IL NOSTRO PROGETTO DI VITA

HONG KONG
LA MEMORIA FONTE DI SPERANZA
NECROLOGI dei MEMBRI del PIME di HONG KONG

a cura di P. Stefano Andreotti

"Interroga le generazioni passate, e rifletti sull'esperienza dei padri.
Noi infatti siamo di ieri e non sappiamo nulla.
I nostri giorni sulla terra non sono che un'ombra.
Ma essi certamente ti insegneranno, 
traendo le parole dal loro cuore"

(Giobbe 8: 8-10)

- 1 - - 2 - - 3 -

1861 - P. Paolo Reina
1862 - P. Antonio Riva
1863 - P. Andrea Fenaroli
1868 - P. Gaetano Origo

1868 - P. Gaetano Favini

1877 - P. Domenico Davanzo
1878 - P. Borgazzi Ignazio
1889 - P. Sasso Luigi
1892 - P. Burghignoli Giuseppe
1894 - Mons. Raimondi Timoleone
- 4 - - 5 - - 6 -

1901 - Mons. Scurati Giacomo
           - P. Viganò Bemardo
1902 - P. Bianchi Francesco Maria
1904 - Mons. Volonteri Simeone
        - Mons. Piazzoli Luigi Maria
1911 - P. Poletti Attilio
        - P. Salice Amasio Francesco
         


1916 - P. Andreoletti Celestino
1919 - P. Gabardi Pietro
1923 - P. De Maria Pietro
1924 - Mons. Pozzoni Domenico

 

 

 

1925 - P. Zamponi Giuseppe
1928 - P. Placzek Agostino
1930 - P. Banchi Antonio
1933 - P.Ferrario Angelo
1936 - P. Carabelli Giuseppe
1940 - P. Crippa Luigi
1941 - P. Garbelli Pietro
1942 - P. Teruzzi Emilio
1943 - P. Arvat Davide
1945 - P. Olivares Gioacchino
1948 - P. Robba Michele

- 7 - - 8 - - 9 -
1950 - P. Spada Giovanni Michele
1951 - Mons. Valtorta Enrico
1953 - P. Maglioni Raffaele
1956 - P. Frare Domenico Andrea
1957 - P. Grampa Angelo
1959 - P. Page Daniele
1960 - P. Zilioli Giacomo
1962 - P. De Maestri Francesco
           - P. Feroldi Alfredo
1963 - P. Bacchin Angelo
1965 - P. Riganti Antonio
1967 - P. Alessio Giusepe
1968 - P. Tragella Giovanni Battista
           - P. Pilenga Baldassare
1969 - Fr. Radice Adolfo
1972 - P. Della Nina Raffaele
           - P. Liberatore Ottavio
1973 - P. Bonaudo Lorenzo
            - P. Bonaldo Pietro
            - P. Poletti Ambrogio
1974 - P. Fraccaro Valeriano
1976 - P. Granelli Andrea
            - P. Galbiati Umberto
1977 - P. Tapella Enea
1978 - P. Cornetti Alessandro
1979 - P. Orlando Carmelo
1980 - P. Speziali Cirillo
           - P. Brookes Riccardo
           - P. Strizoli Giuseppe
1981 - P. Bruzzone Edmondo
           - P. Parodi Mario
1982 - Fr. Brambilla Luigino
1983 - Mons. Bianchi Lorenzo
           - P. Cantore Michele
1984 - Fr. Polo Vittorio
- 10 - - 11 - - 12 -
1988 - P. Beretta Enrico
           - Fr. Colleoni Mario
           - P. Cozzo lino Domenico
           - P. De Angelis Orazio
1989 - P. Maringelli Domenico
           - P. D'Ayala Valva Diego
1990 - P. Ricciardi Francesco
           - P. Viganò Giovanni
1991 - P. Bolis Luigi
           - P. Carrà Giuseppe
1993 - P. Tettamanzi Ferruccio
1994 - P. Calzini Ovidio
           - P. Ramacciotti Adolfo
1995 - P. Santinon Narciso
           - P. Numeroso Luciano
1996 - Fr. Polli Enrico
1997 - P. Gambaro Luigi
           - P. Pittavino Giovanni
1998 - P. Boerio Antimo
           - P. Girardi Giacomo
           - P. Pisani Osva1do
           - P. Bazzo Domenico
2000 - P. Aletta Luciano
2002 - P. Barbieri Amedeo
2003 - P. Einaudi Secondo
           - P. Lerda Francesco
2004 - P. Famiglietti Giuseppe
           - P. Caruso Giorgio
           - P. Crotti Amelio
2006 - P. Lambertoni Adelio
           - P. Maestrini Nicola
2007 - Fr.Causa Andrea
           - P. Mencarini Lido

1977

P. TAPELLA ENEA  (1929-1977)

Necrologio (P. Fernando Galbiati, dal Vincolo N. 120, maggio-settembre 1977, p. 84)

P.Enea Tapella, figlio di Eraclio e di Isabella Gambaro, nato il 12-9-1929 a Vanzaghello (Milano), entrato nell'Istituto il 29-9-1947, ordinato sacerdote il 26-6-1955, partì per Hong Kong il 30-11-1957. Morì a Hong Kong il 4-4-1977 in seguito a incidente stradale.

Chi sia stato P. Tapella è difficile dirlo, perché è stato un missionario semplice e comune eppure così eccezionale che la sua scomparsa da Hong Kong ha lasciato un vuoto incolmabile. Era una di quelle persone che nella più ordinaria normalità hanno uno stile di vita ed un metodo di lavoro apostolico che le fanno non solo diverse, ma grandi.
Viene da pensare alla vita semplice eppure grande della Madonna e di Cristo stesso. Quanto fosse una personalità spiccata nella sua ordinaria semplicità, lo testimoniarono i cattolici di Hong Kong in lacrime per la sua scomparse in una dimostrazione di stima e di cordoglio che il settimanale "Sunday Examiner" ha dichiarato "raramente riscontrabile nella storia della Chiesa di Hong Kong".
Il segreto di tanta ammirazione e di tanto affetto per P .Enea era la sua amabilità e la sua totale dedizione. Egli sarebbe forse stato il primo a meravigliarsi della stima che lo circondava perché nella sua umiltà non si dava nessun credito, impegnato solo a trafficare i talenti che il Signore gli aveva dato senza contarne il numero. P. Enea era l'uomo del buon senso, della compassione in senso paolino che lo portava alla compartecipazione totale delle gioie e dei dolori altrui.
Aveva sempre optato per il lavoro più duro, possibilmente da subalterno, perché la direzione non era per il suo carattere e l'organizzazione burocratica non la comprendeva. Era meglio sincronizzato con la linea dell'amore senza limiti e del sacrificio senza considerazione. Gli fui amico per quasi 30 anni e fui sempre entusiasta del suo bel carattere: aperto, semplice, allegro ed ottimista aveva la dote di sapersi farsi amare, ed il suo interesse per gli altri era sincero ed affettuoso.
Non posso dimenticarmi le numerose partite al pallone e le pericolose scalate in montagna durante gli anni della teologia, cose più memorabili per lui degli studi un po' ostici ed anche degli sforzi iniziali della predicazione che gli riusciva difficile in ogni lingua inclusa l'italiana. Ma dove non parlavano le labbra, parlavano gli occhi, il cuore, e soprattutto la vita. "Un bel carattere vale un apostolato", ci diceva giustamente il P. Attilio Villa, ed ebbi il modo di constatarlo quando assieme nel 1957 salpammo per Hong Kong.
Dopo lo studio delle lingue, inglese e cinese, ci ritrovammo presto insieme a lavorare nella nuova parrocchia di S.Vincenzo a Wong Tai Sin. Eravamo giovani ed inesperti, ma pieni di buone intenzioni e di entusiasmo: ci furono giornate dure, disillusioni e sconforto, ma bastava incontrarci alla sera ed il sorriso di P .Enea con il suo ottimismo e buon umore faceva dileguare ogni apprensione. Il suo ottimismo era contagioso e credo che ognuno ricordi P. Enea come l'uomo del sorriso. Bastava incontrarlo, anche recentemente a 48 anni, sciupato per il lavoro estenuante e continuo, sempre con il suo casco e la Vespa che lo rendeva onnipresente, e dopo le prime battute ci si sentiva meglio.
I giovani della parrocchia di S. Francesco d'Assisi lo avevano capito tanto bene che il quadro che misero sulla sua bara in chiesa era quello di P .Enea sorridente, un sorriso che neppure la morte tragica aveva spento. Era uscito con uno dei tanti giovani che lavoravano con lui nella parrocchia per trovare un posto per il campeggio estivo degli handicappati. Era di primo pomeriggio ed il caldo si faceva sentire sotto il casco anche se correva sulla sua V espa. Aveva lavorato tutto il giorno precedente per il trasloco della Pime House alla nuova sede in Clear Water Bay e pare che avesse preso delle pillole contro un raffreddore incipiente che hanno per effetto anche la sonnolenza.
Nella descrizione del giovane accompagnatore, improvvisamente la Vespa del Padre attraversò tutta la strada e si andò a schiantare contro il rail della fermata dell'autobus nella corsia opposta. Il giovane se la cavò con delle escoriazioni, ma il Padre, probabilmente svenuto, si sfracellò a corpo morto contro la Vespa ed il rail fatto con tubi di zinco. Con il bacino rotto, un'arteria aperta e varie serie complicazioni, riacquistati i sensi sull'ambulanza che lo portava all'ospedale, comprese la gravità della sua condizione e raccomandò al giovane di salutare i parrocchiani, gli amici e di continuare a fare tutto quello che potevano per il Regno di Dio.
I suoi giovani non dimenticarono questa raccomandazione e la stamparono sulla sua immagine-ricordo. All'ospedale incominciò il suo Calvario: era la Settimana Santa. I medici disperarono di poterlo salvare perché la forte perdita di sangue dall'arteria aperta lo aveva reso inconscio e non permetteva un intervento operatorio. Si rese urgente una rapida trasfusione di sangue, e appena si richiese dei donatori ben 150 giovani si prestarono per offfire il sangue. P .Enea riceveva quello che in tanti anni aveva lui stesso dato ad Hong Kong come donatore di sangue, in possesso della medaglia d'oro per il numero eccezionale di prestazioni.
Gli furono trasfuse ben 70 pinte di sangue, più di 30 Kg in varie riprese, ma l'arteria non accennava a rimarginarsi. Poi parve che le cose andassero meglio ed i Padri che lo avevano vegliato ininterrottamente tirarono un sospiro di sollievo, come pure tutti coloro che seguivano con ansia la sua situazione. P. Enea, ora cosciente, soffriva dolori indicibili e l'arsura della sete: qualcuno lo ebbe a definire un crocefisso, ma trovava sempre la forza di sorridere e salutare tutti. La Diocesi tutta fu impressionata e rattristata dall'incidente e per tre sere continue nella sua parrocchia e nelle altre parrocchie di Kowloon, dove P. Enea aveva lavorato nei suoi 20 anni di ministero in Hong Kong, la gente si radunò in preghiera per lui.
Ma Dio volle diversamente: il "servo buono e fedele", che aveva anche offerto la sua vita per i confratelli in Hong Kong, ci lasciò il 5 aprile di buon mattino: pareva impossibile a tutti che P. Enea ci dovesse lasciare a 48 anni e nel bel mezzo del suo lavoro. La sera del 6 attorno alla sua bara la folla delle sere precedenti era aumentata e la chiesa di S. Francesco straripava di gente commossa ed in lacrime. 80
sacerdoti si diedero l'appuntamento per la concelebrazione ed il giorno dopo, il Giovedì santo, la giornata sacerdotale in Cattedrale ebbe un senso tutto particolare.
Nel pomeriggio alle esequie, il Vescovo Mons. Wu riprendeva il Vangelo del mattino ed applicava a P. Tapella le parole di Isaia lette da Gesù nella Sinagoga di Nazareth: "Lo Spirito di Dio è sopra di me... Egli mi ha mandato a predicare la buona novella ai poveri..., a liberare i prigionieri...". Tali parole non potevano essere più vere come testimoniavano i suoi handicappati presenti in Chiesa e la commozione sincera di tutti coloro che lo avevano conosciuto. Era il riconoscimento di una vita improntata alla più schietta linea missionaria indicata da Cristo stesso. Un articolo fra i tanti sul settimanale cattolico cinese della Diocesi sottolineava come al di là di divisioni ideologiche, di barriere razziali, P .Enea, con la sua vita più che con le sue parole, aveva indicato a tutti lo stile del vero missionario.
Un confratello cinese ai funerali mi dichiarava che P. Enea era stato un vero missionario che aveva parlato poco, ma lavorato tanto. Era la testimonianza evidente che la vita ordinaria di un semplice missionario può essere tanto straordinaria e profondamente eccezionale: questo è quanto P. Enea Tapella è stato in mezzo a noi.

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1978

P. COMETTI ALESSANDRO  (1902-1978)

Necrologio (P. Angelo Rusconi, dal Vincolo N. 123, luglio-dicembre 1978, p. 128)

P. Alessandro Cornetti, figlio di Alessandro e di Maria Giani, nato il 14 aprile 1902 a Cerano d'Intelvi (Corno), entrò nell'Istituto nel 1921. Ordinato sacerdote il 6 giugno 1925, partì per Hong Kong nello stesso anno. Morì a Rancio di Lecco il 28 febbraio 1978.

Anche P. Alessandro Cornetti ha compiuto il suo esodo, è entrato nella terra promessa, sta celebrando ormai la sua pasqua. Mentre partecipavo ai funerali di questo confratello, sconosciuto a molti di noi, che da anni viveva nel silenzio e nel nascondimento di Rancio, pensavo: non rivelano forse questi funerali pii, ma così umili e dimessi, senza concorso notevole dei membri della regione, un raffreddarsi di quello spirito di famiglia che ci ha caratterizzato nel passato? .
L'affetto, se c'è, trova tempo e modo di esprimersi in atti concreti. Nel momento del ritorno al Padre di un confratello, l'intensità della nostra partecipazione diventa perciò un test, una verifica che ci dice, se mentre teorizziamo tanto sulla comunità-istituto, non stiamo diventando semplicemente una fredda istituzione, un centro di collocamento, una federazione di preti, che danno ragione alla battuta sarcastica: "Si mettono insieme senza conoscersi, vivono senza amarsi, muoiono senza piangersi" e che rivelano il meglio dei loro sentimenti, del loro essere e del loro fare fuori dell'Istituto, impoverendolo.
È un pensiero, meglio, una constatazione che potrebbe forse operare in noi una metanoia, sentita come urgente, ristabilire una profonda comunione, rendere più facile il servizio, la diaconia, di testimonianza evangelizzatrice che siamo chiamati a dare. Un Padre, carico di anni e di meriti, scriveva a Infor-Pime n.34 "Alle volte vedo il necrologio fatto da persone che non hanno mai vissuto con il confratello defunto; possibile che i compagni non abbiano nulla da dire?"
Sarebbe vano cercare il nome P. Cornetti nelle cronache o nei primi posti o uffici dell'Istituto; è passato tra noi, tra i suoi cristiani, quasi in sordina, fedele, nonostante la prova interiore, al sacerdozio, che aveva trasformato e segnato per sempre la sua vita. Entrò nell'Istituto in prima teologia dal seminario di Corno, nel 1921. Carattere vivace, intelligente, studioso. La pagella di terza liceo riporta questi voti: studio e diligenza lO; pietà 10; religione lO; italiano 8; latino 8; greco 9; matematica 8; filosofia 7; storia e geografia 9. Comunicativo e gioviale, gli piaceva scherzare.
"Mi sembra ancora di vederlo, diceva P. Vernocchi nella omelia della Messa esequiale, nella cappella dei fratelli di Milano, in ginocchio, intento a pregare. Lo invidiavo. Poi appena finite le preghiere, usciva come un razzo di chiesa per essere il primo a scegliere le bocce".
Nel 1925, subito dopo l'ordinazione, partiva per Hong Kong. La prima lettera al Superiore è piena di entusiasmo: "Le assicuro che ho accolto con vivo piacere il suo scritto, di cui ho letto attentamente le parole per trovarvi tutto l'amore del padre nei consigli che ella mi dà. Mi raccomanda di essere umile e caritatevole: ebbene farò di tutto perché le sue esortazioni non siano vane... Mi trovo con due preti cinesi, con P. Robba e P. Bianchi: un ambiente bello, fatto tutto di carità e allegria... La mia vita per ora è fatta di quello che ella disse un giorno in una sua conferenza: pietà, studio, osservazione... Questa è la terra sognata a cui aspiravo, impaziente nell'attesa; queste sono le anime care per cui un giorno pregavo senza conoscerle".
La sua prima destinazione fu il distretto di Hoifung, il più lontano dalla città, ma anche il più promettente. "P. Cometti, scrive Mons. Bianchi, possedeva le doti per imparare presto e bene il cinese: ottima memoria, orecchio musicale e buona volontà. In pochi mesi riuscì a rendersi utile nel ministero. Credo che pochi missionari lo potranno uguagliare nella conoscenza delle lingue. La sua umiltà, un po' di timidezza, la salute delicata mettevano un velo sulle sue belle doti. Durante gli anni che passò con me ho potuto ammirare il suo zelo, il suo spirito di sacrificio e di adattamento, le delicatezza del suo animo".
Il distretto di Hoi Fung dista circa 200 Km da Hong Kong; la distanza viene coperta viaggiando, via mare, su piccole imbarcazioni. Una volta, sorpreso dal tifone con P .Bianchi, si salvarono per miracolo. Ricorda Mons. Bianchi: "Ci eravamo già dati l'assoluzione a vicenda". La paura del mare divenne in lui "orrore". Chiese di cambiare distretto. Nel nuovo campo di lavoro, P. Cometti continuò infaticabilmente il suo apostolato, visitando i cristiani e istruendo i catecumeni. Dopo la seconda guerra mondiale, "fatigatus ex itinere" e con una salute sempre più precaria, visse soffrendo intimamente momenti di incertezza.
Tornò in Italia. In un piccolo biglietto al superiore generale scrive: "Mi dispiace di essere stato causa di lamentele e ne domando scusa... Il suo richiamo è stato un efficace svegliarino per spronarmi al rimedio. Mi aiuti con le sue preghiere a perseverare. Prego e continuerò a pregare ogni giorno per lei, per l'Istituto e le Missioni". Si ritirò a Rancio e a Rancio passò lunghi anni nel ministero, nella rassegnazione, nella pazienza. Si interessò sempre alla vita dell'Istituto. Durante il periodo di progettazione e costruzione della nuova ala, fece sentire "le sue preoccupazioni legittime e le sue osservazioni", "non per invadere il campo altrui, ma solo, se ce ne fosse bisogno, per contribuire al bene della comunità. .. in tutto quanto detto non c'è nessun intento di polemica, ma solo il desiderio del bene della casa".
Anche... l'aggiornamento lo trovò aperto. "Rispondo solo oggi alla sua lettera, scrive al P.C. Colombo, perché avendo da fare tutte le cerimonie della settimana santa nella cappella delle Suore Riparatrici, ho dovuto aggiornarmi secondo le ultime prescrizioni e ristrutturarmi (che parolone!)". Il pensiero della Missione non lo lasciò mai. "Difficilmente, mi dice Mons. Bianchi, si dimentica il primo amore. Così P.Cometti ricordava volentieri luoghi e persone del suo primo distretto di Hoi Fung e parlava con me nel caratteristico dialetto locale".
Per il cinquantesimo della sua ordinazione sacerdotale, rispondendo agli auguri di Mons. Pirovano, superiore generale, diceva: "Grazie di cuore dei suoi auguri e delle sue belle e buone parole, che vanno oltre i miei poveri meriti. Grazie particolari per le sue preghiere e per la sua benedizione, perché, come lei scrive, il Signore conforti il mio cammino verso l'eternità". E nell'eternità è entrato sereno e preparato il 28 febbraio scorso; da lassù tutti ci aiuti a rendere l'Istituto "un ambiente bello, fatto tutto di carità e di allegria!"

