PICCOLI GRANDI LIBRI   Alexandre Jollien
Il mestiere di uomo

Prefazione di Guido Dotti
2003 EDIZIONI QIQAJON COMUNITÀ DI BOSE

I. Una lotta gioiosa
Stare in piedi, innanzitutto, poi la letteratura!
II. Unicità dell'uomo
Tutti dei "casi sociali"?
III. La sofferenza
Il tragico come sorgente
Una gratuità insignificante
(o il gioioso profitto prima di tutto)
IV. Il corpo
Cosa insegna il corpo
V. Ciò che deforma VI. Il mio simile che mi vuole diverso
  VII. Il mestiere di uomo  

Prefazione

"A voler fare troppe capriole nel ventre di mia madre, mi sono annodato il cordone ombelicale attorno al collo e... puoi vedere tu stesso i danni: ho un po' di difficoltà a coordinare i movimenti, il mio passo è esitante e parlo lentamente". Così si presentava, all'inizio di un dialogo immaginario con Socrate, l'autore di queste pagine, nella sua prima fatica letteraria, Elogio della debolezza. Troppe capriole, forse un precoce eccesso di leggerezza, di quell'arte impalpabile così ben descritta da Italo Calvino in una memorabile "Lezione americana" in cui spazia dalle Metamorfosi di Ovidio al Decamerone di Boccaccia al Cyrano de Bergerac per finire con un racconto di Kafka...
E la leggerezza, anche per Alexandre folfien, diventato adulto eppure sempre indaffarato nell'imparare il "mestiere di uomo", è lo strumento più duttile per trarsi d'impaccio dalle situazioni più pesanti e intricate: "Diventare leggeri significa accettare umilmente la sorte dopo aver tentato di tutto per sradicarne il lato oscuro". Sì, perché la leggerezza, il non lasciarsi appesantire dagli affanni della vita, non è una virtù primordiale che a poco a poco si smarrisce per la pesantezza dell' esistenza, al contrario è una condizione che si conquista faticosamente,
liberando noi stessi, chi ci sta attorno e il nostro spazio vitale dai pesi che la grettezza del quotidiano non esita a far ricadere, spesso sui più deboli. E un'arte, quella dello spogliarsi del non essenziale per librarsi leggeri al cuore di ciò che davvero conta, una maestria analoga a quella dello scultore che sa destare dal greve blocco di marmo la statua dormiente e la libera nell'aria lieve a colpi di scalpello.
Esperto di pesi che condivisi diventano leggeri, Jollien assimila la sofferenza all'arte di cavarsela: nessuna accettazione della sofferenza in sé, nessun autocompiacimento masochista, ma la consapevolezza, maturata sulla propria pelle, che solo l'affrontare le difficoltà a viso aperto, il non sottrarsi alle sfide che la vita quotidiana non cessa mai di porre, permette di venirne fuori, magari feriti e doloranti, ma arricchiti di una capacità di compassione e di solidarietà con chi continua a dibattersi nella lotta. Davvero, come aveva luminosamente intuito il poeta Robert Frost, di fronte a ogni difficoltà, a ogni momento buio, a ogni enigma incomprensibile alla ragione, "la miglior via di uscita è sempre passarci in mezzo": nessuna scappatoia, ma l'assunzione della fatica di vivere con la sola certezza che "tutto è da costruire con leggerezza e gioia".
Dalle pagine di Jollien non emerge alcun esplicito discorso di fede: come già nel precedente Elogio della debolezza, appare solo di sfuggita la figura di un anziano e saggio cappellano del convitto per handicappati, uomo di fede capace di appassionare Alexandre alla "filosofia", cioè a quell'"amore per la sapienza" che è amore per la vita e per la ricerca di un senso alle cose, anche al dolore. Eppure, nonostante questa sobrietà che si accontenta di accennare alla fede di una persona "affidabile" senza per questo dichiararsi a propria volta "fedele", le pagine di Jollien richiamano alla memoria le parole di un monaco capace di dialogo perché capace di dubitare delle proprie certezze, Thomas Merton che, in una conferenza tenuta in Asia pochi giorni prima della sua improvvisa scomparsa, così affermava: "I monaci, gli hippies, i poeti
- e i portatori di handicap, potremmo aggiungere noi - sono persone che contano? No, noi siamo deliberatamente irrilevanti. Viviamo con quell'irrilevanza congenita che è propria di ogni essere umano. L'uomo marginale accetta l'irrilevanza fondamentale della condizione umana, che si manifesta soprattutto con la morte, la quale mette in discussione il significato della vita. Questa gente combatte la morte dentro di sé, cercando qualcosa di più profondo della morte; perché c'è qualcosa di più profondo della morte, e il compito del monaco o della persona marginale, del meditativo e del poeta è quello di andare al di là della morte anche in questa vita, di andare al di là della dicotomia vita-morte ed essere perciò un testimone della vita".
Ecco, Alexandre è uno di questi "testimoni della vita", capaci di narrarci con parole trasparenti e, soprattutto, con la disarmante semplicità della loro vita, che ciascuno di noi è più grande dei propri limiti, delle proprie malattie, dei propri handicap, che ciascuno di noi non è riducibile alla menomazione che lo caratterizza, non è identificabile con la ferita che lo abita, non è mortificabile con l'aggettivo che lo delimita. Per fare questo si è abituati a pensare che
occorra la fede, "eppure - è ancora Merton a ricordarcelo - non appena si parla di fede nei termini di questa vita marginale, ci si imbatte in un altro problema: fede vuol dire dubbio. La fede non è la soppressione del dubbio. È la vittoria sul dubbio, e il dubbio si vince passandoci in mezzo!". Di nuovo quell' attraverso che è l'unica via di uscita, quella debolezza combattuta e poi accettata che è l'unica forza, capace di smuovere pregiudizi grandi come montagne, quella sofferenza che è arte di cavarsela. Un'arte che si impara nel confronto con l'altro che ci stimola o ci avvilisce, con la diversità che ci interroga o ci turba, con l'anormalità che ci provoca o ci isola. Fin dal primo giorno della nostra esistenza è questo il nostro apprendistato perché, come sottolinea ancora Merton, "non è che noi entriamo nel mondo con una grande capacità di amore per gli altri. Anche questo sappiamo di noi, che la nostra capacità di amare è limitata. E deve essere completata con la capacità di essere amati, di accettare l'amore degli altri, di desiderare di essere amati dagli altri, di ammettere la nostra solitudine e di vivere con la nostra solitudine, perché ognuno è solo ".
Sì, ognuno è solo, eppure è dalla moltitudine di volti e persone che ci hanno preceduto e che ci attorniano che giunge costantemente a noi l'appello a divenire ciò che siamo, ad assumere la nostra condizione umana nella sua pienezza. È grazie a loro, agli altri - consolazione e non inferno per noi -
che "la chiamata del mestiere di uomo si fa insistente. Alla battaglia, dunque, perché tutto è da costruire con leggerezza e gioia!".

