PICCOLI GRANDI LIBRI   CARLO MARIA MARTINI
LETTERE PASTORALI

La dimensione contemplativa della vita (1981)
In principio la Parola (1981 - 82)
Attirerò tutti a me (1982 - 83)
Partenza da Emmaus (1983 - 84)
Farsi prossimo (1985 - 86)
Dio educa il suo popolo (1987 - 88)
Itinerari educativi (1988 - 89)
Educare ancora (1989)
Effatà, apriti (1990 - 91)
Il lembo del mantello (1991 - 92)
Sto alla porta (1992 - 94)
Ripartiamo da Dio (1995 - 96)
Parlo al tuo cuore (1996 - 97)
Tre racconti dello Spirito (1997 - 98)
Ritorno al Padre di tutti (1998 - 99)
Quale bellezza salverà il mondo (1999 - 2000)
La Madonna del Sabato Santo (2000 - 2001)
Sulla tua parola (2001 - 2002)

Lettera di presentazione del Sinodo

Sto alla porta

Questa Lettera pastorale è il frutto di una mia decisione previa semplicissima: quella cioè di trovare il tempo per scriverla.

Il tuo scorrere queste righe, cara lettrice e caro lettore, è anch'esso il frutto di una decisione: "Voglio trovare il tempo per leggere almeno in parte questa Lettera".

Ambedue dunque ci troviamo uniti su una piccola, ma significativa decisione: trovare il tempo per qualche cosa che riteniamo importante, io di scriverti, tu di leggermi.

Decisione piccola, e tuttavia difficile, perché tutti o quasi tutti noi abbiamo troppe cose da fare; di conseguenza diciamo che ci manca il tempo e ci sentiamo incalzati dal fuggire dei giorni assillati dalle scadenze che ci vengono incontro e ci sorprenderanno ormai fuori tempo utile.

Quante volte ci scusiamo di fronte a cose che pure riteniamo di dover fare - come tener compagnia a una persona sola, scrivere una lettera di auguri a un amico, ascoltare un bisognoso -, dicendo: "Mi scusi, ma non ho proprio tempo".

Forse pochi di noi sospettano che tale esperienza così quotidiana e spesso così deprimente nasconde un grande tesoro: quello della nostra chiamata a possedere con pace un tempo non più mangiato dal ritmo inesorabile del cronometro, bensì colmo di una pienezza che non delude; un tempo vero, proprio tutto per noi e per gli altri, da spendere con gioia, armonia, entusiasmo, freschezza e pace.

La mia Lettera vuole aprirti la porta verso la gioiosa scoperta di un tempo nuovo, reale, che è già entrato o vuole entrare nella tua vita.

Che cosa è questo tempo? come esso ci penetra e ci risana dalle nostre nevrosi dall'angoscia per i giorni che fuggono? perché non ci siamo accorti finora di questo formidabile dono e di questa fantastica possibilità? in che modo l'accoglienza di tale dono cambia la nostra vita?

Ecco alcune delle domande a cui vuol rispondere la Lettera. E spero che, dopo aver letto le prime righe, tu non dica: "Scusami, non ho più tempo per leggere altro", ma mi riserverai qualche ritaglio di tempo così da ascoltare la bella e buona notizia che voglio darti.

[1] Come per le altre Lettere pastorali, così anche per questa sono stato a lungo incerto sul titolo. Ne ho fatti passare, o me ne sono stati suggeriti, a decine; ciascuno aveva i suoi vantaggi una sua incisività, però alla fine non mi convinceva e cercavo ancora.

A un certo punto, quando mi ero quasi deciso per il misterioso grido "Maranà tha, Signore, vieni!" mi sono orientato verso l'affermazione "Sto alla porta". Essa, infatti, costituisce la premessa dell'invocazione "Signore, vieni". Tu che stai davvero alla porta, tu che come amico stai bussando per entrare, fatti avanti vieni! Non voglio più farti attendere, mi sono accorto di te, vengo ad aprirti con gioia!

I due titoli meritano un'ulteriore spiegazione.

1. Spiego anzitutto il Maranà tha! E' una parola aramaica (la lingua parlata da Gesù) che significa "Signore, vieni!". Si tratta di un grido sgorgato dal cuore dei primi discepoli, che è stato conservato nella sua dizione originale anche da san Paolo che scriveva in greco. Nella prima Lettera ai cristiani di Corinto, l'Apostolo conclude con le seguenti parole scritte di suo pugno (per lo più dettava le lettere a un segretario): "il saluto è di mia mano, di me Paolo: se qualcuno non ama il Signore sia anatema! Maranà tha: vieni, o Signore! La grazia del Signore Gesù sia con voi. Il mio amore con tutti voi in Cristo Gesù" (1 Cor 16,21-22). La lettera è scritta nell'anno 57 d.C., ma la frase riportata risale agli inizi del cristianesimo. E' dunque l'invocazione più antica che conosciamo della comunità cristiana. Con le stesse parole, ma in lingua greca, si conclude il Nuovo Testamento: "Vieni, Signore Gesù!" (Ap 22,20).

Tutte queste invocazioni (cf anche Ap 22,17: "Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni!") esprimono l'anelito dell'uomo verso un evento risolutivo, che venga a sanare, a riscattare il suo vivere in un tempo intriso dall'amarezza, dall'angoscia, dalla solitudine. E' l'anelito verso il venire del tempo di Dio nel tempo dell'uomo.

2. Ma questo tempo viene? sta venendo? e come vivere l'attesa? Interviene l'affermazione che ho scelto come titolo definitivo della Lettera: Sto alla porta. E' una citazione tratta dall'ultima delle sette Lettere alle Chiese con cui si apre l'Apocalisse: "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3,20). Espressione di incomparabile densità, in cui richiami dall'Antico Testamento (per esempio: Ct 5,2, Is 20,5) si uniscono a reminiscenze di parole di Gesù (cf Gv 14,23; Lc 22,29-30) per indicare la certezza del venire di Gesù, il suo carattere misterioso, la trepidazione dell'attesa, la gioia dell'incontro imminente, la felicità alla quale esso darà luogo per sempre.

L'insieme di tali sentimenti caratterizza l'atteggiamento su cui il Nuovo Testamento sovente ritorna: il vigilare. E' il modo di porsi di una Chiesa che non vive concentrata su di sé e neppure soltanto sul suo presente, bensì sul Signore e su ciò che Egli prepara per il futuro dell'umanità.

Con l'immagine del Signore che sta alla porta (vedremo in seguito come l'immagine sia polivalente e suggerisca una vasta gamma di significati) intendo concludere il ciclo dei programmi pastorali di questi anni dedicati rispettivamente all'educare (1987-1990), al comunicare (1990-1992) e ora al vigilare.

[2] L'ultimo insegnamento pubblico di Gesù, secondo il vangelo di Luca, è un'ammonizione a vigilare: "Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo" (Lc 21,36). Lo stesso discorso, nella versione di Marco, si conclude così: "State attenti vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso.. Vigilate dunque... Quello che dico a voi lo dico a tutti: 'Vegliate!"' (Mc 13,33-37; cf Mt 24,42-51; 25,1-13). E prima di essere arrestato, Gesù esorta i discepoli dicendo: "Restate qui e vegliate... Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un'ora sola? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione" (Mc 14,34.37-38; cf Mt 26,38.40-41).

L'ammonizione a "vegliare", a "stare attenti", ad "aver cura", è ripresa dagli apostoli e dai discepoli in tante occasioni: "Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge... Vigilate, ricordando che per tre anni notte e giorno, non ho cessato di ammonire tra le lacrime ciascuno di voi" (At 20,28.31); "Vigilate, siate saldi nella fede, siate uomini siate forti" (1 Cor 16,13); "Siate sobri, vigilate! il vostro avversario, il diavolo, si aggira cercando chi divorare" (1 Pt 5,8). Si tratta di un vegliare su di sé (cf 2 Gv 8), sulla propria condotta (cf Ef 5,15), sul ministero ricevuto (cf Col 4,17).

La vigilanza raccomandata dal Nuovo Testamento riguarda tutto l'uomo - spirito, anima e corpo (cf 1 Ts 5,23) e investe tutte le sfere relazionali della persona: la relazione con se stesso, con le cose, con gli altri, con Dio.

I Padri del deserto fanno eco alle esortazioni neotestamentarie: "Non abbiamo bisogno di nient'altro che di uno spirito vigilante", dice Abba Poemen. E Basilio, il grande padre della Chiesa contemporaneo di s. Ambrogio, termina le sue Regole morali domandandosi: "Che cosa è proprio del cristiano? Vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronto nel compiere perfettamente ciò che è gradito a Dio, sapendo che all'ora che non pensa il Signore viene". In una omelia afferma: "Non basterebbe il giorno intero se cominciassi a esporre tutta la portata del comando: Sta attento a te stesso, sii vigilante" (1).

Il vigilare non è dunque un atteggiamento marginale della vita cristiana, ma ne riassume la tensione caratteristica verso il futuro di Dio congiungendola con l'attenzione e la cura per il momento presente. Il vigilare diviene particolarmente attuale in tempi di crisi o di smarrimento, quando cioè la mancanza di prospettive storiche unita a una certa abbondanza di beni materiali rischia di addormentare la coscienza nel godimento egoistico di quanto si possiede, dimenticando la gravità dell'ora e il bisogno di scelte coraggiose e austere.

Ora, questo tempo di crisi è il nostro! Mentre ci prepariamo a celebrare il secondo millennio dalla nascita di Cristo, l'ammonizione a vegliare continua a risuonare nelle parole di Giovanni Paolo II, a partire dalla sua prima Enciclica, sulla gravità del nostro momento epocale di "vigilia" dell'anno 2000 (cf Redemptor hominis, n. 1).

Ci chiede di vegliare anche il documento della Conferenza Episcopale Italiana, dal titolo Evangelizzazione e testimonianza della carità, interrogandoci sulla serietà con la quale affrontiamo l'urgenza della nuova evangelizzazione.

Vigilare rappresenta come una sintesi dell'intero ciclo dei programmi pastorali diocesani iniziati nel 1980 con La dimensione contemplativa della vita (2), perché li riassume tutti situandoli nel loro vero sfondo: quello della vita eterna, della vita divina che ci è donata in Cristo e che sboccerà nella pienezza dell'incontro faccia a faccia con il Padre nello Spirito santo per un tempo senza fine.

La mia Lettera tratta del tema della "speranza" (3), non però per dire malinconicamente: "oggi c'è poca speranza" o per esortare retoricamente ad avere più speranza, bensì per invitare ad aprire il cuore all'attesa vigilante del Signore Gesù che irresistibilmente viene e ci riempie fin d'ora di una speranza solida e luminosa. Molte tristezze dei cristiani e tante angosce che rodono i cuori di troppa gente derivano dall'incapacità di vegliare trepidando nell'attesa di questo grande dono e di questo gioioso incontro. Dobbiamo imparare a riconoscere nel nostro tempo quotidiano i segni del venire di Gesù risorto.

Siamo consapevoli che con il nuovo biennio pastorale - che si concluderà con il Sinodo 47° - non solo non ci alieniamo dal nostro contesto di Chiesa e di società, ma anzi ci prepariamo a coglierlo a partire da quella visuale che sola permette di vederlo nel suo senso globale, cioè dal punto di vista dell'eternità di Dio. Infatti, il vegliare del Nuovo Testamento non è un semplice atteggiamento etico fatto di attenzione, di cura e di sobrietà: è tutto retto dall'attesa del ritorno del Signore Gesù, dall'attesa dell'irruzione definitiva della vita divina, del Regno nell'esistenza di ciascuno di noi e nella storia intera. Vigilare è una tensione interiore che è frutto della speranza cristiana, volta al futuro di Dio.

Non potremo evidentemente considerare in queste pagine gli illimitati orizzonti che la speranza cristiana dischiude o evoca; basterà ispirarci a essa per coglierne alcuni frutti e mettere in luce la tensione spirituale e morale che oggi è estremamente necessaria.

[3] La Lettera comprenderà quattro capitoli.

* La nostra incapacità a riconoscere i segni del Signore che viene, è esaminata nel primo capitolo. Tale incapacità si riassume nella frase così caratteristica delle nostre giornate: "Non ho tempo", intendendo l'affermazione come segno di una nevrosi tipica di una società che ignora il vero valore e senso del tempo e si lascia attrarre nel vortice della fretta e dell'angoscia.

* Il secondo capitolo esprime invece l'annuncio contrario: "Dio ha tempo per l'uomo!". Egli ci fa dono del suo "tempo", cioè del suo modo di essere, della sua vita, che riempie il nostro tempo di gioia e di attesa, e "sta alla porta" proprio per farci un tale dono.

* Il terzo descrive l'etica di una comunità che "sta alla porta" per aprire al Signore, che ha accolto l'annuncio del tempo di Dio che cambia i tempi dell'uomo. E' l'etica e la spiritualità della vigilanza "nell'attesa della sua venuta".

* Il quarto presenta alcuni "itinerari della vigilanza"; segnali, tempi e momenti in cui la speranza cristiana trasfigura il presente e lo riscatta dall'ansia e dalla frustrazione per aprirlo a una speranza di eternità.

Potremmo qualificare i quattro capitoli riferendoli ciascuno a un'invocazione del "Padre nostro", la più antica preghiera cristiana che risale a Gesù stesso e che si può considerare la preghiera del cristiano che veglia. Col grido "liberaci dal male" chiediamo di essere liberati da quel male oscuro che è in fondo la paura della morte (I). "Sia glorificato il tuo nome" è il ringraziamento e l'esultanza per il tempo di Dio donato all'uomo (II). "Venga il tuo Regno" connota la spiritualità del cristiano che veglia e prega nell'attesa del Signore che viene (III). "Dacci il nostro pane quotidiano" è l'umile richiesta di segni e di strumenti (IV) che ci permettano di perseverare nella vigilanza anche se "lunga è la notte" (4) e sembra che il Signore tardi a venire (cf Mt 25,5).

[4] La parola "Non ho tempo" la diciamo e l'ascoltiamo così spesso che ci pare come un condensato dell'esperienza comune. Noi abbiamo un'acuta percezione della sproporzione tra il tempo che abbiamo e le sempre più numerose opportunità a nostra disposizione, e insieme le molteplici scadenze, urgenze, attese che ci incalzano.

Ma se potessimo dilatare a dismisura il nostro tempo, se potessimo avere, come talora ci capita di desiderare, una giornata di quarantotto ore invece di ventiquattro, la nostra inquietudine si placherebbe? Certo, riusciremmo a fare molte più cose (almeno lo pensiamo). E' però questo ciò di cui abbiamo bisogno? Non credo. L'ansia che ci prende al pensiero dello scorrere del tempo non dipende dal numero delle ore che abbiamo a disposizione.

Non è la mancanza di tempo in quanto tale che ci assedia e ci inquieta, e neppure la molteplicità degli impegni che sembrano gravare su di noi o la complessità dei problemi da risolvere. E' piuttosto la percezione del fatto che il senso della nostra esistenza dipende strettamente dal tempo. Noi sentiamo - in qualche momento come una fitta dell'animo - che il nostro vivere consiste proprio nell'avere tempo, e non averne più significa morire. D'altra parte, nulla di ciò che di buono riusciamo a compiere o ad ottenere, riesce a fermare il tempo, a trattenerlo in modo stabile e definitivo nella nostra vita. Tutto infatti, non appena è raggiunto, di nuovo deve affrontare il tempo che passa: con le sue incognite, con il declino che lo accompagna.

E' dunque il tempo stesso, nel suo inesorabile trascorrere, nel suo muto linguaggio di finitezza, nel suo implacabile andare verso la fine che genera angoscia e bisogno di fuga. Il tempo che passa risuona in noi come una continua rivelazione della nostra condizione di esseri limitati e avviati impietosamente senza scampo verso la morte. Di questo, in fondo, abbiamo paura e ce ne difendiamo in tutti i modi.

Due sono le vie attraverso le quali cerchiamo di sfuggire al problema della fine irreparabile del tempo, di esorcizzare l'immagine della morte che fa capolino in ogni piccolo o grande affanno per la vita. Esse sono l'ostentazione del nostro dominio sul tempo e l'ossessione di sfuggire in tutti i modi possibili al suo dominio su di noi.

Uno storico contemporaneo giunge, attraverso un'ampia ricognizione del tema, alla seguente constatazione: la progressiva emarginazione della morte nelle moderne società industriali (5). Un vero e proprio interdetto avrebbe investito i nostri paesi dove la progressiva medicalizzazione della malattia e della vecchiaia, con il relativo sequestro dei sofferenti e degli anziani ai margini del tempo socialmente condiviso, porta sempre più a considerare le situazioni limite come estranee alle condizioni della vita ordinaria. Tale fenomeno di esorcizzazione della fine è tuttavia assai più vasto.

Nelle pagine successive vorrei aiutare a smascherare questa operazione di cosmesi della morte, che è nella sostanza una vera e propria perversione del significato del tempo, perché ci fa vivere in una pericolosa illusione, ci allontana dalla vera comprensione di noi stessi e dall'unico modo che abbiamo di possedere davvero la nostra esistenza.

[5] "Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che... si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni dalla ricchezza e dai piaceri della vita" (Lc 6,14). "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose" (Lc 10,41). Le parole di Gesù fanno riferimento a un'esperienza universale: quella della voglia di spremere dal presente tutto il possibile, dell'ossessione di utilizzare tutti gli attimi e le risorse del tempo a disposizione per esaltare l'importanza di ciò che si è e di ciò che si ha.

"Il tempo è denaro", dice un proverbio e bisogna darsi da fare perché fruttifichi al massimo! Il proverbio latino corrispondente è il carpe diem: afferra l'attimo fuggente! "Quant'è bella giovinezza / che si fugge tuttavia / Chi vuol essere lieto sia: / di doman non c'è certezza".

Insomma, se il tempo fugge, inseguiamolo senza tregua, per averne il più possibile a nostro vantaggio. Se ci incalza, affrontiamolo con foga, in modo da ricavarne tutte le soddisfazioni possibili prima di esserne sconfitti. Se ci svuota di energie, preveniamolo con astuzia, stipandolo di beni e di benessere senza perdere neppure un istante. Sono tanti i modi di riempire il tempo per illudersi di possederlo.

Il denaro anzitutto. Se il tempo è denaro, l'accumulo del denaro e la libertà di spenderlo mi convincono di essere padrone del tempo: del mio e di quello degli altri. E posso arrivare a pensare che il mio tempo vale molto, solo perché costa molto denaro; o che il tempo degli altri vale poco, solo perché io posso comprarlo per il mio vantaggio.

Anche l'ambizione del dominio, inteso come esasperazione della forza, della riuscita, del successo in ogni campo della vita, è un modo illusorio di possedere il tempo. Il potere, per esempio quello politico, coltivato come fine a se stesso, come ebbrezza della propria potenza e del proprio dominio sull'altro, genera l'impressione di poter durare a dispetto del tempo, prolunga la fantasia di attraversarne il logorio senza esserne travolti.

Infine, la spasmodica ricerca del godimento in ogni forma, mira a neutralizzare il tempo, è una sfida alla sua caducità. Riempire il giorno e la notte di eccitazioni, concentrarsi puntigliosamente nella cura del proprio piacere corporeo, del proprio benessere fisico e psichico, significa aggrapparsi alla vita biologica, pensando che il tempo del suo godimento sia tutto il bene di cui possiamo disporre.