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1979

P. ORLANDO CARMELO (1907-1979)

Necrologio (P. Fernando Galbiati, dal Vincolo N. 125, giugno-ottobre 1979, p. 86)

P. Cannelo M. Orlando, figlio di Giovanni e di Maria Sorge, nato il 2 febbraio 1907 a Mazara del Vallo, entrato nell'Istituto il 3 maggio 1924, ordinato sacerdote il 20 settembre 1930, partì per Hong Kong il 21 agosto 1931. Morì a Hong Kong il 25 agosto 1979.

È difficile definire la vita di un uomo, ma se un'approssimazione è permessa nei limiti dell' espressione umana, quella di P. Orlando è stata una vita "appassionata". Da quando lo conobbi nel 1956 sotto i portici della Casa di Milano fino ai minuti precedenti la sua morte all'ospedale di Nostra Signora di Maryknoll dove era cappellano dal 1970, venire in contatto con lui era sentire le vibrazioni calorose della sua Sicilia, e parole e sentimenti parevano erompere dal suo cuore come le colate laviche dell'Etna. La sua personalità diventava gigantesca quanto la sua statura era piccola ed all'apparenza debole e limitata.
Credo che S. Paolo, che la tradizione dice ugualmente piccolo di statura, doveva ugualmente sorprendere chi lo avvicinava e veniva investito dello stesso calore di zelo apostolico e di dedizione sincera. "Si licet parva componere magnis". P. Orlando aveva di S. Paolo la fede ferma: "scio cui credidi", l'assillo apostolico: "sollecitudo omnium ecclesiarum", e la paternità ansiosa e sofferente: ''filioli mei, quos iterum generavi". Non per nulla P. Orlando parlava con sconfinata ammirazione di un altro Paolo che considerava tra gli uomini più grandi della sua vita, P. Paolo Manna, che si proponeva come un modello da imitare. Era stato ricevuto nel Pime a Ducenta da P. Paolo Manna il 3 maggio 1924 ed aveva immediatamente capito con quali gigantesche figure di missionari aveva scelto di vivere e di lavorare.
Quando mi parlava dei nostri "grandi" padri, lui stesso ormai un anziano dell'Istituto, lo faceva con la devozione e l'ammirazione di un novizio. Notavo sul suo viso e nei suoi occhi ancora il riflesso della tremenda emozione di quei primi incontri con quelli che lui chiamava i "giganti" del Pime e la gioia e fierezza di averne condiviso, sia pure per breve tempo, la vita. Dopo gli studi filosofici e teologici a Monza e Milano veniva ordinato sacerdote dal Cardinale I. Schuster nel duomo di Milano il 20 settembre 1930 e con l'ordinazione aveva ricevuto la sua "certezza" ed il mandato di trasmetterla agli altri.
In questa fermezza incrollabile di fede, credo che P. Orlando si distinse particolannente diventando un uomo di un'idea sola non desiderando sapere altro che Cristo e non parlare altro di Cristo. Il suo era un messaggio vivo e vibrante quale lo aveva ricevuto dai suoi maestri di vita e di dottrina negli anni passati al "Seminario Lombardo per le Missioni Estere" come allora si chiamava. Egli lo ripeté a chiunque, "opportune, importune" fino all'ultimo quando era stava istruendo dei catecumeni per il battesimo.
Aveva incominciato la sua predicazione appena arrivato a Hong Kong il 22 settembre 1931 più con il sorriso e la sua gentilezza caratteristica che con le parole, e continuato prima come vice-rettore nel seminario diocesano e subito come rettore del distretto del Po-On sul continente cinese dove lavorò fino al dicembre 1935. Da quell'anno fino al 1965 la sua vita e la sua missione è legata prevalentemente alla chiesa di S. Teresa in Kowloon dove lavorò prima come coadiutore e poi come parroco. Chi lo ha conosciuto nel suo ministero sacerdotale che pareva lo assorbisse tutto, non lasciandogli tempo per la dimensione sociale dell'impegno missionario, può sentirsi sorpreso al sapere che P. Orlando nel 1938 andò a lavorare per alcuni mesi a Canton invasa dai giapponesi per assistere i poveri ed i rifugiati.
L'impegno di assistenza durante la guerra e l'invasione giapponese di Hong Kong e soprattutto l' afflusso colossale dei rifugiati negli anni '50 lo videro con tutti gli altri padri sacrificarsi con generosità in un intelligente aiuto. Ma è pur vero che assistendo il corpo, P. Orlando pensava a quanto può salvare il corpo e l'anima e non si vergognava del Vangelo. Senza neppure l'inconscia volontà di ricatto non cessava di proporre ai poveri ed ai ricchi quello che poteva salvare tutto l'uomo, felice quando poteva battezzare, e fare di tutti, uomini nuovi e fratelli.
Quest' assillo di portare alla chiesa e di estendere il regno di Dio P. Orlando lo portava come tormento ed una fissazione. Non poteva incominciare una conversazione, fare una visita, dare un aiuto o ricevere un favore senza immediatamente parlare del Cielo. Ma quello che era sorprendente era che lui non offendeva e non stancava e neppure allontanava con la sua insistenza ed il suo pressante invito. L' interlocutore oltre le parole intravedeva nel suo sorriso aperto, il cuore di un uomo onesto, di un amico preoccupato del suo bene, di un padre che lo amava. Senza capire il perché molti acconsentivano e quelli che si trinceravano dietro barriere di scuse si sentivano colpevoli davanti ad un uomo di Dio.
Le sue visite giornaliere all'ospedale di Kowloon, come gli incontri con la povera donnetta in strada o con il tassista o l'avvocato, il professore o il dottore non avevano che uno scopo "convertire al Signore", e l'eterno ritornello ripeteva: "Quando ti fai cattolico? Il Signore ti vuole bene". La sua filosofia era che bastava un minimo di fede per ricevere il battesimo e che il Signore doveva poi fare il resto con la sua grazia e la nostra predicazione e testimonianza. Non si aspettava certo che tutti avessero la devozione di novizi, era troppo consumato nell' esperienza pastorale per nutrire illusioni su certe situazioni ed atteggiamenti dei cristiani, ma non si lasciava scoraggiare dalla miseria umana sapendo che la fede era la condizione per la salvezza di tutti e che Dio era misericordioso ed onnipotente.
La sua era una pastorale di fede più che di organizzazione ed aveva la certezza della sua validità.. Se di questo ci fosse bisogno una prova basterebbe parlare con migliaia di persone in Kowloon che parlano del prete di S. Teresa, di P. Orlando, con affetto e reverenza. La prova migliore la ebbi il giorno dopo la sua morte quando la sua bara fu esposta nella cappella dell'ospedale. Nonostante la distanza la gente venne da tutto Kowloon con ogni mezzo, gente di ogni età e condizione che piangeva senza vergognarsi come alla morte del loro padre. P. Orlando fu di fatto un padre a migliaia nella sua vita ministeriale.
La realtà della paternità spirituale non aveva bisogno di essere dimostrata, era evidente. Qualcuno giustamente ha commentato che lui non era morto di malattia, ma di amore, ucciso dalla premura e dal desiderio di vederlo e di parlargli dei molti che lo amavano. Egli stesso era paternamente debole verso i suoi "figli nel Signore". Pur dopo due attacchi severi al cuore era il suo solito di energia, di preghiera e di conversazione vivace. Si lamentava con la Madonna che non gli aveva aperto la porta il primo sabato del mese e neppure il giorno della sua Assunzione al cielo, ed aveva accettato di continuare il suo cammino con la sua gente.
Aveva strappato il permesso perché potesse vedere sia pure per poco quelli che lo venivano a visitare e la stanza di ospedale era diventata il suo ufficio dove si fece aiutare a riordinare i registri, scrivere lettere, ed intavolare conversazioni che non potevano finire che sulla Chiesa, la sua dottrina e la sua vita. Negli ultimi due giorni aveva convinto la suora direttrice di fare pressione sul dottore "un bravo uomo, non ancora cristiano e che non può capire il valore della S. Messa" di permettergli di celebrare: lui avrebbe fatto il minimo sforzo necessario concelebrando; "come è possibile stare per più di tre settimane senza celebrare la S. Messa?" mi diceva con un orrore infantile.
Quando gli portai la S. Comunione il sabato mattina, 28 agosto, lo trovai particolarmente devoto, una cosa che mi colpì perché, pur tanto sensibile, la sua devozione era di una solidità maschia. Lo lasciai con la raccomandazione che non si affaticasse troppo e mi sorrise con un sorriso di intendimento. Dopo pochi minuti, mentre si preparava ad un'altra giornata delle sue solite in cui nessuno lo poteva considerare ammalato e tanto meno lui stesso, un folgorante attacco al cuore lo stroncava.
Il suo sorriso di certezza, di sollecitudine e di amore gli sfiorava il viso sereno mentre gli chiudevo gli occhi al sonno eterno dei giusti.

P.Orlando nel ricordo di un amico (P. Domenico Bazzo).

"Qui ad iustitiam erudiunt multos fulgebunt sicut stellae in perpetuas aeternitates".

P. Carmelo Maria Orlando ha vissuto in pieno questo latino nei suoi 49 anni di vita sacerdotale e missionaria. Opportune et importune ha predicato Cristo: lo ha comunicato con i sacramenti e ha insegnato a viverlo nella giustizia cristiana. Non tutti hanno apprezzato la sua gran fede nei sacramenti. Qualcuno, scherzando, lo tacciava di mago; ma lui procedeva, convinto che un cristiano, anche se pigro e fiacco, è sempre in una condizione migliore di chi non lo è.
Per questo non esitava ad invadere anche il campo altrui. Per lui Cristo non aveva posto confini per la salvezza delle anime. Aveva questa convinzione, la visse, la comunicò ad altri, e credo che ora in cielo non si penta certo di non avervi rinunciato per seguire altre opinioni. Viveva la sua fede in Cristo e sofferse assai quando, come nel "Cristo-superstar", vide la sua persona, la sua divinità ridotte quasi al ridicolo. Insieme abbiamo studiato il testo, insieme sentita la riproduzione in dischi, insieme delusi, insieme ci siamo mossi nel distribuire volantini per riparare l'insulto a Cristo, ridotto ad una specie di un uomo incerto di sé e quasi inconscio della sua missione salvatrice.
E così in altre circostanze, in cui equivoci su Cristo, la Chiesa, il Papa, la Vergine, oscuravano le nostre grandi verità. P. Orlando si muoveva, scriveva ai responsabili, anche molto in alto, non si dava pace perché per lui queste verità erano vita. Con P. Orlando iniziai la mia vita missionaria nel distretto del Po-On, in una grande povertà. Si pregava insieme, si cantava in gregoriano salmi e inni, si celebravano belle feste, ci assolvevamo ogni settimana, si girava di villaggio in villaggio sgranando rosari, attraverso un distretto pieno di ladri, di oppiomani, di lebbrosi.
Le difficoltà non mancavano e anche serie, sed de ominibus tribulationibus liberavit nos Dominus! Nella nostra vita missionaria ci siamo susseguiti a vicenda. Prima nella nuova chiesa di S. Francesco, distrutta dai giapponesi per allargare l'aeroporto; poi a S.Teresa, assieme durante la guerra. Poi fummo a Macao come rifugiati. Anche nella colonia portoghese intenso lavoro. Finita la guerra P. Orlando tornò a S.Teresa come coadiutore di P. Granelli e poi divenne parroco. lo andai in cattedrale. Furono anni di intensa attività missionaria, di conversioni a migliaia, di opere caritative a favore dei poveri e dei rifugiati dalla Cina comunista.
In meno di trenta anni la parrocchia di S.Teresa fu divisa in altre dieci parrocchie con scuole annesse e opere pastorali. P. Orlando sentiva e viveva la gioia apostolica di vedere i figli di Dio moltiplicarsi e cercava, come è naturale a tutti, di tenerseli sotto la sua tutela. Un bisogno forte di riposo condusse il P. Orlando in Italia, poi in Inghilterra per sistemare e ampliare la casa di studi e prendersi cura dei cinesi. lo lo seguii colà per un anno.
Ritornai a Hong Kong quale cappellano del Caritas MedicaI Centre, e P.Orlando mi seguì come cappellano del Maryknoll Hospital. lo fui incaricato per alcuni anni del Seminario in Hong Kong e lui del Carmelo, suscitando vocazioni in abbondanza per i vari conventi di suore. Insieme fummo in Italia nel 1976, e mi volle con sé in Sicilia tra i suoi cari e i suoi amici di un tempo. E poi di nuovo ci trovammo ad Hong Kong. Ci vedevamo spesso: c'era una specie di contatto spirituale tra noi due. Era sempre incoraggiante e, se anche alcune nostre idee erano diverse, ci comprendevamo, ci aiutavamo con la preghiera e il consiglio.
Quand'ecco il Signore dispose che questo rapporto fosse inaspettatamente stroncato il 25 agosto. Il giorno 5 un forte attacco cardiaco fu un forte allarme per tutti. Ci vedemmo ancora, ci parlammo e poi, il 25 agosto, è salito al cielo. Così P. Orlando in unione con la Vergine Maria ha realizzato il suo "Veni, Domine Jesu". Il Maryknoll Hospital ora sente la mancanza di un missionario irrequieto come S. Paolo
per Cristo. Il rispetto della libertà per lui non significava diventare muti nei riguardi di Cristo, delle verità da credersi e da difendersi.
La salvezza deve essere annunziata, offerta, comunicata con entusiasmo, amore, preghiera. P. Orlando ci riuscì con tutti, ricchi e poveri, pagani e protestanti. La lezione può servire perché è quella di S. Paolo. I frutti non mancavano. Il concorso ai suoi funerali fu solenne ed edificante. Lacrime, ricordi grati e ringraziamenti a Dio, che ha donato per 49 anni un tale missionario a Hong Kong, sono i fiori migliori che ornano il suo sepolcro. Scio cui credidi: ecco P. Carmelo Maria Orlando.

Ricordi personali del Padre Nicola Maestrini

Incontrai Orlando per la prima volta nel lontano autunno 1925 quando entrai nel nostro seminario di Monza come studente di seconda liceo. Lui era entrato l'anno prima, fresco dal mondo secolare, dopo avere preso la licenza ginnasi aie in Sicilia; io entravo dopo quattro anni passati al Pontificio Seminario Romano. Lui aveva avuto una fanciullezza molto agitata e contrastata avendo perduto la mamma da bambino, ed essendo figlio unico, aveva sofferto molto per la mancanza di vita e di affetti familiari.
Io venivo da una famiglia normale, essendo il maggiore di quattro figli. Venendo fresco dal mondo lui sopportava con fatica le idiosincrasie della vita seminaristica di quel tempo, io c'ero ormai abituato e, anzi, rimpiangevo la disciplina molto più stretta e formalistica del seminario di Roma.
Quello che mi fece molto impressione allora era la talare che lui portava: una veste che avrebbe dovuto essere nera, ma in realtà era verdastra, rappezzata, mal tagliata e che offendeva i principi base della proprietà ecclesiastica come li avevo imparati a Roma.
Dal suo modo di fare, di vestire, di comportarsi ci si vedeva ancora "il laico" venuto di fresco dal mondo, dopo una conversione piuttosto intellettuale che emozionale. Tutti e due, sebbene per ragioni molto diverse, ci sentivamo come stranieri in quel freddo seminario di Monza, subissati da una valanga di Milanesi..., sì, ottimi di cuore, ma che non parlavano la nostra lingua ed erano tanto diversi nei loro costumi. Per tutti gli anni di seminario e per puro caso (o per volere della Provvidenza?) ci trovavamo ad
essere sempre vicini.
Quando al Vice-rettore saltava il grillo di metterci a tavola, o in Cappella, o in classe, o in dormitorio per ordine alfabetico, io con M e lui con O eravamo sempre insieme; quando ci si metteva in ordine in decananza, lui era l'ultimo entrato nel 1924, io il primo nel 1925, e quindi eravamo ancora insieme. Così incominciammo a conoscerci e a stimarci. Lui cominciò a digerire il mio manierismo da ecclesiastico romano che d'altra parte perdetti ben presto, io il suo modo di fare da secolare, e così, smussando le difficoltà dei nostri caratteri abbastanza diversi ci incontrammo a metà strada e cominciò la nostra amicizia.
Quello che soprattutto ci unì sin da principio fu una profonda devozione a Maria, e fu proprio questo fattore che ci tenne uniti durante tutta la nostra vita sacerdotale e missionaria. Il suo secondo nome era Maria e ci teneva a firmarsi sempre: Carmelo Maria. Nella ristretta e monotona vita seminaristica di quel tempo, sebbene fossimo tutti giovani esuberanti, pieni di vita e di energia, io propendevo per i piccoli gruppi dove potevo sviluppare meglio la mia passione per cose nuove e cambiamenti, per creare e organizzare, e ciò mi portò presto a seri fastidi con le autorità del seminario.
Lui invece essendo più equilibrato, più conservatore che innovatore, sapeva tenere la giusta via del mezzo, e con i suoi consigli sapeva moderare e frenare la mia prorompente giovinezza. Lui collaborava con me in quasi tutte le mie iniziative, soprattutto quando si trattava di preparare qualche manifestazione Mariana, e io apprezzavo la sua pacatezza di giudizio, le sue ragionate osservazioni, la sua pietà semplice, senza fronzoli, ma soda e realistica.
Il giorno della festa di San Pietro e Paolo, 29 giugno 1930, il superiore generale, Padre Paolo Manna, in cappella lesse le destinazioni alle missioni dall'altare davanti al Santissimo esposto: "Padre
Maestrini Nicola e Orlando Carmelo Maria destinati a Hong Kong!". Come al solito eravamo vicini, nello stesso banco; ci demmo una gomitata e Orlando mormorò: ringraziamo la Madonna!
La mia prima reazione invece fu di una disillusione, perché avevo tanto desiderato e sognato di andare in Binnania e l'essere invece destinato a una missione all'acqua di rose (come era considerata la missione di Hong Kong a quel tempo) mi lasciò momentaneamente disilluso. Ma fu cosa di brevi momenti. Appena uscimmo dalla cappella, ci abbracciammo, parlammo a lungo della nostra felicità di avere raggiunto la nostra meta sognata da tanti anni, dalla nostra nuova patria di adozione e cominciammo a prepararci subito alla partenza.
Il pomeriggio del 21 agosto 1931 eravamo a bordo del Cracovia del Lloyd Triestino, ancorato nel porto di Venezia, pronti a salpare per l'Oriente: 16 barbuti missionari in erba, con la veste talare del giorno di festa, i nuovi crocefissi di ottone rilucente ben infilati nella fascia nera e le corte mantelline di cerimonia. Ma, più importante di quello che poteva apparire all'esterno era quello che passava nei nostri cuori: lasciavamo l'Italia, la famiglia, il nostro piccolo mondo e lasciavamo tutto per sempre. Era quello che volevamo, che il Vangelo ci ispirava di fare, ma il cuore reclamava pure i suoi diritti.
Era un momento di intensa emozione e solo nello stare insieme trovavamo un po' di conforto per soffocare la voce della natura che protestava. Il sole calava ad Occidente e i tetti e le cupole di Venezia fiammeggiavano nel rossore estivo quando la rauca sirena del Cracovia lanciò i tre fischi per annunziare la partenza e cominciò lentamente a staccarsi dalla banchina. Eravamo tutti e sedici radunati in un angolo del ponte di prua con gli occhi fissi su quel lembo di terra che cominciava a recedere e credevamo che non avremmo rivisto mai più, in silenzio, ciascuno con la propria gioia e il proprio dolore, e fu proprio Orlando che disse: "Cantiamo! E intonò il Magnificat.
Sedici voci giovanili proruppero nel canto Gregoriano a pieni polmoni mentre il resto dei passeggeri guardavano attoniti e confusi.

