PICCOLI GRANDI LIBRI   CARLO MARIA MARTINI
LETTERA DI PRESENTAZIONE DEL SINODO

La dimensione contemplativa della vita (1981)
In principio la Parola (1981 - 82)
Attirerò tutti a me (1982 - 83)
Partenza da Emmaus (1983 - 84)
Farsi prossimo (1985 - 86)
Dio educa il suo popolo (1987 - 88)
Itinerari educativi (1988 - 89)
Educare ancora (1989)
Effatà, apriti (1990 - 91)
Il lembo del mantello (1991 - 92)
Sto alla porta (1992 - 94)
Ripartiamo da Dio (1995 - 96)
Parlo al tuo cuore (1996 - 97)
Tre racconti dello Spirito (1997 - 98)
Ritorno al Padre di tutti (1998 - 99)
Quale bellezza salverà il mondo (1999 - 2000)
La Madonna del Sabato Santo (2000 - 2001)
Sulla tua parola (2001 - 2002)

Sinodo 47° LETTERA DI PRESENTAZIONE ALLA DIOCESI

1. Parole del Signore alla Chiesa ambrosiana sua Sposa

Dice lo Sposo alla Chiesa:
"Tu sei il mio sigillo,
creata a mia immagine e somiglianza.
Risplende in te l'immagine della giustizia,
l'immagine della sapienza e delle virtù. l.
Nel tuo cuore è impressa
l'immagine di Dio;
rifulga anche nelle tue opere;
le tue azioni rivelino l'effigie del Vangelo
perché nella tua condotta tu custodisca i miei precetti.
L'impronta del Vangelo brillerà in te
se porgerai l'altra guancia a chi ti percuote,
se amerai il tuo nemico,
se prenderai la tua croce e mi seguirai.
Io ho portato per voi la croce
proprio perché tu non esitassi a portarla per causa mia".

Carissimi battezzati della Chiesa ambrosiana,

ho voluto iniziare questa lettera introduttiva al testo sinodale con alcune parole che S. Ambrogio, commentando il Salmo 118, mette sulle labbra del Signore (Commento al Salmo 118/2, XXII, 34). Si tratta di parole ispirate dal Cantico dei Cantici. Al grido della Sposa «vieni mio diletto» lo Sposo ha risposto: «poni me a sigillo del tuo cuore, a sigillo del tuo braccio» (Cant 8,6). E S. Ambrogio continua sviluppando l'immagine del sigillo impresso nel corpo della sua Chiesa e reso visibile nelle azioni conformi al Vangelo, nell'amore del nemico e nel portare la croce dietro a Gesù. Mi sembra che anche il libro del Sinodo possa essere considerato come un sigillo che mostra nel corpo della Chiesa il nostro amore e la nostra obbedienza al Signore.

Ma qui ascolto come un grido di stupore della nostra Chiesa che si rivolge al suo Signore e gli dice: «Ma Tu davvero mi ami così, hai tanta stima di me, mi consideri un tuo bene prezioso? Noi abbiamo tanto sentito nel Sinodo la nostra fatica, il peso della nostra inadeguatezza, le nostre incoerenze...Quanti interventi hanno messo il dito sulle nostre piaghe, ci hanno fatto prendere coscienza dei nostri ritardi, della nostra lontananza dal tuo Vangelo!».

«Eppure - dice il Signore alla nostra Chiesa - io ti considero un bene prezioso e ti amo. Conosco i tuoi ritardi e le tue inadempienze, ma ho scelto te come sposa e non ti abbandonerò mai. Anzi voglio proprio che tu consideri anche questo libro sinodale, pur con i suoi limiti, come un nuovo piccolo gioiello con il quale voglio che tu faccia memoria di me e ti senta da me amata.

E più in generale vorrei che tu, in occasione della consegna di questo libro, ti sentissi richiamata a prendere maggiore coscienza dei tuoi doni, molto più di quanto tu non abbia fatto nello stesso processo sinodale. Chiedo che tu senta maggiormente la gioia e la fierezza di quanto tu sia grande e splendente per la potenza della mia grazia e per la misericordia del mio cuore.

Vorrei che tu, come Maria Maddalena al sepolcro (cf Gv 20,11-18), ti accorgessi finalmente che sono io, vivo e risorto, che ti sono vicino, ti accolgo e ti comprendo anche nella tua affannosa e non sempre illuminata ricerca di me. Quante volte mi cerchi come se fossi ancora sepolto in qualche luogo remoto, avvolto nelle bende di qualche abitudine del passato. Sono io che vivo, qui vicino a te, ti chiamo per nome e ti mando ai tuoi fratelli.

Vorrei che tu, come i discepoli di Emmaus (cf Lc 24,32), sentissi il cuore che ti arde mentre ti parlo e ti spiego le Scritture. Vorrei che il tuo cuore ardesse nella memoria delle Scritture anche durante la lettura di questo libro sinodale.

Come Giacobbe dopo il sogno (cf Gen 28,10-22), vorrei che tu ti accorgessi che la terra che calpesti è luogo santo, che anche sulle nostre città scende una scala dal cielo su cui salgono e scendono gli angeli. Come Giacobbe ha eretto una stele a memoria di quella visione confortante, così anche questo libro sinodale ti serva per ricordare che io sono con te in questo tuo viaggio faticoso verso Gerusalemme, "confermando il tuo volto".

Come dopo la rinnovazione dell'alleanza (ricordi l'Assemblea di Sichem?) ti invito a considerare questo libro come la "grande pietra" rizzata sotto il terebinto (cf Gs 24,26) che richiama ad essere fedeli all'alleanza con me, Signore tuo, della tua terra e della tua cultura.

Vorrei che, come Mosè ha contemplato sul monte il modello di quel tabernacolo che doveva realizzare nel deserto (cf Es 25,9.40), così tu tenessi presente questo libro come abbozzo iniziale per quella costruzione dell'edificio santo che io stesso vado facendo per mezzo di te giorno dopo giorno fino alla manifestazione della Gerusalemme celeste.

Infine, perché questo libro non abbia né l'opacità della stele di Giacobbe né il peso della grande pietra di Giosuè ma sia per te fonte di ispirazione gioiosa, di creatività e di conforto, ti invito a confrontarlo costantemente con l'icona della Chiesa degli apostoli, quella Chiesa che è sgorgata dal mio cuore trafitto e che è stata sostenuta dalla presenza e dalla preghiera della mia diletta Madre.

Allora questo libro sarà per te "peso leggero", le sue prescrizioni ti saranno "giogo soave", perché dietro le righe avrai colto la trasparenza del mio volto. Quel volto che ho dovuto "indurire" per portare dietro di me i miei discepoli incerti verso Gerusalemme ma che ora risplende di luce e si manifesta a coloro che hanno fiducia in me».

2. Parole del Vescovo alla sua Chiesa

Dopo essermi messo con voi in ascolto del Signore che ci parla, nello stesso clima di raccoglimento e di semplicità vorrei parlare a voi, rileggendo il cammino fatto ed esprimendo timori e speranze per questo momento di promulgazione del testo sinodale. Vorrei rispondere alle seguenti domande:

Come mi sono collocato in questi ultimi due anni rispetto al processo sinodale?

Come leggo il cammino fatto?

1. Come mi sono collocato rispetto al processo sinodale, fin dall'inizio della consultazione "La Chiesa di Milano si interroga", cioè a partire dai primi mesi del 1993?

Mi sono messo in una disposizione di riverente ascolto di quanto lo Spirito volesse dire alla nostra Chiesa mediante le voci dei vari organismi sinodali e di tutti coloro che venivano chiamati a dire il loro parere. Ho inteso mettermi in una situazione di attenzione e recettività verso quanto tutta la base ecclesiale potesse dire o esprimere. Non intendevo e non potevo certamente rinunciare al mio compito di discernimento, ma volevo che esso nascesse da un lungo tempo di macerazione e di ascolto.

Mi interessava anche capire quanto dei programmi pastorali di questi anni e della loro ispirazione evangelica di fondo fosse passato di fatto nella base della nostra Chiesa e potesse venire riespresso da gruppi rappresentativi. Mi premeva cioè di verificare fino a che punto le grandi linee sia tematiche (silenzio, Parola, Eucaristia, missione, carità) sia trasversali (educare, comunicare, vigilare) godessero di un consenso comune nella media dei nostri fedeli.

2. Come leggo il cammino fatto?

Mi pare che l'icona che ci ha accompagnato nel Sinodo esprima bene la chiave di lettura del cammino. Il firmavit faciem suam dice la situazione di Gesù all'inizio del "grande viaggio" verso Gerusalemme. Gesù è cosciente del cammino già percorso ed esprime il suo proposito forte di andare avanti nella nuova decisiva fase della sua vita.

