IL NOSTRO PROGETTO DI VITA   IN MEMORIA   SPAZIO CINA

Cimitero di Jingang, Nanyang.

(Cimitero di Jingang, Nanyang)

PARTE I
NECROLOGI DEI MEMBRI DEL PIME del HENAN

HONG KONG 2008
(a cura di P. Stefano Andreotti e P. Sergio Ticozzi)

Vicari apostolici – Vescovi del Henan 1

Henan 2 Henan 3 Henan 4 Henan 5 Henan 6
Henan 7 Henan 8 Henan 9 Henan 10 Henan 11

PARTE II

NECROLOGI DEI MEMBRI DEL PIME dello SHAANXI / HANZHONG 

Chiarificazione

La presente raccolta comprende i necrologi dei membri del PIME che hanno lavorato nelle province cinesi del Henan e dello Shaanxi. Sono stati ordinati secondo i seguenti criteri:

Sono stati dapprima raggruppati insieme nella Parte I i necrologi dei responsabili delle circoscrizioni ecclesiastiche prima del Henan, cioè Nanyang, Weihui (Anyang) Kaifeng, e, nella Parte II, dello Shaanxi Meridionale,con l’aggiunta qui di necrologi di alcuni missionari prominenti di Hanzhong, membri del Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo di Roma, tratti da diverse fonti.

Come sezione principale, sono pubblicati i necrologi dei membri del PIME che hanno lavorato nelle suddette circoscrizioni ecclesiastiche, tratti solo da Il Vincolo dall’inizio della sua pubblicazione nel 1929, e ordinati secondo l’anno della morte.

In questa lista, sono stati tralasciati i necrologi di membri del PIME che hanno lavorato sia in queste circoscrizioni che ad Hong Kong, perché sono già stati pubblicati nella raccolta dei necrologi dei membri del PIME di Hong Kong, dal titolo "La Memoria Fonte di Speranza. Precisamente:.

P. Bacchin Angelo: op. cit. p. 138
P. Boerio Antimo: op. cit. p. 256,
P. Bolis Luigi: op. cit. p. 234,
Fr. Brambilla Luigino: op. cit. p. 205,
P. Carrà Giuseppe: op. cit. p. 237,
P. Crotti Amelio: op. cit. p. 289,
P. De Maestri Francesco: op. cit. p. 132,
P. Fraccaro Valeriano: op. cit. p. 176,
P. Maringelli Domenico: op. cit. p. 226,
P. Olivares Gioacchino: op. cit. 121,
Fr. Polo Vittorio: op. cit. p. 215,
P. Santinon Narciso: op. cit. p. 245,
P. Strizoli Giuseppe: op. cit. p. 200,
P. Tettamanzi Ferruccio: op. cit. p. 239,
P. Viganò Giovanni: op. cit. p. 233

La memoria del loro esempio sia di incoraggiamento e di sprone nell’attuazione e nell’impegno per la nostra vocazione missionaria.

HENAN

SHAANXI

 

VICARI APOSTOLICI – VESCOVI DEL HENAN

HONAN [Henan] (NANYANG)

1870 - 1904: Mons. Simeone Volonteri
1905 - 1910: Mons. Angelo Cattaneo
1911 - 1916: Mons. Giuseppe Noè Tacconi
1918 - 1938: Mons. Flaminio Belotti
1938 – 1953: Mons. Pietro Massa

Mons. VOLONTERI SIMEONE, 1° Vicario apostolico del Henan (1831-1904)
Necrologio
(da Le Missioni Cattoliche 1905, pp. 5-9, e 1906, p. 85)

Mentre il Seminario delle Missioni Estere di San Calocero in Milano si trovava già in gravi angustie per la cattiva piega che aveva preso quasi improvvisamente la malattia che da mesi travagliava Mons. Piazzoli, del nostro Seminario, giungeva la ferale notizia della morte di Mons. Volonteri, un altro degli eccellentissimi Vescovi appartenenti al Seminario stesso. Ecco quanto in proposito pubblicava cortesemente l’Osservatore Cattolico:

"Un telegramma giunto la sera della vigilia di Natale al Superiore del Seminario per le Missioni Estere della nostra città e datato da Han-Kou (Cina) annunciava la morte di Mons. Simeone Volonteri, vicario apostolico dell’Honan Sud. La dolorosa notizia ha gettato nel lutto tutti i cattolici milanesi, che avevano nel loro concittadino un apostolo benemerito ed esemplare della fede. Poco più di un mese fa Mons. Volonteri, scrivendo al superiore P. Roncari, annunciava la sua partenza per Pechino, ove si recava a trattare di affari importanti per la sua missione e per l’impianto dell’ospedale italiano a Zhumadian: conviene dunque dire che, appena di ritorno dalla capitale dell’impero, il Signore l’abbia voluto seco a festeggiare i gaudii del suo natalizio in cielo.

Dotato di una mente vasta, di una percezione finissima e di carattere forte, Mons. Volonteri intuiva i bisogni dell’apostolato e subito vi provvedeva; onde non è a meravigliare se col largo concorso proprio e dei pii benefattori poté compire opere gigantesche a salvezza della sua cristianità in momenti critici, e dare alla missione affidatagli uno sviluppo meraviglioso.

"Valendosi della sua qualità di grande mandarino cinese, si era accaparrata la benevolenza della corte e dei grandi dignitari, di modo che, se la missione dell’Honan Sud si trova attualmente in una posizione invidiabile, tutto si deve all’energia e all’attività di questo nostro concittadino.

"Ed ora, se per lui che ha lavorato sino alla fine ed è spirato sul campo da valoroso combattente, la morte non è solo il termine delle fatiche e dei sudori, ma la corona, il premio al servo fedele, per la missione è una perdita irreparabile, e per il Seminario un’immensa sciagura che solo il buon Dio può lenire e riparare nella sua alta provvidenza. Valgano queste brevi parole, interprete del sentimento di quanti conobbero l’estinto, a confortare in qualche modo il fratello, le sorelle, addoloratissimi.

"Mons. Volonteri era partito da Milano la prima volta il 15 settembre del 1859 per la missione di Hong-Kong: allorché nel 1869 veniva da Propaganda Fide affidato al Seminario di S.Calocero il vicariato apostolico dell’Honan, fino a quel tempo tenuto dai Padri Lazzaristi, il 29 giugno del medesimo anno il Volonteri ne veniva nominato pro-vicario apostolico; fu poi eletto vescovo e vicario apostolico, il 25 luglio 1873, e consacrato l’anno dopo al 22 febbraio. A meglio provvedere al bene della missione del vasto vicariato, Mons. Volonteri ne domandò e ne ottenne la divisione in due vicariati, l’uno dell’ Honan Nord, il secondo dell’Honan Sud."

Fu in questo vicariato che Mons. Volonteri spiegò tutta la sua infaticabile energia fino alla morte. Contava settantacinque anni di età, dei quali quarantacinque passati in missione.

Intorno alla morte di Mons. Volonteri ed alle circostanze che lo accompagnarono per ora non possiamo dir nulla, aspettiamo dai confratelli dell’Henan sud lettere le quali pur troppo non ci saranno rimesse se non da qui a qualche mese e più; ma di Mons. Piazzoli possiamo dare anche i più minuti particolari e lo facciamo volentieri anche a qualche sfogo del dolore che ci opprime. Ritornato da noi il 2 ottobre per riaversi dalla grave malattia che da più di un anno lo travagliava, Monsignor Piazzoli si era fermato nel Seminario delle Missioni Estere circa tre settimane, ma visto che guadagnava troppo poco credette meglio portarsi nella sua aria nativa di Alzano Maggiore. E quivi parve infatti star meglio, tanto che si lasciò indurre a prestare due assistenze Pontificali. Ma non l’avesse mai fatto! dalla seconda assistenza, durante la quale soffrì immensamente, non si riebbe più; e tanto andò declinando che pensò di restituirsi a Milano e morire in mezzo ai Colleghi. Ma la ristrettezza del locale, la mancanza di caloriferi, lo decisero a dimandare una stanza presso la Casa di salute dei benemeriti Fatebenefratelli. Non erano ancora trascorsi otto giorni da che si era portato colà, che cadde in una prostrazione tale che spaventò tutti; non era più la malattia di cuore, l’anemia, era uno sfasciamento totale. Conservava tuttavia sempre lucidità di mente e speditezza di parola. La notte del Santo Natale il nipote sacerdote, accorso al letto dello zio, celebrò nella stanza il santo Sacrificio e Lo comunicò per viatico. Dopo mezzodì chiese Egli stesso l’Estrema Unzione e la Benedizione Papale, quindi si raccolse in se stesso conservando sempre pienamente la conoscenza e dando le ultime istruzioni al buon P.Pozzoni. Il giorno di S.Stefano dopo mezzodì parve venir meno, quindi si riebbe alquanto e poté ancora benedire un’ultima volta i Superiori e gli alunni accorsi al suo letto. Verso le 18 Sua Em. il Cardinale Arcivescovo, che l’aveva già visitato due volte, volle vederlo un’altra volta, ma dovette constatare che la catastrofe era vicina, e difatti alle 23,30 entrò placidamente in agonia, ed un quarto d’ora dopo la sua bell’anima era già volata in grembo a Dio. Lo assistettero sino alla fine il fratello, il nipote e il P.Pozzoni. La mattina verso le 9,30, vestito in abiti pontificali, fu portato nella Chiesa pubblica dei Fatebenefratelli cambiata all’uopo in camera ardente, dove accorsero continuamente a venerare le soavi sembianze sacerdoti e popolo d’ogni ceto e condizione fino alle 16 del giorno dopo, quando fu deposto nella cassa, presenti il Superiore del Seminario, P.Pozzoni, i parenti e gli alunni. La mattina seguente verso le ore 9 tutti i Padri e gli alunni del Seminario dalla Chiesa dei Fatebenefratelli portarono in divota processione la cara salma nella Chiesa di S.Calocero dove si fecero solenni esequie. Terminata la S.Messa, il P.Pozzoni disse due parole dettate dal cuore ed interrotte dalla commozione in memoria del suo estinto Vescovo, quindi coll’intervento di Sua Em. il Cardinale Arcivescovo, che volle così dare all’illustre apostolo di Hong-Kong un attestato di alta stima ed al Seminario un nuovo segno della Sua simpatia, si fecero le cinque assoluzioni di rito intorno alla sua salma. Terminati così i solenni funerali in Chiesa, la cara salma accompagnata da quasi tutti i Padri e dagli alunni del Seminario fu condotta al Cimitero monumentale donde su carro fu subito trasportata alla Villa della Grugana sopra Merate. La mattina seguente parte dei Padri e tutti gli alunni, celebrate le solenni esequie, deposero le care spoglie di Mons. Piazzoli nella cappella mortuaria, dove insieme cogli altri Missionari aspetta il giorno della risurrezione.

 

Mons. CATTANEO ANGELO, 2° Vicario Apostolico del Sud Henan (1844-1910)
Mons. Angelo Cattaneo, Vescovo titolare di Ippo, Vicario apostolico dell’Honan meridionale
(da Le Missioni Cattoliche, 1910, p. 611)

Il Vicariato di Honan meridionale e il Seminario delle Missioni estere di Milano hanno testé fatto una grave perdita nella persona di SE Mons. Angelo Cattaneo Vicario apostolico del Honan meridionale in Cina.

Un laconico dispaccio giunto qui la sera del 15 corrente diceva: - Hankow 15. ore 20.5 – Cattaneo morto malattia – La triste ed inattesa notizia venne tosto dal Rev.mo nostro Superiore notificata alla Comunità radunata per la meditazione in cappella. Si fecero subito preghiere per l’anima del defunto Presule, ed al mattino seguente si recitarono le messe di suffragio; il funerale solenne poi si fece lunedì, 19, nella chiesa dell’Istituto. Pontificava e faceva le esequie lo stesso Direttore del Seminario Mons. Pietro Viganò.

Mons. Angelo Cattaneo nacque a Carvigo (Bergamo) nell’anno 1844. Aveva dunque compiuti 66 anni di età. Entrò in San Calocero già prete nella primavera del 1869 e il 14 ottobre dello stesso anno partiva con altri due compagni per la Cina. Fu uno dei primi tre missionari che con S.E. Mons. Volonteri entrarono a lavorare nel Honan, ceduto in quell’anno dai PP: Lazzaristi al nostro Istituto Lombardo. Vi durò costante bei 41 anni senza mai rivedere la patria, né prendersi qualche sollievo. Sempre zelante e pronto a qualunque posto a qualunque sacrificio pur di potere convertire i pagani e conservare nella fede i neofiti.