Ostentare ricchezza, potere, sicurezza, salute, attivismo, sono tutti espedienti per esorcizzare l'angoscia del tempo che ci sfugge dalle mani. Parlavo di una "cosmesi" della morte, appunto perché noi cerchiamo di abbellire il consumarsi del tempo, che della morte è il simbolo, esaltandoci nel consumo di beni illusoriamente duraturi. L'esorcismo funziona come un "trucco" escogitato per prolungare la nostra partita con la morte; eppure sappiamo che la partita non potrà durare all'infinito, e la morte avrà l'ultima mossa.

Ma è possibile che proprio sotto questa verità, che alimenta la nostra angoscia, si nasconda anche un'altra verità capace di liberarci? è pensabile che in quell'affanno che ci spinge a percorrere strade illusorie, ci sia una provocazione salutare che dovremo portare coraggiosamente allo scoperto? In altre parole: siamo così sicuri che la morte sia sotto ogni aspetto la fine del tempo?

[6] "State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra" (Lc 21, 34 ss).

All'opposto dell'illusione che pretende di possedere il tempo, sta la malinconia di chi percepisce il suo svanire come un fatto inarrestabile, contro il quale è inutile lottare e che è quindi meglio annegare nell'evasione. I due atteggiamenti - resistenza ed evasione - sono strettamente collegati: si può dire che il secondo è una conseguenza del primo, quando diventa chiara l'illusione del possedere e del fare. Nella realtà, noi passiamo un pò dall'uno all'altro modo di sentire perché non possiamo attestarci stabilmente in nessuno dei due. Anche la disperazione non può durare all'infinito perché impone all'uomo una qualche decisione di uscirne; la pressione alla quale essa lo sottopone lo costringe infatti a "sbilanciarsi".

Come può essere veramente tolta la disperazione? La forma tragica sarebbe la scelta di morire: il tempo e la sua oppressione sono neutralizzati nel modo più radicale anticipando drasticamente la fine. Una scelta che non assume, per lo più, fortunatamente, la forma diretta e immediata del suicidio, ma si presenta nei modi più subdoli e non meno tragici, di una vita sostanzialmente "spenta". Una vita che sopravvive cronologicamente alla propria fine, in qualche modo già anticipata e annunciata; penso alla droga vera e propria e a un certo tipo di vita "drogata", dove l'uomo cerca, nell'assoggettamento a qualcosa che lo sottrae alla fatica del pensare e del volere, una compensazione all'incapacità di progettare il proprio futuro. Una tale ricerca dagli esiti così umilianti e drammatici, è purtroppo omogenea con la diffusa e sottile legittimazione ideologica dell'edonismo contemporaneo, che riveste la sudditanza allo stimolo del piacere con i valori dell'emancipazione e della conquista di sé.

Essere disponibili per ogni esperienza, giudicandola esclusivamente in base alle sensazioni più o meno forti che ne derivano, magari per dimostrare a se stessi e agli altri una spregiudicata signoria del proprio tempo; osare fino al limite per il discutibile vanto di trasgressioni che ci fanno sentire molto speciali. In questa ricerca, che induce in realtà a lasciarsi passivamente divorare dall'illusione di un'eterna adolescenza, c'è il segno di una disperata fuga dal tempo. Ingenua strategia dell'evasione, dove l'uomo si consegna interamente al consumo, possibilmente irresponsabile, del tempo, attraverso il quale egli cerca di transitare come in una specie di piacevole stordimento che renda insensibili a ciò che è brutto e penoso. Così si neutralizza il peso del tempo in cui siamo costretti a riflettere, a decidere, a portare responsabilità: il tempo della formazione personale, della convivenza familiare, dell'applicazione al lavoro, del vincolo sociale, tempi inevitabilmente segnati dalla routine e dalla banalità, dal rischio e dalla fatica, dall'errore e dalla colpa, da una serie di tensioni e di sofferenze che sono molto difficili da portare e alle quali si preferisce non guardare in faccia.

L'impulso a fuggire il tempo che passa è quindi forte. Radicata nella sfera più profonda della nostra coscienza, l'angoscia della fine emerge nei luoghi più impensati, perfino all'interno della coscienza religiosamente orientata. Sorge addirittura il sospetto che alcune forme delle cosiddette "nuove religiosità" siano obiettivamente omogenee con l'accentuata fuga dalla libertà che viene descritta come tipica del nostro tempo. Queste forme appaiono talora caratterizzate dalla esaltazione "sperimentalistica" della religione, che incoraggia a privilegiarne l'uso eccitante e anestetico. Spesso sono collegate a un precipitoso azzeramento "escatologico" della storia, che sequestra gli adepti da ogni responsabilità della vita presente. In realtà non c'è un vero esercizio della vigilanza, cioè della capacità di raccogliere la provocazione del tempo, che induce l'uomo al cimento della libertà. Dio non lo si incontra nella fuga dalla libertà o nell'ossessione della fine, e neppure l'uomo.

[7] C'è però un altro modo di affrontare il problema. Tra l'illusione di possedere il tempo e la disperazione per il suo venirci meno sta un atteggiamento completamente diverso, evocato con il termine vigilare.

Vigilare significa anzitutto vegliare, stare desti, rimanere all'erta. L'immagine più immediata è quella di chi non si lascia sorprendere dal sonno quando il pericolo incombe o un fatto straordinario ed emozionante sta per accadere. Vigilare significa badare con amore a qualcuno, custodire con ogni cura qualche cosa di molto prezioso, farsi presidio di valori importanti che sono delicati e fragili. Vigilare impegna comunque a fare attenzione, a diventare perspicaci, a essere svegli nel capire ciò che accade, acuti nell'intuire la direzione degli eventi preparati a fronteggiare l'emergenza.

Rimanere svegli, essere attenti avere cura, vegliare dunque: veglia la sposa che attende lo sposo, la madre che attende il figlio lontano, la sentinella che scruta nel cuore della notte; veglia l'infermiere accanto al malato, il monaco nella preghiera notturna; vegliano gli uomini e le donne che sono pronti a raccogliere i segnali di aiuto dei loro amici nel pericolo, dei loro fratelli nel dolore, del loro prossimo nella difficoltà; veglia la comunità dei credenti che è rapida nel reagire alla tiepidezza e alla stanchezza che l'allontanano dall'amore degli inizi. Veglia una società civile che coglie prontamente i segni del proprio degrado, che si erge contro la corruzione dilagante, che contrasta la disaffezione nei confronti del bene comune, che non si rassegna alla deriva delle sue istituzioni pubbliche e alla casualità dei suoi ritmi vitali, che poi significano sempre il trionfo dei prepotenti e dei furbi.

[8] Vigilare è la capacità di ritornare a prendersi il tempo necessario per aver cura della qualità non puramente clinica e commerciale della vita. Il tempo per imparare a riconoscere il significato delle nostre emozioni impulsi, tensioni per non rimuoverle troppo in fretta anestetizzando l'eventuale disagio che ci procurano, e rendendo così sterile la profondità dell'esperienza nella quale esse potrebbero introdurci. L'abitudine al consumo superficiale dei sentimenti ci rende fragili; assegnare all'occasionale immediatezza delle emozioni un ruolo decisivo per la nostra identificazione e la nostra condotta ("io adesso mi sento così, faccio così decido così") ci espone al grave rischio di conferire alla pressione delle circostanze un potere assoluto sul nostro destino. Se non siamo vigili, saranno i nostri riflessi condizionati, e non il nostro io, a decidere per noi. Compito incongruo con la dignità dell'uomo e curiosamente contraddittorio nei confronti della gelosa difesa della libertà individuale, che segna irrevocabilmente la nostra cultura.

Dalla sterilità delle emozioni e dall'illusione alla quale si espone una vita sentimentale priva di discernimento, ci protegge la vigile cura del tempo vissuto. Si può tuttavia dire che tutti i modi di vegliare, che esemplificano le qualità essenziali del vigilare, sono come momenti particolari di quella grande veglia che è l'esistenza umana di fronte al tempo definitivo che viene: il tempo della vita eterna con Dio, che è come la "grande festa" della vita, alla quale ogni uomo che viene nel mondo è destinato, in attesa di esservi formalmente invitato non appena è in grado di prendere da solo la propria decisione.

Espressione della dimensione vigiliare del tempo vissuto è l'attesa cristiana del Signore che viene: nel fluire del tempo, per riscattare il desiderio dell'uomo e restituirlo alla propria libertà; alla fine del tempo, per sigillare il tempo dell'attesa e la reciproca speranza di una comunione irrevocabile.

[9] Vigilare è perciò disponibilità a coltivare, senza censurarne l'emozione che prima o poi sfiora ogni uomo, il presentimento di una profondità della vita e del tempo, dei gesti e delle cose, del corpo e dell'anima, che risuona alla nostra coscienza come una promessa. Una verità del tempo vissuto, che non ci proietta semplicemente "al di là", oltre le opere e i giorni che scandiscono i ritmi della nostra vita quotidiana, bensì percorre la loro trama con il filo prezioso di delicati trasalimenti e di folgoranti intuizioni

Molti eventi, certo, battono alla mia porta: per tante cose mi è chiesto di avere tempo e in tanti modi mi viene offerto di condividerlo e di cederlo. Nel tempo della nostra esistenza qualcuno bussa sempre alla nostra porta e questo bussare, nei momenti decisivi, ci appare enigmatico e anonimo. Gli uomini parlano della "fortuna" che bussa alla porta, più spesso del "destino"; in ogni caso, e per tutti, si tratta della fine del tempo e della morte, che accetta talvolta un'ultima sfida a scacchi - come nel noto film di Bergman -, ma che infine non aspetta affatto di essere invitata per entrare nella nostra casa.

Se però rimango vigile, e cerco di tenere desti i sensi e lo spirito di fronte a tutto ciò che il tempo conduce in prossimità della mia casa, nei colpi che risuonano alla porta potrò riconoscere la voce del Signore, e distinguerne il tono amico che chiede a ogni istante di poter entrare. L'angoscia del futuro e della morte allenterà così la sua stretta mortale, e l'ansia del presente si scioglierà nell'emozionante tensione dell'attesa.

La solitudine nella quale finiamo per trovarci può essere vinta se noi veniamo a sapere che qualcuno sta alla porta del nostro tempo con intenzione amica; se impariamo ad ascoltare, la sua voce vince la paura e rompe l'isolamento. Allora io non sono più prigioniero del tempo, ostaggio di un destino anonimo che avvolge le cose in effimero transito attraverso la caducità. Qualcuno bussa alla mia porta per dividere il suo tempo con me e dare al mio tempo una dignità e una prospettiva che mai avrei osato sperare. Se imparo a coltivare l'attesa, a vivere il tempo sostando nella affettuosa contemplazione del Signore, come fa la Sposa, e nell'operoso ascolto dello Spirito, che risveglia le membra intorpidite dall'ombra della morte, posso fare ben più che sopravvivere alla paura e fronteggiare l'angoscia. Posso vegliare su ciò che ho di più prezioso, custodendo i valori che ho già imparato ad apprezzare, arricchendo i talenti che mi sono stati affidati.

Nella prospettiva del Signore che viene, il tempo si dilata, Si ricompone nella pace, assume qualità e prospettive che riconciliano gli affetti del cuore con la sapienza delle cose. L'esperienza del tempo non scorre più alla superficie dei sensi fino a declinare nella malinconia dello spirito, perché diventa esperienza sapida e profonda della vita presente, che è certamente una vita mortale, ma non destinata alla morte. E' una vita che proprio il tempo conduce verso la vita di Dio, la stessa di cui vive il Figlio che è diventato un uomo per sempre; verso la vita dello Spirito che custodisce gelosamente per noi tutti gli affetti e gli effetti dell'amore, in vista della risurrezione della carne Ne parleremo più specificamente nel prossimo capitolo.

[10] Se siamo cristiani praticanti siamo abituati ad andare in chiesa. Sappiamo che Dio ci convoca nella sua casa per pregare, ascoltare la sua Parola, celebrare l'Eucaristia.

Ma dobbiamo abituarci tutti e non solo i praticanti, all'idea che il Signore viene a sua volta nella nostra casa, viene a bussare alla porta della nostra vita, viene a incontrarci nei luoghi e nei tempi della nostra esistenza quotidiana, viene per offrirci o per rinsaldare un vincolo di amicizia. Dobbiamo imparare a coniugare insieme i due aspetti: noi ci presentiamo alla casa del Signore per essere da lui accolti e però prima il Signore si presenta alla nostra casa per essere accolto nei luoghi della nostra esistenza.

Il bussare del Signore alla porta ha tuttavia un significato molto più grande; è il volerci fare partecipi del suo tempo, della sua vita, della sua eternità.

Nel secondo capitolo della Lettera siamo invitati a riflettere su questo fatto straordinario: Dio ha tempo per noi, bussa alla nostra porta per farci entrare nel suo tempo, nel suo essere. Tutto quanto possiamo dire sulla vigilanza cristiana, sulla nostra capacità di esorcizzare la morte per vivere in pienezza la vita, è fondato sul dono che Dio ci fa del suo tempo, del suo amore, della sua intimità.

Partiremo da una affermazione biblica: Dio veglia sul tempo dell'uomo. Poi contempleremo l'origine di tutto ciò nel mistero stesso della Trinità; ne vedremo la conseguenza per alcuni atteggiamenti di fondo; richiameremo brevemente i momenti portanti secondo cui nella tradizione vengono scandite le realtà ultime: morte, giudizio, inferno, paradiso; e anche quali speranze sono possibili per il futuro della condizione umana quaggiù. Infine diremo qualcosa sul rapporto tra noi e le realtà invisibili nella preghiera.

[11] "Il Signore veglierà su di te quando esci e quando entri, da ora e per sempre" (Sal 121,8). Il Dio della Bibbia ha cura del tempo dell'uomo e veglia su di noi nel succedersi delle vicende umane: "Come ho vegliato su di essi per sradicare e demolire, per abbattere e per distruggere e per affliggere con mali, così veglierò su di essi per edificare e per piantare" (Ger 31,28). Ogni frammento del tempo è custodito e vegliato dalla fedeltà del suo amore.

La vigilanza di Dio sul tempo, il suo essere custode del tempo, dà a esso dignità e valore indicibile. Il tempo dell'uomo è il settimo giorno di Dio, di cui nel racconto della creazione si dice che è santo: "Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò" (Gen 2,3). E' il tempo del Padre che veglia nell'attesa del ritorno del figlio che si è allontanato (cf Lc 15,20), perché non si senta definitivamente perduto! Il tempo non è allora spazio vuoto, luogo neutro, bensì partecipazione alla vita divina, provenienza da Dio, venuta di Dio e avvenire aperto a Dio a ogni istante; esso riflette la provenienza, la venuta e l'avvenire dell'Amore eterno.

[12] Con l'incarnazione il Figlio di Dio, mandato dal Padre, fa suo il tempo degli uomini, fino a desiderare la loro compagnia: "La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me" (Mt 26,38). Gesù viene così a conoscere la nostra angoscia, lo stare di fronte alla morte: "E cominciò a provare tristezza e angoscia" (Mt 26,37).

La risurrezione di Gesù e l'effusione dello Spirito immettono nel nostro tempo la vittoria sulla morte: "Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi" (Rm 8,11).

La missione del Figlio e quella dello Spirito rivelano la profondità del rapporto tra il Dio vivo e il tempo degli uomini Il tempo viene dalla Trinità, creato con la creazione del mondo; si svolge nel seno della Trinità, perché tutto ciò che esiste, esiste in Dio, nel quale viviamo, ci muoviamo e siamo; è destinato alla gloria della Trinità, quando tutto sarà ricapitolato nel Figlio e consegnato al Padre, perché sia tutto in tutti (cf 1 Cor 15,28). Vivere seriamente il tempo è dunque vivere nella Trinità; cercare di evadere dal tempo è fuggire dal grembo divino che ci avvolge. Il cristianesimo non è la religione della salvezza dal tempo e dalla storia, ma del tempo e della storia.

Perché il tempo sia vissuto così, sia cioè santificato, è necessario che alla vigilanza e alla custodia di Dio sul tempo corrisponda la vigile accettazione dell'uomo: se Dio ha tempo per l'uomo e custodisce il senso della sua vita e della sua storia, l'uomo deve aver tempo per Dio e riconoscerlo, nella vigilanza della fede, della speranza e dell'amore, come il Signore della sua vita e della sua storia.

[13] Il "riconoscimento" di Dio come Signore della propria vita equivale a risorgere a una vita nuova, ad accedere all'esistenza autentica. Quando ero ancora incerto sul titolo da dare alla Lettera, uno di quelli che più mi attraevano si riferiva al racconto della risurrezione di Lazzaro (cf Gv 11,1-44). Pensavo all'espressione "Vieni fuori dalla prigione del tempo!", per indicare che chi ascolta la voce di Gesù si lascia svegliare dal sonno mortale dell'illusione di possedere il tempo e della disperazione che ci spinge a evaderne. Illusione e disperazione chiudono la nostra vita all'azione di Dio. Abbiamo bisogno di essere liberati dalla chiusura, dalla prigione; "Lazzaro, vieni fuori!" (Gv 11,43) è il grido che il Signore fa risuonare nel tempo per liberare non solo dalla prigionia della morte, bensì dalla prigionia del tempo vissuto nell'illusione e nella frustrazione. Chi si lascia risuscitare come Lazzaro dal Dio che gli viene incontro e piange sulla sua creatura mostrando quanto la ama (cf Gv 11,33-36), vive l'esperienza della liberazione dal non senso, dall'angoscia di un tempo chiuso all'orizzonte dell'eternità.

La vigilanza richiesta al cristiano consiste nel vivere i giorni nell'orizzonte del Dio che è venuto, che viene e che verrà. Rapportare a lui la propria vita, riconoscere in lui l'ultimo senso e l'ultima patria che dà valore e sapore a ogni scelta e a ogni passo nel tempo significa rispondere con amore all'amore con cui Dio ci ha amati e ha tempo per noi.

Dire a qualcuno: "Lazzaro, vieni fuori!" significa proporgli la gioia e la pace di gustare il presente come ora della venuta del Signore, attesa del suo ritorno per prenderci con Lui nella gloria.

[14] Introducendo il racconto della risurrezione di Lazzaro, l'evangelista ricorda una parola misteriosa di Gesù che vuole incoraggiare i suoi discepoli ad affrontare il pericolo superando la paura di salire con lui verso Gerusalemme: "Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce" (Gv 11,9-10).

Il Signore conosce l'ambiguità nascosta nel tempo dell'uomo: sta a noi scegliere se vivere nella luce o nelle tenebre. Vigilare è decidere di camminare nelle ore luminose del giorno, credendo a Colui che dice: "Io sono la luce del mondo: chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12).

Vigilare è seguire Gesù, scegliere ciò che Gesù ha scelto, amare ciò che lui ha amato, conformare la propria vita al modello della sua; vigilare è avere la percezione di vivere ogni attimo del tempo nell'orizzonte dell'amore con cui Dio ci ama in Gesù e vuole essere amato da noi in Lui e con Lui.

[15] Le dodici ore del giorno (cf Gv 11,9) sono vissute pienamente nella luce quando sono vissute nella speranza. La speranza non è soltanto l'attesa di un bene futuro arduo, ma possibile a conseguirsi; è l'anticipazione delle cose future promesse e donate dal Signore che ha avuto tempo per l'uomo, il terreno d'avvento dove il domani di Dio viene a prendere corpo nel presente degli uomini. E la sorella più piccola, come dice, che tiene per mano e guida verso la mèta le due maggiori, la fede e la carità (6). Nella speranza l'oggi si apre all'orizzonte della eternità e l'eternità viene a mettere le sue tende nell'oggi; grazie alla speranza, il tempo quantificato (che non ci basta mai che è sempre troppo poco) diviene tempo qualificato, ora della grazia, tempo favorevole, oggi della salvezza, momento gustato nella pace.

