PICCOLI GRANDI LIBRI   Alexandre Jollien
Il mestiere di uomo

Prefazione di Guido Dotti
2003 EDIZIONI QIQAJON COMUNITÀ DI BOSE

I. Una lotta gioiosa
Stare in piedi, innanzitutto, poi la letteratura!
II. Unicità dell'uomo
Tutti dei "casi sociali"?
III. La sofferenza
Il tragico come sorgente
Una gratuità insignificante
(o il gioioso profitto prima di tutto)
IV. Il corpo
Cosa insegna il corpo
V. Ciò che deforma VI. Il mio simile che mi vuole diverso
  VII. Il mestiere di uomo  

VI. Il mio simile che mi vuole diverso

Senza l'altro, non sono nulla, non esisto. L'altro mi costituisce, così come può distruggermi. Dietro questo termine, pomposo e logorato, si nascondono mille volti e sorrisi, una moltitudine di relazioni possibili. Nonostante per l'essenziale io sia solo - soffro da solo, morirò da solo -la presenza dell' altro scandisce la mia esistenza.
Merleau-Ponty sottolinea l'impronta che l'uomo lascia sul mondo: dove potrò andare perché le mie orecchie riescano a svuotarsi dei rumori umani? Ovunque si ritrovano le sue tracce: una bottiglia vuota, delle rotaie di treno, tutto richiama l'onnipresenza dell'altro, il mio simile. Simile? Ancora e sempre questo paradosso: l'altro è mio simile. Eppure, un abisso ci separa. Visto, classificato, catalogato anormale dallo sguardo dei curiosi, percepisco con intensità il fenomeno. Ho sempre aborrito gli eufemismi: "Jollien, è diverso". "Diverso": questa parola si accosterebbe solo alle tare?
Un pesce ebbe un giorno la singolare idea di uscire dalle acque primordiali. Possiamo immaginare lo sguardo che riservarono al prototipo gli altri pesci, conservatori, per i quali l'acqua confortevole rappresentava la rassicurante e unica madre patria... Il progresso vide dunque la luce grazie a un pesce assai poco ordinario, estravagante sorta di brutto anatroccolo degli oceani. Cosa pensare di queste scoperte fortuite dovute all'esuberanza di qualche individuo originale molto spesso bandito dalla società? Mi piace pensare che, con il suo bagaglio di dolori, la differenza genera sapienti invenzioni. Per poco che la si assuma, essa acquisisce un valore euristico. Farsi carico della marginalità, considerarla come un terriccio fertile contro un conformismo riduttore, promuovere la differenza senza esacerbarla... tutto questo non riuscirebbe però a mascherare la dura realtà, quella di sentirsi, a causa di una tara vissuta nella propria carne, un marginale agli occhi degli altri. Cadere nell'anticonformismo, per esempio gridando ad alta voce - come io stesso ho sentito - "E fantastico essere cieco!", non è proprio dare ragione a chi vuole rinchiudere la differenza in ghetti? Non significa forse occultare il fatto che essa non può allargare la nostra visione del mondo, a meno che non si creino dei legami tra le persone?

Mi sorprendo a sognare migliaia di ponti gettati tra le diverse marginalità. Mi ricordo di quell'ex tossicomane che oggi cura dei bambini malati: rivedo i suoi gesti ampi e delicati, la profondità dei suoi occhi che riflettono la gioia. Gli universi si avvicinano, le barriere cadono a poco a poco, due persone affrante si scoprono simili di fronte alla differenza.

L'incontro con l'altro assume forme molteplici che si aggrovigliano, si sovrappongono, si contraddicono: vedere l'altro come in una visita allo zoo, oppure partire alla sua scoperta come ci si addentra in una città inesplorata. Lo zoo, l'ho conosciuto. La differenza esacerba le reazioni: pietà esecrabile, curiosità malsana, pregiudizi, timori, tutto finisce per rendere il rapporto con l'altro artificiale quanto doloroso. Ho saputo perfino dell' esistenza di una sorta di museo, da qualche parte in Italia, che un tempo metteva in mostra storpi, deformi e nani. Davvero lo slancio che a priori spinge verso l'altro può declinarsi in tanti modi! A volte la diffidenza lo spezza, soprattutto quando le convenzioni o la dissimulazione fanno pesare la loro inerte reticenza. Nel momento dell'incontro, mille paure, mille interessi entrano in gioco. Che fatica ristabilire l'autenticità, far cadere le maschere!
Molto spesso si tratta di rompere il ghiaccio, di opporre, di imporre una smentita alla prima impressione.

