PICCOLI GRANDI LIBRI   CARLO MARIA MARTINI
LETTERE PASTORALI

La dimensione contemplativa della vita (1981)
In principio la Parola (1981 - 82)
Attirerò tutti a me (1982 - 83)
Partenza da Emmaus (1983 - 84)
Farsi prossimo (1985 - 86)
Dio educa il suo popolo (1987 - 88)
Itinerari educativi (1988 - 89)
Educare ancora (1989)
Effatà, apriti (1990 - 91)
Il lembo del mantello (1991 - 92)
Sto alla porta (1992 - 94)
Ripartiamo da Dio (1995 - 96)
Parlo al tuo cuore (1996 - 97)
Tre racconti dello Spirito (1997 - 98)
Ritorno al Padre di tutti (1998 - 99)
Quale bellezza salverà il mondo (1999 - 2000)
La Madonna del Sabato Santo (2000 - 2001)
Sulla tua parola (2001 - 2002)

Lettera di presentazione del Sinodo

Ripartiamo da Dio!

DOPO LA SOSTA DEL SINODO

18 giugno 1995, domenica del Corpus Domini: processione sui Navigli. Sto tenendo fra le mani l’ostensorio con il pane consacrato che è il Signore Gesù morto e risorto per noi e moltissima gente adora il Signore con me. Si concentrano in quest’ostia i ricordi dell’anno, la conclusione del Sinodo, le memorie di quindici anni di episcopato a servizio di questo popolo. Contemplo il Signore e mi prende come un brivido di spavento per la sua inermità. È qui osannato da tanta gente, eppure è debole e tutto si lascia fare dalle nostre mani. Potremmo fare di Lui qualunque cosa e non reagirebbe, come non ha reagito nella Passione. È questo il Signore della gloria, l’Onnipotente, Colui che tiene in mano i destini dei popoli! Di questo Signore della Gloria noi conosciamo poco; davvero è al di là di ogni nostro atto di intelligenza, non comprendiamo il rapporto tra la sua infinità e la sua inermità. È Dio e perciò al di sopra di ogni nostro pensiero: Deus semper maior, Dio sempre più grande di quanto non possiamo immaginare o comprendere.

Eppure Tu, o Signore Gesù, sei qui per noi e l’ostia che contemplo è la Tua vita per noi. Tu sei il nostro tutto, Colui al di là del quale non possiamo cercare altro, perché in Te vediamo il Padre. A Te consegno le intercessioni e le preghiere di tutta la Chiesa di Milano al termine del Sinodo, in un momento in cui le è chiesto di ripartire per camminare verso il nuovo millennio.

Ma ripartire come? e da dove? Qui la Tua essenzialità, o Signore, mi grida: mi sono spogliato di tutto, ho lasciato perdere tutto, per mostrare solo il Padre, il Suo amore per voi. Sì, ne sono certo: da Dio occorre ripartire, dall’Essenziale, da ciò che unicamente conta, da ciò che dà a tutto essere e senso. Sarà “Ripartiamo da Dio” il titolo della lettera pastorale che segna il nostro ripartire come Chiesa di Milano dopo la sosta del Sinodo, che avevo a suo tempo paragonato alla sosta degli Ebrei presso le palme di Elim: “Qui arrivarono a Elim, dove sono dodici sorgenti d’acqua e settanta palme. Qui si accamparono presso l’acqua” (Esodo 15,27). È giunto anche per noi quel momento che il libro dell’Esodo segnala al versetto seguente: “Levarono l’accampamento da Elim, e tutta la comunità degli Israeliti arrivò al deserto di Sin, che si trova tra Elim e il Sinai” (Esodo 16,1). È chiaro che la meta finale è il Sinai, l’incontro col Dio dell’alleanza, e il cammino passa per il deserto, luogo dell’essenzialità. Di tale essenzialità, che è poi il primato di Dio, vorrei parlare in questa lettera. Anche per rispondere a un interrogativo corrente: La Chiesa che parla spesso di solidarietà, di giustizia sociale ecc. sa ancora parlare di Dio?

Non si tratta quindi di una lettera programmatica nel senso formale del termine. Il programma del 1995/96 si impone da sé: è l'assimilazione paziente e graduale del testo e delle prescrizioni sinodali, con alcuni adempimenti - di cui parlerò nell'ultima parte - che riguardano la ripresa e la riscrizione dei progetti pastorali delle parrocchie e delle altre realtà ecclesiali alla luce del Sinodo e una riflessione sul difficile momento vocazionale che stiamo vivendo. Qui esporrò le premesse di questo lavoro, le condizioni spirituali in cui va eseguito, in continuità con la mia lettera di presentazione del Sinodo, pubblicata il 1° febbraio 1995 e che vi invito a rileggere in appendice. Mi riferisco in particolare a quella pagina dove dicevo: come la Chiesa degli Apostoli, ripartiamo da Dio! Dal Dio nel quale viviamo, ci muoviamo e siamo, dal Dio dei nostri padri, dal Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, dal Dio dell’Alleanza e delle Scritture, dal Dio del nostro Signore Gesù Cristo, dal Dio che ci ha guidato fino ad oggi e guida il nostro cammino verso il terzo millennio, dal Dio mistero inesauribile, dal Dio Padre, Figlio e Spirito Santo! (cf n.6).

Un testimone straordinario del mistero trascendente ci accompagnerà nel cammino: è il Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, nostro Arcivescovo dal 1929 al 1954, che tanti di noi ricordiamo, da cui tanti - ancora oggi viventi - hanno ricevuto il sacramento della cresima o l’ordinazione sacerdotale. Il Papa lo proclamerà beato il prossimo 12 maggio 1996. Schuster è passato in questo mondo testimoniando il primato di Dio, uomo “tutto preghiera”, uomo partecipe dei dolori di questo mondo ma proteso verso i beni eterni. Alcuni anni fa (1987) abbiamo contemplato il nuovo beato, il Card. Andrea Carlo Ferrari,, nell'ambito del nostro programma pastorale “educare”, come Vescovo educatore di un popolo. Quest’anno potremo invocare il Card. Schuster perché ci insegni a esprimere nella nostra vita e nella nostra Chiesa il primato di Dio.

La presente lettera comprende quattro parti:

- nella prima vorrei esprimere i motivi per cui sento importante per noi ora “ripartire da Dio”;

- nella seconda mi domanderò che cosa ciò significa in concreto;

- nella terza dirò in che modo una Chiesa locale è chiamata a vivere il primato di Dio;

- nella quarta spiegherò alcuni adempimenti pratici.

Quattro domande dunque: 1. Perché ripartire da Dio? 2. Che cosa comporta il primato di Dio?  3. Come una Chiesa lo vive? 4. Che cosa fare in pratica quest'anno?
 

1. RIPARTIRE DA DIO: PERCHÉ?

Non basta che io senta interiormente l’urgenza di questo tema. Debbo provare a esprimerne le ragioni per chi mi legge. Lo farò convocando successivamente tre interlocutori: san Paolo, Manzoni e me stesso in quanto Vescovo da quindici anni in questa Archidiocesi. Certe cose che si hanno dentro può essere più facile comunicarle in dialogo.

1.1. Vorrei anzitutto dialogare con te, Paolo apostolo, che nella lettera ai Galati e in quella ai Romani proponi il vangelo della Grazia, un radicale ripartire da Dio. Perché questa insistenza? quali destinatari avevi davanti? di che cosa avevano bisogno?

Paolo: “Avevo davanti a me due tipi di destinatari. Da una parte mi rivolgevo a quei figli della Legge che erano tentati di prenderla come totalità rassicurante, quella che oggi chiamereste una “ideologia pratica”. È una mentalità che induce a pensare che nel “fare” certe cose e nel farle “proprio così” ci sia la chiave di tutto. Erano tentati di presunzione, della pretesa di possedere in qualche modo il mistero. Ad essi ricordavo che il Dio di Abramo è il Dio che liberamente promette senza nostro previo merito e che il senso della vita sta nel perdutamente affidarsi al Suo mistero santo. Questo mistero è insondabile e non può essere imprigionato nei nostri schemi, non dipende dalle nostre osservanze, non è legato ai nostri principi retributivi. “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rom 11,33).

Dall’altra parte mi rivolgevo ai pagani di quei tempi: erano “soli”, senza Dio, con tante divinità, numerose quanto inutili. La loro tentazione era l’ingordigia delle gioie presenti, da cui l’apatia, l’insensibilità, lo sbriciolarsi del senso della vita in mille cose inconcludenti. Ad essi volevo richiamare l’esigenza di unificare l'esistenza sull’orizzonte ultimo, di fondare la dignità e la bellezza delle cose penultime e quotidiane nell’ultimo orizzonte e nell'ultima Patria. Non si può vivere di maschere o di piccoli idoli: occorre misurarsi sull’Oltre, su quel Mistero assoluto che ci intimorisce e ci attrae, di cui dolore e morte sono come sentinelle. Ma essi avevano “cambiato la verità di Dio con la menzogna” e avevano “adorato la creatura al posto del creatore” (Rom 1,25)”.

Chiedo a Paolo: “Ritieni che queste due tentazioni siano ancora presenti in noi, perfino nella nostra Chiesa?”

Paolo: “Rileggete attentamente le mie lettere e vedrete che parlano di voi.

Parlano in primo luogo a voi che vi sentite tranquillamente dentro la Chiesa. Date per scontato quel punto di partenza che è il primato di Dio e vi affidate sovente a un dio che è opera della vostra fantasia e non l’al di là di essa, l’al di là di ogni cosa che può essere pensata o immaginata. Vi fate delle sicurezze con pratiche umane, anche religiose, con gesti e preghiere. Volete sempre trovare la chiave risolutiva dei problemi religiosi e pastorali che vi assillano, così da possederla e adoperarla a piacere. Se parlate di “programmazione” è per sentirvi a posto, per poter accusare altri e magari Dio stesso dei vostri insuccessi. Questo non è mettere al primo posto Dio e la sua gratuità! Questo è fare di Dio uno strumento della propria realizzazione umana e pastorale! Perché non lasciate spazio alle “sorprese” di Dio?

Le mie lettere parlano inoltre a chi ricerca evasioni per non pensare seriamente al suo futuro e al senso globale della sua vita. Denuncio la povertà e l’insufficienza di molte esistenze che si credono “piene”. Chi non adora il Dio che è al di là di ogni cosa, è schiavo degli idoli. Occorre ripartire dal Mistero indicibile, riprendere in mano con la Sua grazia il significato totale della propria esistenza: e questo è possibile!”.

1.2. Interrogo ora un testimone più vicino al nostro tempo, un cristiano ambrosiano che ha vissuto fino in fondo le ansie del cuore umano alle soglie dell’età moderna: Alessandro Manzoni. Gli chiedo: come hai vissuto il primato di Dio? perché fra tante cose necessarie per i tuoi contemporanei ti sei dedicato a proporre loro l’unico necessario, Dio e la sua provvidenza?

