Territori, guadagnando stima, rispetto e ascendenza su tutti i ceti di persone, si deve, almeno indirettamente, alla personalità di P. Poletti. lo stesso ho sentito persone altolocate e competenti in campo religioso, politico, amministrativo, esprimere questo giudizio lusinghiero: "lo non conosco la vostra Chiesa; per me P. Polettti è la Chiesa, e la Chiesa è P. Poletti".

Il portinaio della Cina.

La sua figura dai capelli scarmigliati o dal cappello alla cow-boy col sotto gola, con la barba fluente e svolazzante ai quattro venti, scorazzando qua e là sulla sua motocicletta, divenne veramente leggendaria nei Nuovi Territori. Al tempo dell'esodo dei profughi dalla Cina rossa nel 1950, P. Poletti divenne quasi capo di Polizia ed Immigrazione al confine tra Hong Kong e Cina, e fu chiamato per antonomasia "il portinaio della Cina". Bastava che egli si facesse garante di qualunque Vescovo, Padre, Suora o Cristiano espulsi e arrivati al confine senza documenti di viaggio, perché essi venissero accettati nella Colonia senza tante formalità. Il Governo aveva immensa fiducia in P. Poletti e non dubitava della sua onestà.
Quanti Vescovi (compreso il nostro Mons. Bianchi) e quanti missionari furono accolti da lui, vestiti, rifocillati, confortati. Ho letto lettere scritte gli da ogni parte del mondo, esprimenti gratitudine ed affetto verso di lui, il buon samaritano. E questo fa onore anche al Pime.

... ma anche pioniere di Wai- eung.

P. Poletti è quasi sempre considerato e ammirato solo nella cornice del suo apostolato svolto nei "Nuovi Territori", sotto la bandiera inglese, a così breve distanza dalla città, di cui la nostra Missione porta il nome: Hong Kong. Quasi mai si fa accenno al suo lungo e laborioso ministero svolto, durante molti anni, nel lontano distretto di W ai- Y eung, provincia del K wong- Tung, territorio esclusivamente cinese, dove, quasi sempre da solo, si assoggettò a continue fatiche, tribolazioni, sofferenze fisiche e morali, nel mare sconfinato di un popolo, del quale si poteva conoscere, da giovani, solo qualche briciola dei loro costumi, tradizioni, sentimenti e lingua.
Per P. Poletti, sole bruciante o pioggia a dirotto aveva poca importanza: egli era sempre in giro a piedi, a cavallo, in bicicletta, su barca a vela, da paese a paese, da villaggio a villaggio, da cascina a cascina. Quelli erano i tempi in cui letteralmente per un' anima bisognava viaggiare tre, quattro e più ore. Spesso si dormiva per terra, si mangiava un po' di riso, un uovo salato, un pizzico di verdura.
Non si conoscevano né frigoriferi, né caloriferi, né televisione, né transistors, né alcuno di quegli aggeggi che ormai fanno parte integrale della nostra vita moderna e anche missionaria. Eppure si era così felici in quei tempi duri, spartani, intensamente missionari. Solo si viveva per la nostra missione "ad gentes", allora teoreticamente sconosciuta, ma praticata naturalmente, spontaneamente, senza discussioni o contestazioni.
Il giorno del funerale di P. Poletti udii alcune parole che suonano alquanto amare, ma mi consolo con il pensiero che furono dette innocentemente: "Ha fatto bene a morire adesso; tanto ormai, non poteva più fare niente". Secondo qualche teoria, l'uomo vale tanto quanto produce. Sarà lo stesso anche per la nostra famiglia missionaria? Voglia il cielo che non si pensi solo al presente, dimenticando il passato.
I nostri vecchi, morti o ancora viventi, saranno sempre una corona di gloria e grandezza del nostro Istituto. Voglia il cielo che tutti i nostri bravi e cari giovani, dispersi in tutti i Continenti, abbiano la fortuna e il privilegio di raggiungere... la vecchiaia in seno alla nostra famiglia.

Carattere rude dal cuore d'oro.

Sotto la scorza della noncurante bonari età e rozzezza di P. Poletti si nascondeva un cuore grande, umano, missionario. Non posso resistere alla tentazione di riferire un incidente al quale io mi trovai presente. Un cristiano, certo non cospicuo per la sua religiosità e sincerità, gli si presentò, un giorno, chiedendogli una lettera di raccomandazione. Si scatenò una piccola burrasca a ciel sereno.
Il Cinese, buon conoscitore del cuore del suo Padre missionario, seppe fare "l'indiano". Rimase impavido, con la testa bassa, sotto la grandine che diveniva sempre più rumorosa. Poi, silenzio. P.Polettti entra in stanza e comincia a strimpellare una vecchia macchina dattilografica, dalla quale uscì un modello
- non troppo artistico, in verità - di lettera di raccomandazione.
Io gli dissi: "Tu sei sempre lo stesso: lampi e fulmini, senza pioggia". Questo bozzetto della sua vita non sarebbe completo se io passassi sotto silenzio la sua ben nota debolezza per i suoi cani, che gli facevano compagnia giorno e notte, sotto il letto, sopra il letto, lo seguivano anche in chiesa, gli saltavano addosso per gioia quando tornava a casa anche dopo una breve assenza, gli leccavano le mani, la faccia, la barba, dimostrando, così, che veramente il cane è il "fido", il compagno e l'amico dell'uomo.
Una volta, quasi scherzando, anche io ebbi l'audacia di chiedergli: "Perché ti piace avere intorno questi cani, che ti hanno attirato addosso qualche scappellotto dei Superiori?". Egli mi guardò fisso, con occhi penetranti. Poi, scuotendo il capo, aggiunse: "Anche tu. Ma non capisci che se noi ci volessimo bene come questi cani vogliono bene a me, saremmo più felici?".

