PICCOLI GRANDI LIBRI   CARLO MARIA MARTINI
LETTERE PASTORALI

La dimensione contemplativa della vita (1981)
In principio la Parola (1981 - 82)
Attirerò tutti a me (1982 - 83)
Partenza da Emmaus (1983 - 84)
Farsi prossimo (1985 - 86)
Dio educa il suo popolo (1987 - 88)
Itinerari educativi (1988 - 89)
Educare ancora (1989)
Effatà, apriti (1990 - 91)
Il lembo del mantello (1991 - 92)
Sto alla porta (1992 - 94)
Ripartiamo da Dio (1995 - 96)
Parlo al tuo cuore (1996 - 97)
Tre racconti dello Spirito (1997 - 98)
Ritorno al Padre di tutti (1998 - 99)
Quale bellezza salverà il mondo (1999 - 2000)
La Madonna del Sabato Santo (2000 - 2001)
Sulla tua parola (2001 - 2002)

Lettera di presentazione del Sinodo

In principio la Parola

[1] Carissimi Sacerdoti e fedeli, fratelli e sorelle nel Signore,

Mi metto a stendere questa lettera pastorale sulla parola di Dio e subito mi trovo come bloccato nello scrivere. Ho davanti a me i numerosi suggerimenti ricevuti, che leggo e rileggo con attenzione e gratitudine. Sono tanti, e ricchi di spunti felici. In certo senso sono troppi, per riuscire a fonderli e a riassumerli in unità. Ma c'è qualcosa di più.

Sento, quanto più mi addentro nell'argomento, che la parola di Dio è qualcosa che ci supera da ogni parte, che ci avvolge e che quindi ci sfugge, se tentiamo di afferrarla. Noi siamo nella parola di Dio, essa ci spiega e ci fa esistere. Come potremmo noi parlarne, farne oggetto della nostra riflessione, addirittura farla entrare in un progetto pastorale?

E' stata la Parola per prima a rompere il silenzio, a dire il nostro nome, a dare un progetto alla nostra vita.

E' in questa parola che il nascere e il morire, l'amare e il donarsi, il lavoro e la società hanno un senso ultimo e una speranza.

E' grazie a questa Parola che io sono qui e tento di esprimermi. "Nella tua luce vediamo la luce" (Sal 35, 10).

Rivivo qualcosa dell'impressione di Isaia, che sentiva le labbra impure di fronte al mistero del Dio vivente (Is 6, 5). Vorrei dire come Pietro: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore" (Lc 5, 8). Intuisco che sto per parlare di qualcosa che è come una spada a doppio taglio, che mi penetra dentro fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, che scruta i sentimenti e i pensieri del mio cuore (cfr. Ebr 4, 12).

Vorrei che tutti coloro che leggono partecipassero al senso di timore, che mi invade in questo momento, e si mettessero spiritualmente in ginocchio con me per adorare con commozione e gioia il mistero di un Dio che si rivela e si comunica, che si fa "buona notizia" per noi, Vangelo. E' soltanto in questo atteggiamento di adorazione e di obbedienza profonda alla Parola che sento di poter dire qualcosa, con la coscienza di balbettare poco e male su un mistero tremendo e affascinante.

Mi accosto a questo mistero anche in atteggiamento di speranza. Il contatto vivo con questa Parola che, pur dimorando nell'intimo del nostro cuore, ci oltrepassa e ci attrae con sé verso un'immagine sempre più nuova e più pura di vita umana, produrrà certamente un benefico rinnovamento dei nostri modi di pensare, di parlare, di comunicare tra noi.

Penso al linguaggio che usiamo noi credenti nella preghiera, nella predicazione, nelle varie forme di comunicazione della fede: è talora ripetitivo, convenzionale, senza vivacità e senza mordente. Un incontro più intenso con la parola di Dio potrà ridargli chiarezza e incisività.

Ma penso anche a vari linguaggi che si intrecciano lungo le strade, nelle case, nei luoghi di incontro, di lavoro, di studio, nei mezzi di comunicazione sociale, insomma in ogni ambito di convivenza civile di questa vivacissima, ma anche convulsa e problematica Milano degli anni '80, con tutto il suo vasto e vario circondario geografico e sociale. Non sentiamo forse tutti quanti l'esigenza di scoprire ciò che ci unisce al di là delle divisioni; di ritrovare in una comune tradizione la spinta verso il futuro; di ricondurre i diversi e spesso contrastanti progetti di vita umana a un'immagine di uomo, che non mortifichi nulla di ciò che è bello, buono, onesto, che sia così ampia e di così vasto respiro da accogliere con rispetto anche il più piccolo contributo al vero progresso dell'uomo?

La Parola che Dio ci ha donato in Gesù, che ha suscitato forme sempre nuove di vita umana, che ha alimentato per secoli la nostra tradizione milanese può aiutarci a ritrovare valori comuni e creativi.

Per questo oso offrire queste pagine non solo ai credenti, ma anche a quei fratelli e a quelle sorelle che, per vari motivi, non si sentono di condividere la vita della comunità cristiana. Le offro come un dono e insieme come una sfida; come una promessa e insieme come un impegno.

Ci sono nella parola di Dio tanti spunti che parlano immediatamente all'uomo, trovano direttamente la via del cuore e generano una coraggiosa volontà di servire l'uomo. Accogliere questi spunti significa lavorare per il vero bene dei fratelli.

[2] L'infinità del mistero, che indichiamo con il termine "parola di Dio", impone alla presente esposizione limiti insuperabili.

Altri limiti derivano dalla natura propria di questa lettera, che solo impropriamente può essere detta un "piano pastorale". Infatti con tale nome si designa piuttosto una visione d'insieme dell'attività diocesana con l'indicazone di strumenti atti a stimolare e coordinare l'azione di tutti. Tale piano ha carattere stabile, pur essendo in continua crescita e adattamento, e vuol tener conto di tutte le realtà esistenti sulla base delle tradizioni pastorali genuine e riconosciute. Appartengono ad esso scelte fondamentali della nostra Diocesi come la sua unità articolata nelle diverse zone pastorali con a capo i Vicari Episcopali, l'unità del Seminario, la struttura formativa degli oratori, l'Azione Cattolica, i decanati, i Consigli Presbiterale e Pastorale, ecc.

Tuttavia è chiaro che il programma proposto quest'anno tocca un punto nevralgico della pastorale ed esprime una delle preoccupazioni fondamentali che portano oggi le diocesi a elaborare progressivamente un loro disegno pastorale: cioè che "la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata" (2 Tess 3, 1) e il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini. Queste parole sono la conclusione della Costituzione conciliare "Dei Verbum" (n. 26), che è uno dei testi fondamentali del Vaticano II, a cui si ispira largamente questa lettera. Consiglio perciò a tutti di rileggere e meditare attentamente questo testo conciliare, insieme con la "Evangelii Nuntiandi" di Paolo VI e la "Catechesi Tradendae" di Giovanni Paolo II.

In particolare, nel capitolo VI, la "Dei Verbum" due volte (n. 21 e n. 26) descrive lo strettissimo rapporto tra la Sacra Scrittura e il Corpo del Signore, tra la mensa della Parola e la mensa Eucaristica. Lo sforzo di vivere e rendere attuale questa unità tra Eucaristia e Parola ci prepara a celebrare con frutto il prossimo Congresso Eucaristico Nazionale.

La presente lettera vuole dunque unicamente sottolineare alcuni punti che servono alla comunità per rendere sempre più esplicito e vissuto quel primato della parola di Dio, che è fondamento e radice di ogni attività della Chiesa, e per inquadrare l'impegno pastorale di quest'anno nel cammino della nostra Chiesa locale verso il Congresso e nel cammino della Chiesa Italiana.

[3] Per dare chiarezza visiva a questa impostazione possiamo riferirci all'episodio dei discepoli di Emmaus.

Spiccano in esso tre momenti.

Il momento finale è il riconoscimento del Signore risorto attraverso l'esperienza dello "spezzare del pane". Tale riconoscimento conduce alla corsa di ritorno verso Gerusalemme per annunciare la bella notizia della risurrezione, cioè conduce alla riaggregazione alla comunità cristiana e alla missione evangelica (Lc 24, 33-35).

Questo momento eucaristico e missionario, però, è preceduto e preparato da un momento contemplativo. I discepoli insistono perché il pellegrino, ancora ignoto, ma già amato attraverso i presentimenti del cuore, resti con loro "perché si fa sera" (Lc 24, 29). E' la prima e forse la più commovente preghiera della comunità cristiana dopo la Pasqua. Essa allude alla povertà e alla solitudine dell'uomo che si fa più evidente nell'oscurità del mondo. Essa chiede che il colloquio di speranza si prolunghi, che la presenza contemplativa dei discepoli col Signore non si interrompa. Tale presenza sta "riscaldando il cuore" e lo prepara ai propositi generosi dell'azione (cfr. Lc 24, 32).

A sua volta però questo momento contemplativo scaturisce dall'annuncio della Parola. Quando i due discepoli parlavano al misterioso viandante della loro speranza circa Gesù di Nazareth, pensavano certo ad una salvezza misurata dai loro desideri più immediati: "noi speravamo che fosse lui a liberare Israele" (Lc 24, 21). La figura del Messia, che essi attendevano, corrispondeva ai progetti degli uomini, alle loro speranze politiche immediate, non agli insondabili pensieri di Dio. Se confrontiamo questi loro desideri iniziali con l'accorata preghiera finale che essi rivolgono al forestiero, rimaniamo stupiti per la trasformazione avvenuta. Che cosa è successo in loro, perché arrivassero a condividere i pensieri dell'inquietante sconosciuto e riuscissero finalmente a riconoscere il Messia non in un gesto di trionfo, ma nel dono pasquale del suo corpo ("lo riconobbero allo spezzare del pane", Lc 24, 35)? Il racconto evangelico attribuisce la trasformazione alla spiegazione delle Sacre Scritture. Gesù introduce i discepoli nel senso misterioso dell'Antico Testamento. La nuova, definitiva parola di Gesù fa vibrare le antiche parole e mette in luce tutta la loro tensione profetica verso il Messia preparato non dalle incerte attese umane, ma dalla fedeltà generosa di Dio. L'itinerario dischiuso dalla parola di Gesù incrocia lo sconsolato viaggio di ritorno dei due discepoli e lo fa diventare un cammino di speranza, un progressivo avvicinamento ai progetti di Dio, un pellegrinaggio verso la Pasqua, l'Eucaristia, la Chiesa, la missione fino agli estremi confini della terra.

[4] Nel cammino dei discepoli di Emmaus possiamo vedere una immagine del cammino che sta percorrendo la nostra Chiesa milanese in questi anni.

Un momento qualificante di questo cammino sarà costituito dalla celebrazione del Congresso Eucaristico Nazionale nel 1983. Il tema del Congresso "L'Eucaristia al centro della comunità e della sua missione" dice chiaramente il carattere non occasionale e non marginale del Congresso nel ritmo della nostra vita ecclesiale. Esso non deve rappresentare un evento che quasi ci distoglie dalla gioiosa fatica quotidiana di essere Chiesa del Signore, popolo missionario che coinvolge l'uomo di oggi in una responsabile adesione al progetto di Dio. Il Congresso, invitandoci a riflettere sulla costitutiva dipendenza della comunità cristiana e della sua missione dalla Eucaristia, sarà una provvidenziale occasione per riscoprire, verificare, rinnovare la vita delle nostre comunità, le loro iniziative pastorali, il loro impegno missionario.

A questa riscoperta della comunità, stretta attorno al Signore risorto "nello spezzare del pane" e pronta a portare in tutto il mondo l'annuncio della risurrezione, ci siamo preparati con una prima tappa contemplativa. Come i discepoli di Emmaus, abbiamo chiesto al Signore di restare con noi per farci scoprire la dimensione contemplativa della vita, per insegnarci il gusto della preghiera silenziosa, per rivelarci l'atteggiamento di filiale abbandono al Padre che ha accompagnato il suo gesto pasquale, accompagna il Sacrificio Eucaristico e deve accompagnare e animare interiormente la nostra esistenza cristiana fondata e normata dalla Eucaristia.

