PICCOLI GRANDI LIBRI   Alexandre Jollien
Il mestiere di uomo

Prefazione di Guido Dotti
2003 EDIZIONI QIQAJON COMUNITÀ DI BOSE

I. Una lotta gioiosa
Stare in piedi, innanzitutto, poi la letteratura!
II. Unicità dell'uomo
Tutti dei "casi sociali"?
III. La sofferenza
Il tragico come sorgente
Una gratuità insignificante
(o il gioioso profitto prima di tutto)
IV. Il corpo
Cosa insegna il corpo
V. Ciò che deforma VI. Il mio simile che mi vuole diverso
  VII. Il mestiere di uomo  

IV. Il corpo

Cosa insegna il corpo

Nietzsche ha ancora ragione... Siccome abbiamo "la filosofia della propria persona", il corpo gioca un ruolo decisivo nella costruzione del sé e merita tutta la mia attenzione. Considerare il corpo dopo aver affrontato il problema della sofferenza riflette fedelmente l'esperienza quotidiana: un ostacolo si presenta e il corpo si mostra immediatamente opprimente e massiccio. Il fatto è che la sofferenza (che svela i nostri limiti) pone al cuore della mia ricerca il corpo, compagno nobile che tuttavia non sempre mi è apparso tale.
Si impone in forze: sede del dolore, dispensatore del piacere, fondamento dell'essere, il corpo costituisce un' autentica conquista. Addomesticarlo, forse abitar lo: ecco un altro compito assegnato all' apprendista che si lancia nell' esercizio del mestiere di uomo.
Nascendo, ogni essere umano eredita un corpo, direbbe La Palice. Salvo rare eccezioni, ognuno ha due mani, una bocca e due orecchie... Ma, appunto, è il corpo che fa anche di ciascuno un essere unico. Nessuno mi assomiglia, nessuno vive la mia esistenza. Con un gioco di parole radicalmen
te dualista, proprio alla lingua greca - to soma estin hemin sema, "il corpo è la nostra tomba" Platone vuole fare del corpo la tomba dell' anima. In questo il filosofo appoggia la mia ricerca? Da parte mia voglio riferirmi al "vegetale", a colui che a priori appare solo come un corpo imprigionato, spossessato di ciò che fa la grandezza di un uomo. Il "vegetale" non parla, non fa nulla, giace. La sua figura enigmatica potrà servire di riferimento per verificare se il Greco ha ragione?
Senza dubbio ci si stupirà di veder mi utilizzare, per parlare del corpo e addomesticarlo, il modello del "vegetale". Uso questo termine nella sua crudezza (senza giochi di parole) perché gli eufemismi non sono ammessi per designare queste persone. Il termine tradisce anche tutto il disagio, l'incomprensione, il disgusto che sono associati a loro. Normalmente, per tessere l'elogio del corpo, si evoca l'immagine dello sportivo e del modello. Al contrario, io cerco nel "vegetale" ciò che fonda la nostra natura, scopro nella sua fragile costituzione le piste per una riflessione che permette di cogliere i prodigi realizzati dal corpo e di discernere la meraviglia che rappresenta.

In fondo alletto, due occhi umidi fissano il soffitto, il volto madido e gonfio emerge dalle lenzuola bianche. Una mano rigida resta perfettamente immobile per non ostacolare l'opera irrisoria della flebo. Nella sala fredda, in mezzo ai malati, percepisco il carattere sacro dell' essere umano, del corpo che lo costituisce. Il corpo in agonia che la vita abbandona a piccole tappe sornione mi colloca in uno strano sentimento di rispetto.
Nonostante la fragilità dell'esistenza, nonostante il mio corpo votato presto o tardi a una simile sorte, sento nascere una gioia discreta. lo vivo e posso ancora lottare verso e contro tutto. La carne che vive le sue ultime ore, gli occhi amati che presto si chiuderanno, quella sorta di sorriso che vaga su un volto già abbandonato da qualsiasi forza mi insegnano il rispetto. Il corpo non si riduce a un oggetto. Il sorriso strappato a prezzo di grandi sforzi proviene da un cuore già lontano che un tempo ha accompagnato le mie pene e le mie gioie. Il malato che cammina troppo svelto verso la morte mi consegna in eredità una temibile esigenza: godere del mio corpo.