Così si è mossa la nostra Chiesa, prestando attenzione al "già" delle grazie ricevute, presenti nella sua struttura istituzionale e nelle sue tradizioni, per discernere il "non ancora", il cammino da intraprendersi con decisione. Anche se non abbiamo fatto un'analisi dettagliata del difficile contesto contemporaneo, esso era ben presente nello sfondo di molti interventi, con le sue tentazioni di pessimismo e di frustrazione. Così la nostra Chiesa ha capito di trovarsi in un momento decisivo della sua storia, in una fine di millennio che chiede scelte coraggiose.

I sinodali hanno avuto modo di mostrare la loro profonda passione per il regno, il loro sincero amore alla Chiesa e la volontà ferma di una revisione di vita per orientare il cammino futuro. Mi ha molto colpito il grande spirito di responsabilità, la forte coscienza di appartenenza alla Chiesa ambrosiana nella comunione della Chiesa cattolica e nel vincolo col successore di Pietro. Ho ammirato la precisione organizzativa, la disciplina del lavoro, la capacità del rispetto dei tempi. Mi ha impressionato il sincero sforzo di dire tutto quanto potesse essere pertinente al cammino di una Chiesa locale, tenendo conto delle sue tradizioni e sullo sfondo dei grandi principi del Concilio Vaticano II e delle prescrizioni del diritto. Ho apprezzato l'impegno per unire una visione teologica dei problemi con l'attenzione agli adempimenti pratici propri di una comunità cristiana.

Mi è sembrato anche che la preoccupazione di dire tutto, ben comprensibile da parte di una larga rappresentanza in cui ciascuno ci teneva a che non fosse trascurato il proprio particolare problema e settore di interesse, rendesse l'insieme un po' pesante. I testi venivano così ad assumere quello stile tipico di molti documenti ecclesiali, dove la completezza del discorso va a scapito dell'incisività. Non ho però ritenuto che si dovesse o neppure si potesse porre rimedio con qualche intervento autoritativo a tale situazione. Essa è probabilmente oggi in larga parte inevitabile, così come è praticamente inevitabile, in una società vasta e complessa, il moltiplicarsi sia delle leggi civili sia dei documenti ecclesiastici. Mi è sembrato che la via fosse un'altra, quella cioè di lasciar emergere il documento così come lo si veniva elaborando, suggerendo insieme di sottoporlo a qualche chiave di lettura che gli facesse ricuperare, nell'uso pratico, unità, energia e scioltezza.

Ho dunque sentito sempre più come mio contributo al Sinodo quello di dare qualcosa che, senza rinnegare il desiderio di completezza e di attenzione a tutte le "cose da fare", aiutasse a leggere l'insieme con un'impressione più vicina a quella che si ha leggendo gli Atti degli apostoli: un'impressione cioè di freschezza e di gioia, di apertura del cuore, di coraggio, quasi di "facilità", nella grazia dello Spirito, del vivere cristiano.

3. Alla ricerca del volto di Cristo

Cerchiamo dunque di esplicitare meglio il senso del nostro cammino. Infatti, pur con tutti i valori sopra ricordati, in tutto ciò che abbiamo fatto vi sono implicazioni più profonde che è importante mettere bene in luce.

C'è soprattutto un aspetto del firmavit faciem suam che merita maggiore attenzione. Questo motto pone infatti al centro il "Suo" volto, il volto di Gesù. Ciò che tutti abbiamo cercato di fare con diligenza è stato lo sforzo di verificare il nostro volto di Chiesa sullo sfondo delle sfide contemporanee. Ciò era giusto e necessario. Ma forse il senso di disagio che abbiamo avvertito talora nel percorso dipendeva anche dal fatto che ancora troppo poco abbiamo fissato lo sguardo nel volto di Lui. Ora la Chiesa sta tutta sub Verbo Dei, dipende cioè totalmente dalla Parola del Signore, da cui è generata come creatura Verbi. Parlando di lei dobbiamo avere la coscienza che parliamo di Gesù, descrivendo il suo volto facciamo riferimento a quello di Gesù. Solo così il nostro parlare della Chiesa, delle sue strutture e delle sue attività, delle sue figure di valore e delle sue regole è un parlare vero, purificante, pacificato, liberante.

Mi sono convinto sempre di più che la vera lettura del cammino sinodale vada cercata proprio in quell'approfondimento del volto di Cristo che ha fatto la Chiesa degli apostoli, la quale viveva della contemplazione del volto di Gesù e la traduceva in azioni, strutture e regole nella gioia e nella pace dello Spirito santo. Le Chiese degli apostoli non ci testimoniano altro che questa sequela sorgiva, irradiante e contagiosa di Gesù Crocifisso e Risorto. Essere Chiesa degli apostoli vuol dire voler essere il Corpo di Cristo crocifisso nella storia, la ripresentazione del Suo volto nel tempo, confidando nella grazia dello Spirito e nella misericordia di Colui che perdona le mancanze con cui sfiguriamo quotidianamente questo volto dolcissimo e santo.

Ma qual è il volto che traspare dalla scena del firmavit faciem suam? E' quello di Gesù che si orienta decisamente a compiere il destino del Servo sofferente del Signore: il suo volto è quello dell'Uomo dei dolori dei Carmi del Deutero-Isaia.

E' il volto dell'umile, che accetta di essere consegnato alla morte per amor nostro. E' il volto di Colui che ci ha amato e vive in noi: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20).

In Lui, misericordia fatta carne, siamo chiamati a essere la Chiesa della misericordia; in Lui, povero per scelta, la Chiesa povera e amica dei più poveri; in Lui, appassionato per la comunione del regno, la Chiesa dell'unità intorno ai Pastori da Lui voluti per noi, nell'attesa fiduciosa e orante del dono della piena comunione tra tutte le Chiese cristiane; in Lui, ebreo osservante, la Chiesa che ama i suoi fratelli maggiori e si nutre sulla santa radice, Israele; in Lui, Servo umile e consegnato per amore al dolore e alla morte, la Chiesa che accetta di farsi consegnare dal Padre alla via dolorosa per amore del suo popolo, fino alla fine.

Ma si tratta allora forse di rinunciare a un'immagine forte di Dio e a un'immagine trionfante della Sua Chiesa? Si è talora affermato, come osservazione critica al nostro Sinodo, che l'immagine di Dio soggiacente a certi nostri discorsi era quella di un Dio forte, che suscita una comunità forte, compatta e vittoriosa; un Dio che mostra la sua gloria nel successo apostolico dei suoi seguaci e non nell'insuccesso e nell'insignificanza; che ci invia a una missione che è anzitutto "conquista" non solo di nuovi seguaci ma anche di prestigio sociale e culturale. Di qui sarebbe conseguita l'autocoscienza di una Chiesa che cerca di organizzarsi per "contare" in questo mondo; che si compiace dei suoi fasti e delle sue glorie; che vorrebbe dominare e primeggiare, non sa rassegnarsi al ruolo marginale in cui la riduce inevitabilmente la società moderna, non sa vedere in esso la chiamata provvidenziale ad assumere il ruolo di Cristo umile servitore.

Personalmente ho riflettuto su questi interrogativi, come molti altri di voi, e me ne sono fatto carico. Non siamo certo immuni, come non lo è nessun cristiano e nessuna comunità, rispetto alle tentazioni che hanno assalito Gesù nel deserto. Siamo anche fragili e dobbiamo continuamente, come ci ha detto Giovanni Paolo II, fare autocritica e rileggere con spirito di umiltà e di pentimento il nostro passato remoto e recente (cf Lettera Apostolica Tertio millennio adveniente, 10 novembre 1994, nn. 33-36).

Sono convinto però che non si tratta di rinunciare a un'immagine forte di Dio e trionfante della Sua Chiesa: siamo pur chiamati a vedere «il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria» (Mc 13,26).

Ma si tratta di capire (e in questo senso va letto tutto il libro sinodale) di quale tipo è la nostra forza e la nostra vittoria nel periodo presente della storia di questo mondo. Si tratta di capire, contemplando il volto dell'uomo dei dolori, davanti a cui ci si copre la faccia, che il nostro volto non potrà essere diverso dal Suo; che la nostra debolezza sarà forza e vittoria se sarà la ripresentazione del mistero della debolezza, dell'umiltà e della mitezza del nostro Dio.

Abbiamo bisogno di riscoprire la mistica ecclesiale della imitatio Christi che tanto stava a cuore al nostro Paolo VI e che fu motivo ispiratore della Lumen Gentium fin dal suo esordio: «La luce di Lui, splendente sul volto della Chiesa, deve illuminare tutti gli uomini» (LG 1); «La Chiesa, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, umiltà e abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio» (LG 5); «Dalla virtù del Signore risuscitato trova forza per vincere con pazienza e amore le sue interne ed esterne afflizioni e difficoltà e per svelare al mondo, anche se non perfettamente, il mistero di Lui» (LG 8).