Guido Dotti

Bose, settembre 2003
a cinquantacinque anni
dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo

A Corine,
A Jean-Marc Flukiger e a Dominique Rogeaux.

Il mestiere di uomo non avrebbe visto la luce senza il sostegno incondizionato di Jean-Claude Guillebaud, André Gilloz e Pierre Carruzzo.

L'uomo che ha scritto questo libro può contare giorno dopo giorno su amici che lo accompagnano nella sua gioiosa battaglia. Le righe che seguono sono loro grandi debitrici. Grazie quindi ai miei genitori, a mio fratello, Franck. Grazie a Yvette, Marie-France e Hector Smith, Marie-Madeleine, M.-P. Clément, Étienne, Jean-Philippe, Massimo, D. Nelis, Antoine, Patrice Héritier e Nicolas de Preux. Grazie anche a Josiane e Michel che mi hanno aperto le porte della libreria "C'est écrit". Così, in compagnia di altri bibliofili, ho affrontato le mille difficoltà che spesso trasformano la tastiera del mio computer in un ostacolo insormontabile.

Tutta la mia gratitudine, infine, va a tutti gli esseri - e sono numerosi - che mi invitano con insistenza discreta a lanciarmi nella singolare avventura del mestiere di uomo.

Premessa

Non si nasce uomo, lo si diventa.

