Prefazione di Guido Dotti
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I.
Una lotta gioiosa Stare in piedi, innanzitutto, poi la letteratura! |
II.
Unicità dell'uomo Tutti dei "casi sociali"? |
III.
La sofferenza Il tragico come sorgente Una gratuità insignificante (o il gioioso profitto prima di tutto) |
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IV. Il corpo Cosa insegna il corpo |
V. Ciò che deforma | VI. Il mio simile che mi vuole diverso |
| VII. Il mestiere di uomo |
IV. Il corpo
Cosa insegna il corpo
Nietzsche ha ancora ragione... Siccome abbiamo "la filosofia
della propria persona", il corpo gioca un ruolo decisivo nella costruzione del
sé e merita tutta la mia attenzione. Considerare il corpo dopo aver affrontato
il problema della sofferenza riflette fedelmente l'esperienza quotidiana: un
ostacolo si presenta e il corpo si mostra immediatamente opprimente e massiccio.
Il fatto è che la sofferenza (che svela i nostri limiti) pone al cuore della mia
ricerca il corpo, compagno nobile che tuttavia non sempre mi è apparso tale.
Si impone in forze: sede del dolore, dispensatore del piacere,
fondamento dell'essere, il corpo costituisce un' autentica conquista.
Addomesticarlo, forse abitar lo: ecco un altro compito assegnato all'
apprendista che si lancia nell' esercizio del mestiere di uomo.
Nascendo, ogni essere umano eredita un corpo, direbbe La Palice. Salvo rare eccezioni, ognuno ha due mani, una bocca e due orecchie...
Ma, appunto, è il corpo che fa anche di ciascuno un essere unico. Nessuno mi
assomiglia, nessuno vive la mia esistenza. Con un gioco di parole radicalmen
In fondo alletto, due occhi umidi fissano il soffitto, il volto madido e gonfio emerge dalle lenzuola bianche. Una mano rigida resta perfettamente immobile per non ostacolare l'opera irrisoria della flebo. Nella sala fredda, in mezzo ai malati, percepisco il carattere sacro dell' essere umano, del
corpo che lo costituisce. Il corpo in agonia che la vita abbandona a piccole tappe sornione mi colloca in uno strano sentimento di rispetto.Un "vegetale" impone sempre all'apprendista che si lancia
nello studio del mestiere di uomo di prendere coscienza dell'importanza del
corpo, lo invita a smettere di farne un oggetto di fastidio né, d'altra parte,
di culto. In un' epoca in cui, come sostiene lo storico Antoine Prost, "avere
vergogna del proprio corpo equivale ad aver vergogna di se stessi", il "vegetale"
resta uno scandalo per la ragione. Ma chi è accanto ai corpi feriti intuisce che
l'essere umano è il proprio corpo, ma che questo corpo è altro da lui.
No, l'ammasso di carne nauseabondo, le membra rigide e
immobili non riassumono il malato.
No, l'individuo non si riduce alla somma dei suoi atti. Se il "vegetale" non
produce nulla, non guadagna nulla, forse per questo è meno uomo? Giudicare,
senza altra forma di processo, solamente in base all' efficacia immediata relega
la maggior parte delle persone deboli al rango di buoni a nulla.
La vergogna che avvolge il corpo malato, d'altronde, sfugge
molto spesso a chi è obbligato a goderne. In mezzo ad amici, colpiti anch'essi
da una disfunzione fisica, il corpo impacciato o deforme non suscita nessun
obbrobrio. Fa riflettere, certo, ma non si crea mai disagio, non regna mai lo
scherno. Membra atrofizzate, protesi, infermità: ecco il loro pane quotidiano.
Ora, in questo universo particolare, ognuno dei corpi straziati rivela
un'originalità. Curiosamente, il loro carattere unico invita ancora al rispetto
perché ogni corpo, per quanto difettoso, appartiene a una coscienza sempre in
lotta, sempre orientata verso il progresso, a una sorgente cui attingere forza
per condurre a termine una battaglia gioiosa.
E qui che il "vegetale" acquista tutto il suo sapore. Quando
la sua volontà lo porta a mille miglia di distanza, quando il suo pensiero lo
innalza verso promesse irresistibili, il suo corpo rimane là, inchiodato. Eppure
il sorriso, il buon umore, che non possono essere divulgati da una sola parola o
gesto, tutto in lui celebra il corpo senza mai sminuirlo. A contatto con lui
capisco anch'io che, handicappato a vita come sono, devo venire a patti con le
mani anchilosate, con una voce che suscita in molti il riso, con le gambe che mi
vietavano di condividere i giochi con i bambini, decisamente troppo agili, del
mio paese.
Come non ammettere che questo corpo, per quanto rovinato, mi
garantisce eccellenti servizi? Il "vegetale" mi convince in proposito seriamente
e definitivamente: mi rallegro e riesco, grazie a lui, a misurare il prezzo del
poter camminare, la felicità del parlare, dell'aprire a fatica un tubetto di
dentifricio o del salire su un treno.