Lavorò nel Vicariato del nord e nel sud, né vi è quasi luogo dove non sia stato a spargere il seme della buona novella. Il suo esempio di non finta pietà, la sua parola sempre improntata a zelo ed a bontà lo fecero molto stimare dai cristiani vecchi non meno che dai neofiti.

Morto S.E.Mons. Volonteri, la S. Sede nominò a succedergli nel Vicariato il Rev.mo P. Cattaneo, allora già Provicario, e nel girono 1 novembre del 1905 riceveva a Han-kow la sacra consacrazione dalle mani di S.E. Mons. Carlassare.

Umile quale fu sempre, avrebbe volentieri declinato l’onore della Croce Vescovile, se vi si adattò fu solo dopo espresso comando de’ suoi superiori; ne sentiva però tutto il peso e avrebbe voluto sgravarsene appena le circostanze glielo avessero acconsentito.

Fregiato dal Governo cinese fin dal 1901 della dignità mandarinale non ne indossò le insegne né se ne servì se non quando ciò poteva tornare di vantaggio ai cristiani e di prestigio alla nostra S. Religione.

I cinque anni del suo Episcopato, veramente troppo pochi per la fibra forte di sua costituzione e per la buona salute che abitualmente godeva, lasceranno una memoria indelebile del suo zelo e della sua pietà nell’animo dei suoi figli spirituali non meno che nei suoi missionari ch’Egli soleva chiamare col nome di carissimi confratelli.

Invochiamo intanto dai nostri lettori la carità di una prece perché venga affrettato l’eterno riposo e la corona di gloria promessa all’operaio inconfusibile, al Pastore zelante verso le anime e pio verso il suo Signore.

Appena ci giungerà pubblicheremo la relazione di ciò che precedette ed accompagnò la morte del nostro Vescovo e dei funerali fatti sul luogo.

In ultimo, addolorati noi stessi, perché privati di uno dei membri più anziani e venerabili dell’Istituo, ci facciamo un dovere di mandare le nostre vive condoglianze ai degnissimi fratelli del defunto Presule, D: Alessandro Cattaneo, Parroco di Treviolo ed al P. Luigi Cattaneo S.I.

Particolari della sua Morte (lettera di P. Felice Robbiani a Mons. Pietro Viganò, da Le Missioni Cattoliche, 1911, p. 21)

Ciumatien (Zhumandian), 14 dicembre 1910

E’ con l’animo straziato e col cuore affranto dal dolore che Le scrivo. Coll’animo e col cuore tanto più straziati e affranti perché più repentini e precipitatissimi furono i contingenti che determinarono la grave sciagura che ci affligge: Mons. Cattaneo, mostro amatissimo Vescovo, non è più. Ieri 13 dicembre all’una pomeridiana rendeva la sua anima angelica a Dio.

Voglio compiere ad un santo dovere di pietà figliale: mi consenta quindi V.E, che le mandi una relazione quantunque affrettata sulla morte del mio amatissimo Vicario apostolico, che già saprà dal telegrafo.

Mons. Cattaneo da Cio-Kia-Kow (Zhoujiakou). Dove aveva passato l’estate, giunse a Ciumatien la sera del 3 novembre p.p. Fu comune allora nei Padri che lo videro l’impressione di alterazione di carattere congiunta con una certa debolezza fisica, di cui era segno evidente la eccezionale sua magrezza; ma ci si passò sopra, pensando che ciò fosse causato dal freddo che quest’anno si fece sentire molto presto.

Dopo cinque giorni di permanenza presso di me nella missione di Han-tchoang (Hanzhuang), nel qual tempo si stabilì P. Tacconi come suo Provicario e fece altri cambiamenti, partì per Han-kow (Hankou); fu colà che in Monsignore si manifestarono veri caratteri morbosi con forte febbre. Fu curato dal P. Bricco, e, rimessosi alquanto, collo stesso Padre ritornò a Ciu-ma-tien e quindi a Han-tchoang. E davvero stava abbastanza bene, nonostante che le febbri l’avessero assai indebolito. Fu qui che la sua alterazione di carattere ritornò a manifestarsi più che mai, finché avvertendo dei disturbi vescicali, lo persuasi di farsi visitare.

Chiamai subito il nostro bravo Dott. De Giovanni dell’Ospedale che tosto premurosamente si portò alla Missione, distante circa 7 chilometri. Il Dottore lo trovò molto aggravato, affetto da enterite acuta accompagnata da cistite; non avendo ottenuto di poterlo condurre all’ospedale, gli prescrisse le cure del caso, mandando dall’ospedale il necessario.

Ma Monsignore dopo due giorni sentendosi migliorato, contro le mie preghiere sospese la cura del medico. In verità era un miglioramento passeggero il suo, tanto che nella notte del giorno 10 all’11, giorno di Domenica, versava già in condizioni disperate. Appena mi fu possibile disposi perché fosse chiamato di nuovo e di tutta fretta il Dottore, il quale, sempre premurosissimo, venne subito. Intanto mandava subito il P. Elli a cercare il Provicario P. Tacconi, e scrissi al P. Bricco perché venisse subito. Avvertì anche P. Balconi. Il Dottore, entrato da Monsignore, non lo visitò nemmeno; solo gli impose la venuta all’ospedale; ma ahimè era tardi! Con tutte le precauzioni e accompagnato dal Dottore, da me e da altri Padri fu portato qui! Non so dirle le cure intelligenti, premurosissime e tutti i preziosi soccorsi che la scienza medica possiede, e che furono in modo ammirabile messi in opera dall’egregio nostro Dottore, dalle buone Suore e da tutto il personale di servizio per disputare alla morte e confortare l’augusto ammalato; tanto che questi quella medesima sera ebbe a dirmi: come sono contento di essere qui!

Dopo una notte abbastanza tranquilla, il giorno dopo verso le 2 p.m. fu colto da grave crisi, da cui uscì solo grazie e a cure straordinarie del Dottore. Fu in questa occasione che credetti mio dovere amministrargli gli ultimi Sacramenti; verso sera di nuovo volle confessarsi per prepararsi a ricevere il S. Viatico, che difatti gli portai alla mattina seguente, dopo aver passato una notte tranquilla. Avendo anche potuto dormire un poco, tutti ne gioivano, sperando in un miglioramento.

Ma quanto fu breve la nostra speranza! La debolezza era estrema; se era quindi facile vincere il male, impossibile superare quella. E difatti verso le ore 9 fu preso dall’ultima crisi, che doveva portarlo alla tomba. Si lamentava di non potersi reggere seduto sul letto, e sentiva forti brividi di freddo; erano i segni forieri della prossima fine. Fui avvisato dal dottore, pure presente, di non abbandonarlo; poco dopo dovetti incominciare le preghiere dei moribondi.

Lo assistevano anche il P. Franchini che andava suggerendo al caro infermo devote giaculatorie. Pure presenti e fino alla fine erano il Sig. Dottore, le suore dell’ospedale e di Han-tchoang, alcuni cristiani e infermieri; verso le 10 ore giunse anche il P. Tien. Aggravandosi lo stato, gli chiesi la sua benedizione per i presenti e gli assenti ed egli subito alzò la sua mano scarna e ci benedisse. Fu un momento di commozione indescrivibile: tutti piangevano, e nessuno aveva la forza di alzarsi. Mi passò per la mente il S. Patriarca Giacobbe, quando moribondo pure benediceva i suoi figli. Fu allora che il nostro Vescovo reclinò il capo sui cuscini tenendo gli occhi fissi in alto; non parlò più, quantunque conservasse piena la conoscenza, e tutto sentisse specialmente le giaculatorie e le buone aspirazioni che andavamo suggerendogli; ogni tanto gli presentavamo il Crocifisso da baciare. Finché all’una p.m precisa spirò la sua anima a Dio.

Morì da santo, come da santo visse. Ora egli è in Cielo a ricevere il premio de’ suoi 42 anni ininterrotti di missione.

O Padre, dal cielo benedici ai tuoi figli in Cristo, a tutti i tuoi cristiani; e la tua benedizione sia caparra delle benedizioni divine.

Lascio ad altri il compito di illustrare la vita di questo santo Vescovo Missionario, solo mi attenni agli ultimi suoi fatti a sollievo di coloro che l’hanno conosciuto e amato.

La salma domani sarà portata alla missione di Han-tchoang, da dove il giorno 17 partirà per Nan-iang-fu (Nanyang-fu) per essere sepolta in quella residenza.

I Funerali di S.E. Mons. Angelo Cattaneo (P. Eugenio Elli, in Le Missioni Cattoliche, 1911, p. 71)

"… Quando il Dott. Maurizio De Giovanni accorreva premurosamente dall’Ospedale Cattolico Italiano di Tciu-Ma-Tien (Zhumandian) alla vicina Missione di Ha-tchoang (Hanzhuang) per visitare il Vescovo che rimpiangiamo, questo gli disse con un senso di profonda persuasione: Ah! Dottore, la quercia si piega! Ah, non era una semplice quercia che si andava piegando, era il meraviglioso cedro del Libano che, cresciuto rigoglioso per 41 anni sul suolo cinese, s’era fatto ormai degno che gli angeli lo trasportassero lassù, per la fabbrica del Tempio della Celeste Gerusalemme.

Fatti certi, anche dal Dottore, della gravità della malattia, il R.P. Robbiani avvisava i Padri e mandava me a Kai-foung-fu (Kaifeng-fu) a richiamare il R.mo P. Provicario, ma questi era uscito per un giro di Missione e non potei far altro che mandargli un corriere con lettera, e riprendere subito il treno per restituirmi al letto del Vescovo. Lo rividi, ma cadavere. Era morto al tocco di quell’indimenticabile 13 dicembre, e su quella fronte serena ancora, ma gelida, su quella mano che tante volte mi aveva benedetto, non potei che deporre un bacio, ultimo ed estremo mio addio al Padre amato.

Il giorno dopo l’impreveduta catastrofe giungeva a Tciu-Ma-Tien il R. P. G. Bricco e sotto la sua direzione si formava il corteo di accompagnamento della cara salma dall’Ospedale alla Chiesa di Han-tciouang. In questa Chiesa il forte Eroe aveva speso parecchi dei suoi 41 anni in Cina, qui aveva amministrato il Sacramento della Cresima, qui anche poco tempo prima di morire, aveva predicato delle glorie di Maria, in questa stessa Chiesa rientrava circondato dai cristiani, avidi di fissarsi ancora una volta nelle sue placide sembianze.

A sera tardi giungeva anche il R.mo P. Tacconi, Provicario e con lui eravamo in 6 Padri a circondare la bara, e a tributare a quell’Anima benedetta i nostri suffragi. La Messa solenne veniva cantata dal Rev.mo P. Tacconi, assistito dai RR. PP. Bricco e Franchini mentre io sedevo all’armonium per accompagnare il mestissimo canto. Anche i Cristiani cantavano le preghiere dei defunti, ma mai come in tal giorno quella triste nenia scese a lacerarci il cuore.

Fin tanto che la bara era scoperchiata, e noi potevamo fissarci ancora nelle venerate fisionomie del Padre perduto, pareva che il nostro dolore fosse mitigato, ma quando la bara si dovette chiudere, il cuore subì uno strappo, il ciglio si inumidì, il labbro mormorò l’estremo addio. Che tesoro raccoglieva quella cassa! Un Padre dal cuor buono, un Vescovo irreprensibile, un Santo dalle virtù maschie e profonde, un Martire da 41 anni, e da 41 anni in Cina. Chiuso il feretro bisognava pensare al suo trasporto da Han-tciouang a Nan-yang-fu per essere deposto nella cappella mortuaria quivi eretta dal R.P. A. Gilardi per Mons. Volonteri. Il P: Bricco aveva già tutto predisposto, a me a P. Franchini era toccato il pietoso ufficio di accompagnare la salma per tutto il lungo viaggio; erano già pronti i portatori, onde alla mattina del Sabato 17 dicembre, dopo le assoluzioni del rito, si formava il corteo e si avviava per Nan-yang. Precedeva la pesante bara portata da 16 uomini, altri sedici per cambio la seguivano immediatamente, dopo cavalcavano i soldati del presidio di Han-tciouang e da ultimo sfilavano i nostri carri.