Manzoni: “Ho capito che con Dio non si deve perdere, ma “capitolare”. Lui ascolta i nostri perché più veri, quelli che nascono dai dolori più intimi: ci risponde col Suo silenzio e con l’infinita compassione del Suo amore. È quello che ho vissuto di fronte alla morte dei miei amori più cari e che ho espresso nelle frasi ancora smozzicate e incompiute del “Natale del 1833” ("Si che tu sei terribile / Si che tu sei pietoso... i preghi / Doni, concedi e neghi... Ma tu pur piangi e")[1]. Ma l’ho vissuto anche di fronte alle grandi mutazioni del mio tempo. Le spinte di questi cambiamenti, i violenti dinamismi che avevano scosso le società europee, li ho sentiti anzitutto in me. Dopo una lunga ed estenuante lotta, dopo aver cercato di costruirmi una vita e una fama a mio modo secondo le idee del tempo, mi sono arreso a Dio. Ho intravisto che in Lui si realizzava quanto in qualche modo, confusamente, cercavo.

Non è stato facile, neanche dopo. Ho imparato che la lotta con Lui dura tutta la vita, perché Lui è sempre al di là; crediamo di averlo capito ed è Altro. In fondo sono rimasto fino alla fine un uomo affaticato nella ricerca, un uomo conscio della sua debolezza e che si sforzava ogni giorno di ricominciare a credere, ad affidarsi. Voi che giustamente riposate nell’equilibrio di tante mie pagine, nell’armonia - da me descritta - di destini ritrovati dopo lunghi dolori, sappiate che tutto ciò a me è costato molto e che Dio mi ha sempre sorpreso, fino all’ultimo. Non è il mio un cristianesimo facile. Non mi stupisco quindi del vostro tempo inquieto, non sono lontano dalle vostre angosce”.

1.3. E a me, da tre lustri Vescovo di questa Chiesa, che cosa dice il primato di Dio?

Quindici anni fa vi ho proposto “la dimensione contemplativa della vita” come chiave antropologica per l’oggi, come asse portante del nostro essere e del nostro agire quale Chiesa di Milano. Oggi vengo a riproporvi l’assoluto primato di Dio, il soli Deo gloria. Perché? Direi per le stesse ragioni di allora, ripensate oggi, e per le stesse ragioni di Paolo e del Manzoni, rilette nel contesto odierno.

1.3.1. Che cosa intendevo allora proporre, sottolineando il valore della contemplazione nella nostra civiltà convulsa e anche nella nostra Chiesa? Intendevo ricordare un unico e molteplice primato: il primato di Dio, di Gesù Cristo, della grazia, della persona, dell'interiorità (o del "cuore"). Il primato di Dio rispetto a ogni iniziativa o attività umana, il primato di Gesù Cristo sulla Chiesa, quello della grazia sulla morale, quello della persona sulle strutture, quello dell'interiorità sul fare esteriore. Il primato dell'essere sull'avere.

Il primato di Dio su ogni iniziativa umana: Dio è il Padre che ama per primo, che comunica se stesso e si dona in Gesù prima ancora di ogni attesa umana , il primo nel perdonare gratuitamente, Colui da cui tutto viene, tutto dipende, a cui tutto tende e tutto ritorna. È importante anzitutto sentirci amati.

Il primato di Gesù Cristo, figlio del Padre, immagine perfetta di Dio e figura dell'uomo perfetto, riferimento di ogni crescita umana autentica. Lo scopo di ogni cammino umano è divenire come Gesù, figli di Dio in Lui. Nessuno uomo o donna può realizzarsi se non in Gesù Cristo, nessuno potrà mai essere più autenticamente persona umana di Lui. Il punto di arrivo di ogni cammino umano è Gesù Cristo e lo sguardo di ogni uomo e di ogni donna deve anzitutto fissarsi su Gesù Cristo, contemplare Lui, imparare da Lui, imitare Lui, seguire Lui. Contemplarlo, accettarlo, seguirlo nella sua vita, nella sua passione, nella sua morte. Non c'è mai stata realizzazione umana più alta di quella della croce. Non è dunque anzitutto importante costruire la Chiesa, ma seguire Gesù Cristo. È il seguirlo, il guardare a Lui per primo, l'entrare in Lui, il partecipare alla sua vita di Figlio che ci fa Chiesa. La Chiesa è l'assemblea di coloro che sono veramente figli di Dio in Gesù Cristo, vivendo come Lui ha vissuto, amando come Lui ha amato e morendo come Lui è morto, affidandosi al Padre.

Il primato della grazia, cioè dello Spirito Santo, dono del Padre all'uomo in Gesù, per farci vivere come Gesù Cristo e farci amare come Gesù ha amato. Questa grazia è, per l'uomo afflitto dal male, benevolenza e misericordia del Padre, liberazione dalla colpa, vittoria del bene sul male, azione divina che trae il bene anche dal male. È l'amore del Padre effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci permette di agire moralmente seguendo gli esempi di Gesù Cristo, uomo perfetto, giusto, onesto, verace, mite, saggio e coraggioso, che dà la vita per i suoi nemici. Qui sta la radice di ogni vera moralità.

In tale luce appare la dignità della persona umana e della sua libertà. La persona umana è il rispondente di Dio nella creazione, fatto per rispondere con amore all'amore di Dio in Gesù e continuare nel mondo l'opera intelligente e costruttiva del Padre. La persona umana ha in mano i destini del mondo, è responsabile del senso della storia, è chiamata a collaborare al disegno di riconciliare in unità l'umanità intera. Simbolo reale e segno efficace di questo formidabile compito storico di rifare "una" l'umanità è l'Eucaristia.

Nella persona umana decisivo è il "cuore", l'interiorità. È il luogo delle decisioni libere, degli affetti profondi che cambiano la vita e dei grandi orientamenti che danno senso alla storia. Tutta la vicenda umana si gioca nell'intimo dell'uomo. La Parola di Dio che illumina e salva è destinata al cuore umano, lo tocca nell'intimo e lo trasforma. Di qui la fondamentale importanza del silenzio, dell'attenzione vigile, della riverenza e disponibilità interiore di fronte a Dio che si comunica: in una parola, l'importanza della "dimensione contemplativa della vita".

1.3.2. Quanto ho richiamato come sintesi "teologica" di ciò che sottostava alla "dimensione contemplativa della vita" può essere ridetto, in chiave di sintesi "epocale", a partire dalle ragioni di Paolo e del Manzoni rilette oggi.

All’inizio del mio ministero, in anni ancora sotto la malìa delle ideologie che pretendevano di cavalcare la tigre della storia, proporre il primato di Dio voleva dire segnalare il limite costitutivo di ogni visione ideologica, totalizzante. Come Paolo, contro chi aveva fatto della stessa Legge un assoluto, aveva proposto la libertà di Dio e della Sua grazia, così io intendevo proporre Dio come misura ultima di tutto, critica inesorabile delle presunzioni mondane e della violenza da esse esercitata sulla realtà. L’89 ha mostrato come quell’indicazione cogliesse nel segno: un mondo senza Dio si disgrega, diventa alienante e violento anche contro se stesso.

Oggi non è venuta meno l’urgenza di vigilare contro le catture ideologiche, sempre ammalianti per il loro carattere di scorciatoia semplificante. Esse esistono, nella società e nella Chiesa, anche se di segno diverso da quelle degli anni ’80. Tuttavia si fa forse ancora più urgente il bisogno di parlare ai “nuovi pagani” (l’espressione la mutuo da S. Natoli, I nuovi pagani, Milano 1995). Sono coloro che, privi dell’orizzonte totale e rassicurante dell’ideologia ed insieme privi di un “ultimo Dio” capace di salvare il mondo, vorrebbero ricondurre tutto al frammento, all’attimo, alla dignità dell’essere umani, soltanto umani e basta, con tutta la caducità che questo comporta.

Ai “nuovi pagani” vorrei richiamare il Mistero più grande, come faceva Paolo di fronte agli orfani degli idoli del suo tempo. Vorrei gridare che vivere significa rispondere all’appello del Mistero assoluto, Orizzonte del mondo e della vita, verso cui si volge l’interrogazione più profonda del cuore. Vivere veramente, senza sterili forme rinunciatarie, senza lasciarsi accattivare dalla subdola tentazione del pensiero debole, significa lasciarsi illuminare dal grido di trascendenza che abita nel cuore del nostro cuore. Significa dare ascolto al dinamismo della nostra ricerca di un luogo o di un evento dove l’Altro si offra al nostro spirito inquieto. Significa non pacificare a buon prezzo l’inquietudine interiore, ma aprirle spazi di intelligenza e di desiderio: “Non è la conoscenza che illumina il Mistero - diceva P. Evdokimov - è il Mistero che illumina la conoscenza”.

Ai credenti, tentati di contrapporre al nichilismo postmoderno, orfano dell’ideologia, un cristianesimo dalle certezze facili, malato esso stesso di ideologia, vorrei proporre la fede indagante, non negligente, del Manzoni: un abbandonarsi credente al primato di Dio che non rinuncia a porsi le domande cruciali della vita, a vivere la sofferenza, a portare la Croce, ma in compagnia del Dio che soffre, di Colui che "Volle l'onte, e nell'anima il duolo / E l'angosce di morte sentire / E il terror che seconda il fallire / Ei che mai non conobbe il fallir"[2].

A tutti i nostri fedeli vorrei ripetere la testimonianza di Dietrich Bonhoeffer, morto martire della barbarie nazista cinquant’anni fa, il 18 aprile 1945. Al fallimento dell'ideologia totalitaria e violenta egli non contrapponeva un'altra ideologia né una rinuncia decadente e priva di senso, bensì il far compagnia a Dio nel suo dolore per gli uomini. Così si esprime nella poesia Cristiani e pagani, contenuta nella raccolta delle lettere e degli scritti dal carcere:

“Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione,

piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,

salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte.

Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani.

Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione,

lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,

lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte.

I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.

Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,

sazia il corpo e l'anima del suo pane,

muore in croce per cristiani e pagani

e a questi e a quelli perdona”. [3]

Paolo e Manzoni, ripensati nel nostro tempo, mi danno le ragioni per tornare a proporvi il primato di Dio proprio oggi, fra la nostalgia delle certezze perdute, provata da alcuni, e il trionfo degli idoli e delle maschere, sostenuto da altri per riempire il vuoto del nulla e del non senso.

È ciò che il Papa ci invita a fare in questa fine millennio. Che cos’è la Tertio Millennio Adveniente se non un pressante invito a ritornare al Dio di Gesù Cristo come alla misura ultima di tutto, di tutti, della Chiesa stessa? Non si comprende così l'appello al pentimento e alla conversione anche per la Chiesa?

Ho dunque richiamato le ragioni per questo appello: ripartiamo da Dio! Ma che cosa vuol dire in concreto per noi, pellegrini del mondo postmoderno, ripartire da Dio? che cosa vuol dire per la Chiesa ambrosiana, appena uscita dal Sinodo? che cosa vuol dire per la nostra società milanese, in un tempo di transizione e di incertezza?
 

2. RIPARTIRE DA DIO: CHE COSA IMPLICA?

Sono i profeti a insegnarci che cosa significa ripartire da Dio. Profeta è “colui che tiene lo sguardo fisso verso il Dio che viene” (Martin Buber), ma ha allo stesso tempo i piedi ben piantati sulla terra. Mi sembra che oggi ci sia  penuria di profeti: c’è chi guarda in alto mentre i suoi piedi sembrano aver perduto il contatto con la terra degli uomini (è la tentazione dei tanti spiritualismi caratteristici di un’età che si è autodefinita New Age); c’è chi è talmente incollato al proprio frammento di terra da perdere di vista l’insieme e l’orizzonte più grande. Ripartire da Dio richiede il coraggio di riproporsi le domande ultime, di ritrovare la passione per le cose che si vedono perché sono lette nella prospettiva del Mistero e delle cose che non si vedono.

