IL NOSTRO PROGETTO DI VITA   IN MEMORIA   SPAZIO CINA

Cimitero di Jingang, Nanyang.

(Cimitero di Jingang, Nanyang)

PARTE I
NECROLOGI DEI MEMBRI DEL PIME del HENAN

HONG KONG 2008
(a cura di P. Stefano Andreotti e P. Sergio Ticozzi)

Vicari apostolici – Vescovi del Henan 1

Henan 2 Henan 3 Henan 4 Henan 5 Henan 6
Henan 7 Henan 8 Henan 9 Henan 10 Henan 11

PARTE II

NECROLOGI DEI MEMBRI DEL PIME dello SHAANXI / HANZHONG 

NECROLOGI degli
AMMINISTRATORI – VICARI APOSTOLICI – VESCOVI
dello
SHAANXI Meridionale / HANZHONG

(affidata al Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere di Roma)

1885-1888: P. Francesco Giulianelli, Amministratore apostolico
1888-1895: Mons. Gregorio Antonucci, Vicario apostolico
1895-1918: Mons. Giuseppe Pio Passerini, Vicario apostolico
1919-1924: Mons. Antonio Maria Capettini, Vicario apostolico
1929-1934: Mons. Lorenzo Balconi, Vicario apostolico
1935-1946: Mons. Mario Civelli, vicario apostolico
1946-1949: Mons. Giuseppe Maggi, Amministratore apostolico
1949-1952: Mons. Giuseppe Maggi, vescovo ordinario.

P. GIULIANELLI FRANCESCO (1831-1898)

Grate e Salutari Memorie (P. Domenico Callerio, dal Bollettino del Clero Romano, 1925, VII-IX, pp. 110-111. 124-126)

Il Padre Francesco Giulianelli nacque in Roma il 5 settembre 1831. Dapprima fu impiegato pontificio presso la Direzione dei bolli e registri, ove rimase fin dopo il 1870. Abbracciò quindi lo stato ecclesiastico, compiendo i suoi studi nell’Almo Collegio Capranica, e fu ordinato Sacerdote il 20 ottobre 1876. Il 29 novembre 1877 entrò nel Pontificio Seminario romano dei Santi Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere, donde l’anno seguente partì per il Cairo, diretto alla missione dell’Africa centrale di mons. Daniele Comboni. Fu però sempre trattenuto al Cairo come Procuratore della Missione; ed in quell’ufficio fece un gran bene, specialmente sobbarcandosi a noie e sacrifici non pochi per far sorgere, accanto a quella residenza dei Missionari, una bella chiesa dedicata al S. Cuore di Gesù, del quale era devoto in modo veramente ammirevole. E fu appunto mentre egli era Procuratore al Cairo che avvenne nel settembre del 1882 la famosa cattura dei Missionari e delle Suore del Sudan, tra i quali si trovò e soffrì per ben 12 anni la dura schiavitù del superbo Mahdì anche il Padre Rosignoli di Frascati, appartenente anche esso al Seminario romano delle Missioni.

Nell’anno 1884 il Padre Giulianelli dal Cairo veniva richiamato a Roma per trattarvi la cessione dello Shensi (Shaanxi) meridionale in Cina, fatta dai Frati minori al Seminario dei Santi Apostoli Pietro e Paolo: ed, essendo i quel tempo scoppiata la guerra tra la Francia e la Cina, Leone XIII scrisse una lettera a l’Imperatore cinese per la protezione dei Missionari e dei Cristiani.

L’incarico di portare quella lettera alla corte di Pechino venne affidato al Padre Giulianelli. Egli partiva il 6 febbraio 1885 accompagnato dal giovane sacerdote romano Enrico Scalzi: e tutti e due, con l’anziano Missionario Tarquinio Tanganelli, che avrebbero incontrato a Colombo, dovevano recarsi nello Shensi meridionale, dopo aver portato all’Imperatore la Lettera pontificia. I tre missionari giunsero felicemente a Shanghai circa la metà di marzo e di là il Giulianelli e lo Scalzi proseguirono fino a Pechino. Il Padre Scalzi in una lunga relazione, inviata al Sac. Pennacchi, allora Rettore del Seminario delle Missioni, descrisse le peripezie dolorose e strane di quel viaggio, fatto, in parte, sopra incomodi carri indigeni: ma l’affare della presentazione della lettera all’Imperatore riuscì splendidamente, sicché fu un vero trionfo per il Papa e per la Religione, e la cosa ebbe veramente del prodigioso, secondo una precisa espressione dei Missionari di Pechino e del loro Vicario Apostolico Mons. Tagliabue. A tanta onorifica riuscita avevano contribuito assai quei Padri Lazzaristi ed in modo particolare l’Italiano P. Fioretti, che tradusse in lingua cinese la lettera del Pontefice e che, come interprete, seguì alla corte il P. Giulianelli. Né poteva riuscire diversamente, stante le preghiere e virtù del piissimo Legato, il quale scrivendo allora a persona amica in Italia, così si esprimeva: "Prego di raccomandarmi caldamente al Sacratissimo Cuore di Gesù, avendone un grandissimo bisogno. Sono tanto miserabile, povero e cattivo, salvo il carattere sacerdotale, meriterei di essere trascinato a coda di cavallo per le strade di Pechino… Siccome il Sacratissimo Cuore di Gesù è di una bontà infinita, così, per la sua gloria e salute delle anime, Egli prese a sé l’affare della Lettera pontificia all’Imperatore, e lo condusse in modo tale che tutti ne sono restati altamente meravigliati…"

Compiuto l’importante incarico, il P. Giulianelli col P. Scalzi, ritornò a Shanghai: e già stava per imbarcarsi sul Fiume Azzurro verso lo Shensi raggiungendo P. Tanganelli che li aveva nel frattempo preceduti fino ad Hankow, quando ricevette un telegramma dal Cardinal Simoni, Prefetto della S. C. di Propaganda, che lo invitava a tornare a Roma per riferire a voce l’esito dell’impresa, e personalmente portare al Pontefice la risposta ufficiale dell’Imperatore. Ritornò pertanto a Roma e vi giunse il 20 giugno ammalato.

Ristabilitosi in salute, il 23 settembre del medesimo anno ripartiva per la Cina con lo scrivente e coi due altri novelli Missionari Sisti e Sottanis, arrivando alla lontana Missione dello Shensi meridionale il 9 marzo dell’anno seguente 1886.

In quella Missione, con soddisfazione generale, il Padre Giulianelli per due anni tenne la carica di Superiore, aiutato in ciò dal Francescano Padre Galea Provicario: poi, dalla S. C. di Propaganda essendo stato eletto Vicario Apostolico Mons. Gregorio Antonucci di Subiaco, nipote dell’Eminentissimo Simoni, il Giulianelli fece da Procuratore della Missione fino alla morte. Però, in un dato tempo ebbe a sostenere una forte tentazione; non avendo a causa della sua età potuto ben apprendere la lingua cinese, gli sembrò inutile la sua permanenza in Missione e domandò ai Superiori di Roma il permesso di ritornare in Europa, dove credeva che per le anime avrebbe potuto lavorare molto di più. Ma dal Cardinale Prefetto di Propaganda ebbe in risposta che ‘rimanesse al suo posto, giacché un pio missionario fa già molto in Missione anche col celebrare la Santa Messa fra i pagani’. Il buon Padre obbedì; mai più pensò di rimpatriare; e le sue messe furono veramente sempre messe di santo Missionario: sicché fu stimato novello Mosè, che colle sue preghiere attirava le benedizioni celesti sulla Missione.

Ma oltre al bene delle sue preghiere, molte opere sante egli compì in quei luoghi.

Prima infatti di partire per la Cina, in compagnia del P. Tommasini allora ancora studente nel Seminario delle Missioni, egli aveva pellegrinato in Francia, nel Belgio ed in Olanda per raccogliere denaro a prò della Missione dello Shensi Meridionale; e la bella somma raccolta, giunto in Missione, interamente usò in opere di carità e di gloria di Dio, con frutto spirituale delle anime.

Sua cura principale fu, innanzi tutto, quella di consacrare tutta la Missione al Sacro Cuore di Gesù con tre giorni di solenne esposizione del Santissimo Sacramento nella chiesetta della fervente Cristianità di Fongciain (Fangjiying) che, per l’occasione, fece adornare in modo sfarzoso. Poi condusse a termine i lavori, già incominciati dai Padri Francescani, di costruzione della grande Chiesa di Siaotsai (Xiaozhai), che volle dedicare al Sacro Cuore; e dodici altre chiese innalzò in altre cristianità, tutte dedicate al Cuore Divino di Gesù, e corredandole di candelabri, quadri e paramenti, che in molte casse aveva portato dall’Italia.

Distribuì anche non poche migliaia di immagini del Sacro Cuore, che tosto si videro appese e venerate in tutte le case di quei buoni Cristiani. Della devozione al Sacro Cuore egli fu un vero apostolo tra quelle genti, predicando spesso più coi gesti che colla lingua: e di lui, ancor oggi, non si parla senza ricordare questo suo santo e speciale apostolato. Inoltre egli fece fiorire il piccolo Seminario, che dai Francescani era stato iniziato al pago di Vanciavan (Wangjiawan), mettendovi per Rettore l’anziano Missionario Tarquinio Tanganelli, il quale col P. Scalzi, per primo era arrivato in Missione fin dall’agosto 1885. Ordinando che si raccogliessero, dovunque se ne trovassero, bambine abbandonate dai genitori pagani, riempi con un gran numero di quelle povere creaturine un incipiente Orfanotrofio curato allora da vergini cinesi, e, per meglio provvedere a quell’opera pia, iniziò pratiche allo scopo di avere nel Vicariato le Suore Canossiane, che arrivarono poi sotto il Vicario apostolico Mons. Antonucci.

Aprì scuole in quasi tutte le Cristianità, ammettendovi anche i giovanetti figli di idolatri: procurò che i Missionari, pur non trascurando i vecchi Cristiani, si dessero con ardore alla evangelizzazione dei pagani e, prima che terminasse l’anno dell’arrivo in Missione, prese in affitto una casa in Hantchungfu (Hanzhong-fu), città principale dello Shensi meridionale e vi chiamò lo scrivente perché, aprendovi specialmente scuole per piccoli studenti, quasi tutti pagani, si occupasse della conversione di quei cittadini. Quella casa fu poi lasciata perché piccola, e se ne comprò una più grande con spazioso terreno adiacente, dove ora sorgono la nuova Residenza Vescovile, la bella Cattedrale di S. Michele, il Seminario, l’Ospedale, l’Orfanotrofio, le Scuole primarie e secondarie approvate dal Governo cinese, ed altre opere di carità e di predicazione. Queste opere non furono fatte al tempo del P. Giulianelli ma egli aveva avuto il merito di aver cominciato ad aprire una casa per Missionari in quella città tutta pagana, eccettuate tre o quattro famiglie. Del resto, prima di morire, egli a Kulupa, (Guluba) dopo che Monsignor Antonucci vi ebbe fabbricato la bella residenza con altre opere missionarie, istituì un provvidenziale Ospizio, con fondo perpetuo per povere vecchie da accogliersi dalla miseria pagana. E quante anime in esso si salvano! Quel benefico Ospizio sarà veramente il monumento che eternerà la memoria del pio Missionario romano.

L’Ospizio per le vecchie fu l’ultima delle sue Opere di carità. Infatti poco tempo dopo, il P. Giulianelli, che per la sua pietà e virtù ormai era venerato come un santo dai cristiani e dai pagani, cominciò a sentire gli acciacchi degli anni e dei sacrifici apostolici; e venne colpito da un’asma incurabile. Niente faceva prevedere così prossima la sua fine, ma l’alba del 18 dicembre 1898, con una morte quasi istantanea, placidamente spirava nel bacio del Signore in età di 67 anni nella residenza di Kulupa ove sotto il pavimento della Cattedrale dei SS. AA. Pietro e Paolo, sono le tombe dei Missionari. Il suo funerale fu un trionfo. E della sua morte, così allora fu scritto ai Superiori del Seminario di Roma, dal Vicario Apostolico Mons. Passerini e dalle Suore Canossiane:

"Col più grande rammarico partecipo la morte repentina del P. Giulianelli… che ha grandemente ferito il cuore di tutti, e ci ha gettati nel più profondo dolore, lenito solo dalla ferma fiducia di avere un intercessore di più presso il Signore in Paradiso… si era offerto vittima per la missione nei grandi pericoli di questi tempi; ed il Signore, contro l’aspettativa di tutti, lo ha chiamato a sé…"

"Ahi! Egli non è più con noi, il benedetto Fondatore del nostro Ospizio delle secchione! Ci ha abbandonato per volarsene in braccio al suo Dio, che molto amò e predilesse. Quella forte colonna del Vicariato, quel sacro parafulmine della Missione troppo presto ci ha lasciato! Egli, il santo Sacerdote Giulianelli, aveva dedicato tutto il uso peculio per la fondazione di questo asilo di decrepite pagane, rifiuto della società cinese, e di tante povere infelici ne fece delle buone cristiane, delle donne contente che trascinano i loro ultimi giorni tra la preghiera e la pace…"

Queste e simili parole di un Vescovo, pur egli santamente vissuto e defunto, e di pie Missionarie della Venerabile Maddalena di Canossa, valgono il più bel panegirico ed elogio per il Missionario romano, che visse pregando e beneficando.

Oh! Roma tra i suoi Cittadini finora non ha contato molti Missionari… ma i pochi che ha dato alle terre straniere sono stati davvero edificanti per zelo, per pietà, e per spirito di sacrificio… Che in avvenire Roma missionaria sia edificante anche per il numero dei suoi apostoli!!

Mons. ANTONUCCI GREGORIO (1846-1902)
Necrologio
(dal Periodico Mensile delle Missioni Estere, 1902, 10, pp. 153-156)

Un’altra dolorosa perdita pel nostro Seminario. Munito dei soccorsi religiosi, confortato di una speciale benedizione del S. Padre, e consolato dell’assistenza di S. Em. il Card. Luigi Macchi è morto in Subiaco, sua patria, Mons. Gregorio Antonucci, Protonotario Apostolico e primo Vicario Apostolico della nostra Missione dello Scen-si (Shaanxi) Meridionale.

Monsignor Gregorio Antonucci nacque a Subiaco il 29 ottobre del 1846. Cominciò la vita come ingegnere civile, ma chiamato da una più santa vocazione, si dedicò nel 1870 agli studi teologici, e quattro anni dopo si ordinò Sacerdote.

Fu tra i primi alunni del Pontificio Seminario dei SS. Pietro e Paolo per le Missioni Estere e, nel 1876 partì per la Cina, alla volta della Missione Francescana dello Scen-si. Ivi lavorò infaticabilmente per oltre sei anni, ma gravi motivi di salute lo costrinsero a rimpatriare.

Ristabilitosi appena, fu mandato in San Francisco di California per impiantarvi una Missione, e consumò cinque anni in questo laborioso apostolato, dedicandosi specialmente all’assistenza religiosa della numerosa colonia cinese colà stabilita.

Richiamato in Roma dall’E.mo Prefetto di Propaganda Fide, allora Cardinale Simoni, questi affidò a Mons. Antonucci il difficile incarico di recarsi nuovamente in Cina per ivi fondare, nello Scen-si meridionale, un nuovo Vicariato Apostolico.

A questo effetto egli venne nominato Vescovo, ma la sua umiltà non gli permise di accettare l’alta carica, e partì per la seconda volta per la Cina come semplice Vicario Apostolico.

Pieno di slancio e ricco di elette doti di mente e di cuore, tutte egli sfruttò le sue energie per questa santa impresa; e come Dio coronasse il suo zelo ben presto apparve dal nuovo e fiorente Vicariato che sorse come per incanto, divenendo considerevole centro di numerosa e vasta cristianità. Coadiuvato dall’opera intelligente ed assidua di P. Francesco Tommasini, ora Rettore del Seminario, che percorrendo l’Italia, la Francia, il Belgio e l’Olanda, ebbe la fortuna di raccogliere una assai cospicua somma di elemosine, Monsignor Antonucci poté innalzare, oltre la Chiesa e la residenza pel Vicario Apostolico, il seminario per gli indigeni ed un Orfanotrofio che volle affidato alle Suore Canossiane, da lui a questo scopo chiamate per la prima volta nel centro della Cina .

Visitò tutto il Vicariato, impiegandovi più di qualche anno, ed insieme all’affetto di quella cristianità seppe cattivarsi anche la stima e la venerazione del Governo cinese, che lo decorò degli onori mandarinati.

Rimasto per oltre sette anni nello Scen-si meridionale, sopraffatto da nuovi e molto gravi incomodi di salute, contratti per le sue apostoliche fatiche, tornò in Italia e quindi a Roma, dove il Santo Padre, altamente apprezzando i suoi meriti, lo ricolmò di speciale benevolenza, e pel momento lo volle insignito della dignità di Protonotario Apostolico e lo nominò Canonico di S. Anastasia.

Dal 1895 menò quasi sempre la sua vita in Subiaco, tra continue sofferenze e infermità finché colpito da forte attacco di uremia, chiuse tranquillamente i suoi giorni per volare a ricevere il premio delle sue fatiche e dell’apostolico suo zelo.

Sia pace all’anima di lui! E l’universale rimpianto che lo accompagna, valga ad affrettargli il fortunato istante di ricongiungersi a Colui, il cui nome fece noto e la cui gloria bandì su questa misera terra!

I funerali del compianto Monsignore, celebrati nella Cattedrale di S. Andrea Apostolo, sono riusciti imponenti. Oltre il R.mo Capitolo e Seminario, vi hanno partecipato i Religiosi Cappuccini e Francescani, parecchie Confraternite, il Comitato Diocesano e il Comitato della Croce Bianca.

Dopo la Messa, il R.mo Can. Don Luigi Biferi, Rettore del seminario e coetaneo dell’estinto, ne ha detto il funebre elogio, tratteggiando a vivi colori e con eloquente parola la grande figura di Mons. Antonucci, come Sacerdote zelante e Missionario operoso, che non lievi orme lascia del suo apostolato in California e nell’Estremo Oriente. Finita l’Orazione, S.E. il sig. Cardinale Luigi Macchi, Abate commendatario di Subiaco, ha impartito l’assoluzione di rito.

Mons. PASSERINI PIO GIUSEPPE (1866-1918)
Annuncio della morte
(da Le Missioni Cattoliche, 1918, p. 159)

Un telegramma ha annunziato la morte di S. E. Rev.ma mons. Pio Giuseppe Passerini, Vescovo titolare di Acanto e Vicario apostolico dello Scensi meridionale.

Nato in diocesi di Vigevano il 6 gennaio 1876, apparteneva al Pontificio Seminario dei SS. AA. Pietro e Paolo per le Missioni estere di Roma.

Nel settembre del 1889 partiva per la Cina e a soli 29 anni di età veniva elevato alla dignità episcopale e creato vicario apostolico dello Scensi meridionale. Era allora il più giovane vescovo della Chiesa.

Mandiamo le nostre più vive condoglianze al Seminario Pontificio dei SS. AA: Pietro e Paolo per le Missioni estere, per la perdita immatura dell’Illustre Prelato.

Malattia, morte e funerale di S.E. Mgr. Pio Giuseppe Passerini (P. D. Callerio, da Le Missioni Cattoliche, pp. 282-285)

Una sventura ben grave e dolorosa ha colpito recentemente la nostra cara e bella Missione del Han Tsun (Hanzhong), Scensi. Il nostro amato e venerato Pastore Mons. Pio Giuseppe Passerini, dopo pochi giorni di violenta malattia, rendeva al Cielo l’anima sua bella e santa, fra le lagrime ed il cordoglio del suo Clero e del suo popolo cristiano. Ah! Veramente è questa la più dura delle prove alle quali la Divina Provvidenza nei suoi imperscrutabili disegni va sottoponendo questo Vicariato. La rivoluzione e la guerra civile già da lunghi anni infuriano a noi d’intorno, e ci tengono in continua apprensione: la spaventosa conflagrazione mondiale ci riempie di orrore e di angustie, mentre ci priva di quei soccorsi dei quali sentiamo estremo bisogno; giovani Missionari e giovani Suore ci sono stati rapiti da crudel morbo nel volgere di pochi anni; vediamo il nostro già piccolo drappello di Apostoli assottigliarsi, infiacchirsi, venir meno sotto il peso crescente dell’opera nostra, ed ora per colmo di sciagura eccoci privati del nostro Santo Condottiero, della nostra Guida, del nostro Padre! Oh! Sì che ripetiamo con Gesù dolorante nell’Orto: "Padre, sia fatta la tua volontà", ma questa santa rassegnazione quante lagrime, quanto strazio ci costa!

Mons. Pio Giuseppe Passerini non contava che 52 anni di età, ma già da quasi trent’anni di vita apostolica in Cina e ventitre anni di episcopato. Fare qui un degno elogio del nostro amato Vicario Apostolico non è possibile: basta che mi rivolga a tutti coloro che hanno avuto la bella sorte di conoscerlo e domandi loro: Ditemi voi, non fu egli, nel corso della sua vita, un santo giovane, un santo sacerdote, un santo Vescovo? E da ogni parte, dai suoi compagni e sudditi di Missione, da Prelati insigni ed eminenti, dal popolo cristiano e pagano sento rispondermi: Oh! Che sant’uomo, oh! Che santo Vescovo fu Mons. Passerini! E santa fu la sua morte.

Il giorno 15 di Marzo era partito dalla città di Han-tsun-fu, sua ordinaria dimora, per l’antica residenza di Culupa (Gulupa), dove tuttora trovasi il seminario ed il grande Orfanotrofio, per celebrarvi la festa di S. Giuseppe e le vicine Feste Pasquali.

Ma la letizia di quei giorni venne turbata da un luttuoso avvenimento: la morte di una giovane Suora. Ecco che cosa scrive Mons. Passerini in questa circostanza al Missionario di Han-tsun-fu: "Quest’anno l’Alleluia si è dato la mano col Requiem. Stamani ho assistito per circa un’ora la moribonda Madre Rosa, e poi al secondo segno del Pontificale mi sono ritirato nella persuasione che forse avrebbe potuto proseguire sin verso mezzogiorno; invece poco dopo spirava placidamente nel bacio del Signore. Fiat e RIP… Presto verrà il nostro turno; bisogna essere sempre pronti alla partenza". E purtroppo anche per lui la partenza era molto vicina. La Domenica dopo Pasqua si trovava nel grosso borgo di Siao-tzei (Xiaozhai), interamente cristiano, dove aveva luogo una solenne processione col SS. Sacramento: confessò, predicò con zelo instancabile, come già aveva fatto durante le Feste Pasquali al Kulupà: quindi sfinito e rotto dalla fatica fece ritorno alla residenza di Han-tsun-fu.

Già la febbre insidiosa serpeggiava nelle sue ossa; ma il coraggioso Vescovo non diede molta importanza al malessere che lo travagliava. - ‘Passerà presto, diceva sorridendo a chi gli faceva osservare che forse non doveva sentirsi troppo bene in salute: passerà tutto! - Ah! Purtroppo tutto è passato: anche la grande anima sua è passata al Cielo! Dopo due o tre giorni di energica resistenza fu finalmente costretto a cedere alla violenza del morbo e a mettersi a letto. Venne tosto chiamato un medico, il quale riconobbe subito la natura della febbre, che da vari giorni tormentava l’infermo: prescrisse quelle medicine ch’egli riteneva efficaci in tal caso, e fece coraggio a tutti assicurando che fra pochi giorni il Vescovo sarebbe del tutto guarito.

Ma la febbre cocente, invece, cresceva, cresceva: 38.39.40… - Oh! Che il fuoco di cotesta febbre che mi brucia possa cambiarsi in tanta fiamma di amore per Gesù, esclamava piamente il santo Pastore; e rivolgendosi al P. Capettini, che affettuosamente l’assisteva, soggiunse: "Come uomo privato, son pronto a morire, ma come Vescovo veda il Signore quello che sarà meglio per tutti, e Fiat voluntas eius". Quantunque non gli sembrasse di essere tanto aggravato, volle tuttavia ricevere i SS. Sacramenti. Fece la sua Confessione con grande umiltà, e con gaudio inesprimibile ricevette il Santo Viatico che con solennità gli venne amministrato. Tutto il popolo cristiano stava fervorosamente pregando per la salute dell’amato Vescovo: il P. Scalzi, Pro-Vicario, il P.Carbonino, Rettore del Seminario ed alcune Suore infermiere erano accorsi al capezzale dell’illustre infermo: ogni mezzo fu tentato per strappare dagli artigli della morte l’amato Pastore, ma invano. Il male andava sempre più aggravandosi ed i medici non sapevano più qual rimedio somministrare. La desolazione opprimeva il cuore di tutti: le lagrime bagnavano il volto di molti. Lui solo, il santo Vescovo, conservava la dolce calma ed il sereno aspetto abituale: le torture della meningite non avevano oscurato la perfetta lucidità del suo spirito, e si sfogava in pii colloqui e ardenti sospiri d’amore verso Gesù Sacramentato. Aveva domandato al suo caro patrono S. Giuseppe la grazia di soffrire tutte le pene dell’agonia conservando piena facoltà di mente. Volle che si celebrasse la S. Messa davanti al suo letto di dolore, e ricevette l’Estrema Unzione con grande gaudio alla presenza dei Padri e delle Suore, che si sfogavano in lagrime ed in preghiere.

Presso a lasciare questa misera terra, rivolse un ultimo pensiero a tutti colore che gli furono cari e, con mano tremante, sorretta da P. Scalzi, impartì le sue ultime episcopali benedizioni. Benedisse tutti i presenti, benedisse gli assenti: la sua cara Missione, i suoi cari della famiglia lontana: il Seminario delle Missioni, ed i suoi Superiori: ed una benedizione speciale inviò ai generosi benefattori, che mai l’avevano abbandonato nelle più dure necessità.

Fino all’ultimo istante ogni suo anelito, ogni suo palpito fu un atto di amore divino. Stringeva al suo seno e baciava con ardente affetto il Crocifisso e la Corona del S. Rosario: ripeteva con gran fervore le giaculatorie che gli venivano suggerite, e quando non poté più articolare parola, coi cenni del capo, col volger degli occhi manifestava chiaramente che il cuor suo ripeteva con gioia quelle soavi aspirazioni.

E così, in mezzo alle più pure consolazioni celestiali, già pregustando il Paradiso, quell’anima santa spiccò il volo da questa terra d’esilio, e, raggiante di gloria, fece il suo ingresso felice nella Celeste Patria! Era la mattina del martedì 16 aprile, vigilia della solennità del Patrocinio di S. Giuseppe.

E qui lasciamo la parola al P. Capettini:

"Ah! Carissimo Padre, quale schianto provò il nostro cuore in quel terribile momento. Tutti prorompemmo in doloroso pianto, mentre si recitava il De Profundis, ed il flebile suono della campana invitando alla prece faceva lacrimare tutti i cristiani.

O Padre, o Pastore, e perché lasciarci così presto orfani, in tempi sì difficili e in sì dure circostanze della vita!

- E’ morto il nostro santo Vescovo, andavano gridando i cristiani mentre in folla si rovesciavano nella residenza piangendo e lamentandosi: Pa tsu-ciao (Mons. Passerini) è un santo, certo stamani è salito al Cielo – ripetano i pagani accorsi alla dolorosa notizia: Chi sa se Han-tsun potrà ancora stare in pace fra tante turbolenze dopo la morte del Santo Vescovo?

Intanto la venerata salma viene rivestita dei sacri abiti pontificali ed esposta nella camera ardente, e, mentre tutti si affollano d’intorno, incominciano ad arrivare le autorità ed i principali del luogo per le condoglianze.

Viene il generale, viene il prefetto, viene il sottoprefetto, il quale ci dice d’aver avvisato tutte le altre autorità minori della grave perdita fatta con la morte di Sua Eccellenza, insigne benefattore del popolo, e affinché si dichiari il lutto cittadino. Vengono altri notabili: incominciano ad arrivare i Missionari ed i catechisti, mentre una folla enorme di cristiani e pagani s’accalca a visitare e a pregare, e a porgerci le condoglianze. – Lauda post mortem… il nostro Santo Vescovo così schivo di onori in vita sua, ebbe il più grandioso ossequio, ed un meritato trionfo alla sua morte.

Funerale modestissimo, mi ripeteva il nostro amato Monsignore nella sua grave malattia; una cassa ordinaria, preghiere molte e fervorose, ecco la mia volontà". Ma non si poté impedire lo slancio di affetto e di riconoscenza che tutti vollero tributargli.

Quando la bara venne trasportata nella Cattedrale, ancor più grande fu il concorso d’ogni ceto di persone. I Sacerdoti celebravano il Santo Sacrificio in tutti gli altari, i Catechisti cantavano le preci dei defunti, le Suore, le Orfanelle, i Collegiali in ginocchio pregavano fervorosamente; l’atrio, il cortile, la via erano pieni zeppi di popolo che affluiva e rifluiva come onde di mare. Lo spettacolo era imponente.

Alla Messa funebre intervennero le suddette autorità: il generale, cioè, il Prefetto, il Sottoprefetto con altri maggiorenti della città; e dopo l’assoluzione al tumulo, prima di partire, resero omaggio alla salma con tre profondi inchini.

Il giorno 29 aprile, destinato al trasporto del defunto alle tombe della Missione, nella grande chiesa di Kulupà, segnò un altro grandioso trionfo per l’amato Pastore.