La sua reggia di Fanling.

La chiesetta di S. Giuseppe con la piccola residenza a Fanling, nei Nuovi Territori, divenne la sua "reggia", il suo tesoro, il suo amore. Egli le aveva viste venire su centimetro per centimetro. In quella casetta si sentiva un piccolo patriarca, specialmente quando invitava i suoi più cari amici dalle diverse parrocchie a passare una serata insieme per godere non solo la compagnia, ma anche la polenta o spaghetti o il panettone appena arrivato dall'Italia con torroni: il tutto ben "battezzato" con fiaschetti di Chianti.

Verso il tramonto...

Durante gli ultimi mesi la sua salute cominciò a declinare. Le deboli gambe non potevano più reggerlo con fermezza, e, alle volte, faceva dei capitomboli. Decise di farsi curare dai Fatebenefratelli a Kobe (Giappone), sottomettendosi alla cura Kneipp, come aveva già fatto prima, con abbastanza buon successo. Però, non questa volta.
A quel tempo, mi trovavo anche io presso i Fatebenefratelli, per riposo e studio. Rimanemmo insieme tre settimane, e parlammo, parlammo, parlammo come fanno gli anziani (non ancora vecchi, eh!) . Vi era una spina nel suo cuore. Il pensiero costante della sua chiesetta e casetta lo assillava, non gli dava pace. Per tre settimane fu sempre lo stesso ritornello. lo lo incoraggiavo da buon amico, dicendo: "Ma non vedi che è meglio per te non avere più responsabilità? Dimentica il passato.
Vedi, anche io sono come te. Il Vescovo mi ha consigliato a dare le dimissioni da parroco, dopo 46 anni di missione, perché egli vuole che riposiamo e facciamo posto ai più giovani". Non ci fu verso. Quella spina lo feriva crudelmente. "Ma perché non lasciarmi finire i miei giorni là, in quella casetta?". "Perché ho 68 anni, sono diventato un pezzo di mobilia, che si può spostare senza fargli sentire pena? Tutti questi cambiamenti spesso rovinano parrocchie, cristianità, abbreviano la vita. Si fa tanto parlare di comunità, famiglia, comunione, carità, rispetto per la persona. Parole, belle parole".
Il giorno di Natale era visibilmente avvilito. Disse: "Quest'anno è stato il peggior Natale della mia vita, lontano dai miei Cristiani". E fu visto piangere. Quando tornò a Hong Kong da Kobe, io lo accompagnai fino all'aeroporto di Osaka. Le mie ultime parole furono queste: "Poletti, ti raccomando, sta attento alle cadute. Se cadi ancora, non ti alzi più. Porta il bastone".
E lo seguii con lo sguardo, mentre, barcollando un po', si perdette nella folla dei passeggeri. Il 26 dicembre fece un' altra caduta in stanza e, ahimè, non si alzò più. Complicazioni causarono un colpo fatale al cuore: quel cuore che era stato per tanti anni così robusto, umano, sincero, generoso, missionario. Nel suo testamento si legge: "Infine chiedo perdono a tutti i confratelli e cristiani se li avessi offesi. Offro la mia vita per la missione di Hong Kong, per i cristiani e sacerdoti cinesi in Cina, specialmente per i miei cari indimenticabili cristiani di Tam Tong e Fan Ling, specialmente per quelli che, forse senza intenzione, mi avessero offeso o fatto del male".
Quando avevo 23 anni, scrissi qualche artico letto ai nostri giornaletti missionari e lo zio missionario mi mandò un premio di consolazione. Poi misi la penna da parte. L'ho ripresa oggi, all'età di 69, per rendere umile omaggio a un confratello che mi ha sempre voluto bene, aiutato, consigliato, ogni volta che ebbi bisogno di lui.

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1974

P. FRACCARO VALERIANO  (1913-1974)

Necrologio (P. Narciso Santinon, Hong Kong, dico 1974, dal Vincolo N. 112, gennaio-aprile 1975, p. 36)

P. Valeriano Fraccaro, figlio di Giovanni e di Elena Fraccaro, nato a Villarazzo di Castelfranco Veneto (Treviso) il 15-3-1913, entrato nell'Istituto il 20-9-1934, ordinato sacerdote il 4-4-1937, partì per Hanchung il 2-7-1937 e poi, espulso dalla Cina, passò a Hong Kong nel 1953, dove morì assassinato il 28-9-1974.

Un missionario tutto bontà dalla morte violenta!