Si potrebbe esprimere in tre modi il “che cosa” della proclamazione del primato di Dio.

1. Rispetto al cammino personale significa non dare mai nulla per scontato nel nostro cammino di fede, non cullarci nella presunzione di sapere già ciò che è invece perennemente avvolto nel mistero; significa santa inquietudine e ricerca.

2. Rispetto al nostro agire comunitario e sociale significa mettere tutti i nostri progetti umani sotto la Signoria di Dio e misurarli solo sul Vangelo.

3. Rispetto ai frutti che tale atteggiamento suscita, significa godere una esperienza di profonda serenità e pace.

2.1. L’inquietudine della notte della fede

Ripartire da Dio vuol dire sapere che noi non lo vediamo, ma lo crediamo e lo cerchiamo così come la notte cerca l’aurora. Vuol dunque dire vivere per sé e contagiare altri dell’inquietudine santa di una ricerca senza sosta del volto nascosto del Padre. Come Paolo fece coi Galati e coi Romani, così anche noi dobbiamo denunciare ai nostri contemporanei la miopia del contentarsi di tutto ciò che è meno di Dio, di tutto quanto può divenire idolo. Dio è più grande del nostro cuore, Dio sta oltre la notte.

Egli è nel silenzio che ci turba davanti alla morte e alla fine di ogni grandezza umana; Egli è nel bisogno di giustizia e di amore che ci portiamo dentro; Egli è il Mistero santo che viene incontro alla nostalgia del Totalmente Altro, nostalgia di perfetta e consumata giustizia, di riconciliazione, di pace.

Come il credente Manzoni, anche noi dobbiamo lasciarci interrogare da ogni dolore: dallo scandalo della violenza che sembra vittoriosa, dalle atrocità dell’odio e delle guerre, dalla fatica di credere nell’Amore quando tutto sembra contraddirlo. Dio è un fuoco divorante, che si fa piccolo per lasciarsi afferrare e toccare da noi. Sui Navigli, portando Gesù in mezzo a voi, non ho potuto non pensare a questa umiliazione, a questa “contrazione” di Dio, come la chiamavano i Padri della Chiesa, a questa debolezza. Essa si fa risposta alle nostre domande non nella misura della grandezza e della potenza di questo mondo, ma nella piccolezza, nell’umiltà, nella compagnia umile e pellegrinante del nostro soffrire.

È come nel cammino verso Emmaus (cf Luca 24,13-35). Da principio il Signore si fa sentire stimolando e interrogando l'inquietudine dei discepoli. Poi si manifesta nelle parole che spiegano le Scritture, le quali fanno comprendere ai due discepoli che c'è qualcosa al di là di quanto essi credevano di aver capito. Ma quando Gesù si rivela nella frazione del pane, subito scompare ed essi lo cercheranno correndo incontro ai fratelli. Gesù stimola, attrae, si manifesta, e insieme invita ad andare oltre, a non contentarsi della formula ricevuta o della gioia di un momento.

Talora presumiamo di avere già raggiunto la perfetta nozione di ciò che Dio è o fa. Grazie alla Rivelazione sappiamo di Lui alcune cose certe che Egli ci ha detto di Sé, ma queste cose sono come avvolte dalla nebbia della nostra ignoranza profonda di Lui. Non di rado mi spavento sentendo o leggendo tante frasi che hanno come soggetto “Dio” e danno l’impressione che noi sappiamo perfettamente ciò che Dio è e ciò che Egli opera nella storia, come e perché agisce in un modo e non in un altro. La Scrittura è assai più reticente e piena di mistero di tanti nostri discorsi pastorali. Preferisce il velo del simbolo o della parabola; sa che di Dio non si può parlare che con tremore e per accenni, come di “Qualcuno” che in tutto ci supera. Gesù stesso non toglie questo velo, Lui che è il Figlio: ci parla del Padre ma “per enigmi”, fino al giorno in cui svelatamente ci parlerà di Lui. Questo giorno non è ancora venuto, se non per anticipazioni che lasciano ancora tante cose oscure e ci fanno camminare nella notte della fede.

Perciò anche la Chiesa, fatta a immagine della Trinità, non può capire mai a fondo se stessa né può cessare di ricercare con passione e pazienza la sua identità. Molti discorsi pastorali nascondono l’illusione di sapere tutto sulla Chiesa e sui suoi cammini nel mondo, cose se si trattasse solo di applicare delle regole e di dedurre conclusioni da principi. Ma la Chiesa ha la sua origine nel Padre che è prima di ogni principio e va accolta come dono che si rinnova ogni giorno per la forza sorgiva dello Spirito.

Questo discorso potrebbe essere frainteso, quasi si trattasse di “rimettere continuamente in discussione tutto”. Le certezze che ci sono date in dono sono ben certe e ciascuno le può ritrovare nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Esse sono faro e guida per i nostri cammini, però non sono più di una “lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2Pt 1,19). Non ci dispensano dalla fatica dell'interrogarci, dal timore di illuderci, dal bisogno di esaminarci con umiltà su quanto diciamo e operiamo ogni giorno.

2.2. L’ultima misura di tutto

Ripartire da Dio vuol dire confrontare con le esigenze del Suo primato tutto ciò che si è e che si fa: Egli solo è la misura del vero, del giusto, del bene. Vuol dire tornare alla verità di noi stessi, rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui soltanto è la misura che non passa, l’áncora che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare, morire. Vuol dire guardare le cose dall'Alto, vedere il Tutto prima della parte, partire dalla Sorgente per comprendere il flusso delle acque.

Ripartire da Dio vuol dire misurarsi su Gesù Cristo e quindi ispirarsi continuamente alla Sua parola, ai Suoi esempi, così come ce li presenta il Vangelo. Vuol dire entrare nel cuore di Cristo che chiama Dio "Padre". Il Vangelo, quando è letto con spirito di fede e di preghiera ci rimanda a un Dio che è sempre al di là delle nostre attese, che supera e sconcerta le nostre previsioni; è l'esperienza che facciamo ogni volta che ci dedichiamo seriamente alla "lectio divina". Non sappiamo ancora leggere convenientemente il Vangelo se non ci sentiamo spinti verso l'Oltre misterioso di Dio, verso il segreto del Padre, non riducibile a nessuna misura o comprensione umana.

Ripartire da Dio vuol dire abbandonare al soffio dello Spirito il nostro cuore inquieto, perseverare nella notte dell’adorazione e dell’attesa. È questa la sola via per uscire dalla violenza dell’ideologia senza cadere nella condizione di naufragio del nichilismo, senza etica e senza speranza.

Il Dio con noi è il Dio che può aiutarci a trovare le vere ragioni per vivere e vivere insieme. Rispetto alle acque basse in cui sembra stagnare oggi la vita civile, sociale e politica del nostro Paese, partire da Dio significa trovare senso, slancio, motivazione per rischiare e per amare. “Quando ami, non dire: ho Dio nel cuore. Di' piuttosto: sono nel cuore di Dio”[4]. Ripartire da Dio significa riconoscere di essere nel cuore di Dio per un’esperienza di fede e di amore vissuti: riconoscere di essere nati per imparare ad amare di più, a osare di più, ad andare oltre i limiti delle nostre comodità e dei nostri piccoli traguardi.

2.3. Esperienza di pace e riconciliazione interiore

Ripartire da Dio significa farsi pellegrini verso di Lui aprendosi al dono della Sua Parola, lasciandosi riconciliare e trasformare dalla Sua grazia. Non c’è altro porto di pace, altra sorgente di vita che vinca la morte. Solo il Dio della vita sa dare riposo al nostro cuore inquieto; solo Lui può liberarci dalla paura di amare e contagiarci il coraggio di scelte di libertà da noi stessi, di servizio agli altri. Solo chi si riconosce amato dal Dio vivo, più grande del nostro cuore, vince la paura e vive il grande viaggio, l’esodo da sé senza ritorno per camminare verso gli altri, verso l’Altro.

Questa esperienza di pace e riconciliazione interiore la facciamo soprattutto quando diamo a Dio tempi gratuiti di preghiera, di silenzio, di ascolto della Parola; quando siamo fedeli alla preghiera quotidiana, senza fretta, con calma, con amore; quando dedichiamo a Dio con gioia il tempo della Messa domenicale; quando lasciamo che dalle nostre labbra scaturisca la lode al Padre, il ringraziamento per le cose belle e buone che ci dà, per le persone che incontriamo e anche per gli eventi sofferti di cui non capiamo subito il senso.

Avere a cuore l'Eterno è al tempo stesso la sfida più profonda e l’offerta più grande che sia possibile vivere: testimoniare questo primato di Dio è il compito più alto che i credenti possano assolvere in questo tempo di cambiamento e di inquietudine.

Anche qui il Manzoni ci ha detto parole incisive, descrivendo in tanti episodi del suo romanzo la pace del cuore che invade l'animo di chi, in momenti burrascosi e oscuri, si affida alla provvidenza divina: Agnese, Lucia, fra' Cristoforo, l'Innominato... Potremmo dire che Manzoni ha capito come nel cuore della nostra gente il primato di Dio si esprime spesso in quella fiducia semplice nella Provvidenza che impedisce all'attivismo di trasformarsi in ansietà della vita.
 

3. RIPARTIRE DA DIO COME CHIESA DI MILANO

Il messaggio del primato di Dio e della Sua grazia potrebbe risuonare etereo, evanescente. Non lo era per Paolo, che parlava a destinatari ben precisi, rispondendo a sfide concretissime. Non lo era per il Manzoni, che si professava parte viva della Chiesa del suo tempo, segnata dalle prove di mutamenti epocali. C’è tuttavia il rischio che lo sia per noi, se lo proporremo solo a parole o come singoli. Al di là del compito di incarnare nella propria vita le conseguenze del primato di Dio, c’è per tutti noi il compito di viverlo insieme. La forza e la concretezza del messaggio passano attraverso la credibilità con cui lo proporremo come Chiesa, come corpo di Cristo presente nella storia, come umanità chiamata a riconoscere nei pensieri, nelle parole e nelle opere di tutti i giorni il primato di Dio, come uomini  e donne cui il primato di Dio dà senso al vivere e alle scelte ordinarie e straordinarie, abituali o impreviste dell'esistenza.  Si tratta di rendere visibile e in qualche modo percepibile il fatto che esiste in questo mondo un’esperienza di comunione possibile sotto il primato di Dio. Quale l'ideale di comunità che ne risulta?

3.1. Una comunità alternativa

C’è un aspetto di profonda verità in coloro che riscoprono la Chiesa come “comunità alternativa”, a partire dall’esperienza della Chiesa degli Apostoli. Di fronte alla solitudine dell’uomo prigioniero dei propri idoli, la comunità dei discepoli che si vogliono bene annuncia il dono di una comunione nuova, possibile per la grazia di Dio.

Il popolo dell’Alleanza deve essere riconoscibile per la verità e la libertà dei rapporti che lo costituiscono: sotto il primato di Dio la Chiesa avverte le pesantezze da cui deve liberarsi, il cammino di rinnovamento e di riforma che deve intraprendere. Ci è di guida in questo impegno il Papa che così fortemente ha invitato la Chiesa a riconoscere il peso delle sue colpe nella storia per purificarsi e rinnovarsi sotto lo sguardo di Dio, nella gloria del perdono domandato e ottenuto. La Tertio Millennio Adveniente può essere capita solo nella luce dell’assoluto primato di Dio anche sulla Sua Chiesa.