Di buon mattino incominciano ad adunarsi ed a disporsi in buon ordine migliaia e migliaia di persone che dovevano prendere parte al corteo. Sfilano davanti cento portatori tenendo nelle loro mani a guisa di stendardo le cento e più iscrizioni a carattere d’oro su smaglianti stoffe seriche, inneggianti alle virtù del defunto: seguono quattrocento catechisti con le torce accese, salmodianti le preci dei defunti: centinaia di alunni delle nostre scuole in divisa collegiale, quindi due lettighe coi sacerdoti ufficianti adorni dei sacri indumenti. Riccamente addobbato alla cinese s’avanzava poi lento e maestoso il carro funebre, circondato dalle più elevate dignità ecclesiastiche e civili. Missionari e Mandarini si stringevano in un supremo tributo di ossequio intorno alla venerata salma. Chiudevano il corteo centinaia di bambini della Santa Infanzia, delle Scuole femminili, accompagnati dalle Suore Canossiane, ed un gran numero di donne cristiane oranti e piangenti. Si percorsero le vie principali della città affollate da una calca di gente d’ogni condizione, ed al passaggio del corteo si levavano d’ogni d’intorno voci di compianto e di lode in onore dell’Estinto, e di ammirazione per lo splendore, la solennità ed il buon ordine dell’accompagnamento.

Giunti alla porta orientale che conduce al gran mercato di Sce-pa-li-pu il P. Scalzi, Pro Vicario Generale, pregò le autorità a non volersi più oltre incomodare, e queste, dopo un ultimo inchino alla bara, si ritirarono. La sfilata intanto procedeva oltre, uscendo dalla città, ma sempre in mezzo a due fitte ali di popolo accorso da ogni parte per contemplare lo splendore di un funerale cristiano. Specialmente da tutte le stazioni di Missione, disseminate lungo il cammino che da Han-tsun-fu conduce al Kulupà accorrevano in folla cristiani e cristiane, che non avevano potuto recarsi in città per rendere l’estremo ossequio all’amato Pastore. Venivano piangendo a prostrarsi lungo la via invocando dal loro Vescovo una benedizione dal Cielo, ed a lui raccomandandosi come ad un Santo protettore; ed una gran parte di loro si aggiungeva poscia al corteo, il quale andando in questo modo sempre più ingrossandosi arrivò finalmente alla chiesa del Kulupà. Quivi dopo una solenne Messa funebre ed un’ultima assoluzione le lacrimate spoglie dell’amato Pastore vennero tumulate nella Cappella della B. Vergine di Pompei, della quale Mons. Passerini fu devotissimo, e secondo quanto egli aveva già prima disposto. Oh! Qual dolore inesprimibile trafisse un’ultima volta il cuore di tutti quando quella bara fu calata nell’avello! Quando la pesante pietra sepolcrale rinchiuse per sempre sotto di sé e tolse ai nostri sguardi tutto ciò che ancor potevamo contemplare del diletto Pastore! Con quale mestizia, con quale sconforto si staccavano da quel sacro luogo tutti quelli che colà piamente l’avevano accompagnato; come profondamente sentita da tutti era la perdita del Padre amato; quanta desolazione era impressa sul mesto volto di quei buoni e semplici fedeli, i quali tristemente facevano ritorno nelle loro case dove li attendevano i congiunti pur essi in duolo e pianto per la comune sventura!

Ah!, veramente come tutti sentiamo stringerci il cuore davanti al vuoto prodotto dalla scomparsa di un tanto Padre; e con l’animo ripieno di affanno andiamo domandandoci: Vorrà il Signore inviarci un nuovo Pastore ripieno di quello Spirito di Santità e di dolcezza di cui rifulgeva il nostro pastore Mons. Passerini? Oh, sì ci consoli presto il Signore; ché in questo momento troppo duramente sentiamo l’infelicità di essere orfani e senza guida.

E tu, anima bella e santa di Mons. Passerini, che per trent’anni faticasti con tanto zelo, amore e sacrificio in questo Scensi meridionale, intercedi come ansiosamente aspettiamo, per un tuo santo successore: e dal Cielo continua la tua santa e paterna protezione sul tuo caro gregge, affinché, emulando le tue preclare virtù, possiamo raggiungerti presto nella patria beata.

Mons. CAPETTINI ANTONIO MARIA (1877-1958)
Necrologio
(S. Ecc. Mons. Giuseppe Maggi P.I.M.E. Vescovo di Hanchung,
da Il Vincolo, n. 68, settembre 1958, p. 54)

Alle ore 4 di domenica, 6 luglio 1958, nella sua abitazione di via Liberiana, assistito dai Confratelli del Gruppo Generalizio e confortato dai Santi Sacramenti e dalla Speciale Benedizione del Santo Padre, serenamente spirava Sua Ecc. Mons. Antonio Maria Capettini, Vescovo titolare di Eurea di Fenicia, già Vicario Apostolico di Hanchung (Cina), Canonico della Patriarcale Basilica Liberiana.

Nato a Valle Lomellina (Pavia) Diocesi di Vigevano, l’11 gennaio 1877, entrò nel Seminario Vescovile nel 1888, e, nel 1895 terminato il liceo, chiese l’ammissione nel Pontificio Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo di Roma per le Missioni Estere. Conseguita la laurea in Teologia e Filosofia e ordinato sacerdote il 9 giugno 1900, partiva da Marsiglia per la Missione dello Shensi Meridionale (Cina), il 25 agosto 1901.

Giunto a Shanghai il 27 settembre, salendo prima il Fiume Azzurro fino a Hankow e poi il suo affluente Han, arrivava a Kulupa, allora residenza del Vescovo Vicario Apostolico dello Shensi Meridionale, il giorno 31 dicembre 1901 col compagno di viaggio Padre Rivelli, che dopo solo 20 giorni morì di febbre tifoidea. Nel febbraio 1902 a Padre Capettini, appena balbettante la lingua cinese, veniva affidato dal Vicario Apostolico Mons. Pio Passerini il distretto missionario di Kulupa, e un anno dopo quello più importante di Chengku (Chenggu).

Ma la Provvidenza lo chiamava quasi subito a succedere al Beato Alberico Crescitelli nel distretto di Yentsepien, Ningkiang (Yanzibian, Ningqiang), dove questi aveva subito il martirio il 21 luglio 1900, e a raccoglierne i frutti del sangue prezioso. Il 29 settembre 1903 infatti Padre Capettini partiva dalla residenza vescovile di Kulupa per Yentsepien, distante circa trecento kilometri nell’estrema parte Sud-Ovest del Vicariato, con il pedissequo e un catechista per coadunare i cristiani dispersi dalla persecuzione dei Boxers, incoraggiare i catecumeni ed evangelizzare quel lontano Distretto ancora tutto pagano. Dopo il massacro del Beato Alberico Crescitelli e di alcuni cristiani del Distretto, nessun altro Missionario poté mettere piede a Yentsepien finché non fu regolata ogni questione con le Autorità Civili cinesi.

P. Capettini vi rimaneva due anni e mezzo constatando quanto sia vero il detto di Tertulliano che "il sangue dei Martiri è seme di nuovi cristiani".. Centinaia di nuove famiglie infatti abbracciarono la religione cristiana, delle quali non poche furono da lui battezzate. Nel frattempo ingrandiva anche la residenza missionaria di Yentsepien, fabbricava la cappella nelle due cristianità di Lao-U-Tsoei e Ki-Tao-Kow, e un lebbrosario sui vicini monti di Yentsepien, dedicato al Beato Alberico Crescitelli. Nel marzo del 1906 Padre Capettini fu nominato Direttore del Distretto della Prefettura di Shing-an (Xing’an, ora Ankang), nella parte opposta del Vicariato, distante settecento kilometri da Yentsepien.

Pronto all’ordine del Suo Vescovo partì per la città di Shing-an, sede del Prefetto civile, che nel 1928 fu smembrata dal Vicariato e poi eretta in Prefettura Apostolica e affidata ai Padri Francescani Conventuali Italiani. Anche in quel nuovo ed importante Distretto egli ebbe molto a lavorare e soffrire. Non era ancora finita la questione del massacro dei cristiani e dei catecumeni del mercato di Luo-Huo e del saccheggio della residenza in città, fatto pure dai Boxers nel 1900. Padre Capettini con le sue buone maniere e fervore apostolico non solamente regolò ogni cosa, ma anche diede un grande incremento dei neofiti, ingrandiva la chiesa, la scuola maschile e il catecumenato, e fabbricava l’orfanotrofio e la scuola femminile.

L’enorme lavoro e le grandi preoccupazioni di tante opere influirono sul fisico di P. Capettini così che dopo una grave malattia di febbre tifoidea, nel dicembre 1910 dovette rimpatriare per rimettersi in salute. Dopo un riposo in Italia di quasi due anni, il 12 ottobre 1912 ripartì da Genova per la Cina con due novelli missionari e cinque suore Canossiane. Appena arrivato in missione Sua Ecc. Mons. Pio Passerini, nel febbraio 1913, lo nominava Direttore della nuova Residenza Vescovile nella città di Hanchung e delle vicine cristianità. Ultimò la fabbrica della Cattedrale, fabbricò il catecumenato, l’orfanotrofio, le scuole maschili e femminili e l’ospedale: un complesso di opere che occupano una grande area nella parte Nord-Ovest della città.

Tutto questo contribuì a suscitare un consolante movimento di conversioni tra i pagani di Hanchung e vicinanze. Nel processo ordinario informativo sul martirio del Beato Alberico Crescitelli iniziato da Sua Ecc. Mons. Pio Passerini il 17 febbraio 1918, Padre Antonio Capettini prima depose come teste, e il 15 marzo 1918 fu nominato Notaio aggiunto pel collaudo degli atti trascritti con gli atti originali del Processo informativo ordinario. Le sue qualità ed il suo zelo lo fecero prescegliere quale successore di Mons. Pio Passerini morto di ileotifo il 16 aprile 1918. Nominato Vicario Apostolico dello Shensi meridionale e Vescovo Titolare di Elvaria il 17 marzo 1919, ricevette la Consacrazione Episcopale a Tung-Yuenfang, residenza del Vicario Apostolico dello Shensi Centrale, l’8 settembre dello stesso anno.

A lui si deve, oltre il continuo progresso del Vicariato, la fondazione della Congregazione delle Suore Cinesi Maestre della Dottrina Cristiana e la continuazione del Processo informativo sul martirio del B. Alberico. Tornato in patria nell’ottobre 1925, l’anno seguente era nominato Ausiliare dell’Eminentissimo Cardinale Vescovo di Porto e Santa Rufina e Canonico della Basilica di Santa Maria Maggiore. Tre anni durò la sua attività come Ausiliare, poi si dedicò di nuovo in modo speciale alla causa di Beatificazione del Confratello Martire Crescitelli, prima come Postulatore, poi come Teste; ed ebbe finalmente la gioia di assistere alla glorificazione di Lui, il 18 febbraio del 1951.

Egli volle fare coincidere il suo cinquantesimo di ordinazione con la festa della Beatificazione del Beato Alberico, e nella immaginetta ricordo che regalò agli amici e conoscenti si sente tutto il suo amore per la martoriata Cina e il suo pensiero si volge verso il tramonto che egli sente vicino:

"Ti ringrazio Dio di Bontà – dei tanti benefici elargiti a me – Tuo umile servo - e specialmente del 50mo della mia Prima Messa – del sesto lustro del mio Episcopato – di aver assistito alla solenne glorificazione – del Beato Alberico Crescitelli – di cui fui primo successore nel suo Distretto – e del cui martirio patrocinai la causa – quale teste, giudice e postulatore.

Concedi Dio Onnipotente ed eterno – per i Sacri Cuori di Gesù e Maria – Alla Tua Chiesa il promesso trionfo – al mondo sconvolto, alla martoriata Cina – ai miei defunti l’eterno riposo – ai Parenti, Confratelli, Consorelle – amici e benefattori – la dovizia dei tuoi beni – e a me, ormai verso il tramonto – i tesori della tua infinita misericordia."

Il Santo Padre volle mandargli per l’occasione una speciale benedizione di cui egli ne fu tanto felice. Gli ultimi suoi anni egli li trascorse in continua preghiera e nell’esercizio giornaliero del suo ministero.

Attaccatissimo al Pontificio Istituto Missioni Estere di cui si considerò sempre membro con tutti i doveri e diritti, passava volentieri, appena lo poteva qualche ora di tempo con i Confratelli di Corso Italia n. 36, a Roma, e non mancava mai di partecipare alle feste familiari dell’Istituto. Quando poi si incontrava coi Vescovi che gli successero a Hanchung, ed anche coi semplici Missionari della sua diletta Missione, era sempre una scena commovente che bastava da sola a provare che il suo cuore era rimasto in Cina. Nelle sue molteplici opere di beneficenza non dimenticò, né in vita, né in morte, l’Istituto e la sua Missione di Hanchung.

Ricevuti con pietà gli ultimi Sacramenti si preparò esemplarmente all’estremo viaggio. Contemplando il sorriso rimasto sul volto, incorniciato da una veneranda barba bianca, a tutti venne spontaneo pensare all’ "Euge serve bone et fidelis" con cui il Signore lo avrà accolto, e all’abbraccio con cui il Beato Alberico Crescitelli lo avrà ricevuto alle soglie del Cielo. Alla notizia della sua morte, il cardinale Nicola Canali, Legato Pontificio alla Basilica Liberiana, il quale aveva seguito con particolare affettuosa ansia la malattia del degno prelato, ha subito inviato il suo Vicario, Rev.mo Mons. Sergio Guerri, a pregare presso la salma ed a recare speciali condoglianze al Rev.mo Capitolo.

Il Santo Padre intanto faceva inviare un telegramma di condoglianze al nostro Superiore Generale: "Scomparsa Venerando Vescovo Mons. Capettini ha addolorato Sua Santità che presente al grave lutto di codesto benemerito Istituto raccomanda a Dio anima eletta degnissimo Prelato, mentre conforta Superiori Confratelli Congiunti con particolare apostolica benedizione Stop. Aggiungo personali condoglianze promettendo suffragi Dell’Acqua Sostituto."

Anche Mons. G.B. Montini, Arcivescovo di Milano, volle associarsi al nostro lutto mandando al Superiore Generale le sue condoglianze e promesse di suffragio.

I funerali si svolsero nella Basilica Patriarcale di Santa Maria Maggiore, alle ore 10 di martedì, 8 luglio 1958, presenti, oltre tutti i Canonici, i Beneficiati e i Religiosi Redentoristi che officiano la Cappella Borghesiana, il Rev.mo P. Alberto Morelli, Vicario Generale del P.I.M.E., Sua Ecc. Mons. Giuseppe Maggi, Vescovo di Hanchung, gli Assistenti Generali PP. Colombo e Feroldi, il Procuratore Generale P. Frumento e molti altri Padri. Dopo le esequie, la venerata salma proseguì per Valle Lomellina, suo paese nativo, dove il giorno dopo presenti il P. Augusto Lombardi furono fatti ancora solenni funerali, e poi tumulata nella Cappella delle Suore della Dottrina Cristiana di Mortara, Diocesi di Vigevano, che Lui beneficò in vita e in morte.

Mons. BALCONI LORENZO (1878-1969)
Necrologio
(P. A. Lozza, da Il Vincolo n. 95, gennaio-giugno 1969, p. 69.)

Mons. Lorenzo Balconi, figlio di Giuseppe e di Martini Bianca, nato a Milano il 4-8-1878, entrato nell’Istituto il 17-11-1898, ordinato sacerdote il 22-12-1900, partito per il Honan Sud (Nanyang) il 27-10-1901, consacrato Vescovo Apostolico di Hanchung il 17-5-1928, Superiore Generale dal 1934 al 1947, morto a Milano il 10-4-1969.

Da distinta famiglia milanese, a Milano, nacque Lorenzo il 4 agosto 1878. Suo babbo, ragioniere, era amministratore dei Conti Saporiti. Suo zio paterno, Mons. Balconi Arciprete del Capitolo Metropolitano, era molto stimato nell’ambiente cittadino. Nei seminari dell’arcidiocesi Lorenzo compì tutti i corsi di studio, ottenendo la licenza ginnasiale e liceale. Era già baccelliere in Teologia quando, essendo entrato a S. Calocero, rinunziò a prendere la laurea.

Fu ordinato sacerdote il 22-12-1900. Un anno dopo, il 27-10-1901, egli partiva per la Cina che appena si era calmata dopo la bufera suscitata dai Boxers. Fu mandato a Luyi dove compì il suo tirocinio nell’apprendere la lingua, mentre faceva i suoi primi incontri con il mondo cinese. Nel 1905 gli venne affidata la cura di quel vasto e importante distretto. Tutti sanno che i Boxers del 1900 furono spazzati via dalle milizie delle otto potenze alleate contro la Cina a cui vennero imposte, a titolo di riparazione, condizioni troppo dure. Così nell’animo dei cinesi covava sempre il malanimo contro gli europei e la volontà di vendetta, che si manifestava con soprusi e angherie contro i cristiani.

Forse il Padre si sentì in dovere di difenderli, denunziando alle autorità gli individui pericolosi. Qualche pagano, amico di questi, preparò una spedizione punitiva contro l’europeo. La notte del 5 aprile, tornato Padre Balconi da un’ammalata e rientrato in casa, mentre stava per prendere riposo, fu assalito da gente armata e mascherata. I briganti menarono colpi di sciabola all’impazzata sul missionario che, sanguinante si accasciò a terra mentre quelli fuggivano. Il prete cinese suo collega, spaventato, era corso a chiamare gente. Il P. Balconi venne trovato con una grossa ferita al capo e un’altra al braccio sinistro che poi sarebbe rimasto paralizzato per sempre. Fu rimpatriato. L’aria nativa, il riposo e le cure prestategli nell’Istituto e in famiglia gli procurarono qualche vantaggio. A poco a poco, i suoi pensieri cominciarono a tornare alla Missione!

E invano amici e parenti gli sussurravano: "Basta con la Cina! Basta con i Cinesi!". A suo zio, Monsignore del Duomo, il Vescovo del Honan Meridionale, scriveva: "Faccia venire suo nipote! Lei dice: a che serve un povero uomo anchilosato? Per noi sarà sempre molto prezioso!". Il 2 gennaio 1907 egli salutava di nuovo i suoi cari per rientrare nell’amata Missione. Fu trattenuto nella residenza vescovile e gli fu affidato la direzione del Seminario. Per molti anni P. Balconi sarebbe stato non il Rettore, ma il factotum dei seminaristi, che da lui ricevevano la meditazione e, nella giornata, lezioni di storia naturale e di geografia, di latino e di filosofia, di Sacra Scrittura, Teologia Dogmatica, Morale e Diritto Canonico.

Tanto era solo! Poteva bastare? No: a sera inoltrata, quando i giovani erano già a riposo, il Padre accoglieva il maestro cinese e con lui si metteva a tavolino per lo studio dei classici… Anzi, proprio allora egli cominciò a compilare un dizionario dei termini d’uso nello stile epistolare, ma che nei libri non si trovavano. Sarebbe stato un aiuto prezioso per i missionari che, fuori nei distretti, dovevano scrivere alle autorità locali; per affari, come questioni tra pagani e cristiani, ecc. Quel grosso volume, già rilegato in mezza pelle, con pagine qua e là zeppe di caratteri cinesi e di parole italiane, non arrivò mai a termine.

Egli quasi si accusava di pigrizia… cominciare e non finire! Gli è che il Vescovo lo aveva incaricato di altro lavoro, facendolo suo Provicario! Appunto come suo fiduciario, nel 1911 P. Balconi venne in Italia per trattare la questione dell’Ospedale di Chumatien, con la famosa Associazione per l’aiuto ai missionari italiani. Bisognava trovare un modus vivendi per non continuare da ambo le parti a fare sangue amaro. Vi tornò nel 1914 quando, fallita l’ultima prova malgrado le prestazioni di P. Risso, il Vescovo si decise a comprare l’ospedale. E con l’aiuto di benefattori e con beni suoi patrimoniali P. Balconi sborsò all’Associazione la somma richiesta. Nel 1916, dal Honan Meridionale venne smembrata la parte orientale e affidata a Mons. Tacconi, che si stabilì a Kaifeng, mentre nell’antica Missione gli succedeva Mons. Belotti che si fece consacrare il 6-1-1918.

Fu P. Balconi (che prima era stato proposto per quella successione) a preparare con entusiasmo quanto occorreva per la solenne funzione. Sotto il governo di Mons. Belotti, il Provicario si stabilì a Chumatien nell’antico ospedale, come rettore del nuovo seminario, con quattro professori e con la responsabilità di tutto il versante orientale del sempre vasto Vicariato. In quel tempo lavorò anche a preparare il passaggio di tutta la zona sud-est ai Padri del Divin Verbo. Per la sua competenza in Diritto Canonico i missionari lo consultavano e, se occorreva, egli per loro interpellava le Congregazioni Romane. Per conto suo, il Delegato Apostolico Mons. Celso Costantini approfittò della scienza giuridica e dell’esperienza missionaria di Padre Balconi per preparare il materiale da studiare con i Vescovi della Cina nel Concilio plenario di Shangai del 1924.

Anche se il Padre non vi poté partecipare dovendo rimanere in Missione mentre il Vescovo si assentava, però la sua fatica alleggerì e rese più fruttuose le discussioni dei Presuli là congregati. Mentre Pio XI preparava l’elevazione di sacerdoti cinesi all’episcopato, Mons. Costantini volle fare una visita nel territorio che sarebbe stato affidato a Monsignor Odorico Tcheng, uno dei Vescovi che, nel 1926, il Papa avrebbe consacrato in S. Pietro. Ma, ignaro della lingua, nuovo al mondo cinese e timoroso dei briganti, il Delegato Apostolico si decise a quel viaggio solo quando P. Balconi lo poté accompagnare. E questi, dopo un mese di curiose avventure, lo ricondusse felicemente a casa.

Nel 1925 ricorrevano le sue nozze d’argento sacerdotali. Il Vescovo gli offrì una gita in America, dove avrebbe partecipato al Congresso Eucaristico di Chicago. Egli accettò e dopo il Congresso si trattenne qualche mese a prestare servizio in una chiesa dove "potei raggranellare, diceva, quanto mi occorreva per risarcire la Missione della spesa del viaggio".

Vescovo

Il 28-8-1928 a Kinkiakang, mentre eravamo a pranzo, giunse da Pechino un telegramma: Balconi Vescovo di Hanchung. L’eletto, per l’emozione, uscì fuori. Monsignor Belotti impallidì per la dolorosa sorpresa; egli perdeva il suo braccio destro!

Monsignor Balconi, riavutosi, tornò sereno tra noi, anzi riprese il lavoro a cui attendeva da tre settimane: stava ripulendo l’interno della cattedrale, costruita da Mons. Volonteri. Dopo quel telegramma bisognava sbrigarsi. E così, in quei giorni, chi veniva a cercare sua Eccellenza, trovava Monsignore in veste di imbianchino, lassù in cima alle impalcature, sotto le volte della chiesa, oppure già tra gli operai a dosare calce e colori per combinare le tinte più adatte alle lesine, agli archi, alle riquadrature, allo zoccolo.

Il 17 maggio, festa dell’Ascensione, la cattedrale appariva tutta festosa, abbellita da Mons. Balconi che, in quel mattino, riceveva la pienezza del Sacerdozio per mano di Mons. Belotti, assistito da Mons. Ricci Vicario Apostolico di Laohokow e da Mons. Froewis Prefetto Apostolico di Sinyang. Poco dopo caduti in mano dei briganti, ambedue ne avrebbero avuto abbreviata la vita. Il nuovo Vescovo affrettò i suoi preparativi: andò a Hankow per affari della Missione: raggiunse Pekino in visita al Delegato Apostolico. Là incontrò P. Manna che arrivato dal Giappone, voleva visitare le nostre Missioni della Cina. Con Monsignore egli giunse a Kinkiakang il 26-9-1928.

Durante il lungo e penoso viaggio P. Manna ebbe agio di conoscere bene la tempra del Vescovo Balconi, che divenne il suo delfino; difatti il Capitolo di Hong-Kong l’avrebbe eletto suo successore. Monsignore partì per Hanchung il 18-10-1928. Viaggio avventuroso e pericoloso quello, dovendo risalire il fiume Han, affluente del fiume Azzurro, su una barca lunga 7 metri e larga 1,80 con tre persone e i bagagli. Le rapide impetuose e gli scogli subacquei mettono continuamente a repentaglio la vita. Senza dire dei capricci dei barcaioli che sostano dove e quando piace a loro con la pretesa di disdire le condizioni del contratto. Eppure bisogna venire a trattative con infinita pazienza, sborsare denaro senza paura e questo per il minore male.

Che se il disgraziato viaggiatore, incappa nei banditi, per avere almeno salva la vita deve svuotare il borsellino in mano ai barcaioli che… hanno placato gli amici, si capisce a danno dell’europeo e… a proprio vantaggio. Tanto è; il viaggio, sempre poco divertente, potrebbe anche diventare disastroso. Il 7 gennaio 1929 (cioè dopo 2 mesi e 10 giorni dalla partenza!), Monsignore arrivò a Hanchung, dove incontrò subito ostilità da parte dei capi della città. Trovò anche vasto campo di lavoro: 17.000 e più battezzati con 5.000 catecumeni; 17 missionari, quasi tutti ancora giovani, e otto preti cinesi, villaggi cristiani tartassati dai comunisti, regioni intere desolate per la carestia. E già imperversa la bufera tremenda del brigantaggio, di cui si leggono le relazioni di Monsignore nelle annate de Le Missioni Cattoliche e nelle sue memorie: Trentatre anni in Cina.

Quattordici bande di briganti infestano il territorio: tremendi i ripetuti assalti alla residenza centrale di Kulupa. I padri Filia e Mazzoli col prete cinese Don Luca, sono portati via ostaggi e solo dopo 5 mesi di ansie e timori vengono riscattati a prezzo enorme. E poi vessazioni di ogni genere, da impazzire! Ma appena c’è un po’ di respiro, il Vescovo è al lavoro in città: riapre il seminario, la scuola-collegio, l’orfanotrofio. Dà una forma stabile alla Congregazione delle Maestre della Dottrina fondate dal suo predecessore Mons. Capettini. Ha acquistato un vasto locale per la nuova sede del Seminario. Intanto quello è vuoto e i soldati gli fanno l’occhiolino. Ma quando tentano di occuparlo, lo trovano già pieno di gente: sono le povere donne della campagna, sfuggite ai briganti, che il Vescovo ha ricoverato lì al sicuro.

Come agnelli fra i lupi! L’ha detto il Signore. Ma l’opera di Dio va avanti, per la pazienza e costanza dei missionari, sostenuti e guidati dal Vescovo. Nel 1932 questi compie un viaggio: Pekino, Nankino, Shangai per affari della Missione. Nel ritorno è a Kaifeng, dove si inaugura il Seminario Regionale per tutte le diocesi del Honan affidato al Pime. Tornato a Hanchung, nonostante qualche pessimista, organizza l’Azione Cattolica; nel gennaio 1933 è la festa federale, primo Convegno dei Cattolici militanti. Ma il giorno 8-3-1934 un telegramma da Hong Kong annuncia l’elezione di Mons. Balconi a Superiore Generale del Pime, fatta dai capitolari e già confermata da Roma, nonostante le proteste dell’interessato. È volontà di Dio! Ed egli ubbidirà! Ma lo segue il rimpianto dei suoi missionari…

Assestate le cose della Missione, Mons. Balconi lascia la Cina e in settembre 1934 è in Italia.

Superiore Generale

A Milano il nuovo Superiore era molto atteso; il Capitolo di Hong Kong aveva delineato i programmi di lavoro che la nuova direzione avrebbe attuato. Un progetto da realizzare era quello di una società di Suore Missionarie annessa al nostro Istituto.

La prima idea l’aveva lanciata in Capitolo P. Manna. E i capitolari l’avevano accolta, affidando alla nuova direzione il compito di concretarla. Dopo avere sistemato le cose più urgenti, Monsignor Balconi, nel 1936, presentò al Consiglio il desiderio di quell’assemblea. Fu deciso di dare il via al progetto e il Superiore, con grande gioia delle prime aspiranti che da tempo erano in attesa, diede il lieto annuncio il 26 settembre, al Congressino degli amici del Pime: era nata la congregazione delle Missionarie dell’Immacolata. Giustamente esse chiamano e chiameranno loro fondatore Mons. Balconi. E non importa se la prima idea non venne da lui. Di tutto cuore egli la fece sua e si impegnò ad attuarla.

Per la sua assistenza intelligente, assidua, costante, il piccolo germe si è sviluppato in grande albero; è fiorito ed ha già portato frutti abbondanti nella Vigna del Signore. Sempre egli ebbe sommamente a cuore le case apostoliche dell’Istituto e la formazione dei futuri missionari; ne sentiva tutta la responsabilità. Era esigente riguardo agli aspiranti e piuttosto severo con i teologi che seguiva da vicino. Il timeo turbam di S. Ignazio non l’aveva sul labbro, ma lo sentiva nel cuore. Perciò era sempre pronto a dimettere chi, per salute e più ancora per indole o condotta non desse pieno affidamento di soddisfacente riuscita.

Era preoccupato di risparmiare alle nostre Missioni pesi inutili e peggio. Lo dovevano sentire quanti ne condividevano la responsabilità nella formazione dei giovani. Nessuno di questi doveva credere, entrando e rimanendo nell’Istituto, di fargli un favore. Temeva che, per quelli meglio dotati e più stimati dai superiori, tornasse dannosa, come deplora il Kempis, virtus praepropere laudata. Il 14 maggio 1938 un telegramma lo chiamò di urgenza a Roma. Il Papa voleva parlargli. Cinque giorni dopo era di ritorno; davanti ai consiglieri disse: "Il S. Padre mi vuole rettore del Collegio Urbano di Propaganda Fide.