Alle 5,30 di mattina del 29 settembre sento suonare il telefono. "Chi sarà a quest'ora insolita?". Padre Frontini mi comunica la ferale notizia: "Questa notte verso le undici hanno ammazzato Padre Fraccaro". Tutti ne rimaniamo fortemente scossi, addolorati. Chi mai avrebbe immaginato che a distanza di due giorni dall 'ultimo nostro incontro alla Pime House ne avremmo riveduto la salma rivestita di paramenti rossi, propri dei martiri? I giornali inglesi e cinesi e la televisione ne hanno parlato per alcuni giorni.
Il suo funerale ha gremito di gente la chiesa di S. Margherita. I suoi confratelli in massa hanno manifestato il loro cordoglio prendendo parte ad una concelebrazione presieduta dal Vicario Capitolare P. Gabriele Lam. I suoi cristiani, i suoi collaboratori se ne stavano muti e pensosi e parecchi di tanto in tanto scoppiavano a piangere. Anche i sacerdoti cinesi, religiosi e suore erano intervenuti in gran numero.
In prima fila si distingueva il Vescovo anglicano Baker. Al Vangelo Padre Speziali, compagno di classe di P. Fraccaro, ha tenuto un elevato discorso in inglese e cinese, mettendo in risalto il carattere buono, gioviale di Padre Valeriano, il suo amore per i cinesi, la misteriosa sua tragica fine.
I miei rapporti di stretta amicizia con Padre Fraccaro risalgono al tempo in cui egli, assieme al Padre Dametto del Seminario Diocesano di Treviso, entrava nel nostro Istituto. Nel 1937, qualche tempo prima della sua ordinazione sacerdotale, mi pregò di recapitare una sua lettera a sua mamma Elena.
Non dimenticherò mai il mio primo incontro con quella cristiana singolare. Appena mi presentai all'ingresso del suo negozio, situato allora sotto la torre di Castelfranco, mi rimbrottò così: "Sa che lei è un gran villano! E perciò non le dò né un bicchierino né un biscotto". A cui io: "Ma scusi, signora, si spieghi. È la prima volta che la incontro e non sono venuto né per i biscotti né per il bicchierino, ma solo per portarle una sua lettera di Valeriano".E lei: "Come? Lei sapeva che io sono la mamma di un missionario e perciò di tutti i missionari e quindi anche sua e lei ha aspettato finora a venirmi a trovare!". Spiegato lo scherzo, mi ha intrattenuto a lungo diffondendosi in colloqui di alta spiritualità, in particolare della sua fame e sete dell'Eucarestia. Essa mi diceva che per lei la S. Messa quotidiana e la visita al SS. mo le erano necessarie. Senza di esse si sentiva a disagio. Tutto le pareva senza vita, senza senso. Ha voluto che le conducessi mia mamma che divenne subito sua intima amica. Amicizia che, alimentata da frequenti visite, si protrasse fino alla morte. Da una tale mamma la Chiesa ha avuto tre figli sacerdoti e Padre Valeriano ereditò il suo amore al Papa e alla Chiesa.
Appena ordinato partiva contento per la sua missione di Hanchung. Là lo raggiungevo dieci anni dopo, cioè nel 1947. Da quell' anno io fui suo coadiutore nel distretto di Paocheng che abbracciava un territorio molto esteso. In esso vi erano alcune modeste cappelle-residenze ed alcune famiglie di cristiani. Padre Fraccaro mi fu guida nei primi anni della mia vita missionaria. lo, ignaro ancora della lingua, preferivo passare lunghe ore nella mia stanza a scrivere e a leggere caratteri, egli però mi faceva uscire perché voleva che mi sforzassi ad ascoltare, capire e parlare. La sua insistenza a farsi cinese con i cinesi a volte mi riusciva penosa e seccante. Ricordo che per non offendere un visitatore, mi fece stare seduto ad ascoltarlo per cinque ore continue.
Noi due avevamo l'abitudine di fumare, però non dovevano mai mancare le sigarette sul suo tavolo; erano per gli eventuali visitatori. La sua insistenza che mi adattassi ad usi e costumi talora mi faceva perdere la pazienza. Egli però non perdeva la sua ma scoppiava in una risata e mi diceva: "Ma come parli chiaro!". Un'altra prerogativa era il moto. Egli non riusciva a fermarsi più di due giorni in una delle nostre residenzuole. Sentiva il bisogno di correre da un posto all'altro. Il suo mezzo di trasporto era una biciclettaccia, pesante come il piombo. Le stradette da percorrere erano piene di buche e sassi. Se pioveva erano impraticabili perché il fango bloccava le ruote e bisognava portare la bicicletta in spalla come pure bisognava portarla ogni qualvolta si doveva attraversare il fiume Han.
Un fiume che cambia continuamente il suo letto per attraversare il quale vengono approntati dei ponti mobili. Essi consistono in un'asse posata su dei cavalletti di legno. Nei periodi di magra anche detti ponti vengono tolti e si passa entrando in acqua con la bicicletta in spalla oppure ci si fa portare da uomini che rendono tale servizio dietro compenso. Considerate tali precarie condizioni del terreno è facile capire perché la bicicletta di P. Fraccaro fosse di continuo bisognosa di riparazioni e di pezzi di ricambio.
Lo sapeva bene il nostro procuratore, Padre Erminio Corbella, al quale P. Fraccaro ricorreva di continuo e dal quale, dopo qualche insistenza, otteneva quanto desiderava. lo penso siano stati i sopraddetti disagi e provocargli un'ernia. Un giorno lo raggiungo nella nostra chiesetta di Miluaien e lo trovo che si contorce per i dolori di ventre. Con una portantina lo faccio portare a spalle fino all'ospedale della missione distante 13 miglia. Si tratta di ernia. Il chirurgo è alle sue prime armi. È la prima operazione di ernia che si accinge a fare. Ma non c'è tempo da perdere. Consulta i suoi libri e opera con trepidazione.
P. Fraccaro si ristabilisce ma non perfettamente. Continua a lamentare dolore nella zona operata, così che, dopo circa sei mesi, ripete l'operazione servendosi dello stesso dottore che nel frattempo deve avere consultato meglio i suoi testi di chirurgia. Anche questa volta si riprende non però completamente tanto è vero che giunto a Hong Kong si sottopone per la terza volta alla stessa operazione. Questa volta sotto la mano esperta del dottor Vio che gli ridà completa sanità.
Un'altra cosa che mi piace ricordare è il senso di gioia che ogni nostro incontro ci suscitava dopo un periodo di lontananza. Ci si ragguagliava sulle ultime notizie, ci si leggeva le lettere eventualmente giunteci dalle nostre famiglie, ci si confessava a vicenda. Se il nostro incontro avveniva a Sin Tsz con una stanzetta di pochi metri quadrati, dove disponevamo di un solo letto e di un tavolino che ci serviva da tavolo da pranzo, da ricevimento e da studio, a me cedeva sempre la parte più comoda, cioè il suo letto, ed egli si accontentava di studiare o pregare fino a notte profonda. Alla fine si sdraiava sul tavolo che così gli serviva da letto.
L'8 dicembre 1949 arrivano i soldati di Mao a liberarci. Per circa sei mesi ci hanno lasciato scorazzare tra le nostre stazioncine missionarie, poi incominciarono a stringere i freni. Avevamo un piccolo dispensario per la cura degli occhi. Era gestito da due suore cinesi. Per indurci a chiuderlo e privarci di ogni mezzo di sostentamento ci imposero una tassa di circa dieci quintali di riso per trimestre. Impossibilitati a pagare, misero me in prigione fino a che P. Fraccaro, ottenuto dal Vescovo quanto chiedevano, versò la somma voluta. Presentatosi all'esattore che aveva steso il mio verbale di cattura, gli disse: "Ma scusate, voi vi siete sbagliato. Il responsabile di questa faccenda sono io e non il P. Santinon".