ERASMO DA ROTTERDAM

Vorrei unire la mia voce, i miei interrogativi a quelli dell' autore dell' Elogio della follia, esaminare a tentoni e rendere visita - senza preoccuparmi di essere esaustivo e a misura dei bisogni - ai filosofi che ci hanno preceduti per prendere a prestito da loro alcuni attrezzi. Perché? L'esigenza del quotidiano obbliga a mettere in opera tutto per arrischiare la singolarità, assumere un posto nel mondo, salvare la pelle. Progetto risibile? Pretesa folle? Può darsi. Ma la mia condizione mi porta ad armarmi. Rovesci della sorte, fallimenti, difficoltà con le quali c'è da costruire una vita, tutto invita a raccogliere la sfida implacabile: non si nasce uomo, lo si diventa...
Sono handicappato. Andatura ondeggiante, voce esitante; perfino nei minimi gesti, movimenti bruschi da direttore d'orchestra buffo e fuori tempo: ecco il ritratto dell'infermo.
In questa ricerca, l'esperienza della marginalità può aprire qualche porta singolare sulla nostra condizione. Uscire incontro al debole può forgiare una mentalità capace di assumere la totalità dell'
esistenza: questa è l'intuizione fondamentale e azzardata del nostro giro d'orizzonte pieno di brio, ci auguriamo.
Ultima precisazione: quando utilizzo il termine "uomo", abbraccio evidentemente... la donna.

I. Una lotta gioiosa

L'esistenza deriva dalla lotta, lo so fin troppo bene.
All'angolo della strada si profila l'autobus. Cala la notte. Abbraccio un'ultima volta i miei genitori. Le porte automatiche mi ghermiscono. Ogni volta mi immagino che mi strappino per sempre alla mia famiglia. Poi, l'odore rassicurante dei sedili, la moquette ruvida e secca, il corridoio stretto, i posacenere nauseanti. In fretta, scelgo un posto accanto al finestrino per dedicare gli ultimi minuti a riempirmi la mente di immagini, quelle dei miei genitori. Non esiste più nulla all'infuori di quei due volti.
Nulla può opporsi alla partenza, lo so. D'altronde l'autobus non tarda mai a mettersi in moto. Veloce, sempre troppo veloce. Un ragazzino continua a fissare i suoi genitori. Darebbe qualsiasi cosa purché il vetro vada in frantumi, purché si fermi il veicolo della sua disgrazia. Formano ormai solo un punto che svanisce in lontananza, laggiù.
Il bambino pensa al proprio destino. Essere infermo, passi; ma perché lo si priva dei genitori? Non lo capisce. Si rammenta con forza gli eventi che, domenica dopo domenica, ricominciano come un cerimoniale: dapprima l'attardarsi a letto al mattino, in mezzo al padre e alla madre, in ascolto delle loro parole semplici. Le fiabe nate dalla loro fantasia hanno il compito di portare la sua mente lontano, il più lontano possibile da quel giorno maledetto. Più tardi nella mattinata osservo i movimenti graziosi della mamma. Si dà da fare con abilità in cucina. Siamo insieme... Gustando la vita familiare, mi scopro quasi felice nell' assaporare per un momento delle grazie discrete, delle gioie semplici, tutto quello che durante la settimana verrà a mancare!
Anche se materno, lo spezzatino esige una faticosa masticazione. Nel ruminare percepisco il simbolo della giornata che porta ineluttabilmente alla separazione. Ogni istante con la mamma reca immancabilmente il sigillo di un' assenza imminente. Interminabile, l'attesa minaccia ogni minuto e grava su di esso. Gli occhi fissi sull' orologio, passo il pomeriggio a sopportare la vanità del presentatore televisivo, triste augure insensibile. Poi è la volta delle insipide e sterili serie, "L'Ecole des fans": altrettanti minuti plasmati di attesa disperata. Allo scoccare delle 18, l'auto di famiglia lascia l'amata casa per raggiungere la città e la sua stazione. Il padre scherza per distenderci, invano. Davanti all'enorme edificio alcune famiglie, anch' esse colpite dall'handicap, aspettano l'autobus incaricato di portarci al collegio. I secondi si sgranano, lenti e dolorosi, eppure al mio ricordo paiono sempre troppo corti quando l'attesa sarà finita.
Allora, mentre scoppia accanto a me il gioioso balbettio di un amico, vengo strappato di forza al sogno. Chiedono se va tutto bene. Con un groppo in gola sono obbligato a staccarmi dal vetro gelido. Ben presto gli sguardi degli uni e degli altri si incrociano: quei volti luminosi mi accolgono. Tutti cercano di scongiurare il dolore, tutti condividono l'anomala condizione: il nano sorride con convinzione, il muto fa un gran baccano. Solo il paralitico continua a fissare il punto che formano ormai i suoi.
No, non sono l'unico ad avere questa sorte. La gola si scioglie, le complicità si riannodano. L'altra vita, quella vera, riprende con forza i suoi diritti. Ecco cosa impone l'incontro precoce con l'isolamento e la solitudine: bisogna che serva a qualcosa. Sotto a chi tocca! Devo trarre profitto dalla vita, trovare un po' di gioia, altrimenti sono perduto. Ma come, come?