Un "vegetale" impone sempre all'apprendista che si lancia nello studio del mestiere di uomo di prendere coscienza dell'importanza del corpo, lo invita a smettere di farne un oggetto di fastidio né, d'altra parte, di culto. In un' epoca in cui, come sostiene lo storico Antoine Prost, "avere vergogna del proprio corpo equivale ad aver vergogna di se stessi", il "vegetale" resta uno scandalo per la ragione. Ma chi è accanto ai corpi feriti intuisce che l'essere umano è il proprio corpo, ma che questo corpo è altro da lui.
No, l'ammasso di carne nauseabondo, le membra rigide e immobili non riassumono il malato.
No, l'individuo non si riduce alla somma dei suoi atti. Se il "vegetale" non produce nulla, non guadagna nulla, forse per questo è meno uomo? Giudicare, senza altra forma di processo, solamente in base all' efficacia immediata relega la maggior parte delle persone deboli al rango di buoni a nulla.
La vergogna che avvolge il corpo malato, d'altronde, sfugge molto spesso a chi è obbligato a goderne. In mezzo ad amici, colpiti anch'essi da una disfunzione fisica, il corpo impacciato o deforme non suscita nessun obbrobrio. Fa riflettere, certo, ma non si crea mai disagio, non regna mai lo scherno. Membra atrofizzate, protesi, infermità: ecco il loro pane quotidiano. Ora, in questo universo particolare, ognuno dei corpi straziati rivela un'originalità. Curiosamente, il loro carattere unico invita ancora al rispetto perché ogni corpo, per quanto difettoso, appartiene a una coscienza sempre in lotta, sempre orientata verso il progresso, a una sorgente cui attingere forza per condurre a termine una battaglia gioiosa.
E qui che il "vegetale" acquista tutto il suo sapore. Quando la sua volontà lo porta a mille miglia di distanza, quando il suo pensiero lo innalza verso promesse irresistibili, il suo corpo rimane là, inchiodato. Eppure il sorriso, il buon umore, che non possono essere divulgati da una sola parola o gesto, tutto in lui celebra il corpo senza mai sminuirlo. A contatto con lui capisco anch'io che, handicappato a vita come sono, devo venire a patti con le mani anchilosate, con una voce che suscita in molti il riso, con le gambe che mi vietavano di condividere i giochi con i bambini, decisamente troppo agili, del mio paese.
Come non ammettere che questo corpo, per quanto rovinato, mi garantisce eccellenti servizi? Il "vegetale" mi convince in proposito seriamente e definitivamente: mi rallegro e riesco, grazie a lui, a misurare il prezzo del poter camminare, la felicità del parlare, dell'aprire a fatica un tubetto di dentifricio o del salire su un treno.
Ora, un pericolo incombe: considerarmi fortunato non significa forse tacciare di disgraziato il "vegetale" e così non riconoscergli un'infima possibilità di felicità, non scorgere nella sua gioia un invito al giubilo? Anche l'esempio del cieco che, a causa del suo handicap, sviluppa un tatto straordinario è fuori luogo: fare della cecità un' occasione per sfruttare facoltà superiori non può diminuire la sofferenza generata da una simile privazione. Lungi da me, quindi, l'idea di celebrare l'handicap o l'impotenza, di gridare a gran voce che la prova aiuta a crescere. Perché questo avvenga, l'ho già detto, è necessaria una costellazione di aiuti. La paura di diventare per disgrazia un "vegetale" turba ancora qualcuna delle mie notti.