Nel Po-On

Arrivammo a Hong Kong ben 31 giorni dopo, il 22 settembre 1931, e dopo solo un paio di giorni avemmo il battesimo di fuoco. Monsignor Valtorta ci condusse con lui in visita pastorale a un villaggio in territorio cinese. Viaggiammo quasi tutta la giornata su una giunca a vela, senza riparo dal sole tropicale e praticamente senza mangiare. Solo a sera tarda, al bagliore di fiaccole, tra le zanzare che ci mordevano, circondati da quei poveri contadini cinesi che per farci festa ci parlavano come se noi potessimo capire qualcosa, ci fu servito il primo pranzo cinese; pur nella semi oscurità si vedeva che le ciotole del riso erano incrostate di nero, la verdura era nera, la carne di maiale era nera, e tutto sembrava più nero in contrasto col bianco riso bollito.
Che esperienza! lo esitavo a mangiare; sentivo ribrezzo per "tutta quella porcheria". Guardai Orlando e vidi che lui pure sentiva la stessa repulsione: "Orlando, che facciamo?" E lui: "Nicola, siamo in missione, mangiamo quello che ci danno, diciamo un Magnificat e se prendiamo il tifo, vuoI dire che andremo più presto a vedere la Madonna in Paradiso!". Così facemmo: mangiammo, anzi gustammo il cibo, e inutile aggiungere che il tifo non venne e Orlando dovette aspettare ben 48 anni per andare a vedere la Madonna in Paradiso. Stemmo per tre mesi in Cattedrale frequentando la quarta classe al St. Joseph's School per imparare l'inglese assieme ai ragazzi cinesi.
Col nuovo anno io fui mandato come coadiutore del Padre Spada a Rosary Church e Orlando andò in territorio cinese a Nam- Tau per imparare il Cantonese e poi prendere cura del distretto. Quella fu per lui la prova del fuoco. Il distretto di Nam- Tau era il distretto più povero, più difficile e spiritualmente parlando il più arido di tutta la missione. C'erano solo pochi cristiani sparsi in una dozzina di villaggi molto lontani l'uno dall' altro, le conversioni erano pochissime e in tutto il distretto non c'era una sola residenza decente per il missionario.
Il povero Orlando, come si usava a quei tempi, dovette imparare il cinese, senza maestro, dai cristiani e dal suo fedele servo Yung-Ming; dovette adattarsi fisicamente alla vita difficile dei più poveri tra i poveri contadini cinesi, proprio lui, il signorino dai gusti aristocratici della sua Mazara del Vallo, molto schizzinoso per quanto riguarda la pulizia. Ma fu proprio in queste difficili circostanze che rivelò di che tempra era fatto. Soffriva, ma senza lamentarsi e si dette tutto al lavoro apostolico.
Non essendoci conversioni si dedicò alla cura dei cristiani e riformò davvero quelle cristianità portandole a un fervore e a un livello di pratiche religiose non comune. Fu proprio in questi primi difficilissimi anni che cominciò a sviluppare quel talento che diventò poi la sua speciale caratteristica, cioè mirare alla conversione dei non-cristiani attraverso l'avanzamento spirituale e lo sviluppo della vita interiore dei cristiani. Era così zelante nell'insegnare ai suoi fedeli come seguire la Messa che non soltanto distribuì e regalò centinaia e centinaia di copie del voluminoso messalino cinese, ma insegnò persino a molte persone come leggere l'ordo missae in latino... e questo a cinesi che non sapevano leggere neppure una lettera dell'alfabeto romano.
Le mie prime esperienze missionarie in territorio cinese le feci proprio con lui nel suo distretto. Tutte le volte che mi trovavo con lui in quegli anni non potevo fare a meno di ammirare gli enormi sacrifici fisici e spirituali che doveva fare, il suo ottimismo ispirato solo dalla fede, e soprattutto la sua pazienza e perseveranza nel coltivare la vita spirituale dei suoi cristiani.

A Santa Teresa

Il contratto con l'appaltatore per la costruzione della chiesa di S.Teresa del Bambino Gesù a Kowloon Tong fu firmato da Mons. Valtorta e dal padre Grampa proprio il 22 settembre 1931, il giorno in cui Orlando e io arrivammo a Hong Kong. Questo avvenimento, di cui ci fu data informazione dal vescovo personalmente e con molto entusiasmo, più il fatto che tutti e due avevamo una devozione tutta speciale alla Santa di Lisieux, ci fecero sentire particolarmente legati a questa chiesa che poi in realtà ebbe un'influenza speciale nella nostra vita. Infatti senza avere fatto nessuna domanda da parte nostra, io fui prima trasferito da Rosary Church a Santa Teresa come assistente al P. Granelli, e un paio di anni dopo, quando il P. Granelli si ammalò e dovette tornare in Italia, io fui nominato amministratore. Pochi mesi dopo il P. Orlando veniva richiamato dal Po-On e trasferito a Santa Teresa come mio coadiutore.
Così ci trovammo a lavorare ancora insieme e potei meglio apprezzare il progresso e lo sviluppo spirituale che aveva fatto durante quegli anni di vita di distretto. Come équipe eravamo ben combinati: lui si interessava del lavoro spirituale delle anime e io della parte amministrativa, le organizzazioni parrocchiali e l'assistenza ai poveri, il tutto in vista dell' evangelizzazione dei non-cristiani.
Io cercavo attraverso le organizzazioni di portare il Vangelo ai non-cristiani, lui poi li istruiva e li formava a una vita di pietà cristiana. Lavorammo insieme un paio di anni, poi nel 1935, dopo il ritorno di P. Granelli io fui chiamato alla Cattedrale come segretario di Mons. Valtorta e Orlando rimase a Santa Teresa dove più tardi diventò parroco e vi lavorò per trenta anni.

Sparsi nel mondo

Da quando lasciai Hong Kong alla fine del 1950 rividi Orlando appena tre volte e ogni volta per pochissimi giorni: a Detroit quando venne negli Stati Uniti per una breve visita ai suoi ex-parrocchiani, una volta in Italia dove ci trovammo insieme per qualche giorno di vacanza con la mia famiglia, e infine per un paio di giorni durante una mia visita in Inghilterra.
Adesso dovevamo trovarci alla fine di settembre in occasione della mia visita colà dopo quasi trenta anni di assenza, e invece potrò solo pregare sulla sua tomba.

La figura spirituale

Riassumendo in breve la figura spirituale di P.Orlando, mi pare che queste siano le caratteristiche predominanti della sua vita. Fu un uomo che badava soprattutto alla sostanza della spiritualità e non poteva perdere tempo in fronzoli. Anzi era addirittura impaziente con tutto quello che non aveva uno scopo nettamente spirituale.
La vera passione della sua vita fu quella di portare le anime a Cristo. La sua devozione verso la Madonna era quella di un figlio innamorato della madre e certo fu questo l'unico e vero amore che lui ebbe nella sua vita, prima di orfano, poi di seminarista e infine di sacerdote e missionario. Il suo secondo
amore fu per Santa Teresa di Lisieux. Una delle più grandi emozioni della sua vita fu quando poté passare alcuni giorni a Lisieux ed ebbe un lungo incontro con Suor Celina, la sorella minore di Santa Teresa.
L'amore che ebbe per la sua zia di Milano (che le fece da madre dopo la sua entrata nel Pime), per i suoi cugini e soprattutto per Suor Carla che divenne poi l'infelice Badessa di un infelice convento di Suore Francescane, per la mia povera mamma che lo aveva adottato come figlio spirituale, non fu che un riflesso dell' amore che portava alla Madonna. Ma il suo grande amore per Dio e la Madonna sfociavano soprattutto nel suo amore per le anime che seguiva con un senso profondo di paternità, immedesimandosi con le loro pene e le loro tentazioni, soffrendo con chi soffriva e godendo con chi godeva, ma sempre pronto a dare di se stesso, del suo tempo, della sua energia pur di portare un'anima più vicina a Cristo.
Per lui il lavoro di evangelizzazione non era un'attività periferica, ma l'essenza della sua vita spirituale e intellettuale. Nel lontano Po-On all'inizio della sua vita missionaria, a Santa Teresa come parroco, a Londra come rettore della casa del Pime, e infine come cappellano dell' ospedale di Maryknoll a Kowloon non aveva altro scopo se non curare e formare i cristiani per fame degli apostoli in vista dell' evangelizzazione che era lo scopo ultimo di tutta la sua attività.
Per questo mi sembra di potere riassumere la sua vita con le parole del Vangelo: Pertransit benefacendo omnes ... perché non credo che ci sia stata una sola anima che abbia avvicinato P. Orlando e non abbia beneficiato della sua spiritualità, della sua bontà. Padre Orlando, nei suoi 48 anni di vita missionaria non ha costruito né chiese né scuole ma ha costruito "La Chiesa" in migliaia e migliaia di anime; da vero testimonio di Cristo "ha rivelato l'amore di Dio" (Ad Gentes, Vaticano II) a migliaia e migliaia di non-cristiani portandoli a Dio, e, a tutti quelli che già conoscevano Cristo, dette stimolo, fervore, pietà per una vita cristiana più feconda e sentita.

Presentiva la fine

Sebbene appena 72enne il Signore l'ha chiamato alla ricompensa delle sue virtù quasi alla vigilia del suo cinquantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale. Il 19 giugno scorso mi scriveva: "Spero di vederti sano e vegeto il prossimo ottobre come dici. lo in questi giorni sono sotto cura: un po' di ipertensione! Non siamo più giovani! Ad ogni momento Gesù potrebbe farsi vedere (lui stesso sottolineò queste parole) come lo videro e lo toccarono gli apostoli. Così per me è la cosiddetta sorella morte!
E anche la Madonna avendo anche lei un corpo risorto... perché poi non potrebbe anche Lei essere con Lui? Dov'è Lui è anche Lei! Per me queste sono verità sacrosante".

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1980

P. SPEZIALI CIRILLO  (1911-1980)

Necrologio (P. Ovidio Calzini, dal Vincolo N. 132, gennaio-maggio 1981, p. 29)

P. Cirillo Speziali, figlio di Giacomo e di Agnese Perregrini, nato il 20 marzo 1911 a Buglio in Monte (Como), entrato nell'Istituto il 24 settembre 1928, ordinato sacerdote il 19 settembre 1936, partì per Hong Kong i119 maggio 1938. Morì per infarto a Rancio di Lecco i11 aprile 1980.

P. Cirillo Speziali ci ha lasciati all'improvviso il primo aprile 1980. Un ultimo attacco al cuore e fu con Dio. Era entrato appena da dieci giorni nei settanta. Era nato a Buglio in provincia di Sondrio il 20 marzo 1911. A undici anni nel 1922, si trasferì con la famiglia a Cantù, ove frequentò la quinta e la sesta elementare. La sua educazione sembrava finita. Aveva tredici anni, un ometto. Poteva essere utile a se stesso e alla famiglia dandosi da fare. Si impiegò come garzone presso un falegname del paese. Lavorò per due anni.
Ma tra piantare chiodi, segare e fare trucioli nel piallare, forse pensando all'umile vita di Gesù giovinetto che aiutava S. Giuseppe in simili lavori, in quel calmo ambiente della bottega cominciò a germogliargli in cuore la vocazione al sacerdozio e alle Missioni. Aveva quindici anni quando, deciso al passo, fece la prima ginnasiale presso il parroco durante le vacanze. Nell'ottobre del 1928 entrava nelle Missioni Estere a S. Ilario, in quarta ginnasiale.
Non fantasticheremo sulle virtù speciali della sua vita, perché non abbiamo nessuna testimonianza dei suoi coetanei. Però possiamo dedurre che se a quindici anni prese una simile decisione e la seppe mantenere attraverso un arduo e movimentato ginnasio, doveva avere una forte volontà. Ci conoscemmo a Monza in seconda liceale. lo nuovo alle Missioni Estere osservavo attentamente i miei nuovi amici. Cirillo mi colpì per la sua pietà e per la sua dedizione allo studio.
Pregava modesto e raccolto a dita incrociate senza ostentazioni. Nei tempi liberi non mancava di fare la sua visita al SS. Sacramento. Si vedeva che la sua pietà non era una pietà a sifone, cioè a periodi intermittenti, a seconda dei momenti di fervore. Era una pietà quieta, che voleva passare inosservata.
Questo spirito di preghiera gli rimarrà sempre caratteristico anche durante i suoi 44 anni di apostolato. P. Benito Bottigliero che lo ebbe cooperatore (in quello che poteva fare, era già acciaccato da tanti malanni) a Fanling, mi assicura che P. Cirillo faceva immancabilmente ogni giorno un'ora di adorazione al SS. Sacramento dalle 20,30 alle 21,30. Negli studi non era brillante, forse faticava un poco. Ma compensava con la sua assiduità tenace, aiutata da una formidabile memoria. Si capiva che studiava per arrivare al sacerdozio.
Il sacerdozio! Era il suo sogno, la vetta che mette a contatto diretto con Dio nel fare l'Eucaristia. Era nato tra le montagne, abituato a spaziare l'occhio su vasti orizzonti. Forse ci sarà stata una correlazione di sentimenti in lui: panorami a perdita d'occhio e paesi lontani da portare a Cristo, montagne e colli da scalare e sublimi ideali di redenzione che comportano croci da soffrire. Fin dal liceo parlava entusiasticamente di scalate alle sue montagne. In Hong Kong il suo giorno libero (quando se lo prendeva) godeva di arrampicarsi per sentieri e colline.
Era un uomo robusto, tarchiato, un po' abbondante nell' apparenza. Ordinato sacerdote il 19 settembre 1936 in duomo a Milano dal Cardinale I. Schuster e finito il corso dei suoi studi l'anno seguente, si apprestava a partire per le missioni, ma venne fermato per un anno come vicerettore a Monza. L'anno dopo partiva per la missione di Hong Kong, assegnato assistente al P. Umberto Galbiati a S. Margherita. Nel 1939 gli succedeva nella carica di parroco che tenne fino al 1947 lasciando il posto a P .Ottavio Liberatore.
Nel 1947 cancelliere, nel 1948 coadiutore in cattedrale e cappellano delle prigioni, nel 1954 parroco di Rosary Church in Kowloon, nel 1955 gli venne dato l'incarico di dirigere la Legione di Maria in tutta la diocesi. Ne fu in carica fino al 1971 quando per ragioni di salute, che cominciava a farsi precaria, credette suo dovere rinunciare.
Nel 1973 rimessosi un poco andò a Fanling ad aiutare p. Giovanni Pittavino. Nel marzo 1979 rimpatriava definitivamente mal ridotto in salute. Il suo lavoro, come si vede, fu vario e movimentato: che si debba lavorare una volta divenuti ministri di Dio, specie nel campo delle missioni, è logico; che poi un missionario di fatto lavori, è conseguente. Quel che in P. Cirillo colpiva non era tanto l'attività, che nel trambusto del lavoro apostolico di tanti magari sarà passata inosservata, quanto la profonda spiritualità che lo animava e che traspariva suo malgrado in tutto quel che faceva.
Lavorava, studiava per uno scopo: portare anime a Dio. Sembrava sentisse molto il monito: "vae mihi si non evangelizavero!". Per cui preparava meticolosamente per iscritto le sue prediche domenicali e le molte conferenze a vari ceti di persone, romanizzando accuratamente il suo cinese con tutti i segni convenzionali per distinguere i sei toni del cantonese. Per potere essere più efficace e più duraturo nel tempo nell'indurre i pagani a convertirsi e nel confermare nella fede chi già cristiano, intraprese la composizione di un catechismo per adulti.
Ne risultò un grosso volume che gli costò non pochi sudori anche e specialmente perché ne dovette curare la trascrizione dal cinese parlato a quello letterario corrente. Solo con la sua tenacia già proverbiale riuscì a portare a termine il suo lavoro. lo ne seguii il lungo cammino e lo trovavo spesso curvo sui suoi scartafacci, sparsi un po' dovunque per la stanza, intento a scrivere, rivedere, correggere le bozze. P. Cirillo conosceva bene il cinese, lo parlava, lo leggeva correntemente, ma come tutti non lo possedeva al punto di poterlo scrivere e comporre decentemente.
Il che vuol dire che doveva affidarsi ad alcuni maestri per mettere in buona veste il suo cinese. Il suo catechismo sfortunatamente non incontrò molto il favore dei lettori, sia perché scritto con troppa erudizione, con abbondanza di argomentazioni filosofiche e teologiche non così facili a seguirsi da gente di modesta cultura, come è la stragrande maggioranza dei cinesi, sia perché apparve in un momento in cui cominciavano ad agitarsi questioni sui metodi più pedagogici nell'insegnamento del catechismo e andava in voga il sistema "pittorico", più intuitivo, così dicevano.
P. Cirillo sentì il contrattempo, ma non si perse in inutili querimonie. L'aveva fatto per Dio e questo lo consolava del disappunto. P. Cirillo viveva di fede. Si sentiva di essere il servo inutile del Vangelo e si adattava facilmente al piano della Divina Provvidenza. Non fu mai sentito criticare i superiori, la chiesa, le sue leggi e tanto meno i suoi insegnamenti che li riteneva diretti come da Dio, né i suoi ministri. Venendo a sapere che qualcuno lasciava il sacerdozio, non faceva commenti, non diceva nulla, sapendo bene che non sarebbe servito a niente; pregava perché il Signore lo custodisse. La sua fede si illuminava quando pregava. Nella celebrazione della S. Messa sembrava non avvertisse i presenti tanto era compreso della presenza reale di Gesù nell'Eucarestia.
Dopo la consacrazione l'ho visto sorridere varie volte all'ostia santa come se Lo vedesse. Confesso che ne ero edificato. Predicando ad una prima Messa di un novello sacerdote, sapendo bene come con che devozione e commozione ogni novellino celebra, gli augurava che quella prima santa Messa "fosse la peggiore" di tutte quelle che avrebbe celebrato in futuro; una frase sua tipica, non troppo felice, ma assai espressiva. In siffatta unione con Dio non era da meravigliarsi che non conoscesse cosa fosse il pessimismo. P. Cirillo non parlava mai di quel che faceva a meno che ne fosse interrogato e tanto meno parlava delle sue croci. Si sapeva che non aveva buona vista. Portava lenti assai forti (poi lenti a contatto), ma mai che patisse per questo difetto.
A vederlo sembrava di salute normale compatibile con la sua età, sempre sereno e gioviale. Fu per me una vera rivelazione sapere del suo "curriculum vitae", scheletricamente redatto e scritto per deferenza al superiore regionale che gliene aveva fatto formale richiesta, che negli ultimi 14 anni soffriva molti disturbi di salute. L'elenco è impressionante: esaurimento generale, artrosi cervicale, continuo mal di testa, vari attacchi cardiaci, diabete, spondillite, due operazioni, continui fastidi nel sistema urinario, infezioni di pelle, miopia crescente, disturbi visivi a proposito dei quali scriveva scherzosamente "quanto agli occhi ho una miopia molto forte e come conseguenza vedo come un moscerino nei due occhi, che però mi danno meno fastidio delle zanzare di Fanling!".
P .Cirillo era delicato, non voleva infastidire nessuno col racconto dei suoi guai, sapendo bene che se sorridi tutti sorridono e se tu piangi, piangi da solo. Non trovava sollievo nel compiangersi; il suo sollievo gli veniva nel mettersi completamente nelle mani di Dio. Accettò facilmente l'incarico di dirigere la Legione di Maria in tutta la Diocesi perché si trattava della Madonna. Aveva una devozione speciale per Lei. Si era approfondito nella teologia mariana fin dai tempi del seminario per meglio capire la sua mediazione nel piano della redenzione.
Come abbiamo accennato sopra, non era un tipo brillante di quelli che ti seppelliscono in una valanga di parole e ti incantano con vocaboli difficili. Il suo esporre era quieto, chiaro, diretto. Trattandosi della Madonna, voleva che capissero bene la parte importante che Essa ha nella nostra vita.
Gli domandavo un giorno perché non festeggiasse come patrono S.Cirillo l'apostolo degli Slavi, un patrono più appropriato essendo anche lui un missionario.
"No, no, rispose, il mio è S. Cirillo Alessandrino". "E perché ?" gli domandai. "Perché quello d' Alessandria difese a Efeso il dogma della maternità divina. E questo sia suggello che ogni uomo sganni", aggiungeva scherzosamente citando Dante, come per attenuare l'impressione di una ostentata devozione, "e poi l'Alessandrino è più antico di S. Cirillo Slavonia gentis, non ti pare?" P.Cirillo sapeva (e come!) scherzare. La sua giovialità era proverbiale, specie quando giocava a scopa, il suo svago preferito. Infiorava il suo gioco con intercalari spassosi, esultando in ditirambi di vittoria se gli andava bene, accusando "divine quadrella" se perdeva, riferendosi al "volar del campo acheo le divine quadrella" di Omero.
Si giocava volentieri con lui appunto per godersi lo spettacolo di quell'esuberanza e allegria contagiosa. Qualcuno ne fece il soggetto di una poesia giocosa che ancora va per le mani di qualche confratello. Come accennato sopra, nessuno si sarebbe aspettato che sotto quella allegria schietta c'era nascosto un cumulo di dolori umilmente accettati come dalle mani di Dio e pazientemente sopportati.
Sembrava aver fatto suo il detto di S. Paolo: "Sive vivimus, sive morimur Domini sumus", e naturalmente non si confidava con nessuno. Ma questo pensiero del "sive morimur Domini sumus", recentemente dovette essere una meditazione quotidiana e si preparava senza agitazioni, con grande serenità, al grande passo, sapendo di andare alla casa del Padre. Quando si rese conto che a causa della sua povera salute non poteva più essere utile all' apostolato diretto qui in missione, avvertì che era ora di raccogliere le vele.

