PICCOLI GRANDI LIBRI   CARLO MARIA MARTINI
LETTERE PASTORALI

La dimensione contemplativa della vita (1981)
In principio la Parola (1981 - 82)
Attirerò tutti a me (1982 - 83)
Partenza da Emmaus (1983 - 84)
Farsi prossimo (1985 - 86)
Dio educa il suo popolo (1987 - 88)
Itinerari educativi (1988 - 89)
Educare ancora (1989)
Effatà, apriti (1990 - 91)
Il lembo del mantello (1991 - 92)
Sto alla porta (1992 - 94)
Ripartiamo da Dio (1995 - 96)
Parlo al tuo cuore (1996 - 97)
Tre racconti dello Spirito (1997 - 98)

Ritorno al Padre di tutti (1998 - 99)
Quale bellezza salverà il mondo (1999 - 2000)
La Madonna del Sabato Santo (2000 - 2001)
Sulla tua parola (2001 - 2002)

 Lettera di presentazione del Sinodo

Tre racconti dello Spirito

Lettera pastorale per verificarci sui doni del Consolatore

I. Raccontando dello Spirito

Non ricordo il giorno preciso, ma so che era il mese di luglio del 1970. Avevo allora 43 anni. Stavo tenendo un corso sugli Atti degli Apostoli all’Università di San Francisco, in California. Più che mai, nel susseguirsi delle lezioni e nel contatto con gli studenti, mi urgeva dentro la domanda: ci sono, nella Chiesa del nostro tempo, comunità simili a quelle di cui parla questo libro? dove si trova oggi quella gioia, quell’entusiasmo della preghiera, quella forza della testimonianza il cui racconto, dopo due millenni, ancora ci affascina? dove esistono assemblee come quelle di cui parla san Paolo, nelle quali chi entra come estraneo si trova a un certo momento capito, svelato, coinvolto e sente sorgere spontanea l’acclamazione: "Veramente Dio è in mezzo a voi!" (cf. 1Cor 14,25)?

Fu in una di quelle sere che avvicinai per la prima volta un gruppo di persone che si diceva nato da un’esperienza dello Spirito santo e che coltivava la coscienza di riprodurre, nella Chiesa di oggi, il volto delle primitive comunità. Non erano esperienze per me del tutto nuove, ma il momento privilegiato che stavo vivendo, col libro degli Atti che mi faceva compagnia per tutto il giorno, mi metteva nella condizione di scrutarle più attentamente e di paragonarle con tante esperienze analoghe dei decenni precedenti della mia vita.

E’ così che toccai dentro di me quella vena sotterranea di interrogazione e di ricerca, sempre coltivata in seguito, che affiora oggi in questa Lettera pastorale: dove si trovano nel nostro tempo autentiche esperienze dello Spirito, simili a quelle dei primi cristiani? dove e come e quando esistono le condizioni perché un uomo o una donna, pur contagiati dal secolarismo, arrivino a esclamare: "Veramente Dio è in mezzo a voi!"? In altre parole: come lo Spirito santo, sempre all’opera nel mondo, risponde oggi alle sfide dell’immanentismo, dell’indifferenza religiosa, del consumismo, e vi risponde non con ragionamenti ma con fatti convincenti di Vangelo?

Questa mia Lettera sulla vita secondo lo Spirito nelle persone e nella comunità ecclesiale nasce dunque da una convinzione profonda, maturatasi in me presto, ma verificata attraverso l’intero percorso della mia vita, che attraversa coi suoi 70 anni buona parte del cosiddetto "secolo breve", che è il nostro secolo, caratterizzato dalla rapidità e radicalità dei mutamenti intervenuti tra lo scoppio della prima guerra mondiale (1914) e il crollo del muro di Berlino (1989). E’ la convinzione che lo Spirito c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro. C’è e non si è mai perso d’animo rispetto al nostro tempo; al contrario sorride, danza, penetra, investe, avvolge, arriva anche là dove mai avremmo immaginato. Di fronte alla crisi nodale della nostra epoca che è la perdita del senso dell’invisibile e del Trascendente, la crisi del senso di Dio, lo Spirito sta giocando, nell’invisibilità e nella piccolezza, la sua partita vittoriosa.

Ecco dunque come si articolerà la Lettera. Vorrei raccontarvi come questa convinzione abbia guidato i miei passi, specialmente a partire dal Concilio, nel cammino di biblista, e poi in seguito negli anni del ministero episcopale a Milano, per poi considerare, a partire dal mio racconto, quello che lo Spirito racconta di sé e del suo mistero e dedurne qualche conclusione pratica per il racconto che con lui facciamo del mistero di Gesù. Tutto ciò per capire con voi quale sia la risposta più credibile da dare alla domanda che è al centro della nostra pastorale in questa fine millennio: come il mondo moderno, soprattutto il mondo occidentale, può recuperare il senso del Trascendente?

La riflessione mi porterà a occuparmi anche di quei luoghi dell’esperienza dello Spirito che sono oggi i movimenti nella Chiesa. E’ importante chiarire fin dall’inizio il modo del mio approccio: desidero verificare come, sia in essi che in ogni altra esperienza "spirituale", si possa cogliere il mistero del Dio vivente, qui e ora. Vorrei insomma, parlando in generale dei tanti cammini in cui lo Spirito santo si fa presente, individuare le forme e gli itinerari, anche di purificazione, per cui lo Spirito, attraverso tali esperienze, tocca veramente il nostro cuore, ci inquieta, ci consola, ci apre al Mistero santo.

1. Un cammino personale

Il bisogno di una rinnovata esperienza dello Spirito nasceva in me - e mi sembra in molti nella Chiesa degli anni sessanta e settanta - da una duplice causa: da una parte assistevamo a un inaridirsi della vita spirituale nelle realizzazioni di un malinteso "aggiornamento"; dall’altra ci sentivamo provocati a testimoniare la possibilità di vivere le beatitudini di fronte a un mondo che appariva per tanti aspetti sempre più "antievangelico". Per qualcuno la seconda istanza diveniva urgenza di recuperare la fierezza dell’identità e dell’appartenenza ecclesiale, che sembrava indebolita o minacciata dai fenomeni della contestazione post-conciliare.

Fu così che, non solo nell’occasione sopra ricordata ma un po’ per tutti quegli anni e poi in seguito (e l’abitudine e il desiderio mi sono rimasti anche oggi), potei avvicinare le più diverse esperienze spirituali, nuove e antiche, dell’Oriente e dell’Occidente.

Tra le nuove, alcune erano nate intorno a personalità carismatiche, in cui sembrava veramente che lo Spirito stesse parlando alle Chiese. Riscontravo i benefici di questi incontri soprattutto in un rinnovato senso di appartenenza comunitaria, in un maggior calore dell’esperienza spirituale, in una consolazione, che sembrava fugare le ansie e le paure di fronte all’impressione di un mondo abbandonato al degrado progressivo e alla crisi di tutti i valori.

Non mi pento di questa ricerca, che ha arricchito la mia vita e mi ha - lo spero - un poco "allenato" ad ascoltare lo Spirito che agisce con fantasia e creatività sempre nuova. Direi anzi che la ricerca aiutò me - e tanti altri - a riscoprire o, come allora si amava dire, a "riappropriarmi" di tanti luoghi "istituzionali" della presenza dello Spirito, come la Parola di Dio letta con fede e in preghiera al di là dell’acribia esegetica (ma non senza di essa), la ricchezza dei sacramenti, della liturgia e anche della pietà tradizionale, l’appartenenza fedele alla comunione ecclesiale e alla sua carità militante.

