PICCOLI GRANDI LIBRI   Alexandre Jollien
Il mestiere di uomo

Prefazione di Guido Dotti
2003 EDIZIONI QIQAJON COMUNITÀ DI BOSE

I. Una lotta gioiosa
Stare in piedi, innanzitutto, poi la letteratura!
II. Unicità dell'uomo
Tutti dei "casi sociali"?
III. La sofferenza
Il tragico come sorgente
Una gratuità insignificante
(o il gioioso profitto prima di tutto)
IV. Il corpo
Cosa insegna il corpo
V. Ciò che deforma VI. Il mio simile che mi vuole diverso
  VII. Il mestiere di uomo  

III. La sofferenza o l'arte di cavarsela

All'inizio delle sue conferenze, Paul Valéry amava ripetere: "Sono qui a ignorare davanti a voi". Eccellente esordio per affrontare una riflessione sulla sofferenza. Chi può vantarsi di padroneggiare un argomento e di produrre il minimo effetto con un proprio intervento? Le parole restano vane di fronte a un corpo sopraffatto dal dolore, a un cuore privato della persona amata, a una solitudine subita anno dopo anno. Eppure la lotta gioiosa non può sottrarsi al problema del male che imperversa, delle sofferenze che prostrano, dei dolori che annientano. Il progrediens, voi, io, deve proporre una risposta o, perlomeno, tentare di cercarne una di fronte a una realtà che scoraggia, mortifica e ferisce. La speranza che ci motiva non si radica proprio nella certezza, inappellabile, che bisogna trarre profitto da ogni esperienza, e soprattutto dalle più crudeli?
L'uomo è fatto così: ogni giorno conduce la sua battaglia, cerca di sopravvivere, di diventare migliore, forse. Ma quanti ostacoli lo aspettano al varco quando si scontra con il nemico del suo progresso, l'unico, forse: la sofferenza che, con la disperazione, rode dall'interno ed estende le sue devastazioni in mezzo alla folla come nella stanza più isolata. Essa sembra sempre la più forte
e as
sume diverse forme crudeli la cui tenacia disarma perfino la saggezza più implacabile! Qui la nozione di male evoca evidentemente ben altro che i piccoli mali che la medicina - per nostra fortuna - spazza via a colpi di pillole. Oltre ai tormenti che la psicologia pretende di alleviare in qualche seduta, esiste una sofferenza di fondo che appartiene alla natura umana e che permane inarrestabile...
Si può nascondere questa sofferenza o scegliere (spesso con qualche compiacimento) di esibirla. Tuttavia, la sua forza e la sua tenacia obbligano ciascuno a stare in guardia. Affrontarla di petto pare spesso impossibile. Insensibile agli espedienti, persiste come un marchio indelebile che rende vano lo sforzo e resiste a ogni tentativo di annullamento.