La testimonianza della possibilità e concretezza di una comunità alternativa nella storia sotto il primato di Dio non è cosa facile. Si paga al caro prezzo della vita giocata per il Signore in scelte di libertà vera e di donazione al prossimo. Dio è fuoco divorante ed è sempre terribile cadere nelle mani del Dio vivente: ma è pure esperienza che ci rende pienamente umani, realizzando la sete del nostro cuore inquieto e dando senso alle opere e ai giorni della nostra vita. Il Dio vivente non è un Dio rassicurante e comodo, ma Custodia che racchiude nel santuario dell’adorazione le risposte ultime, e nutre della promessa della fede - non delle presunzioni dell’ideologia - l’impegno di chi crede. Per questo una simile comunità rappresenta nella storia in qualche modo una "utopia" da ricercare sempre con coraggio rinnovato, ma anche una iniziale realizzazione di fraternità che potremmo cogliere tanto più quanto più ci faremo piccoli, semplici, tenendo aperti gli occhi del cuore e cercando di valorizzare ogni più modesta attuazione di amore evangelico.

Ma come intenderla in concreto una tale comunità? Non è facile dirlo.

Il concetto di "comunità alternativa" si presta anche a fraintendimenti. Ma ha un valore provocatorio e stimolante: ci aiuta a capire il disegno di Dio di "radunare i dispersi" (cf Gv 11,52).

Come si può dunque definire una "comunità alternativa"? E' una rete di relazioni fondate sul Vangelo, che si colloca in una società frammentata, dalle relazioni deboli, fiacche, prevalentemente funzionali, spesso conflittuali. In tale quadro di società la comunità alternativa è la "città sul monte", è il "sale della terra", è la "lucerna sul lucerniere", è "luce del mondo" (cf Mt 5,13-16).

Una riflessione sulla comunità cristiana come comunità alternativa è rinata in anni recenti. Al di là delle proposte talora un po' utopiche o a rischio di chiusura ideologica, il tema è certamente legato al progetto di Gesù per una nuova umanità: purché si intenda questo progetto in senso largo e aperto, come progetto che si realizza in molti modi analogici, che rimane sempre aperto alla creatività dello Spirito.

Una comunità alternativa nel senso del Vangelo non è dunque una setta, né un gruppo autoreferenziale che si distacca orgogliosamente dal tessuto sociale comune, né un'alleanza di alcuni per emergere e contare. Non è perciò necessariamente e sempre visibile come gruppo compatto, perché sa accettare anche la diaspora, può cioè trovarsi, per diverse circostanze storiche, in "dispersione". Ma nell'insieme ha caratteri di visibilità e in ogni caso, visibile o meno, agisce sempre come il lievito, le cui particelle operano in misterioso collegamento fra loro e si sostengono a vicenda per far fermentare la pasta.

Nel Nuovo Testamento ci sono offerti diversi modelli di comunità alternative: quello della chiesa di Gerusalemme, descritto in At 2-5, quello vigente nelle comunità di Antiochia o Filippi o Efeso o Corinto, che comprende sia rapporti interni fra i membri di ogni comunità locale, sia ricchi scambi tra comunità diverse con forme molteplici di comunione nella preghiera, nella fede, nella carità. I testi del Nuovo Testamento ci mostrano che tali comunità non erano esenti da problemi, divisioni, tensioni, scandali: ma tutto ciò era occasione di revisione e alla fine di crescita nella fede, nel perdono e nell'amore. Comunità alternativa non significa dunque comunità perfetta o senza difetti, ma comunità che si lascia formare e correggere dall'azione dello Spirito santo per porre quelle premesse di comunione e di perdono che preludono alla Gerusalemme celeste.

Anche con tutti i suoi peccati la comunità alternativa rimane un ideale di fraternità in divenire, destinato a mostrare a una società frammentata e divisa che possono esistere legami gratuiti e sinceri, che non ci sono solo rapporti di convenienza o di interesse, che il primato di Dio significa anche emergere di ciò che di meglio c'è nel cuore dell'uomo e della società.

La Chiesa è, nel suo insieme e nelle mille diverse realizzazioni analogiche, una simile comunità, e come tale ha una funzione di orientamento e di proposta di senso alla comunità più larga degli uomini e delle donne di tutto il mondo. Lo è sia come comunità cattolica sia come comunione di chiese cristiane che credono in Cristo e che si sforzano, malgrado le loro divisioni (che sono una dolorosa controtestimonianza) di dare l'esempio di molteplici convergenze e scambi di doni spirituali e materiali, in spirito di amicizia e di gratuità, in un sincero cammino ecumenico.

“Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete risplendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola della vita”: così san Paolo esortava la piccola comunità di Filippi, immersa in un mondo pagano senza cuore e senza speranza, a dare testimonianza anche col modo di stare insieme con pazienza e con amore (Fil 2,14-16). C'è dunque una funzione di illuminazione e di orientamento ("splendere come astri nel mondo") che è affidata non solo alla testimonianza dei singoli ma anche ai diversi modi di fare comunità che si riscontrano nella storia della Chiesa e che si collegano tutti nell'essere diverse manifestazioni dell'unico Corpo di Cristo.

Per questo la "comunità alternativa" rimanda a quella comunione misteriosa che è all'origine di tutto e che è il mistero di Dio.

3.2. Radicata nel mistero di Dio

Essere Chiesa sotto il primato di Dio significa “corrispondere” al dono del Suo amore, nel senso di una analogica “corrispondenza tra ciò che Dio è in Sé, nel suo mistero trinitario e ciò che ci chiede di essere tra noi”. “La formula più corrente mediante la quale Giovanni dà espressione alla realtà escatologica della Chiesa è la semplice congiunzione ‘come’ (kathòs). Essa non soltanto stabilisce un legame di somiglianza tra Cristo e i suoi discepoli, ma indica che ciò che è in Dio deve essere pure in coloro che gli appartengono”[5].

La comunione di amore tra il Padre e il Figlio è al tempo stesso la sorgente, il modello e la patria della comunione fraterna che dovrà legare i discepoli fra loro: “I testi in kathòs, che affermano una corrispondenza ontologica fra le persone divine e la comunità cristiana, sfociano in un comando: ‘Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi’ (Gv 15,12: cf 13,14); o in una preghiera: ‘Che essi siano uno, come noi siamo uno’ (Gv 17,21.22)”[6].

Due "no" vanno pronunciati senza riserve in questo sforzo di coniugare l’assoluto primato dell’Eterno e il nostro cammino di Chiesa. Il "no" a una comunione troppo tenue e il "no" a una comunione che divenga chiusura. Nella prima la solitudine non è vinta, nella seconda il Mistero rischia di essere soffocato. Ciò che ci viene chiesto oggi è di essere la Chiesa dell’amore: un popolo di donne e uomini liberi che accettano di vivere sotto l’assoluto primato di Dio e perciò nell’esperienza di comunione fraterna che deriva dal partecipare della Sua grazia, vivificati dal Suo amore.

Non dobbiamo illuderci che ciò sia facile né che dia luogo senz'altro a comunità idilliache. Sarebbe una grande illusione e farebbe torto alla fatica e al lungo cammino del disegno redentivo di Gesù. Ascoltiamo un maestro di vita, Jean Vanier, fondatore della comunità dell'Arca: “Desideriamo vivere in un mondo perfetto, una comunità perfetta, una chiesa perfetta... Questa idea della perfezione, alla quale ci aggrappiamo, è così profondamente ancorata in noi che ci spinge a negare le nostre ferite e a disprezzare quelle degli altri, a condannare una comunità che non è perfetta o non corrisponde al nostro ideale”. Così una comunità non si crea, ma si distrugge. Invece “il senso di appartenenza sgorga dalla fiducia, fiducia che è accettazione progressiva degli altri, così come sono, con i loro doni e i loro limiti, essendo ognuno chiamato da Gesù. Così diventiamo coscienti che il corpo della comunità non può mai essere perfettamente uno. È la nostra condizione umana. È normale per noi non essere perfetti. Non dobbiamo piangere sulle nostre imperfezioni perché non veniamo giudicati per questo. Il nostro Dio sa che, da molti punti di vista, siamo zoppi e a metà ciechi. Non vinceremo mai la corsa alla perfezione nei giochi olimpici dell'umanità! Ma possiamo camminare insieme con speranza e rallegrarci di essere amati nelle nostre spaccature. Possiamo aiutarci gli uni gli altri a crescere nella fiducia, la compassione e l'umiltà, a vivere nell'azione di grazia, imparare a perdonare e a chiedere perdono, ad aprirci di più agli altri, ad accoglierli e a fare ogni sforzo per portare la pace e la speranza nel mondo. È per questo che ci radichiamo in una comunità: non perché è perfetta, meravigliosa, ma perché crediamo che Gesù ci raduna per una missione. Ce la dà come una terra nella quale siamo chiamati a crescere e a servire”[7].

3.3. In realizzazioni concrete

Come si realizza concretamente nella storia la comunione della Chiesa sotto il primato di Dio, a immagine della Trinità santa?

Provo a chiederlo ai protagonisti della prima ora e a me stesso dopo questi anni di servizio pastorale nella Chiesa ambrosiana. Fra i testimoni della prima ora, come all’inizio ho interrogato Paolo, adesso vorrei interrogare il pescatore Pietro. Lo scelgo quale figura di ogni discepolo che consapevolmente ha scelto di vivere la propria vita nella sequela di Cristo sotto il primato di Dio, quale immagine cioè di un cristiano “impegnato” dei nostri tempi - vescovo, presbitero, diacono, consacrato o consacrata, laico - deciso a giocarsi per il Regno. Vorrei inoltre interrogare qualcuno di quella folla che nei vangeli segue Gesù un po’ da lontano, spesso solo spinto dal desiderio di ottenere qualcosa, di saziare una fame anche terrena.

3.3.1. Pietro, il pescatore di pesci fatto pescatore di uomini mi dice: “Aver detto sì alla Sua chiamata ad amarlo (cf Gv 21,15ss) mi ha reso responsabile degli altri davanti a Lui (“pasci” cioè nutri “le mie pecore”). Il senso di responsabilità davanti a Dio e per il mondo è il primo esigente volto dell'appartenergli con tutto il cuore. Ho dovuto dire no a ogni tentazione di disimpegno e di fuga, a ogni voler andarmene da solo, per conto mio, senza gli altri o separato da loro. L’amore a Cristo mi urge dentro, per essere al servizio di Dio solo nel servizio degli altri. Ed è vivendo tale responsabilità nell’amore che mi sono accorto di dover “tendere le mani” (Gv 21,18), di dovermi perdutamente arrendere al disegno di Dio su di me, rinunciando ai miei calcoli, perfino ai miei progetti pastorali, per lasciarmi docilmente condurre da prigioniero del Signore dove Lui ha voluto e vorrà per me: “Un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18)”.