Quest'anno vogliamo compiere una nuova tappa verso il Congresso Eucaristico, approfondendo l'incidenza che ha la parola di Dio nella nostra vita. Questa Parola crea in noi una amorosa consuetudine con i pensieri di Dio; ci introduce nel disegno della salvezza pienamente svelato e attuato nella Pasqua di Gesù e presente nell'Eucaristia; ci offre provocazioni sempre nuove per ricostruire il senso della nostra esistenza attorno alla Verità definitiva, che brilla sul volto del Figlio dell'Uomo, mandato dal Padre nel mondo.

[5] All'interno di questa tappa del nostro cammino, quasi a esprimere meglio l'unità tra preghiera e parola di Dio, saremo invitati quest'anno a vivere un avvenimento di particolare rilievo liturgico-pastorale. Sta, infatti, per essere pubblicata, almeno parzialmente, la nuova Liturgia delle Ore secondo il rito ambrosiano.

Il prossimo anno dovrà dunque vederci attenti a valorizzare questo nuovo libro della preghiera della Chiesa e potrà pure essere l'occasione propizia per una specifica attenzione alla parola di Dio su cui la Liturgia delle Ore è strutturata. Qui indichiamo i due fatti nuovi che favoriscono il recupero della Liturgia delle Ore ambrosiana.

Dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa di Milano - per varie ragioni, derivanti per lo più dalla speciale condizione della sua autonomia liturgica - non aveva ancora potuto proporre ai suoi fedeli in maniera forte, organica, concorde, il recupero della Liturgia delle Ore.

Ora un primo fatto nuovo di straordinaria importanza è la recente approvazione da parte della Santa Sede della "Institutio Generalis", cioè dei princìpi e delle norme che devono regolare la Liturgia delle Ore secondo il rito ambrosiano. Questo atto autorevole viene a confermare i risultati di un lungo lavoro e, togliendo ogni perplessità, ci pone in grado di procedere rapidamente alla preparazione del nuovo Breviario ambrosiano. E' nostra fondata speranza che l'anno del Congresso Eucaristico Nazionale celebrato a Milano sia anche l'anno della pubblicazione di quest'opera tanto attesa.

Il secondo fatto è l'approntamento di un "salterio popolare", la "Diurna Laus", che confidiamo di poter mettere tra le mani dei nostri fedeli col prossimo Avvento, come strumento indispensabile del rilancio nelle nostre comunità della Liturgia delle Ore.

[6] Questo cammino della Chiesa milanese si inserisce nel programma di rinnovamento che la Chiesa italiana va compiendo da anni, seguendo le indicazioni provenienti dalle assemblee generali della CEI.

Dopo aver dedicato molto studio e impegno operativo al tema della "evangelizzazione" in tutte le sue componenti e i suoi aspetti problematici di fronte all'attuale società, i vescovi italiani vogliono richiamare la nostra attenzione nei prossimi anni sulla concreta comunità cristiana che, diventando sempre più fedele al modello evangelico, è la protagonista della evangelizzazione.

La vita della Chiesa è vista dai vescovi italiani in tensione tra due poli, che vengono designati con le parole "comunione" e "comunità".

La comunione allude ai beni misteriosi e invisibili, che scaturiscono dalla vita trinitaria di Dio, vengono donati a noi dal Signore Risorto e, attraverso la presenza dello Spirito Santo, raggiungono ogni credente.

La comunità è la realtà storica e visibile della Chiesa, fatta di parole, di gesti, di strutture, di iniziative pratiche, di relazioni personali che scaturiscono dalla comunione, ne esprimono le ricchezze e ne rivelano la vitalità in tutti i settori dell'esistenza umana.

La grazia della comunione, manifestandosi nella comunità, assume le concrete situazioni umane, interpella la libertà dei credenti, scatena e purifica le più belle energie dell'uomo, asseconda i progressi della vita sociale, interpreta le aspirazioni profonde di ogni epoca e di ogni cultura.

E' lo Spirito del Signore che, agendo attraverso le infinite possibilità vitali della comunione, crea la comunità cristiana; ma questa opera creativa chiama in causa la nostra libertà. Dipende anche da noi il volto concreto che la comunità cristiana assume in questo momento della storia e in questo particolare luogo del mondo. Ma come può la nostra libertà contribuire ad edificare una comunità che sia aperta a ogni uomo, capace di intuire i problemi sociali, sappia rivivere in sé le tensioni della nostra epoca senza perdere la propria originalità cristiana, anzi influisca coraggiosamente sulla mentalità e sul costume?

E' l'accoglimento della parola di Dio che ci fa diventare comunità autenticamente cristiana secondo le leggi della comunione. La parola di Dio ci assicura il contatto vivo e immediato con Cristo stesso, Parola vivente del Padre, fonte della comunione: ma, poiché rende testimonianza a Cristo a partire da una ricchissima varietà di situazioni umane storiche, che sono state lette e vissute nella luce di Cristo, essa arriva a noi ricca di provocazioni concrete che riguardano tutti gli aspetti fondamentali della vita. Essa ci dice come l'amore del Padre ha raggiunto in Cristo le varie situazioni umane, le ha rese vere, le ha illuminate e purificate dal di dentro, le ha aperte a nuove e insospettate possibilità. La vita, la morte, l'amicizia, il dolore, l'amore, la famiglia, il lavoro, le varie relazioni personali, la solitudine, i segreti movimenti del cuore, i grandi fenomeni sociali, tutta questa vita umana, insomma, ci viene consegnata dalla parola di Dio in una luce nuova e vera. E noi, mentre incontriamo questa Parola, incontriamo noi stessi, il nostro passato, il nostro futuro, i nostri fratelli. Impariamo a costruire una comunità che, in fedeltà alle leggi della comunione, trova un posto, un senso, un messaggio di speranza per ogni uomo e per ogni situazione umana.

Dopo aver così situato il programma pastorale di quest'anno nel cammino della nostra Chiesa, cercheremo prima di tutto di interrogarci su come la parola di Dio è presente con il suo vigore salvifico oggi nella vita delle nostre comunità. Richiameremo quindi alcuni aspetti fondanti del mistero della Parola, in riferimento a quanto sarà emerso dall'analisi precedente.

Vedremo poi come la parola di Dio risuona nella liturgia, e come dobbiamo disporci al suo ascolto, in particolare nella Liturgia delle Ore. Un simile ascolto deve essere tale da trasformare l'esistenza. Ci domanderemo dunque come vivere e verificare il rapporto Parola-vita.

Seguiranno alcune indicazioni operative.

[7] Dobbiamo essere grati a Dio di vivere in questo tempo. Il Concilio ci ha dato una abbondanza e una facilità di accesso alla Sacra Scrittura che era inaudita in tempi passati. Il cristiano ne ha bisogno oggi più che mai, sollecitato come è da contrastanti provocazioni culturali. La fede per risplendere, per non essere soffocata, deve essere nutrita costantemente dalla Parola.

Uno sguardo alle nostre comunità ci riempie dunque di consolazione. L'uso della lingua italiana nelle celebrazioni sacramentali, sebbene non costituisca da solo un punto di arrivo, rappresenta comunque per tutto il popolo cristiano una acquisizione felice, che favorisce un contatto più diretto e frequente con la parola di Dio.

Per un numero sempre crescente di cristiani, poi, questo contatto si prolunga nella Liturgia delle Ore, che sta diventando una benefica consuetudine di tanti fedeli, di famiglie, gruppi, movimenti, associazioni.

Attraverso la liturgia, la parola di Dio si assicura un ingresso più largo nella esistenza dei cristiani, secondo l'auspicio del Concilio Vaticano II ("Dei Verbum" n. 25). Infatti, anche alri momenti della vita personale e comunitaria, come la meditazione, la catechesi, le riunioni e le discussioni, si ispirano sempre più alle pagine bibliche.

Mentre si consolida il contatto vitale del popolo cristiano con la parola di Dio, si vanno perfezionando gli strumenti di accesso alla Bibbia. La ricerca scientifica in campo biblico registra anche in Italia risultati di rilievo. Alle scuole accademiche e seminaristiche, sempre più serie e rigorose, si vanno affiancando per religiosi, religiose e laici, corsi di introduzione sia agli aspetti storico-esegetici, sia al messaggio teologico, sia al valore spirituale delle Sacre Scritture. Il testo biblico è accessibile in svariate traduzioni con buoni commenti. La produzione sia scientifica sia divulgativa si fa sempre più vasta, anche se si avverte ancora fortemente in Italia l'esigenza di una letteratura che stia a metà tra l'indagine specialistica e l'applicazione troppo divulgativa.

[8] Questi segni di speranza, per poter dare pienamente i loro frutti, richiedono l'umile consapevolezza delle lacune che accompagnano il nostro incontro con la parola di Dio.

Riferendoci all'episodio dei discepoli di Emmaus, dobbiamo riconoscere che non sappiamo accogliere pienamente in noi la forza di conversione, che è propria della Parola. Quante volte possiamo dire che nell'ascolto e nella meditazione della Parola "ci ardeva il cuore" (Lc 24, 32)? E soprattutto, vale questo per tutta la comunità cristiana? All'abbondanza e al progressivo perfezionamento degli strumenti di accesso alla Bibbia non corrisponde sempre la loro utilizzazione da parte della massa dei fedeli, né sono sempre evidenti i frutti: un progressivo affiatamento con i pensieri di Dio e con i suoi progetti, una resa alla sua potente azione di salvezza, una purificazione della fede. Si può dire che ogni generazione di credenti registra questo scarto tra le potenzialità presenti nella parola di Dio e la loro effettiva attuazione in una vita cristiana pienamente disponibile al disegno divino della salvezza.

"Come ci sembra difficile essere cristiani!" diceva Mons. Lustiger, Arcivescovo di Parigi, iniziando il suo discorso al recente Congresso Eucaristico di Lourdes. E continuava: "Come sopportare questa distanza schiacciante tra la parola del Vangelo, che ci sembra portare in sé tutta la speranza del mondo, e questa realtà nella quale ci ritroviamo con un senso di tanta mediocrità"? Il cammino della Parola nei nostri cuori è lento e faticoso, e questa nostra generazione sente in tante sue difficoltà lo scarto tra Vangelo e vita.

Un sintomo significativo di questo scarto può essere offerto dalle sofferenze della stessa predicazione. Tra le molte cose che si potrebbero dire in proposito, accenno a due difficoltà di cui sono consci per primi i predicatori stessi. E' ancora presente un certo atteggiamento occasionalistico. Il ricorso ai testi biblici è una occasione per parlare di tante cose, anche importanti e pertinenti, ma che vengono affrontate secondo l'urgenza e il peso delle circostanze, senza raggiungere quella prospettiva radicalmente nuova che è dischiusa solo da un accostamento più originale e organico alle Sacre Scritture. La Parola non viene prima ascoltata per se stessa, per essere capita, assimilata e poi applicata. Essa è invece chiamata rapidamente in causa per offrire la risposta ai quesiti che noi poniamo a partire dalle nostre mutevoli situazioni e dalle nostre visioni problematiche della realtà. Questo atteggiamento rischia di eludere la prerogativa del primato della parola di Dio, per cui essa ci interroga, ci mette in questione e ci offre delle risposte solo dopo aver messo in crisi e verificato il nostro modo di porre le domande.

Per mettersi in sintonia con questo "primato della Parola" è necessario avvicinarsi ad essa con una certa umile e disarmata semplicità, congiunta con una maggiore attenzione al tenore del testo biblico, alla sua struttura, alla sua interiore organicità, così come insegnano le acquisizioni dei recenti studi biblici.

