Alexandre Jollien
Il mestiere di uomo
Prefazione di Guido Dotti
| I.
Una lotta gioiosa Stare in piedi, innanzitutto, poi la letteratura! |
II.
Unicità dell'uomo Tutti dei "casi sociali"? |
III.
La sofferenza Il tragico come sorgente Una gratuità insignificante (o il gioioso profitto prima di tutto) |
|
IV. Il
corpo Cosa insegna il corpo |
V. Ciò che deforma | VI. Il mio simile che mi vuole diverso |
| VII. Il mestiere di uomo |
Prefazione
"A voler fare troppe capriole nel ventre di mia madre, mi
sono annodato il cordone ombelicale attorno al collo e... puoi vedere tu stesso
i danni: ho un po' di difficoltà a coordinare i movimenti, il mio passo è
esitante e parlo lentamente". Così si presentava, all'inizio di un dialogo
immaginario con Socrate, l'autore di queste pagine, nella sua prima fatica
letteraria, Elogio della debolezza. Troppe capriole, forse un precoce
eccesso di leggerezza, di quell'arte impalpabile così ben descritta da Italo
Calvino in una memorabile "Lezione americana" in cui spazia dalle
Metamorfosi di Ovidio al Decamerone di Boccaccia al Cyrano de
Bergerac per finire con un racconto di Kafka...
E la leggerezza, anche per Alexandre folfien, diventato
adulto eppure sempre indaffarato nell'imparare il "mestiere di uomo", è lo
strumento più duttile per trarsi d'impaccio dalle situazioni più pesanti e
intricate: "Diventare leggeri significa accettare umilmente la sorte dopo aver
tentato di tutto per sradicarne il lato oscuro". Sì, perché la leggerezza, il
non lasciarsi appesantire dagli affanni della vita, non è una virtù primordiale
che a poco a poco si smarrisce per la pesantezza dell' esistenza, al contrario è
una condizione che si conquista faticosamente,
Guido Dotti
Bose, settembre 2003
a cinquantacinque anni
dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo
A Corine,
A Jean-Marc Flukiger e a Dominique Rogeaux.
L'uomo che ha scritto questo libro può contare giorno dopo giorno su amici che lo accompagnano nella sua gioiosa battaglia. Le righe che seguono sono loro grandi debitrici. Grazie quindi ai miei genitori, a mio fratello, Franck. Grazie a Yvette, Marie-France e Hector Smith, Marie-Madeleine, M.-P. Clément, Étienne, Jean-Philippe, Massimo, D.
Nelis, Antoine, Patrice Héritier e Nicolas de Preux. Grazie anche a Josiane e Michel che mi hanno aperto le porte della libreria "C'est écrit". Così, in compagnia di altri bibliofili, ho affrontato le mille difficoltà che spesso trasformano la tastiera del mio computer in un ostacolo insormontabile.Tutta la mia gratitudine, infine, va a tutti gli esseri
- e sono numerosi - che mi invitano con insistenza discreta a lanciarmi nella singolare avventura del mestiere di uomo.Premessa
Non si nasce uomo, lo si diventa.
ERASMO DA ROTTERDAM
Vorrei unire la mia voce, i miei interrogativi a quelli dell' autore dell' Elogio della follia, esaminare a tentoni e rendere visita - senza preoccuparmi
di essere esaustivo e a misura dei bisogni - ai filosofi che ci hanno preceduti per prendere a prestito da loro alcuni attrezzi. Perché? L'esigenza del quotidiano obbliga a mettere in opera tutto per arrischiare la singolarità, assumere un posto nel mondo, salvare la pelle. Progetto risibile? Pretesa folle? Può darsi. Ma la mia condizione mi porta ad armarmi. Rovesci della sorte, fallimenti, difficoltà con le quali c'è da costruire una vita, tutto invita a raccogliere la sfida implacabile: non si nasce uomo, lo si diventa...I. Una lotta gioiosa
L'esistenza deriva dalla lotta, lo so fin troppo bene.
All'angolo della strada si profila l'autobus. Cala la notte.