Essere pescatore di uomini significa farsi carico anche della fede di altri, riconoscere che l’unica cosa che conta è servire Dio e amare gli altri secondo il cuore di Dio. Qualunque sia la tua vocazione e il tuo carisma nella Chiesa, essere discepolo di Gesù e pescatore di uomini significa vedere tutto nella luce della fede in Lui e nulla anteporre alla Sua chiamata, farsi carico del prossimo come se n’è fatto carico Lui, radunare le pecore perdute come le ha radunate Lui, vivere la passione per la causa del Regno come l’ha vissuta Lui. Perciò la Chiesa avrà sempre bisogno di discepoli così, siano essi ministri ordinati o consacrati o laici impegnati, uomini e donne. Senza di loro la Chiesa si risolve in burocratica e vuota ripetizione di gesti: dove non c’è il primato di Dio riconosciuto, celebrato e testimoniato nella fede viva, nella carità operosa, nell’ardente speranza, tutto rischia di inaridirsi e morire. Ripartire da Dio significa per la Chiesa essere la comunità dei discepoli che Gesù ama e invia.

3.3.2. E tu, che fai parte della grande folla che seguiva Gesù (cf Gv 6,2), perché sei qui? che cosa ti interessa di Lui, così che non vorresti distaccartene e desideri ancora essere chiamato “cristiano”, mentre d'altra parte non hai il coraggio di seguire Cristo fino in fondo né intendi farti carico della fede di altri?

È questa oggi la condizione di tanti, che va sotto il nome di “adesione parziale”, “scelta soggettivistica” di alcuni contenuti della fede rispetto ad altri, cristianesimo di abitudine ecc. Qual è la condizione reale di questi nostri fratelli e sorelle che sono presenti ancora a molte eucaristie domenicali o almeno nelle grandi feste e nei grandi passaggi della vita (battesimi, matrimoni, funerali ecc.), ma che non si vedono quasi mai nei momenti dell'impegno attivo nella comunità o là dove c’è bisogno di prendere pubblicamente posizione per Gesù Cristo e la sua Chiesa?

Prendendo spunto dalla “grande folla” e dalle sue diverse reazioni, di cui ci parla il capitolo 6 del vangelo secondo Giovanni, cerco di dare voce a qualcuno fra questi molti nostri fratelli e sorelle. Perché, se non sei deciso a impegnarti fino in fondo, tuttavia hai comunque seguito Gesù fino all’altra riva del mare di Galilea e ora sei di nuovo qui (cf Gv 6,1)?

Uno della folla: “L’ho seguito vedendo i segni che faceva sugli infermi (cf Gv 6,2). In questo mondo senza segni e senza profeti Egli mi ha attratto, mi ha incuriosito, mi ha fatto sperare che avesse qualche risposta anche per i miei problemi. Non posso dire di avere sentito “amore” per Lui, forse non sarei capace di “perdere” la mia vita per il Vangelo: ma avevo bisogno di segni, di risposte, e sono andato.

Lui è stato ospitale con me: mi ha parlato, con parole non sempre comprensibili, ma nuove, mi ha nutrito con un pane che non sapevo bene donde venisse. Mi ha fatto bene questo contatto, anche se poi sono andato via, tornando alle mie occupazioni, senza aver troppo capito che cosa era successo, però arricchito di un po’ di forza dentro, di un po’ di conforto e di desiderio di incontrare ancora sul cammino della mia vita altri segni così.

Lui è stato ospitale con me...Perché dovreste voi, che vi dite Sua Chiesa, comportarvi diversamente da Lui? Perché dovreste essere una comunità chiusa, di pochi eletti, di impegnati al cento per cento, e disprezzare o allontanare me che faccio parte della “gran folla”? Senza contare che qualcuno di quelli come me ha iniziato a impegnarsi a fondo e neppure io escludo che un giorno potrei farlo...”.

La voce del Vescovo: Sono parole che mi toccano, perché Gesù è stato a lungo con persone come te e non le abbandona di sua iniziativa. Il capitolo 6 di Giovanni mostra Gesù impegnato in un lungo discorso con gente che alla fine si allontana, almeno per qualche tempo (“Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” Gv 6,66). Ma non è Gesù a respingerli. Egli continua a spiegare e a chiarire il suo pensiero fin che gli è possibile.

Nella nostra Chiesa siamo ben coscienti della vastità di un simile problema. Una larga percentuale dei nostri battezzati in Occidente appartiene a questa categoria e ad essi pensiamo in particolare quando parliamo di “nuova evangelizzazione” (dimenticando forse che è tutta la comunità che deve lasciarsi penetrare dalla spada del Vangelo).

Certamente rimangono valide le prescrizioni disciplinari e canoniche che stabiliscono che cosa è e che cosa non è compatibile con la piena appartenenza alla comunità cristiana. Tuttavia sentiamo che la Chiesa è come una grande rete che raccoglie ogni sorta di pesci (cf Mt 13,47-50), un grande albero presso cui nidificano a loro vantaggio molte specie di uccelli (cf Mt 13,31-32). Una Chiesa che è sotto il primato di Dio Padre universale sente il dovere di essere ospitale, paziente, longanime, lungimirante. Non può arrogarsi il giudizio definitivo sulle persone e sulla storia, che spetta soltanto a Dio. La Chiesa è una grande città, le cui porte non devono essere chiuse a nessuno che chieda sinceramente asilo. Guai se la Chiesa dei discepoli dell’amore divenisse una setta o un gruppo esclusivo o se gruppi nella Chiesa, che possono porre lecitamente condizioni rigorose per i loro membri, le volessero porre per la Chiesa intera!

Uno della folla: “Mi sento confortato e sollevato dalle tue parole. Certamente i bisogni per cui tanta gente come me si rivolge alla Chiesa possono essere anche molto umani (cf Gv 6,26): bisogno di conforto, di una parola di vita, di consolazione, sapere che esiste un punto di riferimento morale serio, qualche aiuto concreto...Perché dovreste rinfacciarmi queste cose? È vero: potrei riceverle, poi andarmene e forse non tornare più. Ma Gesù non mi ha negato queste cose, anche se poi ha continuato a predicare il Regno, a chiamarmi a conversione...Mi auguro dunque una Chiesa ospitale verso tutti, che annunci il Vangelo senza sconti, come pure senza preclusioni o settarismi”.

La voce del Vescovo: E io che cosa sento di fronte a queste affermazioni? Certamente mi toccano e in qualche modo mi mettono in imbarazzo. Vorrei davvero che la mia Chiesa fosse ospitale e nello stesso tempo non vorrei che si creassero confusioni rispetto alla verità del Vangelo. Come Paolo, Pietro e Giovanni voglio mettermi sotto l’assoluto primato di Dio: tutto ciò che la mia Chiesa ha seminato l’ha fatto con la Sua grazia, è Sua grazia. Guai a me se volessi verificare i risultati, contare i fedeli, vedere subito i frutti. Devo affidarmi perdutamente a Colui che mi ha chiamato ad amarlo e a seguirlo, lasciandomi cingere e portare da Lui. È il solo modo per vivere la responsabilità pastorale nella verità e nella pace.

Devo inoltre capire che i tanti che mi ascoltano distratti, che mi incontrano una volta e poi vanno via, i tanti “disimpegnati” fra i miei cristiani, sono amati tantissimo da Dio e vanno amati da me che voglio vivere sotto il primato di Dio. A loro devo andare per annunciare il Vangelo a tempo e fuori tempo; devo ascoltare le loro domande, anche le più materiali; devo capire che il loro cuore sta sotto il primato di Dio e va aiutato ad aprirsi a Lui nella libertà.

La Chiesa è cammino da massa a popolo dell’Alleanza: in questo cammino c’è chi è più avanti e chi è più indietro, chi si muove solo ora e chi si stanca. Guai a me se riducessi la Chiesa a comunità di giusti e di perfetti! L’icona della Trinità per la Chiesa non è punto di partenza, ma punto di arrivo, dono già iniziato che deve tuttavia compiersi in itinerari progressivi e costanti, finché giungano a pieno compimento le promesse di Dio.

Agli altri, ai pescatori di uomini, a coloro che hanno accettato di farsi carico della fede di altri, agli impegnati, chiedo di condividere con me la responsabilità verso l’annuncio del Regno, di costruire insieme questa Chiesa pronta come sposa adorna per il Suo Sposo, in cammino verso il giubileo del 2000.

3.4. In cammino verso il duemila

Il Papa ci chiede di programmare in comunione con tutta la Chiesa il cammino di preparazione al grande Giubileo. Egli pensa a un itinerario trinitario, scandito negli ultimi tre anni di questo millennio e preceduto da un tempo antepreparatorio, al quale già appartiene il presente anno pastorale.

La meta di tale itinerario verso il 2000 è radunare i dispersi nel grande evento della riconciliazione giubilare, attraendo le genti verso tanti focolai di amore e di fede, dove i discepoli dell’amore testimonino in semplicità e letizia, in parole e in opere, il Vangelo della carità. Per questo la nostra preparazione al prossimo Convegno di Palermo (20 - 24 novembre 1995) è già parte di questo cammino. Sarà pure importante ripensare al cammino decennale compiuto dal Convegno diocesano di Assago del novembre 1986, in particolare per quanto riguarda le Scuole di formazione all'impegno sociale e politico.

Il Papa ricorda poi il ruolo dei Sinodi e il contributo delle singole Chiese mediante i giubilei: “Nel cammino di preparazione all’appuntamento del 2000 si inserisce la serie di Sinodi, iniziata dopo il Concilio Vaticano II: Sinodi generali e Sinodi continentali, regionali, nazionali e diocesani” (n.21). “Nella preparazione dell'anno 2000 hanno un proprio ruolo da svolgere le singole Chiese, che con i loro Giubilei celebrano tappe significative nella storia della salvezza dei diversi popoli” (n.25).

Per noi dunque il Sinodo diocesano concluso il 1° febbraio 1995 rappresenta una tappa importante nella preparazione al 2000. L’assimilazione del Sinodo, prevista per l'anno pastorale 1995/96 sarà un nostro modo di vivere con tutta la Chiesa la preparazione al grande Giubileo. Ci aiuterà, come già sopra ricordato, la figura del card. Schuster, il nostro prossimo beato.

In questa preparazione si inserirà, nell’anno pastorale successivo (1996/97) un Giubileo ambrosiano di grande rilievo: il decimosesto centenario della morte di sant’Ambrogio (3 aprile 397). Un apposito comitato sta preparando il programma che sarà reso noto presto. Questo anno pastorale sarà anche il primo dei tre immediatamente precedenti il 2000 e sarà perciò dedicato a Gesù Cristo Salvatore (cf Tertio Millennio Adveniente, nn. 40-43). Il motto di sant'Ambrogio "Omnia Christus est  nobis" - “Cristo è tutto per noi ” - ci aiuterà a cogliere il rapporto fra il primato di Dio e la signoria di Cristo sulla nostra vita e sul mondo.

L’anno 1997/98 sarà dedicato allo Spirito Santo e ci impegnerà a renderci docili al soffio dello Spirito dovunque esso spiri e a lasciarci guidare da Lui come Chiesa in perenne conversione e riforma per proclamare il primato di Dio.

L’anno 1998/99 sarà dedicato a Dio Padre di tutti. Cercheremo di cogliere come il primato di Dio si esprime nella molteplicità delle ricerche di Lui e nel movimento ecumenico.

L’anno 2000 sarà l’anno giubilare del soli Deo gloria: “l’obiettivo sarà la glorificazione della Trinità, dalla quale tutto viene e alla quale tutto si dirige, nel mondo e nella storia” (Tertio Millennio Adveniente, n.55).
 