Gli ho risposto subito che era impossibile: l’Istituto, le Missioni, le Missionarie… E il Papa: che importa? Il Cardinale Verdier non è arcivescovo di Parigi e anche superiore dei Sulpiziani?!… Io provai ancora a replicare, ma… Tutto inutile! Ho dovuto accettare! Mi ha dato la benedizione per me, per voi, per l’Istituto, per le Missioni, per le Missionarie. Ma entro una settimana devo essere a Roma. Vi andò e vi rimase, facendo ogni tanto una scappata a Milano per una seduta del Consiglio e a Villa Boschetto per una conferenza alle sue Missionarie. Intanto, dalle Missioni molti Vescovi gli scrivevano per congratularsi che, finalmente, il Seminario a cui affluiscono giovani da ogni parte del mondo, fosse diretto da un missionario autentico.

Nel frattempo, il Papa ogni tanto lo voleva con sé a passeggio nei giardini Vaticani. E, conversando, gli confidava tanti suoi progetti; tra gli altri, quello di affidare importanti incarichi al Pime. "Se fosse vissuto ancora…", concludeva Monsignore… Invece, il 10-2-1939 Pio XI moriva… E Mons. Balconi, anche per suggerimento del Consiglio, presentò le dimissioni da Rettore del Collegio Urbano. Queste furono accettate alla fine dell’anno scolastico. Il 12 ottobre 1939 Mons. Balconi, diventato arcivescovo di Gerapoli di Frigia, tornava a Milano. Da pochi giorni era cominciata quella che divenne la seconda guerra mondiale. Per qualche mese l’Italia rimase tra il timore e la speranza. Purtroppo ciò che si temeva avvenne: il 10 giugno 1940 anche il nostro paese veniva travolto nell’immane conflitto.

Subito ne sperimentarono tutti l’orribile realtà, le disastrose conseguenze, le inevitabili ripercussioni. Sulle città cominciarono i bombardamenti di giorno e di notte, i viaggi divennero impossibili, perchè treni e tram venivano mitragliati, grandi le difficoltà di vettovagliamento, per i prezzi alle stelle; nessuna corrispondenza con le Missioni! In Novembre 1941 gli alunni di teologia, per potere continuare l’anno scolastico, dovettero sfollare alla Grugana, sistemata alla meglio. E vi rimasero 5 anni, adattandosi per il vitto a quel che si poteva trovare in provincia di Como, meno provvista di quella di Milano e lontana da quei nostri fornitori a noi affezionati. In agosto ’43 venne il peggio: ripetuti bombardamenti a tappeto su Milano, ridotta a un mucchio di rovine; la nostra Casa Madre devastata, la chiesa rasa al suolo…

In mezzo a quel cataclisma, ecco Mons. Balconi, addolorato sì, ma sempre sereno, proprio come dice il poeta: "Si fractus illabatur orbis, impavidum me ferient ruinae! Al più diceva: Dominus est! Meritiamo ben altro! Oppure col salmista: Sed nos qui vivimus benedicimus Domino". Giacché siamo ancora in questo mondo diamo lode a Lui!… Tornando di nuovo al lavoro, come prima, più di prima… In quegli anni egli si assunse anche la direzione de Le Missioni Cattoliche, scrisse le sue memorie di Missione Trentatrè anni in Cina, e Le Martiri di Taiyuen. Più tardi, avrebbe pubblicato la Vita del Beato Crescitelli e una traduzione di racconti cinesi. Studiò con le competenti autorità e attuò la costituzione della Provincia Meridionale nel 1943, provvidenzialmente alla vigilia della divisione d’Italia tra tedeschi e alleati.

Nelle Missioni qualcuno lamentò di non avere avuto uno scritto del Superiore durante la guerra. Ma bisogna tenere conto delle difficoltà nelle comunicazioni in quel tempo. In realtà egli seguì con premura i giovani missionari che, in attesa di partire per le Missioni, erano andati in varie parrocchie a supplire coadiutori mandati al fronte. Tornati i nostri dall’Etiopia, la direzione trovò per l’Istituto nuovi campi di apostolato, in Brasile e in Guinea. Finalmente, nel 1947, riaperte le vie dei mari, l’Istituto accolse i delegati delle Missioni per il Capitolo Generale, che avrebbe alleggerito Monsignore del grave peso che da 13 anni continui, fra difficoltà innumerevoli, aveva portato.

Egli però avrebbe continuato a lavorare per la Diocesi di Milano con amministrazione di SS. Cresime; per l’Istituto con conferenze, per le Missionarie dell’Immacolata che andò a visitare sul campo del loro lavoro. Con la sua presenza e parola comunicava l’amore delle Missioni a quanti lo ascoltavano. Partecipò alla prima sessione del Concilio Vaticano Secondo. Poi l’età e gli acciacchi annessi lo indussero a raccogliersi in Casa Madre in attesa della chiamata del Signore. In questi ultimi anni, pur mantenendosi sempre in perfetta lucidità di mente, le sofferenze fisiche accettate e offerte con amore per le anime da salvare, finirono di abbellire l’anima sua che all’alba del 10 aprile ’69 andò incontro al suo Signore.

Telegramma del Santo Padre:

Al mesto annunzio dipartita Arcivescovo Monsignor Lorenzo Balconi di codesto Pontificio Istituto Missioni Estere Santo Padre corrisponde con espressione sentito cordoglio con grato ricordo benemerenze compianto presule et con particolari suffragi sua eletta anima, mentre di cuore imparte ai confratelli et parenti del defunto confortatrice benedizione apostolica punto. Aggiungo personali condoglianze unione preghiere. Cardinale Cicognani

Telegramma del Cardinal Agagianian:

Scomparsa Eccellentissimo Monsignor Lorenzo Balconi suscita profonda eco ammirato rimpianto in questo Sacro Dicastero che ricorda in lui et benedice magnifica figura missionario in Cina sagace paterno Rettore Collegio Urbano stop. Esprimo commosse condoglianze membri tutti codesto Istituto assicurando suffragi riposo eterno anima eletta.

Telegramma del Cardinal Colombo

Profondamente rattristato scomparsa venerato Vescovo Monsignor Balconi missionario intrepido partecipo lutto Pontificio Istituto Missioni Estere con preghiere suffragio pastore buono al premio eterno.

NOTA: Parallelo tra Mons. Balconi e P. Luigi Risso, morti a distanza di un mese

Questi due servi di Dio furono uniti in morte e sono vicini nella tomba, dopo essersi stimati e amati in vita perchè… si rassomigliavano. È vero: a prima vista, non sembrerebbe! Padre Risso, nel tratto, si presentava subito come il Padre amabile; in Mons. Balconi invece si affermava il carattere forte, l’uomo del dovere da compiersi in modo assoluto e in forma rettilinea. Nella conversazione, a P. Risso era facile commentare i fatti del giorno con frasi manzoniane; Mons. Balconi, invece, confessava candidamente di non avere mai letto il romanzo perchè a roba inventata preferiva la soluzione di un teorema di Euclide.

Nella corrispondenza, a P. Risso piaceva effondersi in notizie abbondanti, con espressioni spiritose, per esilarare i confratelli; Mons. Balconi alle lettere rispondeva pronto e chiaro, ma breve e secco, per non perdere tempo. Coi consiglieri, P. Risso usava trovarsi di frequente e trattenersi a lungo, mentre Mons. Balconi radunava il Consiglio solo quando le Costituzioni ne richiedevano il voto. Erano due persone diverse… Eppure, questa diversità era relativa. Anche Mons. Balconi, carattere forte e poco espansivo, aveva un cuore sensibilissimo.

Quando la mattina del 18-10-1928, dovendo partire per Hanchung egli andò ad accomiatarsi da Mons. Belotti, P. Manna sorprese i due Vescovi in lacrime e: "Povero me! Due successori degli Apostoli! Andiamo! Ci vuole altro!". Quando Mons. Balconi in "Trentatrè anni in Cina" ricorda la sua partenza da Hanchung si lascia sfuggire questa esclamazione: "Nulla è tanto caro quaggiù quanto ciò per cui si è sofferto!". A sua volta P. Risso, ordinariamente così dolce, non si lasciava commuovere, come vedemmo, dai cristiani che andavano a piagnucolare per farsi raccomandare al mandarino così da avere questi favorevole nei propri capricci.

E di lui, Rettore del Seminario, c’è chi ricorda: "Lasciava sentire la sua bontà paterna, ma, quando occorreva, non mancava la sua parola forte e magari il richiamo severo. Non c’era dunque molta differenza". Anzi, bisognava riconoscere in ambedue una perfetta somiglianza in ciò che per noi è essenziale: la fedeltà costante alla vocazione, l’amore profondo all’Istituto di cui vissero intensamente lo spirito missionario. Attinto al Vangelo, trasmesso dagli Apostoli, ereditato dai nostri fratelli maggiori, è lo spirito che i nostri superiori emeriti P. Risso e Mons. Balconi in tutte le loro circolari ci hanno inculcato così caldamente.

Perché esso sarà sempre il tesoro più prezioso, la forza più potente, la gloria più pura del Pime.

Mons. CIVELLI MARIO (1890-1966)
Necrologio
(da Il Vincolo n. 88, gennaio 1966, p. 75)

Mons. Mario Civelli di Enrico e di Cambiaghi Carolina, nato a Milano il 4 novembre 1890, entrato nell’Istituto il 21 giugno 1909, ordinato sacerdote il 29 giugno 1913, partito per Weihwei (Weihui) il 16 settembre 1913, eletto Vicario Apostolico di Hanchung (Hanzhong) l’11 marzo 1935, trasferito Vescovo di Weihwei l’11 aprile 1946, impedito e poi espulso dai Comunisti nel 1954, Superiore della Provincia Settentrionale dal 1954 al 1957, morto a Milano il 2 febbraio 1966.

Testamento Spirituale

In Nomine Domini – Amen

Questo è il mio testamento, e annullo quello mandato a fogli dalla Cina durante la mia detenzione in casa, da parte dei comunisti a Weihwei.

Innanzi tutto intendo morire nella Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana nella quale per grazia di Dio sono nato.

Ringrazio di tutto cuore Iddio misericordioso che non solo mi ha dato la vita, mi ha fatto cattolico, ma che nonostante la mia positiva indegnità mi ha dato la Santa vocazione al Sacerdozio, mi ha chiamato ad essere missionario proprio in questo dilettissimo Istituto di Milano.

Non so poi come ringraziarlo della chiamata all’Episcopato… forse non ha trovato un soggetto più indegno del sottoscritto in cui mostrare la infinità della Sua Misericordia! Non vedo altra ragione.

Avrei dovuto corrispondere meglio al cumulo delle Sue grazie!… Gli domando perdono di nuovo e di cuore, e mi getto ai Suoi piedi, fiducioso soltanto della bontà del Suo Cuore.

Domando perdono a tutti e singoli delle offese che ho potuto fare: mi sembra però che non abbia mai offeso apposta per offendere: ho cercato di amare sempre tutti, non ho mai odiato nessuno.

Avrei dovuto dare maggiore buon esempio ai Confratelli, ai Sudditi, a tutti. Domando perdono se avessi dato loro in qualche modo scandalo.

Sono sicuro che tutti vorranno perdonare i miei difetti, le mie colpe, e ringrazio tutti di cuore di questa squisita carità.

Mi ricorderò di tutti davanti al Signore quando nonostante la mia indegnità mi vorrà chiamare nel suo Regno.

Ai parenti tutti l’augurio di mantenersi fedeli alla Fede dei nostri maggiori, onde possiamo formare di nuovo la nostra famiglia al completo in Paradiso.

Sia lodato Gesù Cristo.

+ Mario Civelli Vescovo di Weihwei

P.S.: Mi sembra superfluo aggiungere che offro tutti i miei dolori per la mia Diocesi di Weihwei, e per quella di Hanchung che tenni per undici anni. Avrei desiderato morire sul posto, ma non fui degno di tanta grazia. Fiat! + Mario Civelli

Discorso funebre di P. G. Lombardi

Di Mons. Mario Civelli non è necessario tenere l’elogio funebre. L’elogio funebre state facendolo voi tutti in questo momento. La diocesi tanto cara al Vescovo defunto è rappresentata qui tanto degnamente da Mons. Schiavini e da Mons. Carlo Colombo, che preghiamo di ringraziare S.E. il Cardinale.

La città ha anche il suo rappresentante dell’onorevole Prefetto, che preghiamo lui pure di ringraziare. C’è qui poi il prevosto della parrocchia di S. Anna, l’arciprete di Monza, suo carissimo compagno di Messa, e il prevosto della Passione con un gruppo di parrocchiani. Poi c’è tutta una folla di anime buone che ricordano con tanto amore l’anima semplice, l’anima vorrei dire quasi infantile nelle sue esuberanze esterne e nella sua delicatezza di coscienza di Mons. Civelli, testé defunto. Strano, proprio a me tocca parlare, a me che nel lontano 1946, alla sera dei Santi, a Weihwei davo il benvenuto a S.E. che arrivava per la presa di possesso della sua diocesi, la nostra cara Missione di Cina, di Weihwei.

Volle prendere possesso la sera dei Santi perchè si diceva fiducioso nel loro aiuto, e volle celebrare il suo primo pontificale a commemorazione delle anime dei defunti, il giorno dei morti. Aveva tanta comunicazione con i beati in Paradiso e con le anime del Purgatorio! Ed ora, ripensando con nostalgia alla presa di possesso della sua missione, che ha pulsato sempre fortemente nel suo cuore fino ad oggi, devo dire due parole, in questo commiato doloroso da noi, che tanto gli volevamo bene. Non è un discorso che io voglio fare. Ricorderò soltanto due semplici episodi, che toccano e mettono a nudo la sua grande fede e il suo amore immenso per il Papa.

Mi ricordo che, il primo anno tornato dalla Cina, un giorno mi chiamò in stanza e mi disse: "Padre Lombardi, devo fare un discorso; ma tu lo sai bene, io sono stato tanti anni laggiù, più di trent’anni, come posso mettere insieme periodi e frasi? Aiutami tu, fammi fare bella figura…". E allora gli diedi una mano, e io venni a sapere di lui una cosa che non ho dimenticato mai, che ho ricordato sempre nella mia predicazione di esercizi, di contatti con giovani e con non giovani. "Devi dire, diceva, devi farmi dire che la Fede è il tesoro più grande che noi possediamo sulla terra".

E mi raccontò un semplice episodio. "Vedi, mi diceva, io, appena tornato dalla Cina sono andato naturalmente alla mia parrocchia della Passione. Il parroco aveva preparato l’altare a festa, i ceri erano accesi, il faldistorio mi attendeva sul presbiterio. La processione si avvia, ma tutti si meravigliano perchè ad un certo punto il Vescovo scompare. Non mi trovano più. Invece di seguire la processione, sai cosa ho fatto, ho girato a sinistra e mi sono messo dinanzi al battistero, ho voluto inginocchiarmi e baciare la terra e sono scoppiato in pianto. Sapesse la gente cosa vuole dire vivere in terra di missione, che cosa vuol dire toccare con mano la mancanza di fede! E io sento il dovere di ringraziare Iddio per la fede grande che mi ha donato, attraverso l’educazione buona di papà e di mamma, attraverso l’esempio buono del fratello e delle sorelle attraverso l’esempio dei miei confratelli stessi dell’Istituto. La Fede!"

E questa Fede la portava nel suo cuore con un’ingenuità di bimbo con un candore con una semplicità che impressionava. Mi ricordo a Roma, durante il periodo del Concilio, il S. Padre l’onorò invitandolo a pranzo con lui. Non stava più nella pelle questo brav’uomo: era felicissimo: "Il Papa, il Papa mi ha chiamato a sedere vicino a lui, e a dividere con lui il pranzo del mezzogiorno. Ma quando, - diceva, - sono entrato nella sala, e il Papa si è fatto incontro, io mi sono buttato a terra e ho voluto, lui non voleva, ma io ho insistito e sono riuscito: gli ho baciato il piede, il sacro piede di Paolo VI".

Ed era felice, caro Monsignor Civelli! Il Papa! Sì, Monsignore! L’abbiamo detto al S. Padre il giorno della purificazione, al mattino, quando ci siamo presentati per offrire il rituale cero al Pontefice. Glielo abbiamo detto: "Santità, Mons. Civelli sta per andarsene in Paradiso". E il Papa, commosso, ha mandato la sua apostolica benedizione. Grande la Fede di quest’uomo! E io me lo vedo con quegli occhi grossi, pieni di fiducia, di purezza, di semplicità, di fede, me lo vedo invocare dai confratelli la estrema unzione in quel momento solenne, e me lo vedo contento di poter mettere termine il giorno della Purificazione al suo lungo esilio dalla Cina tanto amata.

Sì, perchè noi oggi piangiamo attorno a lui, ma c’è tutta una diocesi laggiù lontana che piange il suo pastore. Ed è bello pensare che in questo momento l’anima sua salendo lassù in Paradiso s’incontra con tanti cinesi che lui tanto amava; che gli battono le mani, che gli fanno festa, che gli dicono: "Vieni in Paradiso". E cantiamo ancor noi con fede: "In Paradisum deducant te Angeli".

Salve, o Vescovo mio!

Telegramma del S. Padre (Città del Vaticano, 5 febbraio 1966)

Notizia morte ecc.mo Mons. Mario Civelli zelante benemerito vescovo missionario codesto Istituto appresa con vivo rammarico da sua Santità che ricordando feconda vita sacerdotale e pastorale compianto presule invoca da Dio per di Lui anima nobile e pia premio eterno conferito servo buono et fedele mentre conforta lutto dolore confratelli congiunti nonché clero religiosi fedeli lontana amata diocesi con particolare apostolica benedizione. Card. Cicognani

Mons. MAGGI GIUSEPPE (1898-1963)
Necrologio
(da Il Vincolo n. 82, settembre 1963, p. 156)

Mons. Giuseppe Lorenzo Maggi, di Giuseppe e di Rigamonti Melania, nato a Sforzatica (Bergamo) il 14-3-1898, entrò nell’Istituto il 12-8-1919, ordinato sacerdote il 26-3-1921, partito per il Honan Sud (Nanyang) il 15-11-1921, eletto Amministratore Apostolico della Missione di Hanchung (Shensi) il 16-10-1946, nominato Vescovo il 13-1-1949, e consacrato il 20-3-1949. Espulso dai Comunisti dopo 14 mesi di dura prigionia nel 1952. Morto a Lecco il 17-8-1963.

Il 17 agosto u.s. ha finito il suo esilio terreno Mons. Giuseppe Maggi dopo una breve malattia. Se n’è andato con il suo bonario ottimismo, quasi senza accorgersi che la sua giornata terrena era terminata e che il buon Dio lo chiamava realmente al premio delle sue fatiche e della sua viva e fattiva fede: Euge serve bone et fidelis! Egli si lusingava ancora, confidava nella sua fibra robusta che non aveva mai subito arresto di sorta nella sua lunga peregrinazione apostolica in Cina, pur in mezzo a tante sofferenze e strapazzi. Si sentiva sì stanco, ma non da farlo fermare un attimo dal suo lavoro apostolico e di ministero pastorale. Nonostante le tribolazioni passate in Cina, ove aveva lavorato per ben 31 anni, sperava sempre di poter tornare nella sua diletta diocesi di Hanchung da dove era stato allontanato brutalmente dalla barbarie comunista dopo solo pochi anni di episcopato.

Anche se aveva compiuto i 65 anni di età, si sentiva ancora giovane e diceva di avere ancora tutto l’entusiasmo missionario dei suoi verdi anni quando nel 1921 partì per la Cina. Sperava ancora contra spem di poter un giorno ritornare tra i suoi cristiani cinesi e cercava di infondere questo ottimismo anche tra i suoi missionari di Hanchung che assieme a lui erano stai espulsi dalla Cina. Al tempo del suo ritorno in Italia le cose cinesi erano sulle bocche di tutti: nell’Istituto i Padri espulsi avevano riempite un po’ tutte le case; i loro racconti, le loro storie, le loro persecuzioni e le persecuzioni dei loro cristiani erano sì credute, ma quasi si era stufi di sentirle ripetere. Mons. Maggi non eccedette mai nel raccontare le sue peripezie e quelle dei suoi missionari veri martiri della fede, anche se non hanno subito il martirio cruento. Quando parlava di sé (il che succedeva molto raro) raccontava con un senso pacato e di distacco, quasi parlasse di un terzo e non di se stesso, e ci teneva a far rilevare i dolori sofferti dai suoi missionari al confronto dei quali i suoi (diceva) erano un nulla.

È per questo che i suoi missionari gli volevano bene: egli li considerava i membri più cari di un’unica famiglia, e cercava di aiutare un po’ tutti in quanto lo permettevano le sue possibilità, e più di tutto cercava che essi, anche se lontani e ormai con la minima probabilità di ritorno, non perdessero mai l’affetto alla loro missione e ai loro cristiani lasciati soli a combattere, inermi, contro il gigantesco mostro del comunismo cinese, ma ricordarli spesso nelle preghiere. Gli anniversari più belli della vita di Mons. Maggi sono tutti nel mese di marzo: 14 suo compleanno (nato: 14-3-1898), 19 suo onomastico, 20 sua consacrazione episcopale, 26 sua ordinazione sacerdotale... Venne a noi dal seminario di Bergamo dopo aver terminato il secondo corso di teologia, sebbene avesse fatto domanda di entrare da noi fin dal primo liceo. Ma il Vescovo di Bergamo lo mandò prefetto nel Collegio di Celana, dove mostrò senno, giudizio e senso pratico in mezzo ai giovani che in lui impararono a vedere il fratello maggiore che voleva loro assai bene.

Finalmente dopo la guerra poté volare all’Istituto di via Monterosa, nel 1919, per riprendere gli studi di terza teologia. Nel novembre del 1921, pochi mesi dopo l’ordinazione sacerdotale avvenuta per le mani di Pio XI, allora Arcivescovo di Milano, partì per la Missione di Nanyang assieme a Mons. Pietro Massa, dove trovò come Vescovo un altro bergamasco, Mons. Flaminio Belotti, che li accolse con il suo grande cuore di padre. Dopo un anno di studio iniziale della lingua cinese, fu mandato a far pratica nel grande distretto di Pei Yang, dove esistevano dei numerosi nuclei di vecchi cristiani e una ben fondata istituzione di Santa Infanzia. In questo distretto rimase solo un anno, tanto quanto gli bastò per far pratica della lingua e subito dopo il Vescovo lo richiamò al centro di Kin-Kia-Kang come rettore e professore del seminario indigeno.

Il Vescovo dovette comprendere subito le belle qualità piuttosto pratiche di questo giovane missionario, se solo due anni dopo del suo arrivo in terra cinese, lo mise a capo della istituzione più importante della missione. Nel seminario rimase dal 1923 al 1927, quando il Vescovo lo mandò, pioniere, assieme a due giovani missionari, nel distretto di Fan-cheng e di Nanchao, allora riuniti in un unico grande e montagnoso distretto. Riorganizzò i due distretti, mettendo a capo di ognuno i due giovani missionari, fece rifiorire la vita cristiana, aumentò i catechisti e diede una base forte all’azione cattolica che fu organizzata in ogni cristianità. Nel 1936 il Vescovo lo chiamò ancora al centro e questa volta come parroco della Cattedrale. Sotto la sua valida guida la parrocchia prosperò, le organizzazioni cattoliche rifiorirono, gli ammalati e i poveri trovarono in lui il consolatore e il sostegno. I giovani missionari accorrevano alle sue prediche e catechismi domenicali per apprendere il metodo pastorale di comunicare con chiarezza e facilità di espressioni, le verità della fede al popolo cinese, che è così contrario a idee astratte.

Il suo modo di fare, semplice e buono, il suo sorriso sempre pronto sul labbro, il suo modo esterno (alle volte esagerato nel voler imitare il manierismo orientale dei cinesi) e più che tutto la sua umiltà nel sentirsi superiore a nessuno, inferiore a molti, lo resero amato e stimato non solo dai suoi confratelli, ma da tutti i cristiani e pagani dei dintorni. I missionari novelli vedevano in lui il vero tipo del missionario del PIME dedito completamente al lavoro apostolico, senza tralasciare le pratiche giornaliere di pietà, senza che il lavoro esterno facesse presa sul lavoro interno dell’anima propria e di quelle degli altri affidate alle sue cure. A lui ricorrevano in ogni difficoltà di ministero e per tutti aveva la sua parola adatta e sincera. Poi venne il campo di concentramento (1941) durante la guerra cino-giapponese.

Tutti i missionari italiani dovettero soffrire immensamente nel vedersi portati via per forza dal proprio gregge, e confinati in un piccolo paese nelle montagne della parte occidentale della Missione. Assieme ai missionari del PIME furono messi nello stesso luogo i missionari di Parma e i Missionari del Verbo Divino della stessa provincia. P. Maggi, che aveva lavorato tanto per evitare questo allontanamento dai suoi cristiani, dovette cedere alla forza maggiore. Durante il concentramento diventò una specie di collegamento tra i vari gruppi di missionari internati, e quando Mons. Massa organizzò un ciclo di conferenze di pastorale missionaria, a P. Maggi fu data la conferenza pratica di come organizzare e mantenere una parrocchia in missione e più di tutto come vivere la propria vita spirituale pur rimanendo in mezzo alla vita attiva dell’apostolato.

Era l’esempio di tutta la sua vita che il Vescovo voleva mettere davanti agli occhi dei suoi missionari. Col suo saper fare riuscì a tornare a Kin-Kia-Kang un anno e mezzo prima degli altri Padri. Dopo il periodo di concentramento (1943) avvenne l’ultima avanzata dei Giapponesi che invasero tutti i nostri distretti. Kin Kia Kang divenne in quei giorni un centro di profughi dei vari villaggi vicini, e quando le prime truppe d’assalto entrarono vittoriose nel villaggio, il Vescovo non trovò altro missionario più coraggioso e più prudente di P. Maggi per affrontare quei soldati imbestialiti d’odio. La calma, la pazienza, il sorriso di P. Maggi riuscirono ad ammansirli e a risparmiare a tutto il villaggio una rapina soldatesca in grande stile. La sua calma, la sua pazienza, non erano doti naturali, ma frutto di un lungo combattimento, di una continua lotta sul suo carattere.

Solo qualche volta fu preso dalla cosiddetta "bergamasca"; e allora era meglio farlo sfogare e tenersi lontano, perchè, di sicuro, passata le tempesta, veniva subito la calma e il sereno. Non deve fare dunque meraviglia se il suo Vescovo, Mons. Massa, succeduto a Mons. Belotti, e già suo compagno di studi e di missione, lo volesse al suo fianco nel 1943 come Vicario Generale della Missione, nella ripresa del lavoro apostolico del dopo guerra: lavoro che prometteva così bene! Il suo spirito, il suo zelo e il suo lavoro non sfuggirono al Delegato Apostolico che in data 16-10-1946 lo propose Amministratore Apostolico della nostra Missione di Hanchung, allorquando Mons. Civelli veniva trasferito a Weihwei.

Dopo tre anni (15-1-1949) veniva eletto vescovo della stessa Missione, e fu consacrato dal Vescovo cinese S.E. Mons. Silvestro Wang OFM, nella cattedrale di Hanchung. A Hanchung – da buon stratega – Mons. Maggi volle rendersi conto del campo di lavoro affidatogli, e dopo aver visto collegialmente e individualmente tutti i suoi missionari, visitò personalmente ogni distretto, si fermò in ogni cristianità, interessandosi di tutto e di tutti. E senza voler portare i metodi della Missione di Nanyang, mise in azione tutta la sua esperienza di missionario di prima linea. I cristiani venivano ammaliati dalle sue maniere prettamente cinesi e si rallegravano di aver trovato nel nuovo Vescovo un uomo che aveva assimilato in perfetta armonia tutta la vita cinese, la storia, il pensiero, il metodo. Difatti, quando era in visita nei villaggi, non disdegnava di avvicinare tutti, vecchi e bambini, uomini e donne, e per tutti aveva la sua parola adatta; predicava (e le sue prediche erano sempre comprese anche dai più ignoranti, perchè aveva una padronanza meravigliosa della lingua cinese e del dialetto locale), confessava, amministrava gli altri sacramenti, confessione, comunione, cresime, matrimoni: insomma, sebbene Vescovo, si comportava come tutti i missionari nel lavoro apostolico pastorale.

Voleva che i vecchi cristiani avessero anche loro lo spirito di conquista e vivessero da apostoli in mezzo ai loro parenti e conoscenti, diventando così un vero focolare da cui potesse sprigionare luce e calore per attirare alla vera Chiesa anche i lontani. Non aveva detto il Redentore: "Ho altre pecorelle che non sono del mio ovile e anche queste voglio che vi entrino?" Voleva che i suoi missionari fossero degli organizzatori, pur lasciando libertà nelle modalità, non permetteva che alcuno si sottraesse alle proprie responsabilità. Vigilava, confortava, spronava, e se il caso, riprendeva. Era, si può dire, alquanto rigoroso con i missionari esteri suoi confratelli, più paziente con i sacerdoti indigeni, purché non si trattasse di principi: questi dovevano rimanere saldi. Aveva una cura tutta speciale per la formazione dei sacerdoti indigeni, e seguiva paternamente lo sviluppo del seminario, di cui volle celebrare con solennità il 50mo di fondazione nel luglio del 1947.