Abbraccio un'ultima volta i miei genitori. Le porte automatiche mi ghermiscono.
Ogni volta mi immagino che mi strappino per sempre alla mia famiglia. Poi,
l'odore rassicurante dei sedili, la moquette ruvida e secca, il corridoio
stretto, i posacenere nauseanti. In fretta, scelgo un posto accanto al
finestrino per dedicare gli ultimi minuti a riempirmi la mente di immagini,
quelle dei miei genitori. Non esiste più nulla all'infuori di quei due volti.
Nulla può opporsi alla partenza, lo so. D'altronde l'autobus
non tarda mai a mettersi in moto. Veloce, sempre troppo veloce. Un ragazzino
continua a fissare i suoi genitori. Darebbe qualsiasi cosa purché il vetro vada
in frantumi, purché si fermi il veicolo della sua disgrazia. Formano ormai solo
un punto che svanisce in lontananza, laggiù.
Il bambino pensa al proprio destino. Essere infermo, passi;
ma perché lo si priva dei genitori? Non lo capisce. Si rammenta con forza gli
eventi che, domenica dopo domenica, ricominciano come un cerimoniale: dapprima
l'attardarsi a letto al mattino, in mezzo al padre e alla madre, in ascolto
delle loro parole semplici. Le fiabe nate dalla loro fantasia hanno il compito
di portare la sua mente lontano, il più lontano possibile da quel giorno
maledetto. Più tardi nella mattinata osservo i movimenti graziosi della mamma.
Si dà da fare con abilità in cucina. Siamo insieme... Gustando la vita
familiare, mi scopro quasi felice nell' assaporare per un momento delle grazie
discrete, delle gioie semplici, tutto quello che durante la settimana verrà a
mancare!
Anche se materno, lo spezzatino esige una faticosa
masticazione. Nel ruminare percepisco il simbolo della giornata che porta
ineluttabilmente alla separazione. Ogni istante con la mamma reca
immancabilmente il sigillo di un' assenza imminente. Interminabile, l'attesa
minaccia ogni minuto e grava su di esso. Gli occhi fissi sull' orologio, passo
il pomeriggio a sopportare la vanità del presentatore televisivo, triste augure
insensibile. Poi è la volta delle insipide e sterili serie, "L'Ecole des
fans": altrettanti minuti plasmati di attesa disperata. Allo scoccare delle
18, l'auto di famiglia lascia l'amata casa per raggiungere la città e la sua
stazione. Il padre scherza per distenderci, invano. Davanti all'enorme edificio
alcune famiglie, anch' esse colpite dall'handicap, aspettano l'autobus
incaricato di portarci al collegio. I secondi si sgranano, lenti e dolorosi,
eppure al mio ricordo paiono sempre troppo corti quando l'attesa sarà finita.
Allora, mentre scoppia accanto a me il gioioso balbettio di
un amico, vengo strappato di forza al sogno. Chiedono se va tutto bene. Con un
groppo in gola sono obbligato a staccarmi dal vetro gelido. Ben presto gli
sguardi degli uni e degli altri si incrociano: quei volti luminosi mi accolgono. Tutti cercano
di scongiurare il dolore, tutti condividono l'anomala condizione: il nano
sorride con convinzione, il muto fa un gran baccano. Solo il paralitico continua a fissare il punto che formano
ormai i suoi.
No, non sono l'unico ad avere questa sorte. La gola si
scioglie, le complicità si riannodano. L'altra vita, quella vera, riprende con
forza i suoi diritti. Ecco cosa impone l'incontro precoce con l'isolamento e la solitudine: bisogna che serva a qualcosa. Sotto a chi tocca! Devo trarre profitto dalla vita, trovare un po' di gioia, altrimenti sono perduto.
Ma come, come?