Fortunatamente la predicazione si va sempre più orientando in questo senso. Ma può sorgere qui un nuovo rischio: ci si accosta al testo biblico con un certo atteggiamento didascalico, quasi per fare una bella lezione, attenta alle finezze delle pagine scritturistiche, ma astratta e chiusa in se stessa. Soggiace a questo atteggiamento una concezione un po' semplicistica della efficacia della parola di Dio: che basti, cioè, rendere presente la Parola nella sua nuda oggettività, perché si renda presente la potenza stessa di Dio.

In realtà la Parola, pur recando in sé la realtà stessa di Dio, non cessa di essere una realtà storica, un segno umano di Dio. La sua efficacia si manifesta nel suscitare, interpretare, purifìcare, salvare la vicenda storica della libertà umana, che deve essere sempre tenuta presente con le sue aspirazioni, i suoi problemi, i suoi peccati, le sue nostalgie di salvezza, le sue realizzazioni nel campo personale e sociale. Essa agisce nello Spirito e per la forza dello Spirito, e il puro risuonare delle parole, anche se accuratamente elaborate, rischia di divenire semplicemente "un bronzo che risuona" (1 Cor 13, 1).

Le oscillazioni, le incertezze, le lacune della nostra normale predicazione nel proclamare 1' assolutezza divina e la concretezza storica della parola di Dio non si possono semplicemente imputare all'impreparazione o all'imperizia dei predicatori. Sarebbe ingiusto e superficiale. Occorre mettere in luce profondi collegamenti con una più generale situazione sia della comunità cristiana, sia della cultura attuale.

[9] Per quanto riguarda la comunità cristiana, dobbiamo constatare, non senza dolore, che la predicazione ufficiale, anche quando è ben curata, rischia di essere inefficace perché è isolata da altre forme di comunicazione della fede. L'annuncio della parola di Dio, fatto nei momenti ufficiali, per raggiungere capillarmente le intricate situazioni storiche, richiede di intrecciarsi con molte altre forme di comunicazione nella famiglia, nei gruppi di amici, negli ambiti di impegno comunitario.

Pensiamo alla ammonitrice sapienza cristiana che aleggia in quella pagina de "I Promessi Sposi", in cui il buon sarto di un paese non nominato rievoca dinanzi alla famiglia, raccolta a tavola, la predica tenuta dal Cardinal Federigo durante la visita pastorale. Egli sminuzza ai figli le parole dell'Arcivescovo; e proprio il ricordo di quelle parole, invitanti alla condivisione delle altrui sofferenze, produce il gesto della elemosina, nel senso semplice e commovente di prendersi a cuore la povertà degli altri: il sarto invia una figlioletta con un po' di cibo alla casa vicina di una vedova. La parola proclamata dall'Arcivescovo è diventata viva ed efficace attraverso la mediazione del dialogo familiare.

Purtroppo non è facile oggi che la nostra comune conversazione quotidiana tocchi con semplicità e serietà i temi relativi alla fede. Si tratta talvolta di un istintivo senso di rispetto di fronte alle realtà cristiane o di un atteggiamento di riserbo dinanzi ai propri o altrui sentimenti profondi. Ma spesso è anche questione di pigrizia, di disimpegno, di rispetto umano: ci pare "sconveniente" parlare di Gesù, del nostro misterioso rapporto con Dio, delle esigenze evangeliche, dei problemi della vita ecclesiale, perché intuiamo che questo discorso ci chiede sincerità e fatica o contravviene a quella specie di congiura del silenzio, che la mentalità corrente ordisce attorno agli argomenti religiosi e cristiani.

La predicazione ufficiale, allora, priva di un intenso contesto di fede quotidianamente vissuta, parlata, comunicata, a cui attingere e in cui concretarsi, rischia o di chiudersi in un astratto isolamento o di tentare raccordi frettolosi e impacciati con la vita concreta.

Anche qui sarebbe semplicistico imputare questa situazione alla cattiva volontà dei credenti. Bisogna tener conto delle condizioni culturali in cui siamo chiamati a testimoniare la nostra fede.

[10] La difficile comunicazione nel campo della fede è connessa con i più generali disturbi della comunicazione sociale. Non si può dir tutto qui. Qualche cenno è stato fatto nel discorso per la festa di S. Ambrogio dello scorso anno. In rapporto al tema che ci interessa, cioè il difficile accostamento della parola di Dio, pare utile sottolineare particolarmente un aspetto. La nostra epoca culturale sta subendo le conseguenze di una concezione incompleta della libertà. Essa viene confusa con il potere e il diritto di avere tutto e subito. L'incremento delle conoscenze scientifiche e lo sviluppo delle applicazioni tecniche spingono l'uomo a sopravvalutare la sua potenza e a darsi a una attività produttiva sempre più frenetica: un esempio drammatico e insieme caso limite lo si ha nell'accumulo degli armamenti.

Come conseguenza l'essere dell'uomo, anziché rivelarsi e costruirsi nel fare, tende a diluirsi nell'agitazione. Le coraggiose interrogazioni sulla realtà profonda dell'uomo lasciano il posto alle precipitose domande sui programmi. Ma mentre l'interrogazione sull'essere apre l'uomo ai sorprendenti misteri del reale, la domanda frettolosa e ristretta sull'agire rinchiude la globalità della realtà entro lo spazio di alcuni pochi progetti umani. Perciò, la libertà, quando è vista giustamente come il senso profondo dell'essere umano, è vissuta come responsabile capacità di disporre di sé in un'attitudine di affidamento al mistero; quando, invece, è colta solo come qualità dell'agire immediato, tenta di disporre di sé e di ogni cosa in un atteggiamento di orgoglioso e bruciante possesso.

Di qui una frenesia d'azione, un'impazienza di ottenere tutto a breve scadenza, una brama aggressiva verso i ritmi delle cose e delle relazioni sociali.

Persino nell'amicizia e nell'amore si vuole ottenere subito e senza riserve quel gusto dell'incontro che richiede invece una lunga e rispettosa pazienza.

In progressione questa gestione convulsa e superficiale della libertà si trasforma in una incapacità a capire le leggi dello sviluppo umano. Essa genera perciò una sfiducia nelle reali possibilità dell'uomo e sfocia in una rinuncia a vivere la fatica e la responsabilità.

Si attua così quella che Erich Fromm ha chiamato "fuga dalla libertà". Ma anche quando imbocca la strada della disfatta, la libertà non rinuncia all'impazienza. Vagheggia una salvezza miracolistica, cioè immagina che oltre e sul crollo della libertà sorga un evento di speranza che, però, riproduce le stesse caratteristiche di una soluzione illusoria a breve scadenza; sogna un fatto che dispensa dai tempi lunghi, dai sacrifici e dalle pazienti maturazioni.

Dobbiamo risalire a queste radici culturali per interpretare gli atteggiamenti della comunità cristiana verso la parola di Dio. Nella predicazione occasionalistica, che strumentalizza la parola di Dio entro il quadro di una visione della vita prodotta dai progetti umani, riaffiora l'impazienza attivistica e orgogliosa della libertà, mentre l'impazienza disfattistica e tragica influenza quel tipo di predicazione che si affida fideisticamente al testo biblico senza riuscire a collegarlo con i problemi, le ricerche, le responsabilità della vita quotidiana.

Dobbiamo essere consci del fatto che, più o meno, un pò tutti, in quanto siamo ancora lontani dall'aver assimilato pienamente la forza della Parola, oscilliamo tra questi estremi. E' necessario un cammino paziente e faticoso, uno sforzo sempre rinnovato.

Quanto alla lacunosa comunicazione della fede entro la trama delle normali relazioni interpersonali, essa manifesta la superficialità delle nostre quotidiane conversazioni, che non raggiungono la radice del nostro essere, i fini ultimi del nostro agire, il senso profondo della nostra libertà.

D'altro canto, se queste generali condizioni culturali influenzano il nostro accesso alla parola di Dio, si può anche dire che una rinnovata comprensione e assimilazione di questa Parola condurrà a una riscoperta della nostra libertà e a una benefica trasformazione del costume sociale.

Un'analisi attenta della situazione delle nostre comunità rispetto alla parola di Dio viene raccomandata per i "Gruppi di animazione" costituiti in ogni parrocchia in preparazione al Congresso Eucaristico. Essi potranno verificare e approfondire, partendo dagli ambiti loro suggeriti (l'iniziazione cristiana dei ragazzi, la condizione giovanile, la vita coniugale e familiare, la pastorale degli anziani e la liturgia domenicale) alcuni dei fenomeni qui indicati e dare indicazioni preziose per un accostamento alla Parola che si fa Eucaristia, il quale si sforzi di superare le difficoltà qui segnalate.

Avviciniamoci, dunque, al mistero della parola di Dio senza la pretesa di un'esposizione organica, ma col semplice intento di richiamare alcuni punti essenziali più direttamente connessi con i comportamenti attuali della comunità cristiana.

[11] Ci possiamo accostare alla parola di Dio, riflettendo, da un lato, sul fatto che essa è parola e quindi ha a che fare con quell'evento umano, che noi chiamiamo linguaggio; dall'altro lato, che è parola di Dio e quindi ha una irriducibile originalità nei confronti della parola umana.

E' illuminante l'episodio del centurione romano, che chiede a Gesù la guarigione del servo caduto in una malattia mortale (Mt 8, 5-13). Gesù si offre di andare in casa sua, ma l'ufficiale espone una argomentazione ricca di una fede così intensa, che strappa il consenso ammirato di Gesù. Il centurione prende lo spunto dall'efficacia della parola umana: quando egli ordina qualcosa a un subalterno, la sua parola di comando produce qualcosa attorno a sé, fa sì che il subalterno vada o venga secondo l'ordine ricevuto.

A maggior ragione la parola di Gesù, nella quale la fede del centurione riconosce presente la potenza stessa di Dio, saprà operare, anche a distanza, la guarigione miracolosa del servo. Viene qui adombrato il mistero della parola umana con la sua ricchezza e la sua povertà. Nella parola il nostro essere profondo si manifesta; la nostra libertà sprigiona le sue capacità operative; la nostra umanità va in cerca della umanità degli altri, cerca un contatto con loro, genera consensi, coruisce comunità umane, interviene sulle cose del mondo. Vita speranza, gioia, impegno, operosità, amore, luce di verità sono misteriosamente depositati nel fragile involucro della parola.

Ma la parola umana è anche povera. Quante volte balbetta impotente dinanzi a misteri che non riesce a penetrare. Quante volte non sa comunicare il senso che essa racchiude. Quante volte non raggiunge gli esiti desiderati. Quante volte, anziché rivelare amore di vita, luce di verità, comunione interpersonale, produce odio, menzogna e discordia.

Nella povertà della parola si rivela la povertà del nostro essere. Noi non siamo totalmente identici con la vita, la gioia, l'amore, la luce della verità. Questi beni sono presenti in noi, ma sono anche lontani da noi. Noi li andiamo cercando come beni assenti, spinti da quelle parziali forme di presenza che essi hanno in noi.

Quando noi non riconosciamo questa presenza-assenza della vita, della verità, dell'amore e pretendiamo di essere noi stessi, in un modo totale ed esaustivo, la vita, la verità, l'amore, inganniamo noi stessi e le nostre parole producono la morte, la menzogna e la discordia. Dovremmo, a questo punto, dare un nome più preciso alla vita, alla verità e all'amore. Non possiamo percorrere qui gli ardui sentieri che si addentrano nel mistero della realtà.

Basterà dire che, mediante una intuizione, che è depositata da sempre nel cuore dell'esperienza umana e che può e deve assumere anche l'andamento di una rigorosa argomentazione riflessiva, l'intelligenza umana arriva a comprendere che la pienezza della vita, della verità e dell'amore stanno in una realtà che, pur rendendosi presente nell'uomo, è al di là dell'uomo ed è chiamata Dio.

L'uomo allora si scopre come presenza del Dio assente, come segno di Lui, come espressione in cui Egli si manifesta, pur essendo l'inesprimibile. L'uomo in questo senso è parola di Dio e nel parlare umano viene alla luce questa radicale caratteristica dell'uomo.