Per quel primo giorno di viaggio dovevamo coprire la distanza di 60 ly; i portatori camminavano in fretta e si davano spesso il cambio, di modo che poco dopo le tre giungevamo a Sui-pin (Suiping). Presso il Mandarino di questa città doveva procurarmi il cambio die portatori, dei carri, ed ella guardia d’onore. Dopo qualche piccola difficoltà ottenni tutto ed alla mattina seguente, prima che il sole si levasse all’orizzonte, la salma era già in viaggio. Novanta ly ci separavano da Sui-pin, meta del nostro viaggio per quel giorno. Ci arrivammo all’imbrunire, e il Mandarino, senza alcuna difficoltà, mi concesse il cambio dei portatori e della scorta d’onore e dei carri.

Quel giorno qualche spruzzo d’acqua e qualche fiocco di neve mi faceva temere pel resto del viaggio, ciò nonostante potemmo arrivare a U-yan a notte, dopo aver superato la distanza di 100 ly. Il R. P. Lovati aveva già disposto presso il Mandarino pei soliti cambi delle persone e dei carri. Senza incidenti, ci mettevamo in viaggio per Pao-gan, dove il cielo si rischiarò e noi istintivamente nella tranquilla pace del firmamento cinese ci parve vedere un riflesso della pace eterna concessa al Giusto che accompagnavamo.

A Pao-gan, non doveva avvenire il cambio dei portatori, quindi questi si riposarono vicini alla bara ed alla mattina si trovarono pronti per proseguire fino a Sin-tien. Ormai tranquillo pel tempo, non mi restava che spingere i portatori affinché potessimo arrivare a Nan-yang il più presto possibile. Ancora un giorno ed il mio delicato compito sarebbe cessato. Seduto in carro io sgranavo il Rosario, quando mi giunsero all’orecchio i primi colpi di tamburo e di cannoncini. Erano i cristiani di Kin-Kia-Kan (Jinjiagang) venuti ad incontrare la salma, che venne deposta un momento per dar tempo al corteo di fermarsi. Numerose bandiere sventolano in testa, un gruppo di numerosi cristiani cantano le preghiere, un plotone di soldati comandati da un sergente presenta l’arme al feretro e poi lo segue, veniamo noi coi nostri carri e così ordinati attraversiamo Nan-yang-fu tra due fitte ali di popolo, di quel popolo amato così perdutamente da Mons. Cattaneo, e che egli avrebbe attratto alla Religione se il Buon Do gli avesse concesso qualche anno di più.

Kin-Kia-Kan è posto sopra un’altura, domina colla sua Chiesa la valle sottostante, su per questa collina ecco salire la lunga sfilata di cristiani preganti, ripercuotersi in mesta eco la musica e gli spari, ecco Lui, l’Atleta salirvi ma esanime, ecco ad un tratto tacer tutto e salire a Dio la preghiera del Sacerdote.

Era venuto ad attendere la salma fin fuori Kin-Kia-Kan il Rev.mo P. Emilio Anelli, che assistito dai PP. Pedretti e Brambilla, dava la prima assoluzione, dopo la quale ricompostosi il corteo, si giungeva in Chiesa.

Veniva posta in Chiesa, sul campo del suo lavoro di 41 anni, là dove protestava di voler deporre le sue stanche ossa. Era un dolorosissimo senso di rimpianto che si provava udendo il Sacerdote ed i Cristiani invocar Dio pace per quell’Eroe che non avrebbe mai dovuto mancarci. Ora non ci resta altro che ripetere: Defunctus adhuch loquitur, fissarci in Lui e seguirlo sulle sue orme.

Sulla tomba del mio Padre amato, del Santo che ho venerato, del Martire che ho ammirato, io depongo un fiore, mando da queste colonne i sensi di vivissima condoglianza ai fratelli che Monsignore ha lasciato, e nelle file degli Apostoli del mio Seminario, conto un Santo e un Martire di più.

Mons. TACCONI GIUSEPPE NOÈ, 3° Vicario apostolico del Sud Henan (1873-1942)
Necrologio
(da Il Vincolo, n. 30, Gennaio 1943, p. 22)

Una giornata laboriosa, sempre movimentata, piena di fatiche apostoliche, ricca di opere sante, si è chiusa con un tramonto rapido e sereno il 26 settembre 1942.

L’Ecc.mo Mons. Giuseppe Noè Tacconi, vescovo titolare di Araldo, assistente al Soglio Pontificio e conte romano, già vicario apostolico di Kaifeng in Cina, si spegneva a 69 anni di età, dei quali 46 passati in missione, sedici come missionario e 30 come vescovo.

Nato a Pavia il 23 febbraio 1873, veniva ordinato sacerdote il 4 agosto 1895 e il 27 settembre dello stesso anno partiva per la vasta missione del Honan Sud. Le rare doti di spirito sortite da natura, l’ardente fiamma di zelo ben guidato da una prudenza e costanza, preziose in un missionario, fecero del giovane padre un autentico apostolo.

Dopo un anno di vita missionaria a Pouotcheng (Pocheng), venne incaricato del distretto di Peiyang (Biyang o Miyang), dove lavorò fino al 1901, anno in cui fu mandato a Kaifeng, la capitale del Honan. A Kaifeng, affrontando con intrepidezza le ostilità e le scontrosità maligne delle autorità e dei letterati, pur adattandosi a vivere per otto anni in un’oscura stamberga, seppe iniziare un lavoro gigantesco, irto di difficoltà, quale l’evangelizzazione e civilizzazione di un territorio affatto vergine.

Quando nel 1911, Mons. Catena, successore di Mons. Volonteri, moriva, P. Tacconi era eletto a succedergli quale vicario apostolico del Honan meridionale. Nella visita pastorale a tutte le stazioni del vicariato seppe rendersi conto personalmente della sua vastità, cosicché chiese alla S. Sede la divisione di esso secondo il progetto da lui ideato: Benedetto XV acconsentiva e nel 1916 a Mons. Tacconi veniva destinata la parte orientale della missione, con centro a Kaifeng.

Da allora il laborioso vescovo continuò con novello slancio ed ardore quell’attività iniziata alcuni anni prima e svolse una serie di opere missionarie, tanto necessarie in una missione dove tutto era da fare, con una confidenza in Dio ed una sagacia ammirabili, da meritarsi l’appellativo di apostolo di Kaifeng. Comprese che il primo mezzo efficace e sicuro per l’abilitazione spirituale e morale dei suoi sette milioni di abitanti, tutti pagani, eccetto i seimila cattolici, era l’istruzione e l’educazione date ad essi attraverso la scuola.

Raccolse i fondi necessari in America e si accinse all’opera colossale: costruzione di scuole medie e superiori, vivaio di buoni elementi per la cattolica università di Pechino; di un collegio con annessa scuola per le signorine cinesi; di numerose scuole primarie sparse per tutto il vicariato, con metodo e programmi governativi. Provvide alla formazione apostolica dei missionari e dei catechisti in maniera che lo potessero fervidamente coadiuvare nel suo lavoro: il catechistato, la congregazione indigena delle suore catechiste cinesi, una casa di studi per i novelli missionari inviati in Cina dall’Istituto, il grandioso seminario regionale si devono alla sollecitudine pastorale di Mons. Tacconi.

Nel 1940, trovandosi indebolito ed oppresso dalle fatiche, ottenne di essere esonerato dall’ufficio e nel settembre 1941 giungeva a Roma. Ritornava in patria solo per disporsi alla morte che lo coglieva nemmeno un anno dopo: ma i suoi ultimi mesi di vita furono amareggiati dall’annunzio, straziante per il suo cuore di padre, della tragica fine di Mons. Barosi, amministratore apostolico della sua missione, e di tre suoi missionari.

Perché il Signore ti amò fece partecipe delle sue lotte e dei suoi dolori. Ora riposa nella sua pace e gioisci del suo gaudio.

Mons. BELOTTI FLAMINIO, 4° Vicario Apostolico di Nanyang (1874-1945)
Necrologio
(da Il Vincolo, n. 35, gennaio 1946, p. 30)

Nato a Serina (Bergamo), il 9 febbraio 1874, era stato ordinato sacerdote nel 1899. Entrato nell’Istituto nel 1907, era partito per Weihwei il 17 settembre 1908. Nominato vescovo di Sufetula e Vicario Apostolico di Nanyang fu consacrato l’Epifania del 1918. Nel 1936 rimpatriò per salute e nel 1937, non potendo più riaversi, ottenne di essere esonerato dal grave ufficio. Morì a Grumello del Monte (Bergamo), il 23 novembre 1945.

Non per ripetere di lui cose già pubblicate ma per raccogliere qualche suo pensiero a noi utile e affidarlo al "Vincolo" da portare ai nostri confratelli vicini e lontani. Ad alcuno Mons. Belotti sarà sembrato lontano dall’ Istituto in questi ultimi anni. Ma se li passò fuori delle nostre case ciò è dovuto solo ai bombardamenti che gli impedirono di rimanervi oltre: se ultimamente non venne a Monza furono le aggravate condizioni di salute a impedirglielo.

E se alla Grugana la sua salma fu aspettata invano da Mons. Menicatti suo vescovo in Missione e da Mons. Tacconi, suo predecessore a Nanyang, è solo perchè nella sua umiltà Mons. Belotti pensò ad accaparrarsi molti suffragi dai suoi compaesani, disponendo di riposare nel loro cimitero. Ma in vita e in morte egli fu spiritualmente legato al suo Istituto che sempre altamente stimò, ardentemente amò e servì fedelmente.

L’aveva scelto per quello spirito di totale dedizione al servizio di Santa Chiesa ed immolazione completa al bene degli infedeli, nelle Missioni più abbandonate. Lo stimava perchè a tutto questo e per tutta la vita si obbligavano i nostri con una sola parola, una promessa allora non giurata, e con questo solo tanti generosi apostoli l’avevano preceduto sul campo, insegnandogli con l’esempio come si risponde ad una vocazione sublime, senza per questo credersi degli eroi. Specialmente apprezzava nell’Istituto l’importanza data all’orazione mentale, in cui divampa il fuoco divino che deve divorare l’apostolo e con nostalgia ricordava la meditazione della sera, che al suo ingresso nell’Istituto era in uso.

Amò l’Istituto nei suoi membri. Per i superiori sentiva una specie di compassione. "Hunc angariaverunt!", diceva di chi, per non opporsi alla Volontà Divina, s’era rassegnato ad accettare il gravoso peso della responsabilità! E della fatica del governare cercava alleggerirli, con l’obbedienza volenterosa e intelligente di chi indovina anche il desiderio non espresso del superiore. Li aiutava anche con la schiettezza nell’esporre, specialmente se richiestone, quelle osservazioni che potessero tornare utili al bene dei membri o delle opere dell’Istituto.

La sua bella fede poi gli mostrava in loro il Signore: per questo le Circolari del Superiore Generale appena arrivate le faceva leggere ai Padri della residenza raccolti in cappella per la lettura spirituale...

Amò le speranze dell’Istituto, i giovani. Giovane egli stesso di cuore sempre, non fu mai aggrappato così al passato da non accogliere volentieri quanto di buono veramente gli portassero le correnti nuove. Uno se lo sentiva subito buon amico, e restava impegnato a mostrarsi degno della bontà e fiducia che il vescovo gli dimostrava per farne un vero apostolo.

Il Vescovo non gli lasciava mancare le osservazioni opportune. A chi avesse più zelo che pazienza, ricordava che "bisogna esser buoni non solo fino a metà, ma fino alla fine, per non guastar le opere di Dio". Esigeva poi tanta bontà coi fratelli indigeni: "Sentono tutto come noi e forse più di noi anche quando non si manifestano come noi". A chi volesse far più delle sue forze o le circostanze non permettessero, diceva: "Se la rana avesse i denti, chissà cosa farebbe!"; oppure: "Il meglio è nemico del bene!".

A chi, per foga giovanile, si gettasse inconsultamente in strapazzi inutili, ricordava che cosa è costato un missionario alla famiglia e all’Istituto ancor prima d’aver fatto nulla. A buon conto, preferiva dover frenare chi corresse troppo che essere costretto a scuotere chi eventualmente si fosse addormentato, caso rarissimo, e se ne congratulava. E perchè nessuno dormisse sugli allori credendo d’aver fatto di più del proprio dovere, raccomandava di leggere la vita dei Santi, ove si riconosce più volentieri la nostra pochezza e insieme si prende incitamento a cose maggiori. Quando nel 1929 arrivò in Cina il Superiore Regionale, ai padri di Nanyang il fatto sembrò quasi cosa superflua, ché la Direzione Generale in Missione era già rappresentata benissimo dal Vescovo che tanto era sollecito del loro bene spirituale e temporale e d’altra parte non c’era bisogno d’intermediari presso il Vescovo stesso che li comprendeva perfettamente e li aiutava in tutto.

