PICCOLI GRANDI LIBRI   Alexandre Jollien
Il mestiere di uomo

Prefazione di Guido Dotti
2003 EDIZIONI QIQAJON COMUNITÀ DI BOSE

I. Una lotta gioiosa
Stare in piedi, innanzitutto, poi la letteratura!
II. Unicità dell'uomo
Tutti dei "casi sociali"?
III. La sofferenza
Il tragico come sorgente
Una gratuità insignificante
(o il gioioso profitto prima di tutto)
IV. Il corpo
Cosa insegna il corpo
V. Ciò che deforma VI. Il mio simile che mi vuole diverso
  VII. Il mestiere di uomo  

V. Ciò che deforma

In piedi dietro a un bancone, accolgo il flusso di turisti che transita quotidianamente dal colle del Gran San Bernardo. Quel giorno, un gruppo giunto dall'Ucraina visita l'Ospizio e il suo museo. Una danzatrice dai capelli rossi e ricci mi offre un fischietto di porcellana che le mie dita maneggiano con estrema cura. La porcellana fa una piroetta e mi finisce in bocca. Pieno di gioia, fischio a più non posso. A sera, nel silenzio, la paura mi assale. Sento, alloggiata sotto la lingua, un'afta. E mi ricordo dell'avvertimento. Da piccolo, avevo appreso di un flagello che si propaga attraverso il sangue: l'AIDS. I frammenti di discorso che le mie giovani orecchie avevano raccolto senza capire mi fanno temere il peggio. Coltivo l'angoscia per un anno, senza dir nulla. I giorni passano, i tormenti restano. Appare un sintomo benigno, e io lo attribuisco al male che potrebbe essere all'opera in me.
Alla fine, una pubblicità giunge banalmente ad alleviare la paura. Compongo un numero di telefono. Risponde una voce disincantata. Espongo il problema: "Ho succhiato il fischietto di un altro e sono in ansia per la mia salute". Che dire della perplessità della voce davanti al significato del
la parola "fischietto"? Vagamente dissipato il malinteso, mi rallegro della notizia: i miei giorni non sono contati. Dissolto il peso insensato di questa angoscia infantile, l'equivoco doloroso cessa di torturarmi.
La paura mi avrebbe dunque trasformato? Fin dalle prime ore della sua esistenza, l'essere umano si forma. Per il neonato gettato nell' esistenza, tutto è formazione, apprendistato. Si tratta di sviluppare le proprie facoltà per non perire. Purtroppo, la ricerca spesso si blocca là dove inizia l'età adulta. L'abitudine si installa, i riflessi si mettono all'opera, ci si deforma, si è deformati... La costruzione di sé non sfugge alla regola. Davanti alla complessità del compito, sono tentato di abbassare le braccia, mentre invece nessun'altra battaglia richiede maggior cura. Ogni pratica richiede com
petenze
, esige un duro lavoro. Socrate - con l'insistenza che solo una fervida speranza può dare invitava gli ateniesi a disinteressarsi delle meschine preoccupazioni per dedicarsi all' autentico oggetto da conquistare, la cura di sé.
Fedele al mio vecchio maestro, voglio ascoltarlo e metter mi alla ricerca di ciò che forma e deforma. Ogni giorno, lo intuisco, devo costruire un altro rapporto con il mondo, aguzzare lo sguardo, cercare come condurre l'esistenza per smentire le implacabili predizioni che possono pesare su una vita deformata dall' ostacolo, il timore e la debolezza. Ecco forse l'ultima audacia che devia percorsi troppo in fretta tracciati. Il lavoro che auspicava lo scalzo ateniese riguarda un' esigenza vitale: imparare a stare in piedi nelle avversità, cercare il modo per stabilire legami con i propri simili, abitare gli istanti vuoti del quotidiano. L'esercizio è costantemente rischioso.