Nel dicembre 1978 nel comunicare al superiore regionale P. Marazzi che intendeva prendere la vacanza sabbatica che gli spettava l'anno seguente, diceva che pensava di partire verso la metà del prossimo marzo e aggiungeva inaspettatamente: "Questa volta faccio rispettosamente la richiesta di rimpatrio definitivo (già d'accordo col superiore generale) e dopo la mia vacanza in famiglia, di ritirarmi nella nostra casa di Rancio, contento di continuare il lavoro di ministero secondo le mie possibilità".
A giustificare la sua richiesta è questo: "Desidero dedicare il tempo che mi resta ad una vita di preghiera e di comunità e prepararmi alla mia ultima ora e a ciò che dopo di essa mi attende". Al raduno della comunità, che ebbe luogo ai primi dell'anno nuovo, P. Cirillo si alzò e fece nota la sua decisione tra il rincrescimento dei presenti. Accennando con poche parole al suo precario stato di salute che non gli consentiva più di lavorare, si soffermava sulla ragione per lui fondamentale: prepararsi a morire. Conoscendo il carattere di P. Speziali non era possibile pensare che scherzasse. In tono dimesso, quasi a chiedere scusa, ci assicurava che questo ultimo era il vero motivo. Sentiva che l'ora era vicina? Molto probabilmente.
Aveva già avuto due attacchi al cuore e sapeva anche per esperienza altrui, che il cuore fa dei brutti scherzi. Come nei suoi doveri, le cose serie le prendeva sul serio. Ergo dispone domui tuae, si era detto, ma senza timori, senza ansie. La reazione della comunità a questa sua dichiarazione fu il silenzio. Si sentiva la sua dichiarazione era cosciente, a lungo pensata, immutabile. Dopo quarantadue anni di missione, di vero apostolato, non si lascia la propria missione a cuor leggero. E partì a metà di marzo come aveva detto, certamente con il cuore ferito.
A Rancio P. Cirillo Speziali si ec1issò tra gli altri padri anziani a riposo, lontano dalla sua Hong Kong, dai suoi confratelli, dai suoi amici da quanti portò a Dio. Per il mondo è un finire nell'oscurità, per P. Cirillo era un avviarsi a un sereno tramonto che aspetta la gloriosa aurora, una cosciente preparazione all'incontro del Padre celeste. Nel suo libro, il catechismo per gli adulti, si era affannato a dimostrare l' esistenza di Dio secondo le cinque vie di S. Tommaso, nel desiderio ardente di fare conoscere a tutti gli infedeli che lassù c'è un Padre che ha preparato un posto per tutti e con la sua vita aveva dimostrato come dopo averlo conosciuto, si poteva e si doveva amarlo.
Era stato proprio il servo buono e fedele, che aspettava sicuro e paziente la venuta del Divino Padrone sicuro di poterlo ricevere senza timori, e paziente, perché qualunque ora egli decidesse, era sempre disposto a fare la sua volontà. E venne il padrone a chiamarlo dopo una partita a bocce. Durante
la partita cominciò a non sentirsi bene, accusava una certa oppressione al petto. Si ritirò in stanza, sperando che un po' di riposo gli avrebbe giovato. Dopo poco tempo subì il fatale attacco.
Il suo affannoso agitarsi attirò l'attenzione del vicino di stanza, che immediatamente corse a soccorrerlo, solo per vederlo spegnersi. Aveva varcato le soglie dell' eternità beata, dove tanti dei nostri lo avevano preceduto e aspettato e dove ora anche lui aspetta noi suoi amici, incoraggiati dal suo esempio.

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P. BROOKES RICCARDO  (1892-1980)

Necrologio (P. Orazio De Angelis, dal Vincolo N. 130, agosto-settembre 1980, p. 166)

P. Riccardo Brookes, figlio di James e di Teresa Ferri, nato il27 gennaio 1892 a Mandello Lario (diocesi di Como), entrato nell'Istituto già sacerdote il 30 settembre 1920, ordinato sacerdote il 29 giugno 1915, partì per Hong Kong il14 novembre 1921. Morì a Rancio il29 giugno 1980.

Quando il nostro vice superiore regionale mi chiese di mettere giù sulla carta, alla buona, alcune reminescenze del nostro P. Brookes recentemente scomparso, sentii che non potevo dire di no, altrimenti mi sarebbe parso fare un torto a P.Brookes, proprio a lui, che non ha mai fatto torto a nessuno. Inoltre, c'è tanto di bello e di buono da dire sul suo conto che chiunque l'avesse conosciuto anche solo di passaggio, avrebbe abbastanza materiale da tessere un vero panegirico.
Della sua nascita, vocazione, ordinazione sacerdotale, arrivo in missione, vari impieghi, titoli, abilità, rimpatri, ritorni, malattie e morte non nessuna data, né mi preoccupo di saperne, tanto meno informare i lettori. Lascio cifre, date e statistiche ai nostri abili archivisti. lo mi contento di dare uno sguardo fugace all'amabile figura di P. Brookes, come noi tutti l'abbiamo conosciuto, con il cruccio nel mio animo di non sapere fare di più e di meglio per onorare la memoria di un Padre che ci ha lasciato fulgidi esempi di ogni virtù sacerdotale e missionaria, durante la sua vita lunga, silenziosa, operosa, generosa, alla quale si può ben dare il titolo di "compendio vissuto" del magistrale libro "Virtù apostoliche" del nostro grande P. Manna.
Tutti noi sappiamo che P. Brookes si distinse, in un modo tutto suo speciale, nell' amore e nella pratica della povertà evangelica. Passò in mezzo a noi come il "poverello di Hong Kong", sulle orme del "poverello di Assisi". Quello che aveva non era mai suo. Fu sempre lieto di liberarsene. La sua carità, che non si eclissò mai per tre quarti di un secolo, si può definire "leggendaria". Basti menzionare il suo nome a chiunque l'abbia conosciuto: preti, suore, laici, cristiani e pagani, per sentirlo subito associato alla parola "poveri", di modo che questi due nomi: P. Brookes e poveri, divennero un binomio che lo ha reso rinomato, rispettato, amato sempre, dovunque e da tutti.
Alle volte la sua bontà, senza limiti di tempo, luogo e persone, fu fraintesa, con una scrollatina di capo, come "dabbenaggine", "bonarietà"; ma P. Brookes credette fermamente, tutta la sua vita, che nel campo della carità è sempre meglio peccare per eccesso anziché per difetto. I suoi protetti, che lo ricercavano o seguivano come fedeli "cagnolini", erano sicuri di ricevere dal loro parimenti fedele padrone qualche cosa migliore delle briciole che cadono dalla tavola di altri padroni. Per conseguenza, le tasche di P. Brookes erano sempre "asciutte" e, per rifornirle, non aveva né timore né verecondia di andare in giro, chiedendo dollari "in prestito", i quali non facevano in tempo ad entrare nelle sue tasche, semplicemente perché P. Brookes aveva le mani "bucate".
Egli è passato in mezzo a noi, senza suono di tromba o gran cassa, quasi non esistesse neppure. Fu un uomo semplice "in quo dolus non est", sempre uguale a se stesso, sorridente, allegro, rispettoso verso tutti. L'umiltà fu un altro suo lato forte. Commenti, battute, "spinte e spunti", alle volte un po' pungenti e stuzzicanti, non riuscivano a provocare in lui alcuna reazione di risentimento, anche perché egli sapeva che, in fin dei conti, gli volevano bene e solo cercavano di divertirsi a sue spese.
Sarebbe stato un vero e raro divertimento vedere P. Brookes perdere le staffe. Egli ebbe sempre gran voglia di fare bene agli altri, concedendo favori, cercando lavoro, scrivendo lettere di raccomandazione. E che lettere! I suoi raccomandati erano tutte persone per bene e in gamba, meritevoli di ogni appoggio e raccomandazione. Le sue lettere "ricamate" con parentesi e postille, come i fiori delle lettere di Don Ferrante, facevano trapelare tutto il fervore e l'entusiasmo di quel sant'uomo che era così felice nel fare altri felici. Anche in età avanzata, quando i suoi occhi e orecchie già richiedevano pensione dopo i più di 80 anni di continuo servizio, si prestava volentieri per opere di ministero in qualunque forma, sempre contento di potere dire di sì.
Ricordo che una volta egli venne a predicare "l'ora santa" nella mia parrocchia. Eccolo arrivare, proprio in tempo, tutto affannato, con gli inseparabili casco, ombrello e borsa, per poi ricordarsi, a tempo perso, che proprio a quell' ora egli aveva un impegno altrove. Tutto questo per il piacere di dire di sì. V oglia il cielo che noi tutti potessimo avere e custodire lo spirito e lo zelo missionario di P. Brookes. È impossibile dimenticare l'impressione che io ebbi, quando ero giovane, da una visita fatta in sua compagnia ai villaggi, di cui era incaricato.
Tutti erano suoi amici. Parlava con tutti: uomini, donne, vecchi, giovani, bambini; distribuiva medicine, libretti di preghiere, medaglie, immagini sacre; prometteva mari e monti e ogni bene di Dio e, poi, giù, appunti, appunti, appunti su un logoro taccuino, che faceva fatica a restare impaginato. Fu sempre amichevole, zelante, conscio della sua vocazione missionaria, assiduo annunciatore del Vangelo "in opere et sermone"; patrono e protettore dei poveri, malati, prigionieri e lebbrosi; sempre e dovunque fedele al suo sacerdozio, compreso il vestito clericale, anche se con un colletto non tanto romano, però con i colori papali con predominanza del giallo sul bianco, a causa dei suoi... sudori apostolici!
Senza dubbio, P. Brookes fu un missionario di cui il nostro Istituto può essere giustamente orgoglioso, e per cui può essere speranzoso per il futuro, poiché finché il Pime continua a donare al mondo e alla chiesa missionari simili a P. Brookes e tanti altri, vecchi e non vecchi, sparsi nel mondo, esso non solo sarà e resterà Pontificio Istituto Missioni Estere, ma anche, con la benedizione di Dio e l' intercessione dei nostri martiri e confessori, potrà sperare di rimanere "Poderoso Istituto Missionari Egregi" .

Ricordando P. Riccardo Brookes (P. Ferdinando Galbiati)

Ci sono stili di vita come ci sono stili di morte e generalmente coincidono.
Quando ricevemmo la notizia che P. Riccardo Brookes se ne era andato in punta di piedi per l'ultimo dei suoi innumerevoli viaggi ognuno ha pensato che non poteva essere che così. P. Brookes era vissuto in punta di piedi senza dare fastidio a nessuno, la perfetta figura del servitore evangelico che dopo avere fatto tutto si ritiene un servo inutile.
La sua felicità era nel servire senza farlo apparire, contento se gli altri gli davano ordini e incombenze e sempre disponibile con un sorriso a fare la sua parte di secondo piano, normalmente la più dura e meno appariscente. Di natura era un uomo schivo che arrossiva ad un complimento e che canzonava se stesso nei piccoli insuccessi inevitabili. In mezzo a dibattiti ideologici o a pompose affermazioni di personalità, la sua figura umile e serena riportava naturalmente a considerazioni di buon senso.
Bastava uno sguardo a quel vecchietto raggomitolato in un angolo che seguiva l'acceso dibattito ad occhi bassi ma attenti con sofferta attenzione allungando le orecchie quando l'incipiente sordità gli impediva di percepire tutto il discorso, per sentirsi tutti un po' eccessivi. P. Brookes diventava inconsciamente un richiamo e quasi un termine di confronto, una persona che incarnava nella sua vita gli ideali che si volevano elucidare e nel suo lungo servizio missionario aveva già conosciuto ed attuato molte delle nuove vie che si tentava di scoprire.
È difficile dire che cosa P. Brookes non abbia fatto nei suoi lunghi 57 anni di lavoro in Hong Kong. Dal parroco al giornalista, dal cancelliere al fotografo, dall'insegnante al mendicante, dal vicario generale al missionario di villaggio dappertutto con una genuina sincerità che disarmava e cattivava tutti. Ma dove P. Brookes eccelse fu nel servizio dei poveri e per questo sarà prevalentemente ricordato.
Per elezione personale era diventato il protettore dei diseredati con i quali si sentiva in perfetta sintonia e tra di essi i più deboli e disprezzati erano la sua scelta. I lebbrosi della colonia di Hay-Ling-Chou lo conoscevano come il loro padre ed in tutto Hong Kong aveva i suoi amici handicappati che visitava normalmente cercando di aiutarli in ogni modo. Non credo che in Hong Kong ci sia una persona che abbia viaggiato tanto ogni giorno correndo da un mezzo pubblico all'altro come P. Brookes.
Anche quando la sua vista era limitata ad un occhio solo ed anche in quello era bassa e confusa P. Brookes viaggiava sui bus in ogni direzione facendo parecchia strada a piedi perché non riusciva ad individuare le fermate. Negli ultimi anni dopo un'operazione, il fatto di dovere portare sotto la veste anche il contenitore di plastica per i bisogni naturali non lo fermò nel suo pellegrinare.
Egli viveva per i suoi poveri ed una giornata in casa senza vederli era una giornata rubata a loro, ed acqua o sole, il P. Brookes era in strada. Ovviamente non tutti i poveri erano buoni e alcuni oppiomani forse non per cattiveria ma per azione della droga arrivavano a minacciarlo e ad usare sistemi di estorsione pur di avere i soldi per soddisfare il loro impulso. P. Brookes lo sapeva e li compativa nonostante tutto. Egli non voleva rendersi conto nella sua innocenza e semplicità che non tutti i poveri erano onesti. Per lui i poveri erano poveri e basta.
Ma alle volte in parrocchia a S.Teresa doveva essere letteralmente salvato dai suoi poveri e negli ultimi anni ad Hong Kong aveva pianto sentendosi minacciare direttamente da losche persone che volevano sfruttarlo. Momentaneamente era preso da paura come un bambino ma mai da sconforto e subito trovava parole per scusare, per capire e compatire ed era ancora in viaggio per trovare aiuti e per offrire conforto. Dio solo sa quanti soldi sono passati attraverso quelle mani buche.
Confratelli, amici, conoscenti religiosi e laici non potevano resistere al mendicante di Hong Kong, lui stesso poveramente vestito e con un sorriso implorante. Tutto andava bene per lui e tutto trovava un impiego se non altro al monte di Pietà dove sicuramente dovevano avere un posto speciale per gli articoli di P. Brookes. Un giorno che a pranzo accennai alla necessità di trovarmi una macchina da scrivere mi disse con compunzione: "Che peccato, ne ho appena data una ad una persona", ed era sinceramente triste di non poterne avere due per fare contento anche me.
Mi ricordo di una meditazione in teologia quando il predicatore illustrò la definizione di sacerdote data da un santo sacerdote belga: "Un uomo mangiato". Questo è il P. Brookes. S. Ignazio voleva essere frumento per i denti dei leoni e un sacrificio per Cristo, ma nessuno ebbe l'impressione che P. Brookes mai si ritenne degno di tanto onore: per lui bastava essere biada che ognuno poteva mangiare e nemmeno pareva ci soffrisse tanto sotto i denti degli altri.
Per lui il sacrificio era naturale ed addirittura gioioso. Dopo la sua andata, le strade di Hong Kong hanno perso il mendicante di Dio e molte case il loro angelo.

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P. STRIZOLI GIUSEPPE (1904-1980)

Necrologio (P. Amelio Crotti, dal Vincolo N. 132, gennaio-maggio 1981, p. 33)

P. Giuseppe Strizoli, figlio di Giovanni e di Agostina Traverso, nato il 29 luglio 1904 a Genova Pegli, entrato nell'Istituto il14 ottobre 1920, ordinato sacerdote il 2 giugno 1928, partì per Nanyang il 9 agosto 1935. Morì a Rancio di Lecco il18 agosto 1980.

Per parlare di P. Strizoli in una maniera meno incompleta, bisognerebbe avere conosciuto il periodo della sua vita missionaria; ma ciò mi è impossibile, perché eravamo di due missioni diverse, separate da circa 500 chilometri di distanza. La conoscenza che io posso avere si riferisce agli anni 1928-29 e 1930-31, i miei anni di quarta ginnasio e prima liceo, e poi gli anni 1955-60, anni in cui convivemmo nel centro missionario di Milano. In quarta ginnasio e in prima liceo lo ebbi vice-rettore a Genova.
Lo ricordo come un superiore molto ligio al proprio dovere, esigente nel confronto degli alunni, come egli era esigente nei confronti di se stesso. Forse mancava di serenità, perché portato allo scrupolo; malattia, questa, di cui soffrirà per tutta la vita, rendendogli la vita tanto difficile con sé e con gli altri. In quegli anni, e anche in seguito, in lui noi abbiamo notato sempre profonda pietà e pronta obbedienza al suo superiore. A proposito di obbedienza si capiva quando era contrariato dalle disposizioni più aperte del Rettore, ma non diceva nulla; per lui era il superiore che parlava e basta.
Come già dissi, di P. Strizoli missionario nulla posso dire, anche se abbiamo lavorato negli stessi anni, lui a N anyang e io a Kaifeng. In missione non lo vidi mai; lo rividi a Hong Kong nel 1951, quando venni espulso dalla Cina. Egli era uscito prima di me e lo trovai che aiutava P. Boerio nel centro missionario di Hong Kong, quale raccoglitore di notizie di giornale che potessero interessare la chiesa di Cina e le chiese dell'Estremo Oriente. Informare è sempre stata la sua passione e ora voleva informare scrupolosamente i cristiani su quanto stava accadendo in Cina.
Intanto a Milano P. Tragella, già avanti negli anni e pieno di acciacchi stava dando le dimissioni da direttore della stampa dell'Istituto. Sembra che egli abbia scritto a P. Strizoli e questi abbia accettato di venire a Milano ad aiutarlo, come già avvenne prima che lo stesso P. Strizoli andasse in Missione. L' aiuto, come lui dirà, consisteva nel leggere molto le riviste missionarie e ritagliare tutte quelle di un certo interesse, per poi metterle nei casellari di P. Tragella. Ma di ritorno da Hong Kong P. Strizoli deve avere fatto di più, se fu lui a prendere il posto, almeno interinalmente, di P. Tragella, come direttore di "Le Missioni Cattoliche".
Ciò avvenne nel 1953 e continuò per tutto il 1954. Certamente, sarebbe stato per lui un compito duro questo, se non fosse stato aiutato, e in una maniera ampia e competente, da P. Domenico Colombo, mentre P. Lazzarotto curava "Italia Missionaria" e lo stesso P. Colombo preparava mensilmente "Propaganda missionaria"; e anche P. Gheddo dava già una buona mano, anche se ancora dall'esterno. N el1955 egli cedeva ad altri la direzione e si accontentava di restare alla stampa come redattore.
Poi, nel 1960, la rivista subì un notevole rinnovamento, secondo la linea studiata da Colombo-Gheddo, e da quell'anno P. Strizoli si ritirò definitivamente dal settore della stampa, sempre però collaborando negli altri settori del Centro Missionario Pime filatelica. In tutta la sua vita P. Strizoli non venne mai meno ai suoi principi di fermezza e di rifiuto di qualsiasi novità che non fossero quelle della Chiesa.
Non poteva soffrire, per esempio, che i seminari minori venissero retti con un certo lassismo o che le pratiche di pietà comuni venissero facilmente abbandonate dalle nostre comunità e si tralasciasse il rosario. Non poteva sopportare che si parlasse tanto di dialogo e poi si venisse meno all'obbedienza: in questa egli era scrupoloso; né vedeva bene quel forte andirivieni di padri causato dalle vacanze concessa per regola ormai ogni cinque o sei anni.
Obbediva alle regole del rinnovamento studiate durante i capitoli, ma non le capiva e digeriva tanto facilmente; in tutto egli si richiamava sempre agli esempi dei nostri antichi missionari, dei quali conosceva bene la storia. Credo che, a modo suo, egli sia stato per tutti noi un motivo di una continua verifica delle novità che l'Istituto in questi anni si è dato o ha accolto. E soleva dire che di fronte alle novità di tutti, in coscienza, devono dire quello che sentono, per essere di aiuto agli altri.