"Ebbene, disse l'esattore, vada in prigione lei e faremo uscire lui". "Ma allora chi troverà il denaro che chiedete?". Il denaro già lo portava con sé ma non lo versò subito per non fare credere che era facile per lui trovare soldi e non attirarsi altre più gravose imposte. Questo fatto non lo dimenticherò più. Egli si mostrerà quanto mai generoso con me. Egli soleva dire: "A P. Santinon non posso negare niente perché egli è andato in prigione al posto mio". Poliziotti e soldati ci moltiplicavano le loro visite e le loro richieste. P. Fraccaro aveva sempre la risposta pronta per ogni loro domanda; risposta che spesso non seguiva le regole della logica ma che troncava la parola in bocca ai suoi interlocutori.
Per esempio, alla domanda cosa pensasse del proprio Vescovo, egli abbozzando un sorriso e puntando il suo dito semicurvo verso chi l'interrogava rispose: "Devo dire quello che pensate voi o quello che penso io? E se dico quello che penso io mi promettete di non mettermi in prigione?"
Un altro giorno due soldati sprezzantemente ci domandano: "Voi credete in Dio?". A cui P. Fraccaro subito: "Tutto il mondo ci crede, solo voi non ci credete". In seguito ad un corso di indottrinamento a cui dovette partecipare gli chiedono: "Ed ora credi ancora in Dio?". A cui egli: "Più di prima!" In seguito ci ingiunsero di non uscire dal nostro paese di residenza previo un permesso scritto rilasciato dalla polizia. Così io dovetti restarmene a Paocheng e lui a Sin Tsz. Solo una volta riuscii ad ottenere un tale permesso e potei rivederlo per l'ultima volta. La cosa andò così.
Un bel giorno mi viene in casa un poliziotto con l'ordine che presentassi il nominativo dettagliato di tutti i nostri cristiani. lo mi rifiuto adducendo il motivo che il responsabile del distretto è P. Fraccaro e, siccome egli risiede a Sin Tsz, a 40 chilometri di lontananza, mi è necessario un permesso di transito per sottomettere a lui tale ordine. Dopo lungo parlamentare riesco nel mio intento. Mi reco prima ad una delle nostre residenze, Miluaien.
Là trovo due suore cinesi che stanno impacchettando le loro cose per tornare l'indomani alle loro case. Il mio arrivo inatteso viene accolto come una grazia dal cielo. Tra la commozione reciproca fanno la loro confessione, forse l'ultima. Rivedo per l'ultima volta la nostra residenza di città: tre sacerdoti cinesi ed alcuni poliziotti che piantonano i vari locali. Per via vengo richiesto di mostrare il lasciapassare ad un soldatino tredicenne che mi chiede: "Dove sei diretto". "Vado a trovare il mio padrone", gli dico e mi lascia passare. Quando alla fine varco la soglia della residenza di Sin Tsz, P. Fraccaro mi vede, sbarra tanto d'occhi ed esclama: "Come hai fatto?!"
Rimaniamo assieme due giorni. Ci facciamo la cronaca degli avvenimenti succedutisi dopo l' ultimo nostro incontro, ci confessiamo per l'ultima volta nel regno di Mao. Questo periodo avventuroso e travagliato creò in noi dei legami di un'amicizia che non venne mai meno. Ad Hong Kong ci si incontrava di tanto in tanto, a volte occasionalmente e a volte di proposito e si parlava con apertura d'animo dei problemi attuali, felici se ci si poteva aiutare con il consiglio o con l'aiuto concreto.
Si riandava volentieri al passato. Po Fraccaro era sempre ansioso di fare del bene. I suoi cristiani di tre distretti, due iniziati da lui, lo ricordano come un padre premuroso solo del loro bene. Incapace di fermarsi in casa per lungo tempo, egli sentiva il bisogno di muoversi, di intrattenersi con la sua gente, di istruire, esortare, aiutare.
Mentre continuava una così preziosa attività, la sua esistenza venne d'improvviso e misteriosamente troncata da mano assassina. Ora a distanza di due mesi il suo ricordo non accenna a svanire. E noi rimasti, ancora ignari del perché di una tale fine, cerchiamo di meditare le vie imperscrutabili di Dio.

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1976

P. GRANELLI ANDREA  (1892-1976)

Necrologio (P. Fernando Galbiati, dal Vincolo N. 118, ottobre-dicembre 1976, p. 159)

P. Andrea Granelli, figlio di Andrea e di Anna Bracchi, nato il 12-7-1892, a Bedonia (Piacenza), entrato nell'Istituto già sacerdote (1918) il 20-10-1924, partì per Hong Kong il 6-10-1925. Morì il 15-8-1976.