Coinvolto in un periplo che non ho minimamente scelto, assisto, spesso disarmato, agli eventi che si susseguono. Molte volte subisco rovesci che feriscono. Sono per questo condannato a un determinismo che farebbe dell'uomo il frutto delle circostanze? I colpi del destino mi segnano dunque irrevocabilmente? Devo formarmi.
Due esseri umani sono ancora sufficienti, pare, per fare un bambino. Sciocchezze! Ci vuole ben di più. Ci sono gli incontri che incuriosiscono, marcano e presto trasformano, le personalità che affascinano e disorientano i destini. Nei suoi Pensieri a se stesso, Marco Aurelio dichiara tutto ciò che deve agli altri. È una lunga lista... Perché sia esaustiva e fedele, una biblioteca intera basterebbe appena. Grazie alla penna dell'imperatore romano, intuisco che l'uomo si costruisce solo nella presenza dell' altro. Più sopra, evocando i miei compagni di lotta, accennavo a quanto mi hanno dato consistenza e sostegno. Quando l'esistenza cessa di andare da sé, quando nulla sembra evidente, il problema serio consiste proprio nel buon uso di questo mondo pericoloso e complesso. Osservare l'altro può diventare uno stratagemma per chi annega nell'incomprensione o si perde nelle pieghe della propria vulnerabilità.
Quando la volontà si spezza davanti alla vanità di mille conquiste quotidiane, uno sguardo verso un compagno di lotta procura nuove risorse. L'altro, considerato cosi come un compagno di squadra, diventa un riferimento, non il modello che devo seguire a tutti i costi, ma un essere che possiede una carta che può rivelarsi utile. Incontrarsi diventa allora l'occasione di modellare gli strumenti per forgiare una individualità.
L'educazione non deriva forse dall'assorbimento? La vera autorità di un maestro non si fonda forse innanzitutto sul raro sentimento che porta a desiderare di diventare come il maestro? Ma un maestro così inteso non lo si trova necessariamente tra quelli che sono ritenuti tali. Anche la lettura delle opere dei pensatori contribuisce all'edificazione di una singolarità. L'autore che scopro raggiunge il lettore nella sua umanità: per usare le parole di Pascal, "non è in Montaigne, ma in me stesso che io trovo tutto ciò che vi scorgo". Ha conosciuto le gioie della natura umana e le sue pene, ha affrontato la solitudine, ha superato il fallimento, è magari giunto a proporre una risposta alla morte. Ha sofferto un gran mal di denti, ha pianto il tradimento di un amico, ha temuto per la propria pelle. Così, quando lo sollecito, incontro un essere di carne che, al pari di me, ha preso parte alla lunga sequenza delle attività umane. Nei suoi scritti mi mostra come ha assunto la sua condizione e mi invita ad assumere la mia. In questo modo, io mi forgio grazie all'altro. L'uno fa uso di un umorismo che mi piace decisamente, quest' altro gode di una fiducia che stimo, la serenità di quello mi affascina: tutti delineano l'ideale al quale aspiro. Agostino lo conferma: invitandomi a "diventare quello che sono", l'altro rivela la mia natura.
Gli operatori sociali a volte misconoscono questo paradosso. Oggi, per esempio, è di moda in ambito educativo esaltare l'autonomia a ogni co
sto. Questa opzione rompe radicalmente rispetto a un' educazione che assisteva gli individui. Ai nostri giorni ci si sforza di rendere indipendente la persona. Da questo principio, apparentemente improntato al buon senso, alcuni deducono senza sfumature che qualsiasi domanda di aiuto, qualsiasi ammissione d'impotenza costituiscono un pericolo e un asservimento. Così si è giunti troppo frettolosamente a far l'elogio di chi si è fatto da solo.

"La filosofia è figlia dello stupore", afferma Platone nel Theeteto. Questa filiazione ho dovuto, con mio grande stupore, verificarla a profusione...