Rue de Rennes, tento invano di fermare un taxi. Gli autisti rallentano, osservano il potenziale cliente, poi ripartono. Dopo una lunga e sterile attesa, decido di cambiare strategia. Tiro fuori una banconota stropicciata che sventolo febbrilmente. L'esca si rivela presto efficace. Una Mercedes mi apre la portiera. Indico la mia destinazione. L'autista non dice una parola. Dal retrovisore mi esamina. Per ammazzare il tempo leggo "Pensieri sulla felicità" di Alain. "Sai leggere?", dice. Annuisco. Il tassista sorride e poi mi chiede che mestiere faccio. Gli rispondo sinteticamente che studio filosofia. Si lancia allora in una strana confessione, confidandomi i suoi problemi familiari. Pretende perfino dei consigli. In dieci minuti lo sguardo altrui mi aveva affibbiato lo status di minorato, poi quello più spinoso... di consigliere coniugale.
La durezza di certi sguardi costringe a fare di tutto per capire cosa si nasconde dietro due occhi crudeli. L'alterità
- che quasi sempre si impone obbliga astutamente a sviluppare svariate strategie per non lasciarsi annientare. Qualche compera, l'attraversamento di un cortile di scuola, tutto diventa un campo d'allenamento, un terreno di osservazioni e di scoperte. La prova dello sguardo non è sempre vissuta agevolmente: troppo spesso rappresenta persino un dramma, e come liberarsene rimane forse l'apprendistato più delicato.
Quando sono solo in mezzo alla folla, quando i miei movimenti suscitano il riso, capisco quanto determinante sia lo sguardo. L'altro mi si impone. La sua presenza diventa un peso. Come cambiare gli occhi che luccicano di scherno, come tollerare che un altro invada la mia vita cogliendone solo l'aspetto ridicolo? Gli occhi che vedo per la prima volta mi spiano, diventano nemici: anche se non mi conoscono, rivelano tuttavia la parte oscura ormai familiare, accettata e superata dagli amici.
L'esperienza di marginale, l'obbligo di essere colui che rivela la differenza, colui che viene classificato come anormale, riassumono la complessa problematica. Per tutta la vita deve cercare di assumere la particolarità, forse di farne una risorsa. Ma sempre lo sguardo altrui pesa e rischia di fare
di lui un autentico "tarato" sociale. E, impercettibilmente, sulla differenza o, peggio, sull'handicap, si innestano le difficoltà insormontabili: l'altro, fondamento della mia vita, diventa un ostacolo, incolla le sue etichette il cui effetto nefasto ferisce a lungo. Se il filosofo Alain ha ragione, se ci si premura di assomigliare ai ritratti che gli altri fanno di noi, come potrà il nano considerarsi l'eguale dell' altro in un mondo in cui tutto grida la sua "piccolezza"?