Questa imitatio non è ripetizione di un modello esteriore, ma vera ripresentazione di Cristo in noi per la grazia dello Spirito, che ci conduce a imparare sempre di nuovo a percorrere la via dell'umiltà per completare nella nostra carne ciò che manca alla passione di Cristo a vantaggio del Suo Corpo, la Chiesa (cf Col 1,24).

La via dell'umiltà è dunque la via regale dell'imitazione di Cristo in ciascuno di noi e nella Chiesa che noi siamo: lo è stata per la Chiesa degli apostoli, che ha rivelato il volto di Gesù nel suo essere perseguitata. Stefano colpito dalle pietre ripete il grido di abbandono di Gesù al Padre (cf At 7,59). Saulo riconosce per grazia, nei cristiani che perseguita, il volto di Cristo: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4).

Noi, Chiesa ambrosiana, abbiamo oggi più che mai bisogno di confermare il nostro volto nel volto di Cristo umile e abbandonato, non per razionalizzare i nostri insuccessi o consolarci del nostro diminuito influsso sulle masse, ma per riconoscerci davvero qui e ora, in questa situazione concreta e difficile, partecipi del disegno di salvezza del Figlio crocifisso. Per imparare ancora una volta ad amare e servire come Lui ha amato e servito e ritrovare quella semplicità e scioltezza con cui la Chiesa degli apostoli, piccolo gruppo insignificante, ha affrontato il colosso della cultura del proprio tempo senza complessi, affidandosi alla forza e alla gioia del Vangelo.

4. Il cammino continua

Il cammino dell'imitazione di Cristo nella Chiesa comprende tre gradi: quello del sì incondizionato alla legge di Dio e dell'attenta osservanza di tutte le norme che regolano la vita di una Chiesa locale; quello di una libertà del cuore che cerca sinceramente, anche al di là delle norme, la volontà di Dio per il momento presente, così come indicata dalle urgenze del tempo e dall'ispirazione dello Spirito santo; quello infine della sequela incondizionata del Cristo povero e umiliato. Faccio liberamente riferimento, in questa triplice classificazione, a quanto S. Ignazio di Loyola scrive nei suoi Esercizi spirituali a proposito dei "tre gradi di umiltà" (nn. 164-168), per trarne un criterio di lettura dei testi sinodali. Si possono infatti distinguere nel libro sinodale come tre tipi di testi: le norme precise a cui obbedire, le descrizioni di situazioni e atteggiamenti che hanno a che fare con le grandi disposizioni del cuore e della mente e infine le grandi intuizioni evangeliche di fondo, quelle che invitano a seguire Gesù sulla via del radicalismo evangelico. La differenza tra questi tipi di testi può essere ben illuminata dalla riflessione sui tre gradi della sequela di Gesù.

a. Il primo grado della sequela è il sì incondizionato alla legge di Dio. La nostra Chiesa in sinodo si è dichiarata disposta a obbedire a Dio e a seguire Cristo accettando anche quelle disposizioni normative che sono una esigenza della comunione e descrivono le condizioni concrete per partecipare alla vita della Chiesa locale e alla sua Eucaristia.

b. Il secondo grado di sequela è accettare di sciogliere il cuore per vivere l'imitazione di Gesù con una disponibilità totale alla volontà di Dio manifestata dalle circostanze della vita, liete o tristi, e dalle ispirazioni interiori. E' una situazione di costante discernimento, di libertà del cuore, di attenzione al presente. Un Sinodo non può evidentemente legiferare su un simile atteggiamento: esso è frutto costante dell'ascolto della Parola e della purificazione del cuore. E' però un atteggiamento indispensabile per una Chiesa che voglia riprodurre in qualche modo il volto del suo Signore. Perché Gesù è stato per eccellenza l'ascoltatore della Parola del Padre, il Servo obbediente, e chiama la Chiesa intera a seguirlo così. Per questo, tante indicazioni del Sinodo vanno lette come un invito a questo secondo modo di sequela, di cui descrivono le necessarie premesse. Nell'opuscolo che conto di scrivere più tardi a partire dal dettato del Sinodo, per offrire a tutti come una "Regola di vita del cristiano ambrosiano", mi propongo di valorizzare, insieme con le pagine normative del Sinodo di cui ho detto sopra, anche tutta quella manna di indicazioni che il libro sinodale offre a questo proposito.

Sono le indicazioni che ci invitano a metterci volentieri in ascolto della Parola, a celebrare fruttuosamente la liturgia, a vivere la comunione delle menti e dei cuori, a camminare per la via dell'umiltà, intesa come verità su di sé, su Dio e sugli altri e come capacità di accettare e tollerare nell'amore la diversità, non ritenendola minaccia ma dono.

Abbiamo bisogno tutti di riscoprire queste attitudini di fondo, e in particolare quell'umiltà, che ci fa umili ascoltatori di Dio e degli altri, ci rende indifferenti a successo o insuccesso, ci fa reciprocamente ospitali nell'amore: «Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi per la gloria di Dio» (Rm 15,7). Il Sinodo ci ha fatto fare esperienza di questa reciproca accoglienza nell'amore e ci ha aiutato ad accettarci nelle nostre diversità per la gloria di Dio. Ora c'è bisogno di proseguire a tutti i livelli questa esperienza, maturando stili di vita di vera accoglienza reciproca e di collaborazione pastorale.

In questo contesto assume grande rilievo l'indicazione, offerta in più parti del libro sinodale, delle "unità pastorali" intese non solo come esperimento limitato a casi di necessità, ma come avvio a un nuovo stile di collaborazione pastorale sul territorio tra presbiteri, consacrati e laici.

c. Infine il terzo grado della sequela è la decisione di seguire incondizionatamente Gesù povero e umiliato e perciò di scegliere, per ciò che sta in noi, ciò che ci rende più simili a Cristo, gustando la gioia della persecuzione, il nascondimento e la partecipazione alle Sue sofferenze. Si ripropone qui la grande meta della santità, che è l'assimilazione totale al Signore Gesù, allo spirito umile del Cristo evangelico.

E' chiaro che questa meta può essere solo segnalata e proposta: non è certo oggetto di norme o di regole. Queste, semmai, sono strumento per giungere a entrare nel Cuore di Cristo. Ma proprio perché non è questione qui di norme scritte, la meta dell'unione con Gesù crocifisso e abbandonato deve essere sempre presente davanti ai nostri occhi, come lo fu per la Chiesa degli apostoli, che si affidava alla Parola di Dio e si lasciava plasmare da essa, fra persecuzioni e consolazioni, come umile serva dell'Altissimo.

Vorrei che leggessimo con questo spirito le pagine del libro sinodale che qui presento: qui sta il loro cuore. Qui sta quel vento che non spegne le fiammelle di fuoco di ciascuno ma le attiva ancor più potentemente. E' il volto del Cristo umile e povero quello nel quale ritrovare e su cui plasmare il nostro volto di Chiesa. Solo su questa via potremo anche noi cantare in verità il Magnificat, che l'umile serva Maria, la Madre in cui quel volto santissimo si plasmò, cantò come voce della Chiesa di tutti i tempi e che ci aiuta anche oggi a cantare nella vita con la sua intercessione materna, alla quale ci affidiamo: «Sia in ciascuno l'anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio» (S. Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca/1, II, 26).

5. Il volto della Chiesa degli apostoli

I membri dell'Assemblea sinodale ricorderanno il mio messaggio per la Pentecoste 1994 dal titolo "Il vento e il fuoco". Dalle reazioni dei sinodali è apparso che ciò che li aveva particolarmente impressionati era l'affermazione che forse andava ancora cercata un'icona centrale, qualcosa come un'idea madre che desse unità al vasto materiale del Sinodo. Con tale parola non intendevo evidentemente auspicare qualcosa di imposto a priori, a prescindere dal cammino effettivo del Sinodo. Neppure auspicavo l'emergere di un'idea generale da cui estrarre quasi deduttivamente le proposizioni sinodali. Non è così - commentavo allora in aula - che agisce quello Spirito che vive in una Chiesa locale e la muove con scioltezza e libertà, secondo modi non sempre umanamente prevedibili.

Ed è lasciandomi ispirare da ciò che lo Spirito suggeriva in quei giorni che sono giunto alla convinzione che l'icona soggiacente a tutti i nostri lavori fosse quella della Chiesa degli apostoli.

La grande domanda che sottostava a tutti i lavori del Sinodo mi pareva infatti si potesse esprimere così: quale Chiesa vogliamo essere di fronte alle sfide che ci attendono? con quale volto Gesù vuole che la Chiesa di Milano si presenti alla società contemporanea per servirla con umiltà e dedizione, per essere sale della terra, lievito nella pasta, lucerna sul candelabro, casa sulla roccia, città sul monte, voce di gioia nelle piazze e canto di letizia nelle case della gente?