Nella storia ci sono delle persone alle quali è stato conferito il titolo di "grande". Si licet parva componere magnis ..0 Credo che P. Granelli possa essere una di queste persone del suo mondo e della sua storia. Nelle parole di un suo confratello che lo ha conosciuto molto bene e lo ha ammirato "P. Granelli fu un missionario fuori dell'ordinario, non solo per la sua rispettabile mole fisica, ma per le sue molteplici qualità di mente e di cuore, come uomo, amico, consigliere, maestro, educatore, giornalista, organizzatore e, soprattutto, parroco".
Così afferma il Po O. De Angelis e credo che questo basti per convincere chiunque che P. Granelli fu davvero per la Missione di Hong Kong e nella storia della Colonia un uomo grande. I tributi alla sua morte non si fecero attendere. Il settimanale della Diocesi, il "Sunday Examiner", gli dedicò un lungo articolo per metà della sua prima pagina in cui si afferma che molte persone in varie nazioni lo avrebbero rimpianto perché da Hong Kong egli era venuto in contatto con mezzo mondo e conquistato la simpatia di tutti. "Egli fu
- continua l'articolista - in un grado eminente, un pensatore, un uomo pieno di humour, un linguista, un parlatore brillante, un commentatore della realtà del suo tempo, un gentiluomo, un uomo dotato di un dono speciale per l'amicizia ed un parroco zelante e devoto".
Il quotidiano inglese della Colonia, il "South China Morning Post", riportò la notizia della sua morte come la scomparsa di uno dei più significativi uomini della Colonia ed in seguito un suo ammiratore, sempre sullo stesso giornale, ricordò ai lettori un altro campo dell' attività di P. Granelli nei suoi 50 anni di lavoro nell'Estremo Oriente: l'assistenza dei rifugiati a Macao durante l'ultima guerra.
Il resoconto della sua vita e la considerazione della sua molteplici attività in ogni tempo, fanno pensare alla descrizione del missionario che si trova nel Decreto "Ad Gentes": la figura di un uomo veramente superiore per talento e per grazia, totalmente dedito al lavoro per il Regno di Dio. Quest'uomo eccezionale però non era un "superuomo", perché fu soggetto come ognuno di noi, e forse più di tanti, a contraddizioni ed a limitazioni di salute che gli resero il lavoro missionario ancora più faticoso e meritorio.
Il suo desiderio di vita missionaria fu prima coartato dalla vita militare che lo vide soldato e poi cappellano alla guerra mondiale, e poi dal suo Vescovo che lo volle a Piacenza insegnante in seminario e parroco per tre anni.
Finalmente nell'ottobre del 1924, Po Granelli poté entrare nel Pime dove per un anno ancora dovette insegnare Diritto Canonico. L'8 novembre 1925, a 33 anni, P. Granelli arrivò a Hong Kong, una vocazione adulta, se si vuole e tipica, dopo il servizio in Diocesi, di quanto era la struttura originale dell' Istituto. L'età non gli impedì di buttarsi allo studio dell'inglese e del cantonese con un successo che gli fu riconosciuto eccezionale.
Dopo alcuni anni passati come coadiutore alla Chiesa del Rosario e nel distretto di Sai Kung, divenne per un anno rettore del Seminario Diocesano e poì ritornò alla Chiesa del Rosario che allora era la Chiesa madre della zona di Kowloon. La mente di P. Granelli, come pure il suo cuore, erano grandi come la sua corporatura, e nel 1928, dopo soli tre anni di Missione, aveva concepito il progetto di dare alla Diocesi di Hong Kong il suo giornale cinese, il "Kung Kao Po".
Ci furono voci di critica e pareri discordi, ma P. Granelli, in collaborazione con il P. Filippo Lo, era ben convinto della bontà ed utilità dell'impresa: il fatto che il "Kung Kao Po" fra due anni compirà le sue nozze d'oro, dà credito alla lungimiranza ed alla larghezza di vedute di un missionario che non è mai stato indietro con i tempi.
Dal 1931 al 1933 gli fu affidata la parrocchia di S. Giuseppe, forse la più prestigiosa in Hong Kong, perché prevalentemente frequentata da europei e dalla intellighentia della Colonia. Il suo servizio fu, come si poteva aspettarsi, un successo perché il Vescovo Mons. Valtorta, che lo stimava, lo volle in un impegno ancora più importante ed esigente. P. C. Orlando, che gli fu fedele collaboratore per 12 anni, ricordò questo avvenimento alla S. Messa di suffragio nella parrocchia di S. Teresa i127 agosto scorso.
"Il 25 aprile del 1933, S. Ecc. Mons. Valtorta, Vescovo di Hong Kong, benedisse questa chiesa, pose la prima pietra e celebrò la prima S. Messa qui, proprio dove ora c'è l'altare maggiore. Alla fine della cerimonia egli ammirò la struttura meravigliosa della chiesa che era davvero una costruzione imponente nella Kowloon di allora ed esclamò: 'Ed ora bisogna trovare un uomo che possa essere alla pari della grandezza di questa costruzione e prendersi sulle spalle l'immensità del lavoro da fare qui' ...
E Mons. Valtorta trovò l'uomo per la chiesa e per il lavoro: un uomo grande nella corporatura, grande nella mente e soprattutto grande nel cuore, il P. Andrea Granelli". P. Granelli si buttò nel lavoro con tanto zelo che dopo tre anni si dovette dichiarare sfinito e ritirarsi per un anno al Collegio La Salle come cappellano. Per dieci anni poi continuò il suo servizio a S. Teresa, che allora, come ricorda P. Orlando, aveva un'estensione non indifferente e rappresentava l'avamposto della Diocesi nello sviluppo della penisola di Kowloon. Fu in questo periodo che P. Granelli offrì il suo servizio durante la guerra anche ai rifugiati di Macao.
"Mi ricordo i suoi viaggi frequenti - così un suo fedele scrive sul giornale inglese di Hong Kong, il "South China Morning Post"