Amare un corpo che offre mille gioie e accettarne uno che patisce una chiara deficienza è radicalmente diverso. Un corpo che non è come quello del vicino incuriosisce e turba. La prova, così dura, dello sguardo invita a imboccare percorsi trasversali. Evitare la folla, restare seduto, immobile... Nel complesso, seduto, di spalle e da molto lontano, da parte mia non presento alcuna disfunzione. Così, reso schiavo dello sguardo altrui, nego poco alla volta al mio corpo il diritto a essere diverso. Da bambino evitavo di andare a scuola. I gruppi di adolescenti - così prodighi di scherni, così crudeli per una sensibilità già fragile - mi obbligavano alla dissimulazione. La paura delle ferite, la preoccupazione di preservarmi ostacolavano fortemente la mia libertà, di conseguenza il disprezzo del corpo rischiava di prevalere. E qui che il "vegetale" mi richiama all'ordine. Certo, lui non sceglie affatto di abitare un corpo ridotto, dipendente: la sua unica scelta consiste nel modo di abitarlo. Per lui, l'assumere questa condizione sgorga da uno stato d'animo molto più sottile, mille volte più audace di una fuga di fronte a sguardi stupidamente idioti.
L'attenzione al corpo non può tuttavia ridursi a un' estetica dell' apparire, a una tecnica di autosuggestione che miri a mettere uno a proprio agio. Simili espressioni epidermiche mi fan venire l'orticaria. Troppo spesso, infatti, esse suppongono un rapporto con il corpo che tende a farlo entrare in uno stampo, obbliga a cancellare i punti oscuri e ad annullare le differenze.

Chi è considerato troppo facilmente solo un tubo digestivo apporta di conseguenza sfumature a idee assassine come "mente sana in corpo sano". Evidentemente, questo proverbio vuole descrivere un ideale verso il quale dirigersi. Ma cosa dice del "vegetale"?
Il mio modo di essere, le mie opinioni non nascono forse dalle pieghe della mia carne? Il corpo influisce sulla mia visione del mondo. Ciascuno pensa sempre con un vissuto, con la propria storia. Anche la personalità più eterea affonda oscure radici nell'esperienza di un corpo, di una carne. Angosce, paure, desideri, convinzioni si radicano nel più profondo dell' essere e traggono origine nel corpo, che conserva la memoria di ogni cosa. L'individuo ottuso, dal comportamento poco lodevole, l'angosciato cronico che si presta al riso forse stanno lottando contro ogni tipo di ostacolo per superare una prova che li ha segnati a vita. Da parte mia, una parte modesta, si tratta semplicemente di proseguire il lungo lavoro che fa del corpo un alleato fedele, un operaio che lavora per la nostra felicità.
Spirito nato con un corpo scosso da spasmi, il "vegetale" pensa. Per una curiosa alchimia, il suo corpo malato riesce a produrre idee limpide e a sviluppare uno stato d'animo libero da ogni risentimento. Può così superare la rivolta ed esercitare una libertà che rischia di permettergli di assumere fino in fondo la sua precarietà. Ogni vittoria strappata al determinismo della carne ferita rinforza l'assenso del corpo affidato alle cure di altri. Il "vegetale" diventa allora, singolarmente, come una sorgente da cui scaturisce a volte una consolazione anche per chi, nel pieno possesso delle proprie facoltà, ne misconosce il prezzo e il senso. Nulla si oppone a questo assenso più della passività e della rassegnazione. La libertà all'opera partecipa alla lotta, a questa accettazione conquistata a caro prezzo, a questo modo gioioso di "dire sì".
Cosciente della difficoltà della battaglia, ognuno cerca le proprie armi. La più bella consiste senza dubbio nel ridere di sé, nel non prestare il fianco al disprezzo verso la propria debolezza.
Vedo ancora quel corpo forzatamente docile, steso, mentre finiscono di lavarlo: lo vedo sovrano nella sua vulnerabilità. Le braccia immobili, le labbra chiuse comunicavano la gioia, la speranza e la forza di tutto il corpo. Qualcuno tentava di rispondere con una carezza delicata, percependo fin troppo bene quanto poco si approfitti del corpo capace di esprimere ciò che nessuna parola riesce mai a dire.

Platone aveva torto?

Come lo spirito, il corpo lavora alla grandezza dell'uomo.