Ben presto l'esistenza si è annunciata come una lotta. I
primi anni della mia vita li ho dedicati a raddrizzare l'animale, ad addomesticare un corpo recalcitrante. La lunga catena di disfunzioni esigeva
infiniti sforzi, bisognava dedicarvisi anima e corpo, affrontare i movimenti
falsi, controllare gli spasmi, evitare le cadute, giungere all'indomani sano
piuttosto che salvo. Spesso l'irrimediabile conquistava terreno, spesso sembrava
annientare il presente. Ogni mattina la lotta ricominciava, le strategie si
affinavano. Ostacolo temibile e riconosciuto, la rassegnazione ostile era
proscritta. Nessuna astuzia, nessuno sforzo potevano essere risparmiati. Lungi
dal rattristarmi, la lotta da condurre dispensa senza tregua e inaspettatamente una gioia autentica che ho immancabilmente ritrovato nei compagni che mi circondavano. Sostenendo il
morale di questa curiosa truppa, l'esultanza sopraggiungeva a coronare e a trasformare in trionfo ogni progresso, ogni successo, anche il più insignificante.
Quello che l'etologia insegna, l'infermo lo sperimenta costantemente: gli esseri organici sono obbligati,
per sopravvivere, a lottare incessantemente contro il loro stato. Storpi, nani,
zoppi, terapisti, paralitici: ecco l'ambiente nel quale dovevo lottare e progredire. Paradosso curioso: spesso le situazioni più precarie dispongono alla lotta. Vietando la
passività, incitano alla sfida. Ci si può benissimo rassegnare per un taglio in un dito, per una
sbronza, per le orecchie a sventola, persino per i piedi piatti... Ma per alcuni che se abbassano la guardia si condannano a un'esistenza marginale, quando non alla morte, è pericoloso lasciarsi andare.
Stare in piedi, innanzitutto, poi la letteratura!
Da parte mia, la prospettiva di camminare diritto mi metteva le ali. Senza ragione, è vero: la lotta sembra vana e lo sforzo privo di utilità. Chi incrocia i ferri con le mille prove della giornata, chi tende l'intera sua volontà per compiere il gesto quotidiano più anodino, fatica a intravedere l'aspetto liberante della cultura. Quella che alcuni considerano pigrizia spesso ha piuttosto a che fare con l'ignoranza e la disperazione. L'imprescindi
bile Maslow, nel suo Verso una psicologia dell'essere, sostiene che "ogni individuo aspira a soddisfare diversi tipi di bisogni, dai più elementari - i bisogni fisiologici: fame, sete, sonno... - ai più essenziali, la realizzazione di se stesso. I bisogni superiori possono apparire solo se quelli inferiori sono già soddisfatti". Ignorante completo com' ero, la scuola mi sembrava appartenere a un lusso risibile. Leggere e far di conto, confinati al rango di corvée, come avrebbero potuto fornire il minimo aiuto a un apprendista bipede che moltiplicava i propri sforzi solo per conservare un equilibrio precario? Saper camminare e maneggiare la forchetta supera di gran lunga il sillabario e l'aritmetica elementare.Seguito da molte letture, un incontro mi ha insegnato il
valore insospettato di una nuova battaglia. Vicino al collegio viveva in mezzo
ai libri un uomo anziano, il cappellano del convitto. Alla sua salute precaria
contrapponeva una gioia sovrana che esercitò su di me una curiosità fatta prima
di incomprensione, ma ben presto impastata di ammirazione. Per la prima volta
prendevo coscienza che lo spirito (o l'anima, se preferite) merita qualche
attenzione. Adolescente, ho intuito in quell'anziano il fascino della filosofia,
le delizie delle "cose dello spirito". Da quel momento, spesso due uomini
vegliavano al lume di una lampada da studio. Le discussioni scorrevano, gli
argomenti si affinavano. Mi attrezzavo per la vita. Gli occhi logori
aprivano quelli del giovane, le orecchie che l'oltraggio del tempo aveva chiuso
ascoltavano senza compiacimento i rumori confusi di un cuore gonfio di
incomprensione. Gli dicevo i sedici anni di istituzione, il mio smarrimento, la
strana sensazione di appartenere a un altro mondo, mondo ricco, appassionante certo, ma difficile per chi era privato di quelli che amava. Il padre riempiva meticolosamente la pipa mentre l'infermo parlava sempre: del convitto, dei compagni. Nel cuore della notte, in quella bicocca, imparavo a esistere.