Allora la parola e l'essere dell'uomo sono creativi, ma solo in quanto obbediscono, in un atteggiamento di attesa, di disponibilità, di fedeltà, a quello che Dio dice in loro. Che cosa Dio possa dire all'uomo, con quanta intensità, con quale forza comunicativa non può essere anticipato, determinato, deciso dall'uomo. L'unica anticipazione, l'unica decisione, che compete all'uomo, è quella del silenzio pieno di attesa, di rispetto, di obbedienza. Quali imprevedibili forme di comunicazione Dio ha deciso di attuare nel suo amore infinito?

L'imprevedibile è accaduto in Gesù di Nazareth.

[12] Una persona che coltiva onestamente questi atteggiamenti di rispetto, di obbedienza e di attesa, quando si imbatte nella vicenda di Gesù di Nazareth e la sente proclamare fino in fondo, viene afferrata da un senso di sorpresa, che poi diventa segreta inquietudine ed esplode infine in una folgorazone: quest'uomo è parola di Dio non come tutti gli altri, ma in un modo unico e irripetibile.

"La Parola era presso Dio, la Parola era Dio, la Parola si fece carne e prese ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1, 1.14).

I gesti di Gesù, i suoi discorsi, i suoi comportamenti verso gli altri uomini, i suoi miracoli, il suo modo di affidarsi al mistero del Padre, la sua libertà coraggiosa, i suoi confronti con i personaggi dell'Antico Testamento, le esigenze che propone ai discepoli, il suo sguardo lungimirante lanciato sul futuro conducono ad affermare che la presenza di Dio si attua in lui in un modo eccezionale. Dio non solo è presente in lui, ma è una cosa sola con lui. In lui Dio non solo ha comunicato con l'uomo, ma si è comunicato: "Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso" ("Dei Verbum", n. 2). Quello che l'uomo non può né anticipare, né esigere si è misteriosamente compiuto in Gesù per magnanima decisione divina. Quest'uomo di Nazareth, che è inserito nella vicenda storica dell'umanità e parla parole umane è, nella misteriosa profondità del suo essere, una cosa sola con Dio.

Egli, dunque, è la parola piena e definitiva. Egli è l'uomo perfettamente realizzato. Ogni altra persona umana, ogni altra parola umana sono veramente umane in riferimento a lui e a partire da lui. La vicenda storica di Gesù, come parola di Dio, come segno umano di Dio, così vicino a Dio da essere realmente identico a Dio, trova il suo suggello nella Pasqua, dove l'unità reale di Gesù con il Padre è supremamente manifestata. Gesù si affida al Padre in un'obbedienza così radicale, da abbracciare anche la morte di croce; e il Padre a tal punto congiunge con sé Gesù, da comunicargli la vita gloriosa della risurrezione; e lo Spirito Santo, che è l'amoroso suggello dell'unità del Padre con il Figlio, guida tutta la vita di Gesù fino alla morte, agisce come principio potente di risurrezione e dal Cristo risorto, in cui dimora in pienezza, viene effuso sulla Chiesa e in tutti i credenti. La vita di Gesù, dunque, dall'incarnazione fino all'effusione pasquale dello Spirito, è parola di Dio in modo definitivo. In essa Dio dice chi Egli è propriamente: è comunione di vita, è amore, è Trinità. E dice anche chi Egli vuol essere per l'uomo: vuole essere il Padre che ama, l'alleato che accoglie e salva, l'amico che condivide fino alla morte la condizione dell'uomo, per rendere l'uomo partecipe della Sua condizione divina.

[13] Il senso profondo dell'essere e della storia di Gesù, come rivelazione definitiva di Dio, ci viene dischiuso da Gesù stesso attraverso il linguaggio dei suoi comportamenti, delle sue espressioni, delle sue parole, che, in quanto parole del Figlio unigenito, mandato dal Padre, sono rigorosamente e propriamente parola di Dio. Ma le parole di Gesù arrivano a noi attraverso e insieme ad altre parole, suscitate dallo Spirito Santo nel popolo dei credenti. Da un lato, infatti, le parole di Gesù, mentre emergono dal suo essere profondo, affondano le radici nella storia del popolo dell'antica alleanza: Gesù ha inteso e presentato se stesso come il compimento delle promesse, come il Messia atteso dagli antichi padri, come l'imprevedibile e insieme fedele attuazione delle parole che Dio stesso aveva deposto nel cuore del Suo popolo.

Dall'altro lato, le parole di Gesù hanno convocato il nuovo popolo dei credenti, nel quale esse sono state custodite, meditate, trasmesse secondo modalità stabilite da Gesù e garantite dalla presenza dello Spirito Santo. La testimonianza profetica del popolo dell'Antico Testamento e la testimonianza apostolica del popolo del Nuovo Testamento, in quanto parlano di Gesù, sono anch'esse, in senso vero e proprio, parola di Dio. Questa Parola, dopo tempi variamente lunghi di trasmissione orale, è stata fissata per iscritto in tempi e con modalità diverse, ma sempre secondo una sapiente disposizione divina, che ha voluto così assicurare alla Parola ispirata da Dio stesso una forma di più stabile continuità e di più fedele conservazione.

Si è così giunti al canone delle Sacre Scritture dell'Antico e del Nuovo Testamento, nelle quali la fede della Chiesa si riconosce pienamente espressa, nel senso che riconosce in esse l'autentica parola di Dio, da cui la fede è continuamente suscitata e alimentata.

[14] Queste brevi riflessioni sulla parola di Dio, che illustrano i suoi diversi significati e aspetti, unificandoli e concentrandoli in Gesù Cristo, ci ammoniscono a non isolare la Bibbia, che la fede riconosce come parola di Dio in modo privilegiato e normativo, ma a collocarla nel contesto di alcune relazioni qualificanti.

Anzitutto la Bibbia va collocata nella Chiesa. La Bibbia contiene la Parola che suscita la fede e convoca la Chiesa; ma, a sua volta, la fede della Chiesa, accogliendo la Parola, le dà risonanza e consistenza storica, la custodisce gelosamente, la trasmette fedelmente, la interpreta autorevolmente, attraverso quella varietà di funzioni e ministeri ecclesiali che Gesù stesso ha istituito e che lo Spirito Santo anima interiormente con i suoi doni. La tradizione della Chiesa è l'ambito concreto entro cui la Sacra Scrittura riceve forma e figura definitiva, trova le determinazioni che la distinguono da altri scritti non ispirati, incontra la memoria viva della testimonianza apostolica, che è fonte autorevole di interpretazione e di riattualizzazione. L'accesso alla Sacra Scrittura, quindi, mentre richiede l'intensa applicazione delle energie personali, esige anche una cordiale e attiva consonanza con la fede di tutta la Chiesa.

Questo deve suonare prima di tutto come richiamo alla sintonia con le indicazioni autorevoli del Magistero. Infatti "l'ufficio di interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa è stato affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo" ("Dei Verbum", n. 10). Ma a ciò va aggiunto anche un invito a una felice convergenza delle competenze, dei carismi, dei lumi di tutti i credenti: "infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità" ("Dei Verbum", n. 8).

Tante potenzialità contenute nelle Sacre Scritture, come prezioso messaggio di speranza per il mondo di oggi, rimangono inesplorate e improduttive, perché gran parte del popolo cristiano è inerte e muta, per indifferenza o per impreparazione, nei confronti del testo sacro.

[15] Una seconda relazione che deve essere considerata è quella tra Bibbia ed Eucaristia.

Infatti la vicenda storica di Gesù, che scaturisce dalle profondità dell'essere di Gesù, consostanziale con il Padre, è parola di Dio in modo originario e insuperabile. Orbene l'Eucaristia, con tutta la realtà sacramentale che da essa promana, è memoria della Pasqua di Gesù, non nel senso psicologico del ricordo, sulla misura e secondo le leggi della memoria umana, bensì nella luce della potenza dell'amore divino manifestato nella Pasqua. In Gesù morto e risorto Dio proclama e attua la Sua amorosa volontà di vicinanza all'uomo, di presenza nella storia, di perdono del peccato, di vittoria sulla morte, di inizio di una vita nuova. L'Eucaristia è la concreta modalità storica con cui l'amore onnipotente di Dio, culminante nella Pasqua di Gesù, raggiunge il suo intento di rendersi realmente presente e operante in ogni momento della storia umana.

L'Eucaristia è presenza viva e reale di Gesù, del suo mistero, del suo sacrificio, della sua Pasqua. Tutta la vicenda di Gesù, dall'incarnazione del Figlio preesistente alla dolorosa umiliazione del Crocifisso, alla glorificazione del Cristo risuscitato e datore dello Spirito, si ripropone a noi nell'Eucaristia, in forza dell'interiore efficacia del sacrificio pasquale. Anche la parola di Dio, contenuta nella Bibbia, è efficace in forza della Pasqua: altro non fa che proclamare l'efficacia dell'amore di Dio culminante nella Pasqua. Quindi la Bibbia è orientata e orienta all'Eucaristia e alle altre celebrazioni sacramentali. Ma, se la Parola biblica trova il supremo suggello e il radicale fondamento della sua efficacia nell'Eucaristia, a sua volta l'Eucaristia si fonda in un certo senso nella Bibbia.

La Bibbia, infatti, conserva e trasmette le parole con cui Gesù istituì l'Eucaristia. La Bibbia ricorda il comando di Gesù: "Fate questo in memoria di me", a partire dal quale la Chiesa, obbedendo fedelmente al suo Fondatore, celebra l'Eucaristia.

La Bibbia, ancora, rievoca l'arco complessivo della storia della salvezza, annuncia i gesti mirabili dell'amore di Dio, ci introduce nei misteri della vita di Gesù e nel mistero del suo essere: in tal modo ci dà una comprensione distesa, piena e saporosa dell'amore di Dio, che nell'Eucaristia è come compendiato e condensato.

La Bibbia, infine, presentandoci la fede di coloro che hanno aderito con tutta la loro vita alla parola di Dio, ci offre gli spunti concreti per fare memoria di Gesù, non solo nel senso di compiere la celebrazione rituale, ma anche nel senso di impostare la nostra vita in modo tale che essa sia una offerta del nostro corpo e del nostro sangue, cioè di tutto il nostro essere, al Padre e ai fratelli. La vita concretamente spesa nella carità è lo scopo ultimo dell'Eucaristia. Nel tendere a questo scopo, l'Eucaristia si avvale anche della parola di Dio, per l'intrinseca relazione che intercorre tra la Parola e la vita.

[16] E' questa la terza relazione, che merita una sosta riflessiva: la Bibbia incrocia la vita dell'uomo, secondo un complesso movimento che va dalla vita alla Parola e dalla Parola ritorna alla vita.

L'uomo accede alla Bibbia portando con sé la dignità e il peso della propria libertà, delle irrequiete ricerche, delle involuzioni spirituali, dei fremiti di coraggio e di speranza, delle conquiste effettive ma precarie nei vari settori dell'esperienza umana. L'intuizione, continuamente offuscata e rinnegata, ma sempre riaffiorante, di esse re l'attonito, fragile, indegno custode dell'inafferrabile mistero di Dio; l'intuizione di essere lui stesso segno, cifra, parola di Dio, in un modo che Dio solo può chiarire, determinare, liberare dalle ambiguità e dalle distorsioni; l'intuizione di potersi pienamente attuare solo in un evento che lo eccede e lo mette in un atteggiamento di confidente abbandono e di umile adorazione: ecco, proprio questa intuizione, in cui culminano e si inverano le varie esperienze umane, è la condizione spirituale che l'evento della parola di Dio suppone e fonda nel medesimo tempo.

Addentrandosi, poi, nella contemplazione della parola di Dio; cogliendo nella storia sacra il mistero della volontà di Dio circa la storia umana; imbattendosi in una infinita varietà di situazioni umane illuminate e salvate dalla parola di Dio; immergendosi, soprattutto, nella meditazione della vita di Gesù, l'uomo incontra la forma pura e autentica della vita umana, quella che Dio stesso ha proposto come luminosa rivelazione di Se stesso.