Insieme veniva crescendo sempre più, soprattutto a partire dal servizio episcopale (e la considero una grazia speciale di questo ministero) l’esperienza della sovrabbondanza con cui lo Spirito agisce senza clamore, nella quotidianità. Divenivo testimone di innumerevoli cammini silenziosi di persone note e ignote, a partire da incontri anche casuali. Mi colpiva, a esempio, lo scoprire quanto bene nascosto ci fosse in tanti ammalati, in persone anziane o sole, in famiglie che, senza clamore, accudiscono con eroismo bambini e adolescenti disabili e li colmano di affetto. Ricordo ancora oggi l’espressione che mi venne spontanea di fronte a un giovane gravemente infermo da anni, prossimo a morire: qui è all’opera Gesù risorto! Mi colpiva l’apertura di cuore di tanti carcerati, la disponibilità e le esigenti domande di senso di tanti giovani. Vedevo con ammirazione la crescita del bisogno di silenzio, di tempi prolungati di preghiera, di voglia di stare con i poveri, di fame della Parola di Dio. Mi impressionava lo scoprire - con gli occhi della fede educati da tali più calde esperienze spirituali - come lo Spirito agisse anche in quelli che definirei i "paesi" della lontananza o perfino dell’assenza di Dio. La constatazione è continuata, si è sviluppata e si è espressa pure in autentici momenti di grazia, come sono stati a esempio non pochi incontri della cosiddetta "Cattedra dei non credenti".

Avvertivo così un duplice ordine di presenza dello Spirito santo: nella comunità ecclesiale, nei suoi cammini ordinari legati alle celebrazioni liturgiche e alle normali attività pastorali, nei suoi molteplici fermenti di rinnovamento, di cui i movimenti sono un segno cospicuo, anche se non unico; e nella vasta scena della storia, in tanti percorsi a prima vista opachi o lontani.

Insieme, avvertivo però grandi resistenze all’azione liberante del Consolatore. Da una parte l’inclinazione ad assolutizzare il proprio movimento o la propria esperienza spirituale, fino a cosificare il carisma originario, irrigidendolo in una sorta di bagaglio sovraimposto, col rischio di bloccare la maturazione profonda e libera della persona. Dall’altra parte la tendenza a banalizzare e "snobbare" qualunque cosa superasse il già noto o già previsto, la pretesa di programmare cammini propri o altrui prescindendo da ogni esperienza vissuta dello Spirito, relegandola fra le realtà superflue o addirittura alienanti. Ciò accade nella vita di molti battezzati, quando la fede si indebolisce e la ricerca delle cose visibili ruba il posto al primato da accordare all’invisibile.

Le due resistenze tendevano a concretizzarsi in due grandi tentazioni. La prima, la tentazione di sostituire all’esperienza personale dello Spirito, realizzata nell’appartenenza a un gruppo o a un movimento, il valore assoluto di questa stessa appartenenza, con la tendenza a fare del leader carismatico una sorta di referente indiscutibile, e con processi sottili di colpevolizzazione di chi avesse tentato una verifica critica del proprio vissuto. La seconda, la tentazione dell’autosufficienza, che diveniva evidente dapprima in una vita ecclesiale vuota e ripetitiva, giocata solo in alcuni gesti esteriori, e, nei suoi esiti estremi, nel rigetto di ogni appartenenza, di ogni riferimento all’invisibile, a un messaggio di salvezza proveniente dall’alto.

2. Una vicenda di Chiesa

L’esperienza del ministero episcopale a Milano mi ha permesso di verificare ulteriormente il bagaglio di riflessioni. Sento di potere e dovere lodare Dio per la grande ricchezza di esperienze dello Spirito che la nostra Chiesa offre, e che ho potuto conoscere di persona negli innumerevoli contatti e incontri di questi anni.

Penso in primo luogo a innumerevoli gesti della pastorale cosiddetta ordinaria, spesso considerata come "poco carismatica" da chi cammina per le vie dell’entusiasmo di piccoli gruppi. Ogni giorno e ogni settimana, nelle nostre comunità parrocchiali, viene spezzato con abbondanza il pane della Parola di Dio e il pane dell’Eucaristia, e molte persone semplici ne traggono alimento per credere e sperare anche in situazioni di vita al limite dell’eroismo. Penso inoltre alla grande grazia costituita dagli oratori, dai cammini di catechesi per tutte le età della vita, dalle opere di carità, dalla vita di fede di tanta gente silenziosamente unita al sacrificio di Cristo. Penso a tutta quella vitalità spirituale e pastorale che ha in molti Consigli pastorali parrocchiali e nell’Azione Cattolica il suo punto di riferimento; penso alla ricchezza di indicazioni dottrinali, liturgiche e spirituali contenute nei Progetti pastorali parrocchiali riscritti per la seconda volta dalle parrocchie lo scorso anno. Penso agli splendidi cammini vocazionali di tanti giovani e ragazze che ho potuto seguire. Penso a tutte le comunità religiose sparse nel territorio della Diocesi in cui, nella fedeltà a una regola, si dà testimonianza al Vangelo perseverando nella preghiera quotidiana e servendo il popolo di Dio, specialmente i più piccoli e i più poveri. Penso pure ai non credenti che ho incontrato e la cui ricerca sul Mistero è stata sollecitata da gesti semplici e quotidiani di credenti. Penso a tutti quegli incontri in cui persone o gruppi legati a movimenti nuovi o antichi mi hanno testimoniato quanto essi debbano a queste esperienze per la riscoperta della loro vocazione cristiana e persino sacerdotale. Penso all’entusiasmo, alla freschezza, al carattere "sorgivo" di certi modi di pregare e di parlare di Dio, di testimoniarlo nella povertà e nella vita comune.

D’altra parte ho potuto da Pastore fare esperienza anche delle resistenze e dei rischi accennati: ho verificato come è ampia tra la nostra gente la percezione di sentirsi abbandonata da Dio nel dolore e nella prova o la tentazione di non interessarsi a lui, nella convinzione della Sua irrilevanza. Tanti mi sembrano pensare o agire "etsi Deus non daretur", come se Dio non ci fosse. Mi sono chiesto come raggiungere e almeno rendere inquiete queste coscienze perché si aprano alla ricerca del volto del Signore.

Ho verificato come i meccanismi di sclerotizzazione o di irrigidimento possano entrare nelle esperienze ecclesiali sia legate alla pastorale ordinaria sia connesse ai movimenti e alle associazioni fiorite negli ultimi decenni.

Soprattutto, ho percepito il tarlo sottile, che si insinua in parecchie di tali esperienze, di costituirsi come "chiesa nella Chiesa", comunità chiusa in se stessa e resistente all’accoglienza delle indicazioni pastorali generali o anche solo al dialogo e alla collaborazione con altre esperienze ecclesiali. Sembra quasi che quanto più una comunità è rigida, esclusiva e coinvolgente, tanto più tenda ad essere totalizzante, rischiando alla fine di togliere la libertà nei suoi membri, e quanto più invece è tollerante e comprensiva, aperta a molti, tanto più tenda a sfilacciarsi e a divenire irrilevante. E tuttavia quante esclusioni produce la monopolizzazione che si può fare della propria esperienza spirituale o di quella del proprio gruppo di appartenenza! Il danno che ne deriva non è solo all’interno della comunità; tocca altresì il suo compito di annuncio del Cristo, perché non pochi, nel rigettare forme di appartenenza troppo rigide o chiuse, rigettano il Signore Gesù che quelle pure professano.