Ben presto l'esistenza si è annunciata come una lotta. I primi anni della mia vita li ho dedicati a raddrizzare l'animale, ad addomesticare un corpo recalcitrante. La lunga catena di disfunzioni esigeva infiniti sforzi, bisognava dedicarvisi anima e corpo, affrontare i movimenti falsi, controllare gli spasmi, evitare le cadute, giungere all'indomani sano piuttosto che salvo. Spesso l'irrimediabile conquistava terreno, spesso sembrava annientare il presente. Ogni mattina la lotta ricominciava, le strategie si affinavano. Ostacolo temibile e riconosciuto, la rassegnazione ostile era proscritta. Nessuna astuzia, nessuno sforzo potevano essere risparmiati. Lungi dal rattristarmi, la lotta da condurre dispensa senza tregua e inaspettatamente una gioia autentica che ho immancabilmente ritrovato nei compagni che mi circondavano. Sostenendo il morale di questa curiosa truppa, l'esultanza sopraggiungeva a coronare e a trasformare in trionfo ogni progresso, ogni successo, anche il più insignificante.
Quello che l'etologia insegna, l'infermo lo sperimenta costantemente: gli esseri organici sono obbligati, per sopravvivere, a lottare incessantemente contro il loro stato. Storpi, nani, zoppi, terapisti, paralitici: ecco l'ambiente nel quale dovevo lottare e progredire. Paradosso curioso: spesso le situazioni più precarie dispongono alla lotta. Vietando la passività, incitano alla sfida. Ci si può benissimo rassegnare per un taglio in un dito, per una sbronza, per le orecchie a sventola, persino per i piedi piatti... Ma per alcuni che se abbassano la guardia si condannano a un'esistenza marginale, quando non alla morte, è pericoloso lasciarsi andare.

Stare in piedi, innanzitutto, poi la letteratura!

Da parte mia, la prospettiva di camminare diritto mi metteva le ali. Senza ragione, è vero: la lotta sembra vana e lo sforzo privo di utilità. Chi incrocia i ferri con le mille prove della giornata, chi tende l'intera sua volontà per compiere il gesto quotidiano più anodino, fatica a intravedere l'aspetto liberante della cultura. Quella che alcuni considerano pigrizia spesso ha piuttosto a che fare con l'ignoranza e la disperazione. L'imprescindibile Maslow, nel suo Verso una psicologia dell'essere, sostiene che "ogni individuo aspira a soddisfare diversi tipi di bisogni, dai più elementari - i bisogni fisiologici: fame, sete, sonno... - ai più essenziali, la realizzazione di se stesso. I bisogni superiori possono apparire solo se quelli inferiori sono già soddisfatti". Ignorante completo com' ero, la scuola mi sembrava appartenere a un lusso risibile. Leggere e far di conto, confinati al rango di corvée, come avrebbero potuto fornire il minimo aiuto a un apprendista bipede che moltiplicava i propri sforzi solo per conservare un equilibrio precario? Saper camminare e maneggiare la forchetta supera di gran lunga il sillabario e l'aritmetica elementare.
Nei miei sforzi mi sentivo accompagnato. Un'occhiata verso un vicino bastava a insegnarmi che la lotta concerne tutti i miei compagni, se non l'intero genere umano.
Ora, la vita a fianco degli altri richiese presto una nuova battaglia: vivere in comune. Il cortile per la ricreazione offriva uno strano spettacolo al nuovo arrivato. Con un casco in testa (per evitare commozioni cerebrali), deambulavo in mezzo agli zoppi, facevo slalom contro ogni buon senso in mezzo alle carrozzelle, cercavo di capirmi con una sorda. Il carattere sfigurato di queste esistenze ammaccate finì per imporsi. A volte, attraverso i rami degli alberi, mi arrischiavo a immaginarmi l'altro mondo, la città, i curiosi, gli altri... Sotto il casco mille interrogativi, sulle labbra una sola parola, esitante: perché?
L'incomprensione spinge a far di tutto per sfuggire alla crudeltà assurda del momento e a opporgli una schietta resistenza.
Così, con quella parola sulla bocca, tornavo, solo, al mio cortile. In mezzo ai giochi scacciavo la tristezza. La compagnia fini per aiutarmi. Il sostegno incondizionato, i segni di affetto che ricevevo mi incitarono allora a donare a mia volta, ma questa "filantropia" esordiente si situava, pur senza escluderla, al di qua di qualsiasi morale. Uno spirito meschino vedrà in questo legame solo l'espressione di un' alleanza generata innanzi tutto dall' avversità. Sia pure, ma questo impedisce forse che un' autentica amicizia vi si innesti e finisca per prevalere? In mezzo a grida, pianti e scoppi di risa ho imparato la vana e sterile crudeltà dell' egoismo, la semplice dolcezza del gesto consolatore. Di fronte a una sorte poco clemente, l'unione soppianta la lotta.