Mi pare chiaro che in questo momento di prova e di difficoltà la Chiesa di Milano deve riscoprire, rivivere e attualizzare la Chiesa degli apostoli, la Chiesa dei primi cristiani, quella nella quale venivano proclamati i vangeli secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni; quella descritta negli Atti degli apostoli; quella che traspare dalle Lettere apostoliche e dall'Apocalisse.

Siamo chiamati a riscoprire, rivivere e attualizzare il modo di vedere, giudicare e agire degli apostoli, dei primi evangelizzatori e dei primi discepoli; i loro atteggiamenti e le loro scelte, il loro amore per il Signore Gesù, la loro obbedienza al Padre, la loro docilità allo Spirito santo, la loro costante attenzione alla Parola, la loro interiore rigenerazione, la carità creativa verso i fratelli, lo slancio missionario.

Ammiriamo, studiamo e imitiamo la Chiesa degli apostoli descritta da san Luca e dagli altri scritti del Nuovo Testamento! E' questa una "icona" che non si sovrappone ai testi sinodali ma è già presente in essi; è un "modello" ispirato e consacrato che da duemila anni guida il cammino di tutte le Chiese cristiane; è una "esperienza concreta" vissuta da persone come noi, che con i loro limiti e difetti, superando difficoltà certo non inferiori alle nostre, si sono lasciate condurre dal Signore, giorno dopo giorno, per le strade del mondo, facendo del bene, sanando quelli che erano dominati da poteri maligni, insegnando a vivere con gioia il Vangelo.

Per questo sarà utile che impariamo a rileggere anzitutto il libro degli Atti degli apostoli: la storia del nuovo modo di essere di uomini e donne che vivono le beatitudini evangeliche, che si sentono inviati a dare un'anima divina a un mondo non del tutto umano, spesso ostile e ingiusto, affinché esso trovi modo di convivere con un po' più di carità e un po' più di pace. Sarà così possibile leggere il nostro libro sinodale, con le sue costituzioni e le sue norme, come il nostro onesto tentativo di descrivere per i nostri giorni questo stile di vita per attuarlo con fiducia nella grazia dello Spirito santo.

Nelle pagine che seguono vi presento un mio contributo a questa rilettura del testo sinodale, sottolineando alcuni aspetti significativi della Chiesa degli apostoli che trovo in grande sintonia con il libro sinodale.

6. La fede della Chiesa degli apostoli

Il nostro libro sinodale inizia con le parole: «La Chiesa ambrosiana rende grazie a Dio che la convoca come "popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito santo". Formata a immagine della Chiesa universale, in essa e con essa, crede che in Gesù morto e risorto la sovrabbondante carità di Dio dona all'umanità vita e salvezza» (cost. 1, § 1) .

1. Ripartiamo da Dio.

Come negli Atti dunque, anche nel nostro libro sinodale ripartiamo da Dio, nel quale viviamo, ci muoviamo e siamo, che conosce il cuore di tutti e compie ancora opere meravigliose in favore dei suoi figli; ripartiamo dal Dio dei nostri padri che ha accreditato Gesù e lo ha risuscitato dai morti; dal Dio ignoto, che ha fatto il mondo e tutto ciò che in esso si trova, e che dà a tutti la vita ed è a tutti vicino; dal Dio che ha parlato e continua a parlare anche a noi per mezzo delle sacre Scritture, della storia quotidiana, del suo Spirito; dal Dio che dà la conversione anche ai pagani, che non fa preferenze di persone, ma vuole che tutti, proprio tutti, uomini e donne, siano salvati e vivano felici sempre (cf At 17,28; 1,24; 2,11; 2,22.24; 3,13; 17,23-25; 10,34-36 ecc.).

La Chiesa degli apostoli, prima di essere una Chiesa che "fa" qualcosa (predica, battezza, organizza la carità, ecc.) è una Chiesa che loda Dio, ne riconosce il primato assoluto, sta davanti a Lui in silenziosa adorazione: "per Cristo, con Cristo, in Cristo, a Te, Dio Padre onnipotente, nell'unità dello Spirito santo, ogni onore e gloria". Siamo grati per questo ai consacrati e alle consacrate della Diocesi (cf costt. 451-473) per il loro «richiamo profetico al primato del regno e alla dimensione escatologica della vita cristiana» (cost. 452, § 1).

2. La fede della Chiesa primitiva e la nostra.

Contemplando la Chiesa degli apostoli che proclama il primato di Dio in Gesù Cristo, noi ci sentiamo interrogati sulla nostra fede cristiana. Tante pagine del libro sinodale ci serviranno per verificare la qualità e l'incisività della nostra fede. E' questo pure il tema dell'ultima lettera pastorale dei vescovi lombardi ai loro fratelli e sorelle delle Chiese di Lombardia (8 settembre 1994). La nostra fede non è forse talora più dubbiosa che certa? Più tradizionale che personale? Più verbale che vitale? Dal dubbio, o dal folclore, o dal nominalismo, al vuoto reale di Dio il passo è breve.

Dobbiamo ritrovare una autentica fede nel Dio vivo e vero rivelatosi in Gesù di Nazareth crocifisso e risorto; essere certi della sua vicinanza, della sua immanenza, pur riconoscendone la trascendente diversità da noi; dobbiamo ascoltare, ogni giorno, con attenzione e stupore, Gesù Cristo che con il suo Vangelo ci parla di Dio Padre rendendocelo familiare. Il Padre è necessario per la vita di tutti, è presenza significativa nel nostro disorientamento. Dobbiamo testimoniare, nel nostro modo di pregare, di celebrare, di vivere, quanto sentiamo la sua presenza, quanto ci dia pace la certezza della sua provvidenza.

Guai a noi se privilegiamo solo il fare pratico, svuotandolo delle sue profonde motivazioni cristiane e dimenticando il "fare del cuore"; se ci buttiamo nella missione trascurando le esigenze di una vita interiore senza la quale il cristiano resta sprovvisto di quello spirito che deve comunicare agli altri.

3. La vita di fede ha delle esigenze.

La vita interiore, o vita di fede e di amore, dei singoli e delle comunità, ha le sue irrinunciabili esigenze. Negli Atti degli apostoli, queste sono particolarmente evidenziate nei tre quadri sommari (cf At 2,42-47; 4,32-35; 5,12-16) che, in uno stile essenziale, descrivono la vita della primitiva comunità cristiana e ci tramandano l'atmosfera umana e religiosa dentro la quale i primi cristiani vivevano e operavano.

I primi cristiani

a. erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli che annunciavano la Parola di Dio, portavano il lieto annuncio che Gesù è il Cristo, predicavano parole di vita. Gli apostoli ricordavano, riproponevano e testimoniavano la vita e gli insegnamenti di Gesù, conosciuto di persona e compreso pienamente perché ricolmi dello Spirito illuminante mandato su loro dal Padre. Il nostro Sinodo descrive simili atteggiamenti specialmente nel capitolo 1: Il ministero della Parola (cf costt. 28-49);

b. erano perseveranti nella vita comune: stavano insieme e avevano tutto in comune; le loro proprietà e i loro beni li vendevano e ne facevano parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. La vita di comunione dei primi credenti è così descritta da Luca: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola» (At 4,32). Vivevano in relazione e comunione profonda con Gesù e tra di loro, coscienti di essere corpo di Cristo, famiglia di Dio, popolo di salvati dall'amore del Signore. Il loro amore per Dio e per i fratelli era il generatore e forgiatore dei loro pensieri, sentimenti e azioni. I nostri luoghi e strumenti di comunione sono descritti dal Sinodo in particolare nei capitoli 5 - 10 (cf costt. 132-187), mentre le diverse figure generatrici di comunione sono presentate nei capitoli 20 - 23 (cf costt. 366-520);

c. erano perseveranti nella frazione del pane e nella preghiera. Il momento più solenne delle loro riunioni era quello dell'Eucaristia, dell'azione di grazie, della cena del Signore. Recitavano insieme le preghiere, lodavano Dio coralmente, lo invocavano con insistenza. Nell'orazione comunitaria avevano piena consapevolezza di essere, con Cristo, alla presenza del Dio creatore, ispiratore dei profeti e dei santi, salvatore del mondo; creavano preghiere genuine, ispirandosi alle circostanze quotidiane, e riversavano nel cuore del Signore le apprensioni, aspirazioni e propositi del proprio. Si leggano le risonanze di questi atteggiamenti nella nostra Chiesa nei capitoli 2 e 3 del testo sinodale (cf costt. 50-112).