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1981

P. BRUZZONE EDMONDO (1903-1981)

Necrologio (dal Vincolo N. 133, giugno-settembre 1981, p. 78)

P. Edmondo Bruzzone, figlio di Giacomo e di Caterina Orengo, nato il 31 marzo 1903 a Ventimiglia, entrato nell'Istituto il 3 agosto 1925, proveniente dal collegio "Brignole-Sale" di Genova, ordinato sacerdote il primo agosto 1926, partì per Hong Kong il primo ottobre 1926, dove rimase senza mai venire in Italia fino alla morte, avvenuta il 4 luglio 1981. Fu per molti anni cancelliere della curia di Hong Kong.

Omelia di P. Lido Mencarini, tenuta nella chiesa di S. Francesco Saverio a Milano il6 luglio 1981

È appena giunta notizia che P. Bruzzone è ritornato alla casa del Padre all'età di 78 anni. Per lui stasera celebriamo questa Messa di suffragio. La sua dipartita è una grave perdita per la diocesi di Hong Kong, ma è un acquisto per il cielo. P. Bruzzone è uno di quei pochi padri che, senza troppo fracasso, hanno lasciato solchi profondi nella storia della missione di Hong Kong. Partito per la missione nel lontano 1926, svolse i primi anni di apostolato nel grande distretto di Po On in territorio cinese. Fu però ben presto richiamato dal vescovo per ricoprire cariche importanti in Hong Kong.
Fra l'altro, fu parroco della cattedrale, procuratore e vicario generale supplente. Ma l'ufficio che tenne più a lungo fu quello di cancelliere della curia dal 1953 al 1979. Fu solo nel 1979 che presentò le sue dimissioni da cancelliere per motivi di salute. In questi lunghi anni ebbi la fortuna di stargli vicino e di lavorare insieme a lui nella curia diocesana e beneficiare della sua esperienza e cultura. Piccolo di statura e dall'aspetto a volte burbero, non ispirava fiducia, ed i suoi grandi occhi severi incutevano rispetto e soggezione, ma una volta rotto il ghiaccio era affabile e comprensivo, ed era una delizia trattare e conversare con lui. Dotato di intelligenza vivissima e di una memoria straordinaria, utilizzò il suo tempo con scrupolo e si perfezionò nelle scienze teologiche fino alla morte.
La sua vasta cultura, la profonda conoscenza delle lingue, la sua prudenza e tatto lo resero un maestro impareggiabile. Stimato da tutti per le sue scienze teologiche, era un'autorità in Diritto Canonico e Morale. Praticamente tutte le questioni più difficili di Morale e Diritto venivano presentate a lui e sciolte da lui con competenza. Posso dire di più: P. Bruzzone ci era invidiato dalle varie congregazioni religiose che lavorano in Hong Kong. Col suo studio assiduo e continuo si tenne aggiornato sul progresso delle scienze teologiche. Si deliziava di riviste teologiche, consultava vari autori e sapeva scegliere il fior da fiore e condensare gli argomenti più importanti in una sintesi di cui era maestro impareggiabile.
Mentre era cancelliere gli fu dato anche l'incarico di insegnare morale per lunghi anni nel
seminario maggiore di Aberdeen. Per aiutare i seminaristi nei loro studi - specialmente dopo il concilio preparò con cura e diligenza le dispense di morale, che andarono a ruba e circolavano tra i sacerdoti cinesi e religiosi. Compilò così un trattato completo di morale, che purtroppo non fu stampato perché egli si oppose decisamente. Era un perfezionista, mai soddisfatto del suo lavoro.
P. Bruzzone ha sempre lavorato nel silenzio, schivando applausi e lodi e non voleva che Dio come suo testimonio. Nemico acerrimo della doppiezza, fu sempre franco e schietto nell'esporre i suoi giudizi e i suoi punti di vista sia nelle riunioni a carattere diocesano che a livello personale. Di cuore grande e generoso, aiutò i poveri ed in particolare giovani intelligenti, che per mancanza di fondi non potevano accedere all'università. Per essi mendicò presso i suoi benefattori e conoscenti. Parecchi architetti, medici e banchieri devono a lui il loro successo nella società.
Inoltre, fedele al suo programma di andare a vivere e morire in missione, non volle mai ritornare in Italia, sia pure per un breve periodo di riposo, nonostante le ripetute insistenze dei vescovi e dei conftatelli. Così rimase ininterrottamente per ben 53 anni a Hong Kong alle dirette dipendenze del vescovo. Tutta una vita spesa nell'adempimento del proprio dovere verso la diocesi non sarebbe stata possibile senza una profonda vita interiore. La ragione del suo successo sta tutta qui. Di pietà soda, scevra di sentimentalismo, visse in unione con Dio senza lasciare trapelare nulla all'esterno: voleva essere solo con Dio solo.
Si alzava puntualmente alle 4-4:30 ogni mattina per incontrarsi con Dio per primo. Solo dopo ore di preghiere iniziava il suo lavoro quotidiano. Durante gli ultimi mesi della sua malattia si confidò tanto con me
~ ci consideravamo fratelli - e mi confidò parte delle sue profonde intuizioni spirituali. Soffriva molto, ma dimenticava la sua sofferenza per incoraggiare sulla via del bene i suoi numerosi visitatori.
Posso assicurare che il perno della sua spiritualità era la volontà di Dio, accettata e abbracciata con fede e generosità. P. Bruzzone è stato una colonna della diocesi di Hong Kong e un vanto del Pime. La sua scia luminosa non verrà dimenticata tanto facilmente e tanto presto. Preghiamo per lui, perché il Cristo risorto, vincitore del peccato e della morte, gli rivolga l'invito:
euge, serve bone et fidelis, intra in gaudium Domini tui.

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P. PARODI MARIO  (1897-1981)

Necrologio (P. Severino Crivella, dal Vincolo N. 135, gennaio-maggio 1982, p. 47)

P. Mario Parodi, figlio di Domenico e di Barabino Maria, nato l' 11 aprile 1897 a Genova, entrato nell' Istituto il lO ottobre 1914, ordinato sacerdote il 15 aprile 1922, partì per Hong Kong il 23 novembre 1927. Nel 1930 fu destinato dalla S.Sede all'Istituto missionario di Cucujaes come assistente del superiore generale, dove rimase fino al 1949. Fu procuratore dell'Istituto dal 1949 al 1957. Morì a Lecco il 29 ottobre 1981.

"P. Parodi, che è anche dottore in lettere, ha solo otto anni di sacerdozio, ma fece ottima prova come vicerettore nella nostra casa apostolica di Treviso e nel nostro seminario teologico di Milano. È in missione da soli tre anni, ma il Vescovo (Mons. Valtorta) me lo addita come uno dei migliori soggetti per impegno, facilità di predicazione in inglese, francese e cinese. Per nobilità di tratto e conoscenza pedagogica è il miglior soggetto che l'Istituto possa offrire per l'ufficio che si vorrà affidargli..." - Così scriveva il16 gennaio 1930 P. Manna, allora superiore generale, al Cardo Gasparri presentando P. Parodi della missione di Hong Kong, in risposta alla richiesta perentoria di Pio XI di avere due missionari del Pime per "dare impulso alla novella società" per le missioni di Cucujaes in Portogallo.
In poche parole P. Manna delineava la figura di P. Parodi: una immagine che rimarrà tale, pur con i suoi limiti, nella memoria di tutti coloro che lo hanno conosciuto. Padre Parodi, dopo gli studi ginnasiali e liceali compiuti nel seminario di Genova, entrò nel Pime a Milano nel 1914. Durante la prima guerra mondiale fu richiamato alle armi col grado di ufficiale e svolse il suo servizio militare in Francia e Belgio, con le truppe alleate, meritando si due croci di guerra. Ritornato agli studi teologici, sfruttò le sue non comuni doti preparandosi alla laurea in Lettere, che conseguì all'Università di Genova con la tesi: "Il contributo geografico del beato Odorico da Pordenone", apparsa poi, a puntate, sulla rivista di studi missionari", fondata e diretta dal nostro P. Tragella.
Quando P. Attilio Garrè fondò a Genova la "scuola apostolica S. Giuseppe", P. Parodi ne fu il primo vicerettore fidato e capace. Ordinato sacerdote nella cattedrale di S. Lorenzo, a Genova, il 15 aprile 1922, venne nominato vicerettore del seminario teologico a Milano. Durante questo incarico trovò il tempo di aiutare attivamente i PP. Manna e Tragella nella redazione delle nostre riviste missionarie.
Dopo essere stato, per tre anni, nella casa di Treviso, di recente fondazione, svolgendovi sempre il compito di vicerettore con quella diligenza e... precisione che gli erano proprie, poté finalmente realizzare il suo sogno missionario e partì per la missione di Hong Kong nel 1927. Appena arrivato in missione, Mons. Valtorta lo avviò allo studio del cantonese, in vista del lavoro apostolico che avrebbe voluto affidargli tra i cristiani della città. Ad Hong Kong, però, P. Parodi rimase solo tre anni perché nel maggio del 1930 un ordine della direzione generale lo destinò ad un compito molto importante e delicato. Pio XI voleva che si fondasse in Portogallo un Istituto missionario di preti secolari, simile alle Missioni estere di Parigi o al Pime.
La realizzazione di quel progetto, nel contesto politico e ambientale di quel momento, si presentava piena di difficoltà; per questo la direzione dei missionari di Parigi aveva creduto bene di declinare l' invito della S. Sede. P. Manna, col suo consiglio generale dovette alla fine "cedere" alle forti "pressioni" del Papa, sapendo che "bisogna ubbidire bene e non forzatamente
- così scriveva a Mons. Valtorta - se no Dio, che è poi il padrone nostro e delle missioni, non ci può benedire". E così venne affidato specialmente alla capacità e responsabilità di P. Parodi quel difficile incarico.
In Portogallo il P. Parodi rimase per un ventennio e collaborò attivamente, in qualità di assistente generale, alla fondazione e all'organizzazione della Società Missionaria Portoghese di Cucujaes. Nel 1949 venne richiamato a Roma come successore di Mons. Obert nell'ufficio di procuratore generale dell'Istituto. Alla sua partenza dal Portogallo la rivista missionaria "O Missionario Catolico" ha voluto ricordare la sua opera a Cucujaes: "P. Parodi per più di 15 anni è stato, nel senso più completo della parola, il braccio destro dei superiori generali della società missionaria, prestando importantissimi servizi alla causa missionaria in mezzo a noi.
Quasi mai usciva di casa. Passava il suo tempo in cappella, nel suo studio di lavoro o in visita alle case. Fu disinteressato all'estremo e non accettò mai alcuna offerta. Ebbe sempre una norma sicura da suggerire ed una parola certa da offrire in tutti i settori della nostra vita". Anche la S. Sede, attraverso la Segreteria di Stato, volle manifestare direttamente a P. Parodi la sua riconoscenza e la sua stima: "Abbiamo il dovere di esprimerle quanto è stato apprezzato il suo lavoro e quanto la S. Sede Le è riconoscente. Se la società missionaria ha superato le incertezze dei suoi inizi e ora può rallegrarsi di avere preparato per le Missioni un buon numero di missionari, questo è, in gran parte, merito di vostra paternità, che ha sostenuto con il suo prudente consiglio il lavoro del Superiore Generale".
A Roma rimase fino al 1957, anno in cui si ritirò a Rancio. La sua salute sempre malferma lo costrinse a lasciare ogni incarico di responsabilità. Tuttavia non restò inoperoso, anzi, intensificò maggiormente la sua vita di preghiera e di adorazione. Pubblicò anche alcuni libretti di meditazioni, frutto delle sue riflessioni personali o dettate ai giovani aspiranti missionari durante la sua permanenza in Portogallo:
- Spirito apostolico: 707 brevi meditazioni sui quattro Vangeli
- Alle sorgenti: riflessioni su Gesù, Maria e Giuseppe nella nostra vita e nel nostro apostolato. - Il mio rosario: contemplato, meditato e recitato alla luce del Vangelo e dell'Eucarestia.
È soprattutto in queste pubblicazioni che possiamo scoprire l'intimo di P. Parodi: un missionario che ha cercato di rispondere con tutte le sue forze all'amore del suo Signore.

Lettera inviata al nostro Superiore generale, in occasione della morte di P. Parodi, dal P. Manuel Augusto Trindade, superiore generale della Società Missionaria Portoghese.

Carissimo Superiore Generale,

sono appena tornato da un viaggio in Africa dove ho visto i nostri missionari che lavorano in Mozambico, Zimbabwe e Zambia. È stato proprio in quest 'ultimo paese che sono venuto a conoscenza della morte del carissimo P. Mario Parodi.
Desidero a nome di tutta la Società Missionaria Portoghese e mio personale presentare le più sentite condoglianze per la scomparsa di un così eminente missionario. Come lei sa molto bene, il P. Mario Paro di appartiene anche alla storia della nostra società missionaria. È a lui che nell'ottobre 1930 la Santa Sede affidò il difficile compito di coordinare, come principale collaboratore del superiore generale, gli inizi della società missionaria portoghese.
Per quasi vent'anni P. Paro di è vissuto tra noi orientando, insegnando, animando e dando l'esempio. È una figura che non potremo mai dimenticare. Personalmente ero un giovane seminarista quando P. Mario dovette ritornare in Italia, ma ricordo molto bene la sua figura dignitosa. Egli ha lasciato in tutti quelli che sono stati i beneficiari diretti della sua formazione l'immagine di un vero uomo di Dio.
La società missionaria quest'anno celebra il giubileo della sua fondazione. Ci rincresce
seriamente che P. Paro di non possa essere qui con noi in questa circostanza gioiosa, tuttavia sono certo che egli vi parteciperà, pure in festa, nella casa del Padre. Ringraziamo il Signore per il dono prezioso che fu la sua vita, così santa e feconda. E nello stesso tempo vogliamo ringraziare il Pime per avere ceduto alla nostra società, durante tanti anni, uno dei suoi figli più illustri.
Che il Signore ricompensi l'amato Pime per tale grande benemerenza, che mai dimenticheremo. Con sincera e fraterna amicizia,

P. Manuel Augusto Trindade, Superiore generale

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1982

FR. BRAMBILLA LUIGINO  (1905-1982)

Necrologio (P. Nicola Ruggiero, dal Vincolo N. 135, gennaio-maggio 1982, p. 50)

Fr. Luigino Brambilla, figlio di Antonio e di Perego Maria, nato il primo settembre a Caponago (MI), entrato nell'Istituto il 15 settembre 1925, fece il giuramento perpetuo il 24 dicembre 1930 e partì per Nanyang il 21 agosto 1931. Espulso da Nanyang nel 1953 passò a Hong Kong, dove rimase fino alla morte, avvenuta il 5 febbraio 1982.

Da "Newsletter" riportiamo la seguente lettera che il superiore regionale P. Nicola Ruggiero, ha indirizzato alla comunità di Hong Kong.

Fratel Luigino, il 5-2-1982 verso le tre del pomeriggio ci lasciava. L'ultima frase che gli rivolsi quando lo vidi adagiato pesantemente sul mio braccio, fu: "Gino, ci lasci?..". "Non ce la faccio più", fu la risposta, sussurrata. Posso attestare che Luigino davvero non ce la faceva più dal punto di vista fisico. Quattro ore prima di morire egli era ancora con me in giardino a raccogliere i mattoni che io lasciavo qua e là. "Lascia Luigino, ci penso io...". Nulla da fare!
Il lavoro per lui era cosa sacra. E come era ordinato nel suo lavoro! Un'altra cosa che vorrei che tutti riconoscessero in lui era la "delicatezza e gentilezza" che Luigino aveva verso tutti e noi sacerdoti in modo speciale, anche se qualche volta si mostrava serio e burbero. Lo faceva perché ci voleva bene come sacerdoti e principalmente come appartenenti al Pime. Luigino, dopo avere finito di raccogliere quei pochi mattoni ed altra roba, si ritirò in camera per un po' di riposo. Verso le undici lo sento chiamare ad alta voce la domestica perché prepari il pranzo.
Quando verso le 11,30 anch'io entro in casa, trovo Luigino seduto alla tavola con una faccia pallidissima. "Senti Gino, tu devi andare all'ospedale", gli dico. "Sì, mi sento male... ho un forte dolore al petto". Telefono subito alle suore dell'ospedale di St. Paul e mi preparo per partire. Appena pronto gli dico: "Andiamo, Gino...". "No, mangi qualche cosa prima". La sua attenzione mi colpì e dovetti adattarmi a prendere un boccone mentre lui prendeva una tazzina di latte caldo che forse avrebbe fatto meglio a non prendere. Incominciò a dire che ormai non ce la faceva più, e dopo avere preso il necessario in camera, con la domestica lo accompagnammo all'uscita.
Seduto accanto a me in macchina mentre andavamo all'ospedale si lamentava di tanto in tanto. Dopo un po' di tempo mi dice: "Ho dimenticato la carta di identità ed il biglietto di registrazione". "Non ti preoccupare, come ti senti?". Nessuna risposta. Arrivato in ospedale fu subito visitato dal dottore di turno che ordinò di portarlo direttamente in camera. Il dottore con tre infermiere erano là a fare quanto potevano... ma Luigino soffriva, la faccia pallida, le mani gelate.
Cercammo di farlo sedere sul letto mentre io gli sostenevo la testa con il mio braccio sinistro. Dopo una buona mezz'ora sento che la testa di Luigino si adagia pesantemente sul mio braccio... Piangere, fare il segno della croce sulla sua fronte con la mia destra e dire le parole dell'assoluzione fu per me la stessa cosa.
Dissi subito alla domestica, che piangeva dirottamente, di prendere il mio posto per sorreggerlo, mentre io uscii fuori per telefonare ai padri. I primi ad arrivare furono i PP. Gambaro e Bolis. P. Gambaro gli diede subito gli oli santi. Il dottore e le tre infermiere furono accanto a Luigino per quasi due ore, facendo del loro meglio: ma ogni sforzo fu vano.
Verso le tre del pomeriggio del 5 febbraio' 82, Luigino ci lasciava... "in punta di piedi"... disse fratel Polo quando seppe la notizia. Verissimo! Luigino ci ha lasciato senza disturbare nessuno, senza fermarsi in ospedale per alcuni giorni per essere visitato e confortato... no! Ma il ricordo di fratel Luigino era ed è nel cuore di tutti noi. Questo è stato dimostrato dalla partecipazione completa ed attiva dei padri e dei fratelli del Pime qui in Hong Kong al funerale che si tenne 1'8 febbraio nella cappella del convento delle suore di S. Paolo. Su 54 tra padri e fratelli, 53 erano presenti: mancava solo il nostro decano, il P. D'Ayala che come tutti sanno, era impossibilitato a partecipare.
Devo anche dire che il P. D'Ayala fu il primo che assieme alle Suore dei Poveri offrì la Messa per fratel Luigino dopo appena due ore dalla morte. Prendo occasione per congratularmi con i nostri padri e fratelli e nello stesso tempo ringraziare tutti coloro che parteciparono al funerale, in modo particolare al vescovo che presiedette sia alla concelebrazione che al servizio al tumulo. Un grazie anche alle suore dell' ospedale e alla superiora, che mise a disposizione la cappella, tanto bene adornata.
Prima di chiudere queste poche righe vorrei portare a conoscenza dei confratelli una virtù che Luigino aveva: quella di trascrivere o addirittura scrivere di propria iniziativa dei pensieri spirituali. Tra i tanti raccolti, eccone alcuni: sono presi dal n.16 e n.18 del suo quaderno: "Le virtù: carità e amore. Dobbiamo vivere in società e perciò sono indispensabili le virtù per affrontare le difficoltà che si incontrano; perciò la pazienza, la bontà, la carità reciproca, la sincerità nell'aiuto vicendevole.
Dio ci ha voluto così. Esempio: Adamo solo non volle, gli diede una compagna per la vita. Soli, si è di peso a se stessi ed agli altri. La società ha bisogno di noi e noi di essa. Si completa il disegno di Dio in Gesù che formò la Chiesa in società per rendere facile la santità di tutti gli uomini che sono differenti l'uno dall'altro. Noi siamo nella Santa Madre Chiesa chiamata la Comunione dei santi...
L'amore deve essere: leale, genuino, semplice e buono".
Luigino è stato per noi tutti il fratello buono e fedele. Per qualsiasi cosa ci si poteva rivolgere a lui e si era sempre accontentati... Rivolgiamoci ancora a lui con la nostra preghiera... saremo senz'altro accontentati.