Mi è parso allora importante convocare tutta la nostra Chiesa e tutti gli uomini e le donne di buona volontà a un esame di coscienza generale: la posta in gioco, dal mio punto di vista, non è di poco conto, né si può misurare in calcoli di piccolo cabotaggio, in meschini giochi di potere nella Chiesa o nella società. La vera posta in gioco è l’apertura all’invisibile, è l’esperienza del Trascendente, è l’incontro con lo Spirito che è Signore e dà la vita e può suscitare il nuovo di Dio anche nel cuore o nell’ambiente più chiuso, appesantito o sclerotizzato.

Tento perciò di proporre a me stesso e a tutti voi alcuni criteri teologici sulla persona e l’opera dello Spirito santo, quasi un racconto che lo Spirito fa di sé, per ricavare dal confronto tra esso e la situazione sopra descritta alcune indicazioni operative, che sollecitino a rispettare il diverso, pur creando o mantenendo o rinnovando vincoli profondi di comunione. Vorrei poter aiutare tutti a trovare la giusta misura nel rapporto tra il rispetto dei cammini individuali di maturazione nella libertà e il coinvolgimento collettivo caldo ed entusiasta nelle comunità di appartenenza all’interno dell’unica comunione ecclesiale.

II. Lo Spirito racconta

Non è facile parlare dello Spirito santo: è invisibile ed è dappertutto, pervade ogni cosa ed è al di là di ogni cosa. Tutto ciò che di bello e di positivo avviene nel mondo è opera sua, tutto ciò che di santo e di vero si fa e si dice nella Chiesa è opera sua. Ma per parlare di lui la cosa più facile è lasciar parlare lui, ascoltare il suo racconto.

La dottrina teologica si è messa in ascolto di quanto racconta lo Spirito e ha trovato tante verità profonde da dire sulla sua vita come persona della Trinità, come colui che con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato. Rimandiamo per questo alla Enciclica Dominum et vivificantem (1985), alle pagine del Catechismo della Chiesa cattolica e di La verità vi farà liberi (il Catechismo per gli adulti della Conferenza Episcopale Italiana). Qui vorremmo dire qualcosa che parte dal racconto 1. di ciò che è e fa lo Spirito per Gesù; 2. di ciò che lo Spirito è e fa per l’uomo; 3. di ciò che lo Spirito è e fa per il mondo.

(Potrebbe essere interessante richiamare alla luce di queste tre tematiche successive, quanto scritto nei programmi pastorali In principio la Parola - 1981, Attirerò tutti a me - 1982, Partenza da Emmaus - 1983).

1. Ciò che è lo Spirito è per Gesù traspare dalle parole ascoltate da Giovanni Battista presso il fiume Giordano: "L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito santo" (Gv 1,33). Parlare dello Spirito santo è parlare di un uomo su cui lo Spirito è disceso in pienezza, rimane, dimora, riposa, si trova a suo agio come a casa sua. "Lo Spirito del Signore è sopra di me" dirà Gesù all’inizio della sua missione (Lc 4,17). Lo Spirito ha espresso se stesso "al meglio" nella vita di Gesù, figlio del Padre ("Tu sei il mio figlio prediletto", Lc 3,22), Parola fatta carne (cf. Gv 1,14), che grida "Padre" nella esultanza dello Spirito (cf. Lc 10,21). Lo Spirito di Gesù è lo spirito di figliolanza.

2. Parlare di ciò che è lo Spirito santo per l’uomo è parlare di ciò che egli compie in ciascuno di noi per farci essere e vivere come Gesù, cioè da "figli" e del suo agire negli uomini per farli "Chiesa", cioè una cosa sola in Gesù, il "corpo" di Gesù. Lo Spirito non fa altro in noi che conformarci a Gesù, renderci come lui "figli" del Padre che è nei cieli, permetterci di gridare "Abbà" (cf. Gal 4,6: "E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!").

3. Ciò che fa lo Spirito per il mondo può essere letto nelle parole del Signore a Paolo che si sentiva solo e abbandonato a Corinto: "Io ho un popolo numeroso in questa città" (At 18,10). Parlare dello Spirito santo è riconoscere la sua azione nel cuore di ogni uomo, nel cuore delle nostre città e della nostra storia, per suscitare in esse persone e gruppi che siano come Gesù, che come lui pensino, agiscano, soffrano da veri figli di Dio e come lui donino la vita per i fratelli.

1. Lo Spirito e Gesù

Il rapporto tra il Signore Gesù e il Consolatore è sottolineato fin dalla nascita (Lc 1,35: "Lo Spirito santo scenderà su di te"; cf. Mt 1,20: "quel che è generato in lei viene dallo Spirito santo"), è richiamato nel battesimo presso il Giordano (cf. Mt 3,16), è implicito nei racconti delle opere potenti di Gesù, ma si manifesta specialmente nel mistero pasquale.

Nell’ora della resurrezione lo Spirito è colui che dà vita all’Abbandonato del Venerdì santo, stabilendolo in una comunione con Dio Padre che ormai abbraccia anche coloro a cui il Crocefisso si è fatto solidale sulla Croce, cioè tutti i peccatori e tutta l’umanità. Effuso sul Figlio "addormentato nella morte" e "disceso agli inferi", lo Spirito di santificazione lo resuscita (cf Rm 1,4) e con lui porta in Dio Padre i peccatori e i lontani, che il Cristo morto ha unito indissolubilmente a sé.

Lo Spirito di Pasqua è allora Spirito di riconciliazione e di unità, Spirito della pace, che unisce il Padre e il Figlio nella comunione vittoriosa della resurrezione, e fa entrare in essa i separati da Dio e i lontani. Si fonda qui la tradizione teologica soprattutto occidentale che vede lo Spirito come "vincolo della carità eterna", amore ricevuto e donato che unisce l’Amante all’Amato, il Padre al Figlio, e in Lui unisce il Padre a coloro di cui il Figlio si è fatto fratello. Secondo questa lettura teologica lo Spirito è amore, non l’Amore fontale, che è il Padre, né l’Amore accogliente, che è il Figlio, ma l’Amore personale, donato dall’Uno all’Altro, ricevuto in totale accoglienza reciproca, così forte da coinvolgere i peccatori riconciliandoli col Padre.

In tanto però ha senso la riconciliazione pasquale, in quanto c’è stata l’esperienza dolorosissima della lacerazione della Croce: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi... perché noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede" (cf. Gal 3,13-14). Lo Spirito è presente nell’ora della separazione della Croce: "Chinato il capo, (Gesù) consegnò lo Spirito" (Gv 19,30). Tale consegna ha un profondo significato teologico: è l’atto per cui il Figlio consuma il suo sacrificio. Perciò la lettera agli Ebrei afferma che Cristo "con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio" (Eb 9,14). Come fa osservare Giovanni Paolo II nella sua lettera enciclica Dominum et vivificantem (nn. 39 e 41), questi testi della "consegna" ci autorizzano a cogliere nella sofferenza e morte del Crocefisso l’icona di un mistero insondabile che si consuma in Dio, Padre, Figlio e Spirito, mistero inseparabilmente di amore e di dolore, di sofferenza liberamente scelta per amore delle creature.