La speranza è la condizione filiale (l'essere figli del Padre celeste in Gesù, che è il tutto della vita cristiana) vissuta riguardo all'avvenire: perché "noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è" (1 Gv. 3,2). E la vigilanza è l'atteggiamento di chi tiene salda la speranza, non permettendo che sia insidiata la sua condizione di figlio, mantenendo la tensione del desiderio di vedere il volto del Padre e difendendola dall'afflosciarsi nel presente, dal lasciarsi imprigionare dalle banalità quotidiane.

Il già, accolto dalla fede e vissuto nell'amore, si proietta verso il non ancora della promessa grazie alla speranza; speranza è perciò l'altra faccia della vigilanza, l'andare incontro consapevole, libero e desideroso a Colui che - venuto una volta - sempre nuovamente ci viene incontro fino a che non si compiano i tempi ed Egli venga nella gloria.

[16] Il Dio che ha fatto suoi il tempo e la morte, ha dato a noi la sua vita, nel tempo e per l'eternità. La Pasqua del Signore rivela la solidarietà del Dio vivente alla nostra condizione di abitatori del tempo, e insieme ci dà la garanzia di essere chiamati a divenire gli abitatori dell'eternità. Nella risurrezione di Cristo ci è promessa la vita, così come nella sua morte ci era assicurata la vicinanza fedele di Dio al dolore e alla morte. La Pasqua è l'evento divino nel quale ci è rivelata e promessa la destinazione del tempo al suo felice compimento nella comunione in Dio.

Lo spazio temporale che sta tra l'ascensione e il ritorno di Cristo nella gloria appare così come un estendersi del mistero pasquale all'intera vicenda umana; nella sofferenza e nella morte, che ancora caratterizzano la nostra storia, si fa presente la sofferenza della Croce, perché la vita del Risorto sia pregustata da chi con Cristo percorre il suo esodo pasquale. L'intera vita del cristiano è un pellegrinaggio di morte e risurrezione continua, vissute con Cristo e in Cristo nello Spirito, portando anzi Cristo in noi "speranza della gloria".

Vigilare è accettare il continuo morire e risorgere quale legge della vita cristiana; le condizioni della vigilanza evangelica non sono dunque la stasi o la nostalgia, bensì la perenne novità di vita e l'alleanza celebrata sempre nuovamente col Signore Gesù che è venuto e che viene.

Nella luce dell'evento pasquale si coglie allora il pieno significato cristiano della morte fisica, ultima vicenda visibile della nostra esistenza. La morte è evento pasquale, segnato contemporaneamente dall'abbandono e dalla comunione col Crocefisso Risorto. Come Gesù abbandonato sulla Croce, ogni morente sperimenta la solitudine dell'istante supremo e la lacerazione dolorosa; si muore soli! Tuttavia, come Gesù, chi muore in Dio si sa accolto dalle braccia del Padre che, nello Spirito, colma l'abisso della distanza e fa nascere l'eterna comunione della vita. Perciò, per la grande tradizione cristiana la morte è dies natalis, giorno della nascita in Dio, dell'uscire dal grembo oscuro della Trinità creatrice e redentrice, per contemplare svelatamente il volto di Dio, in unione col Figlio, nel vincolo dello Spirito santo.

[17] Tutto ciò che segue alla morte viene letto dalla fede nella luce dell'evento pasquale di Gesù.

Il giudizio è l'incontro con lui che raggiunge la persona col suo sguardo penetrante e creatore e la porta alla piena conoscenza della verità su se stessa davanti all'eterna verità di Dio. La sua vigilante anticipazione avviene nel confronto della coscienza con la Parola, nella celebrazione del sacramento, in particolare della Riconciliazione, nell'incontro con il fratello bisognoso di aiuto.

L'inferno è la condizione insopportabilmente dolorosa della separazione da Cristo, dell'esclusione eterna dal dialogo dell'amore divino; possibilità tragica e però necessaria se si vuol prendere sul serio la libertà che Dio ha dato all'uomo di accettarlo o di rifiutarlo. L'inferno, in quanto possibilità radicale, evidenzia la dignità suprema della vita umana, il valore sommo della vigilanza e la tragicità del male; proprio per questo e in tutto questo evidenzia l'amore del Dio che, creandoci senza di noi non ci salverà senza di noi Egli infatti che ci ha amato quando ancora eravamo peccatori, rimarrà separato da noi solo se noi ci ostineremo nell'essere separati da lui.

Il purgatorio è lo spazio della vigilanza esteso misericordiosamente e misteriosamente al tempo dopo la morte; è un partecipare alla passione di Cristo per l'ultima purificazione che consentirà di entrare con lui nella gloria. La fede nel Dio che ha fatto sua la nostra storia è il vero fondamento del credere a una storia ancora possibile al di là della morte, per chi non è cresciuto quanto avrebbe potuto e dovuto nella conoscenza di Gesù. L'anticipazione di tale spazio è il tempo dedicato alla cura della finezza dello spirito che si nutre di sobrietà, di distacco, di onestà intellettuale, di frequenti esami di coscienza, di trasparenza del cuore, di unificazione della vita sotto la regia della sapienza evangelica: come pure dell'ascesi e della purificazione necessarie per fortificarci nella tentazione, scioglierci dall'inerzia delle nostre colpe e liberarci dall'opacità delle nostre abitudini cattive.

Il paradiso è l'essere eternamente col Signore, nella beatitudine dell'amore senza fine: "Oggi sarai con me nel paradiso" (Lc 23,43). La parola del Crocefisso al ladrone pentito è la rivelazione di ciò che il paradiso è: un "essere con Cristo", un vivere eternamente in lui il dialogo dell'amore col Padre nello Spirito santo. Questa relazione con il Signore, di una ricchezza per noi inimmaginabile, è il principio essenziale, il fondamento stesso di ogni beatitudine dell'esistere. La vigilanza si esercita nell'anticipazione della gioia dell'incontro con il Signore e nella letizia della comunione fraterna vissuta con tutti coloro che ne condividono il desiderio.

La figura di tale anticipazione è così profonda e delicata da farci comprendere l'importanza della vita contemplativa, pur se la sostanza dell'anticipazione appartiene a ogni vita di fede, sollecitata a diventare esperienza vissuta nella confidenza con il Signore e nella fiducia della sua tenera cura. La spiritualità del Cantico dei Cantici - lo insegna una tradizione spirituale costante e sempre rinnovata del cristianesimo - è dunque una dimensione vitale della nostra relazione quotidiana con Dio; è il tempo dell'innamoramento, destinato a consumarsi nell'esuberanza dell'amore, da coltivare, custodire, impreziosire nell'intimità di un dialogo che raggiunge le fibre più sensibili del nostro essere.

Infine, nella luce della risurrezione di Gesù possiamo intuire qualcosa di ciò che sarà la risurrezione della carne. In essa l'essere con Cristo si estenderà ad abbracciare la pienezza della persona e la globalità dell'esperienza umana anche nella sua dimensione corporea, così come la risurrezione del Crocefisso nella carne ha portato nella vita eterna la carne del nostro tempo mortale, fatta propria dal Figlio di Dio. L'anticipazione vigilante della risurrezione finale è in ogni bellezza, in ogni letizia, in ogni profondità della gioia che raggiunge anche il corpo e le cose, condotte alla loro destinazione propria, che è quella delle opere dell'amore.

Non dobbiamo dimenticare che il cristianesimo, con alterne vicende, ha condotto una dura battaglia per respingere l'impulso al disprezzo del corpo e della materia in favore di una malintesa esaltazione dell'anima e dello spirito. L'esaltazione dello spirito nel disprezzo del corpo, come l'esaltazione del corpo nel disprezzo dello spirito, sono di fatto il seme maligno di una divisione dell'uomo che la grazia incoraggia a combattere e a sconfiggere. La vigilanza consiste nell'esercizio quotidiano dei sensi spirituali, ossia degli stessi sentimenti che furono di Gesù, nella coltivazione della sapienza evangelica che unifica l'esperienza e ci consente di apprezzare i legami fini e profondi del corpo con lo spirito. In tal modo possiamo custodire fin d'ora, in attesa che si compia la promessa della risurrezione della carne, il piacere della libertà del corpo da tutto ciò che è falso e ottuso, laido e volgare, avido e violento.

La fede nella risurrezione finale ci aiuta quindi a valorizzare e amare il tempo presente e la terra. La vigilanza cristiana, illuminata dall'orizzonte ultimo, non è fuga dal mondo, bensì capacità di vivere la fedeltà alla terra e al tempo presente nella fedeltà al cielo e al mondo che deve venire. Nella luce della Pasqua, i novissimi - morte, giudizio, inferno, purgatorio, paradiso e risurrezione finale della carne - sono tutte forme dell'essere con Cristo, che è promesso e donato all'abitatore del tempo e si configura a seconda del rapporto che, nella vigilanza o nel rifiuto, si stabilisce tra ogni persona umana e il Signore Gesù.

[18] La speranza cristiana rischia anch'essa una duplice riduzione: o alle sole attese celesti per l'altra vita, o (almeno come concentrazione psicologica) alle - anticipazioni terrene (il regno di Dio è già tutto qui!), come in alcune proposte di teologia politica. Difficilmente evitiamo, nella pratica, l'uno o l'altro dei due estremi perché siamo limitati e ci riesce difficile abbracciare d'un solo colpo tutto l'orizzonte dell'uomo. Dobbiamo continuamente riequilibrare il nostro pensiero e il nostro linguaggio per cogliere l'unità che tiene insieme le speranze terrene - di cui la Bibbia parla spesso - con quelle invisibili, definitive, che danno il sapore a tutto il resto. Tra le due non c'è opposizione, bensì continuità e, se è comprensibile qualche oscillazione nell'accentuazione della speranza dei cristiani (a volte più sull'altra vita, a volte più sui beni messianici di questa vita come anticipazione del mondo futuro), non possiamo mai permettere la mancanza di speranza, la rassegnazione amara, lo scetticismo.

Precedentemente abbiamo parlato di ciò che speriamo nella morte e dopo la morte; ora diciamo qualcosa di ciò che speriamo nella vita terrena per ciascuno di noi e per la collettività umana.

Per noi speriamo fin d'ora quanto è espresso più volte nei Vangeli e nelle Lettere apostoliche: esultanza per la figliolanza divina (cf 1 Gv 3,1-2), certezza di essere nelle mani di un Padre buono (cf 1 Pt 1,3 ss; 1,17-21), giustizia, pace e gioia nello Spirito santo (cf Rm 14,17), consolazione interiore (cf 2 Cor 1,3-7), tante espressioni del "centuplo in questa vita" (cf Mc 10,28-30), che solo può intuire e gustare chi lascia decisamente tutto per seguire Gesù povero e crocefisso. Speriamo, per noi tutti, ciò che è oggetto della preghiera insegnataci da Gesù: il pane per l'oggi, il perdono, l'essere custoditi dalla tentazione, la liberazione dal male.

[19] Per la collettività umana esprimerò le speranze temporali partendo dalla speranza eterna (7).

1. Seguendo Gesù e affidandoci totalmente a lui possiamo sperare anzitutto in un compiersi positivo dell'intera storia umana con l'insieme del suo ambito culturale e naturale. Possiamo sperare in una raggiunta definitiva armonia delle realtà umane, sociali, naturali nella pienezza del regno di Dio.

2. Il regno di Dio viene realizzato già in parte sulla terra, ovunque, in forza dello Spirito di Cristo, appaiano segni di conversione alla pace, alla giustizia, alla comunione. In tali luoghi la forza distruttrice del peccato, della guerra e dell'ingiustizia vengono contrattaccate, la povertà viene lenita, la sofferenza consolata, l'inimicizia riconciliata, la natura rappacificata con l'uomo. Ogni piccolo segno sociale di questo tipo, ogni incontro di fratelli e sorelle che si realizza nella vittoria del dono sul calcolo è una pregustazione del Regno definitivo e può essere sperato come dono di Dio.

3. Il formarsi di una rete di tali realizzazioni del regno di Dio fin d'ora e il loro coagularsi in alleanza per tutta la terra, in costante combattimento contro il male e contro il degrado, è il massimo che possiamo sperare per la nostra storia; già così, esso richiede tutto l'impegno, la costante vigilanza, un grande spirito di sacrificio e un'invincibile fiducia nelle energie del Regno. Infatti il sovrabbondare dell'ingiustizia, la ricerca sfrenata dei propri comodi le liti e le inimicizie, lo sfruttamento selvaggio della natura, minacciano continuamente di sommergere i luoghi della speranza.

4. La Chiesa, come comunità di coloro che esplicitamente professano la loro speranza nella venuta del Regno, è la comunità in cui, fin d'ora e in maniera privilegiata, possono e devono realizzarsi alcuni segni della presenza della pace e della giustizia del Regno. Ciò può e deve avvenire non solo all'interno della comunità (cf At 2,42-47; 4,32-35), ma quale irradiazione e forza trasformante verso l'esterno, per esempio nel fatto che la Chiesa unisce razze, nazioni e classi diverse, in un modello di unità universale, e perché essa lavora con tutte le persone di buona volontà per un futuro sulla terra che sia più degno dell'uomo. In questo quadro si colloca la "dottrina sociale" della Chiesa, intesa come una morale sociale che prospetta per tutti gli uomini (e non solo per i credenti) ideali storici concreti. "Il cristiano non può accontentarsi di principi religiosi. Deve entrare nella storia e affrontarla nella sua complessità, promuovendo tutte le realizzazioni possibili dei valori evangelici e umani della libertà e della giustizia" (Educare alla legalità, Nota Pastorale della Commissione Ecclesiale "Giustizia e Pace", ottobre 1991, n. 5).

5. Ogni nostro sforzo autentico nelle direzioni sopra indicate, è consapevole del fatto che la forza del peccato e dell'ingiustizia è sempre all'opera e contrasta continuamente gli ideali di bene. Non aspettiamo dunque, quale oggetto della speranza teologale, il momento in cui le forze del male saranno definitivamente vinte sulla terra (cf Mt 13,2430.36 43.47-50), e non va escluso che la malizia degli uomini possa far precipitare la storia in una catastrofe del mondo umano e del suo ambiente. Siamo perennemente in condizione di lotta e tuttavia abbiamo la certezza che la forza dello Spirito non ci mancherà mai, che nessuno di coloro che invocheranno con fede il nome del Signore soccomberà alla tentazione, che la Chiesa rimarrà fino all'ultimo momento della prova rifugio sicuro per quanti si affideranno a essa.

6. Sappiamo che le forze del male e dell'ingiustizia non riusciranno a distruggere quanto è stato costruito per grazia dello Spirito d'amore. Pur nei momenti più neri, come in quello della morte di Gesù, l'amore e il perdono dei giusti vincono l'odio e spalancano orizzonti di vita.

7. Le nostre speranze per questa vita possono dunque rimanere in buona parte nascoste agli occhi della storia e sono chiaramente percepibili solo agli occhi della fede e della speranza. Chi ha questi occhi lotta con amore per la giustizia, per la pace, per una più grande uguaglianza dell'umanità, per l'equilibrio della natura; si impegna per "utopie realistiche" come la visione di una nuova umanità proposta dall'insegnamento sociale della Chiesa; lavora per l'affermarsi pur circoscritto dei valori del Regno, con la certezza che essi rimangono in eterno; sono un'anticipazione di quella pienezza che, con fiducia e sicurezza, attendiamo da Dio solo.

Su tale base è possibile costruire un'etica realistica della speranza, e lo vedremo nel prossimo capitolo.

[20] Jacques Maritain, in una conversazione tenuta a Tolosa ai Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld nel 1962, ha descritto con semplicità e profondità la misteriosa e tenera relazione che unisce ciascuno di noi con i membri della Chiesa che ci hanno preceduto nel regno eterno. Egli ricorda come coloro che stanno presso Dio non cessano di interessarsi delle realtà per le quali si sono spesi nella vita terrena e che ora contemplano nella luce di Dio. Con loro (genitori, parenti amici santi protettori sacerdoti che ci hanno preceduto nel ministero) noi possiamo entrare in conversazione, confidando ciò che ci sta a cuore e che anch'essi ebbero a cuore, per cui lavorarono e soffrirono (8).

E la conversazione più tenera e incessante deve svolgersi con la Vergine Maria, Regina del mondo, Madre della Chiesa e di tutti gli uomini e soprattutto con Gesù Cristo, redentore dell'umanità.

La preghiera è perciò l'espressione prima e principale della vigilanza e della speranza cristiana. Nessun programma pastorale sulla vigilanza avrà efficacia se non sarà macerato nell'esperienza di preghiera che costituisce il banco quotidiano di prova e il forno infuocato di purificazione della speranza. Chi prega costantemente e intensamente, impara che cos'è la vigilanza e, anche nella prova, vede nascere in lui la speranza che non delude (cf Rm 5,2-5). Se vogliamo allora giungere a una percezione reale, non puramente nozionistica, di quanto ho spiegato nelle pagine precedenti, dobbiamo ascoltare le esortazioni pressanti di Gesù e degli Apostoli: "Bisogna pregare sempre senza mai stancarsi" (Lc 18,1); "Vegliate e pregate per non entrare in tentazione" (Mt 26,41); "Siate assidui nella preghiera: che essa vi mantenga vigilanti nel rendimento di grazie" (Col 4,2).

[21] Dopo la riflessione antropologica (c. I: Non ho tempo) e quella teologica (c. II: Sto alla porta: Dio ha tempo per l'uomo), passo alla riflessione etica: che cosa significa vivere il tempo presente con la speranza nel Signore che viene? in che maniera lo sguardo rivolto all'eternità dà sostanza e vigore agli atteggiamenti e alle scelte che l'uomo compie nell'oggi?

La risposta si articolerà in diversi momenti.

Anzitutto parlerò dell'esigenza decisiva, primaria che deriva dallo sguardo rivolto verso il futuro di Dio, cioè del discernimento: la capacità di distinguere le cose essenziali dalle accessorie, le ultime dalle penultime, le cose che passano da quelle che restano. Non per deprezzare i beni accessori, né i penultimi né quelli che passano, bensì per avere un criterio di valore che permetta di accoglierli e viverli nella loro pienezza relativa, nella loro bellezza vera, nella loro bontà autentica.

Ci chiederemo poi qual è l'atteggiamento spirituale permanente che caratterizza e sostiene la capacità di leggere le cose penultime alla luce delle ultime: è una spiritualità connotata dalla gioia di una trepida attesa del Regno - "e non mi pesa/la lunga attesa" (9) -, una spiritualità delle beatitudini, a cui ci si dispone con un sano esercizio ascetico.

Quindi esamineremo alcune grandi sfide culturali e civili del vigilare oggi nelle quali coniugare la fedeltà al presente con la fedeltà al mondo che deve venire.

Infine ci interrogheremo sulla Chiesa luogo per eccellenza in cui si attende la venuta del Signore; in che maniera la vigilanza incide sulla vita del popolo di Dio ed è stimolo a una continua conversione e riforma?

[22] Vivere nell'attesa del ritorno del Signore non è fuga dalla storia; è vivere ancora più pienamente la storia nell'orizzonte del suo destino ultimo.

L'atteggiamento evangelico della vigilanza fonda così un'etica del discernimento: chi attende il Signore si sa chiamato a vivere responsabilmente ogni atto alla presenza del suo Dio, e comprende che il valore supremo di ogni scelta morale sta nello sforzo di piacere a Dio e di santificare il suo Nome compiendo la sua volontà.

Dio, quale orizzonte ultimo e patria vera, diviene il criterio della decisione morale; il discernimento di ciò che è penultimo rispetto a ciò che è ultimo e definitivo si offre come la forma concreta in cui si esercita la responsabilità etica.