Seguito da molte letture, un incontro mi ha insegnato il valore insospettato di una nuova battaglia. Vicino al collegio viveva in mezzo ai libri un uomo anziano, il cappellano del convitto. Alla sua salute precaria contrapponeva una gioia sovrana che esercitò su di me una curiosità fatta prima di incomprensione, ma ben presto impastata di ammirazione. Per la prima volta prendevo coscienza che lo spirito (o l'anima, se preferite) merita qualche attenzione. Adolescente, ho intuito in quell'anziano il fascino della filosofia, le delizie delle "cose dello spirito". Da quel momento, spesso due uomini vegliavano al lume di una lampada da studio. Le discussioni scorrevano, gli argomenti si affinavano. Mi attrezzavo per la vita. Gli occhi logori aprivano quelli del giovane, le orecchie che l'oltraggio del tempo aveva chiuso ascoltavano senza compiacimento i rumori confusi di un cuore gonfio di incomprensione. Gli dicevo i sedici anni di istituzione, il mio smarrimento, la strana sensazione di appartenere a un altro mondo, mondo ricco, appassionante certo, ma difficile per chi era privato di quelli che amava. Il padre riempiva meticolosamente la pipa mentre l'infermo parlava sempre: del convitto, dei compagni. Nel cuore della notte, in quella bicocca, imparavo a esistere.
Che dire dei fuochi accesi da quel pensatore illuminato di discrezione in un individuo smodatamente preoccupato dalle esigenze di un corpo dai mille guai? Alla sera della sua vita, il prete consegnava la sua eredità, nella completa ammirazione di fronte a un corpo duro e tenero al contempo, e di fronte a uno spirito oscurato dalla prova ma del quale percepiva crescere le forze. L'uomo dalle guance scavate, dai denti ingialliti, prossimo alla morte, operava consapevolmente alla nascita di un progetto di cui ignorava tutto. L'edificazione dello spirito: questa sarebbe stata ormai la faccenda seria, la terra promessa. Restava da trovare la strada. Un piatto ghiotto mi attendeva.
Ho intuito che la nuova condizione così ambita avrebbe permesso di gettare uno sguardo stupito sulla realtà e di salvare la pelle di un prigioniero degli ostacoli quotidiani. La lotta ingaggiata un tempo contro le disfunzioni del corpo invadeva ora il terreno tortuoso del pensiero. Gli esercizi di pronuncia, gli stiramenti prodotti sui muscoli tro
vavano il loro prolungamento nella delicata ricerca di un'identità, nell'elaborazione di una personalità. Di fronte alla stranezza della mia condizione dovevo attrezzarmi. Ecco l'unica evidenza sul mio cammino.
Più tardi, leggendo Nietzsche, ho scoperto la stessa sete, lo stesso desiderio. Il filosofo che invita all'eterno superamento di sé mi istruisce: per salvarmi la pelle ogni passo va inventato. Mettermi in cammino: ecco quello che esige l'insostenibile precarietà del mio essere.
Questa tensione, credo sia all' opera in più di una persona. Boris Cyrulnik confessa di aver studiato psichiatria per "regolare un conto". Dopo aver assistito alla deportazione dei genitori verso un campo di concentramento dal quale sfuggirà a malapena, mette il suo talento a servizio dell'uomo. Il medico etologo si affretta ad aggiungere che si tratta di una nobile motivazione. Cita Pierre Feyereisen: "I bambini, le donne, gli stranieri, i neri, tutti quelli che hanno dovuto soffrire a causa degli altri diventano spesso osservatori migliori rispetto a quelli la cui personalità si sviluppa senza questo sforzo d'attenzione". Nel suo diario edo
nista, Le désir d'etre un volcan, Michel Onfray usa la stessa espressione per chiarire la propria vocazione letteraria. Enumera personaggi illustri che trovano nella loro arte un modo per sfuggire a vecchi demoni. Le avversità incontrate costituiscono così un terreno sul quale viene edificata l'esistenza. Senza colpevolizzare quanti ne vengono fuori solo a fatica, accontentiamoci di fare riferimento a quelle biografie che ci ricordano che nulla è mai "perduto" per sempre.
Forte di questo nuovo progetto, ho cominciato così a trasformare l' onnipresente precarietà del mio stato in una sorgente, in un pungolo. La debolezza, questa fedele compagna, assumeva una nuova dimensione. Insomma, cercavo di assumerla: il mondo avrebbe avuto il marchio della mia fragilità, tutto me lo indicava. Ma, una volta stabilita questa curiosa constatazione, poteva avere inizio la sua rischiosa conquista... nella libertà e nella gioia.
Chi fin dalla nascita cammina a fianco della sofferenza o del dolore, affronta l'esistenza provvisto di un benefico realismo. Insomma, messo in guardia troppo presto sul fatto che la vita è accompagnata inesorabilmente da sofferenze, sprofonda meno facilmente nello scoraggiamento e, gustando la necessità della lotta, smaschera e si prende gioco più agevolmente della crudeltà del suo avversano.
Così mi ricordo l'angoscia che si impadronì di me quando, smarriti, i miei genitori non ebbero altra scelta che lasciarmi in collegio, in mezzo a bambini anch'essi colpiti da handicap. La dolcezza impressa nei loro volti accentuava per contrasto la crudeltà del momento. Quanto ai loro sorrisi, non facevano che accentuare il mio disagio. Attimi di vertiginosa intensità, in cui le viscere sembrano consumarsi, le tempie scoppiare. Il tempo si immobilizza, i riferimenti svaniscono, l'universo si svuota... Poi riappare la calma. Uno sguardo scambiato, una voce amica ricostruiscono ciò che è stato inghiottito. Il sorriso che allora riaffiora alle labbra, esitante, prossimo al singhiozzo, ricorda che la lotta continua, che siamo ormai imbarcati, che ogni sosta sarebbe fatale. Spalle al muro, cerco il modo di costruire una condizione di spirito capace di salvarmi la vita.
In un freddo corridoio del collegio, sotto la violenza impersonale di un neon, ho provato per la prima volta l'obbligo assoluto di dare un senso a ogni esperienza. Ognuno degli esseri che mi erano attorno m'avrebbero aiutato ad affrontare l'aspra necessità della lotta.
Per tutta la vita, l'ho capito bene, mi impegnerò a costruire - sul dolore, sul vuoto, sulla minaccia incombenti - gioia.