Che dire dei fuochi accesi da quel pensatore illuminato di discrezione in un individuo smodatamente
preoccupato dalle esigenze di un corpo dai mille guai? Alla sera della sua vita, il prete consegnava la sua eredità, nella completa ammirazione di fronte a un corpo duro e tenero al contempo, e di fronte a uno spirito oscurato dalla prova ma del quale percepiva crescere le forze. L'uomo dalle guance
scavate, dai denti ingialliti, prossimo alla morte, operava consapevolmente alla
nascita di un progetto di cui ignorava tutto. L'edificazione dello spirito:
questa sarebbe stata ormai la faccenda seria, la terra promessa. Restava da trovare la strada. Un
piatto ghiotto mi attendeva.
Ho intuito che la nuova condizione così ambita avrebbe permesso di gettare uno sguardo stupito sulla realtà e di salvare la pelle di un prigioniero degli ostacoli quotidiani. La lotta ingaggiata un tempo contro le disfunzioni del corpo invadeva ora il
terreno tortuoso del pensiero. Gli esercizi di pronuncia, gli stiramenti
prodotti sui muscoli tro
Lungi da me la voglia di padroneggiare tutto:
mi priverei dell'essenziale! D'altronde questo desiderio totalizzante rientra nel campo dell'utopia, di un banale riflesso di sicurezza. Quello che posso fare, per lo meno, è prepararmi. Come? Forse osservando gli esseri feriti che condividono la mia sorte. Lo schermidore che si lancia verso l'avversario quasi danzando sembra incarnare la pura grazia, la pura gratuità. Eppure, quante ore consacrate all' allenamento, all' esercizio, e che fanno di lui un atleta così abile! La sua leggerezza, la sua libertà nascono da un lavoro assiduo. Sul terreno della vita quotidiana sono richiesti lo stesso lavoro e la stessa preparazione. Abbassare le braccia, rassegnarsi equivarrebbe, per riprendere un'espressione di Nietzsche, al sabato dei sabati, alla morte. L'uomo rimane un essere incompiuto per il quale tutto resta da conquistare. Una volta assunta la paura, questa esigenza affascina. In essa risiede sicuramente una delle più belle grandezze dell'uomo, anche se il suo prezzo pare smisurato, troppo opprimente.Vorrei ancora una volta rivolgere lo sguardo a quelli che Schopenhauer nell' Arte di essere felici chiama i sociis malorum,
ai compagni di sventura, ai compagni nella prova: quella vecchietta incrociata
all' angolo della strada, quel barbone che scandalizza i curiosi, quel
paralitico, quel "poverino" che ci muove a pietà, quel vicino scorbutico, tutte
persone che cercano di stare in piedi, di "tirar dritto", di trovare il proprio
equilibrio, una dinamica, una condizione di spirito che consentano la
sopravvivenza.
Pascal, sulla scia di Aristotele, pensa che dietro a ogni
atto posto dall'uomo si trovi la ricerca volontaria della felicità. Presente
dietro lo schiaffo come dietro la carezza, anima ogni uomo e costituisce lo
scopo di tutte le sue azioni. Persino chi vuole impiccarsi fa un "tentativo":
cerca una minore sofferenza... Ecco un invito al rispetto. Chi mi mortifica
crede, forse onestamente, di migliorare la propria sorte. Anche se imbocca un'
altra strada, a volte condannabile, condivide con me la stessa aspirazione,
quella alla felicità.
Spesso questa lotta gioiosa, ladra di tempo e di energia,
sembra troppo ardua, troppo esigente. Di fronte a una fatica così grande, dove
trovare forza e risorse? Su cosa fondare la volontà di resistere? La domanda
contiene già un abbozzo di risposta. Si tratta proprio della volontà che teniamo
accesa come una fiamma. Per una dialettica ben curiosa, la mancanza può
diventare anche una fonte, uno slancio verso una maggiore felicità. Sapendomi
demunito, mi do da fare in tutti i modi per cavarmela. La ferita chiama dunque
il suo gioioso opposto.