Il mestiere di uomo, arte di vivere fatale che ciascuno pratica nel quotidiano - spesso senza saperlo - esige di conseguenza molte risorse, una costante ingegnosità messa in opera per fare della vita una vittoria, per assumere la propria condizione... Ecco la grossa questione che motiva ogni nostra battaglia e guida la mia ricerca. Voglio perciò, fin dall'inizio, confessare la mia estrema debolezza. Parlare della sofferenza, peggio ancora, viverla nella propria carne è una prova temibile che il mestiere di uomo vieta di eludere. Una personalità trova la sua quintessenza proprio nel virtuosismo che mette in atto per superare il male.
Per salvaguardare lo stimolo che ci anima, è opportuno cavar fuori dal quotidiano e dai giorni negativi qualche strumento fecondo adatto a fronteggiare il fallimento. Questa ricerca fa dell'uomo un apprendista maldestro, posto di fronte a un obbligo vertiginoso e oscuro: fare della propria vita un' opera, forgiare una personalità degna di assumere pienamente la totalità dell' esistenza.
Lanciarsi nella costruzione di se stessi ci pone di fronte a un abisso perché si tratta innanzitutto di esercitare la propria lucidità, di sapere su cosa si edifica. Un rapido sguardo alla condizione umana basta, infatti, a metterne in luce il carattere tragico. Allora, rassegnazione?
È proprio da qui che prende avvio la mia riflessione sulle ferite, i dolori, le angosce, la minaccia che un giorno finirà per concretizzarsi. Marguerite Yourcenar fa pronunciare all'imperatore Adriano una constatazione che delinea l'uomo: "Quando si saranno alleviate sempre più le schiavitù inutili, si saranno scongiurate le sventure non necessarie, resterà sempre, per tenere in esercizio le virtù eroiche dell'uomo, la lunga serie dei mali veri e propri: la morte, la vecchiaia, le malattie inguaribili, l'amore non corrisposto, l'amicizia respinta o tradita, la mediocrità d'una vita meno vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri sogni". Questo, presto o tardi, è quanto attende tutti, lo so fin troppo bene. Ma dove cercare le virtù in grado di addolcire la durezza dell' esistenza e come forgiare lo stato d'animo, l'arma da opporre al nemico?
Si tratta forse di partire dall'unica certezza, dalla prospettiva del nulla dal quale proveniamo e verso il quale precipitiamo ogni giorno? Finché
viviamo, al cuore stesso delle gioie il tragico ci precede. Negarlo, significa in qualche modo metterlo in primo piano. Complice o avversario, costituisce lo sfondo, la sostanza stessa della mia condizione. Una simile constatazione, evidentemente, è lungi dall' essere causa di gioia. Pascal l'aveva capito. Cerchiamo di fuggire il tragico nei giochi, nell' azione; persino l'attività più modesta mira ad allontanarcene: facciamo di tutto pur di non renderci conto che l'uomo, votato alla morte, non sfuggirà alla propria dose di sofferenza. Non c'è bisogno di richiamarsi a Buddha, né di essere rimasti tutti i martedì sera nella posizione del cobra per prendere coscienza che nulla è sicuro, tranne la morte. Eccomi posto di fronte all' abisso, solo, senza appoggio filosofico-teologico. Si va forse a dire a una madre sconsolata che il tragico visita ogni famiglia, che tutti finiscono per attraversarlo? Se ne infischierà, e a ragione. Nessuno dei nostri mali ha una scusa. E anche qualora ne avesse, ci farebbe stare davvero meglio? Conoscere l'eventuale utilità del proprio male non dà affatto sollievo al malato. Sapere perché esiste la sofferenza non addolcisce le sofferenze del moribondo, né le piaghe del bambino picchiato, abbandonato. Anche se teoricamente delucidato, il problema del male resterebbe un dramma esistenziale.
Davanti a un simile sgomento e senza pretesti alla sofferenza, piomberò allora nel nichilismo, abdicherò di fronte a un mondo in cui trionfano la morte e la sofferenza? Tra illusione e cinismo disilluso posso lasciare in sospeso la questione e cercare di vivere - rasserenato, tranquillo - ma la mia vita me lo proibisce. Bisogna ingaggiare battaglia o
almeno accettarla, altrimenti la lotta così esigente sarebbe di breve durata. Il tragico esiste, io anche! Tra i due tutto resta da costruire. Non c'è scelta. Né modello, né soluzione, né risposta preconfezionata, e non sono nemmeno disponibili istruzioni per l'uso. Ognuno procede a tentoni, subendo fallimenti e costruendo sulle proprie rovine.