Lungi da me la voglia di padroneggiare tutto: mi priverei dell'essenziale! D'altronde questo desiderio totalizzante rientra nel campo dell'utopia, di un banale riflesso di sicurezza. Quello che posso fare, per lo meno, è prepararmi. Come? Forse osservando gli esseri feriti che condividono la mia sorte. Lo schermidore che si lancia verso l'avversario quasi danzando sembra incarnare la pura grazia, la pura gratuità. Eppure, quante ore consacrate all' allenamento, all' esercizio, e che fanno di lui un atleta così abile! La sua leggerezza, la sua libertà nascono da un lavoro assiduo. Sul terreno della vita quotidiana sono richiesti lo stesso lavoro e la stessa preparazione. Abbassare le braccia, rassegnarsi equivarrebbe, per riprendere un'espressione di Nietzsche, al sabato dei sabati, alla morte. L'uomo rimane un essere incompiuto per il quale tutto resta da conquistare. Una volta assunta la paura, questa esigenza affascina. In essa risiede sicuramente una delle più belle grandezze dell'uomo, anche se il suo prezzo pare smisurato, troppo opprimente.
Di fronte alla grande incognita del futuro, si tratta di scolpire l'esistenza (come uno sportivo scolpisce il proprio corpo) per assumere la totalità della propria condizione. Le esperienze più disgraziate, come del resto gli attimi di esultanza, si trasformano, ed è necessario che sia così, in un' opportunità per diventare migliori. Non si tratta qui di giustificare il dolore né i momenti no che torturano e spesso isolano. Suggerisco solo di metterli a profitto perché non prendano il sopravvento. Il compito è arduo, l'esercizio rischioso, ma vitale. Quanti ostacoli affronta lo schermidore nel praticare la sua arte!
I filosofi dell' antichità si definivano volentieri come progredientes, come uomini che dovevano incessantemente progredire. Mi piace questa volontà lucida sulla precarietà della nostra condizione. Per quegli uomini saggi, il quotidiano appare come un terreno di esercizio permanente. Il momento più insignificante diviene così un' occasione per rinsaldarsi. Senza disdegnare il
body building, greci e latini ci esortano soprattutto al soul building! Ora, le futili urgenze quotidiane ci distolgono spesso da questo ideale. Su questo punto, il debole non è forse avvantaggiato? Non avverte che sospendere la lotta significa rischiare la caduta? Ma come risollevarsi di fronte alla sofferenza? Nessuna ricetta, nessun manuale a disposizione! Quest' arte declinata al quotidiano non si trova proprio nei libri, ancor meno nei modelli propinatici dai media. Allora, dove trovarla?

