PICCOLI GRANDI LIBRI   Alexandre Jollien
Il mestiere di uomo

Prefazione di Guido Dotti
2003 EDIZIONI QIQAJON COMUNITÀ DI BOSE

I. Una lotta gioiosa
Stare in piedi, innanzitutto, poi la letteratura!
II. Unicità dell'uomo
Tutti dei "casi sociali"?
III. La sofferenza
Il tragico come sorgente
Una gratuità insignificante
(o il gioioso profitto prima di tutto)
IV. Il corpo
Cosa insegna il corpo
V. Ciò che deforma VI. Il mio simile che mi vuole diverso
  VII. Il mestiere di uomo  

II. Unicità dell'uomo

Sono un anormale. È stato detto, a sufficienza. L'ho percepito. I movimenti degli occhi che esaminano ogni particella del mio essere me lo insegnano: uno sguardo fissa il mio, poi scende e si posa là dove si trova la prova che sta cercando: "è handicappato". Percorso degli occhi, ricerca insistente del tallone d'Achille, della debolezza... Quello che la maggior parte della gente percepisce è la stranezza dei gesti, la lentezza delle parole, l'incedere che disturba. Quello che si nasconde dietro, lo ignorano. Spasmi, rictus, perdite di equilibrio, si trincerano dietro un giudizio netto e tranciante: ecco un minorato. Difficile cambiare questa prima impressione, doloroso vedervisi ridotto senza potersi spiegare. Il dialogo è impossibile perché ciò che viene da un minorato è minorato. Così il cerchio si chiude, il contatto diventa impossibile.
Un nome basta a qualificare la tara: "atetosi". Questo termine greco me lo porterò dietro per tutta la vita? Questo appellativo di infermità controllata resta per me privo di effetti perché è di gran lunga troppo ampio e poco comprensibile. Per altri, una diagnosi troppo sollecita costituisce la perdita della libertà. Quella parola rappresenta una
catena alla quale è legata l'esistenza, la prigione nella quale viene rinchiusa una persona. Il termine diventa più pesante ancora della realtà che vuole indicare. Quando il mio vicino scompare sotto l'etichetta del depresso, quando l'altro appare semplicemente come il diabetico, il vedovo o il negro, la riduzione operata da infiniti sguardi pesa, mortifica la personalità e apre piaghe segrete.
Quel che è peggio è che ho creduto a lungo che queste etichette fossero vere, che l'equazione "handicappato = infelice" fosse una legge fissata, dimostrata, incontestabile. Il medico stesso certificò che non avrei potuto, per esempio, accedere alla scuola ufficiale. L'etichetta, scientificamente comprovata, non poteva essere staccata. Quante diagnosi inconfutabili rinchiudono, riducono e condannano qualsiasi speranza!
Ora, la fissità stessa del giudizio sminuisce la ricchezza del reale, dell' essere umano di fronte al quale dovremmo almeno stupirci, se non osiamo meravigliarci. L'esperienza quotidiana, infatti, arriva a volte a smantellare deliziosamente queste verità stabilite. Il paralitico che tutti (pre)dicevano infelice sostiene il morale di chi gli sta intorno, mentre il fine intellettuale, destinato a una splendida carriera, sprofonda in un malessere smisurato. Eppure "non gli manca niente per essere felice". L'enunciato rasenta l'insulsaggine. La felicità si confeziona forse come una brioche? Un pizzico di salute, due cucchiai di...
Ci sono forse dei falliti?
L'essere umano, credo, si inscrive in una complessità che provoca lo stupore. Lo si può davvero circoscrivere con dei "depresso", "biondo", "coi
piedi piatti", "negro", "egoista"? Queste indicazioni ci aiutano veramente ad afferrare il mistero che abita ogni individuo? lo vi scorgo piuttosto un pericolo. Non si tratta, chiaramente, di vietarsi qualsiasi giudizio, ma di evitare la ferita provocata da considerazioni troppo frettolose, ma di assoggettarsi almeno ad osservare meglio, in modo diverso... nella spoliazione.
Dietro le parole è nascosto un essere, una personalità ricca, unica, irriducibile, che il peso dei pregiudizi finisce per coprire di uno strato fieramente categorico. Questa parvenza esclude un approccio semplice e innocente. La sedia a rotelle, il bastone bianco: ecco cosa salta agli occhi. Ma chi, con virtuosismo, utilizza la carrozzella, chi maneggia il bastone? Lo vediamo, vogliamo vederlo? E perché simili accessori dovrebbero essere necessariamente i segni dell'infelicità? E anche la ragione per la quale, siccome bisogna diffidare delle generalizzazioni e considerare l'individuo nella sua verità (sempre più densa di ciò che è visibile), questi segni esteriori vietano di immaginare il cieco... felice.
La riflessione sulla normalità mi assilla fino alla passione. Mi assicura molti tormenti, molte ferite. All'inizio bruciavo dal desiderio di essere come tutti gli altri. Avrei dato tutto per diventare finalmente normale. Mi precipitavo ventre a terra fuori dal collegio per vedere, toccare, sentire, co
noscere una persona normale .
La tradizione propone un ampio spettro di caratteristiche per distinguere l'uomo dalle altre creature del mondo. Programma impegnativo! Eccone alcune, buffe: Cartesio propone la parola, l'imprevedibile Rabelais celebra il riso, mentre Brillat-Savarin scopre il mezzo di dimostrare di essere un uomo nella capacità di distillare dei frutti per farne liquori. Beaumarchais suggerisce che il bere senza aver sete e il fare l'amore in qualsiasi stagione ci differenzia dalle altre bestie. Infine, Valéry afferma che chi sa fare un nodo appartiene alla razza umana. Con il loro aspetto sconcertante, questi tentativi di definizione hanno molto semplicemente il merito di mettere in evidenza, non senza umorismo, la difficoltà di circoscrivere l'essere umano. Secondo il criterio di Valéry, io non sono un uomo, il re degli animali forse, ma non un uomo. E che se ne farebbe Cartesio di un muto?
Una definizione troppo semplicistica è quindi pericolosa. Stabilisce abusivamente chi è normale e chi no e genera un'emarginazione se non un'esclusione. Qualsiasi riduzione che circoscriva l'uomo negando l'unicità della persona confonde l'accidente con la sostanza. Un simile equivoco assume forme spesso insidiose. Un sordo un giorno mi ha detto che era fiero di essere sordo. Da parte mia, non mi sono mai sentito fiero né dei miei spasmi né del mio handicap. Mi abita un'unica fierezza: essere un uomo con uguali diritti e doveri, condividere la stessa condizione, le sue sofferenze, le sue gioie, la sua esigenza. Questa fierezza ci riunisce tutti: il sordo come lo zoppo, l'etiopico come chi ha il labbro leporino, l'ebreo come il moncherino senza gambe, il cieco come il down, il musulmano come il barbone, voi come me. Siamo Uomini!

Tutti dei "casi sociali"?

L'espressione è spaventosa. Casi sociali ne ho frequentati a lungo. Appena ne intravedo un esemplare, resto sulle mie. Ebbene, una volta conosciuto il caso, la paura scompare. Del resto, non posso che trovare in noi delle rassomiglianze. Dunque, come non pormi la domanda: "Diavolo! Non sarò forse anch'io un caso?". E quel vicino con quei modi così buffi, quel professore che recita versi ad alta voce? Ecco dei casi allegri... E quello scrittore, quell'artista? La lista è lunga... Chi si salverà?

Ogni essere umano è, a modo suo, un caso, una deliziosa eccezione. E uno sguardo affascinato, poi critico, trasforma spesso l'individuo anormale in maestro di umanità.