Il tragico come sorgente

A volte si produce un ribaltamento: il tragico istruisce. Chi lo rasenta si forma. La saggezza fecondata dalla sofferenza, dal fallimento o dal tormento, nutrita dagli ostacoli vinti giorno per giorno, avrà indubbiamente qualche utilità. Certo, l'orecchio deve drizzarsi, la volontà tendersi affinché la voce discreta si faccia sentire, affinché una speranza si riaffacci là dove meno la si attendeva. Ecco la prima sfida: plasmare una vita, scolpire l'esistenza sulla sabbia avendo, come guida, anche i più poverini, straziati precursori che, a dispetto di ogni logica, lottano e propongono un senso, fragile, costantemente minacciato. Traggono profitto da tutto, persino dalla sofferenza.
Questo lavoro nasce da un realismo freddo, netto. Ogni vita è fragile, vulnerabile, alla mercé del primo incidente. Domani posso ritrovarmi inchiodato a un letto, posso morire, perdere una persona cara. Una volta nato, l'uomo è destinato al peggio. Mi fermerò a questo? No di certo! Questa constatazione cupa ma saggia può solo essere propedeutica: devo assumerne il peso inaudito e poi tentare di superarlo.
Per chi si arrischia a rinunciare alle illusioni, la precarietà stessa della vita "rischia" di diventare allora una sorgente. Sapendo ormai come regolarmi, eccomi obbligato a ingaggiare battaglia. Ancora una volta, i più deboli ci servono da esempio. In loro la vulnerabilità balza agli occhi, ed essi non la nascondono, consapevoli che la vita è irrimediabilmente accompagnata da una quantità sconcertante di sofferenze. Obbligati ad adattarsi, utilizzano ogni mezzo per cogliere e costruire elementi di bellezza. Non c'è nulla da perdere, perché tutto è già perso in anticipo! Tutto quello che costruisco, lo strappo per un momento al potere della sofferenza; tutta la gioia che riesco a donare, la contrappongo alla tristezza, alla solitudine. Nulla è grave, perché tutto è grave. Ogni istante che reca in sé il marchio segreto del tragico, della morte imminente, converrà abitarlo, immettendogli forza e gioia. Lungi dal gettarci a terra, questa constatazione invita a una leggerezza. Nessuna ingenuità, nessuna noncuranza in questo stato d'animo impastato di profondità.
La leggerezza fornisce all'apprendista del mestiere di uomo un utensile preziosissimo, una forza inedita capace di far esplodere il mondo. Ben diversa dall'ottimismo ottuso dell'ingenuo, essa rende spesso fiorenti delle solitudini o delle sofferenze superate. La sua natura la spoglia di ogni artificio, la trasforma in una gioia che intuisce la precarietà di ogni cosa. Paradosso singolare: molte "buone volontà" impegnate in qualche opera umanitaria vengono iniziate a questa gioia insolita e inattesa su terreni che lasciavano presagire solo miseria e desolazione.
Chi adotta la leggerezza, sottile antidoto alla disperazione, sperimenta i pericoli di una rivolta inacidita, intuisce che la sofferenza non alimenta solo santi o saggi. Diventare leggeri significa accettare umilmente la sorte dopo aver tentato di tutto per sradicarne il lato oscuro, ribadire una resistenza là dove prevalgono rivolta e collera, significa rifiutare che la rabbia o l'odio finiscano per alienare la libertà. Essere leggeri significa dunque far ricorso di forza alla gioia contro ciò che inasprisce, contro ciò che isola, significa spalleggiare chi soffre affinché non si rinchiuda nel proprio mal-essere. La leggerezza va contro, contrasta ciò che immiserisce.
Fecondata da altri, la leggerezza può incarnarsi nel sorriso o nella stretta di mano che due compagni di sventura si scambiano per fugare la disperazione. Ispira le parole di incoraggiamento, si propaga nell'umorismo redentore, libera chi lotta contro lo sgomento, si rallegra del minimo progresso e ignora quel risentimento che non tarda a essere, generato dal disprezzo nutrito dai propri simili. E estremamente delicato conservare la fiducia, mantenere un rapporto sereno con se stessi quando si insedia la malattia, la disperazione; in poco tempo, assieme al male, si odierà la vita intera. A dispetto degli invidiosi, degli scorbutici o dei vendicativi, l'adepto della leggerezza accetta quindi la sfida di accogliere l'esistenza, di abbellirla ogni giorno. Lungo il cammino, la presenza dell'altro rafforza la sua perseveranza. Da quel momento, per assumere una difficoltà disarmante, si apre e acconsente a trovare un aiuto, ad arrischiare l'incontro.
La leggerezza obbliga anche a non sprofondare nell' odio verso se stessi. La forza che resiste a questa sinistra minaccia a volte illumina il volto dei sofferenti. Contemplando i loro lineamenti vi si attinge un incoraggiamento. Ma spesso il vincitore è nel campo sbagliato: allora il male trionfa e genera persone ferite, tristi, chiuse, scontrose.
Sì, bisogna ammetterlo, sono vittime i cui sbalzi di umore e i ripiegamenti su se stessi tradiscono soprattutto l'impotenza. Socrate diceva che "nessuno è cattivo di propria volontà". Sì, se si scava dietro la cattiveria si trova quasi sempre una ferita aperta, la frustrazione di un fallimento. I buddisti hanno stupendamente illustrato così questa dolorosa dialettica: quando qualcuno ti percuote con un bastone, non te la prendi con il bastone. Ti ha colpito, certo, ma non è quello il responsabile. Rifletti! L'uomo che ti aggredisce, al pari del bastone, non merita la tua collera, il tuo odio. La ferita: ecco il vero colpevole che strumentalizza l'uomo come il bastone. Il messaggio di questo aneddoto si applica perfettamente alla sofferenza e costituisce un nuovo invito alla tolleranza.
Cosa c'è di più ridicolo della paura di un topo? Una fobia che si presta al sorriso può distruggere, annientare la persona. Vissuta dall'interno, rischia di assumere dimensioni inimmaginabili, di rivelare la solitudine del sofferente.
Percepiamo solo dei frammenti dell' angoscia patita dagli altri, del dolore di un malato intuiamo solo la presenza. Se la gioia, la felicità si condividono facilmente, la sofferenza ripugna, provoca vergogna e isola. Un'altra tortura viene allora a innestarsi: quella di essere giudicato, incompreso, di portare da solo un peso troppo gravoso, proprio quando un ascolto amichevole allevierebbe il tormento. Mettersi al posto di chi soffre: ecco un arduo esercizio. Si può almeno essere là, cercare di confortare e soprattutto astenersi dal giudicare.
Nella sofferenza una presenza, per quanto discreta, surclassa - e di molto - i discorsi che pretendono di padroneggiare ogni cosa. Uno sguardo, un sorriso, una parola: ecco la mia parte di azione.
Compito difficile quello di assistere impotenti alla rovina di un essere amato, di cercare di trovare il gesto di consolazione, mentre la disperazione ha il sopravvento! Il sorriso fragile, la parola esitante, il sostegno strappati a prezzo di innumerevoli sforzi paiono vani, ma se mancano, manca l'essenziale.