Uscito dal collegio, ho incontrato l'inconcepibile estraneità proprio là dove attendevo, a buon diritto, solo la norma. Credevo di essere formato. Indubbiamente ero solo un deformato in mezzo a tanti altri. Innanzitutto, il rapporto con 1'altro era cambiato. Per adattarmici, mi sono immerso nello studio dei codici sociali: osservavo attentamente e indovinavo a poco a poco le regole che sembravano governare il comportamento dei miei nuovi compagni. A volte, l'ingenuità perdurava e allora chiedevo consiglio a un amico. Così, di fronte alla perplessità che mi assalì quando un compagno
mi confessò di aver dedicato il sabato sera a "stanare pollastrelle", mi informai e scoprii, allibito, che quel don Giovanni inseguiva volatili molto particolari. Evidentemente la mia carenza di riferimenti ornitologici si faceva sentire.
I "professori di integrazione" affrontano nelle loro dotte analisi infiniti dettagli: dimenticano solo (con un'ostinazione che va a loro onore) le sciocchezzuole che costituiscono l'essenziale delle conversazioni nei luoghi di ricreazione. Così, a quel diverso che esclamava: "ma chi è questo Gabibbo di cui tutti ridono?" , si rimproverò ben presto di ignorare quei rudimenti insignificanti che ogni scolaro deve padroneggiare se vuole il rispetto dei propri simili.
Ho vissuto come una sfida questo periodo di adattamento in cui l'adolescente si rideformava. La vita extra muros mi trovava disarmato, agitato da mille paure. Durante il mio soggiorno in pensionato, avevo contratto una specie di malattia: la diffidenza ostinata verso il mondo. La sistemazione in un monolocale in città fu inevitabilmente accompagnata da qualche apprensione. Si trattò, naturalmente, di inventare un trucco adatto per ogni ostacolo. La battaglia, formatrice, si annunciava però sotto i migliori auspici, anche se ogni difficoltà esigeva molti preparativi... Un bel giorno, una scatola di ravioli sopraggiunse a mandare all' aria i miei sforzi. Recalcitrante, quello scatolame resisteva! Dopo avergli assestato colpi da ammazzare un bue, dopo essermi ridotto a scagliare il potenzialmente gustoso proiettile contro il muro della cucina, mi ritrovai di fronte a uno scacco cocente. Dominando la rabbia, mi rassegnai a presentare l'oggetto a un vicino: mossa, considerato lo stato della scatola, ormai fuori luogo. Questi la gettò via in meno tempo di quello che ci sarebbe voluto per aprirla, me ne offrì un' altra pregandomi in futuro di dispormi ad accettare aiuto. L'impotenza mi procurò quindi un buon pasto. E così nacque una nuova amicizia.
Un proverbio africano dice: "La mano che dà è sempre sopra quella che riceve" e, a torto, mi hanno insegnato ad aggiungere: "... e l'umiliazione non è lontana". Sovente gli stereotipi, sempre deformanti, imperversano. Malintesi e timori complicano le relazioni. Innanzitutto, il nostro rapporto con il mondo procede per riduzioni. Ogni giorno devo raccogliere, setacciare, selezionare informazioni in funzione di ciò che è necessario per vivere. Questo lavoro obbliga a fissare priorità, a focalizzare le urgenze. Non posso vedere tutto, capire tutto, né fare tutto. Di conseguenza, organizzo il mio mondo, incollando alla realtà delle etichette, delle parole a tal punto che ben presto finirò per vedere solo quelle.

Gli antichi vedevano nell'esperienza il principio della saggezza. Eppure, essa può anche portare a ridurre l'essere che ci sta di fronte a un'etichetta: lo straniero, l'ucraina del fischietto, il vincitore della scatola di ravioli... La mia vicenda mi ha sensibilizzato nei confronti di certe parole ingannatrici. Spesso procedo per scorciatoie o analogie, proietto, deformo, mi metto al posto dell' altro. Il pericolo è evidente: attribuire agli altri le caratteristiche del mio universo mentale. Ognuno è il frutto di una storia, di un vissuto particolare. In un mondo di zoppi, chi cammina diritto passa per anormale. Tutto dipende dai riferimenti che ciascuno possiede. A lungo ho creduto che i bambini nascessero tutti con un handicap, visibile o meno. Mi sono abituato a discernere fin dai primi istanti il punto debole delle mie nuove conoscenze. La deformazione era all'opera.