- che lo portavano da un centro di rifugiati all'altro. Egli arrivava su di una bicicletta da corsa le cui gomme già sottili, si assottigliavano ancora di più sotto la sua mole possente ed erano in inverno avvolte dal suo lungo cappotto. Egli fece un mondo di bene con il suo ottimismo e la sua costante serenità".
È questa una qualità distintiva di P. Granelli che ha mantenuto fino alla fine, come lo può confermare chi lo visitò negli ultimi mesi al ricovero dei vecchi dove era alloggiato. Una serenità e un senso di arguzia gioviale che non perdeva neppure nella sofferenza, ed il Signore sa quanto egli abbia sofferto. "P. Granelli - così ricorda ancora P. Orlando che divenne il suo successore a S. Teresa - è stato
segnato fin dall'inizio con il sigillo degli amici speciali di Dio: la sofferenza. Strano, egli pareva così forte, ma di fatto egli era molto spesso e per lunghi periodi ammalato".
Era la conseguenza forse dei lunghi anni come militare della sua gioventù e forse fu proprio questo costante incontro con il dolore che egli mantenne, con la necessità sentita del ricorso al Signore nella preghiera, anche il senso del limite delle cose umane che si esprimeva in un giudizio assennato di uomini e cose ed era sottolineato dal suo inesauribile umorismo.
Nel 1949 fu inviato in America per assistere nel Missionary Cooperation Plan, date le sue speciali qualità di apertura e di contatto con la gente che lo rendevano gradito a tutti. Di ritorno fu fatto parroco della Parrocchia di S. Giuseppe ed allo stesso tempo Ufficiale del Tribunale Diocesano. Più o meno ufficialmente egli fu sempre un diretto collaboratore di Mons. Bianchi, che lo stimava e lo considerava come un amico perché trovava in P. Granelli l'uomo che per molti aspetti gli era complementare. In molte occasioni P. Granelli rappresentò degnamente il Vescovo attirando simpatie alla Chiesa e creandole degli amici sinceri che diventavano anche ammiratori personali di questa figura di sacerdote, che alle doti di intelligenza univa un calore di affetto sincero che conquistava.
La mia esperienza di giovane missionario e suo collaboratore come notaio al Tribunale Diocesano, fu una delle più felici. Ebbi la possibilità accanto a lui non solo di conoscere una figura ideale di missionario aperto e generoso, ma anche di potere imparare l'arte di giudicare e amare gli uomini. Per lui infatti non si trattava mai di "casi" da Tribunale, ma di "anime" da aiutare e consolare. Ogni questione veniva da lui analizzata e discussa, e le sue sentenze, sempre ineccepibili, erano gioielli di correttezza giuridica e di considerazione pastorale.
Davanti a lui tutti si sentivano a loro agio e personalmente considerati, come davanti ad un autentico padre. L'attenzione per ognuno è un'altra qualità di P. Granelli, che pareva avesse sempre tempo per tutti. Mons. Bianchi lo trovava sempre disponibile per discutere i problemi della Diocesi come pure per una partita a scacchi, tanto che lo volle suo compagno di viaggio al suo ritorno definitivo in Italia dopo la rinuncia in favore del Vescovo cinese Mons. F. Hsu. I padri che lo andavano a trovare erano sicuri della migliore accoglienza in una conversazione illuminante e arguta che faceva sempre rimpiangere la limitatezza del tempo a disposizione, come pure il buon caffè che P. Granelli sapeva offrire od i bicchierini di ogni liquore che i suoi amici gli regalavano.
La sua casa era sempre aperta a tutti e tutto quanto vi era, era di tutti perché lui si accontentava di ben poco ed è sempre rimasto un uomo povero. Per questo la gente era felice di offrirgli ancora di più e le sigarette non mancarono mai né a lui che fumava "come una ciminiera", così lui stesso affermava, né ai confratelli che ne approfittavano. Una disposizione totale e serena per gli altri non è solo il frutto di buon carattere, specialmente se accompagnata da frequenti disturbi e malattie e da un lavoro incessante e snervante.
La vera ragione va cercata nella forte vita spirituale di P. Granelli. "P. Granelli - così dichiara P. De Angelis
- lasciò ai suoi confratelli un'eredità di bontà, di pietà e preghiera. Quando non aveva il rosario tra le mani, leggeva il Vangelo o l'Imitazione di Cristo". Era un apostolo autentico che sapeva unire al lavoro la preghiera, all'impegno umano che lo distingueva per la gentilezza e capacità, la più profonda vita interiore. A rivelarne tutta la dimensione bastarono i suoi ultimi anni passati nella sofferenza e nel nascondimento, cosa non facile per chi per lungo tempo era stato alla ribalta della vita religiosa e sociale di Hong Kong.
Accettò la sofferenza con magnanimità e quasi con gioia, quasi come se gli fosse connaturale. Rifiutò di rimanere in Italia dopo il suo ultimo viaggio ormai settantenne: il suo cuore era ovviamente dove era stata tutta la sua vita e la sua passione apostolica, in Hong Kong. All'ospedale prima e poi al ricovero per i vecchi delle Piccole Suore dei poveri, P. Granelli era il nonno di tutti. Anche nella sua condizione a volte di infermità mentale oltre che fisica, nella sua immobilità forzata, era sempre di conforto e di ispirazione a chi lo visitava: bastava osservarlo od ascoltarlo, un gigante fatto bambino, come sempre tanto buono e gentile e veramente ormai degno del Regno dei Cieli.
"Forse non sarà audacia pensare e dire - così P. De Angelis - che non fu una pura coincidenza che P. Granelli abbia chiuso gli occhi nel sonno della morte all'età di 84 anni, il 15 agosto, festa dell' Assunta e precisamente a mezzogiorno, mentre le campane della chiesa dell' ospizio mandavano il primo squillo dell' Angelus".