Una gratuità insignificante
(o il gioioso profitto prima di tutto)

Per vivere, l'essere umano assimila del cibo, questo è assodato. Che dire del contatto, dei legami che ci uniscono agli altri? Nella disgrazia, nulla è più prezioso della presenza di una persona cara, l'ascolto di qualcuno che ci è vicino. Senza questo sostegno, l'uomo cessa di crescere, deperisce. Ma il commercio con gli altri - peraltro così fecondo - può costituire un cocente ostacolo al progresso. Vittima dello scherno, dei giudizi, delle condanne, chi soffre si rinchiude per evitare qualsiasi nuovo attacco. Risentimento, amarezza, solitudine, vergogna: tutto finisce per secernere un guscio solidissimo che completa l'atrofia della sensibilità. "Proteggiti! Blindati!": ecco il grido del cuore straziato. Rassicurato, eccomi ben presto autista, rinchiuso in un guscio. Nella mia fortezza vuota, impermeabile alla tenerezza, resto insensibile alla ferita, allo scherno. Per voler fuggire troppo la cattiveria, la crudeltà di certi incontri, mi taglio fuori dall'affetto, dal conforto. Proteggendo mi all'eccesso dagli sguardi che condannano e umiliano, finisco per chiudere anche gli occhi che amano.
Per chi non gode più della spigliatezza, della libertà e dello stato d'animo necessari per sopraffarla, la sofferenza è solo un' atrocità nociva. Per questo bisogna saper contare sugli altri per essere capaci, in una situazione difficile, di trovare le risorse per trarne profitto. Il ruolo vitale dell' altro nella prova non può comunque occultare un dove re primario: mettere in opera tutto per sopprimere la sofferenza.
Non stanchiamoci di ripeterlo: la sofferenza non fa crescere, è invece quello che ne facciamo che può far crescere la persona. Non c'è alcun bisogno di soffrire per svilupparsi, né alcun bisogno di conoscere l'isolamento per apprezzare la presenza dell'altro. Eminenti studiosi hanno speso tempo ed energie per vantare i meriti della prova, i benefici del fallimento. Bisogna fare le proprie esperienze, dicono. Certo, ma accumularle non basta.
In questa retorica si rischia di trovare un invito alla fuga, un futile pretesto per infliggere sofferenze. Con un gioco di parole
(ta pathémata mathemata: "ciò che fa soffrire insegna") i greci hanno tentato di forgiare un atteggiamento, molto più acuto, da opporre ai tormenti, a ciò che ferisce e distrugge. Io vi trovo uno strumento. Chiamato algodicea, prende le mosse da questa esperienza:
non vi è nulla di peggio di una sofferenza gratuita, assurda, priva di senso. Mentre la giovane madre dimentica tranquillamente i dolori del parto e il trofeo del vincitore fa sparire indolenzimenti ed ematomi, le sofferenze gratuite e sterili non scompaiono mai. Ci spodestano, ci privano a poco a poco della libertà. Così, di fronte allo scandalo e soprattutto all' assurdità di ciò che provoca dolore, gli antichi esortano a fare di tutto per rendere fruttuoso il momento della sofferenza. Non si tratta di correre in cerca del pericolo, né di sguazzare nel dolore, bensì, quando questo si presenta, di approfittarne! Emile Cioran, nel suo L'inconveniente di essere nati, fornisce un chiarimento: "La sofferenza apre gli occhi, aiuta a vedere le cose che altrimenti non avremmo colto. E quindi utile solo alla conoscenza e, al di fuori di essa, serve unicamente ad avvelenare l'esistenza!" .
Nulla contraddice l'algodicea più della beata ras
segnazione dei fatalisti che, di fronte alla sofferenza degli altri, si bendano gli occhi e non fanno nulla, o di quelli che, condannando le vittime, fanno in fretta a tacciarle di incapacità e dimenticano che la sofferenza opprime, appesantisce, intorpidisce. Troppo spesso annienta. A cosa serve gettare disprezzo su chi abbassa le braccia? Prima di accusare la vittima e sostenere che si compiace nella sofferenza, conviene forse accertarsi se quello che si giudicava condiscendenza non abbia a che fare, in ultima analisi, con una disperazione abissale. Prigionieri del dolore, si perdono facilmente la speranza e la forza richieste. E ciascuno può sprofondare dall' oggi al domani. Così ci si potrà sempre chiedere come mai Primo Levi si è suicidato dopo aver tanto lottato per sopravvivere. Analogamente sappiamo di prigionieri di guerra che, dopo essere stati liberati, non tardano a compiere il gesto fatale. E possibile che la routine, il vuoto del quotidiano privino dell'essenziale, cioè del sapere perché lottare, del conoscere la propria ragion d'essere? Dobbiamo dedurre che un eccesso di lotta sfinisce e uccide?