Un confratello ha scritto: "Non rivedrò più sulla terra chi mi volle e mi fece tanto bene!" e altrettanto ripeteranno certamente tutti i Padri di Nanyang. È come dire che oltre a stimare ed amare molto l’Istituto, Mons. Belotti gli ha fatto anche del gran bene. Quando il Rev.mo Padre Manna, allora Superiore Regionale, fu a Nanyang per la visita canonica ai Padri, fu edificato e consolato dell’affiatamento che li univa e del buon spirito che li animava. Ma era il Vescovo che alimentava in loro quella pietà sentita e quella carità fraterna che caratterizzarono gl’inizi dell’Istituto e che dovevano tenerli vicini a Dio e uniti tra loro così che nessuno avesse mai a sentirsi solo.

Infatti se uno di loro per qualche cosa arrivava a Kinkiakang (Jinjiagang), indaffarato e ansioso di ripartire subito, il Vescovo lo fermava, dolcemente, ma inesorabilmente, perchè almeno per un giorno si riposasse, nel fisico e nello spirito: un modo efficace per ricordare che chi ha più da lavorare, ha più bisogno di vita interiore. Una volta regalò a tutti il "Sic orabitis" di Mons. Morganti, pur sapendo che non tutti ne erano entusiasti, ma voleva ricordare a tutti l’importanza della meditazione.

Quando uno gli aveva esposto splendidi progetti di opere e piani d’attività, doveva magari rassegnarsi ad averne solo questa risposta, data anche intenzionalmente: bisogna pregare molto! Voleva si sentisse la presenza dell’Amico Divino nella Santissima Eucarestia. Insisteva che anche nelle più povere capanne quando si celebrava si piantasse sopra l’altare portatile il famoso "pong" o baldacchino smontabile, cosa sempre scomoda, talvolta impossibile, potendosi toccare il tetto con il dito. Voleva anche che nelle assorbitissime mattinate dei giri di missione annuali, si trovasse tempo per una buona preparazione alla Messa: che nelle feste cristiane si trovasse tempo per un’ora di adorazione predicata, e che privatamente, con la fedeltà all’impegno dell’adorazione settimanale, non potendo di più, si recitasse almeno l’Ufficio davanti al Santissimo.

E nelle Quarantore a Kinkiakang, impegnando tutti i Padri, chi nel canto, chi nel servizio liturgico, chi nella predicazione, come faceva sentire a tutti più viva la gioia di essere sacerdoti! Come si suggellavano i propositi dei Santi Esercizi! Come aumentava l’entusiasmo della propria vocazione! Come si tornava volentieri al proprio distretto con energie nuove! Li voleva anche reciprocamente uniti tra loro, ricordando la parola dello Spirito Santo: "Frater qui adiuvatur a fratre, quasi civitas firma!" Se fosse più viva la carità fraterna, diceva, nessuno dovrebbe sentirsi più solo ovunque si trovi, e allora quante vocazioni si salverebbero e quante renderebbero di più! Se anziché accontentarsi di "andar d’accordo" si adempisse il dovere reciproco della correzione fraterna, quanto bene si farebbe ai nostri fratelli!

Almeno quando uno ricorre al ministero nostro avrebbe tutto il diritto di sentirsi dire, coram Deo, il "Verbum Veritatis!" E chi glielo dirà se non ce lo diciamo tra noi? Perchè lasciarci vincere dal rispetto umano? Basta un po’ di fede e carità per essere sinceri in quel momento e prestare aiuto al confratello che ce lo chiede. Chissà quante altre belle cose i Padri di Nanyang ci potranno un giorno dire un giorno del loro compianto Vescovo, a nostra edificazione e consolazione!

Intanto mentre l’Istituto vuole ringiovanirsi in occasione del suo centenario che si avvicina, del Capitolo Generale che si prepara, e della ripresa delle partenze che si aspetta, ricordiamo come gli esempi e i moniti di S.E. Mons. Belotti sono la conferma della divina promessa che si deve attuare per ciascuno di noi, a bene dell’Istituto nostro e delle nostre Missioni: "Qui manet in Me et Ego in eo, hic fert fructum multum!"

Mons. MASSA PIETRO, 4° Vicario Apostolico e 1° Vescovo ordinario della Diocesi di Nanyang (1895-1978)
Necrologio
(P. Giovanni Battista Tondi, da Il Vincolo n. 122, marzo-giugno 1978, p. 86)

Mons. Pietro Massa, figlio di Paolo e di Caterina Vicini, nato a Genova il 26-6-1895, entrato nell’Istituto nell’ottobre 1914, ordinato sacerdote il 25-3-1921, partì per Nanyang il 15-11-1921, eletto vescovo vicario apostolico di Nanyang il 28-8-1938, vescovo residenziale di Nanyang l’11-4-1946, impedito e poi espulso da comunisti nel 1951. Morì a Rancio di Lecco il 19-2-1978

Premessa

Sarebbe una fatica lacunosa per chi, avendo conosciuto Mons. Massa soltanto superficialmente, ne volesse schizzare un profilo completo; perciò mi limiterò a riferire solo quello di cui fui testimone diretto; un periodo di poco più di dieci anni, tra i più significativi della sua attività.

L’uomo

Sorvolo il periodo dell’infanzia e della giovinezza per mancanza di notizie: so solo che a 19 anni, "sospinto dall’entusiasmo della vocazione, da una fede ardente e da un amore straordinario", dal seminario genovese passava al seminario lombardo per le Missioni Estere. Né posso parlare dell’ultimo venticinquennale periodo della sua sofferta esistenza, essendo residenti lui al nord e io al sud della nostra penisola.

Chi ha per anni vissuto con lui quasi gomito a gomito e ne ha condiviso progetti, lavoro, fatiche, pene, gioie e anche qualche eccellente successo per la gloria di Dio, può tuta conscientia affermare che Mons. Massa fu un uomo decisamente realista, egregio conciliatore dell’ortodossia e dell’ortoprassi, un uomo con i piedi solidamente a terra e con lo sguardo fiduciosamente fisso in alto e, se scrisse molto e bene per necessità di ministero, non fu un "intellettuale" di quella classe che "adora" la ragione, semplicemente la adoperò come dono di Dio al servizio della fede.

Non ebbe mai la vanità di credersi un luminare di scienza o una "stella" da "Oscar"; conservò invece nel suo profondo la consapevolezza che il buon Dio si era servito di lui come quell’arcana luce che condusse i Magi a Betlemme, per portare alla fede tanti fratelli non cristiani e arricchire la santa chiesa di validi ministri e di zelanti religiose indigene. La costante della sua personalità – da cui pur emanava un pudico fascino che ispirava fiducia e sicurezza – fu contraddistinta da una ineccepibile dirittura morale e corroborata dagli "azzimi della sincerità e verità", da un temperamento equilibrato, forte e sereno, riflessivo e ponderato, sempre compìto e, occorrendo, sbrigativo; mai formalista o ricercato.

Odiava l’ambiguità, i sotterfugi, le ambivalenze: uno schietto genovese, senza astuzia. L’ "est est" del Vangelo e la Legge del Sinai erano l’anima del suo comportamento e "opportune et importune" le raccomandava anche a noi (da confratello anziano o da vescovo) quando gli chiedevamo luce di consiglio. "Se uno vuole salvarsi l’anima ed essere un buon prete è sufficiente che osservi i dieci comandamenti"; voleva significare che la santità fiorisce soltanto sulla pianta dell’onestà, fondamento di ogni progresso morale e ascetico.

Il Missionario

Questo era l’uomo Pietro Massa.

E, siccome il cristianesimo è non solo ortodossia, ma soprattutto ortoprassi, non solo dottrina, ma soprattutto vita, anzi una Persona, Cristo, si capisce perchè il sacerdote Massa, in sintonia con il suo pensiero abbia cercato di realizzare il "mihi vivere Christum est" di S. Paolo. Fin dal suo arrivo in Cina, come un vero "alter Christus", sognò quindi "la lotta, il sacrificio, il martirio" (cfr. Il suo libro: "Cina di ieri", p. 33). La funzione di partenza fu officiata dal Card. Achille Ratti, arcivescovo di Milano. Erano cinque giovani missionari, quasi tutti reduci dalla grande guerra; con lui c’era P. Maggi, entrambi destinati a Nanyang ed entrambi poi diventati vescovi (Maggi a Hanchung, Shensi).

Fra i rari commenti che il P. Massa ascoltò tra la folla, solita ad accorrere a simili funzioni, gli rimase impressa nella memoria la frase di una donna anziana: "Poveri giovani, sono tornati da una terribile guerra e già ripartono per incominciarne un’altra!". Parole che esprimevano "l’ansia profetica di un’anima semplice che svelava la crudezza di una dura realtà". (l.c., p.42). Il 27 febbraio 1922 egli e il P. Maggi giungevano a Kin Kia Kang, accolti dal Vescovo Mons. Flaminio Belotti, dai Padri e dai Cristiani, preceduti dalla banda: "pareva che tutta la Cina fosse accorsa a festeggiarci". Il P. Massa fu trattenuto nella residenza vescovile con l’incarico di cappellano dell’Opera della S. Infanzia e di direttore della banda musicale, benché non si intendesse affatto di musica. In missione, si sa, bisogna "adattarsi" a tutto per il maggiore rendimento del ministero apostolico.

Un giorno del febbraio 1923 il vescovo gli chiese come si sentisse in salute. "Bene", fu la sua risposta. Ma il vescovo, che lo sapeva piuttosto deboluccio, gli disse: "I suoi disturbi non sono ancora cessati. Ho deciso di mandarla in distretto (di Tanghsien) dal P. Luigi Risso, un missionario esperto, genovese come lei. Se la vita libera non le gioverà, dovrò inviarla in Italia". Ebbene così inizio il lavoro di evangelizzazione del P. Massa in un distretto con un’estensione più grande di quella della diocesi di Genova e con una popolazione di 700.000 anime di cui appena 4.000 cattolici, distribuiti in una cinquantina di cristianità.. Verso la fine del 1924 il peso del distretto cadde sulle sue spalle, perchè il P. Risso era stato eletto vicario generale dell’Istituto. Gli otto anni che P. Massa passò a Tanghsien furono anni cruciali. L’Honan, e il distretto del Padre in particolare, fu il terreno più battuto e funestato dalle bande dei briganti. Poco desiderabili avventure si susseguirono.

Una volta fu fatto loro ostaggio e incatenato per essere portato chissà dove e con quale sorte. Fortunatamente venne liberato all’arrivo dei soldati governativi che misero in fuga i briganti. In questo periodo oltre a visitare più volte all’anno le comunità cristiane del distretto, arricchì il gregge di neofiti, diede impulso alla vita religiosa e all’istruzione catechetica, costruì cappelle e residenze, aprì nuove stazioni missionarie, assegnando a ciascuna di esse un catechista istruito e fidato, e fece della residenza principale di Tanghsien un centro di irradiazione evangelica, soprattutto con attività assistenziali ed educative. Un apostolato coronato da successi, nonostante ostilità e sofferenze di ogni sorta.

Il Vescovo

Nel 1931 il vescovo Mons. Belotti lo chiamò alla residenza principale della missione (Kin Kia Kang), ove diresse il catechistato fino al 1934, anno in cui, premiandone i meriti, lo nominò suo vicario delegato e poi provicario. Nel 1936, ritornato Mons. Belotti in Italia per curare la sua malferma salute, divenne responsabile di tutto il Vicariato.

Già dal 1934 dirigeva con saggezza e pazienza la nuova congregazione delle suore indigene. Dopo la rinunzia di Mons. Belotti nel 1937, P. Massa fu nominato amministratore apostolico; il 28 marzo 1938, vescovo titolare di Citarizo e vicario apostolico di Nanyang. Tutti noi missionari vedemmo così realizzato un desiderio unanime, perché in Mons. Massa ammiravamo lo zelo ardente di Mons. Volonteri, fondatore delle missioni dell’Honan, la mite bontà di Mons. Cattaneo, l’intrepida avvedutezza di Mons. Tacconi e l’energica magnanimità di Mons. Belotti. Erano però tempi assai tristi e pericolosi per l’infuriare della guerra nippo-cinese; noi italiani eravamo considerati "nemici" della Cina e spiati in ogni movimento.

