Alexandre Jollien
Il mestiere di uomo
Prefazione di Guido Dotti
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I.
Una lotta gioiosa Stare in piedi, innanzitutto, poi la letteratura! |
II.
Unicità dell'uomo Tutti dei "casi sociali"? |
III.
La sofferenza Il tragico come sorgente Una gratuità insignificante (o il gioioso profitto prima di tutto) |
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IV. Il corpo Cosa insegna il corpo |
V. Ciò che deforma | VI. Il mio simile che mi vuole diverso |
| VII. Il mestiere di uomo |
III. La sofferenza o l'arte di cavarsela
All'inizio delle sue conferenze, Paul Valéry amava ripetere:
"Sono qui a ignorare davanti a voi". Eccellente esordio per affrontare una
riflessione sulla sofferenza. Chi può vantarsi di padroneggiare un argomento e
di produrre il minimo effetto con un proprio intervento? Le parole restano vane
di fronte a un corpo sopraffatto dal dolore, a un cuore privato della persona
amata, a una solitudine subita anno dopo anno. Eppure la lotta gioiosa non può
sottrarsi al problema del male che imperversa, delle sofferenze che prostrano,
dei dolori che annientano. Il progrediens, voi, io, deve proporre una
risposta o, perlomeno, tentare di cercarne una di fronte a una realtà che
scoraggia, mortifica e ferisce. La speranza che ci motiva non si radica proprio
nella certezza, inappellabile, che bisogna trarre profitto da ogni esperienza, e
soprattutto dalle più crudeli?
L'uomo è fatto così: ogni giorno conduce la sua battaglia,
cerca di sopravvivere, di diventare migliore, forse. Ma quanti ostacoli lo
aspettano al varco quando si scontra con il nemico del suo progresso, l'unico,
forse: la sofferenza che, con la disperazione, rode dall'interno ed estende le
sue devastazioni in mezzo alla folla come nella stanza più isolata. Essa sembra
sempre la più forte
Il mestiere di uomo, arte di vivere fatale che ciascuno
pratica nel quotidiano - spesso senza saperlo - esige di conseguenza molte
risorse, una costante ingegnosità messa in opera per fare della vita una
vittoria, per assumere la propria condizione... Ecco la grossa questione che
motiva ogni nostra battaglia e guida la mia ricerca. Voglio perciò, fin
dall'inizio, confessare la mia estrema debolezza. Parlare della sofferenza,
peggio ancora, viverla nella propria carne è una prova temibile che il mestiere
di uomo vieta di eludere. Una personalità trova la sua quintessenza proprio nel
virtuosismo che mette in atto per superare il male.
Il tragico come sorgente
A volte si produce un ribaltamento: il tragico istruisce. Chi
lo rasenta si forma. La saggezza fecondata dalla sofferenza, dal fallimento o
dal tormento, nutrita dagli ostacoli vinti giorno per giorno, avrà indubbiamente
qualche utilità. Certo, l'orecchio deve drizzarsi, la volontà tendersi affinché
la voce discreta si faccia sentire, affinché una speranza si riaffacci là dove
meno la si attendeva. Ecco la prima sfida: plasmare una vita, scolpire
l'esistenza sulla sabbia avendo, come guida, anche i più poverini, straziati
precursori che, a dispetto di ogni logica, lottano e propongono un senso,
fragile, costantemente minacciato. Traggono profitto da tutto, persino dalla
sofferenza.
Questo lavoro nasce da un realismo freddo, netto. Ogni vita è
fragile, vulnerabile, alla mercé del primo incidente. Domani posso ritrovarmi
inchiodato a un letto, posso morire, perdere una persona cara. Una volta nato,
l'uomo è destinato al peggio. Mi fermerò a questo? No di certo! Questa
constatazione cupa ma saggia può solo essere propedeutica: devo assumerne il
peso inaudito e poi tentare di superarlo.
Per chi si arrischia a rinunciare alle illusioni, la
precarietà stessa della vita "rischia" di diventare allora una sorgente. Sapendo
ormai come regolarmi, eccomi obbligato a ingaggiare battaglia. Ancora una volta,
i più deboli ci servono da esempio. In loro la vulnerabilità balza agli occhi,
ed essi non la nascondono, consapevoli che la vita è irrimediabilmente
accompagnata da una quantità sconcertante di sofferenze. Obbligati ad adattarsi,
utilizzano ogni mezzo per cogliere e costruire elementi di bellezza. Non c'è
nulla da perdere, perché tutto è già perso in anticipo! Tutto quello che
costruisco, lo strappo per un momento al potere della sofferenza; tutta la gioia
che riesco a donare, la contrappongo alla tristezza, alla solitudine. Nulla è
grave, perché tutto è grave. Ogni istante che reca in sé il marchio segreto del
tragico, della morte imminente, converrà abitarlo, immettendogli forza e gioia.