Ora, un pericolo incombe: considerarmi fortunato non
significa forse tacciare di disgraziato il "vegetale" e così non riconoscergli
un'infima possibilità di felicità, non scorgere nella sua gioia un invito al
giubilo? Anche l'esempio del cieco che, a causa del suo handicap, sviluppa un
tatto straordinario è fuori luogo: fare della cecità un' occasione per sfruttare
facoltà superiori non può diminuire la sofferenza generata da una simile
privazione. Lungi da me, quindi, l'idea di celebrare l'handicap o l'impotenza,
di gridare a gran voce che la prova aiuta a crescere. Perché questo avvenga,
l'ho già detto, è necessaria una costellazione di aiuti. La paura di diventare
per disgrazia un "vegetale" turba ancora qualcuna delle mie notti.
Amare un corpo che offre mille gioie e accettarne uno che patisce una chiara deficienza è radicalmente diverso. Un corpo che non è come quello del vicino incuriosisce e turba. La prova, così dura, dello sguardo invita a imboccare percorsi trasversali. Evitare la folla, restare seduto, immobile... Nel complesso, seduto, di spalle e da molto lontano, da parte mia non presento alcuna disfun
zione. Così, reso schiavo dello sguardo altrui, nego poco alla volta al mio corpo il diritto a essere diverso. Da bambino evitavo di andare a scuola. I gruppi di adolescenti - così prodighi di scherni, così crudeli per una sensibilità già fragile - mi obbligavano alla dissimulazione. La paura delle ferite, la preoccupazione di preservarmi ostacolavano fortemente la mia libertà, di conseguenza il disprezzo del corpo rischiava di prevalere. E qui che il "vegetale" mi richiama all'ordine. Certo, lui non sceglie affatto di abitare un corpo ridotto, dipendente: la sua unica scelta consiste nel modo di abitarlo. Per lui, l'assumere questa condizione sgorga da uno stato d'animo molto più sottile, mille volte più audace di una fuga di fronte a sguardi stupidamente idioti.Chi è considerato troppo
facilmente solo un tubo digestivo apporta di conseguenza sfumature a idee
assassine come "mente sana in corpo sano". Evidentemente, questo proverbio vuole
descrivere un ideale verso il quale dirigersi. Ma cosa dice del "vegetale"?
Il mio modo di essere, le mie opinioni non nascono forse
dalle pieghe della mia carne? Il corpo influisce sulla mia visione del mondo.
Ciascuno pensa sempre con un vissuto, con la propria storia. Anche la
personalità più eterea affonda oscure radici nell'esperienza di un corpo, di una
carne. Angosce, paure, desideri, convinzioni si radicano nel più profondo dell'
essere e traggono origine nel corpo, che conserva la memoria di ogni cosa.
L'individuo ottuso, dal comportamento poco lodevole, l'angosciato cronico
che si presta al riso forse stanno lottando contro ogni tipo di ostacolo per
superare una prova che li ha segnati a vita. Da parte mia, una parte modesta, si
tratta semplicemente di proseguire il lungo lavoro che fa del corpo un alleato
fedele, un operaio che lavora per la nostra felicità.
Spirito nato con un corpo scosso da spasmi, il "vegetale"
pensa. Per una curiosa alchimia, il suo corpo malato riesce a produrre idee
limpide e a sviluppare uno stato d'animo libero da ogni risentimento. Può così
superare la rivolta ed esercitare una libertà che rischia di permettergli di
assumere fino in fondo la sua precarietà. Ogni vittoria strappata al
determinismo della carne ferita rinforza l'assenso del corpo affidato
alle cure di altri. Il "vegetale" diventa allora, singolarmente, come una
sorgente da cui scaturisce a volte una consolazione anche per chi, nel pieno
possesso delle proprie facoltà, ne misconosce il prezzo e il senso. Nulla si
oppone a questo assenso più della passività e della rassegnazione. La libertà
all'opera partecipa alla lotta, a questa accettazione conquistata a caro prezzo,
a questo modo gioioso di "dire sì".
Cosciente della difficoltà della battaglia, ognuno cerca le
proprie armi. La più bella consiste senza dubbio nel ridere di sé, nel non
prestare il fianco al disprezzo verso la propria debolezza.
Vedo ancora quel corpo forzatamente docile, steso, mentre
finiscono di lavarlo: lo vedo sovrano nella sua vulnerabilità. Le braccia
immobili, le labbra chiuse comunicavano la gioia, la speranza e la forza di
tutto il corpo. Qualcuno tentava di rispondere con una carezza delicata,
percependo fin troppo bene quanto poco si approfitti del corpo capace di
esprimere ciò che nessuna parola riesce mai a dire.
Platone aveva torto?
Come lo spirito, il corpo lavora alla grandezza dell'uomo.