Oltre alla cultura e ai pregiudizi dell' ambiente, anche il passato che ci fonda influenza lo sguardo. Come non subirlo? Una memoria che non dimentica nulla sembra operare a nostra insaputa, si ricorda delle sofferenze, richiama alla mente i pianti. Così un bambino che ha subìto molti fallimenti farà fatica a intravedere il futuro: ad ogni gioia temerà un colpo di rinculo. Chi lotta nel quotidiano sviluppa poco alla volta la facoltà di prevenire i colpi e, spesso, si prepara al peggio. Le biografie più ricche sono radicate su vecchi fantasmi che si tratta di domare. Questo addestramento richiede una lotta senza respiro che rischia fortemente di sfinire l'individuo già ingracilito e gli impedisce immancabilmente di gustare il riposo. E difficile immaginarsi serenamente la vita quando i rovesci della sorte hanno scandito l'infanzia! "Quando mi sveglio, se mi alzo senza preoccupazioni, passo i primi minuti della giornata a cercare un motivo di tormento. Perché una giornata senza preoccupazioni mi fa paura". Così parlava un amico inquieto. I fallimenti creano degli esseri costantemente sul chi va là.
Dimmi le tue preoccupazioni e ti dirò se possiedi una fiducia primitiva. Per staccarsi progressivamente dalla madre, il bambino deve fruire di una fiducia che gli permetta di affrontare le paure e di partire alla scoperta del mondo. Successivamente, a scuola, il bambino produce uno sforzo, non solo per progredire, ma anche per attirare su di sé un'attenzione benevola. A cosa serve superarsi se
il progresso lascia indifferenti? Tutto è così legato al grande motore: l'affetto. Un degente cronico di un istituto si esprimeva attraverso pittogrammi. Privato dell'uso della parola, indicava con l'alluce dei piccoli segni che costituivano il suo linguaggio. Tra le centinaia di caselle a disposizione, si poteva leggere: medico, logopedista, fisioterapista, ergoterapeuta..., yogurt, siesta. Un osservatore attento avrebbe immediatamente costatato una crudele assenza: "papa", "mamma" non apparivano sul pannello che avrebbe dovuto fornire gli strumenti destinati a esprimere il mondo. Dietro questo piccolo esempio si nasconde un dramma diffuso: affrontare un mondo, privato di affetto.
In un tempo in cui si è soliti ricordare che il professionista dell' educazione deve ostentare una distanza detta terapeutica e che si pretende feconda, è bene cantare gli innumerevoli benefici dell'affetto. Immagino il dolore, l'immane sgomento di un bambino che ha come unica prospettiva l'istituto, il ricovero perpetuo. Se ostentano la distanza terapeutica, i rari esseri umani che lo attorni ano lo privano dell'essenziale, del cibo affettivo a partire dal quale si sviluppa una personalità. Una simile privazione segna un individuo e lo impregna per tutta la vita. Il passato finisce allora per diventare un peso, un insieme di riflessi che programmano, snaturano e deformano la personalità.
Quando regnano la solitudine, la diffidenza, l'angoscia, allora il mondo assume una tinta funesta che solo un lungo lavoro di ri-formazione riesce poco alla volta a dissipare. Da quel momento, partire alla scuola della vita significa spogliarsi,
tuffarsi nel passato per ricavarne mille insegnamenti, abbandonare il fardello del fallimento, il peso dei tradimenti. È opportuno riconsiderare le debolezze con un' esigente indulgenza. Così, dopo aver rivisitato quello che hanno un giorno imparato le nostre giovani orecchie, soppesato tutti i valori per conservare solo quelli che crescono, apprezzato con stupore le sorprese e le ricchezze che abitano un cuore, forse saremo pronti ad assaporare le gioie, ad affrontare le pene, con una leggerezza formatrice.