2. Lo Spirito e l’uomo

In base all’evento della consegna dello Spirito al Padre da parte di Gesù in Croce, lo Spirito di unità e di pace viene effuso su ogni carne. E’ lo Spirito che grida in noi: "Abbà, Padre!" (Gal 4,6 e Rm 8,15), facendoci figli nel Figlio, riconciliati, nel suo amore crocefisso, con Dio e tra noi. E’ lo Spirito del battesimo e della confermazione, quello che fa il pane e il vino Corpo e Sangue di Cristo, quello che ci fa Chiesa. Lo Spirito fa sì che ognuno che lo accoglie possa dire come Paolo: "Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me" (Gal 2,20). La Chiesa è il Corpo di Cristo perché è tempio dello Spirito, la comunità dell’alleanza eterna che è in persona il Signore Gesù reso vivo e vivificante nello Spirito. Ecco perché, accanto alla tradizione soprattutto occidentale che vede nello Spirito il vincolo della carità che unifica, si è potuta sviluppare un’altra tradizione, particolarmente in Oriente, che vede lo Spirito come l’"estasi di Dio", colui che rende possibile l’"uscita" di Dio da sé, la Sua apertura all’altro. Questa tradizione trova conferma nel fatto che tutte le volte che l’Eterno si esprime "ad extra" nella storia della salvezza lo fa nello Spirito, che aleggia sulle acque della prima creazione, scende sui profeti, copre la Vergine Maria, unge il Verbo incarnato e scende a Pentecoste a costituire la Chiesa dei discepoli, unificata nell’amore.

Si potrebbe dire, allora, che lo Spirito è sia colui che unifica i diversi, stabilisce ponti di riconciliazione e di pace, sia colui che apre e diversifica, suscitando la varietà dei doni e dei carismi, spingendo continuamente i discepoli a uscire da se stessi per andare verso l’altro e accoglierlo.

L’azione dello Spirito santo sull’uomo e sulla Chiesa può allora caratterizzarsi in due direzioni. Da una parte, il Consolatore è principio invisibile dell’unità, che supera le divisioni e le frammentazioni, dà pace ai cuori, li salda nella gioia della comunione col Padre e col Figlio in lui, è l’anima dell’unità della Chiesa e fa di questa unità segno, strumento e profezia dell’unità del mondo. Dall’altra parte, lo Spirito suscita la ricchezza dei doni e dei ministeri i più diversi e spinge a vivere la vita nuova dei risorti come servizio e missione: "Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune" (1Cor 12,4-7). Spirito di unità, il Consolatore è non di meno sorgente di varietà carismatica e ministeriale, fonte di doni e servizi differenti chiamati tutti a contribuire alla crescita comune nell’unico Corpo di Cristo, che è la Chiesa.

La comunione ecclesiale, vivificata dallo Spirito, si presenta pertanto come un insieme di diversità riconciliate, una varietà unificata nella carità e nella reciprocità, a immagine di quel "reciproco abitare l’uno nell’altro e compenetrarsi l’uno nell’altro" (pericoresi), per cui ciascuna delle tre Persone nella Trinità è se stessa eppure totalmente inabita nelle altre e accoglie le altre in sé, nella perfetta unità del Dio unico. Gesù ci fa percepire qualcosa di questo abisso di differenze in comunione quando -soprattutto nel vangelo secondo Giovanni - rapporta la comunione dei discepoli alla sua comunione col Padre: è il "come" giovanneo che illumina il rapporto tra la Trinità e la Chiesa, consentendoci di riconoscere nella vita trinitaria l’origine, il modello e la meta della comunione ecclesiale. "Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi" (Gv 15,12; cf. 13,34). "Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola... siano come noi una cosa sola" (Gv 17,21.22).

Sotto l’azione dello Spirito la Chiesa vive di un’unità profondissima, frutto della partecipazione alla vita eterna di Dio, senza però che l’unità significhi massificazione, esprimendosi anzi in una varietà di volti, di carismi e di servizi che ha qualcosa di analogo alla varietà esistente fra le stesse Persone divine. Lo Spirito dunque unifica il diverso e diversifica l’unito, riconcilia il distinto e distingue nella comunione dei riconciliati. Vivere secondo lo Spirito richiede perciò la piena accoglienza della sua duplice azione: rifiuta lo Spirito tanto chi opera divisione, quanto chi volesse massificare e appiattire le diversità. Accoglie invece lo Spirito chi promuove e rispetta valorizzandola la diversità da lui suscitata, ma si adopera perché tutto concorra all’utilità comune e serva per l’edificazione dell’unico Corpo del Signore Gesù, che è la Chiesa della Trinità (per alcune piste di lavoro in questa direzione durante l’anno liturgico, cf. Lavorare insieme 1997/98, pp. 7 - 15).

3. Lo Spirito e il mondo

Il Signore Gesù è vivo e presente in tutte le più diverse situazioni del tempo e dello spazio mediante lo Spirito santo: riempito di Spirito nell’atto del suo risuscitamento dai morti (cf. Rm 1,4), il Risorto dona lo Spirito a ogni carne e si presenta vivo e vivificante nello stesso Spirito a tutte le generazioni degli uomini. L’abisso dei secoli che ci separa dalla storia del Figlio nella carne è scavalcato grazie all’azione del Consolatore: nello Spirito Gesù prende possesso oggi dei cuori che si aprono a Lui sia nell’ascolto della Parola e nella partecipazione ai sacramenti, sia più in generale nell’accettazione del mistero della vita e della morte e nell’esperienza della carità, della solidarietà e della giustizia. Lo Spirito santo è la memoria potente di Cristo, il Signore che dà la vita perché rende presente qui ed ora il Vivente al di là di tutte le barriere sociali, razziali, culturali, religiose.

Alla luce di questo racconto della rivelazione - qui appena evocato - diventa allora necessario chiederci se e in che misura le nostre comunità ecclesiali sono capaci di vivere, nel loro interno e nei rapporti rispettosi e amicali tra le varie aggregazioni, la profonda comunione che le unisce nell’unico Signore e nell’unico Spirito, accogliendosi reciprocamente nella carità intorno al ministero dei pastori, a partire dal ministero unificante del Vescovo. Non di meno si profila l’urgenza di domandarci se e come esse riconoscano la diversità dei doni dello Spirito non solo al loro interno e nella più ampia comunità ecclesiale, ma pure nell’ordinarietà della vita di tanti uomini e donne che sono tempio dello Spirito, a volte perfino al di là della loro consapevolezza.

Occorre insomma riconoscere lo Spirito, che soffia dove vuole, dovunque egli soffi, senza rigidezze e sclerotizzazioni, senza pregiudizi e forzature, senza chiusure ed indebite assolutizzazioni della propria appartenenza, anche dell’appartenenza al corpo visibile della Chiesa cattolica: "Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà" (2Cor 3,17). Come affermavo all’inizio, lo Spirito c’è, opera dappertutto, c’è e opera prima di noi, meglio di noi, più di noi. Una delle tentazioni più sottili e perfide del Maligno è quella di farci dimenticare la presenza dello Spirito, di farci cadere nella tristezza come se Dio ci avesse abbandonato in un mondo cattivo, con il quale lottiamo ad armi impari, perché l’indifferenza, l’egoismo e la dimenticanza di Dio hanno a poco a poco il sopravvento. E’ questo un grave peccato "contro lo Spirito santo" (cf. Mt 12,31s), che nega in pratica la sua forza e la sua capacità pervasiva, la sua penetrazione come vento e come soffio in tutti i meandri della storia. Al contrario, la fiducia nel Signore che "ha un popolo numeroso in questa città" (At 18,10) promuove un discernimento realistico sulle condizioni positive e negative della fede nel nostro mondo, senza indulgere né a vuoti ottimismi né a sterili pessimismi. Lo Spirito santo fa intravvedere quella rete di relazioni di amore che lui sta formando nel mondo e che è riflesso di quella rete di relazioni di amore che è la Trinità santa.