Lungi dal gettarci a terra, questa constatazione invita a una leggerezza.
Nessuna ingenuità, nessuna noncuranza in questo stato d'animo impastato di
profondità.
La leggerezza fornisce all'apprendista del mestiere di uomo
un utensile preziosissimo, una forza inedita capace di far esplodere il mondo.
Ben diversa dall'ottimismo ottuso dell'ingenuo, essa rende spesso fiorenti delle
solitudini o delle sofferenze superate. La sua natura la spoglia di ogni
artificio, la trasforma in una gioia che intuisce la precarietà di ogni cosa.
Paradosso singolare: molte "buone volontà" impegnate in qualche opera umanitaria
vengono iniziate a questa gioia insolita e inattesa su terreni che lasciavano
presagire solo miseria e desolazione.
Chi adotta la leggerezza, sottile antidoto alla disperazione,
sperimenta i pericoli di una rivolta inacidita, intuisce che la sofferenza non
alimenta solo santi o saggi. Diventare leggeri significa accettare umilmente la sorte dopo aver tentato di tutto per sradicarne il lato oscuro, ribadire una resistenza là dove
prevalgono rivolta e collera, significa rifiutare che la rabbia o l'odio
finiscano per alienare la libertà. Essere leggeri significa dunque far ricorso di forza alla gioia contro ciò che inasprisce, contro
ciò che isola, significa spalleggiare chi soffre affinché non si rinchiuda nel
proprio mal-essere. La leggerezza va contro, contrasta ciò che immiserisce.
Fecondata da altri, la leggerezza può incarnarsi nel sorriso
o nella stretta di mano che due compagni di sventura si scambiano per fugare la
disperazione. Ispira le parole di incoraggiamento, si propaga nell'umorismo
redentore, libera chi lotta contro lo sgomento, si rallegra del minimo progresso
e ignora quel risentimento che non tarda a essere, generato dal disprezzo
nutrito dai propri simili. E estremamente delicato conservare la fiducia,
mantenere un rapporto sereno con se stessi quando si insedia la malattia, la
disperazione; in poco tempo, assieme al male, si odierà la vita intera. A
dispetto degli invidiosi, degli scorbutici o dei vendicativi, l'adepto della
leggerezza accetta quindi la sfida di accogliere l'esistenza, di abbellirla ogni giorno. Lungo il cammino, la presenza dell'altro rafforza la sua perseveranza. Da quel momento,
per assumere una difficoltà disarmante, si apre e acconsente a trovare un aiuto,
ad arrischiare l'incontro.
La leggerezza obbliga anche a non sprofondare nell' odio
verso se stessi. La forza che resiste a questa sinistra minaccia a volte
illumina il volto dei sofferenti. Contemplando i loro lineamenti vi si attinge
un incoraggiamento. Ma spesso il vincitore è nel campo sbagliato: allora il male
trionfa e genera persone ferite, tristi, chiuse, scontrose.
Sì, bisogna ammetterlo, sono vittime i cui sbalzi di umore e
i ripiegamenti su se stessi tradiscono soprattutto l'impotenza. Socrate diceva
che "nessuno è cattivo di propria volontà". Sì, se si scava dietro la cattiveria
si trova quasi sempre una ferita aperta, la frustrazione di un fallimento. I
buddisti hanno stupendamente illustrato così questa dolorosa dialettica: quando
qualcuno ti percuote con un bastone, non te la prendi con il bastone. Ti ha
colpito, certo, ma non è quello il responsabile. Rifletti! L'uomo che ti
aggredisce, al pari del bastone, non merita la tua collera, il tuo odio. La
ferita: ecco il vero colpevole che strumentalizza l'uomo come il bastone. Il
messaggio di questo aneddoto si applica perfettamente alla sofferenza e
costituisce un nuovo invito alla tolleranza.
Cosa c'è di più ridicolo della paura di un topo? Una fobia
che si presta al sorriso può distruggere, annientare la persona. Vissuta
dall'interno, rischia di assumere dimensioni inimmaginabili, di rivelare la
solitudine del sofferente.
Percepiamo solo dei frammenti dell' angoscia patita dagli
altri, del dolore di un malato intuiamo solo la presenza. Se la gioia, la
felicità si condividono facilmente, la sofferenza ripugna, provoca vergogna e
isola. Un'altra tortura viene allora a innestarsi: quella di essere giudicato,
incompreso, di portare da solo un peso troppo gravoso, proprio quando un ascolto amichevole allevierebbe il tormento.