Vorrei ancora una volta rivolgere lo sguardo a quelli che Schopenhauer nell' Arte di essere felici chiama i sociis malorum, ai compagni di sventura, ai compagni nella prova: quella vecchietta incrociata all' angolo della strada, quel barbone che scandalizza i curiosi, quel paralitico, quel "poverino" che ci muove a pietà, quel vicino scorbutico, tutte persone che cercano di stare in piedi, di "tirar dritto", di trovare il proprio equilibrio, una dinamica, una condizione di spirito che consentano la sopravvivenza.
Pascal, sulla scia di Aristotele, pensa che dietro a ogni atto posto dall'uomo si trovi la ricerca volontaria della felicità. Presente dietro lo schiaffo come dietro la carezza, anima ogni uomo e costituisce lo scopo di tutte le sue azioni. Persino chi vuole impiccarsi fa un "tentativo": cerca una minore sofferenza... Ecco un invito al rispetto. Chi mi mortifica crede, forse onestamente, di migliorare la propria sorte. Anche se imbocca un' altra strada, a volte condannabile, condivide con me la stessa aspirazione, quella alla felicità.
Spesso questa lotta gioiosa, ladra di tempo e di energia, sembra troppo ardua, troppo esigente. Di fronte a una fatica così grande, dove trovare forza e risorse? Su cosa fondare la volontà di resistere? La domanda contiene già un abbozzo di risposta. Si tratta proprio della volontà che teniamo accesa come una fiamma. Per una dialettica ben curiosa, la mancanza può diventare anche una fonte, uno slancio verso una maggiore felicità. Sapendomi demunito, mi do da fare in tutti i modi per cavarmela. La ferita chiama dunque il suo gioioso opposto.
L'arte di stare in piedi, di tenere la rotta suppone appunto un orizzonte più felice verso il quale dirigersi. Ciò che mina questa progressione non è la sofferenza né lo scacco, ma la disperazione. Smettere di sperare significa confessarsi sconfitti senza neanche raccogliere la sfida, significa rendere vani tutti i nostri sforzi. La formazione della personalità esige, come singolare punto di partenza, una spoliazione radicale: (ri)conoscersi vulnerabile, perfettibile, prendere coscienza del proprio evolvere su un terreno incerto, cercare di sapere perché si combatte... gioiosamente.