Tali considerazioni mi introducono già alla terza e ultima parte della Lettera pastorale, dove vorrei appunto coniugare il racconto della mia esperienza, narrato nella prima parte, con il racconto che lo Spirito fa di sé in questa seconda parte, per tracciare alcune linee che aiutino la revisione di vita di tutte le comunità cristiane che costituiscono la nostra Chiesa - siano esse parrocchie, movimenti, gruppi o associazioni - e analogamente la revisione dei nostri atteggiamenti personali rispetto al racconto che facciamo oggi dell’agire dello Spirito in noi e nella storia.

III. Raccontiamo insieme

1. L’amico importuno e lo Spirito

Vorrei iniziare la terza parte con un’icona evangelica che prendo dalla parabola detta dell’"amico importuno". Gesù racconta: "Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quegli dall’interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza" (Lc 11,5-8). Gesù stesso interpreta così la parabola: "Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono!" (vv. 9-13).

Immaginiamo che l’amico importuno sia chi bussa alle porte delle nostre comunità cristiane, direttamente o indirettamente, chiedendoci il pane della Parola di Dio. Potremmo trovarci nella difficoltà in cui si trova il personaggio della parabola: la porta è chiusa, i piccoli sono a letto, la notte è già avanzata. Tutto, insomma, è al suo posto, e ci costa scomodare le cose mettendo a soqquadro l’intera casa, come avveniva nelle abitazioni dell’epoca di Gesù, dove si dormiva per terra sulle stuoie, e si occupava il pavimento dell’ambiente di ingresso che fungeva normalmente anche da camera da letto. Un gruppo o una comunità che non si lasciasse scomodare dall’amico importuno, che preferisse la propria ordinata organizzazione dei tempi e degli spazi all’apertura generosa all’altro, realizzerebbe il contrario di ciò che Gesù fa fare al personaggio del racconto. Non solo: ma l’uomo che si lascia disturbare e soddisfa la fame dell’amico importuno è assunto niente di meno che a immagine del Padre celeste, che non nega lo Spirito a chi con insistenza glielo chiede. Dunque, una comunità, un movimento, un gruppo che si apre all’accoglienza dell’altro ed è disponibile a lasciarsi disturbare e perfino a lasciarsi mettere in questione dall’urgenza della carità e della comunione, diventa icona vivente del Padre che dà lo Spirito, sorgente di quella vita e di quella gioia che solo dallo Spirito vengono.

Come fare in modo che tutte le nostre comunità siano così ricche di Spirito santo da esser pronte ad accogliere la sfida dell’amico importuno? Come mantenerci così vigilanti da saper scoprire e valorizzare il dono dell’inopportunità, rappresentato dall’altro e dal diverso da noi? A questo esame di coscienza vorrei chiamare tutte le nostre comunità - parrocchie, istituzioni, associazioni, gruppi, movimenti -, perché si sottomettano volentieri e con generosità al giudizio della Parola di Dio e si aprano al soffio dello Spirito.

2. Lo Spirito racconta Gesù in noi

Mi lascio aiutare da una dottrina tradizionale: quella dei doni dello Spirito santo. Essa ha il suo fondamento biblico nella descrizione del virgulto messianico (virgulto in ebraico è "nezer", donde verrebbe anche la parola Nazaret e l’aggettivo Nazareno riferito a Gesù, che è il virgulto messianico su cui riposa lo Spirito del Signore, secondo Is 61,1-2 [cf. anche 60,21] citato in Lc 4,18-19): "Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore" (Is 11,1-2). A sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza e timore di Dio, la tradizione teologica e spirituale, basandosi sul testo dei LXX e della Vulgata, aggiunge il dono della pietà. Sono i doni che lo Spirito ha dato in pienezza a Gesù, che risplendono nelle sue azioni e nelle sue parole e che suscitano in noi i sentimenti e i gesti di Gesù.

La riflessione teologica - in particolare quella di San Tommaso d’Aquino - ha collegato i sette doni alle tre virtù teologali e ha messo questo quadro globale in correlazione con le otto beatitudini (Mt 5,1-10), sviluppando un’articolata descrizione della vita dell’uomo nuovo, vivificato e trasformato dallo Spirito santo. La fede è parsa così l’anima dell’intelletto, della scienza e del consiglio. La speranza è stata vista come la sorgente del timor di Dio e della fortezza, mentre alla carità sono state rapportate la pietà e la sapienza. A sua volta poi la fede può essere collegata con la beatitudine dei puri di cuore, di coloro che piangono, dei misericordiosi; la speranza con la beatitudine dei poveri in spirito, degli affamati di giustizia, dei perseguitati; la carità con quella dei miti e degli operatori di pace. Non si tratta di classificazioni rigide, bensì di un modo per evocare la ricchezza, la spontaneità, la libertà filiale con cui si muove il cristiano sotto l’azione dello Spirito: "infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio" (Rm 8,14). Come dice un grande autore spirituale "chi si lascia guidare dai doni dello Spirito santo si può paragonare a una nave che voga a piene vele, con il vento in poppa; chi invece si lascia guidare dalle sole virtù e non dai doni, a una scialuppa che si fa avanzare a forza di remi, con più lentezza e molta maggior fatica e rumore" (L. Lallemant, La dottrina spirituale, IV, 3, 2, § 2).

Seguendo i dieci frutti dell’azione del Consolatore e le beatitudini loro connesse mi è sembrato di poter delineare quasi un decalogo della vita secondo lo Spirito, che deve ispirare le nostre comunità perché siano aperte all’amico importuno e legate l’una all’altra da una comunione che sia immagine fedele della comunione trinitaria. Come lo scorso anno ho proposto una Regola di vita del cristiano ambrosiano, così quest’anno offro come uno specchio perché ciascuna comunità possa verificarsi sui doni del Consolatore e sulla propria qualità di "comunità alternativa" aperta ai doni dello Spirito e docile alle sue ispirazioni (cf. Lettera di presentazione del Sinodo 47°, n. 5-9 e Ripartiamo da Dio, n. 3.1).

1. La fede è la virtù teologale per la quale ci si affida perdutamente a Dio e si vede ogni situazione ed ogni rapporto nella luce del Trascendente. Essa dà il cuore nuovo per consentire alla Verità, che ci ha visitato personalmente in Gesù Cristo, e gli occhi nuovi capaci di discernere in tutto i segni della Sua presenza e della Sua chiamata. Grazie alla fede la comunità risponde alla Parola di Dio e si lascia convocare e plasmare da essa. Senza fede non c’è convocazione intorno al Signore risorto, non c’è comunità delle donne e degli uomini che si riconoscono e vogliono essere suoi discepoli. Si potrebbe dire che è la fede che ci fa Chiesa, radunandoci come popolo di Dio, che appartiene a Lui e Gli obbedisce.

La prima caratteristica che fa di un gruppo, di un movimento o di un’associazione una comunità ecclesiale è la professione di fede, non solo oggettivamente in sintonia con quella della Chiesa nella sua cattolicità, ma esistenzialmente e soggettivamente attuata nell’esperienza del Mistero proclamato, celebrato e vissuto.

A ciascuna delle nostre comunità porrei allora la prima domanda: è la tua fede quella della Chiesa cattolica? vivi intensamente l’adesione al Dio vivente che la Chiesa ti ha fatto incontrare? sei una comunità che ascolta la Parola con fede, che celebra la divina liturgia e testimonia il Vangelo del Signore Gesù? Come vivi la beatitudine dei puri di cuore, degli afflitti, dei misericordiosi?