Mettersi al posto di chi soffre: ecco un arduo esercizio. Si può almeno essere là, cercare di confortare e soprattutto astenersi dal giudicare.
Nella sofferenza una presenza, per quanto discreta, surclassa - e di molto - i discorsi che pretendono di padroneggiare ogni cosa. Uno sguardo, un sorriso, una parola: ecco la mia parte di azione.
Compito difficile quello di assistere impotenti alla rovina di un essere amato, di cercare di trovare il gesto di consolazione, mentre la disperazione ha il
sopravvento! Il sorriso fragile, la parola esitante, il sostegno strappati a prezzo di innumerevoli sforzi paiono
vani, ma se mancano, manca l'essenziale.
Una gratuità insignificante
(o il gioioso profitto prima di tutto)
Per vivere, l'essere umano assimila del cibo, questo è assodato. Che dire del contatto, dei legami che ci uniscono agli altri? Nella disgrazia, nulla è più prezioso della presenza di una persona cara, l'ascolto di qualcuno che ci è vicino. Senza questo sostegno, l'uomo cessa di crescere, deperisce. Ma il
commercio con gli altri - peraltro così fecondo - può costituire un cocente ostacolo al
progresso. Vittima dello scherno, dei giudizi, delle condanne, chi soffre si rinchiude per evitare qualsiasi nuovo attacco. Risentimento, amarezza, solitudine, vergogna:
tutto finisce per secernere un guscio solidissimo che completa l'atrofia della
sensibilità. "Proteggiti! Blindati!": ecco il grido del cuore straziato. Rassicurato, eccomi ben presto autista, rinchiuso in
un guscio. Nella mia fortezza vuota, impermeabile alla tenerezza, resto insensibile alla ferita, allo scherno. Per voler fuggire troppo la cattiveria,
la crudeltà di certi incontri, mi taglio fuori dall'affetto, dal conforto. Proteggendo mi all'eccesso dagli sguardi che condannano e umiliano, finisco per chiudere anche gli occhi che amano.
Per chi non gode più della spigliatezza, della libertà e dello stato d'animo necessari per sopraffarla, la sofferenza è solo un' atrocità nociva. Per questo bisogna saper contare sugli altri per essere capaci, in una situazione difficile, di trovare le risorse per trarne profitto. Il ruolo vitale dell' altro nella prova non può comunque occultare un dove re primario: mettere in opera tutto per sopprimere la sofferenza.
Non stanchiamoci di ripeterlo: la sofferenza non fa crescere, è invece quello che ne facciamo che può far crescere la persona. Non c'è alcun bisogno di soffrire per svilupparsi, né alcun bisogno di conoscere l'isolamento per apprezzare la presenza dell'altro.
Eminenti studiosi hanno speso tempo ed energie per vantare i meriti della prova, i benefici del fallimento. Bisogna fare le proprie esperienze, dicono. Certo, ma accumularle non basta.
In questa retorica si rischia di trovare un invito alla fuga, un futile pretesto per infliggere sofferenze. Con un gioco di parole
(ta pathémata mathemata: "ciò che fa soffrire insegna") i greci hanno
tentato di forgiare un atteggiamento, molto più acuto, da opporre ai tormenti, a ciò che ferisce e distrugge.
Io vi trovo uno strumento. Chiamato algodicea,
prende le mosse da questa esperienza:
Un giorno, un centro per handicappati mentali mi invita per una conferenza. Vengono a prendermi alla stazione, mi portano al centro. Mi sistemo in una stanza. Mi prende il magone. Il passato,
diciassette anni di istituto riemergono con prepotenza. Fuori: grida, risate. Non posso sottrarmi all'angoscia. Esco. Delle persone gioiose mi accolgono. Una giovane donna mi piazza le mani sulle spalle ed esclama: "Sei proprio carino!". Sorrido, incredulo. Bevo una tazza di cioccolata. I ricoverati si danno da fare affinché l'ospite non manchi di nulla e mettono in campo in abbondanza il loro affetto. Sono tranquillizzato. Ben presto si creano dei legami. Si va in fretta all'essenziale, lasciando da parte le etichette sociali.Se mi sento impotente nei confronti della mia sofferenza, l'aiuto che ricevo mi invita a prestare attenzione alle ferite di quanti incontro. Cosi l'algodicea richiede questo andirivieni salvatore che solo permette di raccogliere la sfida finale, costantemente attuale: lottare contro il male e approfittare di ogni istante per progredire. Ecco perché Nietzsche nella Gaia scienza ha scritto: "Nel dolore sento l'ordine del comandante della nave: 'Ammainate le vele!'. L'intrepido navigatore uomo deve essersi esercitato a orientare le vele in mille modi, altrimenti sarebbe ben presto spacciato e l'oceano lo inghiottirebbe subito".