Riorganizzò le scuole e le opere ospedaliere della Missione. Cercò di riorganizzare anche il gruppo delle Maestre della Dottrina Cristiana, istituito già da Mons. Capettini, e lo eresse a congregazione religiosa diocesana sotto la protezione della Madonna del Buon Consiglio. Intanto grosse nuvole si addensavano sul cielo cinese. I comunisti del Nord scendevano verso il Sud, sfondando qualunque resistenza opposta dai Nazionalisti, bagnando con il proprio sangue ogni lembo di terra conquistata. Poco prima che la Missione cadesse nelle mani dei comunisti, Monsignore ebbe la gioia di ordinare due sacerdoti: erano figli del suo popolo cinese, bravi giovani formati nel seminarietto della Missione e poi nel Seminario Regionale di Kaifeng, affidato alle cure del PIME. Anche in questo frangente egli vide lontano: i missionari proponevano di rimandare le ordinazioni nella festa di Ognissanti: ma egli, temendo una caduta del Governo Nazionalista da un momento all’altro, non volle cambiare la data fissata il 23 ottobre.

Si fece appena a tempo, perchè il 6 dicembre dello stesso anno 1949, arrivarono i liberatori comunisti a render schiava la gente. Da qui incomincia il suo calvario e in questa circostanza, ancora una volta, appare tutta la prudenza di Mons. Maggi. Quasi alla vigilia degli eventi aveva pensato di richiamare nella residenza centrale tutti i missionari per timore che qualcuno potesse perdere la vita. Ma volle prima interrogarli sulla proposta e ne ebbe risposta da tutti che era meglio ognuno rimanesse nel suo proprio distretto, aspettando lo svolgimento delle cose. E così fu fatto! I comunisti arrivarono promettendo libertà piena per tutti, specie per la religione. L’ottimismo di Mons. Maggi lo portò a pensare che veramente ci fosse un cambiamento di rotta nel comunismo cinese e pur di continuare a lavorare cedette loro alcuni caseggiati della scuola. Ma ben presto s’accorse che più si cedeva più bisognava cedere.

Nel 1950 propose ai suoi missionari la Legione di Maria come mezzo assai utile per mantenere viva le fede in mezzo ai cristiani e propagarla tra i pagani. Sarà questa Legione di Maria uno dei capi d’accusa contro di lui e dei suoi missionari. Nel gennaio del 1951 anche a Hanchung i comunisti incominciarono a lanciare il movimento delle "Tre Autonomie della Chiesa": autonomia di sostentamento: niente aiuto dall’estero; autonomia di comando: niente ordini dal Vaticano; autonomia di propaganda: religione cinese in mano ai cinesi: via tutti i missionari stranieri. Chi non avesse sottoscritto a questo movimento era nemico della Patria: con tutte le conseguenze prevedibili. Purtroppo fu formato subito un Comitato con a capo il Sacerdote cinese preside della scuola cattolica. Quanto non fece Mons. Maggi per richiamarlo sulla retta via.

Pregò, esortò, pianse... Ma a nulla concludendo, dovette pur comunicare per iscritto la scomunica a norma dei SS. Canoni. Questo sacerdote divenne poi uno dei più furiosi persecutori del suo Vescovo. La persecuzione era ormai in atto. Ogni categoria di persone poteva entrare in residenza vescovile e insultare il Vescovo: entrarono a gruppi, inferociti contro i missionari europei, aizzati dai loro capi comunisti. Parecchie volte il Vescovo fece appena a tempo a fuggire e nascondersi per non essere linciato dalla folla dei studenti che invadevano la residenza come dei forsennati. Una volta si poté appena nascondere nel solaio della cattedrale e rimanere colà, sotto un sole che infuocava le tegole, per un’intera giornata. Un’altra volta gli scolari irruppero nell’appartamento del Vescovo e Mons. Maggi fece appena a tempo a nascondersi in un armadio. Altra volta, in momento di più calma, mentre si era dato alla cura delle api, non riconosciuto come Vescovo, da un gruppo di lavoratori, gli fu domandato dove fosse il Vescovo Maggi.

Rispose di aspettare che sarebbe subito andato a vedere e a cercarlo. Rimase chiuso in una stanzetta per tutta la giornata. Ma finalmente il 24 giugno 1951 il Vescovo e i Padri di Hanchung furono privati della loro libertà di movimento e dichiarati nemici del popolo cinese. Alla fine dello stesso mese furono messi in stanze separate, nell’Ospedale. Mons. Maggi fu tenuto in piedi una notte intera (23-8-1951) sotto un terribile interrogatorio pieno di insulti e di minacce. Riportato in residenza lo si voleva far ammettere di aver, nascosta, una radio trasmittente, per tenersi in comunicazione con gli americani. Due fili di ferro messi da loro antecedentemente in uno scantinato della residenza ne erano la prova; lo specchio che Monsignore usava per accomodarsi la barba, era, secondo loro, usato per fare dei segnali agli aeroplani americani: si cadeva addirittura nel ridicolo. Ma ogni scusa era buona per stancare il Vescovo e i missionari.

Nei quattro mesi di detenzione solitaria in una stanzetta dell’ospedale, trovò modo di poter comunicare, attraverso un piccolo stratagemma (mettendo dei bigliettini nell’intercapedine del thermos), con il suo Vicario e dare direttive per il governo della Diocesi in un momento così difficile. Ma venne anche il giorno del ludibrio: Monsignore con il suo Vicario, stretti con funi al collo, braccia e polsi come dei detenuti pericolosi, dovettero fare il giro delle strade principali della città, segnati a dito e derisi dalla gente. Furono poi portati al carcere locale e chiusi in celle separate; nella cella di Monsignore vi era un altro detenuto, il quale essendo legato anche lui mani e piedi, non riusciva a essere completamente libero nei suoi movimenti. Monsignore cercò di aiutarlo, ma invece di gratitudine anche da lui ricevette degli insulti. Passò in questo carcere altri dieci mesi, tra interrogatori e snervanti attese, fino a che il 25 agosto 1952, dopo aver subito il giudizio popolare (la solita commedia giuridica dei comunisti), visto che non si era riuscito affatto a lavare il cervello di questo duro europeo, ormai diventato fisicamente un’ombra di se stesso, fu condannato all’espulsione dalla Cina.

I missionari che furono espulsi assieme a lui dicono che Monsignore fece tutto il viaggio di ritorno quasi sempre piangendo e benedicendo le sue cristianità dove passava, e nello stesso tempo era di coraggio agli altri missionari, tenendo desta la speranza di un ritorno non lontano. Arrivato a Hong Kong, fu accolto con amore dai nostri missionari. Il Dr. Vio, che lo visitò e lo curò nel breve tempo che rimase all’ospedale, lo trovò in condizioni tali di salute da consigliare un immediato ritorno in Italia, dove poteva ricevere cure più appropriate. Una volta in Italia, non pensò troppo alla sua salute. Scelta come sua residenza la nostra casa di Rancio, si spostava spesso da questo luogo, che era diventato il suo centro di irradiazione missionaria nelle vicine diocesi di Bergamo, di Milano di Como, e in altre diocesi d’Italia, sempre pronto a portare il suo aiuto nel ministero episcopale e pastorale. Essendo sempre stato un uomo attivo, anche in Italia non sapeva stare un momento fermo, e molti sono i paesi che lo hanno visto dare cresime, predicare nelle feste patronali, dare esercizi al popolo, o a gruppi specializzati di persone.

L’ultimo suo viaggio fu ad Altavilla Irpina, nella diocesi di Benevento, paese natale del Beato Alberico Crescitelli, dove si portò in occasione del primo centenario della nascita del Beato. Quest’anno era stato un anno particolarmente penoso per i tanti impegni di predicazione e di ministero episcopale accettato in antecedenza, e il suo fisico si sentiva già molto stanco. Dopo la celebrazione a cui prese parte attiva, volle ritornare al Nord e si fece accompagnare da un nostro suddiacono di Gaeta. Arrivò a Lecco, che il medico di casa, dopo averlo visitato, lo fece ricoverare d’urgenza in clinica: aveva avuto un grave infarto e non se ne era reso conto. Gli ordinò subito l’immobilità nel letto. Questo ordine categorico del medico curante, egli lo considerava un po’ esagerato. Era grave e non se ne avvedeva.

Il 17 mattina, dopo un’accurata visita medica, e mentre stava per essere sollevato sui cuscini, lo coglieva la crisi fatale, alla presenza del medico e della suora infermiera. Provvidenzialmente entrava proprio allora il suo confessore, che fece giusto in tempo a dargli l’assoluzione e l’Olio Santo, prima che rendesse la sua anima a Dio. La notizia della così improvvisa scomparsa di Mons. Maggi si propagò come un fulmine al ciel sereno, e portò un profondo cordoglio in tutto l’Istituto e nelle varie diocesi dove il prelato era stato di tanto aiuto: specialmente nella diocesi di Milano e di Bergamo, di Faenza, Mantova, di Veroli.

Il Vicario capitolare di Bergamo mandò una notificazione al Clero e al popolo della diocesi, associando il lutto della morte di Mons. Maggi al lutto, già poco tempo prima avuto della morte di Mons. Piazzi:

"Ai carissimi diocesani, questo è veramente l’anno dei lutti. A pochi giorni di distanza dalla morte improvvisa del nostro indimenticabile Vescovo Mons. Piazzi, il Signore ha chiamato a sé, stamane, dopo pochi giorni di malattia, a Lecco, S.E. Mons. Giuseppe Maggi, nato a Sforzatica S. Andrea il 14-3-1898, missionario del PIME, consacrato Vescovo di Hanchung il 20-3-1949, espulso dalla Cina in odio alla fede, dopo ben 14 mesi di prigionia e la condanna a morte, commutata poi nell’esilio. Bergamo lo piange, perchè aveva in lui un amico sincero, sempre pronto a venire nelle nostre parrocchie e a prendere parte alle manifestazioni diocesane, con umiltà e semplicità francescana, con animo aperto, con prontezza e generosità di servizio veramente esemplari: cresimare, predicare, confessare, prestarsi per ogni anche minima cosa, era la Sua ambizione. Quante parrocchie lo hanno visto, quante anime lo hanno avvicinato. Ricordiamolo nelle nostre preghiere; lo si ricordi specialmente in quelle parrocchie – e sono molte – in cui Egli è passato facendo del bene.

Lo ricordino in particolare i Sacerdoti ordinati da lui nell’anno 1953, quando il compianto Mons. Bernareggi era ammalato a morte. Egli era mancato ai funerali di Mons. Piazzi – e molti ne avevano sottolineato con meraviglia l’assenza – solo perchè era appena stato colpito dal male che lo ha portato alla tomba: ma col cuore e con la preghiera era vicino a noi. Ora siamogli vicini noi vicini con il nostro suffragio. Anche e nome vostro, carissimi diocesani, porgo vivissime condoglianze al PIME, legato da tanti vincoli alla nostra diocesi, e ai familiari del caro Defunto, vero confessore della fede. Egli, con Mons. Piazzi, preghi per noi e di lassù ci benedica."

Bergamo, 17 agosto 1963.

Can. Pietro Carrara, Vicario Capitolare

Il funerale celebrato nella Chiesa di S.Francesco Saverio nella Casa Madre a Milano riuscì solennissimo, per la presenza di tutti i nostri Vescovi missionari in Italia e di altri Vescovi amici del defunto, per la numerosissima rappresentanza del popolo di Sforzatica suo paese natale.

La benedizione al tumulo, dopo la Messa cantata dal Suo Vicario Generale P. G.B. Nordio, fu data da Mons. P. Massa, il quale lesse il seguente breve ma toccante elogio funebre:

"Fui invitato a dire due parole su Mons. Giuseppe Maggi, la cui sacra salma è qui davanti a noi. Avrei desiderato passare in silenziosa preghiera questi ultimi momenti nel pensiero del caro compagno di studi e di apostolato. Non farò di Lui un qualsiasi elogio, perchè mi pare che la migliore gloria della sua vita sia sintetizzata nel titolo: Vescovo Missionario. Mi limiterò a dire due parole di ringraziamento e di consolazione. Fra i presenti, oltre i componenti della famiglia del PIME, ci sono: i parenti, gli amici, gli ammiratori, tutti uniti in un unico sentimento di cari ricordi e sentito affetto. A tutti volgiamo il nostro ringraziamento per questa solenne manifestazione di affetto e di stima.

Chi vi parla ebbe con Mons. Maggi una lunga e preziosa relazione di fraterno affetto e di lavoro apostolico.

Fummo compagni di studio in questo Seminario delle Missioni (1919-1921);

Ordinati assieme sacerdoti ed assieme partiti per le Missioni (1921);

Venimmo assegnati allo stesso campo di apostolato (Vicariato Apostolico del Honan Sud, oggi diocesi di Nanyang);

Rimase con me più di vent’anni, in ultimo come mio Vicario Generale, lavorando, combattendo, soffrendo, da buon soldato di Cristo;

Infine fu chiamato dalla fiducia della S. Sede a reggere la Diocesi di Hanchung nella provincia cinese dello Shensi;

Qui coronò la sua vita missionaria dando a Dio la testimonianza del sangue; sangue non versato, ma offerto con piena responsabilità e perfetta dedizione.

Scacciato dalla sua sede dai nemici di Dio e della sua Chiesa, passò questi ultimi suoi anni, continuando la sua missione di pastore e missionario qui in mezzo a noi, dando a tutti esempi luminosi di zelo e di amore per le anime. Fu Vescovo anche se in continuo movimento e di Vescovo ebbe il cuore grande e paterno; fu missionario perchè il suo cuore era sempre in mezzo ai suoi figli e la sua attività si estendeva a tutti. Ora giace qui muto, esanime! Qui, in questa stessa chiesa dalla quale partì giovane missionario per il campo del suo apostolato in Cina, assieme a chi vi parla, il 14 novembre 1921. Ha finito bene la sua giornata! e se il nostro dolore e le nostre lacrime potessero giovare alla sua umile per quanto grande personalità, sentiremmo d’avere assolto un grande dovere: dovere di ammirazione e di onore per chi ha vissuto la sua vita per i grandi ideali evangelici: l’amore di Dio e la salvezza delle anime".

 

 

LISTA dei MEMBRI del Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere di Roma, mandati nello Shaanxi Meridionale dal 1885 al 1922,

(secondo l’anno di partenza)

1885: Giulianelli P. Francesco (1831-1898)
Scalzi P. Enrico (1855-1922)
Tanganelli P. Taquinio (1836- 1902)
Callerio Mons. Domenico (18601935)
Sisti P. Enrico (1859-1891)
Sottanis P. Francesco (1846-?)
1886: Piazzalunga P.Gioacchino (1862-1912)
Tommasini P. Francesco (1853-1923)
1888: Antonucci Mons. Gregorio (1845-1902)
Colli P. Vincenzo (1860-1905)
Crescitelli S. Alberico (1863-1900)
Pollak P. Paolo (?-1892)
1889: Carbonino P. Pier Battista (1863-1925)
Dehò P. Ettore (1866-?)
Passerini Mons. Pio Giuseppe (1866-1918)
1891: Bonzano Card. Giovanni (1867-1927)
Zanon P. Attilio (1866-1899)
1894: Vicario P. Desiderio (1869-1933)
1898: Scopel P. Giovanni (1872-1904)
Mortara P. Luigi
1901: Capettini Mons. Antonio Maria (1877-1958)
Rivelli P. Paolo (1871-1902)
1902: Bacigalupo P. Umberto (1870-1925)
Floridi P. Luigi (1875-?)
Perotti P. Ruggero (1876-1924)
Rossi P. Luigi (1880-?)
1903: Checchi P. Pietro (1877-1905)
Nani P. Leone (1880-1935)
1904: Cesali Carlo (1878-?)
Martone P. Felice Antonio ((1881-?)
1906: Franceschi P. Pietro (1871-?)
Gubinelli P. Roberto (1882-?)
Mazzoli P. Rodolfo (1883-1933)
1908: Franchini P. Francesco (1877-1925)
1912: Casuscelli P. Ottavio (1888-?)
Tomada P. Olinto (1889-1917)
1919: De Rocco P. Domenico (1889-1958)
Filia P. Salvatore (1883-1958)
1922: Albarello P. Pietro (1900-1965)
Crosetti P. Lorenzo (1896-1923)
Rizzo P. Giovanni Battista (1887-1926)
Stefani P. Gaetano (1897-1984)

NECROLOGI

di MISSIONARI PROMINENTI di HANZHONG,
membri del Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo
per le Missioni Estere di Roma

(secondo l’anno della partenza)

1885

P. TANGANELLI TARQUINIO (1836-1902)
(dal Periodico Mensile delle Missioni Estere, 1902, 3, pp. 37-38. 44-46)

Il R. Padre Tarquinio Tanganelli, di Castiglione Fiorentino, diocesi di Arezzo, il più anziano dei Missionari del nostro Vicariato, già missionario nelle Indie, nel Ceylon ed in Australia, aveva da pochi giorni fatto ritorno alla residenza del Kulupà, dopo terminata la missione di cui era stato incaricato dal Vicario. Causa una indisposizione allo stomaco, il giorno 9 Gennaio (1902) dovette mettersi a letto; nessun sintomo grave presentava la malattia nel suo principio, ma due giorni dopo si sviluppò fiera ed altissima la febbre tifoidea, sì che, data anche l’età avanzata dell’infermo, si temette subito di non poter efficacemente combattere il male. Anche l’ammalato non si fece illusioni sulla gravità della malattia, e volle innanzitutto il conforto dei SS. Sacramenti, così l’11 a sera si confessò e l’indomani mattina, Domenica, ricevette il S. Viatico e l’Estrema Unzione. Egli era devotissimo della Vergine SS. Perciò la Madonna volle chiamarlo all’eterno riposo proprio nel giorno a Lei sacro, il Sabato 18 Gennaio 1902 alle due e mezza pomeridiane.

"O Cina o morte, soleva dire scherzando P. Tarquinio Tanganelli, allorché per conseguire il suo ideale di partire per le Missioni, dovette combattere contro tutti, perfin contro il suo Vescovo, che vedendo in lui uno zelante e attivo sacerdote, molto a malincuore consentiva a provarne la sua Diocesi. E l’una e l’altra ebbe, e Cina e morte.

Dalla nobile ed antica famiglia Tanganelli nacque Tarquinio in Castiglione Fiorentino (Arezzo) da Francesco e Agata Corbari il 26 Marzo 1836. Allevato coi più sani principi di religione e di virtù, dimostrò fin da giovinetto grande fervore per le pratiche religiose ed una spiccata vocazione pel sacerdozio. Questa sua naturale inclinazione fu diligentemente coltivata dai Padri delle Scuole Pie, presso i quali compì lodevolmente gli studi ginnasiali e, terminatili, entrò infatti nel Collegio Serristori per attendere agli studi filosofici e teologici, che superò con molta lode e con piena soddisfazione dei superiori e dei parenti.

Il 27 Dicembre 1859 fu ordinato sacerdote in Arezzo, e fu parroco e maestro ad Anghiari, a S, Maria, a Micciano ed a Rezzello, donde il vescovo Mons, Giusti lo richiamò per dargli la carica di professore di scienze fisiche e naturali nel Seminario, ove si distinse per profondità di dottrina e fece molti e bravi alunni.

Chiuso il Seminario, D. Tarquinio Tanganelli fu destinato parroco a Frassineto, e vi stette fino al 1875 dedicandosi tutto al suo gregge ed in modo particolare alla istruzione della gioventù.

Intanto il S.P. pio IX di b.m. assecondando la generosa iniziativa del Sacerdote romano Pietro Avanzini, con Breve 21 Giugno 1874 erigeva in Roma il Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, destinato ad accogliere i giovani italiani che volessero dedicarsi alle Missioni Estere, ed allora si risvegliò nel Parroco Tanganelli un’antica vocazione, tenuta fino ad allora segreta, quella di farsi missionario. Corse a Roma, si presentò al Sommo Pontefice e lo pregò e lo supplicò perché, sebbene non più giovane, lo accogliesse nel Seminario allora fondato.

Primo ad opporsi fu il Vescovo di Arezzo, il quale additando i bisogni della sua Diocesi e la salute non troppo florida del suo parroco, pregava il Santo Padre di non concedergli di partire per le Missioni; ma Pio IX, che aveva ben conosciuto quanto soda fosse la vocazione del sacerdote toscano rispose, o sano o ammalato, D. Tanganelli segua la voce di Dio e sia ammesso nel Seminario; ed infatti v’entrò il 18 Maggio 1875.

Dopo appena un anno, perfezionatosi negli studi speciali necessari, il P. Tanganelli con il Crocifisso sul petto, pieno il cuore di santi ideali, il 19 Maggio lasciava Roma ed il 17 Giugno sbarcava a Bombay nelle Indie e per un anno evangelizzava Tanior, Magapatam e Tricinopoli nella provincia del Maduré.

La Missione delle Indie fu faticosa, dolorosa e pericolosa, ma il Padre tutto sopportò con forte animo e con rassegnazione veramente cristiana. Dalle Indie il cardinale Consolini, Prefetto di Propaganda, lo destinò in Australia, ed egli partì il 28 Aprile 1877 ed il 20 Maggio successivo sbarcava a S. George Porto Said, ove si fermava poco più di un mese e si recava alla fine di Giugno a Coothown nel Qeensland ed il 19 Gennaio 1878 a Kingebarngh.

Nell’ottobre 1880 i nemici del Cattolicesimo fecero sorgere disordini gravi, ed egli capo della Missione fu perseguitato, calunniato e costretto a partire, non senza però che la sua innocenza trionfasse completamente prima ancora che egli lasciasse la terra australiana.

Di là fece ritorno in patria, anche per curare la sua salute, e dopo un anno, rinfrancato e sempre pieno di entusiasmo per la gloria di Dio, si rimise a disposizione dei superiori, che lo inviarono a Colombo, capitale dell’isola di Ceylan. Fu questo un lungo e faticoso viaggio ed anche disgraziato, poiché essendosi sfondata una parte dello steamer su cui viaggiava, egli si ruppe una gamba e fu costretto a tenere per ben tre mesi il letto. Durante tale infermità egli venne ospitato dai Padri Francescani che lo curarono con tutte le attenzioni possibili e con carità veramente fraterna.

A Colombo stette cinque anni e vi ebbe a soffrire non poco per una guerra religiosa sollevata dagli indigeni, durante la quale accaddero scene sanguinose e selvagge; ed egli, come primo parroco della Cattedrale, dovette più volte, con pericolo di vita, accorrere ad amministrare i Sacramenti ai feriti nelle zuffe. Colà egli si fece tanto amare e stimare da tutti, che allorquando il Rettore del Seminario P. Tommasini passò per Colombo l’anno 1889, nel recarsi in Cina, quel Mons. Vescovo gli parlò ancora con accenti di vera ammirazione e stima del P. Tanganelli e l’assicurò che se egli non fosse stato assente da Colombo, allorché quell’ottimo missionario lasciò il Ceylan per la Cina, certo non l’avrebbe lasciato partire e da Propaganda avrebbe ottenuto di trattenerlo presso di sé.

Fu nel 1885, allorché lo Scen-si Meridionale fu eretto in Vicariato Apostolico e confidato al Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, che il P. Tanganelli poté conseguire l’ardente ed antico suo voto di evangelizzare la Cina, ed alla giovane Missione egli prestò utilissimi servizi col suo zelo e colla sua consumata esperienza.

Già fin da quando era entrato nel Seminario delle Missioni, i Superiori ebbero a definirlo un Sacerdote posato, riflessivo, prudente ed abile nel governare, bravo economo senza per nulla avaro, e per queste sue speciali qualità, prima nelle Indie e poi nello Scen-si, fu chiamato a reggere il Seminario del Vicariato; carica assai delicata, per la difficoltà specialmente di piegare gli indigeni alla disciplina ed indirizzarli al sacerdozio.

Nella Missione dello Scen-si egli era il Padre più anziano e con tutto ciò lavorava indefessamente per la propagazione della fede, e solo da poco tempo, dopo un giro di missioni era ritornato alla residenza di Kulupa, ove lo colpì il tifo che lo trasse alla tomba compianto e venerato da tutti.

P. SCALZI ENRICO (1855-1922)

La morte del Rev. P. Enrico Scalzi, Vicario delegato al distretto di Scinganfu nello Shensi Meridionale (D. Giulio Mortara, da Il Missionario Cattolico, XV, n. 11, novembre 1922, pp. 161-164)

Non sono ancora terminate le tribolazioni della nostra cara Missione. Nel numero precedente abbiamo avuto il dolore di annunziare la dolorosa perdita di due giovani e zelantissime Suore; ed il presente numero esce ancora listato di nero portando una notizia ben più grave e dolorosa: la morte del Rev. Padre Enrico Scalzi, che per tanti anni fu Vicario generale della Missione. Il ferale annunzio ci viene comunicato contemporaneamente da S. E. Mons. Capettini e dalla R.da Madre Archinti Superiora delle Suore Canossiane.

In ambedue i messaggi troviamo espressioni del più amaro cordoglio per la gravissima perdita subita; e noi condividiamo profondamente i loro sentimenti, sia per ragioni personali come per la perfetta comprensione del vuoto prodotto nel Vicariato con la scomparsa del più anziano tra i Missionari dello Scensi Meridionale.

E mentre scongiuriamo l’Altissimo ad accogliere nell’eterno gaudio lo spirito immortale dello zelante e valente Apostolo, Lo supplichiamo umilmente e con cuore rassegnato a voler cessare dal mettere il nostro cuore a sì dure prove e far risplendere su questa diletta Missione il raggio luminoso e confortante del Suo divino sorriso.

Il P. Enrico Scalzi nacque a Roma nella Parrocchia di S. Eustachio l’anno 1855 da onorevole famiglia, che spesso ebbe suoi membri in Dicasteri della Romana Curia. Dopo una brillante gioventù, chiamato da Dio a più nobili destini, entrò nel nostro Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, non già con l’intenzione di consacrarsi alle Missioni estere, ma come in luogo più conveniente per prepararsi al Sacerdozio. Ben presto però sull’animo suo ardente e generoso l’ideale dei giovani suoi compagni ebbe facile sopravvento: si ché, innalzandosi a più alto volo, nonostante le suppliche e le lagrime dei aprenti e in modo particolare le angosciose preghiere del vecchio genitore, fermò in cuor suo il santo proposito di consacrarsi totalmente al divino servizio nelle Missioni estere. Ordinato sacerdote nel 1884, nel febbraio del 1885 col Padre Francesco Giulianelli pure romano partì per la Cina e precisamente per il Vicariato dello Scen-si Meridionale, allora allora diviso dal Settentrionale per decreti della Sacra Congregazione di propaganda Fide, ed affidato al nostro Seminario.

Fu egli uno dei primi nostri Missionari che calcarono il suolo di quella Missione, che, bella ed amata da noi intensamente, pure ci costò e ci costa lagrime e sangue: egli, uno dei primi che iniziarono le felici peregrinazioni apostoliche tra popolazioni totalmente pagane; egli che ebbe gran parte nel delineare le basi d’azione, di predicazione e di carità, sulle quali ancora si regge e si svolge tuttora l’opera di evangelizzazione dei poveri infedeli. Zelante missionario sotto il regime del primo Vicario Apostolico Mons. Gregorio Antonucci, e quindi Vicario generale per lunghi anni ininterrottamente col compianto Mons. Passerini, la sua attività non conobbe limiti. Autorità civili e militari, popolo cristiano e pagano, sacerdoti europei ed indigeni, seminario e collegi, catechisti e pedissequi tutti passarono per le mani dell’ardente Padre, tutti ebbero a sperimentare l’energico zelo, il santo entusiasmo del suo magnifico cuore.

Ma la porzione prediletta del suo Apostolato fu indubbiamente il piccolo drappello delle celesti colombe, che nell’umiltà del loro asilo concorrono pure validissimamente all’ampliamento del Regno di Cristo nello Shen-si, cioè le ottime Madri Canossiane. Per divina disposizione il compianto Padre ebbe la direzione delle Suore, dell’Orfanotrofio e delle altre Opere annesse, per ben venti anni consecutivi. I risultati ottenuti sotto il suo governo furono meravigliosi. Duplicato il numero delle bambine raccolte; istituiti nuovi ospizi per vecchi e vecchie; aperte nuove abitazioni, aumentato considerevolmente, in templi difficilissimi, il patrimonio delle svariate opere di carità, ecco il frutto dello zelo instancabile dell’amato Padre Enrico Scalzi. Eppure non gli mancarono i momenti di grave sconforto, non gli mancarono irruenti tentazioni di abbandonare il campo della lotta e sacrificio. Solo per assistenza speciale di Dio poté consumare interamente l’offerta che al Signore aveva fatto di tutto se stesso. Il vecchio genitore, Avv. Gaetano Scalzi, piangeva in Roma il diletto suo figlio lontano e faceva insistenza ripetutamente ogni anno presso la Sacra Congregazione di Propaganda Fide e presso lo stesso Pontefice per il ritorno del Missionario. E l’ordine di rimpatriare gli venne un dì comunicato, unitamente ad una somma ragguardevole di denaro per le spese del viaggio. La tentazione era terribile: ma l’atleta del Signore rimase forte al posto suo. Il denaro da lui ricevuto andò in beneficenza, ed egli continuò impavido nell’esercizio del suo ministero. Allora il desolato genitore, perduta la speranza di riaverlo con sé fino alla morte, scese a più miti consigli, e supplicava perché il figlio ritornasse almeno per un breve periodo di tempo. Voleva rivederlo una volta ancora prima di chiudere per sempre gli occhi alla luce di questa terra: ed a me stesso, che ebbi il dolore e la fortuna di assistere il buon vecchio nei supremi istanti del viver suo, con voce flebile andava ripetendo: "Venga Enrico a vedermi ancora una volta e poi… ritorni pure in Cina". Ma il sacrificio del forte Padre Scalzi era decisivo e completo. Non doveva tornare indietro, e non tornò.