L'handicappato apre una porta sulla condizione umana. Lui che è costretto, con un'intensità senza pari, a sostenere gli sguardi degli altri, mostra al comune dei mortali le piaghe che avvelenano i rapporti con l'altro. Oltre alla pietà, subisce l'infantilizzazione: presentati malfermo sulle gambe in un ristorante e, per poco che tu mostri l'aria assente che viene dai movimenti bruschi, ti accoglieranno dandoti del tu; sarà presso la persona che ti accompagna che ci si informerà del menu che avrai scelto; attraverso discrete attenzioni sarà con lei che ci si congratulerà per la sua disponibilità e la sua dedizione, supponendo chiaramente che lavori nel "sociale".
Una simile umiliazione, ripetuta costantemente, secerne la diffidenza che troppo spesso rinchiude e rende sospetta perfino la più amichevole delle familiarità. No, gli uomini non sono ancora tutti uguali agli occhi della società, poiché certi discorsi persistono a collocare il povero, l'handicappato,
il malato nei ranghi dei disgraziati. Ora, io che sono semplicemente incapace di colpire uno di quei maledetti palloni che ci si contende sui campi di calcio, mi contraddico quando accuso la società di segnare il mio autogol. Chi sono io per giudicarla? Non ne faccio forse parte?
Bisogna combattere la convinzione che lascia intendere, automaticamente, che ogni handicappato conosce un destino poco invidiabile. Ecco a cosa devono contribuire le migliaia di diversi che, disturbando e sconvolgendo gli indifferenti, sono ben obbligati ad assumere la propria fragilità con gioia e perseveranza e sanno anche gioire della vita.
A ben considerare, l'essere umano non sfugge forse per natura a qualsiasi definizione e a ogni norma? La bellezza di ogni individuo non consiste forse proprio nella sua singolarità? Racconto spesso che, uscito dall'istituto per "esseri diversi", mi ero dedicato a un gioco appassionante, una sorta di insolita ricerca: volevo finalmente scoprire l'essere umano normale. Siccome i miei compagni non lo erano certamente, dentro di me immaginavo che, per la mia caccia all' oggetto ambito, avrei avuto molte più possibilità all' esterno... Sono tuttora alla ricerca. Tuttavia, resto all' erta e sono disposto a esaminare qualsiasi candidatura con la divertente certezza di non raggiungere mai il mio scopo.
Dopo questa scoperta della deliziosa anormalità degli uomini, è opportuno - come ho auspicato sopra - non piombare nell' anticonformismo sistematico e mostrarsi coerenti. Liberarsi dallo sguardo che ferisce esige in realtà una fiducia in se stessi che si acquisisce faticosamente e che rischia di deperire in fretta di fronte a degli sguardi insistenti. Come fare per proteggersi? Ostentare un assoluto stoicismo, rifugiarsi dietro un' armatura e scudo, restare indifferenti ai propri consimili? Il ripiegamento o la fuga, rimedi placebo all'umiliazione, generano un male ben più grave della ferita che dovrebbero curare. Così, l'ho già detto, chi fugge le canzonature si isola e finisce per privarsi dei sorrisi che amano, delle braccia che accolgono. Anche qui nessuna soluzione, nessun antidoto miracoloso al problema. La lotta resta incompiuta. Ogni giorno mi tocca affrontare i giudizi troppo rapidi e rimettermi in discussione. Dopo ventisei anni di carriera, non mi abituo agli sguardi che feriscono né mi rassegno a praticare a mia volta l'indifferenza.
L'amicizia, rapporto privilegiato con l'altro, è tra gli strumenti esistenziali certamente il più dolce. Sale della vita, secondo Aristotele, dispensa il conforto nell' avversità. Ma l'amicizia è esigente. Attende tutto dall' amico, fa di tutto perché diventi migliore. L'amico propone un ascolto benevolo, prodiga consigli e sostegni, salva e spezza le solitudini, perché dei buoni compagni si rallegrano insieme. La prova dovrebbe trovarli riuniti. Ora, è facile essere buoni consiglieri con un altro! Ma basta che sopraggiunga una difficoltà nella vita e la sapienza dell' amico rischia di perdere il suo sapore. E difficile capire la sofferenza dell' amico senza minimizzare il dolore che lo divora. In una delle sue Lettere a un giovane poeta, dopo essersi prodigato in preziosi incoraggiamenti, Rainer Maria Rilke confessa con sorprendente profondità: "Non crediate che colui che tenta di confortarvi, viva senza fatica in mezzo alle parole semplici e calme, che qualche volta vi fanno bene. La sua vita reca molta fatica e tristezza, e resta lontana dietro a loro. Ma, fosse altrimenti, egli non avrebbe potuto trovare quelle parole". Perché questa avvertenza se non per una ragione paradossale: bisogna assolutamente evitare che chi soffre creda che l'amico che lo conforta è, in fondo, incapace di capirlo. L'esigenza raggiunge qui il rispetto e la comprensione. L'amico esigente non condanna la caduta, così come non tollera la rassegnazione, ma chi lo ascolta deve sforzarsi di crederl
o. Curiosa convinzione. Singolare esigenza che opera, discreta e fiduciosa, aiutando ad assumere il peso e la ricchezza di ciò che ci fa altro.