Il 26 maggio 1938, festa dell’Ascensione, Mons. Massa veniva consacrato vescovo nella cattedrale di Kin Kia Kang dal francescano Mons. Alfonso Ferroni, Vicario Apostolico di Laohokow (Hupeh), fungenti da con-consacrante Mons. H. Schopperly, S.V.D., vicario apostolico di Sinyang (Honan) e da assistente il nostro P. Giuseppe Madaschi. Nonostante le allarmanti condizioni di guerra, che impedivano la venuta di Mons. Mario Zanin, delegato apostolico e dei vicari apostolici di Kaifeng e di Chengchow e del Prefetto apostolico di Chumatien, tuttavia la funzione si svolse con grande solennità e con la partecipazione di folte rappresentanze di cristiani di tutti i distretti e di autorità civili e scolastiche della zona.

Non è possibile qui sintetizzare tutto il lavoro compiuto dal nostro neo vescovo dalla sua ordinazione fino alla salita del Calvario, terminata con l’espulsione dalla sua terra di elezione. Coadiuvato dallo zelo dei suoi missionari, diede un forte incremento alle già fiorenti opere nel campo assistenziale, ricoveri e asili; nel campo medico, ambulatori e ospedali; educativo, scuole di ogni grado; e religioso in particolare. Con geniale intuito avviò varie iniziative a passo con i tempi; diresse personalmente la "sua" congregazione delle suore indigene e il catechistato da lui rinnovato; appoggiò con il illuminato consiglio, il suo provicario Antonio Barosi, ucciso nel 1941, quando era amministratore apostolico di Kaifeng. L’ammirata opera educativa fu intensa. La scuola media-superiore "Volonteri", infatti, nel decennio della sua fondazione, 1940, contava ben 450 alunni in dieci classi e 220 alunne in sei classi, in maggioranza cattolici, con 403 diplomati e 154 diplomate.

Intanto l’avanzata giapponese ci minacciava seriamente e sempre più da vicino; i bombardamenti sulla città di Nanyang, poco distante e, due volte, anche su Kin Kia Kang con morti e feriti e devastazioni di case e parziale rovina della cattedrale, incutevano in tutti, popolo e cristiani, un panico e uno sgomento demoralizzante. Non c’era alcun posto sicuro per ripararsi dal pericolo. Più di una volta si sentivano il fischio delle pallottole che saettavano attorno a noi, rassegnati ormai a lasciarci la pelle da un momento all’altro. Eppure si doveva, in questo clima di terrore, provvedere al mantenimento dell’ordine, al vitto e all’assistenza delle migliaia di profughi, cristiani e pagani, accorsi anche dai paesi vicini e ammucchiati nei vasti cortili della residenza di Kin Kia Kang. Per noi missionari, si aggiunsero pene ancora più dure: timori e preoccupazioni, accuse e calunnie di ogni sorta. I militari con prepotenza occuparono i locali delle nostre scuole, accrescendo così il pericolo dei bombardamenti da parte dei giapponesi; le autorità civili ci minacciarono di mandarci in concentramento per fare man bassa di ogni cosa. La minaccia divenne presto una dura e tremenda realtà.

Nel 1941, mentre si lavorava con fervore e frutto, la nostra attività fu paralizzata dal domicilio coatto per alcuni mesi a Kin Kia Kang. Sorvegliati continuamente da sentinelle armate, quasi fossimo stati delinquenti, fummo poi tutti deportati, con il vescovo in testa, a piedi e sotto scorta, nella lontana (circa 120 Km) città di Neihsiang. Le nostre cristianità rimasero senza alcuna assistenza. Descrivere la scena di quel nostro "esodo", primavera del 1942, ancora oggi mi viene un nodo alla gola. È facile immaginare quale scempio si fece delle nostre opere, residenze, e cristiani. Sarebbe troppo lungo fare la cronaca di quell’amaro, tragico periodo, sempre più oscuro e incerto. Durante il periodo di concentramento, quasi tre anni, Mons. Massa, che soffriva più di tutti, seppe farci coraggio e per alleviare il nostro "ozio" forzato, invitò tutti noi a mettere in comune le proprie esperienze missionarie con lezioni e conferenze tenute a turno, con conseguenti dibattiti e progettazioni sul futuro dell’evangelizzazione, tanto che alla fine, con soddisfazione comune si potè raccogliere in un volume una preziosa ordinata sintesi di pastorale missionaria.

Mons. Massa fu sempre, in coerenza con il suo stile di vita, animato da una robusta fede e fiducia in Dio, da una certosina pazienza e un immenso amore per i cinesi e da uno spiccato senso pratico. Considerati prigionieri di guerra, eravamo custoditi da sentinelle. I cristiani, dalle loro lontane residenze, ci portavano con grande sacrificio e pericolo le necessarie vettovaglie. Finita la guerra, il 5 agosto 1945 e ritornato ciascuno al suo posto di lavoro, ci accingemmo a rimettere in ordine residenze e cristianità, "riparando" le opere devastate dalla bufera bellica e dal saccheggio degli sciacalli. Ripresero subito, per altri mesi, le angherie e minacce di morte, questa volta da parte dei giapponesi, diventati nuovi padroni "sconfitti" e quindi arrabbiati. Anche essi ci consideravano loro "nemici".. Dopo il lancio della bomba atomica su Hiroshima, i "vittoriosi" giapponesi furono però costretti a lasciare la Cina. Credemmo per un momento di essere finalmente liberi e riprendere fiato. Ma il lavoro doveva durare purtroppo solo qualche anno. Nel 1947 cominciarono le scorrerie dei comunisti, che a poco a poco occuparono tutta la Cina; di nuovo fummo fatti bersaglio di minacce di morte e di espulsione.

Dal 1949, un po’ alla volta, tutti i missionari furono costretti a lasciare il loro campo di apostolato. Mons. Massa fu uno degli ultimi ad essere processato ed espulso. "Avessi almeno potuto mostrare i covoni di grano maturo posti dal salmista nelle braccia di coloro che, avendo seminato nelle lacrime, rincasavano dal lavoro! No, io non portavo che frutti di cenere, tosco e la dura condanna di espulsione" (l.c., p. 34). Il 25 gennaio 1954, Mons. Massa giungeva in Italia.

Caro mio Vescovo e Padre. Ora anche per te è finita la tua "passione" e il tuo calvario. Come per Gesù, di cui fosti fedele discepolo e immagine viva, dal "Venerdì Santo" scaturì la gloriosa risurrezione, la vita nuova e la redenzione dell’umanità, cosi; anche per te, che sei ritornato nella casa del Padre celeste, si è aperta un’eternità di luce e di gloria. Per noi un presagio di splendida primavera, ricca di abbondanti covoni, che altri raccoglieranno nella tua diletta terra di elezione.

Testimonianza del Card. Rossi prefetto della Sacra Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli (Roma, 23 febbraio 1978, Prot. N. 883/78)

Reverendissimo Padre,

Come ho già avuto occasione di dirle, la scomparsa di sua eccellenza monsignor Pietro Massa, anche se non del tutto inattesa a causa dell’età avanzata e delle precarie condizioni di salute, non ha mancato di causare qui profondo dolore. Mi è caro rievocare la sua benemerita figura e tutto quanto egli, insieme con gli altri confratelli, ha fatto e sofferto per la causa del Vangelo.

Nei lunghi anni trascorsi nell’Honan, dal lontano 1921 fino al momento in cui nel 1954, a causa dei noti e dolorosi avvenimenti, fu costretto a lasciare la Cina, numerose sono le prove del suo zelo di semplice missionario e poi di pastore di Nanyang: circoscrizione ecclesiastica che egli resse senza interruzione dal 1938, prima come vicario apostolico e poi, quando nel 1946 venne eretta in Cina la gerarchia ecclesiastica, come vescovo. I suoi confratelli sperimentarono in lui il cuore di padre e le popolazioni di quella regione ammirarono e beneficiarono del suo zelo e della sua carità instancabile, soprattutto nel campo dell’educazione; fu infatti principalmente per merito suo che la scuola "Simeone Volonteri" divenne il più rinomato centro di istruzione secondaria in tutta la provincia dell’Honan. Ma il vero apostolo del Signore non può mancare di compiere nella sua carne quello che manca alla passione del Signore.

E fu così che gli anni del suo fecondo apostolato si chiusero con l’umiliazione e la sofferenza della prigione e della deportazione. Le mie vie non sono le vostre vie, dice il Signore. Sono quindi sicuro che le sofferenze che provò in quei momenti dolorosi e che certamente rivisse negli anni del suo ritiro a Genova e a Lecco non sono state vane. Ho ancora davanti agli occhi la sua figura buona, così come la vidi l’ultima volta quando, circa due anni fa, nell’ottobre 1975, accettando l’invito che Propaganda aveva rivolto a lui e ad altri padri prelati particolarmente benemeriti, al termine dell’Anno Santo venne a Roma, in occasione della giornata missionaria mondiale, per partecipare alle cerimonie commemorative del venticinquesimo dell’erezione della gerarchia ecclesiastica in Cina e del cinquantesimo di nomina di sei vescovi cinesi, a cui il Papa Pio XI volle personalmente conferire l’ordinazione episcopale proprio nel centro della cristianità.

Sono sicuro che, dal Cielo, egli continuerà a pregare perchè cotesto benemerito Istituto ritrovi un sempre rinnovato slancio apostolico e missionario e perché si affretti l’ora del Signore quando, nei suoi imperscrutabili disegni la Provvidenza di Dio, ne sono certo, farà sì che la terra di Cina si riapra di nuovo al messaggio di Cristo. Nel ridire a lei e ai suoi confratelli le più vive condoglianze e nel rinnovare l’assicurazione del mio particolare suffragio, mi valgo della circostanza per professarmi con sensi di distinto ossequio.

Della paternità vostra reverendissima dev.mo,

Card. Rossi, Prefetto.

NORD HENAN (WEIHUI, ora Anyang)

1884 – 1902: Mons. Stefano Scarella
1903 – 1920: Mons. Giovanni Menicatti
1921 – 1946: Mons. Martino Chiolino
1946 – 1954: Mons. Mario Civelli

Mons. SCARELLLA STEFANO, 1° Vicario Apostolico del Nord Henan (1842-1902)
S.E. Mons. Stefano Scarella
( da Le Missioni Cattoliche, 1902, p. 468)

E’ poco più di un mese che Iddio, nei suoi adorabili disegni, ci privava in breve tempo di tre giovani Missionari. Lunedì scorso, un’altra dolorosissima notizia ci gettava in profonda costernazione. Il R.do Pro-direttore del Seminario riceveva il seguente telegramma: Tien-tsin – Scarella morto di dissenteria.

Fiat voluntas Dei! Egli premiava un apostolo infaticabile, e noi, chiamandoci innanzi alle soavi sue disposizioni, non dubitiamo vorrà sostenerci nella prova e penserà a chiamare nuovi apostoli.

Sua Ecc. Mons. Stefano Scarella nacque a Carpasio, diocesi di Ventimiglia, il dì 11 agosto 1842. Entrato alunno nel Seminario delle Missioni di Genova (Brignole-Sale) partì ancor suddiacono, per la Cina l’11 agosto 1864. Quivi fu ordinato sacerdote a Ceng-ten-fu (Zhengding-fu) il 12 agosto 1865: lavorò coi RR. PP. Lazzaristi nella provincia del Celi fino al 28 agosto 1870 quando aggregassi al nostro Istituto di San Calocero.

In seguito alla divisione del vicariato apostolico dell’Honan, nel 1882, egli fu nominato vicario apostolico della parte settentrionale col titolo di vescovo di Carpasia e fu consacrato il 19 marzo 1884 nella cattedrale di Nan-yang-fu. Bene esperto nella lingua e costumi cinesi, pieno di zelo, di cuore magnanimo e caritatevole, lavorò per ben trentasette anni raccogliendo frutti abbondanti e ricca messe di meriti. Ottimo padre, irreprensibile sacerdote, zelante ed esemplare missionario, era amatissimo dai suoi confratelli e cristiani che inconsolabili ne piangono la perdita. La sua affabilità gli aveva accaparrato la stima e l’amore anche dei pagani: per la sua generosità nella passata persecuzione, si meritò, dalla corte imperiale cinese, il titolo di Mandarino. Iddio gli affretti il premio eterno e sostenga i figli derelitti.