Sperava di rivedere i suoi cari in Cielo, e li vedrà, o meglio già, ne siamo persuasi, li vede. Grande anima! Vero Apostolo!

E non meno doloroso dovette essere per lui il supremo sacrificio offerto a Dio in virtù di santa obbedienza. Aveva il Vicario Apostolico Mgr. Capettini, giudicata importuna la presenza del Padre Scalzi nel lontano distretto di Scin-ngan-fu (Xing’an-fu) e colà l’aveva mandato sul principio del corrente anno in qualità di Vicario delegato. Ubbidì l’antico Missionario al cenno del giovane Superiore, lasciò quanto di più caro aveva al mondo quaggiù nella lontana Cina, come già aveva lasciato qui in Patria le più dilette persone. Partì dalla residenza del Kulupà dove da più di venti anni aveva fissato la sua dimora; diede un addio alle sue dilette Figlie in G. C. le Suore Canossiane, le orfanelle, le vergini, le catecumene; salutò un’ultima volta i buoni vecchi dell’ospizio, e scomparve per sempre. Laggiù nella città di Scin-ngan-fu, colto da grave malore, penò per molti giorni; lottò contro un male insidioso, noioso, refrattario ad ogni cura, e finalmente soccombette all’assalto. Pochi fedeli e un Sacerdote collega l’assistettero nell’ultima agonia: passò da questa vita lontano da migliaia di persone che per tanti anni l’avevano circondato, assillato, occupato continuamente con la loro presenza ed i lor affari, e che senza dubbio erano a lui profondamente affezionate: ma il Divino Maestro e la Sua Santa Madre, della quale era devotissimo, gli erano vicini con la loro mistica presenza: e gli infondevano nel cuore una pace, un gaudio che nessuna creatura umana avrebbe potuto recargli, e parea lo confortassero dicendo: "Come il nostro, come il nostro, così sia il tuo sacrificio". E certo, in questa beata visione spiccò al Cielo il volo l’anima eletta del P. Enrico Scalzi dopo 37 anni di missione. Era la notte del 6 settembre 1922.

Caro e indimenticabile Padre, noi piangiamo la tua dipartita, ma ti invidiiamo e ci auguriamo che simile al tuo possa essere il nostro tramonto!

Mons. CALLERIO DOMENICO (1860-1935)
Protonotario Apostolico "ad instar" e Assistente Generale del Pime

Necrologio (da Il Vincolo n. 16, gennaio 1936, p. 19)

In giorno di sabato, come egli aveva sempre desiderato, il 15 novembre chiuse la sua vita mortale assistito da S.E. Mons. Superiore e da alcuni Padri e dagli infermieri, che amorosamente l’avevano sempre curato. Nato a Cassolnovo (prov. di Pavia, diocesi di Vigevano), nel 1860, finiti gli studi nel patrio seminario, ordinato sacerdote, fu designato coadiutore nella parrocchia della cattedrale. Nel 1885 entrava nel seminario dei SS.Apostoli Pietro e Paolo, donde nel novembre dello stesso anno partiva per il Shen Si.

Con la sua abnegazione divenne presto missionario provetto, ed ebbe collaboratori il futuro Card. Bonzano, il futuro martire P.Crescitelli e S.E. Mons. Capettini. Fu il braccio destro di Mons. Passerini nel far sorgere in Kulupa (Guluba) molteplici opere vitali per il Vicariato. Soffrì molto moralmente nella bufera del 1900 in cui venne martirizzato P.Crescitelli e molto faticò per rivendicare i diritti della missione perseguitata.

In seguito, per affievolimento di forze, dovette, nel 1905 lasciare la Missione, e quando credeva di potervi tornare, fu fatto rettore del Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, cui costruì una bella sede, pur attendendo alla educazione apostolica degli alunni. Nel 1919 accettò dai PP. Pallottini la casa e il santuario di Gaeta; nel 1922 apriva la casa apostolica di Carraia (Lucca). Avvenuta l’unione dei due seminari di Roma e Milano per le Missioni Estere, P. Callerio venne nominato Protonotario Apostolico "ad instar participantium" e Assistente Generale del Pime a vita.

Abilissimo educatore, consigliere prudente, illuminato direttore di spirito, nella quiete e ritiratezza, collaborò grandemente con l’esempio e con l’opera alla buona formazione dei futuri missionari. La grave sciagura piombata sul Kulupa centro della missione che egli amava tanto, ebbe dolorosa ripercussione nel cuor suo. La scorsa primavera cominciò a soffrire del tumore maligno al fegato che ultimamente lo obbligò a letto, dove con la sua serenità nelle sofferenze, la sua pietà nel ricevere ogni giorno la SS.ma Comunione era di scuola a noi tutti. Ai primi di novembre gli fu amministrata solennemente l’Estrema Unzione, presenti tutti i Padri delle Case di Milano col Superiore Generale; a tutti benedisse e lasciò santi ricordi; continuò per alcuni giorni a soffrire contento, finchè si spense placidamente e quasi insensibilmente.

Per sua volontà la sua salma riposa nella cappella di famiglia a Cassolnovo sua patria.

1886

P. TOMMASINI FRANCESCO (1853-1923)

Il P. Francesco Tommasini ( Il Missionario Cattolico, 1923, 9, pp. 161-163)

Con sincero e vivo dolore annunciamo ai nostri lettori la perdita del buon Padre Francesco Tommasini, una delle figure più note del nostro Seminario. Per ben trentasette anni prestò l’opera sua a vantaggio delle Missioni con lodevole sollecitudine e con notevole successo.

Caro a tutti per la bontà semplice ed ingenua, fu onorato nei lunghi anni di sua dimora in Roma, dall’amicizia dei più insigni personaggi del Ceto Ecclesiastico e delle nobili Case; mentre fra il Clero e il laicato godeva di una vera popolarità. La sua scomparsa pertanto sarà sentita con rammarico dal grande numero dei suoi amici di Roma, dai Missionari, dalle Suore e da tanti buoni cristiani del nostro Shen-si meridionale.

Nacque il P. Francesco Tommasini in Avapessa, Corsica, il 29 marzo 1853; entrò nel Seminario delle Missioni il 16 aprile 1881, già maturo giovinotto, avendo prima compiuto gli studi ginnasiali e prestato servizio militare in Francia. Con la sua indole piacevole subito si acquistò l’affetto dei Superiori che gli affidarono compiti di fiducia prima della sua Ordinazione sacerdotale, come quello di Prefetto del Seminario nel 1884 e l’altro, di maggior importanza, di accompagnare in qualità di interprete il P. Giulianelli in un viaggio all’estero in cerca di sussidii per lo Shen-si.

Compiuti gli studi di filosofia e dei teologia nell’Università Gregoriana, venne ordinato Sacerdote a S, Giovanni in Laterano dal Card. L.M. Parocchi, il 19 giugno 1886; ed il 16 dicembre dell’anno medesimo partiva per la Cina. Giunto in Missione fu dato per compagno al Rev.do P. Callerio, dal quale apprese i primi rudimenti di lingua cinese, e fu messo in grado di poter esercitare il Sacro Ministero. Per due anni infatti, in vari distretti dei monti e della pianura, lavorò con profitto e soddisfazione dei buoni cristiani del luogo, i quali ne hanno conservato ottima memoria. Ma le strettezze finanziarie, in cui versava la Missione dello Shen-si, indussero l’allora Vicario Apostolico Mons. Antonucci a privarsi del Tommasini per inviarlo alla ricerca di denaro. Ritornò adunque in Europa il buon Padre, facendo atto di ubbidienza assai penoso, ed il girono 16 dicembre 1889 rivide l’Eterna Città, che sarebbe stata di poi il campo della sua attività, per la Missione della Cina, sino al termine dei suoi giorni.

Nel febbraio del 1890 intraprese il suo viaggio di questua presso gli antichi benefattori di Francia, Belgio ed Olanda. Adempiuto con ottimo profitto l’incarico avuto, pensava a ritornare in Cina: ma nel gennaio 1891 il Rettore del Seminario prof. Giuseppe Pennacchi, per ragioni di salute, rinunciava al suo ufficio, ed il Tommasini venne proposto al Card. Simoni come successore. Difatti per ben 17 anni durò in questa carica, non trascurando nello stesso tempo gl’interessi delle Missioni, finché venne nominato Rettore il P. Callerio.

Al Tommasini è dunque grandemente debitrice la Missione dello Shen-si, per le abbondanti risorse pecuniarie inviatele per lunghi anni dalla solerte sua industria nel raccogliere le oblazioni. Ma pur troppo vennero i giorni dell’inazione. Un lento malessere cominciò a travagliarlo fin dall’anno passato: nausee, inappetenze, insonnie; il povero Padre declinava sensibilmente senza che in lui si manifestasse alcun male di forma violenta. Col passare dei mesi però l’insidia fu scoperta: era un tumore maligno allo stomaco. Si fece ricorso ai più moderni ritrovati della scienza: per ben quattro ore si sottopose due volte il paziente alla misteriosa potenza del Radium: pareva ne avesse provato giovamento, tanto che, consigliato dai medici e dagli amici, s’illuse di poter ricuperare le forze nel paese natio.

Ritornò in famiglia; ma il male era troppo grave per essere arrestato dall’aria benefica del luogo: ed il 28 agosto u.s. il pio Missionario placidamente spirava nel Signore, lasciando in tutti quelli che l’hanno conosciuto una cara memoria ed un sincero rimpianto. Sia pace all’anima benedetta!

P. PIAZZALUNGA GIOACCHINO (1862-1912)
Necrologio
(da Il Missionario Cattolico, 1912, n. 5, pp. 71-73)

Il Padre Gioacchino Piazzalunga è morto… morto fra spasimi atroci durati 12 ore… morto sopra una barca in mezzo al fiume azzurro, fuori della sua Missione, lontano dai Confratelli… morto nel 25° di un fruttuoso apostolato, e proprio il 30 luglio, 50° della sua nascita…!

I figli della Celeste Repubblica ormai non lo vedranno più piegarsi dinanzi il santo Tabernacolo ed adorare lì Gesù, dal quale attingeva forza e coraggio per le sue fatiche. Non udiranno più la sua voce paterna e forte i neofiti, gli orfanelli e le orfanelle. Oh! Quaggiù non parlerà più della sua cara Vergine del Rosario: e di poveri pagani non avranno più quel cuore, che tanto li amava ed implorava la loro conversione.

Lo Scen-si meridionale ha perduto un apostolo, il suo Vescovo un braccio energico ed operoso, i Sacerdoti suoi Confratelli un esperto consigliere, esempio di bontà e fortezza insieme unite.

Gioacchino Piazzalunga era di Bergamo, figlio dei furono Giuseppe e Rosa Signorelli: nato il 30 luglio 1862, aveva compito i suoi studi teologici nel Seminario Romano dell’Alma Città, riportandone un’ottima laurea di dottore; ed il 20 luglio 1885, dopo aver con lode esercitato il ministero nella propria Diocesi, entrava in questo nostro Seminario, per lasciarlo, destinato alle Missioni di Cina, nel 14 dicembre dello stesso anno.

Ci è impossibile stendere una necrologia degna di tanto Missionario, di tante sue virtù e fatiche, di tanto suo zelo e operosità. L’amore al SS. Sacramento e alla Vergine del Rosario era andato di giorno in giorno crescendo in lui; e colla sua prudenza e capacità in momenti pericolosissimi per la Missione dello Scen-si meridionale egli seppe attirarsi l’affetto e l’ammirazione delle autorità civili e militari sia repubblicane che imperialiste… E l’Apostolo di Dio moriva dopo aver validamente cooperato colla sua tattica santa a salvare il Vicariato nella bufera rivoluzionaria del passato inverno…

In proposito di questa inaspettata morte di lui, ci giunge una lettera del suo addolorato Vicario Apostolico Mons. Pio Giuseppe Passerini, e noi la riporteremo qui come un eco della lontana Cina alla memoria di un eroe.

Han-tchung-fu, 17 Agosto 1912

R.mo e Carissimo P. Callerio,

Come Le accennava nell’ultima mia del 19 luglio p.p. il P. Piazzalunga per vari affari era disceso a Han-kow, e di là era passato anche a Pekino. Ospite presso l’Ill.mo P. Leoncini, cappellano della R. Legazione Italiana, venne trattato con vera fraterna carità; ebbe ottima, gentilissima accoglienza e favori da S.E. il Conte Sforza, Ministro d’Italia. In quella città trovò l’ex capo di Han-tchung-fu, ossia il Generale Kian, già da noi salvato, ora addetto alla cura delle nove porte di Pekino, ed amico intimo di Yuen Shi-Kai, Presidente della Repubblica Cinese.

Coll’intermedio del Sig. Kian il P. Piazzalunga ottenne un’udienza dal Presidente stesso, col quale ebbe lunga e cordiale conversazione intorno alle cose di questa nostra provincia, e specialmente della città di Han-tchung-fu. Yuen Shi-Kai trattò il Missionario nel modo il più cortese, e nel donargli una sua fotografia ebbe a dirgli: "Io prediligo gli Italiani". Gli diede poi un nuovo passaporto pel viaggio e pel trasporto della roba, ed anche dietro tale visita inviò ordine severo della più seria protezione al Governatore di Si-ngan (Xi’an) per noi tutti. Ritornato da Pekino a Han-kow il P. Piazzalunga mentre pensava di volarsene subito a questa città, dovette a malincuore trattenersi una settimana pei torbidi avvenuti a Sian-jan-fu: ma, appena avuta notizia certa ch’erano cessati, partì il 10 luglio per Lao-ho-kou, dove giunse felicemente e vi si trattenne il 27 e 28 in buona salute. Ripartito il 28, dopo 70 ly incirca, invitato dal Sac. Tsen, discese al mattino del 29 a celebrare la S. Messa nella Chiesa di quella Cristianità poco distante dal fiume: vi si fermò alcune ore, e poi ritornò in compagnia del sullodato Sacerdote Cinese alla barca. Poco dopo, forse per insolazione, sentendosi gran dolore alla testa, si pose a riposare; ma che riposo?... Crescendo il male, digiunò tutto il giorno, prese qualche medicina che portava seco; però senza alcun giovamento.

La notte passò insonne e molto agitata; al mattino del 30 sulle 8 antimeridiane non potendo alzarsi e sentendosi assai aggravato, si decise di far rivolgere la barca per ritornare a Lao-ho-kou; ma alle 11 mattina, prima di giungervi, spirava colla sola assistenza del proprio pedissequo, e di altri due nostri cristiani.

Mons. Landi, Vicario Apostolico di Lao-ho-kou, col V. Procuratore pensarono subito pel funerale, e mandarono un corriere a Scin-ngan (Xing’an) per darne notizia. Secondo l’espressa volontà del carissimo defunto, anziché venir seppellito laggiù, venne combinato il trasporto della salma al Ku-lu-pa, e sarà tumulata nella cattedrale. Col 1° del corrente mese doveva partire in barca il funebre convoglio…

Oh! Giudizi davvero in scrutabili di Dio! Scampato dalla rivoluzione, mentre con ansia di tutti era qui atteso far dieci e quindici giorni, eccoci giunta la ferale notizia, per cui non lo riavremo che freddo cadavere!

Egli è rimpatriato pel Cielo; e la sua dipartita lascia qui un vuoto non facile a coprirsi. Era un buon sostegno, generoso e zelante; ma fiat! Preghiamo affinché possa quanto prima essere al godimento della beata eternità, se mai ancora non lo fosse, e così divenire un migliore intercessore per questo Vicariato, che egli tanto amò. Requiescat in pace!

1888

P. CRESCITELLI S. ALBERICO (1863-1900)

Nato ad Altavilla Irpina il 30 giugno 1865, giunto nello Shen-si nel 1888, martirizzato il 21 luglio 1900, beatificato il 18 febbraio 1951, canonizzato il 1 ottobre 2000.

Il Martirio di P. Crescitelli (Mons. Pio Passerini, dal Peridodico Mensile delle Missioni Estere, 1900, n. 8-9, pp. 115-116)

Ku-lu-pa, 28 luglio 1900

E’ coll’animo immerso tutt’ora nel più profondo dolore per l’accaduto di questi giorni, e per quanto pare ci sovrasti e ci venga minacciato, che le dirigo questa mia, sforzando e vincendo me stesso per trattenere le lagrime, che libere vorrebbero corso per sfogare e alleggerire così la pena dell’ambascia che tanto mi stringe il cuore.

L’accaduto, è l’irreparabile ed inaspettata perdita del caro e zelante Missionario D. Alberico Crescitelli. E’ stato orribilmente massacrato la notte dal 20 al 21 corrente, cioè otto giorni fa, nel nuovo distretto di Ngning-tcian-ciou (Ningqiang-zhou) e proprio nel pago di Yan-tze-pien (Yanzibian). Con lui venivano pure massacrati il pedissequo, il catechista ed altri 10 catecumeni. Il caro defunto in 4 mesi aveva colà ottenuto più di 500 conversioni; il demonio invidioso di tanto bene, ha suscitato la persecuzione nella quale, per mano di perversi settari, il buon pastore è caduto vittima per quel nuovo gregge ed ha irrigato col proprio sangue quella vigna alle sue cure affidata.

Pare che quelle belve, anziché uomini, dopo averlo ucciso, l’abbiano fatto a pezzi e poi nascosto o buttato nel fiume, motivo per cui dicesi che non se ne ritrovi il cadavere. Abbiamo subito, appena avuta la notizia, incominciato a fare i debiti passsi colle autorità locali, e ci rivolgiamo ora all’Ambasciatore. Se non subito, appena saranno accomodate le cose di Pechino, certamente ci verrà fatta giustizia di tutto. Per intanto i Mandarini maggiori sembrano impegnati a proteggerci: già da varii giorni hanno inviato qui una compagnia di 40 soldati, ed altri 40 verranno in questi giorni; i Mandarini stessi, un po’ coscienziosi, stanno sopra pensiero a nostro riguardo, poiché essi stessi veggono che l’orizzonte è molto cupo e che il massacro succeduto a Ngnin-tcian-ciou può essere la scintilla che accenda il fuoco della persecuzione per tutto questo Vicariato, rimasto sino ad ora esente da atrocità.

Per ora, all’infuori del massacro del P. Crescitelli e suoi compagni, non v’è altro a deplorare: tutti stiamo fermi al nostro posto, abbandonati nelle migliori mani e più sicure, quelle della Divina Provvidenza.

Se la bufera si stenderà di più, minacciando uno sterminio generale, adotteremo le migliori precauzioni suggerite dalla prudenza per scansarla e salvaguardarci nel miglior modo che c’ispirerà Iddio, lasciando a Lui la cura di noi tutti e delle cose nostre, abbandonandoci intieramente al Su paterno cuore. E’ l’Anno Santo, l’ultimo del secolo XIX, e il Signore, in omaggio del Redentore, come in altri Vicariati, ha voluto e forse vorrà qualche altra vittima, qualche altro sacrificio. Fiat! Fiat! Il sangue dei martiri è seme di Cristiani!

Noi siamo qui nella più grande ambascia, per l’avvenuto e per l’avvenire, ma intanto il caro P. Crescitelli per certo se n’è volato direttamente al Cielo, portando la palma del Proto-Martire del nostro Seminario. Beato Lui! E noi felici di ammirare in lui sì nobile esempio e d’avere il lui acquistato un nuovo Protettore in Cielo…

Preghi e faccia pregare per noi e per questa Missione ora tanto provata, affinché il Signore conceda alla fine, come spero fermamente, piena vittoria e glorioso trionfo alla sua santa religione.

Il Martirio di P. Crescitelli, già Alunno del Seminario Pontificio delle Missioni Estere di Roma (Lettera di Mons, Passerini al Cardinale Prefetto di Propaganda, 12 novembre 1900, dal "Periodico Mensile delle Missioni Estere", 1912, n. 12, gennaio 1901, pp. 177-185)

Nelle burrascose vicende alle quali andò soggetta la Cina in quest’ultimo anno del secolo XIX, anche questa pacifica Missione dello Scen-si Meridionale ha avuto il suo battesimo di sangue, ed un Martire vanta ormai il Seminario Pontificio dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, sedente nell’alma Roma, ed al quale Vostra Eminenza con tanto intelletto e amore presiede.

Il 21 luglio scorso, presso Jen-tze-pien (Yanzibian), borgata posta quasi ai confini del Vicariato, veniva barbaramente assassinato P. Alberico Crescitelli da Altavilla Irpina, diocesi di Benevento, insieme ad altri venti fra vecchi cristiani e catecumeni da lui convertiti alla fede cristiana.

Già molto prima d’ora avrei dovuto scriverne a Vostra Eminenza, ma la persecuzione e la rivolta che ci minacciavano da ogni parte, il bisogno di organizzare la difesa nostra, delle Suore e delle bambine dell’Orfanotrofio e la necessità infine di presiedere e di vegliare oculatamente e continuamente a tutte le svariate operazioni per provvedere alla comune salvezza, mi impedirono di dedicare qualche ora a stendere la narrazione completa del doloroso avvenimento.

Ed eccomi perciò ora soltanto a compiere il non gradito dovere.

Nella seconda metà di marzo, il P. Crescitelli recavasi nel distretto di Guin-cian-ciou (Ningqiang-zhou), per la visita annuale di una piccola cristianità al confine di questa provincia verso il Se-cieun (Sichuan) e probabilmente a Kuan-iuen-scien (Guanyuanxian). Durante la breve missione, notata qualche buona disposizione tra gli infedeli di quelle località ad abbracciare la nostra santa Religione, pensò trattenersi più a lungo i quei luoghi ove più semplicemente veniva invitato, ed ove quelle disposizioni meglio si manifestavano. E così dopo essere dimorato parecchi giorni a Ta-lan-huo (Dalanghuo), il 31 marzo passò a Ngan-lu-huo (Anluhuo), ove in pochi giorni il santo suo zelo e la faconda sua parola operavano la conversione di ben 34 famiglie, che abbandonati gli idoli mostruosi, riconobbero l’unico vero Iddio. Il vedere tanta gente abbandonare così improvvisamente le pagode per recarsi nella casa del Missionario a conoscere e ad adorare il Dio degli stranieri, dispiacque ad alcuni prepotenti infedeli del luogo, che ben comprendevano come i nuovi convertiti si sarebbero sottratti alla loro perniciosa influenza; e mal sopportando ciò, si consigliarono fra loro per trovar modo di osteggiare l’opera del Missionario. Né l’occasione tardò molto a presentarsi.

E’ uso in Cina che in evenienza di carestie, l’Imperatore mandi sussidii alle provincie bisognose, per essere distribuiti ai più poveri, e fu appunto in occasione della distribuzione di tale sussidio che cominciò a manifestarsi la guerra dichiarata al Missionario ed ai convertiti. Infatti, uno dei capi distributori delle sovvenzioni imperiali, certo Ten-cun-ie rifiutò, pel primo, di porre in lista e di soccorrere i convertiti, bisognosi pur troppo se non più, certo almeno quanto gli altri, dichiarando apertamente che li escludeva perché avevano abbracciata la religione dello straniero; né valsero a smuoverlo le amichevoli esortazioni del P. Crescitelli, il quale non mancò di fargli osservare come i cristiani fossero egualmente sudditi dell’Imperatore, e certamente dei migliori.

Frattanto il 9 aprile, da Ngan-lu-huo il Missionario passava a Li-tze-iuen (Liziyuan), dove fermossi quasi due mesi, cioè fino ai primi di giugno. La lunga dimora fu causata dall’ognor crescente numero di conversioni che anche qui ottenne, ed è veramente cosa meravigliosa che tanta sete di verità si impadronisse di tanta gente in momenti che cominciavano già ad essere difficili; era certamente lo Spirito di Dio che parlava per la bocca del suo Missionario, e che dava alla sua parola una forza straordinariamente persuasiva, volendo il Signore colla maggior copia delle conversioni, renderlo sempre più degno della corona del martirio a cui lo preparava.

Ma fra tante rose non mancavano le spine; sempre più indignati per l’ascendente ognor più grande che andava acquistando lo straniero e pel sempre maggior numero di seguaci che egli guadagnava a Cristo, i soliti prepotenti risolsero di acuire sempre più la guerra al Missionario ed ai neofiti, non solo negando di iscriverli nella lista dei sussidiati, ma ancora promuovendo la discordia nelle loro famiglie; sì che vennero a sorgere acri questioni fra i convertiti ed i loro parenti, i quali, per disprezzo, stracciavano loro in faccia i sacri emblemi e le immagini sante.

Per ovviare possibilmente a disordini che sarebbero inevitabilmente successi procedendo di questo passo, il P. Crescitelli avvertì di quanto avveniva il Mandarino di Ngin-cian-ciou e nel tempo stesso ne informò me pure perché avviassi pratiche ufficiali col Mandarino stesso, onde ottenere la sua interposizione per arrestare l’opera nefasta dei malevoli.

Credetti di riuscire facilmente ad accontentare lo zelante Missionario, perché col Mandarino mi trovava, oltreché in ottime relazioni d’ufficio, anche in personale conoscenza fin da quando egli trovatasi a Nan-cien-scien (Nanzhengxian); ma purtroppo le mie speranze andarono deluse, perché di promesse n’ebbi molte, ma fatti pochi assai. Pubblicò è vero un editto, ordinò anche la distribuzione dei sussidii ai cristiani, però dell’editto fu affissa solo qualche rarissima copia che venne subito lacerata e l’ordine di distribuzione dei sussidii restò lettera morta.

Che anzi dall’agire fiacco e svogliato del Mandarino, i turbolenti fanatici compresero come il Missionario non godesse del favore dell’autorità, e fatti audaci dall’impunità quasi sicura e dal numero, chè a Ten-cun-ie s’erano uniti vari altri globulari (= letterati) a spasso ed anche agenti pubblici, il 14 aprile, giorno di pubblico mercato a Jen-tze-pien, pubblicarono un bando nei termini seguenti:

"Tutti sapete che a Li-tze-iuen v’è uno straniero che predica una religione contraria ai nostri dei. A tutto il popolo è proibito di abbracciare tale religione; chi non ubbidire e caparbiamente vorrà abbracciarla, sarà bastonato e cacciato dal circondario; i suoi terreni e le sue case saranno espropriati a favore del pubblico, ed in eterno non gli si permetterà di appartenere ancora a questo circondario".

Questo era veramente troppo. Era troppo per noi che venivamo minacciati nella nostra propaganda e nella nostra persona; era troppo pei nostri cristiani, che venivano minacciati nella loro libertà e nei loro averi; era troppo infine per le stesse autorità cinesi che si vedevano esautorate e sostituita alla propria una autorità anonima, ma formidabile, perché fondata sulle malvagie passioni della feccia del popolo.

Era dunque troppo per tutti, e tutti ci trovammo d’accordo che bisognava porre un rimedio al dilagare del male. Ma l’accordo non era completo, perché mentre noi volevamo un rimedio energico che soffocasse completamente la ribellione nel suo nascere, il Mandarino invece riteneva sufficiente l’applicazione dei soliti pannicelli caldi, e chiamati a sé i maggiorenti del movimento anticristiano, li esortò con tutte le belle maniere a desistere dai loro attacchi, e giunse persino a dichiarare loro che la religione cristiana era veramente ottima, poiché lo stesso imperatore lo aveva dichiarato e desiderava che i suoi sudditi l’abbracciassero.

Che perla di Mandarino, non è vero? Peccato che io sia troppo scettico in fatto di buona fede cinese, e quasi quasi crederei che il Mandarino sullodato abbia detto e fatto precisamente il contrario; i fatti per lo meno lo fanno supporre, benché egli m’abbia scritto che ormai tutto era accomodato e che il P. Crescitelli avrebbe potuto proseguire indisturbato la sua predicazione. Ed egli proseguì imperterrito, benché sentisse rumoreggiarsi torbidi intorno ai prodromi della vicina tempesta

Il 2 giugno passò a Jen-tze-pien, dove molti l’avevano invitato e dove pure ottenne copiosi frutti: e qui ricominciarono subito, non ostante i famosi ammonimenti del Mandarino, le minacce dei malevoli, e furono anzi così violente, che parecchie famiglie dispostissime a farsi cristiane, dichiararono però che avrebbero ritardata la loro conversione fino a che i malvagi non fossero veramente messi nell’impossibilità di nuocere.

Quindi nuovi reclami e nuovo intervento del Mandarino con effetti questa volta sorprendenti, poiché cessarono come per incanto le minacce, sedarono i tumulti, i più noti facinorosi si fecero quasi amici e mandarono persino al P. Crescitelli quali pacieri e per rendergli omaggio un globulato ed un mandarinello di dogana.

Si era in perfetta luna di miele, ed il buon P. Crescitelli, che nella lealtà dell’animo suo non sospettava mai di nessuno, il 10 luglio mi scriveva: "A Jen-tze-pien regna una pace giammai vista, e tutti i litigi sono cessati come per incanto", e non contento delle 700 conversioni ottenute in così breve tempo, si mise subito all’opera per guadagnare nuovi seguaci a Cristo, approfittando della calma che gli regnava attorno.

Dolci illusioni, vane speranze; purtroppo era la calma foriera della tempesta. Cominciavano a giungere fino a queste lontane regioni le notizie dei disordini di Pechino e di Tientsin e la voce della presa di Taku da parte degli Europei insieme con un sacco di fandonie circa combattimenti immaginari nei quali i cinesi avevano fiaccata completamente la forza degli alleati. Le gesta dei Boxers venivano magnificate come gesta di eroi resi invulnerabili ed invincibili dalle divinità che essi difendevano; e le fantasie si accendevano ed i nemici nostri soffiavano nel braciere che stava per divampare, felici e sicuri di coinvolgere nell’incendio anche il Missionario ed i suoi seguaci.