Allora l'uomo ritorna alla vita di ogni giorno con una nuova luce di speranza. E anche con un impegno nuovo: testimoniare, con gli esempi concreti del proprio comportamento, la vittoriosa energia della parola di Dio, che salva la libertà dall'illusoria autosufficienza, dai desideri ambigui, dalla prepotenza ottusa e dalle rinunciatarie disperazioni.

Per dare maggiore concretezza a quanto sin qui detto, passiamo ora ad alcune riflessioni circa la presenza della parola di Dio nelle celebrazioni liturgiche e circa la testimonianza della parola di Dio nella vita.

[17] La parola di Dio ha squarciato il silenzio dell'universo, ha animato il deserto dell'esistenza, ha dato un senso e una meta ai nostri passi incerti.

Essa, che al culmine della sua rivelazione si è presentata con il volto amabile di Gesù di Nazareth, non è dunque un dono superfluo, ma il rimedio offerto dalla misericordia del Padre alla tristezza e alla paura che non potrebbero non provare e fiaccare l'uomo lasciato a se stesso nella vicissitudine enigmatica e penosa della vita.

"Cristo e la Scrittura divina - dice S. Ambrogio - sono il rimedio di ogni disgusto e il solo rifugio nelle tentazioni" ("De Interpellatione David" IV, 4, 18).

Quando la Parola ci raggiunge, l'esilio è vinto, Dio ritorna a camminare sulle nostre strade, la terra ridiventa in qualche modo il giardino di delizie dove è ancora possibile alla creatura intrattenersi familiarmente con il suo Creatore: "Quando leggo la divina Scrittura, Dio torna a passeggiare nel Paradiso terrestre" (S. Ambrogio, "Epistola" 49, 3).

C'è tuttavia nella terra del nostro pellegrinaggio, un "luogo" dove la parola salvatrice risuona con efficacia eccezionale: la sacra liturgia.

Essa è veramente un ininterrotto dialogo tra la Parola e l'uomo, chiamato a essere una eco di questa stessa divina Parola. La sacra liturgia, infatti, è l'incontro salvifico del Padre che è nei cieli e viene a conversare con molta amorevolezza con i suoi figli; è il colloquio tra lo Sposo, il Signore Gesù, e la sua diletta Sposa, la Chiesa, fatta partecipe dell'eterno canto di lode che il Verbo incarnato ha introdotto in questo nostro terrestre esilio (cfr. "Sacrosanctum Concilium", n. 83).

La sacra liturgia, perciò, si nutre abbondantemente alla mensa della parola di Dio: prende dalla Bibbia le sue letture, canta i salmi, si ispira alla Scrittura nel comporre inni, preghiere, esclamazioni e invocazioni. Nel suo concreto svolgimento manifesta una struttura dialogica che esprime la vita stessa della Chiesa. Come, infatti, nel Vecchio Testamento l'assemblea di Iahvé è chiamata in primo luogo per ascoltare Dio che parla: "Ascoltate oggi la sua voce" (Salmo 94, 4), così l'assemblea liturgica, il vero popolo di Dio, viene radunato anzitutto per ascoltare la Parola, Cristo Signore, e per unirsi a Lui, guidata dal suo Spirito, nella lode e nella supplica al Padre.

Nella sacra liturgia appare con evidenza privilegiata che il destinatario della Parola non è l'individuo che si isola, ma il popolo dei redenti che si raduna; che la sua voce viva non è l'uomo che la proclama a se stesso, ma il Magistero della Chiesa che, attraverso la varietà dei ministri, l'annuncia all'assemblea; che il suo esito naturale non è il compiacimento della dotta speculazione, ma è l'energia trasformante dei sacramenti e la vita palpitante dello Spirito che inabita i cuori.

Perciò la parola della Scrittura, quando risuona nelle celebrazioni liturgiche, costituisce uno dei modi della reale, misteriosa, indefettibile immanenza di Cristo tra i suoi, come ci insegna il Concilio Vaticano II: "Egli è presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura" ("Sacrosanctum Concilium", 7).

Quando Dio parla, sollecita una risposta. Noi rispondiamo al Dio che parla e ci ricorda l'evento della nostra salvezza e il mistero del suo amore, con la celebrazione dell'Eucaristia - grande preghiera di ringraziamento, memoriale perenne della passione redentrice, offerta con la Vittima immolata della propria vita -, con le altre celebrazioni liturgiche, intimamente connesse con l'Eucaristia, tra cui l'Ufficio Divino o Liturgia delle Ore.

Fermiamo la nostra attenzione sull'annuncio e l'ascolto della Parola e sulla Liturgia delle Ore.

[18] Risulta anzitutto l'importanza di una predicazione che sia "nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura". Le settimane residenziali previste per quest'anno per l'aggiornamento del clero saranno tutte su questo tema. Confido che da esse verrà rinnovata e consolidata in tutti i presbiteri una profonda coscienza della propria responsabilità verso l'annuncio della parola di Dio.

La lettura personale e in comune della Scrittura come parola di Dio ("lectio divina") è uno dei mezzi più efficaci per ogni fedele per disporsi a cogliere i frutti dell'ascolto della Parola nella liturgia e prolungarne gli effetti.

Essa consiste nella lettura di una pagina biblica tesa a far sì che essa diventi preghiera e trasformi la vita. Si può attuare secondo due movimenti diversi. Il primo, quello classico, parte dal testo per arrivare alla trasformazione del cuore e della vita secondo lo schema lettura-meditazione-orazione-contemplazione. Il secondo parte dai fatti della vita per comprenderne il significato e il messaggio alla luce della parola di Dio. I suoi momenti possono essere espressi nelle due domande: come si rivela la presenza di Dio in questo fatto? quale invito il Signore mi rivolge attraverso di esso? tenuto conto che l'autenticità delle risposte sarà verificata richiamandosi a esempi o parole di Gesù nel Vangelo o ad altre situazioni o parole della Scrittura. Una variante di questo metodo è il trinomio vedere-giudicare-agire, dove il giudicare significa comprendere il fatto alla luce della parola di Dio, e l'agire va confrontato con gli imperativi del Vangelo.

Il primo metodo si adatta meglio per la lettura personale, il secondo per un incontro di gruppo (revisione di vita). Ma i due metodi si integrano a vicenda, e si correggono nelle loro possibili unilateralità. Un esercizio di essi assicurerà quella penetrazione della Parola nella vita che è lo scopo di questo programma pastorale.

Tutta questa attività a servizio della Parola sembra richiedere che nella comunità cristiana vi siano, accanto ai presbiteri, anche dei laici capaci di animare e sostenere lo sforzo capillare di lettura e di ascolto. Dobbiamo qui esprimere un vivo ringraziamento ai tanti, uomini e donne, che già operano in questo campo, sia come lettori durante l'assemblea liturgica, sia come catechisti, sia come animatori di gruppi di preghiera e di ascolto. C'è da domandarsi se non sia giunto il tempo di pensare ad offrire e poi anche a richiedere una formazione più omogenea e costante a tutti coloro che già esercitano questi ministeri di fatto, e se non sia opportuno pensare, per persone particolarmente preparate in questo campo, anche a ministeri istituiti. I pareri raccolti su questo punto sono stati vari e diversi, data la complessità dell'argomento, già più volte emerso in passato. L'esperienza di quest'anno mostrerà su quale via procedere perché la figura di una chiesa ministeriale acquisti la necessaria chiarezza e forza espressiva.

[19] Voglio aggiungere ora alcune osservazioni sulla Liturgia delle Ore. In essa il Dio, che ripetutamente ci parla, ascolta la nostra risposta e ci suggerisce la parola stessa con cui rispondere.

Tutta la creazione, che ha il suo capo nel Gesù crocifisso e risorto e il suo corpo in tutti coloro che a lui sono vitalmente connessi, risponde al suo Creatore ritmando la sua lode e la sua implorazione si direbbe sul respiro stesso dell'universo, cioè sul fluire del tempo e sulla vicenda perenne e sempre nuova della luce.

Ogni essere, in qualche modo, si congiunge a questa preghiera cosmica che si eleva a Dio, soprattutto nei due momenti cardinali del tramonto e del primo mattino

"Quale uomo dotato di sensibilità non arrossirebbe di concludere la sua giornata senza la recita dei salmi, dal momento che anche gli uccelli piccolissimi accompagnano il sorgere del giorno e della notte con un atto di pietà abituale e con un dolce canto?" (S. Ambrogio, "Exameron", V, 12, 36).

"Invitati da tanta grazia data alla Chiesa e da così grandi premi promessi alla pietà, anticipiamo il sole che sorge, andiamo incontro alla sua aurora, prima che egli dica: Eccomi!

Il Sole di giustizia vuol essere anticipato e aspetta che lo anticipiamo" ("In Psalmum 118", 19, 30).

Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato la dignità singolare e il valore di questa preghiera: "Quando a celebrare debitamente quel mirabile canto di lode sono i sacerdoti e altri a ciò deputati da un precetto della Chiesa, o i fedeli che pregano insieme col sacerdote nella forma approvata, allora è veramente la voce della Sposa stessa che parla allo Sposo, anzi è la preghiera che Cristo, insieme col suo Corpo, eleva al Padre" ("Sacrosanctum Concilium", 84).

[20] Nella Liturgia delle Ore la stessa parola di Dio mette sulle nostre labbra il canto di risposta, proponendoci la recita dei salmi, i quali sono, come tutte le altre pagine della Bibbia, divinamente ispirati, e insieme sono vera e appassionata preghiera dell'uomo.

E così si avvera in modo significativo quanto dice S. Paolo: "Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili" (Rm 8, 26). Lo Spirito Santo dunque, "che ha parlato per mezzo dei profeti" ed è l'autore principale dei salmi, prega con la nostra voce e assicura alla nostra implorazione il gradimento del Padre.

Lo stesso Signore Gesù nella sua vita terrena ha pregato coi salmi, e continua oggi a pregare con noi. Coi salmi ha pregato la Vergine Maria, coi salmi hanno pregato tutte le generazioni cristiane.

Per questa preghiera così ha espresso il nostro S. Ambrogio la sua ammirazione: "Che cosa vi è di più bello del salmo?... Il salmo è benedizione del popolo, lode a Dio, inno di lode del popolo, applauso generale, inno dell'universo, voce della Chiesa, canora professione di fede, devozione piena di autorevolezza, gioia della liberazione, grido di allegrezza, esultanza della goia. Mitiga l'ira, respinge l'angoscia, solleva dal pianto. Arma nella notte, magistero nel giorno, scudo nel timore, festa nella santità, immagine della quiete, pegno della pace e della concordia: come una cetra, da suoni diversi e diseguali esprime un unico canto. Lo spuntare del giorno fa risonare il canto del salmo, col canto del salmo risponde il tramonto" ("Explanatio" Ps. 1, 9).

Le diffcoltà che l'uomo di oggi può incontrare nella comprensione dei salmi sono facilmente superate, se si ricordano e si accolgono nella fede le norme della loro interpretazione, insegnateci dagli antichi Padri, e in particolare da S. Ambrogio e S. Agostino, generati alla vita di grazia da questa nostra Chiesa Milanese, e perciò a noi vicini e carissimi: tutti i salmi nel loro senso più profondo e pieno parlano di Cristo (che soffre nella sua passione ed è salvato e glorificato dal Padre nella risurrezione) o della Chiesa (che è pellegrina in terra e si allieta nel Regno) o dell'uomo redento (tribolato e perseguitato, ma insieme in serena attesa della gioia eterna); oppure in essi parla Cristo o la Chiesa o il cristiano.