La memoria di un così amato defunto sia loro di stimolo a maggiori virtù.

Giovedì mattina si teneva nella chiesa dell’Istituto un solenne ufficio di suffragio e alla porta della chiesa si leggeva la seguente iscrizione:

Affrettate con espiatici preghiere
Le incorruttibili ricompense del Cielo
a Sua Ecc. Mons. Stefano Scarella
ascritto in Missione all’Istituto di S. Calocero
Vescovo titolare di Carpasia
Vicario apostolico dell’Ho-nan Settentrionale, Cina
Che resse ed ampliò con senno ed operosità
Splendido esemplare di Pastore
Per nobile tratto affabilità e mitezza
Caro fino ai pagani
Onorato dalla Corte Imperiale Cinese
Della dignità di Mandarino
Spirato in Lin-hsien martire dell’alta sua carità
Dopo 60 anni di vita santa
E 37 anni di fruttuoso apostolato.

Daremo più estesi particolari sulla morte appena li avremo ricevuti. Le anime buone intanto vogliano suffragare questo apostolo modello e preghino per la missione che coltivò con tanta cura. Dopo gli sconcerti della persecuzione, è ora provata con la perdita di chi le era il più valido sostegno: Iddio benedica i generosi che continueranno l’opera.

Necrologio (P. Giovanni Menicatti, da Le Missioni Cattoliche, 1902, p. 598)

Già da alcuni mesi avevamo osservato che Sua Eccellenza non aveva più quelle forze che aveva sempre avuto per l’addietro. Nella visita pastorale fatta durante la scorsa primavera, accusò più volte piccole indisposizioni che noi ed egli giudicammo effetto di strapazzi. Prese perciò nel frattempo qualche girono di riposo che forse non riuscì a ristabilirlo totalmente. Ritornato sulla fine di giugno a questa gran residenza vescovile, s’ammalò subito d’inappetenza e spossatezza generale che durò quindici giorni, nei quali mangiò quasi nulla senza diminuire però di molto il suo solito lavoro. Il caldo eccessivo di quei giorni vi deve aver concorso; ma poi essendo susseguita una buona pioggia e diminuito così il calore, parve fosse affatto guarito. Dico parve, perché appunto allora per espresso mi richiamò dal mio distretto, e mi diede incarico di aiutarlo più da vicino nel disbrigo degli affari, non sentendosi più quell’energia e quella vitalità che non mai gli erano mancate in tanti anni di vescovado ed in occasioni di lavoro più molteplice ed urgente.

Sui primi di settembre ricominciò a sentirsi male, e vedendo che coi soliti purganti europei non migliorava, si mise nelle mani di un medico di sua conoscenza, il migliore di questi monti, che lo curò per vari giorni con fortissimi purganti del paese. In principio con meraviglia di tutti l’effetto era nullo o quasi nullo, ma alla fine, il mercoledì 17, poté liberarsi da quel gastricismo che l’opprimeva, onde il giovedì sentendosi quasi guarito rimandò il medico occupato nei lavori della raccolta. Ma ecco che il venerdì incominciò una forte dissenteria ch’egli credeva buona, ma che a noi tutti non piaceva affatto, perché eccessiva, e più perché nella giornata aveva qua e là gettato delle parole senza capo né coda, quasi fosse fuori dei sensi: ond’è che l’invitai a confessarsi, e lo fece in pienissima conoscenza. Alla mezzanotte fra il venerdì e il sabato gli portai il Santissimo Sacramento che volle ricevere ginocchioni nell’anticamera, e come Comunione: a stento ero riuscito a persuaderlo non venisse di persona in chiesa, né l’avrebbe potuto stante l’estrema debolezza a cui era ridotto.

Il sabato mattina, alle ore quattro e mezza, entrai nella sua stanza, e lo trovai che bevevo con appetito due uova al caffé in una tazza ch’ei stesso teneva in mano. Mi guardò con un’occhiata che mi fece impressione, poi disse: ‘Lei sarebbe il Padre Menicatti?’ Avendogli risposto che sì, soggiunse sorridendo: ‘Ebbene, Le dichiaro che sono perfettamente guarito, non restandomi che l’incomodo della dissenteria.’ ‘Prenda qualche restringente,’ gli replicai, ma egli: ‘No, no; potendo mangiare, la dissenteria cesserà da sé, senza inconveniente.’ Alle otto ore avvicinatomi al letto: ‘Monsignore, domandai, come si sente?’ – ‘Benissimo, rispose, l’avverto però che vi è un proclama cinese che dà a questa mia malattia un sol giorno.’ Capii che era fuori dei sensi, ma vedendolo per altro assai quieto, lo lasciai riposare.

Dopo quasi un’ora, sentendo delle persone che l’assistevano che la dissenteria continuava crescendo, e che certi atti e parole del venerando ammalato erano presagi tutt’altro che confortanti, invitai tutti i Padri, che stavano facendo da sette giorni i Santi Esercizi, a vederlo e a darne il loro parere. Fu avviso comune che gli si amministrassero gli ultimi Sacramenti. Sulle prime, alla proposta che gli feci, parve non la credesse cosa necessaria così subito, ripetendomi che nulla si sentiva male: infine si arrese alle mie esortazioni, e poco prima di mezzogiorno gli portammo il Santo Viatico. Cosa mirabile! Prima di ricevere per l’ultima volta l’Ospite divino che veniva ad essergli Viatico per l’eternità, volle discendere dal letto, aiutato da più persone; fu vestito di cotta, rocchetto e stola, e fatto sedere su una sedia a braccioli per ammalati. Dopo l’aver recitato con me la professione di fede de rubrica, ci fece in latino (essendo presente un prete cinese) un discorsetto che ci strappò le lagrime e squarciò il cuore, e volle ricevere il bacio di pace. Pochi minuti dopo di aver ricevuto il santo Viatico, l’esortai a ricevere anche l’Estrema Unzione, ed accondiscese, facendolo con un fervore e compunzione straordinarii. Poi ritornò sul letto per non più discenderne vivo.

A tre ore vedendo che il catarro si alzava e la respirazione si faceva sempre più affannosa, gli recitai l’assoluzione papale in articolo mortis, ed ei tutto accompagnò in piena conoscenza. Da quell’ora fino alla morte non riuscimmo più a capire quanto si sforzava di dire. Verso sera chiamammo un medico pagano che ci diede tutte le buone speranze, e ci dichiarò molto lontano il pericolo: fu un barlume momentaneo che scomparve tosto, quando lo vedemmo rifiutarsi ad ogni costo di rimanere in cura dell’ammalato. I medici cinesi quando si accorgono che è giunta l’ultima ora di un infermo, danno generalmente le più belle parole di speranza alla famiglia, ma intanto si sciolgono da ogni impegno senza stendere ricetta o stendendone di inutili.

Essendo invero poco dopo giunto un medico cristiano, invitato appositamente da lontano, questi ci disse chiaro e senza preamboli che era finita. Allora noi Padri non abbandonammo più il letto fino all’ultima ora dell’amato vescovo: il questo tempo l’illustre infermo non fece che pregare e rispondere coll’abbassar sensibilmente la testa, e col muover confuso degli occhi e delle labbra a tutti gli atti di fede, speranza, amore, pazienza e sacrificio della vita a Dio a cui l’eccitavamo. Fece più volte segno colle braccia di volersi alzare. Nelle prime tre o quattro ore della notte non sapevamo che volesse significare con quell’elevare frequente delle mani e delle braccia; ma verso mezzanotte essendomi accostato più da vicino a lui, disse in modo ch’io potei decifrare chiaramente: ‘Voglio alzarmi…’ Lo invitai ad avere pazienza essendo impossibile, giacché metà del corpo era già freddo morto, e poi, v’era gran pericolo di restarne soffocato. S’accomodò ma non cessò fino alle quattro e mezza, ora della morte, di far chiaramente segno che voleva alzarsi, accomodandosi sempre però alla contraria nostra volontà per amor di Dio. Forse aveva disposizioni a dare che sperava di poter esporre sedendo sul letto. Alle due dopo mezzanotte, incominciammo le orazioni dei moribondi; dopo due e più ore, cinque minuti prima di spirare, chiamato, fece ancora segno d’essere in pieno sentore, poi boccheggiò un istante e levati gli occhi al cielo rese placidamente la sua bell’anima a Dio.

Dato da tutti sfogo al dolore per tanta perdita, e lavato subito il corpo, lo rivestimmo, come vuole la Rubrica, di tutti gli abiti pontificali e lo trasportammo nella cappella ardente che si fece subito preparare. Da quel momento sino a stamane in cui lo riponemmo nella cappella mortuaria da lui stesso eretta ed ultimata pochi giorni prima di morire, fu un accorrere continuo dei buoni antichi cristiani di questo distretto per suffragare la di lui anima, e noi Padri, benché stanchi ed affaticati, non potevamo lasciare quel caro corpo.

Il funerale sarà fatto, giusta le sue disposizioni, dal nuovo vescovo: ei non volle, come si trovò scritto (e più volte ne parlò anche a noi) cose esterne alla cinese, ma preghiere, elemosine ai poveri, ecc…e così si fece e si farà. La cassa era già stata preparata da lui stesso: vi ponemmo in una bottiglia di vetro le date principali della sua santa vita.

Il vuoto che lascia è profondo: chinandoci ai disegni di Dio, speriamo vorrà consolarci e sostenerci nel continuare l’opera difficile. RIP

Mons. MENICATTI GIOVANNI, 2° Vicario Apostolico del Nord Henan (1866-1943)
Necrologio
(da Il Vincolo n. 32, gennaio 1944, p. 40)

Ebbe i natali a Milano il 18 settembre 1866, entrò a diciannovenne a San Calocero, fu ordinato sacerdote il 20 gennaio 1899 e quattro giorni dopo partì per la missione di Weihweifu (Weihui-fu).

Lavorò nei distretti di Wu’an e Hoahien (Huaxian) suscitando un consolante movimento verso la nostra religione che sbocciò e fiorì nella odierna oasi cristiana. Alla morte di Mons. Scarella (settembre 1902), fu scelto a suo successore, poiché, per lo zelo, per la conoscenza della lingua e degli affari cinesi, per le relazioni amichevoli con le autorità la pietà santissima era la persona più indicata; fu consacrato a Pechino il 2 novembre 1903 da Mons. Farlin. La sua attività si intensificò a bene di tutto il vicariato: decise la costruzione del seminario, il trasferimento della residenza vescovile dai monti a Weihweifu, l’apertura di 23 distretti al cristianesimo.

Da buon padre curava con tenera sollecitudine il benessere fisico e spirituale dei suoi missionari, e in ogni estate li voleva raccolti attorno a sé per un po’ di riposo che concludevasi coi Santi Esercizi Spirituali, e così i Padri, rinnovati nel corpo e nello spirito, tornavano contenti a nuove fatiche. Nel 1913 venne in Italia per curare la malferma salute; intanto si fece apostolo dell’idea missionaria per tutta la penisola.

Tornò in Cina per nulla migliorato in salute, e così dopo pochi anni dovette di nuovo e definitivamente rimpatriare. Per un po’ riprese i suoi giri di propaganda, poi vennero ad aggravarsi le sue sofferenze fisiche le quali purificarono sempre più l’anima sua. Verso la fine si chiuse nella casa apostolica di Monza preparandosi nel raccoglimento all’ultimo passo. Il Signore lo chiamò a sé l’antivigilia del S. Natale, 23 Dicembre 1943, nell’età di settantasette anni; fu tumulato nel nostro cimitero della Grugana nella festa del suo patrono, S. Giovanni Evangelista.

Egli non sarà dimenticato mai né in missione, né in Italia. Era chiamato per antonomasia il Vescovo della Cina.

Mons. CHIOLINO MARTINO, 3° Vicario Apostolico del Nord Henan (1877-1948)
Necrologio
(da Il Vincolo n. 40, maggio 1948, p. 15)

Oggi 21 aprile abbiamo composto la sua venerata salma nella pace della Grugana, vicino a Mons. Menicatti suo predecessore, vicino a Mons. Tacconi che l’aveva consacrato vescovo.

E’ andato a ricevere il premio di 48 anni di fatiche apostoliche il 19 aprile 1948; 22 come missionario e 26 come vescovo. Nato in Valchiusella (diocesi d’Ivrea) nel 1877 era entrato a S.Calocero nel 1898 e l’anno dopo partiva ancora suddiacono, per il Honan Nord. A Tienkiatsing (Tianjiajing), antica cristianità e centro di quella Missione, ove erano raccolti i Padri fuggiti alla furia dei Boxers, il 5-6-1900 Don Chiolino veniva ordinato sacerdote dal suo Vescovo Scarella. Tornata la pace, nel 1902, ebbe in cura i cristiani di Hoahien (Huaxian) e Siuenhien (Xunxian).