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P. GALBIATI UMBERTO (1892-1976)

Necrologio (dal Vincolo N. 119, gennaio - aprile 1977, p. 41)

P. Umberto Galbiati, figlio di Pietro e di Teresa Oriani, nato a Monza (Milano) il 2-3-1892, entrato nell' Istituto il 25-9-1913, ordinato sacerdote il 20-5-1920, partì per Hong Kong il 14-10-1920, dove rimase fino al 1946. Nel 1948 partiva nuovamente per il Brasile Sud, da dove rimpatriava per malattia nel 1959. Morì a Rancio 1'8-11-1976.

Pubblichiamo due "ricordi" personali dei Padri De Angelis e Orlando che lumeggiano semplicemente ma sostanzialmente la simpatica figura di P. Umberto.

Ricordi personali (di P. De Angelis Orazio, Hong Kong, 15-1-1977)

P. Umberto Galbiati, recentemente passato a migliore vita a Rancio di Lecco, fu mia guida e maestro nei miei primi passi di vita tipicamente missionaria, circa mezzo secolo fa. Come atto di riconoscenza, rispetto e affetto per lui, ho accettato la proposta di mettere giù sulla carta, non un panegirico né una monografia storica, ma solo alcune reminescenze del bel tempo che fu. Dico "del bel tempo che fu", perché quel tempo fu veramente bello per me. Non sono mai stato così felice e beato come quando avevo al mio fianco P. Umberto, il quale, oltre che guida e maestro, fu per me anche una premurosa mamma, che rese meno dura e pesante l'alba della mia lunga giornata apostolica.
Arrivai in Hong Kong nel settembre del 1928, all'età di 23 anni. Dopo un paio di settimane di permanenza nella casa della missione, il Vescovo Mons. Valtorta mi chiamò nella sua stanza e mi disse senza dialogo o preambolo: "Fra un paio di giorni verrà P. Galbiati dal suo lontano distretto per condurti con lui. Tieniti pronto. Starai bene con lui". A me parve toccare il cielo con un dito, perché non vedevo l' ora di cominciare una vita nuova, lontano dalla civiltà, in un mare sconfinato di Cinesi e correre su per monti e colline, e giù per valli e campagne.
Quando ripenso a quei tempi, che non torneranno più, mi accorgo che, come ho letto in un articolo di una rivista missionaria, i missionari stanno scomparendo, perché non sono più "mandati", come una volta, ma hanno le loro personali preferenze, precedenze e scelte e non ricevono le "destinazioni": quelle destinazioni che per noi della scuola pre-conciliare avevano un fascino poetico e ci portavano l'eco del comando divino: Andate, io vi mando...
P. Umberto venne dal suo distretto, mi abbracciò, mi fece coraggio e mi condusse via con sé, viaggiando per treno, per bus, a piedi, in barca e a cavallo, finché raggiungemmo, come Dio volle, il capoluogo del suo distretto, chiamato Tam T'ong, che ha ospitato per tanti e tanti anni, parecchi dei nostri bravi missionari, o caduti sulla breccia o tuttora viventi, come P. Pilenga, D'A yala, Poletti, Feroldi, per menzionare i più recenti. Con P. Umberto vicino a me, io quasi non soffrii la nostalgia della patria e della famiglia, finché un giorno egli mi tirò da parte e mi disse: "Finché sei qui con me, non imparerai né presto né bene il dialetto Hakka.
Domani ti condurrò al villaggio chiamato "Budda dalla faccia nera". Là troverai una bella chiesetta della Madonna Assunta e una piccola comoda residenza, nascosta in un boschetto di pini. Rimarrai là a imparare la lingua. Non avere paura. Ogni tanto verrò io a trovarti a cavallo". Alla mia età di 72 anni, non mi vergogno di confessare che "Budda dalla faccia nera" fu testimone dei miei frequenti e lunghi pianti. La solitudine mi ricolmò di paura e di nostalgia. P. Umberto tenne la parola: eccolo arrivare, quando meno mi aspettavo, e per me quello era un giorno di sole.
Mi riconduceva con sé, lui a cavallo e io a piedi, o io a cavallo e lui a piedi, al capoluogo Tam T' ong, dove mi lasciava passare un giorno di "vacanza" e mi sollevava lo spirito con... squisito riso milanese o polenta o spaghetti, mentre egli si contentava di guardare dicendo che il suo stomaco era quasi sempre fuori posto. Un brutto giorno mi mandò. un messaggio: "lo non sto bene. Ho continui e acuti dolori addominali. Dovrò presto recarmi a Hong Kong per un collaudo medico e, probabilmente, operazione chirurgica. Tu dovrai stare da solo, qui a Tam T'ong.
Perciò riporta la tua roba da Budda dalla faccia nera. Vieni presto". Quando lo vidi partire, io mi sentii desolato, come Agnese alla scomparsa di Fra Cristoforo: un cieco che ha perduto il suo bastone. Alla paura di essere solo, tutto solo, si aggiunse il terrore della mia incompetenza. Come avrei potuto fare il parroco, quando per esprimere anche una semplice idea, dovevo usare più le mani che la lingua? Mons. Valtorta mi aveva risposto scrivendomi: "Arrangiati, come si sono arrangiati gli altri. Non c'è altro da fare". Più o meno, dovetti arrangiarmi, per forza. Ricordo che le mie predicucce di quattro minuti erano diventate la mia croce. Le imparavo a memoria e le recitavo a cominciare dal sabato sera, proprio come faceva il Curato d'Ars,
"si licet parva componere magnis".
P. Umberto possedeva grande spirito di pietà e pregava volentieri davanti al SS. Sacramento. Parecchie cappelle e chiesette disseminate qua e là, attraverso il vasto distretto, erano dedicate alla Madonna, per la quale egli nutriva una speciale divozione. Vederlo recitare il Rosario, passeggiando su e giù nel cortile o in Chiesa, era cosa di ogni giorno e una bella lezione per i fedeli. Era meticoloso nel serbare il decoro della Casa di Dio; adornando l'altare con fiori freschi, sia pure campestri, e insistendo che i sacri paramenti fossero puliti e decorosi, e le cerimonie conformi alle norme liturgiche. Naturalmente quel tempo non era ancora conosciuta la... pazzia liturgica moderna, secondo la quale ogni sacrestia ha la sua liturgia!
Gli piaceva assai fare costruire un piccolo tabernacolo sull'altare, in ogni chiesetta e cappella. Parlava spesso e con entusiasmo del Santo Padre e del Magistero della Chiesa. A ripensarci bene, a distanza di tanti anni, si può dichiarare che P. Umberto rifletteva nella sua vita sacerdotale e missionaria quei tre grandi amori, ora affievoliti o scomparsi: amore all'Eucarestia, alla Madonna, al Papa. Tra tante belle sue qualità, ne mancava una nel campo linguistico. Lo studio e l'uso delle lingue straniere furono il lato debole di P. Umberto; però, essendo egli forte in altri settori, la sua involontaria e inevitabile debolezza nel solfeggio dei toni cinesi non impedì affatto lo sbocciare di tanti bei frutti di apostolato, perché sapeva "cantare", senza bisogno di orecchio musicale, la gloria del Signore e la bellezza della sua vocazione missionaria.
Era rispettato, amato, ricercato, venerato per il suo "carattere d'oro". Non si può negare che vale più un buon carattere personale nel missionario che i 40.000 caratteri cinesi imparati a memoria! La bontà, pazienza, dolcezza, pacatezza, benevolenza, carità, semplicità di P. Umberto diventarono la sua "lingua" capita da tutti, apprezzata, ricordata. Non ho mai dimenticato una frase scultorea nel discorso d' addio, fatto nel nostro Seminario Teologico di Milano, a noi partenti del 1928, del vecchio P. Brambilla, amorevolmente conosciuto anche sotto il nome di "Brambillone".
Ci disse: "Non portate con voi in Missione tante cose. Una è essenziale: la bontà. Se alla bontà aggiungete la scienza, tanto meglio. Ma sappiate che alla gente non importa se siete dotti; la gente vuole vedervi buoni". P.Umberto non fu mai amante di rumore e strepito. Visse sempre quietamente, semplicemente, umilmente e scomparve così come era vissuto. Mi rattristo un po' al pensare che non ho saputo fare adeguato onore alla sua memoria, come si merita. Missionari vecchi, che siano anche "perle" di scrittori sono rari come mosche bianche.
Mi auguro che qualche altro padre, in Italia o in missione, che abbia conosciuto personalmente P. Umberto, voglia prendere la penna in mano e metterla a servizio di un tale degno Veterano, di cui il nostro Pime può essere giustamente orgoglioso e di cui noi tutti, vecchi e giovani, dovremo essere fedeli imitatori.