Commemorazione tenuta da P. Mario Marazzi (durante la Messa di suffragio a Milano).

"Vedranno Dio faccia a faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte. Non vi sarà più notte: non avranno bisogno né di lampada né di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno per sempre" (Ap. 22,4-5)

Penso che queste parole dell' Apocalisse siano già una realtà per fratel Luigi Brambilla, morto a Hong Kong circa una settimana fa dopo una giornata ordinaria di lavoro. Ricordo i primi anni di missione, quando l'unico nostro impegno era di imparare la lingua. La casa di studi era su un'isola, lontana un' ora di battello dalla città. Quasi ogni settimana, in compagnia di alcuni ragazzi poveri suoi amici, fratel Brambilla veniva a visitarci.
Sapeva che i primi tempi di missione sono duri. Ci incoraggiava con il suo sorriso, ci portava la posta, ci lasciava del formaggio o del salame, cose che lontano dalla città non potevamo avere. In questo episodio è un po' stagliata la figura di fratel Brambilla: umile, sorridente, povero, completamente donato al servizio degli altri. Gli rimase sempre l'appellativo di fratel Luigino a causa della sua bassa statura e questo diminutivo rifletteva anche la sua posizione nell 'Istituto e nella chiesa: schivo, modesto, semplice, ma proprio perché umile e appartato fu un grande.
Era nato nel 1905 a Caponago, in provincia di Milano. Finite le scuole elementari, fece per alcuni anni il sarto, lavoro che gli fu tanto utile in missione. A venti anni rispose alla chiamata ed entrò nel Pime per consacrarsi alle missioni come fratello laico e nel 1931 partì per la Cina. La sua destinazione fu Nanyang, una delle missioni affidate al Pime nell'interno del continente cinese, nella provincia del Honan.
Dopo un periodo di studio della lingua, il vescovo lo fece responsabile delle cucine del centro di Kin Kia Kang: si trattava di provvedere ogni giorno il cibo a centinaia di persone che vivevano in quella cittadella cristiana: missionari, seminaristi, orfani, dipendenti... Fu qui dove Fratel Luigino passò la maggior parte degli anni spesi nell'interno della Cina. Più tardi fu mandato lontano dal centro della diocesi, in un distretto, dove la sua principale attività fu la gestione di un ambulatorio medico.
Erano quelli anni duri per il popolo cinese a causa dell'occupazione giapponese, la guerriglia, la fame, la povertà diffusa: nell'ambulatorio fratel Luigino ebbe vasto campo per donare il suo sorriso e i suoi servizi a quanti venivano a farsi curare. Poi vennero giorni di sofferenza. Instaurata la repubblica popolare, tutti i missionari stranieri dovettero lasciare la Cina.
Anche fratel Luigino dovette subire il processo popolare, per ore e ore davanti a migliaia di persone che lo accusavano come nemico del popolo, lui che aveva solo amato e servito. Durante il processo la sofferenza fu tale che svenne. Ma quando più tardi ricordava questo e altri episodi dell' occupazione comunista, non ebbe mai parole di rancore: solo una forte nostalgia di quel popolo e di quella terra che amò tanto. Espulso dalla Cina, Mons. Bianchi, allora vescovo di Hong Kong, lo volle nella sua diocesi.
Fu così che a Hong Kong fratel Luigino spese il suo secondo periodo di vita missionaria, prima nell'episcopio e poi nella casa regionale del Pime, dove ebbe il ruolo di responsabile di vari servizi: cucina, guardaroba, cappella, ecc. Il suo lavoro nei quasi trenta anni passati a Hong Kong è stato nascosto agli occhi di molti, tuttavia preziosissimo. Tutti noi che abbiamo vissuto con lui possiamo testimoniare del suo profondo spirito di servizio, della sua disponibilità, della sua dedizione al lavoro, della sua obbedienza. Aveva i suoi difetti - per esempio, si arrabbiava o alzava la voce, anche se poco dopo era di nuovo sorridente
- ma non temo di sbagli armi dicendo che nella nostra comunità Pime di Hong Kong fu l'uomo più amato tra noi.
Fratel Luigino non ha costruito nessuna opera, come tante volte sanno fare i nostri fratelli laici, ma il suo contributo alla causa missionaria è stato notevole. Notavo come spesso Mons. Bianchi amava portarlo con sé quando usciva per qualche celebrazione nelle parrocchie. Vedendo queste due persone assieme ero tentato di pensare: ecco, il pastore di questa chiesa, l'uomo che con coraggio e lungimiranza ha dato un impulso alla vita della diocesi, assieme all'ultimo, per così dire, del suo gregge: un umile fratello.
In realtà frate l Luigino era non meno grande del suo vescovo. Con questa celebrazione eucaristica (eucarestia vuoI dire rendimento di grazie) vogliamo ringraziare Dio di averci dato un uomo come fratel
Luigino. È stato ed è un esempio per noi missionari - preti e fratelli - ma proprio perché laico è un esempio per tutti. Paolo VI, in un suo documento sulla Madonna, l'esortazione Marialis Cultus, ha scritto che "Maria è un modello di quel culto che consiste nel fare della propria vita un'offerta a Dio".
Fratel Luigino, la cui vita di umile servizio è stata alimentata da profonda fede e da costante preghiera, come Maria ha offerto a Dio il culto di fare la volontà di Dio con gioia giorno per giorno.
Prima di finire, vorrei che stasera facessimo una preghiera a Dio per la fedeltà alla nostra vocazione missionaria.
Fratel Luigino, che un uomo di donazione incondizionata, un uomo che, una volta messo mano all'aratro, non si voltò più indietro, soffrì molto per le defezioni che si verificarono anche in mezzo a noi.
Guardando al suo esempio, chiediamo a Dio che come lui noi pure - padri, fratelli e questi giovani che domenica prossima in questa stessa chiesa compiranno un passo che li porterà più vicini alla meta del sacerdozio - possiamo essere perseveranti fino alla fine.

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1983

MONS. BIANCHI LORENZO (1899-1983)

Necrologio (dal Vincolo N. 138, gennaio-aprile 1983, p. 37)

Mons. Lorenzo Bianchi, figlio di Pietro e di Maddalena Tamini, nato a Corteno (Brescia) il primo aprile 1899, entrato nell'Istituto il 4 novembre 1920, ordinato sacerdote il 23 settembre 1922, partì per Hong Kong il 29 luglio 1923. Eletto vescovo coadiutore c.j .s. nel 1949, successe a Mons. Valtorta il 3 settembre 1951. Rinunciò alla sede di Hong Kong il 30 novembre 1968.

Il 14 febbraio 1983 moriva a Brescia S. Ecc. Mons. Bianchi. Gli erano vicini i nipoti, madre Emanuela Baronio, superiora generale delle suore Missionarie dell'Immacolata, e don Luciano Baronio, segretario del vescovo a Brescia, e alcuni confratelli dell'Istituto. Don Luciano aveva chiesto di potere avere vicino lo zio, durante la sua ultima malattia, per meglio assisterlo. Sembrava che avesse recuperato le forze, tanto che si pensava di ricondurlo a Rancio. Improvvisamente un blocco re naie compromise definitivamente la sua salute. Il Signore, dopo alcuni giorni di agonia, lo chiamò a sé. I suoi funerali sono stati veramente "una celebrazione straordinaria", soprattutto se si pensa allo stile di vita, umile e schivo, di Mons. Bianchi.
A Brescia, il vescovo e un gran numero di sacerdoti diocesani vollero concelebrare l'Eucarestia attorno alla sua salma. A Corteno, i suoi compaesani richiesero che Mons. Bianchi ritornasse ancora per un'ultima volta tra loro. A Rancio, nella nostra comunità, molti padri e fratelli si strinsero attorno a lui per dimostrargli, nella preghiera di suffragio, tutto l'affetto e la riconoscenza. Significativa è stata la presenza del vescovo di Hong Kong, Mons. Wu, venuto appositamente per il funerale. Il Cardinal Martini, arcivescovo di Milano, in una lettera ai missionari del Pime, ha ricordato Mons. Bianchi come "uno dei grandi protagonisti della missione che ha vissuto i tempi eroici delle partenze senza previsioni di ritorno, della missione povera di mezzi e generosa di sacrifici". Riportiamo l'omelia di Mons. Morstabilini, vescovo di Brescia, quella di Mons. Wu, vescovo di Hong Kong e un ricordo personale di p .Commissari.

Discorso di S. Ecc. Mons. Morstabilini, vescovo di Brescia (16 febbraio 1983)

Non è fuor di proposito che oggi, giorno delle ceneri, al posto della tradizionale stazione quaresimale, riservata soprattutto al clero, abbia luogo il funerale di un vescovo missionario. Il simbolo delle ceneri, che sono state imposte sul nostro capo, con il severo ammonimento "Ricordati che sei polvere ed in polvere ritornerai" diviene assai più eloquente e ci tocca più profondamente. Di Mons. Lorenzo Bianchi diamo anzitutto qualche indicazione biografica:

- È nato a Corteno il primo aprile 1899.
-
Si preparò al sacerdozio nel seminario di Brescia, dove rimase fino al termine del secondo anno di teologia.
- Il 4 novembre 1920 entrò nel Pime e fu tra i primi a passare dal seminario diocesano alle missioni e ciò non senza qualche rincrescimento da parte del vescovo Mons. Giacinto Gaggia.
- Venne ordinato sacerdote il 23 settembre 1922.
- Partì per la Cina il 29 luglio 1923 dove rimase per 46 anni, fino cioè al 1969.
- Il 9 ottobre 1949 venne consacrato vescovo coadiutore di Hong Kong con diritto di successione.
- Divenne vescovo residenziale di Hong Kong il 3 settembre 1951 e vi rimase fino al 1969 quando, a motivo anche della malferma salute, ma soprattutto per lasciare il governo della diocesi ai cinesi, pregò S. Santità Papa Paolo VI di accettare la sua rinuncia alla diocesi. Il papa lo invitò a continuare o almeno a continuare la sua residenza a Hong Kong, ma Mons. Bianchi preferì ritornare in patria e lasciare al suo successore una piena libertà di azione.
- Dal 1969 fino alla morte volle ritirarsi presso i suoi Padri, che l'ebbero carissimo, e dove lui si trovò davvero come in una famiglia e dove per testamento ha voluto che riposi la sua salma.
- La circostanza della sua malattia lo portò a morire qui a Brescia, circondato dall' affetto dei suoi cari e delle RR. Suore Ancelle, e in modo particolare del suo affezionatissimo don Luciano, della nipote Sr. Emanuela, superiora generale delle Suore dell'Immacolata.

Noi siamo onorati di potergli dare qui nella cattedrale della sua diocesi di origine, da lui tanto amata, questo estremo saluto. E siamo lieti di darglielo nell'occasione di una convocazione di clero, del quale resta fulgida gemma incastonata nella gloriosa tradizione bresciana. Ripensiamo ora un istante alla odierna celebrazione liturgica. Due formule sono proposte per l'imposizione delle ceneri, ben note: la prima: "ricordati che sei polvere e polvere ritornerai"; l'altra: "convertiti e credi al Vangelo". Apparentemente molto dissimili tra loro: in realtà non sono che due aspetti di un solo programma: quello del nostro ravvedimento e della nostra conversione. La prima è, almeno all'apparenza, più negativa. Nel ritorno in polvere c'è il richiamo alla morte, mortificazione, rinnegamento di se stessi e del proprio egoismo, umiltà e povertà. L'altra è più positiva: nel richiamo a conversione è incluso un cambiamento di rotta, una volontà di vivere, di rinnovarsi, di percorrere la via giusta.
Nel credere al Vangelo è sottintesa la volontà non solo di credere in Dio, di credere a Dio, ma anche di fidarsi di lui, di accettare come regola di vita la sua parola. Ho ricordati questi due aspetti perché riflettono bene le virtù che furono caratteristiche della vita e dell'azione di Mons. Bianchi, il quale, a nostro modo umano di giudicare, non deve essere scontento della coincidenza del suo funerale con l' austero inizio del tempo quaresimale, perché rientra nel suo desiderio di silenzio e nella sua costante preoccupazione di non disturbare e di passare inosservato. Amante del nascondimento, rifuggiva da tutto ciò che in qualche modo potrebbe mettere in luce la sua persona; amava non distinguersi in nulla dagli altri. Ciò gli ha facilitato il metodo pastorale da lui costantemente seguito con i suoi cinesi: farsi come loro partendo dai più bisognosi. Ciò spiega la sua soddisfazione quando Paolo VI, incontrando l'amico Mons. Bianchi dopo moltissimi anni, in tono scherzoso gli disse che, dall' essere stato così a lungo con i cinesi, aveva assimilato da essi anche la fisionomia. La ragione per la quale gli tornò gradita quella scherzosa affermazione è ben indicata dalle parole con le quali Mons. Bianchi nel 1969 si congedò dai
suoi cinesi: "Amici e figli cari - così nelle sue parole - in qualsiasi parte del mondo io sarò, voi mi sarete sempre vicini con tutto il popolo cinese, che è il mio popolo. Voi mi avrete sempre vostro servo e ministro, un vecchio uomo che vi benedice e prega per tutti".
Misurato come era nelle sue parole, bastava parlargli della Cina e dei cinesi perché il suo volto si illuminasse e la parola si faceva sciolta. Quanto amasse l'umiltà ce lo dicono le prime parole del suo testamento spirituale: "Al tramonto della mia vita terrena, con profonda sincerità, sento di essere stato "servo inutilis", un servo inutile però - diciamo noi - che può ben dire di avere fatto tutto ciò che doveva e poteva fare nella costante preoccupazione di attuare la volontà di Dio. Per il suo basso sentire di sé, ci spieghiamo che all'annuncio della sua nomina a vescovo, abbia istintivamente esclamato: "vescovo io? . . non siamo matti!". Manifestazione della sua umiltà è stata anche la sua povertà. A questo riguardo scrive nel suo testamento: "Ho sempre amato la povertà, e il poco denaro che si troverà alla mia morte, desidero che metà sia dato alla casa di Rancio, e metà per i poveri, o missioni più bisognose". Non grande vantaggio però verrà né agli uni né agli altri dal dividersi la somma di 456.000 lire, totale della sua proprietà in denaro.
Quanto Mons. Bianchi era schivo di parlare di sé, altrettanto era benevolo verso gli altri, facile a riconoscere le loro doti, incline a pensare bene e a giudicare positivamente anche coloro che si dicono "lontani". Questo suo ottimismo deve essere stato il segreto della confidenza che pure i pagani avevano con lui e delle molte conversioni con la grazia di Dio operate. Pur sapendo quanti ostacoli ha dovuto superare, quanti pericoli della vita stessa, ha corso, quanto gli devono essere stati causa di sofferenza quei 14 mesi di prigionia in un isolamento assoluto, si rimaneva colpiti dal suo senso di serenità e di distacco con cui raccontava le sue vicende come se fossero state di altri e nelle quali lui non avesse nessun merito. La formula dell'imposizione delle ceneri: "Convertitevi e credete al Vangelo" fu davvero da Mons. Bianchi presa molto sul serio e fatta programma della sua vita e del suo apostolato. Per lui la conversione si tradusse in un continuo anelito verso la santità. Questo spiega perché in questi anni di relativo riposo, la sua occupazione preferita fosse la lettura di vite di santi, lettura alternata da continua preghiera.
Per lui il "credere al Vangelo" ha significato un'ardente passione missionaria; un costante atteggiamento di ottimismo; una illimitata fiducia nella provvidenza e nell'efficacia della grazia; un filiale amore alla chiesa. Un indice di come i problemi della chiesa gli erano presenti, è dato, ad esempio, dal fatto che alla vigilia della sua morte, in un momento di relativo sollievo, conversando col nipote ha ringraziato il Signore del grande dono del Concilio. Potrei continuare a mettere in luce altri aspetti della sua vita e del suo apostolato, ma altri diranno di lui ben meglio di me. Del resto il Vangelo delle beatitudini è il più bell'elogio. A lui dovrei chiedere scusa di avere in qualche modo rotto il suo riserbo. Ma l 'ho fatto perché anche noi ci uniamo a lui nel dire grazie al Signore dei benefici concessigli; ed anche perché il suo esempio sia di stimolo a noi a corrispondere alla nostra vocazione e missione.
D'altra parte non ignoriamo di essere qui ad invocare, con questa celebrazione di suffragio, il perdono e la divina misericordia per quelle debolezze che la fragilità umana può avere commesso. E concludendo ripetiamo l'invocazione della liturgia: "O Dio misericordioso, che hai chiamato il tuo servo, il vescovo Lorenzo, a far parte del collegio episcopale, donagli di condividere nel tuo regno la ricompensa promessa ai fedeli ministri del Vangelo".