Guardando al mistero pasquale come statuto della vigilanza cristiana, si potrebbe dire che, sotto il profilo morale, la speranza della risurrezione è la morte e risurrezione delle speranze umane: essa dimostra la miopia di tutto ciò che è meno di Dio e al tempo stesso fonda il valore di ogni gesto di amore autentico. In questa luce, i temi decisivi del nascere e del morire si colorano del loro significato più profondo: nascere è essere chiamati a un destino di eternità, che a nessuno è lecito manipolare o pretendere di interrompere; morire è andare incontro al compimento di tale destino, con tutta la dignità dell'esercizio della libertà che ci è data, per piacere a Dio e santificarne il Nome nella gioia e nel dolore, nella vita e nella morte (10).

[23] Chi, credendo alla promessa di Dio rivelata nella Pasqua, attende il ritorno del Signore e si sforza di vivere nell'orizzonte della speranza che non delude, sperimenta la gioia di sapersi amato, avvolto e custodito dalla Trinità santa. Come le vergini sagge della parabola (cf Mt 25,1-13), egli attende lo Sposo, alimentando l'olio della speranza e della fede con il cibo solido della Parola, del Pane di vita e dello Spirito santo che nella Parola e nel Pane si dona a noi.

Vivere la spiritualità dell'attesa è vivere la dimensione contemplativa nella profonda consapevolezza dell'assoluto primato di Dio sulla vita e sulla storia. Perciò l'atteggiamento spirituale della vigilanza è un continuo riferire al Signore che viene la propria vita e la vicenda umana, nella luce della fede che ci fa camminare da pellegrini verso la patria (cf Eb 11) e ci permette di orientare a essa ogni nostro atto.

Il totale orientamento del cuore a Dio colma la persona della letizia e della pace proprie di chi vive le beatitudini (cf Mt 5,1-11, Lc 6,20-23). Essa non sperimenta naturalmente la beatitudine di chi si sente arrivato, bensì quella umile e fiduciosa di chi, nella povertà e nella sofferenza, nella mitezza e nella sete di giustizia, nella custodia del cuore e nel costruire rapporti di pace, si sa sostenuto dall'amore del Signore che è venuto, viene e tornerà nell'ultimo giorno.

La spiritualità dell'attesa esige quindi povertà di cuore per essere aperti alle sorprese di Dio, ascolto perseverante della sua Parola e del suo Silenzio per lasciarsi guidare da lui docilità e solidarietà con i compagni di viaggio e i testimoni della fede, che Dio ci affianca nel cammino verso la mèta promessa. La vigilanza nutre il senso della Chiesa, nella compagnia della fede e della speranza con quanti camminano con noi verso la celeste Gerusalemme.

[24] "Siate temperanti e vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare" (1 Pt 5,8-9). La Liturgia delle Ore ci fa leggere ogni martedì nella Compieta questa ammonizione che ci introduce nell'aspetto ascetico della vigilanza.

Vogliamo comprenderla a partire dal "disordine" espresso dall'affermazione "Non ho tempo". Non ho tempo di pensare al "tempo" di Dio perché il tempo è "mio", come mia è la vita, la natura, le cose, il denaro, Dio stesso; tutto è mio! Io sono il padrone e tutto uso e consumo a mio piacere. Se Dio non serve a esaudire la mia voglia di benessere, a soddisfare le mie esigenze, a compiere i miracoli che mi procurano successo, carriera, prestigio e potere, quale senso ha il suo esistere? non ho tempo di pensare ad altro che a farmi il "mio" regno, perché chi mi garantisce che ci sia il cosiddetto regno di Dio, per raggiungere il quale dovrei dedicare tempo e vigilanza?

Tali domande ispirano la cultura e il comportamento della società secolaristica che ha relegato Dio tra le cose da usare: sono domande e pensieri che si possono ben qualificare come "seduzioni di satana". Nel Rito delle promesse battesimali che si rinnovano ogni anno nella Veglia Pasquale è posta la domanda: "Rinunci a satana, alle sue opere e alle sue seduzioni?". Se la vigilanza cristiana mira a preparare giorno dopo giorno l'incontro con il Signore che viene, esige pure una saggia attenzione a quanto può distoglierci da questo ideale, in particolare alle "seduzioni", che, più insidiose delle comuni tentazioni, sono come forti attrazioni che nascondono l'inganno.

Esse si possono ricondurre all'istinto del godimento, del possesso, del prestigio e del potere (cf 1 Gv 2,16), strettamente connessi tra loro e interdipendenti (cf 1 Gv 2,16; cf anche Mt 4,1-11; Mc 1, 12-13; Lc 4,1-13). Il godimento, ricercato come fine in se stesso e senza alcuna regola fuorché quella di godere il più possibile; la ricchezza, avidamente accumulata, posseduta e goduta; l'ambizione e la superbia, sempre a caccia di consenso, di prestigio e di successo, quali premesse per garantire il potere di asservire altri e manipolarli a mio uso e consumo. Questi atteggiamenti culturali e comportamentali non sono estranei neppure a una certa pratica religiosa, alle devozioni e alle oblazioni: si può, infatti agire come se Dio, la Madonna e i Santi esistessero per soddisfare le nostre esigenze. Non si pensi che le attrazioni siano tipiche di alcune categorie di persone, poiché ciascuno di noi vi è esposto.

Siamo chiamati a vigilare per dominarle, in modo che, liberi della libertà dei figli di Dio, possiamo scegliere di dare tempo a Lui che ci dedica il suo eterno tempo per realizzare la nostra vita secondo il suo progetto e compierla nell'incontro con Gesù, il Signore.

La vigilanza si attua nelle diverse forme di rinuncia, sia a ciò che è illecito, sia - con la dovuta discrezione - a qualcosa che di per sé sarebbe lecito. E' utile abituarsi a piccole rinunce al fumo, ai dolci, alle bibite, alla televisione, a lunghe e superficiali conversazioni telefoniche, a letture dispersive, a spese superflue nel cibo e nell'abbigliamento, ecc. Una simile ascesi giova pure al sistema nervoso, unifica la mente, aiuta il raccoglimento nella preghiera.

[25] Per quale motivo la vigilanza, cioè la trepida attesa del Signore che viene, genera un'etica della responsabilità rispetto alle cose di questa terra, in particolare rispetto ai problemi e agli impegni della vita sociale e politica?

Perché la percezione che l'Amore di Dio intimamente presente in ogni cosa, universalmente all'opera nel creato e luminosamente trasparente in ogni valore è prossimo a manifestarsi nella mia vita e nella storia, mi libera dalla paura di dispiacere e dall'ansia di piacere agli altri, dall'ossessione del loro plauso, dal miraggio di un successo mondano fatto di potere o di denaro. Si attua nel mio cuore una libertà rispetto al godimento delle cose di quaggiù che viene dall'anticipata presenza, nella speranza e nell'attesa, del godimento pieno e definitivo della bontà e bellezza di Dio.

Il nuovo slancio dato alla vita mediante lo sguardo rivolto all'eternità scioglie dagli impacci delle convenzioni permette uno sguardo e un agire libero rispetto ai beni, alle istituzioni, allo stesso consenso sociale. E chi ha responsabilità politiche non sarà schiavo del consenso sociale, bensì un "ministro", cioè un saggio servitore, preoccupato del bene di tutti.

La vigilanza nell'attesa del futuro affranca, infatti, il cuore dalla servitù del presente (del successo, del danaro, della fama) e permette di vivere l'oggi con rispetto verso l'altro. E una mentalità, prima ancora che una serie di comportamenti concreti; è un atteggiamento di responsabilità e di attenzione per la cura della cosa pubblica. C'è da chiedersi in che modo un abituale disinteresse per il bene comune scoraggi i cittadini e i responsabili della cosa pubblica. Ci si può pure domandare come sia possibile sottrarsi alla deriva dell'interesse egoistico e della faziosità - che inducono a disgregazione nel tessuto politico e sociale - quando la formazione del consenso è sistematicamente perseguita attraverso la vischiosità di legami clientelari o pressioni di carattere corporativo.

Ci troveremmo oggi così amareggiati e indignati per tante situazioni incresciose che offuscano la nostra vita politica e amministrativa, se fossimo stati un pò più vigili, se avessimo alzato lo sguardo, allargando gli orizzonti oltre le comodità o l'interesse immediato? Ciascuno è chiamato a interrogarsi, a mettersi in discussione, a chiedere conto a se stesso delle proprie eventuali responsabilità, non solo attive, ma pure di omissione o di semplice distrazione. Vediamo qualche esempio.

[26] Anzitutto all'interno dei partiti. Penso agli onesti, trasparenti e specchiati nella loro vita e, tuttavia, disancorati dalla realtà. Penso a un'altra categoria di onesti, che pur non commettendo nulla di illecito, non si domandano mai come può mantenersi il loro partito o la corrente. Infine, vado con la mente agli onesti che voltano la testa dall'altra parte quando accade qualcosa, quasi la vicenda della gestione pratica della politica non li riguardasse. E che dire poi di chi ha i numeri per farsi avanti e partecipare, eppure si defila per paura di "sporcarsi le mani" rifiutando responsabilità pubbliche?

Il discorso vale egualmente per i dirigenti pubblici e per la burocrazia. Chi lavora per lo Stato, gli Enti locali, i servizi sanitari e sociali, riceve spesso pochi incentivi, compensi bassi per prestazioni non sempre qualificate, con scarsi controlli. Vigilare significa però cambiare rotta anche nei confronti del pubblico, impegnarsi perché lo Stato riempia di qualità le strutture dequalificate. Non è morale regalare interi settori all'inefficienza. Una burocrazia più responsabilizzata e professionalmente considerata rappresenta il primo occhio vigile nei confronti dei politici che puntassero a utilizzare e a sfruttare il pubblico. Sono convinto che una ripresa morale è possibile solo se parte da tutti e se coinvolge ciascuno.

Nel vigilare sono coinvolti pure i mezzi di comunicazione sociale, i giornali, i servizi informativi delle reti radiotelevisive. Ho già parlato, lo scorso anno, ne Il lembo del mantello, della responsabilità dei giornalisti in rapporto alla vita politica (cf pp. 45-47). Oggi mi chiedo, dopo gli scandali delle tangenti, quale sia la parte che tocca all'informazione. Non mi riferisco all'emergenza, quando scoppiano cioè i "casi giudiziari" ed è facile calcare la mano e i toni, bensì al momento in cui i grandi riflettori sono spenti mentre sarebbe necessario tenere accesa la piccola lucerna della coscienza critica. In proposito si rivela fondamentale un'educazione permanente all'uso critico e responsabile dei media.

Vigile deve essere la galassia rappresentata dal mondo associativo, dalle organizzazioni culturali, dai promotori di convegni, tavole rotonde, ricerche sofisticate. Fare cultura non è limitarsi a un'operazione di documentazione o di commento; ogni iniziativa dovrebbe essere animata da forte senso dei valori, prospettive di ampio respiro, senso profondo della dignità dell'uomo e della sua trascendenza.

Il vigilare sul civile, infine, coinvolge in prima persona la Chiesa. L'episcopato si è espresso più volte su questi temi, fino al forte documento, del novembre 1991, della Commissione nazionale "Iustitia et Pax" sulla legalità; letto alla luce dei più recenti avvenimenti, è un testo davvero profetico. Tuttavia il vigilare non deve essere prevalentemente lasciato alle alte espressioni della gerarchia; deve farsi prassi quotidiana delle parrocchie, dei gruppi dei movimenti. E' una tensione che non può in alcun modo subire allentamenti o scendere a compromessi.

Nel vigilare assume particolare rilievo l'ampia gamma dei servizi alla persona, attinenti le povertà invisibili o "sommerse", cosiddette da "quarto mondo". Il fenomeno è presente ormai in quasi tutti i paesi europei dove alcune categorie di persone, oltre a vivere in condizioni di gravissimo disagio fisico e psichico, hanno perso la legittimazione di "soggetti di diritto" perché non sono garantite da protezione giuridica e sociale. Ricordo a modo esemplificativo:

- "senza tetto" o "barboni";

- immigrati e nomadi, soprattutto clandestini;

- malati mentali, la cui sofferenza psichica non è riconducibile ai canoni classici dell'intervento clinico o terapeutico;

- anziani non autosufficienti e/o cronici per i quali spesso non è garantito neppure il diritto alla tutela della salute e alla dignità della vita quotidiana;

- tossicodipendenti con patologie comportamentali o psichiatriche;

- malati di AIDS, soprattutto in fase avanzata, isolati e abbandonati.

Queste povertà, insieme alle più tradizionali, evidenziano un denominatore comune: la mancanza di "relazionalità". Per esse invochiamo una prossimità del tutto nuova, che non chiede moltiplicazione ripetitiva di servizi tradizionali, ma evoca un "prendersi cura" non delegabile e che solo un attento vigilare può suscitare.

[27] Oggi si prospetta una grande sfida da cui dipendono le sorti prossime venture del nostro Paese. E' necessario creare una cultura della vigilanza, capace di contrastare la cultura della protesta, del mugugno, dell'impotenza, della disillusione, della depressione, della rivalsa, dell'autoconsolazione, della chiusura in se stessi a doppia mandata.

L'interrogativo che ci deve in qualche modo mobilitare può essere formulato così: come recuperare una pedagogia della vigilanza diffusa? E' stato detto negli anni scorsi che bisognava passare da una stagione dei diritti a una dei doveri; ora è il momento delle responsabilità. Ciò significa, per esempio, sotto l'aspetto civile che ci interessa, rendersi attivi, non aspettando che lo Stato o gli altri si muovano, informandosi e facendo valere ragionevolmente le proprie istanze.

Due anni fa, per esempio, è stata promulgata una Legge (n. 241/1990) che forse pochi conoscono e ancor meno mettono in pratica. Eppure si tratta, dopo tante parole, di una vera, pur se piccola, rivoluzione: essa stabilisce le "nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi". Gli uffici pubblici non dovrebbero essere più luoghi verso cui nutrire riverenza o paura, oppure centri di potere da cui ottenere favori. Ovviamente la libertà costa fatica e va quotidianamente conquistata.

La stagione delle responsabilità coinvolge ancor più direttamente le cosiddette nuove soggettualità sociali (cf Centesimus annus, n. 49); accanto alla citata Legge sul procedimento amministrativo, abbiamo la normativa sulle autonomie locali (Legge 142/1990), che offre ampie possibilità, con Statuti e Regolamenti, di partecipazione della gente di un territorio alla vita e al bene comune; pure il volontariato (con la Legge 266/1991) e le cooperative sociali (con la Legge 381/1991) sono oggi riconosciuti quali nuovi soggetti sociali, dotati di autonomia statutaria e funzionale, di specificità e originalità nell'intervento. Le leggi riconoscono e valorizzano il ruolo fondativo e insostituibile di promozione, di attuazione e di gestione del bene comune. E' compito della vigilanza il sollecito impulso perché questi spazi (oltre quelli tradizionali dello Stato e del mercato) non restino deserti; essi più che altri possono descrivere e ridescrivere una convivenza fraterna, non condominiale, fondata non solo e non tanto sull'essere soci quanto e soprattutto sull'essere "prossimi".

Le nostre Scuole diocesane di formazione all'impegno sociopolitico diventino sempre di più un'attuazione pratica di pedagogia della vigilanza.

[28] Se una persona è "vigile" sente scattare dentro di sé l'esigenza etica. Ciò vale in particolare per l'etica professionale. Se vogliamo riqualificare le professioni alla luce del vigilare, dobbiamo recuperare il valore profondo del termine "professione". In ambito religioso si dice "professare" in riferimento alla fede, per significare la testimonianza pubblica del proprio credo in Gesù. Attualmente il termine è assunto quasi esclusivamente nell'accezione laica; professione è lavoro, mestiere, compito sociale. La radice della parola resta però sempre la stessa - profiteri - e lo sfondo autentico sono i valori indicati nel capitolo II Dio ha tempo per l'uomo. La riscoperta della radice della professione può promuovere un modo efficace di avere cura del bene comune.

L'inversione di tendenza rispetto al clima pesante di lamentele e di rassegnazione, di protesta e di rabbia, è tornare a compiere bene il proprio mestiere, recuperando il rapporto di senso tra attitudini preparazione e utilità sociale di quanto una persona fa, ritrovando l'orizzonte in cui l'utilità sociale si misura anzitutto rispetto a un bene comune solido e duraturo. L'istanza etica è individuale e soggettiva, ma risponde a un ethos collettivo. Le categorie, le associazioni gli Ordini professionali, devono "ridirsi" e "ridisegnarsi" rispetto a un ethos collettivo che corrisponda a un progetto di uomo e di umanità autentici, in cui i propri associati riscoprano collocazione e significato del lavoro. Diversamente è improduttivo lamentarsi perché, essendo impotenti di fronte a un sistema che non si condivide e ci sovrasta, restiamo fermi alle difese corporative.

Perché un imprenditore deve ribellarsi alla richiesta di pagare una tangente? perché un giornalista deve affrancarsi dal conformismo? perché un infermiere deve trattare bene i pazienti scomodi e noiosi? perché questi e altri atteggiamenti devono essere la regola, non "eroismo" di singolo? La risposta è semplice: perché il lavoro è testimonianza di una chiamata, è la "professione" pubblica della funzione di crescita collettiva che ha come sfondo una visione di umanità e di futuro capace di far sprigionare energie morali imprevedibili.

Non dobbiamo dimenticare che la professionalità è ciò che ci può accomunare al resto dell'Europa, al di là di molta retorica spesa in questi ultimi tempi in cui si sta approssimando l'unità continentale. E' difficile far sparire d'incanto luoghi comuni e realtà concrete, uniti nella fama di scarsa credibilità internazionale del nostro Paese; tuttavia è possibile ritrovarsi sulla professionalità all'Ovest e all'Est, al Nord e al Sud.

Non vorrei infine dimenticare altri due aspetti del vigilare: quello familiare e quello della scuola. Sono aspetti diversi perché diversi sono gli ambiti eppure numerose complementarietà interessano il difficile mestiere di essere genitori o di stare dietro una cattedra a insegnare. Al riguardo richiamo quanto è stato proposto nel triennio pastorale educare (1987 1990) e confido che nella preparazione del Sinodo diocesano i singoli argomenti verranno ripresi adeguatamente, quali implicazioni più immediate e quotidiane del vigilare.

La prossima Giornata diocesana delle Scuole cattoliche (25 ottobre 1992) ci richiamerà alcuni di questi impegni.

[29] "Conferma, o Padre, nella fede e nell'amore, la tua Chiesa, pellegrina sulla terra". Così recita la Preghiera eucaristica m, riferendosi alla realtà "pellegrinante" della Chiesa in cammino verso il regno di Dio.

La vigilanza è virtù tipica del pellegrino: attenzione alla scelta del cammino, cura di non attardarsi, prontezza nel riprendersi dopo le soste, sguardo interiore teso verso la mèta. La Lettera agli Ebrei, nel capitolo 11, passa in rassegna i grandi pellegrini dell'Invisibile, da Abele a Enoch a Noè, ad Abramo che "obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità" (v. 8), a Mosè che "per fede lasciò l'Egitto, senza temere l'ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l'invisibile" (v. 25).

La Chiesa è l'insieme di tutti questi pellegrini e deve caratterizzarsi per le virtù di scioltezza, di distacco, di prontezza a riprendersi, a convertirsi a riformarsi che sono proprie di un pellegrino. "Carissimi io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai desideri della carne che fanno guerra all'anima", dice Pietro (1 Pt 2,11) ricordando le conseguenze ascetiche del sapersi in cammino verso la patria.