La sofferenza che schianta, sulla quale l'uomo non ha presa alcuna. Non sminuiamola con discorsi vani. La sofferenza in sé permane ingiustificabile! Non insegna nulla a chi non è altro che sofferente. Se è indecente fare l'apologia della sofferenza, gli interrogativi rimangono. Qui, ancor più di prima, si impone un' estrema prudenza. Per par
tire alla ricerca di risposte - ma senza rischiare di piombare in un silenzio di abdicazione - è bene confessare il mio imbarazzo e la mia ignoranza? Quest'ultima, immensa, mi porta - è un dato di fatto - a rivolgere lo sguardo verso gli altri. Se, per grande fortuna, nessuno è "laureato in sofferenza", alcune persone tuttavia mi insegnano in materia più di molte opere ampollose sull'argomento. E verso costoro che voglio volgermi per la favolosa sfida dell' algodicea. Essi non la applicano forse già sul terreno della vita quotidiana? Ciascuno apporta così il suo senso alla sofferenza. Per tentare di trovarlo, da parte mia ho il presentimento che da solo non posso nulla. Devo quindi trovare le armi che altri hanno forgiato, prendere a prestito da loro gli strumenti della lotta. La gioia sovrana dipinta su dei volti straziati dal dolore: ecco un rimedio! Quand' anche avessi tutto, sarei un essere incompiuto se questa gioia mi divenisse estranea.
Leggendo L'énergie spirituelle di Bergson, ho trovato una luminosa conferma: "La gioia annuncia sempre che la vita l'ha spuntata, che ha conquistato terreno, che ha ottenuto una vittoria: ogni grande gioia ha un accento trionfale...". La gioia, allora, annuncerebbe sempre il trionfo? Paradosso! Spesso essa si impone in pienezza e totalità in coloro che alcuni considerano dei falliti, delle nullità, degli esseri insignificanti, dei "vegetali", dei malati. La vita l'ha quindi spuntata: là, nella sofferenza, nell'incertezza, l'esistenza conquista davvero terreno. Ho trovato le mie referenze: ecco persone che cercano di opporre al male una risposta invidiabile.
Non mi resta che mettermi alla loro scuola. Dapprima, ciò che colpisce è il loro realismo. Lungi dal fuggire nell'illusione, affrontano la realtà giorno dopo giorno con umiltà e umorismo. E difficile conservare queste due doti quando tutto va male! Eppure, nulla è più prezioso. Se c'è un nuovo concetto che oggi occupa i dibattiti è proprio quello di resilienza, cioè la facoltà di venirne fuori nonostante le avversità. L'algodicea mi sembra derivare da questa forza all' opera nei più deboli, in quelli che la vita ha corroso. Normalmente, gli individui gravemente provati vengono considerati con pietà. Il loro handicap, si pensa, li vota forzatamente all'infelicità, la loro cecità vieta la gioia, la malattia li priva di tutto. Ma chi si avvicina a loro, chi compie il primo passo finirà senz' altro per rivedere il proprio giudizio. Uno stato d'animo insospettato lo attende. Perché non trame ispirazione? Mi ricordo con piacere dell'allegria che condividevamo, i miei compagni ed io. Per celebrare una vittoria, ognuno di noi urlava (e il termine è debole). Urlavamo per la lettera di un amico trovata nella casella della posta, in occasione di un incontro, quando ascoltavamo una buona notizia. Si sbaglia chi volesse ridurre a puerilità una simile manifestazione di gioia. Essa manifesta semplicemente uno stupore permanente, un sentimento di riconoscenza.
Quando si acconsente a lottare con il quotidiano, si finisce inevitabilmente per spogliarsi: l'essenziale, infatti, richiede una sorta di ascesi di ogni istante. L'algodicea è innanzitutto l'esigente esperienza che la prova che mi opprime non mi annienterà. Sono tenuto a opporle una resistenza, a proseguire ad ogni costo l'esercizio della mia libertà, a non lasciarmi vincere per conservare la mia gioia come un' arma indispensabile. Che delicata prodezza per chi è colpito da una malattia degenerativa o per chi attraversa la propria esistenza senza l'appoggio di nessuno!
Cioran ha visto bene. Se la sofferenza avvelena l'esistenza, insegna anche. Ma, a mia volta, come praticare l'algodicea? I deboli mi manifestano che trarre profitto dalla sofferenza è innanzitutto approfittare, beneficiare della vita. Celebrare ciò che ne costituisce il prezzo.