I pastori d'anime, con magistero assiduo e paziente, ridonino a tutti i fedeli la ricchezza di questa lettura veramente "cristiana". Sarà opportuno che quest'anno nelle "Scuole della parola di Dio" vengano spiegati alcuni salmi, indicando modi concreti di lettura e di assimilazione nella fede. Si favorirà così quel movimento della Parola verso la vita quotidiana di cui diremo ora qualcosa più esplicitamente.

[21] "Le parole che vi ho detto sono spirito e vita" (Gv 6, 63). Tutto ciò che è stato detto fin qui è destinato a trasformare la vita del credente e farne un uomo nuovo, una persona in cui Cristo stesso si esprima, ami e si metta a servire. E' destinato a trasformare la comunità degli uomini secondo il dinamismo e la grazia della comunione, così da farne un popolo nuovo, "fino a quel giorno in cui gli uomini, salvati dalla grazia, renderanno gloria perfetta a Dio, come famiglia da Dio e da Cristo fratello amata" (Gaudium et spes, n. 32).

Come la Parola si esprime nella vita? Su questo punto occorrerebbe parlare soprattutto con esempi concreti. Mi limito qui a dare alcune indicazioni più generali e ad accennare a tre esempi: i lontani, la famiglia, gli eventi dolorosi della vita personale e sociale. Altri, come quelli riguardanti più specificamente il mondo del lavoro, la condizione giovanile, la condizione femminile, l'impegno politico e sociale del credente, potranno essere ripresi opportunamente nel corso dell'anno in occasione dei vari incontri con diverse categorie di persone. Il loro approfondimento è raccomandato vivamente a tutti.

La Parola domanda di inserirsi sempre di nuovo dentro le nostre parole e nella nostra vita. Essa vuole farsi testimonianza, attraverso alcuni passi progressivi.

Anzitutto domanda umilmente di diventare "dono mutuo" tra di noi! La comunione esige di concretarsi nella comunicazione. Dobbiamo comunicarci tra di noi anzitutto la parola di Dio: "La parola di Cristo dimori tra di voi abbondantemente" (Col 3, 16).

Con la Parola e nella Parola ci si edifica a vicenda, comunicandoci le rispettive reazioni e risonanze suscitate dallo Spirito. Ci si critica, anche, e ci si corregge a vicenda. La correzione fraterna autentica è una realtà profondamente evangelica. Siamo tutti responsabili gli uni per gli altri, tutti umili ascoltatori della Parola e bisognosi di mutua comunicazione nella fede.

Solo per tale via si arriva a costruire la comunità nella comunione. Nasce la comunità come la realtà in cui crediamo, testimoniamo la fede e la diffondiamo missionariamente: "La parola del Signore riecheggia per mezzo vostro" (1 Tess 1, 8); "La nostra lettera siete voi" (2 Cor 3, 2).

Allenandosi a una più intensa comunicazione, le nostre comunità si abilitano a interpretare più efficacemente, nella luce della Parola, le diverse situazioni umane. Davanti a urgenti interpellanze provenienti dal mondo del lavoro, dalle nuove circostanze in cui vive la famiglia, dalla inquieta condizione dei giovani e delle donne, per citare solo alcuni casi significativi, le nostre comunità si trovano mute e impacciate, perché non sono abituate a un costante confronto, in cui il riferimento alla parola di Dio si intreccia con il riferimento alla concreta situazione umana vista in tutta la sua complessità e in tutte le sue sfaccettature. Solo in questo confronto la Parola rivela e attua la sua capacità di essere la "verità", cioè il senso profondo e la salvezza integrale della storia umana.

Non serve la Parola chi la ripete soltanto meccanicamente. A partire dalla comunità bisogna dunque leggere e decifrare la storia con la Parola.

Ciò richiede tempo, pazienza, dialogo. Ma bisogna mettersi per questa strada e saper uscire fuori, anche lontano: interpretare le religioni del mondo, la religiosità popolare, le culture e le vicende culturali dei popoli e delle minoranze, le sofferenze e le ansie della nostra civiltà della tecnica, i fermenti nuovi, gli echi del passato e del futuro. Contro la tendenza a spegnere fermenti di vita, bisogna con la forza della Parola risuscitare i morti, ridare memoria e speranza. In un'epoca di disperati e senza senso, di smarriti in un universo che sembra spegnersi, solo la Parola dura in eterno, supera e salva ciò che muore.

La Parola, che si incarna nella vita, tocca le situazioni difficile del nostro tempo.

Consideriamo alcune realtà concrete.

[22] Dobbiamo renderci conto che purtroppo molta parte della nostra popolazione, specialmente nei grandi agglomerati urbani, non ha un rapporto regolare con la comunità cristiana, con le sue celebrazioni, con la sua predicazione e le sue iniziative. Vicino a noi, nelle nostre case, dentro le nostre stesse famiglie incontriamo dei "lontani": si tratta di cristiani che solitamente non hanno del tutto abbandonato la loro fede, ma non la vivono secondo il normale ritmo della comunità cristiana, per le cause più diverse: insufficiente cura educativa nell'adolescenza e nella giovinezza; difficile impatto con il mondo della scuola e del lavoro; illusioni e disillusioni della società del benessere; intolleranza per le lacune della comunità cristiana; ricerca di forme di vita e di impegno che sembrano più aderenti ai problemi della società attuale. Sarebbe utile continuare l'analisi di queste cause, perché saremmo così aiutati a conoscere meglio sia il tipo di fede, che è ancora presente in questi cosiddetti lontani, sia le insufficienze della nostra vita di fede e del nostro impegno pastorale. Vorrei notare che le difficoltà richiamate riguardano particolarmente i giovani Parecchi si trovano di fatto nella condizione di non saper ascoltare la Parola; occorre che tutti noi, credenti e pastori, sentiamo la responsabilità grave di operare perché ad essi risuoni ancora l'annuncio, del quale le loro inquietudini mostrano chiaramente la sete. Ma limitiamoci ad alcuni spunti, più strettamente legati con l'annuncio della parola di Dio.

Notiamo, anzitutto, che molte pagine della Bibbia ci presentano dei forestieri, dei pagani, degli esclusi, che diventano i destinatari privilegiati della parola di Dio. Effettivamente su coloro che frequentano regolarmente la vita della comunità incombe il rischio di abituarsi ai grandi doni cristiani, di trattarli in modo possessivo, di mortificarne l'efficacia operativa. Invece la condizione di lontananza, soprattutto quando non dipende prevalentemente da cause colpevoli, come la pigrizia, l'indifferenza, la condotta morale contraria al modello evangelico, può conferire alla ricerca di fede un tono di profondo rispetto, una passione per l'autenticità, una maggiore serietà nel correlare la fede con i problemi del mondo d'oggi. Questi possibili valori, presenti nella fede dei lontani, non devono indurre a pensare che sia preferibile mantenere la condizione di lontananza. Si tratta di valori precari, che, per essere veramente e fruttuosamente operanti, richiedono che la lontananza venga superata in un accostamento critico e coraggioso alla vita della comunità cristiana.

Nell'aiutare fraternamente i lontani occorre riconoscere che spesso la nostra presentazione della fede cristiana dà per scontate alcune cose, che, invece, richiedono riflessione critica; non sempre esprime la gerarchia obbiettiva delle realtà cristiane, finendo per offrire un'immagine sfocata e livellata del messaggio di Gesù; ricorre a un linguaggio ripetitivo, logorato dall'uso, compromesso da significati convenzionali e non più capiti dal di dentro; non tiene conto delle particolari prospettive degli ascoltatori. Occorre elaborare una forma di presentazione, che, pur abbracciando la totalità del messaggio rivelato, tenga conto sia del progressivo avvicinamento che l'ascoltatore deve compiere, sia della logica interna, secondo cui si dispongono le realtà cristiane.

Alcune verità sono oggettivamente il corollario di altre, che quindi esigono un annuncio prioritario; soprattutto certe impegnative esigenze cristiane nel campo morale rivelano il loro senso solo quando si sono proclamate e capite certe caratteristiche con le quali l'amore di Dio è stato donato a noi in Cristo. Orbene un ricorso più fiducioso e più intelligente alle pagine bibliche può dare organicità e vigore alla presentazione della fede cristiana ai lontani. Non si intende sostenere con ciò un ricorso semplicistico e quasi magico alla Bibbia. La Sacra Scrittura richiede di essere collocata nel complessivo sviluppo della tradizione ecclesiale e di essere confrontata con i concreti itinerari culturali, attraverso i quali ogni persona e ogni epoca camminano verso la verità.

Però, per un primo impatto con la fede cristiana, una ben studiata aderenza alla pedagogia del testo biblico favorisce un contatto con gli elementi essenziali della fede; permette itinerari diversi e complementari, sempre orientati alla centralità del mistero pasquale; assicura quel costante contatto con la realtà storica, che dà fondamento critico alle certezze della fede; assume un andamento esistenziale e narrativo, che permette di congiungere una estrema concretezza con inesauribili risorse contemplative e spunti riflessivi; propone una mirabile varietà di formule sintetiche, con cui la fede, senza nulla perdere della sua vastità e complessità, riesce però a dire la sua pregnante compiutezza nel giro di poche parole.

Occorre sperimentare pazientemente e confrontare tra loro diversi itinerari di annuncio della fede secondo le modalità ora accennate, valorizzando alcune occasioni di incontro che i lontani hanno con la comunità cristiana o creandone di nuove: catechesi prematrimoniale; Battesimo, Prima Comunione, Confermazione dei figli; predicazione per i matrimoni e i funerali; visita missionaria a singole famiglie o a gruppi di famiglie da parte di persone ben preparate; possibilità di sereni colloqui col sacerdote e con laici disponibili e capaci; scuole organiche di introduzione alla fede, a livello diocesano e decanale, alle quali poter inviare quelle persone che talvolta si presentano al sacerdote per chiedere seriamente un aiuto nella riscoperta della fede.

[23] Dobbiamo, purtroppo, collocare la famiglia tra gli ambiti di difficile penetrazione della Parola di Dio. La famiglia, di per sé, dovrebbe essere un luogo di intensa comunicazione non solo della parola di Dio, ma anche di quelle fondamentali parole umane che introducono al senso profondo della vita. In realtà la famiglia vede molto compromessa, nella società attuale, la sola insostituibile funzione educativa. Alcuni sintomi allarmanti denunciano la crisi profonda di quei valori umani, di cui la famiglia è portatrice in modo specifico e costitutivo.

Per esempio, il rapporto uomo-donna tende a perdere la sua specifica caratteristica di dedizione incondizionata e definitiva, per uniformarsi ad altri rapporti umani a breve scadenza, fondati sull'interesse, sull'arbitrio, su quello che di volta in volta appare come utile e piacevole, senza il coraggio della libera scelta irrevocabile.

Così la tipicità del rapporto genitori-figli viene intaccata sia dal fatto che il figlio tende ad essere visto come un fenomeno accessorio o addirittura fastidioso del rapporto coniugale, sia dal fatto che altre e contraddittorie figure di adulti, che si presumono autorevoli, impongono se stesse ai figli, non in collaborazione con l'autorevolezza dei genitori, ma spesso in sottile o clamoroso contrasto, rendendo ancora più difficile il dialogo familiare, già disturbato dall'ingigantito "salto generazionale".

La conseguenza di tutto ciò è una grave riduzione del rilievo sociale e culturale della famiglia. Il senso pregnante di quelle fondamentali parole a cui uno deve far riferimento per orientarsi nella vita - come amore, lavoro, amicizia, apertura al mistero, nascita, morte, dolore, onestà sociale ecc. - non è più determinato dall'ambito familiare, con la sua carica di vita vissuta, di sapienza tradizionale, di affetto rispettoso, ma tende a essere influenzato sempre più da mille altre voci extra-familiari, spesso caratterizzate da superficialità, da distorsioni, da intenti di strumentalizzazione e di cattura psicologica. Anche i tempi del dialogo familiare e dell'intimità post-lavorativa vengono invasi dai mezzi di comunicazione sociale, che condizionano pesantemente la vita intellettuale e affettiva della famiglia.