L'atteggiamento di interiore ed esteriore costante conversione e riforma non significa disprezzo verso le forme tradizionali del costume ecclesiastico e quelle popolari e semplici della vita dei fedeli. Riforma non significa contrapposizione tra chi la propugna e chi la subisce, tra chi si atteggia a riformatore e la persona o l'istituzione che si pensa debba essere riformata. E' invece consonanza degli uni e degli altri nel desiderare l'unico Signore: "Lo Spirito e la Sposa dicono: vieni! E chi ascolta ripeta: Vieni!" (Ap 21,17). Il grido di tutti è l'anelito comune in cui ci aiutiamo, ci riconosciamo viandanti deboli e peccatori pieni di nostalgia del volto del Signore, desiderosi di tendere a lui con più purezza e verità. Se ciascuno di noi entrerà nei sentimenti del pellegrino cristiano, di colui che veglia nell'attesa dello Sposo, sarà più facile e più lieto il compito di camminare insieme nella continua conversione e nella gioia.

Per vivere tali atteggiamenti nulla è più efficace della liturgia. Essa, soprattutto nella celebrazione eucaristica, è continuamente percorsa da aperture escatologiche, stimoli a guardare verso la patria celeste, desideri di eternità. Pregando con attenzione e devozione (e con le dovute pause!) e meditando i testi liturgici, ci metteremo nel giusto atteggiamento dei pellegrini che riprendono ogni giorno il cammino verso la mèta. La dimensione dell'attesa vigilante, del resto, è iscritta nella natura stessa della liturgia: "Ogni rito vive di memoria e si alimenta di speranza, annuncio dell'evento da cui è scaturita la salvezza e profezia che ne anticipa il compimento... Mentre attende e prega, la Chiesa sa che la sua attesa non andrà delusa, e che la sua preghiera non rimarrà senza esito" (11).

[30] Il quarto e ultimo capitolo vuole offrire qualche conclusione pratica, derivata dalle precedenti riflessioni, per la vita delle nostre comunità.

Si tratta di una parte applicativa che intende aiutare le Parrocchie, i gruppi, le comunità, le diverse istituzioni ecclesiali, a individuare alcune linee operative, tra le molte possibili, per calare nella quotidianità i grandi temi evocati a proposito della speranza cristiana, delle "cose ultime", del vigilare.

Le applicazioni pratiche non sono però che piccoli segnali di un'importante intuizione di fondo che deve permeare la nostra vita: camminiamo verso un futuro certo, grande, che è al di là di quanto vediamo o immaginiamo, un futuro che è Dio stesso, è Gesù risorto nella pienezza del suo Corpo, è il Regno, è la Gerusalemme celeste. Tale visione - impressa nel cuore dalla virtù teologale della speranza, contemplata e desiderata con ardore e fiducia - costituisce la sostanza di ciò che ho detto precedentemente e il punto di riferimento su cui verificare ogni nostro pensiero, intendimento e azione pastorale.

Tra le indicazione pratiche, mi preme sottolineare tre adempimenti.

Il primo è una rilettura dei programmi pastorali dal 1980 a oggi. Alla luce del vigilare e della vita eterna essi possono essere meglio compresi nel loro specifico messaggio, nel loro rapporto organico e nella loro permanente validità.

Il secondo è l'attenzione da porre ad alcuni "segnali" provvidenziali che nella nostra Chiesa ci esortano alla vigilanza e ci aiutano a "restare svegli" nell'attesa del Signore che viene.

Il terzo è costituito da una serie di appuntamenti nei quali sarà possibile, durante il corso dell'anno pastorale 1992-1993, tenere vigile la nostra mente e il nostro cuore rispetto alle "cose ultime".

[31] Sfogliando l'indice analitico che accompagna la raccolta dei programmi pastorali pubblicata in occasione del mio primo decennio di episcopato a Milano (12), non ho trovato tra le numerose voci il termine "vigilare" e nemmeno qualche sinonimo. Quello della vigilanza sarebbe dunque un tema nuovo nel nostro cammino pastorale?

Penso proprio di no! Si può ritrovare nel cammino di questi anni il filo rosso della speranza teologale che stimola il nostro vegliare nell'attesa del Signore. Lo vedremo rifacendoci alle parole dell'Apocalisse: "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3,20), rivolte alla comunità di Laodicea, che vive una fase di stanchezza perché ritiene acquisita una volta per sempre la fede. E' una comunità che si sta adagiando sul benessere materiale, nel mito della produzione, nella smania per le comodità. Proprio per questo le viene rivolto l'appello tenero e pressante del Signore. Lo stesso viene rivolto con forza alla nostra comunità di Milano in questa fine del XX secolo.

[32] Sto alla porta esprime plasticamente una dimensione della vita cristiana che è stata decisiva nel nostro cammino pastorale: la dimensione contemplativa della vita. Prima di ogni altra parola o gesto, prima ancora della nostra vigile attesa, c'è Colui che viene costantemente dentro la trama dei giorni e che il credente attende con cuore vigile e in atteggiamento contemplativo.

Fin dalla prima Lettera pastorale (del 1980), avevo chiesto a tutti di riconoscere con stupore adorante il primato di Dio. Proponendo alla nostra Chiesa ambrosiana e alla nostra gente, così giustamente fiera delle sue realizzazioni e tesa nei suoi impegni produttivi, la riscoperta dell'atteggiamento contemplativo, mi premeva, all'inizio del mio episcopato, affermare quell' "Io sono il Signore Dio tuo" che sta al principio della nostra esperienza religiosa. Come è richiesto al pio israelita, esortavo i fedeli a ripetere l'antica acclamazione: "Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo..." (Dt 6,4ss).

Ma chi riconosce il primato di Dio non può non essere vigilante. Oggi, dopo i cinque programmi pastorali 1980-1987 e dopo gli anni dedicati all'educare (1987-1990) e al comunicare (1990-1992), ci volgiamo al vigilare, non certo per il gusto di cambiare pagina, bensì per ritornare allo stile contemplativo da cui eravamo partiti. Stile contemplativo e vigilanza sono accomunati dal silenzio, poiché solo nel silenzio ci si può accorgere di Colui che sta alla porta e bussa. Scrivevo infatti nella mia prima Lettera: "L'uomo nuovo, come il Signore Gesù che all'alba saliva solitario sulle cime dei monti (cf Mc 1,3; Lc 4,42; 6,12, 9,28), aspira ad avere per sé qualche spazio immune da ogni frastuono alienante, dove sia possibile tendere l'orecchio e percepire qualcosa della festa eterna e della voce del Padre. Ciascuno di noi è esteriormente aggredito da orde di parole, di suoni di clamori, che assordano il nostro giorno e perfino la nostra notte; ciascuno è interiormente insidiato dal multiloquio mondano che con mille futilità ci distrae e ci disperde" (La dimensione contemplativa della vita, p. 21).

Anche Martin Heidegger, il grande filosofo contemporaneo, ha indicato il silenzio come condizione essenziale dell'ascolto e quindi della vigilanza: "Nel corso di una conversazione, chi tace può 'far capire', cioè promuovere la comprensione più autenticamente di chi non finisce mai di parlare... Tacere non significa però essere muto... Solo il vero discorso rende possibile il silenzio autentico. Per poter tacere l'uomo deve avere qualcosa da dire, deve cioè poter contare su una apertura di se stesso ampia e autentica. In tal caso, il silenzio rivela e mette a tacere la 'chiacchiera"' (13). E, sempre nella dimensione contemplativa della vita, ricordavo una significativa espressione di Clemente Rebora riguardante la sua conversione: "La Parola zittì chiacchiere mie" (p. 20).

[33] Vigilare, per il credente, non è semplice attesa di eventi magari catastrofici: è attesa di Qualcuno. Vigilano le dieci vergini in attesa dello Sposo (cf Mt 25,1-13); vigilano i servi in attesa del padrone e per sventare l'arrivo del ladro (cf Lc 12,27-39); vigila l'amico con l'orecchio teso a cogliere il segno di colui che sta alla porta e bussa (cf Lc 11,5-8, Ap 3,20). Vigiliamo perché la nostra vita attende il Signore, perché Dio ha riempito con la sua parola il vuoto che ci spaventa e che tentiamo di colmare mediante il rumore. "In Gesù Dio non solo ha comunicato con l'uomo, ma si è comunicato. Dio non solo è presente in lui, ma è una cosa sola con lui. Egli dunque è la parola piena e definitiva" (In principio la Parola, p. 64).

Negli anni scorsi ci siamo lasciati continuamente ispirare, partendo dalla seconda Lettera pastorale (del 1981) dalla forte affermazione del Concilio Vaticano II: "L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo. I fedeli devono accostarsi volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra Liturgia ricca di parole divine, sia mediante la pia lettura... ricordandosi però che la lettura della Sacra Scrittura deve essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l'uomo, poiché quando preghiamo parliamo con lui, lo ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini" (Dei Verbum, n. 25). Sono sempre più persuaso che un'educazione all'ascolto del Maestro interiore passa per l'esercizio della lectio divina, della meditazione orante sulla parola di Dio, e non mi stancherò di ripetere che essa è uno degli strumenti principali con cui Dio vuole salvare il nostro mondo occidentale dalla rovina morale che incombe su di esso a causa dell'indifferenza e della paura a credere. La lectio divina è l'antidoto che Dio propone ai nostri tempi per farci superare il consumismo e il secolarismo, favorendo la crescita di quella interiorità senza la quale il cristianesimo non supererà la sfida del terzo millennio.

Penso che nessun cristiano, con un minimo di cultura e voglioso di compiere un serio cammino interiore, giunga a dire di non avere tempo per leggere la Scrittura. Non lo avrà per leggere il giornale, per vedere la televisione, per sorseggiare un aperitivo, per seguire le competizioni sportive; tuttavia dovrà trovare il tempo per dedicare alcuni minuti (inizialmente ne bastano dieci) alla lectio divina, la sera prima di addormentarsi, la mattina prima di iniziare il lavoro, durante una breve pausa a metà giornata. Assicurando questi tre momenti e collegandoli l'uno all'altro con il filo rosso della memoria orante del Vangelo del giorno o della domenica successiva, scopriremo quanto sono importanti per nutrire lo spirito.

Lo scopo delle Scuole della Parola - promosse in questi anni - è proprio quello di insegnare l'esercizio della lectio divina, di insegnare a mettersi personalmente di fronte al testo per pregare. Imparare a vivere della Parola, a stare nella Parola, significa imparare a vivere con gioia, con gusto, con sorpresa l'incontro con la parola di Dio scritta, che poi diventa incontro con Gesù che mi sta chiamando e al quale cerco di rispondere.

Perciò le Scuole della Parola, e ogni altra forma di lettura orante della Bibbia, sono un esercizio di vigilanza, ascolto di Colui che bussa, apertura del cuore affinché possa prendervi dimora.

[34] Ogni volta che i discepoli, nell'Eucaristia, annunciano la morte e la risurrezione del Signore, ne attendono il ritorno. Tale dimensione della celebrazione eucaristica non è però viva nella coscienza cristiana, mentre prevalgono altri aspetti memoriale della croce, convito fraterno, presenza viva del Risorto. Eppure nei testi eucaristici del Nuovo Testamento la prospettiva escatologica è insistente: "Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo con voi nel regno del Padre mio" (Mt 26,30). E Paolo ricorda che "ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice voi annunciate la morte del Signore finché egli venga" (1 Cor 12,26).

Nella Lettera Attirerò tutti a me (del 1982), l'Eucaristia, compresa come "centro della comunità e della sua missione" (secondo il titolo del Congresso Eucaristico Nazionale del 1983), ha suscitato nel nostro cammino pastorale un dinamismo missionario e caritativo. Ora, l'appello evangelico alla vigilanza può aiutarci a fare della celebrazione eucaristica il luogo decisivo di una comunità che non ha la sua dimora definitiva sulla terra, ma si protende verso il Signore che viene. Almeno due sono i tratti caratteristici di una Chiesa che vive l'Eucaristia vigilando nell'attesa.

[35] a. Il primo è di essere una Chiesa sempre più relativa a Gesù, rivolta unicamente a lui.

Suggestiva, in proposito, l'immagine astronomica cui si riferivano antichi autori cristiani: il rapporto tra Cristo e la Chiesa è analogo a quello tra il sole e la luna. La luna riceve tutta la sua luce dal sole, la Chiesa ha da trasmettere solo la luce di Cristo. E' Cristo la salvezza di tutti gli uomini e non a caso, nella celebrazione eucaristica, alla proclamazione "Mistero della fede" noi rispondiamo annunciando Cristo morto, risorto e atteso. La Chiesa è totalmente relativa a Gesù, subalterna a lui. Nel cuore dell'Eucaristia, perciò, ogni parola, gesto, progetto pastorale delle nostre comunità dovrebbe essere verificato alla luce della domanda essenziale: come e in quale misura questa parola, gesto, progetto, rinviano al Signore atteso?

[36] b. Il secondo tratto di una Chiesa che celebra l'Eucaristia nell'attesa è di vivere la tensione tra Chiesa e Regno: la Chiesa è inizio del Regno, non ancora pienezza. Dobbiamo impegnarci dunque per una teologia della gloria e insieme della debolezza della Chiesa.

La prima - quella della gloria - è dominata dalla certezza che non viviamo in un tempo vuoto e irrilevante: la Chiesa - abitata dallo Spirito di Gesù - è infatti segno, primizia del Regno.

La seconda - quella della debolezza - ci avverte che essa non è ancora del tutto compiuta, che è sempre protesa al Regno. Da qui nasce il suo costante bisogno di riforma, di conversione. Secondo le parole del Vaticano II, la Chiesa, pur essendo "santa", è imperfetta, "bisognosa di purificazione", e per questo "mai tralascia la penitenza", mai "cessa di rinnovare se stessa" (Lumen gentium, n. 8).

Il cammino ecumenico verso l'unità piena non può allora essere inteso quale semplice ritorno degli altri alla Chiesa così come ora si presenta. Tale cammino comporta lo sforzo di ciascuno per una conversione che renda più fedeli all'unico Signore e Maestro. Perciò la stessa Chiesa cattolica, senza smarrire la certezza di essere come "un sacramento o segno e strumento dell'intima unione con Dio", è entrata irreversibilmente nel cammino ecumenico, come ripetutamente ha sottolineato Giovanni Paolo II.

Una Chiesa vigilante, plasmata dall'Eucaristia "viatico" fino al ritorno del Signore, è in permanente stato di riforma, di purificazione e rinnovamento. Essa è ferita dalle divisioni e dai peccati dei suoi membri (14); a eccezione di Maria, la Chiesa porta sul volto "macchie e rughe" e i suoi figli si impegnano a lottare contro il peccato e a rinnovarsi continuamente.

[37] Se lo stile di 'vigilanza' nei primi tre programmi pastorali si esprime soprattutto nella forte apertura a Cristo e nell'orientamento a lui che ritorna, nei successivi programmi si esprime per l'impegno a prendersi cura di quanto ci è stato affidato.

Nelle parabole della vigilanza, insieme - all'invito a stare desti rivolti al ritorno del Signore, vi è quello di custodire la casa, di far fruttificare i talenti, di provvedere di olio le lampade, di praticare le opere della misericordia, di prendersi cura dei doni di Dio.

Il primo dono di cui prendersi cura è la parola della fede da conservare e da trasmettere nella sua integrità e nella sua forza. E' singolare come Paolo, avvicinandosi alla morte, raccomandi con urgenza al discepolo il compito di custodire le "sane parole" (2 Tm 1,13), "le parole che hai udito da me" e di "trasmetterle a persone fidate" (2 Tm 2,2). Queste ultime esortazioni dell'Apostolo, accorate e imperative ("custodisci, attingi forza, ricordati, richiama alla memoria, guardati bene, rimani saldo, ti scongiuro...": (cf 2 Tm 1,14, 2,1.8 14; 3,5.14, 4,1) valgono per tutti i discepoli del Signore ai quali è affidato il buon deposito della fede, da custodire e da trasmettere. L'impegno missionario, proposto in Partenza da Emmaus (1983), trova qui la sua sorgente.

[38] Il frutto maturo della vita cristiana è la carità. La Lettera Farsi prossimo (del 1984), conclusiva dei primi cinque programmi, può essere oggi riletta alla luce del cammino della Chiesa Italiana degli anni '90 Evangelizzazione e testimonianza della carità.

Ai cristiani è stato spesso rivolto il rimprovero di avere gli occhi rivolti al cielo tanto da dimenticare la terra e i suoi bisogni. L'accusa di alienazione ha purtroppo reso arduo il dialogo tra Chiesa e mondo del lavoro. Appoggiandosi su Marx, si è ritenuto che la religione, proprio in quanto orizzonte escatologico - tensione verso l'al di là - fosse responsabile di non favorire la giustizia e la promozione umana sulla terra. Così, in anni recenti, non pochi cristiani hanno voluto smentire tale accusa di alienazione con un impegno radicale di liberazione. Qualcuno è stato addirittura tentato di dimenticare le cose ultime ritenendo le penultime (pane, casa, lavoro) talmente urgenti e importanti da dover anzitutto provvedere a esse e solo in seguito alle altre.

La testimonianza evangelica della carità deve essere un banco di prova decisivo della nostra scelta preferenziale dei poveri e al tempo stesso della nostra fede. Tre strade mi sembrano necessarie per vivere la carità senza cadere in forme alienanti e senza smarrire l'eccedenza evangelica della carità.

a. Uno stile cristiano di laicità

[39] E' importante operare partendo da valori cristiani ma sforzandosi di arrivare a gesti che, senza perdere nulla del mordente evangelico, raggiungano l'uomo in quei valori profondi che sono previ a qualunque confessionalità e comuni a tutti gli uomini. Bisogna esprimere concretamente la carica di umanizzazione che si radica nella fede in Cristo. Essa ha un'origine che non potremmo negare senza negare noi stessi e senza farci vanto di ciò che non è nostro (cf 1 Cor 4,7); poiché è puro dono di Dio, siamo chiamati a comunicarla a ogni uomo attraverso diversi modi e diverse forme culturali.

b. La promozione delle evidenze etiche a partire dalla fede

[40] Lo stile di laicità si esprime mediante la promozione delle evidenze etiche, di valori di fondo su cui basare un consenso di popolo per le grandi scelte di vita, di solidarietà, di fraternità.

Quanto più la comunità cristiana sarà in grado di esibire scelte e stili di vita coerenti con il Vangelo, quindi carichi di forza aggregante e persuasiva sui problemi della vita umana, tanto più sarà efficace la sua offerta di un servizio alla ricostruzione della comunità sui temi etici. Senza di essi non disporremo di riferimenti utili a impedire che i processi economici e le nuove forme di potere, messe a disposizione del progresso scientifico, conducano a esiti deleteri. In altri termini la centralità dell'etica comporta che il cuore sia il luogo decisivo della libertà e del senso. Il cuore nuovo chiama in causa valori universali presenti in tutti gli uomini: la coscienza, la libertà, la ricerca, il dialogo, la responsabilità, ecc. La fede cristiana non annulla né snatura tale patrimonio nativo, anzi lo nobilita e lo svela più pienamente; diventa allora possibile uno scambio di riflessioni e di impegni con ogni persona sinceramente desiderosa di verità, di giustizia, di fraternità.

c. La coscienza del "di più" della carità

[41] Il discepolo del Vangelo è pure chiamato a custodire la "differenza", ovvero a saper manifestare l'eccedenza della carità evangelica, la sua forza escatologica e non solo la sua dimensione storico-sociale.