A queste notizie fece seguito il proclama imperiale che ordinava l’esterminio degli Europei e dei cristiani loro seguaci, ed allora l’incendio divampò. I nemici di P. Crescitelli erano quasi tutti capi della milizia territoriale, che in caso di torbidi e di bisogno deve coadiuvare al mantenimento dell’ordine, e rivestivano quindi una qualità ufficiale esercitando una certa autorità. Essi accolsero con gioia feroce il proclama imperiale e decisero di applicarlo tosto al Missionario ed ai cristiani, sterminandoli completamente.

Il 23 della luna, 19 luglio, il Padre Crescitelli informando delle sorde minacce e delle trame che di ordivano contro di lui, mandò tosto ad avvertire il Mandarino affinché potesse in tempo debito adottare i necessari provvedimenti per la tutela della sua persona e de’ suoi cristiani. Ma il messo nemmeno poté vedere il Mandarino, non solo, ma dovette dalle parole udite al mandarinato formarsi la convinzione che le autorità stesse erano conniventi coi principali mestatori, sicché odorato il vento infido, si rimise in viaggio pel ritorno onde persuadere il Padre a mettersi in salvo in qualunque modo. Ma ahi! La strada era lunga, e benché s’affrettasse, quando la sera del 20 fu di ritorno, era ormai troppo tardi, il P. Crescitelli era caduto in mano degli assassini.

Come mai ciò era avvenuto? Eccomi, Eminenza, costretto a rinnovare

Disperato dolor che il cor mi preme,
Già pur pensando pria ch’io ne favelli.
Ma se le mie parole esser den seme
Che frutti onore al martire ch’io lodo
Parlar e lacrimar vedraimi insieme.

Dopo la partenza del messo pel Mandarino, i cristiani, vedendo la situazione disperata, costrinsero il P. Crescitelli a lasciare Jen-tze-pien per rifugiarsi in qualche luogo vicino più tranquillo, ed egli, che trovatasi al di là del fiume in una casa di catecumeni, messo insieme il poco bagaglio e fatto chetamene allestire il suo cavallo, accompagnato da un pedissequo (servo), da un catechista e da alcuni cristiani, attraversa il fiume e seguendo una viuzza lunghesso il medesimo, al di sotto del mercato, cerca di rifugiarsi alla borgata di Jan-pin-koan (Yangpingguan). Per poi decidersi sul da farsi. Aveva ormai oltrepassato Jen-tze-pien, quando il Mandarinello di dogana, già inviatogli come paciere, accortosi del suo passaggio, gli si fa incontro e così insistentemente lo prega di scendere, dimostrandogli i pericoli cui sarebbe andato incontro, che il P. Crescitelli, vinto e dalla cortesia e dall’evidenza delle ragioni addotte, e dalla maggior sicurezza che presentava la dogana, acconsentì ad accettare l’ospitalità offertagli. Ma sul far della sera tristi presentimenti lo assalirono, e ben conoscendo alla prova che cosa fosse la fede cinese, certo peggiore della greca, risolse di riprendere il viaggio. Ed accogli di nuovo d’attorno il Mandarino a persuaderlo di restarsene e per ultima ragione gli giura che centinaia di uomini stavano appostati lungo la via per assassinarlo, mentre presso di lui nessuno avrebbe osato molestarlo. Convinto ancora a queste parole, si acconciò, sebbene a malincuore, ad accettare definitivamente l’asilo offertogli, ma ohime! Quanto furono bugiarde quelle promesse, quanto traditore quell’asilo!

Comincia appena ad annottare che si odono rimbombare tre forti spari e tosto una gran folla, proveniente da ogni parte, si concentra nel mercato, prende la strada della dogana, la circonda completamente e con grida rabbiose e con urli spaventevoli, chiama e reclama l’europeo. Il Mandarinello con faccia ipocritamente composta a dolore, si presenta allora la missionario e gli dice: "Vedi quanta gente si è qui radunata contro di te? Da essa mi è impossibile difenderti, e l’unica via di scampo, se pur ti riesce, è quella porta segreta che tu vedi là in fondo". E così detto ve lo indirizza e lo lascia.

Il P. Crescitelli comprende subito di essere stato vittima di un infame tradimento, ma lieto di poter soffrire per Gesù Cristo Redentore, s’avvia impavido pronto a tutto; apre la porta e, prova evidente del tradimento, è là precisamente che il maggior numero dei facinorosi l’attende. Un urlo formidabile l’accoglie, un urlo selvaggio simile a quello di un branco di belve affamate cui venga gettata la preda, e tosto centinaia di indemoniati gli sono addosso, e chi lo afferra per la coda, chi per le vesti, chi per le braccia, e chi da una parte e chi dall’altra lo vuol trascinare. Il povero Padre, mansueto agnello fra tanti lupi voraci, accenna parlare, alza le braccia quasi chiedendo un poco di silenzio, e riesce a far udire queste parole: "Perché voi fate così? Che male vi ho fatto io? Se avete qualcosa da dire, qualche accusa da farmi, parlate, conducetemi dall’autorità…": ma mentre così parlava colle braccia alzate, un fendente gli cala sul braccio sinistro e glielo stacca quasi dal busto. Fu quello il segnale del massacro, ché tutte quelle iene con coltelli e con bastoni gli sono addosso, crivellandolo di ferite, ma ferite fatte, come dicono i cinesi, sapientemente, cioè non mortali, per prolungare i patimenti del povero martire. Uno solo, forse più degli altri preso da rabbioso furore contro il Missionario, alza una grossa spada e gli cala sul capo un fendente per spaccarglielo netto netto; ma un vicino più calmo, e desideroso di godere più a lungo lo spettacolo dell’agonia dell’europeo, gli ritira il braccio, sì che solo la punta della spada gli sfiora la faccia e gli taglia il naso e le labbra. Grondando sangue da tutto il povero corpo, il P. Crescitelli più non si regge, perde le forze e cade esanime a terra, e sarebbe certo morto dissanguato, se quei vili presi non da pietà ma dalla voluttà felina di assaporarsi un supplizio più raffinatamente crudele, non avessero con fasciature arrestata l’abbondante emorragia.

Postolo così in grado di vivere ancora, lo legano e lo conducono, o meglio lo trascinano sul pubblico mercato; mentre altri, presi e legati alla loro volta il pedissequo, il catechista e gli altri cristiani che stavano col Padre, con bastonate e maltrattamenti li portano in luogo separato, lontano dal Missionario.

Intanto per trarre il maggior profitto dalla sua persona, gli assassini pensano di operare un ricatto a danno di un commerciante cristiano che passava per danaroso, ed accollatisi quel povero corpo esanime lo portano nella bottega del cristiano, e stesolo sovra il banco minacciano di togliere le fasciature e di farlo colà morire, se non veniva loro prontamente sborsata una grossa somma. Il capo di casa, spaventato dalla rovina che veniva così improvvisamente a piombare sulla sua famiglia, si caccia tra la folla invadente e scappa, ma la moglie sua più calma e prudente tratta coi capi, ottiene di ridurre a soli 300 tiao, circa mille lire, le loro pretese e sborsandoli riesce a liberarsi.

Ripreso il fardello, la turba s’avvia trionfante alla principale trattoria del luogo, ed abbandonato il martire in mezzo della strada, entra a banchettare ed a gozzovigliare coi denari avuti dal commerciate. Lasciato solo, disteso a terra, pare che quel po’ di quiete e di relativo riposo, giovi al P. Crescitelli, che ripresi un poco i sensi, si mette a pregare con lento movimento di labbra e con fiochi accenti. Non sfuggono quei movimenti ai carnefici, che, lasciato il vino ed i liquori, attorniano nuovamente il paziente, che seguita a muovere le labbra, e sghignazzando si dicono: "Certamente ei prega, dobbiamo accendergli le candele". E detto fatto ne accendono alcune e accostandole al martire esanime, gli abbruciano colle medesime i capelli, la barba e tutti i peli del corpo.

Terminato quel nefando ed atroce supplizio, gli assassini rientrano nell’osteria a continuare le gozzoviglie, ed intanto, simile alle pie donne che consolano Gesù sulla via del Calvario, si avvicina al Missionario un vecchio di Han-tsun-fu (Hanzhong-fu), il quale benché infedele, è però amico dei cristiani, ed inginocchiandosi accanto: "Grande uomo – gli dice – io sono un mercantello ambulante e conosco voi e gli amici vostri. Sono inorridito di quanto vi hanno fatto soffrire, ma se io vi posso essere utile in qualche cosa, ditemelo, intanto che i vostri carnefici se ne stanno là dentro ad ubriacarsi".

Al suono di quella voce amica, parve che ritornassero un po’ di forze in quel povero corpo dilaniato, e certo correndo col pensiero al suo divino Maestro crocifisso, il Padre Crescitelli non a se stesso pensò ma ai suoi assassini, e volto un debole sguardo al buon vecchio: "Amico - gli disse, - Dio ti rimeriti del tuo buon cuore. A me nulla occorre, la vita mi sfugge, né sapienza d’uomo me la potrà più ridare. Ma a questi poveri ciechi bisogna pure che si provveda; se qui io morissi, dopo i maltrattamenti avuti, quale condanna, quale pena non dovrebbero essi scontare! Va quindi, cerca di un medico che mi chiuda le ferite, che mi porti lontano di qui, che mi faccia vivere ancora un giorno, onde della mia morte nessuno abbia a rispondere!"

Ma ahi! Ancor non aveva finito di parlare che gli assassini s’accorgono del vecchio ed alcuni dei più feroci s’alzano e gli intimano di allontanarsi immediatamente, e voltisi al paziente con tono beffardo gli dicono: "A momenti è giorno, attendi quindi ancora un poco e poi vedrai che ti cureremo per bene". E rientrano senz’altro nell’osteria a crapulare.

Quando spuntò l’alba, quelli che ancora erano al caso di ragionare, si riunirono a consiglio per decidere sul da farsi, e messo come caposaldo che bisognava compiere l’eccidio dello straniero e dei suoi seguaci, ma che per altro bisognava poi nascondere le prove del delitto; si concluse di decapitarli tutti, farne a pezzi i corpi e buttarli nel fiume.

L’idea non dispiacque e già si accingevano a metterla in esecuzione, quando, rapida come il baleno, si diffonde la voce dell’arrivo da Ian-pin-koan di un Mandarino militare. Verrà egli forse per punirci del nostro delitto? Si chiedono tremanti, più collo sguardo che colle parole i vili carnefici. Ma ben presto vengono assicurati. Il Mandarino è degno di loro; egli finge di non accorgersi dell’odiato europeo, e per mostrare che qualche cosa pur ha fatto, libera il pedissequo e se ne ritorna a Ian-pin-koan, senza punto curarsi degli altri.

Subito gli assassini ritornano all’opera. Era già ormai quasi mezzogiorno; s’avvicinano alla vittima, giacente per terra inerte e la scuotono per assicurarsi che sia ancora in vita; a quel movimento il povero martire, senza aprire gli occhi, con un soffio leggero di voce chiama un po’ d’acqua; l’arsura che lo divora pel dissanguamento subito, doveva essere tale da dargli la forza di parlare. I vili, che certo non conoscevano la passione di nostro Signore Gesù Cristo, vollero dimostrare che la razza dei persecutori è sempre uguale in ogni tempo ed in ogni paese, fanno avvicinare al morente due ragazzi ed, orribile a dirsi, gli fanno orinare in bocca! Né di ciò contenti, mutilano ancora quel corpo già quasi morto!

Povero Padre Crescitelli, quanto ti hanno fatto soffrire! A quanto deve essere fulgida la corona che Iddio ti ha dato in premio del tuo martirio!

Ed ora ci avviciniamo alla consumazione del sacrificio. Il Martire è ormai ridotto a una massa sanguinolenta, senza quasi più forma umana; ma la sua forza vitale è certamente meravigliosa, ché la morte ancora non ha potuto ghermire quell’anima grande, non ostante i supplizi avuti. I sanguinari per nulla tocchi dallo spettacolo miserando che presentava la loro vittima, la legano e, fino all’ultimo tormentandola, non la portano, ma al trascinano al fiume, per fortuna vicino. Quivi ne appoggiano il collo su una pietra e fanno largo al carnefice che con la mannaia deve compiere l’opera assassina.

Ma quale mannaia venne mai scelta per la decapitazione! Uno strumento da belva, un grosso coltellaccio senza filo da taglio, che qui si adopera per tritare la paglia alle bestie. E con quel coltellaccio si fanno cadere diversi colpi, senza per altro che il capo si stacchi dal busto, finché stanchi di colpire, si mettono in due, prendendo il coltellaccio per due capi, ed usandolo come sega, finiscono per far rotolare a terra la testa.

Il sacrificio è ormai compiuto. L’anima dell’eroe, del martire di Cristo, dell’apostolo della civiltà, è salita al Cielo a raccogliere la corona ben meritata; inchiniamoci e veneriamo il nostro protomartire, il nostro protettore.

Il sangue dell’unto del Signore non ha però ancor saziato quelle belve; essi vogliono far scomparire quei sacri resti, epperciò, preso il cadavere mutilato, ne fanno ancora orrido scempio; ne staccano le braccia, le gambe, ne squartano il tronco, ed esaurito finalmente su quel povero corpo tutto quanto poteva loro suggerire l’istinto più felino e malvagio, posano gli occhi iniettati di sangue e d’altro sangue sitibondi ancora, sul gruppo composto dal seguito del P. Crescitelli e dagli altri cristiani con lui catturati.

Erano una ventina all’incirca ed al mattino, tolti dal loro luogo di deposito, erano stati accodati al triste corteo che conduceva il moribondo loro maestro al fiume; cosicché inorriditi e costernati, avevano dovuto assistere alle ultime fasi dell’orribile martirio.

E per loro ancora ecco giunta l’ora del sacrificio supremo; ma non tremano quei forti, cui l’esempio del loro Padre ha infuso l’eroismo dei martiri. Tutti posano giulivi il capo loro sul ceppo ove posò il capo del P. Crescitelli; il sangue che zampilla sotto la mannaia crudele, se vieppiù inebria gli assassini, non spaventa però i martiri, che fino all’ultimo affrontano la morte colla preghiera sulle labbra e lo sguardo rivolto al cielo.

Compiuta l’ecatombe, anche su quei cadaveri si sfoga la ferocia dei pagani. Anch’essi sono fatti a pezzi e squartati, né si fermano i carnefici fino a che l’occhio loro non si posa trionfante sulla compiuta sinistra catasta di membra sanguinolenti ed informi.

Ma s’avvicina la sera e bisogna ormai pensare a far scomparire le prove dell’eccidio. Essi ben sanno che non saranno molestati dalle autorità, ma pro forma questa potrebbe recarsi a fare una verifica sul luogo, ed è necessario che non trovi nulla, affinché possa con piena tranquillità di coscienza dichiarare che nessun assassinio è stato compiuto. Danno quindi di mano alle membra ammucchiate e le gettano nelle onde, le quali però tosto le rigettano sulla sponda, quasi non vogliano, inorridite, contribuire ad occultare tanto delitto. Ma i manigoldi non si stancano di ricacciarle con più forza nelle acque, finché travolte dall’impeto della corrente, finalmente scompaiono nei gorghi della fiumana.

E così noi nemmeno possiamo dare onorata sepoltura alle spoglie dei nostri eroi; ma Iddio che riserva la gloria più alta del Paradiso a coloro che danno il sangue pel nome suo, ha già assunte le loro anime benedette alla beatitudine eterna, dove pregheranno per noi, per la Missione e per tutti quelli che l’aiuteranno coll’opera e colla preghiera.

1889

P. CARBONINO PIER BATTISTA (1863-1925) Età 62 – Istituto 36 – Hanchung 36

Il 21 giugno 1925, a Hanchung (Cina) moriva P. Pier Battista Carbonino

Nato nel 1853 a Cernano, Vigevano, fu ordinato presbitero ed entrò nell’Istituto a Roma nel 1888. Partì per la Cina, Hanchung, nel 1889.

Anche il Padre Pier Battista Carbonino (Sac. Domenico Callerio, da Il Missionario Cattolico, Agosto 1925, n. 8, pp. 116-117)

Anche il Padre Pier Battista Carbonino, la perla dei nostri Operai evangelici della Cina, il Missionario modello che, pur essendo Prete secolare, nel silenzio e segreto del suo cuore privatamente si era legato coi tre Voti Religiosi avendo il proposito e la ferma volontà di osservarne lo spirito per essere più santo… questo Sacerdote sconosciuto ma ammirevole, là sul campo apostolico, dove, senza alcun intervallo di riposo, senza rumore e senza ostentazione, lavorò per 35 anni… è morto.

Era l’anziano dei pochi vecchi Missionari ancor superstiti in quella cara nostra Missione dello Shensi Meridionale: ed ora egli pure la ha lasciata scendendo nel sepolcro. Ma, defunto, esso ancora parla in quella terra, che, bagnata dei suoi sudori, ha veduto tutte le sue pene di tanti anni di sacrifici: il suo spirito, specialmente informato a tanta umiltà e santa infantile semplicità, rimane vivo mella memoria dei suoi compagni d’apostolato: e di suoi esempi, luminosi in ogni virtù, per lungo tempo saranno sprone potente al cuore di tutti, mentre tutti i Sacerdoti e Cristiani ne piangono ora la dolorosa scomparsa.

A noi fu sempre carissimo amico: ed, essendo noi stati confidenti dell’anima sua nei lunghi anni che l’ebbimo collega in quel Paese straniero, molte cose potremmo dire a suo onore e a comune edificazione. Ma, meglio di molte nostre parole, valgono due semplici eppure comprensive frasi dell’Eccellentissimo Vescovo Vicario Apostolico che ci ha dato la triste notizia e che, con alcuni missionari, assistette nella sua morte il caro defunto.

"Anche Lei, ci scrisse l’illustre Prelato, erano note le doti e le virtù di lui… Era, nel più stretto senso della parola, un vero santo…"

Questo è un panegirico che dice tutto. Nondimeno, per un più dettagliato, sebben breve, storico ricordo del pio Missionario scomparso, stimiamo bene aggiungere le seguenti notizie.

Appartenente a piissima famiglia e fratello di altri due ottimi Sacerdoti, Prevosti della Lomellina, il caro defunto era nato a Cernano nella Diocesi di Vigevano il 15 luglio 1863. Entrato in quel Seminario, vi compì gli studi ginnasiali, liceali e teologici, ed il 28 maggio 1888 fu ordinato Sacerdote.

L’Illustrissimo Mgr. Pietro Giuseppe de Gaudenti di santa e indimenticabile memoria, il quale allora era Vescovo di Vigevano, ed, amante assai dell’Opera delle Missioni, egli stesso usava scrivere di proprio pugno al Cardinale Simoni, Prefetto di Propaganda per raccomandare l’accettazione dei suoi Sacerdoti che aspiravano all’Apostolato, del nostro Pier Battista Carbonino, nel settembre di quel medesimo anno, a l’Eminentissimo Porporato, che era pure Presidente del nostro Seminario, scriveva queste precise parole: "Un altro mio Sacerdote desidera dedicarsi alle Missioni straniere. Chiamasi Pietro Battista Carbonino… Io raccomando caldamente alla bontà di Vostra Eminenza questo mio caro e buon prete colla certa fiducia che vorrà degnarsi di accogliere favorevolmente la mia preghiera… Confido che egli farà bene, e farà conoscere Gesù Cristo a non pochi. E’ questo il desiderio suo, la meta a cui aspira… Ha subito commendevolmente l’esame per ottenere la facoltà di ascoltare le Confessioni sacramentali dei fedeli: predica con unzione…fu sempre di buoni costumi e si mostrò sempre pio…"

Ed in realtà il 24 settembre di quell’anno 1888 il nostro Aspirante Missionario era ricevuto qui a Roma nel Pontificio Seminario dei Santi Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere.

Nel settembre dell’anno seguente partiva per la Cina coi due compagni Dehò e Passerini (pure Vigevanese… poi Vescovo insigne); ed il 14 gennaio 1890 arrivò nella Missione dello Shensi Meridionale.

Come, in occasione della morte del caro Missionario, dal Superiore Vicario Apostolico, fu pubblicamente annunziato al Clero ed ai Cristiani, "la vita missionaria del Padre Carbonino fu esemplarissima per tutti i Confratelli e i Fedeli. Ornato delle virtù apostoliche, emerse in modo particolare per carità, obbedienza, semplicità e pazienza. Nella evangelizzazione di quel popolo, negli uffici di Rettore del Seminario indigeno e di Vicario Generale della Missione, con grande fervore die’ sfogo al suo zelo. Colpito da un complesso di malattie gravissime e dolorosissime, che per 4 mesi sopportò colla più ammirabile rassegnazione, andò tranquillamente declinando giorno per giorno, ed alle ore 4 pomeridiane del 21 giugno, corrente anno 1925, nella Residenza Vescovile di Hanchungfu, spirava col sorriso dei Santi… La sua morte ha piombato in grave lutto la nostra Missione: ma questa certamente ha acquistato un protettore di più presso il Buon Dio",

Pace eterna a l’umile, esemplare Missionario già tanto venerato!

Sì, o carissimo Pier Battista, che per 35 anni mi fosti affezionato e fedele amico… tu che colla tua bontà sapesti farti stimare ed amare dai Sacerdoti confratelli, dai Cristiani e dagli stessi Pagani… dal Cielo, dove già io ti credo felice, mandaci grazie abbondanti di quel Dio che sempre servisti col fervore dei Preti santi, e siano grazie particolarmente di vocazioni apostoliche: vocazioni, che ci diano Missionari zelanti ed ornati di grande umiltà e di santa semplicità come tu sei sempre stato: furono queste le prerogative tue speciali: siano tali coloro che a te succederanno nella diletta nostra Missione dello Shensi!

1891

Card. BONZANO GIOVANNI (1867-1927)
Necrologio
(da Le Missioni Cattoliche, 1927, 15 dicembre, p. 372)

Il 26 novembre scorso alle ore 8,10, nella clinica ‘Quisisana’ di Roma, dove aveva subito una difficile operazione, spirava serenamente nel bacio del Signore l’Em.mo Card. Giovanno Bonzano.

Era nato a Castelletto Scazzoso, diocesi di Casale Monferrato, il 27 settembre 1867. Compì i suoi studi assai lodevolmente nel Seminario di Vigevano. Terminato il terzo anno di teologia, entrò già suddiacono nel Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere, nell’ottobre 1889. Compiuto il 4° anno di teologia nell’Università di Propaganda Fide e ordinato sacerdote il 31 maggio 1890, partiva per il Vicariato dello Shensi meridionale l’anno successivo 1891.

Nel breve periodo di tempo che rimase in missione fu sempre di edificazione per la mitezza del suo carattere e per l’ardore dello zelo apostolico. Riuscì anzi in quei pochi anni a costruire una chiesa che dedicò alla Madonna. Dopo, ammalatosi gravemente, dovette essere rimpatriato dal Vicario apostolico Mons. Passerini; e ne 1897 già trovatasi a Roma. Nel Pontificio Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, egli - pur curando la sua salute - lavorò nella redazione del Bollettino delle Missioni, sul quale si possono leggere i suoi articoli firmati ‘Padre Pin’, suo nome cinese. In quel frattempo, per quanto glielo permetteva la sua salute, si applicò di nuovo agli studi teologici e giuridici ottenendo le due lauree relative.

Nel 1899, pregato dal Vescovo di Vigevano, che lo voleva per suo Vicario Generale, col permesso dei superiori di Roma, aderì; nominato anche canonico della cattedrale, lavorò per cinque anni insegnando anche Dogmatica nel Seminario Diocesano.

Ma nel giugno del 1904 tornava a Roma ancora una volta per succedere a Mons. Canassei, poi Cardinale, quale rettore del Pontificio Collegio Urbano di Propaganda Fide. In questo ufficio che tenne per otto anni, Mons. Bonzano portò non soltanto il suo spirito di squisita pietà sacerdotale ed alta prudenza di governo, ma anche l’esperienza della vita delle missioni, così che l’opera sua fu di somma edificazione e utilità agli alunni. Tra questi egli ebbe anche il novello vescovo Giapponese Mons. Hayasaka, che ultimamente, nel suo passaggio da Milano, ricordò con vera compiacenza l’antico Rettore.

Il 31 gennaio 1912, vacando la Delegazione apostolica di Washington per la promozione alla Porpora de Cardinale Martinelli, Mons. Bonzano veniva eletto a quell’alta dignità col titolo arcivescovile di Melitene. Ricevette la consacrazione dal Cardinale Prefetto di Propaganda, E.mo Gotti, nella stessa chiesa del suo Collegio e nell’aprile successivo salpava per gli Stati Uniti.

L’opera di Mons, Bonzano a Washington fu apprezzatissima negli Stati Uniti. Esemplarmente pio, prudente, giusto, egli riscosse l’unanime ammirazione del Clero e dell’episcopato della grande Confederazione, e si trovò sempre in eccellenti rapporti anche con le civili autorità. Tutti ricordano infatti quali festose accoglienze egli abbia ricevuto allorché si recò al Congresso Eucaristico di Chicago quale Legato del Santo Padre: testimonianza solenne della grata memoria e del vivo desiderio ivi lasciato di sé.

Infine il regnante Sommo Pontefice nel Concistoro segreto del giorno 11 dicembre 1922 creava e pubblicava Monsignor Bonzano Cardinale di S.R.C. assegnandogli il titolo di San Pancrazio, che poi l’E.mo Porporato dimetteva optando – nel Concistoro del 18 dicembre 1924 – per quello di Santa Susanna.

Il Card. Giovanni Bonzano apparteneva alle Sacre Congregazioni: Concistoriale, del Concilio, dei Religiosi, di Propaganda, dei Riti, degli Affari Ecclesiastici Straordinari, dei Seminari, per la Chiesa Orientale, e alla Segnatura Apostolica.

Egli fu generosissimo benefattore della Missione dello Scensi Meridionale e del Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo.

I funerali che gli si fecero a Roma, celebrante Mons. Capettini del nostro Istituto, furono un’imponente manifestazione della stima e dell’affetto che godeva il compianto Cardinale.

Vadano alla sua famiglia le più vive condoglianze. RIP

Dopo la morte del Card. Bonzano (da L’Osservatore Romano, 30-11-1927)

Stamane martedì, nell’abitazione del Card. Bonzano, dinanzi alla sua salma rivestita degli abiti pontificali, sono state celebrate varie Sante Messe e numerosi visitatori vi si sono recati a offrire tributo di preghiere.

Alle ore 12,30 ha avuto la cerimonia detta del ‘rogito’. La salma è stata deposta nella cassa di noce imbottita all’interno di raso viola. Di poi il Maestro delle Cerimonie Pontificie Mons. Carlo Grano, che fungeva da notaio, ha dato lettura dell’atto di morte, nonché dei cenni biografici elogianti le virtù del Card. Giovanni Bonzano.

Quindi il parroco della Chiesa del Sacro Cuore, in cotta e stola, ha intonato il ‘De Profundis’ e recitato l’Oremus ‘pro defunto Cardinale’. Depostovi il tubo di piombo, legato con nastro viola e sigillato, contenente la copia dei cenni biografici letti da Mons. Grano, la cassa stessa è stata chiusa e sigillata e quindi posta in una seconda di zinco, a sua volta chiusa con stagno. Intanto, Mons. Grano invitava i presenti ad apporre le loro firme all’atto di morte da lui antecedentemente compilato, e così la mesta cerimonia aveva termine. A questa erano presenti i congiunti del defunto Porporato, gli appartenenti alla corte di questo con a capo il segretario Can. Bina, il Prefetto delle Cerimonie Pontificie Mons. Respighi, Mons. Feltrami, e varie distinte personalità del clero e del laicato. Il feretro poi è stato deposto in terra nella Sala del Trono, sotto i baldacchini, ricoperto da ricca coltre e dal ‘galero’ rosso.

Suffragi

Nel pomeriggio di oggi, alle ore 16.30, si è effettuato il trasporto della salma dalla casa alla Chiesa parrocchiale del Sacro Cuore in Via Marsala.

Alla chiesa di Santa Susanna dei Padri Polisti, titolo del defunto Card. Bonzano, avrà luogo giovedì 1° dicembre, alle ore 10.30, una Messa pontificale di Requiem in suffragio del Cardinale stesso. Mons. Joseph Schrembs, Vescovo di Cleveland, Stati Uniti, pontificherà la Messa e gli alunni del Collegio Americano del Nord presteranno servizio all’altare ed eseguiranno scelta musica liturgica.

S. Maria del Angeli (Assisi), 28 nov. Questa mattina alle ore 11 nella Basilica patriarcale di S. Maria degli Angeli, hanno avuto luogo i solenni funerali di S. Em. Il Card. Bonzano, Protettore dell’Ordine dei Frati Minori e Legato Pontificio della Basilica stessa. La Messa funebre è stata celebrata dal P. Provinciale Giuseppe Bucefali nella Cappella della Porziuncola. Ha fatto seguito l’assoluzione al maestoso tumulo costruito al centro della Basilica. E’ stata eseguita dalla Schola Cantorum la Messa in musica del Maestro P. Mauro Galletti con un mottetto pieno di tristezza del M.o Guido Maffiotti.