4. ALCUNI ADEMPIMENTI PRATICI PER IL 1995/96

Come ho ricordato all’inizio, questa non vuol essere una lettera programmatica, bensì ispirativa. È un invito a esaminarci sul primato di Dio nella nostra vita personale, nelle nostre relazioni, nella vita della Chiesa e della società. È un invito a dare il primo posto a ciò che proclama e riconosce il primato di Dio su tutte le altre cose. È un invito in particolare a vivere momenti di preghiera “gratuita”, di adorazione e di lode. Tutto ciò è destinato a dare aria e luce al nostro contesto spesso gravato da tanti problemi e preoccupazioni.

A questa luce risaltano alcuni obiettivi che sono propri di un anno postsinodale. È anzitutto un anno destinato a una lettura sistematica del Sinodo, con l’aiuto degli appositi sussidi.

È un anno da dedicarsi, da parte dei Consigli pastorali parrocchiali e delle altre istituzioni formative, alla riscrizione del progetto pastorale.

È un anno nel quale vorrei stendere la “Regola di vita del cristiano ambrosiano” che ho già iniziato a prevedere con l’aiuto del Consiglio Pastorale diocesano, delle claustrali, dei giovani.

È infine un anno nel quale dobbiamo prevedere gli impegni futuri del triennio giubilare, che per noi sarà caratterizzato dall’anno centenario della morte di sant’Ambrogio (397-1997).

Nella luce del primato di Dio ci viene dunque chiesto di affrontare  alcuni adempimenti pratici, che traducono quanto abbiamo detto in fatti concreti. Con quale spirito vivremo questi adempimenti? come tradurremo il messaggio di questa lettera in un cammino postsinodale che esprima il nostro "ripartire da Dio"?

La lettera dei Vescovi lombardi dell'8 settembre 1994 "La fede in Lombardia" contiene molti spunti significativi al proposito. Da parte mia richiamo alcuni suggerimenti conclusivi.

4.1. Riscrivere il progetto pastorale

La riscrizione del progetto pastorale avrà come punto di partenza questa domanda: la nostra Chiesa, la nostra comunità, sa ancora parlare di Dio? parlano di Dio le nostre assemblee liturgiche? le nostre catechesi fanno presentire il Mistero insondabile, quello che non si comunica solo con le parola, ma anche con i gesti, i silenzi, gli esempi della vita? insegnamo a pregare, a immergersi nel Mistero santo? i nostri ragazzi sentono che c'è una ragione profonda del nostro interesse educativo, quella di aprirli a ciò che è al di là delle cose visibili, di far gustare loro l'amicizia con Gesù figlio di Dio e fratello nostro? la nostra carità è sostenuta dalla riverenza amorosa verso il povero perché vede in chi è nel disagio il Cristo sofferente e glorioso ("l'avete fatto a Me". Cf Mt 25,40)?

Data l'importanza di questa riscrizione del progetto pastorale aggiungo in appendice alcune riflessioni sulla storia e la metodologia di questa fondamentale attività di una parrocchia e di una istituzione educativa, attività che non deve mai considerarsi conclusa ma va regolarmente e pazientemente ripresa in ordine a un continuo aggiornamento del nostro modo di fare pastorale.

4.2. La preghiera nelle nostre comunità

In questa luce invito a rivedere con particolare cura il capitolo della preghiera delle nostre comunità, sia di quelle parrocchiali come di tutte le altre: l'invito si può ritenere quindi anche esteso, sempre nel rispetto dell'autonomia e delle tradizioni proprie dei singoli Istituti, anche a tutte le comunità di vita consacrata.

Il nostro modo di pregare in comune lascia trasparire qualcosa del mistero di Dio? se un non credente entrasse in chiesa nel momento della preghiera o di una celebrazione, si sentirebbe portato a gustare qualcosa di un al di là invisibile ma presente, adorato, amato, cercato con tutta l'ansia del cuore? Le nostre comunità insegnano a pregare? facciamo conoscere i metodi di preghiera, il metodo della "lectio divina", le tradizioni semplici di orazione che ci vengono dall'antichità cristiana? chi volesse imparare a pregare può venire da noi senza sentirsi costretto a cercare in tradizioni lontane o esoteriche un avviamento al modo di incontrare Dio nella preghiera e nel silenzio? il nostro modo di cantare sostiene la preghiera, eleva lo spirito e il cuore a Dio e ce ne fa presagire la grandezza e la bontà?

La preghiera dei preti e dei consacrati è visibile, esemplare, capace di far desiderare la gioia della preghiera? avviene talvolta ciò che è avvenuto a Gesù, che dopo la sua preghiera si sente domandare: insegna a pregare anche a noi così (cf Lc 11,1)?

Le indicazioni ripetute date in questi anni per la preghiera in famiglia hanno avuto qualche riscontro? Se ne è parlato qualche volta negli incontri, nei consigli pastorali? si è cercato insieme, con le famiglie più impegnate, di vedere come aiutare altre famiglie a riscoprire qualcosa di questo tesoro? le missioni popolari hanno avuto come frutto una ripresa della preghiera in famiglia?

4.3. La messa festiva

La messa festiva è vissuta come momento di elevazione della mente e del cuore a Dio, come occasione privilegiata della proclamazione del primato di Dio? Cosa facciamo perché sia davvero quella "sosta che rinfranca", quel momento in cui il cristiano beve alla sorgente della vita? Abbiamo mai pensato a come vivere un po' anche noi, pur tenendo conto delle diversità culturali, quella gioia della messa domenicale che caratterizza le comunità del terzo mondo? Le diverse celebrazioni eucaristiche conducono al cuore del mistero di Gesù morto e risorto che proclama il primato del Padre? Ricordiamo che non si tratta spesso di accrescere il contenuto didattico o didascalico delle celebrazioni, talora fin troppo carico. Il primato di Dio non lo si proclama solo a parole, ma con i silenzi, i gesti, il ritmo lento e grave, il tono raccolto, il cuore che vibra, il canto che comunica le vibrazioni del cuore, la musica che non distrae ma raccoglie ed eleva...

4.4. Gli esercizi spirituali

Un momento tipico in cui si esprime nel concreto il primato di Dio è quello degli Esercizi spirituali. Sono un tempo gratuito dato a Dio solo per amore di Lui soltanto. Si potrà rileggere la lettera dei Vescovi Lombardi "Gli Esercizi spirituali e le nostre comunità cristiane" del 1992. Sarebbe molto bello se ogni comunità parrocchiale potesse celebrare in quest'anno il primato di Dio con gli Esercizi spirituali in parrocchia.

4.5. Il catecumenato degli adulti

Vorrei anche richiamare l'attenzione da avere per quanti, giovani e adulti, sempre più numerosi anche da noi, scelgono oggi di "ripartire da Dio" iniziando il cammino in vista del battesimo. Il Sinodo ha parlato, nella cost. 97, di come aiutare le comunità cristiane a impostare in modo corretto ed efficace gli itinerari previsti per l'iniziazione cristiana, soprattutto il cammino di catecumenato degli adulti non battezzati. E' un punto sul quale saremo chiamati in futuro a porre un'attenzione crescente, in vista di una proclamazione costante del primato di Dio per ogni uomo o donna che lo cerca con cuore sincero.

4.6. Affrontare la sfida della carenza di vocazioni

Un ultimo pensiero lo dedico a un punto nel quale la nostra proclamazione del primato di Dio entra in una difficile tentazione epocale. Ci chiediamo: come proclamare con fiducia il primato di Dio quando sembrano venir meno le vocazioni sacerdotali, alla vita consacrata, al servizio missionario?

La destinazione dei sacerdoti novelli di questi ultimi anni ha messo infatti in luce ancor più chiaramente un fenomeno che si avvertiva già da qualche tempo: la scarsità di preti giovani e il progressivo innalzarsi dell'età media del clero. Aumentano le parrocchie con un solo parroco, mentre diminuiscono gli aiuti per le messe festive e per i sacramenti, in particolare la confessione.

I parroci dunque vedono aumentare le loro attività, e magari hanno pure il dovere di seguire frazioni o chiese che fino a poco tempo prima erano seguite nella cura pastorale da altri sacerdoti. Aumentano pure le situazioni nelle quali sacerdoti giovani o ancora abbastanza vicini al mondo dei giovani vengono incaricati di seguire la pastorale giovanile di più parrocchie, mentre non sempre trova risposta la domanda di parroci di parrocchie piccole e vicine perché un vicario parrocchiale abbia cura della pastorale giovanile di più parrocchie .

Anche la vita consacrata è toccata dallo stesso fenomeno: è come se nel mondo occidentale venisse meno la capacità di osare per Dio, di dedicarsi per tutta la vita a una vocazione impegnativa. I giovani stentano a fare scelte definitive.

Le comunità cristiane reagiscono in maniere diverse al mutamento. E le loro reazioni sono talvolta motivate da paragoni rispetto ad altre situazioni nelle quali la penuria di vocazioni ancora non si è mostrata con tutta la chiarezza che essi vedono sotto i loro occhi.

Una prima reazione istintiva può essere quella di sorpresa o di sfiducia, perché si ritiene che non si sia provveduto alla comunità secondo le attese. Oppure si avverte un senso di stanchezza che abbatte ancora di più la capacità di reagire e di suscitare risposte pastorali diversificate. Penso alle situazioni nelle quali si stenta a collaborare tra presbiteri di parrocchie vicine, o ai Decanati nei quali la riunione dei presbiteri o dei Consigli Pastorali decanali non divengono occasione per risparmiare e ridistribuire energie e per collaborare più strettamente al perseguimento di mete pastorali comuni. Penso a quelle comunità in cui la notizia che le Suore dovranno lasciare la parrocchia per carenza di vocazioni suscita al momento iniziative volte a prolungare la loro presenza, ma non conduce a una seria interrogazione né sulle carenze vocazionali della parrocchia né sul modo di attivarsi da parte dei laici per assumere le loro responsabilità.

Vi è un secondo tipo di risposta negativa: sospinti dalle abitudini acquisite in tempi di abbondanza di clero, non ci si sforza di individuare mete prioritarie per la vita della comunità, e così la proposta pastorale si fa generica, senza la capacità di sostenere la individuazione e la crescita di energie nuove attraverso la cura delle diverse vocazioni che la comunità cristiana ha nel suo interno.  Nella linea di una corretta reazione alla difficoltà in cui siamo immersi, ricordavo già negli scorsi anni - in occasione della Messa crismale del Giovedi santo - l’importanza “di svolgere un’attività vocazionale libera e fiduciosa, non preoccupata e ansiosa”, basata sulla partecipazione della fede di Abramo, e scaturente da un cuore “affidato alle promesse del Signore”, frutto di un “volto di Chiesa che sa attrarre perché umile e semplice”.[8]

Più dolorosa, e alla fine debilitante, è la reazione di presbiteri e cristiani che si lasciano prendere dal nervosismo nei confronti della situazione, e hanno la tentazione della polemica verso questa o quella situazione, questo o quel responsabile della vita della comunità parrocchiale, o decanale o diocesana.

Quali gli atteggiamenti positivi, giusti, quelli per i quali il Signore permette questa prova, per purificare, santificare, edificare la Sua Chiesa?

* Anche qui occorre avere il coraggio di rifarci anzitutto al primato di Dio. “Gesù andava attorno per le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “ La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”” (Mt 9,35‑38). È dunque  il padrone della messe Colui a cui fare riferimento! A noi è chiesto di entrare nel cuore del Signore, di guardare con i Suoi occhi, con uno sguardo sostenuto dalla certezza della misericordia preveniente del Padre e di imparare a vivere la tentazione epocale che nasce dalla penuria di vocazioni, affinché vengano accresciute la nostra fede e la nostra speranza.