Omelia di Mons. Giovanni Battista Wu, vescovo di Hong Kong (Rancio di Lecco, 17 febbraio 1983)

"Nunc dimittis Domine servum tuum in pace": inizio citando queste parole della Bibbia per fare partecipi voi dei miei sentimenti. Il nostro vescovo ci ha lasciato in pace: c'è qualche cosa che lui ha voluto e qualche cosa, ne sono sicuro, che lui non ha voluto fare. È piaciuto a lui lasciare questo mondo il 13 febbraio, capodanno cinese. Per noi cinesi questo giorno è il giorno in cui tutti i membri della famiglia si riuniscono. Dal punto di vista culturale e teologico, non vi era occasione più bella di questa per andare a ricongiungersi a Dio Padre. Mons. Bianchi era più cinese che italiano: gli è piaciuto scegliere questo giorno per ritornare al Padre.
Ma c'è qualche cosa che non ha voluto fare: la notizia della sua morte è giunta a noi a Hong Kong non il capodanno, né il giorno dopo, che pure è festa, ma il terzo giorno. Mons. Bianchi non ha voluto rovinare l'atmosfera di festa del capodanno. Ci voleva tanto bene e sapeva che se la notizia fosse giunta prima, avrebbe rovinato la festa: perciò non ha voluto farlo. Abbiamo ricevuto la notizia ieri mattina quando abbiamo riaperto gli uffici per ricominciare il lavoro. Nel giro di poche ore riuscimmo ad ottenere il visto per l'Italia, il biglietto e salire sull'aereo per venire qui. Siamo stati tanto contenti in questo modo di arrivare in tempo non solo a porgere i nostri rispetti, ma anche ad esprimere la nostra pietà filiale. In queste 24 ore siamo venuti di corsa; è stato come correre a casa per qualcuno dei nostri genitori. Questo è stato possibile grazie ai missionari del Pime e ai parenti che hanno spostato l'orario del funerale, così da darci l'onore e il privilegio di stare almeno alcune ore con il nostro vescovo. Per tutto questo, per la vostra delicatezza, per la vostra attenzione, vi ringrazio e chiedo a Dio che vi benedica.
Desidero ora dire qualche cosa di personale a riguardo del nostro vescovo; spero che non le abbia a male. Prima di tutto dico che il nostro vescovo fu l'ultimo ed anche il primo. L'ultimo, perché è stato quello che ha passato il governo della diocesi al clero cinese. Ma è stato il primo, perché fu lui a formare il clero cinese e a ideare, a pianificare per il trapasso. In Hong Kong i nostri preti giovani e di mezza età sono stati preparati per il loro compito da Mons. Bianchi, per cui dico che è stato l'ultimo ma anche il primo. È stato un grande leader e un buon pastore. Grande leader: penso che voi sapete tutti come era la situazione di Hong Kong allora. Mons. Bianchi iniziò il suo compito come vescovo al tempo di Mons. Valtorta, all'inizio degli anni '50. Erano allora tempi di crisi, a causa della conquista della Cina da parte dei comunisti. In 20 anni, fidandosi dell'aiuto di Dio, ha fatto moltissimo. All'inizio del suo episcopato c'erano 40.000 cattolici e quando lasciò Hong Kong i cattolici erano saliti a 250.000, senza parlare delle altre attività da lui promosse, come le scuole cattoliche e la Caritas diocesana.
La sua guida della diocesi non è finita quando egli lasciò Hong Kong, ma continua ancora adesso. Siamo ora di fronte a una nuova crisi e cioè l'incertezza circa il futuro di Hong Kong. Innumerevoli volte i nostri preti recentemente hanno ricordato Mons. Bianchi e come ha agito allora. All'inizio degli anni' 50, di fronte alle difficoltà, non pochi erano pessimisti, ma Mons. Bianchi diceva: fidiamoci di Dio e intanto facciamo del nostro meglio per fare fronte ai problemi. E ha fatto molto. Ora che ancora una volta stiamo attraversando un difficile periodo, vogliamo avere lo stesso atteggiamento, cioè fidarci di Dio e nello stesso tempo fare del nostro meglio, senza pensare a ciò che potrà capitare nel 1997 o a qualsiasi altra difficoltà. Dal nostro vescovo prendiamo l'esempio: egli è davanti a noi e con noi per guidarci.
È stato un vero pastore. Desidero dire qualche cosa che forse voi non sapete. Prima che fosse scelto e consacrato vescovo di Hong Kong, egli era capo distretto nell'interno del continente cinese. E adesso dopo tanti anni abbiamo notizie di quella zona: proprio là ci sono delle comunità cristiane vive. E questo è dovuto allo spirito missionario e al lavoro di formazione portato avanti da Mons. Bianchi. E ciò che accade non è limitato a quella zona: la testimonianza della vita cristiana di quelle comunità influisce sulle zone vicine e fa presa sulla gente.
Ora voglio dire qualcosa di personale. Mons. Bianchi è stato mio predecessore, ma anche mio insegnante. Quando venni qui da lui nel 1976 per la prima volta, egli mi venne incontro e mi chiamò con il soprannome con cui venivo chiamato in casa. Nessuno mi chiamava con quel nome se non mio padre e mia madre e non sentivo più quel nome da ormai 30 anni. Ciò è dovuto al fatto che durante il tempo della guerra con il Giappone, Mons. Bianchi e altri 5 missionari italiani erano confinati nel nostro seminario minore. Ciò fu provvidenziale, perché Mons. Bianchi e gli altri padri ci insegnarono latino, teologia morale e altre materie. Ed ora, da quasi 30 anni, i preti usciti dal seminario sono in Cina e rendono testimonianza a Cristo. Vorrei anche aggiungere anche qualcosa d'altro. Dal punto di vista umano abbiamo perso il nostro vescovo, ma dal punto di vista cristiano ci abbiamo guadagnato. Egli si interessava sempre di noi; l'ultima lettera l'ebbi in occasione del suo sessantesimo di sacerdozio. Mi diceva che Hong Kong e la Chiesa di Cina erano sempre nel suo cuore e ci pensava persino in sogno. Ora è ritornato al Padre, è in cielo come un nostro protettore.
Carissimi, ciò che ho detto è qualche cosa di personale di cui ho voluto farvi partecipi. Molto di ciò che abbiamo a Hong Kong è dovuto a Mons. Bianchi, viene dal Pime e dalla famiglia di Monsignore. Oggi di fronte a lui ringrazio di tutto quanto ha fatto per la Chiesa di Hong Kong e per la Chiesa di Cina. Grazie anche a tutti voi. Non esprimo solo condoglianze, ma anche congratulazioni. Siamo contenti, io e i preti cinesi, di essere qui con voi in questa occasione per esprimere i sentimenti dei cattolici e dei cinesi tutti. Questi sono sentimenti non solo di stima verso Mons. Bianchi, ma per noi cinesi anche di pietà filiale. Abbiamo ora un protettore in cielo. Dobbiamo sentirci felici oggi, è un giorno di gioia. A lui non diamo un saluto come per lasciarci, ma un saluto amichevole.
Caro Mons. Bianchi, tu sei lassù; non ti dimenticare di noi. Ti assicuriamo che non ci dimenticheremo di te. Ancora una volta grazie anche a nome della gente di Hong Kong, che sabato prossimo, dopo domani, ricorderà Mons. Bianchi con una Messa speciale nella cattedrale. Parteciperanno preti, cristiani e amici: sono sicuro che pregheranno per il nostro vescovo ed esprimeranno la loro gratitudine. Ed ora chiediamo al nostro vescovo di unirsi alla nostra preghiera per la nostra diocesi, per questo mondo tribolato e per i bisogni della società.

Ultimi incontri con Mons. Lorenzo Bianchi (P. Filippo Commissari)

Ringrazio Dio per avermi dato occasione e la fortuna di conoscere Mons. Bianchi, prima come mio vescovo e pastore in Hong Kong, poi come fratello maggiore e amico gioviale a Genova (1970-73) e in seguito a Rancio fino agli ultimi giorni della sua vita.

1. Un missionario che lascia una testimonianza di amore autentico alla sua missione e al popolo cinese, anche dopo il suo ritorno definitivo in patria. Si può dire che era qui in Italia con il suo corpo, ma il suo cuore era rimasto là tra i suoi cinesi di Hong Kong, dove aveva speso senza interruzione 46 anni, prima come semplice missionario e poi come vescovo. Ogni visita di cinesi provenienti dalla diocesi di Hong Kong era per lui un dono assai gradito. Ricordo la visita di P. Giovanni Wong e del Fratello delle scuole cristiane Henry Pang, di cui io stesso sono stato testimone, fatta l'anno scorso dal 19 al 22 agosto. È stata l'ultima visita di cinesi, vecchi amici fin dalla loro giovinezza: l'ultima visita, ma certamente la più attesa, la più gradita. Quando Mons. Bianchi è stato eletto vescovo coadiutore della diocesi di Hong Kong (9 ottobre 1949), P. Giovanni Wong gli successe come parroco nella chiesa di S. Giuseppe nell'Hoi Fung. lo ho avuto la fortuna e la gioia di accogliere a Roma questi due amici e di accompagnarli a Rancio (Lecco) dove Mons. Bianchi li aspettava con ansia. Non è facile descrivere quell' incontro e l'abbraccio di amici che si incontravano dopo 31 anni di separazione forzata e di sofferenza. Sono stati giorni di festa. Pur di stare insieme P. Wong e il Bro. Henry rinunziarono a qualunque altro invito già programmato altrove. Parlarono la lingua dei loro villaggi dell'Hoi Fung. Ricordarono i tempi eroici vissuti insieme, le difficoltà affrontate per difendere e assistere materialmente e spiritualmente i cristiani, le grandi sofferenze per testimoniare il Vangelo in tempo di persecuzione e per essere fedeli a Cristo, alla sua Chiesa, al Papa. Poi gli arresti, i processi, la prigione, la condanna a morte di P. Wong (in seguito tramutata in ergastolo), l'isolamento più completo, e finalmente la liberazione. P. Wong ricordò pure il ritorno da Hong Kong di Mons. Bianchi, vescovo novello, nella zona dell 'Hoi Fung allora già sotto il dominio comunista di Mao. Fu come il ritorno e la presenza del "Buon Samaritano" in mezzo al suo gregge, i suoi cristiani perseguitati, processati e messi in prigione. Mons. Bianchi stesso in quell' occasione fu arrestato, messo in prigione e ridotto all'isolamento più completo per 14 mesi. Quella visita storica si concluse la domenica 22 agosto, festa della Vergine Maria Regina (Regina della Cina). Il momento culminante è stata la concelebrazione di Mons. Bianchi con il P. Wong e altri padri della comunità di Rancio. Una Messa celebrata in latino, offerta in ringraziamento a Dio per tutte le grazie ricevute, un sacrificio eucaristico offerto per ottenere la piena libertà della Chiesa in Cina, una preghiera per tutto il popolo cinese. Dopo la Messa la partenza. Prima di partire P. Wong e il Bro. Henry, in ginocchio, chiesero a Mons. Bianchi la sua benedizione, e poi l'ultimo abbraccio, il saluto di addio. Nel sessantesimo di ordinazione sacerdotale di Mons. Bianchi, questo incontro è stato certamente uno degli avvenimenti più consolanti della sua vita.

2. Un uomo che si è lasciato guidare sempre da uno spirito profondo di fede. Tutta la sua vita, dalla prima giovinezza fino all'ultimo respiro, è stata una risposta alla chiamata di Cristo. Certamente anche lui, come tutti noi, era debole e fragile, ha avuto i suoi limiti. Piuttosto timido e riservato per natura, schivo della pubblicità e di ogni privilegio, umile per virtù. È nella fede che Mons. Bianchi ha trovato sempre ottimismo, forza e coraggio in ogni situazione, sempre pronto anche a dare la vita se fosse stato necessario. Era un uomo di preghiera. Solo così si spiega la sua vita di missionario. Ricordo il mio ultimo incontro con lui a Rancio il 13 gennaio scorso. In quei giorni aveva avuto qualche attacco di bronchite. Soffriva di enfisema polmonare, una vecchia malattia che ogni anno si faceva sentire più grave. Per ordine del medico doveva stare chiuso in stanza, evitare ogni attività compreso la celebrazione della S. Messa. E questo per lui era il più grande sacrificio, una cosa assurda. Passava il tempo tra il letto e la poltrona con la corona del rosario in mano. Era contento di vedermi e mi ringraziava per la visita. Benché molto stanco e sofferente, mi chiedeva notizie di Hong Kong e della Cina. Poi mi diceva: "Il medico mi ha ordinato di non celebrare. Ma ti pare giusto? Qual'è quel medico che può proibire ad un prete di celebrare l'Eucarestia?". Per due giorni mi prestai ad aiutarlo a celebrare la Messa in camera... Dopo la Messa rimaneva a lungo assorto in preghiera. Veramente ha sempre gustato la S.Messa. Era per lui l' incontro quotidiano col suo Signore, un incontro indispensabile più importante del cibo e dell'ossigeno. Prima di partire da Rancio, sono andato a trovarlo ancora una volta. Era molto stanco. La tosse lo tormentava e, talvolta, lo lasciava senza respiro. Ci scambiammo poche parole. Per me furono come un testamento. Mi confidava che ormai era alla fine e in attesa della "chiamata". Aveva già ricevuto l' unzione degli infermi. Mi diceva che era pronto. Con tono scherzoso diceva: "Non so perché il Signore continui a chiamare preti giovani, ancora pieni di vita. lo sono vecchio, ammalato... qui non ho più nulla da fare! Il Signore è davvero misterioso! Che te ne pare?". E poi sorrideva. Abbiamo pregato insieme per il Pime, per la Diocesi di Hong Kong e per la Cina. Prima di lasciarlo, in ginocchio, ho chiesto la sua benedizione, e così, commossi, ci siamo lasciati. Partivo con la sensazione che quello era l'ultimo incontro. E così è stato.

1. Mons. Lorenzo Bianchi è una figura di primo piano. Nella sua estrema semplicità e umiltà evangelica avrebbe ancora tante cose da insegnare a noi tutti missionari del Pime, anziani e giovani. Per chi avrà cura di leggere e meditare la sua vita, troverà in lui un uomo sempre giovane e ricco di ideali, un missionario entusiasta, un pastore sempre pronto a dare la vita per il suo gregge, un modello di vita a portata di tutti coloro che vogliono vivere lo spirito genuino del Pime e di un missionario evangelico. Come vescovo e pastore ha voluto fare della comunità cristiana di Hong Kong, una chiesa "segno e sacramento di salvezza", una porta aperta a tutto il popolo cinese, specialmente ai più deboli, ai perseguitati, ai rifugiati. Un ponte di congiunzione tra l'Oriente e l'Occidente, un luogo di riconciliazione e di unità tra la chiesa in Cina e la chiesa di Roma. Sono convinto che la missione di Mons. Bianchi continuerà ancora. N e sono garanzia le parole di saluto che rivolse alla Comunità di Hong Kong alla sua partenza dalla diocesi (14 aprile 1969): "Amici carissimi, se in qualche cosa ho sbagliato, vi domando perdono, se in qualche cosa sono stato utile, ringraziate Dio. In qualunque posto io sarò, voi mi sarete sempre vicinissimi, mi avrete un vostro servo e ministro, un vecchio uomo che benedirà e pregherà per voi".

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P. CANTORE MICHELE  (1900-1983)

Necrologio (P. Mario Marazzi, dal Vincolo N. 139, maggio-agosto 1983, p. 72)

P. Michele Cantore, figlio di Marcello e di Giuseppina Morra, nato a Rivoli (Torino) il18 agosto 1900, entrato nell'Istituto il 5 settembre 1922, ordinato sacerdote il 19 aprile 1924, partì per Hong Kong il 13 giugno 1924, dove rimase fino al 1967. Morì a Lecco il 24 maggio 1983.

Siamo qui riuniti per ricordare e per pregare per un altro confratello che pochi giorni fa ci ha lasciati: P .Michele Cantore. In questo momento ci sentiamo particolarmente uniti a una delle sue due sorelle, Suor Marcella, Missionaria della Consolata, che dal 1930 si trova in Africa, in Kenya.
P. Michele era nato a Rivoli (Torino) nel 1900. Di famiglia modesta, aveva studiato nel seminario cosiddetto dei Tommasini che aiutava ragazzi poveri che volessero raggiungere l'ideale del sacerdozio. Dopo avere compiuto la seconda teologia nel seminario arcivescovile di Torino, a 22 anni entrò nel Pime. Ordinato prete nell'aprile del 1924, dopo due mesi partiva per la missione di Hong Kong. La diocesi di Hong Kong, oltre al territorio della Colonia britannica, si estendeva allora per un vasto tratto della provincia del Kwangtung, all'interno del continente cinese. P. Cantore fu appunto destinato a questa zona interna, precisamente alla prefettura che aveva per capitale Waichau. Tornato in Italia nell'ottobre 1939, in seguito allo scoppio della seconda guerra mondiale fu costretto a rimanervi fino al 1947. Di ritorno alla sua missione, passò due anni sotto il regime comunista. Gradualmente impedito di esercitare il lavoro missionario, nel 1951 lasciava la Cina per continuare il suo ministero nella Colonia di Hong Kong, dove rimase fino al 1967.
Ho vissuto diversi anni accanto a P. Michele. Allora lui era coadiutore della cattedrale ed abitavamo tutti e due nella casa centrale della diocesi. Della mia esperienza di vita con lui desidero sottolineare due sue caratteristiche: la sua fede semplice e il senso di gratitudine a Dio. Aveva una fede semplice, che manifestava a tutti senza rispetto umano, che lo spingeva a sentirsi missionario verso i non-cristiani che incontrava per la strada, distribuendo immaginette religiose, medaglie, assieme alle immancabili caramelle. Mi capitò più di una volta di salire con lui sullo stesso autobus: ad un certo punto dalla borsa di stoffa nera che portava sempre con sé tirava fuori dei volantini e li distribuiva ai passeggeri, al conduttore, al big1iettaio, invitandoli a leggere e conoscere il messaggio cristiano. Giocando sul suo cognome, P. Michele diceva di essere l'unico Cantore dell'Istituto. E il suo canto è stato per tutta la vita un inno di ringraziamento. Aveva sempre in bocca la frase "Deo gratias", per quel suo fare a volte un po' sempliciotto, per il suo cantonese non perfetto, lui che dopo essere stato per circa 20 anni in una zona di lingua Hakka aveva dovuto imparare una seconda lingua. P. Cantore non ha avuto grandi doti, non mi consta che si sia distinto in grandi opere. È vissuto modestamente da semplice missionario. Ed è tutto. Ognuno di noi ha un ruolo da svolgere secondo il piano che Dio ha su di noi. Ciò che conta non è ciò che facciamo, ma come lo facciamo. E P. Michele ha svolto bene il suo ruolo.
Ho rivisto P. Michele per l'ultima volta a Rancio la settimana scorsa. A causa della rottura del femore era stato ricoverato, ma uscito dall'ospedale non era più quello di prima. Gli parlai in italiano e poi in cinese, ma mostrò di non riconoscermi. Il suo volto era diafano, ripeteva frasi sconnesse con una voce tanto debole da non poter capire cosa dicesse. Poi venne la suora con una tazza di cibo e prese ad imboccarlo con amorevolezza. Mi venne da pensare che se riusciamo a raggiungere un' età avanzata, a volte col corpo e con la mente davvero ritorniamo ad essere bambini. Ma questo incontro con un padre anziano che era ridiventato bambino e che era ormai vicino al suo passo supremo mi fece bene, mi aiutò a riflettere, ancora una volta mi mise di fronte alla realtà della vita che passa veloce, alla realtà della morte.
Noi missionari del Pime ora abbiamo una casa di riposo per i nostri confratelli anziani a Rancio. È doveroso, è bello che tanti padri e fratelli che hanno speso gli anni migliori al servizio della chiesa e dell'umanità abbiano a passare gli ultimi anni trattati come si meritano. Grazie poi alle preghiere e sacrifici di questi padri e fratelli, la nostra casa di Lecco è sorgente di vitalità per tutto l'Istituto, è una piccola centrale elettrica. Ma mi pare tanto bello il fatto che in altre case dell'Istituto, in questa casa madre dove ora stiamo celebrando l'Eucarestia, ci siano dei fratelli e padri anziani. Per noi un po' più giovani la presenza di questi nostri confratelli è preziosa, è un dono, è una grazia. Abbiamo molto da imparare dall' esperienza, dalla saggezza di questi anziani che vivono di fedeltà alla loro vocazione senza fare tanto rumore. La maggior parte dei nostri confratelli muore alla casa di Rancio. È ovvio che sia così. Ma non si può negare che ci vengono a mancare delle preziose occasioni per essere vicini ai nostri confratelli nel momento più importante della loro vita. Non solo, ma la loro morte è anche un momento di grazia per noi, è un porci di fronte al mistero della vita e della morte, uno stimolo a vivere bene per morire bene, a rinnovare il nostro impegno di essere fedeli come loro alla nostra vocazione missionaria.
Auguro a tutti noi che possiamo trovare l'occasione di essere vicini a qualche nostro conffatello che si prepara all'incontro con Dio. Ieri sera, mentre preparavo questi pensieri, ho letto la ventina di cartelle dattiloscritte del diario che P. Cantore scrisse durante i due anni passati in Cina durante l' occupazione comunista. Mi sono venute alla mente le tante sofferenze del popolo cinese in quest'ultimo secolo, e anche le tante sofferenze della Chiesa in Cina. Dopo un periodo di persecuzione, la chiesa di Cina ora gode di una certa libertà, anche se è sottoposta a non poche restrizioni. Ciò che ferisce il cuore di noi cattolici è in particolare la mancata comunione visibile con la Sede di Roma, la continua affermazione di indipendenza della chiesa cinese. P. Michele, tu che hai dedicato la tua vita al servizio del popolo cinese, prega con noi durante questa Eucarestia perché la riconciliazione avvenga al più presto.