Il Trasporto

Ieri alle ore 16,30 la salma del Cardinale Bonzano venne trasportata dalla dimora di via Vicenza 33 alla Basilica parrocchiale del S. Cuore al Castro Pretorio. Precedeva la vettura con il Parroco Don Brossa, veniva poi il carro funebre, fiancheggiato dai Padri Minori Francescani recanti torce, e seguito dai parenti del defunto Cardinale, da amici e conoscenti, tra cui numerose personalità ecclesiastiche e laiche.

V’erano anche altri Padri Francescani, gli alunni del Pontificio Collegio Urbano di Propaganda Fide, gli alunni del Collegio Americano del Nord e numerose altre rappresentanze. Sulla porta della Basilica la salma veniva ricevuta dai Padri Salesiani con a capo il Direttore Don Colombo, che indossava il pluviale nero, e che l’asperse d’acqua benedetta. Dopo le preci d’uso, la salma del Card. Bonzano venne deposta sul tumulo al centro della Basilica.

La Messa da Requiem

Stamane poi Mercoledì 30, nella Basilica stessa hanno avuto luogo i solenni funerali. Il tempio era stato severamente parato a lutto: in fondo all’abside si ergeva un grande panneggio nero, su cui spiccava la croce in lama d’oro. Il letto funebre, costruito al centro, era ricoperto da ricca coltre e contornato dai rituali cento ceri e quattro torcieri. Ai piedi del letto era posato il galero rosso ed ai lati erano posti gli orifiammi con lo stemma del defunto Cardinale.

Dal lato dell’epistola era la tribuna per il Sacro Collegio e l’Ecc.mo Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Di contro era sistemata la cantoria. La solenne Messa da Requiem è stata pontificata dall’Ill.mo e Rev.mo Mons. Antonio Maria Capettini, Vescovo titolare d’Evaria, Ausiliare di Porto e S. Rufina, assistito dai chierici della Cappella Pontificia. Fungeva da prete assistente Mons. Mazzoni, e da ministri i Monsignori Dini, Rettore del Pontificio Collegio Urbano di Propaganda Fide e Burke, Rettore del Collegio Americano degli Stati Uniti. Servivano all’altare gli alunni del Pontificio Collegio Urbano di Propaganda Fide. L’Eminentissimo Vanutelli ha impartito l’assoluzione alla salma.

Durante la funebre cerimonia, che è stata diretta dai Maestri delle Cerimonie Pontificie Ill.mi e Rev.mi Monsignori Bonazzi e Grano, nonché dallo stesso Prefetto Il.mo e Rev.mo Mons. Respighi, la Cappella Musicale Pontificia, sotto la direzione del Maestro direttore perpetuo Rev.mo Mons. Lorenzo Perosi, ha eseguito la Messa a quattro voci del Mitterer. Dopo la cerimonia la salma è stata deposta su di un carro funebre e trasportata al Verano, ove è stata seppellita nella tomba del Collegio di Propaganda Fide.

Elogio funebre di Mons. Carlo Salotti, 4 gennaio 1928, nella Chiesa del Gesù in Roma (da Il Cardinale Giovanni Bonzano (1867-1927), a cura di Bruno Bertani, Casale, Tipografia Operaia Artigiana, 1961)

Nel 1891, egli varca le muraglie leggendarie della Cina e innalza le sue tende nei distretti di Cen-ku-shien (Chenggu-xian). Esercita giorno e notte il suo ministero e, non risparmiando le sue forze, spiega uno zelo instancabile per la redenzione dei cinesi. Promuove il culto nelle cappelle cristiane, e provvede al loro decente arredamento; edifica una chiesa a Van-cia-pu, dedicandola a Maria Immacolata; dirige un collegio per ragazzi nella residenza della città, preparando in essi i preti indigeni del domani. Sono sei anni di attività missionaria, accompagnati da sofferenze e da sacrifici innumerevoli, che gli angeli del Signore hanno scritto nel libro della vita, le cui pagine, il tempo che tutto distrugge non può annientare. Egli per il suo carattere, per la sua bontà, per il suo disinteresse, era amato e venerato da quelle popolazioni che lo ricordano ancora con viva riconoscenza. Il suo nome risuona benedetto tra quelle lande. A trent’anni di età, quando lo spirito è nelle migliori condizioni per realizzare un ideale di bene, le energie fisiche del missionario Bonzano si vanno indebolendo. I primi germi del male si insinuano nel suo già fiorente organismo… Il male è più forte della volontà. Così nel 1897, con lo schianto nel cuore, con l’angoscia di chi vede troncato tutto un magnifico piano di azione, ritorna sulle vie della patria…"

P. ZANON ATTILIO (1866-1899)
Il P. Attilio Zanon
(dal Periodico Mensile delle Missioni estere, 1900, 1, pp. 2-3)

A soli 34 anni, non ancor compiuti, quando l’energia del suo zelo indefesso sognava nuovi e sempre nuovi allori nel campo dell’apostolato e sempre più larga messe di anime da convertire alla fede, quasi improvvisamente, nello Shen-si meridionale, sul campo del lavoro e della gloria modesta, ma pura, delle Missioni, moriva il P. Attilio Zanon. Egli lascia dietro a sé largo rimpianto tra tutti quelli che le sue rare doti di mente e di cuore avevano avuto agio di apprezzare, e, fra quei molti più che dell’apostolico suo zelo avevano provato i benefici effetti, o perché da Lui tolti dalle tenebre della idolatria, o perché da Lui guidati nel sentiero della virtù e della salute eterna.

Era nato il 6 gennaio 1866 in Rabbi, nel Tirolo italiano, da Carlo e da Maria della valle, e dedicatosi agli studi sacri, giovane ancora lasciò quanto di più caro ha il cuor dell’uomo, la famiglia e la patria, e si dedicò alle Missioni, rinchiudendosi nel nostro Pontificio Seminario delle Missioni Estere, donde il 3 maggio salpava da Marsiglia sul Caleidonien, per andare a portar la Buona Novella nelle lontane regioni della Cina.

Che dobbiamo dire di Lui? Tutto è grande nella vita del Missionario cattolico: non è l’umano, per quanto nobile desiderio di gloria, di onori e di ricchezze, ma il solo zelo ardente delle anime che spinge il giovane Missionario in lontane ed inospitali regioni a predicare la fede di Cristo e portare con essa la civiltà. Oscuri eroi, pionieri non celebrati, non glorificati, non incensati, essi vivono e muoiono senza far parlare di sé, e tuttavia l’umanità ad essi deve se milioni di selvaggi si riuniscono al civile consorzio, portando in esso energie giovani e vergini; se milioni di cannibali si tramutano in docili agnelli; se lande sterminate coperte di sabbie e di foreste, voci di serpenti e di bestie feroci, si convertono in campi ubertosi, seminati da frequenti fattorie e borgate, ove regna la pace e colla pace la felicità.

Anche il nostro P. Zanon è morto ignorato fra i lontani monti dello Shen-si, di lui non canteranno gli storici mondani i santi entusiasmi ed il fecondo eroismo, ma il suo nome è già scritto nel libro d’oro dell’umanità, ed il giusto Iddio già gli ha dato la corona e la gloria dell’apostolo.

Pace e gloria all’anima eletta e pace e conforto alla desolata famiglia che di parentali amorose cure non poté confortare l’ultime ore dell’amato estinto, né di pietosi uffici onorare la salma benedetta.

1894

P. VICARIO DESIDERIO (1869-1933)
Necrologio
(da Il Vincolo n. 12, giugno 1933, p. 32)

Il 25 marzo 1933 moriva ad Hanchung (Cina) P. Desiderio Vicario. Età 64, Istituto 45, Hanchung 39.

Il P. Vicario era nato a Borgomanero (Novara) il 20 gennaio 1869. Entrato nel Pontificio Seminario dei SS. Pietro e Paolo di Roma nel 1888, venne ordinato sacerdote nel dicembre 1892 e partì per la missione dello Shensi il 19 febbraio 1894. Dopo essersi addestrato nella lingua si diede all’opera dell’apostolato e non vi fu, si può dire, cristianità di quella vasta missione che egli non abbia visitato. Fu insegnante per una diecina di anni nel Seminario e, nel 1903, era stato l’anima di un Collegio scientifico fondato da Mons. Passerini nella città di Hanchung, ma poi tosto soppresso perchè fatto segno alle invidiose ostilità dei piccoli letterati del paese. Dal 1925 al 1928 resse pure il Vicariato in qualità di Amministratore Apostolico In lui allo zelo dell’apostolato si accoppiava l’amore per le scienze e specialmente per quelle naturali per le quali aveva un’inclinazione tutta particolare.

A lui si deve una bella Carta del Vicariato, frutto di lunghi anni di studi, ed un’altra del corso del fiume Han da Hsingan a Hankow, tracciata durante un fortunoso viaggio durato quasi due anni, dall’ottobre 1929 al giugno 1931. Furono appunto le sofferenze di questo disastroso viaggio quelle che fiaccarono notevolmente la sua fibra e prepararono la via all’avanzarsi di quella malattia che doveva ben presto condurlo alla morte. Le sue condizioni si aggravarono verso la fine del gennaio scorso.

Passò nell’infermità santamente sopportata tutto il febbraio e parte del mese di marzo. Ricevuti pienamente gli ultimi Sacramenti spirò nelle prime ore del 25, festa della SS.Annunziata.

Notevole questo passo del suo Necrologio scritto da Mons.Balconi: "Un Missionario che per trentanove anni continui non ha mai abbandonato né pensò ad abbandonare il campo di lavoro, che muore poverissimo e che occupò tutto il suo tempo libero a serii studii, ha pieno diritto alla nostra ammirazione e alla nostra lode e può giustamente essere proposto come modello ed esempio ai superstiti".

1898

P. SCOPEL GIOVANNI (1872-1904)
Annuncio
(dal Periodico delle Missioni estere, 1904, 5, p. 65)

Il 1° Agosto, mentre recatosi a Han-kow per farsi curare da un medico europeo, moriva sul fiume Han il P. Giovanni Scopel di Seren (Belluno). E’ un nuovo soldato glorioso della Chiesa di Cristo, che cade sulla breccia, è un nuovo martire che dà la sua vita per la redenzione e la civilizzazione dei barbari.

Animo mite, di indole dolce, fu sempre amato da tutti e non aveva altro ideale che la gloria di Dio e la salute delle anime. Lo piangono sinceramente quanti lo hanno conosciuto ed hanno potuto apprezzare le ottime sue qualità di mente e di cuore,

Ci riserviamo di parlare di Lui nel prossimo numero nel quale pubblicheremo pur e il suo ritratto. Intanto lo raccomandiamo vivamente alle preghiere delle anime buone.

Il Rev. P. Giovanni Scopel, Missionario apostolico nello Scen-si Meridio- nale in Cina (dal Periodico delle Missioni estere, 1904, 6, pp. 87-89

Il Rev. Padre Giovanni Scopel nacque in Seren, diocesi di Feltre, il dì 11 di Giugno 1872 da Giuseppe Scopel e Giovanni Rech, pii ed onesti genitori, i quali col latte della prima educazione seppero infondere nell’animo del fanciullo i sentimenti sublimi della più solida e ingenua pietà. Giovinetto, sentitosi chiamare da Dio al sacerdozio, rispose alla voce della grazia, ed i genitori secondata la sua vocazione, entrò nel patrio seminario di Feltre per intraprendere gli studi ecclesiastici. Ma giunto all’età di vent’anni, dovette sospenderli chiamato al servizio delle armi.

A Nessuno è ignoto quanti pericoli vi siano per la incauta gioventù nella carriera militare, ma in mezzo ai medesimi egli seppe sì bene munirsi dell’orazione e, nei giorni più liberi, coll’aiuto dei sacramenti, che poté conservare integra la sua illibatezza. La modestia, l’esemplare sua condotta, la diligenza e l’esattezza nell’adempiere ai suoi doveri militari, poterono ben presto cattivargli la stima e l’amore dei sui superiori. Nei suoi tre anni di servizio militare, mai ebbe a scontare nemmeno il più lieve castigo.

Ritornato a case, volle seguitare i suoi studi ecclesiastici, e rientrò nel patrio Seminario. Ma quivi segretamente Iddio lo chiamava al Ministero dell’Apostolato nelle Missioni Estere, per cui nel 1896 entrava nel Seminario consacrato a questo fine. Quivi terminati gli studi teologici, nel 1898 venne ordinato Sacerdote e nel Settembre dello stesso anno salpava da Marsiglia per lo Scen-si Meridionale.

Nei sei anni dell’Apostolato in quella Missione molti furono ed abbondanti i frutti delle sue fatiche apostoliche. Ma mentre di lui si nutrivano le più liete speranze, una malattia fatale lentamente lo conduceva al sepolcro. Si era messo in viaggio per Han-kow, onde trovare nell’arte medica la sua salute; invece Iddio, che lo vedeva già colmo di meriti più che di anni, lo chiamava a sé il giorno 1° di Agosto 1904, lasciando largo rimpianto in tutti, nei suoi superiori, nei suoi confratelli, ed in quanti lo conobbero. Pace all’anima sua benedetta!

Mons. MORTARA GIULIO (1875-1925) Età 50 – Istituto 30 – Hanchung 10.
Necrologio
(da Il Missionario Cattolico, 1925, n. 5, pp. 76-77)

Il 12 maggio 1925, a Refrancore, Asti, moriva Mons, Giulio Mortara,

Nato nel 1875 a Castello Scossoso, Vigevano, entrò nell’Istituto a Roma nel 1895. Fu ordinato presbitero e partì per la Cina, Hanchung, nel 1898.

Il Rev.mo Mgr. Giulio Mortara non è più! Un telegramma da Refrancore sua patria, dove si era recato per rimettersi in salute, ci dava nel mattino del 12 corrente mese il triste annuncio della sua more avvenuta nella notte antecedente.

Ingegno elettissimo; carattere gioviale e sommamente piacevole nelle conversazioni, che, colla sua facile parola e svariata erudizione, rendeva vive e interessanti; cuore buono, sincero; anima ardente, pia e zelante… egli aveva le belle qualità, che, colla stima, attirano l’affetto altrui; e possedeva l’abilità di fare del bene.

Nato nel 1875, l’anno 1866 entrò nel Seminario vescovile di Vigevano, dove regolarmente compì i corsi di ginnasio e filosofia ed il primo anno di teologia, "riportandone, come scrisse già il Retttore di quel Seminario, sempre distinta promozione, degna il più delle volte di premio e di lode, e tenendovi sempre ottima condotta, soggezione ai Superiori, pietà distinta e osservanza delle regole".

Ma il suo spirito, facile all’entusiasmo del bello e del grande, aspirava ad un campo di lavoro movimentato e largo più che non fosse una cura d’anime nella propria Diocesi; e nell’agosto del 1895, seguendo l’esempio di altri Vigevanesi che l’avevano preceduto, entrò nel Pontificio Seminario delle Missioni Estere di Roma. Qui frequentò le Scuole di Propaganda Fide e fu discepolo carissimo specialmente all’illustre Professore Padre Lepicier ora Arcivescovo Visitatore Apostolico in India, il quale di lui aveva una stima grande per la sua bella intelligenza. Poi, ordinato Sacerdote il 4 giguno 1898, partiva per la Cina nel settembre seguente, avendo per compagno l’amico e condiscepolo Don Giovanni Scopel della Diocesi di Feltre, pur egli già morto.

Nella Missione dello Shensi Merdionale, il Padre Mortara esplicò tutta la sua straordinaria attività: e frutto di questa furono specialmente una elegante e vasta residenza con scuole nella città di Sisiang, dove fra densa popolazione pagana suscitò un confortante movimento di conversioni; ed una grande e bella chiesa nella Cristianità di Siciain, che dedicò alla Madonna; e, con arti industriose che gli suggeriva il suo fervido genio, in circostanze anche difficili, strane e quasi romantiche, strappò anime dalle mani del demonio, si cattivò l’amicizia dei Maggiorenti Maomettani e dei Magistrati pagani, tutto coordinando alla gloria di Dio e della Religione; fu indefesso nel correre da un luogo all’altro per salvare i poveri idolatri e per difendere i neofiti da ingiusti soprusi; e, contuttociò, prima che egli si stancasse, stancavansi i cavalli che lo portavano… Ma un brutto giorno una mula gli sferrò un tremendo calcio allo costole del fianco sinistro, e due ne restarono rotte. Questo causò il suo ritorno dalla Cina: e giunse in Italia nell’aprile del 1908.

In Roma dai Professori del Policlinico, che lo visitarono facendone la radioscopia, fu giudicato non più adatto per gli strapazzi missionari; e l’attuale Cardinal Giovanni Bonzano, che allora era Rettore del Pontificio Collegio Urbano di Propaganda d’accordo con l’E.mo Gotti Presidente del nostro Seminario e Prefetto della Sacra Congregazione di Propaganda, lo chiamò a coadiuvarlo in qualità di Vice-rettore. Rimase circa 5 anni in quel posto col Rev.mo Mgr. Bonzano, il quale stimava assai l’intelligente opera di lui sempre ottimo esecutore degli ordine dei Superiori: e frattanto in pochi mesi con somma lode si dottorò in filosofia, teologia e diritto canonico; dopo la partenza del Rev.mo Rettore mgr. Bonzano, eletto Delegato apostolico agli stati Uniti, restò altri 5 anni col successore Mgr. Cattaneo, facendo intanto anche la Pratica della Sacra Rota, finché dal Sommo Pontefice Benedetto XV fu nominato nel 1917 Canonico Beneficiato della Arcibasilica di S. Pietro.

Là pure, quel Rev.mo Capitolo gli affidò ufficio delicato in Computisteria per l’amministrazione dei beni dell’Arcibasilica; ufficio che egli adempiva ancora con saggezza e competenza, e con grande soddisfazione del Capitolo stesso; e fu poi creato Cameriere segreto di Sua Santità: ma nel passato autunno lo colpì una forte palpitazione di cuore. Si riebbe dopo qualche mese; però non fu più l’instancabile lavoratore di prima: anzi venne il momento in cui il male rincrudì; ed egli andò in famiglia, sperandone la guarigione: invece, ecco che la morte, quasi inaspettatamente, lo tolse dai suoi, agli amici ed al Seminario delle Missioni!

O caro Don Giulio, noi piangiamo la tua scomparsa… e preghiamo per te: ma tu, che tanto affetto ci portavi, ricordati di noi presso il Buon Dio; e ci ottieni che, compagni come fummo, nelle fatiche delle Missioni, riuniti ancora ci troviamo un giorno, con tutti i tuoi cari ed amici, in Paradiso, terra di riposo e di pace, dove il Signore Santo e Giusto dà sempre il premio ai Servi suoi.

1901

P. RIVELLI PAOLO (1871-1902)
(dal Periodico Mensile delle Missioni Estere, 1902, 3, pp. 34-35 (39-43,46-48)

Il P. Rivelli nacque in Mortasa Lomellina (diocesi di Vigevano) il 23 febbraio 1871. Entrò nel Seminario Romano dei SS. Pietro e Paolo per le Missioni Estere nel 1891, e fu ordinato sacerdote l’8 giugno 1895, partendo subito per la Bassa California. Nel 1900 dovette ritornare in patria, dove non trovò più la madre e chiuse gli occhi al padre. Fu assegnato poi alla Missione dello Scen-si Meridionale con P. Antonio Maria Capettini dove giunse il 31 dicembre 1901. Ma il 19 gennaio seguente cominciò a sentire forti dolori di capo e violentissima febbre che lo portarono alla morte il 21 gennaio 1902.

"Il P. Rivelli dedicò alle Missioni la sua fiorente gioventù, poiché appena sacerdote fu mandato nelle sterili lande della Bassa California, in mezzo a popolazioni difficili, le quali, cattoliche di nome, di fatto però non avevano credenza alcuna. Ivi lavorò indefessamente per cinque anni; e credette di aver raggiunto il colmo delle sue aspirazioni allorché, ritornato per breve tempo in Italia, fu destinato alla Missione dello Shen-si Meridionale. La Cina era stata il sogno dorato della sua gioventù, e fu con vero trasporto che il 31 Dicembre dello scorso anno baciò il suolo dove egli si prefiggeva di effondere tutto quanto il suo zelo per acquistare anime a Dio. Ma meno fortunato di P. Tanganelli, aveva appena posto piede nello Scen-si, che una fiera malattia lo colse ed in pochi giorni lo trasse alla tomba.

Pochi anni della sua vita egli poté dedicare alle Missioni, ma Iddio che legge nei cuori ed aggredisce anche il fiore del desiderio, gli ha dato certamente il premio che aspetta quelli che tutta la vita hanno a Lui dedicato e consacrato".

1902

P. PEROTTI RUGGERO (1876-1924)
Morte del nostro Missionario Ruggero Perotti (Sac. Domenico Callerio, da Il Missionario Cattolico, 1924, 11, pp. 163-164)

Una laconica lettera di S.E. Mgr. Antonio M. Capettini, Vicario Apostolico dello Shensi Meridionale in Cina con data del 6 settembre u.s., e pervenutaci pochi giorni or sono, così diceva:

"La morte è venuta a visitarci di nuovo. Questa mattina alle ore 3 antimeridiane è spirato quietamente nel bacio del Signore il povero Padre Perotti dopo lunghe settimane di dolorosa malattia.

"Un tumore maligno lo condusse alla tomba. In seguito a vari mesi di cura avuta nell’ospedale di Lao-ho-kou dal sig. Castelli, egregio medico italiano dell’ospedale stesso, questi, fatta l’operazione, lo dichiarò inguaribile; ed egli volle ritornare allo Shensi per venire a morire a Kulupà.

"La sua morte, avvenuta qui a Kulupà proprio al termine dei Santi Spirituali esercizi di noi Missionari, ha prodotto in tutti una profonda impressione: e, se lunga e penosa è stata la malattia, che ce lo ha rapito, certo sarà molto bella la sua corona in Paradiso.

"Lunedì 8 settembre, anniversario della mia Consacrazione episcopale, faremo il solenne funerale, ed il giorno dopo celebreremo il solenne Ufficio anniversario del mio caro Predecessore Mgr. Passerini di s.m. Così, quasi contemporaneamente saliranno al Trono di Dio i nostri suffragi per le anime apostoliche dei due benemeriti cittadini di Dorno e voglia il Signore suscitare in quel grosso borgo tanto pio altri Missionari, che ne continuino in Cina le opere di zelo e di carità!"

Il Padre Ruggero Perotti nacque a Dorno-Lomellina, provincia di Pavia, il 2 settembre 1876; e, giovinetto ancora, entrò nel Seminario diocesano di Vigevano. Là, compiuti con lodevole risultato tutti i suoi studi, sentendosi chiamato all’Apostolato nelle terre degli infedeli, chiese di essere ammesso al Pontificio Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni estere, di Roma dove fu ricevuto il 31 agosto 1902; ed ordinato Sacerdote il 12 ottobre del medesimo anno, celebrò la sua prima Messa nella chiesa della nostra villa di Monopoli in Sabina.

Era allora, da alcuni mesi, per interessi della Missione nostra, ritornato dalla Cina S.E. Mgr. Pio Giuseppe Passerini, pure di Dorno, nostro Vicario Apostolico nello Shensi Meridionale; e, come l’entrata del Rev. Perotti nel nostro seminario era avvenuta per l’esempio e per l’opera del compianto Vescovo Missionario, così questi nel ripartire per la Cina portò con sé il giovane Sacerdote suo concittadino.

La partenza da Roma avveniva il 29 ottobre di quell’anno stesso 1902; e là giunto, il Padre Ruggero Perotti vi rimase fino alla morte; e sempre lavorò con zelo, sia nella cura dei vecchi cristiani, come nell’evangelizzazio-

ne tra i pagani, quando appunto lo colpì il grave male, che troncò la sua vita in età ancora buona. Ogni cura fu inutile: ed il Signore lo chiamò a sé la mattina del 6 settembre del corrente anno.

Pace e conforto alla desolata famiglia, che di speciali amorose cure non poté in tanta lontananza circondare nelle ultime ore l’amato estinto, né di pietosi uffici venerarne la salma! Il Rev.mo Prelato Mgr. Capettini, i Confratelli Missionari, radunati per gli esercizi Spirituali a Culupà, e le Suore Canossiane hanno supplito del loro meglio a ciò che avrebbero fatto i congiunti.

E tu, buon Operaio Evangelico, riposa del riposo dei Giusti con Dio, nella terra cinese, che per più di vent’anni fu campo del tuo lavoro! E gloria eterna abbia l’anima tua eletta!

P. BACIGALUPO UMBERTO (1870-1925)
Una Nuova Tomba
(Sac. Domenico Callerio, da Il Missionario Cattolico, XVIII, 1925, 2, p. 26)

Anche il P. Umberto Bacigalupo fu dal Signore chiamato a Sé! E, dopo quella di P. Ruggero Perotti morto recentemente in Cina, questa è una nuova tomba che si apre nel breve giro di pochi mesi per i Missionari del nostro Istituto. Una lettera dall’America ce ne dava la triste notizia or sono pochi giorni, notizia per noi fulminea come quasi fulmine fu la morte di lui causata da polmonite galoppante.

Nato nel 1870 il Padre Umberto Bacigalupo era originario della Diocesi di Tortona, dove aveva compiuto i suoi studi ed era stato ordinato sacerdote ed occupato nel Sacro Ministero. Però l’anno 1902 entrò in questo Seminario romano delle Missioni Estere; e con Mons. Pio Giuseppe Passerini, che dalla Cina era ritornato in Italia, insieme col suddetto P. Perotti e due altri Compagni, partì per la lontana Missione dello Shensi Meridionale.

Era buono, generoso e zelante; e con tali qualità avrebbe potuto far molto bene in mezzo ai cinesi: ma, ammalatosi, ben presto dovette rimpatriare, e sulla fine del 1905 arrivò a Roma. Poi, sentendosi ristabilito in salute, nel 1907 ripartì per andare nella Bassa California del Messico, che dopo pochi anni dovette pure abbandonare per ritirarsi a Paterson negli Stati Uniti come regione per lui più confacente.

E’ da là che ci venne la notizia inaspettata della sua morte. Questa è causa di lutto per noi: ma sarà stato il principio di felicità per il caro defunto, che, nelle sofferenze di una salute malferma, ben poco ha goduto in questo misero mondo.

Pace sia quindi all’anima benedetta dell’amico buono e fedele!

1903

P. NANI LEONE (1880-1935)

P. Leone Nani nacque ad Albino, Bergamo, il 19-8-1880, entrò nel seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere di Roma il 20-9-1898, proveniente dal seminario diocesano di Bergamo. Fece il Giuramento l’8-12-1900 e fur ordinato sacerdote il 6-6-1903. Partì per Hanchung, con P. Pietro Checchi il 20-9-1903 da Marsiglia, arrivandovi il 22-1-1904.

Dopo un anno di studio del cinese a Gulupa, fu assegnato al distretto di Yangxian, dove costruì la chiesa di Erlanba. Oltre all’apostolato, faceva buon uso della sua capacità di fotografo per registrare in immagini la vita e i lavori della gente, come anche le attività missionarie e gli avvenimenti solenni della Chiesa, in particolare la benedizione della Cattedrale di Hanzhong (nel 1913), dove era stato chiamato nei mesi difficili della rivoluzione repubblicana. Ritornò in Italia nel 1914 a causa di malattia.

Che cosa ha provato nel lasciare la Cina? Un elogio funebre dice: "Partiva per la lontana Cina, dove rimase per una decina d'anni presso quelle popolazioni, delle quali assimilò subito la lingua e i costumi, per diffondere in esse la parola evangelica, rendendosi altamente benemerito per i suoi studi geodetici, più volte comparsi anche su riviste e giornali italiani, servendosi talvolta di istrumenti rudimentali autocostruiti, pur di portare, assieme alla luce di Cristo, anche la fiaccola della civiltà, tra quelle popolazioni che - affezzionatesi ormai - lo ritenevano loro, e dove sarebbe rimasto se non fosse sopraggiunta una malattia per la quale, suo malgrado, dovette ritornarsene in patria" (da "S. Antonio di Padova e la famiglia", Bollettino mensile dei PP. Minimi di Rimini, giugno 1935).

Una volta ritornato in patria, rimase ad Albino qualche mese, fino cioè alla fine di marzo del 1915 e poi fu nominato cappellano di un ospedale militare dal 1915 al 1917. Chiesta l'incardinazione nella diocesi di Bergamo, lasciò il Seminario romano dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, pur mantenendo sempre legami di cooperazione e fu assegnato alla parrocchia di Albino dove lavorò dal 1 ott. 1917 al 1921. Dal 1922 alla morte fu responsabile invece della cappella della SS.Trinità nella parrocchia di Fiobbio.

Dal 1918, nei suoi impegni parrocchiali, tra cui ci furono anche abbellimenti e decorazioni strutturali alla chiesa, illuminazioni speciali e proiezioni di pellicole, ecc., inserì pure l'insegnamento di italiano e di scienze naturali presso l'Istituto missionario S. Cuore dei Dehoniani nella stessa Albino, divenendone un grande amico. Continuò anche la sua professione di fotografo, cercando anche di sfruttare il materiale che aveva raccolto in Cina per la pubblicazione di alcune serie di cartoline.