7. Come la Chiesa degli apostoli in missione

«L'evangelizzazione come annuncio della "buona notizia" dell'amore del Padre che si è rivelato nella storia di Gesù, diventa così la gioiosa missione di ogni credente e delle singole comunità» (cost. 6).

La categoria della "evangelizzazione" e della "nuova evangelizzazione" qualifica ampiamente il nostro testo sinodale: cf costt. 6-10; 28, § 5; 42, § 2; 43; 44; 150 e altre. Il documento sviluppa, con analisi dettagliate, suggerimenti articolati e indicazioni operative, i molteplici ministeri ecclesiali al servizio della missione. Si vedano in particolare i capitoli 11 - 17 (cf costt. 188-321) e 24 - 26 (cf costt. 521-611), dedicati rispettivamente ad alcuni ambiti e dimensioni della pastorale e all'incontro tra Chiesa, cultura e società.

Nel nostro Sinodo si è anche evidenziato a più riprese che nella società contemporanea ci sono aspetti culturali che rendono difficile o quasi impossibile l'evangelizzazione: il venir meno del senso cristiano della vita; lo smarrimento della fede, con l'uscita dalla Chiesa di molti e l'abbandono della pratica religiosa; un numero crescente di persone che si dichiarano atee o non cristiane; la presenza di chi sembra faccia comodamente a meno della religione e di Gesù Cristo, avendo messo a tacere l'inquietudine religiosa stimolatrice del senso mistico embrionalmente presente in ognuno (cf costt. 5; 28, § 5; 42, § 1; 521-527).

Leggendo gli Atti e le Lettere degli apostoli noi vediamo che simili situazioni hanno segnato la primitiva evangelizzazione: divisioni tra cristiani, defezioni, gente che cercava l'utile proprio e che considerava stoltezza la parola della Croce; una sapienza umana che non voleva riconoscere Dio; uomini carnali dominati da invidie e discordie, e che soffocavano la verità nell'ingiustizia e nella menzogna; uomini e donne che avevano cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile; gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, che si opponeva alla predicazione bestemmiando, che si rifiutava di credere e che rinnegava il Santo e il Giusto resistendo allo Spirito santo.

Come vivere allora, nelle difficoltà odierne, il mandato di evangelizzare?

1. Che significa "evangelizzare"?

La Chiesa primitiva, così come descritta dai documenti del Nuovo Testamento, è una Chiesa che evangelizza con entusiasmo ed efficacia. Da essa dobbiamo lasciarci ispirare per mettere in pratica le indicazioni del Sinodo. Ma evangelizzare oggi è lo stesso che al tempo degli Atti degli apostoli? Sì e no.

Sì, nel senso che identico è l'oggetto del messaggio e identici sono i bisogni del cuore umano, identica è la sorgente che è lo Spirito santo e identici i grandi mezzi dell'annuncio e della testimonianza.

No, nel senso che molte delle condizioni esterne dell'annuncio sono mutate, e occorre tenerne conto. Per questo si parla oggi di "nuova" evangelizzazione.

Per evitare dunque un fraintendimento dei testi sinodali mi pare opportuno richiamare qui qualche nozione essenziale sul significato della "evangelizzazione" (cf Alzati, va' a Ninive, la grande città!, 1991, pp. 7-14).

E' infatti facile confondere nella pratica la evangelizzazione o la missione con forme varie di proselitismo o comunque di propaganda di un'idea o di una dottrina. E' anche frequente l'errore di non tener conto delle prospettive mutate, applicando ai contesti odierni forme di evangelizzazione non più attuali. Molti poi ritengono ancora che l'evangelizzazione e la missione riguardino anzitutto i preti e ben poco i laici cristiani.

Chiediamoci dunque: 1. che cosa intendiamo quando diciamo che è mutato il contesto sociale e culturale rispetto ai tempi della prima predicazione cristiana? 2. che cosa è propriamente l'evangelizzazione nel suo significato perenne? 3. quali sono i diversi livelli in cui il Vangelo è vissuto? 4. quali i diversi ambiti di comunicazione del Vangelo?

1. Mentre da una parte le grandi esigenze del cuore umano e l'apertura illimitata dei suoi desideri caratterizzano l'uomo di oggi come quello di sempre, dall'altra le condizioni culturali e i contesti in cui tali cose sono espresse mutano nel volgere dei secoli. Di qui noi assistiamo nella storia a diversi modi di evangelizzazione: altro è per esempio il metodo neotestamentario, esso pure diversificato secondo, ad esempio, il mondo ebraico e quello greco-romano; altro quello usato per la conversione dei popoli germanici e di quelli slavi; altro ancora quello che ha caratterizzato l'evangelizzazione dell'America latina, eccetera.

L'evangelizzazione nel mondo occidentale odierno deve tener conto del fatto che da una parte è meglio riconosciuta e apprezzata la soggettività di ogni persona, così come sono cresciuti lo spirito critico e l'abitudine al metodo scientifico; dall'altra si sono accumulati grandi pregiudizi storici contro la Chiesa e contro la stessa fede, che sono spesso operanti almeno nell'inconscio. Da più secoli divisioni confessionali e guerre di religione, precomprensioni di tipo filosofico e mutamenti epocali nel lavoro, nella famiglia, nella costituzione della società hanno messo in crisi quelle forme di cristianesimo che si legavano alla società medievale. Evangelizzare oggi significa parlare in una società che si sforza di organizzarsi pubblicamente senza far riferimento a valori confessionali ed è percorsa ovunque da fermenti di secolarizzazione.

Evangelizzare è ancora possibile in una società così? L'esperienza e la certezza di fede rispondono che evangelizzare oggi è più che mai necessario, che mai come oggi la gente ha tanto bisogno di significati e di valori alti (cf cost. 8). Anzi il contesto odierno ci riporta in qualche modo ad alcune sfide che dovette affrontare la primitiva comunità e ci permette quindi di comprendere meglio che cosa significa evangelizzare. Forse per questo l'espressione "nuova evangelizzazione" ha oggi tanta fortuna. Sentiamo come per istinto soprannaturale che evangelizzare è importante, che è la questione di sempre, che però va portata avanti tenendo conto delle mutate condizioni culturali e spirituali del nostro tempo.

2. Che cosa è dunque l'evangelizzazione?

Essa designa un duplice aspetto: negativo e positivo. In negativo, evangelizzare è "salvare dal male": tirar fuori dal non senso, dalla frustrazione e dalla noia, dalla disperazione, dal disgusto della vita, dalla incapacità di amare, dalla paura del dolore e della morte. E' dare risposta alle invocazioni più profonde di ogni coscienza umana.

In positivo, evangelizzare è comunicare il "Vangelo", la buona notizia su Gesù: la buona notizia che Dio ci ama davvero, tutti e ciascuno, e che Gesù è morto e risorto per la nostra salvezza per liberarci dal peccato e dal male; la buona notizia del regno che viene in Gesù e che si realizza gradualmente nella nostra adesione a Lui, nel diventare con Lui un solo Corpo, nell'entrare nella vita della Trinità. Evangelizzare non è soltanto comunicare verbalmente la buona notizia, ma comunicare vita, collaborare con lo Spirito del Risorto che attrae ogni uomo per farlo una cosa sola in Gesù col Padre.

Tutti coloro che sono divenuti uno con Gesù e fanno unità nel suo Corpo, la Chiesa, sentono quell'anelito che ha fatto dire a Gesù dopo la sua risurrezione: «Predicate il vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15).

L'evangelizzare suppone dunque che si sia assimilata nel cuore la realtà del "Vangelo", la sua ricchezza, la sua gioia, la pienezza di orizzonti che esso apre, il senso della vita che esso ci fa scoprire al di là di tutte le delusioni e le sofferenze e al di là della morte. Si tratta di cogliere come il Signore, che è la nostra ricchezza ora e per sempre, desidera essere la ricchezza e la salvezza di tutti, riempiendo ciascuno di quella pienezza di senso che a me è stata concessa.

Chi pretende di "evangelizzare senza Vangelo", cioè di fare opera di proselitismo attirando alla Chiesa ma senza comunicare quegli orizzonti luminosi di senso e di vita che il "Vangelo" apre a ogni persona umana, rischia di cadere sotto la condanna di Gesù: «guai a voi che percorrete la terra e il mare per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi» (Mt 23,15).

Evangelizzare è dunque comunicare, irradiare qualcosa di quella "buona notizia" e di quell'esperienza del regno che riempie la nostra vita. Di ciò noi abbiamo il mandato esplicito da Gesù, che vuole far partecipe ogni creatura di questi orizzonti di salvezza. Ne abbiamo un dovere di solidarietà per non lasciare privi altri di quelle prospettive di senso che rispondono agli interrogativi più profondi dell'uomo. Ne abbiamo un mandato sacro da tutti coloro che sono morti o hanno subito la tortura per la libertà di questo messaggio in favore di ogni persona umana. Non possiamo perciò sottrarci a questo mandato senza rinnegare quella qualità di vita che il Vangelo del regno ci fa gustare: «Guai a me se non evangelizzo!» (1 Cor 9,16).