Ma l’anno dopo gli venne affidato il montuoso distretto di Hopei (Hebi). La sua strategia di vero capitano, vide subito che bisognava uscire dalla solitudine delle montagne e piantar le tende nel capoluogo della regione, la città importante di Chang Te (Zhangde) posta in pianura. Infatti con paziente industria riuscì ad acquistarvi una piccola proprietà e vi mise subito la residenza che divenne centro di irradiazione su larga zona; prima erano catechisti ambulanti; poi vennero scuole ben attrezzate e dirette; le conversioni si moltiplicarono.

Caro a tutti per la sua umiltà e carità, nel 1921 fu chiamato a unanimità di voti a succedere a Mons. Menicatti nel governo della Missione, che con lui prese grande sviluppo: nuovi missionari arrivarono, furono ordinati i primi preti indigeni, giunsero le Calabriniane, si rinnovò la Congregazione delle Suore indigene, e la Scuola di lingua francese. Intanto risentiva delle fatiche la sua fibra delicata: la sua coscienza, ancor più delicata lo spinse a dare le dimissioni nel 1928 che furono accettate, a insaputa dei suoi missionari che lo vollero ancora superiore della Missione, tanto che Roma lo concesse di nuovo come Amministratore Apostolico.

Ma le tribolazioni si succedevano: brigantaggio, lotte civili, guerra nippo-cinese; ultimamente l’avanzata rossa che con molte altre distrusse la fiorente missione di Weihwei. Non poteva più reggere: fisicamente e moralmente abbattuto, le sue dimissioni furono accettate definitivamente. Venuto in Italia, fu accolto con venerazione nella Casa Apostolica di Monza, ove dai Padri, specialmente dal Rettore P. Leone Gervasoni, fu circondato di affetto e di cure, benché ormai l’ammalato non se ne potesse rendere conto. La mattina del 19 aprile Mons. Chiolino spirava.

I suoi funerali riuscirono un trionfo: oltre a rappresentanze di vari Istituti di Monza, erano presenti un centinaio tra Chierici, Fratelli e Padri, molti della Missione di Weihwei, col Rev.mo Padre Superiore Generale, il suo Vicario e Mons. Bonetta. S.E. Mons. Balconi cantò Messa pontificale, assistito dai PP. già provicari del defunto: Lombardi e Gervasoni. Questi diede l’ultima benedizione alla salma nella cappella della Grugana. L’aspetta la gloriosa risurrezione il missionario esemplare e zelantissimo, il vescovo buono, mite e umilissimo, di quella umiltà delicata obbediente che lo fece rassegnato a riprendere ancora il peso del governo.

Quante volte il piissimo vescovo fu trovato in chiesa, prostrato in lacrime, a baciare il pavimento, pregando per le anime a lui affidate! Il suo fervore ne infiammava la parola sì che le sue esortazioni andavano diritte al cuore! "O bonus miles Christi Jesu"! o vero Pastore secondo il cuore di Gesù! ottieni dal Pastore Eterno grazie e benedizioni sulle povere Missioni di Cina così tormentate e specialmente a quella che tanto hai amato!

Mons. CIVELLI MARIO, 1° Vescovo ordinario della Diocesi di Weihui (1890-1966)
Necrologio
(da Il Vincolo n. 88, gennaio 1966, p. 75)

Mons. Mario Civelli di Enrico e di Cambiaghi Carolina, nato a Milano il 4 novembre 1890, entrato nell’Istituto il 21 giugno 1909, ordinato sacerdote il 29 giugno 1913, partito per Weihwei (Weihui) il 16 settembre 1913, eletto Vicario Apostolico di Hanchung (Hanzhong) l’11 marzo 1935, trasferito Vescovo di Weihwei l’11 aprile 1946, impedito e poi espulso dai Comunisti nel 1954, Superiore della Provincia Settentrionale dal 1954 al 1957, morto a Milano il 2 febbraio 1966.

Testamento Spirituale

In Nomine Domini – Amen

Questo è il mio testamento, e annullo quello mandato a fogli dalla Cina durante la mia detenzione in casa, da parte dei comunisti a Weihwei.

Sia lodato Gesù Cristo.

+ Mario Civelli Vescovo di Weihwei

P.S.: Mi sembra superfluo aggiungere che offro tutti i miei dolori per la mia Diocesi di Weihwei, e per quella di Hanchung che tenni per undici anni. Avrei desiderato morire sul posto, ma non fui degno di tanta grazia. Fiat! + Mario Civelli

Discorso funebre di P. G. Lombardi

Di Mons. Mario Civelli non è necessario tenere l’elogio funebre. L’elogio funebre state facendolo voi tutti in questo momento. La diocesi tanto cara al Vescovo defunto è rappresentata qui tanto degnamente da Mons. Schiavini e da Mons. Carlo Colombo, che preghiamo di ringraziare S.E. il Cardinale.

La città ha anche il suo rappresentante dell’onorevole Prefetto, che preghiamo lui pure di ringraziare. C’è qui poi il prevosto della parrocchia di S. Anna, l’arciprete di Monza, suo carissimo compagno di Messa, e il prevosto della Passione con un gruppo di parrocchiani. Poi c’è tutta una folla di anime buone che ricordano con tanto amore l’anima semplice, l’anima vorrei dire quasi infantile nelle sue esuberanze esterne e nella sua delicatezza di coscienza di Mons. Civelli, testé defunto. Strano, proprio a me tocca parlare, a me che nel lontano 1946, alla sera dei Santi, a Weihwei davo il benvenuto a S.E. che arrivava per la presa di possesso della sua diocesi, la nostra cara Missione di Cina, di Weihwei.

Volle prendere possesso la sera dei Santi perchè si diceva fiducioso nel loro aiuto, e volle celebrare il suo primo pontificale a commemorazione delle anime dei defunti, il giorno dei morti. Aveva tanta comunicazione con i beati in Paradiso e con le anime del Purgatorio! Ed ora, ripensando con nostalgia alla presa di possesso della sua missione, che ha pulsato sempre fortemente nel suo cuore fino ad oggi, devo dire due parole, in questo commiato doloroso da noi, che tanto gli volevamo bene. Non è un discorso che io voglio fare. Ricorderò soltanto due semplici episodi, che toccano e mettono a nudo la sua grande fede e il suo amore immenso per il Papa.

Mi ricordo che, il primo anno tornato dalla Cina, un giorno mi chiamò in stanza e mi disse: "Padre Lombardi, devo fare un discorso; ma tu lo sai bene, io sono stato tanti anni laggiù, più di trent’anni, come posso mettere insieme periodi e frasi? Aiutami tu, fammi fare bella figura…". E allora gli diedi una mano, e io venni a sapere di lui una cosa che non ho dimenticato mai, che ho ricordato sempre nella mia predicazione di esercizi, di contatti con giovani e con non giovani. "Devi dire, diceva, devi farmi dire che la Fede è il tesoro più grande che noi possediamo sulla terra".

E mi raccontò un semplice episodio. "Vedi, mi diceva, io, appena tornato dalla Cina sono andato naturalmente alla mia parrocchia della Passione. Il parroco aveva preparato l’altare a festa, i ceri erano accesi, il faldistorio mi attendeva sul presbiterio. La processione si avvia, ma tutti si meravigliano perchè ad un certo punto il Vescovo scompare. Non mi trovano più. Invece di seguire la processione, sai cosa ho fatto, ho girato a sinistra e mi sono messo dinanzi al battistero, ho voluto inginocchiarmi e baciare la terra e sono scoppiato in pianto. Sapesse la gente cosa vuole dire vivere in terra di missione, che cosa vuol dire toccare con mano la mancanza di fede! E io sento il dovere di ringraziare Iddio per la fede grande che mi ha donato, attraverso l’educazione buona di papà e di mamma, attraverso l’esempio buono del fratello e delle sorelle attraverso l’esempio dei miei confratelli stessi dell’Istituto. La Fede!"

E questa Fede la portava nel suo cuore con un’ingenuità di bimbo con un candore con una semplicità che impressionava. Mi ricordo a Roma, durante il periodo del Concilio, il S. Padre l’onorò invitandolo a pranzo con lui. Non stava più nella pelle questo brav’uomo: era felicissimo: "Il Papa, il Papa mi ha chiamato a sedere vicino a lui, e a dividere con lui il pranzo del mezzogiorno. Ma quando, - diceva, - sono entrato nella sala, e il Papa si è fatto incontro, io mi sono buttato a terra e ho voluto, lui non voleva, ma io ho insistito e sono riuscito: gli ho baciato il piede, il sacro piede di Paolo VI".

Ed era felice, caro Monsignor Civelli! Il Papa! Sì, Monsignore! L’abbiamo detto al S. Padre il giorno della purificazione, al mattino, quando ci siamo presentati per offrire il rituale cero al Pontefice. Glielo abbiamo detto: "Santità, Mons. Civelli sta per andarsene in Paradiso". E il Papa, commosso, ha mandato la sua apostolica benedizione. Grande la Fede di quest’uomo! E io me lo vedo con quegli occhi grossi, pieni di fiducia, di purezza, di semplicità, di fede, me lo vedo invocare dai confratelli la estrema unzione in quel momento solenne, e me lo vedo contento di poter mettere termine il giorno della Purificazione al suo lungo esilio dalla Cina tanto amata.

Sì, perchè noi oggi piangiamo attorno a lui, ma c’è tutta una diocesi laggiù lontana che piange il suo pastore. Ed è bello pensare che in questo momento l’anima sua salendo lassù in Paradiso s’incontra con tanti cinesi che lui tanto amava; che gli battono le mani, che gli fanno festa, che gli dicono: "Vieni in Paradiso". E cantiamo ancor noi con fede: "In Paradisum deducant te Angeli".

Salve, o Vescovo mio!

Telegramma del S. Padre (Città del Vaticano, 5 febbraio 1966)

Notizia morte ecc.mo Mons. Mario Civelli zelante benemerito vescovo missionario codesto Istituto appresa con vivo rammarico da sua Santità che ricordando feconda vita sacerdotale e pastorale compianto presule invoca da Dio per di Lui anima nobile e pia premio eterno conferito servo buono et fedele mentre conforta lutto dolore confratelli congiunti nonché clero religiosi fedeli lontana amata diocesi con particolare apostolica benedizione. Card. Cicognani

 

EAST HENAN (KAIFENG)

1916 - 1941: Mons. Giuseppe Noè Sacconi (> p. 7)
1942: Mons. Antonio Barosi, Amministratore apostolico (> p. 37 )
1942 – 1947: Mons. Luigi Nogara, Amministratore apostolico (> p. 52 )
1947 – 1951: Mons. Gaetano Pollio

Mons. GAETANO POLLIO, 1° Arcivescovo di Kaifeng (1927-1990)
Necrologio
(P. Amelio Crotti, da Il Vincolo n. 168, giugno 1991, p. 106)

Mons. Gaetano Pollio, figlio di Giuseppe e di Maria Giuseppa Maresca, nato a Meta di Sorrento (Napoli) il 30 dicembre 1911, entrò nell’Istituto a Ducenta il 24 settembre 1927 proveniente dal seminario di Sorrento. Fu ordinato sacerdote a Milano il 22 settembre 1934 e partì per Kaifeng (Cina) il 9 agosto 1935. Eletto arcivescovo di Kaifeng il 12 dicembre 1946, fu ordinato il 13 aprile 1947 dall’Internunzio Mons. Riberi. Imprigionato ed espulso dopo vari processi popolari nel 1952, fu superiore della provincia Italia meridionale. Trasferito alla sede arcivescovile di Otranto l’8 settembre 1960, fu anche amministratore apostolico della diocesi di Ugento-S.Maria di Leuca. Consultore della Congregazione di Propaganda Fide, Gran Priore dell’ordine equestre del S. Sepolcro, il 5 febbraio 1969 fu trasferito a Salerno e il 4 agosto 1973 nominato a Campagna. Rinunciò alla sede il 20 ottobre 1984, ritirandosi prima a Ducenta e poi a Rancio di Lecco, dove morì il 13-03-1990.