Occorre aiutare la famiglia a ritrovare il gusto e la responsabilità di quei valori umani originali, che in essa vengono celebrati a beneficio delle persone e, a lungo andare, dell'intera convivenza sociale.

Se la famiglia riuscisse a raccogliere se stessa, intorno alla parola di Dio, o riandando a ciò che fu proclamato in chiesa, durante la liturgia, o leggendo direttamente e organicamente le pagine bibliche, troverebbe una fonte inesauribile di messaggi preziosi circa la vita stessa della famiglia, circa le vicende che i familiari attraversano nelle diverse stagioni della vita, circa gli avvenimenti che succedono nel mondo d'oggi. Allora fatti e situazioni entrerebbero nella famiglia, non più in forma grezza e incombente, ma attraverso quel filtro di sapienza e di serenità che è la parola di Dio. Questa Parola, inoltre, potrebbe stimolare le famiglie a inventare una socialità nuova, superando, anche a prezzo di tempo e di fatica, le aggregazioni istintive e discriminanti, fondate sulla comune estrazione sociale e culturale.

Le parrocchie si impegnino a preparare sussidi opportuni, utilizzando il bollettino parrocchiale, prevedendo nel programma di catechesi dei ragazzi qualche parte da svolgere in famiglia con i genitori, educando le famiglie più sensibili a una meditazione comune dei testi biblici almeno nei tempi forti dell'anno liturgico.

La visita annuale alle famiglie (trovando ad esempio anche il tempo di leggere insieme un Salmo e attualizzandolo brevemente) sarà un tempo propizio per stimolare questa apertura della comunità familiare alla parola di Dio.

[24] L'efficacia della parola di Dio può essere ulteriormente illustrata, mettendola a confronto con tanti momenti bui e angosciosi della vita personale e sociale. Quando il dolore bussa alle porte della nostra vita, quando siamo coinvolti nella sofferenza e nel lutto di persone a noi vicine, quando siamo colpiti da tragedie sociali, tocchiamo con mano l'impotenza delle parole umane. Un istintivo senso di pudore ci consiglia di stare in silenzio accanto a chi soffre, testimoniando la nostra solidarietà con una presenza discreta e operosa. Ma l'impotenza colpisce anche la parola di Dio? Non c'è forse nella parola di Dio una luce di speranza, di cui dovremmo renderci testimoni, senza retorica e affettazione, ma con umiltà e semplicità? Il fatto stesso che, donandoci la Sua Parola Dio assicuri a noi la Sua presenza in ogni momento della vita, non dovrebbe costituire l'avvio di un cammino di consolazione e di impegno? O forse a noi Dio non interessa e ci premono di più i beni che noi esigiamo da Lui? Infatti noi arriviamo a capire che Dio è il bene vero e la gioia suprema della nostra vita, attraverso le esperienze dei beni e delle gioie parziali che incontriamo nella vita di ogni giorno.

Ma dovremmo anche capire che Dio, mentre è la fonte dei beni, che sono oggetto dei nostri immediati desideri, è, però, più grande di questi beni e può prepararci dei beni che superano le nostre attese. Talvolta, invece, i beni da noi desiderati e programmati ci interessano di più di Dio e dei beni che Egli prepara. Di qui la nostra diffidenza o addirittura il rifiuto verso Dio, quando non abbiamo quei doni di vita, di salute, di serenità personale, familiare, sociale, che sono certamente importanti e che vanno umilmente richiesti a Dio, ma non ponendo l'esaudimento di questi desideri come condizione per credere in Lui.

Nei momenti del dolore la parola di Dio può splendere sulla nostra vita proprio come un richiamo all'essenziale: Dio ti parla, Dio ti è vicino, Dio è fedele: questo deve bastarti. La Bibbia, per il semplice fatto di esistere come parola di Dio, prima ancora che per i contenuti che ci propone, diventa un consolante viatico per tutti i momenti della vita. Ma anche i contenuti accendono luci di speranza. L'esempio dei credenti che si sono affidati a Dio, soprattutto l'esempio di Gesù, che aderisce al Padre fino alla morte, alimenta in noi un senso profondo di Dio, che è più grande dei beni da noi desiderati.

Inoltre la parola di Dio ci mostra che, mentre alcuni beni non ci vengono concessi o ci sono dolorosamente sottratti, altri beni più profondi ci vengono dischiusi: il coraggio, una più profonda solidarietà umana, un senso più umile della nostra fragilità, una maggiore vigilanza sui nostri desideri superficiali, una più fedele dedizione al nostro dovere, di là da facili gratificazioni, ecc.

Infine la parola di Dio accende in noi la speranza in quei beni misteriosi, ma reali e mirabili, che il Padre va preparando nel mondo nuovo per coloro che, uniti a Gesù Cristo, si sono totalmente affidati al Suo amore.

[25] Occorre che il primato della Parola sia vissuto. Ora esso non lo è. La nostra vita è lontana dal potersi dire nutrita e regolata dalla Parola. Ci regoliamo, anche nel bene, sulla base di alcune buone abitudini, di alcuni principi di buon senso, ci riferiamo a un contesto tradizionale di credenze religiose e di norme morali ricevute. Nei momenti migliori, sentiamo un pò di più che Dio è qualcosa per noi, che Gesù rappresenta un ideale e un aiuto. Al di là di questo però sperimentiamo di solito ben poco come la parola di Dio possa divenire il nostro vero sostegno e conforto, possa illuminarci sul "vero Dio" la cui manifestazione ci riempirebbe il cuore di gioia. Facciamo solo di rado l'esperienza di come il Gesù dei Vangeli, conosciuto attraverso l'ascolto e la meditazione delle pagine bibliche, può divenire davvero "buona notizia" per noi, adesso, per me in questo momento particolare della mia storia, può farmi vedere in prospettiva nuova ed esaltante il mio posto e compito in questa società, capovolgere l'idea meschina e triste che mi ero fatto di me stesso e del mio destino.

La Messa domenicale passa spesso sulle nostre teste senza riempirci il cuore e cambiare la vita. Ci sembra che la parola di Dio e la cronaca quotidiana costitutscano come due mondi separati. La nostra vita potrebbe riempirsi di luce al contatto prolungato e attento con la Parola, e noi invece la trascorriamo in una penombra pigra e rassegnata.

Perché non scuoterci, darci da fare affinché i tesori che abbiamo tra le mani siano resi produttivi? Nell'agire quotidiano, anche se moriamo di fatica, non chiamiamo spesso a raccolta se non una magra percentuale delle nostre reali capacità espressive e operative. Perché non accettare di sperimentare come le nostre possibilità latenti e inoperose vengono scosse, riordinate e rese esplosive per l'azione dall'appello misterioso e penetrante della parola di Dio?

Ecco il frutto che mi attendo da questo programma pastorale, lo stesso che si attendeva il Concilio concludendo la Costituzione "Dei Verbum": "Come dall'assidua frequenza del mistero eucaristico si accresce la vita della Chiesa, così è lecito sperare nuovo impulso di vita spirituale (cioè di vitalità operante mossa dall'energia dello Spirito) dall'accresciuta venerazione della parola di Dio che "permane in eterno" ("Dei Verbum", n. 26).

[26] La prima indicazione operativa, che emerge da questa meditazione sulla Parola di Dio, è quella di deporre l'atteggiamento dell'attivismo precipitoso, per assumere l'atteggiamento della operosità paziente e lungimirante. Non dobbiamo pretendere che basti la programmazione di qualche felice iniziativa pastorale per dichiarare risolti i problemi e assolti gli impegni che la parola di Dio propone alla comunità cristiana.

E' proprio questa Parola a dirci che le vie di Dio sono misteriose e che l'operosità dell'uomo, se vuole unirsi all'efficacia dell'azione di Dio, deve compiere una profonda conversione nei criteri e nei metodi. La prima cosa che la parola di Dio ci chiede è un lento cammino di acclimatamento con un nuovo modo di pensare e di vivere. Anche se le iniziative concrete e le proposte pastorali sono importanti, non vanno, però, sovraccaricate di una efficacia indebita: esse servono a farci prendere coscienza dei compiti che ci attendono e a metterci sulla strada. Ma poi il cammino va fatto giorno per giorno, confidando nei doni dello Spirito, mobilitando le energie più belle delle persone, ritrovando coraggio e creatività dopo ogni insuccesso.

[27] Poste queste premesse, passo a segnalare alcune applicazioni concrete che si aggiungono a quelle già date nei capitoli precedenti circa la evangelizzazione ai lontani, la Parola nella famiglia, le situazioni dolorose dell'esistenza.

Sono cose semplici, che è possibile iniziare subito e che vogliono stimolare la creatività per iniziative di più largo respiro. Altre indicazioni più specifiche saranno preparate dai competenti Uffici di Curia.

1. E' necessario che la proclamazione delle letture bibliche in ogni Messa sia fatta con proprietà, con decoro e con una qualche solennità. Non si tratta di una semplice lettura, ma di una proclamazione a voce alta (anche se non necessariamente con un tono di voce elevato), fatta con una certa lentezza, con gusto, con le dovute pause, rispettando il senso, la punteggiatura, la correttezza degli accenti. Nessuno dovrebbe leggere pubblicamente un brano senza averlo prima accostato, rendendosi conto del senso.

Quanta sofferenza provo quando in alcune chiese non riesco a seguire le parole del lettore! Che cosa capirà in questo caso la gente che ascolta? E come seguirà l'Omelia, se prima non ha inteso il testo che è stato letto?

2. Occorre per questo avvertire per tempo i lettori e fornirli di una adeguata preparazione e formazione spirituale.

Essi devono essere consapevoli di compiere un gesto che rende presente Cristo, Parola di Dio, in mezzo ai suoi fedeli.

Essi devono poter rendere ragione in qualche modo del testo che sono chiamati a proclamare.

Inviteremmo noi qualcuno a leggere pubblicamente un canto di Dante o una pagina del Manzoni senza verificare se hanno la cultura e la preparazione sufficienti per capire ciò che leggono ed esprimerlo con efficacia?

Ragazzi e ragazze dovrebbero essere chiamati a leggere normalmente non prima della Professione di Fede.

3. Occorre per questo che nella Catechesi, in particolare nella preparazione alla Cresima e alla Professione di Fede, si insegnino anche le poche ma indispensabili premesse tecniche per l'uso della Scrittura e per il suo confronto con il Lezionario.

Si insegni a riconoscere e trovare i singoli libri della Bibbia, cominciando da quelli del Nuovo Testamento, a verificare le citazioni, a individuare nel loro contesto i brani riportati dalla liturgia, a cercare i passi paralleli, a fare uso delle note e delle introduzioni.

4. Il Salmo responsoriale, felicemente ripristinato nella Liturgia, sia proposto in modo da risultare un vero canto o recitativo di meditazione, curando in maniera particolare il ritornello.

Si utilizzi con cura anche il testo dei canti dopo il Vangelo e allo spezzare del Pane.

5. Si abbia cura di prevedere e attuare brevi pause di silenzio durante la Liturgia della Parola, così da introdurre opportuni distacchi nel suo svolgimento ed evitare il susseguirsi e l'accumularsi troppo rapido dei testi, dei gesti e della preghiera.

Occorre nell'insieme riuscire a creare una situazione di dialogo tra la Parola che invita e illumina e il popolo che si apre ad accoglierla come giudizio di salvezza.

6. L'Omelia sia preparata sempre con la massima cura. Vi si dedichi durante la settimana un tempo conveniente, iniziando di preferenza la preparazione all'inizio della settimana.

L'Omelia deve far sì che la parola proclamata venga percepita come annunzio, come buona notizia e invito incoraggiante rivolto alla concreta assemblea che ascolta.

7. La Parola nella liturgia del sacramento della Riconciliazione aiuti a percepire in tutta la sua ricchezza l'appello alla conversione, a conoscere il peccato, a manifestare la volontà di comunione con il Signore e i fratelli, a rendere grazie per l'esperienza del perdono.