3. Quali sono i diversi livelli in cui viene vissuto il Vangelo (cf cost. 7)?

Guardando le cose dal punto di vista del soggetto che riceve l'annuncio evangelico è opportuno distinguere molteplici livelli di vita in cui la buona notizia si incarna nella persona e nel suo vissuto individuale e sociale. Ne indichiamo alcuni.

a. Il Vangelo è vissuto anzitutto come dono "interiore" che dà gioia, riempie la vita, fa gustare una pace e una calma dello spirito che niente può turbare. E' il dono di quella vita libera dall'angoscia di cui parla il discorso della montagna con le espressioni: «guardate gli uccelli del cielo [...], osservate come crescono i gigli del campo [...] cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (cf Mt 6,26-30).

b. Dall'intimo del cuore il Vangelo irradia nella totalità della propria "vita personale", come fonte di senso e di valori per tutta la vita quotidiana. Le azioni di ogni giorno appaiono ricche di significato, i gesti del rapporto quotidiano acquistano verità e pienezza. Le pagine della Scrittura danno luce sulle vicende della giornata, la preghiera riempie il cuore di conforto e sostiene nel cammino, i sacramenti danno il gusto di essere in Gesù e nella Chiesa.

c. Si apre di qui lo spazio della vita di "carità" come spinta ad amare come Gesù ha amato, con particolare attenzione ai più poveri, e lo spazio della vita della "comunità cristiana" come luogo di significati e di valori che rischiarano il cammino della vita e di gesti sacri (in particolare i "sacramenti") che riempiono l'esistenza. Nasce la possibilità di intessere rapporti autentici, di crescere nella comunione e nella vera amicizia. Le singole relazioni umane ne vengono illuminate fino alla costituzione di quell'alleanza in Cristo che è il sacramento del matrimonio.

d. Gli orizzonti della "vita sociale" appaiono come orizzonti di un'azione per la giustizia e la solidarietà, di dedizione ai più poveri, come spazio per un servizio al bene comune nella vita professionale e civile e per l'irradiazione di quei significati della vita che il Vangelo ha insegnato a riconoscere.

e. Gli orizzonti "al di là della vita" non vengono più emarginati come fonte di paura ma si aprono a speranze che confortano nelle prove.

Di qui appare evidente che per comunicare il Vangelo occorre che esso sia operante in noi a questi molteplici livelli, anche se sempre in stato di acquisizione e di crescita. Non possiamo irradiare se non ciò che in qualche modo lo Spirito ha messo dentro di noi e fa crescere pur nelle resistenze del nostro cuore.

I diversi livelli qui evocati si compenetrano e si richiamano a vicenda. Nelle diverse persone e storie individuali può essere più evidente ora l'uno ora l'altro di essi. Il Vangelo però è forza penetrante che tende a pervadere l'intera esistenza.

4. Quali i diversi contesti o ambiti di comunicazione del Vangelo vissuto (cf cost. 8)?

Dal momento che la realtà dell'Evangelo del regno abbraccia tanti aspetti dell'esistenza umana, da qui fino al compimento eterno, ne deriva che molti e molteplici sono i contesti o ambiti in cui tale realtà può essere comunicata. Si può partire dai più semplici e in apparenza quasi profani per giungere fino a quelli che coinvolgono in pieno nella vita della comunità cristiana e nel servizio delle istituzioni ecclesiastiche.

a. Un contesto o ambito che possiamo ritenere primario è quello del "senso della vita". La vita vissuta secondo il Vangelo non appare più come assurda o dominata dal caso, ma come ricca di senso e degna di esser vissuta, anche nei suoi lati oscuri e dolorosi.

L'irradiare attorno a sé, con il proprio modo sereno e convinto di fare le cose, che la vita ha un senso, che vivere non è un'avventura assurda e cieca, che esistono valori per cui vivere, che vale la pena essere onesti, giusti, sinceri, è un primo grande servizio di evangelizzazione. Di esso la gente ha un bisogno enorme. Oggi il dubbio se valga o no la pena di vivere con un certo ordine o non sia piuttosto il caso di lasciarsi vivere alla rinfusa e secondo le attrazioni del momento è molto diffuso. Questa incertezza esistenziale, questo pessimismo sulla vita è causa di disimpegno, frustrazione, noia, ricerca continua di evasioni e di eccitazioni, al limite anche disperazione. Quanto bene può fare oggi un cristiano laico col suo solo credere a ciò che fa, nel campo familiare e professionale! Quanto conforto nasce da questo primo semplice modo di evangelizzare!

b. Ciò vale in maniera particolare quando il contesto è quello del dolore e della malattia. Il far intendere, con la pace del cuore e la serenità nelle prove, che le malattie e le disgrazie non sono la cosa più brutta della vita; il far capire che non tutte le partite si chiudono in questa vita, ma che c'è una speranza più alta, è un grande atto di evangelizzazione. Ciò non ha bisogno neppure di molte parole e argomenti: è una persuasione che chi crede irradia col suo modo di guardare e di parlare, di affrettarsi con calma e di rispondere con pazienza, di sopportare il male e infondere speranza nel bene. Si giunge così persino a far intravvedere non solo che la vita ha comunque un significato, ma anche uno sbocco, che supera la stessa oscurità della morte.

c. Un altro contesto per la comunicazione del Vangelo è quello della comunione. Si tratta di far comprendere in pratica che non è necessario guardarsi da tutti come nemici o possibili concorrenti, anzi ha senso ed è praticabile un modo di vita solidale, in cui la fiducia degli uni negli altri costruisca comunità autentiche, e una prassi di solidarietà che porti a un interesse per ogni forma di liberazione dell'uomo.

d. Un quarto ambito è quello del superamento delle inimicizie: non solo sono possibili amicizie sincere senza sottintesi mercantilistici, ma ci è addirittura dato di superare le situazioni di odio e di conflitto traendo bene dal male e perdono dall'odio.

Si vede di qui come questi e simili ambiti sono esprimibili in termini semplicemente umani e "laici", anche se sono resi possibili da quella luce che in contesti più precisi diventa quella del Gesù dei vangeli e in particolare del discorso della montagna, del Cristo morto e risorto per la nostra salvezza, della Chiesa come comunità di coloro che sono "in Cristo", dell'istituzione ecclesiastica come riferimento normativo e sicuro per coloro che cercano Dio con tutto il cuore.

e. Un ambito molto importante per la comunicazione del Vangelo è quello che il Papa ha ricordato nella sua lettera Tertio millennio adveniente con le parole "sconfiggere il male". «Cercando l'uomo tramite il Figlio, Dio vuole indurlo ad abbandonare le vie del male, nelle quali tende a inoltrarsi sempre di più. "Fargli abbandonare" quelle vie vuol dire fargli capire che si trova su strade sbagliate; vuol dire sconfiggere il male diffuso nella storia umana. Sconfiggere il male: ecco la Redenzione» (n. 7).

Gesù manda i discepoli a guarire gli infermi, a risuscitare i morti, a sanare i lebbrosi, a cacciare i demoni. Oggi v'è un enorme bisogno di uomini e donne fortemente cristiani, dal cuore grande, capaci di impegnarsi nel risanamento del cuore umano e delle strutture ingiuste. Gesù indica il "cuore" come causa di ogni malvagità (cf Mc 7,20-23). Lo dice con chiarezza anche Pietro al mago Simone: «Il tuo cuore non è retto davanti a Dio» (At 8,21).

Il risanamento del cuore e il conseguente cambio delle strutture di peccato in cui si sono accumulati e come solidificati gli errori e i peccati dell'umanità è un atto che manifesta la forza di quel Vangelo che ci insegna a rendere bene per male, a trarre il bene dal male, a vincere il male col bene. Il nostro Sinodo ci incoraggia in questa azione rinnovatrice dei cuori e della società (cf in particolare i capitoli 24-26: costt. 521-611).

Di qui appare evidente che per «dare ragione della speranza che è in noi» (1 Pt 3,15) occorre che questa speranza davvero ci sia nel nostro cuore, che il Vangelo ci illumini interiormente, che la visuale del regno ci sia familiare e che tutto ciò appaia nel nostro modo di parlare e di agire, semplice e onesto, concreto e fattivo, non pettegolo né saccente, modesto e fiducioso, aperto a ogni realtà umana e rispettoso di tutti. E' così che l'evangelizzazione supera il rischio del "proselitismo". Mentre esso è l'espressione di un gruppo chiuso che cerca semplicemente di allargare il numero degli adepti, l'evangelizzazione è l'espansione spontanea e lieta di quel senso della vita che ci è stato dato di trovare come dono dall'alto.