In forma di esortazione direi a ciascuna delle nostre aggregazioni:

Sii anzitutto una comunità di fede, nutrita della fede di tutta la Chiesa e vivi nell’adesione incondizionata del cuore e della vita al Dio vivente, che ha parlato a noi in Gesù Cristo. Coltiva la rettitudine delle intenzioni, sii gioiosa nell’afflizione, pronta nella misericordia verso i lontani e i vicini!

2. La fede illumina l’intelligenza: essa dà cuore e occhi per consentire e credere alla verità. Perciò una comunità di fede si apre all’intelligenza spirituale, a quello scrutare la rivelazione che può essere vissuto veramente solo sotto l’azione dello Spirito santo. Il dono dell’intelletto va quindi invocato e accolto per avere quel "contuitus mysteriorum" che ci permette di abbracciare in unità la molteplicità dei misteri rivelati, di avere uno sguardo sintetico e penetrante su tutto l’insieme di ciò che leggiamo nella Scrittura e riceviamo dalla Tradizione vivente della Chiesa. Il dono dell’intelletto ci fa penetrare nell’intimo del mistero di Dio, cogliendo la radice unitaria da cui scaturiscono Creazione e Redenzione, l’alleanza, la predicazione del Regno e la morte e risurrezione, la Scrittura e la Tradizione. Questo dono di uno sguardo profondo, affettuoso e unificante lo si riceve e lo si sviluppa sottomettendosi di continuo al giudizio della Parola di Dio quale è proclamata, spiegata e testimoniata nella comunione della fede ecclesiale e perseverando nella preghiera contemplativa e nella lectio divina.

A ciascuna comunità cristiana chiederei allora: come vivi l’intelligenza spirituale? sei pronta a sottometterti alla Parola di Dio? ti lasci mettere in discussione da essa? Sei al tuo interno "scuola di preghiera" e di lectio divina? aderisci sinceramente al magistero dei Pastori? misuri l’intelligenza legata al tuo carisma e ai maestri a te interni con l’intelletto della fede cattolica e con la guida all’intelligenza delle Scritture offerta dal Papa e dal Vescovo?

Sottomettiti alla Parola di Dio nella preghiera interiore e nella comunione con i tuoi Pastori, per essere una comunità ricca di intelligenza spirituale, capace di fare sintesi in mezzo alla frammentazione e confusione del nostro tempo!

3. Al dono dell’intelletto è connesso quello della scienza: mentre il primo ci fa comprendere la verità che viene da Dio, il secondo ci aiuta a vedere in lui l’insieme del mondo e della vita. La scienza spirituale è la visione della realtà che consegue all’incontro col Signore che cambia il cuore e la vita. L’intelligenza intende la verità nel suo offrirsi, la scienza abbraccia sotto la luce della verità l’orizzonte vitale di ciascuno e della comunità. Grazie al dono della scienza sono nate le grandi sistemazioni teologiche della storia della fede, e il cristianesimo è capace di contribuire alla ricerca del significato ultimo e delle urgenze penultime di fronte alle questioni e alle sfide culturali ed etiche più diverse. Grazie alla scienza della fede è possibile cogliere i segni dei tempi e i fermenti evangelici presenti dappertutto, anche nelle situazioni apparentemente più chiuse alla luce della verità rivelata. Grazie alla scienza è possibile comprendere i bisogni concreti di una determinata comunità e tracciare per essa un adeguato progetto pastorale.

In tutte le nostre comunità è necessario aprirsi a questo dono dello Spirito santo, in comunione con tutta la Chiesa: sei una comunità che si nutre della scienza della fede? curi la formazione catechistica e teologica dei tuoi membri? ti preoccupi di ascoltare i maestri di teologia e di esperienza spirituale, che lo Spirito suscita nella Chiesa e che essa ti propone o raccomanda? sei attenta ai progetti pastorali?

Sii una comunità desiderosa di crescere nella scienza della fede, nutrita di solidi maestri, che siano voce della sinfonia della verità che illumina e salva, quale essa è presente nella varietà e ricchezza di testimoni donati all’intera comunione cattolica, nel tempo e nello spazio, nel passato come nel presente! Sii una comunità che scrive e attua un piano pastorale in fedeltà allo Spirito!

4. Dall’intelletto e dalla scienza, illuminati dalla fede, deriva pure il dono del consiglio che conduce a scegliere bene di fronte alle diverse alternative che la vita ci propone. Il consiglio ci guida nella provvisorietà e nell’incertezza a non fare passi falsi, ci aiuta a discernere, a non essere precipitosi, a non assolutizzare nulla di ciò che è meno di Dio. Forma pratica del dono del consiglio è la direzione spirituale, che aiuta la persona a orientare e vivere la propria vita secondo Dio in ogni situazione.

Nelle nostre comunità il dono del consiglio va tenuto in gran conto, e va ricercato ed accolto attraverso cammini interiori in cui non si scarichi mai sull’appartenenza al gruppo o al movimento o sulla presunta volontà del capo ciò che deve essere oggetto di libera maturazione personale, sotto la luce dello Spirito santo.

Il consiglio è allora la condizione della libertà spirituale: sei una comunità dove tale dono è apprezzato e promosso? gli itinerari di maturazione personale delle coscienze sono in te rispettati e valorizzati, anche quando possono creare fatica al comune cammino? incoraggi i tuoi membri alla pratica della direzione spirituale, vissuta possibilmente con persone che siano sufficientemente libere rispetto alla tentazione di assolutizzare l’appartenenza al gruppo? sei consapevole che il tuo movimento o gruppo è "una via", una delle tante vie nella Chiesa? che questa "via" è veramente ecclesiale solo quando riconosce che altre "vie" sono o possono essere vocazioni di Dio e che senza di esse il piano salvifico, nell’oggi della Chiesa, non è completo?

Sii una comunità docile al dono del consiglio, rispettosa dei cammini personali di maturazione spirituale e pronta ad aiutare ciascuno a vivere nella libertà le proprie scelte sotto l’azione del Consolatore e la guida di persone sagge e interiormente libere!

5. Come l’intelletto, la scienza e il consiglio si rapportano alla virtù teologale della fede, così il timor di Dio e la fortezza si radicano nel dono della speranza. La speranza è l’attesa di un bene futuro, arduo, ma possibile a conseguirsi: in quanto tale, quando è attesa del bene sommo della vita eterna, essa non può essere frutto di un desiderio umano, ma è dono dall’alto, è accoglienza delle promesse che Dio fa in Gesù Cristo. Solo in lui ci è data infatti la speranza che non delude, perché ci è anticipata e promessa la vita che vince il peccato e la morte per sempre. La speranza apre allora la vita del credente al futuro di Dio, alle sue novità e alle sue sorprese.

Una comunità cristiana è per vocazione e grazia testimone della speranza, pronta a rendere ragione a chiunque della speranza che è in lei (cf. 1 Pt 3,15). La Chiesa intera presenta in tal senso un’indole escatologica, è cioè popolo della speranza teologale, in cammino verso il compimento definitivo delle promesse fatte dal Padre nel Figlio morto e risorto per noi.

Sei una comunità ricca di speranza? davanti ai tanti mali del tempo presente, mantieni alta la capacità di guardare sempre e comunque all’orizzonte dell’avvenire di Dio per noi? testimoni speranza a quanti ti incontrano? vivi la gioia di quanti sperano nel Signore? Vivi la beatitudine dei poveri in spirito, degli affamati di giustizia, dei perseguitati?

Sii una comunità viva nella speranza, capace di testimoniare a tutti e sempre l’eccedenza delle promesse di Dio, che ci libera da ogni prigionia dei mali presenti e dalla paura della morte, e ci fa guardare avanti con fiducia, con distacco dai beni terreni e dai soldi, con una certezza più forte di ogni fallimento o persecuzione o sconfitta!