Ricordando P. Umberto Galbiati (di P. Carmelo Maria Orlando)

Il 22 settembre arrivai in Hong Kong e in "Cattedrale" come si diceva, e come si dice tuttora alla Bishop's house, incontrai il P. Umberto Galbiati ritornato dal suo distretto di Tam T'ong. Gentilissimo, amabile, servizievole e soprattutto molto pio. La sua pietà e proprietà esterna, soprattutto nelle cerimonie religiose e particolarmente durante la celebrazione della S. Messa, era l'espressione sincera della sua attitudine mentale e affettiva verso Nostro Signore e tutto ciò che è connesso con Lui.
Arguto e piacevole nella conversazione, non offendeva mai nessuno. Richiesto di qualche favore,
lo prestava con prontezza e amabilità. Davvero non si aveva mai paura a domandare qualunque cosa a P. Umberto. Direttore spirituale e confessore ricercatissimo sapeva dare, con tanta unzione e gusto, Gesù alle anime. Fu designato rettore del Seminario diocesano, allora di fronte alla cattedrale (oggi Raimondi college) ed ebbi la fortuna di essere suo vice-rettore per qualche tempo.
Trattava i seminaristi con tanto amore e tanta cura. Poi fu destinato parroco a Shamsuipo nella chiesa del Precious Blood. E anche il parroco lo sapeva fare tanto bene. Sapeva pure bene fare il missionario anche qui come lo aveva fatto nei suoi anni di distretto a Tam T'ong. La chiesa era unita al Convento delle Suore Preziosine Cinesi e naturalmente aiutava a guidare anche le buone suore con tanta sollecitudine e sacrifici. Poi fu destinato alla Parrocchia-Procura del Pime di S. Margherita e lì ancora continuò il suo ministero sacerdotale e missionario. Le sue qualità di buon amministratore dei beni del Pime si rivelarono anche qui. Le due statue dei SS. Pietro e Paolo che sono ancora all'entrata della chiesa furono fatte porre da lui.
Durante la guerra europea e giapponese, P. Umberto fu mandato a Macao, e là, rettore della Chiesa di S. Agostino, fu incaricato dei tanti rifugiati da Hong Kong e dalla Cina. P. Galbiati era sempre "capace" e adattabile a tutto e sempre!
Dopo la guerra ritornò a Hong Kong e fu rettore della Bishop' s House fino a che non fu destinato in Brasile dove per tanti anni continuò indefesso la sua opera sacerdotale e amministrativa. Nel 1965 lo rividi in Italia, alla Grugana, rettore dei Fratelli-Novizi del Pime. Anche in quest'opera sapeva adattarsi, tutto a tutti, e sempre dare Gesù alle anime!

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