2. I ministeri.

Nei capitoli riguardanti i ministeri ecclesiali il Sinodo ci offre un contributo fondamentale al lavoro di evangelizzazione: in dense pagine presenta i tre ministeri della Parola, della Liturgia e della Carità; ne precisa e codifica le forme, alcuni ambienti specifici, la dimensione universale e gli strumenti operativi (capitoli 1 - 4: costt. 28-131). La descrizione delle forme, ambiti e dimensioni del ministero sottolinea di frequente l'istanza di "nuova evangelizzazione" propria di ciascuno. Parlando delle figure della vita cristiana viene specificato il compito missionario dei diversi soggetti (capitoli 20 - 23: costt. 366-520). Due capitoli sono dedicati ai beni economici (cap. 18: costt. 322-355) e ai beni culturali (cap. 19: costt. 356-365) letti nel loro rapporto con una pastorale missionaria.

Questi capitoli sono un richiamo al servizio del Vangelo per tutti coloro che si dicono cristiani; un appello insistente al dovere di lavorare, con spirito, sapienza e coraggio, per la difesa, la crescita, la diffusione della vita cristiana, fondata nella fede in Gesù Cristo e nella carità misericordiosa di Dio per ogni singola persona; un forte richiamo alle armi di Dio, come scrive l'apostolo Paolo agli Efesini (cf Ef 6,10-17) per resistere al male e combattere.

Il Sinodo chiede una mobilitazione generale e un maggior coordinamento di tutti i figli della Chiesa ambrosiana e delle sue istituzioni, per riqualificare i cristiani, recuperare i dispersi, guadagnare a Cristo nuovi amici; esprime la speranza che la nostra Chiesa riattivi il suo proverbiale dinamismo per il Signore e per il bene comune, con la certezza che uno sforzo capillare di tutti i suoi membri la potrà ringiovanire, rinvigorire, dilatare.

Questo grande sforzo missionario deve essere generale: vescovi, sacerdoti, religiosi e laici devono dare il massimo di se stessi.

Otterremo noi gli effetti sorprendenti della Chiesa degli apostoli?

Vedendo il modo di vivere e ascoltando le parole dei primi cristiani, la gente si convertiva al Signore, gruppi interi aderivano a Lui: i pagani diventavano credenti; i giovani chiedevano di diventare discepoli del Signore; i dubbiosi si sentivano riconfermati nella fede; gli ammalati guarivano e si rimettevano a camminare con i fratelli; lo Spirito di Cristo discendeva sulle loro assemblee; gli uditori prenotavano gli apostoli per il sabato successivo; in molti glorificavano la Parola di Dio.

Non dobbiamo però pensare che questi fenomeni toccassero necessariamente grandi masse di uomini. Si trattava per lo più di piccoli gruppi, di uomini e donne già ben disposti o il cui cuore veniva toccato in maniera un po' straordinaria dal Signore. Non è il successo di massa che caratterizza i primi cristiani, ma una incisiva penetrazione nella massa.

Tutto questo sarà possibile anche a noi, se, come i primi cristiani, ci lasceremo sempre più permeare dallo Spirito di Dio e plasmare dalla sua Parola, perché la fede non si fonda su una saggezza di uomini, ma sulla forza di Dio (cf cost. 28, § 1).

8. Come nella Chiesa degli apostoli: discepoli e testimoni.

Il documento sinodale nella sua terza parte presenta le figure della vita cristiana, cioè le persone che formano la comunità ecclesiale (capitoli 20 - 23: costt. 366-520). Anche gli Atti e le Lettere degli apostoli ci tramandano che gli aderenti alla fede in Cristo erano tra loro diversificati dai servizi e dai carismi ricevuti dallo Spirito per il bene comune: c'erano apostoli, profeti, dottori, vescovi, evangelisti, collaboratori, inviati, sposati, diaconi, presbiteri. Ma di tutti questi primi cristiani lo scrittore sacro mette continuamente in evidenza la loro identità più che le differenze, le caratteristiche che li uniscono più di quelle che li diversificano: tutti sono discepoli di Gesù e suoi testimoni.

1. Discepoli di Gesù (cf costt. 38; 475, §1).

Essere discepolo di Cristo era la scelta fondamentale di ogni vero credente che si impegnava personalmente a trasformare progressivamente la propria vita a imitazione sempre più fedele di Cristo Gesù. Il loro sguardo quindi era costantemente puntato sul volto di Gesù, con un sentimento di ammirazione e di amicizia. E l'amicizia autentica conduce necessariamente a desiderare ciò che l'amico desidera, a volere o a rifiutare le medesime cose.

La loro fede era la risposta quotidiana e vitale alla vocazione, vissuta dal di dentro, di imitare Cristo, le sue qualità, i suoi amori, le sue resistenze, i suoi gesti, la sua passione, la sua intera vita. Era quindi indispensabile conoscerlo. I vangeli sono nati anche per il bisogno religioso e vivo dei primi cristiani di sapere sempre di più sulla persona di Gesù, di conoscerne il mistero e quei particolari che meglio potevano rivelarlo.

Per diventare discepoli bisogna vivere in intimità con il Maestro, ricevere le sue confidenze, acquistare il suo modo di pensare e di amare, condividere le sue fatiche e gioie, vivere come lui. Attraverso Gesù si può sapere che cosa Dio esige dai sudditi del suo regno: povertà di spirito, mansuetudine, sopportazione delle afflizioni, fame e sete di giustizia, misericordia, purezza del cuore, concordia, martirio. I primi cristiani avevano impresso nella memoria della mente e del cuore l'insegnamento di Gesù, e lo ripetevano, lo comunicavano, lo sperimentavano insieme.

2. Testimoni di Cristo (cf costt. 43; 277s).

Il vero discepolo di Gesù diventa naturalmente l'eco delle parole del suo Maestro, il ricordo dei suoi gesti, l'imitatore del suo stile, il riflesso della sua vita: "è testimone di Cristo", con la vita più che con le parole. Il testimone cristiano è colui che vive ogni esperienza alla maniera di Gesù; con Lui ritrovato nel Vangelo, nell'Eucaristia, nei fratelli; per Lui fa il bene alla gente che incontra; in Lui lavora, fatica, soffre, ama e salva.

Da questo nasce nel discepolo, fedele ed entusiasta del suo Maestro, l'obbligo urgente di comunicare agli altri, con parole, a voce o scrivendo, la propria scoperta ed esperienza, come i discepoli di Emmaus che sono ritornati a Gerusalemme di corsa a raccontare a tutti gli altri l'incontro con Gesù risorto, come la Maddalena e le altre donne, come gli apostoli e i discepoli della prima Chiesa. Pietro è il primo testimone: aveva ricevuto l'ordine di confermare nella fede i suoi fratelli; è testimone eminente di ciò che il Signore aveva fatto e detto; diventa regola vivente della comunità. Tutte le Chiese apostoliche lo stimano e lo ascoltano come colui che Cristo aveva scelto per primo, ponendolo nella comunità ecclesiale, guida, coordinatore, pastore, testimone della resurrezione. Anche Paolo, il secondo grande testimone-modello presentato negli Atti, ricorda spesso il suo incontro con Cristo e afferma che è Apostolo del Vangelo per essere presso tutti gli uomini testimone di Gesù Cristo crocifisso e risorto, e di tutto ciò che ha visto e udito da Lui.

Mediante la lectio divina noi entriamo in contatto con i testimoni e ne assimiliamo gli insegnamenti (cf costt. 38 - 41).

Il documento sinodale ci ricorda l'impegno della catechesi partendo dal Vangelo: ai fanciulli, ai giovani, agli adulti; per categorie, situazioni, problemi (cf costt. 33 - 37).

Come Gesù e gli apostoli, anche noi nel predicare e catechizzare dobbiamo prima conoscere bene i problemi e i desideri che le persone si portano dentro, e avere il coraggio di confrontarli con la Parola di vita che annunciamo. Solo attraverso un serio e serrato confronto tra verità, mentalità, culture, problematiche, ideali, le nostre comunità aiuteranno la gente ad acquisire una fede cristiana più personale, consapevole e convinta.

Per prevenire le delusioni e gli scoramenti è opportuno ricordare che, nonostante il nostro impegno e i nostri sforzi, non tutti i cristiani della nostra Chiesa riusciranno ad aderire a Cristo, a essere subito e pienamente discepoli e testimoni suoi, con spirito e coerenza. Non dimentichiamo che anche nella Chiesa primitiva ci sono stati Anania e Saffira, gli ellenisti malcontenti e Simon mago che voleva comprare i doni divini, gli individui che tenevano discorsi perversi per trascinare i discepoli dietro a loro e i traditori del Vangelo. Questi non potranno turbare la nostra pace interiore, distruggerci la fede, affievolire la nostra missione se avremo la certezza assoluta che Cristo è vivo con noi, fedele a noi più di quanto noi lo siamo a Lui. E una paziente perseveranza, unita a quella di Cristo, permetterà alla Parola di dare a suo tempo frutti.