Ricordo di aver detto, per esempio, ai lavoratori di un'industria preoccupati per la grave crisi occupazionale che il mio essere tra loro era in nome del Vangelo; non dunque per offrire una soluzione immediata di problemi tecnici la cui impostazione corretta spetta alle diverse realtà sociali implicate, bensì per essere voce del Vangelo. Ci chiediamo: in quale modo si articola l'essere "voce del Vangelo"?

Ho prima indicato la valenza laica della carità cristiana, ma dobbiamo custodirne la forza e l'originalità. Proprio perché viene dal mistero, la carità della Chiesa è in grado di conferire ai programmi umani la direzione, l'orizzonte, la riserva di energie, la contestazione critica quando sia necessaria. Affinché questo contributo non appaia superficiale o astratto si richiede l'intelligente mediazione di competenze e di abilità, tecniche e politiche, ordinate a plasmare le strutture della società complessa, con la consapevolezza delle sue molteplici interdipendenze. Sul piano istituzionale la differenza peculiare della fede si traduce in una solidale partecipazione dei cristiani, e insieme in una eccedenza di ideali di vita rispetto alla giustizia puramente legale, che è indizio e anticipazione di rapporti umani eticamente più densi e aperti a un orizzonte trascendente.

Negli anni della furia nazista Dietrich Bonhoeffer, pastore evangelico incarcerato e ucciso per la sua opposizione al regime, scriveva: "Solo chi grida per gli Ebrei ha il diritto di cantare il gregoriano". Come a dire che, senza un impegno coraggioso per la giustizia, anche il culto e la lode a Dio finiscono nell'alienazione. La parola provocatoria di Bonhoeffer vale pure in senso inverso: proprio perché il credente canta la sua lode a Dio, è libero ed è capace di gridare in difesa dei più deboli.

Questa è la sfida della vigilanza cristiana: una comunità in attesa del Signore, a lui rivolta notte e giorno come sentinella, è una comunità così libera e povera da farsi voce dei piccoli e dei poveri, voce della loro fame di pane e di giustizia, del loro bisogno di una Parola che non passa.

[42] Nella medesima prospettiva, cioè con la sottolineatura suggerita dallo stile della vigilanza, è utile rileggere il triennio dedicato all'educare e il biennio del comunicare.

Il lavoro educativo e comunicativo, quando sia compiuto con lo sguardo a Colui che deve venire, il Signore, è al riparo dalla tentazione che genitori ed educatori conoscono bene: la tentazione di non saper amare abbastanza la libertà dell'altro, al punto da rendersi progressivamente inutili. Don Lorenzo Milani, che fu un esigente educatore, scriveva che il fine ultimo di ogni lavoro educativo è crescere figli più grandi di noi, così grandi che ci possano superare. Solo allora la vita del maestro raggiunge il suo compimento e nel mondo c'è progresso.

Sono due le figure del Nuovo Testamento, che esprimono meglio di altre questa qualità di un vero lavoro educativo e comunicativo: Giovanni Battista e Maria di Nazaret, entrambi capaci di rinviare all'unico Maestro. "Non sono io il Cristo, ma sono stato mandato innanzi a lui... Egli deve crescere e io invece diminuire" (Gv 3,28-30); e l'ultima parola di Maria, trasmessaci dai vangeli, è quasi il suo testamento: "Fate quello che lui vi dirà" (Gv 2,5).

Se le nostre comunità e, in esse, gli educatori e i comunicatori guarderanno a Colui che viene, avranno un cuore vigilante, sapranno sempre e solo rinviare alla sequela dell'unico Signore. Non è forse vero che il compito educativo e comunicativo è a volte compromesso da una concentrazione ossessiva sulla figura dell'educatore o del comunicatore, sulle sue doti carismatiche, sulla sua leadership, sulla sua capacità di suggestionare, inducendo fenomeni di mimetismo e di dipendenza? Ma è stolto, dice un proverbio, chi si ferma a guardare il dito, invece di guardare nella direzione indicata da esso.

Ho richiamato solo brevemente gli ultimi programmi pastorali perché spero siano presenti nella memoria. Affido comunque alle Scuole di Formazione per Operatori pastorali il compito di far ripercorrere questi sentieri e di mostrarne la coerenza con il messaggio della Scrittura, "perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona" (2 Tm 3,16).

[43] "Così dice il Signore: fermatevi nelle strade e guardate, informatevi circa i sentieri del passato, dove sta la strada buona e prendetela, così troverete pace per le anime vostre" (Ger 6,16). La strada del vigilare non è nuova nella Chiesa; è stata percorsa da coloro che il Signore ha fatto camminare prima di noi nelle sue vie. Occorre perciò guardarci intorno e riconoscere i "segnali della vigilanza", i paletti indicatori che sono stati posti sulle vie della Chiesa perché si ricordi sempre di essere in cammino verso la pienezza del Regno.

Vorrei ricordare alcuni di questi segnali: la vita consacrata, i gesti e i tempi della gratuità, alcuni momenti liturgici particolarmente significativi per il vigilare.

[44] I documenti dedicati al programma sul vigilare dal Consiglio Pastorale Diocesano (sessione del 2829 marzo 1992) e dal Consiglio Presbiteriale (sessione del 18-19 aprile 1992) ritengono indispensabile un riferimento alla vita di speciale consacrazione, intesa come "splendido segno" delle realtà ultime.

La vigilanza-attesa, che qualifica la vita cristiana, trova infatti un'espressione eminente e pubblica nello stato di vita consacrata. Pur nella varietà delle attuazioni storiche e nelle molteplicità delle motivazioni immediate, la consacrazione tramite la professione dei consigli evangelici ha tra i suoi motivi fondamentali e più profondi quello dell'attesa del Signore. In tale tensione la vita consacrata va intesa come un atteggiamento emblematico dell'esistenza cristiana e quindi comune a ogni stato di vita scelto "nel Signore". Nessuna forma di vita cristiana, neppure la più impegnata nel temporale, può rinunciare a esprimere l'attesa vigilante dell' "escatologico", così come nessuna forma della vita cristiana per quanto "contemplativa" può sottrarsi al vincolo della fraternità ecclesiale e a una qualche "operosa condivisione" dell'umano bisogno di solidarietà.

Tuttavia lo stato di vita consacrata, per la sua stessa struttura esteriore di audace rinuncia alla famiglia, al possesso dei beni e a una carriera autonomamente costruita, è di per sé un segno escatologico, un segno di ciò che sarà la vita eterna: immersione nel dialogo d'amore trinitario, contemplazione estatica del volto di Dio, godimento di una vita buona e felice con tutte le creature illuminate dalla presenza del Signore. Secondo l'insegnamento del Vaticano II lo stato di vita consacrata "rende più liberi dalle cure terrene coloro che lo professano, meglio anche manifesta a tutti i credenti i beni celesti già presenti in questo mondo, meglio testimonia la vita nuova ed eterna acquistata con la redenzione di Cristo, e meglio preannuncia la futura risurrezione e la gloria del Regno celeste" Lumen gentium, n. 44).

Coloro che coraggiosamente abbracciano la vita consacrata devono incarnare la Chiesa in quanto pellegrina e in quanto desiderosa di abbandonarsi al radicalismo delle Beatitudini; ciascuno diventa segno profetico nella misura in cui con tutta la sua vita proclama Colui che viene.

I consacrati sono pertanto chiamati a vegliare sul dono della loro specifica vocazione, in totale confidenza nel Signore e a favore di tutti.

E' provvidenziale che il programma sul vigilare preceda immediatamente il tempo della preparazione e della celebrazione del Sinodo dei Vescovi del 1994 sul tema La vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo. Mentre ringrazio i consacrati che vivono nella Chiesa di Milano, negli Istituti religiosi o negli Istituti secolari, nella contemplazione o nelle opere di carità, li invito a verificare la loro impostazione di vita e a renderne sempre più chiara l'eccezionale testimonianza davanti a tutto il popolo di Dio.

Non dovranno mancare, da parte delle altre realtà diocesane, fraterna attenzione e sostegno sincero. Auspico che si dia maggiore rilievo alla Giornata diocesana della Consacrazione religiosa (2 febbraio) nelle Zone, nei decanati nelle parrocchie. Ricordo inoltre che il 25 marzo di quest'anno mi sono rivolto, tramite Radio A, a tutte le religiose della diocesi parlando del rapporto tra consacrazione e vigilanza e additando l'esempio della Vergine dell'annunciazione. Perché Maria, che riceve l'annuncio dell'Angelo, porta in sé tutta la speranza dei patriarchi e dei profeti, tutta l'attesa del popolo, l'anelito e il desiderio del volto di Dio espresso nei Salmi; il suo "sì" è il sigillo della sua speranza. Ella dice la speranza della Chiesa, il desiderio vivo dell'umanità per la venuta definitiva di Cristo, l'ansia dei cristiani di manifestare la gloria di Dio, la sua verità, la sua giustizia, il suo Regno nel mondo. La speranza di Maria è divenuta l'attesa amorosa e vigilante di tutte le persone che, sul suo esempio, si consacrano totalmente al mistero dell'Amore. E concludevo con una preghiera che voglio ripetere dedicandola non solo agli uomini e alle donne che assumono i consigli evangelici della povertà, castità, obbedienza nelle diverse forme riconosciute dalla Chiesa, bensì a tutti coloro che nel celibato per il Regno professano il primato del mondo futuro:

"Vergine dell'Annunciazione,
rendici, ti preghiamo, beati nella speranza;
insegnaci la vigilanza del cuore,
donaci l'amore premuroso della sposa,
la perseveranza nell'attesa,
la fortezza nella croce.
Dilata il nostro spirito
perché nella trepidazione
dell'incontro definitivo
troviamo il coraggio di rinunciare
al bene di una famiglia nostra
per anticipare a noi e agli altri
la tenera e intima familiarità di Dio.
Ottienici, o Madre, la gioia
di gridare con tutta la nostra vita
'Vieni, Signore Gesù',
vieni Signore che sei risorto,
vieni nel tuo giorno senza tramonto
per mostrarci finalmente
e per sempre il tuo volto!".

[45] Il documento del Consiglio Presbiteriale, dedicato al vigilare, ricordava che "l'esistenza da vivere nella vigilanza è da vivere facendo fruttare i talenti ricevuti (Mt 25,14-30) e più precisamente e definitivamente nel riconoscere e accudire il Signore nei suoi piccoli fratelli (Mt 25,31ss)".

I gesti della solidarietà rappresentano perciò un frutto maturo del vigilare. Il tempo non è più soltanto contrattuale, cioè scambiato con benefici equivalenti o con danaro, ma è donato; è il tempo dell'incontro con il limite e con la sofferenza, il tempo della pazienza e del mutuo aiuto, lo spazio in cui ci si confronta col volto del fratello e della sorella più deboli senza difendersi dietro a ruoli già previsti.

Oggi tuttavia il volontariato esige anche una formazione specifica. Il mio aprirmi, uscire di casa, offrire comprensione, servono se accetto di prepararmi al compito che vado a svolgere: assistere un malato di AIDS, infatti, non è lo stesso che far giocare i bambini all'oratorio o accudire un anziano infermo.

La formazione riguarda anzitutto le "affinità elettive" tra il soggetto che si offre volontario e il servizio per il quale si dà la propria disponibilità; non tutti sono adatti a ogni tipo di volontariato. Bisognerà avere la pazienza necessaria per riconoscere le proprie attitudini di carattere, le motivazioni, la capacità di resistenza, la predisposizione al coinvolgimento. Il primo regalo vero dei volontari è donarsi per ciò che si è realmente, non per solo entusiasmo o per quanto si pensa di essere o di potere e voler dare. Il secondo regalo è l'umiltà nell'accettare che chi è più esperto di noi ci indichi i compiti per i quali dimostriamo maggiore idoneità.

Invito dunque le comunità cristiane a dare importanza alla formazione di base e ad avvalersi delle iniziative della Caritas diocesana, delle Caritas decanali e parrocchiali, di cui auspico la sollecita costituzione là dove ancora non esistono. La Giornata diocesana della Caritas (8 novembre 1992) ci darà modo di attualizzare queste riflessioni.

C'è poi una pedagogia del volontariato che parrocchie e decanati devono sviluppare; oltre alla conoscenza delle tecniche di ascolto, approccio, accoglienza, aiuto, occorre una ricerca mirata a collegare le prestazioni volontarie con la prospettiva di senso in cui esse vanno inserite. Tale prospettiva è indicata nel capitolo II della Lettera, dove si riflette sulla teologia del vigilare: la filantropia è dote importante, però la carità è altra cosa; si radica nella fede e nella speranza nascendo da Dio amore che ha tempo per l'uomo e rende significativo per il cristiano il tempo gratuito.

L'ultima tappa della formazione è relativa al settore in cui il volontario lavora misurandosi con i problemi, con i soggetti, con le difficoltà esterne, ma pure con quelle che si possono affacciare inopinatamente dentro di noi. Più alta si fa la sfida, più complesse diventano le nostre reazioni: le frustrazioni, le depressioni, le sconfitte, i sensi di impotenza che mai avremmo pensato di sperimentare. Penso a coloro che si dedicano a seguire i malati di AIDS come alla metafora dello spirito volontario e insieme delle energie richieste nella linea della speranza teologale. Il malato di AIDS è inguaribile, almeno finora, e rappresenta quindi un paradosso per la medicina, nata per curare e per guarire, e una provocazione per il volontario che solitamente investe le sue energie nel desiderio di poter cambiare la situazione.

In tale tipo di assistenza e in molte altre (basti pensare ai malati mentali, anziani cronici, tossicodipendenti che continuano a ricadere), la realtà oggettiva presente non può essere cambiata. L'eventuale mutamento avviene soltanto a livello del cuore, subendo spesso uno smacco sul piano dei risultati concreti, accettando il proprio limite e affidandosi alla pienezza di vita che Dio darà nel suo regno ai poveri (cf Lc 6,20).

[46] La scelta della Chiesa di iniziare l'anno liturgico con il tempo di Avvento nasce da una sapienza pedagogica antica e profonda. L'iniziativa di Dio di visitare il suo popolo e di porre tra noi la sua dimora, chiede al discepolo un cuore preparato e vigilante; lungo le sei settimane che, secondo la tradizione della Chiesa ambrosiana, preparano il Natale, la liturgia offre sentieri suggestivi per educarci ad attendere il Signore e ad accoglierlo nella gioia.

Suggerisco che si utilizzi il tempo di Avvento 1992 e la spiegazione delle letture delle messe domenicali per sottolineare il tema della vigilanza nell'attesa del Signore.

Ma il momento più significativo della liturgia nel quale veniamo educati alla vigilanza è indubbiamente la Veglia Pasquale. Il Consiglio Pastorale Diocesano ha in proposito approvato una mozione che dice, tra l'altro: "E' necessario che il piano pastorale sottolinei il senso e il valore della Veglia Pasquale, madre di tutte le veglie e che su questo paradigma la comunità cristiana manifesti, nella partecipazione autentica ai sacri misteri, l'attesa del Signore che viene". Il documento del Consiglio Presbiteriale aggiunge che occorre ricuperare il senso sia della Veglia Pasquale sia delle varie "vigilie" celebrate nella liturgia. Esso non può certamente essere quello di istituire e celebrare un'attesa dissociata da quella insita nella stessa vita cristiana, bensì di sostenere e di esprimere efficacemente tale attesa.

Si celebri dunque la Veglia Pasquale come il segno di un'intera comunità che vigila e attende, scegliendo bene l'orario, favorendo un intenso clima di preghiera, vivendo la tensione verso Cristo Signore così come è scandita dai grandi simboli cristologici che stanno al centro delle quattro parti di cui si compone (luce, Parola, acqua, pane e vino). E' il centro e la fonte di tutti i misteri del Signore celebrati nella liturgia.

Dobbiamo trovare, a partire dalla riscoperta della Veglia Pasquale, il gusto delle "veglie" come momenti forti di preghiera in unione con la preghiera di Gesù nel giardino degli ulivi, con le sue orazioni notturne durante la vita pubblica, con le veglie dei monaci e delle claustrali, con tutti coloro che vegliano nei turni di lavoro, negli ospedali, nelle sofferenze di pesanti insonnie e di angosce solitarie (pensiamo ai carcerati ai prigionieri ai rapiti a quanti non hanno prospettive per il proprio domani). "Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo" diceva Pascal, lo sarà nella sofferenza di tutti gli uomini e nell'agonia dei suoi figli la Chiesa si fa compagna di veglia.

Non è sempre necessario che la veglia abbia carattere penitenziale; in alcune vigilie, come in quella di Pentecoste o nella Veglia in traditione symboli si festeggia il dono dello Spirito santo o la consegna gioiosa della fede. Tutte le veglie sono però contrassegnate da un certo spirito di sacrificio, di sobrietà, di perseveranza nell'orazione prolungata, di attenzione alle sofferenze del mondo.

Incoraggio le comunità parrocchiali, e specialmente i gruppi giovanili, a rivedere il loro calendario di veglie, soprattutto nei tempi forti cercando di capire che cosa si possa fare per arricchire tutti coloro che con buona volontà partecipano a questi momenti che purificano e ricaricano lo spirito. Bisognerà tener presente anche l'opportunità di tali momenti per la preparazione e l'esercizio del sacramento della Riconciliazione, come pure per la penitenza volontaria.

In questo 1992 la Veglia di Natale, che precede la Messa di mezzanotte, dovrà diventare per tutti un momento di proclamazione del vigilare, utilizzando opportunamente la preghiera che conclude la presente Lettera, con canti, letture, segni e gesti simbolici collegati al tema.

Quanto al giorno domenicale, che ha al suo centro la celebrazione eucaristica, esso deve mantenere la sua originaria sottolineatura di attesa vigilante. Si tratta infatti di un momento fondamentale della vita della comunità, per il quale è richiesta tutta l'attenzione pastorale.

Risento ancora incisive e attuali alcune espressioni della Nota pastorale della CEI Il giorno del Signore, pubblicata nel 1984: "Nel suo preciso significato cristiano la domenica è anzitutto il primo giorno della settimana, l'una sabbatorum, il giorno in cui Dio riprende la sua opera creatrice. E' anche il giorno del riposo, pregustazione e pegno del riposo vero, ultimo, eterno; il giorno che non avrà mai fine oltre al quale non ci sarà altro giorno: l'ottavo, l'ultimo, il definitivo. Il giorno in cui il lavoro cede definitivamente il posto alla contemplazione, il pianto alla gioia, la lotta alla pace. Non alibi alla pigrizia, ma progetto e speranza per dare senso e coraggio all'impegno di anticipare già nell'oggi ciò che viene contemplato e sperato come futuro. Il cristiano non è un ingenuo, non si illude di poter rendere la terra un paradiso. Il cristiano non sogna, agisce. E mentre contempla un ideale che sa irrealizzabile nel presente, si adopera nondimeno perché la realtà assomigli sempre più a quell'ideale. Ma lascia a un altro giorno la sorte di introdurlo in quel mondo, in quella vita per tanto tempo contemplata, preparata, attesa" (n. 20).

Ricordo infine il gran momento di veglia epocale che il Papa richiama continuamente: è l'avvento dell'anno 2000, che sollecita l'intera umanità e, in particolare, la Chiesa all'impegno per una nuova evangelizzazione, così da presentare al Signore un popolo riconciliato nella memoria della sua venuta a Betlemme e nell'attesa della sua venuta nella gloria.

Mi sembra utile ricordare quattro particolari impegni che ci aiuteranno a fare memoria del vigilare.