Il 13 marzo scorso è morto Mons. Gaetano Pollio. Con lui scompare l’ultimo vescovo occidentale di Cina degli anni quaranta e uno degli ultimi testimoni della prima persecuzione maoista contro la chiesa di Cina. Ho trascorso con Mons. Pollio 14 anni a Kaifeng (Cina centrale, provincia di Henan), prima come semplice suo aiutante (dopo la sua nomina a vescovo di Kaifeng nel 1947); infine come suo compagno di prigionia. Parlo di lui con grande ammirazione: uomo di fede e di governo, geniale nelle intraprese apostoliche, era anche un gran signore e un amico cordialissimo, con le migliori virtù dovute anche alla sua origine napoletana.

Alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale annotava nel suo diario: "Oggi, 21 settembre (1934), vigilia della mia ordinazione sacerdotale… Il sacerdozio per il missionario rappresenta il raggiungimento di una parte sola del suo ideale. Pieno di emozioni, nella cappella del seminario, solo, nella penombra della lampada, rinnovo la mia dedizione completa all’apostolato missionario". Con la stessa fede e con lo stesso abbandono in Dio è andato incontro alla sofferenza finale della malattia e della morte. Consapevole della gravità del suo male infatti scrive: "Mi abbandono nelle tue mani". Ordinato sacerdote il 22 settembre del 1934, viene destinato alla missione di Kaifeng in Cina e così commenta: "Sono stato destinato a Kaifeng.

Kaifeng sarà il mio primo posto di lavoro, sarà la mia nuova patria, lì lascerò le mie ossa". P. Pollio parte per la Cina il 10 agosto 1935. Sbarca a Shangai il 3 settembre. Tre giorni dopo è già a Kaifeng, accolto da una quindicina di padri e dal vescovo Mons. Noè Maria Tacconi: "Ormai sarà il mio papà, lo amerò, lo ubbidirò", scrive nel suo diario. Rimarrà fedele a questa promessa per tutta la vita. Il giovane sacerdote trascorre il suo primo anno di missione studiando la difficilissima lingua cinese. Dal 22 giugno muove i primi passi di vita missionaria sotto la guida di P. Gianbattista Bonacossa. È il suo "battesimo di missione".

Perciò annota con entusiasmo i primi battesimi, le prime confessioni, la prima predica, il primo funerale. Il 16 febbraio 1937 viene destinato quale rettore del distretto missionario di Weishe. Vi rimarrà per quasi quattro anni, missionario di periferia, dovendo affrontare le calamità che stavano per abbattersi sulla regione: l’invasione giapponese, l’enorme devastazione causata dalle acque del fiume Giallo, fatte uscire dolosamente dal suo alveo e, infine, il più completo isolamento dal centro della missione, sempre a causa del fiume Giallo e dei due fronti in lotta che ormai si erano stabiliti lungo il nuovo corso del fiume, con i Giapponesi a Est e i cinesi a Ovest. Queste prime grandi "prove" sono per Padre Pollio l’occasione buona per mostrare alla gente il volto caritatevole della chiesa.

Nei momenti difficili visita le famiglie cristiane per fortificare la loro fede e dare a tutti speranza. Ospita quanti volevano sfuggire alla molestia dei giapponesi e apre vari campi di accoglienza per i sinistrati, arrivando ad alloggiare e a sfamare fino a 1100 persone. Diventa così il "salvatore" di Weishe. Nell’ottobre 1940 Mons. Antonio Barosi, nominato amministratore apostolico di Kaifeng, a seguito delle dimissioni di Mons. Tacconi, infermo, richiama P. Pollio in città con l’incarico di economo. Il 6 novembre Pollio lascia Weishe. Osannato come un grande benefattore scrive: "Oggi ho lasciato Weishe; il distacco è stato veramente doloroso. Ci fu un grande corteo… bandiere e bandierine, tutte le cristianità e i catecumeni, molti amici pagani e dietro di me la massa di uomini e di popolo… In simile corteo siamo andati fino alla diga. Addio Weishe!"

A Kaifeng P. Pollio è subito assorbito da nuovi impegni e problemi. Fedele al suo stile di vita affronterà con gioia e coraggio tanti altri momenti difficili. Anzitutto la partenza di Mons. Tacconi, il "suo" padre, e la morte di due giovani missionari: Fr. Casati di 33 anni e P. Casali di 37 anni. Poi l’eccidio di Ting Ts’uen (Dingcun, 19 novembre 1941), dove con tre altri padri missionari viene ucciso anche Mons. Antonio Barosi.

Solo tra mille difficoltà

Con la morte dell’amministratore apostolico, le responsabilità della missione ricadono quasi totalmente sulle sue spalle. Da quel momento e fino al termine della guerra tra la Cina e il Giappone (14 agosto 1945), per la missione saranno anni di vero calvario. P. Pollio ne porterà tutta intera la croce. Intanto nel febbraio del 1942 viene ucciso anche P. Carlo Osnaghi e, nel giugno del 1943, la stessa sorte tocca ad un sacerdote cinese, don Saverio Ly. Per salvare la scuola femminile della missione, P. Pollio deve correre continuamente da un ufficio all’altro, e subire continue umiliazioni ed accettare onerosi condizionamenti.

Un periodo di vere e proprie persecuzioni culminato con l’internamento di tutti i missionari da parte degli occupanti giapponesi. Prima gli americani, sacerdoti e suore, l’8 dicembre 1941; poi i missionari del Pime ad Ovest del fiume ed infine tutti gli altri ad Est. Al crollo delle attività pastorali si aggiunge lo spettro della fame e la difficoltà di mantenere in vita la scuola e l’opera della Santa Infanzia che ospitava centinaia di bambini abbandonati. Come Dio volle la guerra cino-giapponese finisce il 14 agosto 1945. P. Pollio può allora riorganizzare le scuole e promuovere, almeno in città, la catechesi e tutte le altre iniziative proprie del missionario.

Intanto Roma aveva inviato una lettera per conoscere le preferenze di noi missionari sul nome del futuro vescovo, mancante ormai da cinque anni. Tutti abbiamo indicato quel giovane missionario di soli 35 anni. Perciò, secondo i nostri desideri, Mons. Pollio succede a Mons. Tacconi e il 13 aprile 1947 viene consacrato arcivescovo metropolita di Kaifeng dall’internunzio mons. Antonio Riberi. Sarà un momento di gioioso respiro per la nuova archidiocesi.

In quel periodo governatore della provincia del Henan era il generale Fang Yuxiang, chiamato il "generale cristiano", perchè protestante. Per l’occasione tutte le autorità del governo provinciale si erano riunite attorno a Mons. Riberi e al novello arcivescovo che con gioia può così portare per le vie della città Gesù Eucaristico, nella festa del Corpus Domini, con una processione di 4.000 persone tra un’immensa folla festante.

Un’esperienza straordinaria

Effettivamente il momento è favorevole. I giapponesi sconfitti e i comunisti non ancora al potere. Il nostro vescovo ne approfitta per svolgere un’efficace azione pastorale. C’è chi rimprovera ai missionari in Cina di non avere saputo mai approfittare dei momenti favorevoli. Per questo la Cina sarebbe rimasta pagana. È un giudizio ingiusto per la chiesa di Cina in generale e più ancora per la missione di Kaifeng. Vescovo Mons. Pollio, le scuole rifioriscono; ne viene aperta anche una nuova, la Hua-yang.

Per una più incisiva penetrazione nella cultura cinese, viene promosso un fecondo dialogo con molte iniziative nuove: un circolo culturale per il confronto tra confucianesimo e cristianesimo; un club musicale per il confronto tra la musica cinese classica e musica religiosa cristiana; un settimanale in lingua cinese destinato ai non cristiani; e, sempre per i non cristiani, anche un’ora alla settimana alla radio locale. In campo strettamente religioso Mons. Pollio promuove la Legione di Maria, l’associazione che ha saputo preparare i giovani e il ceto intellettuale al dialogo e alla difesa della chiesa: grazie alla sua azione e ai mezzi di cui abbiamo parlato, nel solo 1947 ci furono ben 67 conversioni di intellettuali della città.

Ormai il comunismo era alle porte. P. Pollio promuove la consacrazione di tutte le famiglie al Cuore Immacolato di Maria e ottiene da tutti la promessa scritta e l’impegno a recitare quotidianamente il rosario. Nell’ottobre del 1948 i comunisti si stabiliscono definitivamente a Kaifeng. Un vero e proprio "tifone" che travolge la Chiesa e colpisce anzitutto il suo vescovo per il quale iniziano gli anni più duri. Prima le limitazioni alle attività pastorali; poi la pressione ideologica sugli alunni e la confisca delle scuole cattoliche; infine l’imposizione della "chiesa patriottica", inizialmente chiamata delle tre autonomie. Il vedere gli alunni continuamente sottoposti al lavaggio del cervello e i cristiani perseguitati e costretti con la forza ad aderire alla chiesa patriottica era il tormento continuo di Mons. Pollio.

Il vescovo temeva per le defezioni ed ha esultato il giorno in cui tutti i cristiani, chiamati dal governo ad esprimere per iscritto le loro preferenze, a testa alta, si sono dichiarati fedeli alla chiesa dei così detti "imperialisti", cioè al Papa e dei vescovi.

Arriva Mao e sono subito guai

Le sofferenze continuano. Il primo aprile del 1951 Pollio è arrestato. Anche io vengo arrestato insieme ad altri due missionari: P. Edoardo Piccinini e fratel Francesco Quartieri. Cosa abbia voluto dire per P. Pollio la prigionia, lo racconta lui stesso nelle sue memorie "Croce d’oro tra le sbarre" (ed. Pime, Milano, 1960).

Dopo sei mesi di prigionia arriva la sentenza di espulsione (primo ottobre 1951). Dopo essersi accaniti contro di lui con un’indegna gazzarra di giovani appositamente aizzati, con noi altri tre missionari suoi compagni di prigionia, viene portato alla frontiera, cacciato via per sempre. È accolto da P. Poletti ed è subito ricoverato in ospedale in precarie condizioni di salute. Dopo qualche mese passato ad Hong Kong, nel marzo del 1952 ritorna in Italia, ma con una grande pena nel cuore perchè sa che i suoi figli sono ormai privi di pastore e in balia dei nemici della chiesa.

Una fede incrollabile

Dolce e gentile con tutti, Mons. Pollio diventava severo e quasi ostinato se c’era da difendere la fede e l’unità della chiesa. Credeva fermamente in una Chiesa "una, santa, cattolica e apostolica". Senza mezze misure. Con coraggio e determinazione afferma più volte davanti ai comunisti: "La chiesa è apostolica o non è chiesa".

Come vescovo è stato vigile custode delle verità di fede. Ricordo il suo volto insolitamente serio di fronte al dubbio espresso da P. Ma, un santo sacerdote cinese: "I preti possono aderire alla Chiesa delle tre autonomie senza venire meno alla loro fede?". "No", è stata la secca risposta del pastore. Ha difeso la verità per difendere la chiesa contro le pressioni dei comunisti che hanno sempre tentato di indurre i cristiani ad aderire alla loro "chiesa".. Mons. Pollio è stato sempre pronto a smascherare le loro fedeltà ideologiche. L’esercizio dell’autorità per il giovane vescovo era esercizio di carità nell’affetto, nella stima e nella comprensione reciproca.

Taceva volentieri quando i difetti dei confratelli non erano di danno agli altri. Se non poteva ignorarli o se la mancanza di obbedienza non era di danno alla Chiesa, non ricorreva al rimprovero, ma alla persuasione. Stimava ed aiutava tutti, facendosi "servitore" di tutti. È stato un modello di vita missionaria, un vero dono di Dio per il Pime: ha amato ed è stato amato dai superiori del suo Istituto ai quali ha sempre prestato obbedienza, anche da vescovo. Per l’Archidiocesi di Kaifeng è stato un dono dello Spirito. Mons. Tacconi si riteneva il costruttore materiale della diocesi e sperava che il suo successore ne fosse il "costruttore spirituale".

Mons. Pollio lo è stato certamente. Padre Pollio oltre che arcivescovo è stato anche consigliere di Propaganda Fide, membro della Commissione CEI per la suddivisione delle Diocesi. Voglio infine ricordare i dieci anni trascorsi come arcivescovo di Otranto (LE), i quindici anni vissuti come primate di Salerno e il suo impegno a Napoli in qualità di superiore regionale del Pime nell’Italia settentrionale. Ringrazio Dio di averci donato una così grande figura di missionario e di vescovo.