6. Dalla speranza teologale deriva il timor di Dio: esso nasce dalla consapevolezza di doversi misurare non solo col corto orizzonte delle cose che passano, ma con l’orizzonte ultimo e definitivo della vita eterna che non passa. Il timor di Dio è allora l’atteggiamento che ci fa vivere costantemente sotto lo sguardo del Signore, preoccupati di piacere a Lui piuttosto che agli uomini. Dio che ti guarda è sì il Dio giudice, ma questa espressione va ben capita, perché non ha nulla a che vedere con una sorta di occhio maligno o severo puntato su di te solo per coglierti in fallo: si tratta del Dio Padre che ti conosce e ti ama come nessun altro e vuole per te il bene vero. Agire come a Lui piace è allora per te il bene più grande, la consolazione più profonda, anche quando sul momento dovesse costarti. Il timore di Dio è un timore filiale, reverente, affettuoso, che teme soprattutto di dispiacere al cuore del Padre.

Una comunità che vive nel timore di Dio evita ogni logica umana di potere e di successo, diffida della mondanità che continuamente tenta i discepoli del Signore, non fa calcoli per vincere o affermarsi a danno di altri, ma ha come solo scopo quello di seguire Gesù che in tutto ha fatto la volontà del Padre, anche quando ciò dovesse significare abbracciare la sua Croce e seguirlo nella sua passione.

Quale posto dai al timor di Dio nelle tue valutazioni e nei tuoi progetti? sei una comunità che si lascia giudicare dal Signore, preoccupata di piacere a lui in ogni cosa? ti misuri sulle esigenze del Vangelo e della sequela di Gesù o ti lasci a volte ammaliare da calcoli di riuscita terrena?

Sii una comunità che vive sotto lo sguardo di Dio, desiderosa di piacere in tutto a lui solo, e perciò vigile ed operosa nel timore del Suo santo nome, libera da calcoli e valutazioni solo mondane!

7. La speranza teologale offre l’orizzonte su cui si costruisce l’atteggiamento del timor di Dio e motiva al tempo stesso la fortezza nelle scelte e nei comportamenti: essere forti secondo Dio significa essere fedeli e perseveranti nella fede, senza lasciarsi sviare da opinioni peregrine, da mode seducenti ed egoiste, da calcoli di opportunità o di successo. La fortezza è l’atteggiamento di chi è saldo e costante nell’obbedienza amorosa al Signore, e sopporta per lui prove e desolazioni, senza abbandonare la via a volte oscura e dolorosa della sua sequela.

La Chiesa - che, come dice Agostino, "avanza fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio" - non deve lasciarsi allontanare dalla via di Cristo né dalla paura, né dalla lusinga. Il discepolo non crede all’adulazione, né si piega davanti alla minaccia se ha accolto e coltivato in sé il dono spirituale della fortezza.

Sei una comunità forte nella speranza della fede? sei costante nei tuoi cammini, perseverante nella tua fedeltà alla chiamata di Dio? sei affidabile? mantieni fede agli impegni assunti, anche se questo dovesse costarti e chiederti sacrifici non indifferenti?

Sii una comunità forte nella speranza, perseverante nella via che Dio ha tracciato per te e la Chiesa ha confermato attraverso i suoi Pastori, libera e coraggiosa nella fedeltà e nella testimonianza, anche a caro prezzo, liberante per tutti i tuoi membri e per chiunque ti avvicina, nel dono della libertà vera che viene dal Signore!

8. La carità è la virtù teologale che rende presente in noi l’amore con cui Dio stesso ama: "L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato" (Rm 5,5). Nella carità tutti i doni dello Spirito si collegano l’uno all’altro nella verità dell’uomo nuovo. Grazie alla carità il nostro cuore diventa accogliente nei confronti degli altri, ne rispetta la diversità e la libertà, ne cerca il bene vero ed è reso capace di sacrificarsi per esso. La carità "è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta" (1Cor 13,4-7). Vivere nella carità significa allora per una comunità cristiana essere aperta, accogliente e generosa verso l’altro, specialmente verso l’amico importuno della nostra parabola. Questa apertura accogliente e generosa è necessaria anzitutto all’interno della comunione ecclesiale, che a immagine della Trinità è unità di diversi: guai a una comunità che si separasse o chiudesse in se stessa, che escludesse gli altri o non si sforzasse di essere in comunione con tutti intorno al Vescovo, segno e strumento di unità.

Sei una comunità aperta? sei accogliente e generosa? sei rispettosa delle diversità che esistono nella Chiesa, non solo a parole, ma coi fatti e nella verità? e sei aperta e accogliente con chi dal di fuori si avvicina a te, specie con chi è in cerca del volto di Dio e desidera incontrare Gesù Cristo? sei pronta a non servirti della Chiesa, ma a servirla, perché cresca il Regno di Dio, anche se tu dovessi scomparire? Quale la tua mitezza di fronte alle incomprensioni e alle offese? Quale il tuo servizio alla comprensione e alla pace?

Sii una comunità viva e operosa nella carità, aperta, capace di gesti concreti di riconciliazione, accogliente e generosa verso tutti i fratelli e le sorelle nella fede, anche se diversi da te, pronta a far spazio all’altro, chiunque sia e da qualsiasi parte venga, per riceverlo con rispetto e amore e offrirgli con gratuità il dono che Dio ti ha fatto. Perdona largamente con gioia, opera con tutte le forze per la pacificazione dei cuori!

9. Alla carità si riferiscono in particolare i doni spirituali della pietà e della sapienza: la pietà è l’orientamento del cuore e della vita intera ad adorare Dio, a prestargli il culto che lo riconosca come sorgente e meta di ogni dono autentico. La pietà è la tenerezza per Dio, l’essere innamorati di lui e il desiderare di rendergli gloria in ogni cosa. La misericordia del Signore è stata talmente grande con noi che egli desidera la nostra carità verso di lui! Grazie alla pietà il cristiano non cerca solo le consolazioni di Dio, ma desidera fargli compagnia nella sua gioia e nel suo dolore per il peccato del mondo.

Una comunità di fede, di speranza e di carità si lascia riconoscere allora in modo particolare dalla sua pietà. Sei una comunità tesa ad adorare e venerare Dio in ogni tua scelta? nutri nei tuoi membri questa tenerezza per Dio, che è frutto di un grande amore, ricevuto dall’alto e donato con gratuità? dai testimonianza in questo mondo dell’urgenza di amare il Signore al di sopra di tutto, con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutto il nostro essere?

Sii una comunità ricca di pietà, innamorata di Dio e desiderosa di rispondere al suo amore con un amore umile, ma tenero, appassionato e disposto a far compagnia al suo dolore e alla sua gioia in ogni momento!

10. La sapienza è infine il dono per il quale ogni cosa è misurata, nella sua verità e consistenza, sulla carità di chi ci ha amato fino alla morte di croce. E’ il valutare in base all’amore e il sapere che spesso il senso ultimo non è rivelato se non a un cuore che ama. Sapiente è chi si lascia amare da Dio e sa che in questo grembo accogliente dell’amore eterno è custodita - sia pur nel silenzio - la risposta ultima a tante domande penultime, che alla mente appaiono senza risposta. Sapiente è chi non vuol convincere con la sola forza della ragione, ma - pur utilizzando l’intelligenza e amandone l’esercizio - sa che la verità si irradia anzitutto per mezzo della carità.