Per vivere in maniera cristiana questa sfida pastorale che ci prepara al duemila, occorre che ciascuno di noi apra il cuore nella fede per comprendere il Signore che educa il suo popolo e per partecipare ai sentimenti di Gesù di fronte alle folle “stanche e sfinite”. Mi sembra che la sofferenza del nostro tempo e della nostra Diocesi nel ripensare il modo con cui le nostre forze possono rispondere ai bisogni pastorali, sia la grande prova che attende la Chiesa occidentale nel nuovo millennio. Ad altri tipi di persecuzioni per il Vangelo che le generazioni cristiane hanno sperimentato si sostituisce per noi oggi questo dolore della penuria e della sproporzione delle forze, drammaticamente sperimentato da tutto un popolo cristiano.

* Comprendiamo meglio allora che cosa significa condividere la passione per il Regno che è stata l’anelito del cuore di Cristo e sentire come Lui chiama ancora oggi tanti a seguirlo. Questa condivisione stimola i preti e tutti i consacrati e le consacrate a proporre a molti giovani di associarsi a loro nel cammino della sequela per il Regno. Dobbiamo fare comprendere con la nostra vita e con le nostre parole, che fare il prete, dedicare tutto se stessi a Cristo, è anche umanamente una forma di vita piena e appagante. Dobbiamo suscitare, incoraggiare, accompagnare cammini vocazionali fin dalla preadolescenza. Le diverse iniziative del Seminario minore, della Comunità propedeutica, della Pastorale vocazionale e della Pastorale giovanile, in particolare il "Gruppo Samuele" vanno conosciute e utilizzate assai di più.

Segnalo in particolare che non abbiamo finora dato il dovuto rilievo alla novità del Diaconato permanente e ai grandi frutti che da esso possono derivare per la nostra pastorale anche per una migliore ridistribuzione delle forze sul territorio.

* Mentre ci impegniamo a  pregare il Padrone della messe e a collaborare con Lui perché mandi molti validi operai nella sua vigna, occorre imparare a cogliere i nuovi segni della speranza e a dare spazio alle nuove realtà vocazionali del laicato, della famiglia, della dedizione personale.

Frutto di una autentica disposizione di fede e di speranza nei confronti della situazione odierna sarà la capacità di sollecitare una collaborazione più generosa ed efficace all’opera di evangelizzazione e di cura della fede. Ricordiamo l’importanza di laici seriamente dedicati al Vangelo, alla cui ricerca e formazione dobbiamo porre molta attenzione.

* Essenziale però rimane lo spirito di collaborazione e di reciproca accogliente attenzione che vediamo ormai svilupparsi tra i preti e i laici soprattutto nell’ambito del Decanato. È in questa “pastorale unitaria” che risiede ora la nostra maggiore speranza di sostenere e aiutare una evoluzione del modo di vivere delle comunità parrocchiali in tempi di penuria di sacerdoti.

“Unità pastorale” diviene quindi non soltanto uno strumento pratico di azione in determinate circostanze, bensì un modo globale di rispondere alla sfida che caratterizza questi decenni della nostra Chiesa.
 

CONCLUSIONE: PORTANDO GESÙ PER LE VIE DI MILANO

Signore, ti sto sostenendo fra le mie mani, mentre la gente ti adora e ti loda, ma in realtà sei Tu che stai sostenendo me, sei Tu che stai sostenendo questo popolo. Esso contempla il primato del tuo amore, che ti ha messo qui nelle specie del pane, in memoria vivente della tua passione e morte, della tua debolezza e della tua solitudine.

Signore, nella tua debolezza e solitudine Tu sei la nostra forza. Tu sei il risorto, Tu cammini in mezzo a noi dando vita e speranza. Tu non deludi coloro che si appoggiano a Te e credono al primato del tuo amore. Tu ci inviti a ripartire da Te, a ripartire dopo il nostro Sinodo dalla proclamazione del primato del Padre tuo, a rifarci a quelle cose essenziali da cui deriva ogni nostra forza e gioia. Nutrici, o Signore, col tuo pane. Nutrici con quelle cose che danno senso alla nostra vita, fa' che nella contemplazione di Te nel tuo vangelo noi attingiamo coraggio per riprendere il nostro cammino verso la fine del secondo millennio, incontro al mistero di Dio.

Maria, Madre di Gesù e della Chiesa, tu che dall'alto del Duomo vedi il lungo itinerario del tuo popolo, fa' che troviamo la via giusta. Non permettere che ci smarriamo tra le molteplici strade del nostro mondo. Ci accompagnino in questo viaggio verso l'eternità di Dio i nostri santi, in particolare i santi vescovi che in questo secolo hanno retto la nostra Chiesa. Beato cardinal Ferrari, e tu che sarai presto proclamato beato, cardinale Ildefonso Schuster, intercedete per noi!

+ Carlo Maria Card. Martini

Arcivescovo

Milano, 8 settembre 1995


 

Appendice 1

Appunti per una riscrizione del progetto pastorale parrocchiale

1. Nel quadro del triennio sull’educare, precisamente nella lettera pastorale “Itinerari educativi” del 1988, domandai a tutte le parrocchie e alle altre istituzioni formative di dotarsi di un progetto pastorale. L’obiettivo che mi prefiggevo era di suscitare una sempre maggiore coscienza del carattere responsabile dell' “agire pastorale”.  Mi pareva importante che i sacerdoti e i laici impegnati, per poter svolgere efficacemente il proprio ministero e sfuggire alla tentazione del disimpegno o dello scoraggiamento, riflettessero sullo stile e il metodo usato da Dio per "educare il suo popolo" interrogandosi sugli obiettivi e gli itinerari dell’agire pastorale.

2. Non mi muovevano tanto argomentazioni di principio, né considerazioni metodologiche astratte. Piuttosto mi preoccupavo di stimolare a trovare soluzioni concrete e praticabili a talune difficoltà vissute da preti e laici, che mi venivano segnalate in occasione delle visite pastorali alle parrocchie e ai decanati.

In primo luogo, molti operatori pastorali lamentavano la fatica di ritradurre in concreto nel vissuto ordinario delle comunità parrocchiali le proposte contenute nelle Lettere pastorali che di anno in anno si susseguivano; quando ciò poi accadeva, v’era il rischio che, per dare spazio alle nuove sollecitazioni del Vescovo, si finisse per soppiantare o trascurare altre iniziative, magari attivate soltanto l’anno precedente.

Inoltre una conoscenza sempre più assidua delle parrocchie ambrosiane mi aveva convinto della necessità di sfuggire ad una duplice tentazione nella vita pastorale: da un lato, il rischio della routine, che conduce a rappresentarsi la vita pastorale come una ripetizione di gesti e parole; dall’altro, il pericolo di un attivismo frenetico che sconfina spesso nell’arbitrio e nell’improvvisazione. Tutte queste difficoltà mi suggerirono di richiamare l’attenzione della diocesi sulla necessità che ogni parrocchia provvedesse a farsi carico in prima persona di dare vita ad un ponderato e sapiente sforzo di progettazione e verifica dell’agire pastorale. Ecco dunque le motivazioni che stavano alla base della richiesta di redigere un progetto pastorale in ogni parrocchia. In altre parole, come ebbi a dire poco tempo dopo ad una folta rappresentanza di membri dei Consigli pastorali parrocchiali nel Duomo di Milano, era mia intenzione richiamare l’evidenza che l’educare non è soltanto cosa del cuore, ma è pure cosa della testa, cioè richiede metodo, intelligenza; non basta educare a casaccio o a stagioni nel lanciare un’idea dimenticando poi tutto. Educare esige pazienza, metodo, perseveranza e il progetto scritto è utilissimo per verificare successivamente le attuazioni e le distanze.

3. Ben presto ebbi modo di verificare che la richiesta avanzata di redigere un progetto pastorale parrocchiale aveva colto nel segno. Un primo riscontro lo rinvenni in interventi di valenti studiosi, che riflettendo su alcuni aspetti della teologia pastorale convenivano nell’assegnare una particolare importanza all’obiettivo di una seria programmazione della vita della parrocchia. Mi limito a citarne uno: “Programmare, e lavorare con un progetto, è alternativo al procedere a rimorchio o estemporaneamente. Programmare è conseguenza del riconoscimento di una responsabilità, da un lato, e dell’esigenza di una logica nell’agire dotata di qualche stabilità, dall’altro. Programmare nell’azione pastorale suppone anzitutto di non avere delegato ad altri di pensarla e di deciderla, quasi pronti o rassegnati ad accettare qualsiasi passo a scatola chiusa; e di non immaginare la vita della chiesa legata ad un discernimento (o piuttosto ad un estro, ad un arbitrio) estemporaneo, così incoerente e privo di una logica di continuità da vanificare ogni sguardo prospettico. Nell’uno e nell’altro caso, la rinuncia a programmare supporrebbe un’abdicazione di umanità, che non avrebbe probabilità di senso cristiano” (C. Tullio).

Un ulteriore riscontro lo si ebbe dalla recezione della proposta da parte delle comunità parrocchiali della Diocesi. A partire dal settembre dell’anno successivo (1989) si è potuto provvedere ad un’analisi critica di quasi 700 progetti, dalla quale emergeva complessivamente un confortante segnale di maturità circa la consapevolezza che ispira l’intensa attività pastorale delle nostre comunità (cf M. Vergottini, Rilettura dei progetti educativi parrocchiali, Ambrosius 5 (1990), pp. 456-485). Oggi, non soltanto il numero delle parrocchie che hanno provveduto ad una stesura del rispettivo progetto è ulteriormente cresciuto, ma alcuni di tali contributi, già riveduti e corretti, costituiscono un segnale inequivocabile della maturità con cui ci si accinge come Chiesa a farsi carico del compito della evangelizzazione e della testimonianza della carità.

4. Qualche anno più tardi, nella Lettera alla città di Milano, “Alzati e va’ a Ninive” (marzo 1991), tesa a sottolineare la necessità di una nuova, coraggiosa e coerente evangelizzazione, ho avuto modo di riconsiderare l’urgenza della stesura di un progetto parrocchiale. Nel quadro di una pastorale imperniata sulla figura della parrocchia veniva posto l’accento su due strumenti privilegiati, utili a favorire una “fede adulta” fra quanti a vari livelli prendono parte attiva alla vita della comunità cristiana: precisamente il consiglio pastorale parrocchiale e il progetto pastorale. Il consiglio pastorale parrocchiale - osservavo - abilita un gruppo di persone mature a esprimere, alla luce della fede e in rapporto con le indicazioni della Chiesa un giudizio unitario sulla vicenda della comunità intera e a essere parte attiva nel promuovere anche negli altri una reale capacità di condivisione. Mediante il progetto pastorale poi la parrocchia individua le urgenze, le possibilità, le priorità e gli appuntamenti con cui essa intende annunciare il Vangelo a ogni condizione di vita.