Un giorno, un centro per handicappati mentali mi invita per una conferenza. Vengono a prendermi alla stazione, mi portano al centro. Mi sistemo in una stanza. Mi prende il magone. Il passato, diciassette anni di istituto riemergono con prepotenza. Fuori: grida, risate. Non posso sottrarmi all'angoscia. Esco. Delle persone gioiose mi accolgono. Una giovane donna mi piazza le mani sulle spalle ed esclama: "Sei proprio carino!". Sorrido, incredulo. Bevo una tazza di cioccolata. I ricoverati si danno da fare affinché l'ospite non manchi di nulla e mettono in campo in abbondanza il loro affetto. Sono tranquillizzato. Ben presto si creano dei legami. Si va in fretta all'essenziale, lasciando da parte le etichette sociali.
Alla sera parlo di Nietzsche, poi si balla, si ride. La mia dama, nel clima di gioia, rompe il suo tacco a spillo sfoggiato solo per le grandi occasioni. Sbarazzatasi delle scarpette, ricomincia di gran lena. La festa è al culmine. Il mio soggiorno si trasforma a poco a poco. Questi uomini, queste donne, che forse rappresentano una vergogna per le loro famiglie, mi insegnano a gioire di fronte alla vita, a prestare un' attenzione sottile all' altro. La sofferenza è là, onnipresente. Ma i ricoverati praticano il riso, coltivano la gioia, l'amicizia. Qui la sofferenza rinsalda i legami, costringe a inventare, a trovare il gesto appropriato, l'atteggiamento giusto. Affascinato, lascio il centro. In treno, dei dirigenti con la loro valigetta, uomini, donne. Attraverso i vagoni, incerto a causa della velocità. Qui i volti sono imbronciati. Mi rendo conto di come il
centro sia un'eccezione con i suoi riti, i suoi costumi, le sue pratiche, la sua vita, i suoi abitanti felici per decisione.

Se mi sento impotente nei confronti della mia sofferenza, l'aiuto che ricevo mi invita a prestare attenzione alle ferite di quanti incontro. Cosi l'algodicea richiede questo andirivieni salvatore che solo permette di raccogliere la sfida finale, costantemente attuale: lottare contro il male e approfittare di ogni istante per progredire. Ecco perché Nietzsche nella Gaia scienza ha scritto: "Nel dolore sento l'ordine del comandante della nave: 'Ammainate le vele!'. L'intrepido navigatore uomo deve essersi esercitato a orientare le vele in mille modi, altrimenti sarebbe ben presto spacciato e l'oceano lo inghiottirebbe subito".