Una comunità è ricca di sapienza spirituale quando sa dare alla carità il primo posto in tutte le sue scelte e i suoi rapporti, quando cioè non esclude nessuno, non rigetta nessuno, non giudica e non misura soltanto sui criteri della propria appartenenza. Una comunità è sapiente quando contagia con la vita l’amore più grande che viene da Dio e porta a Dio.

Sei una comunità che vive la sapienza dell’amore e la sapienza della Croce? attui in tutto il primato della carità? ti lasci amare da Dio per essere in ciascuno dei tuoi membri accogliente e generosa nell’amore?

Sii una comunità ricca di sapienza spirituale, capace di misurare e vivere ogni cosa sotto il primato della carità, che viene da Dio e ci fa partecipi della vita di Dio: fa’ strada a lui e al suo amore infinito, piuttosto che farti strada in questo mondo!

Ci aiutino nella contemplazione dell’opera dello Spirito nella sua Chiesa e in questo esame di coscienza, le parole ispirate con cui sant’Ambrogio esaltava la ricchezza terrestre e celeste dei doni promananti dallo Spirito: "Anche fiume è stato detto lo Spirito santo, secondo quanto è stato letto: ‘Dal suo seno proromperanno fiumi di acqua viva. Ma questo lo diceva dello Spirito che avrebbero ricevuto coloro che stavano per credere in lui’ (Gv 7,38-39). Dunque, un fiume è lo Spirito santo, e fiume grandissimo, poiché... scaturì dall’intimo di Gesù, come apprendiamo dalla profezia di Isaia. Grande è questo fiume che scorre sempre e non viene mai meno, e non è solo fiume, ma anche fiume di vasto impeto e di straordinaria grandezza, come anche David disse: ‘L’impeto del fiume allieta la città di Dio’. La ‘città di Dio’, la famosa Gerusalemme, non viene bagnata dal corso di qualche fiume terreno, ma quello Spirito santo, che procede dalla fonte di vita e che ci sazia con un piccolo sorso, scorre, mi sembra, in quei celesti ‘troni, dominazioni e potenze’, angeli e arcangeli, con più grande abbondanza, ribollente nel suo corso pieno delle sette virtù spirituali. Se, dunque, il fiume straripa dopo aver superato la sommità degli argini, quanto più lo Spirito, che sovrasta ogni creatura, se da un lato sfiora gli altri campi più bassi, e cioè quelli della nostra mente, dall’altro letifica la natura delle creature celesti con una più ampia ubertà di santificazione! E non ci preoccupi il fatto che qui disse ‘fiume’ o altrove sette spiriti. Con queste santificazioni si intende, come disse Isaia, la pienezza delle sette virtù spirituali: lo spirito di sapienza e di intelligenza, lo spirito di consiglio e di fortezza, lo spirito di conoscenza e di pietà, lo spirito del timor di Dio. Uno, dunque, è il fiume, ma molti sono i corsi dei suoi doni spirituali. Questo fiume, dunque, esce dalla fonte della vita" (Lo Spirito santo, I, 156-159).

Giovanni Paolo II, nella sua Epistola apostolica Operosam diem all’Arcidiocesi milanese, per il XVI centenario della morte di sant’Ambrogio, riassume con le parole "sobria ebbrezza dello Spirito" questa ricchezza di insegnamenti del nostro Patrono: "Con l’espressione ‘sobria ebbrezza dello Spirito’ Ambrogio sembra voler sintetizzare la sua concezione della vita spirituale. Ci fa comprendere così che essa è ebbrezza, gaudio e pienezza di comunione con Cristo, ci insegna altresì che non si traduce in una esaltazione scomposta ed entusiasta, ma esige piuttosto una sobrietà operosa; ricorda soprattutto che essa è dono dello Spirito di Dio. Coloro che attingono diligentemente alle Sacre Scritture, ricevono questa ebbrezza che ‘rinsalda i passi di una mente sobria’ e che ‘irriga il terreno della vita eterna che ci è stato donato’" (n. 28).

Conclusione

Ecco le riflessioni che propongo alla Diocesi nell’anno pastorale 1997-98, che sarà per noi il secondo anno di preparazione al grande Giubileo. Lo scorso anno, dedicato alla centralità di Gesù Cristo Figlio di Dio e per noi anche anno santambrosiano, ho proposto una Regola che servisse per rivedere la vita come sequela battesimale di Gesù e insieme applicasse al cammino di ogni cristiano la lettera e lo spirito del nostro Sinodo 47°. Quest’anno, anno dello Spirito santo, invito a rivedere il nostro volto di comunità cristiana su quello che chiamerei un "decalogo" della vita secondo lo Spirito, esposto nella terza parte di questa Lettera. E’ un invito rivolto a tutte le parrocchie, le istituzioni, le aggregazioni e i movimenti operanti in Diocesi e che può considerarsi esteso, nell’ambito delle regole e tradizioni di ciascuna, anche alle comunità religiose e a tutte le esperienze di vita consacrata. Si tratta infatti di criteri spirituali nei quali ciascuno si può rispecchiare.

La presente Lettera non intende di per sé riprendere i cosiddetti "criteri di ecclesialità" che sono stati enunciati nella Christifideles laici del 1988 (nn. 28-31) e dalla nota pastorale dei Vescovi italiani del 1993 (Le aggregazioni ecclesiali nella Chiesa) e che rimangono validi, ma vuole aiutare ogni comunità, anche parrocchiale, a rileggersi alla luce della dottrina dello Spirito santo, nell’atteggiamento di conversione propiziato dalla preparazione al grande Giubileo.

Quali le condizioni e le occasioni più favorevoli per questa revisione di vita? I tempi dell’anno liturgico, così come sono presentati in Lavorare insieme 1997/1998 (pp. 9-14), e gli appuntamenti diocesani (ivi, pp. 23-27) costituiscono un ambito privilegiato per il percorso. L’insegnamento che ho esposto può essere utile in particolare per momenti di esercizi spirituali, parrocchiali o di gruppo, per giornate di ritiro o Quarantore, per campi scuola ecc. Potrà anche essere opportuno ritrovarsi insieme come membri di diverse aggregazioni. Un’occasione rilevante sarà quella degli Esercizi spirituali alla Diocesi che terrò, sui doni dello Spirito santo, dal 13 al 17 ottobre prossimo (cf. Lavorare insieme 1997/98, p. 24). L’importante è mettersi nella condizione di docilità allo Spirito che è presente e all’opera prima di noi, più di noi e meglio di noi e che guiderà ciascuno "alla verità tutta intera" (Gv 16,13).

A Maria, discepola fedele dello Spirito di amore, per le mani di sant’Ambrogio, grande dottore dello Spirito nella Chiesa occidentale, affido questa Lettera e le persone e i gruppi a cui essa è indirizzata, nella fiducia che anche per mezzo della loro preghiera e della loro vita chiunque li avvicini sia portato a riconoscere il Dio vivente e a esclamare: "Veramente Dio è in mezzo a voi!" (1 Cor 14,25).

+ Carlo Maria Card. Martini
Arcivescovo

Festa dei Santi Martiri Protaso e Gervaso

18 giugno 1997

INDICE GENERALE

TRE RACCONTI DELLO SPIRITO

I. RACCONTANDO DELLO SPIRITO:

UN CAMMINO PERSONALE
E UNA VICENDA DI CHIESA

Un cammino personale
Una vicenda di Chiesa

II. LO SPIRITO RACCONTA

Lo Spirito e Gesù
Lo Spirito e l’uomo
Lo Spirito e il mondo

 

III. RACCONTIAMO INSIEME

L’amico importuno e lo Spirito
Lo Spirito racconta Gesù in noi

CONCLUSIONE