[47] Ne avevo già parlato nella Lettera Il lembo del mantello (cf n. 48) e l'ho menzionato sopra (c. III,1). Vorrei sottolineare alcuni punti essenziali e utili specialmente per il presente anno celebrativo che vedrà il suo culmine nell'incontro di maggio delle diocesi lombarde.

Lungo l'anno pastorale, infatti diversi sono gli appuntamenti che ci attendono e articolate le proposte che ci vengono suggerite.

Anzitutto sono coinvolte le comunità parrocchiali con la preghiera, la riflessione, la catechesi:

* in tutte le assemblee eucaristiche di ogni prima domenica del mese, fino al prossimo febbraio, si continui a recitare, possibilmente da parte di tutti i presenti la Preghiera del Convegno";

* se non è stato ancora fatto, si dedichi almeno una sessione del Consiglio Pastorale Parrocchiale alla riflessione sulle tematiche del Convegno, lasciandosi sollecitare dall'apposita scheda inviata ai presbiteri fin dallo scorso mese di marzo;

* nell'animazione delle liturgie eucaristiche e nelle omelie delle prossime domeniche di Quaresima con l'aiuto di sussidi che verranno diffusi in tempo utile - si riprenda il tema della vita umana, rileggendolo alla luce delle pericopi evangeliche proposte dalla liturgia e del primato della vita divina;

* secondo le indicazioni e i suggerimenti diocesani, la catechesi, sia degli adulti che dei giovani, dovrà approfondire gli stessi temi del "nascere e morire" con l'aiuto di schede che verranno proposte dagli organismi diocesani competenti.

Oltre all'Azione Cattolica, che nel suo itinerario formativo terrà presenti i vari aspetti evocati nel cammino del Convegno Nascere e morire oggi, confido che le altre associazioni i diversi gruppi e i movimenti ecclesiali troveranno anch'essi il modo di promuovere analoghi momenti di preghiera, di riflessione e di catechesi.

Un cenno particolare meritano le proposte della Pastorale giovanile. Raccomando ai presbiteri e agli educatori dei giovani di prenderle in attenta considerazione, per sentirsi in profonda comunione con il cammino delle Chiese lombarde e per prepararsi alla Giornata mondiale della Gioventù dell'estate 1993.

Dalla nostra diocesi e dalle altre Chiese di Lombardia alcuni Delegati parteciperanno ai due appuntamenti regionali previsti per il prossimo autunno: quello di sabato 14 novembre a Milano, per operatori pastorali, sul tema Animare, celebrare, servire il Vangelo della vita, quello di sabato 12 dicembre a Brescia per i cristiani impegnati nella cultura, nel sociale, in economia e in politica sul tema Nella città dell'uomo a servizio della vita.

Singolare rilievo assumerà, sia a livello diocesano che parrocchiale, la celebrazione della XV Giornata per la Vita del 7 febbraio 1993; io stesso, nel pomeriggio di sabato 6 febbraio 1993 presiederò in Duomo una Veglia di preghiera che mi auguro possa vedere la partecipazione di molti fedeli giovani e adulti, e di numerose famiglie.

Con tutti i Vescovi lombardi e migliaia di fedeli delle nostre Chiese - uomini e donne, ragazzi e giovani, adulti e anziani - ci ritroveremo, probabilmente nel prossimo mese di maggio, per una grande manifestazione pubblica. In quell'incontro, senza spirito di rivalsa nei confronti del mondo in cui viviamo, ma curvandoci con amore e simpatia sulle nostre città e sulla nostra civiltà, ringrazieremo il Signore per il dono inestimabile della vita, professeremo la nostra fede nella vita eterna e quindi proclameremo a tutti la dignità di ogni uomo chiamato a partecipare alla vita di Dio, invocando la forza dello Spirito per essere capaci di "onorare" ogni uomo e di costruire una nuova cultura della vita umana.

[48] Siamo chiamati a esaminarci, come singoli e come comunità parrocchiali o gruppi, sulle attenzioni che abbiamo verso le categorie di persone che pesantemente avvertono il trascorrere del tempo della vita, il peso della malattia o l'angoscia della morte. Quali aspetti abbiamo trascurato, quali iniziative possono essere rilanciate? come far vivere ai malati il sacramento dell'Unzione con i sentimenti di fede e di speranza richiamati nella catechesi della scorsa Quaresima?

La malattia è un formidabile richiamo a riflettere sui destini ultimi dell'esistenza umana. Quando si sta bene ci si pensa poco, ma la caduta della salute ridimensiona i progetti a cui inducono il benessere e il consumismo e di colpo ci si trova di fronte a problemi nuovi e spesso angoscianti. Per i tanti interrogativi che assillano l'ammalato, abbiamo una risposta adeguata, tempestiva e rasserenante? Il personale ospedaliero è pronto a farsi carico di un dialogo di tipo spirituale? In proposito indico due piste educative: una per la Pastorale giovanile e una per la Pastorale della sanità. Se educare i giovani d'oggi significa aiutarli a fare scelte di vita controcorrente, insieme alla prospettiva della radicale consacrazione a Dio per il regno anche nel campo sanitario, c'è quella di privilegiare, a parità di attitudini, le professioni a forte valenza umana.

Le Scuole per la formazione degli infermieri dirette da personale religioso, l'Associazione Cattolica Operatori Sanitari (ACOS), l'Associazione Italiana Medici Cattolici (AIMC), le diverse forme di volontariato ospedaliero sono di grande utilità per preparare le persone a rispondere alle domande importanti degli ammalati.

La condizione anziana, la terza, quarta età, l'essere o il diventare anziani, interpella tempo e luoghi del vigilare: anzitutto perché la vecchiaia, nel suo duplice costituirsi in "anzianità" (cresce il numero dei vecchi) e in "longevità" (cresce il tempo di vita dei vecchi) è luogo e tempo "censurato", esorcizzato, rimosso dal sentire comune e dall'immaginario collettivo. Nella stessa neutralizzazione del linguaggio (si dice "anziano" e non "vecchio") non appare più un tempo di vita. Spesso, anzi i servizi per gli anziani diventano luoghi di smemoramento di sé per l'inaccettabilità di questo tempo cui è sottratta ogni eccedenza di senso, l'unica capace di far vivere la transizione.

C'è un triplice percorso del vigilare da affidare a una comunità cristiana che vigila:

* percorso culturale. Restituire dignità alla vecchiaia come tempo di vita, dando parola al vissuto dei vecchi, dando voce alla loro memoria, promuovendo momenti culturali e di incontro (Centri Diurni, focolari, comunità);

* percorso strutturale. Ricercare, nei luoghi ordinari del vivere e del convivere le condizioni migliori per l'anziano: facendo con esso "famiglia", in assenza di quella naturale o di origine, mantenendolo nella sua casa, abbattendo le barriere architettoniche, facilitando con opportune informazioni l'accesso ai servizi previdenziali, sociali, sanitari, assistenziali, creando spazi fisici, affettivi e sociali, quanto più la sua situazione è esposta al rischio dell'abbandono e della solitudine;

* percorso funzionale. Accompagnare la terza e la quarta età con tutte le forme di solidarietà familiari primarie e secondarie e con servizi pubblici o privati di privato sociale, per far sentire a queste persone di essere vive. Vigilare affinché sia garantita la tutela della salute nelle forme ambulatoriale, domiciliare, diurna e residenziale, e perché siano attivati tutti i necessari servizi sociali.

Il vigilare della comunità cristiana continuerà ad attuare tutte le forme di prossimità:

* l'assistenza, come accompagnamento per l'accesso ai servizi;

* l'assistenza previdenziale, sociale, sanitaria, legale; * l'assistenza domestica e domiciliare (infermieristica, abilitativa, riabilitativa, integrativa);

* l'assistenza durante il ricovero ospedaliero (soprattutto nei casi di solitudine e di particolare gravità);

* l'assistenza e la collaborazione nell'ospedalizzazione a domicilio;

* l'assistenza e la cura, il supporto e l'aiuto in tutte le forme di non autosufficienza fisica e psichica;

* l'assistenza e l'accompagnamento durante la malattia lunga o terminale (soprattutto a casa);

* l'accoglienza familiare di anziani soli;

* i modi imprevisti e imprevedibili di intervento personale e familiare, che evitino l'istituzionalizzazione dell'anziano;

* la prossimità vissuta e testimoniata dal singolo, dalla famiglia e dalla comunità nelle situazioni di ricovero della persona anziana;

* la prossimità alle situazioni limite dove avviene che l'anziano malato o inguaribile diventi incurabile per la società.

La genialità cristiana custodisce la terza e quarta età perché sia un tempo vivo e non morto, protetto e non esposto, di saggezza e non di disperazione.

[49] La vigilanza, abbiamo detto, è uno stile di vita responsabile, che sa prendersi cura di chiunque: non può mancare allora nel biennio dedicato al vigilare una specifica attenzione per l'educazione alla fede dei ragazzi e dei giovani continuando lo sforzo avviato nei programmi pastorali precedenti.

Chiedo alla Pastorale giovanile, in stretto rapporto con la FOM, l'Azione Cattolica e il Seminario diocesano, e collegandosi con le istituzioni le associazioni e i movimenti che operano tra i giovani di continuare a elaborare il "progetto educativo" affinché tenga conto delle diverse età e situazioni dei giovani e li guidi a compiere cammini vocazionali autentici.

Nel biennio sul "comunicare" avevamo posto l'accento sui 18-19enni e sul loro ricevere dagli adulti la fede da trasmettere. Vogliamo allargare l'impegno dedicandoci soprattutto all'attenzione educativa nei riguardi degli adolescenti a coloro cioè che si preparano alla Professione di fede (14enni) e a coloro che iniziano il cammino dopo la scuola media (15-17enni).

Sapendo che la preoccupazione per uno è segno della preoccupazione per tutti cercheremo di armonizzare i passaggi tra le diverse tappe in cui si articola l'itinerario giovanile verso una scelta di fede personale, convinta e matura.

* La Professione di fede dei 14enni. I 14enni che si preparano alla Professione di fede, assumendo per la prima volta pubblicamente la responsabilità del tempo della loro vita in vista dell'eternità, vivono un'età affascinante e difficile. Per questo non può mancare la cura vigilante della comunità cristiana adulta. Già tanto si è fatto in diocesi al riguardo, però molto resta da fare per rendere potenzialmente accessibile a tutti i cresimati l'itinerario formativo. Potremmo domandarci se in parrocchia, in oratorio, nella scuola cattolica abbiamo operato in tal senso. Come si è utilizzato, per esempio, l'apposito sussidio C'e qui un ragazzo? come si può fare per mettere in pratica quanto suggerito in Educare ancora (cf n. 25), cioè di assegnare a ogni ragazzo e ragazza della Cresima un educatore che lo accompagni verso la Professione di fede? come rendere più organica la proposta dell'ACR, che si rivela per i ragazzi più sensibili un valido aiuto nella crescita della fede e per le prime responsabilità apostoliche?

* Il cammino educativo degli adolescenti (15-17enni). Avvieremo in diocesi un impegno particolare per il cammino degli adolescenti (15-17enni); essi attraversano un momento splendido e delicato che, nel contesto della nostra cultura e della società frammentata e priva di valori condivisi, diventa spesso faticoso; consapevoli del loro disorientamento vogliamo impegnarci a custodire la loro generosità educandoli al dono di sé.

L'Organismo diocesano per la promozione della Pastorale giovanile ha quindi preparato uno strumento di lavoro dal titolo Prospettive e orientamenti per una pastorale diocesana adolescenti. Vi si raccolgono anzitutto le ricchezze educative in atto nella diocesi; si offrono le indicazioni fondamentali per interpretare questa età; si delineano itinerari attenti alle diverse situazioni in cui gli adolescenti si trovano; si richiamano lo stile e i compiti degli educatori e le scelte pastorali diocesane. Tale strumento verrà studiato e approfondito secondo le indicazioni della Pastorale giovanile così da giungere a un progetto diocesano che sia di aiuto e collegamento tra le diverse realtà locali.

Il primo appuntamento sarà il Convegno di domenica 27 settembre 1992, nel quale incontrerò i ragazzi e le ragazze di 15, 16 e 17 anni (le prime tre dassi delle Superiori).

Invito le famiglie, i preti i religiosi e le religiose, gli educatori e le educatrici a far emergere coraggiosamente il meglio delle loro capacità educative lavorando anche insieme e valorizzando le iniziative formative che soprattutto l'AC e la FOM propongono per gli educatori dei gruppi parrocchiali Tutti gli educatori delle scuole, in particolare delle scuole cattoliche, potranno trarre ispirazione da questi suggerimenti per adattarli al loro ambiente.

* Collaboratori nella "vigilanza pastorale" sui due campi di impegno educativo sopra richiamati raccomando l'attenzione dei responsabili di decanato della Pastorale giovanile e delle Consulte. Stanno svolgendo un servizio prezioso, pur se iniziale e non privo di qualche oggettiva difficoltà, per sostenere, incoraggiare e vivificare una reale dedizione a tutti i giovani che il Signore ci affida e promuovere negli oratori, nell'AC, nei gruppi e nei movimenti un'autentica formazione missionaria in linea con l'eredità trasmessaci dall'Assemblea di Sichem. A volte li ho immaginati quali "custodi dell'arca dell'alleanza nel deserto", segni di incoraggiamento per gli altri educatori in un tempo che assomiglia a quello del cammino d'Israele nel deserto.

Oltre ai compiti di vigilanza pastorale, che già la Pastorale giovanile loro affida (cf il Programma 92/ 93), vorrei che i responsabili scoprissero e sollecitassero ciò che può essere promosso e sostenuto per una cura più premurosa degli adolescenti; auspico che nelle Consulte decanali, d'accordo con la Pastorale giovanile diocesana, si raccolgano dati riflessioni ed esperienze.

[50] Voglio, infine, richiamare brevemente il tema della comunicazione attraverso i mass-media, che è stato oggetto della Lettera pastorale dello scorso anno e che vorrei diventasse una normale attenzione pastorale (cf anche Aetatis novae, nn. 17. 20; Redemptoris missio, n. 37). E' un punto sul quale esprimere concretamente la nostra vigilanza.

Allo scopo invito anzitutto educatori e sacerdoti a dedicare grande cura e attenzione per scoprire personalità in grado di lavorare nel difficile campo dei media. Invito pure tutte le realtà educative (Seminario, Pastorale giovanile, scuola, comunità parrocchiali, ecc.) a individuare specifici itinerari formativi al problema della comunicazione e dei media.

Per quanto riguarda gli strumenti diocesani, verrà riproposta la catechesi quaresimale attraverso Radio A (che ora è possibile ascoltare in tutta la diocesi eccetto la Zona pastorale II - sulla frequenza 93.3), che ha riscosso notevoli consensi, sulle virtù tipiche del cristiano che vigila.

Esorto inoltre i Consigli Pastorali Parrocchiali e Decanali a usare i settimanali diocesani come strumenti di lavoro per vigilare circa la sintonia dell'azione pastorale locale con quella dell'intera diocesi.

Nel più ampio quadro degli strumenti di comunicazione di ispirazione cristiana, presenti a livello nazionale, va ricordato il quotidiano cattolico Avvenire. Ogni cristiano che voglia essere protagonista e vigilante nella complessa realtà di oggi, va stimolato a un uso non solo episodico di questo giornale e dobbiamo sentirci impegnati per la crescita e la valorizzazione di tale strumento.

Un servizio concreto alla gente per la ripresa di un discorso di educazione al linguaggio televisivo, potrebbe essere una nuova pratica del teleforum, sia nella forma di una presenza di esperti in grado di aiutare lo spettatore nell'analisi del linguaggio specifico televisivo, sia nella forma più debole, però utilissima, che vede il riunirsi insieme di più famiglie in una sorta di gruppo di visione per discutere su un determinato programma.

E' infine opportuno favorire la diffusione dell'AIART (Associazione Italiana Ascoltatori Radio-Televisivi): i circoli culturali, i gruppi, le associazioni cattoliche e di ispirazione cristiana potrebbero aderirvi garantendo solidarietà e pubblica mobilitazione alle campagne che essa lancerà a favore di programmi televisivi positivi e anche, eventualmente, contro qualche programma particolarmente insidioso. E' un modo di diventare, in questa forma e come comunità cristiana, "committenti" di programmi di valore.

Per tutto ciò e per altre eventuali iniziative, il punto di riferimento resta l'Ufficio diocesano delle Comunicazioni Sociali.

[51] Ricordo in chiusura che, al primo anno pastorale dedicato al vigilare, in cui chiedo soprattutto una riflessione di fondo sul tema e sulla sua rilevanza nella vita cristiana, seguirà un secondo anno in cui ci dedicheremo specificamente a quell'impegno che è già all'orizzonte da qualche tempo: il Sinodo diocesano 47°. Il Sinodo 46°, come è noto, è stato concluso dal mio venerato predecessore, il Card. Giovanni Colombo (che il Signore ha chiamato a sé il 20 maggio scorso), nel 1972. Ci spingono al Sinodo da una parte le prescrizioni della Chiesa e, dall'altra, la necessità di fare il punto della situazione pastorale dopo i programmi annuali che hanno ritmato il nostro cammino e ora chiedono di trovare una sistemazione sintetica, capace di presentare il volto della nostra Chiesa alla vigilia del 2000. Costituirà dunque un'attuazione pratica complessiva del vigilare.

Durante l'anno verranno date le indicazioni opportune per la preparazione al Sinodo, che vorrei fosse soprattutto un evento spirituale, uno sguardo di fiducia verso il futuro, nell'attesa del ritorno del Signore. Così si concluderà il ciclo di programmi pastorali con l'invocazione che unisce lo Spirito e la Sposa: "Vieni, Signore Gesù!".

[52] Delle cose ultime non abbiamo una diretta esperienza. Ne parliamo mediante simboli parabole, proiezioni che partono dal nostro vissuto di fede e di esperienza, consci di non saper dire adeguatamente ciò che le parole della fede ci fanno intuire. Di fronte a realtà che tanto ci sovrastano e insieme tanto ci urgono, il linguaggio più evocativo, che più ci introduce dentro le realtà indicibili, è il linguaggio della preghiera. Non sol tanto la preghiera come parole umane rivolte a Dio (perché i singoli vocaboli sono allora sempre gravati dell'ipoteca dell'analogia e della legge del simbolo), bensì la preghiera come volo del cuore, portato dallo Spirito verso le cose di Dio.

Per dare stimolo a tale esercizio offro un'ampia proposta di testi da pregare; quattordici bozze o tracce, quasi quattordici stazioni di una "via lucis" o "via aeternitatis", che si possono percorrere o di seguito o in ordine sparso, scegliendo runa o l'altra secondo l'inclinazione dello spirito. Sono solo un esempio e quasi un trampolino per slanciarsi verso un "cuore a cuore" col Dio della promessa eterna, che ci faccia gustare qualcosa dell'indicibile e ci innamori delle realtà che già ci sollecitano e che un giorno contempleremo a viso scoperto.

La proposta ha la forma di una "preghiera-esame di coscienza sul tempo" e sulle diverse vicende che ci fanno passare dal nostro tempo al tempo senza tempo. Frutto della preghiera sarà il vivere con amore e pace il breve tempo terreno.

[53]

Io so, Padre,
che il mio tempo è prezioso ai tuoi occhi
perché ti sono figlio.
Un figlio voluto con amore,
teneramente concepito e pensato da un tempo immemorabile,
dato alla luce e chiamato per nome con giubilo festoso.
Un figlio con ogni cura seguito,
anche quando è affidato ad altre mani premurose.
Un figlio cercato in ogni abbandono,
anche quando per sua iniziativa si è perduto.
Un figlio generosamente consegnato alla libertà
e alla responsabilità che lo rendono
uomo e donna.