9. Come la Chiesa degli apostoli nella società per nuove culture

La quarta parte del testo sinodale si occupa della Chiesa nella società e cultura contemporanea. Afferma che «la Chiesa ambrosiana... auspica che i cristiani... operino efficacemente al costante miglioramento delle istituzioni pubbliche e della organizzazione dello Stato come condizione di una maggiore libertà e giustizia a vantaggio di tutti i cittadini, specialmente di quelli più deboli» (cost. 550 e cf i capitoli 24-26: costt. 521-611).

Dobbiamo quindi imitare, anche sotto questo aspetto, la Chiesa degli apostoli che non si oppose alle istituzioni ufficiali e necessarie per l'organizzazione della società; né pretese creare strutture parallele o sostitutive, memori della testimonianza data da Cristo a Pilato: «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36). La Chiesa apostolica appare dagli Atti determinata ad immettere nella società e nelle sue istituzioni "lo spirito evangelico" che evidenzia e afferma una serie di valori-verità irrinunciabili come beni per tutti:

la persona umana, primo valore della creazione e quindi degna del massimo rispetto;

l'uguaglianza di tutte le persone e la scoperta che la condizione umana è unica e identica nonostante le differenze;

la fratellanza, come amore per i propri simili e quindi la concordia; non rivalità e guerre;

la solidarietà o capacità reale di compartecipazione di beni, esperienze, forze e anche di problemi, sofferenze, angosce;

la libertà di coscienza sottomessa soltanto a Dio e alla sua volontà; per questo diventa indispensabile l'ascolto della Parola di Dio;

la ricerca della verità come esigenza di ogni cultura che voglia essere libera dai condizionamenti ideologici e politici;

la giustizia che riconosce a ciascuno il suo, non fa del male a nessuno e impegna a vivere onestamente operando il bene come Dio comanda;

la possibilità di conversione e di salvezza per tutti indistintamente;

la pace, come condizione ideale per una convivenza costruttiva e più felice;

una visione globale della vita, aperta quindi alla speranza di una vita eterna in Dio, alla quale si arriva attraversando il suo giudizio finale.

Fin dai primi capitoli della storia scritta da S. Luca, si vede la Chiesa apostolica entrare nella società e nelle sue molteplici culture e confrontarsi con esse. Si trova subito di fronte un popolo comprensivo, accogliente e persino entusiasta; ma anche un potere politico diffidente o contrario. Il programma di quei primi cristiani però, non è di abbattere le istituzioni governative, ma di evidenziare gli errori e le ingiustizie di coloro che gestiscono il potere, e di promuoverne la giustizia e la libertà di coscienza. Pietro e Giovanni, al primo processo, accusano i capi di avere ucciso un innocente e affermano che i cristiani devono ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini. Lo stile di vita dei primi cristiani mette in crisi una cultura dominante, provocando riforme e rinnovamento dei costumi sociali: per questo l'apostolo Giacomo viene ucciso da Erode. A Filippi e a Efeso, Paolo con i suoi amici, accusati di gettare il disordine nella città, di essere sovversivi e antisociali, con la forza della Parola libera le persone dallo sfruttamento, dall'alienazione e dall'idolatria che le rendeva spersonalizzate e dipendenti da idoli costruiti dall'uomo, dalle cose quindi. Ancora Paolo, a Gerusalemme, denuncia la tortura e la corruzione dei funzionari di stato, pur riconoscendo al potere politico la caratteristica della laicità e il ruolo di amministratore e tutore dell'ordine pubblico.

Da qui un'ulteriore riprova che la fede cristiana non propone specifici modelli politici e sociali, ma alcune modalità essenziali e uno spirito capace di animare dall'interno la società e farla vivere. Parafrasando l'espressione della Lettera a Diogneto dei tempi apostolici, "i cristiani anima del mondo", si può dire che "la Chiesa degli apostoli è anima della società". Chiediamoci allora: come possiamo anche noi animare la nostra società? Quale lievito dobbiamo essere per smuoverla, fermentarla, promuoverla, renderla fragrante e più vivibile?

Prima di tutto dobbiamo convincerci che una simile operazione esclude ogni idea o progetto di dominio del mondo. Gesù l'ha spiegato bene ai suoi discepoli: «I capi delle nazioni dominano... spadroneggiano...; ma voi non fate così. Voi siate ultimi e servi di tutti» (cf Mt 20,25-26). Si tratta di penetrare in tutta la pasta come il lievito, e come la luce far risaltare la realtà anche nelle sue contraddizioni. Gesù ci chiede non la prepotenza repressiva, ma una costante lievitazione sociale "mediante l'amore" che sempre rispetta la libertà dell'uomo, e "mediante l'illuminazione" del mondo con la verità.

E' quindi la cultura della verità e dell'amore che dobbiamo ricostruire e diffondere proclamando, come Paolo ad Atene, la verità rivelata da Cristo contro l'ignoranza e l'agnosticismo, e la gratuità di Dio e del suo amore come risposte al dubbio e all'angoscia dell'uomo contemporaneo.

Conclusione

Carissimi, sto per versare nella Chiesa ambrosiana "il vino nuovo" pigiato dal Sinodo diocesano 47°.

E mi domando: come potranno berlo e gustarlo coloro che si sono fatti la bocca a quello vecchio e sono abituati a ripetere "il vecchio è più buono", rifiutandosi di assaggiare il nuovo?

Mi chiedo ancora: che fine farà questo abbondante vino nuovo, prodotto dal lavoro paziente e costante degli operai sinodali insieme a tanti collaboratori della nostra diocesi, se gli otri dentro i quali lo versano sono vecchi?

Ai farisei e agli scribi, sostenitori delle antiche tradizioni, Gesù ha detto: «Nessuno mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spacca gli otri, si versa fuori e gli otri vanno perduti. Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi» (Lc 5,37-38).

Per questo, fraternamente, ripeto con insistente amorevolezza a voi e a me, l'invito che Pietro e gli apostoli rivolgevano alla gente nella loro prima predicazione, secondo lo stile di Gesù: «Pentitevi e convertitevi... immergetevi in Cristo e riceverete il dono dello Spirito santo» (At 2,38; 3,19).

Sarà proprio lo Spirito della Pentecoste a rinnovarci e a modellare il nostro cuore su quello generoso e umile di Gesù.

Soltanto attraverso una profonda riforma individuale, di mentalità, volontà e affettività, potrà rinnovarsi anche la Chiesa di Milano; perché nessuna società può cambiare se i suoi membri restano sempre quelli.

Concludo questa mia lettera di prefazione in consonanza con gli apostoli della prima ora:

«Carissimi, vi assicuro, prima di tutto, che in ogni Eucaristia prego con riconoscenza e gioia per voi, a motivo della vostra sincera e impegnata collaborazione nella diffusione del Vangelo di Dio e nella edificazione della sua Chiesa. Sono certo che Colui che ci ha chiamati a questa grande opera a favore di ogni persona, la renderà anche feconda e rigogliosa, nonostante le difficoltà quotidiane e le condizioni storiche nelle quali ci troviamo.

Dio mi è testimone del profondo affetto che ho per tutti voi in Cristo Gesù, e lo prego perché la vostra fede si arricchisca sempre più in conoscenza di Lui, in ogni genere di discernimento dello Spirito. Lo prego perché la vostra concordia manifesti con umiltà e chiarezza l'amore reale e fedele di Gesù Cristo per ogni persona. Affido voi e tutto il nostro cammino di attuazione del Sinodo a Maria Madre della Chiesa, a S. Ambrogio, a S. Carlo, ai Santi della Chiesa ambrosiana che con Maria sono in sinodo permanente da molto tempo prima di noi e per noi.

Vi esorto dunque a prendere sul serio questo documento sinodale: sarà un valido strumento per unire le nostre comunità e farci sentire parte dell'unica Chiesa di Cristo. Studiamolo e pratichiamone le norme indicate per il bene della Chiesa, a gloria e lode di Dio, e a salvezza dei suoi figli. E come Gesù firmavit faciem suam ed entrò nella città di Gerusalemme per donare ai suoi abitanti il Sangue e lo Spirito che salva, così noi "determinati come Lui" a compiere la volontà del Padre, andiamo nella società contemporanea con l'amore e la forza della Croce perché ritrovi i veri motivi del vivere insieme e la gioia di abitare nella stessa casa con un cuore e un'anima sola.

E la grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con tutti voi».

+ Carlo Maria Card. Martini

Milano, 1 febbraio 1995