"Mantenne anche buoni rapporti di amicizia con i Padri Capuccini e il loro Collegio Serafico. Continuò pure l'amicizia con Mons.Gambarelli, con cui, secondo la testimonianza di un loro compaesano un giorno sparì "perché volevano fondare una comunità monastica contemplativa". Oltre all'insegnamento nel Seminario dei Dehoniani, li aiutò anche ad installare una piccola centrale elettrica nel loro Istituto ad Albino e, secondo P.Samuele Testa che lo conobbe personalmente, fu appunto questo il motivo per cui si era recato a Milano, dove era stato anche alla sede del Pime, l'8 maggio 1935. Fu colto da improvviso malore, appunto, questo giorno, alla stazione di Lambrate, mentre ritornava ad Albino. L'assistenza offertagli sul luogo servì a poco ed egli spirò nella stessa stazione. In serata P.Rivoltella, dehoniano, insieme al fratello e al nipote del defunto, si recarono a Milano a vedere la salma e ritornarono ad Albino il giorno seguente. Il 10 maggio, la salma di P.Nani fu trasportata ad Albino, accompagnata dai fratelli D. Attilio, parroco di Somendenna e Giuseppe, dove fu deposta in una stanza del Santuario del Pianto. L'll maggio, che era un sabato, si tenne un solenne funerale, con la Messa di suffragio celebrata dal Prevosto di Albino e con l'elogio funebre tenuto al cimitero prima della tumulazione da P.Pessarossi, dehoniano". (Eco di Bergamo, 12.5.1935).

Nei suoi impegni di missionario, P. Nani fu un buon osservatore di usi e costumi, di paesaggi, delle ricchezze naturali dei luoghi e della vita della gente che incontrava nei piccoli villaggi. Data la sua arte di fotografo ne divenne un testimone ed un fotografo eccezione di queste realtà locali.

Della sua vasta collezione di fotografie da lui personalmente curate come produzione, sviluppo e stampa, negli archivi del Centro di Milano è conservata una parte dei negativi su vetro. Sulla qualità del materiale fotografico di P. Nani è unanime un giudizio di eccezionalità, tenendo conto dei mezzi a sua disposizione in circostanze difficili della Cina del suo tempo.

Sono state raccolte nelle seguenti collezioni più importanti: La Cina nelle lastre di Leone Nani, 1904-1914 (Brescia, Grafo, 1994.1999, in italiano e inglese), La Cina perduta, Le Fotografie di Leone Nani (Milano, Skira, 2003, in italiano e inglese), La Cina del primissimo Novecento nelle fotografie di P. Leone Nani (Museu de Arte de Macau, 2001, in cinese, portoghese, italiano e inglese).

1906

P. MAZZOLI RODOLFO (1883-1933)
Necrologio
(da Il Vincolo n. 13, novembre 1933, p. 51)

Il 23 maggio 1933 moriva ad Hanchung P. Rodolfo Mazzoli, anni 50, Istituto 33, Hanchung 27.

Era nato a Veroli (Frosinone) il 27 settembre 1883, entrato nel Pontificio Seminario dei SS. Pietro e Paolo nel 1900 e partito per la missione dello Shensi Meridionale nel 1906. Dopo 6 anni di fruttuoso ministero rimpatriò per curarsi di una malattia nel 1912. Sopravvenuta la guerra fu richiamato sotto le armi in qualità di Tenente Cappellano e mandato in Siberia. Terminata la guerra ritornò in Missione dove prestò l’opera sua preziosa in vari Distretti e nella grande Residenza di Kulupa (Guluba) dove attese pure all’insegnamento in Seminario. Arrivò così il terribile 1930. Il 12 ottobre di quell’anno una banda di circa 1000 briganti di notte assalì ed occupò improvvisamente Kulupa facendo prigionieri alcuni Padri, le Suore e molti Cristiani. Fra i prigionieri vi fu pure il nostro Padre, che poi, rilasciati gli altri, restò col P.Filia nelle mani di quelle belve. La dura prigionia si protrasse per lo spazio di tre lunghi mesi ed è quasi impossibile poter ridire a quali sofferenze fisiche e morali, il povero Padre sia stato sottoposto.

Intervenuto finalmente il riscatto, il caro Padre potè essere restituito al suo Vescovo ed ai Confratelli, che ansiosamente lo attendevano, il 15 gennaio 1931. Ma in quale stato! "Credevamo sognare, scrive il suo Vescovo, si reggeva a stento, malconcio nelle vesti, emaciato e distrutto dalla dissenteria". Rimessosi alquanto colle cure e pure con il riposo di alcuni mesi, domandò tosto di poter riprendere il suo lavoro e ritornò ad insegnare in Seminario.

Ma i patimenti sofferti avevano fiaccata ormai la sua fibra. Ai primi di Marzo di quest’anno fu preso da un malessere che si rivelò ben tosto assai grave. Ogni cura riuscì inutile ed il 23 di detto mese spirava santamente, circondato dal suo Vescovo e da una buona parte dei suoi Confratelli, che erano venuti un’ultima volta a vedere il caro Padre che tanto li aveva edificati colla sua rassegnazione e pietà.

1919

P. DE ROCCO DOMENICO (1889-1958)
Necrologio (da Il Vincolo n. 67, maggio 1958, p. 35)

P. Domenico De Rocco di Giovanni Battista e Angela Deola, nato a Forno di Canale (Belluno) l’1-2-1889; entrato nell’Istituto a Roma nel 1909; ordinato sacerdote il 25-7-1914; partito per Han-chung il 15-11-1919; tornato nel 1947; morto a Rancio il 5-4-1958.

Figlio delle Dolomiti accoppiò nell’animo le virtù della sua terra: gentilezza e delicatezza d’animo, prudenza congiunta a cavalleresco ardimento; il tutto nobilitato dalla grazia. Proveniente dal Seminario di Feltre, dalla seconda liceale continuò gli studi a Roma ove si laureò. L’imminenza della guerra gli impedì la partenza. Fu cappellano degli Alpini per tutta la guerra, meritandosi una medaglia al valore e diversi croci di guerra.

Nel 1919 poté raggiungere Han-chung. Durante certe incursioni dei briganti dovette quasi rimpiangere il fronte, ma non ne era il tipo. Dal 1926 fu procuratore. Con cuore grande e letizia accettò la fusione dei due Istituti di Roma e Milano nel P.I.M.E. Nel 1935 succedeva a P. Ghislanzoni nella carica di Pro-Vicario. Eletto rappresentante al Consiglio del "47" rivide la patria e le sue montagne. Fu rettore dell’anno di formazione, poi della casa di Monza. Scemando le forze ed aumentando gli acciacchi fu prima al Rosetum di Besozzo e poi a Rancio a riposo.

Sorella morte lo chiamò improvvisa al Sabato Santo; ricevuti i Sacramenti spirava. Ai funerali officiava S.E. Mons. Maggi ed era presente il Superiore Generale dei Somaschi, suo fratello. Quattro alpini ne portarono la bara. Riposa alla Grugana.

1922

P. CROSETTI LORENZO (1896-1927)
Necrologio
(P. D. De Rocco, Le Missioni Cattoliche, 1927, pp. 221-223)

Mentre i nostri cuori s’erano rallegrati per l’arrivo di nuovi Missionari, che dopo ben sei mesi di viaggio erano finalmente tra noi, ecco che il Signore volle visitarci con una grave croce: la perdita del miglior nostro Confratello: il buon P. Crosetti. Da soli quattro anni trovatasi in Missione: e quando, padrone della lingua e pratico del campo, si dava con tutta l’energia al lavoro, il Signore lo chiamò a sé. Fiat!

La giovinezza

Nato a Pianfei (Mondovì) il 27 maggio 1896, entrò nel nostro seminario dei SS. Pietro e Paolo di Roma il 28 ottobre 1914. si rivelò subito d’un carattere mite, serio, obbediente ed esattissimo nell’adempimento del suo dovere: vero modello di futuro Ministro e Apostolo di Cristo. Con suo gran dolore dovette interrompere gli studi causa la guerra, a cui partecipò in arma di fanteria prima come soldato e poi come ufficiale. Gravi furono i pericoli a cui fu esposto sul S. Marco di Gorizia, ove fu pure ferito, e nella ritirata di Caporetto. Ma sul campo di battaglia sia del nostro fronte che dell’Anatolia il suo cuore non sospirava che il Seminario e la sua Missione. Le frequenti lettere dirette ai Superiori ed ai compagni rivelano che la sua vocazione invece che indebolirsi alle dure prove, diventava sempre più forte e sicura.

A guerra finita ripigliò con entusiasmo i suoi studi, ed alla Laurea di Filosofia, aggiunse pure una splendida laurea di Teologia ed il 10 agosto 1922 nella nostra casa della Montagna Spaccata di Gaeta ricevette l’ordinazione sacerdotale insieme col P. Alberello, suo compagno di studi e poi di viaggio alla Missione di Hanchungfu.

2. In Missione

Arrivato in Missione l’11 Aprile 1923, dopo qualche mese di studio della lingua nella residenza di Hanchungfu, gli furono assegnate da Mons. Vescovo le missioni della pianura di Hanchungfu. Ivi mentre si esercitava nella lingua cinese, col massimo zelo incominciò il lavoro della sua vita apostolica, manifestandosi affabile e nello stesso tempo energetico coi cristiani, ai quali inculcò la massima frequenza dei Sacramenti, ed amò soprattutto i giovani, che voleva assidui alle scuole. Tutte quelle missioni, a cui egli diede le primizie del suo apostolato, lo ricordano con vero entusiasmo.

Dopo due anni fu trasferito alle missioni delle sottoprefetture di Mien-hsien e Pao-tchen, distretto vasto e difficile, perché abitato in gran parte di nuovi cristiani, e faticoso per le alte montagne da percorrere. Aggiungasi che in questi due anni quelle missioni fra i monti erano tutte infestate dai briganti, sicché egli più volte nelle sue peregrinazioni apostoliche corse serio pericolo di cadere nelle loro mani: il Signore però ne lo scampò sempre miracolosamente.

Con un distretto sì vasto e difficile non c’era affare che trascurasse, non c’era cristianità ove non arrivasse la sua attività sempre prudente e dotata di grande senso pratico. Per cui vecchi cristiani, neofiti, catecumeni lo stimavano ed amavano come un padre ed ascoltavano volentieri i suoi preziosi insegnamenti. Insomma era la più bella speranza del nostro Vicariato. Chi sarebbesi immaginato di vederlo scomparire così presto?

3. La malattia

Pochi giorni prima di ammalarsi era venuto a Hanchungfu e ripartendo era in ottimo stato di salute: tanto che il giorno 2 Aprile, in cui vennero a dirmi ch’egli voleva i SS. Sacramenti, rimasi sbalordito e non volevo credere. Però mi consolai nel sentire che i due medici (i più buoni del luogo) assicuravano non esservi pel momento alcun pericolo.

Non potendo allora allontanarmi da Hanchungfu, pregai P. Perrito d’andar ad assisterlo: infatti dopo pochi momenti egli partiva a cavallo alla volta di Sin-Keizi ove trovatasi il caro infermo.

Nella notte ricevetti notizie da P. Perrito in cui mi diceva che non eravi gravità, che però l’infermo desiderava vedermi. Il giorno 3 mattina partii io pure a cavallo ed arrivato lo trovai in piena lucidezza di mente. Contento di vedermi, mi diede disposizione delle sue cose come fosse certo della sua dipartita, alla quale era pienamente rassegnato, Perciò prima del mio arrivo avea voluto che P. Perrito gli amministrasse i SS. Sacramenti, il che si fece con grande edificazione di quei buoni neofiti. Infine volle vicini gli alunni delle scuole coi maestri e catechisti e, radunando le ultime sue forze, fece alcune raccomandazioni e volle da tutti la promessa che sarebbero stati fedeli alle regole della Chiesa: e dopo che essi, piangendo, ebbero risposto assicurandolo, l’infermo, commosso, benedisse le sue pecorelle e poi cadde spossato sul guanciale.

4. La repentina morte

I medici continuavano a dire che la polmonite era grave sì. Ma non v’era pericolo, ma l’infermo ribatteva che il Signore lo chiamava; ed ogni tanto si faceva leggere qualche brano dell’Apparecchio alla buona morte di S. Alfonso. Verso le 21 e ½ mi disse di sentire il bisogno di riposarsi, ma mi pregava di non allontanarmi. Mi sedetti al suo capezzale recitando il Divino Ufficio ed ogni tanto osservavo quel sonno che sembrava e si sperava rigeneratore delle forze. Ma all’improvviso m’accorsi che il respiro diventava affannoso, il colorito sbiadito… una crisi improvvisa l’avea tratto in agonia. Mandai subito i presenti davanti al tabernacolo a pregare, ed io cominciai le preghiere dei moribondi. Alle 3 e ¼ era già volato in Cielo! Una vera polmonite fulminante.

5. Il generale compianto

Appena si sparse la notizia della sua morte fra le cristianità del suo distretto, fu un accorrere da tutte le parti; vecchi cristiani, neofiti e catecumeni, tutti venivano a vedere le spoglie del loro amato pastore. Fu un rimpianto generale! Specialmente la cristianità di Sin-Keizi, composta di ferventi neofiti ch’egli tanto amava, non poteva rassegnarsi a perdere un tanto padre e voleva assolutamente seppellirlo nella loro chiesetta inaugurata l’anno prima. Dovetti impormi per poterlo trasportare a Culupa (distante 140 leghe) ov’è il Cimitero per i Missionari. Dopo aver lasciato date sfogo alla pietà filiale di quei buoni cristiani per due giorni, il giorno 6 di buon mattino facemmo il trasporto dalla chiesa alla riva del fiume – distante due leghe – ove avevo noleggiato una barchetta per trasportarlo fino a Siao-tsai: di lì poi il trasporto fino a Culupa sarebbe avvenuto per via di terra.

Tutti i presenti l’accompagnano; una decina di cantori cantano preghiere, gli altri recitano il Rosario; secondo l’uso del paese si sparano le castagnole ed i pagani escono a vedere ed ammirare il corteo del missionario defunto. Arrivati alla riva, la bara venne deposta delicatamente nella barca; una decina fra i principali cristiani vollero però salire con me per accompagnare il loro Padre fino alla sepoltura.

Quando la barca si mosse, la riva era gremita di gente; i cristiani s’inginocchiavano ed io li benedissi per il loro defunto pastore: dopo partimmo.

Alla sera la barca si fermava al porto di Hanchungfu, ove era attesa dai PP. Alberello, Perrito e Secondo Liu, venuti con gli alunni delle nostre scuole maschili a dare l’ultimo tributo di lagrime al caro defunto. Al mattino del 7, mentre nella Cattedrale si faceva l’ufficiatura solenne, noi proseguimmo il cammino sul fiume Han, e a mezzogiorno in punto toccammo la riva di Siao-tsai, vicino alla tomba del Venerabile P. Faber, l’Apostolo del Hanchungfu. Lì trovammo radunati i cristiani con le nostre scuole delle vicine missioni, condotti dai PP. Cinesi Iuen e Ho: la bara venne trasportata nella chiesa di Siao-tsai.

Intanto si organizzò il corteo pel Kulupa (Guluba). Uno dei missionari lo avrebbe accompagnato in cotta e stola in lettiga, gli altri due a cavallo; due mute di cantori canterebbero le preci, e gli altri cristiani reciterebbero altre preghiere. Quando tutto fu pronto, otto robusti portatori sollevarono la bara e si incominciò il cammino.

6. La sepoltura

Verso le 6 p. il suono delle campane ci annunciarono che stavamo per arrivare al Kulupa. Infatti dalla magnifica residenza vediamo venirci incontro la S. Infanzia maschile e femminile, le scuole accompagnate dalle Suore Canossiane. Seguono poi i Padri. Fra costoro oltre i PP. Pro-vicario e Stefani, ci sono i PP. Brambilla, Procuratore generale del nostro Istituto, Ghislanzoni, Lombardi, Calanchi, Belotti e Brevi, che appena arrivati si trovano dinanzi alla bara di un compagno che non fecero a tempo a vedere e conoscere. Trasportato nella Cattedrale sul catafalco, gli occhi ed il cuore non possono staccarsi dal loro caro confratello; l’amarezza ci invade tutti.

Il giorno dopo ci fu l’Ufficiatura e la Messa solenne del P. Pro-vicario, cantata dalle Suore Canossiane; infine, cantate le esequie, la cara salma fu calata nella tomba a fianco di altri Confratelli e atleti della fede, che prima di lui caddero sul campo del lavoro assegnatoci dal Signore.

P. ALBARELLO PIETRO (1900-1965)
Necrologio
(P. N. Ciattaglia, da Il Vincolo n. 87, settembre 1965, p. 51)

P. Pietro Albarello di Domenico e di Odello Caterina, nato a Marsaglia (Mondovì) il 28 maggio 1900, entrato nell’Istituto a Roma il 6 novembre 1916, ordinato sacerdote il 10 agosto 1922, espulso dai comunisti il 13 giugno 1953, morto a Milano il 29 aprile 1965.

P. Albarello, morto a Milano il 29 aprile 1965, era nato a Marsaglia (Cuneo) il 28 maggio 1900. Fece gli studi ginnasiali nel seminario di Mondovì e nel 1916 entrò nel Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo di Roma (che nel 1926 si fondeva con l’Istituto di Milano formando il PIME), dove frequentò l’Ateneo di Propaganda Fide, laureandosi in filosofia e teologia. Nel 1922, appena sacerdote, fu mandato insieme al P. Crosetti, nel Vicariato Apostolico di Hanchung, nello Shensi meridionale, dove arrivò dopo un viaggio di 40 giorni in mare e 90 in barca sul fiume Han, affluente del fiume Azzurro.

Affrontò subito il primo passo difficile per ogni missionario, lo studio delle lingue. In pochi mesi imparò più di mille caratteri, e, caso raro tra gli stranieri, riuscì subito ad usarli abbastanza bene, così che gli fu affidato un distretto, Yang-Shien. Seppe cavarsela bene da solo, tra i pochi nuovi cristiani e un’infinità di pagani. Apparve allora anche tutta la robustezza della sua fibra: a prima vista sembrava di costituzione gracile; non ebbe mai un colorito roseo; si nutriva quasi esclusivamente di frutta che riusciva a conservare anche nella stagione invernale; tuttavia Dio solo sa le strade che P. Albarello percorse, sia in pianura che in montagna.

Sembrava che non fosse mai stanco. Nel 1927 fu trasferito all’Ovest di Hanchung, nel distretto di Mien-Shien, il più bello del Vicariato, tanto che i Padri lo chiamavano "il Marchesato". Nei mesi estivi il P. Albarello dava la missione nelle cristianità di alta montagna e nella stagione rigida si tratteneva in pianura, dove finì di costruire il bellissimo centro di Che-Tsai, con chiesa e scuole e con catecumenati maschile e femminile. Riordinò pure altre chiese e cappelle, spendendovi tutto quanto aveva di suo. In quei luoghi abitati da popolazioni immigrate da altre zone, con mentalità e costumi contrastanti, alcuni generosi ed entusiasti altri cavillosi e intriganti, il Padre Pietro era riuscito con la sua calma e serenità ad iniziare un nuovo movimento di conversioni.

Ma ben presto cominciarono le "dolenti note": i briganti si stabilirono sulle montagne del suo distretto, paralizzando le sue iniziative e costringendolo spesso a salvarsi con la fuga o a rifugiarsi in nascondigli improvvisati. Autorità e soldati profittavano volentieri della situazione per angariare il popolo a proprio vantaggio. In più occasioni P. Albarello seppe difendere con diplomazia i suoi cristiani dalle scorribande dei briganti come pure dalle angherie delle autorità, specialmente contro l’imposizione di coltivare l’oppio. Nel 1928-29 fu scelto per andare fino a Nanyang, nel Honan, a ricevere S.E. Mons. Balconi, con un viaggio lungo e avventuroso per le difficoltà naturali ed il pericolo dei briganti, sempre più numerosi.

La tranquillità del Vicariato era finita, e i nervi di tutti erano messi a dura prova. Padre Albarello pareva invece che non se ne accorgesse, continuando come poteva nella cura delle varie opere del suo vasto distretto. Era di carattere gioioso, aveva sempre voglia di scherzare, e Padre Mazzoli ne sapeva qualcosa perchè era spesso bersaglio dei suoi tiri birboni… Nel 1934 Padre Albarello fu chiamato dal nuovo Vescovo Mons. Mario Civelli a dirigere il seminario, la pupilla del Vicariato, dove fu pure insegnante competente e sagace, fino al 1941. Scriveva bene in cinese e componeva odi latine. La responsabilità dei seminaristi piccoli e grandi, nostri e di Vicariati vicini, le critiche inevitabili in posto di tale rilievo, con le idee in continua evoluzione e contrasto, avrebbero disanimato tempre più forti della sua, ma le rare doti spirituali e culturali che lo distinguevano lo imposero al rispetto altrui ed egli trovava nella fede il sostegno necessario per continuare nel duro lavoro.

I rivolgimenti politici, la guerra, il passaggio dei comunisti, il concentramento di feriti nella nostra valle e le immancabili angherie mettevano ancora più a dura prova la resistenza di tutti. Finita la guerra, nel 1946 fu richiamato al seminario e S.E. Mons. Giuseppe Maggi, che era succeduto a Mons. Civelli, lo volle anche suo segretario particolare. Intanto altri incarichi si erano accumulati sulle sue spalle, come quello di confessore delle suore europee ed indigene. Mentre la guerra lo aveva costretto con gli altri Padri e le suore Canossiane al campo di concentramento di Lia-Yang, tra le montagne dell’Ovest, il comunismo lo chiuse per vari mesi prigioniero in una stanzetta col compianto padre Corbella, dopo averlo sottoposto ad ogni sorta di angherie.

Con promesse e minacce i comunisti cercarono testimoni per organizzargli contro un infamante "processo popolare", ma non riuscirono a sobillare i beneficiati contro il loro maestro e benefattore. Malgrado tante sofferenze il suo cuore rimase attaccato ai suoi cinesi. Più di un confratello lo ha sentito ripetere durante quei giorni di terrore: "Se ci cacciano via, dovremo andarcene; ma se durante il viaggio per l’Europa venissi a sapere che il comunismo è caduto e noi siamo liberi di tornare indietro, io rinuncerei al piacere di riabbracciare la mia famiglia e rivedere il sacro suolo della Patria, per fare dietro-front e tornare subito nella mia missione". Nel 1953 il timore divenne realtà: insieme agli altri missionari P. Albarello ricevette l’ordine di andarsene. Doveva ritornare in Italia.

Allora tirò fuori dal suo logoro baule la veste talare, completa con soprabito, colletto e cappello, li indossò (in Cina usavano vestire la caratteristica veste cinese) e da Hanchung ad Hong Kong, attraverso mezza Cina, volle viaggiare da sacerdote cattolico romano, ministro del Signore che i nemici di ogni religione cacciavano lontano per dilaniare più liberamente il popolo di Dio. P. Albarello era vissuto in Cina per 31 anni ininterrotti. Quanto gli costò abbandonarla ci sarà svelato solo in Cielo. Arrivato in Patria ebbe tutte le cure che superiori amorosi possono mai concedere, ma appena si fu rimesso un poco si prestò ancora per l’insegnamento e i servizi nelle nostre Case Apostoliche. La sua salute però deperiva continuamente e nel 1963 lo si dovette ricoverare in ospedale. Quando andai a trovarlo, riconosciutomi, gli vennero le lagrime: a gran fatica volle rievocare tanti particolari dei confratelli di missione, i giorni ormai lontani vissuti in Cina, e finì con il dichiarare la sua grande commozione per l’infinita bontà di Dio che l’aveva riportato a morire nel proprio paese.

L’abbiamo accompagnato al nostro cimitero della Grugana col cuore infranto. Le nostre file si assottigliano; tra i missionari di Hanchung che sperano ancora di tornare tra i loro cari cinesi un altro posto è rimasto vuoto. Ma dal posto, ben più prezioso, che ora occupa in Cielo, il buon P. Albarello continuerà a fare ancora chissà quanto bene alla sua e nostra cara Cina.

P. STEFANI GAETANO (1897-1984) Età 87 – Istituto 68 – Hanchung 8

Nato nel 1897 a Castagna (Padova) iniziò la formazione nell’Istituto a Roma nel 1914. Fu ammesso al Giuramento nel 1916 e fu ordinato Presbitero nel 1921. Partì per la Cina (Hanchung) nel 1922. Dal 1930 servì l’Istituto in Italia.

Testamento spirituale

Nel nome del Signore.

Oggi compio ottanta anni di età e sento da tanti segni che si avvicina velocemente il giorno in cui dovrò comparire davanti a Dio a rendere conto della mia vita. Intendo di morire nella Santa Chiesa Cattolica e come membro del Pontificio Istituto per le Missioni Estere.

Dal giorno del mio Giuramento (8 dicembre 1916) a oggi non mi sono mai pentito di aver seguito la chiamata di Dio al sacerdozio e all’apostolato; ma non sempre ho fatto il bene che avrei potuto fare sia per negligenza che per debolezza. In più, oggi sono più di 56 anni di Messa (10 luglio 1921) e ancora tanti peccati e mancanze: di tutto invoco la misericordia di Dio e spero nel suo perdono. E mentre domando a Dio perdono di tutto, elevo a Lui il più vivo ringraziamento per tanti benefizi che mi ha dato: una famiglia veramente cristiana, dove è fiorita la mia vocazione, una educazione in un collegio (Collegio Vescovile di Thiene), dove oltre alla scienza si insegnava la vera bontà e dove per un caso semplicissimo sentii nel cuore la chiamata di Dio; e sopra tutto ringrazio Dio per avermi sopportato per tanto tempo, nonostante la poca corrispondenza.

Grazie, o Signore, di tutto e nella Vostra bontà, vogliate continuare la Vostra benedizione fino all’ultimo mio respiro.

Credo di non aver nemici; se ho potuto ho aiutato tutti coloro che mi domandavano aiuto: ad ogni modo io perdono a tutti di cuore, così prego tutti di perdonare a me.

Ai miei fratelli, ai nipoti, ai parenti e agli amici dico solo che spero rivederli tutti assieme, nessuno escluso, in Paradiso.

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Non ho bene a me intestati, il poco lasciatomi da mio papà con atto legale l’o ceduto ai miei fratelli. Non ho oggetti preziosi, quei pochi oggetti di un certo valore sono già a posto, donatio inter vivos. L’orologio da polso sia dato a mio nipote Giuliano, di Tradate. Se qualcheduno desidera come ricordo qualche cosa di poco valore, gli sia data. Credo di aver poche Messe da celebrare: siano celebrate con l’elemosina secondo il mio registro; il denaro credo di lasciarlo o al P. Procuratore o nel mio portafoglio; se ci fosse ancora del denaro, sia per S. Messe per l’anima mia.

Rinnovando la mia piena adesione alla volontà di Dio, Lo prego ancora di aver pietà di me. Ai miei confratelli, parenti e amici un arrivederci tutti, spero, in Paradiso. Desidero essere sepolto alla Grugana, insieme a tanti miei confratelli.

Busto Arsizio, 2 dicembre 1977. P. Gaetano Stefani

Annuncio (P. Giacomo Girardi, dagli Archivi generali PIME)

Molto concisamente diamo la notizia della morte del nostro confratello. Padre Gaetano Stefani. E’ morto il 27 agosto a Rancio di Lecco: erano vicini a lui nel momento del trapasso alcuni confratelli e due sue sorelle. Era invalido da qualche anno e, quindi, legato ad una carrozzella, in conseguenza di una caduta con frattura del femore; circa una settimana prima della sua morte le sue condizioni si sono aggravate per un’infezione che ha colpito reni ed intestini, e che si è rivelata ribelle ad ogni cura; è stato per alcuni giorni un alternarsi di periodi di coma e di lucidità, in cui la sua fibra sembrava ribellarsi al male.

Nato a Valstagna, Vicenza, il 2-12-1897, fece gli studi nel Collegio Vescovile di Tiene; nell’ottobre del 1914 entrò nel Pontificio Seminario dei SS. Pietro e Paolo di Roma, dove emise il giuramento perpetuo l’8-12-1916.

Ma c’era la guerra, e, a vent’anni venne chiamato sotto le armi e mandato in Francia con il Corpo di spedizione Italiano che combattè a Bligny. Congedato, riprese la preparazione al sacerdozio che aveva dovuto interrompere. Sacerdote il 10-7-1921 partì nel gennaio 1922 per la Missione di Hanchung, in Cina, nella provincia dello Shensi.

Rientrato in Italia nel 1930, cominciò a lavorare come insegnante in quella che fu praticamente ‘attività di tutto il resto della sua vita. A Treviso, a Genova, a Monza, a Busto Arsizio, e così fino agli 80 anni suonati. Un padre mi diceva il giorno del suo funerale: "Mi ha accompagnato dalla prima ginnasio al termine del liceo". E quanti altri lo ricorderanno per quanto hanno ricevuto da lui.

I confratelli chiamati a condividere con lui le fatiche e la rinuncia ad altre forme di apostolato lo ricordano buon amico, allegro, magari un po’ esuberante, anche se un po’ schivo ad aprirsi, lasciando appena intravedere la sua vita interiore. Più che ai ricordi, credo che convenga concedere a lui la parola, riportandone qualche frase del testamento scritto il giorno in cui compiva 80 anni.

"Dal giorno del mio Giuramento (8 dicembre 1916) a oggi non mi sono mai pentito di aver seguito la chiamata di Dio al sacerdozio e all’apostolato".

"E mentre domando a Dio perdono di tutto, elevo a Lui il più vivo ringraziamento per tanti benefizi che mi ha dato: una famiglia veramente cristiana, dove è fiorita la mia vocazione, una educazione in un collegio, dove oltre alla scienza si insegnava la vera bontà e dove per un caso semplicissimo sentii nel cuore la chiamata di Dio; e sopra tutto ringrazio Dio per avermi sopportato per tanto tempo, nonostante la poca corrispondenza".

"Grazie, o Signore, di tutto e nella Vostra bontà, vogliate continuare la Vostra benedizione fino all’ultimo mio respiro".