La Parola celebrata nel rito esequiale aiuti a configurare la celebrazione della morte di un fratello come luogo dell'annuncio della speranza, della condivisione del dolore, della volontà di riprendere il cammino della vita alla luce della fede.

La riforma liturgica dispone che normalmente ogni azione sacra sia compiuta nel contesto della celebrazione della parola di Dio. E' raccomandato, inoltre, che i sacramenti, fatta eccezione del sacramento della Penitenza, siano inseriti nella santa Messa in modo da esprimere meglio il loro stretto legame con il mistero eucaristico. Tuttavia in alcune circostanze potrà essere opportuno non celebrare l'Eucaristia. In questi casi la celebrazione della parola di Dio sarà curata anche mediante una intelligente scelta dei testi biblici, in modo che tutta l'azione sacra appaia appropriata e sia autenticamente recepita.

8. Qualche volta all'anno gioverà che i preti della Parrocchia, insieme con alcuni laici, verifichino il rapporto tra Omelia e vita: quale il rapporto tra i temi trattati in un arco di tempo nelle omelie domenicali e i principali problemi e interrogativi della gente che ascolta?

Come migliorare sapientemente questo rapporto?

9. Si organizzino scuole della Parola di Dio, in cui si insegni praticamente come leggere il testo biblico mettendosi nella giusta situazione di ascolto, così da raccoglierne frutto per l'analisi e la trasformazione della realtà.

10. Si prevedano opportuni sussidi per le famiglie e i gruppi familiari, come anche per quelle famiglie cristiane che volessero intraprendere una capillare attività missionaria presso altre famiglie.

11. Aggiungiamo qui un'ultima riflessione sul rapporto tra la catechesi e la Parola. I cenni fatti in precedenza sulla relazione della Parola con la vita, l'esistenza, la storia, lasciano intuire che una sua assimilazione personale profonda e un suo annuncio efficace al mondo di oggi esigono un ampio progetto di catechesi, mediante il quale si fa vedere, in modo programmatico e organico, che la verità, manifestata nella parola di Dio, integra in sé gli itinerari personali e culturali secondo i quali gli uomini camminano verso la verità nelle diverse età della vita e a partire dalle diverse condizioni storiche. Non è possibile qui dilungarsi su un argomento tanto importante. Mi limito, per ora, a ricordare il Sinodo dei Vescovi del 1977 che è stato suggellato con la "Catechesi Tradendae" e il piano pastorale del Card. Giovanni Colombo per l'anno 1977-78 su "Evangelizzazione e ministero della catechesi".

Invito, inoltre, ad accogliere con rinnovato impegno i Catechismi proposti dalla Conferenza Episcopale Italiana. La loro chiara impostazione biblica e il loro intento di mediare culturalmente la fede ne fanno un prezioso strumento di catechesi, anche se si tratta solo di uno strumento, che non dispensa da una vigile e solerte opera di interpretazione e di attualizzazione. Per facilitare quest'opera sono opportuni alcuni sussidi. Raccomando in particolare quelli prodotti dall'Ufficio Catechistico e dall'Azione Cattolica.

[28] Anzitutto una notazione preliminare.

La "Diurna Laus" o "Salterio popolare" non va considerato come un sussidio pastorale, prezioso, ma facoltativo.

E' piuttosto un testo liturgico della nostra Chiesa, la quale, prima ancora che ai sacerdoti e ai religiosi, ha pensato alle comunità cristiane e ai singoli fedeli e ha preparato un libro che contiene, in modo parziale ma in forma definitiva, la nostra preghiera ufficiale "del giorno".

Essa contiene le Lodi, l'Ora media, il Vespro e la Compieta delle quattro settimane della nuova Liturgia delle Ore ambrosiana, unitamente a un repertorio di inni per i tempi forti e di orazioni per i diversi tempi e le diverse categorie dei santi. Conterrà inoltre l'ufficiatura della S. Croce, dell'Eucaristia, della Beata Vergine e dei Defunti, che la saggezza dei pastori d'anime potrà talvolta, nei giorni consentiti, proporre in forma votiva.

Le parrocchie, le associazioni, i movimenti e i gruppi, che appartengono alla Chiesa di Milano, superata ormai ogni difformità e ogni particolarismo, dovranno attenersi a questo testo per la loro celebrazione della Liturgia delle Ore.

Sono certo che tutti i nostri sacerdoti si adopereranno perché lungo il prossimo anno pastorale questa "conversione" a poco a poco si compia, in modo che l'ultimo anno che ci separa dal Congresso (e cioè il 1982-83) veda dall'inizio un popolo che si dispone a quel grande dono di Dio pregando allo stesso modo con la preghiera ufficiale della sua Chiesa.

Ritengo anzi che il recupero della Liturgia delle Ore ambrosiana sia al tempo stesso l'elemento più decisivo della nostra spirituale preparazione alla grande assise eucaristica e uno dei frutti più preziosi e duraturi della sua celebrazione.

Ecco qualche suggerimento pratico perché venga raggiunto il traguardo di una Liturgia delle Ore omogenea e ben celebrata in tutte le nostre comunità.

1. I sacerdoti studino con calma e attenzione la "Diurna laus" e le sue "Norme per l'uso", e ne facciano argomento di accurata spiegazione nella catechesi, nei raduni di associazione, negli incontri dei gruppi, in modo che tutti siano posti in condizione di usare correttamente il volume.

2. Si proponga l'acquisto del volume - anche con un po' di sacrificio e con la fatica del risparmio - soprattutto a coloro che, a diverso titolo, sono impegnati intensamente nella vita ecclesiale.

3. Si trovi modo di collocare la celebrazione pubblica del Vespro nell'attività liturgica di ogni parrocchia, con la frequenza, i giorni e gli orari che saranno giudicati opportuni nella situazione concreta.

4. Sarebbe molto bello se i sacerdoti di una stessa parrocchia, dove è possibile, si trovassero insieme ogni giorno con i fedeli per la recita del Vespro.

5. E' buona cosa che ogni incontro serale del Consiglio pastorale cominci con la recita del Vespro o termini con la recita della Compieta. Suggerimento analogo può essere dato per gli incontri serali dei diversi gruppi.

6. La "Diurna laus" è il libro che deve essere posto nelle mani di ogni ragazzo che compie la sua professione di fede, naturalmente dopo che sia stato aiutato a usarlo, a capirlo, a gustarlo.

7. Si esortino i cristiani meglio disposti anche alla recita individuale o familiare di qualche parte della Liturgia delle Ore.

[29] Se mi si dovesse chiedere, al termine di questa lettera, quali indicazioni pratiche ritengo maggiormente importanti per quest'anno ai fini dell'assimilazione del messaggio qui proposto, non avrei esitazione a indicare quattro punti: l'Omelia, le scuole della Parola, la "Diurna Laus" e la "lectio divina".

1. L'Omelia. Se ogni prete dedicherà lungo tutto quest'anno una attenzione speciale alla preparazione dell'Omelia, prevedendo attentamente i testi biblici domenicali fin dall'inizio della settimana, meditandoli con calma, utilizzando buoni sussidi, confrontando i testi - anche insieme con altri preti e laici - con i problemi della comunità in cui vive e con i grandi problemi della società, sarà certamente assicurato un frutto importante di questo anno pastorale. Tutti i fedeli saranno stimolati a seguire le ricchezze della Parola proclamata nella liturgia.

2. Le "Scuole della Parola". Sono riunioni di fedeli (parrocchiali, decanali o zonali) in cui si insegna come leggere un testo biblico usato nella liturgia per gustarlo nella preghiera e applicarlo alla propria vita. Sarebbe opportuno che quest'anno avessero per oggetto specialmente i Salmi, per preparare all'uso fruttuoso della Liturgia delle Ore. La proposta più semplice è quella di far ascoltare il Salmo, in un clima di preghiera (e in questo caso è più opportuno riunirsi in chiesa), dandone poi la spiegazione esegetica, liturgica, spirituale e l'attualizzazione per l'oggi, e facendolo poi cantare lentamente con opportuni responsori, così che diventi testo di preghiera. Secondo l'opportunità si potrà anche allargare l'ambito di questa "scuola", trattando in essa i problemi di introduzione alla lettura della Bibbia o di alcuni libri letti nella liturgia del tempo, o di testi connessi con particolari momenti dell'itinerario cristiano, trasformandola in una vera e propria catechesi sulla Parola e a partire dalla Parola. Tali scuole potranno essere utili soprattutto per la formazione dei Lettori.

3. La "Diurna Laus". Se ne è già parlato sopra ampiamente.

L'impegno che metteremo quest'anno per farla entrare nella vita della comunità sarà una delle attività qualificanti di questo programma pastorale e produrrà frutti duraturi.

4. La "lectio divina". E' l'attività raccomandata a ogni fedele, in particolare ai religiosi, alle religiose e ai gruppi di impegno cristiano, come preparazione e prolungamento della proclamazione della Parola nella liturgia. Per i preti e i religiosi e per coloro che dicono l'ufficio intero, questa lettura può essere collegata con la lettura biblica del Mattutino.

Per tutti è da raccomandarsi la riflessione sui brani del lezionario delle Messe feriali e festive.

Nella nuova Liturgia delle Ore ambrosiana sarà possibile, per chi lo desidera, inserire uno di questi brani anche nella struttura delle Lodi e del Vespro, favorendo così la concentrazione ogni giorno su alcuni brani biblici fondamentali.

Sarebbe molto desiderabile che come frutto del centenario di S. Benedetto, celebrato quest'anno, portassimo con noi l'abitudine a un pò di "lectio divina" quotidiana: quanto infatti noi oggi ci proponiamo si avvale di regole codificate da una lunga esperienza, che risale ai primi tempi della Chiesa ed è stata specialmente coltivata nella tradizione monastica.

[30] Gesù ci ammonisce: "Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano" (Lc 11, 28). "Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica" (Gv 13, 17). E San Giacomo ci esorta a non essere "come un ascoltatore smemorato" (Giac 1, 25). Questi passi mi ritornano in mente al termine di questa lettera. Essi ci invitano ad ascoltare la Parola, a viverla, a custodirla, a praticarla. Non si può certo pensare di esaurire il nostro impegno in qualche gesto di immediata attuazione: sarebbe troppo semplicistico e riduttivo sia nei confronti della ricchezza della Parola, sia in relazione alla complessità dei bisogni dei nostri fratelli.

Sarà appunto l'abitudine ad ascoltare con docilità e coraggio la Parola a renderci attenti alle necessità degli altri e a suggerirci i gesti concreti, che la carità di volta in volta ci richiede.

Però può essere opportuno che ogni parrocchia, comunità, gruppo e famiglia si proponga uno sbocco concreto dell'ascolto della Parola, una specie di scelta prioritaria, un gesto di carità che venga incontro a un bisogno particolarmente urgente o a una grave situazione di ingiustizia .

Sarò grato, poi, a coloro che mi suggeriranno indicazioni e proposte per una analoga scelta prioritaria a livello diocesano in vista di un comune gesto di carità, che potrebbe vederci tutti impegnati nella prossima Quaresima.

Affido questa lettera alla Madre di Gesù. Lei che "ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (Lc 1, 45), che ha offerto la sua vita come "serva del Signore" perché tutto si compisse in conformità alla Parola che le era stata annunciata (cfr. Lc 1, 38), che ha esortato a fare tutto ciò che Gesù avrebbe detto (cfr. Gv 2, 5) ci insegni a riconoscere nella nostra vita il primato della Parola che sola ci può dare salvezza.

Lei che ha pregato con gli Apostoli nel Cenacolo perché la Parola trasformasse il mondo, interceda per rendere efficace la nostra testimonianza. "Il Signore della pace vi dia egli stesso la pace sempre e in ogni modo" (2 Tess 3, 16).

Vi saluto affettuosamente con l'abbraccio di pace.

Milano, 8 settembre 1981

+ CARLO MARIA Arcivescovo