Sullo stretto legame che intercorre fra queste due dimensioni dell’agire pastorale, il “consigliare” e il “programmare” avevo avuto già modo di riflettere in occasione della pluriennale attività dei Consigli presbiterale e pastorale, che in questi anni sono stati per me un’occasione privilegiata per ripensare il piano pastorale diocesano e per prendere coscienza dell’utilità di  celebrare un nuovo Sinodo. Proprio a conclusione dell'attività del II Consiglio pastorale diocesano fui sollecitato a tracciare un profilo spirituale del “consigliare” nella Chiesa. Ricordo di aver sottolineato come colui che consiglia deve avere la comprensione amorevole della complessità della vita in genere e della vita ecclesiastica in specie. Il consigliare infatti non è un atto puramente intellettuale, bensì un atto misericordioso che tenta di guardare con amore le situazioni umane concrete - parrocchie, decanati, Chiesa, società civile, società economica -. Il consigliere nella comunità deve inoltre avere un grande senso del consiglio come dono. Dono da richiedere nella preghiera, perché non si può presumere di averlo, e da vivere con distacco. Il consiglio non è un’arma di cui posso servirmi per mettere al muro gli altri; è un dono a servizio della comunità, è la misericordia di Dio in me.

Il consigliare è pure il momento dell'indagine e della creatività. Parecchi dei nostri Consigli pastorali parrocchiali sbagliano su questo punto: propongono un tema, chiedono il parere dei singoli membri, ciascuno dice la prima idea che gli viene in mente, e poi si vede la maggioranza. Invece, occorre non una semplice raccolta di pareri, ma una istruzione di causa, che valorizzi il gusto dell'indagine e del confronto con le soluzioni già date in altri luoghi e situazioni.

5. Finalmente, il recente Sinodo 47° ha recepito appieno tutte queste sollecitazioni nel capitolo “La parrocchia luogo della corresponsabilità pastorale” dove si afferma che il progetto pastorale è “espressione oggettiva, segno e alimento della comunione che anima e fonda la comunità visibile della parrocchia” (cost 142, § 3); e ancora: “le linee fondamentali del progetto pastorale di ogni parrocchia sono quelle disposte dalla Chiesa universale e da quella diocesana, ma queste vanno precisate per il cammino della concreta comunità parrocchiale ad opera in particolare del parroco con il consiglio pastorale. Il progetto pastorale di ogni parrocchia deve interpretare i bisogni della parrocchia, prevedere le qualità e il numero dei ministeri opportuni, scegliere le mete possibili, privilegiare gli obiettivi urgenti, disporsi alla revisione annuale del cammino fatto, mantenere la memoria dei passi. Esso è un punto di riferimento obiettivo per tutti, presbiteri, diaconi, consacrati e laici; come pure per tutte le associazioni, i movimenti e i gruppi operanti in parrocchia. Va tenuto infine presente che la precisazione dei criteri oggettivi di conduzione della parrocchia favorisce la continuità della sua vita al di là del cambiamento dei suoi stessi pastori” (cost 143, § 3).

Per poter interpretare il testo delle due costituzioni, in tutta la sua densità e le sue sfumature, suggerisco ai Consigli pastorali parrocchiali di meditarlo insieme, alla luce della mia Lettera di presentazione del Sinodo, dell'Introduzione del Libro Sinodale e di questa ultima lettera. Un tale esercizio di rilettura renderà il Consiglio pastorale sempre più consapevole della sua identità e dei suoi compiti.

6. Nel quadro della cura che da oggi in poi caratterizzerà la nuova stagione della Chiesa ambrosiana stabilisco dunque che ogni comunità parrocchiale debba provvedere da quest'anno ad una revisione del progetto pastorale - o, eventualmente, alla prima elaborazione -, alla luce delle disposizioni del Sinodo che costituisce il criterio normativo per misurare e riorientare la vita delle nostre comunità. Eventuali eccezioni o difficoltà saranno sottoposte ai Vicari Episcopali di zona.

Se è vero che l’azione pastorale modella forme e strutture in modo che nella Chiesa ogni persona possa incontrare il Signore in termini personali per conoscerlo e seguirlo in un cammino spirituale semplice e applicabile a tutti, si comprende come l’adempimento della stesura/revisione di un progetto pastorale parrocchiale debba essere avvertito non già come un dovere in più, che si aggiunge alla lista delle tante “cose da fare”. Prima ancora che un atto di obbedienza nei confronti di un’esplicita richiesta del Vescovo, la realizzazione del progetto è un servizio a se stessi, alla propria realtà parrocchiale, così da favorire una ripresa di autoconsapevolezza critica sulla qualità del lavoro apostolico, provvedendo ad una verifica sui bisogni e le risorse educative in loco, riprofilando mezzi, tempi e criteri di realizzazione degli obiettivi prefissati. In gioco dunque sta anzitutto la necessità di maturare sempre più consapevolezza che il momento progettuale costituisce un requisito essenziale dell’agire pastorale, prospettiva questa che proprio in quanto consente di metterci nuovamente a contatto con il disegno salvifico che il Signore ha per ciascun uomo e donna, diviene scoperta che infonde sollievo e insieme incita ad un impegno più esigente ed appassionato nella missione evangelica e nell’edificazione ecclesiale.

Redigendo un progetto pastorale la comunità si assume la responsabilità di operare una decisione pastorale saggia e muove da un attento esercizio di discernimento spirituale/pastorale, per rispondere all’interrogativo di come “qui e ora”, per “questi” uomini e donne la comunità cristiana è in grado di formulare e predisporre itinerari di incontro con il Signore. L’icona evangelica del padrone di casa che estrae dal suo tesoro “cose nuove e cose antiche” (cf Mt 13,52) risulta estremamente istruttiva del saggio equilibrio di un'attenta valorizzazione della ricchezza di iniziative della nostra tradizione ambrosiana e insieme della disponibilità a inventare nuove modalità per liberare la forza del vangelo.

7. Nel sollecitare le parrocchie al compito della revisione del progetto pastorale, ritengo utile suggerire alcuni criteri che possono favorire una tale impresa. Certo, la realizzazione di un progetto pastorale è atto che impegna originalmente la singolarità e la personalità di ogni comunità parrocchiale, per cui non si può affatto ipotizzare l’esistenza di uno schema-base eventualmente da personalizzare a piacere. Nondimeno, senza pregiudicare la libertà e l’inventiva di ciascuna comunità, richiamo alcuni suggerimenti di carattere metodologico.

* L’obiettivo sotteso alla realizzazione di un progetto pastorale parrocchiale non dev’essere quello di elaborare in proprio una sorta di “teologia della parrocchia”, né di fare una silloge di documenti magisteriali, neppure di proporre soltanto una puntuale registrazione delle “tante cose che attualmente si fanno”. Il progetto, in quanto interessa una specifica parrocchia, deve tenere presente la sua storia, la sua condizione, il suo contesto socio-culturale e spirituale; deve focalizzare l'attenzione sugli itinerari di fede che vengono offerti alle persone che vivono in parrocchia, come cura premurosa nei loro confronti. È utile, infine, trovare una proficua chiave di lettura (per es. le quattro costituzioni conciliari, oppure la triade Parola, Eucarestia, Diaconia, o altri schemi biblici o teologici, quali l’articolazione suggerita dai cinque progetti pastorali: contemplazione ‑ Parola ‑ Eucarestia ‑ missione ‑ “farsi prossimo”, o altri suggeriti dal Libro sinodale) che possa consentire di contemplare il “volto” della Chiesa e insieme misurare la vicinanza/distanza dell’esperienza ecclesiale vissuta.

* Il punto di partenza deve essere l’analisi della situazione in cui la parrocchia opera (quartiere/paese, abitanti - famiglie - lavoro).  Non si tratta di dar vita ad una ricerca sofisticata sotto il profilo sociologico, ma di pervenire ad una conoscenza meno superficiale dell'ambiente socio-culturale in cui è inserita la comunità parrocchiale, così da valutare l’incidenza dei mutamenti sociali sull'ethos ed il vissuto spirituali delle persone che vivono in quel determinato territorio, in modo da avvertire bisogni e resistenze in ordine alla proposta del messaggio credente. Per venire incontro alle difficoltà delle parrocchie con minori potenzialità, e insieme per evitare inutili sprechi, è auspicabile che ogni decanato possa costituire l’ambito di osservazione sul territorio e di rilevazione dei comportamenti.

* Si tenga presente la parola chiave del Sinodo, cioè quella di “unità pastorali”, per programmare l’attività della parrocchia nel quadro della collaborazione interparrocchiale e decanale.

* Prima di accingersi alla stesura materiale del testo è bene aver riflettuto a sufficienza sulla struttura dello stesso, affinché assuma coerenza, organicità, sinteticità. Il momento progettuale acquisterà sempre più valore allorquando eserciti una funzione critica nei confronti della prassi pastorale vigente, segnalando attenzioni, priorità, correzioni ed omissioni nel lavoro pastorale ordinario. In questa linea, è opportuno che si prendano in considerazione anche quei capitoli della pastorale che generalmente risultano scottanti e spesso scoperti (l’accostamento dei “lontani”, l’educazione socio-politica, il post-cresima, ecc.).

* Il progetto pastorale parrocchiale risulta tanto più credibile quanto più in esso si percepisce la coscienza di essere partecipe del cammino della Chiesa locale, di essere docile al magistero episcopale, dunque quanto più è dato registrare un respiro ed una memoria diocesana. Il Libro del Sinodo, unitamente alle più recenti Lettere pastorali, in particolare  quest’ultima “Ripartire da Dio”, inquadrate nella cornice dell’insegnamento del Papa, costituiscono i testi-base da cui deve muovere questo sforzo di progettazione/programmazione/verifica del lavoro parrocchiale.

* Un’ultima e decisiva acquisizione è infine lo sforzo di pervenire al ritrovamento di una chiave di lettura originale, personale, capace di mostrare il carattere “proprio” ed irrepetibile, che lega questo progetto a questa comunità. Il “leit motiv” può essere un’icona evangelica, una cifra ideale, un idea-guida, capace di fornire sinteticamente il tutto nel frammento, l’angolo di visuale grazie al quale ci si apre alla realtà nella sua interezza. Si tenga presente la cost. 140 del Sinodo su "Le diverse tipologie di parrocchie della Diocesi". Diversa sarà per esempio la sintesi unitaria che caratterizza una parrocchia con una storia millenaria rispetto ad una di recente costituzione magari ancora in attesa di realizzare l'edificio-chiesa. In ultima analisi, non bisogna dimenticare che l’obbedienza nella vita cristiana ed ecclesiale è creativa e interpellante proprio in quanto essa nasce dalla decisione della libertà: a nessuna parrocchia è consentita un’anonima assimilazione del piano diocesano, ad ogni comunità è richiesta invece una personale riappropriazione del cammino diocesano a partire da un forte ricentramento sull’essenziale, per "ripartire da Dio".


Appendice 2 Lettera di presentazione alla Diocesi del Sinodo 47°


 

[1]  A. Manzoni, Il Natale del 1833 (primo getto), da M. Pomilio, Il Natale del 1833, Milano 1983, p. 133

[2]  A. Manzoni, Inni Sacri - La Passione, strofa 6

[3]  D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Alba 1988, p. 427

[4] cf  Gibran Kahlil Gibran, Il profeta, Milano 1987, p. 20

[5] P. Le Fort, Les structures de l’Eglise militante selon Saint Jean, Paris 1979, p. 172

[6] ib.

[7] Jean Vanier, Il corpo spezzato, Milano 1990, p 98ss.

[8] cf La fede di Abramo e la parsimonia di Giuseppe, Giovedi santo 1991, p. 12; cf anche Un presbiterio che si rigenera, Giovedi santo 1990