[54]

Io so, Padre,
che il tempo che tu mi dai è un dono sincero
e che diventa a tutti gli effetti il mio tempo.
Piccola traccia,
ma indelebile e irripetibile,
di un'esistenza personale che attraversa la vita del mondo:
tu la riconosci tra mille
col tuo sguardo infinitamente limpido e profondo.
Per quanto piccola, labile e leggera
sia la linea del tempo che la mia traccia percorre,
solido e indistruttibile è il valore di cui è segno
fin dal primo istante;
pura l'intenzione che vi si esprime;
indefettibili il vincolo e la promessa che l'accompagnano.
In ogni istante del tempo il dono si rinnova;
e con esso la certezza che,
anche se tutti mi abbandonassero,
sono desiderato almeno da te,
sono sommamente importante almeno per te.

[55]

Tu sai bene, mio Dio,
che spesso gli eventi del tempo ci allontanano da te.
Eventi a volte difficili
e al limite delle mie capacità di volere e di intendere.
Quando la durezza degli accadimenti mi turba,
quando la tua apparente distanza mi ferisce e mi svuota,
allora le forze mi abbandonano
e la speranza si indebolisce fino a venire meno.
In quei momenti sono molto fragile
ed esposto alla tentazione.
La tentazione di cedere all'angoscia del tempo che mi sfugge,
dove l'immagine di una fine che incombe inesorabile
prevale su quella del compimento che si avvicina.
Invece di affrontarla e di vincerla,
sono tentato di rimuovere l'angoscia
con l'ossessiva cura del mio corpo,
con la fuga dalla povertà e dalla malattia dell'altro,
con lo stordimento dei sensi e l'indurimento del cuore.
Non vedo più nulla alle spalle della mia nascita,
nulla di decisivo nella vita
e non scorgo più nulla oltre la mia morte.

[56]

Tu sai bene, mio Dio,
che questa angoscia dipende anche dal timore
di perdere il bene che ho ricevuto e talora donato.
La gravità del mio smarrimento deriva pur sempre dal sospetto
che tu non abbia tempo per me;
che non ci sia affatto un tempo infinito
nel quale desideri accogliermi.
Tutto ciò mi rende incerto sul tempo che ora mi dedichi
e infine dubbioso sulla qualità del dono ricevuto.
Il risentimento,
accovacciato alla mia porta,
oscura i segni della tua benedizione e della tua promessa.
Mi sento addirittura minacciato e perseguitato
dallo sguardo che mi rivolgi.
La prospettiva della tua venuta
si associa all'immagine della sventura,
e ti sento bussare alla mia porta
con i colpi grevi e duri della morte annunciata.

 

[57]

Tu sai bene, mio Signore e mio Dio,
che allora, diffidando di te,
incomincio a dissipare il tempo che mi doni
in ciò che vale di meno dell'amore autentico
e dura più poco della vita.
Il mio tempo si fa frenetico e vuoto,
divento avaro del tempo che mi dai per altri
e spreco il tempo che tu trovi per me.
Il mio sguardo diventa piccolo ed egoista,
freddo e calcolatore.
Anche quando resisto, magari per viltà,
alle colpe più gravi
rendo più greve il tempo della vita umana
con la premeditata grettezza del mio modo di sentire:
e perfino di credere, di sperare, di volere bene.
Le scelte sono così regolate più dalla convenienza
che non dalla scoperta della tua dedizione.
E lasciano ampio varco per quella quota di arroganza,
di arrivismo, di ipocrisia,
che mi consentono di spremere al tempo che mi è dato
tutto il benessere che mi è possibile.

[58]

Tu sai, mio Dio,
che sono debole e impreparato al buon uso del tempo.
Non ti fidare troppo della mia resistenza alla tentazione,
non mi lasciare a lungo esposto nella prova.

 


Perché io voglio sinceramente
benedire il tuo Nome,
desidero realmente entrare nel tuo Regno,
sono certo che la tua volontà
è il compimento del mio bene.
Credo con tutto il cuore
che tu custodisci le cose buone
per le quali riesco a trovare il tempo,
affinché non vadano perdute.
E che sei pronto a sciogliermi dal tempo che ho perduto
nel momento stesso in cui riesco a vincere la mia paura
e a confessare la mia colpa.
Quando io ti rendo disponibile il tempo che mi affidi,
e lo arrischio per venire in soccorso
della mancanza del mio fratello,
io so che il mio tempo si arricchisce
fino a cento volte, fin d'ora:
e molto mi viene perdonato.
E quando infine riconosco la stupidità della mia colpa,
e mi rivolgo contrito a te, Padre,
non incontro l'ombra del tuo risentimento,
ma soltanto la tenacia della tua fedeltà.
Scopro che il mio tempo perduto
fu per te il tempo dell'attesa
e il tempo insperabilmente ritrovato
è subito il tempo della festa.

[59]

In verità, Signore,
l'evangelo della giustizia di Dio
è il mio sostegno e la mia consolazione.
La mia incredulità teme il tuo giudizio,
ma la fede che tu mi doni nel tuo amore per me
scioglie nella speranza ogni angoscia dell'anima.
La certezza che tu solo abbia l'ultima parola
sulle vere inclinazioni del mio cuore
mi conforta.
La limpidezza del tuo sguardo mi tranquillizza,
la comprensione della tua mente mi rassicura,
l'umanità della tua condivisione mi dà pace.
E' bello pensare
che in fondo a questa parabola di iniziazione
alla vita eterna che tu mi hai destinato,
il tuo sguardo infallibile e sicuro
farà lievitare la coscienza fino alla sua verità infinita
rendendola per noi accessibile in ogni direzione,
e consentendoci di capire, di apprezzare il valore di ogni gesto,
di ogni parola, di ogni simbolo,
di ogni affetto, di ogni legame.

 

 

 

[60]

Veramente, Signore,
il tuo giudizio ci libera dal peso
di ogni insuperabile fraintendimento
di ogni parziale apprezzamento
di ogni limitata prospettiva.
Nessuno, nemmeno le persone che più ci hanno amato
possono riconciliarci fino in fondo
con la verità del nostro cuore.
Neppure alle persone che più amiamo,
noi stessi possiamo assicurare la gioia
di una perfetta comprensione
di un totale apprezzamento.
Ma il segno splendente del tuo amore
è infine il gesto che conferisce
al nostro ingresso nel tempo infinito della vita
la forma della scelta,
pur sollevandoci dal peso insopportabile di doverci pronunciare
con perfetta padronanza sulla verità delle cose
e sull'assoluta differenza del bene e del male.
Così la dignità dell'esistenza
che tu ci hai destinato è custodita intatta
e l'ossessione dell'umano pregiudizio
di una debolezza senza scampo
è per sempre allontanata.
Nessuno è condannato alla propria debolezza,
né alcuno è premiato dall'astuzia della sua prevaricazione
come avviene tra gli uomini.

[61]

Tu sai Signore e Padre mio,
che voglio abbandonare a te la mia vita e la mia morte,
come Gesù.
Ma tu sei la purezza assoluta,
la luce che illumina ogni angolo oscuro del mio cuore,
ogni angolo che non si apre a te nella vigilanza,
che resta prigioniero del tempo
e della frustrazione.
Così dopo la morte, mi darai ancora
qualche altro misterioso tempo
diverso da quello terreno
per realizzare in me, pienamente,
il nome nuovo che da sempre mi hai dato,
la condizione di figlio che sola mi permetterà
di chiamarti - guardandoti negli occhi - "Padre".


 

Vado incontro con pace
a questo tempo di purificazione, senza angoscia
sapendo che mi ami
nell'unico desiderio di presentarmi a te
con la veste bianca delle nozze.
Ci vado incontro con sollievo
perché esso mi libera dall'ossessione di una perfezione assoluta
rimettendo tutto me stesso e quel poco che ho fatto
e il molto che non ho fatto
al tuo amore purificatore.

 

 

[62]

Davvero, mio Signore,
non mi è possibile pensare
ad alcuna buona ragione per respingere il tuo vangelo.
Non riesco a vedere un tempo più perduto
di quello che impiego per resistergli.
I segni della sua Verità sono semplici
trasparenti alla portata di tutti:
i ciechi vedono, gli zoppi camminano,
i prigionieri sono sciolti, per i peccatori c'è riscatto,
ai poveri viene comunicata una buona notizia.
Non riesco a immaginare nessuno che possa sentirsi escluso:
per quanto ferita, sbagliata, marginale possa apparire
la sua vita ai suoi stessi occhi.
A meno che esista un essere umano che,
fino all'ultimo, resista con violenza alla sola idea
che tu abbia un tempo anche per l'altro
che egli non ama,
che si opponga fieramente all'eventualità
di dover condividere i beni della vita
con coloro che tu chiami all'esistenza,
che ritenga che in te non c'è riscatto,
redenzione, perdono.

 

A meno che un uomo o una donna
non intendano in alcun modo farsi persuadere
dall'icona del Figlio, innocente e ucciso
e ne traggano argomento di sfida indirizzata allo Spirito
contro ogni possibilità di dimostrare
- in qualche luogo e in qualche tempo -
la radicale differenza del bene e del male.
Prospettiva terribile sopra ogni altra,
questa;
perché nella coscienza che si lasci plasmare da tale peccato
ogni varco si chiude e ogni tempo è perduto.
Mi rendo conto che c'è qualcosa di terribile
nelle conseguenze di una tale intolleranza e incredulità.
Ogni giorno tuttavia scorgo i segni drammatici
di questa spirale perversa:
nell'avidità che requisisce i beni della terra,
abusa del potere e della ricchezza
e in molti modi condanna a morte l'altro uomo
con pretestuose ragioni.
Ragioni e pretesti che essa trae, per giustificarsi
da ogni dove:
dalla storia e dalla scienza,
dalla politica e dall'economia,
dalle filosofie e dalle religioni.

Ragioni e pretesti che sono come pietre tombali
per chiudere il cuore dentro un sepolcro di solitudine.
Signore, che io non resti confuso in eterno!
Io so, mio Dio,
che la tua giustizia è il principio stesso
della differenza radicale tra bene e male
e la sua ferma custodia è a protezione e riscatto
di ogni amore ferito, di ogni debolezza sopraffatta.
Il tuo tempo, Signore,
è il tempo in cui la differenza del bene e del male,
del santo e del laido, del bello e dell'orribile,
si afferma a favore dell'uomo.
Ogni tempo esercitato nella sua negazione
è invece estraneo alla tua giustizia
così come al compimento del nostro desiderio.
Esso è destinato a rimanere,
nello spirito e nella carne,
il tempo duramente trafitto da un desiderio bruciante
che rimane separato dal proprio compimento.
In esso è infinitamente rappresentata e ripetuta
proprio la figura della morte che ci fa più paura;
quella che le Scritture chiamano "seconda morte".
E' il tempo di un'esistenza "infinitamente perduta"
che non va augurata a nessuno.
Salvaci Signore, dalla seconda morte!

[63]

Spirito benedetto e santo,
io so che tu accogli il gemito di ogni creatura
resistendo a ogni falsa sapienza,
a ogni prevaricazione delle potenze.
So che la tua premurosa ispirazione ci persuade alla speranza
e la tua splendida energia ci risolleva da ogni prostrazione.
Il mio cuore esulta pensando
che la dignità dell'uomo e la bellezza del mondo
sono oggetto della tua ostinata fedeltà
e della tua inesauribile cura.
Io confido nella forza della tua protezione
e con ogni timore e tremore spero nella potenza del tuo riscatto
per il tempo dell'uomo e della donna.
Io ho imparato da te
che un tempo libero dal male e protetto dal maligno
è reso accessibile per ognuno soltanto dall'amore
e dalla fedeltà che lo accompagna.

La qualità della vita che vi si schiude
è decisa dall'apertura del cuore alla tua sapienza.
So che questo tempo è vicino, è qui.
Già ora esso preme affettuosamente su di noi
nella contemplazione dei tuoi segni:
nell'esultanza che accompagna ogni sconfitta del male,
nella fermezza che vince la prevaricazione,
nella tenerezza che si prende cura di ogni debolezza.
Nell'esperienza del Figlio crocefisso
che si ripete per tutti coloro
che sono perseguitati a causa della giustizia
e nella certezza del Risorto che si tramanda
mediante l'opera dei discepoli che edificano la Chiesa,
io ne ricevo una conferma decisiva.
La moltiplicazione del male non ha futuro,
la mediocrità interessata non ha speranza
di poter prolungare la sua sopravvivenza
a spese dei puri di cuore, degli operatori di pace,
degli appassionati per la giustizia;
e con essa, ogni egoismo religioso chiuso nel proprio privilegio
ogni parassitismo economico chiuso nel proprio benessere
ogni calcolo politico chiuso nel proprio dominio.

Tutto ciò deve essere consumato
nel fuoco dell'ira di Dio
nell'incandescente purezza
dell'amore crocefisso di Gesù.
Io so, Signore,
che il popolo delle Beatitudini
e la schiera dei testimoni fedeli
saranno infine risarciti dal tempo delle lacrime,
e tu sarai tutto in tutti nella pienezza del Regno.

[64]

Riconosco, Signore,
che la durata della mia condizione mortale
è gravata dalla maligna separazione
che nell'incredulità si produce
tra il nostro tempo e il tuo.
E so che questa separazione si riflette
nell'angoscia in cui trascorre il tempo
che ciascuno di noi cerca di aver
soltanto per se stesso.
La malinconia del tempo inesorabilmente passato
è figlia dell'incredulità
e madre della disperazione.
La morte si presenta allora - e solo allora -
come una dimostrazione
dell'inutilità del tempo dell'amore.
I colpi con cui il dolore percuote l'uscio di casa
diventano i segni di un destino implacabile
che assegna alla morte l'ultima parola.
La nostalgia del tempo perduto
si trasforma in una malattia
che rende cronica la perdita
di ogni senso del tempo.

 

[65]

Ma se io, Signore,
tendo l'orecchio e imparo a discernere i segni dei tempi
distintamente odo i segnali
della tua rassicurante presenza alla mia porta.
E quando ti apro e ti accolgo
come ospite gradito nella mia casa
il tempo che passiamo insieme mi rinfranca.
Alla tua mensa divido con te
il pane della tenerezza e della forza,
il vino della letizia e del sacrificio,
la parola della sapienza e della promessa,
la preghiera del ringraziamento
e dell'abbandono nelle mani del Padre.

 

E ritorno alla fatica del vivere
con indistruttibile pace.
Il tempo che è passato con te
sia che mangiamo sia che beviamo
è sottratto alla morte.
Adesso,
anche se è lei a bussare,
io so che sarai tu a entrare;
il tempo della morte è finito.
Abbiamo tutto il tempo che vogliamo
per esplorare danzando
le iridescenti tracce della
 Sapienza dei mondi.
E infiniti sguardi d'intesa
per assaporarne la Bellezza.

[66]

Gesù, tu che sei venuto nel mondo
nascendo dalla Vergine Maria,
tu che vieni a ogni istante nella mia vita
e nella vita di ciascun uomo e di ciascuna donna,
tu che busserai amichevolmente alla mia porta
anche nel momento della morte
un giorno ritornerai
per porre fine a questo tempo
che siamo chiamati a vivere
come dono prezioso di Dio,
anticipo e preludio della benedizione eterna.

Fa' che possiamo desiderare il giorno del tuo ritorno,
quando la finitezza della creazione
lascerà il posto a nuovi cieli e nuova terra
e saremo tutti insieme
nell'infinita beatitudine della Trinità santa.
Per sempre. Amen.


Milano, 6 agosto 1992

Festa della trasfigurazione del Signore

 

Note

1. Cf PG, 31,208 B. Per una rassegna accurata dei testi biblici e patristici sul "vigilare" cf una raccolta a cura di E. BIANCHI, presso la Comunità di Bose.

2. Cf La dimensione contemplativa della vita (1980); In principio la Parola ( 1981 ); Attirerò tutti a me ( 1982); Partenza da Emmaus ( 1983); Farsi prossimo ( 1985); Dio educa il suo popolo ( 1987); Itinerari educativi (1988); Educare ancora (1989); Effatà, apriti (1990); Il Lembo del mantello (1991). Cf anche i nn. 28.32 della presente Lettera.

3. Si tenga presente la terza delle domande che Kant pone verso la fine della sua Critica della ragion pura e che, a suo giudizio, definiscono l'uomo. Esse sono: 1. Che cosa posso conoscere? 2. Che cosa devo fare? 3. Che cosa mi è dato di sperare? Kant connette la terza domanda con la tensione religiosa dell'uomo.

4. Cf Liturgia ambrosiana delle Ore, Lucemario dei Venerdì della III settimana. E' pure significativo in proposito il ritornello aunque es de noche della poesia Cantico dell'anima che si rallegra di conoscere Dio per fede, di s. Giovanni della Croce.

5. P. ARIES, Storia della morte in Occidente dal Medioevo ai giorni nostri, Milano 1978, e L'uomo e la morte dal Medioevo a oggi, Bari 1980.

6. "Il popolo cristiano non vede che le due grandi sorelle, quella che è a destra e quella che è a sinistra, e non vede quasi mai quella che è nel mezzo (...) Nel mezzo, tra le sue due grandi sorelle, la speranza dà l'impressione di lasciarsi trascinare come una bambina che non ha la forza di camminare, ma in realtà è lei a far camminare le altre due. E che le trascina, e che fa camminare il mondo intero, trascinandolo. Le due grandi camminano solo grazie alla piccola" (C. PEGUY, La porche du mystère de la deuxième vertu, in Oeuvres poetiques complètes, Paris 1957, 539-540).

7. Cf M. KEHL, Eschatologie, Wurzburg 1986, 216-220. Una presentazione sintetica delle speranze storiche del cristiano si ha nella Costituzione conciliare Gaudium et spes, in particolare ai nn. 9.10.11.26.

8. Cf J. MARITAIN, A propos de l'Eglise du ciel. Riflessione del 28 maggio 1963 ai Piccoli Fratelli di Gesù di Tolosa.

9. La citazione è tratta dalla famosa romanza dell'opera lirica Madame Butterfly di Giacomo Puccini. Tra le tante riflessioni poetiche ispirate al tema della tensione e dell'attesa, mi piace ricordare una poesia di Clemente Rebora, scritta prima della sua conversione, ma che assume un valore profetico se riletta alla luce di quell'incontro con Cristo che segnò l'ultima parte della sua esistenza.

Dall'immagine tesa / vigilo l'istante
con imminenza di attesa - / e non aspetto nessuno:
nell'ombra accesa / spio il campanello
che impercettibile spande / un polline di suono -
e non aspetto nessuno! / tra quattro mura
stupefatte di spazio / più che un deserto
non aspetto nessuno: / ma deve venire,
verrà, se resisto / a sbocciare non visto,
verrà d'improvviso, / quando meno l'avverto:
verrà quasi perdono / di quanto fa morire,
verrà a farmi certo / del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro / delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene / il suo bisbiglio

(C. REBORA, Canti anonimi 1922 in Le poesie, a cura di Scheiwiller, Milano 1982, 143).

10. Il Convegno delle Chiese di Lombardia 1992-1993 Nascere e morire oggi, si presterà particolarmente per l'approfondimento di questi aspetti fondamentali dell'esistenza umana.

11. Celebrare in spirito e verità: sussidio teologico-pastorale per la formazione liturgica, Roma 1992, nn. 30 e 7.

12. Programmi pastorali diocesani 1980-1990, Bologna, 1990

13. M. HEIDEGGER, Essere e tempo, Torino 1969, 264.

14. Cf Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettere su alcuni aspetti della Chiesa intesa come comunione, Roma, 28 maggio 1992, n. 17.