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1984

FR. POLO VITTORIO  (1915-1984)

Necrologio (dal Vincolo N. 144, ottobre-dicembre 1984, p. 134)

Fr. Vittorio Polo, figlio di Antonio e di Angela Barbiero, nato a Briana di Noale (Venezia) 1'8 ottobre 1915, entrò nell'Istituto a Milano il 15 ottobre 1938. Emise il giuramento perpetuo il lO agosto 1945. Partì per Kaifeng (Cina) il18 agosto 1947. Espulso nel 1953, passò a Hong Kong. Morì a Milano il 19 ottobre 1984.

Il 19 ottobre 1984, poco dopo il mezzogiorno, il Signore ha chiamato a sé, a ricevere il premio del servitore buono e fedele, il Fr. Vittorio Polo. Era nato a Briana di Noale (Venezia) 1'8 ottobre 1915 da famiglia di condizioni modeste, ma ricca di fede, che ha dato alla chiesa, con il nostro confratello, anche una sorella che si è fatta suora. La sua vita fino a 23 anni è fatta di scuola elementare, lavoro e poi servizio militare. A 23 anni chiede ed ottiene di essere accolto nell 'Istituto come fratello cooperatore, per realizzare la sua vocazione missionaria. Il segreto di questa vocazione? È un segreto, per quel che se ne sa, gelosamente custodito. Si avvicina la guerra e la sua classe viene richiamata alle armi; non si fa tempo a ottenergli l'esonero, e deve perciò rispondere alla chiamata. Combattente su vari fronti, l'armistizio dell'8 settembre 1943 lo trova in Croazia; con alcuni compagni riesce a sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi e alla prigionia in Germania. Riesce a raggiungere Milano e si presenta ai superiori che lo accolgono con gioia. Riprende il cammino verso la realizzazione della sua vocazione missionaria: emette il giuramento perpetuo il lO agosto 1945, e dopo un breve servizio nelle case di Monza e Treviso, nel 1947 è destinato alla Cina, a Kaifeng.
Arriva a Kaifeng il 31 ottobre e affronta sereno lo studio della lingua cinese: solo lui poteva
raccontare quanto gli sia costato! L'anno dopo, 1948, Kaifeng veniva "liberata" dall' esercito rosso, e fino al1953 Fr.Vittorio farà l'esperienza delle "delizie" e delle amarezze del nuovo regime. Testimone delle prove attraverso cui è passata la chiesa di Cina, nel 1953 con altri confratelli deve lasciare Kaifeng. Si ferma a Hong Kong; viene accolto in quella comunità e riprende il calvario dello studio perché là è tutto un altro cinese che si parla. Nell'annuario della diocesi di Hong Kong viene presentato come "Building superintendent" e nella messa funebre p. Lazzeri l 'ha chiamato: "Il capomastro degli edifici della diocesi", architetto ed ingegnere senza un certificato rilasciato da qualche università". Era dotato di tanto buon senso, di attenzione ed esperienza, capace di salire sulle impalcature e di sporcarsi di malta e cemento, pur di essere più vicino all'operaio che a lui interessava ancora di più dell'opera.
L'anno scorso dovette venire in Italia. Era malato e voleva curarsi qui tra noi, per potere ritornare al suo posto di lavoro. Dopo l'intervento a cui si sottopose, l'analisi istologica confermò quanto si temeva, e cioè che il blocco delle vie biliari era dovuto ad un tumore maligno del pancreas. L'intervento sembrava riuscito, c'era una certa ripresa, anche se più lenta del previsto, tanto che prima che finisse l' anno riusciva a strappare ai medici l'autorizzazione a fare ritorno a Hong Kong. Ma il male continuava a lavorare subdolo, e nel febbraio di quest'anno Fr. Polo dovette tornare in Italia. Giunse in tempo per partecipare alle feste per la beatificazione di P. Mazzucconi e poi si fermò a Milano, a percorrere le stazioni di una lunga Via Crucis. Ci fu un nuovo intervento, più per alleviare le sue condizioni che per guarirlo, poi momenti di pausa e momenti di peggioramento. In realtà il male continuava la sua opera demolitrice, e alla fine di agosto fu necessario ricoverarlo di nuovo. Dopo un mese e mezzo di degenza, il 12 ottobre, sembrando imminente la fine ed essendo ormai i medici nell'impossibilità di aiutarlo ancora, fu portato in casa madre.
Con una vitalità sorprendente doveva durare ancora una settimana, lucido solo a momenti, circondato con premurosa attenzione dai confratelli. Si spense poco dopo mezzogiorno, il 19 ottobre, mentre accanto a lui vegliavano, pregando e meditando, un gruppo di studenti del seminario teologico. I funerali, presieduti dal superiore regionale P. Girardi, si sono svolti il 22 ottobre con la partecipazione di tanti confratelli. Era presente anche il superiore regionale di Hong Kong, P. Nicola Ruggiero, al momento in Italia. A dire quanto fosse amato e stimato a Hong Kong, basti ricordare che al suo funerale erano presenti tutti i missionari di Hong Kong in Italia attualmente per lavoro o per vacanze e riposo.

Discorso alla Messa funebre (di P. Luciano Lazzeri)

Tutte le volte che accompagniamo un confratello alla sepoltura, penso alla mia morte e mi viene in mente di scrivere il mio elogio funebre, il mio necrologio, per evitare che un altro mi venga a tessere delle lodi che non merito o di cui non mi sono mai accorto in vita. Dall'altra sponda non ci sarà più la possibilità di commentare o di ribattere: "Perché tutto il bene che avete notato in me non me lo avete rivelato quando ero ancora in mezzo a voi? Ora è troppo tardi!". Questa riflessione mi suggerisce una parola di scusa e di pentimento a Fr. Vittorio Polo: quando eri in vita avrei dovuto esprimerti la mia stima per i tuoi lati positivi, non per esaltarti, ma per aiutarti da fratello a crescere e coltivare il meglio che c'era in te, con te glorificare e ringraziare il Signore. La morte: noi solitamente abbiamo paura di pronunciare questa parola e la sostituiamo con dolcificanti: passare a migliore vita, trapasso, scomparsa, spegnersi; i cinesi direbbero: non è più qui (chissà dov'è!).
Mi viene anche spontaneo fare una battuta seria: meno male che questa volta è toccata a un altro... Ma è inesorabile: le ore che passano feriscono, l'ultima uccide. "Vulnerant omnes, ultima necat", c'era scritto sull'orologio di un campanile. L'orologio si è fermato per Fr. Vittorio alle 12,30 di venerdì, mentre un piccolo gruppo di studenti di Teologia, le speranze del Pime, stavano pregando e meditando di fianco a lui. In quell'ora ha consegnato il suo spirito al Padre, dopo una lenta e spesso atroce sofferenza di quasi due anni. L'ho visto poco dopo l'intervento chirurgico che si prospettava con tante incognite. Ho cercato di immaginare il dramma che si era creato nel suo intimo: quel balzo quasi improvviso dalla vita attiva all'inattività, proprio lui che aveva sempre fatto a meno di medicine, lui con un cuore eccezionale, un fisico robusto plasmato dalle esercitazioni nel corpo degli Alpini, messo alla prova dal clima caldo e umido di Hong Kong e dalle fatiche del suo lavoro missionario. Credo di leggere bene, onestamente: il suo dramma non è diventato una tragedia, ma un sereno abbandonarsi nelle mani di Dio con la fede che anche sul letto che lo condannava all'inattività, poteva essere strumento nelle mani del Padre. Dio gli ha
giocato questo scherzo a sorpresa: aveva bisogno della sua sofferenza per purificarlo - e chi non ha bisogno di purificazione? - e per dispensare tante grazie alle persone che ha incontrato nella sua vita missionaria. Così la sua sofferenza non è stata disperazione, ribellione o rassegnazione passiva, ma vivere in se stesso la passione di Cristo. Ne era segno edificante quel tenere il crocefisso in mano quasi per aggrapparsi a Lui. Ne era segno il suo sorriso, che è stato poi l'ultimo saluto senza parole che ci ha rivolto prima di entrare nell'incoscienza.
Il suo testamento spirituale. Come se dicesse: ecco che cosa è rimasto di tutti i miei 69 anni: la pace interiore, la gioia di avere speso bene la vita! Fr. Vittorio, un laico missionario per tutta la vita alle missioni. Una razza in estinzione? Non pare, ci sono segni di ripresa e di speranza. Un missionario itinerante, sempre in movimento, sempre in cammino. Il capomastro degli edifici della Diocesi di Hong Kong. Architetto e ingegnere senza un certificato rilasciato da qualche università, probabilmente una dote di famiglia. In molte occasioni il suo buon senso, la sua attenzione, la sua esperienza hanno messo a tacere anche quelle persone che si presentano con tanti titoli incorniciati e appesi alle pareti del loro ufficio.
Ma c'è di più: non solo la sua abilità nell' esaminare la stabilità delle fondamenta, dosare la quantità del cemento o del ferro... L'amicizia offerta alla persona degli operai, l'attenzione ai loro problemi personali, familiari o religiosi. Un uomo, prima di essere capomastro, un missionario sulle impalcature di bambù dove gli architetti non osano salire per non rovinarsi il nodo della cravatta. A lui interessava di più l'operaio che non l'opera. È vissuto povero: non aveva un posto o un momento fisso per prendere i pasti, o un letto fisso per riposare; si adattava alle circostanze, alle situazioni. Rifiutava di viaggiare con mezzi privati, preferiva i mezzi pubblici perché gli permettevano l'incontro e la conversazione con le persone semplici segnate dalla fatica e da tante difficoltà, per comunicare una parola buona. Faceva tappa presso le residenze dei suoi confratelli chiedendo la carità di una tazza di tè o di un calice di birra, per tenere alto lo spirito: allora esplodeva la parte più vera di se stesso, la gioia di essere missionario o di sentirsi utile, il desiderio di cantare, di sentirsi in comunità con tutti. Non aveva nemici, a tutti risultava simpatico. Penso che abbia conosciuto più persone lui che non il vescovo o i vicari generali nelle loro visite pastorali.
Oggi depositiamo il suo corpo nel cimitero dove sono raccolti i gioielli del Pime nella pace della villa della Grugana, dove c'è un silenzio che parla. Noi ci rechiamo là per pregare, per sfogliare la storia dell'Istituto, rinfrescare la memoria di quei valori che non passano. I gioielli del Pime sono disposti a semicerchio con in mezzo una croce: solo da Cristo crocifisso questi nostri padri nella fede e nella vocazione hanno attinto la forza di resistere e di mantenere un ideale in tutti i climi del mondo; senza quella forza dovremmo inevitabilmente concludere: chi me lo fa fare? L'unica lapide dedicata alla memoria di Fr. Vittorio sarà quella sulla bocca della sepoltura con scarni dati anagrafi ci: Fr. Polo Vittorio, nato a Briana di Noale nel 1915; partito per la Cina interna nel 1947, espulso nel 1953, missionario a Hong Kong fino al 1984.
Di lapidi ne avrebbe meritate tante all'ingresso degli edifici di Hong Kong, prima del nome di benefattori miliardari. Anche nei giorni solenni delle inaugurazioni di scuole, chiese, ospedali, conventi, non c'era una poltrona per Fr. Polo tra le autorità. Per la sua discrezione si sarebbe trovato a disagio: il suo posto era tra le gente semplice e comune, schivo di applausi. La sua persona lascia un'impronta ai confratelli, soprattutto di Hong Kong. La riassumo così: l'annuncio della fede passa attraverso i fatti, la presenza, lo stile, la vicinanza, l'ascolto, il portare il peso degli altri, tentare di essere motivo di gioia e di speranza. Il segno qualificante del missionario è la condivisione, prima della proclamazione. Non ha mai predicato dal pulpito, da una cattedra, nelle assemblee degli intellettuali, in qualche aula di catechismo. Ha parlato con la vita, la dedizione, il servizio umile e costante. Per questo ringraziamo il Signore.

Dal Kung Kao Po, settimanale cattolico cinese di Hong Kong, riportiamo questo ricordo di Fr. Polo, scritto da un laico cinese, preside di una scuola cattolica, e tradotto da P. Beniamino Leong, O.F.M.

Quest'uomo qualunque.

Ti ricordi ancora di quell'uomo che tornava a casa, trascinando un corpo strastanco, tutto sudato e coperto di polvere, con un paio di scarpe insudiciate di fango? Ti ricordi ancora di quell'uomo che in ogni festa e solennità assisteva alla S. Liturgia con devozione straordinaria, sempre pulito e vestito con abiti di marca ma con semplicità? Ti ricordi ancora di quel vecchierello straniero che si metteva sempre alla porta della chiesa, parlando con i giovani in un cantone se non tanto fluido, incoraggiandoli a pregare e a diventare buoni cristiani? Ti sei mai accorto da quanto tempo egli non si faceva più vedere davanti ai nostri occhi e ti sei mai forse domandato dove ora si trova? Egli era un uomo qualunque che non veniva notato con facilità. Chiunque non lo conoscesse e lo vedesse così vestito di roba consumata, con una faccia sottonutrita e un paio di occhiali da vecchierello da pochi soldi, avrebbe pensato senz'altro che egli era uno tra i pochi stranieri che si trovano ancora qui in Hong Kong sperduti!
È vero! Egli era un uomo insignificante che spendeva la maggior parte del suo tempo nei campi di costruzione lavorando, e si vestiva e mangiava ciò che c'era, senza mai farci caso e senza mai un lamento. Era semplicemente un uomo che aveva offerto a Dio la sua vita. Eppure hai forse mai saputo che le chiese dove adori Dio, le scuole dove hai studiato, i conventi e gli uffici della diocesi dove lavori, quasi tutti sono stati costruiti e sistemati sotto la sua sovrintendenza?
Quest'uomo qualunque è fratel Vittorio Polo, Pime, un uomo facile ad essere dimenticato perché non ha mai dato nell'occhio. Ieri, 20 ottobre, di mattina, ho appreso la triste notizia che era morto in Italia. Ciò mi cagionò tanto dolore e tanta afflizione che, benché non facile a versare lacrime, i miei occhi erano bagnati, tanto che non vedevo più nulla. Egli era il mio buon maestro, ed era anche mio ottimo amico. L'insegnamento e l'incoraggiamento che mi dava, recava a me immenso profitto spirituale; la sua obbedienza e povertà, il suo disprezzo del potere e delle cose terrestri, il suo spirito di aiutare il prossimo con cuore, mi hanno fatto riflettere molto sulla vita. La sua intransigenza, serietà, severità e servizio nel lavorare mi hanno fatto capire il senso del lavoro. Penso di non essere il solo a potere trarre da lui tanto profitto! Egli sapeva bene che io avevo un caratteraccio di fuoco e una natura molto nervosa.
Quell'anno, tornato dalle vacanze fatte nel suo paese, mi ha portato appositamente un crocefisso e mi disse: "Senti! Ogni volta che ti senti malcontento, oppure stai per scoppiare di rabbia, guarda questo crocefisso". Fino ad oggi, ogni volta che mi sento arrabbiato o vengo urtato, ricordo sempre le sue parole e non riesco a trattenermi dal dare uno sguardo clandestino a quel crocefisso... Ricordo molto bene, un anno, alla sera di un venerdì di quaresima, quando andavo in chiesa per fare la via crucis, incontrai un sacerdote con le racchette da tennis che mi domandò spensieratamente: "Cosa succede questa sera con tanta gente in chiesa? C'è qualche solennità?". Ho pensato subito nel cuore: "Persino i sacerdoti non tengono conto di queste cerimonie: che ci vado a fare io? È meglio tornare a casa a godere i programmi televisivi". In conclusione, il giorno dopo al mattino, Fr. Polo mi ha telefonato facendomi una bella filippica: "Dove sei andato ieri sera? Come mai non ti ho visto in chiesa? Hai dimenticato già la Passione di Gesù?" All'istante, inghiottito questo boccone amaro, mi sono sentito davvero irritato e ho pensato: "l sacerdoti non sapevano neppure cosa succedesse in chiesa e i cristiani invece venivano rimproverati!". Ma poi, dando un' occhiata al crocefisso sul tavolino, mi sono ricreduto fortemente.
Ogni volta che veniva a casa mia, non mancava mai di domandare ai miei figli se avevano recitato le preghiere al mattino e alla sera, se frequentavano la confessione, se andavano alla Messa. I miei figli dicevano che il Fratel Polo era davvero noioso, ma non osavano essere pigri. Quanti al giorno d'oggi si interessano del bene spirituale dei tuoi familiari e aiutano i tuoi a salvarsi?
Fr. Polo desiderava tanto fare una gita in Cina per rivedere i luoghi dove aveva prestato servizio.
Ma per diversi motivi non ha ottenuto il permesso. Ammalatosi mi diceva: "Oh! Non fa niente.
Importante è obbedire. Quando saremo in paradiso, non li vedrò ugualmente?". Per quanto sapevo, già da alcuni anni egli tirava avanti con la malattia. La parte sinistra del ventre gli doleva sempre, anzi, aveva dolori acuti. Eppure ogni giorno, nonostante i dolori, era sempre al lavoro. Talvolta quando di sera non poteva addormentarsi per il dolore, prendeva un po' di vino per dormire.
E pregava! Dopo l'operazione subita, i medici gli proibirono di muoversi. Quel giorno era la festa dell'Assunta, ed egli zitto zitto, scappò dall'ospedale e zoppicando andò in chiesa per assistere alla
Messa. "In una festa così solenne come quella di oggi - diceva dopo - posso non venire qui a dare un saluto a Dio e alla Madonna?". L'anno scorso era tornato in Italia per curarsi: tumore alla milza. Fu operato e poté ritornare a Hong Kong. La sua faccia mostrava un colore nero-cinerino: questo non era affatto un buon indizio! Eppure insisteva nel suo lavoro giornaliero, uscendo di buon mattino e tornando a casa di sera tardi. Così la sua salute peggiorava di giorno in giorno.
Avrebbe voluto rimanere ancora in Hong Kong per continuare il suo servizio alla diocesi, ma i suoi superiori, servendosi dell'occasione dell'assemblea generale dell'Istituto, lo fecero tornare a Milano per le cure necessarie. Quando in ospedale venne informato della sua malattia, quasi si arrabbiò dicendo: "Perché non me lo avete detto prima? Avete paura che io non possa accettare? Temete che io non abbia la fede?". Per quanto ho saputo, ha sempre desiderato di tornare ancora a lavorare in Hong Kong, appena le condizioni glielo avrebbero permesso.
Caro fratel Polo! Riposa in pace! La tua pietà, il tuo lavorare energico, il tuo servizio instancabile hanno dato davvero un'ottima testimonianza per il buon Dio! Noi non dimenticheremo mai il tuo contributo che hai dato alla chiesa e ai fedeli di Hong Kong. La tua vita rimarrà come modello per sempre nei nostri cuori. Il tuo nome resterà in eterno nella nomenclatura del Regno celeste: "Il tuo faticare non è infruttuoso nel Signore" (1 Cor 15,58). Hai combattuto la buona battaglia, sei giunto al termine della corsa, hai conservato la fede. E ti è stata preparata la corona di giustizia!

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